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Felice Saulino

Lisbona gioca d’attacco col governo di minoranza

Costa AntonioMentre in Italia i vincitori delle ultime elezioni annaspano, nel piccolo Portogallo il segretario del Partito Socialista Antonio Costa, primo ministro da novembre 2015 con un governo di minoranza, gioca una partita d’attacco. Senza preoccuparsi troppo del fatto che il suo partito non ha la maggioranza in Parlamento e il suo esecutivo sta in piedi grazie ai voti di comunisti, blocco di sinistra e verdi.

Forte del successo ottenuto alle amministrative dello scorso ottobre, adesso Costa ha avviato un’intensa preparazione per le politiche del 2019. L’obiettivo per la prossima legislatura è quello conquistare la maggioranza dei seggi, in modo da non dipendere più da appoggi esterni in Parlamento.

A metà aprile, con una mossa a sorpresa, il premier ha preso in contropiede gli alleati di governo. L’occasione è stata fornita dalla nuova legge di Bilancio e dal deficit. Il ministro Mario Centeno, che da pochi mesi è anche presidente dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle Finanze Ue), ha annunciato un’accelerazione del piano di rientro del deficit che quest’anno dovrà scendere dell’1,7 per cento. Immediatamente Blocco di sinistra e Partito comunista hanno fatto muro dandogli una settimana di tempo per fare marcia indietro e riportare la riduzione del deficit dello 0,7 per cento. A questo punto, il Presidente della Repubblica ha avvertito il governo che senza un accordo sul Bilancio dello Stato sarebbe stato costretto a mettere fine alla legislatura e a indire le elezioni anticipate.

Ma il ministro delle Finanze non ha ceduto e ha sfidato la sinistra, sostenendo che la misura era necessaria per il “futuro del Paese” e non rischiare di perdere fondi strutturali europei. Poi, a due giorni dalla scadenza dell’ultimatum, Costa ha annunciato un accordo con Riu Rio, il nuovo segretario del Partito socialdemocratico, pronto ad assicurare i suoi voti per far passare in Parlamento le misure su bilancio, patto di stabilità e fondi europei. Visto che c’erano, Costa e Rio hanno firmato anche un accordo sulla posizione del Portogallo nei confronti della Siria. Il segnale è inequivocabile: ormai l’esecutivo può disporre di un secondo forno (quello socialdemocratico) e la sinistra è finita nell’angolo.

Subito dopo il patto con il partito di Rio, il governo ha messo in campo una legge di sostegno per i genitori single che non possono pagare l’affitto. Un messaggio per rimarcare che la barra resta ferma verso quella politica di riformismo socialista che lo ha caratterizzato dalla nascita. Ma, e questa è la novità, bisogna anche fare molta attenzione ai conti. Senza chiedere di aumentare a dismisura la spesa pubblica solo perché il Pil continua a crescere, come ha appena ratificato il Fondo monetario internazionale che ha rivisto al rialzo la crescita di quest’anno (più 2,4 per cento).

E così il 18 aprile, quando la discussione sul Bilancio dello Stato è arrivata in Parlamento, i rappresentanti della sinistra hanno potuto solo sottolineare nei loro interventi che cosa li separa dal governo sulla politica di bilancio. Il giorno dopo, il più importante quotidiano portoghese dava conto del dibattito e della replica del premier titolando “La discordia del successo”. Già, perché Costa, forte dei risultati conseguiti dal governo e dalla crescita elettorale (caso unico in Europa) del Partito socialista, ha replicato con bastone e carota.

Prima, ha assicurato che «la riduzione del debito per i prossimi anni non mette in discussione le misure concordate in questa legislatura». Poi ha lanciato un avvertimento agli attuali alleati di governo: «Una partita di calcio dura 90 minuti, una legislatura dura 4 anni». E quella in corso finisce l’anno prossimo…

Felice Saulino
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Sarà la legislatura di Mattarella

napolitano mattarellaNella grande incertezza che avvolge il quadro politico italiano disegnato il 4 marzo dagli elettori, una sola cosa sembra chiara: questa sarà la legislatura di Sergio Mattarella.
La partita di cui il capo dello Stato sarà arbitro assoluto è appena iniziata. Con il rituale delle consultazioni per formare un nuovo governo e una prima fase in cui Salvini e Di Maio rivendicheranno i rispettivi “diritti”. Il primo, come leader della coalizione (quella di centrodestra) che ha raccolto il maggior numero di consensi elettorali. L’altro, come candidato premier del M5S, il partito che ha preso più voti. Si andrà avanti così fino a quando sarà evidente che per uscire dall’empasse bisognerà mettersi a cercare un premier terzo, una figura esterna a Lega e Cinquestelle, con l’incarico di formare un governo di scopo (per esempio la riforma elettorale).

A questo punto Mattarella vestirà i panni dell’arbitro. Un arbitro assoluto che darà l’incarico a un personaggio istituzionale di sua fiducia. Dal nome del prescelto, si capirà fino a che punto il nuovo esecutivo diventerà “governo del presidente”. Come fu l’esecutivo Dini all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro e come, più recentemente, è stato il governo di Mario Monti con Giorgio Napolitano sul Colle.

Certo, Mattarella non ha l’ego di “re Giorgio”, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Chi lo vede timido, legnoso, schivo e riservato deve sapere che il dodicesimo presidente della Repubblica non va sottovalutato. Dietro l’uomo che si mostra mite, c’è il politico di vecchio corso capace di grandi durezze e di scontri all’ultimo sangue. Come quello che alla metà degli anni Novanta ingaggiò con Rocco Buttiglione subito dopo nascita del Ppi, il partito popolare nato sulle ceneri della vecchia Democrazia cristiana.

Sergio Mattarella è un professionista della politica che ha navigato in tanti mari e con ogni tempo, uno che conosce alla perfezione i meccanismi istituzionali per essere stato: ministro, vicesegretario di partito, vicepresidente del Consiglio, autore d’una legge elettorale (il Mattarellum) che ha funzionato per tre legislature e – da ultimo – membro della Corte Costituzionale. Fino al Quirinale, dove è arrivato all’inizio del 2015. E dove fino ad oggi ha voluto interpretare il suo ruolo con uno stile caro a una vecchia tradizione democristiana che voleva la presidenza della Repubblica come silenzioso potere di mediazione fra i partiti.

Ma anche Cossiga, che quella tradizione ruppe, una volta salito sul Colle restò muto a lungo (quattro anni) per trasformarsi all’improvviso nel “picconatore”, nel finto matto che dice le cose come stanno, bastona i partiti in crisi e la classe politica incapace di dare risposte adeguate a chi l’ha mandata in Parlamento e al Paese. Le esternazioni dell’ex “sardomuto” fecero epoca e suscitarono feroci polemiche. Alla fine, però, i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, ne subirono le conseguenze. E furono pesanti.

Mattarella non è Cossiga e non rischia di trasformarsi in un “picconatore”. Ma come l’ex “sardomuto” viene dalla sinistra democristiana ed è un politico di vecchia scuola. Quindi, costretto a scendere in campo per dirigere la partita tra Salvini e Di Maio, sarà arbitro assoluto. Infatti, prima del fischio d’inizio, in vista dell’avvio delle consultazioni, qualche quirinalista ha anticipato sui giornali l’orientamento del presidente della Repubblica: il nuovo governo dovrà rispettare le compatibilità e gli impegni assunti dall’Italia in ambito europeo. Sì. Questa sarà la legislatura di Mattarella.

Felice Saulino
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Torino, quel ‘Vaffa’ a Grillo dai puri del M5S

chiara appendinoE così anche Beppe Grillo si è beccato il suo “vaffa”. È successo a Torino, dove la candidatura alle Olimpiadi invernali del 2026, avanzata timidamente dalla sindaca Cinquestelle Chiara Appendino e appoggiata dal “fondatore-garante”, è finita con un ammutinamento che adesso rischia di far saltare la giunta.
I fatti sono noti: venerdì 9 marzo, mentre un centinaio di attivisti stanno discutendo sull’opportunità di firmare la manifestazione d’interesse al Cio (il Comitato olimpico internazionale), Grillo interviene in collegamento telefonico per dare una mano alla sindaca in difficoltà. Con il piglio deciso del capo scandisce: «Dobbiamo provare a ideare un’Olimpiade diversa, un’Olimpiade sostenibile. Non possiamo perdere l’opportunità di dimostrare che il movimento sa raccogliere le sfide e provare a gestire cose complicate».

Ma la risposta dei “puri” è un clamoroso “vaffa”. Due giorni dopo, il 12 marzo, la candidatura del capoluogo piemontese alle Olimpiadi fa saltare la seduta del Consiglio comunale chiamato a discutere la proposta. Per la prima volta dall’insediamento dell’amministrazione Appendino, in Sala Rossa manca il numero legale grazie all’assenza di quattro consiglieri pentastellati. Seduta interrotta e maggioranza a pezzi.

Grillo incassa in silenzio, ma dopo 48 ore cerca di ricucire lo strappo. Lo fa rispondendo all’accorata lettera della consigliera Ferrero che gli aveva espresso tutto il suo “sconcerto” per il cambio di posizione su uno dei temi caldi del Movimento: il no alle grandi opere e agli “sprechi olimpici”. «Capisco i vostri dubbi – scrive il capo – è giusta la preoccupazione di alcuni. Dovete essere voi a decidere». Ma i tempi non sono facili: «Dobbiamo dimostrare la possibilità di fare le cose a modo nostro rispettando le nostre linee guida su ambiente, economia e sostenibilità. Le nostre 5 stelle devono essere alla guida del progetto».

Il “vaffa” al “fondatore” è un segnale. Adesso per i militanti che si sentono traditi dalla svolta moderata e governativa di Di Maio il “fondatore” non è più intoccabile. Nemmeno lui può più permettersi di fare e disfare a proprio piacimento come ai tempi del gruppo parlamentare europeo e dell’alleanza con l’antieuropeista Farage, oppure alle comunarie genovesi, con l’esclusione della candidata sindaco indicata online dagli attivisti. Adesso che con il ribaltone sulle Olimpiadi Grillo sembra essersi allineato ai moderati, per i puri è diventato un traditore. Torino non è un caso isolato. Molti attivisti della prima ora sono sul piede di guerra e le trattative romane per il governo rischiano d’ingrossarne le fila.

È il destino di chi sceglie di fare politica issando il vessillo della purezza. E Grillo non fa eccezione. Perché, come diceva lo storico leader socialista Pietro Nenni, alla fine c’è sempre «un puro più puro che ti epura».

Felice Saulino
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Elezioni. La politica è di chi sta in “lista”

Non si placano le polemiche sui candidati alle politiche del 4 marzo prossimo. Investono tutti i partiti e rilevano una sola cosa: l’onnipotenza dei segretari.

salvini di maio renziSono stati loro a farla da padroni: a decidere la vita o la morte di questo o quell’aspirante, a stabilire chi entrerà nel prossimo Parlamento e chi no.
Matteo Renzi ha potuto così mettere in lista il suo storico portavoce, Filippo Sensi, insieme a una nutrita pattuglia di fedelissimi. Naturalmente ha fatto fuori gli avversari interni penalizzando perfino il leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, ministro della Giustizia, escluso dalle liste della sua Liguria e catapultato (senza alcuna consultazione) in un collegio emiliano. La stessa sorte ha subito il potente ministro dell’Interno calabrese Marco Minniti. Lo scontento non sarebbe tanto per la sua candidatura nel collegio uninominale Pesaro-Urbino della Camera ma per il depennamento dalle liste elettorali di Nicola Latorre, Enzo Amendola e Andrea Manciulli, esponenti del Pd a lui vicini.

L’ineffabile Luigi di Maio, con buona pace della “democrazia diretta” e della scelta dei candidati M5S “affidata” online agli iscritti, ha fatto sparire dalle liste Mario Corfiati, secondo candidato più votato dalla base torinese. I si dice sono tanti. Il problema è che il vertice pentastellato non ha fornito alcuna spiegazione.

Per non parlare dell’uninominale, la lista dei “supercompetenti” compilata da Di Maio in persona e dal medesimo strombazzata in tanti talk televisivi. Qui sono apparsi perfino un ex renziano doc come il toscano Cecchi, lo stesso che fino a poco tempo fa (in occasione del referendum costituzionale) sbeffeggiava Di Maio e il suo partito. E che cosa dire dell’ammiraglio Veri presentato con grandi squilli di tromba e subito costretto a ritirarsi perché era (forse a sua insaputa) consigliere comunale a Ortona, eletto con i voti del Pd?

Ed eccoci al centrodestra. Perfettamente a proprio agio nel ruolo di padre padrone, Silvio Berlusconi ha fatto quello che ha voluto. Con il solito elenco di fedelissimi, indagati, figli, mogli e parenti di notabili vari. Da Cesaro jr (figlio del patriarca Luigi) a Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella) a Flora Beneduce, moglie dell’ex assessore regionale campano Armando De Rosa.

Le trattative tumultuose e faticose sulle candidature hanno pesato sulla stessa tenuta fisica di Berlusconi. Il presidente di Forza Italia ha accusato un affaticamento e non è andato né a In mezz’ora né a Porta a Porta, i seguitissimi programmi Rai di Lucia Annunziata e di Bruno Vespa.

Le polemiche sulle liste stanno lì a confermare che il Rosatellum è una brutta legge elettorale che ratifica l’onnipotenza dei segretari. Un marchingegno da cui verrà fuori un Parlamento dove i votati (deputati e senatori) conteranno più dei votanti. Dove la coalizione con i maggiori consensi anche se tra Camera e Senato riuscisse a conquistare il 40 per cento dei seggi non avrebbe i numeri sufficienti per governare. Dove il partito più votato se corre da solo (vedi M5S) rischia di non avere il maggior numero di parlamentari. Mentre quello che arriva secondo per numero di voti (in questo caso il Pd) potrebbe mettere assieme il primo gruppo parlamentare perché le preferenze delle liste collegate che non superano la soglia del tre per cento vanno al maggior partito della coalizione.

Conclusione. Nella Prima Repubblica c’erano le preferenze. Si prestavano, è vero, al voto di scambio, infatti ne derivarono parecchi scandali. Però si trattava di un sistema in cui gli elettori avevano almeno la possibilità di scegliersi il candidato da mandare in Parlamento. Nella Seconda Repubblica c’era il Mattarellum, un maggioritario con correzione proporzionale che dava agli elettori ancora qualche margine di scelta. Poi è arrivata la “legge porcata”, ossia il Porcellum e adesso, nella Terza Repubblica, stiamo per sperimentare il Rosatellum. Un mostro che prevede solo liste bloccate. Il risultato sarà un Parlamento di nominati che non dovranno rispondere a nessun elettore.

Felice Saulino
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Alitalia-Lufthansa,
tutto pronto

alitalia lufthansaSalvo improbabili sorprese, in primavera Alitalia passerà a Lufthansa. La trattativa sarebbe a un passo dalla conclusione, al punto che un’agenzia di stampa specializzata come Avionews indica già il probabile amministratore delegato della nuova Alitalia: Michael Kraus, manager «molto stimato dal capo negoziatore della compagnia tedesca, Joerf Eberard». Kraus, che ha gestito per 11 anni Air Dolomiti ed è stato Ad di Lufthansa Italia, «parla perfettamente la nostra lingua e conosce molto bene il mercato italiano». Insomma, come anticipato l’11 dicembre scorso da Sfogliaroma, l’intesa di massima «sembra cosa fatta». Ma prima di sedersi attorno a un tavolo per chiudere la trattativa e firmare i negoziatori italiani e quelli tedeschi «preferiscono aspettare le elezioni del 4 marzo».
Anche per il quotidiano economico tedesco Handelsblatt, che cita «fonti interne al vertice» della compagnia di Colonia, l’affare si farà, perché «dopo l’uscita dalla partita per l’acquisto della compagnia aerea austriaca Niki, Alitalia è diventata per Lufthansa un importante obiettivo strategico». Nei suoi piani c’è una ‘New Alitalia’ con 6.000 dipendenti e una flotta di 90 aerei. L’intesa con il governo di Roma prevede la creazione di un’altra bad company in modo da permettere ai tedeschi di prendere soltanto il ramo volo (aviation). Ma, dal momento che l’Alitalia diventerebbe una compagnia regionale sussidiaria di Lufthansa, sarebbe inevitabile una riduzione degli slot (le finestre di decollo e atterraggio) e del personale di volo. Prendendo solo la parte aviation i tedeschi si libererebbero subito degli oltre 3 mila dipendenti dell’handling, per i quali sono in corso altre trattative.

Handelsblatt indica poi quelli che secondo le indiscrezioni fatte filtrare da Colonia sarebbero gli ultimi nodi da sciogliere: la restituzione dei 900 milioni di prestito ponte concesso dal governo italiano e il numero degli esuberi. I tedeschi sarebbero disposti a pagare circa 300 milioni, un terzo, e prenderebbero Alitalia senza debiti (né verso lo Stato, che è creditore privilegiato, né verso gli altri creditori).

Lufthansa sarebbe inoltre molto ferma nel chiedere almeno 2 mila esuberi per il settore volo.

Nulla di nuovo. Ma, come aveva scritto Sfogliaroma, i 900 milioni del prestito sono ancora quasi intatti, perché, grazie al lavoro dei commissari straordinari (Gubitosi, Paleari e Laghi) che hanno rinegoziato decine di contratti, Alitalia ha smesso di bruciare cassa. Quanto ai dipendenti da tagliare, il governo italiano avrebbe già ottenuto uno sconto di 500 unità. Ma 1.500 esuberi in piena campagna elettorale rappresenterebbero comunque un rischio troppo grande per Renzi. La notizia scatenerebbe le opposizioni alla vigilia di elezioni in cui il Pd si gioca tutto. Sarebbe un regalo per il M5S e per il centrodestra che potrebbero cavalcare i tagli all’occupazione, per non parlare di Liberi e Uguali che avrebbe l’appoggio incondizionato della Cgil.

Intanto i commissari continuano a sostituire dirigenti. A fine gennaio dovrebbero lasciare l’azienda personaggi chiave come Tatiana Bonito (direzione personale), Antonio Saetta (direttore finanza e strategie) e Laura Cavatorta (responsabile Customer Service). Difficile immaginare che un’operazione del genere non risponda alle esigenze del nuovo acquirente. Lufthansa. Appunto.

Felice Saulino
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Alitalia-Lufthansa, un’intesa invisibile

divise alitaliaAlitalia si rifà il look. Le brutte divise arabeggianti targate Etihad verranno presto sostituite (estate 2018) con capi più “eleganti”, firmati da una nota stilista italiana. «Siamo orgogliosi del fatto che Alberta Ferretti abbia accettato di disegnare le nuove divise Alitalia. Sono tradizionalmente un’icona di stile e vogliamo che siano un simbolo dell’italianità» hanno dichiarato Gubitosi, Laghi e Paleari. I tre commissari fallimentari hanno poi precisato che la stilista torinese verrà pagata con un “cambio merce”. Aggiungendo che – vista la situazione della compagnia aerea – il look del personale non costituiva una priorità, ma dal momento che gli abiti erano logori e andavano sostituiti, tanto valeva approfittarne per cancellare anche l’ultimo lascito dell’emiro di Abu Dhabi.
Messo così, il ragionamento dei tre non fa una piega. Ma se hanno trovato la voglia e il tempo di occuparsi del look delle hostess, evidentemente non sono con l’acqua alla gola e non vengono completamente assorbiti dalle trattative per la cessione dell’azienda fallita. E la ragione è semplice: la cessione a Lufthansa sembra cosa fatta. Gli altri due concorrenti, Easyjet e Cerberus, sono finiti entrambi fuori gioco. La low cost inglese perché ha un modello di business difficile da integrare con quello di una compagnia tradizionale. Il fondo statunitense perché non potrebbe detenere la maggioranza azionaria di un’azienda Ue.
E così il gigante di Colonia è rimasto solo. Nei suoi piani c’è una ‘New Alitalia’ con 6.000 dipendenti e una flotta di 90 aerei. L’intesa con il governo di Roma prevede la creazione di un’altra bad company in modo da permettere ai tedeschi di prendere soltanto il ramo volo (aviation), lasciando parte dei debiti allo Stato italiano. Esattamente come hanno fatto prima di loro i capitani coraggiosi di Colannino e gli arabi di Etihad. Ma, dal momento che l’Alitalia diventerebbe una compagnia regionale sussidiaria di Lufthansa, sarebbe inevitabile una riduzione degli slot (le finestre di decollo e atterraggio) e del personale di volo.
Prendendo solo la parte aviation i tedeschi si libererebbero subito degli oltre 3 mila dipendenti dell’handling, per i quali sono in corso altre trattative, in più hanno chiesto il taglio di duemila lavoratori dell’aviation, soprattutto assistenti di terra, che difficilmente troverebbero un nuovo lavoro. Dopo una lunga trattativa, i commissari avrebbero ottenuto uno sconto di 500 esuberi.
Comunque, meglio aspettare le elezioni politiche per firmare. Tanto i soldi ci sono. Il 5 dicembre Luigi Gubitosi, in audizione alla Camera, ha rivelato di avere in cassa 836 milioni di euro. Vuole dire che il prestito ponte concesso dal governo fino ad aprile 2018 è quasi intatto. E con le politiche ormai alle porte, Gentiloni non può permettersi il lusso di firmare una intesa con Lufthansa che appare scontata. Gli esuberi scatenerebbero le opposizioni alla vigilia di elezioni in cui il Pd si gioca tutto. Sarebbe un regalo per il M5S e per il centrodestra che potrebbero cavalcare i tagli all’occupazione, per non parlare di Liberi e Uguali che avrebbe l’appoggio incondizionato della Cgil. Un rischio che Renzi, in calo nei sondaggi, non intende correre.
Memore del fatto che nel 2008 fu Berlusconi, allora all’opposizione, a usare l’Alitalia in piena campagna elettorale. Sondaggi alla mano, issò la bandiera dell’italianità della compagnia aerea che Prodi, da presidente del Consiglio, aveva promesso ad Air France. E il Cavaliere vinse le elezioni.

Felice Saulino
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Il Portogallo rifiorisce. Vince la sinistra unita

portogallo-socialisti-sinistra-governo-orig_mainPrima la sede dell’Agenzia europea del farmaco, che doveva essere assegnata a Milano e invece è finita ad Amsterdam grazie a un dubbio sorteggio. Adesso è la volta della presidenza dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle Finanze Ue) che poteva andare a Pier Carlo Padoan e invece è stata assegnata al portoghese Mario Centeno. Se volevamo conoscere il peso attuale del nostro Paese dentro Eurolandia, la risposta è tutta in questo doppio Ko.
E poco importa se Palazzo Chigi ha subito diffuso una nota di “soddisfazione” per la nomina di Centeno sottolineando che il governo di Roma lo ha sostenuto dopo il passo indietro di Padoan.
Sta di fatto che Padoan e Centeno avevano gli stessi requisiti. Entrambi docenti universitari, economisti e ministri tecnici. Entrambi politicamente progressisti. Sembravano perfetti per un incarico che, scaduto il mandato del laburista-rigorista olandese Dijsselbloem, doveva andare a un presidente in grado di rappresentare il sud dell’Unione e la famiglia socialdemocratica europea.
Lanciato alla guida dell’Eurogruppo dal francese Pierre Moscovici («Padoan ha tutte le qualità per l’incarico»), il nostro ministro è rimasto in pole position per un paio di giorni. Poi è stato bruciato dal premier Gentiloni: «Padoan ha tutte le qualità e gode di ampia stima internazionale, ma il presidente dell’Eurogruppo è stato finora il ministro in carica del suo Paese e in Italia si vota fra pochi mesi».
Insomma, candidatura perfetta, ma resa impossibile dalla fine (primavera 2018) dell’attuale governo italiano. Se la motivazione del passo indietro è realmente questa, rimane da spiegare l’endorsement di Moscovici, che non è uno qualsiasi, ma un politico socialista di lungo corso e commissario in carica degli Affari economici Ue.
Alla fine, la guida dell’Eurogruppo è andata a Centeno, sostenuto fino in fondo dal premier Antonio Costa al quale non è mai venuto in mente di dire che in Portogallo si voterà nel 2019, quindi prima della scadenza del nuovo presidente dell’Eurogruppo che dovrebbe restare in carica per due anni e mezzo.
La verità è che Antonio Luis Santos da Costa, segretario generale del Partito Socialista portoghese e primo ministro da novembre 2015, se lo poteva permettere. Il piccolo Portogallo oggi rappresenta un laboratorio al quale guarda con attenzione la sinistra che in tutta Europa sta andando in frantumi. Due anni fa è riuscito a formare un governo socialista con il sostegno del Partito comunista, degli ecologisti e della sinistra radicale. Un vero e proprio laboratorio della sinistra plurale. Altro che “Liberi e uguali”…
Il cammino non è facile, ma il premier tiene la barra ferma in direzione di una concreta politica socialista e riformista. Il suo governo ha alzato il salario minimo, ha portato a 35 ore la settimana lavorativa nell’amministrazione statale, ha varato un piano pluriennale per la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego. Ha alzato le tasse sulle case dei ricchi e ha evitato il fallimento della compagnia area nazionale (Tap) facendo intervenire lo Stato al 50 per cento. Eppure, con buona pace dei rigoristi, il Pil continua a crescere. E così il Portogallo si è appena conquistato gli elogi dell’insospettabile Fondo monetario internazionale. A settembre, dopo cinque anni e mezzo, è uscito dal limbo dei paesi con titoli spazzatura mentre Standard e Poor’s portava il rating da BB a BBB.
E gli elettori? Invece di disertare le urne o premiare le destre e i populisti, in Portogallo stanno rafforzando la sinistra che a ottobre ha stravinto le elezioni amministrative conquistando più della metà dei 308 comuni in cui si votava.

Felice Saulino
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Capitale senza progetti. Raggi “turista per caso”

Virginia RaggiLe grandi aziende scappano dalla capitale, mentre la sindaca sembra una “turista per caso”. La definizione è di Carlo Calenda. Il ministro dello Sviluppo economico è irritato dalla mancanza di proposte della Raggi al “Tavolo per Roma”.
Non si può dargli torto. Il “tavolo” è nato per frenare la fuga delle grandi aziende che mette a rischio 11 mila posti di lavoro, attirando piccole imprese innovative, da invogliare con programmi, progetti, infrastrutture. Ma l’apporto del Campidoglio fino ad oggi è stato “pari a zero”. Virginia Raggi – attacca Calenda – alle riunioni apre la bocca solo per dire “dateci più soldi”. E ancora: «Io contatto con il mio staff Unindustria, Camera di Commercio e le prime cento imprese romane per capire quali sono i problemi e quali le opportunità. Le riunisco, ma la sindaca non c’è».
«Non intendo fare polemiche» – assicura lei – in un paio di interviste in cui le si chiede garbatamente di replicare alle accuse del ministro. Poi il solito: «Io sto lavorando per il bene di tutti i cittadini romani», seguito da altre banalità. Vale la pena di notare che le interviste (si fa per dire) alla Raggi ormai si assomigliano tutte. Sono senza contraddittorio. Niente domande incalzanti. Niente fatti e cifre per smentire affermazioni non veritiere e senza riscontro. Niente di niente.
Un esempio per tutti. Milano ha appena visto sfumare i miliardi di euro legati alla sede dell’Ema, l’Agenzia europea per il farmaco in fuga da Londra. E la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ha dato subito una stilettata alla sindaca accusandola di non aver candidato la capitale. Replica stizzita dell’interessata: «Noi eravamo a favore…». Ma non è così. A luglio 2016, appena arrivata in Campidoglio con una maggioranza assoluta, chiuse immediatamente il discorso: «La sede dell’Ema non è una priorità». A conferma di quella scelta sciagurata, c’è il fatto che gli uffici capitolini non hanno mai preparato un’istruttoria o messo a punto un dossier.
Non solo. Il 24 novembre, uscendo dal ministero dell’Economia dove aveva incontrato Calenda e altri rappresentanti del governo in una riunione del “Tavolo su Roma”, ha contrattaccato: «Evidentemente il ministro della Salute ha preferito candidare Milano con gli esiti che purtroppo sono a tutti noti. Se avesse candidato Roma magari avremmo avuto più chance…».
Milano e Roma rappresentano ormai due realtà inconfrontabili. Il capoluogo della Lombardia ha combattuto alla pari con capitali importanti come Amsterdam, Copenaghen, Bratislava, Dublino. E se l’è giocata fino al sorteggio finale, forte di quei 25 punti e del primo posto conquistato alla prima votazione. Infatti aveva il dossier migliore. Trasporti, infrastrutture, il Pirellone pronto ad ospitare un migliaio di dipendenti Ema con un affitto scontato (la metà di quello della sede londinese) e un “piano di trasloco” che non trascurava alcun dettaglio.
Tutto questo mentre Roma precipita ogni giorno di più. Prendiamo la metropolitana, che ha una rete ridicola, adesso chiude alle 20,30. “Fino al 21 dicembre” come recita l’avviso sui display delle stazioni, senza fornire alcuna spiegazione. La capitale è sempre più degradata, inefficiente e sporca. Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha appena fatto sapere che «Roma ha avanzato una nuova richiesta di trasferimento dei rifiuti fuori regione». Con buona pace dell’incremento della raccolta differenziata che il Campidoglio continua miracolisticamente a prospettare come soluzione al problema “monnezza”.
Intanto la sindaca Raggi ha presentato il Grab, il Grande raccordo anulare delle biciclette. La Ciclovia turistica –ha scritto su Twitter– «è il nostro modello di mobilità sostenibile». Ora, al di là dello stato pietoso in cui versano le piste ciclabili esistenti, ci sarebbe un piccolo problema: il tracciato del Grab, una volta realizzato, incrocerebbe in più punti il Grande raccordo anulare. Quello vero.

Felice Saulino
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D’Alema, riemerge la gerontocrazia

Renzi-DAlemaGiuliano Pisapia ha detto che D’Alema “è uno che divide” e lo ha invitato a farsi da parte. La risposta del “leader Massimo” è stata la scissione del partitino nato dalla rottura con il Pd renziano. Achille Occhetto, dando voce a un antico rancore lo ha definito «un serial killer… che le ha sbagliate tutte». Ma il diretto interessato, sempre a proprio agio nella polemica, sembra deciso ad andare avanti per la nuova strada senza voltarsi indietro.
Smessi i panni del viticoltore, si è rituffato nella mischia prendendo la guida di Mdp, nella speranza (ma per D’Alema ci sono sempre e solo certezze) di tornare in auge come leader della sinistra e ritrovare quel posto in Parlamento dal quale lo aveva sfrattato Matteo Renzi ai tempi della “rottamazione”.
Con buona pace della volontà, più volte espressa, di non voler far parte di una minoranza irrilevante, l’ex segretario del Pds, per dirla con Pisapia, si è messo alla guida d’un “partitino del 3 per cento”. Lo ha fatto appena sei mesi dopo (31 marzo 2017) aver ribadito con il solito tono solenne: «Noi abbiamo una vocazione maggioritaria. L’obiettivo è di fare in modo che ci sia un grande partito del centrosinistra».
Ma chi conosce D’Alema, sa bene che la coerenza non è fra le sue doti migliori. Nel 1996 impallinò l’Ulivo di Prodi, che aveva appena vinto le elezioni e conquistato Palazzo Chigi. Meno di tre anni dopo, organizzava a Firenze la grande riunione dell’“Ulivo mondiale”, ospitando Clinton, Blair, Schröder e i leader di quella “Terza via” che allora andava tanto di moda.
Da presidente del Consiglio, nel 1999 autorizzò l’intervento dei militari italiani nella guerra in Kosovo senza chiedere il voto del Parlamento previsto dalla nostra Costituzione. Gli ci sarebbero voluti dieci anni per ammettere che “fu un errore”.
Sfrattato Romano Prodi da Palazzo Chigi, ne prese il posto grazie al sostegno di Cossiga, che insieme ai suoi fedelissimi (“gli straccioni di Valmy”) aveva formato l’Upr, un partitino “fuori dai poli” dove avevano trovato asilo la Cdu di Buttiglione e la neonata Cdr di Clemente Mastella.
Comunque sia, oggi il vero problema del “compagno Max” messosi al timone di Mdp, non è la coerenza, cosa sempre difficile da chiedere a un uomo politico, il suo grande limite è il bagaglio politico che si porta dietro. Dentro ci sono gli schemi da vecchia scuola di partito (il Pci delle Frattocchie), le antiche ricette che non servono più a nessuno, l’incapacità di trovare risposte adeguate ai bisogni di una società dove tecnologia e globalizzazione hanno cambiato tutto.
Non è un problema solo italiano. La sinistra è in crisi in tutti i paesi industrializzati, proprio perché si dimostra impotente di fronte allo tsunami che, dopo aver spazzato via ogni cosa, ha accresciuto le disuguaglianze tra ricchi e poveri e cambiato radicalmente la vita di milioni di persone.

Il “compagno Max” che oggi riappare sulla scena politica nazionale per rivendicare un ruolo a sinistra del Pd renziano entra quindi a pieno titolo nella “gerontocrazia politica” della sinistra. Come rivelano, prima ancora delle proposte, lo stile e il linguaggio datati. Le parole con cui sferza gli avversari ricordano le invettive di Rodrigo di Castiglia nei corsivi pubblicati sulla ‘Rinascita’ negli anni Cinquanta. Quando ‘Rinascita’ era la rivista ideologica del Partito comunista italiano e Rodrigo di Castiglia era lo pseudonimo scelto dall’inflessibile segretario del Pci Palmiro Togliatti.
Certo, oggi D’Alema non definirebbe André Gide “un pervertito” o Ignazio Silone “un rinnegato”, come faceva “il Migliore”, ma il modo per sminuire e delegittimare chi gli si mette di traverso è lo stesso. Quello che 18 anni fa lo spingeva a parlare dell’allora segretario della Cgil come del “dottor Cofferati” e oggi lo porta a etichettare come “l’avvocato Pisapia” l’uomo politico che vuole dialogare con Renzi.
Ma l’apice D’Alema lo ha raggiunto con il ministro dell’Interno Marco Minniti definito “un tecnico della sicurezza”, un modo per ridicolizzare il ruolo politico di quello che fu il suo braccio destro a Palazzo Chigi. Sessant’anni fa per dileggiare un ministro dell’Interno democristiano, Rodrigo-Togliatti avrebbe potuto usare le stesse parole.

Felice Saulino
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Il ritorno di “Cicciobello” tentato dal Campidoglio

Cicciobello è tornato. Scomparso dai radar della politica subito dopo il 2008, quando si candidò per la terza volta al Campidoglio e fu sconfitto da Gianni Alemanno, adesso è di nuovo sotto i riflettori dei media. Dopo anni di silenzio, “Cicciobello”, come lo aveva perfidamente ribattezzato Cossiga, ha deciso che la disastrosa esperienza della sindaca Raggi adesso gli sta offrendo una grande occasione, e così è tornato a scrivere lettere ai giornali, a farsi intervistare dal Messaggero, a farsi vedere in televisione e a ravvicinarsi al Pd partecipando alla festa dell’Unità.
Nove anni fa il brutto colpo subito nella capitale, la sua città, quella di cui era stato sindaco per due volte prima della grande ribalta nazionale, lo aveva messo ko. Da quel momento in poi furono solo sconfitte. L’uscita dal Pd (2009), la fondazione di una specie di Ulivo bonsai, Alleanza per l’Italia, che si rivelò un fallimento. Cicciobello inanellò una serie di disastri culminati nel 2012 con l’arresto di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, accusato d’aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse del partito di cui Rutelli era stato leader e presidente.
Arrivato il momento di uscire di scena, Cicciobello lo fece con eleganza, annunciando che non si sarebbe ricandidato alle politiche del 2013. Per lui incominciava una tranquilla seconda vita da ex. Ex di tante cose, comunque: sei volte in Parlamento, due volte ministro, poi vicepresidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra nel 2001. Ma, soprattutto, lui, piacione romano di famiglia alto borghese, era stato due volte sindaco (1993 e 1997). “Il sindaco del Giubileo”, come ha sempre amato ricordare.
Sembrava destinato a una vita da pensionato di lusso, senza incarichi politici ma con una comoda poltrona da presidente dell’Anica, l’associazione delle industrie cinematografiche. Invece no. Il fallimento di Marino e poi il disastro Raggi devono averlo convinto che forse era il caso di fare un altro giro da sindaco. E così da qualche mese è tornato a parlare in pubblico. Sempre e soltanto di Roma e dei suoi tanti problemi e sempre per sottolineare garbatamente la differenza tra un professionista come lui nato e vissuto nella capitale e l’accoppiata Marino-Raggi, due dilettanti. A febbraio 2017 con la scusa di rispondere a Ignazio Marino scrive una lettera all’Huffington Post e rivendica i risultati della sua amministrazione, con tutti i numeri in crescita e la città che “si aggiudica il rating Tripla A”. Da allora è stato un crescendo, fino alla recente intervista al Messaggero, al palco della festa dell’Unità e all’apparizione nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Dove non ha confermato ma nemmeno smentito il progetto di tornare in pista, presentandosi come alternativa alla fallimentare gestione della sindaca grillina.
Un’operazione già riuscita a Leoluca Orlando, che è tornato a fare il sindaco di Palermo dopo essersi candidato per la terza volta, proprio invitando gli elettori a non lasciarsi più tentare dai dilettanti ma a puntare ancora una volta su di lui, “l’usato sicuro”.

Felice Saulino
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