BLOG
Federico Parea

Federico Parea
I giovani, Del Bue e San Paolo

Bene hanno fatto Maria Pisani, Elisa Gambardella, Luigi Iorio e tanti altri giovani compagni, cui, salvo per l’età, mi associo, a rilanciare sul tema del rinnovamento generazionale nella gestione del partito, replicando alle recenti provocazioni di Mauro Del Bue e facendolo tanto schiettamente quanto in modo ragionato.
Al riguardo, credo proprio che abbiano centrato il punto, cioè che l’esperienza cui Del Bue faceva riferimento per spronarli, quella dell’avvento del corso autonomista alla guida del Psi nella seconda metà degli anni ’70, c’entri ben poco con gli anni che corrono e non solo per dimensioni e disponibilità imparagonabili, anche economiche, tra partito di allora e quello di oggi, ma soprattutto per come è venuta meno nella società l’idea stessa di un professionismo politico, personale e collettivo, slegato da un protagonismo sociale. E mi sento di aggiungere, per inciso, che proprio l’assenza di verticalità su questo tema costituisca la debolezza maggiore delle riflessioni sul rinnovamento dell’organizzazione del partito così come sviluppate negli appuntamenti recenti di Bologna e di Napoli, incentrate su elaborazioni non più attuali e inadeguate, ormai, a reggere l’urto di questa fase (sostanzialmente si sta ridiscutendo di un odg presentato da Maria Pisani al Congresso di Salerno, che aveva come base un testo di Vincenzo Iacovissi, altro giovane di valore).
Il confronto tra Maria, Elisa e Luigi, da una parte, e Mauro, dall’altra, indica anche altro. A rilevare non è solo l’incontro/scontro tra due generazioni, che discutono del loro fisiologico avvicendamento. C’è una particolarità, infatti, che sottosta ai ragionamenti di tutti e che rende ancora più delicata e urgente questa sostanza. Mi riferisco all’idea che a traguardare la guida della comunità socialista possa essere una generazione non più coinvolta con la stagione del Psi ante 1992. Perché diciamocela tutta: un po’ perché era necessariamente così, un po’ perché era anche giusto, la regola che i partiti e i movimenti socialisti post 1992 si reggessero in ultima e unica istanza su un cavalierato di “chi c’era prima” ha costituito una premessa data fin troppo per scontata e forse non ancora da tutti, giovani e vecchi, ben inquadrata e superata.Torna però in mente il dissidio tra San Pietro e San Paolo, tra chi riteneva imprescindibile l’impronta giudaica nell’adesione al cristianesimo e chi affermava l’originalità della fede cristiana. Se avesse prevalso l’assunto di un cristianesimo come sola evoluzione di una coscienza ebraica, oggi giorno, conteremmo un numero ben inferiore di cristiani nel mondo.

Federico Parea
Segreteria nazionale PSI

Federico Parea
Appunti per Orvieto 

Nell’arco di pochi giorni, abbiamo registrato non poche notizie positive in materia di economia nazionale.

I dati dell’Inps sull’utilizzo della cassa integrazione hanno segnato drastiche riduzioni, nell’ordine di decine di punti, nel ricorso allo strumento.

Con la sua ultima nota congiunturale, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha rivisto al rialzo i valori di crescita di PIL per l’anno in corso, peraltro confermando quanto già annunciato da Bankitalia con il proprio recente Bollettino economico.

Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha collocato l’asticella del PIL italiano ad un livello più ottimistico rispetto alle previsioni del DEF del Governo. A riguardo, inoltre, molto interessante e positiva la nota dell’istituzione internazionale, così come riportata da un’anticipazione del rapporto sulla situazione italiana di cui ha riferito il Corriere della Sera, in base alla quale si registra nei conti italiani una “tendenza zero” nel rapporto deficit/PIL nel giro di qualche anno.

Tuttavia, il FMI non manca di segnalare una criticità nazionale tuttora irrisolta, ovverosia quella di una pubblica amministrazione definita come “costosa, inefficiente, arretrata e affetta da una generale corruzione”.

Le osservazioni di Washington sul punto non sembrano lontane dalle considerazioni che Sabino Cassese ha svolto, sempre sul Corriere, nella giornata dell’altro ieri, 22 luglio, ricordando come nei “rami bassi” delle istituzioni si registrino le maggiori carenze dello Stato e dei poteri minori:  ritardi, inadeguatezze, bizantinismo, scarsa capacità di amministrare, poca competenza di gestori, uso inefficiente delle risorse, irrazionale distribuzione del personale, inadeguato ascolto dei bisogni dei cittadini, continue interferenze tra giudici e amministratori.

Nel mettersi al lavoro per il prossimo happening socialista di Orvieto (8 e 9 settembre 2017), che sarà arricchito da tante esperienze e  testimonianze di amministratori locali e non, sarebbe più che opportuno dedicare una seria riflessione allo scenario commentato da Cassese e che ha ricevuto l’interesse del FMI.

A ben vedere, è proprio tra i “rami bassi” delle istituzioni che incrociano le vie dello sviluppo economico, della partecipazione, della solidarietà sostenibile. Ed è rispetto a quell’ambito che si deve e, soprattutto, si può fare ancora molto e di più.

Federico Parea
responsabile nazionale economia Psi

Federico Parea
D’Alema, Renzi, Pisapia 

All’indomani dell’ultima riunione dell’assemblea nazionale del Pd, non in pochi salutarono la rottura tra Renzi e la sinistra interna come una grande, per alcuni storica, occasione di rifondazione della sinistra.

Non fu e non poteva essere che un abbaglio. Fu, forse e soprattutto, una speranza, animata tanto dall’ottimismo della volontà, quella di ridare una collocazione più naturale alĺ’avvenire del riformismo italiano, quanto dal pessimismo della ragione, di fronte ai contorni entro cui erano maturate le fasi conclusive del governo Renzi.

Senza perdersi in analisi troppo approfondite, molto più prosaicamente, bastava porsi una semplice domanda: poteva essere un progetto targato D’Alema il futuro della sinistra italiana? La risposta era, è e sarà sempre scontata.
Ciò detto, allo sviluppo di una simile riflessione, andrebbe oggi aggiunto un secondo interrogativo: siamo certi che riesca ad esserlo Renzi, il futuro del riformismo?
Alcuni, in questo senso, ritengono inappellabile la bocciatura politica recapitata dagli elettori lo scorso 4 dicembre e giudicano come irrimediabile il logoramento del profilo pubblico dell’ex premier.
Lo si dica con serenità, tali e simili giudizi hanno una loro fondatezza. Va osservato, però, che essi sono spesso il risultato di un metodo poco convincente, dettato da un eccesso di severità nella valutazione dell’attività del precedente governo e facente perno su considerazioni intorno al carattere dell’ex presidente del consiglio al limite del pregiudizio personale.

In realtà, così oggi come ieri, il tema da porsi è quanto la leadership di Renzi sappia e possa ancora porsi come motore di discontinuità per un Paese che di continuità (in tutto: politica, società, economia, istituzioni) sta morendo soffocato.
La cronaca delle vicende congressuali del Pd dipingono, in questa prospettiva, un ritratto impietoso ma illuminante.
Impietoso perché sembra che la sfida in corso non sia altro che un contest tra 50 sfumature di qualunquismo, tra quello spleen-comunista di Orlando, quello giudiziario 4.0 di Emiliano, quello veltroniano di ritorno di Renzi (che al Lingotto, non a caso, proprio dove esordì Veltroni nel 2007, ha annunciato di volere lanciare la sua ri-candidatura a segretario).

Illuminante perché mai come oggi è chiara l’intuizione di chi non ha mai creduto in questo Pd, Renzi o non Renzi, in quanto vocato per costituzione ad essere spada e scudo della conservazione e dello status quo.
Proprio su un’ipotesi di rinnovamento, la più rovinosa possibile,la cosiddetta rottamazione, Renzi sembrava avere trovato l’abbrivio giusto per contenere l’attitudine conservatrice del proprio partito. La sfida consisteva non semplicemente nel lasciare fuori dal parlamento questo o quel leader imbolsito, ma nell’aggredire frontalmente i totem di una comunità che negli anni aveva via via sostituito l’idea di una riforma della società con la prospettiva di una gestione di singoli corpi sociali, a regola della quale ad assumere rilevanza nel disegno della politica erano le equivalenze giustizia uguale magistrati, scuola uguale insegnanti, lavoro uguale sindacati, autonomie locali uguale Anci. Così via, fino all’ultima equivalenza, la più insidiosa e perniciosa di tutte:politica uguale ceto di partito e centrosinistra uguale Pd.

E’ proprio nell’affrontare quest’ultimo totem, quello relativo al ceto politico e al proprio partito, che Renzi si è fermato, probabilmente anche in ragione di un difetto di origine del proprio modello di leadership, troppo individuale, verticale, centralista, chiusa (evidentemente l’unico modello che poteva e può crescere nel Pd). Ed è proprio su questo fronte che andrà misurata, da oggi in poi, la sua capacità di riprendere slancio.
In attesa di capire quali scelte, per sé ed il suo seguito, l’ex premier vorrà intestarsi, non rimane che capire se vi siano altri ambiti entro cui fare crescere una proposta che, alle condizioni date, possa offrire elementi di interesse, anche e soprattutto nel superamento di quei limiti che le considerazioni svolte sopra hanno indicato, e nel segno e direzione, quindi: della riconquista di una prospettiva di riforma generale per l’Italia e non di bieca conservazione e gestione di rendite di posizione per le solite classi, consorterie e corporazioni; della creazione di un campo di partecipazione che non si autolimiti al recinto del Pd ed alle sue dinamiche interne pavloviane; della costruzione di modelli di leadership diffuse, condivise, radicate nei territori.

In questo senso, non si è all’anno zero, I confronti che si registrano nelle autonomie locali (ma siamo sicuri che la dialettica in senso al Consiglio comunale di Milano, ad esempio, sia da catalogare come ‘locale’?) offrono più di un esempio di partecipazione al dibattito pubblico di espressioni talvolta disordinate e magari di difficile definizione ma incontestabilmente politiche a tutti gli effetti, Forse è tempo che il mondo del civismo, più o meno organizzato e guardando soprattutto a quanto avviene nei contesti metropolitani, trovi i giusti canali e le forme migliori per svolgere il proprio contributo sullo scacchiere della politica nazionale. Forse è tempo che i partiti non si limitino ad alzare la barriera sgarrupata della contrapposizione tra impegno civico e impegno di partito, poiché la società civile è nulla se non si orienta politicamente e la società politica muore se non si alimenta di partecipazione civile.

Chissà se Pisapia, lanciando la suggestione del campo progressista, abbia in mente qualcosa del genere. A volte, a dire il vero, è sembrato che il suo messaggio si indirizzasse un po’ troppo, e di fatto si confinasse, ad un’area ben delimitata degli schieramenti tradizionali. Di certo, quella dell”ex sindaco, soprattutto per le caratteristiche del suo profilo personale e quelle della storia della primavera milanese arancione del 2011, ha tutti i crismi per essere una scommessa da cogliere e non lasciare cadere.

Federico Parea

Federico Parea
L’Arlecchino del No

Quella di Aldo Cazzullo è indubbiamente una delle penne più ispirate del giornalismo italiano. Non è da lui, in questo senso, l’articolo apparso sul Corriere del 14/10, dal titolo “Il ritorno della Prima Repubblica nella battaglia del 4 dicembre” e dedicato all’incontro organizzato dalle fondazioni Italianieuropei, leggi D’Alema, e Magna Carta, vai alla voce Quagliariello, per promuovere le ragioni del No al prossimo referendum costituzionale e che ha visto la partecipazione, tra gli altri e oltre ai padroni di casa già ricordati, di Gianfranco Fini, Cesare Salvi, Paolo Cirino Pomicino, Lamberto Dini, Stefano Rodotà.

A colpire è, anzitutto, l’impianto dell’accusa ai partecipanti il meeting, grevemente impostato, anche per effetto di un impietoso servizio fotografico a corredo, sulla loro condizione di persone non più giovani. Non si ricordano, almeno sul Corriere, canzonature del novantenne Cuccia o dell’ottuagenario Gianni Agnelli, per non dire che non pare un limite, ad esempio, per Repubblica farsi dettare l’editoriale domenicale dall’ultranovantenne Scalfari. In sostanza, non si capisce perché non si perdoni a chi ha fatto politica quello che nemmeno si nota quando si versa negli ambienti del giornalismo o della finanza o dell’industria.

Non è solo questione di canizie, tuttavia, quella che solleva Cazzullo. Quanti hanno animato l’iniziativa dalemiana – non ce ne voglia Quagliariello, ma di questo si tratta – non sono solo vecchi, sostiene il giornalista, ma anche reduci. E reduci di che? Nientepopodimeno che della Prima Repubblica.
Qui, si direbbe, l’errore è blu. Infatti, non dovrebbe sfuggire ad un commentatore attento come Cazzullo che, se è vero che le carriere di D’Alema o di Fini o di Dini abbiano radici, chi più e chi meno, nelle istituzioni e negli apparati degli anni ’70 e ’80, è solo con gli anni successivi al 1994 che salutiamo le esperienze di questi, come di tanti altri animatori del fronte del No, ai vertici della politica e dello Stato. Se si vuole parlare di reducismo, allora, si riferisca più propriamente alla Seconda Repubblica e non alla Prima.
Non è, quest’ultima, una precisazione da poco, per una questione di metodo e una di merito. Uno dei germi che ha prodotto il mostro della Seconda Repubblica è stato proprio l’effetto deresponsabilizzante – per la società civile, media in testa, prima ancora che per la classe politica – provocato dall’agitazione indiscriminata e indistinta del fantasma della Prima. Se il Paese versa nella condizione critica che tutti riscontriamo, forse, sarebbe ora di smettere di perseverare in questo viatico e iniziare a fare responsabilmente i conti con la nostra storia, sia come individui che come animatori di soggetti collettivi. E, di qui, al merito della questione. Gli anni dal 1994 al 2016, dalla prima legislatura post tangentopoli all’anno del referendum costituzionale, non sono una lunga parentesi ma un breve ciclo nel corso degli eventi della storia repubblicana. Le riforme costituzionali votate nel corso delll’attuale legislatura non sono necessarie ai fini del superamento della Prima Repubblica, ma sono rese urgenti dal fallimento della Seconda, quella dei D’Alema e dei Fini, dei Prodi e dei Berlusconi, dei Veltroni e dei Di Pietro, dei leghisti di Bossi, Maroni e ora Salvini.

A pensarci bene, in questo senso, le cose stanno nell’esatto opposto di come le descrive Cazzullo. D’Alema, Fini & Co,, paradossalmente, avrebbero migliore titolo e maggiore credito ad intestare le ragioni del proprio No alle proprie personali e distinte matrici novecentesche, dimostrando ciascuno per sé, individualmente, la fondatezza delle proprie posizioni nel richiamo alla storia ideale delle proprie origini nella Prima Repubblica, piuttosto che presentandosi, era questo l’elemento da rilevare, nel patchwork multicolore della classe dirigente dal 1994 in poi.

Dice bene Cazzullo, Renzi ha solo da sperare che D’Alema o chi altri riconvochi presto una riunione simile. Ma, se si vuole sostenere il fronte del Sì, non la si descriva più come quella dei reduci della Prima Repubblica. Sono l’Arlecchino redivivo della Seconda. Da mettere a risposo una volta per tutte.

Federico Parea

Federico Parea
Sereni, ma severi

Nemmeno un giornale dedito all’utilizzo spregiudicato di materiali giudiziari come Il Fatto Quotidiano è riuscito a trattenersi dal bollare come eccezionale la pronuncia del Tribunale di Roma, che ha disposto la sospensione degli effetti del congresso nazionale dello scorso aprile.
Eccezionalità che, tuttavia, non deve provocare disorientamento o, peggio ancora, reazioni scomposte nella comunità del partito. Le cause fanno parte della vita delle persone e non c’è scandalo che coinvolgano anche la vita dei partiti
Questa vicenda deve essere colta, anzi, come ulteriore occasione per chiarire che nel Psi ci sono persone per bene e che vogliono fare le cose per bene. Per dimostrare che le carte sono in ordine e i bilanci in regola. E se residuassero riserve, anche in sede di giudizio, circa la correttezza formale di questa o quell’altra determinazione, se ne prenderà atto senza drammi e si opereranno le dovute correzioni, puntualmente e rigorosamente e, soprattutto, con tutta la serenità del caso. Perché questo è ciò che più di ogni altra cosa non deve mancare in queste ore: la tranquillità che viene dalla consapevolezza non solo di avere operato per il meglio di tutti, ma soprattutto di non avere lavorato per ledere le prerogative di alcuno.
Sereni, quindi, verso la causa in corso, ma severi nei confronti di chi questa causa ha promosso. Troppe volte, in questi mesi, in troppi hanno fatto come nulla fosse di fronte alle lettere degli avvocati prima e alle citazioni in giudizio poi, tanti hanno finto di non capirne la gravità, molti hanno sperato che la grana si risolvesse da sé. In troppi, troppe volte, hanno preferito non interrogarsi sulla meschinità profonda delle azioni intentate e non domandarsi fino a che punto quelle iniziative ci avrebbero portati. Oggi, anche grazie all’ordinanza del tribunale e ai suoi primi effetti, lo scenario è chiaro in tutta la sua ruvida concretezza, e cioè che c’è di un gruppo di persone che ha l’obiettivo dichiarato di portare al discredito e, quindi, alla rovina il partito e quel che resta dell’esperienza organizzata dei socialisti italiani e che ha stabilito di farlo non sul campo della politica e dell’adesione alle proprie posizioni, bensì su quello dell’attacco alla reputazione, al buon nome del partito e dei suoi dirigenti, alla fiducia e solidarietà interna alla comunità. Iniziativa indegna di persone che la piccola e grande storia del socialismo italiano di questi anni si incaricherà di marchiare inappellabilmente con simile segno.

Federico Parea
segreteria nazionale Psi

Federico Parea
Farsene una ragione?

Dovremmo farci semplicemente una ragione di un candidato sindaco che usa come argomento polemico l’antica vicinanza del proprio competitore a Gianni De Michelis, mentre un altro, sempre in corsa per una grande città, ritiene importante e opportuno, in piena campagna elettorale, mostrarsi in raccoglimento di fronte al sepolcro di Enrico Berlinguer?

Dovremmo forse fare finta di non sentire quando il Presidente del Consiglio dice che lo Statuto dei lavoratori non fu votato dalla sinistra, intendendosi per essa il solo Pci, ignorando che quella fosse una legge socialista e voluta da un socialista, o quando afferma, lui che ritiene di ispirarsi a Blair e per questo ci piace, di preferire ancora Berlinguer a Craxi?

Dovremmo forse distrarci quando i grandi giornali fanno riscrivere la storia della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia da Ciancimino Jr e non da Martelli o quando ogni 23 di maggio ci tocca sorbire celebrazioni di Falcone proprio da chi e da quegli ambienti che Falcone in vita osteggiarono pervicacemente?

La risposta a queste o altre cento domande come queste è una e una sola ed è no. Le ragioni che la storia consegna al movimento socialista italiano vanno custodite e gelosamente. Di più, per esse va preteso rispetto. Da tutti, nessuno escluso.

E perché questa sia una posizione forte e credibile, occorrono due ingredienti: severità e rigore. Severità nel riconoscere che i socialisti stessi non sono esenti da responsabilità rispetto all’affermarsi nel dibattito pubblico di certi luoghi comuni e tendenze di opinione. Rigore nel non piegare la ragione a pretesto. Non c’è gaffe grossolana, malizia cinica o insolenza prepotente che possa giustificare di per sé sola opzioni politiche che con le ragioni della storia socialista c’entrano poco, per non dire che contrastano molto. Perché l’onore dei socialisti non si difende sostenendo Grillo o Salvini.

Federico Parea

Federico Parea
Lo scuro

I primi passi della campagna referendaria del Presidente del Consiglio, compreso l’impegno al ‘tutti a casa’ in caso di sconfitta, sono stati accolti con l’usuale distrazione e prontamente bollati come inevitabili ingenuità e fughe causate dal suo ego smisurato e dalla sua incontrollabile arroganza.
La vera ingenuità, tuttavia, per non dire superficialità, è quella con cui troppi commentatori osservano ancora il metodo Renzi, pure a diversi anni dalla sua affermazione, ormai anche su scala nazionale,
Che il Presidente non manchi di autostima, non è certo una scoperta (ditemi voi, per inciso, se avete mai trovato un leader politico con un ego esitante…). Quello che si confonde per un dato del carattere, però, è un elemento, se non l’elemento, centrale della sua iniziativa. Renzi non è nuovo in quanto tale, ma è nuovo in quanto rottamatore della vecchia classe politica. Renzi non è garantista per studio, ma perché si pone duramente verso la classe professionale, i magistrati, che per l’opinione pubblica garantisti non sono. Renzi non è un innovatore del mercato del lavoro per vocazione, ma perché si oppongono a lui quanti, in materia di lavoro, passano per essere, per sentimento diffuso, i conservatori per eccellenza, cioè i sindacati. Ciò basti a raccontare che la via del contrasto è stata ed è quella più utile a Renzi per definire il proprio profilo, trasmettere il proprio messaggio e affermare le proprie posizioni. Un metodo che vale per l’esterno così come per l’interno del suo mondo, perché attraverso questo percorso di ripetute contrapposizioni, Renzi ha altresì selezionato e seleziona la propria tribù, in una sorta di dimostrazione costante un po’ di resistenza e un po’ di fedeltà.

Si dice, poi, che la scelta di personalizzare la disfida referendaria non possa che rivelarsi infelice, non dandosi via migliore di questa per catalizzare su una posizione avversa non solo gli oppositori al quesito referendario in sé ma anche quanti non abbiano in simpatia chi la personalizzazione medesima si è intestata. C’è però qualcuno che in buona fede ritenga che Salvini, Grillo, Berlusconi, Fini, Fassina, Vendola, Casa Pound, l’Anpi, l’Arci e così via avessero bisogno del guanto di sfida del Presidente del Consiglio per intendere quale fosse la vera posta di questa partita? Sarebbe utile ragionare, invece, su un altro aspetto.Diversi sondaggi e la stessa storia dei referendum suggeriscono che più l’affluenza sarà alta e più ci saranno possibilità di vittoria per il fronte del sì, per il semplice fatto che saranno portate ad esprimersi sul punto più espressioni libere da vincoli militanti, da condizionamenti di casta o da influenza da talk show. Non sembra assurdo ritenere, ma discutiamone, quanto la personalizzazione e, per certi versi, l’esasperazione del confronto referendario possa essere utile a sollecitare una affluenza più larga al voto.

L’ultima obiezione che viene mossa a Renzi è che non capisca che sia meglio vincere in tanti che non perdere da soli. Non si dimentichi, però, anche una diversa opzione, quella del perdere in tanti. È forse quella della sconfitta, e noi speriamo di no, una prospettiva ancora insondata, non liquidabile nella presa d’atto del ‘tutti a casa’ e che si dovrebbe ragionare con assoluto scrupolo. Non si crede certo che il Presidente del Consiglio abbia pronto un piano B, in caso di sconfitta. Non sarebbe nemmeno plausibile, tuttavia, non ritenere che le scelte di oggi non stiano anche a prefigurare i posizionamenti di domani, succeda quel che succeda, in una partita così difficile e incerta.
Nel gioco del biliardo si va a punti o si cerca la difesa. In un caso o nell’altro, l’importante è sapere sempre in quale senso sia più utile sbagliare il colpo, per non lasciarsi scoperti al gioco dell’avversario. Renzi è toscano e chissà se non abbia imparato qualcosa dal Lotti una volta più famoso, Marcello, detto lo Scuro.

Federico Parea

Il referendum, l’Anpi
e Casa Pound

“Venga, discutiamo di come vincere il referendum”, così Simone di Stefano, vice-presidente di Casa Pound, intervistato da Luca Telese su Libero di lunedì 16/05, si rivolge a Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi.
Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo originale accostamento tra un’organizzazione che si dichiara erede del fascismo e l’associazione nazionale dei partigiani. Non indifferenti e, di sicuro, legittimamente disorientati, se il dato è che l’Anpi, che sostiene il NO al referendum in nome di una questione democratica, si trova a condividere le posizioni di Casa Pound, che, in quanto organizzazione post fascista e contraria ai fondamenti della democrazia costituzionale, in base ai principi antifascisti professati dall’Anpi stessa, non dovrebbe avere ragione di esistere.

Non di meno, se il venire a capo di questa pesante e non apparente contraddizione spetta ai diretti interessati, tale vicenda può essere utile a svolgere più in generale alcune riflessioni in ordine allo qualità del dibattito che si sta sviluppando intorno al referendum costituzionale.

Una prima e più generale circa i modi e gli effetti dell’impegno diretto delle espressioni organizzate della società sui temi del dibattito pubblico e più propriamente politico.

Verrebbe anzitutto da chiedersi perché in Italia sia sempre così poco avvertita la dimensione del coinvolgimento e, soprattutto, del convincimento individuale delle persone e così sentita, invece, la regola per la quale ci sia sempre qualcuno e in ogni occasione, sia esso un prete oppure un sindacalista oppure un capoultrà, che si senta incaricato di spiegare al popolo cosa pensare e cosa decidere.

Ciò premesso, non è certo in discussione il diritto dell’Anpi, così come per qualsiasi altra associazione, di partecipare con la più piena libertà e autonomia al dibattito pubblico su questo o quel tema. Nella consapevolezza, tuttavia, che tale diritto si accompagna alla condizione irrinunciabile che con tutti gli attori di quel contesto, nel bene o nel male, piacciano o non piacciano, ci si debba misurare, senza sconti per nessuno e con tutti i rischi che possano prodursi alla propria reputazione. Lo si consideri prima per non indignarsi poi di fronte alle battute del ministro Boschi.

Legittimo, ovviamente, che ciascun soggetto, individuale o collettivo che sia, possa ritenere giustificabile mettere in gioco la propria autorevolezza per una prova che veda credibilmente in gioco l’affermazione di principi di rango superiore. Credibilmente in gioco, però. Perché che le riforme costituzionali in discussione, queste come qualsiasi altre, producano effetti sulla qualità, sul carattere e sui tipi della nostra democrazia, è finanche banale a dirsi e, altrimenti, non sarebbero riforme. E’ tuttavia possibile che, in Italia, qualsiasi ipotesi concreta di modifica delle istituzioni debba essere catalogata a prescindere e affrontata come un attacco al sistema democratico in sé? E’ mai possibile che, in queste materie, le voci dei contrari non riescano mai a disincagliarsi dalla monotonia delle accuse di deriva autoritaria, di rischio golpe, di regime imminente? E ciò, si badi, che si parli indistintamente di preferenze nella legge elettorale, di superamento del bicameralismo, di listini per i senatori, di abolizione delle province, di accorpamento di comuni da mille abitanti. Come a dire che l’unica riforma buona è quella che non si fa, con buona pace di un sano e costruttivo confronto di merito.

Non è una novità, d’altronde, che la ricetta del non fare sia tra le preferite di un certo numero di italiani, di indole conservatrice a destra come a sinistra, mossi da una combinazione di forte gelosia del presente proprio e spiccata irresponsabilità per il domani degli altri. L’esempio di Casa Pound, però, che questa vicenda ha illuminato, ci ricorda anche altro. Perché mai, infatti, un’organizzazione che si ispira ad una storia in oggettiva opposizione alla Costituzione si pone oggi come presidio attivo dell’intangibilità della stessa? Forse per la ragione semplice che come tutte le forze antisistema, che improntano la propria iniziativa alla regola aurea del “tanto peggio, tanto meglio”, i ragazzi di Di Stefano hanno bene inteso che non ci sia migliore carta da giocare sul tavolo del collasso del Paese che non quella di lasciare le cose come stanno.

Speriamo siano in tanti a capirlo e proprio per questo votino SÌ al prossimo referendum, facendo l’esatto contrario di quanto costoro propongono insieme all’Anpi, ma anche con Salvini, Grillo, Vendola, Fini e Berlusconi. Tanto per non fare torto ad alcuno di questa bella e larga compagnia.

Federico Parea

Weidmann, i conti e due dubbi

Ospite della ambasciata tedesca a Roma, il presidente della Bundesbank Weidmann ha tenuto una relazione che non sembra inappropriato definire come un vero e proprio attacco alla politica di bilancio italiana. Principali oggetti del biasimo del banchiere teutonico, i nostri conti pubblici, in generale, e il debito pubblico nazionale, in particolare.

Si potrebbe discutere circa l’opportunità di una simile sortita, stanti il ruolo di Weidmann e la sede italiana dove è stata professata, letta parola per parola, la lezione. Tuttavia, questa occasione può essere meglio spesa per ragionare nel merito degli argomenti trattati dal governatore tedesco.

Che il debito pubblico italiano sia alto e che ciò costituisca un dato non secondario nella valutazione del nostro sistema e delle prospettive di sviluppo di esso, è finanche un’ovvietà. Il punto è che i conti pubblici del nostro Paese, nel silenzio, purtroppo, dei maggiori organi dell’informazione nazionale, quasi uniti nel motto “finché c’è crisi, c’è speranza”, offrono un’altra verità, quella raccontata, ad esempio, dagli studi della Fondazione Edison e, in particolare, dall’opera del suo economista di punta, Marco Fortis.

E questa verità ci dice che non solo alcuni indicatori (ad esempio il rapporto deficit/pil, il valore dell’avanzo primario, il contenimento del debito negli anni della crisi) pongono l’Italia tra gli stati più virtuosi dell’Unione, ma anche che i deterioramenti peggiori nei nostri conti si sono registrati proprio negli anni in cui – 2011-2014, governi Monti e Letta – la dottrina della austerità tanto cara ai tedeschi è stata applicata con maggiore rigore.

Tutto risolto, allora? Ovviamente, no. In materia, due dubbi di non poco spessore rimangono sullo sfondo. Un primo ben rappresentato dalle perplessità esposte recentemente sul Corriere dagli economisti Alesina e Giavazzi, circa il fatto che lo slancio del Governo sulle riforme economiche, al contrario di quelle istituzionali, si sia arenato. Un secondo circa la linea che il Governo intenda adottare nel rapporto con l’Europa. Il ballo della mattonella intorno ai decimali dei conti pubblici, forse, non solo non è più quello che ci vuole, ma non sarà quello che ci serve qualora lo scenario politico del continente, tra muri al Brennero e Brexit, debba presto salutare escalation ben più drastiche.

Federico Parea

L’Orlando silente

Si dice tanto circa la raffinata erudizione, l’indiscusso puntiglio professionale e sensibilità giuridica o l’incontestabile levatura culturale di Piercamillo Davigo, magistrato arcinoto, già star del pool di Mani pulite e da pochi giorni presidente dell’ANM. Sarà. Non abbiamo motivo di dubitarne e, per essere schietti, nemmeno interesse.

Tuttavia, ci sia consentita più di una rispettosa riserva sul semplicismo un po’ rozzo e grossolano delle dichiarazioni che, a fare data dalla sua elezione al vertice del sindacato dei giudici, il nostro ci propina a reti ed edicole unificate, ben compendiate nell’intervista a tutta pagina 5 del Corriere della Sera di oggi, dal titolo a effetto “I politici continuano a rubare, ma non si vergognano più”.
Come altrimenti regolarsi, infatti, di fronte a frasi del tenore: “[I politici] non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi”, “non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti”? Oppure come intendere sentenze del genere: “Nel 1994 erano crollati cinque partiti, tra cui quello di maggioranza relativa e tre che avevano più di cent’anni. Però noi eravamo stati come i predatori che migliorano la specie predata: avevamo preso le zebre lente, ma le altre zebre erano diventate più veloci. Avevamo creato ceppi resistenti all’antibiotico. Perché dovemmo interrompere la cura a metà”,  “[in Italia] non ci sono troppi prigionieri; ci sono troppe poche prigioni”?
Avremmo tante domande da rivolgere al dott. Davigo, su quello che è stato e su quello che egli intenda debba essere il ruolo dei magistrati rispetto alla qualità della nostra democrazia.
E avremmo tanto da chiedere ai poteri dell’informazione nazionale circa l’esposizione fuori ogni buonsenso e senza alcun pudore critico di posizioni e tesi di tal fatta.

Una domanda, però, vogliamo porla subito: il Ministro della Giustizia non ha proprio nulla da dichiarare?

Federico Parea