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Fondazione Anna kuliscioff

Occupazione in crescita, ma la produttività è ferma

istat pil mezzogiornoLa rilevazione ISTAT sul Mercato del Lavoro relativa a Gennaio 2018 non presenta particolari novità, ma alcuni dettagli che è opportuno approfondire.
In generale c’è una lieve crescita dell’occupazione che riporta gli indicatori al livello del Novembre 2017 dopo il piccolo calo di Dicembre (58,1% il tasso di occupazione). Cresce anche il tasso di disoccupazione, esattamente nella misura in cui cala il tasso di inattività (0,2%): segno di una fiducia crescente nella possibilità di trovare lavoro. Da notare la continua crescita del tasso d’occupazione femminile che stabilisce un nuovo record assoluto col 49,3%.

Un primo dato su cui riflettere è che a Gennaio calano gli occupati a tempo indeterminato (-12.000) e aumentano quelli a termine (+ 66.000). Ci si attendeva che gli sgravi per le assunzioni permanenti introdotte dalla Legge di Stabilità da Gennaio avrebbero prodotto risultati positivi, come del resto testimoniato da alcune rilevazioni parziali (p. es. Veneto Lavoro). Ci può essere una parziale spiegazione di carattere tecnico: i tempi concretamente utili per fare assunzioni a Gennaio sono meno di una ventina di giorni, e un rallentamento delle operazioni è plausibile. Vedremo a Febbraio. Un’altra possibile ragione è più strutturale, e se vera anche più preoccupante: che , cioè, parte delle imprese non sia ancora, o non sia ancora convinta di essere, in fase di crescita consolidata, e quindi preferisca ancora affidarsi a contratti di breve durata. In Lombardia, per esempio, l’indice di crescita della produzione industriale era al + 5,1% a Dicembre rispetto all’anno precedente; ma settori importanti (stampa, alimentari, tessili) sono parecchio sotto quest’indice e mezzi di trasporto e abbigliamento sono addirittura in negativo. E’ verosimile che questi comparti non abbiano dato un contributo alla crescita occupazionale, e men che meno all’occupazione permanente. Da osservare che a livello nazionale nel manifatturiero (2017 rispetto al 2016) il calo delle assunzioni a tempo indeterminato e la crescita di quelle a termine non presentano grandi numeri: rispettivamente -8.000 nel e + 87.000; il grosso del fenomeno è piuttosto nel terziario: – 56.000 e + 824.000 (Osservatorio INPS). Allora è verosimile concludere che mentre gli incentivi del Jobs Act davano risposta ad una situazione in cui le imprese avevano bisogno di ricostituire gli organici, oggi nel manifatturiero la maggioranza delle aziende giudicano che gli organici siano adeguati e la residuale domanda di lavoro sia più prudente affrontarla con assunzioni a termine. A maggior ragione nel terziario, nel quale la ripresa è più indietro rispetto al manifatturiero: + 0,2% il Valore Aggiunto del comparto rispetto al + 0,9% dell’industria. Altro indicatore interessante: nel quarto trimestre 2017 il 73% delle imprese industriali risultavano in espansione, contro il 60% scarso del commercio-servizi (ISTAT). Dunque la crescita occupazionale che ci si aspetta potrà venire da un ulteriore incremento del manifatturiero e soprattutto dall’estendersi della ripresa al terziario: i margini di crescita sono significativi.

Una sorpresa (per la verità già anticipata dai dati di Dicembre): aumenta l’occupazione nella fascia “giovane”. Al netto della componente demografica nella fascia 15-34 anni il tasso di occupazione sale del 2%, e tra i 15 e 24 anni addirittura del 6% ma questa crescita è determinata in gran parte da contratti a termine: nella fascia di età fino ai 25 anni le assunzioni a termine nel 2017 sono state l’822% di quelle a tempo indeterminato, nella fascia da 25 a 29 il 540 % mentre nel totale le assunzioni a termine sono state il 400% rispetto a quelle a tempo indeterminato. Da notare che le assunzioni a tempo determinato tra le donne sono state il 480% rispetto al tempo indeterminato (il record è tra le donne sotto i 25 anni, dove le assunzioni a termine sono state il 931% rispetto a quelle permanenti). Attenzione però ad interpretare in modo corretto questi dati: in primo luogo si riferiscono alla dinamica della assunzioni, non allo stock di occupati, tra i quali i contratti a termine restano al 16,8%, in leggera crescita ma comunque nella media europea; in secondo luogo il numero di assunzioni a termine non corrisponde ad un pari numero di lavoratori: uno stesso lavoratore può avere avuto (e per lo più è stato così) più assunzioni a tempo determinato nel corso dello stesso anno. In conclusione: il boom di assunzioni di giovani e donne è sostenuto essenzialmente da contratti a termine, il che sembra confermare l’ipotesi che le imprese che non si sentono ancora stabilmente inserite nel ciclo di crescita preferiscono assumere mano d’opera più flessibile ricorrendo a contratti a termine e privilegiando i lavoratori che vengono ritenuti più disponibili alla flessibilità: appunto donne e giovani. Se è davvero così esistono possibilità concrete che questa occupazione gradualmente si trasformi in buona parte in occupazione permanente.

È opportuno introdurre una riflessione sugli indici di produttività, perché hanno importanti effetti su quelli occupazionali. Nel quarto trimestre 2017 si è registrata, dopo molto tempo, una crescita minima della produttività del lavoro: 0,1% per ora lavorata e 0,2% per Unità Lavorativa Annua (cioè il numero degli occupati a tempo pieno, calcolati anche come somma delle posizioni a part time). Il che certamente è positivo ma segnala che, come fattore produttivo, il lavoro cresce pochissimo (dopo peraltro 13 anni di stagnazione mentre in UE cresceva significativamente) e che l’aumento del Valore Aggiunto è essenzialmente dovuto al fattore capitale, sostenuto principalmente dagli investimenti in macchinari e particolarmente in ICT (Information Communication Technologies). Questo da un lato è positivo perché indica che il nostro tessuto produttivo (soprattutto quello industriale) ha imboccato la strada della Quarta Rivoluzione Industriale, dall’altra parte rischia di essere un plastica dimostrazione che il valore aggiunto può crescere anche a prescindere dal fattore Lavoro; e questa considerazione può pesare parecchio sulle scelte delle aziende e sull’occupazione. E se questa è la tendenza, non potranno bastare facilitazioni di carattere fiscale e contributivo a contrastarla, se non nei comparti maturi che potranno offrire occupazione di bassa qualità. E allora occorrerà cominciare sul serio a parlare di “capitale umano” e di come formarlo.

a cura di Claudio Negro
Fondazione Kuliscioff

Abolito il vecchio Voucher aumenta il ‘Nero’

Le conseguenze dell’abolizione del “vecchio” voucher: 600.000 lavoratori hanno perso o percepito in nero da 180 a 300 milioni di reddito.

a cura di Claudio Negro

lavoro-neroL’Osservatorio sul Precariato dell’INPS relativo ai primi 9 mesi del 2017 conferma in generale, in termini di flusso, la crescita occupazionale già segnalata dall’ISTAT in termini di stock. Aumentano di molto gli avviamenti rispetto al 2016 (stesso periodo): + 880.000, pari a un +20,1%. Aumentano anche le cessazioni (come logico, dato che la maggior parte dei nuovi avviamenti sono a termine) ma in misura decisamente minore: + 656.000 pari a +16,9%. Il che produce un saldo positivo di 224.000 posti di lavoro in più rispetto all’anno scorso: il risultato più alto da quando l’occupazione ha ripreso a crescere.

Un elemento in controtendenza, che necessita di qualche riflessione: per la prima volta dall’introduzione del Jobs Act c’è un saldo negativo tra avviamenti e cessazioni per i contratti a tempo indeterminato, anche se molto piccolo: poco meno di 10.000 unità. Non c’è sostanzialmente aumento delle cessazioni (+ 1.700) ma un sensibile calo degli avviamenti (- 35.000). Crediamo che su questo dato influiscano due effetti combinati: da un lato la prosecuzione della flessione dovuta alla fine della decontribuzione; da un lato l’aspettativa per il nuovo incentivo previsto dal DEF, che induce probabilmente le imprese a rinviare al nuovo anno le assunzioni a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto temuto dai detrattori del JobsAct, i licenziamenti non aumentano, anzi diminuiscono. Quelli per motivi economici diminuiscono di 35.000 unità per i lavoratori a tempo indeterminato e addirittura di 104.500 (pari a un – 50%) per i tempi determinati. Effetto collaterale di una situazione economica che si evolve positivamente e come tale viene percepita anche dalle aziende. Aumentano invece lievemente i licenziamenti per giusta causa o motivo soggettivo: + 1.200 per i tempi indeterminati e + 4.000 per i tempi determinati. A parte l’esiguità dei numeri in questione, che non documentano certo di licenziamenti di massa, vale la pena formulare un’ipotesi che non ci pare campata in aria: una parte di questi licenziamenti sono concordati tra azienda e dipendente in luogo di dimissioni volontarie sia per consentire l’accesso al NASPI sia per ovviare al malfunzionamento della procedura in vigore. Ipotesi suffragata empiricamente dall’osservazione, riportata da Pietro Ichino sulla drastica riduzione del contenzioso giudiziario in materia di licenziamenti.

Come giustamente osserva Seghezzi (Bollettino ADAPT….) commentando i dati di stock, per la prima volta dall’inizio del post crisi diminuisce lievemente il tasso d’occupazione femminile. Spulciando nei dati di flusso vediamo che c’è un dato negativo importante circa le assunzioni di donne a tempo indeterminato (– 5%). Si tratta di 17.313 assunzioni in meno rispetto al 2016. L’unico dato che flette su un ordine di grandezza comparabile è quello del part time: – 40.000. Purtroppo non disponiamo della ripartizione di questo dato tra maschi e femmine, ma per approssimazione empirica pare di intravedere una relazione tra meno assunzioni a part time e meno assunzioni femminili. Il part time durante la crisi è stato uno strumento di flessibilità importante per le imprese e per l’occupazione femminile. Se le aziende lo marginalizzano adesso che siamo in ripresa, l’impatto rischia di essere negativo sull’occupazione femminile: come questi primissimi dati sembrano preannunciare.

Infine il boom dei contratti a chiamata: intuitivamente si tratta di una delle risposte del mercato alla (quasi) abolizione dei voucher. Nei primi 9 mesi del 2017 sono stati 37.300 gli avviamenti di contratti di lavoro intermittente a tempo indeterminato, e ben 319.200 quelle a tempo determinato: rispettivamente +15.500 (+ 71,7%) e + 182.000 (+ 133%) rispetto al 2016. A conferma della tesi circa i motivi contingenti della crescita di questa tipologia basta osservare che le variazioni 2016 su 2015 erano praticamente nulle, anzi leggermente in calo per i contratti a tempo indeterminato. A dir la verità i contratti a tempo indeterminato sembrano rispondere piuttosto poco alle caratteristiche di occasionalità specifiche delle prestazioni che venivano retribuite col voucher. Il tempo determinato sembra adattarsi meglio alla rapidità e alla variabilità di questo tipo di prestazione: le cessazioni di questi contratti sono state 220.000 nei primi 9 mesi, con aumento del 100% rispetto al 2016, che si rapporta coerentemente con il + 133% di avviamenti a testimoniare una volatilità che era caratteristica del mercato dei voucher.

Un’altra risposta del mercato può essere stata il ricorso a modalità intensive di part time, in questo caso certamente in modo esclusivo all’interno di contratti a termine. Occorre, prima di vedere le cifre, una precisazione: nel contratto part time vanno indicate date e orario della prestazione, la flessibilità va quindi programmata in anticipo. Un contratto del genere può rispondere alle caratteristiche del lavoro occasionale solo se è di durata breve, altrimenti diventa una rigidità. Per questa ragione, e perché non abbiamo i dati relativi alla durata dei contratti, i numeri del part time vanno presi con le pinze. Che comunque sono i seguenti: part time orizzontali nei primi 9 mesi 1.195.000 (+ 188.000, ma è la tipologia in cui è meno probabile che siano finiti gli occasionali); part time verticali 76.800 (+ 22.600); part time misti 155.000 (+ 45.000). E’ un po’ debole però l’evidenza di un nesso di causa-effetto tra abolizione dei voucher e aumento dei part time a termine: per i part time orizzontali il dato 2017 conferma una crescita costante dagli anni precedenti; un aumento relativo più significativo c’è per i verticali e i misti, ma si tratta di solo 48.000 contratti una parte dei quali potrebbe avere assorbito lavoratori prima retribuiti a voucher.

Ora, nel 2016 sono stati 1.600.000 i lavoratori che hanno percepito voucher (poi parliamo di quanti e come), quindi empiricamente 1.200.000 nei primi 9 mesi (comprendono anche il periodo della vendemmia, perciò è del tutto verosimile). L’INPS calcola che con la nuova normativa saranno circa 300.000 a fine anno, più o meno 230.000 fino a settembre. Dei restanti 970.000 ammettiamo pure che 182.000 siano stati assorbiti dai contratti a chiamata a tempo determinato. Con ottimismo diciamo che l’incremento dei part time a termine non-orizzontali ne abbia assorbito altri 45.000. Il numero dei dispersi è 743.000. Qualcuno potrà essere stato stabilizzato, magari con un contratto di apprendistato, ma sarebbe ridicolo illudersi che siano numeri significativi.

Il che ovviamente non significa che abbiamo quasi 750.000 persone a spasso. Facciamo un attimo caso alla composizione dei percettori di voucher: il 22% erano pensionati o giovani non ancora occupati, pari a circa 230.000. Una parte di questi apparterrà ancora alla platea di 300.000 nuovi voucher, un’altra parte potrebbe avere avuto uno dei 182.000 nuovi contratti a chiamata (ricordiamo che le regole del contratto a chiamata lo consentono in pratica solo a queste due categorie).

Il 55% dei percettori (circa 880.000) risultava assicurato all’INPS (quindi lavoratore subordinato o autonomo). Una parte di costoro potrebbe continuare a percepire voucher, ma solo per prestazioni effettuate presso imprese con meno di 5 dipendenti (da cui non possiamo aspettarci grandi numeri). Di questi 880.000 circa 300.000 percepiva voucher dallo stesso datore di lavoro con il quale, nel corso d’anno, aveva un contratto di lavoro. Ma per 230.000 casi l’assunzione seguiva al periodo retribuito a voucher, che fungeva quindi da periodo di prova. Questi 230.000 escono quindi dal computo perché regolarmente assunti. In circa 70.000 casi il voucher integrava la retribuzione per prestazioni tipo straordinario, essenzialmente in casi di lavoratori con contratti part time. Ammettiamo pure che questi lavoratori siano rientrati nella norma (loro o i loro successori, perché quasi sempre si trattava di contratti a termine) e che gli straordinari glieli paghino in regola. Diciamo quindi che i 300.000 lavoratori di cui parliamo siano rientrati nella norma. Restano gli oltre 500.000 assicurati di cui perdiamo le tracce.

Qui ci sono lavoratori che percepivano voucher da un datore di lavoro diverso dal loro (il caso più frequente), lavoratori in NASPI, disoccupati senza sussidio, ecc.

Facciamo le somme: nella migliore delle ipotesi 300.000 persone sono in regola per continuare a percepire i voucher; 182.000 hanno avuto un contratto a chiamata; 45.000 un contratto part time a termine; 300.000 sono rientrati in regola col contratto di lavoro dipendente. Sono 827.000. Rapportati a 9 mesi 620.000. Poco più della metà dei percettori di voucher nei primi 9 mesi del 2016. E gli altri? Certo, poiché la media dei voucher percepiti era di 62, pari a poco meno di 500 € (e il 72% ne percepiva meno di 29) le cifre di cui discutiamo sono minime. Ma lo erano anche prima, quando sembrava che il voucher fosse il “bug” destinato a destabilizzare i salari. Alla fine dobbiamo prendere atto che la Lotta di Liberazione dal Voucher ha portato alla scomparsa di circa lo 0,116% del monte retributivo annuo riferito a circa 600.000 individui. O sono soldi ritornati al nero (come probabile e molto semplicemente praticabile) o sono modesti guadagni perduti da persone che avevano il solo torto di volerle recepire in modo regolare. Diciamo che ci sono redditi tra i 290 e i 500 € che non sono più percepiti dai lavoratori o lo sono in nero.

Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Sì e si rafforzi il riformismo
nella società italiana

Il Referendum Costituzionale sta occupando nel dibattito politico un ruolo non riducibile ai suoi contenuti reali: di fatto viene identificato con un voto di fiducia o sfiducia al Governo Renzi. Per questa ragione si prescinde spesso dal merito della Legge sottoposta al voto popolare, salvo diffondere allarmi di vera e propria emergenza democratica. I contenuti specifici della riforma possono e debbono essere oggetto di un dibattito aperto che non ne nasconda i limiti e le contraddizioni. Sarebbe stato certo più lineare abolire la seconda camera o cogliere l’occasione per il superamento delle Regioni a statuto speciale e la riorganizzazione e restituzione di competenze agli Enti Locali, così come la Legge elettorale avrebbe potuto lasciare un ampio spazio ai collegi uninominali, ma la domanda fondamentale è: il contesto politico istituzionale è così compromesso, come sostengono i sostenitori del NO, da richiamare alla memoria i tempi più oscuri per la nostra democrazia?

Con il dovuto rispetto di tutte le opinioni, non riteniamo che la Legge elettorale approvata dal Parlamento possa produrre gli effetti della Legge Acerbo del 1923 nè che il nostro paese corra oggi il rischio di avventure autoritarie. Tantomeno ci pare ragionevole alimentare una contrapposizione così esasperata con lo scopo, in sé del tutto legittimo, di cambiare il Presidente del Consiglio.

La stessa decisione della Corte Costituzionale di rinviare di fatto il giudizio sulla legge elettorale in vigore, correntemente definita “Italicum”, a dopo il voto referendario restituisce alla responsabilità del Parlamento ogni decisione su tale materia.

E’ chiaro tuttavia che, anche in forza della debolezza del dibattito politico e culturale e della povertà di proposte programmatiche alternative convincenti, le conseguenze del voto referendario sul quadro politico, condizionato dalle forzature e strumentalizzazioni messe in campo, vanno tenute in debita considerazione e non ci si può illudere che si tratti semplicemente di un misurato confronto tra dottrine costituzionali. Tuttavia chi opera sul terreno della produzione e del lavoro ha un interesse diretto al merito del quesito referendario. La Legge affronta nodi del dettato costituzionale che hanno effetti conreti sull’economia.

E’ noto infatti che tra gli ostacoli alla crescita economica del Paese vi sono tutta una serie di questioni riconducibili all’architettura istituzionale che trovano fondamento e legittimazione nella Costituzione. Tra queste la lentezza, la ripetitività e l’incertezza del processo legislativo, causata principalmente dal sistema del bicameralismo perfetto che da un lato provoca un andirivieni da una Camera all’altra di Progetti e Disegni di Legge, e dall’altra istituisce nei fatti un forte potere di veto e di scambio che non sempre avviene alla luce del sole. Questa è tra l’altro la ragione per cui le riforme più importanti, per loro natura “divisive”, spesso vengono accantonate e lobbies, anche piccole ma agguerrite, riescono ad impedire l’approvazione di provvedimenti da esse osteggiati.

In materia di lavoro occorre riprendere una riflessione sulla mancata attuazione delle norme costituzionali (anche tenendo in considerazione la legislazione e la giurisprudenza che si è venuta via via stratificando) degli artt. 36, 39, 40 e 46 della Costituzione, con la conseguente confusione e incertezza in ordine a diritti di rappresentanza, titolarità negoziali, campo di validità degli accordi collettivi e garanzie in ordine all’erogazione dei servizi essenziali.

Così come la frammentazione delle competenze tra Stato, Regioni ed Enti Locali produce, anziché una sana sussidiarietà, un labirinto procedurale e normativo che genera un concreto e diffuso diritto di veto, sostanziale o di fatto, tale da rendere lunghissimi i tempi di decisione e attuazione in materia di lavori pubblici, energia, turismo, trasporto.

La fine del bicameralismo perfetto, i limiti alla decretazione d’urgenza ma contestualmente i tempi certi per il voto parlamentare sulle iniziative governative, l’estensione degli strumenti di democrazia diretta previsti dalla Riforma producono un sistema di contrappesi finalizzato all’assumere decisioni, e non a impedirle, una tempistica certa nei processi decisionali e quindi un “clima” più favorevole all’economia.

La modifica del titolo V parte dalla constatazione che la confusione nelle competenze tra istituzioni ha determinato continui contenziosi su questioni che hanno un alto tasso di opinabilità interpretativa, con ricorsi continui alla Corte Costituzionale, al Consiglio di Stato e ai TAR. La soppressione della legislazione concorrente serve a razionalizzare in un’ottica duale il riparto delle materie. Dare certezze sulla normativa in vigore, produce effetti economici diretti perché porta prevedibilità e stabilità nelle decisioni delle Amministrazioni pubbliche.

Del resto la riforma del titolo V, che lascia alle Regioni la potestà in materia di servizi sanitari e sociali, e prevede la possibilità di attribuire forme di autonomia su materie tra cui le politiche attive del lavoro, consente di salvaguardare quanto di positivo hanno prodotto le autonomie regionali.

Peraltro il testo sottoposto al giudizio degli elettori non è risolutivo di tutti i problemi aperti e con tutta probabilità richiederà ulteriori interventi di manutenzione e di adeguamento dell’impianto costituzionale. Sarebbe auspicabile che ciò avvenisse in un contesto caratterizzato da strategie di ampio respiro e non fosse condizionato da scelte tattiche che spesso hanno caratterizzato il processo di revisione della Carta Costituzionale. La ragione del nostro “ SI” sta nella necessità di giungere ad un primo risultato dopo decenni di iniziative e di confronti che avevano come obiettivo la riforma costituzionale. Non intendiamo associarci a coloro che considerano una catastrofe la vittoria del “No”, ma è altrettanto certo che da questo risultato non ne trarrebbe certo beneficio la stabilità istituzionale e politica, né, come l’esperienza insegna, sarebbe possibile costruire in tempi ragionevoli un nuovo progetto di riforma costituzionale sufficientemente condiviso.

Anna Kuliscioff,
la “dottora” dei poveri

Il 29 dicembre di 90 anni fa moriva Anna Kuliscioff, la “dottora dei poveri” che lottò per il diritto di voto delle donne. Per sottolinearne il grande carisma il filosofo Antonio Labriola la definì “l’unico uomo del socialismo italiano”. Anna Rosenstejn nasce in Ucraina nel 1857, figlia di un’agiata famiglia di mercanti ebrei. Nel 1871 inizia gli studi a Zurigo dove cambia il nome in Kuliscioff, probabilmente utilizzando il termine tedesco “kuli”, facchino. Medico, giornalista, ma soprattutto protagonista delle battaglie politiche e sociali, la sua formazione politica è permeata dalla concezione materialistica della storia. Anna Kuliscioff è la figura femminile più importante del riformismo socialista. Fu in primo piano nelle lotte per la piena parità tra i sessi, per i diritti delle donne lavoratrici e madri nei luoghi di lavoro e per il suffragio universale. Nel suo fascicolo informativo del 1899, raccolto dalla Prefettura di Milano, si afferma che “ha molta influenza data la sua intelligenza e cultura”. Anna non accettava ambiguità, era realista ma coraggiosa, capace di analisi acute e di proposte concrete. Straordinario fu il suo legame affettivo e politico con Filippo Turati con il quale pur non mancò di registrare divergenze di analisi e proposte di cui dava conto puntualmente la “Critica Sociale”.
La Conferenza sul “Monopolio dell’uomo”da lei tenuta nel 1890 al Circolo Filologico Milanese (in cui era al tempo preclusa l’iscrizione alle donne) può essere considerata il “Manifesto della questione femminile italiana” che pone sotto una nuova luce, anche per gran parte dei socialisti del tempo, la questione della subordinazione femminile nella società e nella famiglia, negando che sia un fatto naturale antropologico. Solo il lavoro sociale, retribuito al pari dell’uomo, può portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e del rispetto; senza questo il matrimonio non fa che umiliarla in un dramma che le toglie la dignità e l’indipendenza. Netto è il suo distacco dal “femminismo” che considera un fenomeno borghese.
Gli studi di medicina la portano a frequentare nel tempo diverse università. Nel 1885 viene accolta a Pavia da Camillo Golgi, futuro Nobel della medicina, con cui collabora con una propria ricerca sulle origini batteriche delle febbri puerperali. Dopo la laurea a Napoli nel 1886, si trasferisce a Milano dove diviene la “dottora dei poveri” e affianca Alessandrina Ravizza, finche la salute glielo consente, nell’ambulatorio medico gratuito che offriva assistenza ginecologica alle donne povere.
Nella fondazione del PSI a Genova nel 1892 la Kuliscioff presenta l’ordine del giorno, che respinge le tendenze operaiste e decide il distacco dagli anarchici. Arrestata dopo i fatti di Milano del 1898 e accusata ingiustamente assieme a Turati e ad altri di aver fomentato la rivolta, scrive dal carcere: “Se si aggravassero le mie condizioni di salute , vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo che si volesse fare per ottenere la mia libertà come grazie personale o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia che mi sia fatta un’offesa morale”.
Il 19 giugno 1902 viene approvata la Legge per la tutela del lavoro femminile e dei minorenni che fa proprie molte delle rivendicazioni contenute in un progetto elaborato da Anna e proposto in parlamento da Turati. Appoggia senza riserve la Camera del Lavoro di Milano, cuore dell’azione riformista del tempo che “tiene testa alle follie anarchiche e ripara ai danni dello sciopero generale. Per Anna “A Milano sono i riformisti la sola visibile forza morale ed elettorale del socialismo che con l’Umanitaria danno vita alle scuole operaie professionali, che con gli Uffici del Lavoro affrontano i problemi più urgenti dei proletari di città e campagne, fondano cooperative di produzione, diffondono biblioteche popolari negli strati più oscuri del proletariato”.
La sua indipendenza di giudizio ne fa una voce fuori dal coro, capace di affrontare le scelte più difficili con grande chiarezza. Quando a Caporetto l’Italia rischia la disfatta Anna concerta con Caldara, il Sindaco socialista di Milano, un manifesto che esorta i cittadini alla calma e alla fiducia “perché l’invasore sia al più presto ricacciato e rifulga nel mondo la pace e la giustizia imperi sui popoli” e chiede a Turati di “influire sullo spirito dei soldati con parole esplicite e serene per la difesa della patria”. Nel 1920 raccoglie pareri autorevoli e materiali di documentazione per un programma organico economico di rinascita del Paese che viene illustrato alla camera da Turati nel discorso “Rifare l’Italia”. L’assassinio di Giacomo Matteotti, che considerava “suo figliuolo” è per Anna un dolore enorme a cui si aggiunge il fallimento dell’alleanza di tutte le forze antifasciste, da lei fortemente auspicato, che consegna il potere a Mussolini.
La sua memoria fu per lungo tempo “dimenticata“ da un movimento socialista diviso e debole. Fu Bettino Craxi nel 1975 a rompere il silenzio, cui si erano sottratti in pochi , e a rivalutare la figura di Anna Kuliscioff. La costruzione di quello che oggi chiamiamo il “welfare”, la lotta per l’effettiva parità tra i sessi, la scelta di mantenere la battaglia politica e sociale sul terreno della legalità e del rispetto delle istituzioni, danno al suo pensiero una grande attualità.

La Fondazione Anna Kuliscioff