BLOG
Federico Marcangeli

Italiani alle urne. Come si vota il 4 Marzo: le istruzioni di base

urne-seggio-elettoraleFinalmente si vota e, come accade ogni volta, i dubbi sulle modalità affliggono molti elettori. Per evitare inutili sprechi di tempo (mio e vostro) eccovi tutte le informazioni basilari per andare a votare e non veder annullato il proprio voto (per le elezioni politiche). Cominciamo.

Quando si vota?
Dopo molti anni (17 per la precisione), si potrà votare alle politiche per un solo giorno: Domenica 4 Marzo dalle 7 alle 23. Nelle tre precedenti tornate (2006, 2008 e 2013) i giorni furono due: Domenica dalle 8 alle 22 e Lunedì dalle 7 alle 15.

Per cosa si vota?
Tralasciando le regioni nelle quali si rinnoveranno anche Presidente e Consiglio Regionale, le politiche riguarderanno il rinnovo dei membri della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica perché, al contrario di quello che in molti dicono, il Presidente del Consiglio non è “eletto dal popolo”. Possono votare i maggiori di 18 anni per la Camera, mentre i maggiori di 25 per il Senato.

Come si vota?
Per ognuna delle due camere verrà consegnata una sola scheda, nella quale si potrà votare sia la componente maggioritaria (detta anche uninominale) che quella proporzionale. Le modalità di voto su entrambe le schede sarà la medesima. L’elettore si troverà di fronte a vari riquadri, che rappresenteranno le singole coalizioni, con i partiti che le compongono, od i singoli partiti, nel caso in cui questi corrano in autonomia. Accanto ad ogni partito sarà scritta anche la lista dei candidati relativi al sistema proporzionale. Nella parte superiore di queste “caselle” sarà invece scritto il nome del candidato uninominale di quel collegio. Sarà possibile votare in tre modi differenti:

Ponendo una “X” sul nome del candidato nominale
Ponendo una “X” sul simbolo di un partito
Ponendo due “X” : una sul nome del candidato uninominale ed una su uno dei partiti che compongono la coalizione.
Nel primo caso il voto verrà automaticamente esteso alla coalizione e verrà diviso su base proporzionale ai voti ricevuti globalmente da quella lista. Votando invece solo per un partito, lo stesso riceverà il vostro voto per la componente proporzionale, che verrà assegnato automaticamente al candidato uninominale sostenuto. Con la terza”modalità”, il voto verrà assegnato al candidato (per la componente maggioritaria) e ad uno specifico partito della coalizione (per la componente proporzionale). Nel caso in cui un partito corresse da solo il concetto è lo stesso.

Come non si vota?
È importante ricordare che non è ammesso (quindi nullo) il voto disgiunto e cioè non è possibile votare un candidato uninominale ed un partito che si trovino in coalizioni differenti. Non è nemmeno possibile esprimere una preferenza per uno dei candidati nella lista proporzionale. Se quindi si porrà un segno su uno dei nomi presenti nelle liste del proporzionale, il voto verrà annullato.

Chi andrà in Parlamento?
Una volta votato, la conversione voti-seggi non sarà proprio banale. Per quanto riguarda la componente maggioritaria, andrà in parlamento il candidato uninominale vincitore di ogni collegio, cioè quello che avrà preso più voti. Per la componente maggioritaria non è presente soglia di sbarramento, mentre per il proporzionale ne sono presenti varie: i partiti dovranno raggiungere il 3% su base nazionale (dentro o fuori la coalizione), le coalizioni il 10%. Inoltre i voti dei partiti con meno dell’1% non saranno conteggiati per le coalizioni, mentre quelli tra l’1% ed il 3% verranno redistribuiti per quelli che avessero raggiunto la soglia di sbarramento. Partendo da queste regole, verranno eletti i candidati delle liste proporzionali in base al numero di voti ricevuti in quel collegio (dal partito o quelli redistribuiti nella coalizione).

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

14 febbraio, il mondo On-line: nasce YouTube e crea “nuovi ricchi”

giornata-della-terra.630x360Il 14 Febbraio del 2005 nasce uno dei siti più importanti al mondo: YouTube. Il portale è il massimo esponente della famiglia del “Video Sharing” e permette agli utenti di caricare liberamente (e gratuitamente) i propri contenuti. Per raggiungere questa posizione di vertice gli è bastato un breve periodo.
A soli 16 mesi dalla fondazione è stato infatti acquisito per 1,7 Miliardi di dollari dal colosso Google, che anche grazie a YouTube ha consolidato la sua posizione di dominio sulla rete.
Il motore di ricerca occupa la prima posizione tra le pagine più viste al mondo, mentre il sito di streaming si assesta al secondo posto. Il traffico generato da quest’ultimo è inimmaginabile, ma le premesse per un grande successo c’erano tutte.
Già nel 2006 venivano guardati 100 milioni di video al giorno, con 65.000 nuovi filmati aggiunti ogni 24 ore. E pensare che solo il 23 Aprile del 2005 andò online il primo video “Me at the zoo” (io allo zoo). Postato da uno dei fondatori, ritraeva l’interessato allo zoo di San Diego per soli 18 secondi. Il contenuto è ancora online e conta circa 36.000.000 di visualizzazioni.

La vera svolta è arrivata però nel 2007, grazie alla possibilità di “monetizzare” i contenuti da parte degli utenti. Da quella data l’azienda si impegnò a pagare i creatori di contenuti in base al numero di views generato dal proprio filmato, consentendo la creazione di una nuova professionalità online.

Questa novità ha portato alla creazione di veri e propri “specialisti del web”, che hanno fatto fortuna esclusivamente grazie a questa piattaforma. Stiamo parlando di cifre difficilmente ottenibili con altri media.

Lo svedese Felix Kjellberg (in arte PewDiePie) è il re dei “creator” ed ha fatturato 15 milioni di dollari nel 2016. Per generare questo volume d’affari il canale del videomaker può contare su oltre 53.000.000 di iscritti (cioè utenti che vengono “avvisati” all’uscita di ogni nuovo video). La lista non finisce qui e sono decine gli Youtuber che hanno superato il milione di dollari di incassi. Questi dati non tengono nemmeno conto delle sponsorizzazioni esterne, ma si riferiscono solo all’assegno staccato da Google. Nonostante questi guadagni gli utenti continuano a guardare e caricare gratuitamente i contenuti. L’una fonte di guadagno per l’azienda è la pubblicità. A far riflettere sono anche i numeri dei singoli video. In 10 anni si è passati dal “filmino dello zoo” a contenuti con quasi 3 miliardi di visualizzazioni ed oltre 20 sopra il miliardo. Sono cifre che ci fanno rendere realmente conto dell’influenza che questo “mondo” ha sulla comunicazione globale. Un media che va oltre ogni altro e rappresenta il futuro della comunicazione video.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Piattaforma Rousseau, democrazia diretta… dal M5S

grillo_casaleggioIn questi giorni i dubbi sulle votazioni della rete pentastellata sono stati molti, soprattutto a causa dei ritardi e dei problemi tecnici che spesso occorrono al “sistema”. Si perché il cuore pulsante del movimento è un vero e proprio “sistema operativo”, il Sistema Rousseau appunto: la piattaforma online del Movimento 5 Stelle.
Ma concretamente quali sono le funzioni che consente di svolgere?

Lex nazionale, partecipazione alla scrittura delle leggi nazionali proposte dai parlamentari
Lex regionale, partecipazione alla scrittura delle leggi regionali proposte dai consiglieri regionali
Lex Europa, partecipazione alla scrittura delle leggi europee proposte dagli europarlamentari
Vota, voto per le liste elettorali o per pronunciarsi su un tema specifico
Fund Raising, raccolta fondi per elezioni o eventi del M5S
Scudo della Rete, raccolta fondi a tutela legale del M5S o di suoi iscritti ed eletti
Lex iscritti, proposte di legge formulate dagli iscritti che in seguito vanno presentate dagli eletti nelle diverse sedi
E-learning, lezioni sulle strutture in cui sono inseriti gli eletti e sul loro funzionamento
Sharing, archivio con le diverse proposte (interrogazioni, delibere, leggi, ecc.) a livello comunale e regionale con una tassonomia comune
Tralasciando i dilemmi morali sulla piattaforma, compresi quelli di un rischio di deriva plebiscitaria (e autoritaria) del movimento (che sta già avvenendo), occorre concentrarsi anche sull’aspetto tecnico.

Il sistema è accessibile ai soli iscritti di lunga data del partito ed è stato distribuito dalla Casaleggio Associati con una licenza “Creative Commons”. Al contrario di quello che molti pensano, questa forma di copyright non esclude la possibilità di lucrare sul programma. Semplicemente è possibile “Condividere, riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato”, senza però modificare l’opera o guadagnarci sopra.

Ciò non toglie al creatore del contenuto la possibilità di farlo. La proprietà intellettuale del sistema è stata ceduta all’Associazione Rousseau dalla Casaleggio Associati S.r.l.

Associazione che ha sede presso la stessa società e di cui si sa molto poco.

In un’inchiesta de “L’Espresso” emerge che anche tutte le donazioni effettuate ai 5 Stelle attraverso il portale arrivino proprio a quella sede. “Non un indirizzo, non una partita Iva, non un nome del responsabile legale dell’organizzazione a cui vanno i soldi.” scrivono Mauro Munafò e Luca Piana.

Nella storia della “democrazia diretta digitale” si sono già sperimentati molti sistemi di questo tipo, quasi tutti open source. Questo vuol dire che il codice sorgente (cioè il codice che costituisce il programma) è pubblico e facilmente “verificabile” da chiunque abbia le competenze necessarie per farlo.

Un interrogativo che sorge quindi spontaneo è: chi controlla il corretto svolgimento delle votazioni attraverso l’OS (operative system) pentastellato? Sempre secondo “L’Espresso” il sistema è gestito in toto dall’Associazione Rousseau, che ruoterebbe attorno ad alcune figure chiave: Davide Casaleggio, Max Bugani, David Borrelli e Pietro Dettori.

Tutti personaggi fortemente legati a Beppe Grillo.

Non metto in dubbio la bontà d’intenti dei quattro, ma un sistema di questo tipo necessiterebbe di una verifica esterna. Un board o una società non collegati direttamente alla testa del Movimento Questo garantirebbe un minimo di imparzialità, permettendo anche a soggetti esterni di saggiare la “democraticità” di Rousseau. Secondo Di Maio però il problema non esiste ed i 5 Stelle sono i “precursori di un nuovo sistema di fare politica in cui non c’è nulla di cerchio magico”. In realtà questo cerchio pare proprio esserci, con un ritorno al “fidatevi di noi” tipico delle decisioni dei “vecchi” partiti. Ancor di più se consideriamo le numerose inefficienze di questo sistema, che di tanto in tanto si “spegne” per qualche ignoto motivo. La risposta standard dei 5 stelle è sempre la stessa: “l’inaspettata partecipazione ha causato qualche problema”. Tutto normale no? Forse si per qualche blogger dilettante, non certo per chi si eleva a paladino del digitale in Italia. Ma i problemi “tecnici” riguardano anche una gestione non proprio ineccepibile dei dati degli utenti. Già ad Agosto un hacker aveva bucato il sistema dimostrando quando potessero essere vulnerabili i dati (molto sensibili) degli iscritti, spingendo il Garante della Privacy ad aprire un’istruttoria sulla condotta dell’Associazione Rousseau. Quello che ha scoperto l’Authority va ben oltre le peggiori aspettative. Oltre ad alcune perplessità sulla sicurezza del sistema (come ad esempio l’accettazione di password poco sicure), emergono dei preoccupanti schemi di associazione tra voto e votante. In altre parole (quelle usate dal Garante): “in occasione della scelta di candidati da includere nelle liste elettorali del Movimento o per orientare altre scelte di rilevanza politica viene registrata in forma elettronica mantenendo uno stretto legame, per ciascun voto espresso, con i dati identificativi riferiti ai votanti (…) nello schema del database risulta che ciascun voto espresso sia effettivamente associato a un numero telefonico corrispondente (come del resto confermato dal dottor Casaleggio in sede ispettiva, cfr. verbale 5 ottobre 2017) al rispettivo iscritto-votante. Tale riferimento sarebbe mantenuto nel database per asserite esigenze di sicurezza, comportando, tuttavia, la concreta possibilità di associare, in ogni momento successivo alla votazione, oltre che durante le operazioni di voto, i voti espressi ai rispettivi votanti”. Per riassumere, non solo una sicurezza lacunosa, ma anche la possibilità di rendere il voto non anonimo. Uno scenario molto nebbioso per chi si professa paladino della politica trasparente.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Beppe Grillo si separa (online) dai 5 stelle

grilloIn pochi avrebbero scommesso nella separazione 5Stelle-Grillo ma, almeno online, sembra che le loro strade si stiano separando. Una separazione formale e sostanziale, che di fatto sposta il cuore nevralgico del partito (termine non utilizzato a caso) da Beppegrillo.it al “Blog delle stelle”. Attualmente quest’ultimo è un elemento importante della comunicazione 5Stelle, che però rimane molto più legata al Blog dello showman. Nel discorso di fine anno di Grillo emerge però la volontà di separare più nettamente i contenuti: “il cambiamento proprio di fisionomia del blog beppegrillo.it. Perché, mentre il blog delle stelle si occuperà sempre di politica locale e internazionale, quindi dei nostri parlamentari e dei nostri portatori di beneficio alla nazione, i nostri portavoce, il blog beppegrillo, ossia io, andrò a un po’ in giro per il mondo con video, conferenze. Sono andato a vedere un po’ di conferenze, appunto, sulle smartcity, parleremo di robotica, parleremo di intelligenza artificiale, internet delle cose. Insomma un po’ di visione.” Quindi nuovi temi ed una totale separazione (online) del fondatore dalla sua creatura. Le indiscrezioni parlano però di una “rottura” ancora più netta. Secondo alcune fonti interne (riportare dal Corriere della Sera) la gestione di Beppegrillo.it non verrà più portata avanti dalla Casaleggio Associati. Per chi non lo sapesse, la società ha legami “velati” con l’Associazione Rousseau, che controlla tutti i principali strumenti del movimento, compreso il Sistema Rousseau (già “bucato” qualche volta da un paio di hacker) che consente il voto online degli iscritti al movimento. Società ed Associazione si trovano allo stesso indirizzo milanese e dai bilanci del 2016 Davide Casaleggio risulta essere Presidente e Tesoriere della seconda (come riportato da “ilPost”), mentre altri personaggi legati alla Casaleggio Associati le gravitano attorno. Tutto questo per sottolineare quanto i 5Stelle e questa società siano legati a doppio filo. La scelta di Grillo di separare il blog dal suo fido “gestore” può essere ricondotta a due elementi alternativi: la volontà di chiudere a piccoli passi con il movimento o la volontà di adottare una strategia differente per il blog. Il tempo risponderà a questa domanda. Quel che è certo è che un vento di novità soffia in casa “5Stelle” e (forse) non a caso a ridosso delle elezioni.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

12 dicembre 1969: inizia una lunga scia di sangue

Alle 16 e 37 un ordigno con 7 Kg di tritolo esplode nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura a Milano. Il grande salone dal tetto a cupola trema e un cratere si apre nella sala ancora gremita. Ottantasette feriti, diciassette morti e una ferita che ancora oggi non si è rimarginata.

Bomba_piazza_fontanaÈ il 12 Dicembre 1969 e da quel giorno lo stragismo fa irruzione sulla scena italiana.

Durante quel Venerdì nero altri 3 ordigni furono fatti esplodere a Roma (un totale di 17 feriti) ed uno fu rinvenuto a piazza della Scala a Milano.
Quel terribile giorno aggiunge ulteriore benzina ad un periodo già teso da un punto di vista sociale: l’Autunno Caldo era cominciato solo pochi mesi prima.
Scaduti i contratti collettivi di lavoro, gli operai erano scesi in piazza dal settembre di quell’anno, chiedendo rinnovi e miglioramenti delle condizioni di lavoro. I metalmeccanici furono la categorie più attiva, anche a causa di una situazione salariale drammatica. L’Italia era infatti tra i paesi con gli stipendi più bassi tra quelli dell’Europa Occidentale.
Poco dopo la strage il rinnovo arrivò, rasserenando il clima.

Le prime piste relative alla serie di attentati si concentrano su quella anarchica, portando al fermo di Giuseppe Pinelli.
L’anarchico fu subito sospettato di conoscere alcuni dettagli relativi all’attentato e quindi sottoposto a fermo presso la prefettura di Milano (con altri 84 sospetti). L’interrogatorio successivo finì però male, con la caduta dell’anarchico dal quarto piano dell’edificio e la sua morte durante la corsa in ospedale. Tra accuse, autopsie ed inchieste, la versione ufficiale attribuisce quel decesso ad un malore. Precisamente ad una alterazione del centro di equilibrio che, a causa di numerosi fattori (stress, freddo e sigarette), avrebbe fatto barcollare l’imputato in prossimità della finestra. Nessun responsabile quindi: una versione ancora oggi contestata da più parti.
Le indagini che si susseguirono nel corso degli anni scagionarono totalmente l’uomo.
I processi che si conclusero nel 2005 non accertarono mai le responsabilità materiali. L’unico reo confesso fu Carlo Digilio, che però vide prescritta la sua pena, anche grazie alle numerose attenuanti derivanti dal suo contributo alle indagini.
Nonostante questa totale assenza di colpevoli “ufficiali”, la cassazione confermò che la strage fu compiuta da una cellula eversiva di Ordine Nuovo, in un chiaro piano di diffusione del terrore: “i tragici fatti del 12 dicembre 1969 non rappresentano una ‘scheggia impazzita’ ma il frutto di una coordinata ‘acme’ operativa iscritta in un programma eversivo ben sedimentato, ancorché di oscura genesi, contorni e dimensioni”.

La tragicomicità di questa vicenda si conclude quindi senza alcun colpevole e con le famiglie delle vittime costrette a pagare le spese processuali.

Negli anni successivi lo stragismo continuò il suo percorso, raggiungendo l’apice con la Strage di Bologna.
Il 28 Maggio 1974 fu colpita Brescia, nella sua centralissima Piazza della Loggia. I morti furono otto, tutti esponenti di sindacati e comitati antifascisti, in marcia contro il terrorismo di estrema destra.
Nella notte tra il 3 ed il 4 agosto dello stesso anno una bomba deflagrò sul treno Italicus (in transito in provincia di Bologna) e anche in questo caso alcuni innocenti morirono (12).

Il crescendo di violenze trova però il suo apice con la Strage di Bologna.

In quel 2 agosto del 1980 ottatacinque persone persero la vita e 200 rimasero ferite.
In piazza delle Medaglie d’oro ancora oggi l’orologio commemorativo ricorda le 10:25 di quel giorno.

Il filo conduttore di questi atti è quello dello neofascismo militante.
Una strategia del terrore a cui molti hanno cercato di dare risposta ed il cui intento principale era quello di intimidire. Una strategia sistematica e portata avanti con incredibile cinismo nel corso degli anni.
Quello che è emerso non è però esente da interrogativi.
Fin dagli anni 80 sono emersi alcuni elementi relativi a depistaggi e disinformazione. Il tentativo è stato quello di slegare le stragi da una strategia del terrore, facendole passare come “spontaneismo armato” (cioè iniziative di cani sciolti).
In alcune di esse (Loggia, Fontana e Bologna) si rilevano anche delle inquietanti coincidenze che coinvolgerebbero i servizi segreti italiani. Non sono stati riscontrati al momento dei legami ufficiali, ma molti dubbi sono stati sollevati da più parti.
I servizi tirati in ballo non sono solo quelli nostrani.
Alcune teorie gettano ombra anche sul ruolo di quelli USA e Israeliani, stizziti da una politica italiana non allineata su alcuni temi scottanti (Gheddafi e Palestinesi).

La nebbia che tuttora avvolge questi episodi non può che alimentare sempre più domande e ipotesi. È probabile però che non sarà mai fatta chiarezza e che questi anni di terrore rimarranno sempre più un mistero.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

I social-media “processati” dal Congresso americano

facebook1Il tanto atteso incontro tra i colossi del web ed il congresso degli Stati Uniti è avvenuto. Il tema è sempre lo stesso: il Russiagate. Facebook, Google e Twitter sono stati aspramente criticati dai parlamentari, con i Democratici in primissima linea sul fronte delle “minacce”. Lo spauracchio peggiore per le aziende è quello della regolamentazione statale, che potrebbe irrompere in un settore pressoché autoregolamentato. In questi due giorni di audizioni la strategia delle società è stata molto conservativa, tant’è che nessuno dei top manager si è presentato di fronte al Congresso. Gli uomini di punta si sono ben guardati dal rispondere riguardo al proprio operato, lasciando ai General Counsel (i capi dei servizi legali aziendali) l’ingrato compito.

Il tema è sempre lo stesso: la manipolazione delle elezioni da parte dei russi, con la complicità (più o meno consapevole) dei colossi della tecnologia. Le risposte sono state (ovviamente) da professionisti del settore, sviando chiaramente la realtà dei fatti. Alla domanda della senatrice Maize Hirono “Si può dire che la propaganda e la disinformazione circolata su Facebook abbiano avuto un impatto sulle elezioni?”, Colin Strech (General Counsel di Facebook) ha risposto: “Non siamo nella posizione di giudicare perché una singola persona o un intero elettorato abbiano votato in un certo modo”. Risposta curiosa pensando alle oltre 3000 inserzioni commissionate al social network da account filo-russi. Inoltre la profilazione degli utenti da parte del social network ha contribuito notevolmente a raggiungere il target desiderato.

Parliamo di informazioni riguardanti: razza, religione, orientamento politico, vicinanza o meno a specifici gruppi (familiari di poliziotti o militari ad esempio) e molto altro. In questo modo la propaganda russa avrebbe cercato di creare scompiglio nelle elezioni USA, creando un clima di tensione che avrebbe favorito Trump. Per celare meglio la strategia, gli esperti russi hanno creato una serie di profili e pagine specifici, cercando di polarizzare e contrapporre i diversi settori della società americana. Per fare alcuni esempi: la pagina “Esercito di Cristo” ha prodotto un’immagine con un braccio di ferro tra satana e Gesù, arricchita con la scritta “Satana: Se vinco, vince Clinton”; oppure pagine LGBT (lesbiche, gay, transessuali e transgender) pro Sanders o pagine di “black power” (potere nero) contro la polizia. Una serie di profili creati ad hoc per accrescere la tensione.

Nonostante queste evidenze, Strech ha continuato con la sua linea grigia, affermando che “ci sono stati segnali che non abbiamo colto in modo adeguato”, una risposta che ha fatto infuriare i democratici. La senatrice Feinstein ha infatti sottolineato la gravità della situazione: “Qui ci stiamo occupando di un vero cataclisma e voi ci date risposte vaghe. Muovetevi, altrimenti lo faremo noi”. I numeri le danno ragione, visto che le stime parlano di 126 milioni di americani raggiunti dalla propaganda russa. Per alimentare queste cifre, anche il ruolo di Twitter non è stato da meno, considerando i 2752 account ed i 36.000 bot (programmi che automatizzano la creazione di messaggi e azioni sul social) al soldo di Mosca. In quest’ultimo caso l’azienda si è dimostrata però più aperta rispetto a Facebook. Un’apertura alla regolamentazione è stata fatta dal rappresentante legale Sean Edgett, che ha appoggiato una legislazione simile a quella presente per stampa, radio e televisione in merito alla pubblicità elettorale. Tra le parole e i fatti passa un abisso, ma un piccolo passo avanti sembra essere stato fatto al fine di regolare questo settore.

Federico Marcangeli
Fondazione Nenni

Russiagate: arrivano le conferme

HAMBURG, GERMANY - JULY 7: (----EDITORIAL USE ONLY MANDATORY CREDIT - " RUSSIAN PRESIDENTIAL PRESS AND INFORMATION OFFICE / HANDOUT" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS----) Russia's President Vladimir Putin (L) and US President Donald Trump (R) shake hands during a bilateral meeting on the sidelines of the G20 summit in Hamburg, Germany, on July 7, 2017. (Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images)

Photo by Russian Presidential Press and Information Office/Anadolu Agency/Getty Images

Che i russi avessero cercato di influenzare le elezioni americane non è una novità, ma le conferme ufficiali sono sempre state un po’ frammentarie (anche per l’ostruzionismo del neo-presidente). Oggi è arrivata però una notizia che darebbe un’ulteriore conferma di questa manipolazione. Twitter ha infatti annunciato di aver chiuso oltre 200 account legati ad ambienti filorussi, di cui 3 gestiti da Russia Today. Il canale TV satellitare è tra le emittenti russe più diffuse al mondo ed il suo appoggio al presidente Putin è noto a tutti. Nel 2016 il network ha investito ben 274.000 dollari per promuovere i 1823 tweet dei succitati account, al solo scopo di influenzare le elezioni americane.

I dati non sono ipotetici, ma sono stati diffusi dal vice presidente dell’azienda Colin Crowell. Il manager si occupa anche delle relazioni istituzionali ed è stato sentito in questi giorni dalle commissioni di Camera e Senato impegnate nel Russiagate. L’azienda ha inoltre dichiarato di “rispettare profondamente l’integrità del processo elettorale, pietra miliare di tutte le democrazie” e aggiunge: “Continueremo a rafforzare la piattaforma contro i tentativi di manipolazione”. Ma la vicenda non si concluderà qui. Secondo alcuni media USA, il 1° Novembre sono stati invitati a comparire davanti al Congresso i top manager delle compagnie americane protagoniste della vicenda: Facebook, Twitter e Alphabet (la controllante di Google).

La domanda che ora sorge spontanea è: se i russi hanno influenzato un evento sotto i riflettori come le elezioni, è plausibile che possano intervenire anche in periodi più in ombra? La risposta è: si. Anche in questi ultimi giorni sembra che i troll sovietici stiano manipolando l’opinione pubblica (social) americana. L’ultimo caso è stato quello della vicenda “Trump vs Nfl”, in cui il presidente ha attaccato i giocatori di football in protesta contro il suo operato. Attraverso un’abile operazione di “alimentazione dei trend”, lo staff di Trump, supportato (incosapevolmente o meno non lo sappiamo) dai russi, ha distolto l’attenzione dallo scandalo mail che stava affossando il genero del presidente. Il marito di Ivanka avrebbe infatti utilizzato server non protetti durante la campagna, un’azione simile a quella compiuta dalla Clinton durante il suo impegno istituzionale (tanto criticata dai repubblicani).

Gli ulteriori sviluppi di questa vicenda sono tutti da seguire e fanno riflettere sul grande ruolo dei social network. Delle piattaforme (private) di propaganda incontrollabili e senza regole, che possono diventare delle armi potentissime contro la democrazia.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Costituzione di Weimar e lezione dei “contrappesi”

Friedrich Ebert

Friedrich Ebert

Il 31 Luglio 1919 venne adottata a Weimar l’omonima costituzione; una tappa fondamentale per le sorti dell’Europa. Proprio questo evento è stato infatti accusato di aver spianato la strada all’avvento di Hitler. Questa fama è in parte giustificata, anche se sulla carta la costituente aveva progettato un testo democratico e razionalizzato (che garantisse maggiore governabilità). Come in ogni democrazia moderna, il ruolo dei contrappesi era stato previsto dalla costituente. Il dualismo Governo/Parlamento era infatti alla base dell’ordinamento statale (di tipo federale). L’impostazione generale era quella del semi-presidenzialismo (non ancora teorizzato dalla dottrina dell’epoca), con un presidente eletto direttamente (con un mandato di 7 anni) ed un rapporto fiduciario tra governo e parlamento. Il cancelliere (primo ministro) e tutti i ministri, nonostante venissero nominati dal presidente, necessitavano dell’approvazione del Reichstag.

Fin qui non sembrano esserci particolari rischi di derive totalitarie, il problema risiedeva però negli eccessivi poteri lasciati al presidente. In primo luogo non erano stati previsti limiti alla sua rielezione. Un candidato poteva essere rieletto un numero teoricamente infinito di volte. Questa scelta, abbinata alla pressoché totale libertà di scioglimento del Reichstag, consentiva al presidente di eliminare tutte quelle assemblee a lui contrarie. L’unica limitazione era quella di non poter sciogliere la camera con la stessa motivazione più di una volta; limite aggirabile con estrema facilità. Inoltre il presidente disponeva di vastissimi poteri emergenziali, le cui condizioni di esercizio erano molto generiche. Tali poteri avevano una portata vastissima ed includevano la “sospensione dei diritti di libertà”, nonché la possibilità di legiferare senza l’apporto del parlamento. Quello che mancava era quindi un giusto contrappeso allo strapotere presidenziale.

Il Reichstag era per sua natura un organo debole, eletto con sistema proporzionale che non garantiva maggioranze forti. Il suo unico potere in ottica anti-presidenziale era quello di chiederne la revoca, attraverso un referendum. Però, in caso di sconfitta della mozione, il mandato veniva automaticamente rinnovato per altri 7 anni: un rischio molto alto per l’assemblea, che rischiava di rafforzare ancora di più il presidente sgradito.La seconda camera (il Reichstrat rappresentativo dei Land) non aveva, invece, alcuna possibilità di arginare il presidente, potendo solo esercitare un’azione sospensiva sulle leggi. In questo quadro si venne a creare una situazione di totale sottomissione del parlamento nei confronti di questa figura, che pian piano acquisì sempre più potere.

Sotto la minaccia di scioglimento anticipato, il Reichstag divenne una stampella del Presidente, evitando qualsiasi azione contraria alla linea governativa. I governi nascenti non avevano il minimo rapporto fiduciario reale con le camere, contribuendo a creare sempre maggiori attriti con i rappresentati del popolo. Nonostante tutte queste criticità, attribuire a tale costituzione tutte le responsabilità per l’avvento di Hitler è comunque ingeneroso. Quello che però va attribuito a Weimar è la facilità con cui il dittatore austriaco prese il potere, dimostrando, ancora una volta, quanto sia importante un giusto sistema di contrappesi in uno stato democratico.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Dalle “radio libere” alla giungla del web

radio aliceIl 28 Luglio 1976 è un giorno epocale per la radiofonia e l’informazione libera italiana. Proprio in questo giorno, la sentenza 202 della corte costituzionale dichiara l’illegittimità delle norme che impedivano la nascita di radio private. In particolare si sfalda la regolamentazione predisposta dalla legge 103/1975, che garantiva il monopolio statale sulle trasmissioni radiofoniche. L’articolo 1 infatti dichiarava che “La diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai principi sanciti dalla Costituzione. Il servizio è pertanto riservato allo Stato”.

Gli articoli successivi proibivano qualsiasi attività correlata alla radiofonia, dall’installazione di impianti alla diffusione di programmi, persino per uso strettamente interno. Nonostante questi divieti le radio libere erano nate clandestinamente in molte città. Una delle più celebri era “Radio Milano International”, fondata nel 1975 da quattro ventenni: trasmettevano dalla cameretta di uno loro. Un preludio alla liberalizzazione che sarebbe scoppiata di lì a poco.

Il cavillo su cui facevano leva queste piccole realtà era il termine “circolare” incluso nella legge. Questa definizione lasciava spazio a innumerevoli interpretazioni ed aprì uno spiraglio per l’elusione della norma. Il monopolio riguardava infatti le trasmissioni circolari: un’antenna emittente e tanti destinatari. Quindi, in linea teorica, chi colloquiava via radio con dei destinatari prefissati non violava questi principi. Con questo escamotage nessuno poteva essere perseguito per il solo possesso di impianti radiofonici, visto che non necessariamente rappresentavano un’aperta violazione della legge.

Inoltre, già nel 1974, la Corte Costituzionale aveva permesso la trasmissione in locale via cavo, iniziando uno sdoganamento delle trasmissioni a corto raggio cablate. Anche questo contribuì alla successiva apertura da parte della corte costituzionale. Il paese stava acquisendo una nuova sensibilità verso una diffusione pluralista delle notizie e la Consulta non poteva restare a guardare. Con la sentenza in oggetto la diffusione locale libera diventa via etere, permettendo la nascita di grandi gruppi radiofonici nazionali. Questi ultimi iniziarono ad utilizzare una serie di ripetitori locali per far rimbalzare il segnale in ogni zona d’Italia, non violando i termini previsti dalla Corte (in linea teorica ogni ripetitore era una radio locale).

Da quel luglio di 41 anni anni la strada percorsa dall’informazione è stata lunga. La problematicità legata alle “radio libere” sembra ormai preistoria, in questo mondo digitale che pare non avere regole. Proprio questo è forse il problema attuale, l’assenza totale (o quasi) di regolamentazione, il passaggio da un eccesso all’altro determinato dalla capacità dell’innovazione di correre molto più rapidamente del legislatore la cui capacità predittiva, peraltro, appare fortemente appannata. Nello scorso secolo abbiamo assistito ad un eccesso legislativo sui media, mentre oggi sembrano essere lasciati alla mercé di chiunque, un libero terreno di caccia in cui i responsabili si riescono facilmente a occultare (significativa la storia del Blog di Beppe Grillo che porta il suo nome ma risponde solo di quel che porta la sua firma). L’esempio più lampante è il web, uno strumento tanto potente quanto pericoloso. Ognuno di noi può aprire un portale e diffondere notizie al mondo, con una scarsissima capacità di controllo da parte delle autorità. Non sono rari i casi in cui le informazioni più aberranti (vedasi tutte le bufale lanciate sui migranti) non possano essere attribuite al creatore, abilmente celatosi nella rete. Servirebbe certamente una via di mezzo; un punto di incontro tra l’anacronistico monopolio pre-1976 e la pericolosa (per la stessa libertà di pensiero) assenza di regole del 2017.

Federico Marcangeli
blog Fondazione Nenni