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Federico Marcangeli

12 dicembre 1969: inizia una lunga scia di sangue

Alle 16 e 37 un ordigno con 7 Kg di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura a Milano. Il grande salone dal tetto a cupola trema e un cratere si apre nella sala ancora gremita. Ottantasette feriti, diciassette morti e una ferita che ancora oggi non si è rimarginata.

Bomba_piazza_fontanaÈ il 12 Dicembre 1969 e da quel giorno lo stragismo fa irruzione sulla scena italiana.

Durante quel Venerdì nero altri 3 ordigni furono fatti esplodere a Roma (un totale di 17 feriti) ed uno fu rinvenuto a piazza della Scala a Milano.
Quel terribile giorno aggiunge ulteriore benzina ad un periodo già teso da un punto di vista sociale: l’Autunno Caldo era cominciato solo pochi mesi prima.
Scaduti i contratti collettivi di lavoro, gli operai erano scesi in piazza dal settembre di quell’anno, chiedendo rinnovi e miglioramenti delle condizioni di lavoro. I metalmeccanici furono la categorie più attiva, anche a causa di una situazione salariale drammatica. L’Italia era infatti tra i paesi con gli stipendi più bassi tra quelli dell’Europa Occidentale.
Poco dopo la strage il rinnovo arrivò, rasserenando il clima.

Le prime piste relative alla serie di attentati si concentrano su quella anarchica, portando al fermo di Giuseppe Pinelli.
L’anarchico fu subito sospettato di conoscere alcuni dettagli relativi all’attentato e quindi sottoposto a fermo presso la prefettura di Milano (con altri 84 sospetti). L’interrogatorio successivo finì però male, con la caduta dell’anarchico dal quarto piano dell’edificio e la sua morte durante la corsa in ospedale. Tra accuse, autopsie ed inchieste, la versione ufficiale attribuisce quel decesso ad un malore. Precisamente ad una alterazione del centro di equilibrio che, a causa di numerosi fattori (stress, freddo e sigarette), avrebbe fatto barcollare l’imputato in prossimità della finestra. Nessun responsabile quindi: una versione ancora oggi contestata da più parti.
Le indagini che si susseguirono nel corso degli anni scagionarono totalmente l’uomo.
I processi che si conclusero nel 2005 non accertarono mai le responsabilità materiali. L’unico reo confesso fu Carlo Digilio, che però vide prescritta la sua pena, anche grazie alle numerose attenuanti derivanti dal suo contributo alle indagini.
Nonostante questa totale assenza di colpevoli “ufficiali”, la cassazione confermò che la strage fu compiuta da una cellula eversiva di Ordine Nuovo, in un chiaro piano di diffusione del terrore: “i tragici fatti del 12 dicembre 1969 non rappresentano una ‘scheggia impazzita’ ma il frutto di una coordinata ‘acme’ operativa iscritta in un programma eversivo ben sedimentato, ancorché di oscura genesi, contorni e dimensioni”.

La tragicomicità di questa vicenda si conclude quindi senza alcun colpevole e con le famiglie delle vittime costrette a pagare le spese processuali.

Negli anni successivi lo stragismo continuò il suo percorso, raggiungendo l’apice con la Strage di Bologna.
Il 28 Maggio 1974 fu colpita Brescia, nella sua centralissima Piazza della Loggia. I morti furono otto, tutti esponenti di sindacati e comitati antifascisti, in marcia contro il terrorismo di estrema destra.
Nella notte tra il 3 ed il 4 agosto dello stesso anno una bomba deflagrò sul treno Italicus (in transito in provincia di Bologna) e anche in questo caso alcuni innocenti morirono (12).

Il crescendo di violenze trova però il suo apice con la Strage di Bologna.

In quel 2 agosto del 1980 ottatacinque persone persero la vita e 200 rimasero ferite.
In piazza delle Medaglie d’oro ancora oggi l’orologio commemorativo ricorda le 10:25 di quel giorno.

Il filo conduttore di questi atti è quello dello neofascismo militante.
Una strategia del terrore a cui molti hanno cercato di dare risposta ed il cui intento principale era quello di intimidire. Una strategia sistematica e portata avanti con incredibile cinismo nel corso degli anni.
Quello che è emerso non è però esente da interrogativi.
Fin dagli anni 80 sono emersi alcuni elementi relativi a depistaggi e disinformazione. Il tentativo è stato quello di slegare le stragi da una strategia del terrore, facendole passare come “spontaneismo armato” (cioè iniziative di cani sciolti).
In alcune di esse (Loggia, Fontana e Bologna) si rilevano anche delle inquietanti coincidenze che coinvolgerebbero i servizi segreti italiani. Non sono stati riscontrati al momento dei legami ufficiali, ma molti dubbi sono stati sollevati da più parti.
I servizi tirati in ballo non sono solo quelli nostrani.
Alcune teorie gettano ombra anche sul ruolo di quelli USA e Israeliani, stizziti da una politica italiana non allineata su alcuni temi scottanti (Gheddafi e Palestinesi).

La nebbia che tuttora avvolge questi episodi non può che alimentare sempre più domande e ipotesi. È probabile però che non sarà mai fatta chiarezza e che questi anni di terrore rimarranno sempre più un mistero.

Federico Marcangeli
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I social-media “processati” dal Congresso americano

facebook1Il tanto atteso incontro tra i colossi del web ed il congresso degli Stati Uniti è avvenuto. Il tema è sempre lo stesso: il Russiagate. Facebook, Google e Twitter sono stati aspramente criticati dai parlamentari, con i Democratici in primissima linea sul fronte delle “minacce”. Lo spauracchio peggiore per le aziende è quello della regolamentazione statale, che potrebbe irrompere in un settore pressoché autoregolamentato. In questi due giorni di audizioni la strategia delle società è stata molto conservativa, tant’è che nessuno dei top manager si è presentato di fronte al Congresso. Gli uomini di punta si sono ben guardati dal rispondere riguardo al proprio operato, lasciando ai General Counsel (i capi dei servizi legali aziendali) l’ingrato compito.

Il tema è sempre lo stesso: la manipolazione delle elezioni da parte dei russi, con la complicità (più o meno consapevole) dei colossi della tecnologia. Le risposte sono state (ovviamente) da professionisti del settore, sviando chiaramente la realtà dei fatti. Alla domanda della senatrice Maize Hirono “Si può dire che la propaganda e la disinformazione circolata su Facebook abbiano avuto un impatto sulle elezioni?”, Colin Strech (General Counsel di Facebook) ha risposto: “Non siamo nella posizione di giudicare perché una singola persona o un intero elettorato abbiano votato in un certo modo”. Risposta curiosa pensando alle oltre 3000 inserzioni commissionate al social network da account filo-russi. Inoltre la profilazione degli utenti da parte del social network ha contribuito notevolmente a raggiungere il target desiderato.

Parliamo di informazioni riguardanti: razza, religione, orientamento politico, vicinanza o meno a specifici gruppi (familiari di poliziotti o militari ad esempio) e molto altro. In questo modo la propaganda russa avrebbe cercato di creare scompiglio nelle elezioni USA, creando un clima di tensione che avrebbe favorito Trump. Per celare meglio la strategia, gli esperti russi hanno creato una serie di profili e pagine specifici, cercando di polarizzare e contrapporre i diversi settori della società americana. Per fare alcuni esempi: la pagina “Esercito di Cristo” ha prodotto un’immagine con un braccio di ferro tra satana e Gesù, arricchita con la scritta “Satana: Se vinco, vince Clinton”; oppure pagine LGBT (lesbiche, gay, transessuali e transgender) pro Sanders o pagine di “black power” (potere nero) contro la polizia. Una serie di profili creati ad hoc per accrescere la tensione.

Nonostante queste evidenze, Strech ha continuato con la sua linea grigia, affermando che “ci sono stati segnali che non abbiamo colto in modo adeguato”, una risposta che ha fatto infuriare i democratici. La senatrice Feinstein ha infatti sottolineato la gravità della situazione: “Qui ci stiamo occupando di un vero cataclisma e voi ci date risposte vaghe. Muovetevi, altrimenti lo faremo noi”. I numeri le danno ragione, visto che le stime parlano di 126 milioni di americani raggiunti dalla propaganda russa. Per alimentare queste cifre, anche il ruolo di Twitter non è stato da meno, considerando i 2752 account ed i 36.000 bot (programmi che automatizzano la creazione di messaggi e azioni sul social) al soldo di Mosca. In quest’ultimo caso l’azienda si è dimostrata però più aperta rispetto a Facebook. Un’apertura alla regolamentazione è stata fatta dal rappresentante legale Sean Edgett, che ha appoggiato una legislazione simile a quella presente per stampa, radio e televisione in merito alla pubblicità elettorale. Tra le parole e i fatti passa un abisso, ma un piccolo passo avanti sembra essere stato fatto al fine di regolare questo settore.

Federico Marcangeli
Fondazione Nenni

Russiagate: arrivano le conferme

HAMBURG, GERMANY - JULY 7: (----EDITORIAL USE ONLY MANDATORY CREDIT - " RUSSIAN PRESIDENTIAL PRESS AND INFORMATION OFFICE / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) Russia's President Vladimir Putin (L) and US President Donald Trump (R) shake hands during a bilateral meeting on the sidelines of the G20 summit in Hamburg, Germany, on July 7, 2017. (Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images)

Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images

Che i russi avessero cercato di influenzare le elezioni americane non è una novità, ma le conferme ufficiali sono sempre state un po’ frammentarie (anche per l’ostruzionismo del neo-presidente). Oggi è arrivata però una notizia che darebbe un’ulteriore conferma di questa manipolazione. Twitter ha infatti annunciato di aver chiuso oltre 200 account legati ad ambienti filorussi, di cui 3 gestiti da Russia Today. Il canale TV satellitare è tra le emittenti russe più diffuse al mondo ed il suo appoggio al presidente Putin è noto a tutti. Nel 2016 il network ha investito ben 274.000 dollari per promuovere i 1823 tweet dei succitati account, al solo scopo di influenzare le elezioni americane.

I dati non sono ipotetici, ma sono stati diffusi dal vice presidente dell’azienda Colin Crowell. Il manager si occupa anche delle relazioni istituzionali ed è stato sentito in questi giorni dalle commissioni di Camera e Senato impegnate nel Russiagate. L’azienda ha inoltre dichiarato di “rispettare profondamente l’integrità del processo elettorale, pietra miliare di tutte le democrazie” e aggiunge: “Continueremo a rafforzare la piattaforma contro i tentativi di manipolazione”. Ma la vicenda non si concluderà qui. Secondo alcuni media USA, il 1° Novembre sono stati invitati a comparire davanti al Congresso i top manager delle compagnie americane protagoniste della vicenda: Facebook, Twitter e Alphabet (la controllante di Google).

La domanda che ora sorge spontanea è: se i russi hanno influenzato un evento sotto i riflettori come le elezioni, è plausibile che possano intervenire anche in periodi più in ombra? La risposta è: si. Anche in questi ultimi giorni sembra che i troll sovietici stiano manipolando l’opinione pubblica (social) americana. L’ultimo caso è stato quello della vicenda “Trump vs Nfl”, in cui il presidente ha attaccato i giocatori di football in protesta contro il suo operato. Attraverso un’abile operazione di “alimentazione dei trend”, lo staff di Trump, supportato (incosapevolmente o meno non lo sappiamo) dai russi, ha distolto l’attenzione dallo scandalo mail che stava affossando il genero del presidente. Il marito di Ivanka avrebbe infatti utilizzato server non protetti durante la campagna, un’azione simile a quella compiuta dalla Clinton durante il suo impegno istituzionale (tanto criticata dai repubblicani).

Gli ulteriori sviluppi di questa vicenda sono tutti da seguire e fanno riflettere sul grande ruolo dei social network. Delle piattaforme (private) di propaganda incontrollabili e senza regole, che possono diventare delle armi potentissime contro la democrazia.

Federico Marcangeli
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Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
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Costituzione di Weimar e lezione dei “contrappesi”

Friedrich Ebert

Friedrich Ebert

Il 31 Luglio 1919 venne adottata a Weimar l’omonima costituzione; una tappa fondamentale per le sorti dell’Europa. Proprio questo evento è stato infatti accusato di aver spianato la strada all’avvento di Hitler. Questa fama è in parte giustificata, anche se sulla carta la costituente aveva progettato un testo democratico e razionalizzato (che garantisse maggiore governabilità). Come in ogni democrazia moderna, il ruolo dei contrappesi era stato previsto dalla costituente. Il dualismo Governo/Parlamento era infatti alla base dell’ordinamento statale (di tipo federale). L’impostazione generale era quella del semi-presidenzialismo (non ancora teorizzato dalla dottrina dell’epoca), con un presidente eletto direttamente (con un mandato di 7 anni) ed un rapporto fiduciario tra governo e parlamento. Il cancelliere (primo ministro) e tutti i ministri, nonostante venissero nominati dal presidente, necessitavano dell’approvazione del Reichstag.

Fin qui non sembrano esserci particolari rischi di derive totalitarie, il problema risiedeva però negli eccessivi poteri lasciati al presidente. In primo luogo non erano stati previsti limiti alla sua rielezione. Un candidato poteva essere rieletto un numero teoricamente infinito di volte. Questa scelta, abbinata alla pressoché totale libertà di scioglimento del Reichstag, consentiva al presidente di eliminare tutte quelle assemblee a lui contrarie. L’unica limitazione era quella di non poter sciogliere la camera con la stessa motivazione più di una volta; limite aggirabile con estrema facilità. Inoltre il presidente disponeva di vastissimi poteri emergenziali, le cui condizioni di esercizio erano molto generiche. Tali poteri avevano una portata vastissima ed includevano la “sospensione dei diritti di libertà”, nonché la possibilità di legiferare senza l’apporto del parlamento. Quello che mancava era quindi un giusto contrappeso allo strapotere presidenziale.

Il Reichstag era per sua natura un organo debole, eletto con sistema proporzionale che non garantiva maggioranze forti. Il suo unico potere in ottica anti-presidenziale era quello di chiederne la revoca, attraverso un referendum. Però, in caso di sconfitta della mozione, il mandato veniva automaticamente rinnovato per altri 7 anni: un rischio molto alto per l’assemblea, che rischiava di rafforzare ancora di più il presidente sgradito.La seconda camera (il Reichstrat rappresentativo dei Land) non aveva, invece, alcuna possibilità di arginare il presidente, potendo solo esercitare un’azione sospensiva sulle leggi. In questo quadro si venne a creare una situazione di totale sottomissione del parlamento nei confronti di questa figura, che pian piano acquisì sempre più potere.

Sotto la minaccia di scioglimento anticipato, il Reichstag divenne una stampella del Presidente, evitando qualsiasi azione contraria alla linea governativa. I governi nascenti non avevano il minimo rapporto fiduciario reale con le camere, contribuendo a creare sempre maggiori attriti con i rappresentati del popolo. Nonostante tutte queste criticità, attribuire a tale costituzione tutte le responsabilità per l’avvento di Hitler è comunque ingeneroso. Quello che però va attribuito a Weimar è la facilità con cui il dittatore austriaco prese il potere, dimostrando, ancora una volta, quanto sia importante un giusto sistema di contrappesi in uno stato democratico.

Federico Marcangeli
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Dalle “radio libere” alla giungla del web

radio aliceIl 28 Luglio 1976 è un giorno epocale per la radiofonia e l’informazione libera italiana. Proprio in questo giorno, la sentenza 202 della corte costituzionale dichiara l’illegittimità delle norme che impedivano la nascita di radio private. In particolare si sfalda la regolamentazione predisposta dalla legge 103/1975, che garantiva il monopolio statale sulle trasmissioni radiofoniche. L’articolo 1 infatti dichiarava che “La diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai principi sanciti dalla Costituzione. Il servizio è pertanto riservato allo Stato”.

Gli articoli successivi proibivano qualsiasi attività correlata alla radiofonia, dall’installazione di impianti alla diffusione di programmi, persino per uso strettamente interno. Nonostante questi divieti le radio libere erano nate clandestinamente in molte città. Una delle più celebri era “Radio Milano International”, fondata nel 1975 da quattro ventenni: trasmettevano dalla cameretta di uno loro. Un preludio alla liberalizzazione che sarebbe scoppiata di lì a poco.

Il cavillo su cui facevano leva queste piccole realtà era il termine “circolare” incluso nella legge. Questa definizione lasciava spazio a innumerevoli interpretazioni ed aprì uno spiraglio per l’elusione della norma. Il monopolio riguardava infatti le trasmissioni circolari: un’antenna emittente e tanti destinatari. Quindi, in linea teorica, chi colloquiava via radio con dei destinatari prefissati non violava questi principi. Con questo escamotage nessuno poteva essere perseguito per il solo possesso di impianti radiofonici, visto che non necessariamente rappresentavano un’aperta violazione della legge.

Inoltre, già nel 1974, la Corte Costituzionale aveva permesso la trasmissione in locale via cavo, iniziando uno sdoganamento delle trasmissioni a corto raggio cablate. Anche questo contribuì alla successiva apertura da parte della corte costituzionale. Il paese stava acquisendo una nuova sensibilità verso una diffusione pluralista delle notizie e la Consulta non poteva restare a guardare. Con la sentenza in oggetto la diffusione locale libera diventa via etere, permettendo la nascita di grandi gruppi radiofonici nazionali. Questi ultimi iniziarono ad utilizzare una serie di ripetitori locali per far rimbalzare il segnale in ogni zona d’Italia, non violando i termini previsti dalla Corte (in linea teorica ogni ripetitore era una radio locale).

Da quel luglio di 41 anni anni la strada percorsa dall’informazione è stata lunga. La problematicità legata alle “radio libere” sembra ormai preistoria, in questo mondo digitale che pare non avere regole. Proprio questo è forse il problema attuale, l’assenza totale (o quasi) di regolamentazione, il passaggio da un eccesso all’altro determinato dalla capacità dell’innovazione di correre molto più rapidamente del legislatore la cui capacità predittiva, peraltro, appare fortemente appannata. Nello scorso secolo abbiamo assistito ad un eccesso legislativo sui media, mentre oggi sembrano essere lasciati alla mercé di chiunque, un libero terreno di caccia in cui i responsabili si riescono facilmente a occultare (significativa la storia del Blog di Beppe Grillo che porta il suo nome ma risponde solo di quel che porta la sua firma). L’esempio più lampante è il web, uno strumento tanto potente quanto pericoloso. Ognuno di noi può aprire un portale e diffondere notizie al mondo, con una scarsissima capacità di controllo da parte delle autorità. Non sono rari i casi in cui le informazioni più aberranti (vedasi tutte le bufale lanciate sui migranti) non possano essere attribuite al creatore, abilmente celatosi nella rete. Servirebbe certamente una via di mezzo; un punto di incontro tra l’anacronistico monopolio pre-1976 e la pericolosa (per la stessa libertà di pensiero) assenza di regole del 2017.

Federico Marcangeli
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Buon compleanno cellulare! Quarantaquattro anni fa la prima telefonata

An undated handout picture provided on 17 June 2009 by the Prince of Asturias Foundation (POAF) shows US engineer Martin Cooper who won the 2009 Prince of Asturias Award for Technical and Scientific Research along with compatriot Raymond Samuel Tomlinson. The two US engineers are regarded as the inventors of e-mail and the mobile phone, which are considered among the 'greatest technological innovations of our time', the jury said in Oviedo on 17 June.  ANSA/PRINCE OF ASTURIAS FOUNDATION / HO EDITORIAL USE ONLY

ANSA/PRINCE OF ASTURIAS FOUNDATION / HO EDITORIAL USE ONLY

L’ingegnere Martin Cooper non dirà molto alla maggior parte delle persone, ma in realtà è stato tra i fautori della moderna telefonia mobile.

Il 3 aprile 1973 testò davanti a numerosi giornalisti il suo prototipo di cellulare, chiamando per la prima volta nella storia da un telefono portatile non collegato alla rete.

Il suo (e di Motorola) Dyna-Tac non era però così facile da trasportare. Il peso di 1.5Kg lo rendeva poco idoneo al trasporto e la sua batteria da soli 30 minuti di autonomia (dopo 10 ore di ricarica) non era certo all’avanguardia. Però il reale significato di questo prodotto risiede in quel che rappresenta

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Non a caso infatti la chiamata aveva come destinatario il capo ricerca di Bell Labs (società di telecomunicazioni fondata da Graham Bell) Joel Engel.
Una beffa per l’azienda di proprietà di AT&T (colosso delle comunicazioni USA), bruciata sul finale da Motorola (società per la quale Cooper lavorava). Da tempo infatti i due colossi si rincorrevano per lanciare il prima possibile questo prodotto, ma a spuntarla fu la seconda.

Il sistema di comunicazione mobile (inventato pochi anni prima da AT&T) sfruttava delle ricetrasmittenti collegate alle linee telefoniche fisse, attraverso le quali far rimbalzare il segnale (di cella in cella) senza tenere occupato il canale. In questo modo più apparecchi potevano sfruttare la singola linea.
I primi servizi disponibili per soggetti privati furono rilasciati in Giappone ed a Chicago pochi anni più tardi (1979).
In oltre 40 anni i cellulari non solo si sono evoluti, ma hanno cambiato totalmente la loro natura. Da semplici apparecchi di comunicazione verbale si sono trasformati in computer “da mano” in grado di racchiudere delle funzioni inimmaginabili all’epoca.

O forse è proprio questo il sogno di Cooper? Infatti l’idea stessa di telefono portatile gli venne guardando una puntata di Star Trek, quasi a presagire la futura evoluzione di questo strumento.

Secondo l’inventore non siamo però arrivati ancora alla fine dell’evoluzione per questo oggetto. In un’intervista a Repubblica.it dichiarò infatti: “La collaborazione è rivoluzionaria, essere disponibile, poter studiare o lavorare in qualsiasi momento dovunque sei, questo è rivoluzionario. Gli smartphone evolveranno in questa direzione e la rivoluzione che potranno portare sarà incalcolabilmente più grande, perché potrebbe cancellare l’idea di povertà, potrebbe portare l’educazione e la cultura li dove oggi non arrivano. L’altro cambiamento radicale credo avrà a che fare con la medicina Il sistema sanitario oggi è basato sulle cure che si ottengono una volta che una persona si ammala. È un sistema inefficiente. La comunicazione wireless ci potrà consentire di avere dei sensori che saranno in grado di comunicare le nostre condizioni di salute in maniera costante, e far in modo di evitare di ammalarci”. A distanza di 3 anni da questa affermazione i primi accessori da smartphone legati alla salute già sono emersi. Chissà se proprio questo sarà il futuro di quello che era un “semplice” telefono portatile.

Federico Marcangeli

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Marx ed Engels e il richiamo ai proletari

marx engelsIl 21 Febbraio 1848 veniva pubblicato a Londra il Manifesto del Partito Comunista. Frutto di 2 anni di lavoro, rappresentava l’essenza del pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera è stata alla base dei movimenti operai degli anni successivi, dando un notevole slancio alle rivendicazioni proletarie. Il cuore del manifesto è proprio lo scontro tra borghesia e proletariato, le uniche due vere classi esistenti (secondo i filosofi).
La lotta tra chi ha e chi non ha è il vero e proprio motore della storia, nella quale si susseguono continuamente questi conflitti sociali. Le rivoluzioni permettono quindi il passaggio tra le diverse epoche, sovvertendo l’ordine sociale preesistente. La caduta della borghesia era quindi una conseguenza storica necessaria, sostenuta anche da una sua naturale tendenza all’autodistruzione.
Il capitalismo poggia infatti la sua forza sul plusvalore ed attraverso questo soggioga il lavoratore permettendo l’accumulo di ricchezze da parte di una stretta cerchia. Ma proprio questa concentrazione farà implodere tutto il “sistema”.
Le fila della borghesia si restringeranno sempre di più, mentre quelle della classe povera si estenderanno, generando così un punto di rottura. La rivoluzione armata che ne seguirà avrebbe portato a un rovesciamento del potere, con una vera e propria dittatura del proletariato.
Mettendo da parte la condivisione o meno di questi ideali, è indubbio che il Manifesto abbia dato una maggior forza alle rivendicazioni delle classi più povere e compattato il movimento operaio. Le rivendicazioni dell’800 coordinate dalle varie “Internazionali” ne sono una dimostrazione. È innegabile quindi l’apporto positivo di questa ideologia per la conquista dei “nuovi diritti” per le classi disagiate.
Allo stesso modo ha però dato adito ad alcuni dei regimi totalitari più feroci della storia. Dietro lo scudo dell’ideologia operaia si sono nascoste delle tremende repressioni le cui prime vittime furono proprio “gli ultimi”. Si pensi allo sterminio dei Kulaki nella Russia degli anni ‘30 o allo sfruttamento degli operai nella Cina monopartitica dei nostri giorni. Gli ideali di Marx sono stati paradossalmente usati per soggiogare i più deboli, stravolgendo di fatto i suoi intenti.

Federico Marcangeli
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