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Fausto Carmelo Nigrelli

Scrive Fausto Carmelo Nigrelli:
150 migranti e la sinistra che non c’è

Questa è una breve, triste cronaca.
Da ieri sera sono ufficialmente orfano. Sono politicamente orfano.
Ieri sera sono andato con mia moglie al porto di Catania dove alle 17 era indetto un presidio antirazzista. Ho fatto un’ora di autostrada e, in ritardo per il traffico nella tangenziale e lungo la strada di accesso alla città, alle 18 ero al varco 4, sul molo di levante, il più lungo dei tre che costituiscono il porto etneo.
All’ingresso dell’area portuale poca gente, poi, man mano che ci avvicinavamo al molo, abbiamo incontrato gruppi sempre più numerosi, festosi, vocianti. Giovani, molti giovani e persone di mezza età, ex sessantottini, direi. Per la maggior parte le due generazioni più rappresentate, ma c’erano nutriti gruppi di ex baby boomer come me, e di figlia della pantera (il movimento studentesco del 90), un po’ più giovani.
Le bandiere. Innanzitutto le bandiere: c’erano quelle di LeU, di Potere al popolo, di Rifondazione, del Partito comunista, dell’USB – numerose –, dei Red militant, di Legambiente – tante -, Emergency – qualcuna -, dell’Unione degli studenti e degli universitari di Link.
E le divise. Non quelle di poliziotti e carabinieri, ma quelle degli scout. Tante, davvero tante. E le t-shirt che sono come le divise: quelle che inneggiavano a Gaza libera e quelle, immancabili, con Che Guevara; quelle con le frasi pacifiste o della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e quelle del gay pride. Ma, per la prima volta, vedevo le t-shirt con le frasi di Papa Francesco, e quelle con le frasi del vangelo e, ancora, quelle del “festival francescano”. Un bel meticciato culturale, esemplare per una società che vuole essere del tutto meticcia, integrante e integrata.
A un certo punto ho realizzato. Ho percepito l’assenza. Nessuna bandiera del Pd, nessuna dei sindacati tradizionali: niente della CGIL, niente della UIL. Mi sono girato a 360 grafi: forse mi erano sfuggite. Non era possibile che la sinistra storica, quella a vocazione maggioritaria, i rappresentanti dei lavoratori, i riformisti non ci fossero. Non c’erano.
Ho incontrato un paio di colleghi, un giovane fotografo, qualche mio studente, un architetto conoscente e ho chiesto se avessero visto qualcuno del Pd, qualche sindacalista, qualche bandiera. «Orlando, c’è stato Leoluca Orlando, ma poi è andato via». «C’è un ex deputato regionale del Pd, mi hanno detto, ma non l’ho riconosciuto». «Era venuto un gruppetto del Pd con una bandiera, ma li hanno fischiati quelli dei centri sociali e se ne sono andati subito». «Si, all’inizio c’era qualche bandiera della CGIL. Avranno timbrato il cartellino».
E io? Sono rimasto, un po’ smarrito, un po’ sentendo un clima analogo a quello delle manifestazioni a Comiso, nel 1982, contro i missili cruise. Solo che allora avevo vent’anni. Anche mia moglie.
Poi ho ascoltato il giovane che dal palco incitava la folla e scandiva slogan e mi sembrava motivato e capace di arringare tutta quella gente. Duemila? Tremila? Tanti? Pochi? Abbastanza.
Però, a un certo punto ha cominciato a dire che «noi manifestanti stasera dormiremo tranquilli, con la coscienza a posto per esserci battuto per i diritti dei migranti mentre le poliziotte e i poliziotti no, perché sono stati servi dell’assassino Salvini» e un gruppo di giovani ha gridato contro i poliziotti: Servi! Servi!
Ancora una volta! Non è possibile! E Pasolini non ha insegnato niente? «io simpatizzavo coi poliziotti», scrisse ai tempi di Valle Giulia. E anche io ieri sera.
La mia sinistra non c’era e questa non è la mia sinistra. E io sono orfano.
Ma questo non è importante. La sinistra che manca, quella afasica, che non prende parte, che ritiene che è sufficiente una comparsata sulla nave con le telecamere d’ordinanza o il tweet o controtweet di buon mattino, la sinistra cioè che ha consegnato l’Italia a Salvini e Di Maio, continua a non stare in mezzo alla gente; continua a non alzare le bandiere che il suo popolo chiede, continua a non rappresentare i valori che ha incarnato e di cui c’è ogni estremo bisogno.
La sinistra che non c’era lascia il palco a chi grida contro i poliziotti – comportamento duale a quello di chi grida contro i migranti. E condanna l’Italia a un nuovo Ventennio.

Fausto Carmelo Nigrelli

Contro il darwinismo in politica. Facciamo cose di sinistra

Stiamo assistendo a una rapida evoluzione darwiniana della politica. Il più forte sopravvive, crea un ecosistema a sua immagine e somiglianza e tutti gli altri soccombono. Oppure sopravvivono coloro che più si adattano e dopo la comparsata del presidente della Sicilia Musumeci a Pontida questa è l’evenienza più preoccupante.

Questa potrebbe essere una estrema sintesi di quanto sta accadendo nel mondo occidentale e in Italia, in quel mondo, cioè, nel quale la Rivoluzione francese aveva instillato un bug: libertà, uguaglianza e fratellanza (solidarietà).
In quella triade stava il rovesciamento della legge di natura darwiniana: chi è più forte, chi ha di più ha gli stessi diritti di chi è più debole, di chi ha di meno. Anzi, la solidarietà – non la carità di matrice cristiana che è altra cosa – la solidarietà deve essere elemento fondante delle civiltà moderna occidentale.
Che poi essa possa essere perseguita con il protagonismo inedito fino ad allora proprio di quelle classi che avrebbero dovuto esserne beneficiarie, è l’elemento di arricchimento, seminale, che si deve all’affermazione delle idee socialiste prima e marxiste poi e della battaglia fatta in loro nome a favore della solidarietà e dell’equità sociale.

Ora, visto dai confini dell’impero (ho scelto di vivere nell’osso più osso della Sicilia, pur lavorando a 170 km, nella polpa più polpa della Sicilia che è, comunque, periferia alla quarta potenza) il governo pentaleghista rappresenta un ritorno alla visione darwiniana della politica. Esso è però, dobbiamo dircelo, non un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di un lungo processo in cui coloro che sarebbero dovuti essere gli eredi di quei valori basati sulla solidarietà (le formazioni della sinistra nelle sue diverse articolazioni) hanno invece introiettato quelli degli avversari sia nel nucleo centrale delle politiche, sia nei comportamenti sociali individuali e collettivi, sia, infine, nella forma organizzativa che da orizzontale e partecipativa è diventata leaderistica e carismatica.

Per questo, credo, la sinistra è annichilita dal susseguirsi di sconfitte che non sono solo elettorali e nemmeno politiche, ma sono soprattutto culturali.
Per questo credo che sia necessario ripartire dalla base: dal “cosa”, dal “come” e dal “con chi”. E il “cosa” è sempre lo stesso: gli ultimi, quelli che restano indietro.
In un tempo in cui gli annunci sostituiscono le politiche, ma producono gli stessi effetti per un fenomeno forse inedito nei lunghi millenni di civiltà umana, la linea tracciata dal vero azionista di maggioranza del governo, Salvini, sembra proprio mirare a un’accentuazione del divario tra i forti e i deboli. I migranti, naturalmente, ultimi contro i quali scatenare, irragionevolmente e irresponsabilmente, i penultimi non solo di origine italiana, ma anche di italianità (!) acquisita, come quando pone una differenza tra le quattro campionesse vincitrici dell’oro nei Giochi del Mediterraneo e gli immigrati irregolari. I più ricchi rispetto ai ceti impoveriti come farà se dovesse riuscire a fare approvare una flat tax. Il nord rispetto al sud se dovesse passare quanto discusso dal presidente del veneto Zaia con il ministro veneto degli Affari regionali Stefani sul residuo fiscale da azzerare (cioè spendere il maggior gettito fiscale delle regioni più ricche nelle stesse regioni che lo producono). E poi la questione di tutte le minoranze, di genere, di etnia, di religione.

Ripartire dalle cose, dunque significa prendere in carico la domanda dei deboli, qualunque sia la causa della loro debolezza.
È qui che si pone una riflessione sulle cosiddette aree interne cioè quelle che, secondo la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) del 2014, sono «significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse naturali e ambientali e di un patrimonio culturale di pregio».
A quattro anni dall’avvio non esistono ancora valutazioni attendibili sugli effetti del Piano Nazionale di Riforma (PNR) che ha lo scopo di contrastare la caduta demografica e rilanciare lo sviluppo e i servizi delle aree interne, ma alcuni ragionamenti si possono fare.

Per esempio nel campo della tutela della salute. Nello stesso 2014 in cui vedeva la luce la SNAI, veniva avviata un’ennesima possente riforma della rete ospedaliera che sulla base di valutazioni circa l’adeguatezza e l’efficacia dell’offerta di cure, sui costi per il sistema sanitario pubblico e sulle ricadute sociali che esso determina sulla popolazione del territorio (tutela della salute e dell’occupazione) si poneva l’obiettivo di chiudere centinaia di piccoli ospedali dotati di meno di 120 posti letto per la cura dei pazienti acuti. Qualche tempo prima erano stati chiusi i punti nascita con meno di 500 parti l’anno sulla base di valutazioni circa la sicurezza di puerpere e nascituri, che non godevano e non godono di una unanimità di consensi.
Non in tutte le regioni si è seguito alla lettera e celermente questa impostazione, tuttavia tutte hanno dovuto uniformarsi. La conseguenza è stata proprio nella direzione opposta a quella della SNAI: una riduzione del senso di sicurezza di fronte a una eventualità di ricorrere a cure ospedaliere da parte delle comunità che presidiano le aree interne; un peggioramento, quanto meno dal punto di vista del rapporto umano tra paziente e sistema ospedaliero se non della qualità del servizio in generale, dovuto al sovraffollamento degli hub e degli ospedali più importanti; un aumento che qualcuno dovrebbe quantificare del costo del pendolarismo sanitario (trasferimenti frequentissimi in ambulanza o in elicottero) e della migrazione sanitaria che riguarda ormai quasi un milione di cittadini l’anno che si devono spostare per le cure verso i grandi ospedali dei centri metropolitani o verso ospedali di altre regioni. E, guarda caso, gli spostamenti avvengono dalle aree interne verso i poli metropolitani e dalle regioni del sud verso quelle del centro nord.
Ragionamenti analoghi potrebbero farsi per altri servizi, per l’istruzione, per i servizi alle imprese, ecc.
Quindi mentre si sventolava come bandiera la SNAI, si attuavano (già da parte dei governi di centrosinistra) politiche che accentuavano il divario tra aree interne e aree forti del Paese.
Ripartire dalle cose, dunque. Mettere in campo politiche vere di riequilibrio. Possiamo dire che alcuni diritti (quello alla salute, quello alla istruzione, le pari opportunità per tutti indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia) non possono essere valutati su basi ragionieristiche e che la riduzione della spesa non deve avvenire a loro scapito? E possiamo sostenere che queste sono le cose da cui deve ripartire la sinistra?
A me sembra l’unica strada, ma pare che l’unico motivo di confronto sia invece quello sulla data dei congressi che, mi pare proprio, non interessano più nessuno.

La Sicilia e la risorsa dei borghi fantasma

Borgo Borzellino

Borgo Borzellino

«Mettere sul mercato i borghi rurali». Un paio di mesi fa il Presidente della Regione Musumeci, in conferenza stampa aveva dichiarato che questa sarebbe una delle azioni centrali della sua amministrazione nei prossimi mesi. Poi nei documenti allegati alla Finanziaria regionale l’articolo di abolizione dell’Ente di Sviluppo Agricolo, proprietario ancora di una decina di questi borghi, è stato cassato. Resta tuttavia in campo l’ipotesi della dismissione. Ma cosa sono questi borghi rurali?

Il contesto
In Sicilia esiste una sessantina di piccoli centri realizzati in occasione di due grandi azioni volute della Stato per disarticolare il latifondo: la prima è la “colonizzazione” voluta da Mussolini nel 1939; la seconda è la Riforma agraria del 1950.
Se Mussolini aveva avviato l’“assalto”, dopo la bonifica integrale, per dare attuazione a una strategia antiurbana e per resistere all’embargo con il rafforzamento dell’autonomia alimentare, la neonata repubblica aveva puntato l’obiettivo poiché il latifondo era considerato causa del ritardo di sviluppo in cui versavano alcune regioni tra cui la Sicilia. Lo smembramento del latifondo era lo strumento principale per rendere più produttive vaste aree agricole, togliendole ai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, e trasferirle alla piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura.
Precedute da un decreto legislativo del 1948, che consentiva mutui trentennali a vantaggio dei coltivatori diretti con lo scopo di favorire la formazione della piccola proprietà terriera e che aveva prodotto il passaggio di proprietà di oltre 1,9 milioni di ettari di terra coltivabile in 10 anni (mentre il numero degli agricoltori crollava da 2 milioni a circa 700 mila, a causa della spinta all’industrializzazione delle regioni settentrionali) le due leggi di Riforma del 1950 (e quella specifica relativa alla Sicilia) consentirono l’esproprio di altri 700 mila ettari e l’assegnazione a 113 mila famiglie in gran parte di contadini senza terra.
Con questa azione si riteneva che si potesse raggiungere l’obiettivo della modernizzazione del comparto, il miglioramento della redditività e l’eliminazione delle sacche di inefficienza legate alle coltivazioni estensive e all’ insufficienza di acque per irrigazione.
La Riforma arrivava, però, con 50 anni di ritardo e si rivelò un fallimento perché l’Italia ormai inseguiva il sogno industriale, ma soprattutto perché molte terre assegnate ai contadini si rivelarono inadatte alla coltivazione e perché la dimensione media del fondo, circa 4 ettari, fu inadeguata per consentire anche solo il sostentamento della famiglia assegnataria.
Ma ancora più fallimentare fin da subito fu la politica insediativa che accompagnava la riforma e che aveva previsto, destinando ingenti somme, la realizzazione di diversi tipi idi insediamenti: borghi accentrati, semi accentrati e case sparse.

I borghi.
«Come mai è vuoto?» chiede Monica Vitti dopo aver girovagato per le case di un borgo rurale fantasma ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, film del 1960. E Gabriele Ferzetti risponde: «Chi lo sa? Io mi domando perché l’hanno costruito». Quel borgo è Schisina, in Sicilia, nel territorio di Francavilla a Mare, provincia di Messina. Ma Schisina è, in questo caso, metafora di tutti i borghi siciliani realizzati in quel quindicennio.
L’errore commesso da Mussolini viene ripetuto nella riforma repubblicana nonostante una attenta lettura delle pratiche sociali, ma anche di alcuni resoconti letterari, avrebbe dovuto indurre il governo De Gasperi a scegliere un altro percorso. Nel 1938 Carlo Emilio Gadda, in un articolo pubblicato su “Le Vie d’Italia” aveva scritto: «La fatica [del contadino] si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla semina. Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi […] La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua […] secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa».
A Gadda e ai riformatori postbellici sfugge il problema vero: le famiglie contadine non andarono ad abitare nelle case sparse e nei borghi non tanto perché nelle città c’era l’acqua, ma perché le famiglie contadine erano da sempre inurbate e le donne non vollero spostarsi dalle città dove vivevano una socialità impossibile sia nella casa isolata che nel borgo che, peraltro, era soprattutto un borgo di servizi.
Nei borghi, però, i migliori architetti siciliani attivi tra gli anni 40 e 50 ebbero la possibilità di sperimentare modelli urbanistici e architettonici, da quelli vernacolari a quelli razionalisti : Edoardo Caracciolo, Roberto Calandra, Francesco Fichera, Giuseppe Caronia, Giuseppe Marletta e tanti altri apposero la loro firma in calce al progetto di almeno un borgo.

Presente e futuro dei borghi
Negli ultimi anni sono state attivate da alcune regioni o enti locali politiche di riconoscimento, valorizzazione e tutela dei paesaggi e dei borghi fascisti e di quelli della Riforma.
Anche in Sicilia, nella stagione dei piani paesaggistici che è stata promossa all’inizio del secolo, il “paesaggio della Riforma agraria” è stato tipizzato solo in alcuni dei piani redatti dalle Soprintendenze, ma già nelle “Linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale” del 1999, i borghi (almeno quelli censiti, e non sono tutti) vengono individuati come “nuclei storici a funzionalità specifica” e sottoposti a tutela alla stregua di centri storici. In tal modo viene loro riconosciuto un interessantissimo status di “Archeologia contemporanea” che, in molti casi, non ha mai vissuto fasi di effettiva utilizzazione, passando dallo stato di incompiuta a quello di rudere.
La proprietà dei borghi è, nella maggior parte dei casi, passata ai Comuni, ma l’Ente di Sviluppo Agricolo, erede degli enti che gestirono le due operazioni a metà del XX sec., ne mantiene ancora una decina che sono quelli che il governo Musumeci vorrebbe mettere in vendita.
Per questi, nell’ambito del POR 2007-13, l’ESA aveva elaborato un “Progetto di riqualificazione dei Borghi rurali dell’Ente Sviluppo Agricolo” in cui viene immaginata una “Via dei borghi” percorso di oltre 150 km, per la mobilità dolce. In questo progetto i centri di servizio rinascono a nuova vita: ricettività, locali di esposizione e vendita, spazi per la didattica, centri di assistenza per i vari mezzi di trasporto, rimettono in gioco i “borghi mai nati”.
Ma c’è di più: sette di questi borghi si trovano lungo la dorsale nord-ovest / sud-est che da Borgo Borzellino, vicino a S. Giuseppe Jato, attraversando tutta la Sicilia, giunge fino a Borgo Lupo, vicino Mineo. Ciascuno dei piccoli insediamenti è al centro di un’area particolare legata alle eccellenze della Sicilia o alla sua identità: Borgo Borzellino e la terra del vino; Borgo Portella della Croce e la terra dell’olivo; Borgo Petilia e la terra dello zolfo; Borgo Baccarato e la terra del grano; Borgo Lupo e la terra degli agrumi.
Per questo il “vero” recupero dei borghi può avvenire solo all’interno di politiche più ampie che riguardano l’economia agraria in cui la potenziale attrattività turistica dei borghi restaurati e rifunzionalizzati si concretizza all’interno di politiche paesaggistiche e agricole volte a raggiungere obiettivi di ricostruzione (in alcuni casi alla costruzione) del legame tra il borgo e il suo agro.
Un processo di questo tipo potrebbe affiancare al Tour della Sicilia classica, quello della Sicilia profonda, alternativo e complementare al primo, con notevolissime ricadute nelle aree della Sicilia interna.
Può questo obiettivo essere raggiunto con la vendita al miglior offerente di questi beni culturali? Non è detto. Senza essere pregiudizialmente contrari alla dismissione di patrimonio pubblico sottoutilizzato o inutilizzato, in questo caso specifico occorrerebbe procedere alla vendita dei borghi in blocco per garantirne una governance unitaria. E occorrerebbe scegliere l’acquirente non in funzione dell’offerta economica, ma della presentazione di un progetto di sviluppo integrato che preveda un riuso dei borghi compatibile con il loro status di beni culturali e funzionale a un più ampio progetto di sviluppo.

In ricordo di Principato, martire socialista

Lapide_a_Salvatore_Principato«Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini quasi 50 anni fa. Però non è così: a volte gli eroi sono persone mature, sagge e consapevoli, lucidamente consapevoli della posta in gioco. Di quella collettiva e di quella individuale. Così è stato Salvatore Principato, maestro elementare socialista fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto, a Milano, insieme ad altri 14 compagni di lotta tutti più giovani. A compiere il massacro i fascisti del gruppo Oberdan della Legione Ettore Muti della Repubblica di Salò, dopo la condanna da parte del tribunale nazista. Il suo cadavere, come gli altri, venne lasciato esposto per l’intera giornata.

Aveva 52 anni Principato, a quei tempi una età più che matura. Viveva tra Milano e Vimercate da trenta anni, ma era siciliano di Piazza Armerina dove era nato nell’aprile 1892.

Non ancora ventenne era stato coinvolto nella città natale in una rivolta di ispirazione socialista, poi si era trasferito a Milano per conoscere Filippo Turati e da Anna Kuliscioff.

Partito come soldato semplice per la I Guerra mondiale, era stato promosso caporale e aveva avuta assegnata  la medaglia d’argento al valor militare. Durante una delle terribili battaglie sull’Isonzo.

Dopo il 1922 era diventato attivista di «Giustizia e Libertà» con lo pseudonimo di Socrate e era diventato uno stretto collaboratore di Carlo Rosselli. Per questa sua attività era stato arrestato ed era rimasto tre mesi in carcere. Nel 1942 aveva contribuito a fondare il M.U.P., Movimento di Unità Proletaria e poi era diventato uno dei punti di riferimento del P.S.I.U.P., Partito Socialista di Unità Proletaria.

Fece parte della 33ª brigata Matteotti, del comitato antifascista di Porta Venezia e del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola.

L’arresto che portò alla sua fucilazione avvenne nel luglio 1944 a seguito di una delazione relativa soprattutto alla sua attività tipografica clandestina.

Subito dopo la guerra, il 26 maggio 1945, sia il comune di Vimercate dove era vissuto che il comune di Piazza Armerina, gli intitolarono una strada.

La figura di Salvatore Principato sarà ricordata a Piazza Armerina dall’Università popolare del tempo libero ‘I. Nigrelli’. La mostra del 2012 rimarrà esposta alla scuola media Cascino fino al 5 maggio.

Fausto Carmelo Nigrelli