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Felice Saulino

Confesso di essere stato un terrorista mediatico

Sono un terrorista mediatico. Anche se a mia insaputa, lo sono da una vita, dal lontano 1980, cioè da quando ottenni l’iscrizione all’ordine dei giornalisti per diventare professionista. A rivelarmi la verità, a mettermi di fronte a questa terribile realtà è stato il vicepremier Luigi Di Maio.

È successo tutto all’improvviso, quando ho letto la sottile analisi dei nostri mezzi d’informazione fatta dal capo politico di Cinquestelle e ho sentito con le mie orecchie il suo durissimo atto d’accusa sul “terrorismo mediatico”.

Già, perché in che altro modo possiamo definire la pretesa della stampa italiana di spacciare per notizie le fake news su deficit, spread, decreto dignità e ponte Morandi?

Scrivere che portare il deficit di bilancio al 2,4 per cento farà saltare il bilancio dello Stato mettendo a rischio il Paese è terrorismo bello e buono. Titolare sulla salita dello spread alimentata dalle dichiarazioni di un esponente politico italiano contro l’Europa e i mercati è un attacco al governo gialloverde. Sostenere che il decreto dignità provocherà un calo dell’occupazione è un atto di guerra. Osservare che il decreto Genova così com’è darà vita a una serie di battaglie legali che alla fine bloccheranno la ricostruzione del ponte è un falso bello e buono.

Davanti al j’accuse di Di Maio, anch’io sono stato costretto a guardarmi allo specchio. E alla fine ho capito che nei miei quasi 40 anni da giornalista professionista ho fatto solo del terrorismo. Cercando di scoprire, come altri (pochi) colleghi, che cosa si nascondeva dietro le verità ufficiali dei tanti governi di cui mi sono occupato in centinaia di articoli. E pretendendo, addirittura, di fare domande vere nel corso delle interviste a sottosegretari, ministri e leader politici di ogni colore. Non avevo capito che stavo sbagliando tutto. Che aveva ragione il grande Gigi Marzullo quando, seduto di fronte all’intervistato di turno nello studio della sua trasmissione Rai, lo esortava dolcemente a farsi una domanda e a darsi una risposta.

Marzullo aveva anticipato i tempi. E oggi Di Maio va all’attacco dell’informazione italiana, per il “terrorismo mediatico” con cui quotidianamente «cerca di colpire il governo gialloverde e soprattutto il M5S». La verità è che «tutti i giornali di partito» hanno dichiarato guerra alla Manovra del Popolo.

Ma se la guerra è guerra e allora ecco che il vicepremier sta pensando al contrattacco. Come ha detto recentemente prima di visitare la Fiera del Levante «le società partecipate (dallo Stato) dovrebbero smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali». I giornali dei «prenditori editori che ogni giorno inquinano il dibattito pubblico».

A dare man forte a Di Maio ha subito provveduto il sottosegretario all’editoria, il pentastellato Vito Crimi, anticipando «la fine della pacchia», ossia lo stop ai fondi pubblici per la stampa e nuovi tetti alla pubblicità televisiva.

Perfettamente in linea con il fondatore di Cinquestelle Beppe Grillo che nel 2013, dopo essersi scagliato contro la «stampa vergognosa» avvertiva: «La prima cosa che faremo (quando andremo al governo) sarà quella di tagliare le sovvenzioni ai giornali».

Felice Saulino
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Patrimonio di Franco nel mirino del governo socialista

francisco francoIn Europa c’è un governo che non si rassegna alla politica dei tweet. È il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez, arrivato alla Moncloa a giugno di quest’anno, dopo aver sfiduciato con una mozione in Parlamento il centrodestra di Mariano Rajoy.
Nonostante la debolezza del suo esecutivo, Sánchez ha dimostrato subito di non volersi accontentare di un po’ di propaganda elettorale per cercare di conquistare una vera maggioranza alle prossime politiche. Dopo aver aperto agli immigrati rifiutati da Salvini, ha deciso di affrontare subito una grande questione politica interna, quella della riconciliazione nazionale. Già, perché a quasi 80 anni dalla fine della guerra civile e dall’inizio della dittatura franchista, la Spagna non ha mai voluto sciogliere questo nodo. Con il risultato che il suo passato è ancora tabù, nonostante i 40 anni trascorsi dalla “transizione” democratica che fu concordata nel 1977 (dopo la morte di Francisco Franco) tra le forze politiche di destra e di sinistra.

Un intero Paese colpito da una specie di “amnesia collettiva” che ha portato alla rimozione della dittatura e degli orrori d’una guerra civile con più di un milione di morti. Una guerra in cui per tre lunghi anni (1936-1939) si consumò il primo, feroce, scontro armato tra fascismo e antifascismo.

Adesso Sánchez ha deciso di avviare la resa di quell’antico conto mai saldato. E, per prima cosa, ha deciso la rimozione dei resti di Franco dalla Valle dei Caduti. Un atto simbolico che sta dividendo l’opinione pubblica spagnola. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza del Paese è favorevole all’esumazione del dittatore ma non è d’accordo sull’opportunità di farla adesso, perché ci sono problemi molto più importanti da affrontare e risolvere.

Ma il nuovo premier socialista che ha 45 anni, e quindi appartiene a una generazione politica che non ha ricordi personali della dittatura, non ha esitato ad affrontare il problema della memoria collettiva. E le prime reazioni sembrano dargli ragione. Gli scaffali delle librerie si stanno riempiendo di nuove opere sul franchismo, e sulla transizione politica negoziata tra franchisti e opposizione di sinistra.

Spingendo la Spagna a voltarsi indietro il governo Sánchez fa una grande operazione politica. La tesi di partenza è che il patto con gli eredi del dittatore avrebbe impedito sia di rendere giustizia a tante vittime innocenti della guerra civile sia di fare piena luce su quaranta anni di dittatura. Perché come scrisse lo storico Perez Ledesma «Dire che Franco era irresoluto nelle operazioni militari o molto prudente nella sostituzione dei ministri è solo a una parte della verità. C’è una cosa in cui non fu mai indeciso: firmare sentenze di morte…».

Naturalmente la resa dei conti avviata dalla Moncloa è stata subito contrastata dalla famiglia del dittatore. Ma i discendenti del “Generalissimo” adesso devono prepararsi a combattere un’altra battaglia, molto più dura: la salvaguardia del loro patrimonio miliardario.

A metà settembre, in Galizia, la regione di Franco, una forza politica della sinistra locale ha presentato a Madrid la proposta di una commissione per investigare sul patrimonio dei Franco. La richiesta è stata approvata dai deputati e il patrimonio del “caudilho” è finito nell’agenda politica del governo che adesso aprirà il confronto sulle richieste di restituzione all’uso pubblico di palazzi, opere d’arte e residenze, avanzate da alcune località spagnole.

Felice Saulino
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Brasile, tornano i generali. Alle elezioni senza Lula

lulaLe elezioni brasiliane del 7 ottobre prossimo avranno un grande assente: Inàcio Lula. Il tribunale gli ha appena impedito di presentarsi per un terzo mandato da presidente nelle file del PT, il Partito dei lavoratori, la formazione politica di sinistra che contribuì a fondare a febbraio del 1980, durante la dittatura militare.

Lula, che è in carcere dopo essere stato condannato per corruzione, non potrà partecipare nemmeno alla campagna elettorale a fianco di Fernando Haddad, l’ex sindaco di San Paolo schierato in fretta e furia dal “Partido dos trabalhadores” dopo l’ultimatum del Tribunale Supremo Elettorale, che l’11 settembre ha obbligato il PT a sostituire il suo candidato.

Ultimo atto di una durissima guerra con la magistratura che va avanti da aprile, cioè da quando l’ex presidente è finito nel carcere di Curitiba, in seguito a una condanna a 12 anni inflittagli in appello. L’accusa è quella di aver ricevuto tangenti per un milione di dollari dalla Petrobas (l’azienda energetica di Stato) e favori da parte di alcuni imprenditori privati (un appartamento al mare e la costruzione di un ranch).

Lula, che ha sempre respinto le accuse, ha subito presentato ricorso alla Corte Suprema per evitare la sospensione dei diritti politici prima dell’ultimo grado di giudizio. La sua richiesta è stata respinta, ma il PT lo ha schierato ugualmente alle presidenziali fissate per ottobre. Ne è nata una durissima battaglia legale contro “le sentenze politiche della magistratura” sostenuta da una serie di manifestazioni di piazza a favore dell’ex presidente. Fino all’ultimo “no” dei giudici del Tribunale elettorale che hanno votato quasi all’unanimità (6 a 1) costringendo il PT a cambiare cavallo.

Il risultato è che dopo più di 40 anni il Brasile vivrà la sua prima campagna elettorale senza Lula, che fu eletto in Parlamento nel 1986, a 41 anni, da leader dei metalmeccanici. E subito partecipò alla nuova Costituzione che nasceva per chiudere la tragedia della dittatura con l’inserimento di forti garanzie per i diritti dei lavoratori.

Presidente del Brasile nel 2002, Lula guadagnò presto la fiducia dei mercati, che lo avevano accolto con preoccupazione, superando gli obiettivi posti dal Fondo monetario internazionale. Fu rieletto nel 2006 e affrontò la crisi globale del 2008 con un vasto piano d’investimenti pubblici. Il Brasile conobbe un momento di sviluppo. Lula, ormai popolarissimo tra la gente, era diventato il presidente che aveva migliorato le condizioni di vita di milioni di proletari. Nel 2010 il terzo mandato consecutivo non sarebbe stato il problema, ma era vietato dalla Costituzione. E così il leader del PT come presidente del Brasile scelse un suo ministro, l’economista Dilma Rousseff, poi destituita nel 2016 con l’accusa di aver manipolato il bilancio dello Stato per garantirsi la riconferma.

Si arriva così alle elezioni del 7 ottobre, le prime senza Lula. Con un gigantesco problema per il PT costretto a ripiegare su un candidato debole e poco conosciuto a livello nazionale come l’ex sindaco di San Paolo Haddad. I primi sondaggi lo danno sotto al 10 per cento. La verità è che, nonostante gli scandali e il carcere, Lula sembra ancora l’unico candidato in grado di far vincere la sinistra brasiliana. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto, pubblicato poco prima della rinuncia, gli assegnava il 35 per cento al primo turno. 13 punti sopra il candidato della destra, il generale in pensione Jair Bolsonaro.

Felice Saulino
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Pd a rischio estinzione senza un progetto per il Paese

pd scissioneA sei mesi dal terremoto elettorale del 4 marzo, il Pd è ancora sotto le macerie. Senza voce, senza un vero segretario, senza una data per il congresso del dopo-Renzi e – soprattutto – senza un progetto per il futuro.
Lacerato dalle lotte interne, prigioniero dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, il centrosinistra non è ancora riuscito ad analizzare le ragioni della sua sconfitta e del trionfo di Cinquestelle e Lega.

Intanto, mentre i sondaggi elettorali continuano a premiare la retorica del governo gialloverde (con Salvini oltre il 30 per cento e Di Maio poco al di sotto) il Partito democratico continua inesorabilmente a calare. Dal 18,7 per cento del 4 marzo è sceso al 17,7. Ma poteva andare anche peggio, vista l’inconsistenza dei parlamentari dem che dai banchi dell’opposizione non riescono a far sentire la loro voce nemmeno di fronte alle gaffe, agli errori e alle tante giravolte d’un governo che fino ad oggi ha fatto poco o nulla.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della sera il professor Sabino Cassese, questo sarebbe «il momento migliore perché l’opposizione faccia il suo mestiere». Perché abbiamo un esecutivo «con due timonieri che tirano in direzioni opposte», alla vigilia di «scelte difficili da fare con poche risorse a disposizione».

La verità, ha osservato Rodolfo Ruocco (Sfogliaroma, 5 settembre 2018) è che «la sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato».
Ossessionato dalla comunicazione, Matteo Renzi è annegato in un mare di annunci. Anteponendo, esattamente come stanno facendo adesso Di Maio e Salvini, la propaganda ai fatti. La fiction alla realtà. Alla fine, gli elettori delusi hanno cambiato strada. Giovani e anziani, precari e pensionati, insegnanti e operai hanno abbandonato la sinistra riformista. La maggior parte ha preferito scommettere su Cinquestelle, gli altri hanno scelto la Lega di Salvini.

Certo, c’è da aggiungere che i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente. Ovunque stiamo assistendo al crollo dei socialisti: in Olanda sono finiti al 6 per cento, in Francia al 7, in Grecia hanno subito un tracollo di 30 punti, mentre in Germania, alle elezioni di un anno fa, la Spd ha toccato il suo minimo storico.

I movimenti populisti vengono ingrossati dai voti dei “dimenticati”, degli emarginati e degli elettori che si sentono traditi dai partiti politici tradizionali. Soprattutto da quelli di sinistra, che non hanno saputo mettere un argine allo strapotere dell’economia dominata dalla finanza.

Se la situazione è questa, la sinistra riformista italiana ha un solo modo per uscire dalla crisi. Ritrovare un radicamento sociale e riconquistare la fiducia del suo “popolo” con programmi coraggiosi e progetti concreti in grado di arrestare la caduta del ceto medio, di dare prospettive ai giovani, un futuro ai precari, un reale sostegno ai poveri assoluti che sono più di cinque milioni. Insomma, ripartire da dove hanno fallito gli ultimi leader del Pd.
Da Renzi, che voleva alleviare l’impoverimento con i famosi 80 euro al mese, a Veltroni che esorcizzava la paura per l’ondata migratoria sostenendo che gli immigrati non sono un pericolo ma “una risorsa”. Cosa improbabile, senza un controllo del territorio e senza progetti per selezionare, formare e integrare i nuovi arrivati. È finita con il 60 per cento di consensi a Salvini e Di Maio.

Adesso è dunque arrivato il momento di abbandonare gli slogan e la vecchia retorica tanto cara a certa sinistra per tornare alla politica, ai fatti, ai programmi, a proposte concrete per far ripartire un Paese da anni in declino.

Come fu con il primo centrosinistra trainato dai socialisti e dalla sinistra Dc. Quando in pochi anni i progressisti diedero all’Italia: la scuola media obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la sanità universale, lo Statuto dei lavoratori, l’equo canone, la cassa integrazione guadagni, un sistema pensionistico fin troppo generoso, e la scala mobile, che ogni anno adeguava le retribuzioni all’inflazione per evitare l’impoverimento dei lavoratori.

E se è vero che da allora il mondo è cambiato e adesso bisogna fare i conti con la globalizzazione, è altrettanto vero che senza proposte serie e realistiche su scuola, lavoro, pensioni e infrastrutture, la sinistra riformista e quella antagonista, che durante tutta la Prima Repubblica superavano il 40 per cento dei voti (con alti e bassi tra Pci, Psi e, nell’ultima fase Dp), sono destinate all’estinzione.

Felice Saulino
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Sinistra antagonista di casa a San Lorenzo

san lorenzoSapienza, San Lorenzo era un quartiere con una sua storia e un’identità precisa. Nacque a cavallo tra 800 e 900 sull’onda dell’esplosione edilizia di Roma, con le prime povere case costruite a ridosso delle mura, vicino all’attuale Porta Tiburtina che allora si chiamava Porta San Lorenzo.
All’inizio, andarono a viverci soprattutto i muratori impegnati nella costruzione dei palazzi che stavano nascendo come funghi nei quartieri della nuova borghesia trasferitasi nella neonata capitale del Regno d’Italia.

San Lorenzo divenne così un quartiere popolare. Le sue abitazioni costruite in fretta e furia ospitarono manovali, fabbri, artigiani e, con il passare degli anni, ferrovieri della vicina Stazione Termini e infermieri dell’altrettanto vicino Policlinico. Vista la sua conformazione sociale, diventò un quartiere proletario orientato politicamente a sinistra.

Non a caso, fu l’unico, in tutta la città, a cercare di fermare la Marcia su Roma. Nell’autunno del 1922 i gli “Arditi del popolo” impugnarono le armi contro i fascisti. La popolazione era riuscita perfino a bloccare l’ingresso degli squadristi durante la Marcia Roma. Ma fu un’opposizione che pagarono a caro prezzo con una spedizione punitiva guidata da Italo Balbo che provocò 13 morti tra gli abitanti.

Intanto, insieme alle costruzioni civili, a San Lorenzo nascevano le fabbriche. A quelle storiche sorte agli inizi del XX secolo come il pastificio Cecere, la vetreria Sciarra, la birreria Wuhrer (ex Paszkowsky) si aggiunsero tante piccole attività artigianali che finirono per trasformare la zona in un centro operaio e per consolidarne la fama di “quartiere rosso”.

Negli anni del dopoguerra, nonostante le gravissime ferite del bombardamento americano del 19 luglio 1943, continua ad essere un quartiere popolare, orgoglioso e antiborghese. Non a caso assume un ruolo chiave negli anni delle contestazioni studentesche, quando vari gruppi extraparlamentari trovano qui una sede. Basta leggere uno dei volantini distribuiti all’epoca dai gruppi che dovevano portare la scritta “ciclostilato in proprio” e l’indirizzo, che rinviava puntualmente a una strada di San Lorenzo. Via dei Marrucini per il Movimento Studentesco, via dei Piceni per Lotta Continua, via dei Volsci per Potere Operaio.

Alla metà degli anni Settanta qui trovarono poi sede gli eredi del radicalismo politico nato dalla rottura con il Pci e con i sindacati confederali. Nacquero così i “comitati autonomi operai”, i cosiddetti “Volsci” (con l’appendice di Radio Onda Rossa) che rappresentarono la parte più importante dell’Autonomia e raggiunsero notorietà nazionale a febbraio 1977 in seguito alla storica “cacciata” dall’università di Luciano Lama.

Il comizio dell’allora segretario Cgil dentro La Sapienza fu voluto dai vertici del Pci e da una parte della Cgil. Fu motivato con «la necessità di ripristinare le libertà sindacali e politiche all’interno dell’ateneo» ma il vero intento era quello di allontanare i simpatizzanti di Autonomia isolandoli dagli altri studenti. Lama fu costretto ad abbandonare il palco e riuscì a uscire indenne dall’ateneo, protetto dal servizio d’ordine della CGIL, mentre gli studenti scandivano: “Via, via la nuova polizia!”.

Felice Saulino
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Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
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Rai e Cdp. Voglia di Lottizzazione e scontro Lega-M5S

rai 8Il ministro della Salute Giulia Grillo ha assicurato che da ora in avanti, nel suo dicastero le nomine dei manager avverranno «solo per merito» e saranno fatte attraverso «selezioni pubbliche». «A cominciare» dal prossimo direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Se la promessa fosse realizzata, rappresenterebbe un’autentica rivoluzione. Comprensibile, quindi, l’enfasi con cui l’esponente Cinquestelle ha accompagnato il suo annuncio su Facebook.

Bene. Ma le altre nomine? Come verranno assegnate le 350 e passa poltrone che il governo gialloverde dovrà occupare da qui alla fine dell’anno? Per il momento sono al centro di trattative avvolte dal più stretto riserbo. Dalle poche indiscrezioni disponibili, sembra di capire però che Salvini e Di Maio, i due azionisti del governo Conte, hanno ingaggiato un duro scontro. La conferma verrebbe dai numerosi consigli di amministrazione scaduti e non ancora rinnovati. Con buona pace della trasparenza invocata e ostentata dal ministro della Salute.

In cima alla lista, c’è la Rai, la madre di tutte le lottizzazioni (Sfogliaroma 4 luglio 2018). Il consiglio di amministrazione dell’azienda radio-televisiva è scaduto il 30 giugno, ma dietro le quinte Lega e Cinquestelle hanno ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro sui candidati alla sostituzione del direttore generale, Mario Orfeo, e del presidente, Monica Maggioni.

Stesso discorso per la Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui il governo ha preso tempo, rinviando al 18 luglio la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Quindi, al momento, non è dato sapere chi andrà alla guida della Cassa che, grazie ai risparmi postali degli italiani, dispone di un patrimonio di 410 miliardi di euro. Per il M5S, la Cdp dovrebbe diventare una sorta di Banca per gli investimenti, finanziando aziende di interesse pubblico e strategico nazionale: prima fra tutte l’Alitalia. Per il ruolo di amministratore delegato sono in corsa Marcello Sala, ex vicepresidente del cdg di Intesa San Paolo (caldeggiato dalla Lega) e Fabrizio Palermo, manager interno (attuale direttore finanziario) vicino a Cinquestelle. Il Tesoro invece punterebbe su Dario Scannapieco, ex vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Ancora più complicata la situazione delle Ferrovie dello Stato. Lega e Cinquestelle non hanno mai digerito il blitz di Capodanno quando il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, confermò per altri tre anni l’amministratore delegato Mazzoncini. Poi c’è il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici, che amministra 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Scontro anche su questo fronte. L’avvio dell’era “post-Sperandini”, nonostante le promesse elettorali sulla trasparenza degli incentivi è ancora avvolto nella nebbia. Il 12 luglio l’assemblea dei soci Gse avrebbe dovuto fare i nomi del nuovo vertice. È finita con un nulla di fatto. L’assemblea si è infatti chiusa subito ed è stata aggiornata al 26 luglio.

Intanto, come ha rivelato il 12 luglio il quotidiano La Stampa, al meeting romano di Google sull’intelligenza artificiale, dove parlava Davide Casaleggio ed era vietato scattare foto e “divulgare notizie”, c’era una bella pattuglia di gran commis, a suo tempo “lottizzati” dal centrosinistra. Tra gli altri spiccavano Caio (ex Poste), Catania (ex Atm), Bassanini (ex Cdp), e Monica Maggioni (presidente Rai), che – come ha sottolineato maliziosamente uno dei presenti – se ne stava seduta vicino a Bernabè.

Felice Saulino
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Sostiene José Pereira: stampa è senza qualità

diario de noticiasDiario de Noticias, il più antico quotidiano portoghese, ha chiuso i battenti. Nato nel 1864, ha attraversato tre secoli. Al suo posto, un’edizione online gratuita e un settimanale di carta che uscirà la domenica. La morte di un piccolo giornale, per di più in un Paese periferico come il Portogallo, è stata accolta con l’indifferenza che si riserva a un decesso per cause naturali. Tra i necrologi, generalmente di circostanza, c’è però un commento che va al di là delle vicende del Diario, con un’analisi che affronta le ragioni della crisi dell’informazione e varca i confini del Portogallo.
Lo ha firmato, sul quotidiano Pubblico, José Pacheco Pereira, un ex deputato socialdemocratico ed ex vicepresidente del Parlamento europeo che da giovane ha conosciuto il carcere e la brutalità della polizia politica di Salazar. Oggi fa l’editorialista e raccoglie documenti politici in una enorme biblioteca.

Pereira parte dalla fondazione di DN: Nel 1864, il primo editoriale era un «documento notevole e assolutamente moderno». Con una “frase-programma” in cui il nuovo quotidiano s’impegnava a «registrare come possibile verità tutti gli eventi», in modo da permettere ai lettori di giudicare liberamente. Insomma, i fatti distinti dalle opinioni. Una “frase-programma” che, messa nero su bianco nel 1864, e in Portogallo, non era cosa da poco.

Il problema osserva adesso Pereira è che «non era vero, perché il Diario de Noticias fu giornale di interessi e di regime, ed è ancora meno vero adesso, con l’edizione online». Infatti, il quotidiano che nasce su Internet «beneficiando del valore residuo di una testata di prestigio non è un nuovo Diario de Noticias, ma un’altra cosa. Un sito di notizie senza i soldi per pagare il giornalismo di qualità, le inchieste e le opinioni serie».

Quanto al secondo ambizioso obiettivo enunciato nell’editoriale del 1864 (“interessare tutte le classi”) «nemmeno questo è stato vero». Il Diario, più che della gente comune si occupò del potere, sostenendo, apertamente e fin dall’inizio, la dittatura fascista di Salazar per poi virare a sinistra dopo la rivoluzione dei garofani del 1974.

Ma, secondo Pereira, nemmeno i giornali odierni fanno qualcosa per “interessare tutte le classi”. Anzi: «lasciano fuori dalle loro pagine la maggioranza del paese ignorando i problemi della vita quotidiana». Per dirla in maniera brutale: oggi «non esiste una copertura indipendente e priva di affari» ma solo quella legata alle «grandi società e ai centri di potere fattuale».

E così «l’arte e la cultura, spesso mediocre, ma urbana e di tendenza, hanno una copertura particolarmente acritica, ma con un posto nobile». La conclusione è affidata a questo esempio: «In Portogallo siamo nel mezzo della lotta degli insegnanti, cosa sappiamo della condizione di un insegnante oggi, in una scuola ordinaria, con studenti normali ma reali, quelli che esistono, quelli che ci sono?».
Naturalmente la situazione nel nostro Paese è identica. Con giornali e telegiornali che tutti i giorni, e quasi senza eccezioni, aprono sull’ultimo tweet di Salvini e sulle ultimissime promesse di Di Maio. Ma dei cinque milioni di poveri assoluti certificati pochi giorni fa dall’Istat sappiamo qualcosa?

Felice Saulino
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La solitudine della Raggi mollata dai Cinquestelle

virginia raggiSembrano passati dieci anni da quando Virginia Raggi conquistò trionfalmente la capitale, prima tappa di una marcia che poi avrebbe portato i Cinquestelle a Palazzo Chigi.
Invece sono trascorsi appena 24 mesi, e il 19 giugno, il compleanno è passato nel silenzio del Campidoglio. Un contrasto che stride con le parole della sindaca nei giorni del suo trionfo. Quando, dopo il risultato del primo turno (5 giugno 2016), parlò di “momento storico”. E quando, (19 giugno 2016) stravinto il ballottaggio con una maggioranza bulgara che sfiorava il 70 per cento, disse trionfante: «Oggi hanno vinto i romani».

Due anni dopo (il 10 giugno) quegli stessi elettori, chiamati al voto in due municipi della capitale, le hanno voltato le spalle e hanno azzerato i Cinquestelle che hanno raccolto rispettivamente il 13 e il 20 per cento dei voti. E la cosa peggiore è questa: il 70 per cento degli elettori romani ha disertato le urne. I 770.564 voti con cui Virginia Raggi salì al Campidoglio sono un pallido ricordo.

Le ragioni di questo crollo di fiducia nella giunta penta stellata sono noti. Sfogliaroma ne ha parlato più volte segnalando fin dall’inizio l’incapacità dell’amministrazione Raggi ad affrontare i problemi della capitale. Una città che usciva da otto mesi di commissariamento per mafie dalle traumatiche dimissioni di Ignazio Marino. Con il Pd in ginocchio e il centrodestra dell’ex sindaco Alemanno azzerato da Parentopoli.

E adesso? Ci sono due foto pubblicate pochi giorni fa da un quotidiano romano che raccontano meglio di qualsiasi analisi le condizioni in cui oggi versa Roma. Sono due foto simbolo scattate a piazzale dei Partigiani. La prima è del 5 ottobre 2016 e mostra “un’aiuola incolta con erba alta e palma sofferente”. La seconda è stata scattata il 19 giugno, giorno del secondo compleanno della giunta Raggi, e mostra “la stessa aiuola in situazione peggiorata. All’erba alta si sono aggiunti mucchi di rifiuti”.

La situazione è questa. Con l’Atac fallita, le buche mai riparate e 78 milioni di euro ancora in cassa sugli 85 stanziati dal Campidoglio a marzo dell’anno scorso, le strade strapiene di rifiuti, la girandola senza fine di assessori e manager. E, adesso, anche lo scandalo dello stadio della Roma. Con un privato cittadino, l’avvocato Luca Lanzalone, poi arrestato, che trattava con Parnasi a nome del Campidoglio.

La Raggi si è subito difesa dicendo che glielo avevano mandato i vertici nazionali di Cinquestelle per risolvere il problema di Tor di Valle. Ma poi è stata costretta a fare marcia indietro. Già, perché Grillo, Casaleggio e Di Maio adesso l’hanno lasciata sola. Fino alle elezioni del 4 marzo hanno cercato di coprirla affiancandole vari tutor. E Lanzalone, poi “premiato” da Di Maio con la presidenza dell’Acea, era l’ultimo della serie, con funzioni da vero e proprio sindaco ombra. Ma ora che sono al governo con Salvini e guai annessi, la sindaca di Roma non può diventare una zavorra. Quindi la realpolitik elettorale del M5S vuole che vada avanti senza coperture dall’alto.

Da ora in poi la sindaca di Roma sarà costretta a navigare da sola tra gli scogli cercando di non affondare. Ma sembra la prima a non crederci troppo. Perché, come ha confessato a dicembre scorso, in un raro momento di abbandono, per lei «già arrivare alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo».

Felice Saulino
SfogliaRoma

A ottobre vendita Alitalia. Una bomba per Di Maio

ALITALIAIl termine per concludere la vendita di Alitalia è slittato di sei mesi (fine ottobre). Nell’ultima riunione di aprile il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, ha prorogato l’amministrazione straordinaria, fissando al 15 dicembre prossimo la restituzione del “prestito ponte” concesso un anno fa dallo Stato italiano per evitare il fallimento della compagnia aerea.
Tutto come previsto. Il decreto per allungare il commissariamento e l’amministrazione straordinaria era già pronto a metà aprile, cioè alla scadenza del termine per la presentazione delle “offerte vincolanti” prevista dalla vecchia procedura di vendita. Infatti era convinzione generale che – vista la situazione politica italiana – nessun concorrente si sarebbe fatto vivo con un esecutivo provvisorio e senza una controparte con cui negoziare, ossia un governo con pieni poteri in grado di chiudere una trattativa.

Invece, proprio sul filo di lana della scadenza, ecco le “offerte vincolanti”. La cosa ha sorpreso tutti, perfino Palazzo Chigi, ma a ben guardare una logica ce l’aveva: una mossa per stanare Lega e Cinquestelle. Perché la vittoria di Salvini e Di Maio alle ultime elezioni politiche ha complicato (e non poco) le trattative per la cessione della ex compagnia di bandiera. Prima del voto, l’accordo con la tedesca Lufthansa sembrava in dirittura d’arrivo. E si stava prospettando anche la seconda offerta, quella della cordata costituita da Easyjet, AirFrance-Klm, Delta Airlines e dal fondo americano d’investimento Cerberus. Ma dopo il 4 marzo crescevano soltanto i rumors su un intervento dello Stato.

Adesso con lo spostamento della vendita, l’offerta messa nero su bianco da Lufthansa rischia però di trasformarsi in una bomba a orologeria. Un ordigno pronto a esplodere ad ottobre quando il nuovo governo si troverà di fronte a un bivio: trattare con il colosso tedesco interessato a prendersi una compagnia ristrutturata, più piccola di quella attuale e con almeno duemila esuberi oppure far correre all’Alitalia il rischio del fallimento e della chiusura. Definitiva.

Sarà una prova del fuoco per il nuovo governo che, al di là della forma, avrà comunque come azionista di riferimento Cinquestelle e come spalla la Lega, cioè i due partiti che prima delle elezioni si sono schierati contro la vendita ai tedeschi ipotizzando un ritorno più o meno velato dell’azionista pubblico.

Non è quindi un caso se proprio adesso l’Unione europea, a un anno di distanza dal “prestito ponte” ha aperto il fuoco di sbarramento contro gli “aiuti di Stato” annunciando l’avvio di un’indagine sui 900 milioni prestati alla compagnia. Intanto Lufthansa aumenta il pressing, facendo sapere, per bocca del suo direttore finanziario, che se «il matrimonio con Alitalia non riuscisse», «un’alternativa» ci sarebbe: «scalare Air Dolomiti» e ingrandirla…

Felice Saulino
SfogliaRoma