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Boeri: Con quota 100 più debito e giovani penalizzati

Il presidente dell'Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps Tito Boeri

Introdurre la quota 100 e bloccare l’indicizzazione dell’età pensionabile è un’operazione che farà crescere il debito “nell’ordine di 100 miliardi” e il danno maggiore sarà inflitto ai giovani. Le parole del presidente dell’Inps contro la manovra arrivano nel pomeriggio e si aggiungono a quelle dei giorni scorsi pronunciate dalle agenzie di rating, da Bankitalia e dalla commissione Europea.

Secondo Tito Boeri, ascoltato in audizione in commissione Lavoro alla Camera, le disposizioni proposte da Lega e 5 Stelle agevoleranno “soprattutto gli uomini con redditi medio alti e i lavoratori del settore pubblico” a discapito delle “donne, tradite da requisiti contributivi elevati e dall’aver dovuto subire sin qui, con l’opzione donna, riduzioni molto consistenti dei trattamenti pensionistici”.

L’economista ha trattato anche il tema delle pensioni d’oro, che sarà presto affrontato dal Parlamento con un disegno di legge apposito. Il risparmio derivante da questo provvedimento sarebbe inferiore a 150 milioni e andrebbe ad impattare solo su 30 mila persone circa. Un flop, insomma, per Boeri.

La replica dell’Esecutivo arriva (ovviamente) dal ministro dell’Interno, che scatena il suo popolo social contro il numero uno dell’Inps. “Da italiano – il post di Salvini – invito il dottor Boeri, che anche oggi difende la sua amata legge Fornero, a dimettersi dalla presidenza dell’Inps e a presentarsi alle prossime elezioni chiedendo il voto per mandare la gente in pensione a 80 anni”. L’obiettivo del leader leghista è individuare in Boeri l’avversario politico di turno. Dalle opposizioni, però, arrivano parole di sostegno al presidente dell’Inps nominato dal governo Renzi nel 2014.

Forza Italia in primis, che conferma la propria posizione in contrasto con la Lega sui temi economici e finanziari. Mara Carfagna, deputata azzurra e vice presidente della Camera, sottolinea come l’introduzione della quota 100 andrebbe a penalizzare “le donne e i giovani”, oltre a sfavorire “più che altrove le lavoratrici del Sud”. Renato Brunetta, invece, annuncia che Forza Italia farà “un’opposizione netta” al Governo del cambiamento.

F.G.

Brasile. Il vento populista soffia forte

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Jair Bolsonaro

Il vento populista soffia forte anche oltreoceano. Dopo Trump, il continente americano potrebbe presto avere un nuovo leader ultra conservatore. Jair Bolsonaro è infatti il vincitore ufficiale del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane. Il capitano dell’esercito di estrema destra, che ha ottenuto il 46,27 per cento dei consensi, affronterà ora il ballottaggio da super favorito. Contro di lui Fernando Haddad del Partito dei Lavoratori. L’erede di Lula ha portato a casa solo il 28,95 per cento. La vittoria finale di Bolsonaro appare ormai scontata. Pure Salvini non si contiene ed esprime la sua gioia via social: “Anche in Brasile si cambia. Sinistra sconfitta e aria nuova! #gobolsonarogo”.

Uno degli stati più popolosi del mondo, dunque, sta per voltare pagina. Dopo le presidenze Lula e Dilma Roussef (fuori anche dal Senato), condizionate da scandali veri o presunti, ora pare che il Brasile abbia scelto Trumpinho come suo comandante in capo. Salvo un colpo di coda della sinistra, al momento improbabile, sarà Bolsonaro a guidare la nazione sudamericana che vanta 200 milioni di abitanti. Haddad, comunque, non si rassegna e spera nell’appoggio degli altri partiti moderati per raggiungere il rivale nei seggi. La strategia è quella della “resistenza democratica” perché “non possiamo gettare al vento 30 di conquiste civili della nostra democrazia”.

La sfida, però, appare assai proibitiva. Persino Ronaldinho, uno dei calciatori simbolo del Brasile popolare, ha scelto il candidato sovranista. “Per un Brasile migliore desidero la pace, la sicurezza e qualcuno che si ridia gioia. Ho scelto di vivere in Brasile e voglio un Brasile migliore per tutti” il tweet dell’ex attaccante del Milan. Il Pt ha resistito solo nel Nord Est del paese, negli stati più poveri, dove ha ottenuto circa il 60 per cento dei consensi. Per il resto i candidati che appoggiano Bolsonaro hanno dominato i seggi di tutti gli altri stati.

La sinistra paga, quindi, gli anni di governo dove non è riuscita a imprimere quel cambiamento sperato in uno dei paesi più complicati del mondo. Il coinvolgimento di Lula nel caso Petrobas, il suo arresto e gli scandali legati alla presidenza Roussef hanno affondato definitivamente il Pt, che aveva già cominciato a perdere consensi. Bolsonaro, invece, qualora venisse eletto, sarebbe il primo ex militare a tornare al comando del Brasile dopo la fine della dittatura.

In Sudamerica come in Europa, dunque, i partiti nazionalisti fanno il pieno di voti. A conferma di un trend che è oramai globale. Oggi il Brasile ha deciso (forse) di segnare il passo, decretando un cambiamento storico. Il resto del mondo per ora resta a guardare. In attesa della prossima vittoria populista…

F.G.

Co2, ridurre le emissioni del 40% entro il 2030

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Ridurre le emissioni di Co2 del 40 per cento entro il 2030. L’obiettivo è stato fissato dal Parlamento europeo, che ha votato a favore della proposta della Commissione (che aveva proposto una riduzione del 30 per cento). A favore 389 deputati, contrari 239 con 41 astenuti. Adesso inizierà il negoziato con il Consiglio Ue, che dovrà prendere una decisione entro il 9 ottobre. L’intesa dovrebbe essere trovata sul 35 per cento.

Arriva, dunque, un segnale chiaro da Strasburgo. È necessario un cambio di abitudini nei prossimi vent’anni che possa consentire all’Europa di diminuire in maniera sostanziale l’inquinamento, che ha ormai raggiunto livelli insostenibili per la popolazione europea. La proposta di legge va proprio in questa direzione, in particolare prevedendo misure per sviluppare il mercato delle auto elettriche. I produttori dovranno indirizzare sul mercato a zero emissioni una quota di vendite del 20 per cento entro il 2025 e del 35 per cento entro il 2030. Previste sanzioni pesanti per i costruttori che non si metteranno in regola.

Già da qualche anno l’Italia ha preso molto seriamente il problema smog. La situazione peggiore riguarda la pianura Padana, che detiene il record di inquinamento nello stivale. Nella giornata di oggi, mentre a Strasburgo si decideva delle emissioni di anidride carbonica, in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna si decretava il blocco permanente della circolazione dei mezzi più inquinanti. Queste regioni si dedicheranno più intensamente alla nuova mobilità, che sia sharing o intermodale poco cambia. Circa il 30 per cento degli italiani, infatti, già utilizza mezzi alternativi all’automobile privata.

Il passaggio definitivo all’auto elettrica sembra essere tappa obbligata per la vita delle prossime generazioni. Da anni si discute sul cambiamento dal combustibile fossile all’energia pulita. Già nell’aprile del 2015, nel corso della diciassettesima Legislatura, il deputato del Psi Oreste Pastorelli presentò una proposta di legge simile a quella votata oggi da Strasburgo.

Il provvedimento di Pastorelli prevedeva la realizzazione di adeguate infrastrutture per il rifornimento delle auto elettriche e l’incentivazione all’acquisto di dei veicoli tramite importanti sgravi fiscali. Il testo fu sottoscritto da 29 deputati di quasi tutti i gruppi di Montecitorio. Non bastò per calendarizzare la legge in Aula. Il Paese, forse, non era ancora pronto. Adesso, però, il campanello d’allarme è diventato sirena. Ed è davvero arrivato il momento di agire.

F.G.

FUORI DALLE REGOLE

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La seduta odierna a Piazza Affari rappresenta plasticamente la situazione di instabilità del Paese. Alti e bassi per tutta la giornata con Milano che prende una boccata d’ossigeno dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte, costretto a rassicurare i mercati dopo il botta e riposta con Bruxelles. Lo spread Btp/Bund ha toccato quota 300. Mai così alto dal 2014.

La manovra del governo gialloverde, dunque, ha sconquassato la finanza europea, che non crede alle misure promesse nella legge di Bilancio. L’Europa si è fatta sentire con Juncker, Dombrovskis e Moscovici. Tutti compatti nell’affermare che le disposizioni contenute nella finanziaria sono in contrasto con le regole comuni. Dall’Ecofin, il consiglio dei ministri europei delle finanze, hanno invitato il ministro dell’Economia Tria ad un ripensamento sul deficit al 2,4 per cento. “Siamo una famiglia chiediamo che l’Italia rispetti le regole” le parole del presidente di turno, l’austriaco Loeger.

Malgrado le avvisaglie, l’Esecutivo pentastellato non arretra. E mette in atto la solita macchina comunicativa: l’individuazione e l’attacco frontale al nemico di turno. L’Europa, come spesso accade, è il bersaglio preferito. “Qualcuno sta sperando che su questa manovra il governo italiano stia tornando indietro – sottintende Di Maio – ma noi sul deficit/Pil al 2,4% fino al 2021 non arretriamo di un millimetro e se ce ne sarà bisogno spiegheremo la manovra sulle piazze”. “Le parole e le minacce di Juncker e di altri burocrati europei continuano a far salire lo spread, con l’obiettivo di attaccare il governo e l’economia italiane? Siamo pronti a chiedere i danni a chi vuole il male dell’Italia” l’affondo di Salvini su Twitter che va oltre: “Io parlo con persone sobrie che non fanno paragoni che non stanno nè in cielo nè in terra”. Ha risposto, intervistato dal programma Tagadà su La7, ad una domanda sulle affermazioni del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, che aveva ipotizzato un rischio Grecia per l’Italia.

I danni, intanto, ha rischiato di causarli Claudio Borghi, il presidente leghista della commissione Bilancio che con le sue dichiarazioni antieuro continua a far ballare i mercati. “Sono più che convinto – aveva detto in mattinata a Radio Anch’io – che l’Italia, con una sua moneta, sarebbe in grado di risolvere gran parte dei suoi problemi, ma non tutti”. Apriti cielo. Dichiarazioni incaute che hanno obbligato il premier Conte a gettare acqua sul fuoco: “L’Italia è un Paese fondatore dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria e ci tengo a ribadirlo: l’euro è la nostra moneta ed è per noi irrinunciabile”.

Questa trafila di dichiarazioni appare solo l’inizio di un duro confronto tra Roma e Bruxelles. L’esito dell’incontro di ieri tra Mattarella e il ministro Tria non è piaciuto alla Commissione Europea, che auspica un intervento del Colle se non dovesse cambiare la situazione. Salvini e Di Maio sembrano decisi ad andare avanti. Per quanto ancora è difficile dirlo. L’impressione, però, è che sia un bluff per far intervenire il presidente della Repubblica così da addossargli tutte le colpe di una manovra bocciata prima di vedere la luce.

Francesco Glorialanza

Marcello Foa è il nuovo presidente della Rai

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Marcello Foa è il nuovo presidente della tv pubblica. Come ampiamente previsto dopo l’accordo Salvini-Berlusconi, la commissione di Vigilanza della Rai ha espresso parere favorevole alla nomina del giornalista italo-svizzero. Sono stati 27 i voti favorevoli, tre i contrari, una scheda è risultata nulla e una bianca. Su 40 componenti della bicamerale hanno votato in 32. Raggiunto, dunque, il quorum di due terzi grazie ai voti del Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Non ho mai militato in un partito né prese tessere, né cercato appoggi politici per fare carriera. Sono stato sempre coerente con me stesso, cercando di fare con umiltà il mio mestiere in base agli insegnamenti dei maestri, da Montanelli e Cervi”, le prime parole del neo presidente. “Il mandato che ho ricevuto dal governo – ha sottolineato – non è politico, ma professionale”.

In realtà la nomina di Foa rientra nella prassi usata sin dalla prima Repubblica: il Governo in carica nomina i vertici della tv di Stato. Anche qui le promesse di Salvini e Di Maio di depoliticizzare la Rai sono andate a farsi benedire. La carriera di Foa, da sempre vicino al centrodestra, sta lì a dimostrarlo. Il M5S si è allineato da subito all’alleato di Governo. “E’ assolutamente un presidente di garanzia. Il suo è un nome di altissimo spessore” ha evidenziato il M5s con la deputata Mirella Liuzzi. Di altro avviso il Pd, che fino alla fine è restato sulle barricate. I parlamentari dem in Vigilanza hanno depositato una richiesta immediata di accesso agli atti per presunti vizi di forma durante la votazione. Richiesta respinta al mittente dal presidente Alberto Barachini. “E’ incomprensibile e grave che il presidente si sia trincerato dietro non meglio precisate procedure parlamentari per impedire all’opposizione di verificare le schede della votazione provocando così un vero e proprio vulnus tra noi e il presidente”, ha detto il senatore Pd Margiotta.

Nei prossimi giorni si conosceranno i nuovi direttori dei telegiornali, che saranno affidati a nomi vicini all’Esecutivo. Nel frattempo, però, la stampa estera si è già scatenata contro il nuovo numero uno di Viale Mazzini. “Fake news journalist” attacca il quotidiano britannico The Guardian, definendo Foa un cronista “che ha spesso diffuso storie false”. Tra le bufale il giornale inglese cita una sulla partecipazione di Hillary Clinton a “cene sataniche” durante la campagna elettorale. Elencate anche le sue uscite contro gay e vaccini. “Particolarmente filo-russo, pro-Assad e chiaramente euroscettico” il commento di Le Monde. Il quotidiano francese titola: “Nomina controversa alla guida della Rai”. E in pagina aggiunge che la nomina rappresenta l’ennesimo “smacco per l’altro partner della maggioranza, il Movimento 5 Stelle, che senza sosta, dalla sua fondazione nel 2009, non ha smesso di denunciare la politicizzazione della Rai”.

F.G.

UNIONE ALLO SBANDO

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La nave Aquarius mette ancora a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea. Dopo l’Italia qualche settimana fa, oggi è stata la Francia a respingere l’imbarcazione di cui è responsabile la Ong Sos Mediterranée. A bordo 58 persone provenienti dall’Africa salvate a largo della Libia nella notte di giovedì scorso. Saranno accolti da Portogallo, Francia e Spagna che a metà pomeriggio hanno raggiunto un accordo per l’accoglienza dei migranti.

In principio era stata la Francia a negare l’approdo nel porto di Marsiglia. Il governo transalpino aveva chiesto prima l’intervento maltese e poi aveva auspicato l’attracco in un porto italiano. Una pessima figura per Macron (che alla fine ha dovuto cedere alla ripartizione), dopo le dichiarazioni al vetriolo contro l’Italia del giugno scorso. Una pessima figura anche per l’Unione Europea che, mentre i volontari a bordo di Aquarius avvertivano delle condizioni di pericolo in cui versa la nave, a Bruxelles non si interessavano minimamente al problema.

“La situazione legale dell’Aquarius 2 è questa: è una nave senza bandiera europea, e ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”, ha spiegato con chiarezza Natasha Bertaud, portavoce della commissione Europea. La vicenda Aquarius, dunque, “non impegna la responsabilità europea. Nessuno Stato membro si è fatto avanti per aiutare”. Discorso chiuso, quindi. Alle persone in fuga dall’Africa ci penseranno Portogallo, Francia e Spagna. E dovranno farlo di propria iniziativa grazie ad un accordo trilaterale.

Intanto sull’Aquarius gli operatori attendono notizie. “La scelta è indifferente – ha affermato Alessandro Porro di Sos Mediterranee – abbiamo la necessità di sbarcare le persone in un porto che sia sicuro e questo naturalmente esclude la Libia. Stiamo navigando verso Malta non perché ci fermeremo lì ma perché le condizioni meteo stanno peggiorando, ci aspettiamo onde alte cinque metri e stiamo cercando riparo in una zona migliore”.

Sulle politiche migratorie l’Unione Europea è ormai allo sbando. Non esiste una visione comune. Ogni imbarcazione che arriva dall’Africa causa ignobili rimpalli di responsabilità tra nazioni. Davvero un brutto spettacolo che non fa altro che incrinare i rapporti diplomatici tra stati membri e rafforzare il consenso delle forze populiste.

F.G.

Le battaglie di Fontana mettono in imbarazzo il Governo

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Continuano le battaglie di Lorenzo Fontana. Dopo aver preso di mira coppie omosessuali, aborto e diritti civili, questa volta il vice segretario della Lega individua il nemico nella legge Mancino. Secondo l’ex parlamentare europeo, le disposizioni approvate nel 1993 contro chi diffonde l’odio razziale e l’ideologia nazifascista si sono trasformate “in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. Parole al vetriolo che mettono in imbarazzo Salvini, il Governo e il presidente del Consiglio.

Il ministro della Famiglia, non nuovo a prese di posizioni dal sapore balillesco, prende spunto dalla vicenda dell’aggressione di Daisy Osakue per divulgare la sua opinione su Facebook. Fontana se la prende con i giornali, colpevoli secondo lui di aver montato “un caso ad arte, hanno puntato il dito contro la preoccupante ondata di razzismo, per scoprire, in una tragica parodia, che non ce n’era neanche l’ombra”. Nessuna emergenza razzismo, quindi. Ma solo una campagna anti italiana da parte di esponenti e media di sinistra. Per dare man forte alla sua propaganda, l’ex parlamentare europeo pubblica anche un articolo che riporta la notizia della presenza del figlio di un consigliere comunale Pd tra gli aggressori di Daisy. “I burattinai della retorica del pensiero unico se ne facciano una ragione: il loro grande inganno è stato svelato”.

Questa volta, però, Fontana si ritrova da solo. Il primo a prendere le distanza è Salvini, che spiega come la revisione della legge Mancino non è “una priorità del Governo”. A stretto giro arriva la replica di Di Maio, che chiude le porte ad ogni possibilità di abrogazione. “Rimanga dov’è – afferma deciso il leader 5 Stelle –. Non è nel contratto e non è in discussione”. Fa sentire la sua voce anche il premier Giuseppe Conte, spesso afono di fronte alle diatribe politiche tra i due esponenti di Governo: “Sono sacrosanti gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. Il sottosegretario Spadafora ha un conto aperto col crociato leghista e ne approfitta appena può. “Bisogna estendere la legge Mancino anche all’omofobia”, le parole del braccio destro di Di Maio.

Le opposizioni evidenziano invece la deriva che sta prendendo l’Esecutivo giallo-verde. “E’ un Governo sempre più nero” avverte il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci. “Una china pericolosa che avanza di un passo ogni giorno. Noi intanto ci prepariamo a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” l’iniziativa annunciata dal leader del Psi, Riccardo Nencini. Insorge anche la comunità ebraica. “Se si accetta l’incarico di Ministro della Repubblica di questo Paese lo si deve fare coscienti della storia e della responsabilità, evitando boutade e provocazioni stupide”, afferma la presidente Ruth Dureghello.

L’obiettivo della Lega, oltre a quello solito della provocazione, potrebbe però essere un altro. Tra un mese e mezzo si dovrà trovare la quadra sulla legge di Bilancio, cosa che ad oggi sembra assai complicata. Accontentare tutti i gruppi di interesse di riferimento sarà impossibile sia per Lega che per M5S. Continuare a sollevare polveroni inutili, dunque, mettendosi in contrapposizione con l’alleato di Governo, potrebbe rappresentare il pretesto per un’uscita della Lega dall’Esecutivo. Rimarcare le differenze e l’impossibilità di andare d’accordo potrebbe spingere Salvini a capitalizzare il consenso ottenuto in questi mesi. Il rischio di incidente è grosso. E queste polemiche di certo non aiutano a distendere gli animi.

F.G.

“Il fatto non sussiste”. Archiviazione per Brizzi

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“Il fatto non sussiste”. La procura di Roma chiede l’archiviazione per Fausto Brizzi, il regista indagato per violenza sessuale dopo le denunce presentate da tre giovani donne. L’uomo era finito sotto inchiesta nello scorso mese di aprile sull’onda del caso Weinstein scatenato da Asia Argento.

Gli episodi finiti sotto indagine sarebbero avvenuti tra il 2014 e il 2017. Secondo quanto raccontato dalle ragazze, Brizzi le avrebbe molestate nel suo loft dove si erano recate per un provino. Nessun riscontro alle accuse è stato mai trovato. Le presunte violenze rivelate dalle donne ai microfoni delle Iene non sono bastate. Verso l’archiviazione, dunque, la posizione del regista.

Dopo la notizia dell’indagine la vita di Brizzi è stata rovinata per sempre. Quella privata, prima di tutto,  malgrado la vicinanza dimostrata pubblicamente dalla moglie Claudia Zanella con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Nonostante il linciaggio mediatico, l’attrice ha provato a tenere unita la sua famiglia e, soprattutto, a non esporre la figlia. Il tempo le ha dato ragione. I processi formulati nei salotti tv e sulle riviste di gossip non hanno intaccato il rapporto. La credibilità dei mass media italiani, invece, è crollata vertiginosamente.

Le ricadute, inutile dirlo, sono state anche di natura professionale. La reputazione di Brizzi è stata sbriciolata in un attimo. Chi prima non poteva fare a meno delle sue sceneggiature lo ha ripudiato. Decine le collaborazioni andate in fumo a causa della notizia dei presunti stupri. Una nota casa di produzione con la quale il regista lavorava da anni ha fatto uscire al cinema un film di Brizzi senza citare Brizzi. Un incredibile risvolto effetto solo di una macchina del fango che quando viene messa in moto non si ferma più.

Il caso di Brizzi è solo l’ultimo riconducibile ad un modus operandi ben radicato nel nostro Paese che difficilmente lascia scampo ai malcapitati. Basti pensare agli imprenditori, giornalisti, industriali, politici e comuni cittadini che negli anni sono stati prima accusati e – dopo essere finiti in prima pagina – archiviati o assolti. Sarebbe inutile prendersela con chi spiffera le indagini ai giornali o con chi cavalca le inchieste come fossero già sentenze. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati. Nessuno si aspetta, inoltre, un’assunzione di responsabilità. Basterebbe, però, una presa di coscienza. Un atto dovuto in questi casi sarebbe chiedere scusa.

F.G.

Fontana, il ministro fissato con “il dominio LGBT”

fontanaContinua la battaglia contro i gay del Governo a trazione leghista. Una crociata ideologica della quale si è fatto portavoce il vice segretario del Carroccio, Lorenzo Fontana. Il ministro della Famiglia ha posto oggi un’altra pietra tombale sui diritti delle coppie omosessuali conquistati a fatica dopo decenni. Il suo obiettivo, dichiarato più volte davanti a microfoni e taccuini, è sgretolare pezzo dopo pezzo le unioni civili approvate nella scorsa legislatura. Il primo passo è rappresentato dall’annuncio odierno in commissione Affari Sociali della Camera: stop al riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso nati all’estero con pratiche (vietate in Italia) come la maternità surrogata.

L’ex parlamentare europeo ha messo la lotta agli omosessuali al centro dell’azione del suo dicastero. Per lui la famiglia è composta “da uomo, donna e figli”. Altre forme di nucleo familiare non sono previste nel manuale-Fontana. Ne ha fatto una missione: difendere l’Italia dall’assalto di gay e lesbiche. Il Paese sarebbe “sotto attacco” del mondo Lgbt. “Vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo” si leggeva nel 2016 su un post (poi cancellato) pubblicato sul sito personale. Appena diventato ministro, si scatenò contro il collega pentastellato Spadafora, colpevole secondo lui di aver assunto posizioni vicine agli omosessuali. “Per quanto ci riguarda – fu la replica di Fontana – la famiglia che riconosciamo e sosterremo, anche economicamente, è quella sancita dalla Costituzione. Spadafora non parla a nome del Governo”. Porte chiuse, dunque, alle coppie arcobaleno.

C’è da dire che nessuna misura anti-gay era prevista nel contratto di governo stipulato tra Lega e 5 Stelle. Tuttavia, oggi a Montecitorio, Fontana ha vestito nuovamente i panni del crociato, affermando che occorre “valutare l’introduzione di misure per contrastare l’alienazione parentale. Servono adeguati strumenti di contrasto a simili pratiche”. Una vera e propria fissazione. Si fermeranno, poi, le iscrizioni nei “registri dello stato civile di bambini concepiti all’estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere”. Il vice segretario federale ha annunciato che l’Esecutivo metterà in campo delle nuove misure “sulla disciplina degli affidamenti familiari: accordi prematrimoniali per ridurre i contrasti economici in fase di scioglimento del vincolo, con vantaggi per i minori che non saranno ostaggio di un genitore o dell’altro”.

L’intrepido Fontana, quindi, non molla. Nonostante le perplessità degli alleati di governo, il ministro della Famiglia proseguirà la sua guerra contro l’invasore omosessuale. Proprio come Putin, fonte di ispirazione per l’esponente leghista. E vada al diavolo chi dice che in Russia gli omosessuali siano sottoposti a violazione dei diritti umani. L’importante è respingere “l’attacco” e portare a casa voti.

F.G.

Mura, il deputato Skipper che imbarazza gli anti-Casta

Andrea Mura onboard Vento di Sardegna (Open 50) with Raymarine electronics.

Andrea Mura

Fino ad oggi gaffe istituzionali, decreti scritti male e figuracce internazionali non avevano procurato danni. Lo storytelling a 5 stelle ha resistito perfino ad avvisi di garanzia e rinvii a giudizio. Il caso del deputato velista Andrea Mura, però, sembra aver incrinato seriamente il rapporto del Movimento con il suo elettorato. Dopo aver sparato a zero per anni contro la casta, i duri e puri si ritrovano dentro casa un dipendente statale che prende lo stipendio da parlamentare senza lavorare. Un contrappasso troppo grande da offuscare con un semplice video sui social.

Tra l’altro Mura, secondo quanto dichiarato da lui stesso, avrebbe avvertito i vertici pentastellati: “L’ho detto fin dall’inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani”. E così è andata. Solo 8 presenze fino ad oggi alla Camera. Saltate il 96 per cento delle sedute in aula. Di Maio, consapevole del danno di immagine, non ha perso tempo e ha subito scaricato il parlamentare-skipper. “Le sue considerazioni spero false, unite al livello di assenza, dovrebbero indurre il parlamentare M5S Andrea Mura a dimettersi”. Fuori uno. Il capo politico ha già dato mandato di sospendere il deputato accusandolo di assenteismo. La decisione sulle dimissioni dalla Camera, però, spetta direttamente a Mura.

Il velista sardo rischia pure di dover rispondere del reato di peculato. La denuncia è stata presentata alla procura di Roma dal Codacons, chiedendo tramite un esposto di procedere penalmente nei confronti del politico sardo. “Il deputato ha ricevuto un preciso mandato da parte dei cittadini che lo vincola a svolgere il proprio ruolo nelle sedi opportune – ha spiegato il presidente dell’associazione dei consumatori Carlo Rienzi – e tra queste non rientrano barche a vela e vacanze in mare. La decisione di Andrea Mura di assentarsi dalla aule della Camera per trascorrere il proprio tempo in barca a vela potrebbe configurare il reato di peculato”. Un ulteriore grana per i 5 Stelle, occupati più che mai a tenere lontana l’immagine di un partito ancorato ai privilegi da palazzo.

L’incubo peggiore di Di Maio e company, infatti, è quello di venire associati ai vecchi partiti sino ad oggi ricoperti di insulti. L’atteggiamento dei grillini verso l’esercizio del potere, tuttavia, è cambiato radicalmente negli ultimi tempi. Basti pensare che i rimborsi dei parlamentari, quelli che una volta erano pubblicati online, non vengono più diffusi da mesi. La dirigenza grillina ha optato per un rimborso forfettario così da non dover rendere conto delle spese di ciascuno. I gruppi hanno moltiplicato le proprie spese, facendo crescere i bilanci a dismisura. Così come Rousseau è diventata un’associazione (privata) che riceve ogni mese contributi dagli eletti M5S. Insomma, più opacità rispetto al passato. E tanti saluti alla coerenza.

F.G