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Francesco Greco

Russell e l’immortale “trionfo della stupidità”

Folgorante l’incipit: “Ci hanno sempre ripetuto che il sesso fu inflitto ad Adamo ed Eva come punizione dopo la Caduta. A tutt’oggi, per quello che sono riuscito a capirne, tendo a essere d’accordo…”.
Sublime Bertrand Russell.

stupiditàCome i vini, c’è quello migliore in queste 54 tessere di un puzzle in cui riflette da par suo sul sesso, la vecchiaia, la politica, il matrimonio, l’amore, il progresso, la libertà, l’etica, la verità e la scienza, ecc.
Dà il meglio di se stesso, e in ceri squarci si supera in quanto a ironia, originalità, spesso velenosa ferocia nel destrutturare lo status quo, ribaltare tutti, o quasi, i topoi della cultura dominante del XX secolo. Anzi, a leggere bene, il suo pensiero è di sorprendente modernità, attuale, si direbbe quasi rivoluzionario.
Leggete qua: “Durante la Rivoluzione francese, quando il regno del Terrore giunse alla fine, si scoprì che fra i politici non era sopravvissuto nessuno, a parte i codardi… dovunque esista organizzazione la codardia sarà sempre ritenuta più vantaggiosa del coraggio… imprese, scuole, manicomi e simili preferiranno il flessuoso leccapiedi all’uomo schietto e dal giudizio indipendente… In politica è necessario lusingare i capi; in marina professare antiquate vedute sulla strategia navale; nell’esercito mantenere una visione medievale su ogni cosa; nel giornalismo salariati devono usare il proprio cervello per dar voce alle opinioni dei milionari…”.
Ecco spiegato perché su Russell è quasi caduta la damnatio memoriae, nessuno lo cita più. I tiranni del suo secolo l’hanno combattuto, e si comprende perché, i finti democratici rimosso: ne svelava l’ontologico relativismo, quel loro vendere merce avariata. Entrambi ce lo hanno nascosto, depotenziato, derubricato; vade retro, Russell!
D’altronde, come fidarsi di uno che il 26 aprile 1933 scriveva: “E’ curioso notare che quegli Stati che proclamavano a gran voce la democrazia fossero anche Stati…”.?
Onore e gloria a Piano B Edizioni che ne “Il trionfo della stupidità” (Saggi americani 1931-1935), pp. 176, euro 14,00, Prato 2017 (collana “La mala parte”, ottima la traduzione di Andrea Roveda), ha assemblato quattro anni di collaborazione del filosofo (ma genio a tutto tondo: logico, matematico, educatore, moralista, riformatore sociale, pacifista) all’inserto letterario del “New York American” (gruppo Hearst).
“Spettatore di tutto il tempo e di tutta l’esistenza” (Platone), Russell ci consegna, anche in questi scritti veloci, illuminazioni, un “manifesto” per l’uomo libero, che si riprende il suo libero arbitrio e lo esercita a ogni costo. Attualissimo al tempo del conformismo di massa, indotto o estorto, melassa disgustosa che ammanta le nostre miserabili esistenze.

Taranto, acciaio e Picasso spuntarono fra gli ulivi

taranto_fa_l_amore_a_senso_unicoEra bella Taranto nell’altro secolo. Ma anche prima…
Ci fu un tempo lontano, tristemente perduto, in cui fu “città-stato” di Messapia che batteva moneta propria (col delfino sul dorso) e poi colonia della Polis di Pericle e Platone (Magna Grecia).
Se la genetica spiega tutto e il dna è immortale, nel dopoguerra del boom economico fu “capitale” europea e mediterranea dell’acciaio di Stato e al contempo della cultura, l’arte, il cinema, il teatro, l’editoria, la grafica, la fotografia, ecc.
I contadini posarono aratri, zappe e falci in un angolo delle masserie e divennero operai (una falange di 20mila giovani e forti “metalmezzadri” li chiamava Walter Tobagi).
Varcati i cancelli del Siderurgico, entrarono nella modernità e nel secondo Novecento: impararono a domare il fuoco ma anche a riconoscere il Picasso blu e il Van Gogh “mangiatore di fagioli”, ammirarono Kokoskha e si persero nei voli pindarici di Marc Chagall, appresero silenti dei colli di Modigliani e l’audacia di Le Courbusier li zittì.
I grandi “nomi” dell’establishment culturale anni Sessanta firmavano sugli house organ della siderurgia pubblica con cui un’Italia povera di materie prime sfidò il mondo divenendone la quinta potenza.
Taranto fu un’agorà mediterranea impregnata di sole, arata dalle fertili provocazioni delle avanguardie artistiche, italiane e non.
Una “rivoluzione” scagliata nel tempo, che vagheggiava l’uomo nuovo, densa di infinite visioni e significati significanti, ancora forse da decodificare in questi anni di fumi e di morte, di scalate, di processi, di politici non all’altezza, di ricorsi al Tar, di contraddizioni che si vogliono far pagare all’operaio, il soggetto più debole.
Si è persa quasi memoria di quando acciaio & cultura eran ontologicamente intrecciati, un tutt’uno, e forse non nacquero da input neocapitalistici e paternalistici (anche se non furono “idilliaci”), ma si trasfigurarono in sfide maieutiche, pregne di valori universali, immortali. Taranto fu “laboratorio” di sperimentazioni produttive interfacciate in campo sociale, culturale, civile, ecc. Insomma, per dirla con Nietsche, era “postuma di se stessa”.
Di tale background storico, fellinianamente, poco si sapeva e tutto s’immaginava, poiché tutto cadde nell’oblio, fu oscurato, rimosso, e non per caso.
A riaprire quello scrigno di splendore e pathos dialettico, di provocazioni e illuminazioni ancora vive “Taranto fa l’amore a senso unico” (Esperienze artistiche nei primi anni dell’Italsider: 1960-1975), di Gianluca Marinelli, Argo Editrice, Lecce 2012, pp. 80, euro 16,00 (Collana “A Sud del Novecento”, assai emozionante il corredo fotografico).
L’Italsider è assimilata alla Pirelli e la Olivetti e Taranto, col suo hinterland e il prezioso capitale umano, brillarono con i loro topoi affollati di messaggi subliminali e non, input creativi ed estetici.
Ma storicamente, dopo Franceschiello, tutto ciò che accade a Mezzogiorno è derubricato a evento minore, marginale, nullo di significato: folklore o al limite degno di curiosità antropologica. Soffocato dalla perfida gramigna dei luoghi comuni (da Lombroso a Cialdini a Salvini, il più insidioso).
Con la complicità del “pensiero” organico, i pifferai del nichilismo, i politici ologrammi che cantano nel coro per solidificare lo status quo, casta di parassiti che non immaginano che si può anche lavorare, o fare altro.
La colonizzazione culturale è realtà anche oggi, per cui il bello e il genius loci a Sud sono prima letti con password relativizzante, poi formattati ex abrupto. Sono i frutti aspri della retorica unitaria, ormai comunque destrutturata.
Non che ai meridionali importi granché: sanno del loro passato, la mappatura del loro dna e hanno abbastanza autostima per bypassare il sussiego della cultura ufficiale col classico dantesco “non ti curar di loro ma guarda e passa”.
Ma quando si ruppe l’incantesimo rivoluzionario e dadaista che osò “avvicinare ai fatti dell’arte la nuova forza lavoro” e ci fu il black-out, la crasi del senso e “la collaborazione dell’intellettuale umanista con l’industria”?
La ferita nell’anima illuminista del Sud divenne l’ispido incubo d’oggi, fra crisi identitaria e lavoro perduto, aria irrespirabile, malattie devastanti, morti bianche. Coincise forse con la privatizzazione o tutto era contenuto già nel pubblico? Materia per un altro saggio.
Con toni appassionati, Marinelli ricostruisce quel tempo denso di nuovo, documenta i suoi echi polisemici, quando la civiltà contadina si trasfigurò in laminatoi e altoforni, Cipputi e le tute blu tentarono di rubare il fuoco a Prometeo e dare l’assalto al cielo: una citazione a tutto tondo della rivoluzione industriale inglese e Usa (“Sento cantare l’America…”, W. Whitman).
Le scansioni rivoluzionarie, utopistiche, da realismo socialista in riuva al Mediterraneo (venato però da un umanesimo soft, sospeso fra Cristianesimo e Lumi): l’ingenua fiducia nel progresso della classe operaia meridiana che aveva trovato il suo paradiso, il sol dell’avvenire, senza asprezze ideologiche.
Forse ulivi e masserie furono formattati senza una riflessione adeguata: magari potevano convivere con l’altoforno, integrarsi, proseguire sulla via del progresso. La monocultura è sempre un rischio e si rivelò fatale.
Oggi non si sa come uscirne, recuperare l’anima del passato (fare pil anche con la sontuosità barocca delle sue icone e con l’eno-gastronomia?).
Ma nel suo primo decennio di vita, dice Marinelli carte alla mano, la Taranto in b/n aveva futuristicamente fretta, la velocità fu un valore pregnante, da febbre dell’oro, quando arte e grande industria furono un Giano bifronte di grande potenza e fascino, dense di avvenire, di protagonismo storico e umano.
Acciaio & cultura potevano leggersi come una citazione del mantra leninista della Rivoluzione d’Ottobre: soviet + elettrificazione = rivoluzione. L’acciaio di Stato (“illuminato”) fece di Taranto “la Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”. Una sfida epocale innervata da una weltanshauung di sovrapposizioni storiche, al confine del palingenetico: un format, a ben vedere, che si sarebbe potuto esportare ovunque, pure agli altri sud del pianeta, se solo ci avessimo pensato e provato.
Anche gli ex contadini di altre latitudini si sarebbero potuto portare a casa un Kandinskij (“le opere vendute sono andate oltre il previsto…”): i tarantini le appendevano nel salotto buono magari comprato a rate.
Ma qualcosa si spezzò: dai versi ermetici di Ungaretti e la prosa aspra di Sciascia, i fantasmi afferrarono gli stregoni che li avevano evocati e si scivolò verso le patologie: la morte bussò casa per casa estorcendo sacrifici umani sull’ara pagana del progresso divenuto d’improvviso “nemico”.
Un cambio di passo imprevisto: politici e brain-group non seppero evitarlo in un Paese al fondo provinciale, rurale, culturalmente fragile, d’istinto opportunista e anarcoide, dove l’etica è sempre piegata a interessi piccini piccini, se non meschini, e il pensiero è subalterno a mille giochi e gioghi. Una terra su cui poi si è posato il guano micidiale del berlusconismo, facendola stramazzare.
Un’infida palude da cui non si sa come sortire, che ha costi sociali e umani enormi, impossibili. Un modello di sviluppo che fece di Taranto una “capitale” – come Napoli lo era stata con i Borboni – è in crisi, urgono idee forti da mettere in campo per riscriverne un altro soft, che contempli il bene comune e gli interessi dell’impresa e del popolo.
Stop and go, il bel saggio di Marinelli ci indica dove attingere la materia per ricominciare. Ci dice che il fuoco greco è sempre acceso e nuovo know-how, contadini, magari con la laurea, aspettano al bar di Viale Magna Grecia e a Villa Peripato e nuovi mercati incombono.
E se, come la fenice risorge dalle sue stesse ceneri, la fine dell’Ilva che s’approssima, fosse un altro inizio nella società liquida e precaria che abbiamo messo su?

Quell’ansia di “lumi” di Artemisia Gentileschi

artemisia-gentileschiÈ vittima di un riflesso condizionato, quasi un pregiudizio che dura da quattro secoli. Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593, primogenita e unica donna di quattro figli) richiama subito il file dello stupro a opera del pittore Agostino Tassi (6 maggio 1611) e il processo che ne seguì.
Che montò una nuvola di morbosità in tutta Roma attorno alla ragazza ancora in boccio, tanto che il padre, Orazio, pensò di scrivere una lettera a Cristina di Lorena, vedova di Ferdinando I de’ Medici (12 luglio 1612) per vantarne le precoci doti artistiche.
In realtà, per mandarla a Firenze, sottraendola in tal modo al ruolo di “vittima” a vita che l’avrebbe segnata e pregiudicato la carriera, la mission.
Artemisia è la luce, poiché tutto è nella luce.
Essa svela la realtà e i suoi mille chiaroscuri, l’anima e le sue facce nascoste, lo sguardo e i suoi infiniti orizzonti, le visioni e i deliri.
Fu la “poiesis” di Federico Fellini, resse tutta la sua monumentale opera. Nn era un’intuizione originale, era stata dapprima di Caravaggio e di Artemisia Gentileschi, contemporanei, che rubarono al cielo e alla terra quella luce violenta e pura che piove verticale su ogni cosa e che ci rende impotenti e muti, talvolta sgomenti e increduli, incapaci di un pensiero.
Se i Lumi furono anche un’ansia diffusa di modernità, una febbre, una smania di padroneggiare il proprio destino sortendo dalle tenebre e le superstizioni del Medioevo, in cui l’oscurantismo cattolico aveva tenuto i popoli, si può dire senza tema di smentita che Artemisia Gentileschi è stata una protagonista geniale e coraggiosa (anche per la sua parabola esistenziale), audace e innovativa, e si pone, per l’appunto, allo snodo fra un mondo destrutturato, in rapida decomposizione, e un altro tutto da inventare, esplorare, da costruire su postulati del tutto inediti, che al suo tempo erano appena vagheggiati. Ma anche un’icona immortale del femminismo ante litteram. Lo si intravede nell’opera tutta: la Giuditta che decapita il generale assiro Oloferne, per esempio, non è, psicanaliticamente, la proiezione di se stessa?
“Artemisia Gentileschi”, di Alessandro Grassi, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 272, euro 25,00, ricostruisce la vita, i viaggi, le traversie, le relazioni sociali e, ovvio, l’opera di una pittrice che segna il suo tempo, col rischio che la dimensione artistica, pubblica, ne venisse “soffocata”.
Un’opera sontuosa, impegnativa (realizzata al meglio da Federica Fontini, Stefano Fabbri, Elena Mariotti, traduzioni di Samuele Grassi), ma dettata anche da un evidente codice divulgativo (nel solco delle mostre dell’ultimo secolo), un tentativo di rendere “popolare” un’artista geniale e ribelle, nata postuma di se stessa, in cui ogni donna può specchiarsi e ritrovarsi, appropriandosene.
Sfatta dalle malattie, la grande artista morì, si crede, all’inizio del 1564. Fu sepolta in San Giovanni dei Fiorentini, ma della tomba non v’è più traccia. Resta la sua opera, immortale.

“Masscult e Midcult”, è tutto relativizzato al tempo del bigdata

masscult_e_midcultChe cos’è l’arte?
Quando possiamo definire arte un film, un romanzo, un quadro, una musica?
E com’è cambiata nel tempo l’idea e la semantica dell’opera d’arte? Oggi che tutto, o quasi, è stato relativizzato. E viviamo il tempo (virale e liquido) delle fake-news centrifugate a ogni angolo del pianeta, del bigdata che ci spia se solo apponiamo un “like”, dei sovranismi e dei populismi che la gente crede siano antidoti efficaci alle perversioni della globalizzazione, ma che creano solo nuovi muri, fuori e dentro di noi?
Oggi ogni semantica è stata riscritta. I media decidono i nostri gusti sessuali, i trend, il pensiero politico, l’etica, ecc. (“condizionamento pavloviano”). Tracciano il solco, creano un luogo comune e ti fanno sentire inadeguato rispetto a esso se ti permetti di cantare fuori dal coro.
La cultura di massa ha i suoi feticci nazionalpopolari, kitsch, così avvolgenti che chiamarsene fuori è quasi impossibile. Il consumismo fa da pendant, la critica di parte, soggettiva il resto. Ci ritroviamo addosso bisogni dapprima creati e poi soddisfatti.
Dall’altra parte c’è la nicchia, la scansione elitaria del reale, al confine con lo snobismo e l’autoreferenzialità. In mezzo il limbo, la terra di nessuno. Che ci fa paura, ci terrorizza.
A darci qualche prezioso input, degli strumenti, per non finire sommersi dal relativismo culturale e anche filologico, Dwight Macdonald in “Masscult e Midcult”, Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 14, ottima traduzione di Mauro Maraschi (collana “La mala parte”).
Sono 15 piccoli saggi usciti negli USA nel 1960, quando – da noi – la tv era agli albori, ma stava unificando il Paese nei suoi riti e miti. E quindi all’apparenza datati. Non è così e il lettore è invitato a scoprirlo per conto suo, ben sapendo che il processo di rilettura dell’idea di arte data da almeno due secoli ed è ispido di contraddizioni nella profondità della sua epistemologia.
Già la biografia di Macdonald è curiosa e tutta da leggere, pregna com’è di inquietudine caratteriale e vivacità intellettuale.
A impreziosirlo, in appendice, un piccolo saggio di Umberto Eco. Attualissimo (anche nella rilettura di Adorno). Leggete: “La diffidenza verso la cultura di massa è diffidenza verso una forma di potere intellettuale capace di condurre i cittadini a uno stato di soggezione gregale, terreno fertile per qualsiasi avventura autoritaria”.
Più insidiosa e capziosa, diremmo noi, perché meno visibile. Ma gli autoritarismi non sono nati in modo soft, prima di mostrare la loro vera faccia e i loro istinti peggiori? Non si impara mai dai propri errori…

Emil M. Cioran, l’uomo che calunniò l’Universo

“Se si potesse vedere il proprio futuro si impazzirebbe all’istante”.
Un nichilista, un fatalista, un ipocondriaco, un iconoclasta dall’etica buddhista, coscienza critica di un’Europa crepuscolare, in rapido disfacimento, sulla via dell’eutanasia collettiva (élite e popoli, operai e intellettuali): chi fu davvero Emil M. Cioran e cosa ha rappresentato per la cultura europea del XX secolo?
Domanda cool, dacchè avvicinarsi all’uomo e alla sua opera è arduo, poiché egli stesso ha depistato, pregiudicandone, volutamente, l’approccio e la lettura.

cioranE infatti dorme sempre il sonno della ragione che genera mostri.
“La sola città in cui il ridicolo non uccide è Parigi…”. Di sicuro non uccise lui.
Nato in un villaggio della Romania, che sognerà per tutta la vita, impregnandolo di semantica, figlio di un pastore, trascorse quasi tutta la vita, appunto, a Parigi, solitario, sdegnato, appartato, distante dall’establishment culturale, di cui rifiutava persino i riconoscimenti, tanto da far dire a Fernando Savater:
Oggi che tutto lo è, che prima si diventa personaggi della tv spazzatura e poi si scrive qualcosa, sarebbe un sacco a disagio.
“Mi ubriaco dalla mattina alla sera di fallimenti”.
Il suo è quello dell’uomo del suo tempo, fra due guerre, gli “ismi”, l’uomo umiliato,e esiliato, la fine della Storia, Dio relativizzato, le domande senza risposta, l’autoironia amara, beffarda.
Cioran incarnò un grumo semantico unico, di rara forza escatologica, si direbbe barocca, sempre in via di decodificazione, e lo sarà anche in futuro.
Come intuì sin all’inizio della parabola letteraria Maurice Nadeau su “Combat” nel 1949:
Questo articolo lo mandò ai genitori, a significare che l’esilio cui si era costretto era fecondo e che forse non aveva avuto altre opzioni.
Ma a svelare tutto, o quasi, di sé, è lo stesso Cioran intervistato da Gabriel Liiceanu in “Emil Cioran, intrecci di una vita” (L’apocalisse secondo Cioran, l’ultima intervista filmata), a cura di Antonio De Gennaro, Mimesis, Milano 2018, pp. 152, euro 15,00 (collana “Filosofie” diretta da Pierre Dalla Vigna).
Qui il lettore confuso da mille messaggi e fake news, disincantato di oggi, che poco o nulla sa di Cioran, è preso per mano e portato nel labirinto oscuro dell’opera, e della vita stessa che vi è trasfigurata, di un uomo complesso, tormentato, diremmo barocco, quasi a richiamarne il dna mediterraneo (nel passaggio imperiale) della sua patria).
Colpito dall’Alzheimer, malattia che condanna all’oblio, morì il primo giugno del 1995. In rue de l’Odéon (Quartiere Latino) visse tutta la vita con Simone Bouè, che gli sopravvisse di poco più di due anni (morì l’11 settembre del 1997), mentre era in vacanza in Vandea: entrò in mare e non uscì più. Aveva appena decifrato, battuto a macchina e consegnato le 900 pagine dei “Quaderni” a Gallimard.
“Non riesco a credere, ma allo stesso tempo mi è impossibile non pensare alla fede”.

Lucia Votano. “La via della seta”… e del Premio Nobel

lucia votanoIgnoriamo la list dei premi Nobel in progress. Ma ci permettiamo di suggerire agli accademici di Svezia di tenere in stand-by la scienziata italiana Lucia Votano.
Ragazza del Sud (è nata a Villa San Giovanni, in Calabria) dove si passa la vita a lamentarsi, a trovare alibi, a piangere, deresponsabilizzarsi, partendo dal liceo “Francesco Campanella” di Reggio C., è diventata una scienziata di primissimo piano e in tempi di scarsità di modelli positivi (specie di genere), mentre abbondano quelli negativi, la sua biografia può anche avere una valenza pedagogica.
E infatti, alle ultime pagine, si rivolge alle “giovani donne”: “Non abbiate timore di intraprendere la carriera scientifica, perché non ci sono limitazioni genetiche…”.
È vero in parte, perché ostacoli culturali lei ne ha affrontati e superati con la determinazione della donna che sa di partire da una doppi condizione “inferiore”: donna e meridionale. Ma forse proprio questa coscienza ha moltiplicato le energie, riuscendo anche a non creare “vuoti” nella vita affettiva e sentimentale, di moglie e madre, nonostante – come lei stessa afferma – il contesto collabori poco. E nonostante tutto, pur senza le asprezze del femminismo, Lucia ha realizzato il suo sogno (che era anche quello del padre medico condotto).
“La via della seta” (La fisica da Enrico Fermi alla Cina), De Renzo Editore, Roma 2017, pp. 136, euro 12,50 (collana “Dialoghi”) è un’autobiografia realista, commuovente, a tratti lirica.lucia-votano-libro
Che corre su più livelli: il fisico che ha a che fare con i neutrini, i muoni, le astro particelle. Dentro al mood intimo di più progetti, l’ultimo in Cina (JUNO). I ruoli dirigenziali, di grande responsabilità (anche facendo ottenere borse di studio a ricercatori di paesi emergenti), tra il Laboratorio di Frascati, il Gran Sasso, il CERN di Ginevra e infine dentro un gruppo melting-pot in Cina.
La scienziata ci spiega che la ricerca è ormai trasversale a paesi, civiltà, culture, fedi religiose. E mentre la Cina fa enormi investimenti (come anche il Giappone, la Corea del Sud,ecc.), ci fa capire, con rabbia trattenuta, che l’Italia è in un declino esponenziale, che data dagli anni Sessanta, quando fummo capaci di inquisire Luigi Ippolito, che i fondi sono pochi e, peggio, la scienza non è vista e vissuta con fiera opportunità, ma culturalmente è considerata quasi una noiosa appendice.
Una Grande Italiana, forte e generosa, che darà ancora tanto alla scienza, al paese e a tutte le donne. E di cui siamo tutti orgogliosi.

“Anschluss”, così la Germania tornò grande

giaccheProfetico Khol: “A nessuno andrà peggio di prima, a molti andrà meglio”. In realtà andrà meglio a tutta la Germania, che con la riunificazione assumerà un maggiore peso politico con cui determinerà i destini dell’UE.

Due le icone cool che affiorano alla memoria di quei giorni convulsi: microfono in mano, Lilli Gruber sotto la Porta di Brandeburgo (9 novembre 1989) e i tedeschi dell’Est che, sguardo trasognato, come se tornassero nel Paradiso perduto, sciamano a ovest (1 luglio 1990), ansiosi di cambiare i risparmi in marchi sonanti.

E l’unificazione delle due Germanie nate dalla fine del sogno hitleriano sulle macerie del Terzo Reich fu cosa fatta. Un successo del cancelliere Helmut Khol. Sul background però si è lesinato sui dettagli, ci hanno dato elementi sociologici, quasi folkloristici: eravamo in credito di retroscena, di dinamiche socio-economiche, contesti micro-meso-macro, sfondi storici e geo-politici.

Si sa come funziona al tempo della comunicazione globale e della società liquida: si crea una suggestione mediatica, un mantra, si inventa uno storytelling, una vulgata, per cui a un certo punto una cosa appare logica, necessaria, inevitabile. La Storia a volte conferma la bontà dell’accelerazione di certi processi, altre volte smentisce.

ANNESSIONE_coverCon puntiglio analitico e dovizia di particolari, a ricostruire quel complesso momento storico che, in tutta evidenza, influenza le sorti dell’Europa, ci ha provato Vladimiro Giacchè (La Spezia, 1963) in “Anschluss” – L’annessione (L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa), Edizioni Imprimatur, Reggio Emilia 2016, pp. 212, euro 9.90 (giunto alla seconda edizione).

Con documenti di prima mano, anche in lingua tedesca (ha studiato a Pisa e anche in Germania), Giacchè non parte da assunti che porge al lettore, viceversa, lo smonta come si fa con un giocattolo e spiega i meccanismi interni intrecciando i livelli di un’indagine polisemica, echi e rimandi, personaggi e contesti.

Per andare a fare la spesa a ovest (e avere “infrastrutture ricostruiti, centri storici risanati”), i tedeschi dell’Est hanno sacrificato tutto: risparmi, ceto intellettuale, imprese, ecc. Hanno subìto “le privatizzazioni peggiori d’Europa” (della compagnia di bandiera, per esempio). Crollo di pil, export, occupazione. Così la Germania ricca ha condiviso il proprio “modello vincente”.

Guai ai vinti!, disse uno che ne capiva. Ai tedeschi orientali non restava che passare sotto il giogo delle lobby, banche, poteri forti. Il conto dell’unificazione l’ha pagato la Rdt.

Il comunismo si è rivelato un’ideologia di enunciazioni, e ai popoli che ci avevano creduto non restava che farsi annettere contrattando sulle macerie del fallimento.

Francesco Greco

Albania. Storia e leggende del popolo delle aquile

TIRANA,Albania,08/12/98.-Child heldind the national flag on the Demokratik Party supporter's shoulders ,on the memory of the students' strike of 8 years ago.(ANSA Photo Gent Shkullaku)

TIRANA, Albania, 08/12/98. (ANSA Photo Gent Shkullaku)

Curioso e tragico il destino del popolo albanese, che da sempre vive oppresso “dall’occupante di turno e i più elevati capiclan”. Un potere tribale, retto da “una piramidalità gelosa ed esibita” e da leggi morali che echeggiano mondi perduti.
Dai Pelasgi – i loro “padri”, per quel poco che si riesce a capire – al geniale Scanderbeg che beffò i Turchi, Re Zogu e l’occupazione fascista, passando per l’ateismo militante di Henver Hoxia e gentile signora omaggiata finanche da Madre Teresa la macedone. Una terra dove “la polizia politica sapeva tutto, controllava tutto, soffocava tutto” e poi i flirt con Urss e Cina (“Non si può certo chiamare zio il porco”), l’isolamento e l’ortodossia marxista, i piani industriali falliti, la Sigurimi che cambia nome ma non concept, la visita di Giovani Paolo II e Prodi, gli aiuti economici dell’Occidente, la nascita del Partito democratico (gemmazione del Partito del lavoro nato dalle ceneri del comunismo), Ramiz Alia (Scutari), anni ’80, cupo burocrate svezzato a Mosca critico con la perestrojka, che tentò di usare per eternare il partito e impedire la deriva del Paese, e poi Vlora 91 (“Lamerica”), le rivolte, le galere aperte, le truffe con le finanziarie tollerate da Sari Berisha, fino a Fatos Nano e oggi Edi Rama.
Una storia tormentata, un dna complesso, un po’ tragedia greca, un po’ commedia latina.
Poco meno di 3 milioni di abitanti sparsi su 28.746 km quadrati, profonde differenze antropologiche e religiose fra Nord e Sud, la gente delle coste (commerci e artigianato) e dell’interno rurale (pastorizia, allevamenti, agricoltura), divisa in quattro confessioni religiosi, nell’anno dedicato all’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg (morì nel 1468, 550 anni fa), che dovrebbe rappresentare l’elemento unificante della Nazione, un saggio aiuta a leggere il loro passato e a tentare di decifrare il futuro.
”Storia del popolo albanese” (Dalle origini ai giorni nostri), di Ettore Marino (Cosenza, 1966), Donzelli Editore, Roma 2018, pp. 220, euro 26,00 entra negli interstizi più reconditi della storia dell’Albania dall’identità sfaccettata, sospesa fra Oriente e Occidente, Balcani e Mediterraneo. e dà un retroterra dialettico a un Paese dinamico e vivo di oggi, che sta nella Nato e vorrebbe far parte dell’Europa (che è nei suoi cromosomi), che da un anno ha riconfermato il riformista Edi Rama (un artista), il cui Pil cresce tumultuosamente grazie anche all’intreccio fra l’economia legale e nera, e le cui bellezze sconosciute richiamano 5 milioni di turisti all’anno in questo secondo decennio del XXI secolo. Corruzione e giustizia abborracciata, traffici sporchi, ecc. È come aver liberato un animale selvaggio.
Arbresh di Vaccarizzo Albanese, Marino ci ha messo la passione dell’appartenenza, la profondità delle radici dei padri, il pathos della memoria insonne quanto impietosa, che nulla tace, nasconde, addomestica. Attingendo col metodo più rigoroso a una bibliografia sconfinata.
Dal poeta Agolli (morto un anno fa) a Kadare, l’esito è un saggio utile, necessario, che spiega le sedimentazioni storiche di un paese amico, dipana splendori e miserie di un popolo che noi del Sud sentiamo “fratello” tante e di varie modulazioni sono le sovrapposizioni storiche e culturali.
Magari lo adottassero nelle scuole di Tirana e Valona, formatterebbe le ultime, inconsce resistenze che tarpano ali alla nuova Albania.