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Le battaglie di Fontana mettono in imbarazzo il Governo

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Continuano le battaglie di Lorenzo Fontana. Dopo aver preso di mira coppie omosessuali, aborto e diritti civili, questa volta il vice segretario della Lega individua il nemico nella legge Mancino. Secondo l’ex parlamentare europeo, le disposizioni approvate nel 1993 contro chi diffonde l’odio razziale e l’ideologia nazifascista si sono trasformate “in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. Parole al vetriolo che mettono in imbarazzo Salvini, il Governo e il presidente del Consiglio.

Il ministro della Famiglia, non nuovo a prese di posizioni dal sapore balillesco, prende spunto dalla vicenda dell’aggressione di Daisy Osakue per divulgare la sua opinione su Facebook. Fontana se la prende con i giornali, colpevoli secondo lui di aver montato “un caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra”. Nessuna emergenza razzismo, quindi. Ma solo una campagna anti italiana da parte di esponenti e media di sinistra. Per dare man forte alla sua propaganda, l’ex parlamentare europeo pubblica anche un articolo che riporta la notizia della presenza del figlio di un consigliere comunale Pd tra gli aggressori di Daisy. “I burattinai della retorica del pensiero unico se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato”.

Questa volta, però, Fontana si ritrova da solo. Il primo a prendere le distanza è Salvini, che spiega come la revisione della legge Mancino non è “una priorità del Governo”. A stretto giro arriva la replica di Di Maio, che chiude le porte ad ogni possibilità di abrogazione. “Rimanga dov’è – afferma deciso il leader 5 Stelle –. Non è nel contratto e non è in discussione”. Fa sentire la sua voce anche il premier Giuseppe Conte, spesso afono di fronte alle diatribe politiche tra i due esponenti di Governo: “Sono sacrosanti gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. Il sottosegretario Spadafora ha un conto aperto col crociato leghista e ne approfitta appena può. “Bisogna estendere la legge Mancino anche all’omofobia”, le parole del braccio destro di Di Maio.

Le opposizioni evidenziano invece la deriva che sta prendendo l’Esecutivo giallo-verde. “E’ un Governo sempre più nero” avverte il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci. “Una china pericolosa che avanza di un passo ogni giorno. Noi intanto ci prepariamo a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” l’iniziativa annunciata dal leader del Psi, Riccardo Nencini. Insorge anche la comunità ebraica. “Se si accetta l’incarico di Ministro della Repubblica di questo Paese lo si deve fare coscienti della storia e della responsabilità, evitando boutade e provocazioni stupide”, afferma la presidente Ruth Dureghello.

L’obiettivo della Lega, oltre a quello solito della provocazione, potrebbe però essere un altro. Tra un mese e mezzo si dovrà trovare la quadra sulla legge di Bilancio, cosa che ad oggi sembra assai complicata. Accontentare tutti i gruppi di interesse di riferimento sarà impossibile sia per Lega che per M5S. Continuare a sollevare polveroni inutili, dunque, mettendosi in contrapposizione con l’alleato di Governo, potrebbe rappresentare il pretesto per un’uscita della Lega dall’Esecutivo. Rimarcare le differenze e l’impossibilità di andare d’accordo potrebbe spingere Salvini a capitalizzare il consenso ottenuto in questi mesi. Il rischio di incidente è grosso. E queste polemiche di certo non aiutano a distendere gli animi.

F.G.

“Il fatto non sussiste”. Archiviazione per Brizzi

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“Il fatto non sussiste”. La procura di Roma chiede l’archiviazione per Fausto Brizzi, il regista indagato per violenza sessuale dopo le denunce presentate da tre giovani donne. L’uomo era finito sotto inchiesta nello scorso mese di aprile sull’onda del caso Weinstein scatenato da Asia Argento.

Gli episodi finiti sotto indagine sarebbero avvenuti tra il 2014 e il 2017. Secondo quanto raccontato dalle ragazze, Brizzi le avrebbe molestate nel suo loft dove si erano recate per un provino. Nessun riscontro alle accuse è stato mai trovato. Le presunte violenze rivelate dalle donne ai microfoni delle Iene non sono bastate. Verso l’archiviazione, dunque, la posizione del regista.

Dopo la notizia dell’indagine la vita di Brizzi è stata rovinata per sempre. Quella privata, prima di tutto,  malgrado la vicinanza dimostrata pubblicamente dalla moglie Claudia Zanella con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Nonostante il linciaggio mediatico, l’attrice ha provato a tenere unita la sua famiglia e, soprattutto, a non esporre la figlia. Il tempo le ha dato ragione. I processi formulati nei salotti tv e sulle riviste di gossip non hanno intaccato il rapporto. La credibilità dei mass media italiani, invece, è crollata vertiginosamente.

Le ricadute, inutile dirlo, sono state anche di natura professionale. La reputazione di Brizzi è stata sbriciolata in un attimo. Chi prima non poteva fare a meno delle sue sceneggiature lo ha ripudiato. Decine le collaborazioni andate in fumo a causa della notizia dei presunti stupri. Una nota casa di produzione con la quale il regista lavorava da anni ha fatto uscire al cinema un film di Brizzi senza citare Brizzi. Un incredibile risvolto effetto solo di una macchina del fango che quando viene messa in moto non si ferma più.

Il caso di Brizzi è solo l’ultimo riconducibile ad un modus operandi ben radicato nel nostro Paese che difficilmente lascia scampo ai malcapitati. Basti pensare agli imprenditori, giornalisti, industriali, politici e comuni cittadini che negli anni sono stati prima accusati e – dopo essere finiti in prima pagina – archiviati o assolti. Sarebbe inutile prendersela con chi spiffera le indagini ai giornali o con chi cavalca le inchieste come fossero già sentenze. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati. Nessuno si aspetta, inoltre, un’assunzione di responsabilità. Basterebbe, però, una presa di coscienza. Un atto dovuto in questi casi sarebbe chiedere scusa.

F.G.

Fontana, il ministro fissato con “il dominio LGBT”

fontanaContinua la battaglia contro i gay del Governo a trazione leghista. Una crociata ideologica della quale si è fatto portavoce il vice segretario del Carroccio, Lorenzo Fontana. Il ministro della Famiglia ha posto oggi un’altra pietra tombale sui diritti delle coppie omosessuali conquistati a fatica dopo decenni. Il suo obiettivo, dichiarato più volte davanti a microfoni e taccuini, è sgretolare pezzo dopo pezzo le unioni civili approvate nella scorsa legislatura. Il primo passo è rappresentato dall’annuncio odierno in commissione Affari Sociali della Camera: stop al riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso nati all’estero con pratiche (vietate in Italia) come la maternità surrogata.

L’ex parlamentare europeo ha messo la lotta agli omosessuali al centro dell’azione del suo dicastero. Per lui la famiglia è composta “da uomo, donna e figli”. Altre forme di nucleo familiare non sono previste nel manuale-Fontana. Ne ha fatto una missione: difendere l’Italia dall’assalto di gay e lesbiche. Il Paese sarebbe “sotto attacco” del mondo Lgbt. “Vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo” si leggeva nel 2016 su un post (poi cancellato) pubblicato sul sito personale. Appena diventato ministro, si scatenò contro il collega pentastellato Spadafora, colpevole secondo lui di aver assunto posizioni vicine agli omosessuali. “Per quanto ci riguarda – fu la replica di Fontana – la famiglia che riconosciamo e sosterremo, anche economicamente, è quella sancita dalla Costituzione. Spadafora non parla a nome del Governo”. Porte chiuse, dunque, alle coppie arcobaleno.

C’è da dire che nessuna misura anti-gay era prevista nel contratto di governo stipulato tra Lega e 5 Stelle. Tuttavia, oggi a Montecitorio, Fontana ha vestito nuovamente i panni del crociato, affermando che occorre “valutare l’introduzione di misure per contrastare l’alienazione parentale. Servono adeguati strumenti di contrasto a simili pratiche”. Una vera e propria fissazione. Si fermeranno, poi, le iscrizioni nei “registri dello stato civile di bambini concepiti all’estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere”. Il vice segretario federale ha annunciato che l’Esecutivo metterà in campo delle nuove misure “sulla disciplina degli affidamenti familiari: accordi prematrimoniali per ridurre i contrasti economici in fase di scioglimento del vincolo, con vantaggi per i minori che non saranno ostaggio di un genitore o dell’altro”.

L’intrepido Fontana, quindi, non molla. Nonostante le perplessità degli alleati di governo, il ministro della Famiglia proseguirà la sua guerra contro l’invasore omosessuale. Proprio come Putin, fonte di ispirazione per l’esponente leghista. E vada al diavolo chi dice che in Russia gli omosessuali siano sottoposti a violazione dei diritti umani. L’importante è respingere “l’attacco” e portare a casa voti.

F.G.

Mura, il deputato Skipper che imbarazza gli anti-Casta

Andrea Mura onboard Vento di Sardegna (Open 50) with Raymarine electronics.

Andrea Mura

Fino ad oggi gaffe istituzionali, decreti scritti male e figuracce internazionali non avevano procurato danni. Lo storytelling a 5 stelle ha resistito perfino ad avvisi di garanzia e rinvii a giudizio. Il caso del deputato velista Andrea Mura, però, sembra aver incrinato seriamente il rapporto del Movimento con il suo elettorato. Dopo aver sparato a zero per anni contro la casta, i duri e puri si ritrovano dentro casa un dipendente statale che prende lo stipendio da parlamentare senza lavorare. Un contrappasso troppo grande da offuscare con un semplice video sui social.

Tra l’altro Mura, secondo quanto dichiarato da lui stesso, avrebbe avvertito i vertici pentastellati: “L’ho detto fin dall’inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani”. E così è andata. Solo 8 presenze fino ad oggi alla Camera. Saltate il 96 per cento delle sedute in aula. Di Maio, consapevole del danno di immagine, non ha perso tempo e ha subito scaricato il parlamentare-skipper. “Le sue considerazioni spero false, unite al livello di assenza, dovrebbero indurre il parlamentare M5S Andrea Mura a dimettersi”. Fuori uno. Il capo politico ha già dato mandato di sospendere il deputato accusandolo di assenteismo. La decisione sulle dimissioni dalla Camera, però, spetta direttamente a Mura.

Il velista sardo rischia pure di dover rispondere del reato di peculato. La denuncia è stata presentata alla procura di Roma dal Codacons, chiedendo tramite un esposto di procedere penalmente nei confronti del politico sardo. “Il deputato ha ricevuto un preciso mandato da parte dei cittadini che lo vincola a svolgere il proprio ruolo nelle sedi opportune – ha spiegato il presidente dell’associazione dei consumatori Carlo Rienzi – e tra queste non rientrano barche a vela e vacanze in mare. La decisione di Andrea Mura di assentarsi dalla aule della Camera per trascorrere il proprio tempo in barca a vela potrebbe configurare il reato di peculato”. Un ulteriore grana per i 5 Stelle, occupati più che mai a tenere lontana l’immagine di un partito ancorato ai privilegi da palazzo.

L’incubo peggiore di Di Maio e company, infatti, è quello di venire associati ai vecchi partiti sino ad oggi ricoperti di insulti. L’atteggiamento dei grillini verso l’esercizio del potere, tuttavia, è cambiato radicalmente negli ultimi tempi. Basti pensare che i rimborsi dei parlamentari, quelli che una volta erano pubblicati online, non vengono più diffusi da mesi. La dirigenza grillina ha optato per un rimborso forfettario così da non dover rendere conto delle spese di ciascuno. I gruppi hanno moltiplicato le proprie spese, facendo crescere i bilanci a dismisura. Così come Rousseau è diventata un’associazione (privata) che riceve ogni mese contributi dagli eletti M5S. Insomma, più opacità rispetto al passato. E tanti saluti alla coerenza.

F.G

Legittima Difesa. Lega in perenne campagna elettorale

matteo-salvini-fucile-1039494L’obiettivo è a portata di mano per la Lega. Che potrebbe mettere a segno un nuovo punto nella personale partita di Governo con i 5 Stelle. La legge sulla legittima difesa in salsa populista è in procinto di essere discussa al Senato. Una delle bandiere leghiste sventolate in campagna elettorale potrebbe presto vedere la luce. E le reazioni contrarie di opposizioni e magistratura non fanno altro che dare forza al provvedimento.
La debolezza politica dei grillini nell’Esecutivo è venuta a galla anche in questa vicenda. Incapaci di stare dietro all’avanzata di Salvini, troppo timidi quando c’è da adottare una linea ben definita. A dimostrarlo proprio la legge sulla legittima difesa. Prima appoggiata in pieno, ora solo in parte. Sono cinque i disegni di legge incardinati in commissione Giustizia. “Non vogliamo la liberalizzazione delle armi”, si è affrettato a dire il guardasigilli Bonafede dopo i primi malumori in casa pentastellata. Poiché in ballo ci sono questioni delicate il testo “ha bisogno di tutti gli approfondimenti del caso”, ha spiegato il senatore 5 Stelle, Francesco Urraro. “Il Governo non incita all’uso delle armi” la precisazione del premier Conte.
L’obiettivo è prendere tempo, migliorare il testo con qualche emendamento di bandiera e scongiurare che dal Parlamento esca una legge a trazione (troppo) leghista. Il risultato, tuttavia, lo dovrebbe portare a casa ancora Salvini. A parole il capo della Lega tiene unite le fila (“Con Bonafede piena sintonia”), ma è ben consapevole dell’importanza della legge per il suo elettorato. Jacopo Morrone, sottosegretario leghista alla Giustizia ha parlato di “priorità” e ha sostenuto che il Governo voterà “a breve” la proposta di legge del Carroccio.
Diverso invece l’approccio della magistratura, che con le norme sostenute da Salvini si troverebbe di fronte a situazioni al limite. “Se interveniamo sulla legittima difesa nei termini di cui stiamo leggendo in questi giorni rischiamo di legittimare i reati più gravi persino l’omicidio” la bordata del presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, Francesco Minisci. Il numero uno delle toghe ha parlato a InBlu Radio, l’emittente della CEI (!). “Nel 2006 sono stati già attuati alcuni interventi di modifica. Non vediamo quali possano essere gli ulteriori interventi”.

Sul piano politico il risultato lo incasserà nuovamente Salvini. Giorno dopo giorno il leader lombardo si sta mettendo contro tutti i gruppi di interesse. Da solo contro i poteri forti a difesa del popolo. È il traguardo che sembra voler raggiungere il segretario della Lega. Considerata l’inconsistenza delle opposizioni, potrebbe anche riuscirci. I sondaggi parlano chiaro, il consenso è in crescita. E presto Salvini potrebbe passare all’incasso.

PERCEZIONE E REALTA’

open armsChe tra il ministro dell’Interno e le organizzazioni non governative non corresse buon scambio lo avevano ormai capito tutti. Nessuno, però, pensava che ciò potesse portare a considerare l’Italia un paese inaffidabile o addirittura razzista. Ma tant’è. Il giallo del salvataggio e le foto diffuse nella giornata di ieri hanno scatenato enormi polemiche tra i volontari di Open Arms e Matteo Salvini, deciso più che mai a tenere la linea dura. Oggi la Ong spagnola, dopo un botta e risposta estenuante con il Viminale, ha deciso di fare rotta verso la penisola iberica. “Non ci fidiamo del ministro dell’Interno italiano e delle sue intenzioni verso i migranti” il senso delle parole di Open Arms diffuse nel pomeriggio.

Dopo la scelta dell’imbarcazione di cambiare rotta, Salvini ha affermato che “nonostante la nostra disponibilità di porti siciliani, la nave Ong va in Spagna, con una donna ferita e due morti… non sarà che hanno qualcosa da nascondere?”. Il capo del Carroccio gongola. Un’altra nave cambia rotta dopo il braccio di ferro con il Viminale. Musica per le orecchie sovraniste del pratone di Pontida. Un punto in più a Salvini nella personale sfida con Di Maio, che fino ad oggi vede il suo pallottoliere ancora a secco.

Con questo modus operandi, il leader leghista continua nel suo particolare storytelling: la ricerca continua del nemico da sconfiggere (in questo caso da affondare). L’obiettivo sembra quello di voler instillare a forza nel Paese un clima vittimistico, di paura, come se l’Italia si trovasse di fronte ad una invasione di barbari.

I numeri dicono il contrario, in realtà. Ma ciò che conta è la percezione. Il ministro dell’Interno lo sa bene e non si cura delle conseguenze. Salvini va avanti senza sosta, non preoccupandosi di distruggere la credibilità italiana nel mondo. Certo è che non tutte le imbarcazioni cariche di profughi potranno essere respinte. Chissà che decisione assumerà l’Italia se i due barconi fermi a largo di Turchia e Tunisia dovessero affacciarsi sui nostri mari. Tutto è ormai possibile.

In merito al rifiuto di Opern Arms “se qualcuno ritiene di poter lanciare tale accusa è evidente che stia maturando un senso comune favorevole a valutazioni di questo tipo”, ha avvertito l’ex parlamentare Psi Enrico Buemi. “Inoltre, il fatto che la nave si stia dirigendo in Spagna fa ritenere che in Italia l’informazione sulla vicenda possa essere alterata da ingerenze e da comunicazioni mediatiche non rispondenti alla realtà dei fatti”, ha spiegato il dirigente socialista.

F.G.

PADRE DELLO STATO

MattarellaSi allargano le crepe nel muro gialloverde. E la parete eretta a fatica da Lega e Movimento 5 Stelle comincia a scricchiolare. Il motivo è sempre lo stesso: la politica migratoria e tutto ciò che da essa ne deriva. La nave Diciotti, dopo lo stop allo sbarco imposto da Salvini, è riuscita far scendere a terra i profughi grazie all’intervento del Capo dello Stato. Uno smacco per il leader leghista, che oltre ad essere stato scavalcato, ha dovuto incassare anche le dichiarazioni filo-Quirinale dei grillini, Di Maio in primis. Il ministro del Lavoro si è schierato subito con Mattarella. I rapporti tra i due alleati di Governo, dunque, si fanno sempre più tesi.

Sia il presidente della Camera Fico che il Guardasigilli Bonafede, inoltre, hanno appoggiato la decisione del presidente della Repubblica, prendendo (cautamente) le distanze da Salvini. “Gli interventi di Mattarella sono sempre positivi”, ha tagliato corto il numero uno di Montecitorio. Bonafede, invece, ha difeso l’autonomia dei magistrati dopo che Salvini aveva chiesto l’arresto dei 67 migranti a bordo della Diciotti. “I magistrati lavorano in piena indipendenza ed autonomia rispetto al potere politico: voglio rassicurare tutti. Salvini ha espresso il suo parere, voleva dire che se qualcuno ha sbagliato deve pagare”, le parole di Bonafede.

Il Pd, dopo l’elezione di Martina, si è fatto sentire proprio con il neo segretario. “Di fronte all’incapacità del ministro dell’Interno di assolvere al suo compito, senza ogni volta buttarla in propaganda e provocare, Salvini dovrebbe dimettersi per il bene del Paese” ha attaccato l’ex ministro delle Politiche Agricole. Chi invece è uscito a pezzi da questa vicenda è Giuseppe Conte. Eterodiretto dalla coppia Salvini-Di Maio, ieri il presidente del Consiglio ha mostrato al mondo quanto poco conti la sua figura. L’intervento di Mattarella è stato decisivo. Se non fosse intervenuto il Colle, sarebbero stati problemi seri per l’Italia.

La questione principale è rappresentata dal continuo braccio di ferro tra i partiti di maggioranza. Così come è preoccupante l’intenzione di Salvini di tenere continuamente il punto. Sembra infatti che il segretario del Carroccio sia sempre alla ricerca dello scontro con i pentastellati. Ma se ogni imbarcazione carica di disperati rischia di provocare crisi istituzionali, cosa potrebbe accadere al momento delle trattative sulla legge di bilancio? I gruppi di interesse da accontentare sono tanti, da una parte e dall’altra, e le trattative appaiono in salita. Per questo Salvini potrebbe presto incassare il capitale politico guadagnato e portare il paese nuovamente alle elezioni. Prima, però, c’è da creare un incidente parlamentare. E l’occasione giusta potrebbe essere proprio la finanziaria dell’autunno prossimo.

F.G.

“Ovunque siano, sequestrate i soldi della Lega”

salvini

“Ovunque siano, sequestrate i soldi della Lega”. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del tribunale di Genova e dispone il blocco di qualsiasi somma di denaro sia riconducibile al Carroccio. Il partito di Salvini dovrà restituire i circa 49 milioni di euro sottratti all’epoca di Bossi e Belsito, entrambi condannati in primo grado per truffa ai danni dello Stato sui rimborsi elettorali. Una grana di non poco conto per il ministro dell’Interno, impegnato a tenere unito l’asse con il M5S, partito giustizialista per eccellenza.

Dunque, con il mandato degli Ermellini, la Guardia di Finanza provvederà a sequestrare conti bancari, libretti e depositi. Saranno scandagliate anche le fondazioni vicine a Via Bellerio, utilizzate negli ultimi anni dai partiti come fund raising per far fronte all’abolizione del finanziamento pubblico. Sotto la lente di ingrandimento dei magistrati ci sarebbe in particolare la fondazione Più Voci, cassaforte leghista diretta dal deputato e tesoriere del Carroccio Giulio Centemero. “Forse l’efficacia dell’azione di governo dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così”, ha sviato Centemero.

La reazione di Salvini è arrivata nella serata di ieri ai microfoni di La7. Come sempre fa il segretario federale, abile comunicatore, ha cercato di passare per vittima, parlando di sentenza politica. “Non ci sono 49 milioni. Posso fare una colletta” ha detto ironico prima di passare all’attacco: “E’ un processo politico su fatti di più dieci anni fa su soldi che non ho mai visto. Posso portare i soldi donati da pensionati, commerciati e artigiani a Pontida per comprare magliette, cappellini e patatine fritte”. Oggi il leader milanese ha rincarato la dose, chiedendo un incontro al Presidente della Repubblica e definendo la decisione dei giudici “un gravissimo attacco alla democrazia”.

In realtà, come rivelato dall’Espresso qualche mese fa, sembra che anche Salvini abbia utilizzato una parte dei milioni frutto della truffa che sarebbe stata messa in piedi da Bossi e Belsito. Da quanto riportato dal settimanale, infatti, nel triennio 2011-2014 Maroni prima e Salvini poi avrebbero usato i rimborsi elettorali sottratti. “La Lega tiri fuori i 49 milioni che sono stati truffati allo Stato. Il Pd ha già presentato un’interrogazione urgente del collega Parrini. Salvini, la smetta di fare il bullo, e restituisca i soldi spariti misteriosamente dalle casse del suo partito”, le parole di Andrea Marcucci, presidente dei senatori di un Pd ormai esanime che vede una piccola chance per rialzare la testa.

FG

Conte dice che andrà a Bruxelles ‘con voce risoluta’

La voce di Giuseppe Conte torna a risuonare nell’Aula di Montecitorio. Completo scuro e cravatta viola, il professore parla di immigrazione ed Europa. L’intervento è di chiaro stampo leghista. I deputati del Carroccio apprezzano, intervallando con applausi gli interventi del premier. L’Esecutivo andrà a Bruxelles “con voce ferma e risoluta” ha assicurato Conte, in piedi davanti ai banchi del Governo e stretto tra Salvini e Di Maio. L’Italia, dunque, si prepara allo scontro politico con l’Europa.
Il tema è delicato. Un errore durante lo speech su argomenti tanto cari agli azionisti di Palazzo Chigi potrebbe costargli caro. Per questo Conte pesa ogni parola nell’illustrare i Contedieci punti della proposta italiana sbattuta domenica scorsa sotto al naso dei 16 paesi Ue. Il copione è quello già visto: un elenco di propositi senza il minimo accenno alle modalità, ai tempi, alle coperture. Sarà realizzato, secondo quanto affermato dal presidente del Consiglio, un programma di finanziamento del Trust Fund Africa. Le frontiere, poi, saranno rinforzate, fino al classico “chi sbarca in Italia sbarca in Europa”.
L’obiettivo, quindi, è superare Dublino “perché non ci sono più dubbi che sia inadeguato a gestire i flussi migratori”. Lo stratagemma che userà il presidente del Consiglio sarà il rinnovo delle sanzioni alla Russia. Non lo dice esplicitamente, Conte. Ma lo lascia intendere quando evidenzia che non ci sarà “nulla di automatico nel rinnovo delle sanzioni Ue alla Russia” perché “sono un mezzo non un fine”. Dal punto di vista economico, il premier fa riferimento ai disastrosi dati Istat sulla povertà. Il messaggio a Bruxelles è chiaro: “In Italia ci sono 5 milioni di poveri che non possono più attendere”. Una richiesta di flessibilità che serve a raggiungere il reddito di cittadinanza, traguardo grillino per eccellenza. “L’Italia è un contributore del bilancio europeo. Meritiamo maggiore attenzione”.
Domani e venerdì Conte sarà a Bruxelles. L’ultima tappa prima dell’atteso viaggio a Washington da Donald Trump. Il 30 luglio prossimo il professore incontrerà il tycoon alla Casa Bianca. Trump ha già espresso parole di elogio nei confronti della politica migratoria del governo pentaleghista e sembra essere fonte di ispirazione per Conte. L’incontro bilaterale potrebbe essere l’occasione giusta per stringere accordi. In cima all’agenda c’è la questione dazi, sulla quale il presidente Usa sembra aver trovato un alleato.

F.G.

A Roma e Torino i guai dei sindaci Cinquestelle

M5S: Raggi-Appendino affacciate da balcone sui ForiSe è vero che le elezioni amministrative hanno suggellato la leadership della Lega, è altrettanto vero che il progetto del Movimento 5 Stelle ha cominciato a mostrare le prime crepe. Tanti i voti persi in pochi mesi. Certo, il voto amministrativo è diverso dalle consultazioni politiche. C’è però da registrare che il tanto atteso radicamento territoriale non è avvenuto. Così come la capacità amministrativa non è mai cresciuta. Anzi.

I comuni guidati dagli esponenti grillini si sono spesso distinti per scarsa competenza o per lotte intestine che nulla hanno avuto a che fare con le necessità dei cittadini. Livorno, Bagheria, Ragusa rappresentano i casi più noti (Roma e Torino escluse). In queste città, tra avvisi di garanzia ed epurazioni, la compagine pentastellata non è mai riuscita ad imprimere quelle migliorie promesse durante le campagne elettorali. E se alle vicende locali si aggiunge la debolezza di Di Maio, ormai schiacciato dall’iniziativa sovranista di Salvini, anche il consenso comincia a venire meno.

A trainare i grillini verso la disfatta ci sta provando da due anni Virginia Raggi. Dopo le figuracce dei mesi scorsi, nelle ultime due settimane la sindaca ha perso pure due municipi. Circa 17 mila voti buttati nel III, dove il centrosinistra ha conquistato di nuovo un territorio che il M5S aveva stravinto nel 2016. Altri 14 mila voti sono stati lasciati alla Garbatella, nel Municipio VIII. Qui il candidato di centrosinistra ha vinto addirittura al primo turno. Con il voto di domenica scorsa, le zone della Capitale “nemiche” sono diventate quattro. E l’elettorato grillino sembra attratto dalla cosa populista sbandierata da Salvini. Presto il Movimento potrebbe prendere le distanze da Raggi. Che giorno dopo giorno rischia sempre di più l’isolamento.

Altra nota dolente sta diventando Torino. Già alle prese con le difficoltà amministrative, la sindaca Appendino rischia il rinvio a giudizio per i fatti di piazza San Carlo. Omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose le accuse formulate dalla procura. Che fanno il paio anche con l’indagine di falso al quale è tuttora sottoposta la sindaca per il caso Ream. L’ultimo colpo Appendino lo ha incassato ieri notte. Fuoco amico, in questo caso. Una decina di consiglieri comunali 5 Stelle ha infatti deciso di non sostenere la sindaca sulla scelta di appoggiare la candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026. Dopo essere stata a un passo dalle dimissioni, ci ha ripensato. E alla fine ha minacciato: “Se continuate così vi mando tutti a casa”.

F.G.