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Felice Besostri

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

Qualche ragione per votare No

Sono un sostenitore del confronto e non dello scontro e il fatto che uno dei primi confronti pubblici dalle mie parti si svolga nella ‘Sala della trasparenza’ in via della Libertà a Cesano Boscone, mi sembra un buon segno, come anche che la sezione del PD sia intitolata a Calamandrei: che tuttavia non potrà essere arruolato post mortem da nessuno in quanto oppositore deciso di ogni intervento del governo in materia costituzionale, ma anche favorevole ad un sistema presidenziale. Noi stiamo riuscendo in un capolavoro di prevedere in modo ipocrita un’elezione diretta del primo Ministro, ma senza le garanzie di un sistema presidenziale, tra le quali vi è la netta separazione dei poteri.

Con l’Italikum, nome gentile, per un Porcellum mascherato, invece l’esecutivo controlla il legislativo.
Negli Stati Uniti il sistema elettorale è maggioritario nella Casa dei Rappresentanti e i 2 senatori per ogni Stato federato dai 628.000 circa del Vermont ai 38 milioni della California, sono tutti eletti dai cittadini. Non era così all’inizio: i senatori erano eletti dalle assemblee rappresentative degli Stati. Cambiarono il sistema perché era fonte di corruzione e di compravendita della carica. Non corriamo questo pericolo, perché la maggioranza dei consiglieri regionali sono già stati rinviati a giudizio prima di eleggere i futuri senatori.
Gli italiani o i loro partiti sono contrari al maggioritario benché a rigore sia perfettamente costituzionale: l’ha detto di passaggio la Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2014, quella di annullamento del Porcellum. Per quadrare il cerchio, impossibile in geometria, ma non in politica abbiamo fatto un proporzionale con premio di maggioranza: un ossimoro allo zenith. Se non si vuole il proporzionale perché non adottare un bel maggioritario scegliendo tra quello all’inglese, first past the post,o alla francese con ballottaggio?
La risposta è semplice: i sistemi maggioritari, tutti, hanno un difetto pretendono che si conquisti la maggioranza assoluta dei seggi collegio per collegio, uno per uno. Se un sistema è tripolare non puoi ridurlo col trucco a bipolare con un ballottaggio fasullo tra i primi due senza soglia di accesso e senza ammettere come in Francia tutti quelli che hanno almeno il 12,50 % degli aventi diritto al voto. Da noi è irrilevante la partecipazione degli elettori. Il premio in seggi è lo stesso che partecipino maggioranza degli elettori o neanche il 38 per cento come in Emilia romagna nel 2015. Il premio è sempre 340 seggi sia che uno abbia il 40% dei voti validi cioè conteggiando le schede bianche e quelle per liste sotto al 3%, mentre al ballottaggio vanno le due liste più votate, quindi senza le bianche e senza quelle sotto soglia.
Dunque, il premio di maggioranza è inversamente proporzionale al consenso elettorale, per una Costituzione che all’art. 48 prevede il voto uguale è una bella innovazione.

Last but not least il nuovo articolo 57 prevede che i senatori siano eletti dai consigli regionali con metodo proporzionale (leggete, non credetemi sulla parola). Spero che tra i giuristi ci sia anche qualcuno con infarinatura di matematica. Come si fanno ad eleggere con metodo propozionale i senatori quando sono 2, di cui un sindaco in dieci regioni e province (2)? ovvero anche 3 di cui 1 sindaco in 2 regioni? Sono il 25% del nuovo Senato.
Quisquilie bisogna ridurre i costi della politica, l’argomentazione è volgare, ma efficace. Non si spiega perché la coerenza non abbia spinto ad abrogare il Senato invece di prevederne uno dove almeno 8 membri l’indennità la prenderanno ancora come i senatori di diritto e quelli a vita e la prenderanno i 5 di nomina presidenziale e i rimborsi e trasferta tutti e 100?Se la riduzione dei costi è un valore perché non ridurre la Camera che ha il doppio dei membri del Senato?
Felice Besostri

PS: quanto al confronto cerchiamo di cogliere il lato positivo apprezzando lo spirito di apertura dell’Avvenire dei Lavoratori, di Mondo Operaio e dell’Avantionline che si aprono alle ragioni del No. Invece scriveremo una garbata, ma ferma protesta alla RAI per lo scarso, quasi nullo, spazio dedicato alle ragioni del NO.
Una precisazione infine: essendo nato il 23 aprile 1945, come Mauro del Bue il 25, avevo un anno e due giorni: non ho partecipato alla lotta di liberazione e non sono un vero partigiano, ma sono iscritto alla FIAP, dai tempi di Aniasi, il comandante ISO, da prima di essermi iscritto all’ANPI.

La Germania a destra
ma senza alternative

Merkel-Schulz

Angela Merkel con Martin Schulz

Diverse le formule di governo uscente e tutte sconfitte: una Groβe Koalition a guida CDU nella Sassonia-Anhalt e due maggioranze rosso-verdi, nel Baden e nella Renania-Palatinato. Avanza ovunque la destra di “Allianz für Deutschland”. Interessante il risultato dei tre governatori uscenti: la “rossa” Malu Dreyer (SPD) tiene un confortevole 36,2% (+0,5%) nella Renania-Palatinato, trionfo personale del verde Winfried Kretschmann che sale al 30,3% (+6,91%) nel Baden-Württenberg, limita i danni il democristiano Reiner Haseloff che si attesta al 29,8% (-2,7%) nella Sassonia-Anhalt. Sinistra post-comunista a rischio irrilevanza.


di Felice Besostri

Che cosa emerge risultanti dalle elezioni tedesche in tre Laender tedeschi – Sassonia-Anhalt (SA), Baden-Württemberg (BW) e Renania-Palatinato (RP)? Da queste consultazioni – nelle quali sono coinvolti due Laender occidentali del sud cattolico e un Land orientale ex-DDR – escono due verità incontrovertibili.

Prima verità: una svolta a destra con la “Allianz für Deutschland” (AfD) che diviene secondo (SA) o terzo Partito (BW e RP) mietendo percentuali dal 12,6% (RP) al 24,2% (SA).

Seconda verità: la Linke non prende un voto dalle perdite a due cifre della SPD nel BW (-10,4%) e nella SA (-10,9%) e non entra per questo nei due Landtag del BW e della RP, inchiodata rispettivamente al 2,9% e al 2,8% a Ovest, mentre nel Land della ex DDR scende dal 23,7% al 16,3% passando da secondo a terzo partito, superato dalla AfD, che nel BW e nella SA supera anche la SPD.

Il terremoto politico tedesco è tale perché le formule di governo uscenti sono state battute ovunque. La vicenda delle politiche di accoglienza sta dimostrando che non ci sono vaccini politici o ideologici e che si pongono alla testa della chiusura delle frontiere esponenti di partiti del PPE e del PSE, come il fascistoide ungherese Orban o il socialdemocratico nazionalista slovacco Fico o i polacchi con “dio, patria e famiglia” sulle loro bandiere come “Prawo i Sprawiedliwość” (Diritto e Giustizia).

Prevalgono risposte emotive e nazionali tanto più esacerbate quanto più le politiche di austerità hanno ridotto il welfare state universale per tutti.

Finché guerre, carestie, epidemie, repressioni spingono alla disperazione e alla fuga decine di milioni di persone (nulla rispetto a quando verrà la volta delle migrazioni climatiche) si crea un flusso di migranti e profughi inarrestabile. Sono problemi che nessuna dimensione nazionale è in grado di affrontare senza mettere in forse la tenuta delle istituzioni democratiche.

Tuttavia, i successi sia pure episodici e controcorrente mietuti in due Land da Socialdemocratici e Verdi, che dal Governo e dall’opposizione hanno appoggiato la politica di apertura della Merkel sui profughi, stanno ad indicare che continua a esistere in Germania un’opinione pubblica vincolata ai valori democratici.

L’ANALISI DEL VOTO
Entrando nel merito dei numeri vediamo che sono state sconfitte nella SA la Grande coalizione CDU-SPD, nel BW e nella RP i governi rosso-verdi, sia pure con il successo spettacolare del Partito del Governatore, i verdi del Ministerpräsident Kretschmann nel BW con il 30,3% e 47 seggi e i socialdemocratici della Ministerpräsidentin Dreyer nella RP con il 36,2% (+0,5%). L’unico Governatore punito è stato Reiner Haseloff della CDU, anche se ha contenuto le perdite ad un -2,4% conservando il primo posto della CDU. Una vittima collaterale, particolarmente significativa, nella Renania palatinato è stata la democristiana Julia Klöckner, che ambiva a sostituire Frau Merkel, con una critica radicale alla sua politica di accoglienza. Ha perso credibilità dopo una campagna elettorale arrogante con la parola d’ordine di far diventare la CDU il primo partito e di sostituire Malu Dreyer alla testa del Land: risultato -3,4%. Alla CDU resta la soddisfazione che la maggioranza rosso-verde non c’è più per il crollo dei Verdi, che perdono i due terzi dei voti dal 15,4% al 5,3% passando da 17 a 6 seggi. Lo storico partito liberale migliora le sue posizioni conquistando complessivamente 24 consiglieri a fronte dei 7 uscenti, resta con incremento di voti e seggi nel Landtag BW con 12 consiglieri l’8,3%, entra nella RP con 7 seggi e il 6,2% e resta fuori in SA con il 4,9 %.

In Sassonia-Anhalt la maggioranza è di 44 seggi, nella Renania-Palatinato di 51 e nel Baden-Württemberg di 72. Dai dati elettorali in calce si evince che le maggioranze uscenti sono state sconfitte e alleanze con solo 2 partiti sono possibili nella RP con una grande coalizione SPD-CDU (77 seggi) e nel BW con una formula verde-nera (89 seggi). Scompare anche l’unica maggioranza, molto teorica, rosso-rossa nella SA, che contava su 55 seggi su 106.

La SPD della Renania ha escluso un’alleanza con la CDU, ma cercherà di mettere d’accordo con lei sia i verdi che i liberali, per una maggioranza al pelo di 51 seggi. La stessa formula, che i tedeschi definiscono “semaforo” (dai colori dei partiti SPD rosso, FDP giallo e Verde) può valere per il BW con una più larga maggioranza di 78 seggi su 143. In Germania la formula del Governo centrale non è decisiva per le coalizioni nei Laender. Ci sono state anche maggioranze “Jamaica” (dai colori di quella bandiera: CDU nero, FDP giallo e Verde). Il rebus è la SA a causa di trend concomitanti: il successo della AfD al 24,2%, doppio rispetto al 12,6% della RP, con una Linke terzo partito al 16,3%. In quel Land l’unica maggioranza possibile sarebbe un’inedita coalizione CDU, SPD e GRÜNEN.

I voti della AfD provengono da molte parti non solo dalla CDU, che in SA ha perso il 2,7%, nella RP il 3,4% e nel BW il 12% , solo in questo Land vi è una relazione stretta con il risultato della AfD (15,1%). Dal 2013 si sono intensificati i rapporti dell’ex socialdemocratico Thilo Sarrazin, un critico dell’immigrazioni, delle politiche sociali e dell’euro. Tranne che in SA è diminuito il voto per altre formazioni, tra cui i “Piraten”, ed è diminuita l’astensione in modo significativo: -4,2% in BW, – 8,6% in RP e – 9,9% in SA. In passato formazioni di destra con tratti neonazisti, come la NPD o i “Republikaner”, erano riuscite a passare la soglia del 5% ed essere rappresentati nelle assemblee dei Laender, ma mai con le percentuali della AfD, che è una destra molto più pericolosa in quanto più “rispettabile”.

I DATI ELETTORALI
Avvertenza:
in Germania non sempre il numero dei seggi è fisso e possono aumentare anche in maniera significativa quando ci sono partiti senza o con pochi mandati diretti, con la necessità di riproporzionalizzare la rappresentanza.

Baden-Württemberg
GRÜ 30,3% +6,91% seggi 47 (+11)
CDU 27,6% -12% seggi 42 (-18)
AfD 15,1% +15,1% seggi 23 (+23)
SPD 12,7% -10,4% seggi 19 (-16)
FDP 8,3% +03% seggi 12 (+5)
LIN 2,9% +0,1%
Altri 3,7% -1,9%

Renania-Palatinato
SPD 36,2% +0,5% seggi 39 (-3)
CDU 31,8% -3,4% seggi 35 (-6)
AfD 12,6% +12,6% seggi 14 (+14)
FDP 6,2% +02,0% seggi 7 (+7)
GRÜ 5,3% -10,1% seggi 6 (-11)
LIN 2,8% -0,2%
Altri 5,1% -1,4%

Sassonia-Anhalt
CDU 29,8% -2,7% seggi 30 (-12)
AfD 24,2% +24,2% seggi 24 (+24)
LIN 16,3% -7,4% seggi 17 (-12)
SPD 10,6% -10,9% seggi 11 (-15)
GRÜ 5,2% -01,9% seggi 5 (-4)
FDP 4,9% +01,1%
Altri 9,0% +2,0%

da L’Avvenire dei Lavoratori
qui scaricabile in pdf
anche su www.mondoperaio.net

 

Sinistra europea
o si unisce o scompare

OGGI IN SPAGNA, DOMANI IN ITALIA
Un compito per la sinistra nel XXI° secolo
Pensare come democratici e come sinistra

Analizzare le elezioni del 2015 in Spagna per trarne insegnamento politico è un modo di seguire, nel 70° anniversario nel 2016 l’esortazione lanciata da Carlo Rosselli alla Radio di Barcellona il 13 novembre 1936, anche oggi come allora occorre tenere in conto il contesto internazionale, che la lì a poco scateno La Seconda Guerra Mondiale. I tentavi di ricostituire una sinistra politica in Italia sono appena all’inizio e mostrano contraddizioni di fondo. La prima è che, malgrado che la politica economica e istituzionale( legge elettorale e revisione costituzionale) del PD sia il pericolo maggiore per la coesione sociale e la democrazia in Italia, dare per perduti alla causa tutti i suoi iscritti, quadri ed elettori limita a priori l’espansione di un’alternativa di sinistra. La seconda è che lo spazio politico di espansione è potenzialmente coperto dal M5S, verso il quale ci sono diffidenze e preclusioni, inesistenti o quasi nei confronti di Podemos. La terza. last but not least, è che con i gruppi dirigenti degli spezzoni organizzati esistenti della sinistra, a prescindere da chi si è già chiamato fuori, difficilmente si annuncia un radioso futuro, ma contro di essi il processo di ricomposizione unitaria neppure inizia.

La stessa parola “sinistra” è un problema, perché indica una posizione nello scacchiere politico, ma non una direzione di marcia (se fosse tale sarebbe un girare in tondo antiorario) e come aggettivo non è di buon auspicio. Senza un aggettivo qualificante è quanto di più indeterminato ci possa essere. Edgar Morin quando parla della sua sinistra1, che dovrebbe essere anche la nostra, sicuramente la mia, parla dei suoi filoni ideali storici, comunista, socialista e libertario, che si possono ricomporre finché restano filoni ideali, perché altrimenti hanno segnato drammatiche e talvolta anche sanguinose divisioni quando son diventate pratiche politiche concrete o socialismo realmente esistente. Se dobbiamo, come dovremmo a fronte di un’offensiva planetaria, che mette in discussione non soltanto lo stato sociale, ma la stessa democrazia, trovare una risposta comune , dobbiamo trovare un progetto che ci unisca, altrimenti il peso del passato diventerà un fardello insuperabile e “i morti afferreranno i vivi”.

L’internazionalismo va riscoperto: non possiamo lasciare al loro destino le popolazioni stremate dal sottosviluppo, dalle guerre e dai disastri ambientali per rinchiudersi nei confini nazionali nell’illusione che basta avere una nostra moneta e un nostro orticello democratico nazionale per mettersi al riparo dalle sfide della globalizzazione e dalle manovre di dominio della finanza internazionale. Per ragioni storiche istituzionali, , culturali e politiche il nostro spazio sovranazionale naturale è l’Europa, che non coincide e non si esaurisce nella UE2, che necessita di una generale e profonda riforma istituzionale e delle politiche.

Da quando è iniziato questo XXI° secolo la sinistra, in tutte le sue articolazioni, ha conosciuto una serie di sconfitte, quantomeno in Europa, in primo luogo elettorali, ma anche ideologiche quando nella sua componente allora maggioritaria, quella socialdemocratica, non ha reagito alla messa in discussione, in quanto tali, dell’intervento/controllo pubblico in economia, del welfare state, delle riduzioni delle diseguaglianze nell’istruzione e nella salute e della pari dignità di tutti i cittadini. Anzi con la Terza Via di Tony Blair e il Nuovo Centro di Gerhard Schröder si è cercato di darne dignità di pensiero. A sinistra della socialdemocrazia ci sono stati vari tentativi, di cui solo uno giunto al governo in Grecia con Syriza. In ogni caso è un dato che i voti persi dai partiti socialisti democratici soltanto in parte si sono trasferiti alla loro sinistra o ai Verdi, piuttosto hanno alimentato l’astensione, quando non si sono trasferiti a formazioni demagogico-populiste. Le elezioni federali tedesche del 2009 sono uno degli esempi più eclatanti dell’assunto.

Nel 2009, dopo la prima Große Koalition a guida Merkel, la SPD di Schröder prese, nella quota proporzionale, 9.988.843 voti (nel maggioritario 2 milioni e mezzo di voti in più), corrispondenti al 23% e 193 seggi. Rispetto al 2005 la Spd perse 6.205.822 voti,11,2 punti percentuali e 76 seggl. La Linke, sempre nel 2009, superò per la prima volta lo 11% con un 11,7%, calcolato su 5.153.884 voti nel proporzionale (nel maggioritario 363.877 voti in meno), 76 seggi (+21 rispetto al 2005). Le perdite SPD sono andate soltanto in parte alla Linke e ai Verdi, complessivamente un terzo, 2/3 rifluirono nell’astensione. Lo stesso fenomeno si è verificato più recentemente al primo turno delle Regionali in Francia, la pesante sconfitta del PS è stata accompagnata da ancora peggiori risultati di ecologisti e sinistra comunista o alternativa. La dinamica unitaria al secondo turno ha consentito di riconquistare 5 Regioni, grazie alla possibilità di fare alleanze e presentare nuove liste tra un turno e l’altro: una facoltà negata dell’Italicum e dalle leggi elettorali regionali, come in Ttoscana, che prevedono un ballottaggio eventuale. In Francia l’esportazione dell’Italicum sarebbe stato un regalo per le due destre.

La Spagna è un caso più complesso, dal quale possono venire indicazioni, però bisogna partire da lontano e non ridurre la storia alla cronaca dell’ultimo successo di una nuova formazione, come Podemos, il nuovo faro di Capo Speranza, dopo Syriza, per una frustrata sinistra italiana, che nelle prossime elezioni politiche nazionali (2017? 2018?) vede avvicinarsi lo spettro del 2008 con l’esclusione dal Parlamento. Nel 2013 una parte della sinistra fu salvata da un premio di maggioranza incostituzionale. La soglia ribassata al 3% si deve sperare non costituisca una tentazione per salvare una testimonianza parlamentare per pezzi di sinistra, per di più in concorrenza tra loro (Sinistra Italiana, eredi delle liste Altra Europa, Civati e il suo Possibile movimento).

Nel post-franchismo le previsioni in Italia erano per uno scenario all’italiana democristian-comunista, rappresentato dai 2 personaggi in assoluto più intervistati, Joaquín Ruiz Jimenez e Santiago Carrillo. Il successo del PSOE( “operaio”che nome arcaico!) e di Felipe Gonzales rappresentò una sorpresa che raggiunse il suo apice nel 1982. Su 21.469.274 votanti, il 79,97% degli elettori, con 10.127.392 voti i socialisti erano il 48,11% e con 202 seggi su 350 godevano di un’ampia maggioranza assoluta. Il PCE ottenne appena 4 seggi(23 nel 1979) con il 4%( 10,77%-1979) e 846.515 voti. Il sistema elettorale spagnolo composto da piccole circoscrizioni provinciali, con l’eccezione di Madrid(36 seggi) e Barcellona (31), punisce i partito nazionali con consenso diffuso e premia i partiti regionali3, tra i quali il PSUC ( Partito Socialista Unificato di Catalogna), che elesse 8 deputati nelle elezioni generali del 1977 e 1979 federato al PCE.

Nelle elezioni generali successive il PSOE non si avvicinò mai a quei risultati ed alla maggioranza assoluta in solitario, neppure con il secondo governo Zapatero uscito dalle elezioni generali dei 2008 con 11.289.335 voti, in valori assoluti il migliore risultato socialisti, ma con 4 milioni di elettori in più e, infatti con 169 seggi e il 43,87% rimase al di sotto della maggioranza assoluta. Alla sua sinistra la coalizione IU-ICV( Sinistra Unita – Iniziativa per la Catalogna Verdi) aveva poco da festeggiare con il 3,77% dei voti e 2 seggi, molto lontano dai risultati migliori della sola IU con Anguita con voti 2.639.774(1996 vittoria del PP) e 2.253.722( 1993 ultimo governo PSOE con Gonzales). Il secondo governo Zapatero è stato il canto del cigno dei socialisti: hanno pagato il prezzo della mancata comprensione della crisi economica e della politica di rottura con i sindacati con il risultato di perdere il sostegno della UGT e di favorire l’unità di azione del sindacato socialista con le CC.OO.(Commissiones Obreras). La rivolta con il movimento degli indignados, il brodo di coltura di Podemos e Ciudadanos, paradossalmente si tradusse in una vittoria del PP con la maggioranza assoluta nel 2011 e la conquista nelle elezioni successive, di molte delle Comunità Autonome già socialiste. Un fenomeno nuovo fu il numero degli astenuti che supererò gli 11 milioni ( nel 1982 erano stati 5milioni e 300 mila) dato confermato nel 2015 malgrado l’aumento dei votanti dal 71,69% al 73,20%. Quindi il successo di Podemos e, in minor misura rispetto alle previsioni , di Ciudadanos non si spiega con il recupero dell’astensionismo, ma deriva da una redistribuzione dell’elettorato che non ha colpito soltanto il bipolarismo PP-PSOE, ma anche i Partiti nazional-regionalisti, tradizionale puntello dei governi quando PP o PSOE non avevano la maggioranza assoluta. Ora si aprono diverse prospettive, che dipendono dai punti di vista dell’osservatore, anche se a sinistra4, in Italia, si concentra l’attenzione su Podemos e su come sia possibile imitarlo, anche in assenza di un leader come Pablo Iglesias, di cui trovo significativo e simbolico che abbia lo stesso nome del mitico fondatore del PSOE nel 1879 e della UGT nel 1888, come se a capo della nuova formazione di sinistra ci fosse un Filippo Turati o, ancora meglio e finalmente una donna, Anna Kuliscioff.

Le carte in mano della soluzione politica ce le hanno Podemos e il PSOE, e questo apre finalmente delle nuove prospettive per la sinistra e non solo in Spagna, malgrado che la somma dei voti di Podemos e Psoe (10.720.026), non raggiunga quella di PSOE e IU5,nel 1993 e nel 1996, ma neppure quelli del solo PSOE nel 2008 e superi quelli del solo PSOE del 1982, ma con 3 milioni di votanti in più e totalizzando 159 seggi, e un 43% scarso invece del 48% abbondante. Si aprono prospettive, perché per la prima volta i voti si potrebbero politicamente sommare, cosa esclusa dei voti PSOE-PCE ed anche PSOE-IU. Le ragioni erano in parte storiche, nascenti dai conflittuali rapporti sotto la Repubblica e durante la Guerra Civile, dalla concorrenza tra i sindacati UGT e CC.OO.e dalla condizione di egemonia del PSOE, paragonabile all’egemonia socialista democratica nell’Europa Centrale(Austria e Germania) e settentrionale(Scandinavia) e laburista in Gran Bretagna. Con la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, all’egemonia social-laburista, con eccezioni(Italia p.es.) ad Ovest si contrapponeva senza eccezioni un’egemonia comunista nell’Europa Orientale, di cui erano state espressione le unificazione forzate in DDR(SED), Polonia(POUP) ed Ungheria(POSU), qundo non la repressione pura e semplice(Bulgaria e Romania). Paradossalmente il crollo del Muro di Berlino non ha fatto venir meno solo l’egemonia comunista ad Est, ma diede l’inizio all’indebolimento generalizzato dei partiti socialisti democratici e laburisti ad Ovest. Il peso del passato è stato tale che in Germania nelle elezioni federali del 2005, pur essendoci una teorica maggioranza assoluta in seggi in un Bundestag con 614 membri tra SPD(222), Verdi(51) e Linke(54)6, la SPD scelse una Große Koalition, che la indebolì ulteriormente nel 2009.

Le turbolenze economiche hanno determinato scenari di instabilità politica e l’entrata in scena di nuovi soggetti politici, che troppo spesso sono liquidati sotto l’etichetta unificante di populismo, qundo l’unico elemento in comune è la contrapposizione all’establishment. Ci sono due scenari uno difensivo che a livello europeo è espresso dalla diarchia PPE-PSE, con un’egemonia del primo, che si esprime non solo nelle scelte politiche, ma anche negli assetti dei vertici(Presidente della Commissione Europea, Presidenza del Consiglio Europeo, Vice-Presidente della C.E. e Alto Rappresentante UE PESC e Presidente del Parlamento), ma soprattutto nel peso crescente degli accordi tra Stati, dove l’egemonia conservatrice è senza discussione: sono molto lontani tempi come il 1999, quando nell’Europa a 15 ben 13 primi ministri erano espressi da partiti del PSE e un quattordicesimo era il Prodi dell’Ulivo. Nell’Europa a 28 si contano sulle dita di una mano e per di più l’unico di un paese importante per gli assetti europei come la Francia, in fase declinante. L’altro scenario è quello della costruzione di un’alternativa alle politiche di austerità, di smantellamento dello stato sociale e di subordinazione politica all’ordoliberismo, in altre parole ai centri di potere del complesso militar-industriale delle multinazionali e della finanza internazionale e dei governi che ne sono espressione, compreso il nostro, che, detto per inciso, non è uno di quelli che detta la linea nemmeno nelle relazioni internazionali: senza l’adesione al PSE non avrebbe avuto l’incarico della Mogherini. Il rafforzamento degli esecutivi a danno degli organi rappresentativi e delle Costituzioni è il pericolo maggior e quello più imminente da contrastare: senza uno spazio democratico nazionale ed europeo non c’è più storia e nemmeno speranza.

Le elezioni spagnole, come prima quelle greche e più recentemente portoghesi e i cambiamenti nella leadership del Labour Party, rappresentano un elemento di disturbo e per questo si è scatenata un’offensiva mediatico-politica per un governo di responsabilità e stabilità nazionale PP-PSOE, il cui significato è reso ancor più palese nella valorizzazione a sproposito dell’Italicum, come panacea universale e segno delle “riforme” da fare, tra le quali quelle costituzionali, che sono esattamente nel senso di rafforzamento degli esecutivi. Il ruolo di avanguardia non ha caso è di Renzi, il leader del più forte partito del PSE, se non come iscritti, come consenso elettorale alle europee in voti e percentuale7.

L’alternativa ad una grande coalizione PP-PSOE allargata a Ciudadanos, 252 seggi totali (altrimenti non si raggiungono i 3/5 o i 2/3, secondo i casi, previsti dall’art. 167 della Costituzione per la sua revisione) è un accordo PSOE-Podemos (159 seggi) con il sostegno dei partiti nazional-regionalisti(26) e di UP-IU(2).

Si tratta di un’occasione unica e non ripetibile, anche se difficile, grazie all’insuccesso delle previsioni preelettorali che prevedevano un successo maggiore di Ciudadanos e un PSOE al 20% superato sia da Ciudadanos che da Podemos. Si fossero realizzate quelle previsioni un accordo PP-Ciudadanos ora con163 seggi, non era da escludere e poteva avere la maggioranza assoluta. Tuttavia non è possibile prevedere scenari soltanto sommando il numero dei deputati, senza valutare la loro capacità di coalizione. Il Gruppo parlamentare socialista è unitario, ma contro un’alleanza con Podemos si è espressa la presidente dell’Andalusia, contraria all’indipendenza della Catalogna: la proposta di referendum sull’indipendenza formulata da Iglesias perché, a mio avviso erroneamente, è stata ritenuta con esito scontato se limitata ai catalani. I 69 seggi di Podemos sono la somma di 4 liste: Podemos con 47 seggi, En Comun Podem (Catalogna) con 12, Compromis-Podem-Es el moment(Comunidad Valenciana) con 9 e En Marea( Galizia) con 6. Podemos e le 3 liste della Coalizione sono le lista di maggioranza relativa nelle 4 Comunità Autonome caratterizzate da una lingua ufficiale propria accanto allo spagnolo: Catalogna, Comunidad Valenciana, Galizia e Paese Basco. In un accordo a sinistra si deve tener conto anche di UP-IU, malgrado che Podemos abbia rifiutato un accordo generalizzato con UP che le avrebbe consentito un risultato più consistente. Accordi si sono fatti nelle Comunità autonome della Catalogna e della Galizia, infatti in queste circoscrizione UP non ha presentato liste di candidati proprie, ma candidati nelle liste coalizzate con Podemos. Un clima diverso a sinistra si potrà verificare fin dalla formazione degli organi del Congresso dei Deputati la Presidenza, cui aspira il PSOE, e l’autorizzazione alla formazione di gruppi parlamentari sia per UP, che ha bisogno di una deroga non avendo 5 deputati,  e le tre liste in coalizione con Podemos, che hanno i requisiti numerici, ma si scontrano con una norma del Regolamento che impedisce agli iscritti a un stesso partito politico di iscriversi a gruppi parlamentari diversi e tra gli eletti delle liste coalizzate ci sono membri diPodemos.

Allo stato la questione che ha impedito l’avvio di negoziati PSOE- Podemos sono una formale, che secondo il PSOE spetta al partito di maggioranza relativa tentare la formazione del Governo, e l’altra di sostanza politico programmatica, cioè l’insistenza di Podemos sulla consultazione referendaria sull’indipendenza catalana: siamo già in un vicolo cieco, perché le liste alleate a Podemos non permetteranno una rinuncia sul punto. Inoltre, tra i partiti nazional-regionalisti, o partiti catalanisti contano 17 seggi, 9 di ERC e 8 di DiL, il partito erede di CiU, senza i quali non c’è la maggioranza assoluta di 176, necessaria in prima battuta per dare la fiducia al governo e per approvare le leggi organiche in materia di diritti fondamentali, libertà pubbliche, approvazione degli statuti di autonomia e di regime elettorale generale . La mancata investitura di Arturo Mas alla presidenza della Generalitat, per l’intransigenza della CUP provocherà elezioni anticipate in Catalogna, quindi è escluso che i partiti catalanisti possano appoggiare un Governo che escluda una consultazione sull’indipendenza. Per il resto, invece, il PSOE è d’accordo per modificare la riforma del lavoro, abrogare la legge sulla sicurezza cittadina, impedire la separazione degli itinerari scolastici, creare un Reddito Minimo Vitale. La maggioranza nel Congresso dovrebbe poi fare i conti con il Senato, nel quale il PP con 124 seggi ha avuto il 60% della componente elettiva e fino al prossimo rinnovo delle comunità autonome godrà della maggioranza assoluta anche grazie agli alleati di Navarra(UPN), Cantabria(FRC) e Aragona(PAR), coi quali ha presentato liste anche per il Congresso dei Deputati. Nell’ anno 2016 si voterà soltanto in Catalogna, nel Paese Basco e in Galizia.

Un’intesa PSOE- Podemos nella situazione data avrebbe un significato politico per eventuali elezione anticipate. Infatti la Spagna per avere un governo espressione di una minoranza non ha bisogno di importare l’Italicum per seguire i consigli del prof. Panebianco e di Paolo Mieli. Infatti se un candidato Primo ministro non raggiunge la maggioranza assoluta alla prima votazione, può essere rivotato dopo 48 ore e basta la maggioranza semplice(art.99 c. 3 Cost.,). La maggioranza semplice è sufficiente anche nei casi in cui la fiducia sia posta dal Governo(art.112 Cost.), mentre se è l’opposizione a presentare una mozione di censura questa deve ottenere la maggioranza assoluta e includere la proposta di una candidatura alla Presidenza del Governo(art. 113 c. 1 e 2 Cost.): per avere un governo stabile non è necessario alterare la rappresentanza con premi di maggioranza o ballottaggi farlocchi.

Il PSOE e Podemos sono concorrenziali, i socialisti delusi lo hanno votato, ma anche incrementato l’astensione, se saranno capaci di dimostrare che sono un’alternativa di governo al PP, ne avrebbero un beneficio in caso di elezioni. PSOE e PP sono anche complementari, perché il PSOE ha più voti di Podemos in 10 comunità autonome su 17, 15 se si escludono le città di Ceuta e Melilla e ha eletti in tutte le circoscrizioni provinciale della penisola iberica, mentre Podemos è assente in 12 e in 11 ha rappresentanti grazie alle liste coalizzate in Catalogna, Comunità Valenciana e Galizia . Solo il PSOE supera il 30% in 2 comunità autonome e ha una percentuale compresa tra il 20 e il 30% in 11 a fronte delle 5 di Podemos, che salgono a 8 con le liste coalizzate. La somma dei voti di PSOE e Podemos batte sempre il PP tranne che a Murcia, Ceuta e Melilla. Fin dal dicembre 2014 Sanchez ha riconosciuto che Podemos sia passato dal “socialismo bolivariano” a l “socialismo scandinavo” . Non ci si deve far impressionare dalla affermazione che Podemos non è né di destra, né di sinistra: basta intendersi sul significato . In Podemos l’affermazione è stata sempre accompagnata da altre come che la contrapposizione fondamentale non è sinistra-destra, ma dittatura-democrazia (”el eje fundamental es dictadura-democracia”) e che Podemos deve essere capace di costruire un linguaggio che emozioni e mobiliti e lavorare con gente di diversi ambiti e convertire “la maggioranza sociale che esiste in maggioranza politica”. Per conseguire questo obiettivo Podemos deve “ocupar la centralidad del tablero”, dove è importante distinguere tra “centrale” e “centrista”, che è un altro modo di non essere di destra o di sinistra. Essere al centro della scacchiera significa essere capaci di fare alleanze e in questo Podemos si distingue da M5S, anche se le alleanze le ha concluse solo in situazioni particolari nelle Comunità Autonome con presenza di nazionalità, esclusa quella basca, dove comunque è il partito di maggioranza relativa. In Italia ci sono minoranze linguistiche discriminate, di una certa consistenza in Friuli e Sardegna, ma non sono rappresentate da partiti identitari, escluso il Partito Sardo d’Azione. La capacità di coalizione di Podemos deve, invece , essere messa alla prova quando si tratta di interlocutori politici come il PSOE e UP-IU. A sinistra occorre saper trovare forme di cooperazione tra partiti e movimenti è un problema non solo spagnolo e italiano, ma europeo. In Spagna il problema è posto ora grazie al risultato elettorale non corrispondente ai pronostici. In Italia riguarderebbe una formazione unitaria e plurale a sinistra del PD e M5S in una prima fase proprio per salvare la democrazia costituzionale .La promozione del referendum costituzionale sarà un fatto istituzionale, cioè richiesto dai parlamentari di opposizione, o anche di mobilitazione popolare? La risposta non può che essere la doppia richiesta, anche per contrastare la disinformazione. Proprio la vicenda spagnola ha messo in luce che c’è un Partito del Pensiero Unico Nazionale, che conta sulla disinformazione per far passare l’idea, che l’Italicum è la migliore legge possibile. In Spagna la fiducia è data al solo Presidente del Governo non a una coalizione. Sono anche possibili governi di minoranza che non possono essere abbattuti se non da una maggioranza, assoluta costruita intorno un altro Presidente del Governo. Se non c’è nemmeno una maggioranza semplice intorno ad un Presidente entro 2 mesi dalla prima votazione si va ad elezioni anticipate. Con il Porcellum il PP avrebbe avuto la maggioranza assoluta, che gli elettori gli hanno negato, con l’Italicum ci sarebbe stato un ballottaggio PP-PSOE, cioè tra i grandi sconfitti a prescindere dal fatto, che i comportamenti elettorali sono influenzati dalla legge elettorale esistente e quindi non era detto che il ballottaggio sarebbe stato PP/PSOE.

Un accordo PSOE- Podemos è possibile soltanto sulla base di un grande progetto di cambiamento, che abbia ben presente il quadro politico europeo: una rigenerazione politica di tutti i soggetti in campo a cominciare dal PSE ma anche della Sinistra Unita Europea, se l’espansione della sinistra alternativa dovesse dipendere dallo sfaldamento socialista è inevitabile la vittoria delle destre. Occorre avere ben chiare le priorità e quale sia il pericolo maggiore per le masse popolari.

Se si è convinti che siamo di fronte ad un attacco generalizzato alla democrazia, perché il rafforzamento degli esecutivi è la strada obbligata per far passare le politiche di austerità, controllare il disagio sociale con leggi eccezionali di repressione del dissenso e i fenomeni migratori con la chiusura delle frontiere, l’unità per difendere gli spazi democratici è una scelta obbligata. Nel periodo tra le due guerre mondiali del XX° secolo l’offensiva fascista e nazista fu sottovalutata e in Germania e in Italia la sinistra socialista e comunista si divise. Anche allora la crisi economica e politica si alimentavano a vicenda e sfociò in una guerra. A differenza di allora i cittadini europei non devono temere forme violente e generalizzate, ma già gli extra- comunitari è non ne sono al riparo: il “Mostro è Mite” per usare l’espressione di Raffaele Simone8.

In tutti i paesi europei si rafforzano gli esecutivi di pari passo con il peso crescente delle organizzazioni e istituzioni internazionali, nelle quali gli Stati sono rappresentati, quasi esclusivamente dai loro Governi e si rafforzano movimenti politici non vincolati ai valori democratici, ma identitari quando non apertamente xenofobi. Non ne sono risparmiati Paesi di antica e consolidata democrazia ,come Gran Bretagna, Francia, Finlandia, Danimarca: persino la Norvegia non è stata vaccinata dalla strage di Utøya9.

La crisi economica, che non è solo finanziaria e produttiva, ma anche politica, sociale e morale richiede un nuovo modello di società che aumenti le libertà e diminuisca la diseguaglianza: questa è la sfida alla sinistra, che non può essere superata senza una nuova dinamica unitaria. Ai partiti socialisti deve essere richiesto di ritrovare le ragioni della loro diversità dal capitalismo e alle altre componenti della sinistra di superare il settarismo e le tentazioni autoreferenziali. Quest’anno cade il centenario della conferenza di Kienthal (24-30 aprile) sarebbe il caso di far rivivere quello spirito, se non vogliamo rinunciare alla speranza di una società più giusta e libera e senza l’incubo di devastanti cambiamenti ambientali, minaccia alla stessa sopravvivenza dell’umanità.

Felice Besostri

1 Edgar Morin, Ma Gauche, Bourin, Paris, 2010

2 Le critiche al processo di integrazione europea e alle sue politiche, in particolare alla decisione di dar vita all’€uro, di Vladimiro Giacchè, inTitanic Europa(2012), e Costituzione italiana contro Trattati europei(2015) sono largamente condivisibili, ma l’alternativa è un’altra Europa, non nessuna.

3 Per avere un’idea della distorsione: nelle ultime elezioni 2015 UP-IU ha ottenuto 923.105 voti a livello nazionale, mentre En Comun Podem 927.940 nella sola Catalogna. UP-IA ha ottenuto 2 deputati eletti nella circoscrizione di Madrid, di contro En Comun Podem 12 deputati e 4 senatori nelle 4 circoscrizioni catalane.

4 Continuo a usare, in attesa di tempi migliori, questa espressione per semplicità, che è una semplificazione, malgrado la sua ambiguità per chi crede ancora nella necessità di una società libera, ugualitaria e solidale, cioè in una prospettiva socialista di superamento del capitalismo. Socialismo e sinistra non sono la stessa cosa, sul punto rinvio a Jean-Claude Michéa, I Misteri della Sinistra, Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto, Neri Pozza, Vicenza, 2015

5 1996: 12.065.402 e 162 seggi, 1993: 11.403.805 e 176 seggi(la maggioranza assoluta)

6 Maggioranze tra SPD e Linke ne sono state sperimentate a livello di Land, il più importante Berlino, ma ne sopravvive solo una, anche per la semplice ragione che non hanno trovato il conforto delle urne nelle successive elezioni.

7 Europee 2014 PD voti 11.203231, 40,81%, votanti 57,22 %, SPD voti 8.003.628, 27,3%, votanti 48,1% . Ultime elezioni nazionali PD voti 8.644.523, 25,43 %, votanti 67,39.%, SPD 11.252.215, 25,7%, votanti 71,5 %. .

8 Raffaele Simone,Il Mostro Mite, Garzant, Milano, 2008

9 Luca Mariani ,Il Silenzio sugli Innocenti .Le stragi di Oslo e Utøya, Ediesse, Roma, 2013

Ieri in Francia, oggi in Spagna. Domani in Italia?

Oggi si vota in Spagna. Una settimana fa i ballottaggi francesi avevano fatto tirare un sospiro sollievo, ma con una giusta prudenza gravida di preoccupazione, rispetto agli scenari drammatici aperti dal primo turno del 6 dicembre 2016.
Con un Italikum in salsa francese (Franzellum o Frankellum?) o una legge elettorale regionale alla fiorentina il FN si sarebbe aggiudicato 2 regioni al primo turno con una maggioranza in seggi tra il 54 e il 60 per cento e senza spirito repubblicano altre 2 o 3 regioni in ballottaggi con la Destra unita o i socialisti. A questi ultimi, con il divieto di nuove coalizioni tra primo e secondo turno, sarebbero andate al massimo 2 Regioni, più probabilmente la sola Bretagna: tutti gli altri governi regionali alla Destra unita. La Francia è un sistema politico tripolare con un sistema elettorale bipolare aperto, la Spagna è ora politicamente quadripolare (PP, PSOE, Ciudadanos e Podemos) con un sistema elettorale proporzionale con alte soglie di accesso implicite. L’Italia è un sistema politico tripolare in fase di transizione(PD, M5s, Polo di Destra) senza una Sinistra competitiva e un sistema elettorale bipolare chiuso non ancora operativo. Le elezioni italiane non saranno imminenti: non si voterà se non dopo l’entrata in vigore delle deformazioni costituzionali.

In Spagna, le previsioni di voto concordano nel designare il PP come partito di maggioranza relativa con una percentuale di voto del 25,8/27,8%, cioè 107/120 seggi, cioè con una forte perdita rispetto ai 186 seggi , la maggioranza assoluta, su 350 del 2011. Tenendo conto del margine di errore statistico (3%), già l’ordine dei partiti dal secondo al quarto posto varia molto, tenendo buone queste percentuali: PSOE 21,1%, Ciudadanos 19,4%, Podemos 16,5%. Infatti il secondo posto del PSOE è minacciato secondo altre previsioni da Ciudadanos, a sua volta insidiato da Podemos per il terzo posto. In ogni caso il sistema politico bipolare spagnolo, che ha retto il Paese dalla prime elezioni libere in seguito alla morte di Franco al 15 maggio 2011 e finito, ma anche il ruolo giocato dai partiti regional-nazionalisti di Catalogna e dei Paesi Baschi. Considerando le ultime 4 elezioni generali dopo il PSOE (primo partito 2004 e 2008) e il PP (2002 e 2011) si collocava come terzo gruppo parlamentare la catalanista CiU.

La dialettica destra-sinistra in Spagna si è sempre accompagnata con quella tra centralismo e autonomia regional-nazionalista rappresentata da partiti come CiU in Catalogna e dal PNV nei Paesi Baschi, affiliati a livello europeo al PPE. Dopo le ultime elezioni catalane un nuovo asse divisorio è comparso quello tra unitari e indipendentisti, che attraversa tutta le famiglie politiche senza distinzione tra vecchi e nuovi soggetti politici. Per esempio Ciudadanos è fortemente anti-indipendentista, mentre Podemos è per un referendum, rappresentando l’opzione federalista, già del PSOE, quando lasciava giocare un ruolo importante ai socialisti del PSC, che non per caso erano il primo partito in Catalogna nella Generalitat, il Parlamento della Comunità autonoma. Quale scenario per la sinistra? Un’intesa PSOE- Podemos, che come nella comunità valenciana ponga fine allo strapotere del PP, ha bisogno che la somma dei loro voti superi quella di PP-Ciudadanos. Per fortuna nessuno in Spagna, a differenza dell’Italia, teorizza o persegue grandi intese, che pure godrebbero della maggioranza assoluta, sfiorata anche da PP-Ciudadanos. PSOE-Podemos, invece non sarebbero autosufficienti, neppure con il 4% di Sinistra Unita.
In Spagna, come in Francia e in Italia, la sinistra non è potenzialmente maggioritaria, a differenza del Portogallo e della Grecia e dei Paesi scandinavi, nonché paradossalmente, allargandosi ai Verdi, della stessa Germania. Quale che sia il risultato spagnolo dovremmo aver tratto una lezione dagli avvenimenti politici dell’ultimo decennio in Europa, che la crisi elettorale del socialismo democratico non facilita alcun spostamento a sinistra dell’asse politico, almeno nei più grandi Paesi europei.

Nelle ultime regionali francesi la dura sconfitta si è accompagnata al peggior risultato di Verdi, sinistra alternativa e comunisti.
In Germania la Linke non raccoglie i voti persi dalla SPD.
A fronte dell’offensiva generalizzata verso le conquiste democratiche e sociali, per evitare di ripetere l’errore commesso tra le due guerre del secolo scorso di fronte al fascismo e al nazismo, occorre innestare nuove dinamiche a sinistra, che superino le divisioni del passato o quantomeno che innestino una concorrenza virtuosa per la conquista degli elettori perduti.
In Spagna c’era un 25% di elettori indecisi alla vigilia delle elezioni, quello dovrebbe essere l’obiettivo principale del PSOE e di Podemos, non di rubarsi i voti. I filoni ideali storici della sinistra socialista, comunista e libertaria, arricchiti dalla coscienza ambientalista, dovrebbero essere capaci di elaborare un’alternativa di sistema economico e sociale, per non lasciare le masse popolari alla mercè del populismo e del nazionalismo xenofobo.
L’internazionalismo va riscoperto: non possiamo lasciare al loro destino le popolazioni stremate dal sottosviluppo, dalle guerre e dai disastri ambientali per rinchiudersi nei confini nazionali nell’illusione che basta avere una nostra moneta e un nostro orticello democratico nazionale per mettersi al riparo dalle sfide della globalizzazione e dalle manovre di dominio della finanza internazionale.

21 dicembre: un dia después

La nota che precede era stata scritta prima del conteggio dei voti. La conferma è il passaggio ad un sistema politico quadripolare, ma con ruoli invertiti tra Podemos e Ciudadanos rispetto alle previsioni. La sinistra sinistra è scomparsa: UP-IU passa da 11 seggi a 2, tutti eletti a Madrid, vampirizzata percentualmente molto più del PSOE da Podemos che ha rifiutato ogni accordo pre-elettorale, ai quali peraltro non è stato alieno in particolare in Catalogna e in altre province con forze regionaliste. La vittoria in Catalogna è la rivincita sulla sconfitta alle ultime elezioni elezioni autonomiche, avendo assorbito la tradizione del PSUC e della EUiA e dei Verds. I 69 seggi di Podemos nel Congresso dei Deputati sono il risultato della somma di PODEMOS, PODEMOS-COMPROMÍS, PODEMOS-En Marea-ANOVA-EU y EN COMÚ. Questa è la grande differenza tra Podemos e il M5S finora alieno da qualsivoglia tipo di alleanze. Una flessibilità che gli ha consentito di conquistare le due più grandi metropoli del Regno, Madrid e Barcellona: un suggerimento per le prossime elezioni municipali italiane? Podemos rifiuta di essere inquadrato nella dialettica sinistra-destra, ma l’esistenza in Spagna di Ciudadanos ha costretto Podemos a specializzarsi sul versante sinistro, civico ed autonomista. Un altro risultato di queste elezioni è la perdita di potere contrattuale dei nazionalisti catalani e baschi, in altri tempi decisivi per formare maggioranze parlamentari, mai di governo, quando il PP o il PSOE, da soli, non avevano la maggioranza assoluta. Democràcia y Libertad ha 9 seggi, quando CiU ne aveva 16. La rappresentanza catalanista sommando ERC passa comunque da 19 a 18. Il PNV ha 6 seggi, ma i nazionalisti baschi passano da 12 a 7. Il voto utile per il PP ha colpito Ciudadanos, sventando così una maggioranza assoluta PP-C’s, teoricamente possibile in base alle previsioni pre-elettorali.
La vittoria del PP è una mezza vittoria, e parafrasando il Talmud sulle mezze verità, che sono una bugia intera, quindi una sconfitta: 62 seggi in meno rispetto al 2011.
Se Sparta piange Atene non ride: i socialisti del PSOE hanno avuto il peggior risultato elettorale della loro storia postfranchista, ma sempre meglio di quanto poteva succedere con il sorpasso di Podemos ed anche di Ciudadanos, come si è verificato in alcune circoscrizioni provinciali. Il segno positivo è che il recupero socialista e di Podemos rispetto alle previsioni non è avvenuto a spese dell’altro, ma aumentando i suffragi e il margine di recupero a sinistra è potenzialmente superiore che a destra. In percentuale PP+ C’s e PSOE+P’s sono equivalenti 42,65% v. 42,67%, ma in seggi grazie al metodo elettorale d’Hondt e alla mancanza di recupero nazionale dei resti, vincono i conservatori con 163 seggi v. 159, che salgono a 161 con i 2 di UP-IU. Se non ci fosse la questione indipendentista catalana a dividere la sinistra (PSOE-P’s-ERC) questa potrebbe raccogliere 170 seggi, sempre meno degli avversari se la stessa questione non dividesse anche i moderati/conservatori spagnoli membri del PPE (PP-DiL-PNV).

L’unica maggioranza stabile possibile in voti e seggi è quella di una Grosse Koalition PP-PSOE, verso la quale preme il pensiero unico renziano veicolato dai mezzi di comunicazione di massa, che imputano alla mancanza di un sistema elettorale tipo Italicum l’ingovernabilità spagnola: con l’italikum la governabilità spagnola sarebbe stata assicurata da un ballottaggio tra PP e PSOE, un bel ritorno all’antico! Il PD è il più grande partito del PSE, ma sia in Francia che in Spagna dà buoni consigli per far vincere la destra.
Se i socialisti e Podemos fossero in grado di far rivivere le scelte della Repubblica di Largo Caballero, che concesse a baschi e catalani una forte autonomia, la soluzione sarebbe un federalismo, che rafforzi tutte le comunità autonome. Una maggioranza progressista federalista potrebbe contare su 184 seggi, ma dovrebbe essere capace di realizzare le revisioni della legge elettorale e la riforma costituzionale, che in Spagna sarebbe comunque soggetta a referendum confermativo. Tuttavia questa scelta contiene un paradosso, che richiede ai partiti di fare una scommessa, che prescinda dal loro interesse tattico di conservare il loro gruppo dirigente, questo vale per il PSOE, ovvero di aumentare i consensi a spese dei possibili alleati, la tentazione di Podemos.

La crisi economica, che non è solo finanziaria e produttiva, ma anche politica, sociale e morale richiede un nuovo modello di società che aumenti le libertà e diminuisca la diseguaglianza: questa è la sfida alla sinistra, che non può essere superata senza una nuova dinamica unitaria. Ai partiti socialisti deve essere richiesto di ritrovare le ragioni della loro diversità dal capitalismo e alle altre componenti della sinistra di superare il settarismo e l’egemonismo. L’anno prossimo cade il centenario della conferenza di Kienthal (24-30 aprile); sarebbe il caso di far rivivere quello spirito, se non vogliamo rinunciare alla speranza di una società più giusta e libera e senza l’incubo di devastanti cambiamenti ambientali, minaccia alla stessa sopravvivenza dell’umanità.

Felice Besostri

Le risposte
alla strategia del terrore

Come sempre ci sono radici profonde ai conflitti, sia collettivi che individuali. La cronaca a volte appare come acqua in regime carsico, che affiora all’improvviso dalle viscere della terra, ma appena la si trasforma in storia ci si rende conto, che nulla succede all’improvviso.. L’aspetto che più mi colpisce è che i terroristi non sono mai arrivati come clandestini sui barconi, ma sono di seconda o terza generazione, nati e cresciuti nella nostra società. Ragazze e ragazzi che hanno visto i genitori assimilarsi, spesso abbandonando la pratica religiosa, non osservando il Ramadan e che non avevano neppure pensato in vita loro di compiere il pellegrinaggio alla Mecca, lo Hajj, mangiando carne non Halal o assumendo alcool. Ebbene i figli hanno sperimentato di essere considerati non francesi a parte intera, ma ospiti, paradossale le vicende degli Harkis, algerini che combatterono a fianco dei francesi e non dei loro concittadini nella Guerra d’Algeria e sacrificati nelle trattative di pace con il FNL

Spesso concentrati negli stessi quartieri delle banlieue, con disoccupazione superiore alla media e grado di istruzione inferiore a quello delle corrispondenti fasce di età francesi: francesi non francesi. Se non mi riconosci cittadino a parte intera e la laicità non è fattore di integrazione pluriconfessionale, ma esigenza di dimenticare la mia, mi riassumo ed anzi sottolineo la mia identità e cerco un’altra integrazione nella Umma dei fedeli di Maometto e all’interno della Comunità con i gruppi più identitari: la stessa logica delle gang di quartiere o delle pandillas latino americane, presenti anche nelle nostre città.

Affrontare le cause economico-sociali richiede tempo ed investimenti massicci, che le politiche di austerità negano a tutti, quindi non sono una risposta che l’opinione pubblica chiede, perché a lungo termine. D’altronde, se uno dei modi di lotta è quello di investire con l’auto passanti a caso o di accoltellare sempre a caso tra la folla, non c’è sistema di sicurezza che lo possa evitare. Ciascuno di noi se anche supera le sue paure, non può togliersi dalla testa le preoccupazioni per i propri figli e nipoti, anche se gli ammazzati da autisti ubriachi o drogati saranno sempre più di quelli vittime di terroristi fai da te.

Nella incapacità di dare risposte ai problemi della gente comune sta la debolezza della sinistra e dei democratici, a volte insuperabili per profondità dell’analisi: il noto benaltrismo. Se le risposte semplici non ci sono, dovremmo comunque farlo capire, ma senza arie di superiorità o di disprezzo di chi non capisce. Tutti dovrebbero essere convinti che le stiamo cercando insieme e che sulla nostra comprensione e solidarietà si possa sempre contare

Felice C. Besostri

 

Leggi incostituzionali,
passare dalle parole ai fatti

L’attenzione preoccupata per i procedimenti legislativi in corso, che sarebbe improprio chiamare di riforma costituzionale ed elettorale, si è concentrata sulla revisione costituzionale all’esame della Camera, dopo essere stata approvata in tutta fretta e con sviste clamorose dal Senato nell’agosto di quest’anno, e sulla legge elettorale conosciuta come Italikum (è un mio vezzo sostituire la c con la k ) all’esame del Senato dopo essere stata approvata dalla Camera, che aveva pensato solo a se stessa salvando la sua composizione di 630 membri. Del tutto paradossalmente la vicenda illustra i “meriti” del bicameralismo: ci fosse stata una sola Camera dovevano prendere la decisione di trattare in sequenza la revisione costituzionale e la legge elettorale, decidendo quale fosse prioritaria. Secondo logica la revisione costituzionale dovrebbe avere la precedenza, solo a Costituzione variata si giustifica una legge che riserva l’elezione diretta alla sola Camera dei deputati. Grazie alle due Camere, invece, si può lavorare in parallelo ed essere incuranti della logica costituzionale, ma unicamente di quella della politica contingente e degli umori dei soggetti politici in campo e di quelli istituzionali, in primo luogo il Presidente della Repubblica.

Chiaramente quei due provvedimenti scardinano il nostro ordinamento costituzionale, eliminando di fatto i contrappesi e diminuendo le stesse garanzie costituzionali rappresentate dalla Corte Costituzionale e da una Presidenza come configurata dalla Costituzione. Con il premio di maggioranza e le soglie di accesso (la cui compresenza già provoca di per sé una pesante distorsione dell’uguaglianza del voto e quindi della rappresentanza), la sproporzione numerica tra Camera (630) e Senato (100) assicura ad una forza politica di maggioranza relativa, per di più ottenuta con una decrescente partecipazione elettorale, l’elezione del Presidente, dei membri laici del CSM e di 3 membri della Consulta. Ma il nuovo ordinamento si sta preparando da tempo attraverso una serie di norme, che sono apparentemente slegate tra loro e che non hanno suscitato opposizione della stessa intensità e non hanno coinvolto le associazioni o forze politiche e le personalità, che si oppongono alla revisione costituzionale e alla legge elettorale in itinere.

Una legge ha già esplicato i suo effetti nell’indifferenza dell’opinione pubblica e delle forze politiche, anche quelle all’opposizione nel Parlamento od anche non rappresentate Si è votato in 64 province, sì quell’ente locale territoriale che doveva essere soppresso e che nell’attesa erano stati raggruppati e nelle città metropolitane continentali con l’esclusione di Reggio Calabria e Venezia.

Le elezioni non si sono i svolte nelle province di Imperia, Viterbo, L’Aquila e Caserta (scadenza mandato: primavera 2015) e nelle province di Vercelli, Mantova, Pavia, Treviso, Ravenna, Lucca, Macerata e Campobasso (scadenza mandato: primavera 2016). In ben 18 province su 64, il 28,13%, vi era un unico candidato presidente e in alcune province addirittura una lista unica con un numero di candidati pari ai posti. Un prospetto delle elezioni provinciali dà immediato conto del degrado politico, che è frutto diretto delle elezioni di Presidenti di Provincia e Consiglio Provinciale con un sistema di secondo grado, in difformità dagli artt. 48 e 51 Cost., con elettorato attivo e passivo riservato ai sindaci e consiglieri comunali della Provincia e, solo per questa volta, con elettorato passivo esteso ai componenti del Consiglio Provinciale uscente, se non commissariato. Con le elezioni di secondo grado si evita l’incertezza di un premio di maggioranza a rischio di costituzionalità e che al massimo consente di sapere chi governerà la sera delle elezioni. Con le elezioni di secondo grado e un corpo elettorale ristretto si può conoscere chi vincerà la sera prima delle elezioni!! .

Le elezioni provinciali impugnate sono state quelle della Regione a statuto speciale del Friuli V. G. con l’effetto di ottenere un’ordinanza, la n. 495/2014, del TAR Friuli V.G. di rinvio in Corte Costituzionale della legge regionale ricalcata sulla l.n. 56/2014, la cosiddetta Del Rio, e quella di Avellino. Sono state impugnate anche le “elezioni” delle Città Metropolitane di Napoli e Milano e probabilmente Torino. Ci sono in corso, cioè già radicate delle azioni contro le province di Como e Monza Brianza, ma senza impugnare i risultati, ma come azioni di accertamento, sul modello usato per il porcellum e replicato con successo (ordinanze di rinvio alla Corte Costituzionale dei Tribunali civili di Venezia, Cagliari e Trieste) per le legge n. 18/1979, per l del diritto dei cittadini elettori di eleggere gli organi provinciali. Iniziative analoghe sono in gestazione in Toscana. Corre l’obbligo di segnalare che al contrario il TAR di Palermo (sent. n. 17/2014) ha legittimato la costituzionalità di una elezione di secondo grado previsto dalla legge siciliana per l’elezione delle Città Metropolitane di Palermo, Catania e Messina

In previsione della elezione in secondo grado del Senato, si è accentuata la deriva maggioritaria delle leggi elettorali, regionali, si veda ad esempio la Lombardia, la Sardegna, la Calabria e da ultimo la Toscana. Il principio del premio di maggioranza dato in base ai voti del candidato Presidente, per il quale è ammesso il voto disgiunto, ad esclusivo beneficio delle liste a lui collegate senza una soglia minima di consenso, a differenza delle elezioni municipali e dei principi ex sentenza n. 1/2014 della Corte Cost,. è già stata rinviato alla Consulta dal TAR Lombardia Milano, sez. III con ordinanza n. 2261/2013 ed è in attesa della fissazione d’udienza. Presso il Tribunale civile di Napoli è pendente un ricorso di accertamento del diritto di voto in modo conforme alla costituzione avverso alla legge elettorale campana. Una decisione analoga è imminente per la Toscana, mentre l’inerzia degli sconfitti nelle ragionali calabresi, non consentirà di sollevare la questione di costituzionalità in sede di impugnazione ex art. 130 C. p.a. delle recenti elezioni.

A fronte di questa situazione non è più tempo di appelli, ma di dare inizio ad una situazione sistematica di contrasto, cioè di intraprendere azioni finalizzate ad ottenere un controllo di costituzionalità sulle leggi elettorali prima che siano applicate e si svolgano elezioni con leggi di sospetta costituzionalità ovvero impugnando la proclamazione degli esiti di processi elettorali svolti con leggi di dubbia costituzionalità. Non è possibile che un’azione di questa ampiezza sia lasciata alla spontaneità creativa di qualche avvocato democratico e dipendere da sensibilità locali di persone che decidano di figurare come attori/ricorrenti. Bisogna trovare ruoli per tutti quelli che condividono le apprensioni per la saldezza del quadro costituzionale democratico, gli equilibri tra gli organi ai vertici delle istituzioni, per la rappresentanza politica dei cittadini sia come persone, che come associazioni, movimenti, sindacati e partiti.

Si tratta di prendere decisioni politiche per passare dai proclami ai fatti.

Felice Besostri
P.S. Gli Avvocati che vogliono impegnarsi ad essere punto di riferimento nelle varie Province e Regioni segnalino la loro disponibilità a fc.besostri@libero.it

Muti al Colle?
Picconata alla Costituzione

Raccomando a tutti di non reagire alla notizia che Riccardo Muti dovrebbe diventare il prossimo inquilino del Colle facendo riferimento al cosiddetto “Principio di Peter”: non è applicabile perché riguarda organizzazioni gerarchiche e meritocratiche. Le istituzioni costituzionali non sono gerarchiche e men che meno meritocratiche, come abbiamo modo di constatare quotidianamente.

Per un grande direttore d’orchestra, come è Muti, il livello di incompetenza si raggiunge con la nomina a Direttore artistico, Sovraintendente di teatro d’opera o Ministro dello Spettacolo: Il Maestro Muti è già stato messo alla prova all’Opera di Roma. Quindi non deve dimostrare più nulla!

Con la morte di Abbado c’è un posto vacante come Senatore a vita, il Presidente Napolitano prima di andarsene, non si sa quando nomini Muti. Avvalorerebbe una prassi già seguita con la morte della prof. Levi Montalcini. cui è seguita la nomina della prof. Cattaneo, donna e ricercatrice. E’ vero che non è detto che cessino le manovre per portare Muti al Quirinale. Dopo Monti la nomina a sentore a vita è un viatico per altri incarichi e poi passare da Senatore a vita a Senatore di diritto, dopo aver avuto il potere di nominare altri Senatori a vita può essere una tentazione vertiginosa. Unico Neo, che nel frattempo il Senato diventi quella roba informe, che è attualmente all’esame della Camera dei Deputati, dopo essere stata approvata dal Senato, probabilmente come gesto scaramantico.

Con la nomina di Muti o di altro con le sue caratteristiche di estraneità alla politica, lo smantellamento della Costituzione della Repubblica farebbe un deciso e forse decisivo passo avanti: un segnale forte viste le difficoltà di far approvare l’Italikum e la revisione della Costituzione, che bene che vada ha bisogno di 5 letture. Il nostro ordinamento prevede (forse sarebbe meglio scrivere “prevedeva”) un equilibrio al vertice dello Stato tra un Parlamento in posizione di primato, un Presidente garante delle Istituzioni e un Presidente del Consiglio. Il Parlamento con il premio di maggioranza e le lista bloccare è diventato un organo, che tuttalpiù può fare i dispetti con il voto segreto, come si è visto per la Presidenza della Repubblica: un dispetto che ha comportato una smagliatura o strappo (le opinioni sono divise) come la rielezione di Napolitano. Con Muti al Colle uscirebbe di scena anche la Presidenza della Repubblica. Resterebbe solo al comando, senza contrappesi, un Presidente del Consiglio dei Ministri, mai eletto, sempre più Premier o Cancelliere con un Parlamento composto da parlamentari nominati e terrorizzati di perdere il posto. Credo che paradossalmente si dovranno rimpiangere le interferenze di Napolitano, che ha dovuto supplire all’assenza di un Parlamento con un minimo di autorità politica e morale, non basta essere superiori ai consigli regionali per esercitare il ruolo assegnato dalla Costituzione, perché 2 è meglio di 1 e senza contrappesi la deriva autoritaria o, nel migliore dei casi, solipsista, è inevitabile.

Felice C. Besostri

Italikum , un pericoloso guazzabuglio

La prossima settimana sarò ascoltato dalla Prima Commissione del Senato, come esperto sulla legge elettorale, il famigerato Italikum.

Tra gli  esperti convocati, oltre che i Presidenti emeriti della Consulta, sarà di particolare interesse sentire i membri della Corte Costituzionale, che hanno fatto parte del Collegio della  “storica” sentenza 1/2014. Per me sarà un ritorno nell’aula della Commissione nel quale ero capo-gruppo dei DS nella XIII Legislatura.

L’impianto dell’Italikum non sfugge alle censure di costituzionalità  svolte alla l. n.270/2005, il Porcellum. I desideri di Renzi sono scambiati dai parlamentari della sua maggioranza, almeno formalmente, come ordini e dallo stesso Renzi, come concreta possibilità: tipico esempio di wishful thinking al limite del delirio di onnipotenza. L’operazione è riuscita con la revisione della Costituzione, che ha rispettato i tempi di approvazione, ma al prezzo di svarioni, che ne ritarderanno l’approvazione: lo “scombinato disposto” degli artt. 57, ult co.,117, co. 2 lett. f) e ult. co. Cost. testo novellato. Pensate con legge regionale sarà determinata parte della composizione del Parlamento!

La revisione costituzionale  deve precedere quella elettorale  a meno che si voglia correre il rischio di votare con due leggi differenti per Camera e Senato  e in presenza di bicameralismo perfetto. Una legge cosiffatta non potrebbe essere promulgata da un Presidente nel pieno delle sue prerogative costituzionali e facoltà mentali. Sempre che il desiderio di andarsene non prevalga su qualsiasi altra considerazione: non sarebbe da Giorgio Napolitano.

Nella prima versione dell’Italikum il premio di maggioranza già andava di fatto alla prima lista della coalizione con la leadership del PD, con le ultime modifiche proposte si vuole trasformare una situazione di fatto in diritto. Si tratta anche di evitare una chiara violazione dei principi costituzionali del voto personale, diretto e uguale.(artt. 48 e 56 Cost).

La soglia generalizzata del 3% spingerà le formazioni che non hanno scelto dove stare, se col PD o con FI, a presentarsi da sole. Auguri  a chi abbia come ambizione di eleggere una quindicina di deputati, ma questa frammentazione è la tomba per ogni rinascita centrista o per una formazione  a sinistra del PD con ambizioni di organizzare politicamente il disagio sociale e di incidere sui programmi di un governo, del quale sia l’arbitro.

Felice C. Besostri

Senato, invece di pasticciare
copiamo la Germania

C’è un detto inglese molto noto che dice che il diavolo si annida nei dettagli, e di questi io voglio parlare prima di affrontare, (vedi memoria), il più importante problema dell’impianto generale della riforma del Senato, di cui un solo punto è apprezzabile: il tentativo di superamento del bicameralismo paritario, anche se non riuscito.

Primo dettaglio: ai sensi dell’articolo 114 della nuova versione licenziata dal Senato, la Repubblica è costituita da Comuni, Città metropolitane, Regioni e Stato. Nell’articolo 57, al comma secondo della nuova versione, possono essere eletti nel nuovo Senato i consiglieri regionali e i Sindaci dei Comuni. Questa dizione esclude – del tutto irragionevolmente – quei Sindaci di Città metropolitane che volessero farsi eleggere direttamente, perché cesserebbero di essere Sindaci dei Comuni. capoluogo Tra l’altro, le Città metropolitane sono le città più importanti che abbiamo nel nostro Stato, per cui trovo illogico escludere a priori da questo nuovo Senato proprio i Sindaci delle Città metropolitane, che abbiano fatto la scelta democratica di farsi eleggere direttamente dal corpo elettorale.

Un’altra questione riguarda le minoranze linguistiche, che la Repubblica ex art.6 Cost. tutela con apposite norme. Peraltro le apposite norme di tutela nel sistema elettorale non sono state attuate, perché nella legge elettorale europea (questa questione è stata mandata innanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Cagliari) soltanto tre minoranze linguistiche  hanno una tutela, cioè la francese della Val d’Aosta, la tedesca dell’Alto Adige e la slovena del Friuli Venezia Giulia.

Nel Testo unico per l’elezione della Camera dei Deputati, invece, sono tutelate le minoranze linguistiche di Regioni a Statuto speciale, nel cui Statuto siano previste speciali norme di tutela per le minoranze linguistiche.  In questo modo si lasciano fuori le minoranze linguistiche anche consistenti di Regioni a statuto ordinario (parlo del Piemonte e della Calabria, ma ce ne sono anche altre) e anche di una Regione a statuto speciale, la Sardegna, nel cui antico Statuto non c’è alcuna norma di tutela della minoranza, che pure è la più consistente tra tutte le minoranze linguistiche riconosciute dalla legge n. 482 del 1999.

Nell’ultimo comma dell’articolo 57 è detto che con una legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica. Faccio un’ultima annotazione su questo: le Province autonome di Trento e Bolzano sono sovrarappresentate rispetto ad altre Regioni della stessa consistenza demografica.

In base a una norma dell’articolo 117, ultimo comma, con legge regionale viene determinata la rappresentanza delle minoranze linguistiche nel Parlamento, e tra l’altro Parlamento significa sia Camera dei Deputati che Senato della Repubblica. Questo è chiaramente in contrasto sia con l’articolo 57, ultimo comma, di cui ho parlato prima, sia con l’articolo 117, comma secondo, lettera f), per cui è competenza della legislazione statale la legge elettorale degli organismi dello Stato.

Questa mancanza di coordinamento a mio avviso è sicuramente pericolosa. Tra l’altro, c’è un problema che riguarda in generale le elezioni di secondo grado, alla luce della recente ordinanza n. 495/2014 del TAR Friuli, sezione I, dove, con riferimento anche a due sentenze della Corte Costituzionale, la n. 6 del 2002 e la n.230 del 2002, dice che dal combinato disposto degli articoli 1, 5 e 114, se la Repubblica è una Repubblica democratica, devono essere democratiche, informate allo stesso principio le singole componenti, perciò non si può stabilire elezioni di secondo grado che non diano questa garanzia.

Capisco l’esigenza di passare da un premio di maggioranza abnorme, che consentirebbe di sapere chi ha vinto le elezioni la sera delle elezioni, a un sistema di elezioni di secondo grado che, come hanno dimostrato le ultime elezioni di Province e Città metropolitane, hanno il vantaggio di far sapere chi vincerà la sera prima delle elezioni, quando ci sono norme che consentono la presentazione di una lista unica pari al numero dei seggi da ricoprire.

I nostri vicini svizzeri hanno il buonsenso di dire che, quando i candidati sono pari ai posti da ricoprire con le elezioni, queste non hanno luogo e si procede alla loro nomina diretta. Siccome il contenimento delle spese sembra una delle regole che presiede alle nostre riforme, sarebbe sicuramente un contributo alla riduzione dei costi della politica!

L’altra questione riguarda la mancata riforma dell’articolo 66 sull’autodichia, proprio alla luce di quanto è successo con la legge elettorale, che è stata parzialmente annullata con la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale. Qui abbiamo questo buco che non consentiva, finché non si è trovata quella strada, di poter controllare la costituzionalità delle leggi elettorali prima che queste siano applicate o al momento della loro applicazione. Credo che la soluzione sia quella di un ordinamento simile al nostro, l’ordinamento tedesco, che prevede che sulle decisioni del Bundestag in ordine ai suoi membri ci sia il ricorso alla Corte Costituzionale.

Ritengo che questa sia una soluzione più facile, più trasparente e più efficace di quella del disegno di legge che invece prevede solo per queste leggi una specie di controllo preventivo su iniziativa di una minoranza parlamentare.

Concludo con una questione, che sarebbe opportuno prevedere anche ai fini di una maggiore accelerazione dell’iter approvativo in un sistema bicamerale, ossia che sia eliminata la decadenza dei disegni di legge con la fine della legislatura, anche di quelli che in un ramo del Parlamento fossero stati approvati, decadenza prevista unicamente da norma di regolamenti parlamentari.

Tra l’altro, questo non è previsto per le leggi di iniziativa popolare, che dovrebbero aumentare nel nuovo impianto. Questo consentirebbe anche un diverso atteggiamento nei confronti delle leggi di modifica costituzionale, perché, se tra le prime due approvazioni e quelle definitiva si tenessero elezioni di carattere generale, queste esprimerebbero un segno di gradimento o meno delle riforme molto superiore di quello del referendum confermativo, che è un prendere o lasciare e che perciò non offre questa possibilità.

Il superamento del bicameralismo a me sembra pasticciato, sarebbe più logica e meno pericolosa per gli equilibri democratici una soluzione tedesca di un Bundestag, Camera dei deputati, eletto alla proporzionale, e di un Bundesrat, Senato, espressione dei Länder.

Felice Besostri