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Ci risiamo con le promesse: Meno tasse più sviluppo

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Giro di vite contro l’evasione fiscale. Lo ha annunciato il Governo tramite il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Secondo il reggente di via XX Settembre, l’Esecutivo pentaleghista attuerà delle misure volte ad assicurare maggiori risorse allo Stato così da ridurre la pressione fiscale e sostenere la crescita economica. Da quanto promesso, quindi, l’Italia ha intrapreso il percorso sbandierato da quasi tutti i governi: meno tasse e maggiore sviluppo.

Il nostro Paese, infatti, è da anni malato di evasione fiscale. Basti pensare che nel 2016 sono stati circa 260 i miliardi sottratti al Fisco e spariti chissà dove. Un valore pari al 18 per certo del Pil nazionale certificato dal rapporto Eurispes. Le anomalie più evidenti le ha evidenziate il Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia incontrastate. Ma non ha lasciato speranze neanche la situazione della Valle d’Aosta, dove i contribuenti hanno speso in media 130 euro per ogni 100 dichiarati. Siamo, insomma, il paese europeo dell’evasione fiscale.

La situazione descritta da Eurispes fa il paio con quella sottolineata oggi dalla Guardia di Finanza, che ha scovato evasioni per 2,3 miliardi di euro in un anno e mezzo. “Soggetti pericolosi – hanno evidenziato le Fiamme Gialle durante le celebrazioni del 224° anno della Fondazione Gdf – non la piccola impresa che dimentica di emettere scontrini”. Dietro a questo tipo di evasione, dunque, si celano individui senza scrupoli o vere e proprie organizzazioni criminali. Un cancro tutto italiano che il nuovo Governo ha promesso di estirpare.

La soluzione di Palazzo Chigi è arrivata come sempre da Matteo Salvini, ospite dell’evento. “Chiudere subito le cartelle esattoriali per cifre inferiori ai 100 mila euro”, il traguardo inseguito dal vice presidente del Consiglio per “liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse”. Facile, quindi. Complicato, però, comprendere come una “pace fiscale”, dunque un condono, possa portare allo Stato nuove entrate.

Salvini, tra l’altro, si era già spinto oltre, promettendo alla platea di Confesercenti qualche settimana fa “nessun limite alla spesa in contante: ognuno è libero di pagare come vuole e quanto vuole”, diceva il leader leghista strizzando l’occhio all’elettorato di centrodestra, da sempre morbido sul tema evasione. Pare quindi che le soluzioni sventolate agli occhi dell’opinione pubblica siano di facile presa, ma di difficile realizzazione. Emerge chiara anche la confusione del momento politico. Ma il messaggio rivolto all’elettore è chiaro: il più furbo vince.

PERICOLO RAZZISMO

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La nave governativa rischia di infrangersi sullo scoglio più grande: il razzismo. Come previsto, la politica migratoria del ministro Salvini sconquassa l’Europa e mette in imbarazzo i 5 Stelle. Prima il cambio di rotta di Aquarius e la polemica con la Tunisia che “importa galeotti”, ora il censimento della popolazione Rom. Il leader leghista, che vola nei sondaggi, è il vero padrone del Governo. E la linea sovranista sembra pagare.

Malgrado le proteste giunte da ogni dove, ieri Salvini ha provato ad ammorbidire la sua posizione (senza riuscirci) sugli “zingari”. L’omologo grillino, davanti a telecamere e taccuini ha tentato di gettare acqua sul fuoco: “Mi fa piacere che Salvini abbia smentito ogni ipotesi di schedatura o censimento perché se una cosa non è costituzionale non si può fare”. Il problema è che oggi Salvini ha rincarato la dose: “Censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è razzismo. Io non mollo e vado dritto!”. E via col solito slogan: “Prima gli italiani e la loro sicurezza”. Di Maio costretto in un angolo.

Una cosa è certa. A tanti italiani sembrano piacere le posizioni assunte da Salvini. E mentre il presidente del Consiglio tace, sulla questione è intervenuta prepotentemente la vicenda drammatica di Caserta: tre giovani in auto che al grido “Salvini, Salvini” hanno sparato colpi di pistola ad aria compressa contro un gruppo di immigrati. Un gesto infame che potrebbe portare a casi di emulazione. In questo clima è lecito domandarsi pure cosa succederà alle 519 persone (e un cadavere) che sbarcheranno a Pozzallo. Tutti migranti salvati da varie imbarcazioni in navigazione nel Mediterraneo. Difficilmente il ministro dell’Interno potrà “dirottare” anche quest’imbarcazione. Lo sbarco è in programma per domattina al massimo. Fino all’ultimo, però, ci si può aspettare di tutto.

Per la crisi migratoria i prossimi giorni saranno decisivi. A fine mese andrà in scena il vertice Ue nel quale i grandi leader continentali getteranno le basi sul programma da tenere. Secondo il commissario europeo Moscovici “l’accusa di inazione, di lassismo dell’Europa, è un’accusa completamente di parte” ha detto rivolgendosi a Salvini. Il politico francese ha affermato che “siamo in un momento in cui questa crisi si sta affievolendo. Ciò che dobbiamo cercare di fare è proseguire questa diminuzione in modo ordinato e comune”. Insomma, l’Europa va in un senso opposto rispetto all’Italia. L’auspicio è che a un certo punto le strade si possano incontrare.

F.G.

AFFAIRE DI STADIO

stadio romaL’affaire-stadio cresce. Così come si allunga la lista degli indagati. Anche Giovanni Malagò finisce sul taccuino della Procura di Roma. Il presidente del Coni avrebbe favorito la costruzione dell’impianto sportivo di Tor di Valle in cambio di “utilità” destinate al genero. A mettere nei guai il numero uno dello sport italiano è stata un’intercettazione. Nella conversazione con Luca Parnasi – l’imprenditore accusato di corruzione e finanziamento illecito – si evincerebbe la richiesta di Malagò di migliorare la situazione professionale del fidanzato della figlia Ludovica. Secondo gli inquirenti, la dimostrazione dell’accordo tra il costruttore e Malagò è rappresentata nel cambio di opinione del Coni, inizialmente scettico, sul progetto dello stadio. All’improvviso la struttura fu giudicata “conforme”. Nonostante i dubbi precedenti. Il presidente del Coni ha comunque smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

La caccia della pm Barbara Zuin e dell’aggiunto Paolo Ielo si allarga, dunque. E si fa sempre più grossa. Membri del Governo, come il sottosegretario Giorgetti, possono vantare una solida amicizia con Parnasi. Amicizia che sarebbe sfociata in finanziamenti alla fondazione vicina alla Lega. Circa 200 mila euro per la campagna elettorale delle politiche. Anche i rapporti con il Movimento 5 Stelle sarebbero strutturati. Soprattutto con Luca Lanzalone, il presidente grillino di Acea finito in manette. A leghisti e pentastellati Parnasi avrebbe garantito anche i biglietti per accedere alle partite della Roma. “I grillini sono miei sodali – si legge in un’intercettazione di Parnasi – qui il Governo lo sto facendo io. Se vincono loro è fatta”.

La posizione peggiore, per ora, è quella del Movimento 5 Stelle. Da sempre cavalieri senza macchia, da un paio di giorni l’esercito che fa capo a Di Maio ha scoperto il garantismo. Meglio tardi che mai. In compenso indagini, arresti e rinvii a giudizio andranno spiegati agli elettori, che hanno già iniziato a storcere il naso. In cima alla lista c’è naturalmente Virginia Raggi. La sindaca, che dovrà presentarsi davanti a un giudice la settimana prossima per rispondere alle accuse di falso, oggi si è recata in Procura. A piazzale Clodio è stata ascoltata dai magistrati come persona informata dei fatti. Raggi ieri sera ha voluto precisare di sentirsi “parte lesa” e di non essere coinvolta nella storia dello stadio. A essere messa in discussione dall’opinione pubblica, tuttavia, non è mai stata la sua onestà, ma la sua capacità amministrativa.

Sulla vicenda, l’ex vice ministro dei Lavori Pubblici Riccardo Nencini, ha ricordato quanto potrebbe essere importante regolamentare il rapporto tra Istituzioni e portatori di interessi particolari. “Non dico – ha affermato il leader Psi – che una legge sulle lobby, quale quella che ho immediatamente ripresentato a inizio legislatura, avrebbe risolto il problema, ma almeno avrebbe messo in imbarazzo quei parlamentari protagonisti di cene e incontri segreti con quei portatori di interessi noti alle cronache di questi giorni”. Quanto alla questione politica, secondo Nencini la sindaca Raggi e il premier Conte sono “due capi senza testa benché rappresentino i grillini ai vertici delle Istituzioni più importanti. Il sindaco non sa chi sia Lanzalone, sostiene che le sia stato imposto; il secondo zoppica dietro i due vice delegando loro i dossier più significativi”.

Anche Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e senatore nella XVII Legislatura ha commentato la vicenda entrando nel merito di quanto detto da Di Maio. “Il premio ammesso da Di Maio nei confronti di Lanzalone – ha detto Buemi – al di là della vicenda giudiziaria riguardante la costruzione del nuovo stadio della Roma, sulla quale manteniamo un atteggiamento garantista di presunzione di non colpevolezza fino al passato in giudicato, mette in risalto un aspetto che non ha bisogno di conferme giudiziarie”. “Il fatto che Di Maio riconosca che l’incarico di Presidente dell’Acea sia stato un regalo fatto a un dirigente del M5s – ha continuato – pone una domanda a cui si deve dare risposta non solo da parte del M5s ma anche da parte della Procura di Roma”, ha aggiunto Buemi. “ È lecito che il sindaco di una città ammetta che la nomina le sia stata imposta da altri che non hanno responsabilità pubblica alcuna nella gestione della città di Roma?”, ha continuato Buemi. “Qui non si tratta di non riconoscere il tempo per il cambiamento ai nuovi governanti. Il cambiamento che c’è stato è nella sfrontatezza di assumere atteggiamenti di illegalità diffusa”, ha concluso Buemi.

F.G.

Stadio della Roma. Si allargano le indagini

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Dal penale alla politica. Dopo gli arresti e gli avvisi di garanzia piombati ieri sulla Capitale, oggi la vicenda corruttiva legata allo Stadio della Roma ha preso le sembianze di caso politico. Il presidente del consiglio di amministrazione di Acea, Luca Lanzalone, ha presentato le dimissioni. Il Movimento 5 Stelle, dopo averlo portato nei salotti  romani, lo ha scaricato. “Noi non proteggiamo chi sbaglia, non ci facciamo infettare”, le parole di Di Maio, impegnato a respingere gli assalti dei suoi sostenitori delusi.

Tenta di resistere anche Virginia Raggi. Dal giorno della sua elezione in poi la sindaca ha infilato una gaffe dopo l’altra. La poltrona scricchiola e l’elettorato grillino inizia a nutrire forti dubbi. La vicenda stadio, con il post entusiasta pubblicato poche ore prima della retata, è solo l’ultima di una serie infinita di brutte figure. Anzalone, dopo Marra, era diventato una specie di braccio destro per Virginia. E come Marra è finito in manette. Un boomerang tremendo per chi si è sempre dichiarato paladino dell’onestà. Raggi non è indagata per questo episodio. Ma proprio non ci voleva questa vicenda per la sindaca, che già la settimana prossima dovrà presentarsi in udienza perché imputata di falso.

Sembra, dunque, che anche esponenti di peso dei 5 Stelle siano coinvolti. Pure l’integerrimo Paolo Ferrara, capogruppo in Campidoglio, è finito in alcune intercettazioni scomode che hanno convinto la Procura a iscriverlo nel registro degli indagati. Anche lui giustizialista della prima ora, avrebbe agevolato il costruttore Parnasi (ora in carcere) in cambio di un restyling delle strade di Ostia. Si vedrà. Intanto Ferrara si è autosospeso.

Gli altri partiti non sono, comunque, esenti da colpe. Il vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio, Adriano Palozzi di Forza Italia, è ai domiciliari. L’ex assessore Civita del Pd anche. Entrambi avrebbero ricevuto favori personali da Parnasi. Il segretario romano del Pd, Andrea Casu, rivendica lo spirito garantista dei dem, ricordando però quanto detto dalla Raggi in occasione di Mafia Capitale. A quel tempo l’allora consigliera grillina chiese subito le dimissioni del sindaco Marino. Oggi, invece, con le medesime responsabilità politiche, resta incollata alla poltrona. Tempi che cambiano.

Continua intanto ad allungarsi la lista degli indagati. Anche il direttore della Soprintendenza Paesaggio di Roma, Francesco Prosperetti, ha ricevuto una informazione di garanzia. Prova di quanto sia ormai incancrenita la macchina amministrativa capitolina. E mentre il ministero dei Beni Culturali dispone un’ispezione sugli atti dello stadio, potrebbero presto partire nuovi provvedimenti giudiziari. Da più parti emerge la sensazione di essere solo all’inizio.

F.G.

La triplice alleanza senza Berlino, l’Italia verso Est


kurz salvini orbanSempre più ad Est. La posizione dell’Italia in Europa prende la piega tanto temuta da Bruxelles. Una linea sovranista ed euroscettica, cara ai paesi di Visegrad e all’Austria di Kurz, oltre che vicina alle idee di Putin. L’alleanza potrebbe portare l’Italia al fianco dei populisti di tutta Europa, creando così enormi difficoltà all’Unione Europea.

Già nei giorni scorsi Salvini, appena nominato ministro dell’Interno e vice premier, aveva parlato dell’Ungheria come partner ideale per cambiare l’Europa. L’intesa tra il leader leghista e Orban è ormai ben salda. La visione del continente è la stessa: alzare muri per evitare l’ingresso dei clandestini e fermare la libera circolazione delle Ong nel Mediterraneo e nell’Europa dell’Est.

Difficilmente i grandi paesi europei chiuderanno un occhio. Orban, le cui posizioni preoccupano da sempre la Commissione, ha voluto sottolineare a suo modo la nascita del legame con il nuovo governo italiano. “Le cose procedono secondo i miei gusti – ha detto oggi il premier ungherese – nella politica europea sono apparsi protagonisti duri”.

Al duo Salvini-Orban si è unito nelle ultime ore anche Sebastian Kurz, il cancelliere nazionalista austriaco. Oggi il primo ministro ha dichiarato guerra all’Islam decretando la chiusura di sette moschee, l’espulsione di alcuni imam poco graditi e la revisione dei permessi di soggiorno. “L’Italia è un alleato forte” ha detto il ministro dell’Interno austriaco, inviato da Kurz alla riunione in Lussemburgo con gli omologhi europei.

Austria e Ungheria conoscono perfettamente la situazione italiana. Sanno che il tema dell’immigrazione ha giocato un ruolo decisivo nell’ascesa della Lega. E intendono sfruttarlo a proprio vantaggio, arruolando tra le proprie fila un alleato forte come l’Italia. I punti in comune sono tanti, i programmi simili. Con queste premesse non dovrebbe essere difficile consolidare dei legami politici.

Rafforzando i rapporti con Visegrad e l’Austria, l’Italia rischierebbe grosso a Bruxelles. Rappresenterebbe un cambio di linea troppo radicale da parte di uno dei paesi fondatori dell’Unione. Giuseppe Conte non sembra poterselo permettere. Il problema, però, è rappresentato dalla scarsa autonomia che sta dimostrando di avere il premier. E gli accordi sull’immigrazione passano per il Viminale.

PROGETTO OPACO

Conte Camera

Aggiusta subito il tiro, Giuseppe Conte. Le polemiche scaturite dopo il primo discorso in Parlamento causano forse una presa d’atto al professore, che nel suo esordio alla Camera affronta temi fino a ieri dimenticati. Accusato di troppa vaghezza nell’intervento inaugurale, il premier tocca tutti gli argomenti assenti a Palazzo Madama: cultura, scuola, infrastrutture, Mezzogiorno, lavoro. La maggioranza giallo-verde applaude. A Montecitorio la fiducia è assicurata.

Nonostante la maggioranza (sulla carta) blindata, però, Conte chiede pazienza ai cittadini italiani: “Ci siamo appena insediati. Non chiedeteci degli articolati normativi o il dettaglio di specifiche normativi”. Nel discorso di ieri, tuttavia, è apparsa evidente la mancanza di progettazione, la completa assenza di target di spesa e di tempistiche. “Quello che possiamo assicurare – smorza il docente pugliese – è che lavoreremo da subito per dare un seguito attuativo a quelle anticipazioni contenute nel contratto di governo”.

Intanto i mercati continuano a mandare segnali. L’opacità delle parole di Conte crea un certo scompiglio nelle borse europee. Lo spread tocca quota 255 punti base per poi ripiegare a 240. L’euro sale fino a 1,771 dollari e dopo rallenta. Una reazione alle promesse di interventi monetari senza indicare le coperture che denota la scarsa fiducia della finanza internazionale nell’Esecutivo guidato dal giurista.

Torna al centro della scena anche il conflitto di interesse. L’alleato principale di Salvini lo vede come il fumo negli occhi. I grillini ne hanno fatto una bandiera. Conte ne parla appena quando nell’aula di Montecitorio si sollevano i mugugni. “Voi che protestate è evidente che avete i vostri conflitti di interesse” la replica stizzita del premier ai deputati del Pd. Insorgono Delrio, Fiano e Scalfarotto prima del richiamo all’ordine del presidente Fico.

Dai banchi dell’opposizione attacca il segretario dem Martina: “Se deciderete di presentare un condono mascherato noi vi daremo battaglia. Se deciderete di discriminare per nascita i bambini negli asili, noi vi daremo battaglia. Se deciderete di fare una controriforma fiscale dove chi ha di più paga di meno, noi vi daremo battaglia”.

Votata la fiducia, i gruppi parlamentari dovranno indicare i propri componenti da inserire nelle commissioni. Venerdì, invece, Conte volerà in Canada per il G7. La prima cosa da fare in campo internazionale “sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare”. Auguri!

SALSA POPULISTA

conte governoAll’insegna del “cambiamento”. Lo ripete più volte Giuseppe Conte, nel corso del suo primo intervento in Parlamento nelle vesti di presidente del Consiglio. Il nuovo Governo, che ha ottenuto la fiducia del Senato (171 i sì, 117 i no, 25 gli astenuti), adotterà misure di rottura rispetto al passato. Nel suo lungo discorso il professore traccia il percorso che dovrà affrontare l’Esecutivo. Completo scuro e cravatta viola, richiama spesso l’attenzione dei parlamentari sull’accordo sottoscritto tra Lega e Movimento 5 Stelle e assicura l’attuazione dei punti programmatici giallo-verdi. Di Maio e Salvini siedono rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra.

Tra applausi e cori da stadio, la maggioranza apprezza il discorso del professore. “Avverto pesante il senso della responsabilità – afferma davanti ai senatori, chiamati oggi al voto di fiducia – e sarò garante del contratto”. Diritti sociali, lotta senza quartiere all’evasione fiscale e flat-tax gli obiettivi prefissati. In programma anche l’evergreen grillino del taglio ai vitalizi e alle pensioni dei parlamentari. La legittima difesa sarà potenziata per la gioia dei leghisti. Le sanzioni alla Russia andranno riviste. Nessun cenno, invece, alla revisione della legge Fornero, bandiera sventolata da Salvini e Di Maio negli anni di opposizione e nei mesi di campagna elettorale. Così come assordante è il silenzio sui vaccini, sulla scuola, sulla cultura, sulle riforme istituzionali. Tutti temi sui quali l’attuale maggioranza poneva l’accento quando si trovava all’opposizione.

La prima uscita, dunque, è in salsa populista. Un discorso volto a scaldare gli animi senza parlare di coperture né di tempi di realizzazione. “Se populismo è attitudine ad ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo” le parole dello stesso docente pugliese. Che poi sfodera il leit motiv salviniano: “Metteremo fine al business dell’immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà”. Conte si prende anche la standing ovation del Senato quando dedica un pensiero al povero Soumayla, il migrante ucciso in Calabria. Intanto, però, ci sono da assegnare le poltrone relative a viceministri e sottosegretari. Poi, nel weekend, il G7 in Canada per il battesimo internazionale.

Il segretario del Psi, Riccardo Nencini, nel suo intervento sulla fiducia al Senato, fa subito sentire forte la voce delle opposizioni. “La luna di miele durerà almeno fino alla prossima finanziaria, quando la contabilità vincerà sulla parola – l’attacco del leader socialista –. C’è il rifiuto della società aperta. Scomparsi i diritti civili, anzi messe a rischio le ultime conquiste”. Poi l’appello alle forze alternative al patto Lega-5Stelle “perché venga promossa un’operazione di verità verso gli italiani. Meglio con una alleanza repubblicana”.

F.G.

18 POLITICO

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Alla fine Cinque Stelle e Lega hanno trovato l’accordo sulla composizione del Governo. Un accordo al ribasso.  Un 18 politico si sarebbe detto in altri tempi, figlio proprio di questa XVIII legislatura. Frutto di trattative senza tregua dettate dalla volontà dei due leader, Di Maio e Salvini, di ottenere il massimo risultato per se stessi. Resta fuori, nonostante le possibilità ventilate ieri di entrare il maggioranza, Fdi. Il grande sconfitto resta il Paese. Ostaggio dello straripante ego dei due.

“Eccoli, l’avevamo pronosticato”. Ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Con un presidente del consiglio ostaggio dei due vice, ma soprattutto senza un programma e senza un cronoprogramma”. “Resta la flat tax, che non porta un euro nelle tasche dei più poveri e del ceto medio. Diventiamo un modello per l’Europa, pari all’Ungheria. Esportatori di una storia sepolta dai nostri nonni e dai nostri genitori. Non sarà un governo di cambiamento”. Per Nencini, “sarà un governo di sovvertimento. Dovremmo costruire, e subito, un’Alleanza per la Repubblica”.

L’accordo prevede Giovanni Tria come ministro dell’Economia. Un modo per sterilizzare lo scontro istituzionale che si era creato con l’indicazione di Savona a ministro dell’economia. A quasi tre mesi dalle elezioni e a un passo dal ritorno alle urne. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che saranno ministri e vicepremier, siglano l’intesa. Paolo Savona, il professore anti-euro cui Sergio Mattarella aveva negato l’Economia: avrà la delega alle Politiche europee.


Il Governo Lega-5 Stelle ha giurato fedeltà alla Repubblica. Il neo premier Giuseppe Conte e i ministri nominati hanno ora pieni poteri esecutivi. “Sono un po’ emozionato” ha ammesso il giurista salendo al Colle con la famiglia. Per lui si apre adesso una vita nuova, che inizierà sin da subito, con il Consiglio Europeo ed il G7.
L’epilogo di una crisi istituzionale senza precedenti va in scena nel pomeriggio al Quirinale. Le 19 personalità incaricate di guidare i ministeri si presentano sorridenti dal Capo dello Stato, accompagnate dai parenti. L’attenzione è soprattutto sui due leader, Di Maio e Salvini, seduti uno accanto all’altro. Il capo politico grillino, in completo scuro, sembra entusiasta. Il segretario leghista, giacca blu, esibisce orgoglioso la cravatta verde-Lega. Il primo sarà vice premier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, che promette di “metter da parte la Fornero, di istituire il reddito di cittadinanza e il salario minimo orario”. Salvini anche sarà il vice di Conte, ma si occuperà anche del Viminale. E in merito ai fondi stanziati per l’accoglienza dice subito: “Vorrei dare una bella sforbiciata a quei 5 miliardi di euro, che mi sembrano un po’ tantini”. Le premesse, insomma, rispecchiano le promesse.
Già dimenticante, dunque, le minacce al Presidente della Repubblica, le accuse di alto tradimento e la manifestazione programmata per il 2 giugno per chiedere l’impeachment di Mattarella. Tutto passato. Di Maio e Salvini tornano d’amore e d’accordo. Savona, originariamente designato per il Tesoro, va alle Politiche Comunitarie. A Giovanni Tria il compito di presiedere il dicastero di via XX Settembre. L’ex montiano Moavero Milanesi alla Farnesina, mentre al luogotenente di Salvini, Giancarlo Giorgetti, viene assegnato il ruolo di Sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Alle parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Barbara Lezzi vanno rispettivamente Salute e Mezzogiorno. Sempre in quota M5s Danilo Toninelli nominato ministro dei Lavori Pubblici e Alfonso Bonafede alla Giustizia. Nominati anche Fraccaro (Rapporti con il Parlamento), Trenta (Difesa), Bongiorno (PA), Stefani (Affari regionali), Centinaio (Politiche Agricole), Costa (Ambiente), Bussetti (Istruzione) e Bonisoli (Beni Culturali). Il nuovo ministero Famiglia e Disabili sarà condotto dal vicesegretario della Lega Lorenzo Fontana.
L’Europa, intanto, assicura di riporre nell’Italia “piena fiducia nella capacità e nella volontà del nuovo esecutivo di impegnarsi costruttivamente con i partner e le istituzioni Ue per mantenere il ruolo centrale dell’Italia in Europa”. Lo spread è in calo, Piazza Affari riprende fiato. Provano ad alzare la testa anche le opposizioni, oggi in piazza “a difesa della Costituzione”. Oltre al Pd, in piazza Santi Apostoli a Roma, ci sono il Psi, i Verdi e Più Europa di Emma Bonino.

PROBLEMI TECNICI

quirinaleL’economia in caduta libera, le polemiche con Bruxelles, gli insulti al presidente della Repubblica e il Governo che resta un miraggio: l’Italia è piombata nel caos. Il Paese sta vivendo uno dei momenti più oscuri della storia della Repubblica. E, quel che è peggio, la via d’uscita sembra ancora lontana.
La giornata di oggi è stata drammatica per Piazza Affari, che ha vissuto momenti critici come nel 2013. Il differenziale tra i Btp e i Bund ha toccato i 320 punti base, scendendo poi a intorno ai 250. Lo stallo politico-istituzionale pesa anche sull’indice della Borsa. Milano ha ceduto infatti l’1,77%. In Europa nessuno è andato peggio. A spingere verso il precipizio Piazza Affari è stato il comparto bancario, che ha in cassa gran parte dei titoli italiani.
A tutto ciò bisogna aggiungere le parole del commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger, che certo non hanno raffreddato gli animi. Secondo l’esponente del Ppe “i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. Un assist per Salvini, ormai pronto alla campagna elettorale. “Non ho paura delle minacce” la replica del leader leghista. Il presidente della commissione Ue Juncker ha provato inutilmente a stemperare la tensione: “Compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese”. Secondo il Movimento 5 Stelle, le parole di Oettinger “sono la prova delle evidenti manipolazioni che la democrazia italiana ha subito negli ultimi giorni”. Alle proteste si è unito il Pd, che con il segretario Maurizio Martina chiede rispetto: “Nessuno può dire all’Italia come votare, meno che mai i mercati”.
In questo scenario, c’è da formare il Governo. Particolare di non poco conto. Cottarelli ci ha provato, ma sembra che l’ipotesi sia già tramontata. La conferma arriva dal fatto che dopo l’incontro con Mattarella andato in scena nel pomeriggio, l’economista ha lasciato il Quirinale senza parlare e, soprattutto, senza comunicare la lista dei ministri. Al Colle fanno sapere che “ci sono problemi”.
Da quanto trapela, sembra infatti che i partiti stiano tirando per la giacchetta il Capo dello Stato per tornare alle urne già a fine luglio. Domani mattina un nuovo incontro tra Mattarella e Cottarelli definirà la vicenda. Ad oggi appare davvero improbabile che un esecutivo possa vedere la luce.

F.G.

NULLA DA FARE

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Niente da fare. Il tentativo di Governo giallo-verde si arena sul nome di Paolo Savona e sulle posizioni euroscettiche dell’ex ministro. Il presidente della Repubblica pone un veto indiscutibile sul docente di origini sarde. Troppo alto il rischio di nominare un ministro dell’Economia che possa incrinare i rapporti con Bruxelles e mandare in tilt i mercati. Il mandato del professor Conte, quindi, si dissolve nella faida istituzionale Quirinale-partiti. A questo punto si rafforza l’ipotesi del ritorno al voto in autunno.

Sergio Mattarella non ha ritenuto sufficiente neanche il comunicato diffuso in giornata da Savona. Un lungo elenco di obiettivi da perseguire, in cui non sono espresse critiche feroci all’Europa. Emerge, però, chiara la voglia di scontro con Bruxelles. Salvini non ha voluto sentire ragioni. “Savona o si torna al voto” ha ripetuto il leader leghista nell’inusuale incontro con il Capo dello Stato andato in scena prima che Conte salisse al Colle alle 19. Di Maio, convocato una mezz’ora dopo Salvini, lo ha ribadito. Mattarella ha dovuto prendere atto dell’irremovibilità dei due e dichiarare fallito anche l’ultimo tentativo.

In realtà al Quirinale hanno sempre ritenuto poco affidabile la coppia Salvini-Di Maio. L’impressione del Colle è che soprattutto il capo del Carroccio non abbia mai voluto far partire un esecutivo con i grillini. Sostituire Savona con Giorgetti sarebbe stato facile per Salvini. Ma i sondaggi premiamo la Lega, che tornando alleata con Berlusconi e Meloni punterebbe al mandato pieno con il centrodestra. La campagna elettorale è già pronta. Sarà tutta impostata contro il Quirinale, i poteri forti europei e le interferenze di Bruxelles sulla sovranità italiana.

“Ci abbiamo provato per settimane. Non siamo al ricatto di nessuno. Se non si può nominare un ministro inviso a Berlino, significa essere sulla strada giusta. È rimasta solo una cosa da fare: far parlare di nuovo gli italiani per chiedere un mandato pieno”, afferma sicuro Salvini dopo il confronto con Mattarella. Certamente, tornando ad elezioni, il Carroccio avrebbe il vento in poppa. Il 5 Stelle, invece, potrebbe rivedere la sua leadership, consegnando il timone ad Alessandro Di Battista.

Si profila, dunque, quanto mai accaduto prima nella storia della Repubblica: un nuovo turno elettorale pochi mesi dopo le elezioni politiche. Il commento finale del presidente della Repubblica disegna uno scenario incerto per il futuro dell’Italia. “Nessuno può sostenere che io abbia ostacolato il governo cosiddetto del cambiamento. Diverse parti politiche mi hanno chiesto di tornare al voto. Mi riservo di prendere una decisione. Nelle prossime ore assumerò un’iniziativa”, l’estrema sintesi delle parole di uno sconsolato Sergio Mattarella, che convoca per domani mattina Carlo Cottarelli. L’ex Fmi potrebbe essere la scelta del Capo dello Stato per rasserenare i mercati e traghettare il Paese al voto anticipato.

F.G.