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Di Maio lasci perdere il ‘padre nobile’ Pertini

Alla ricerca di “padri nobili” da esibire come fumo negli occhi a chi dovesse ritenerlo in grado di fare il capo del governo, Luigi Di Maio scopre una discendenza “politica” con Sandro Pertini. A parte il fatto che è sin troppo facile fare riferimento a un personaggio che ha conquistato giustamente grande popolarità essendo ancora oggi il presidente della Repubblica più amato d’Italia, in politica è sempre meglio evitare certi imbarazzanti paragoni. Inoltre va anche detto, che in quella generazione, se solo Di Maio si fosse applicato un po’ di più nella lettura e nello studio della politica e dei suoi personaggi, forse avrebbe trovato anche altri a cui fare riferimento. Chiaramente, però, per gli “altri “ sarebbe stato necessario motivare, spiegare e la cosa non sarebbe stata sintetizzabile in un tweet o in uno slogan da “fiera della vanità”. Quanto poi sappia di Pertini il nostro candidato-premier, non è dato sapere essendo nato esattamente un anno dopo l’uscita del miglior presidente italiano dalle stanze del Quirinale. Confidiamo che glielo abbiano spiegato con dovizia di particolari genitori e parenti vari. Ma, al momento, con Pertini, il giovane Di Maio ha veramente poco da spartire. Certo non la partecipazione (anche piuttosto eroica) alla Grande Guerra; a livello politico, il Presidente fu un grande socialista (il “compagno Sandro” anche da presidente) si batté contro il fascismo, fu perseguitato, rischiò la vita, andò in esilio, organizzò la fuga dall’Italia di Filippo Turati; a parte qualche folkloristica iniziativa con i suoi colleghi di partito nelle aule parlamentari, nulla di tutto ciò che si legge nella biografia di Pertini si rinviene in quella del candidato premier. Il fatto è che tutti quanti noi ci sentiamo orfani di Pertini e di una politica che era frequentata da personaggi straordinari come Nenni, Lombardi, Basso, De Martino e chi più ne ha più ne metta. Ecco perché per una forma di rispetto nei confronti di “padri” oggi decisamente troppo nobili (considerato l’attuale parterre politico, pentastellati compresi), Di Maio farebbe bene ad astenersi da certi imbarazzanti (soprattutto per lui) riferimenti. Provi a essere se stesso nella migliore versione possibile (e non l’abbiamo ancora vista) e lasci Pertini alla storia e al Pantheon nazionale.

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Macron pacifica la Libia e ridicolizza Alfano

Emmanuel Macron sembra essere riuscito a portare la pace laddove Nicolas Sarkozy portò solo la guerra trascinando tutta l’Europa in una avventura sino a poche ore fa senza soluzione. L’Italia resta ai margini, esattamente come ai tempi del governo di Silvio Berlusconi che a Gheddafi baciava le mani mentre il collega francese dell’epoca ridacchiava di lui in pubblico con Angela Merkel preparandosi a bombardare Tripoli e il dittatore senza avere una soluzione politica adeguata per il dopo. Ovviamente le opposizioni faranno il tiro al bersaglio sul governo Gentiloni. Ma è evidente che poco possono dire gli “eroi” del centro-destra (come la Meloni o Salvini) che erano al governo con Berlusconi quando venimmo ugualmente umiliati come nazione. Gli unici che possono legittimamente chiosare il comportamento del governo sono i pentastellati, non coinvolti oggi e non coinvolti ieri. La realtà, però, è molto semplice. Da tempo la politica estera dell’Italia è debole, guidata con scarsa autorevolezza, priva di una visione strategica. E pensare che tutto questo possa essere garantito da una figura criticabile e sbiadita come Angelino Alfano è esercizio veramente complicato e destinato a essere coronato da insuccesso. Per altre umilianti storie uno come l’attuale ministro degli esteri avrebbe dovuto abbandonare volontariamente la poltrona del Viminale. È evidente che anche in questo caso solo le dimissioni gli restituirebbero un minimo di dignità. Ma si guarderà bene dal presentarle. E noi continueremo a essere insieme a lui irrilevanti in Europa e ancor di più nel mondo.

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Giuseppe Tamburrano, compagno e storico coerente

Ci ha lasciato Giuseppe Tamburrano, storico, giornalista e autentico socialista. È stato consigliere di Pietro Nenni durante i governi di centro-sinistra. Qui di seguito riportiamo il ricordo della Fondazione dedicata a Pietro Nenni che lui ha creato e di cui è stato per trent’anni Presidente.


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Grazie Professore per tutto quel che ci hai dato

Non amo scrivere in prima persona ma per una volta vorrei concedermi questa licenza. Per me Giuseppe Tamburrano è sempre stato il Professore. Sin dai tempi in cui lavoravo in un giornale di provincia di ispirazione socialista e lo chiamavo per chiedergli di fornirmi le chiavi interpretative su quel che stava accadendo a livello politico. Roba di diversi decenni fa. Lui era sempre calmo, sereno, inanellava le parole con attenzione, certo non con la velocità con la quale vengono sciorinate sui social. Quell’attenzione nasceva dalla sua profonda preparazione. Le sue chiavi interpretative erano sempre ricche perché elaborate da una mente che alla frequentazione delle biblioteche aggiungeva il confronto con la realtà; vivificava il suo sapere nel fuoco della politica, cercando verifiche, alimentando anche dubbi, per sé e per gli altri. Giuseppe Tamburrano ci ha lasciato. Accanto a Nenni (ma non solo accanto a Nenni) ha fatto politica e ha partecipato all’esperienza migliore della sinistra di governo che questo Paese abbia avuto nei settant’anni che hanno fatto seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Ha fatto la storia ma l’ha anche scritta tenendo separate le passioni del militante dal rigore del ricercatore. In quegli anni turbolenti, segnati dal terrorismo, lui, telefonicamente, era per me una guida affidabile nella comprensione delle vicende che caratterizzavano il Partito Socialista. Mai avrei pensato nella mia vita di ritrovarmi accanto a lui nella Fondazione che lui ha creato e intitolato all’uomo che prima ha accompagnato nell’esperienza di governo e poi raccontato nei suoi scritti. L’ultima volta a casa sua mi indicò dietro la scrivania la poltrona che fu di Nenni invitandomi a sedermi. Declinai l’invito: temevo di commettere un reato di vanità. Mi raccontò di questa sua inestinguibile passione, nata per vie familiari, dell’ingiusta fine di un’idea straordinariamente nobile e altrettanto straordinariamente offesa dalla mediocrità degli uomini. Forse parlavamo più facilmente perché eravamo accomunati dalle origini, venendo tutti e due da quella lingua di terra che si proietta verso Oriente. Ma la coerenza metteva il Professore al riparo da quell’accusa di levantinismo che spesso viene rivolta ai pugliesi. Ci mancherà. Ancor di più mancherà a Gianna, sua straordinaria compagna di vita: a lei va tutta la nostra amicizia e la nostra solidarietà. Al Professore il nostro grazie.

A. M.
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L’Equità fiscale, una battaglia socialista in Europa

L’equità fiscale è un valore tipico della cultura socialista e quando i socialisti ancora in servizio effettivo in Europa se lo ricordano fanno buone battaglie.

All’Europarlamento di Strasburgo sono insorti contro una clausola di salvaguardia che sembra voler limitare il tentativo di introduzione di regole in grado di limitare eventuali pratiche di evasione od elusione delle imposte. Un altolà nei confronti delle multinazionali in particolare il cui… fluttuare fiscale è da tempo nel mirino europeo.

La clausola è spuntata in un emendamento proposto a quanto pare dagli euro liberali dell’Alde con l’appoggio del Ppe. E permetterebbe di non fare “trasparenza” su dati sensibili. Ed è noto quanto sia sensibile l’animo delle multinazionali verso il fisco… fino a desiderare con aneliti sinceri di imbattersi nei Paradisi… fiscali. Per i socialisti il capogruppo Pittella ha definito l’emendamento uno scandalo. Altri lo hanno bollato come una scappatoia che svuoterebbe d’incanto il provvedimento. Tanto a pagare qualcuno c’è sempre… i dipendenti ad esempio. E senza scappatoie.

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Mantova. “Fiamma” eletta con il Fascio Littorio

Le sorprese (elettorali) non finiscono mai. A Sermide e Felonica, provincia di Mantova, in Consiglio comunale è stata eletta la candidata Sindaco del movimento neofascista “Lista dei Fasci italiani del lavoro” Fiamma Negrini, 20 anni. Il partito locale ha raggiunto il 10.41% dei consensi, riuscendo a conquistare il suo seggio.


fiamma-negrini-696x652All’armi, siam fascisti: si candida e la votano pure

Lei si chiama Fiamma (nome evocativo) Negrini; si è presentata in provincia di Mantova (Sermide e Felonica) come candidata-sindaco, è stata eletta ottenendo il 10,41 per cento dei voti (334). Tutto bene? Mica tanto. Perché la giovane ragioniera si è presentata con la lista “Fasci Italiani del Lavoro”. Dice qualcosa? E dice qualcosa il fatto che il papà, Claudio Negrini, manifesti su Facebook grande simpatia per una certa destra tanto da riproporre lo slogan “Boia chi molla” associato, per chi non lo sapesse o lo avesse dimenticato, a una delle più torbide e sanguinose rivolte scatenate agli inizi degli anni Settanta in Italia (Reggio Calabria, una inquietante alleanza di piazza tra fascisti e aree della criminalità organizzata)? Il caso è stato denunciato dal quotidiano “la Repubblica” e ha incontrato la lodevole attenzione del presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha segnalato la questione al ministro dell’Interno, Marco Minniti. Perché, ancora una volta per chi si fosse distratto o avesse dimenticato, la ricostituzione del partito fascista è vietata dalla Costituzione (la stessa che la stragrande maggioranza degli italiani ha confermato il 4 dicembre 2016) e dalle successive leggi applicative; inoltre la presentazione delle liste con quei riferimenti erano vietate dalle “istruzioni” emanate dal Viminale per l’accettazione delle candidature. Certo non si può parlare di distrazione visto che quella lista era stata presentata nel 2002, 2007 e 2012. La morale di tutto questo è avvilente. Come italiani ogni giorno manifestiamo indignazione per la classe politica e l’accusiamo di ricordarci il passato, la Prima Repubblica in particolare, espressioni di disappunto manifestate probabilmente anche dal signor Negrini e dalla sua figliola, Fiamma.
Ma la Prima Repubblica, così vituperata, nasce dalla Resistenza e se la Resistenza non ci fosse stata difficilmente il signor Negrini e la figliola Fiamma avrebbero potuto presentarsi con una lista con il simbolo socialista o comunista o del Partito d’Azione (certo, questo pensiero ai due farà sicuramente venire l’orticaria, malanno comunque curabile). La realtà è che pensando al futuro, alcuni in questo paese finiscono per ricadere nel peggior passato, per giunta nel disinteresse generale, anche di coloro che dovrebbero controllare il rispetto della legge. E, d’altro canto, da tempo in Italia si agitano organizzazioni (anche “sdoganate” da partiti che sono stati e sognano di tornare al governo, come la Lega Nord) i cui esponenti si definiscono “fascisti del terzo millennio”. L’augurio è che si torni ad applicare la legge in maniera puntuale e severa, partendo dai Negrini (padre e figlia) e continuando con tutti quelli che al fascismo (dittatura che è stata instaurata in questo Paese non nella vicina Svizzera) si ispirano.

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Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami”

Quando Moro scrisse a Craxi: “Salvami” (articolo pubblicato dal Blog della Fondazione Pietro Nenni il  9 maggio 2016)

Aldo_Moro_brSono passati trentotto anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista. In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi

Caro Craxi, *
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti

tuo
Aldo Moro

*Aldo Moro (a cura di Miguel Gotor): Lettere dalla prigionia, Einaudi, 2008, euro 13,50

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Una primavera di licenziamenti a pioggia

Nel giorno in cui Paolo Gentiloni twitta felice sui dati relativi all’occupazione e Giuliano Poletti sciorina numeri che abbracciano un arco di tempo che va dalle guerre puniche ai giorni nostri, la rivista Altraeconomia lancia un allarme che non appare tanto infondato anche perché in tanti hanno sottolineato che alla boa del triennio di validità, il Jobs Act avrebbe potuto produrre effetti letali. In sostanza a partire da aprile potrebbero esserci licenziamenti “a pioggia”. La questione è semplice. La famosa riforma del lavoro varata dal governo presieduto da Matteo Renzi prevede la possibilità di licenziare chi è stato assunto dopo il 7 marzo del 2013, senza reintegro e con una indennità bloccata per i primi due anni. Altraeconomia sul tema dell’occupazione ha condotto un’ampia inchiesta pubblicata sul numero in edicola specificando che a primavera, però, la clausola economica verrà scongelata e quindi licenziare costerà progressivamente di più. Forse Gentiloni dovrebbe pensare seriamente a una riforma. Anzi: alla riforma della riforma.

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La ricetta di Poletti: Per trovare lavoro giocate a calcetto

Ora abbiamo capito perché in Italia i giovani non trovano lavoro: è tutta colpa della crisi del calcio, del fatto che pur essendo ancora lo sport più popolare ormai molti ragazzi preferiscono altre discipline sportive. In fondo è questa la spiegazione scientifica fornita dal principale esperto di questioni occupazionali del nostro Paese: Giuliano Poletti, ministro del lavoro. In un incontro a Bologna con un gruppo di studenti, ha affermato: “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando curriculum”. Pensa un po’ che imbecilli quei ragazzi che si sono sforzati di prendere un paio di lauree, qualche master in giro per il mondo, un dottorato. Avrebbero potuto risolvere tutto da bambini frequentando una bella scuola-calcio e poi, invece di iscriversi alla Normale di Pisa, assicurandosi una bella tessera di socio presso uno di quei circoli del tennis in cui si mescolano racchette e pallone in versione dimezzata (cinque invece di undici) rispetto a quello classico. Improvvisamente, pur senza particolari conoscenze e competenze, riceveranno un posto da direttore generale o, nel migliore dei casi, da amministratore delegato. Insomma, un bel palleggio e la carriera è assicurata. Perché lì, sul campo di calcetto si crea il rapporto di fiducia che poi, anche nella versione edulcorata di Poletti, sembra avere molto a che fare col clientelismo, il familismo o, peggio ancora, con la dimostrazione fattiva di una disponibilità futura e illimitata all’obbedienza e al servilismo “qualità” estremamente apprezzata tra i datori di lavoro. In fondo Poletti non ha detto una bugia. Ha semplicemente svelato, da manager, la sua vecchia e più profonda anima.

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Olanda: Wilders non trionfa, i socialdemocratici affondano

Wilders non ha sfondato, Rutte ha vinto male ma, soprattutto, i socialdemocratici (il Pvda) pagano con un tracollo (da 28 ad appena 9 seggi la partecipazione alla coalizione di governo mentre l’Sp, più a sinistra, ne ha presi 14 e i verdi ha addirittura moltiplicato per quattro la rappresentanza parlamentare, 16 contro i precedenti 4). Matteo Salvini e Marine Le Pen dovranno rinviare ad altra data i primi festeggiamenti: il partito della libertà xenofobo e islamofobo come si conviene all’attuale sovranismo non è riuscito a sfondare in Olanda. Ha ottenuto un buon successo, ha di fatto imposto l’agenda politica degli ultimi anni ma non è riuscito a trionfare: il Pvv ha ottenuto 19 seggi, quattro in più delle precedenti elezioni. Mark Rutte, con il suo Vvd (i liberali di destra) calerebbe di 10 seggi (31 invece di 41) ma resterebbe sempre al comando del primo partito e quindi in corsa per ottenere il terzo mandato da premier. Pur tenendo, calano di un seggio i socialisti dell’Sp.
Migliorano notevolmente le proprie posizioni i democristiani (da 13 a 16) e soprattutto i liberali progressisti (da 12 a 19). Ma i grandi sconfitti sono soprattutto i socialdemocratici guidati da Sharon Dijksma che senza giri di parole ha affermato: “Un colpo durissimo, un graffio alla nostra anima”. Il Pvda è il partito di Jeroen Dijsselbloem, capo dell’eurogruppo, una delle vestali europee delle politiche di austerità.
È evidente che la sconfitta del partito dei lavoratori è anche la conseguenza della partecipazione a un governo che a livello economico ha seguito i principi delle politiche liberiste. A Bruxelles tireranno un primo sospiro di sollievo ma al di là del temporaneo scampato pericolo, anche queste elezioni olandesi devono essere interpretate come un ultimo avviso ai naviganti: o si cambia rotta o si affonda. E questo vale soprattutto per le sinistre.

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La Ces denuncia:
in Italia salari a picco

Salari a picco. Una notizia decisamente negativa anche perché, nel frattempo, l’inflazione comincia a lanciare segnali di “vivacità”. E se la deflazione ha sino ad ora in qualche maniera attutito il problema tenendo faticosamente in linea di galleggiamento il potere d’acquisto, adesso i nodi accumulati in questi anni in cui i rinnovi contrattuali sono stati sistematicamente rinviati nell’indifferenza del governo che si è risvegliato soltanto alla vigilia del referendum costituzionale, vengono al pettine.

A segnalarli provvede la Confederazione dei sindacati europei (Ces). I salari dei lavoratori dipendenti italiani sono oggi più bassi che nel 2009 perché in questo lasso di tempo ogni anno ci siamo persi per strada lo 0,3 per cento del potere d’acquisto. Risultato: un arretramento del due per cento. Certo c’è chi è andato peggio di noi, cioè la Grecia massacrata da una politica di austerità imposta da un’Europa cieca e sorda (-3,1). Solo tre paesi europei possono dichiararsi soddisfatti (Germania, Bulgaria e Polonia): i salari nel periodo 2009-2013 sono aumentati più di quanto non abbiano fatto nel periodo 2001-2008. Altri 18, invece, si sono dovuti accontentare si aumenti minori rispetto al precedente periodo. Ma se altrove nel 2016 dagli stipendi sono arrivati segnali confortanti, in Italia, Francia e Grecia le cose non sono cambiate denunciando una situazione stagnante per giunta aggravata dal fatto che è calata anche la produttività per ora lavorata (-0,53).

I dati della Ces hanno sottolineato l’esistenza di un grosso problema e i sindacati sono scesi in campo per chiedere interventi. Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, dopo aver sollecitato il rinnovo dei contratti ancora aperti, ha affermato che “bisogna agire sulla leva fiscale con soluzioni incisive e strutturali” sottolineando che sino a quando le tasse saranno troppo pesanti sule buste-paga “i salari non cresceranno e l’economia non ripartirà”. Susanna Camusso, segretaria della Cgil, a sua volta ha ribadito come da tempo il sindacato denunci che in Italia si sta facendo “una politica come se ci fosse l’inflazione e invece c’è la deflazione”. Annamaria Furlan, leader della Cisl dai dati coglie una conseguenza: archiviare la politica “del rigore del fiscal compact” per rilanciare quella espansiva insieme “a una migliore redistribuzione del reddito”.

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