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Felice Saulino

I giornali continuano
a perdere copie

giornali

La Rai si è subito adeguata al ribaltone politico del 4 marzo, stendendo il tappeto rosso per garantire la passerella ai nuovi padroni della politica italiana, ma il resto dell’informazione non ha fatto meglio. Noiosi, verbosi, prevedibili, i giornali – che a differenza della Rai non possono contare sul canone – continuano a perdere copie e le edicole a chiudere i battenti. Certo, la crisi dell’informazione cartacea non è solo italiana, ma negli altri paesi dell’Occidente la discesa è meno veloce. La causa principale è l’informazione online che è rapida e – soprattutto – gratuita. Ma i siti Internet sono zeppi di notizie false “fake news” e – comunque – di informazioni non verificate.

Il dibattito sulla bassa qualità dei giornali gratuiti e sui pericoli per la democrazia derivanti dall’online è di grande attualità in tutto il mondo. Il 25 novembre, il quotidiano Repubblica ha organizzato una manifestazione al teatro Brancaccio per difendere la carta stampata e la “libertà d’informazione”.

Due settimane prima, il 13 novembre, i giornalisti italiani – insieme alla cosiddetta “società civile” – erano scesi in piazza in varie città italiane per il “flash mob”: “Giù le mani dall’informazione”. Rispondendo così all’appello della Fnsi e dell’ordine dei giornalisti a sostegno della libertà di stampa e contro gli attacchi ai giornalisti. Reazioni sacrosante che, però, rischiano di diventare rituali e finiscono spesso per assomigliare a certe manifestazioni dell’Anpi. Almeno fino a quando noi giornalisti professionisti non affronteremo seriamente il problema della qualità dell’informazione dei nostri giornali.

Già, perché noiosi, verbosi, timidi e prevedibili come oggi sono in gran parte stanno diventando sempre più inutili e irrilevanti. Per dirla tutta, le “fake news” non sono prerogativa esclusiva di Internet, ma appaiono senza problemi su quotidiani e periodici di carta. Che cosa sono, se no, le decine e decine di dichiarazioni propagandistiche postate sui social dai leader politici e rilanciate in prima pagina dai quotidiani come se fossero notizie?

E vogliamo parlare di Salvini che viene servito dai giornali in tutte le salse? Come leader della Lega, come vicepremier, come ministro dell’Interno e persino come “tecnico” aggiunto del Milan, visto che si è messo a dare consigli all’allenatore Gattuso sui cambi dei giocatori durante una partita ed è stato intervistato sul delicato argomento.

Oppure vogliamo parlare di Di Maio, adesso coinvolto nello scandalo familiare? Con suo padre che faceva lavorare in nero alcuni dipendenti e adesso dice che Luigi era sì socio dell’azienda ma non era operativo e non ne sapeva nulla. Insomma, Luigi Di Maio sarebbe stato azionista di un’azienda a sua insaputa. Qualche giornale ha approfondito la vicenda? Qualche cronista è stato messo a scavare? No. I quotidiani si sono limitati a pubblicare e commentare le dichiarazioni del padre del “leader politico” di Cinquestelle.

E allora? Non c’è da meravigliarsi se le vendite di giornali vanno in picchiata. Gli ultimi dati sono spaventosi. Con il Corriere della Sera poco sopra le 200 mila copie vendute in edicola, e poi: Repubblica 156 mila, Stampa 112 mila, Messaggero 80 mila, Giornale 53 mila, Giorno 45 mila. Il Fatto del simpatizzante pentastellato Marco Travaglio è poco sopra le 30 mila copie e il Manifesto, storico quotidiano “comunista”, è precipitato sotto le diecimila.

Felice Saulino
(Sfogliaroma)

Nessun contraddittorio. Ecco la Rai Giallo-verde

rai 8Una rete a me e una a te. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno appena completato la spartizione della Rai. Come previsto, il Consiglio di amministrazione ha dato la propria benedizione alle nuove nomine. E così Teresa De Santis, sostenuta dalla Lega, si è presa la direzione di RaiUno, il “pensionato” Carlo Freccero, già membro del Cda in rappresentanza di Cinquestelle, è salito sul ponte di comando di Rai Due e Stefano Colletta è stato confermato a RaiTre.
Tutto in perfetta continuità con la tradizione che vede la Rai come «la madre di tutte le lottizzazioni», zona di caccia dei leader di tutti i partiti e di tutti i governi dalla nascita dell’attuale servizio pubblico radiotelevisivo italiano ad oggi.

D’altra parte, se non fosse stato così, oggi l’opposizione avrebbe gioco facile a scatenare una grande battaglia politica contro il governo gialloverde che ha assunto il controllo della Tv di Stato. Nonostante il fatto che Di Maio e i Cinquestelle fino alle ultime elezioni politiche attaccavano a testa bassa la lottizzazione dell’informazione radiotelevisiva (allora fatta dal Pd) con slogan tipo “Fuori i partiti dalla Rai” urlati in tutte le piazze.

Naturalmente i Tg di Viale Mazzini, che la lottizzazione ce l’hanno nel Dna, non hanno aspettato le nomine dei direttori delle testate giornalistiche (ottobre) e quelle dei responsabili delle reti per adeguarsi immediatamente al cambiamento del clima politico, per dare voce e spazio ai nuovi padroni. Con risultati oscillanti tra l’imbarazzante e il ridicolo.

Il presidente della Camera, Roberto Fico, è trattato con il rispettoso ossequio che si riserva ai padri della Patria e ai grandi uomini di Stato. Spazio enorme è riservato alle esternazioni via Facebook di Salvini e Di Maio. Assenza di qualsiasi contraddittorio. Veline di Casalino sono contrabbandate per servizi giornalistici. Per fare un solo esempio, quando il “ministro Di Maio” si è scatenato denunciando “la manina” che avrebbe inserito una “relazione tecnica non richiesta” nel decreto dignità simulando una perdita dell’occupazione, nessuno ha sottolineato due cose elementari. Primo, che un ministro (nonché vicepremier) è tenuto a leggere il testo di un decreto prima di firmarlo. Secondo, che la relazione tecnica non deve essere richiesta ma è obbligatoria, perché serve a simulare gli effetti d’un provvedimento economico.

Ma nell’occasione Di Maio accusò la Ragioneria dello Stato e il presidente dell’Inps, l’odiato Boeri, d’aver inserito di soppiatto e all’ultimo momento una simulazione degli effetti del decreto sull’occupazione a venire. Dimenticando così altre tre cose. Primo, che la relazione di accompagnamento è compito della Ragioneria dello Stato. Secondo, che la Ragioneria può chiedere una consulenza tecnica a un organismo pubblico, di solito alla Banca d’Italia. Terzo, che nel caso del decreto dignità, trattandosi di occupazione, il presidente dell’Inps era la persona più indicata per fare la simulazione degli effetti del provvedimento.

Purtroppo c’è da aggiungere che l’informazione delle reti televisive private e dei quotidiani non è poi tanto diversa da quella dei Tg Rai. Tanto spazio alla politica di Palazzo, nessun approfondimento, poche notizie originali, inchieste zero. Non è un caso, quindi, se le vendite dei quotidiani dopo l’illusorio arresto della caduta registrato in primavera hanno ripreso a precipitare, su un piano inclinato che di questo passo potrebbe portare entro una decina d’anni alla cancellazione dei giornali.

Felice Saulino
SfogliaRoma

La maledizione Alitalia sul governo gialloverde

ALITALIATroppo piccola e, insieme, troppo grande. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree tipo Lufthansa e troppo grande per fare concorrenza a Ryanair e alle low cost. Come da anni spiegano gli analisti del settore, è questa la “maledizione” di Alitalia, che adesso il vicepremier Luigi Di Maio vuole riportare sotto il controllo pubblico. Senza aver mai spiegato con quale progetto intende affrontare questo problema strutturale che negli anni ha trasformato la nostra ex compagnia di bandiera in una macchina mangiasoldi. Soldi pubblici, quindi denaro dei contribuenti. Sul Sole 24 Ore Gianni Dragoni ha calcolato che dal 1974 ad oggi l’Alitalia è costata 8 miliardi e 595 milioni. Cioè «143 euro per ogni italiano, compresi i neonati». Azienda di Stato per 42 anni, nel 2007 l’Alitalia fallisce. Affidata a un commissario liquidatore per essere privatizzata. Nel 2008 il governo Berlusconi la “regala” ai “patrioti” di Cai guidati dall’ex “capitano coraggioso” dalemiano Roberto Colaninno. L’azienda viene consegnata ai nuovi azionisti pulita da tutti i debiti (pagati dallo Stato) e alleggerita di settemila dipendenti messi per sette anni in cassa integrazione speciale a carico del sistema previdenziale. In totale, l’operazione Cai costerà all’erario oltre quattro miliardi di euro.

Ma gli imprenditori della “cordata patriottica” riescono a perdere più di 600 mila euro al giorno, e così, dopo quattro anni di bilanci in profondo rosso il capitale è bruciato e loro gettano la spugna. Per consentire alla compagnia di continuare a volare, lo Stato interviene di nuovo con un prestito ponte e con 75 milioni di euro iniettati da Poste Italiane che pochi anni dopo ne avrebbe bruciati altri 75.

Nel 2014 Alitalia sembra finalmente fuori dalla tempesta. Gli arabi di Etihad hanno acquistato il 49 per cento della società e a gennaio del 2015 si siedono ai comandi. Con i loro petrodollari la nostra ex compagnia di bandiera non dovrebbe più avere problemi. Invece sarà un altro flop. Dopo appena due anni anche l’emiro di Abu Dhabi dichiara forfait e la società fallisce un’altra volta. Il 2 maggio 2017 vengono nominati tre commissari straordinari e lo Stato interviene di nuovo con due prestiti per un totale di 900 milioni di euro.

Il resto è storia recente. I commissari lavorano bene, riescono a contenere i costi e a chiudere la gara per la vendita della compagnia che comunque continua a perdere soldi. La spunta il colosso tedesco Lufthansa con una offerta vincolante che prevede tagli di personale e una ristrutturazione per trasformare Alitalia in una affiliata regionale per il Sud Europa. A questo punto la decisione spetta alla politica. Ma siamo a fine 2017 e a marzo 2018 ci saranno le elezioni politiche. Il governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni non se la sente firmare il contratto e proroga il commissariamento fino a ottobre 2018. Toccherà al nuovo governo di accettare o rifiutare l’accordo con i tedeschi.

Ma il 5 marzo di quest’anno, appena si aprono le urne e si profila il cappotto gialloverde è già chiaro che Alitalia non passerà a Lufthansa. D’altra parte, Di Maio e Salvini prima del voto non avevano mai nascosto di essere contrari al passaggio della compagnia aerea italiana in mani straniere. Quindi nessuna meraviglia se adesso, in vista della fine del commissariamento, il vicepremier Di Maio abbia annunciato il prossimo ritorno della maggioranza dell’Alitalia in mani pubbliche. Con l’intervento delle Ferrovie dello Stato, e sotto la regia della Cdp (Cassa depositi e prestiti) dopo la trasformazione in azioni dei 900 milioni di “prestito ponte” concesso dal governo Gentiloni.

Ma le anticipazioni del vicepremier hanno suscitato l’ira del ministro Tria. Che da responsabile dell’Economia e garante dei nostri conti pubblici con Bruxelles sa perfettamente che le cose non sono così semplici come le descrive Di Maio. Primo, perché il bilancio dello Stato non consente di bruciare altri miliardi nell’ex compagnia di bandiera. Secondo, perché sul “prestito ponte” è in corso un’indagine dell’Unione europea che vieta gli aiuti di Stato. Terzo, perché l’Alitalia troppo piccola e insieme troppo grande com’è adesso continuerà inesorabilmente a divorare i soldi dei contribuenti. La sola cosa certa è che la classe politica degli ultimi 30 anni ha fatto molti pasticci con Alitalia. Una specie di “maledizione” che adesso si sta abbattendo su Di Maio e sul governo gialloverde.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Confesso di essere stato un terrorista mediatico

Sono un terrorista mediatico. Anche se a mia insaputa, lo sono da una vita, dal lontano 1980, cioè da quando ottenni l’iscrizione all’ordine dei giornalisti per diventare professionista. A rivelarmi la verità, a mettermi di fronte a questa terribile realtà è stato il vicepremier Luigi Di Maio.

È successo tutto all’improvviso, quando ho letto la sottile analisi dei nostri mezzi d’informazione fatta dal capo politico di Cinquestelle e ho sentito con le mie orecchie il suo durissimo atto d’accusa sul “terrorismo mediatico”.

Già, perché in che altro modo possiamo definire la pretesa della stampa italiana di spacciare per notizie le fake news su deficit, spread, decreto dignità e ponte Morandi?

Scrivere che portare il deficit di bilancio al 2,4 per cento farà saltare il bilancio dello Stato mettendo a rischio il Paese è terrorismo bello e buono. Titolare sulla salita dello spread alimentata dalle dichiarazioni di un esponente politico italiano contro l’Europa e i mercati è un attacco al governo gialloverde. Sostenere che il decreto dignità provocherà un calo dell’occupazione è un atto di guerra. Osservare che il decreto Genova così com’è darà vita a una serie di battaglie legali che alla fine bloccheranno la ricostruzione del ponte è un falso bello e buono.

Davanti al j’accuse di Di Maio, anch’io sono stato costretto a guardarmi allo specchio. E alla fine ho capito che nei miei quasi 40 anni da giornalista professionista ho fatto solo del terrorismo. Cercando di scoprire, come altri (pochi) colleghi, che cosa si nascondeva dietro le verità ufficiali dei tanti governi di cui mi sono occupato in centinaia di articoli. E pretendendo, addirittura, di fare domande vere nel corso delle interviste a sottosegretari, ministri e leader politici di ogni colore. Non avevo capito che stavo sbagliando tutto. Che aveva ragione il grande Gigi Marzullo quando, seduto di fronte all’intervistato di turno nello studio della sua trasmissione Rai, lo esortava dolcemente a farsi una domanda e a darsi una risposta.

Marzullo aveva anticipato i tempi. E oggi Di Maio va all’attacco dell’informazione italiana, per il “terrorismo mediatico” con cui quotidianamente «cerca di colpire il governo gialloverde e soprattutto il M5S». La verità è che «tutti i giornali di partito» hanno dichiarato guerra alla Manovra del Popolo.

Ma se la guerra è guerra e allora ecco che il vicepremier sta pensando al contrattacco. Come ha detto recentemente prima di visitare la Fiera del Levante «le società partecipate (dallo Stato) dovrebbero smetterla di fare tutta questa pubblicità sui giornali». I giornali dei «prenditori editori che ogni giorno inquinano il dibattito pubblico».

A dare man forte a Di Maio ha subito provveduto il sottosegretario all’editoria, il pentastellato Vito Crimi, anticipando «la fine della pacchia», ossia lo stop ai fondi pubblici per la stampa e nuovi tetti alla pubblicità televisiva.

Perfettamente in linea con il fondatore di Cinquestelle Beppe Grillo che nel 2013, dopo essersi scagliato contro la «stampa vergognosa» avvertiva: «La prima cosa che faremo (quando andremo al governo) sarà quella di tagliare le sovvenzioni ai giornali».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Patrimonio di Franco nel mirino del governo socialista

francisco francoIn Europa c’è un governo che non si rassegna alla politica dei tweet. È il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez, arrivato alla Moncloa a giugno di quest’anno, dopo aver sfiduciato con una mozione in Parlamento il centrodestra di Mariano Rajoy.
Nonostante la debolezza del suo esecutivo, Sánchez ha dimostrato subito di non volersi accontentare di un po’ di propaganda elettorale per cercare di conquistare una vera maggioranza alle prossime politiche. Dopo aver aperto agli immigrati rifiutati da Salvini, ha deciso di affrontare subito una grande questione politica interna, quella della riconciliazione nazionale. Già, perché a quasi 80 anni dalla fine della guerra civile e dall’inizio della dittatura franchista, la Spagna non ha mai voluto sciogliere questo nodo. Con il risultato che il suo passato è ancora tabù, nonostante i 40 anni trascorsi dalla “transizione” democratica che fu concordata nel 1977 (dopo la morte di Francisco Franco) tra le forze politiche di destra e di sinistra.

Un intero Paese colpito da una specie di “amnesia collettiva” che ha portato alla rimozione della dittatura e degli orrori d’una guerra civile con più di un milione di morti. Una guerra in cui per tre lunghi anni (1936-1939) si consumò il primo, feroce, scontro armato tra fascismo e antifascismo.

Adesso Sánchez ha deciso di avviare la resa di quell’antico conto mai saldato. E, per prima cosa, ha deciso la rimozione dei resti di Franco dalla Valle dei Caduti. Un atto simbolico che sta dividendo l’opinione pubblica spagnola. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza del Paese è favorevole all’esumazione del dittatore ma non è d’accordo sull’opportunità di farla adesso, perché ci sono problemi molto più importanti da affrontare e risolvere.

Ma il nuovo premier socialista che ha 45 anni, e quindi appartiene a una generazione politica che non ha ricordi personali della dittatura, non ha esitato ad affrontare il problema della memoria collettiva. E le prime reazioni sembrano dargli ragione. Gli scaffali delle librerie si stanno riempiendo di nuove opere sul franchismo, e sulla transizione politica negoziata tra franchisti e opposizione di sinistra.

Spingendo la Spagna a voltarsi indietro il governo Sánchez fa una grande operazione politica. La tesi di partenza è che il patto con gli eredi del dittatore avrebbe impedito sia di rendere giustizia a tante vittime innocenti della guerra civile sia di fare piena luce su quaranta anni di dittatura. Perché come scrisse lo storico Perez Ledesma «Dire che Franco era irresoluto nelle operazioni militari o molto prudente nella sostituzione dei ministri è solo a una parte della verità. C’è una cosa in cui non fu mai indeciso: firmare sentenze di morte…».

Naturalmente la resa dei conti avviata dalla Moncloa è stata subito contrastata dalla famiglia del dittatore. Ma i discendenti del “Generalissimo” adesso devono prepararsi a combattere un’altra battaglia, molto più dura: la salvaguardia del loro patrimonio miliardario.

A metà settembre, in Galizia, la regione di Franco, una forza politica della sinistra locale ha presentato a Madrid la proposta di una commissione per investigare sul patrimonio dei Franco. La richiesta è stata approvata dai deputati e il patrimonio del “caudilho” è finito nell’agenda politica del governo che adesso aprirà il confronto sulle richieste di restituzione all’uso pubblico di palazzi, opere d’arte e residenze, avanzate da alcune località spagnole.

Felice Saulino
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Brasile, tornano i generali. Alle elezioni senza Lula

lulaLe elezioni brasiliane del 7 ottobre prossimo avranno un grande assente: Inàcio Lula. Il tribunale gli ha appena impedito di presentarsi per un terzo mandato da presidente nelle file del PT, il Partito dei lavoratori, la formazione politica di sinistra che contribuì a fondare a febbraio del 1980, durante la dittatura militare.

Lula, che è in carcere dopo essere stato condannato per corruzione, non potrà partecipare nemmeno alla campagna elettorale a fianco di Fernando Haddad, l’ex sindaco di San Paolo schierato in fretta e furia dal “Partido dos trabalhadores” dopo l’ultimatum del Tribunale Supremo Elettorale, che l’11 settembre ha obbligato il PT a sostituire il suo candidato.

Ultimo atto di una durissima guerra con la magistratura che va avanti da aprile, cioè da quando l’ex presidente è finito nel carcere di Curitiba, in seguito a una condanna a 12 anni inflittagli in appello. L’accusa è quella di aver ricevuto tangenti per un milione di dollari dalla Petrobas (l’azienda energetica di Stato) e favori da parte di alcuni imprenditori privati (un appartamento al mare e la costruzione di un ranch).

Lula, che ha sempre respinto le accuse, ha subito presentato ricorso alla Corte Suprema per evitare la sospensione dei diritti politici prima dell’ultimo grado di giudizio. La sua richiesta è stata respinta, ma il PT lo ha schierato ugualmente alle presidenziali fissate per ottobre. Ne è nata una durissima battaglia legale contro “le sentenze politiche della magistratura” sostenuta da una serie di manifestazioni di piazza a favore dell’ex presidente. Fino all’ultimo “no” dei giudici del Tribunale elettorale che hanno votato quasi all’unanimità (6 a 1) costringendo il PT a cambiare cavallo.

Il risultato è che dopo più di 40 anni il Brasile vivrà la sua prima campagna elettorale senza Lula, che fu eletto in Parlamento nel 1986, a 41 anni, da leader dei metalmeccanici. E subito partecipò alla nuova Costituzione che nasceva per chiudere la tragedia della dittatura con l’inserimento di forti garanzie per i diritti dei lavoratori.

Presidente del Brasile nel 2002, Lula guadagnò presto la fiducia dei mercati, che lo avevano accolto con preoccupazione, superando gli obiettivi posti dal Fondo monetario internazionale. Fu rieletto nel 2006 e affrontò la crisi globale del 2008 con un vasto piano d’investimenti pubblici. Il Brasile conobbe un momento di sviluppo. Lula, ormai popolarissimo tra la gente, era diventato il presidente che aveva migliorato le condizioni di vita di milioni di proletari. Nel 2010 il terzo mandato consecutivo non sarebbe stato il problema, ma era vietato dalla Costituzione. E così il leader del PT come presidente del Brasile scelse un suo ministro, l’economista Dilma Rousseff, poi destituita nel 2016 con l’accusa di aver manipolato il bilancio dello Stato per garantirsi la riconferma.

Si arriva così alle elezioni del 7 ottobre, le prime senza Lula. Con un gigantesco problema per il PT costretto a ripiegare su un candidato debole e poco conosciuto a livello nazionale come l’ex sindaco di San Paolo Haddad. I primi sondaggi lo danno sotto al 10 per cento. La verità è che, nonostante gli scandali e il carcere, Lula sembra ancora l’unico candidato in grado di far vincere la sinistra brasiliana. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto, pubblicato poco prima della rinuncia, gli assegnava il 35 per cento al primo turno. 13 punti sopra il candidato della destra, il generale in pensione Jair Bolsonaro.

Felice Saulino
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Pd a rischio estinzione senza un progetto per il Paese

pd scissioneA sei mesi dal terremoto elettorale del 4 marzo, il Pd è ancora sotto le macerie. Senza voce, senza un vero segretario, senza una data per il congresso del dopo-Renzi e – soprattutto – senza un progetto per il futuro.
Lacerato dalle lotte interne, prigioniero dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, il centrosinistra non è ancora riuscito ad analizzare le ragioni della sua sconfitta e del trionfo di Cinquestelle e Lega.

Intanto, mentre i sondaggi elettorali continuano a premiare la retorica del governo gialloverde (con Salvini oltre il 30 per cento e Di Maio poco al di sotto) il Partito democratico continua inesorabilmente a calare. Dal 18,7 per cento del 4 marzo è sceso al 17,7. Ma poteva andare anche peggio, vista l’inconsistenza dei parlamentari dem che dai banchi dell’opposizione non riescono a far sentire la loro voce nemmeno di fronte alle gaffe, agli errori e alle tante giravolte d’un governo che fino ad oggi ha fatto poco o nulla.

Come ha scritto recentemente sul Corriere della sera il professor Sabino Cassese, questo sarebbe «il momento migliore perché l’opposizione faccia il suo mestiere». Perché abbiamo un esecutivo «con due timonieri che tirano in direzioni opposte», alla vigilia di «scelte difficili da fare con poche risorse a disposizione».

La verità, ha osservato Rodolfo Ruocco (Sfogliaroma, 5 settembre 2018) è che «la sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato».
Ossessionato dalla comunicazione, Matteo Renzi è annegato in un mare di annunci. Anteponendo, esattamente come stanno facendo adesso Di Maio e Salvini, la propaganda ai fatti. La fiction alla realtà. Alla fine, gli elettori delusi hanno cambiato strada. Giovani e anziani, precari e pensionati, insegnanti e operai hanno abbandonato la sinistra riformista. La maggior parte ha preferito scommettere su Cinquestelle, gli altri hanno scelto la Lega di Salvini.

Certo, c’è da aggiungere che i progressisti sono in crisi in tutto l’Occidente. Ovunque stiamo assistendo al crollo dei socialisti: in Olanda sono finiti al 6 per cento, in Francia al 7, in Grecia hanno subito un tracollo di 30 punti, mentre in Germania, alle elezioni di un anno fa, la Spd ha toccato il suo minimo storico.

I movimenti populisti vengono ingrossati dai voti dei “dimenticati”, degli emarginati e degli elettori che si sentono traditi dai partiti politici tradizionali. Soprattutto da quelli di sinistra, che non hanno saputo mettere un argine allo strapotere dell’economia dominata dalla finanza.

Se la situazione è questa, la sinistra riformista italiana ha un solo modo per uscire dalla crisi. Ritrovare un radicamento sociale e riconquistare la fiducia del suo “popolo” con programmi coraggiosi e progetti concreti in grado di arrestare la caduta del ceto medio, di dare prospettive ai giovani, un futuro ai precari, un reale sostegno ai poveri assoluti che sono più di cinque milioni. Insomma, ripartire da dove hanno fallito gli ultimi leader del Pd.
Da Renzi, che voleva alleviare l’impoverimento con i famosi 80 euro al mese, a Veltroni che esorcizzava la paura per l’ondata migratoria sostenendo che gli immigrati non sono un pericolo ma “una risorsa”. Cosa improbabile, senza un controllo del territorio e senza progetti per selezionare, formare e integrare i nuovi arrivati. È finita con il 60 per cento di consensi a Salvini e Di Maio.

Adesso è dunque arrivato il momento di abbandonare gli slogan e la vecchia retorica tanto cara a certa sinistra per tornare alla politica, ai fatti, ai programmi, a proposte concrete per far ripartire un Paese da anni in declino.

Come fu con il primo centrosinistra trainato dai socialisti e dalla sinistra Dc. Quando in pochi anni i progressisti diedero all’Italia: la scuola media obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la sanità universale, lo Statuto dei lavoratori, l’equo canone, la cassa integrazione guadagni, un sistema pensionistico fin troppo generoso, e la scala mobile, che ogni anno adeguava le retribuzioni all’inflazione per evitare l’impoverimento dei lavoratori.

E se è vero che da allora il mondo è cambiato e adesso bisogna fare i conti con la globalizzazione, è altrettanto vero che senza proposte serie e realistiche su scuola, lavoro, pensioni e infrastrutture, la sinistra riformista e quella antagonista, che durante tutta la Prima Repubblica superavano il 40 per cento dei voti (con alti e bassi tra Pci, Psi e, nell’ultima fase Dp), sono destinate all’estinzione.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Sinistra antagonista di casa a San Lorenzo

san lorenzoSapienza, San Lorenzo era un quartiere con una sua storia e un’identità precisa. Nacque a cavallo tra 800 e 900 sull’onda dell’esplosione edilizia di Roma, con le prime povere case costruite a ridosso delle mura, vicino all’attuale Porta Tiburtina che allora si chiamava Porta San Lorenzo.
All’inizio, andarono a viverci soprattutto i muratori impegnati nella costruzione dei palazzi che stavano nascendo come funghi nei quartieri della nuova borghesia trasferitasi nella neonata capitale del Regno d’Italia.

San Lorenzo divenne così un quartiere popolare. Le sue abitazioni costruite in fretta e furia ospitarono manovali, fabbri, artigiani e, con il passare degli anni, ferrovieri della vicina Stazione Termini e infermieri dell’altrettanto vicino Policlinico. Vista la sua conformazione sociale, diventò un quartiere proletario orientato politicamente a sinistra.

Non a caso, fu l’unico, in tutta la città, a cercare di fermare la Marcia su Roma. Nell’autunno del 1922 i gli “Arditi del popolo” impugnarono le armi contro i fascisti. La popolazione era riuscita perfino a bloccare l’ingresso degli squadristi durante la Marcia Roma. Ma fu un’opposizione che pagarono a caro prezzo con una spedizione punitiva guidata da Italo Balbo che provocò 13 morti tra gli abitanti.

Intanto, insieme alle costruzioni civili, a San Lorenzo nascevano le fabbriche. A quelle storiche sorte agli inizi del XX secolo come il pastificio Cecere, la vetreria Sciarra, la birreria Wuhrer (ex Paszkowsky) si aggiunsero tante piccole attività artigianali che finirono per trasformare la zona in un centro operaio e per consolidarne la fama di “quartiere rosso”.

Negli anni del dopoguerra, nonostante le gravissime ferite del bombardamento americano del 19 luglio 1943, continua ad essere un quartiere popolare, orgoglioso e antiborghese. Non a caso assume un ruolo chiave negli anni delle contestazioni studentesche, quando vari gruppi extraparlamentari trovano qui una sede. Basta leggere uno dei volantini distribuiti all’epoca dai gruppi che dovevano portare la scritta “ciclostilato in proprio” e l’indirizzo, che rinviava puntualmente a una strada di San Lorenzo. Via dei Marrucini per il Movimento Studentesco, via dei Piceni per Lotta Continua, via dei Volsci per Potere Operaio.

Alla metà degli anni Settanta qui trovarono poi sede gli eredi del radicalismo politico nato dalla rottura con il Pci e con i sindacati confederali. Nacquero così i “comitati autonomi operai”, i cosiddetti “Volsci” (con l’appendice di Radio Onda Rossa) che rappresentarono la parte più importante dell’Autonomia e raggiunsero notorietà nazionale a febbraio 1977 in seguito alla storica “cacciata” dall’università di Luciano Lama.

Il comizio dell’allora segretario Cgil dentro La Sapienza fu voluto dai vertici del Pci e da una parte della Cgil. Fu motivato con «la necessità di ripristinare le libertà sindacali e politiche all’interno dell’ateneo» ma il vero intento era quello di allontanare i simpatizzanti di Autonomia isolandoli dagli altri studenti. Lama fu costretto ad abbandonare il palco e riuscì a uscire indenne dall’ateneo, protetto dal servizio d’ordine della CGIL, mentre gli studenti scandivano: “Via, via la nuova polizia!”.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Rai e Cdp. Voglia di Lottizzazione e scontro Lega-M5S

rai 8Il ministro della Salute Giulia Grillo ha assicurato che da ora in avanti, nel suo dicastero le nomine dei manager avverranno «solo per merito» e saranno fatte attraverso «selezioni pubbliche». «A cominciare» dal prossimo direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Se la promessa fosse realizzata, rappresenterebbe un’autentica rivoluzione. Comprensibile, quindi, l’enfasi con cui l’esponente Cinquestelle ha accompagnato il suo annuncio su Facebook.

Bene. Ma le altre nomine? Come verranno assegnate le 350 e passa poltrone che il governo gialloverde dovrà occupare da qui alla fine dell’anno? Per il momento sono al centro di trattative avvolte dal più stretto riserbo. Dalle poche indiscrezioni disponibili, sembra di capire però che Salvini e Di Maio, i due azionisti del governo Conte, hanno ingaggiato un duro scontro. La conferma verrebbe dai numerosi consigli di amministrazione scaduti e non ancora rinnovati. Con buona pace della trasparenza invocata e ostentata dal ministro della Salute.

In cima alla lista, c’è la Rai, la madre di tutte le lottizzazioni (Sfogliaroma 4 luglio 2018). Il consiglio di amministrazione dell’azienda radio-televisiva è scaduto il 30 giugno, ma dietro le quinte Lega e Cinquestelle hanno ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro sui candidati alla sostituzione del direttore generale, Mario Orfeo, e del presidente, Monica Maggioni.

Stesso discorso per la Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui il governo ha preso tempo, rinviando al 18 luglio la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Quindi, al momento, non è dato sapere chi andrà alla guida della Cassa che, grazie ai risparmi postali degli italiani, dispone di un patrimonio di 410 miliardi di euro. Per il M5S, la Cdp dovrebbe diventare una sorta di Banca per gli investimenti, finanziando aziende di interesse pubblico e strategico nazionale: prima fra tutte l’Alitalia. Per il ruolo di amministratore delegato sono in corsa Marcello Sala, ex vicepresidente del cdg di Intesa San Paolo (caldeggiato dalla Lega) e Fabrizio Palermo, manager interno (attuale direttore finanziario) vicino a Cinquestelle. Il Tesoro invece punterebbe su Dario Scannapieco, ex vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Ancora più complicata la situazione delle Ferrovie dello Stato. Lega e Cinquestelle non hanno mai digerito il blitz di Capodanno quando il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, confermò per altri tre anni l’amministratore delegato Mazzoncini. Poi c’è il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici, che amministra 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Scontro anche su questo fronte. L’avvio dell’era “post-Sperandini”, nonostante le promesse elettorali sulla trasparenza degli incentivi è ancora avvolto nella nebbia. Il 12 luglio l’assemblea dei soci Gse avrebbe dovuto fare i nomi del nuovo vertice. È finita con un nulla di fatto. L’assemblea si è infatti chiusa subito ed è stata aggiornata al 26 luglio.

Intanto, come ha rivelato il 12 luglio il quotidiano La Stampa, al meeting romano di Google sull’intelligenza artificiale, dove parlava Davide Casaleggio ed era vietato scattare foto e “divulgare notizie”, c’era una bella pattuglia di gran commis, a suo tempo “lottizzati” dal centrosinistra. Tra gli altri spiccavano Caio (ex Poste), Catania (ex Atm), Bassanini (ex Cdp), e Monica Maggioni (presidente Rai), che – come ha sottolineato maliziosamente uno dei presenti – se ne stava seduta vicino a Bernabè.

Felice Saulino
SfogliaRoma