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Pd. Tutto pronto per una nuova scissione

È quasi tutto pronto. Ancora qualche settimana e nel Partito Democratico si consumerà una nuova scissione. Matteo Renzi, abbandonato il Nazareno, fonderà il suo nuovo partito. Un movimento riformista europeo vicino al centrosinistra, ma lontano dalle logiche postcomuniste che hanno causato parecchi problemi al senatore di Scandicci. Lo seguiranno un manipolo di fedelissimi. Non tutti, però. Perché l’ex segretario ha voglia di mettere in campo facce nuove, provenienti dai comitati civici che sta scandagliando da mesi. Quasi certamente lo seguiranno anche Boschi, Gozi, Lotti e Scalfarotto.

A Palazzo Madama si parla già di rimpasto dei gruppi parlamentari. I senatori vicini a Renzi sono alla ricerca di un nuovo posizionamento. Il forfait di Minniti li ha spiazzati. Il mancato sostegno di Renzi all’ex ministro ha rappresentato la conferma definitiva della prossima scissione. La corrente renziana, ad oggi, non ha un candidato. Flebile la possibilità che Teresa Bellanova si metta in gioco. Così come Lorenzo Guerini non fa che smentire una sua discesa in campo. Stefano Ceccanti, pasdaran renziano, auspica che venga sostituita presto la candidatura di Minniti con “un altro esponente riformista”. Difficile, però, che ciò accada.

Restano dunque favoriti per la poltrona da segretario dem Zingaretti e Martina, con il primo parecchio avanti nei sondaggi. Il presidente della regione Lazio ha in mente un ritorno al passato, stile Pds. Ha già tirato dentro Paolo Gentiloni (che in caso di vittoria di Zingaretti otterrebbe il ruolo di presidente del partito) e sembra ci stia provando con Carlo Calenda. Il reclutamento dell’ex ministro dello Sviluppo Economico darebbe a Zingaretti la possibilità di allargare il suo elettorato e puntare anche al voto moderato. Senza contare i buoni rapporti con il mondo produttivo e industriale che Calenda può vantare. Il diretto interessato, per ora, glissa.

“Credo sia venuto il momento di un time out”, il tweet di Calenda, che predica chiarezza: “Gentiloni, Renzi, Zingaretti, Martina e Bonino dovrebbero sedersi intorno a un tavolo (non da pranzo) per capire davvero cosa vogliamo fare nei prossimi mesi: Opposizione e Europee. Non mi pare così difficile”. L’ex Confindustria non fonderà, comunque, un altro partito: “Nonostante l’insistenza degli stessi dirigenti di Pd – ‘fai un partito e poi ci alleiamo’ – non ho intenzione di farne uno. Ho sempre detto e ripetuto che non credo ai partiti personali. Altra cosa è lavorare per costruire un ampio Fronte democratico per le europee”.

F.G.

Primarie Pd, tra le smentite spunta anche la Bellanova

bellanova renziSmentite, conferme, dietrofront, polemiche tra correnti. Il Partito Democratico è ormai una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Dopo l’ufficialità delle candidature per la segreteria, al Nazareno è tutti contro tutti. La candidatura di Marco Minniti sembra vacillare. L’ex ministro dell’Interno pare intenzionato a fare un passo indietro. La decisione ufficiale arriverà comunque nelle prossime ore.

Da quanto trapela, Minniti sarebbe infastidito dall’appoggio troppo timido di Matteo Renzi. Il senatore di Scandicci, impegnato nella creazione del nuovo soggetto politico (nonostante le smentite) non ha nessuna intenzione di appoggiare pubblicamente la candidatura di Minniti. I renziani ortodossi Lotti, Rosato e Guerini stanno tuttavia lavorando per portare acqua al mulino del deputato calabrese. L’endorsement di Renzi, però, difficilmente arriverà.

In programma per le prossime ore un vertice decisivo per dirimere gli ultimi dubbi. Minniti non sarà della partita se non avrà la certezza dell’appoggio dei renziani. Qualora gli uomini di fiducia dell’ex premier non dovessero riuscire a convincerlo, la lotta per la poltrona di segretario diventerebbe una corsa a due. Gli ultimi sondaggi danno infatti per favorito Zingaretti al 62%. Il presidente della regione Lazio se la giocherebbe con Martina e lo stesso Minniti, entrambi al 57%. In caso di forfait del parlamentare reggino, Zingaretti avrebbe però la strada spianata.

Intanto nella giornata di oggi Martina ha presentato la sua mozione congressuale. Accompagnato da Richetti, Nannicini e Serracchiani, l’ex reggente ha parlato alla platea della sezione romana di San Giovanni. “Siamo una squadra, lavoriamo per unire il Pd. Serve un partito nuovo, una scommessa di cambiamento” è il leit motiv. Comunque vada, per il 12 dicembre i giochi dovranno essere fatti. Mercoledì prossimo, ultima data utile per la presentazione delle candidature, si sapranno ufficialmente i nominativi degli attori in campo. Teresa Bellanova, malgrado le voci, resta un nome valido in caso di ritiro di Minniti.

F.G.

Torino. Tremila imprenditori per dire sì alla Tav

tav

Oltre tremila imprenditori per dire no alla palude. Nella giornata di ieri una parte fondamentale del tessuto produttivo italiano si è riunito a Torino per affermare il proprio sì alla Tav, alle grandi infrastrutture, allo sviluppo e alla crescita sostenibile. Tutti insieme artigiani, commercianti, imprenditori e rappresentanze sindacali. “Siamo il 65% del Pil” dicono gli organizzatori. Nessun politico presente sugli spalti. “Se fossi in Conte convocherei i due vice premier e gli chiederei di togliere due miliardi per uno visto che per evitare la procedura d’infrazione bastano 4 miliardi. Se qualcuno rifiutasse mi dimetterei e denuncerei all’opinione pubblica chi non vuole arretrare”, le parole al vetriolo di Vincenzo Boccia, numero uno di Confindustria.

La fiducia di cui godeva il governo gialloverde, dunque, sembra essere venuta meno. Almeno per quanto riguarda il mondo delle partite Iva. All’incontro hanno partecipato, oltre a Confindustria, Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Cna e Agci. Le undici associazioni hanno sottoscritto un documento alternativo all’agenda governativa che finirà sul tavolo dell’Esecutivo. “Un messaggio politico” lo definisce Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato. “Siamo un partito? Non lo so…”, glissa.

Il documento, composto da 12 punti, fa soprattutto riferimento allo sviluppo delle infrastrutture (Tav in testa) e alla manutenzione del territorio. La modifica della manovra, che per dirla come Boccia “non avrà alcun impatto sulla crescita”, è il vero obiettivo. Secondo Carlo Sangalli, alla guida di Confcommercio “troppe tasse e burocrazia, deficit di legalità e infrastrutture”. Il messaggio è chiaro: “Se le parti che rappresentano il mondo dell’economia si compattano – avverte Boccia – significa che chi governa ha superato il senso del limite”.

La risposta di Palazzo Chigi arriva da Salvini. Al vice premier non sono piaciute le uscite degli industriali. “C’è qualcuno che è stato zitto per anni quando gli italiani, gli imprenditori e gli artigiani venivano massacrati. Ora ci lasciassero lavorare e l’Italia sarà molto migliore di come l’abbiamo trovata” l’attacco del leader leghista. Più diplomatico il sottosegretario Giorgetti, spesso occupato nel ruolo di mediatore tra l’Esecutivo e i suoi interlocutori. “Noi non viviamo sulla luna, ma in mezzo alla gente, alle imprese – afferma – sappiamo le esigenze e sappiamo ascoltare quelle che sono le necessità di coloro che hanno voglia di lavorare”.

F.G.

Le scelte del governo preoccupano l’Europa

kurz conte

La lettera del governo italiano alla Commissione Europea scatena le reazioni degli altri stati membri. Non sono piaciute a Bruxelles le rassicurazioni del ministero dell’Economia. Tantomeno gradite sono state la richiesta di flessibilità di 3,6 miliardi per interventi contro il dissesto idrogeologico e la generica rassicurazione in caso di superamento del 2,4% del deficit/Pil. L’Esecutivo tiene la barra dritta e l’Europa storce il naso. Austria e Olanda su tutte rendono pubblica la propria delusione. Anche la Germania, nel pomeriggio, si associa alle critiche.

Il ministro delle Finanza olandese, Wopke Hoekstra, si dice poco sorpreso ma molto deluso dal fatto “che l’Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno ad una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del patto di stabilità e crescita”. La minaccia di apertura di infrazione non è poi tanto velata: “Sono profondamente preoccupato. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi”.

Secondo il numero uno dell’economia austriaca Hartwig Loeger i messaggi populisti del governo italiano stanno “tenendo in ostaggio il suo stesso popolo”. L’Austria, che nei mesi scorsi ha sostenuto Salvini nella lotta all’immigrazione, insisterà per il rispetto del patto di stabilità. L’esecutivo guidato dal giovane nazionalista Kurz si dice pronto a sostenere le iniziative sanzionatorie che sarebbero attuate nel caso in cui l’Italia non tornasse indietro sulla manovra. “Contrariamente a quanto sostiene il mio collega non si tratta di un affare interno, ma di un affare europeo”, il commento di Loeger alla lettera di Tria.

Anche dalla Germania stigmatizzano le scelte dell’Italia. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, fa sapere di non condividere “l’idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito e che l’alto debito non sia problematico”. Il banchiere tedesco sottolinea che “per un’unione monetaria con una comune politica monetaria e 19 politiche fiscali nazionali, è fondamentale che gli Stati membri abbiano bilanci solidi per garantire un’unione di stabilità”.

La replica del vicepremier Salvini non delude le aspettative. “Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto è l’Unione Europea che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo”, le parole del ministro dell’Interno. Lapidario Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo: “E’ una scelta sbagliata che non fa il bene dell’Italia e degli italiani”.

F.G. 

Atac. Raggi e Media in silenzio prima del Referendum

atacAtac resta in mano al comune di Roma. Fallisce il referendum promosso dai Radicali per la messa a gara del servizio. La consultazione non raggiunge il quorum del 33,3% necessario per la validazione. A poco valgono i risultati derivanti dal voto dal 16,37% degli aventi diritto, che in maggioranza (75%) dicono di sì al cambiamento nella gestione dell’azienda di trasporti indebitata di 1,6 miliardi di euro.

Circa 386.900 cittadini (su 2.364.000) si sono recati alle urne. Il municipio più partecipativo è stato il II, San Lorenzo-Parioli, dove ha votato il 25,25%. Il quartiere di Tor Bella Monaca (VI municipio), invece, ha visto andare al voto solo il 9,3%. Esulta l’amministrazione capitolina, Virginia Raggi in testa: “Atac resta dei cittadini. I Romani vogliono resti pubblica. Ora impegno e sprint finale per rilanciarla con acquisto 600 nuovi bus, corsie preferenziali, più controlli, riammodernamento metro. Attenzione e rispetto per tutti i votanti”.

In realtà Atac sarebbe rimasto comunque un servizio pubblico, anche se i sì ce l’avessero fatta. Il referendum, infatti, proponeva semplicemente di spezzare l’antico legame tra politica e trasporti. L’obiettivo era quello di favorire la concorrenza, affidando il servizio in base alla qualità dei gestori. Senza contare l’aumento di controlli, che in mano ad una azienda privata sarebbero moltiplicati rispetto ad una gestione pubblica. Ma tant’è.

“Il mancato raggiungimento del quorum è una sconfitta per l’amministrazione della democrazia diretta, per una sindaca che ha fatto fatica a dire una parola sul referendum. Nelle condizioni date siamo soddisfatti di come i romani abbiano risposto”, le parole del parlamentare Riccardo Magi, esponente radicale che più si è battuto in questi mesi sulla questione. Le forze politiche e i vari gruppi di interesse si sono divisi sul tema come sempre avviene in questi casi. Il Pd, Forza Italia e gli industriali speravano per la liberalizzazione. Lega, M5s, LeU e sindacati si sono schierati per il no.

“Il voto al referendum sulla messa a gara del servizio pubblico locale è certamente deludente, ma va considerata la poca o nulla informazione data dal Comune ai cittadini, la complessità di una questione che la necessaria sintesi proposta dal quesito non rappresentava appieno e la semplicistica rappresentazione di una scelta tra pubblico e privato, con annessi problemi occupazionali”, precisa Loreto Del Cimmuto, segretario della Federazione Romana Psi. “Ma hanno votato circa 300.000 romani e questo, preso in sé, non è una dato da sottovalutare. È da qui che bisogna ripartire. Ci vuole tempo e un lavoro di lunga lena, perché la sfiducia e il degrado dei servizi generano di per sé un basso livello di controllo sociale e quindi di partecipazione. Una società civile merita una diversa qualità del governo della cosa pubblica, anche perché è chiaro che il trasporto pubblico deve essere governato dal sistema pubblico” precisa Del Cimmuto e spiega: “E il punto è proprio questo: la questione Atac rimane tutta lì, con il suo deficit strutturale e il rischio fallimento, infine prima o poi la gare si dovranno comunque fare”.
“È quindi doveroso lavorare per rafforzare il ruolo regolatore del Comune come autentico garante della qualità del servizio e dei diritti degli utenti, a prescindere da chi gestisce oggi e gestirà domani il servizio”, conclude.

Dopo il referendum, l’auspicio è che ora davvero Atac possa risollevare la testa come promesso dalla sindaca di Roma e dall’assessore ai Trasporti Linda Meleo. Le premesse non sono delle migliori, considerati debiti, vetture vetuste (1300 autobus sono attualmente in riparazione) e scioperi. I cittadini sembrano ormai rassegnati. La situazione economica dell’azienda è vicina al collasso. Il servizio non degno di una metropoli europea. La speranza, però, è l’ultima a morire. Perfino a Roma.

F.G.

SALVINI AL SICURO

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Il decreto sicurezza supera l’esame del Senato. La legge che (tra le altre cose) prevede una stretta sui richiedenti asilo e l’utilizzo del Taser per i poliziotti, passa ora alla Camera. Con il voto di fiducia Palazzo Madama approva così il provvedimento tanto caro a Salvini. Sono stati 163 i voti a favore, 59 i contrari. L’asse Lega-5 Stelle tiene, quindi. Fatta eccezione per cinque dissidenti grillini che hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Hanno votato contro Pd, Liberi e Uguali e Autonomie. Forza Italia, pur apprezzando alcune misure inserite nel testo, è rimasta in aula senza votare. Astensione, invece, per Fratelli D’Italia.

Tensione nel Movimento 5 Stelle al momento delle votazioni, quando i senatori dissidenti Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero, Virginia La Mura ed Elena Fattori hanno abbandonato l’emiciclo. I cinque ribelli, la cui decisione era stata annunciata da tempo, hanno preferito lasciare l’aula pur di evitare un voto contrario che avrebbe definitivamente rotto il rapporto con i vertici grillini. Nonostante questo il capogruppo 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli ci tiene a far sapere di aver segnalato “ai probiviri il comportamento tenuto in Aula dai senatori Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura, che hanno avviato un’istruttoria nei loro confronti”. Chi non è d’accordo con la linea dettata dal capo rischia l’espulsione, dunque.

Con l’approvazione del Senato, la Lega incassa un risultato non indifferente. L’accordo sulla prescrizione alla Camera è ancora da trovare. Il Carroccio non sblocca l’impasse. Nonostante ciò il leader leghista porta a casa, ancora una volta, un punto pesante. “Ci stiamo lavorando da questa estate. Sono contento”, esulta. La trattativa ora si sposta a Montecitorio per il ddl Anticorruzione. Tema caldo resta la durata dei processi. Salvini, dopo aver riscosso al Senato, si mostra accogliente verso il partner di Governo: “Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli si trova sempre una soluzione”.

In attesa dell’accordo definitivo sulla prescrizione, la Lega deve però ricevere le osservazioni del Servizio Bilancio del Senato sul testo approvato oggi. Secondo i tecnici di Palazzo Madama il provvedimento non rispetta i termini di copertura e di legislazione corrente di bilancio. Ci sarebbero decine di milioni di euro che andrebbero ad intaccare i fondi speciali del ministero dell’Interno e di quello dell’Economia. In sostanza si chiedono rassicurazioni sulle spese da effettuare. Uno scherzo per Salvini e Di Maio in confronto allo scontro in atto con la commissione Europea sulla manovra.

F.G.

Dl sicurezza e prescrizione incrinano il governo

PALAZZO CHIGI, CONFERENZA STAMPA SUL DEF

Il decreto Sicurezza e la riforma della prescrizione rischiano di incrinare seriamente i rapporti tra Lega e 5 Stelle. Due bandiere sventolate in campagna elettorale a cui i due partiti di maggioranza non hanno nessuna intenzione di rinunciare. Un braccio di ferro, quello in seno al governo pentaleghista, che mette a rischio la tenuta dell’Esecutivo. E anche se i parlamentari gialloverdi si affrettano a smorzare i toni, non si intravedono vie d’uscita celeri. L’impressione è che senza un passo indietro da parte di uno dei due la situazione non si possa sbloccare. Probabile un incontro tra Di Maio e Salvini, al ritorno dai rispettivi viaggi all’estero, per dirimere la questione.

Almeno per oggi, dunque, smentite le voci di un voto di fiducia per compattare la fronda grillina al Senato. Appare remota anche la possibilità di un maxi-emendamento per velocizzare l’approvazione della legge. La questione di fiducia dovrebbe essere posta in Senato solo una volta raggiunto l’accordo sulla prescrizione e sul ddl Anticorruzione. Confronto serrato, quindi. L’intesa è però alla portata. “Come spesso accade bisogna incontrarsi e discutere. Quando torna Salvini dal Ghana e Di Maio dalla Cina può darsi che si incontreranno e che troveranno una soluzione”, le parole del sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti.

Fiducia al Senato sul decreto Sicurezza di Salvini e riforma della prescrizione da inserire nel ddl Anticorruzione tanto caro a Bonafede e Di Maio alla Camera. Questo l’obiettivo tracciato dai due leader per stringere un patto che consenta al Governo di andare avanti. La soluzione potrebbe essere quella di distinguere i termini della prescrizione in base al tipo di reato. Così facendo il Carroccio accontenterebbe da una parte l’elettorato di centrodestra (da sempre contrario ad allungare i tempi della prescrizione per tutti i reati) e dall’altro incasserebbe la legge sulla sicurezza a cui Salvini tiene molto.

L’idea iniziale della Lega era quella di inserire la misura sulla prescrizione nella riforma penale attualmente in cantiere. I tempi, però, si andrebbero ad allungare eccessivamente, considerata la Legge di Bilancio. Va, dunque, trovato un accordo politico. Subito. La commissione Giustizia di Montecitorio ha sospeso l’esame degli emendamenti in attesa che Di Maio e Salvini si vedano. L’impasse è totale. La presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti ha comunque garantito che il provvedimento sarà in Aula il 12 novembre. Da vedere, però, se arriverà modificato. Se così fosse la vittoria andrebbe a Salvini ancora una volta.

F.G.

‘Medicina’ senza numero chiuso, arriva il dietrofront

studentiIl comunicato stampa che presto si trasformerà in tempesta mediatica arriva lunedì notte, qualche minuto dopo la mezzanotte. II Governo abolirà con la manovra il numero chiuso per l’ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Un fulmine a ciel sereno dal quale anche il ministero dell’Istruzione prende le distanza. Circa 12 ore più tardi arriva il dietrofront.
I ministri della Salute e dell’Istruzione smentiscono quanto reso noto da Palazzo Chigi, precisando che l’intenzione è “assicurare l’aumento dei posti disponibili”. Si tratta, comunque “di un percorso da iniziare già quest’anno per gradi”. Cancellazione del numero chiuso, dunque. Ma non subito.
Anche questa iniziativa dell’Esecutivo, quindi, appare priva di basi solide. D’altronde non è difficile immaginare quanti e quali danni potrebbe causare tale misura se applicata repentinamente. Basti pensare che nel 2018 su 67 mila candidati al test di ingresso ne sono passati 10 mila. Se la riforma pentaleghista dovesse diventare realtà le università italiane non avrebbero, ad oggi, la capacità di prendere tutti i candidati.
Senza contare le scuole di specializzazione, che non sarebbero in grado di aumentare i posti disponibili tanto da coprire la maggior parte dei laureati in medicina come avviene oggi. Il rischio, dunque, per un medico neo laureato sarebbe di dover aspettare parecchi anni prima di poter accedere ad una scuola di specializzazione.
Immediata è arrivata la reazione dei camici bianchi. “L’abolizione del numero chiuso senza un congruo aumento delle borse di specializzazione rischia di essere un boomerang – spiega il presidente Acoi, (associazione chirurghi ospedalieri), Pierluigi Marini -. I giovani laureati non potranno accedere ai concorsi pubblici e dovranno per forza cercare lavoro all’estero: assisteremo a una nuova fuga di cervelli all’estero”.
Stesso discorso per il sindacato universitario, che ha criticato l’iniziativa perché “si parla di eliminazione del numero chiuso a medicina: bene l’intenzione, sosteniamo da anni che l’attuale sistema di accesso vada superato. Ma non si dice in quale modo, non si fa un minimo accenno alla copertura economica e agli investimenti che si devono fare per attuare una simile manovra da subito. Così facendo si rischia solo di mandare in tilt le università”.

F.G.

Boeri: Con quota 100 più debito e giovani penalizzati

Il presidente dell'Inps Tito Boeri

Il presidente dell’Inps Tito Boeri

Introdurre la quota 100 e bloccare l’indicizzazione dell’età pensionabile è un’operazione che farà crescere il debito “nell’ordine di 100 miliardi” e il danno maggiore sarà inflitto ai giovani. Le parole del presidente dell’Inps contro la manovra arrivano nel pomeriggio e si aggiungono a quelle dei giorni scorsi pronunciate dalle agenzie di rating, da Bankitalia e dalla commissione Europea.

Secondo Tito Boeri, ascoltato in audizione in commissione Lavoro alla Camera, le disposizioni proposte da Lega e 5 Stelle agevoleranno “soprattutto gli uomini con redditi medio alti e i lavoratori del settore pubblico” a discapito delle “donne, tradite da requisiti contributivi elevati e dall’aver dovuto subire sin qui, con l’opzione donna, riduzioni molto consistenti dei trattamenti pensionistici”.

L’economista ha trattato anche il tema delle pensioni d’oro, che sarà presto affrontato dal Parlamento con un disegno di legge apposito. Il risparmio derivante da questo provvedimento sarebbe inferiore a 150 milioni e andrebbe ad impattare solo su 30 mila persone circa. Un flop, insomma, per Boeri.

La replica dell’Esecutivo arriva (ovviamente) dal ministro dell’Interno, che scatena il suo popolo social contro il numero uno dell’Inps. “Da italiano – il post di Salvini – invito il dottor Boeri, che anche oggi difende la sua amata legge Fornero, a dimettersi dalla presidenza dell’Inps e a presentarsi alle prossime elezioni chiedendo il voto per mandare la gente in pensione a 80 anni”. L’obiettivo del leader leghista è individuare in Boeri l’avversario politico di turno. Dalle opposizioni, però, arrivano parole di sostegno al presidente dell’Inps nominato dal governo Renzi nel 2014.

Forza Italia in primis, che conferma la propria posizione in contrasto con la Lega sui temi economici e finanziari. Mara Carfagna, deputata azzurra e vice presidente della Camera, sottolinea come l’introduzione della quota 100 andrebbe a penalizzare “le donne e i giovani”, oltre a sfavorire “più che altrove le lavoratrici del Sud”. Renato Brunetta, invece, annuncia che Forza Italia farà “un’opposizione netta” al Governo del cambiamento.

F.G.

Brasile. Il vento populista soffia forte

Brasile-Bolsonaro

Jair Bolsonaro

Il vento populista soffia forte anche oltreoceano. Dopo Trump, il continente americano potrebbe presto avere un nuovo leader ultra conservatore. Jair Bolsonaro è infatti il vincitore ufficiale del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane. Il capitano dell’esercito di estrema destra, che ha ottenuto il 46,27 per cento dei consensi, affronterà ora il ballottaggio da super favorito. Contro di lui Fernando Haddad del Partito dei Lavoratori. L’erede di Lula ha portato a casa solo il 28,95 per cento. La vittoria finale di Bolsonaro appare ormai scontata. Pure Salvini non si contiene ed esprime la sua gioia via social: “Anche in Brasile si cambia. Sinistra sconfitta e aria nuova! #gobolsonarogo”.

Uno degli stati più popolosi del mondo, dunque, sta per voltare pagina. Dopo le presidenze Lula e Dilma Roussef (fuori anche dal Senato), condizionate da scandali veri o presunti, ora pare che il Brasile abbia scelto Trumpinho come suo comandante in capo. Salvo un colpo di coda della sinistra, al momento improbabile, sarà Bolsonaro a guidare la nazione sudamericana che vanta 200 milioni di abitanti. Haddad, comunque, non si rassegna e spera nell’appoggio degli altri partiti moderati per raggiungere il rivale nei seggi. La strategia è quella della “resistenza democratica” perché “non possiamo gettare al vento 30 di conquiste civili della nostra democrazia”.

La sfida, però, appare assai proibitiva. Persino Ronaldinho, uno dei calciatori simbolo del Brasile popolare, ha scelto il candidato sovranista. “Per un Brasile migliore desidero la pace, la sicurezza e qualcuno che si ridia gioia. Ho scelto di vivere in Brasile e voglio un Brasile migliore per tutti” il tweet dell’ex attaccante del Milan. Il Pt ha resistito solo nel Nord Est del paese, negli stati più poveri, dove ha ottenuto circa il 60 per cento dei consensi. Per il resto i candidati che appoggiano Bolsonaro hanno dominato i seggi di tutti gli altri stati.

La sinistra paga, quindi, gli anni di governo dove non è riuscita a imprimere quel cambiamento sperato in uno dei paesi più complicati del mondo. Il coinvolgimento di Lula nel caso Petrobas, il suo arresto e gli scandali legati alla presidenza Roussef hanno affondato definitivamente il Pt, che aveva già cominciato a perdere consensi. Bolsonaro, invece, qualora venisse eletto, sarebbe il primo ex militare a tornare al comando del Brasile dopo la fine della dittatura.

In Sudamerica come in Europa, dunque, i partiti nazionalisti fanno il pieno di voti. A conferma di un trend che è oramai globale. Oggi il Brasile ha deciso (forse) di segnare il passo, decretando un cambiamento storico. Il resto del mondo per ora resta a guardare. In attesa della prossima vittoria populista…

F.G.