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Felice Saulino

Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Rai e Cdp. Voglia di Lottizzazione e scontro Lega-M5S

rai 8Il ministro della Salute Giulia Grillo ha assicurato che da ora in avanti, nel suo dicastero le nomine dei manager avverranno «solo per merito» e saranno fatte attraverso «selezioni pubbliche». «A cominciare» dal prossimo direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Se la promessa fosse realizzata, rappresenterebbe un’autentica rivoluzione. Comprensibile, quindi, l’enfasi con cui l’esponente Cinquestelle ha accompagnato il suo annuncio su Facebook.

Bene. Ma le altre nomine? Come verranno assegnate le 350 e passa poltrone che il governo gialloverde dovrà occupare da qui alla fine dell’anno? Per il momento sono al centro di trattative avvolte dal più stretto riserbo. Dalle poche indiscrezioni disponibili, sembra di capire però che Salvini e Di Maio, i due azionisti del governo Conte, hanno ingaggiato un duro scontro. La conferma verrebbe dai numerosi consigli di amministrazione scaduti e non ancora rinnovati. Con buona pace della trasparenza invocata e ostentata dal ministro della Salute.

In cima alla lista, c’è la Rai, la madre di tutte le lottizzazioni (Sfogliaroma 4 luglio 2018). Il consiglio di amministrazione dell’azienda radio-televisiva è scaduto il 30 giugno, ma dietro le quinte Lega e Cinquestelle hanno ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro sui candidati alla sostituzione del direttore generale, Mario Orfeo, e del presidente, Monica Maggioni.

Stesso discorso per la Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui il governo ha preso tempo, rinviando al 18 luglio la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Quindi, al momento, non è dato sapere chi andrà alla guida della Cassa che, grazie ai risparmi postali degli italiani, dispone di un patrimonio di 410 miliardi di euro. Per il M5S, la Cdp dovrebbe diventare una sorta di Banca per gli investimenti, finanziando aziende di interesse pubblico e strategico nazionale: prima fra tutte l’Alitalia. Per il ruolo di amministratore delegato sono in corsa Marcello Sala, ex vicepresidente del cdg di Intesa San Paolo (caldeggiato dalla Lega) e Fabrizio Palermo, manager interno (attuale direttore finanziario) vicino a Cinquestelle. Il Tesoro invece punterebbe su Dario Scannapieco, ex vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Ancora più complicata la situazione delle Ferrovie dello Stato. Lega e Cinquestelle non hanno mai digerito il blitz di Capodanno quando il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, confermò per altri tre anni l’amministratore delegato Mazzoncini. Poi c’è il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici, che amministra 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Scontro anche su questo fronte. L’avvio dell’era “post-Sperandini”, nonostante le promesse elettorali sulla trasparenza degli incentivi è ancora avvolto nella nebbia. Il 12 luglio l’assemblea dei soci Gse avrebbe dovuto fare i nomi del nuovo vertice. È finita con un nulla di fatto. L’assemblea si è infatti chiusa subito ed è stata aggiornata al 26 luglio.

Intanto, come ha rivelato il 12 luglio il quotidiano La Stampa, al meeting romano di Google sull’intelligenza artificiale, dove parlava Davide Casaleggio ed era vietato scattare foto e “divulgare notizie”, c’era una bella pattuglia di gran commis, a suo tempo “lottizzati” dal centrosinistra. Tra gli altri spiccavano Caio (ex Poste), Catania (ex Atm), Bassanini (ex Cdp), e Monica Maggioni (presidente Rai), che – come ha sottolineato maliziosamente uno dei presenti – se ne stava seduta vicino a Bernabè.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Sostiene José Pereira: stampa è senza qualità

diario de noticiasDiario de Noticias, il più antico quotidiano portoghese, ha chiuso i battenti. Nato nel 1864, ha attraversato tre secoli. Al suo posto, un’edizione online gratuita e un settimanale di carta che uscirà la domenica. La morte di un piccolo giornale, per di più in un Paese periferico come il Portogallo, è stata accolta con l’indifferenza che si riserva a un decesso per cause naturali. Tra i necrologi, generalmente di circostanza, c’è però un commento che va al di là delle vicende del Diario, con un’analisi che affronta le ragioni della crisi dell’informazione e varca i confini del Portogallo.
Lo ha firmato, sul quotidiano Pubblico, José Pacheco Pereira, un ex deputato socialdemocratico ed ex vicepresidente del Parlamento europeo che da giovane ha conosciuto il carcere e la brutalità della polizia politica di Salazar. Oggi fa l’editorialista e raccoglie documenti politici in una enorme biblioteca.

Pereira parte dalla fondazione di DN: Nel 1864, il primo editoriale era un «documento notevole e assolutamente moderno». Con una “frase-programma” in cui il nuovo quotidiano s’impegnava a «registrare come possibile verità tutti gli eventi», in modo da permettere ai lettori di giudicare liberamente. Insomma, i fatti distinti dalle opinioni. Una “frase-programma” che, messa nero su bianco nel 1864, e in Portogallo, non era cosa da poco.

Il problema osserva adesso Pereira è che «non era vero, perché il Diario de Noticias fu giornale di interessi e di regime, ed è ancora meno vero adesso, con l’edizione online». Infatti, il quotidiano che nasce su Internet «beneficiando del valore residuo di una testata di prestigio non è un nuovo Diario de Noticias, ma un’altra cosa. Un sito di notizie senza i soldi per pagare il giornalismo di qualità, le inchieste e le opinioni serie».

Quanto al secondo ambizioso obiettivo enunciato nell’editoriale del 1864 (“interessare tutte le classi”) «nemmeno questo è stato vero». Il Diario, più che della gente comune si occupò del potere, sostenendo, apertamente e fin dall’inizio, la dittatura fascista di Salazar per poi virare a sinistra dopo la rivoluzione dei garofani del 1974.

Ma, secondo Pereira, nemmeno i giornali odierni fanno qualcosa per “interessare tutte le classi”. Anzi: «lasciano fuori dalle loro pagine la maggioranza del paese ignorando i problemi della vita quotidiana». Per dirla in maniera brutale: oggi «non esiste una copertura indipendente e priva di affari» ma solo quella legata alle «grandi società e ai centri di potere fattuale».

E così «l’arte e la cultura, spesso mediocre, ma urbana e di tendenza, hanno una copertura particolarmente acritica, ma con un posto nobile». La conclusione è affidata a questo esempio: «In Portogallo siamo nel mezzo della lotta degli insegnanti, cosa sappiamo della condizione di un insegnante oggi, in una scuola ordinaria, con studenti normali ma reali, quelli che esistono, quelli che ci sono?».
Naturalmente la situazione nel nostro Paese è identica. Con giornali e telegiornali che tutti i giorni, e quasi senza eccezioni, aprono sull’ultimo tweet di Salvini e sulle ultimissime promesse di Di Maio. Ma dei cinque milioni di poveri assoluti certificati pochi giorni fa dall’Istat sappiamo qualcosa?

Felice Saulino
SfogliaRoma

La solitudine della Raggi mollata dai Cinquestelle

virginia raggiSembrano passati dieci anni da quando Virginia Raggi conquistò trionfalmente la capitale, prima tappa di una marcia che poi avrebbe portato i Cinquestelle a Palazzo Chigi.
Invece sono trascorsi appena 24 mesi, e il 19 giugno, il compleanno è passato nel silenzio del Campidoglio. Un contrasto che stride con le parole della sindaca nei giorni del suo trionfo. Quando, dopo il risultato del primo turno (5 giugno 2016), parlò di “momento storico”. E quando, (19 giugno 2016) stravinto il ballottaggio con una maggioranza bulgara che sfiorava il 70 per cento, disse trionfante: «Oggi hanno vinto i romani».

Due anni dopo (il 10 giugno) quegli stessi elettori, chiamati al voto in due municipi della capitale, le hanno voltato le spalle e hanno azzerato i Cinquestelle che hanno raccolto rispettivamente il 13 e il 20 per cento dei voti. E la cosa peggiore è questa: il 70 per cento degli elettori romani ha disertato le urne. I 770.564 voti con cui Virginia Raggi salì al Campidoglio sono un pallido ricordo.

Le ragioni di questo crollo di fiducia nella giunta penta stellata sono noti. Sfogliaroma ne ha parlato più volte segnalando fin dall’inizio l’incapacità dell’amministrazione Raggi ad affrontare i problemi della capitale. Una città che usciva da otto mesi di commissariamento per mafie dalle traumatiche dimissioni di Ignazio Marino. Con il Pd in ginocchio e il centrodestra dell’ex sindaco Alemanno azzerato da Parentopoli.

E adesso? Ci sono due foto pubblicate pochi giorni fa da un quotidiano romano che raccontano meglio di qualsiasi analisi le condizioni in cui oggi versa Roma. Sono due foto simbolo scattate a piazzale dei Partigiani. La prima è del 5 ottobre 2016 e mostra “un’aiuola incolta con erba alta e palma sofferente”. La seconda è stata scattata il 19 giugno, giorno del secondo compleanno della giunta Raggi, e mostra “la stessa aiuola in situazione peggiorata. All’erba alta si sono aggiunti mucchi di rifiuti”.

La situazione è questa. Con l’Atac fallita, le buche mai riparate e 78 milioni di euro ancora in cassa sugli 85 stanziati dal Campidoglio a marzo dell’anno scorso, le strade strapiene di rifiuti, la girandola senza fine di assessori e manager. E, adesso, anche lo scandalo dello stadio della Roma. Con un privato cittadino, l’avvocato Luca Lanzalone, poi arrestato, che trattava con Parnasi a nome del Campidoglio.

La Raggi si è subito difesa dicendo che glielo avevano mandato i vertici nazionali di Cinquestelle per risolvere il problema di Tor di Valle. Ma poi è stata costretta a fare marcia indietro. Già, perché Grillo, Casaleggio e Di Maio adesso l’hanno lasciata sola. Fino alle elezioni del 4 marzo hanno cercato di coprirla affiancandole vari tutor. E Lanzalone, poi “premiato” da Di Maio con la presidenza dell’Acea, era l’ultimo della serie, con funzioni da vero e proprio sindaco ombra. Ma ora che sono al governo con Salvini e guai annessi, la sindaca di Roma non può diventare una zavorra. Quindi la realpolitik elettorale del M5S vuole che vada avanti senza coperture dall’alto.

Da ora in poi la sindaca di Roma sarà costretta a navigare da sola tra gli scogli cercando di non affondare. Ma sembra la prima a non crederci troppo. Perché, come ha confessato a dicembre scorso, in un raro momento di abbandono, per lei «già arrivare alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo».

Felice Saulino
SfogliaRoma

A ottobre vendita Alitalia. Una bomba per Di Maio

ALITALIAIl termine per concludere la vendita di Alitalia è slittato di sei mesi (fine ottobre). Nell’ultima riunione di aprile il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, ha prorogato l’amministrazione straordinaria, fissando al 15 dicembre prossimo la restituzione del “prestito ponte” concesso un anno fa dallo Stato italiano per evitare il fallimento della compagnia aerea.
Tutto come previsto. Il decreto per allungare il commissariamento e l’amministrazione straordinaria era già pronto a metà aprile, cioè alla scadenza del termine per la presentazione delle “offerte vincolanti” prevista dalla vecchia procedura di vendita. Infatti era convinzione generale che – vista la situazione politica italiana – nessun concorrente si sarebbe fatto vivo con un esecutivo provvisorio e senza una controparte con cui negoziare, ossia un governo con pieni poteri in grado di chiudere una trattativa.

Invece, proprio sul filo di lana della scadenza, ecco le “offerte vincolanti”. La cosa ha sorpreso tutti, perfino Palazzo Chigi, ma a ben guardare una logica ce l’aveva: una mossa per stanare Lega e Cinquestelle. Perché la vittoria di Salvini e Di Maio alle ultime elezioni politiche ha complicato (e non poco) le trattative per la cessione della ex compagnia di bandiera. Prima del voto, l’accordo con la tedesca Lufthansa sembrava in dirittura d’arrivo. E si stava prospettando anche la seconda offerta, quella della cordata costituita da Easyjet, AirFrance-Klm, Delta Airlines e dal fondo americano d’investimento Cerberus. Ma dopo il 4 marzo crescevano soltanto i rumors su un intervento dello Stato.

Adesso con lo spostamento della vendita, l’offerta messa nero su bianco da Lufthansa rischia però di trasformarsi in una bomba a orologeria. Un ordigno pronto a esplodere ad ottobre quando il nuovo governo si troverà di fronte a un bivio: trattare con il colosso tedesco interessato a prendersi una compagnia ristrutturata, più piccola di quella attuale e con almeno duemila esuberi oppure far correre all’Alitalia il rischio del fallimento e della chiusura. Definitiva.

Sarà una prova del fuoco per il nuovo governo che, al di là della forma, avrà comunque come azionista di riferimento Cinquestelle e come spalla la Lega, cioè i due partiti che prima delle elezioni si sono schierati contro la vendita ai tedeschi ipotizzando un ritorno più o meno velato dell’azionista pubblico.

Non è quindi un caso se proprio adesso l’Unione europea, a un anno di distanza dal “prestito ponte” ha aperto il fuoco di sbarramento contro gli “aiuti di Stato” annunciando l’avvio di un’indagine sui 900 milioni prestati alla compagnia. Intanto Lufthansa aumenta il pressing, facendo sapere, per bocca del suo direttore finanziario, che se «il matrimonio con Alitalia non riuscisse», «un’alternativa» ci sarebbe: «scalare Air Dolomiti» e ingrandirla…

Felice Saulino
SfogliaRoma

Lisbona gioca d’attacco col governo di minoranza

Costa AntonioMentre in Italia i vincitori delle ultime elezioni annaspano, nel piccolo Portogallo il segretario del Partito Socialista Antonio Costa, primo ministro da novembre 2015 con un governo di minoranza, gioca una partita d’attacco. Senza preoccuparsi troppo del fatto che il suo partito non ha la maggioranza in Parlamento e il suo esecutivo sta in piedi grazie ai voti di comunisti, blocco di sinistra e verdi.

Forte del successo ottenuto alle amministrative dello scorso ottobre, adesso Costa ha avviato un’intensa preparazione per le politiche del 2019. L’obiettivo per la prossima legislatura è quello conquistare la maggioranza dei seggi, in modo da non dipendere più da appoggi esterni in Parlamento.

A metà aprile, con una mossa a sorpresa, il premier ha preso in contropiede gli alleati di governo. L’occasione è stata fornita dalla nuova legge di Bilancio e dal deficit. Il ministro Mario Centeno, che da pochi mesi è anche presidente dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle Finanze Ue), ha annunciato un’accelerazione del piano di rientro del deficit che quest’anno dovrà scendere dell’1,7 per cento. Immediatamente Blocco di sinistra e Partito comunista hanno fatto muro dandogli una settimana di tempo per fare marcia indietro e riportare la riduzione del deficit dello 0,7 per cento. A questo punto, il Presidente della Repubblica ha avvertito il governo che senza un accordo sul Bilancio dello Stato sarebbe stato costretto a mettere fine alla legislatura e a indire le elezioni anticipate.

Ma il ministro delle Finanze non ha ceduto e ha sfidato la sinistra, sostenendo che la misura era necessaria per il “futuro del Paese” e non rischiare di perdere fondi strutturali europei. Poi, a due giorni dalla scadenza dell’ultimatum, Costa ha annunciato un accordo con Riu Rio, il nuovo segretario del Partito socialdemocratico, pronto ad assicurare i suoi voti per far passare in Parlamento le misure su bilancio, patto di stabilità e fondi europei. Visto che c’erano, Costa e Rio hanno firmato anche un accordo sulla posizione del Portogallo nei confronti della Siria. Il segnale è inequivocabile: ormai l’esecutivo può disporre di un secondo forno (quello socialdemocratico) e la sinistra è finita nell’angolo.

Subito dopo il patto con il partito di Rio, il governo ha messo in campo una legge di sostegno per i genitori single che non possono pagare l’affitto. Un messaggio per rimarcare che la barra resta ferma verso quella politica di riformismo socialista che lo ha caratterizzato dalla nascita. Ma, e questa è la novità, bisogna anche fare molta attenzione ai conti. Senza chiedere di aumentare a dismisura la spesa pubblica solo perché il Pil continua a crescere, come ha appena ratificato il Fondo monetario internazionale che ha rivisto al rialzo la crescita di quest’anno (più 2,4 per cento).

E così il 18 aprile, quando la discussione sul Bilancio dello Stato è arrivata in Parlamento, i rappresentanti della sinistra hanno potuto solo sottolineare nei loro interventi che cosa li separa dal governo sulla politica di bilancio. Il giorno dopo, il più importante quotidiano portoghese dava conto del dibattito e della replica del premier titolando “La discordia del successo”. Già, perché Costa, forte dei risultati conseguiti dal governo e dalla crescita elettorale (caso unico in Europa) del Partito socialista, ha replicato con bastone e carota.

Prima, ha assicurato che «la riduzione del debito per i prossimi anni non mette in discussione le misure concordate in questa legislatura». Poi ha lanciato un avvertimento agli attuali alleati di governo: «Una partita di calcio dura 90 minuti, una legislatura dura 4 anni». E quella in corso finisce l’anno prossimo…

Felice Saulino
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Sarà la legislatura di Mattarella

napolitano mattarellaNella grande incertezza che avvolge il quadro politico italiano disegnato il 4 marzo dagli elettori, una sola cosa sembra chiara: questa sarà la legislatura di Sergio Mattarella.
La partita di cui il capo dello Stato sarà arbitro assoluto è appena iniziata. Con il rituale delle consultazioni per formare un nuovo governo e una prima fase in cui Salvini e Di Maio rivendicheranno i rispettivi “diritti”. Il primo, come leader della coalizione (quella di centrodestra) che ha raccolto il maggior numero di consensi elettorali. L’altro, come candidato premier del M5S, il partito che ha preso più voti. Si andrà avanti così fino a quando sarà evidente che per uscire dall’empasse bisognerà mettersi a cercare un premier terzo, una figura esterna a Lega e Cinquestelle, con l’incarico di formare un governo di scopo (per esempio la riforma elettorale).

A questo punto Mattarella vestirà i panni dell’arbitro. Un arbitro assoluto che darà l’incarico a un personaggio istituzionale di sua fiducia. Dal nome del prescelto, si capirà fino a che punto il nuovo esecutivo diventerà “governo del presidente”. Come fu l’esecutivo Dini all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro e come, più recentemente, è stato il governo di Mario Monti con Giorgio Napolitano sul Colle.

Certo, Mattarella non ha l’ego di “re Giorgio”, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Chi lo vede timido, legnoso, schivo e riservato deve sapere che il dodicesimo presidente della Repubblica non va sottovalutato. Dietro l’uomo che si mostra mite, c’è il politico di vecchio corso capace di grandi durezze e di scontri all’ultimo sangue. Come quello che alla metà degli anni Novanta ingaggiò con Rocco Buttiglione subito dopo nascita del Ppi, il partito popolare nato sulle ceneri della vecchia Democrazia cristiana.

Sergio Mattarella è un professionista della politica che ha navigato in tanti mari e con ogni tempo, uno che conosce alla perfezione i meccanismi istituzionali per essere stato: ministro, vicesegretario di partito, vicepresidente del Consiglio, autore d’una legge elettorale (il Mattarellum) che ha funzionato per tre legislature e – da ultimo – membro della Corte Costituzionale. Fino al Quirinale, dove è arrivato all’inizio del 2015. E dove fino ad oggi ha voluto interpretare il suo ruolo con uno stile caro a una vecchia tradizione democristiana che voleva la presidenza della Repubblica come silenzioso potere di mediazione fra i partiti.

Ma anche Cossiga, che quella tradizione ruppe, una volta salito sul Colle restò muto a lungo (quattro anni) per trasformarsi all’improvviso nel “picconatore”, nel finto matto che dice le cose come stanno, bastona i partiti in crisi e la classe politica incapace di dare risposte adeguate a chi l’ha mandata in Parlamento e al Paese. Le esternazioni dell’ex “sardomuto” fecero epoca e suscitarono feroci polemiche. Alla fine, però, i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, ne subirono le conseguenze. E furono pesanti.

Mattarella non è Cossiga e non rischia di trasformarsi in un “picconatore”. Ma come l’ex “sardomuto” viene dalla sinistra democristiana ed è un politico di vecchia scuola. Quindi, costretto a scendere in campo per dirigere la partita tra Salvini e Di Maio, sarà arbitro assoluto. Infatti, prima del fischio d’inizio, in vista dell’avvio delle consultazioni, qualche quirinalista ha anticipato sui giornali l’orientamento del presidente della Repubblica: il nuovo governo dovrà rispettare le compatibilità e gli impegni assunti dall’Italia in ambito europeo. Sì. Questa sarà la legislatura di Mattarella.

Felice Saulino
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Torino, quel ‘Vaffa’ a Grillo dai puri del M5S

chiara appendinoE così anche Beppe Grillo si è beccato il suo “vaffa”. È successo a Torino, dove la candidatura alle Olimpiadi invernali del 2026, avanzata timidamente dalla sindaca Cinquestelle Chiara Appendino e appoggiata dal “fondatore-garante”, è finita con un ammutinamento che adesso rischia di far saltare la giunta.
I fatti sono noti: venerdì 9 marzo, mentre un centinaio di attivisti stanno discutendo sull’opportunità di firmare la manifestazione d’interesse al Cio (il Comitato olimpico internazionale), Grillo interviene in collegamento telefonico per dare una mano alla sindaca in difficoltà. Con il piglio deciso del capo scandisce: «Dobbiamo provare a ideare un’Olimpiade diversa, un’Olimpiade sostenibile. Non possiamo perdere l’opportunità di dimostrare che il movimento sa raccogliere le sfide e provare a gestire cose complicate».

Ma la risposta dei “puri” è un clamoroso “vaffa”. Due giorni dopo, il 12 marzo, la candidatura del capoluogo piemontese alle Olimpiadi fa saltare la seduta del Consiglio comunale chiamato a discutere la proposta. Per la prima volta dall’insediamento dell’amministrazione Appendino, in Sala Rossa manca il numero legale grazie all’assenza di quattro consiglieri pentastellati. Seduta interrotta e maggioranza a pezzi.

Grillo incassa in silenzio, ma dopo 48 ore cerca di ricucire lo strappo. Lo fa rispondendo all’accorata lettera della consigliera Ferrero che gli aveva espresso tutto il suo “sconcerto” per il cambio di posizione su uno dei temi caldi del Movimento: il no alle grandi opere e agli “sprechi olimpici”. «Capisco i vostri dubbi – scrive il capo – è giusta la preoccupazione di alcuni. Dovete essere voi a decidere». Ma i tempi non sono facili: «Dobbiamo dimostrare la possibilità di fare le cose a modo nostro rispettando le nostre linee guida su ambiente, economia e sostenibilità. Le nostre 5 stelle devono essere alla guida del progetto».

Il “vaffa” al “fondatore” è un segnale. Adesso per i militanti che si sentono traditi dalla svolta moderata e governativa di Di Maio il “fondatore” non è più intoccabile. Nemmeno lui può più permettersi di fare e disfare a proprio piacimento come ai tempi del gruppo parlamentare europeo e dell’alleanza con l’antieuropeista Farage, oppure alle comunarie genovesi, con l’esclusione della candidata sindaco indicata online dagli attivisti. Adesso che con il ribaltone sulle Olimpiadi Grillo sembra essersi allineato ai moderati, per i puri è diventato un traditore. Torino non è un caso isolato. Molti attivisti della prima ora sono sul piede di guerra e le trattative romane per il governo rischiano d’ingrossarne le fila.

È il destino di chi sceglie di fare politica issando il vessillo della purezza. E Grillo non fa eccezione. Perché, come diceva lo storico leader socialista Pietro Nenni, alla fine c’è sempre «un puro più puro che ti epura».

Felice Saulino
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Elezioni. La politica è di chi sta in “lista”

Non si placano le polemiche sui candidati alle politiche del 4 marzo prossimo. Investono tutti i partiti e rilevano una sola cosa: l’onnipotenza dei segretari.

salvini di maio renziSono stati loro a farla da padroni: a decidere la vita o la morte di questo o quell’aspirante, a stabilire chi entrerà nel prossimo Parlamento e chi no.
Matteo Renzi ha potuto così mettere in lista il suo storico portavoce, Filippo Sensi, insieme a una nutrita pattuglia di fedelissimi. Naturalmente ha fatto fuori gli avversari interni penalizzando perfino il leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, ministro della Giustizia, escluso dalle liste della sua Liguria e catapultato (senza alcuna consultazione) in un collegio emiliano. La stessa sorte ha subito il potente ministro dell’Interno calabrese Marco Minniti. Lo scontento non sarebbe tanto per la sua candidatura nel collegio uninominale Pesaro-Urbino della Camera ma per il depennamento dalle liste elettorali di Nicola Latorre, Enzo Amendola e Andrea Manciulli, esponenti del Pd a lui vicini.

L’ineffabile Luigi di Maio, con buona pace della “democrazia diretta” e della scelta dei candidati M5S “affidata” online agli iscritti, ha fatto sparire dalle liste Mario Corfiati, secondo candidato più votato dalla base torinese. I si dice sono tanti. Il problema è che il vertice pentastellato non ha fornito alcuna spiegazione.

Per non parlare dell’uninominale, la lista dei “supercompetenti” compilata da Di Maio in persona e dal medesimo strombazzata in tanti talk televisivi. Qui sono apparsi perfino un ex renziano doc come il toscano Cecchi, lo stesso che fino a poco tempo fa (in occasione del referendum costituzionale) sbeffeggiava Di Maio e il suo partito. E che cosa dire dell’ammiraglio Veri presentato con grandi squilli di tromba e subito costretto a ritirarsi perché era (forse a sua insaputa) consigliere comunale a Ortona, eletto con i voti del Pd?

Ed eccoci al centrodestra. Perfettamente a proprio agio nel ruolo di padre padrone, Silvio Berlusconi ha fatto quello che ha voluto. Con il solito elenco di fedelissimi, indagati, figli, mogli e parenti di notabili vari. Da Cesaro jr (figlio del patriarca Luigi) a Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella) a Flora Beneduce, moglie dell’ex assessore regionale campano Armando De Rosa.

Le trattative tumultuose e faticose sulle candidature hanno pesato sulla stessa tenuta fisica di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia ha accusato un affaticamento e non è andato né a In mezz’ora né a Porta a Porta, i seguitissimi programmi Rai di Lucia Annunziata e di Bruno Vespa.

Le polemiche sulle liste stanno lì a confermare che il Rosatellum è una brutta legge elettorale che ratifica l’onnipotenza dei segretari. Un marchingegno da cui verrà fuori un Parlamento dove i votati (deputati e senatori) conteranno più dei votanti. Dove la coalizione con i maggiori consensi anche se tra Camera e Senato riuscisse a conquistare il 40 per cento dei seggi non avrebbe i numeri sufficienti per governare. Dove il partito più votato se corre da solo (vedi M5S) rischia di non avere il maggior numero di parlamentari. Mentre quello che arriva secondo per numero di voti (in questo caso il Pd) potrebbe mettere assieme il primo gruppo parlamentare perché le preferenze delle liste collegate che non superano la soglia del tre per cento vanno al maggior partito della coalizione.

Conclusione. Nella Prima Repubblica c’erano le preferenze. Si prestavano, è vero, al voto di scambio, infatti ne derivarono parecchi scandali. Però si trattava di un sistema in cui gli elettori avevano almeno la possibilità di scegliersi il candidato da mandare in Parlamento. Nella Seconda Repubblica c’era il Mattarellum, un maggioritario con correzione proporzionale che dava agli elettori ancora qualche margine di scelta. Poi è arrivata la “legge porcata”, ossia il Porcellum e adesso, nella Terza Repubblica, stiamo per sperimentare il Rosatellum. Un mostro che prevede solo liste bloccate. Il risultato sarà un Parlamento di nominati che non dovranno rispondere a nessun elettore.

Felice Saulino
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Alitalia-Lufthansa,
tutto pronto

alitalia lufthansaSalvo improbabili sorprese, in primavera Alitalia passerà a Lufthansa. La trattativa sarebbe a un passo dalla conclusione, al punto che un’agenzia di stampa specializzata come Avionews indica già il probabile amministratore delegato della nuova Alitalia: Michael Kraus, manager «molto stimato dal capo negoziatore della compagnia tedesca, Joerf Eberard». Kraus, che ha gestito per 11 anni Air Dolomiti ed è stato Ad di Lufthansa Italia, «parla perfettamente la nostra lingua e conosce molto bene il mercato italiano». Insomma, come anticipato l’11 dicembre scorso da Sfogliaroma, l’intesa di massima «sembra cosa fatta». Ma prima di sedersi attorno a un tavolo per chiudere la trattativa e firmare i negoziatori italiani e quelli tedeschi «preferiscono aspettare le elezioni del 4 marzo».
Anche per il quotidiano economico tedesco Handelsblatt, che cita «fonti interne al vertice» della compagnia di Colonia, l’affare si farà, perché «dopo l’uscita dalla partita per l’acquisto della compagnia aerea austriaca Niki, Alitalia è diventata per Lufthansa un importante obiettivo strategico». Nei suoi piani c’è una ‘New Alitalia’ con 6.000 dipendenti e una flotta di 90 aerei. L’intesa con il governo di Roma prevede la creazione di un’altra bad company in modo da permettere ai tedeschi di prendere soltanto il ramo volo (aviation). Ma, dal momento che l’Alitalia diventerebbe una compagnia regionale sussidiaria di Lufthansa, sarebbe inevitabile una riduzione degli slot (le finestre di decollo e atterraggio) e del personale di volo. Prendendo solo la parte aviation i tedeschi si libererebbero subito degli oltre 3 mila dipendenti dell’handling, per i quali sono in corso altre trattative.

Handelsblatt indica poi quelli che secondo le indiscrezioni fatte filtrare da Colonia sarebbero gli ultimi nodi da sciogliere: la restituzione dei 900 milioni di prestito ponte concesso dal governo italiano e il numero degli esuberi. I tedeschi sarebbero disposti a pagare circa 300 milioni, un terzo, e prenderebbero Alitalia senza debiti (né verso lo Stato, che è creditore privilegiato, né verso gli altri creditori).

Lufthansa sarebbe inoltre molto ferma nel chiedere almeno 2 mila esuberi per il settore volo.

Nulla di nuovo. Ma, come aveva scritto Sfogliaroma, i 900 milioni del prestito sono ancora quasi intatti, perché, grazie al lavoro dei commissari straordinari (Gubitosi, Paleari e Laghi) che hanno rinegoziato decine di contratti, Alitalia ha smesso di bruciare cassa. Quanto ai dipendenti da tagliare, il governo italiano avrebbe già ottenuto uno sconto di 500 unità. Ma 1.500 esuberi in piena campagna elettorale rappresenterebbero comunque un rischio troppo grande per Renzi. La notizia scatenerebbe le opposizioni alla vigilia di elezioni in cui il Pd si gioca tutto. Sarebbe un regalo per il M5S e per il centrodestra che potrebbero cavalcare i tagli all’occupazione, per non parlare di Liberi e Uguali che avrebbe l’appoggio incondizionato della Cgil.

Intanto i commissari continuano a sostituire dirigenti. A fine gennaio dovrebbero lasciare l’azienda personaggi chiave come Tatiana Bonito (direzione personale), Antonio Saetta (direttore finanza e strategie) e Laura Cavatorta (responsabile Customer Service). Difficile immaginare che un’operazione del genere non risponda alle esigenze del nuovo acquirente. Lufthansa. Appunto.

Felice Saulino
SfogliaRoma