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Lombardi, orgoglio socialista e alternativa

In una fase in cui l’unica alternativa che sembra prevalere in Italia e in Europa è costituita dallo scivolamento a destra sotto forme diverse e con diverso tasso di pericolosità, ci sembra utile riproporre questo scritto di Riccardo Lombardi, sostenitore ai tempi solitario, dell’alternativa di sinistra (i comunisti lavoravano per il compromesso storico trovando sponde solide nelle aperture di Aldo Moro). In questo testo, il dirigente socialista non ha problemi a puntare il dito contro il centralismo democratico che diventa centralismo burocratico, ma soprattutto con orgoglio rivendicava l’egemonia politico culturale di una idea socialista con solide fondamenta democratiche.

-di RICCARDO LOMBARDI*-

lombardiLa svolta a sinistra, con la connessa corresponsabilizzazione comunista e senza l’esclusione pregiudiziale, anche se obiettivamente non ipotizzabile della Dc, riguarda la congiuntura, l’immediato, i tempi brevissimi; obiettivi limitati e temporanei, anche se oggi importanti e urgentissimi ivi compresi dell’ordine democratico. La svolta a sinistra non contraddice, anzi può essere un punto di passaggio obbligatorio sia per l’una sia per l’altra delle strategie di fondo, quella comunista del compromesso storico e quella socialista dell’alternativa.

L’alternativa di sinistra, difatti, non è una strategia di soli schieramenti né un semplice espediente di alternanza al potere (anche se il diritto all’alternanza deve essere rigorosamente garantito), l’alternativa di sinistra significa l’accesso a un governo da cui parta il processo di transizione graduale verso una organizzazione socialista della società e dello stato. Naturalmente, le due strategie riposano su analisi differenti della crisi del capitalismo; analisi che sarà, io spero, al centro del dibattito congressuale del Psi. È dal convincimento dell’impossibilità di uscire “durevolmente” dalla crisi del sistema (ciò che non significa che il capitalismo sia pronto a morire) che deriva la posizione socialista di una transizione al socialismo e non soltanto di una alternativa “democratica con elementi di socialismo” dell’ipotesi comunista. C’è campo per un franco e utile confronto che non implica affatto l’accantonamento o l’indebolimento del processo di sempre maggiore unità dei due partiti della sinistra, unità che non viene indebolita anzi che trae alimento dalla originalità dell’apporto differenziato delle due componenti.

A questo proposito vorrei rilevare l’importanza dell’affermazione di Bufalini che tale processo unitario “tende a superare la scissione del 1921”. E’ un’affermazione che è risuonata più volte nel corso del trentennio o come constatazione o come auspicio e sotto diversi e spesso equivoci profili. A mio giudicio molte delle ragioni della scissione del ’21 hanno cessato di valore o meglio di attualità e altre, queste specialmente di carattere internazionale, tendono a deperire; nello stesso tempo è avvenuta una reciproca compenetrazione di tradizioni e posizioni socialiste e comuniste che si sono influenzate scambievolmente. Basta riflettere a quante delle posizioni culturali che i socialisti hanno introdotto o difeso, spesso in anticipo sui tempi, sono oggi patrimonio comune o rendono a divenirlo; valgono per tutte, la posizione neutralistica, la concezione della pianificazione democratica, una certa idea dell’europeismo che, elementi di divisione di un tempo, sono divenuti, o tendono a divenire, patrimonio comune.

Una polemica come quella in atto in Francia rispetto alle ipotesi autogestionarie, così essenziali per la prospettazione di un socialismo persuasivo anche perché svincolato dalle esperienze storiche del “marxismo al potere” (o dei “marxismi al potere”), sarebbe difficile avvenisse fra comunisti e socialisti italiani come invece è avvenuto in Francia; e tuttavia non per questo i socialisti e i comunisti possono riconfondersi in una indiscriminata unità che sarebbe non un potenziamento, ma un impoverimento derivante dalla cancellazione di impostazioni in fondo non cancellabili. Si pensi a un elemento che sembra solo organizzativo, ma che è profondamente politico, cioè all’organizzazione interna dei due partiti. Se un partito proletario deve prefigurare nel suo regime interno lo stato e la società di domani, non vi è dubbio che la struttura che dà libertà e diritto di espressione organizzata delle correnti è quella giusta per un partito che prefiguri lo stato e la società di domani come non autoritari e pluralistici.

Certo che la pratica delle correnti del Psi è degenerata, ma ciò significa che va corretta e ripristinata nel suo valore esemplare, non cancellata in una pratica di centralismo democratico caratteristica del Pci che di fatto, e inevitabilmente, sbocca in un centralismo che non cessa di essere burocratico per il fatto di essere spesso intelligentemente praticato dai comunisti italiani; ai quali è giusto riconoscere il valore attrattivo che questa pratica ha in questa fase e che permette al gruppo dirigente comunista di aggregare forze e opinioni eterogenee senza accordare loro diritto pieno di espressione organizzata, attraverso la forza di una egemonia di gruppo dirigente, basata appunto sulla pratica del centralismo e della cooptazione; ma in nuce e senza il minimo processo di intenzione alle senza dubbio radicate convinzioni democratiche e pluralistiche dei comunisti italiani, c’è in questa struttura interna qualche cosa che oggi può essere invidiabile, se confrontata ad altri processi dispersivi, ma diviene meno rassicurante per domani. E il domani, il domani socialista, per noi non può essere rinviato né temporalmente a un secolo imprecisato, né territorialmente a realizzazioni storiche che purtroppo sino a oggi sono le sole concretamente visibili e nelle quali ai partiti socialisti democratici (non solo i partiti socialdemocratici) è stata offerta sempre solo la scelta fra la fagocitazione e la scomparsa.

Qualunque prospettiva dunque di trasformazione profonda della società e dello stato esige come condizione necessaria l’unità a sinistra. Condizione necessaria ma che non sarebbe sufficiente ove l’unità non fosse sicuramente dominata da una linea culturale e politica interamente laica che rivendichi non solo il diritto all’errore, ma il diritto di sbagliare essa stessa affidandosi al metodo dell’ ”esperimento e dell’errore” soggetti a permanente verifica democratico e in ciò, “mai soltanto in ciò”, riconoscendo la sua appartenenza al mondo occidentale. Non è indispensabile che tale linea sia “incarnata” e monopolizzata dal partito socialista, ma è certo che non potrebbe esserlo di alcun altro partito. Senza dunque pretese egemoniche di partito, ma con esigentissime pretese egemoniche di linea, la credibilità di una alternativa, comunque configurata, riposa sulla crescita del partito socialista, ma anche nella vastissima area orientata verso il socialismo democratico, di un vasto consenso, anche elettorale, che renda credibile e vincente la costruzione di una società e di uno stato non solo tolleranti ma realmente liberi perché concretamente democratici. In tale contesto la rivendicazione dell’autonomia socialista esprime un significato ben più profondo e impegnativo di quanto ma nei abbia avuto nel passato.

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*Questo articolo di Riccardo Lombardi venne pubblicato su “Il Mondo” del 16 ottobre 1975. Si tratta di una risposta al dirigente comunista Paolo Bufalini. Dal libro “Riccardo Lombardi scritti politici 1963-1978. Dal centro-sinistra all’alternativa”, a cura di Simona Colarizi, Marsilio Editori, 1978, pagg. 299

Così moriva mio padre. L’omicidio Musella

Sono già passati 36 anni da quando, Gennaro Musella, imprenditore salernitano impiantato in Calabria pagava con la sua vita la denuncia con un esposto alla Procura di Reggio Calabria di pressioni dalla Ndrangheta. Qui di seguito le parole di Adriana Musella, presidente dell’associazione antimafia “Riferimenti” che ricorda questo triste giorno per la morte del padre.


 

Così moriva mio padre
di Adriana Musella

gennaro musellaEra una splendida e calda giornata di sole quel 3 maggio del 1982.
Gennaro Musella, alle 8,20, scese come al solito di casa, solo per un fortuito caso, senza la compagnia del caro nipotino Saverio, mio figlio, che ogni mattina era solito accompagnare a scuola.
Qualche giorno dopo, avremmo dovuto felicemente festeggiare il suo compleanno, ma non avevamo fatto i conti con il destino crudele.
Pochi metri, l’apertura della portiera, la messa in moto, il boato assordante. La città tremò come scossa da un terremoto: mio padre veniva disintegrato da una potentissima carica di tritolo posizionata sotto il sedile di guida.
Il buio pesto, livide fiamme di fuoco, l’auto si accartocciò su se stessa, volando in aria per poi tornare al suolo, mentre l’urlo straziante della gente in strada si alzava in cielo, come grido lacerante di dolore.

Sull’asfalto si formò una voragine che ancora oggi ,quando piove molto, riaffiora. Una colonna di fumo nero, fitto, saliva verso il cielo, circondando gli edifici ,mentre del corpo dilaniato e sventrato dell’uomo, non esisteva più nulla.
I suoi occhi spalancati sembravano essere quasi increduli.

Di lui rimase solo un tronco monco; il cervello spappolato fu trovato appiccicato sul muro di un edificio della via antistante, una mano raccolta sull’asfalto. Per uno strano scherzo del destino,un’agenda,rimasta a terra macchiata di sangue,unica superstite nella totale devastazione,indicava la data dell’8 maggio 1982,per la nuova gara d’ appalto del porto di Bagnara Calabra.
Moriva così mio padre, Gennaro Musella, moriva in una terra non sua ma che aveva imparato ad amare e di cui s’era innamorato,sognando di creare una seconda Positano in terra di Calabria.Ma il suo sogno fu disintegrato con lui e il suo sorriso spento.
Dopo appena due giorni, avrebbe compiuto 57 anni.

In un attimo di follia,.la distruzione di un corpo,di una vita,di una famiglia che non è’ mai stata più’ la stessa è che da ieri ad oggi non ha smesso mai di pagare le conseguenze di quella tragedia che ci ha timbrato a fuoco la vita è che ci portiamo dentro.Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché’ di tanta barbarie e ancora oggi non riesco a non essere emotivamente coinvolta nel ricordo..
Mio padre non era un eroe ma una persona semplice e buona che ha pagato a caro prezzo la sua ribellione alla prepotenza e alla sopraffazione mafiosa ,nel difendere dignità e libertà.In quella strada, quel giorno,insieme a lui e’ morta parte di me.Oggi,nessuno può più uccidermi…è già accaduto.

Ho trascorso la mia vita nella testimonianza quotidiana al fine di trasmetterne memoria e ricordarlo alle coscienze della gente.Non so se ci sono riuscita ma certamente so di aver fatto tutto quello che potevo……bene o male, poco o molto ,ma assolvendo al mio dovere di figlia …Quando ad essere ucciso e’ un personaggio delle Istituzioni,le Istituzioni stesse lo ricordano ma ,se a cadere sono cittadini comuni,i palazzi restano molto lontani e si rischia di ucciderli due volte nella dimenticanza e nella negazione di verità’ e giustizia …..Ecco che allora nasce per i familiari l’esigenza di mettersi in gioco e il dolore si fa forza e strumento indispensabile di riscatto.
Le vittime di mafia non gridano vendetta ma esigono e meritano giustizia,orfani di un futuro loro rubato con la sopraffazione.

Nell’antica Roma, per i condannati per fatti gravissimi, v’era la “damnatio memoriae”, l’oblio forzato, l’eliminazione d’ogni traccia che potesse mantenerne il ricordo. La lotta della memoria contro l’oblio rappresenta il riscatto dalla barbarie per non rendere vane tante morti ingiuste e dare un senso a ciò’ che senso non ha.Il ricordo di alcuni uomini e la loro orrenda fine va trasmesso perché’ possa trasformarsi in patrimonio comune.
A loro è stata riservata la parte più difficile, quella di morire, a noi resta un compito molto più agevole, diffonderne e tutelarne la memoria per non renderne vano il sacrificio, ma trasformarlo in opportunità nella costruzione di una coscienza civile.

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Lupacchiotta senza tette.
Le balle indecenti degli ayatollah

Grazie al pezzo di Alistair Coleman su BBC online, siamo informati che il terzo canale della televisione iraniana, nel raccontare l’incontro di calcio tra Roma e Barcellona, ha oscurato le graziose tettine della lupacchiotta che da quasi tre millenni fa da nutrice a Romolino e Remino abbandonati dall’improvvida madre. Le immagini mostrano il commentatore, con alle spalle lo scudo di Roma A.S. con evidenti abrasioni nella parte centrale. Dal ritocco escono male anche le capoccette dei due fratellini. Fin qui il fatto.

lupa romaPolitico, che ha più di un problema con l’accaduto, si pone qualche domanda. Ad esempio, come reagiranno i romanisti toccati nell’onore e nell’amore? Loro a quelle tette sono abituati ad attaccarsi per nutrire di speranza i sogni insoddisfatti di scudetti e coppe, come mostra la sonora sconfitta con il Barcellona. Ma, come da sempre sanno gli umani, la speranza è l’ultima dea, e non va cancellata, soprattutto da chi si proclama religioso.

E poi: la crudeltà del censore sofferente di prurigine acuta al cervello non ha proprio limiti? Ma come, quei poveri bimbi già soffrono di assenza di latte materno, vogliamo togliere loro anche quello lupesco?

E ancora: come reagiranno animalisti, Wwf, Ong per la protezione di specie e ambiente? Con tutto quello che si fa, ad esempio in Italia, per preservare la specie lupina, non è un bello spettacolo questo delle tette lupesche fatte a fette, manco fossero prosciutto dell’orripilante (per l’islam) maiale!

E poi: ma che c’avranno di male ‘ste tette? E qui Politico deve aguzzare l’ingegno, perché lui di male non ci vede proprio niente anzi, in genere ci vede parecchio di bene, in quanto quelle ghiandole secernenti latte, trasmettono vita, benessere, calore, conforto, quiete. Talvolta, confessa, anche eccitazione e tormento, ma vale solo per quelle umane. Che i reggitori religiosi islamici soffrano tempeste ormonali con le lupe, ohibò può risultare persino un po’ rischioso. Se potesse, direbbe loro: suvvia! Statevene alla larga … quelle hanno unghie e denti peggiori persino dei vostri!

Due ricordi, che stanno in tema.

Il primo è un viaggio, da studente, in Medio Oriente. Politico partì con la ragazza e una coppia di colleghi, per andare alla ventura tra Siria, Egitto, Giordania, Libano. All’ingresso nella grande splendida moschea degli Omayyadi di Damasco, a tutti fu richiesto di togliere le calzature, e alle ragazze imposto d’indossare una sorta di saio con cappuccio. Mai visitata una moschea, faceva piuttosto caldo, e così lo sprovveduto, sorridendo, chiese al custode perché esse sì e i maschietti no. La risposta fu: “per coprire i capelli”. Ancora più sprovveduto, Politico di rimando: “E che c’avranno de diverso dai nostri, ‘sti capelli loro pe’ rompe tanto?”. La risposta, agghiacciante pur nel torrido agosto: “Beh, sai, fanno pensare ad altro pelo”. Politico, dopo infiniti decenni, prova ancora profonda vergogna nel raccontare una conversazione tanto impudica, perché avvenuta in un luogo sacro, non nella sala d’aspetto di un casino. Rifletté che quella era roba da ospedale psichiatrico, fissazione maniacale frutto di fantasie degenerate di massa coltivate in secoli di allucinazioni collettive, concludendo che qualche grosso problema l’islam doveva averlo con le donne. Crescendo si fece l’idea che l’islam pratichi un’enorme criminale sciocchezza nei confronti della metà dei suoi fedeli, probabilmente quella più ferventemente credente. Un decennio fa, lesse la ricerca di economisti musulmani, finanziata dalle banche islamiche, sull’arretratezza mediorientale. Nelle conclusioni gli economisti rilevavano che l’handicap strutturale che spiegava l’arretratezza dell’economia e delle società arabe e iraniana, era senza dubbio il fatto che la metà della popolazione (quella femminile, appunto) venisse esclusa. Quella pattuglia di benpensanti si chiedeva: se partiamo con il 50% in meno di chance rispetto ai concorrenti, quando e come potremo mai competere con loro? Politico trovò conforto nell’interrogativo.

Secondo ricordo, il grazioso lieve film dell’iraniano Jafar Panahi, Offside, che in italiano sta per “fuorigioco”, termine che per gli adepti al calcio significa trovarsi oltre la linea difensiva avversaria e quindi esclusi dalla possibilità di partecipare ad un’azione di gioco. Nella pellicola, prodotta nel 2006, Orso d’argento a Berlino, girata in Iran ma proibita dal regime, compaiono Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani. L’ora e mezzo di film narra la storia di Mahnaz Zabihi, Nazanin Sediq-zadeh, Mohammad Kheir-abadi, Masoud Kheymeh-kabood, Ali Baradari, Mohsen Tabandeh, Reza Khayeri, Karim Khodabandeh di alcune ragazzine, innamorate del calcio, che vogliono a tutti i costi vedere la qualificazione ai campionati mondiali che la squadra della nazionale sta per giocare con Bahrein. In Iran le ragazze non sono ammesse allo stadio, quindi le aspiranti tifose si camuffano da maschi, falsificano biglietti d’ingresso e quant’altro, pur di entrare. Vengono inevitabilmente placcate, arrestate, e “torturate” in una sorta di recinto nel quale ascoltano i rumori dello stadio senza nulla poter vedere. Familiarizzano con qualcuno dei soldati, ma non arrivano a convincerlo di lasciarle andare, troppa è la paura del castigo. A metà secondo tempo sono caricate sulla camionetta per essere condotte al commissariato. Si libereranno una dopo l’altra, in tranquillità, grazie alla festa collettiva di strada per la vittoria dell’Iran che coinvolge anche i carcerieri.

Nel film, il quadretto della teocrazia strettamente basata sui dettami dell’islam sciita, è ricco di situazioni e conversazioni surreali (quando una delle ragazze chiede di andare in bagno, il no è inevitabile perché lo stadio non ha bagni per le donne; di fronte al rischio di … inondazione, un soldato accompagna la ragazza alla toilette; le consentirà di procedere, solo dopo aver svuotato lo stanzone da ogni presenza maschile e trovato il modo per impedire nuovi ingressi, mentre si crea la fila dei maschi in attesa che premono …), con la caratterizzazione ben definita di nevrosi e tic di sopravvivenza che ciascuna delle ragazze è “costretta” a sviluppare in risposta ai divieti religiosi ai quali è sottoposta. Alle ragazze che chiedono il perché del divieto, si oppone il bisogno di “proteggerle dalla violenza fisica e verbale” alla quale andrebbero sicuramente incontro nello stadio.

Viene da pensare che se tanto mi dà tanto, un giorno o l’altro gli ayatollah e la guida suprema della rivoluzione islamica iraniana proibiranno pure il calcio: in fondo le tette della lupa sono molto meno tentatrici delle palle che rotolano in campo!

Politico
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4 aprile 1968: muore il “redentore dalla faccia nera”

“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”. Cinquant’anni fa venne assassinato Martin Luther King.

Era il 14 ottobre 1964 quando Martin Luther King riceveva il Premio Nobel per la pace. Il “redentore dalla faccia nera” fu premiato per il suo impegno per la lotta alla segregazione razziale. Combatté per i diritti civili e fu incarcerato nel 1963 per la partecipazione a una protesta non violenta. La lettera dalla prigione di Birmingham, che vi proponiamo è una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile. I sacerdoti si auguravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse nelle strade e non nei tribunali. La lettera venne pubblicata il 12 giugno del 1963.

-di MARTIN LUTHER KING-*

Miei cari confratelli, mentre mi trovo relegato qui, nella prigione della città di Birmingham, mi è accaduto di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative sono definite “imprudenti e intempestive”. È raro che mi soffermi a rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro costruttivo. Ma poiché mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni, e proponete con sincerità le vostre critiche, voglio cercare di rispondere alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli. Penso di dover dire perché mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti influenzati dal pregiudizio contro “gli estranei che si intromettono”. Ho l’onore di prestare servizio come presidente del Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti, una delle quali è il Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani. Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessità. Abbiamo acconsentito subito, e quando è stato il momento abbiamo tenuto fede alla nostra promessa. Perciò io, insieme a diversi miei collaboratori dell’associazione, sono qui perché sono stato invitato a venire qui. Sono qui perché qui mi lega la mia organizzazione.

Ma in senso più fondamentale, sono a Birmingham perché qui c’è l’ingiustizia. Così come i profeti dell’VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro “così dice il Signore” ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e così come l’apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano, allo stesso modo anch’io sono spinto a portare il vangelo della libertà oltre la mia città natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di aiuto che viene dalla Macedonia. Inoltre, sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi di quel che succede a Birmingham. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’”agitatore che viene da fuori”. Chiunque viva negli Stati Uniti, in qualunque località compresa nei suoi confini, non potrà mai essere considerato uno di fuori. Voi deplorate le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe accontentarsi delle analisi sociali più superficiali, che si occupano soltanto degli effetti e non affrontano le cause. È deplorevole che a Birmingham abbiano luogo le manifestazioni, ma è ancor più deplorevole che in questa città la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunità nera nessun’altra scelta. 1 In una campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste fasi. Un fatto non si può negare: questa comunità è sprofondata nell’ingiustizia razziale. Birmingham è forse la città degli Stati Uniti dove il segregazionismo è applicato nel modo più totale. È noto a tutti che si sono registrati numerosi casi di atroci brutalità. Nei tribunali i neri hanno subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti più attentati dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi altra città americana. Ecco i fatti della dura e brutale realtà. A causa di questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorità locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in buona fede. Poi, lo scorso settembre si è presentata l’occasione di trattare con i capi del mondo economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro posto. Come era già accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su di noi pesava l’ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta che predisporci all’azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della comunità locale e nazionale. Consapevoli delle difficoltà del nostro compito, decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere più volte a noi stessi: “Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?”, “Sei in grado di sopportare la prova del carcere?”. Decidemmo di attuare il nostro programma di azione diretta nell’epoca della Pasqua, sapendo che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell’anno in cui gli acquisti sono più numerosi. Sapevamo inoltre che l’azione diretta sarebbe stata affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti in modo da provocare i cambiamenti richiesti. Poi pensammo che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo le elezioni. Quando si seppe che l’assessore alla pubblica sicurezza, Eugene “Bull” Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al ballottaggio, ancora una volta rimandammo l’inizio delle attività al giorno dopo il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l’altro. Ma dopo aver dato il nostro contributo a questa necessità della cittadinanza di Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse più essere rinviato. Potreste chiedere: “Perché optare per l’azione diretta? Perché i sit?in, i cortei e così via? Non è forse meglio percorrere la via del negoziato?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il fine che si prefigge l’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta, di suscitare una tensione così insopportabile, da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. Potrà suonare piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un aspetto dell’attività di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo confessare che la parola “tensione” non mi fa paura. Mi oppongo sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione costruttiva e nonviolenta che è necessaria per crescere. Come Socrate stimava necessario 2 creare una tensione nella mente, così che gli individui si liberassero dalla servitù dei miti e delle mezze verità, elevandosi fino al regno dell’analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo dobbiamo comprendere la necessità che questi pungoli della nonviolenza riescano a creare nella società la tensione capace di aiutare gli uomini a sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Perciò nel vostro appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud è rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di vivere nel monologo invece che nel dialogo. Nel vostro documento, un punto essenziale è che l’azione intrapresa a Birmingham da me e dai miei compagni è intempestiva. Alcuni chiedono: “Perché non avete lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?”.

L’unica risposta che possa dare a questo interrogativo è che la nuova amministrazione di Birmingham dovrà essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca. Sbaglia di grosso chi pensa che l’elezione a sindaco di Albert Boutwell porterà a Birmingham l’avvento dell’età messianica. Boutwell è una persona assai più garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime segregazionista, volti alla conservazione dell’esistente. Io ho speranza che Boutwell possa essere così ragionevole da capire quanto sia futile contrastare con una resistenza massiccia l’abolizione del segregazionismo. Ma non potrà capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili. Amici miei, devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti. È deplorevole, ma è una realtà storica: è raro che i gruppi privilegiati rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a essere più immorali dei singoli. Sappiamo per dolorosa esperienza che l’oppressore non concede mai la libertà per decisione spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non mi è ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che apparisse “tempestiva” agli occhi di quanti non hanno subito indebite sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola “Aspettate!”, che risuona all’orecchio di ogni nero con stridente familiarità. Questo “Aspettate” significa quasi sempre “Mai”. Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri massimi giuristi, che “la giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. Noi aspettiamo da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde. Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta; se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve cercare di rispondere a un figlio di 3 cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”; se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”… se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare. Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. Sembrate molto in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilità a violare la legge. Si tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima. Dal momento che con tanta diligenza noi insistiamo perché sia osservata la sentenza emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime segregazionista è bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi. Si potrebbe chiedere: “Come potete propugnare la violazione di alcune leggi e l’osservanza di altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con sant’Agostino nel ritenere che “una legge ingiusta non è legge”. Ora, qual è la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice composto dall’uomo che corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san Tommaso d’Aquino: una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalità umana è giusta; una legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità: al segregazionista conferisce un falso senso di superiorità, a chi è vittima della segregazione un falso senso di inferiorità. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il segregazionismo sostituisce al rapporto “Io?Tu” un rapporto “Io?Oggetto” (1), ossia finisce con il considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Il segregazionismo non è forse un’espressione esistenziale della tragica separazione dell’uomo, della sua orribile alienazione, della sua atroce peccaminosità?

Perciò io posso insistere perché si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954, in quanto moralmente giusta; e posso insistere perché non si obbedisca alle ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. È ingiusta la legge di cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l’osservanza a un gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa è la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta è quella che una maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a osservarla a sua volta. Questa e l’uguaglianza fatta legge. Permettetemi di fornire un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se viene inflitta a una minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto alla formulazione o all’approvazione della legge. Chi può dire che il governo dell’Alabama, autore delle leggi 4 segregazioniste vigenti sul suo territorio, sia stato eletto democraticamente? In tutto l’Alabama si adotta ogni sorta di espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza della popolazione, neppure uno solo di loro è presente nelle liste. È possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge promulgata in simili circostanze? Talvolta una legge è giusta in apparenza e ingiusta nell’applicazione. Per esempio, io sono stato arrestato con l’accusa di avere sfilato durante una manifestazione non autorizzata. Ebbene, non c’è niente di ingiusto in un’ordinanza che richiede un’autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza diventa ingiusta quando è usata per conservare il regime segregazionista e per negare ai cittadini l’esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento, quello di riunirsi e protestare in forma pacifica. Spero che riusciate a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista violento. Il risultato sarebbe l’anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la pena corrispondente. La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge. S’intende che una simile forma di disobbedienza civile non è affatto una novità. Ne esiste un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale più alta. E stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell’impero romano. Fino a un certo punto, la libertà di insegnamento di oggi è diventata una realtà grazie a Socrate, che praticò la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il “tè di Boston” (2) ha rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala. Non dovremmo mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era “legale”, e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per la libertà era “illegale”. Nella Germania di Hitler aiutare e confortare un ebreo era “illegale”. Eppure sono sicuro che, se fossi vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle leggi antireligiose di quel paese. Per onestà devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole conclusione che nel cammino dei neri verso la libertà l’ostacolo maggiore non è l’aderente al “White Citizens Council” [Consiglio dei cittadini bianchi], o l’affiliato del Ku Klux Klan, bensì il bianco moderato, che ha a cuore l’”ordine” più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: “Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d’accordo con i vostri metodi di azione diretta”; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere “un momento più propizio”.

La scarsa comprensione da parte di persone bendisposte è ben più frustrante dell’assoluta incomprensione mostrata da chi è maldisposto. L’accettazione tiepida sconcerta assai più del rifiuto secco. Io avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano passivamente 5 il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in cui tutti gli uomini rispettino la dignità e il valore della persona umana. In effetti, noi che siamo impegnati nell’azione diretta non siamo i creatori della tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che già esiste; la portiamo alla luce, dove può essere vista e affrontata. Come un foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece dev’essere esposto in tutta la sua bruttura all’azione di aria e luce, i medicamenti naturali: così, se vogliamo guarire l’ingiustizia, dobbiamo metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea, esponendola alla luce della coscienza umana, all’aria dell’opinione pubblica del paese. Nel vostro documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perché, sebbene pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione è davvero logica? Non è un pò come condannare l’uomo rapinato perché il fatto di possedere del denaro ha determinato l’azione malvagia della rapina? Non è un pò come condannare Socrate perché la sua indefettibile dedizione alla verità e le sue indagini filosofiche hanno determinato l’azione di una plebaglia mal consigliata, che ha finito con l’obbligarlo a bere la cicuta? Non è un pò come condannare Gesù perché l’unicità della sua coscienza di Dio e la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l’azione malvagia della crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle coerenti sentenze dei tribunali federali, non è giusto insistere perché un individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare atti violenti. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore. Avevo sperato inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per quanto riguarda la lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera da un fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: “Tutti i cristiani sanno che prima o poi ai popoli di colore sarà data la parità di diritti, ma può darsi che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov’è oggi. La dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra”. Questo atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall’idea curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso l’immancabile dote di guarire ogni male. In realtà, il tempo è neutro: può essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre più forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo assai più efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni. Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto. È adesso il momento giusto per attuare nella realtà la promessa della democrazia, per trasformare la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternità. È adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della dignità umana. Voi definite estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all’interno della comunità nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una è la forza dell’acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione hanno perduto a tal punto il rispetto di sè e il sentimento di essere persone da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiché posseggono una certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è costituita dal rancore e dall’odio, e si avvicina pericolosamente all’idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali il più vasto e celebre è il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta di una 6 formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone che hanno perduto la fede nell’America, hanno ripudiato del tutto il cristianesimo, e si sono persuase che l’uomo bianco è un “demonio” irrecuperabile. Io ho cercato una posizione a metà strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo imitare nè il “non far niente” di chi si crogiola nell’autocompiacimento nè l’astio e la disperazione dei nazionalisti neri. Infatti esiste la via eccellente, quella dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all’influenza della chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della nostra lotta. Se non fosse emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli bianchi liquidano con gli epiteti di “mestatori” e “fomentatori di disordine” quanti di noi si dedicano all’azione diretta nonviolenta, e se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe di provocare uno spaventoso incubo razziale. I popoli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l’anelito alla libertà si manifesta, e questo è accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla libertà, e qualcosa all’esterno ha ricordato loro che la libertà può essere ottenuta. Per vie consapevoli o inconsce, lo “spirito dell’epoca” ha toccato anche loro, e insieme ai fratelli neri dell’Africa e ai fratelli di pelle scura o gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale. Se riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l’intera comunità nera, capiremo subito perché si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero sfogo. Perciò lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i “viaggi della libertà”: e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente, cercheranno un’espressione violenta: e questa non è una minaccia, è una realtà storica. Perciò io non ho detto al mio popolo: “Sbarazzatevi della vostra insoddisfazione”. Ho cercato piuttosto di dire che questa insoddisfazione, normale e sana, può trovare modo di esprimersi in forme creative, con l’azione diretta nonviolenta. Ora una simile posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere sull’argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da questa etichetta. Gesù non era forse un estremista dell’amore? “Amate i vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano” [Lc, 6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? “Il diritto abbia il suo corso come l’acqua, e la giustizia come un fiume perenne” [Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? “Io porto nel mio corpo le impronte di Gesù” [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non era forse un estremista? “Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi aiuti”. E John Bunyan: “Preferisco restare in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza”. E Abraham Lincoln: “Questa nazione non può sopravvivere schiava per metà e libera per metà”. E Thomas Jefferson: “Noi riteniamo queste verità essere evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono creati uguali…”. Perciò non si tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di estremisti siamo. Siamo estremisti dell’odio o dell’amore? Siamo estremisti nel difendere l’ingiustizia o nell’estendere l’ambito della giustizia? Nella drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un delitto di estremismo: due erano estremisti dell’immoralità, e quindi sono caduti al di sotto del loro 7 ambiente; il terzo, Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla razza oppressa; e sono ancor più rari gli uomini dotati di un’ampiezza di vedute tale da capire che occorre sradicare l’ingiustizia con un’azione forte, persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per numero, ma la loro qualità è grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ? hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e la brutalità dei poliziotti che li considerano “sporchi amici dei musi neri”.

A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate, hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la necessità del potente antidoto dell’ azione per combattere il male del segregazionismo. Dirò adesso della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s’intende, alcune eccezioni degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo Stallings, per l’atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica, accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il segregazionismo. Elogio le autorità cattoliche di questo stato per aver introdotto l’integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni orsono. Ma nonostante queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onestà ripetere che la chiesa mi ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama la chiesa, che è stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni spirituali e che le resterà fedele per quanto si prolungherà il filo della vita. Alcuni anni fa, quando mi sono trovato scaraventato all’improvviso alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, nell’Alabama, pensavo che la chiesa dei bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri più forti alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di comprendere il movimento per la libertà e descrivendo i suoi dirigenti sotto una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle vetrate istoriate. A dispetto della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero compreso la giustezza della nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono stato ancora una volta deluso. Ho udito numerosi capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che abolisce il segregazionismo perché questa è la legge, ma avrei tanto desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: “Obbedite a questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta, e perché i neri sono vostri fratelli”. Mentre ai neri venivano inflitte le più eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure banalità da bigotti. Mentre imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire: “Sono problemi sociali, che non riguardano 8 davvero il vangelo”. E ho visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra sacro e laico. Ho viaggiato in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua l’educazione religiosa. Mi sono sorpreso più e più volte a pensare: “Di che genere sono le persone che pregano qui? Chi è il loro Dio? Dov’era la loro voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov’erano, quando il governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov’erano le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell’autocompiacimento fino ai monti luminosi della protesta creativa?”. Sì, questi interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione se non dove c’è un profondo amore. Sì, io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Sì, vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahimè, di quanti sfregi e cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la società e per la paura di apparire non conformisti! C’è stato un tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”.

Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere “una colonia del cielo”, chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per cedere a “intimidazioni spaventose”. Con il loro impegno e il loro esempio misero fine a mali antichi, come l’infanticidio e le lotte fra i gladiatori. Oggi la situazione è diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi è una voce inefficace, debole, dal suono incerto. Troppo spesso è la prima a difendere lo status quo. Per lo più, la struttura di potere di una comunità non è affatto allarmata dalla presenza della chiesa, anzi è confortata dalla silenziosa – e spesso perfino stentorea – approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa. Ma sulla chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunità ecclesiale dei primi tempi, perderà la sua autenticità, renderà vana la fedeltà di milioni di aderenti, e sarà messa da parte come una associazione qualunque, priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani in cui la delusione nei confronti della chiesa si è trasformata in vera e propria avversione. Forse sono ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata è legata allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla chiesa interiore e spirituale, la chiesa all’interno della chiesa, come vera ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva alla lotta per la libertà. Hanno lasciato la sicurezza delle loro congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia. Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei “viaggi della libertà”. Sì, sono andati in prigione con noi. Alcuni sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, è più forte del male trionfante. La loro testimonianza è stata il sale dello spirito che in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo. Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della delusione. 9 Io spero che la chiesa nel suo insieme raccoglierà la sfida di quest’ora decisiva. Ma anche se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del futuro. Non ho timore circa l’esito della nostra lotta a Birmingham, anche se per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo della libertà, a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l’obiettivo dell’America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino è legato a quello dell’America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole della Dichiarazione d’indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui. Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalità, hanno continuato a crescere e a svilupparsi. Se le crudeltà inaudite della schiavitù non sono riuscite a fermarci, l’opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovrà senza dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra libertà, perché nelle nostre reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio. Prima di concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete alla polizia di Birmingham per aver mantenuto “l’ordine” e “impedito atti di violenza”. Dubito che la vostra lode sarebbe stata altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta fretta nell’elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere; se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li aveste visti, com’è accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per il nostro cibo. Nell’elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi. È vero che gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell’affrontare i manifestanti; in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza “nonviolento”.

Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge. Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è altrettanto sbagliato, o forse è ancor più sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali. Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza “nonviolenti” in pubblico, come lo è stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la non violenza, per difendere il fine immorale dell’ingiustizia razziale. Ricordo T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la retta azione per uno scopo sbagliato”. Avrei voluto vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilità a soffrire, per la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un giorno il Sud saprà riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo scherno e l’ostilità di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere, oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery, che facendo appello al senso della dignità, insieme al suo popolo decise di non salire più sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda: “Ho i piedi che non me li sento più, ma ho l’anima in pace”. Saranno gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno stuolo di loro confratelli più anziani: tutti, con coraggio e senza usare la violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola calda, in realtà si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno 10 americano, a favore dei valori più sacri del nostro retaggio giudaico-cristiano, e così facendo riportavano la nostra nazione ad attingere ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza. Non avevo mai scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai più breve se avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da fare, a chi si trova nell’angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?

Se in questa lettera ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo accesi e indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo smorti e indica che la mia capacità di pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternità, prego Dio di perdonarmi. Spero che la mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell’integrazione o dirigente del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle nostre comunità sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle luminose dell’amore e della fraternità risplendano sulla nostra grande nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.

Vostro per la causa della pace e della fraternità,

Martin Luther King junior

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*Lettera dal carcere di Birmingham del 16 aprile 19631 Martin Luther King ,16 aprile 1963

Pensavo fosse presidente invece è un calesse

Juncker-UEJean-Claude Juncker ci ricasca. Dieci giorni fa aveva dichiarato che l’Ue di oggi è come un bar italiano: “Mettiamo le persone intorno a un tavolo per un caffè e si solleva un coro di richieste diverse: chi lo vuole normale, chi doppio, chi macchiato“. Gli era stato fatto osservare che quel linguaggio … da bar, era offensivo verso una delle migliori tradizioni culinarie italiane e politicamente sbagliato. Varietà al banco del caffè, significa da sempre qualità e libertà di gusto, niente a che vedere con l’indisciplina e la disarmonia comunitarie che, guarda caso, tocca proprio a lui impedire, cosa che non fa e non sa fare. Basti vedere cosa è riuscito a scrivere giusto un anno fa sugli scenari dell’Unione Europea, riassumendo per i governi il menu con cinque opzioni, compitino che qualunque studente sarebbe in grado di elaborare, invece di prendersi le responsabilità per le quali è profumatamente pagato e indicare lui come Commissione Europa, a stati membri e Parlamento Europeo il percorso da seguire.

La dichiarazione di ieri sul futuro prossimo italiano è stata sbagliata, inopportuna, dannosa, politicamente colpevole. Il presidente della Commissione ha affermato: “dobbiamo prepararci allo scenario peggiore: governo non operativo”.

È stata una frase sbagliata. Qualunque governo, per il fatto di esserci, opera. Magari male, o poco, ma di certo opera. E anche quando non fa le cose, sta paradossalmente attuando un tipo di operazione, il non fare, come sa bene ogni lentocrate che si rispetti. Si dà inoltre il caso che la scelta del presidente Mattarella sia stata quella di non far dimettere Gentiloni, che quindi governa oggi e nel dopo elezioni, come se nulla fosse successo, in forza della fiducia ricevuta dalle disciolte camere.

L’affermazione è stata inopportuna, perché il presidente della Commissione non interviene nella dialettica pre-elettorale di un paese membro. Nel caso specifico non ha capacità o strumenti per prevedere non solo il risultato elettorale, ma le dinamiche complesse che la democrazia parlamentare italiana vuole per la formazione del governo. I trattati affidano ben altri compiti alla Commissione che, purtroppo, la Commissione Juncker non sta praticando come dovrebbe.

L’affermazione è stata dannosa, per la montagna di denaro che ha mandato in fumo nelle quotazioni di borsa e per i costi al nostro erario che ha causato per via dell’ingiustificato allargarsi del differenziale di interessi sui nostri titoli. Si resta peraltro stupiti di come i mercati possano ancora prendere sul serio le opinioni del signor Juncker.

La colpevolezza politica sta nel fatto che Juncker è presidente della Commissione in quanto, come previsto dai trattati, esprime la forza politica maggioritaria al Parlamento Europeo, quella democristiana o popolare che dir si voglia. Contrariamente a quanto in genere si sente dire, dai trattati di Lisbona la Commissione non è più solo organo tecnico. Il non richiesto intervento a gamba tesa nella campagna italiana, echeggia le posizioni di un partito politico, e come tale va censurato. Conferma che mancano, al nostro, le doti di equilibrio e saggezza politica che ci si attende da chi, pur venendo da una storia di parte, accetta, nell’assumere un ruolo super partes, di non giocare più a favore della propria squadra d’appartenenza.

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Il risveglio del contratto delle PA

Buone notizie dal fronte contrattuale del Pubblico Impiego. Dopo gli Statali e la Scuola e Università, ieri è stata la volta dei dipendenti degli Enti Locali per i quali si giunti finalmente al rinnovo del contratto nazionale. Anche loro hanno atteso nove lunghi anni, ma al termine della proverbiale tirata finale ce l’hanno fatta.

L’intesa raggiunta la scorsa notte rispecchia il Protocollo che CGIL, CISL e UIL sottoscrissero il 30 novembre del 2016, ma viene prudentemente considerata dalle Organizzazioni Sindacali come un “accordo-ponte” verso un assetto contrattuale ancora da completare,fermo restando che fornisce già ora prime, importanti risposte.

Per dire. Nella busta-paga del prossimo mese di aprile i lavoratori del settore troveranno un incremento medio di 85 euro mensili ai quali si aggiungerà una somma una-tantum di 450 euro a titolo di arretrati.

Non solo soldi, ma anche nuovo spazio per i diritti di cittadinanza. Permessi, congedi, aspettative, assenze per malattia, diritto allo studio, formazione: un corredo di strumenti contrattuali con i quali si può favorire una più stretta correlazione fra welfare, qualità del tempo vita e qualità del lavoro.

Di grande rilievo viene poi considerata la conquista di una indennità di funzione a favore degli agenti di polizia locale, ai quali viene finalmente riconosciuta la condizione di particolare disagio attraverso la creazione di una specifica sezione contrattuale.

Non tutto è stato risolto con la firma di ieri notte, per questo è stata predisposta una commissione paritetica che avrà tempo fino al prossimo mese di luglio per procedere alla semplificazione dell’assetto delle declaratorie e dei profili professionali con un particolare riferimento al personale educativo e scolastico.

Negli ambienti del sindacato c’è soddisfazione per l’esito positivo di un accordo che mette fine ad un lungo digiuno contrattuale, ma già si ragiona sulla nuova fase di confronto con l’ARAN che prenderà le mosse dopo il mese di luglio, quando verrà presentata la nuova piattaforma contrattuale per il triennio 2019/2021. Per i prossimi giorni è attesa la ripresa del negoziato che dovrebbe portare alla firma del contratto anche per i dipendenti ospedalieri.

Forse è presto per dire se siamo alla vigilia una nuova stagione in cui le organizzazioni sindacali tornano a prendersi il posto centrale nella vita sociale del Paese. Quel che è certo è che la macchina contrattuale funziona e da risultati che i lavoratori apprezzano sia quando ottiene miglioramenti contrattuali come quelli che stanno ottenendo i lavoratori del Pubblico Impiego, sia quando in condizioni negative, è costretta a negoziare situazioni di crisi aziendale particolarmente gravi come quelle che stanno affrontando i lavoratori della Embraco. Dell’importanza del ruolo del sindacato sembra darne conto l’andamento dell’opinione media dei cittadini rilevata dagli istituti di ricerca demoscopica.

Da qualche mese a questa parte i sondaggi dicono che il consenso dei cittadini verso il sindacato sta nuovamente crescendo, con buona pace di tutti quelli che ne hanno pronosticato la crisi irreversibile. È vero il sindacato ha molti problemi. Deve fare i conti con un sistema di forze politiche tendenzialmente ostili al suo ruolo di rappresentanza sociale; deve misurarsi con un mondo imprenditoriale sempre più lontano dalla pratica del dialogo sociale; deve sopportare le geremiadi di opinionisti mestieranti; ma la verità è che il suo stato di salute è buono.

In Effetti quello che conta davvero è che i lavoratori sanno che sul sindacato possono fare assegnamento perché è un soggetto forte, concreto, che guarda in faccia la realtà sia quando c’è la possibilità di operare conquiste e miglioramenti, sia quando sono costretti sulla difensiva dalle difficoltà economiche generali e dalle crisi produttive. Il resto più che altro è propaganda e demagogia.

Franco Lotito
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3 gennaio 1980. L’ultimo saluto a Pietro Nenni

FUNERALI DI PIETRO NENNI CON INTERVENTO DI BETTINO CRAXI (Roma's/Giacominofoto, ROMA - 1980-01-01)

FUNERALI DI PIETRO NENNI CON INTERVENTO DI BETTINO CRAXI (Roma’s/Giacominofoto, ROMA – 1980-01-01)

Il primo gennaio del 1980 alle ore 3.20, all’età di ottantanove anni, si spegne il leader socialista e senatore a vita Pietro Nenni. I funerali, preparati per il 3 gennaio, sono un grande evento di massa.

Una straordinaria folla di compagni, cittadini, lo omaggiano in un pomeriggio invernale sferzato da una gelida tramontana. È uno spettacolo commovente, dai balconi qualcuno lancia garofani sulla Mercedes che porta il feretro del Presidente del partito socialista italiano.

Su Corso Rinascimento, nel cuore di Roma, c’è una marea di gente, arrivata da ogni parte d’Italia ed anche dall’estero. Con treni, con pullman, in macchina. Da Bolzano a Palermo, da Torino a Caltanissetta (Corriere della Sera, 4 gennaio 1980).

avanti 4 gennaio 1980Il corteo, lungo quattro chilometri, si muove lentamente e cammina in silenzio dietro al feretro per via Zanardelli e Lungotevere Marzio (Avanti! 4 gennaio 1980). Ci sono centinaia di corone, migliaia di bandiere, di gonfaloni, di gagliardetti. Molti si commuovono: “La gente semplice sbucava dalle strade e si fermava alle transenne. Tanti le scavalcarono e si misero in fila: una fila che diventò interminabile, di cui si sentiva solo, sui lungotevere battuti da un vento gelido, il rumore dei passi, qualche singhiozzo e qualche <Viva Nenni>.

Poi qualcuno fischiò l’Internazionale, altri fecero eco e sommesso e solenne l’inno si levò dal corteo (Giuseppe Tamburrano, Pietro Nenni, Edizioni Laterza, 1986).

In prima fila le figlie Giuliana, Vany e Luciana; poi Craxi, De Martino, Signorile, Pertini, Fanfani, Jotti e Cossiga.

In Piazza Augusto Imperatore il feretro è accolto da un picchetto d’onore formato dai sodati dell’8° reggimento Lancieri di Montebello. Dal palco, parlano Luciano Lama, a nome dei sindacati italiani, Mario Soares per l’Internazionale socialista, Felipe Gonzales per I socialisti spagnoli e il Segretario del Partito Bettino Craxi che lo commemora con un “Ciao Nenni”, che era il saluto di un compagno durante la guerra di Spagna.

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Catalogna, se l’Europa resta a guardare

Alla fine il referendum sull’indipendenza catalana si è tenuto e come previsto ha vinto il sì. Secondo fonti del governo catalano, 2,26 milioni di persone – su oltre 5,3 milioni di elettori – hanno partecipato alla consultazione referendaria. 2,02 milioni hanno risposto ‘sì’ alla domanda: “Vuoi che la catalogna diventi uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica?”. 176.000, invece, il totale di chi ha votato ‘no’. Numeri che non raggiungono la maggioranza assoluta e su cui forse ha influito la chiusura di 319 seggi da parte della polizia nazionale. Ma la partita non è ancora chiusa, adesso la palla torna ai rispettivi governi. Da una parte il presidente catalano Carles Puigdemont ha convocato una riunione del governo per preparare le prossime mosse sulla strada dell’indipendenza, dall’altra il premier spagnolo Mariano Rajoy vede oggi i leader di Psoe e Ciudadanos Pedro Sanchez e Albert Rivera, i due grandi partiti spagnoli che appoggiano dall’opposizione la sua strategia in Catalogna. I tre devono concordare nuove misure. Albert Rivera ha chiesto a Rajoy di attivare l’articolo 155 della costituzione per sospendere l’autonomia catalana prima di una possibile dichiarazione di indipendenza.


catalogna 2“Per la Costituzione spagnola il voto in Catalogna non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo”. Dopo che le televisioni e il web hanno fatto fare il giro del mondo alle immagini della corrida umana organizzata da Mariano Rajoy e portata a compimento dalla Guardia Civil ai suoi ordini e dopo ventiquattro ore di silenzio, il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker ha ritrovato un filo di voce e attraverso il suo portavoce, Margaritas Schinas, ha assunto una posizione talmente pilatesca da far impallidire quella tenuta da Ponzio Pilato nel processo che ha segnato duemila anni di storia. Anzi, Pilato al suo confronto fu addirittura temerario: tanto che tentò di salvare Gesù proponendo la sua liberazione in alternativa a quella di Barabba. La rituale condanna della violenza prodotta dalle forze di polizia al comando del suo compagno di partito, Rajoy, è meno del minimo sindacale di quel che da lui ci si potesse legittimamente attendere.

Ma tirarsi fuori da questa vicenda significa sostenere che questa Europa praticamente non esiste più e che il teorico capo del governo che la guida non muove foglia se i potenti (a cominciare dai tedeschi) non vogliono. Sostenere dopo quello che è avvenuto nelle strade di Barcellona e delle città catalane, che tra le parti deve tornare il dialogo senza un intervento “terzo”, di garanzia (non a caso richiesto da Barcellona), equivale a chiudere gli occhi di fronte alla realtà. E la realtà è la delegittimazione di un premier che non è riuscito a trovare una soluzione politica, che ha usato la violenza al posto delle idee, le ragioni della forza invece della forza della ragione. Probabilmente potendo contare a livello europeo sui potenti alleati di partito a cominciare dalla Merkel che nella guida della Spagna a livello economico gli ha lasciato spazi di cui gli altri (a cominciare dai greci) non hanno goduto.

È evidente a tutti che questa è una bomba nucleare nel cuore dell’Europa non semplicemente nel cuore della Spagna, che non è una questione interna nel momento in cui due milioni e duecentomila persone sfidando manganellate e proiettili di gomma, vanno in un seggio per far sentire la propria voce. Poi possiamo discutere sulla legittimità del referendum, sul fatto che si possa dichiarare l’indipendenza sulla base di una affluenza ampiamente inferiore al cinquanta per cento, che c’è stato da parte dei leader catalani una buona dose di avventurismo. Ma farsi di lato o da parte è per l’Unione una dichiarazione di fallimento perché se la Brexit è stata una vicenda in qualche misura subita, questa è una tragedia al contrario largamente voluta. È la dichiarazione di inutilità di una commissione e di un presidente che da un lato sogna di riformare l’Unione e dall’altro si ritira nelle sue stanze quando le situazioni diventano complicate facendo emergere il suo eccezionale deficit di leadership e autonomia. Giulio Andreotti soleva dire che in Italia c’erano due categorie di pazzi: quelli che si credevano Napoleone e quelli che pensavano di riformare le Ferrovie dello Stato. C’è un’altra categoria: quelli che pensano di cambiare l’Europa perdendone per strada i pezzi migliori.

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Di Maio lasci perdere il ‘padre nobile’ Pertini

Alla ricerca di “padri nobili” da esibire come fumo negli occhi a chi dovesse ritenerlo in grado di fare il capo del governo, Luigi Di Maio scopre una discendenza “politica” con Sandro Pertini. A parte il fatto che è sin troppo facile fare riferimento a un personaggio che ha conquistato giustamente grande popolarità essendo ancora oggi il presidente della Repubblica più amato d’Italia, in politica è sempre meglio evitare certi imbarazzanti paragoni. Inoltre va anche detto, che in quella generazione, se solo Di Maio si fosse applicato un po’ di più nella lettura e nello studio della politica e dei suoi personaggi, forse avrebbe trovato anche altri a cui fare riferimento. Chiaramente, però, per gli “altri “ sarebbe stato necessario motivare, spiegare e la cosa non sarebbe stata sintetizzabile in un tweet o in uno slogan da “fiera della vanità”. Quanto poi sappia di Pertini il nostro candidato-premier, non è dato sapere essendo nato esattamente un anno dopo l’uscita del miglior presidente italiano dalle stanze del Quirinale. Confidiamo che glielo abbiano spiegato con dovizia di particolari genitori e parenti vari. Ma, al momento, con Pertini, il giovane Di Maio ha veramente poco da spartire. Certo non la partecipazione (anche piuttosto eroica) alla Grande Guerra; a livello politico, il Presidente fu un grande socialista (il “compagno Sandro” anche da presidente) si batté contro il fascismo, fu perseguitato, rischiò la vita, andò in esilio, organizzò la fuga dall’Italia di Filippo Turati; a parte qualche folkloristica iniziativa con i suoi colleghi di partito nelle aule parlamentari, nulla di tutto ciò che si legge nella biografia di Pertini si rinviene in quella del candidato premier. Il fatto è che tutti quanti noi ci sentiamo orfani di Pertini e di una politica che era frequentata da personaggi straordinari come Nenni, Lombardi, Basso, De Martino e chi più ne ha più ne metta. Ecco perché per una forma di rispetto nei confronti di “padri” oggi decisamente troppo nobili (considerato l’attuale parterre politico, pentastellati compresi), Di Maio farebbe bene ad astenersi da certi imbarazzanti (soprattutto per lui) riferimenti. Provi a essere se stesso nella migliore versione possibile (e non l’abbiamo ancora vista) e lasci Pertini alla storia e al Pantheon nazionale.

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Macron pacifica la Libia e ridicolizza Alfano

Emmanuel Macron sembra essere riuscito a portare la pace laddove Nicolas Sarkozy portò solo la guerra trascinando tutta l’Europa in una avventura sino a poche ore fa senza soluzione. L’Italia resta ai margini, esattamente come ai tempi del governo di Silvio Berlusconi che a Gheddafi baciava le mani mentre il collega francese dell’epoca ridacchiava di lui in pubblico con Angela Merkel preparandosi a bombardare Tripoli e il dittatore senza avere una soluzione politica adeguata per il dopo. Ovviamente le opposizioni faranno il tiro al bersaglio sul governo Gentiloni. Ma è evidente che poco possono dire gli “eroi” del centro-destra (come la Meloni o Salvini) che erano al governo con Berlusconi quando venimmo ugualmente umiliati come nazione. Gli unici che possono legittimamente chiosare il comportamento del governo sono i pentastellati, non coinvolti oggi e non coinvolti ieri. La realtà, però, è molto semplice. Da tempo la politica estera dell’Italia è debole, guidata con scarsa autorevolezza, priva di una visione strategica. E pensare che tutto questo possa essere garantito da una figura criticabile e sbiadita come Angelino Alfano è esercizio veramente complicato e destinato a essere coronato da insuccesso. Per altre umilianti storie uno come l’attuale ministro degli esteri avrebbe dovuto abbandonare volontariamente la poltrona del Viminale. È evidente che anche in questo caso solo le dimissioni gli restituirebbero un minimo di dignità. Ma si guarderà bene dal presentarle. E noi continueremo a essere insieme a lui irrilevanti in Europa e ancor di più nel mondo.

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