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Francesco Greco

“Masscult e Midcult”, è tutto relativizzato al tempo del bigdata

masscult_e_midcultChe cos’è l’arte?
Quando possiamo definire arte un film, un romanzo, un quadro, una musica?
E com’è cambiata nel tempo l’idea e la semantica dell’opera d’arte? Oggi che tutto, o quasi, è stato relativizzato. E viviamo il tempo (virale e liquido) delle fake-news centrifugate a ogni angolo del pianeta, del bigdata che ci spia se solo apponiamo un “like”, dei sovranismi e dei populismi che la gente crede siano antidoti efficaci alle perversioni della globalizzazione, ma che creano solo nuovi muri, fuori e dentro di noi?
Oggi ogni semantica è stata riscritta. I media decidono i nostri gusti sessuali, i trend, il pensiero politico, l’etica, ecc. (“condizionamento pavloviano”). Tracciano il solco, creano un luogo comune e ti fanno sentire inadeguato rispetto a esso se ti permetti di cantare fuori dal coro.
La cultura di massa ha i suoi feticci nazionalpopolari, kitsch, così avvolgenti che chiamarsene fuori è quasi impossibile. Il consumismo fa da pendant, la critica di parte, soggettiva il resto. Ci ritroviamo addosso bisogni dapprima creati e poi soddisfatti.
Dall’altra parte c’è la nicchia, la scansione elitaria del reale, al confine con lo snobismo e l’autoreferenzialità. In mezzo il limbo, la terra di nessuno. Che ci fa paura, ci terrorizza.
A darci qualche prezioso input, degli strumenti, per non finire sommersi dal relativismo culturale e anche filologico, Dwight Macdonald in “Masscult e Midcult”, Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 14, ottima traduzione di Mauro Maraschi (collana “La mala parte”).
Sono 15 piccoli saggi usciti negli USA nel 1960, quando – da noi – la tv era agli albori, ma stava unificando il Paese nei suoi riti e miti. E quindi all’apparenza datati. Non è così e il lettore è invitato a scoprirlo per conto suo, ben sapendo che il processo di rilettura dell’idea di arte data da almeno due secoli ed è ispido di contraddizioni nella profondità della sua epistemologia.
Già la biografia di Macdonald è curiosa e tutta da leggere, pregna com’è di inquietudine caratteriale e vivacità intellettuale.
A impreziosirlo, in appendice, un piccolo saggio di Umberto Eco. Attualissimo (anche nella rilettura di Adorno). Leggete: “La diffidenza verso la cultura di massa è diffidenza verso una forma di potere intellettuale capace di condurre i cittadini a uno stato di soggezione gregale, terreno fertile per qualsiasi avventura autoritaria”.
Più insidiosa e capziosa, diremmo noi, perché meno visibile. Ma gli autoritarismi non sono nati in modo soft, prima di mostrare la loro vera faccia e i loro istinti peggiori? Non si impara mai dai propri errori…

Emil M. Cioran, l’uomo che calunniò l’Universo

“Se si potesse vedere il proprio futuro si impazzirebbe all’istante”.
Un nichilista, un fatalista, un ipocondriaco, un iconoclasta dall’etica buddhista, coscienza critica di un’Europa crepuscolare, in rapido disfacimento, sulla via dell’eutanasia collettiva (élite e popoli, operai e intellettuali): chi fu davvero Emil M. Cioran e cosa ha rappresentato per la cultura europea del XX secolo?
Domanda cool, dacchè avvicinarsi all’uomo e alla sua opera è arduo, poiché egli stesso ha depistato, pregiudicandone, volutamente, l’approccio e la lettura.

cioranE infatti dorme sempre il sonno della ragione che genera mostri.
“La sola città in cui il ridicolo non uccide è Parigi…”. Di sicuro non uccise lui.
Nato in un villaggio della Romania, che sognerà per tutta la vita, impregnandolo di semantica, figlio di un pastore, trascorse quasi tutta la vita, appunto, a Parigi, solitario, sdegnato, appartato, distante dall’establishment culturale, di cui rifiutava persino i riconoscimenti, tanto da far dire a Fernando Savater:
Oggi che tutto lo è, che prima si diventa personaggi della tv spazzatura e poi si scrive qualcosa, sarebbe un sacco a disagio.
“Mi ubriaco dalla mattina alla sera di fallimenti”.
Il suo è quello dell’uomo del suo tempo, fra due guerre, gli “ismi”, l’uomo umiliato,e esiliato, la fine della Storia, Dio relativizzato, le domande senza risposta, l’autoironia amara, beffarda.
Cioran incarnò un grumo semantico unico, di rara forza escatologica, si direbbe barocca, sempre in via di decodificazione, e lo sarà anche in futuro.
Come intuì sin all’inizio della parabola letteraria Maurice Nadeau su “Combat” nel 1949:
Questo articolo lo mandò ai genitori, a significare che l’esilio cui si era costretto era fecondo e che forse non aveva avuto altre opzioni.
Ma a svelare tutto, o quasi, di sé, è lo stesso Cioran intervistato da Gabriel Liiceanu in “Emil Cioran, intrecci di una vita” (L’apocalisse secondo Cioran, l’ultima intervista filmata), a cura di Antonio De Gennaro, Mimesis, Milano 2018, pp. 152, euro 15,00 (collana “Filosofie” diretta da Pierre Dalla Vigna).
Qui il lettore confuso da mille messaggi e fake news, disincantato di oggi, che poco o nulla sa di Cioran, è preso per mano e portato nel labirinto oscuro dell’opera, e della vita stessa che vi è trasfigurata, di un uomo complesso, tormentato, diremmo barocco, quasi a richiamarne il dna mediterraneo (nel passaggio imperiale) della sua patria).
Colpito dall’Alzheimer, malattia che condanna all’oblio, morì il primo giugno del 1995. In rue de l’Odéon (Quartiere Latino) visse tutta la vita con Simone Bouè, che gli sopravvisse di poco più di due anni (morì l’11 settembre del 1997), mentre era in vacanza in Vandea: entrò in mare e non uscì più. Aveva appena decifrato, battuto a macchina e consegnato le 900 pagine dei “Quaderni” a Gallimard.
“Non riesco a credere, ma allo stesso tempo mi è impossibile non pensare alla fede”.

Lucia Votano. “La via della seta”… e del Premio Nobel

lucia votanoIgnoriamo la list dei premi Nobel in progress. Ma ci permettiamo di suggerire agli accademici di Svezia di tenere in stand-by la scienziata italiana Lucia Votano.
Ragazza del Sud (è nata a Villa San Giovanni, in Calabria) dove si passa la vita a lamentarsi, a trovare alibi, a piangere, deresponsabilizzarsi, partendo dal liceo “Francesco Campanella” di Reggio C., è diventata una scienziata di primissimo piano e in tempi di scarsità di modelli positivi (specie di genere), mentre abbondano quelli negativi, la sua biografia può anche avere una valenza pedagogica.
E infatti, alle ultime pagine, si rivolge alle “giovani donne”: “Non abbiate timore di intraprendere la carriera scientifica, perché non ci sono limitazioni genetiche…”.
È vero in parte, perché ostacoli culturali lei ne ha affrontati e superati con la determinazione della donna che sa di partire da una doppi condizione “inferiore”: donna e meridionale. Ma forse proprio questa coscienza ha moltiplicato le energie, riuscendo anche a non creare “vuoti” nella vita affettiva e sentimentale, di moglie e madre, nonostante – come lei stessa afferma – il contesto collabori poco. E nonostante tutto, pur senza le asprezze del femminismo, Lucia ha realizzato il suo sogno (che era anche quello del padre medico condotto).
“La via della seta” (La fisica da Enrico Fermi alla Cina), De Renzo Editore, Roma 2017, pp. 136, euro 12,50 (collana “Dialoghi”) è un’autobiografia realista, commuovente, a tratti lirica.lucia-votano-libro
Che corre su più livelli: il fisico che ha a che fare con i neutrini, i muoni, le astro particelle. Dentro al mood intimo di più progetti, l’ultimo in Cina (JUNO). I ruoli dirigenziali, di grande responsabilità (anche facendo ottenere borse di studio a ricercatori di paesi emergenti), tra il Laboratorio di Frascati, il Gran Sasso, il CERN di Ginevra e infine dentro un gruppo melting-pot in Cina.
La scienziata ci spiega che la ricerca è ormai trasversale a paesi, civiltà, culture, fedi religiose. E mentre la Cina fa enormi investimenti (come anche il Giappone, la Corea del Sud,ecc.), ci fa capire, con rabbia trattenuta, che l’Italia è in un declino esponenziale, che data dagli anni Sessanta, quando fummo capaci di inquisire Luigi Ippolito, che i fondi sono pochi e, peggio, la scienza non è vista e vissuta con fiera opportunità, ma culturalmente è considerata quasi una noiosa appendice.
Una Grande Italiana, forte e generosa, che darà ancora tanto alla scienza, al paese e a tutte le donne. E di cui siamo tutti orgogliosi.

“Anschluss”, così la Germania tornò grande

giaccheProfetico Khol: “A nessuno andrà peggio di prima, a molti andrà meglio”. In realtà andrà meglio a tutta la Germania, che con la riunificazione assumerà un maggiore peso politico con cui determinerà i destini dell’UE.

Due le icone cool che affiorano alla memoria di quei giorni convulsi: microfono in mano, Lilli Gruber sotto la Porta di Brandeburgo (9 novembre 1989) e i tedeschi dell’Est che, sguardo trasognato, come se tornassero nel Paradiso perduto, sciamano a ovest (1 luglio 1990), ansiosi di cambiare i risparmi in marchi sonanti.

E l’unificazione delle due Germanie nate dalla fine del sogno hitleriano sulle macerie del Terzo Reich fu cosa fatta. Un successo del cancelliere Helmut Khol. Sul background però si è lesinato sui dettagli, ci hanno dato elementi sociologici, quasi folkloristici: eravamo in credito di retroscena, di dinamiche socio-economiche, contesti micro-meso-macro, sfondi storici e geo-politici.

Si sa come funziona al tempo della comunicazione globale e della società liquida: si crea una suggestione mediatica, un mantra, si inventa uno storytelling, una vulgata, per cui a un certo punto una cosa appare logica, necessaria, inevitabile. La Storia a volte conferma la bontà dell’accelerazione di certi processi, altre volte smentisce.

ANNESSIONE_coverCon puntiglio analitico e dovizia di particolari, a ricostruire quel complesso momento storico che, in tutta evidenza, influenza le sorti dell’Europa, ci ha provato Vladimiro Giacchè (La Spezia, 1963) in “Anschluss” – L’annessione (L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa), Edizioni Imprimatur, Reggio Emilia 2016, pp. 212, euro 9.90 (giunto alla seconda edizione).

Con documenti di prima mano, anche in lingua tedesca (ha studiato a Pisa e anche in Germania), Giacchè non parte da assunti che porge al lettore, viceversa, lo smonta come si fa con un giocattolo e spiega i meccanismi interni intrecciando i livelli di un’indagine polisemica, echi e rimandi, personaggi e contesti.

Per andare a fare la spesa a ovest (e avere “infrastrutture ricostruiti, centri storici risanati”), i tedeschi dell’Est hanno sacrificato tutto: risparmi, ceto intellettuale, imprese, ecc. Hanno subìto “le privatizzazioni peggiori d’Europa” (della compagnia di bandiera, per esempio). Crollo di pil, export, occupazione. Così la Germania ricca ha condiviso il proprio “modello vincente”.

Guai ai vinti!, disse uno che ne capiva. Ai tedeschi orientali non restava che passare sotto il giogo delle lobby, banche, poteri forti. Il conto dell’unificazione l’ha pagato la Rdt.

Il comunismo si è rivelato un’ideologia di enunciazioni, e ai popoli che ci avevano creduto non restava che farsi annettere contrattando sulle macerie del fallimento.

Francesco Greco

Albania. Storia e leggende del popolo delle aquile

TIRANA,Albania,08/12/98.-Child heldind the national flag on the Demokratik Party supporter's shoulders ,on the memory of the students' strike of 8 years ago.(ANSA Photo Gent Shkullaku)

TIRANA, Albania, 08/12/98. (ANSA Photo Gent Shkullaku)

Curioso e tragico il destino del popolo albanese, che da sempre vive oppresso “dall’occupante di turno e i più elevati capiclan”. Un potere tribale, retto da “una piramidalità gelosa ed esibita” e da leggi morali che echeggiano mondi perduti.
Dai Pelasgi – i loro “padri”, per quel poco che si riesce a capire – al geniale Scanderbeg che beffò i Turchi, Re Zogu e l’occupazione fascista, passando per l’ateismo militante di Henver Hoxia e gentile signora omaggiata finanche da Madre Teresa la macedone. Una terra dove “la polizia politica sapeva tutto, controllava tutto, soffocava tutto” e poi i flirt con Urss e Cina (“Non si può certo chiamare zio il porco”), l’isolamento e l’ortodossia marxista, i piani industriali falliti, la Sigurimi che cambia nome ma non concept, la visita di Giovani Paolo II e Prodi, gli aiuti economici dell’Occidente, la nascita del Partito democratico (gemmazione del Partito del lavoro nato dalle ceneri del comunismo), Ramiz Alia (Scutari), anni ’80, cupo burocrate svezzato a Mosca critico con la perestrojka, che tentò di usare per eternare il partito e impedire la deriva del Paese, e poi Vlora 91 (“Lamerica”), le rivolte, le galere aperte, le truffe con le finanziarie tollerate da Sari Berisha, fino a Fatos Nano e oggi Edi Rama.
Una storia tormentata, un dna complesso, un po’ tragedia greca, un po’ commedia latina.
Poco meno di 3 milioni di abitanti sparsi su 28.746 km quadrati, profonde differenze antropologiche e religiose fra Nord e Sud, la gente delle coste (commerci e artigianato) e dell’interno rurale (pastorizia, allevamenti, agricoltura), divisa in quattro confessioni religiosi, nell’anno dedicato all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg (morì nel 1468, 550 anni fa), che dovrebbe rappresentare l’elemento unificante della Nazione, un saggio aiuta a leggere il loro passato e a tentare di decifrare il futuro.
”Storia del popolo albanese” (Dalle origini ai giorni nostri), di Ettore Marino (Cosenza, 1966), Donzelli Editore, Roma 2018, pp. 220, euro 26,00 entra negli interstizi più reconditi della storia dell’Albania dall’identità sfaccettata, sospesa fra Oriente e Occidente, Balcani e Mediterraneo. e dà un retroterra dialettico a un Paese dinamico e vivo di oggi, che sta nella Nato e vorrebbe far parte dell’Europa (che è nei suoi cromosomi), che da un anno ha riconfermato il riformista Edi Rama (un artista), il cui Pil cresce tumultuosamente grazie anche all’intreccio fra l’economia legale e nera, e le cui bellezze sconosciute richiamano 5 milioni di turisti all’anno in questo secondo decennio del XXI secolo. Corruzione e giustizia abborracciata, traffici sporchi, ecc. È come aver liberato un animale selvaggio.
Arbresh di Vaccarizzo Albanese, Marino ci ha messo la passione dell’appartenenza, la profondità delle radici dei padri, il pathos della memoria insonne quanto impietosa, che nulla tace, nasconde, addomestica. Attingendo col metodo più rigoroso a una bibliografia sconfinata.
Dal poeta Agolli (morto un anno fa) a Kadare, l’esito è un saggio utile, necessario, che spiega le sedimentazioni storiche di un paese amico, dipana splendori e miserie di un popolo che noi del Sud sentiamo “fratello” tante e di varie modulazioni sono le sovrapposizioni storiche e culturali.
Magari lo adottassero nelle scuole di Tirana e Valona, formatterebbe le ultime, inconsce resistenze che tarpano ali alla nuova Albania.