BLOG
Francesco Meringolo

Francesco Meringolo
Lettera aperta a Riccardo Nencini

Caro Riccardo,

Il Psi sta svolgendo a una intensa due giorni di approfondimento politico mentre, in una realtà come la rete, ciò che rimane dei socialisti, sembra un mondo confuso in un dibattito perenne che ha assunto sfumature grottesche. Grottesca è anche la miriade di sigle (autoreferenziali) che si riferisce alla nostra tradizione dai quali, ritengo, la qualità del dibattito da sviluppare all’interno del PSI debba distinguersi e non confondersi. Se vogliamo dare un senso, al nostro richiamarci alla tradizione del socialismo democratico, dobbiamo autoimporci la capacità di capire il mondo e di muoverci in base a strategie che tengono conto dei cambiamenti in esso avvenuti e accolgo con interesse lo sforzo fatto nella città meneghina.

Da quando note vicende storico/giudiziarie hanno investito il movimento socialista italiano si ha la sensazione che si sia voluta buttare una coltre di polvere su una parola e su una storia prima che su un partito. Ma, da allora, sono passati ben venticinque anni e nel frattempo siamo stati investiti, oltre che dalla caduta del muro di Berlino, dalla globalizzazione. Queste trasformazioni hanno portato nuovi meccanismi regolatori della vita dei cittadini e degli stati e, contemporaneamente, sono cambiati i paradigmi della società in cui viviamo. In matematica il cambio di un fattore, cambia il risultato. Per lasciarlo invariato è necessario intervenire sull’altro fattore, ma non si può modificare l’altro fattore senza calcoli più o meno attenti. Sono convinto che i socialisti hanno rinunciato a fare quei calcoli che, in politica, consistono nello studio e nella conoscenza dei contesti e dei fenomeni che si muovono in quei contesti (nuovi).

L’elemento che nel dopoguerra ha fatto le fortune dei movimenti socialisti democratici o socialdemocratici è stato il welfare-state cioè quelle forme di assistenza che, all’interno di uno stato-nazione, consentivano di ridistribuire la ricchezza e la crisi dei socialisti nel ventunesimo secolo coincide esattamente con la fine degli stati che conoscevamo prima. La colpa grave dei socialisti a livello globale, a mio avviso, è stata quella di non aver provato a governare i processi della globalizzazione, unita, in Europa, a una mancanza di convinzione in chiave comunitaria che ha portato all’Europa dei meccanismi di bilancio invece che all’Europa dei popoli. Ritengo non si faccia un reato se si considera l’Europa che siamo abituati a conoscere conseguenza del mancato studio e conseguente mancata analisi dei fenomeni che hanno cambiato il mondo da parte di chi storicamente aveva questo compito nel campo della sinistra riformista, lasciando il campo socialista e progressista più in generale oltre che nelle mani di Fukujama e della sua fine della storia alle analisi di nuovi teorici dei localismi che spesso sfociano in visioni abbastanza caserecce dell’economia e mi auguro che da Milano, su questo tema, arrivi un messaggio forte all’intera sinistra italiana.

Questo dibattito non dovrà investire soltanto noi, dovrà investire il Partito Democratico e tutti i partiti che fanno parte del PSE insieme a coloro che si riconoscono nelle istanze liberali. Il mancato incontro (vero) tra socialisti e liberali è il limite principale (soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino) della sinistra del XXI secolo che non ha più ragione d’esistere se non mette insieme la libertà dal bisogno e la libertà di imprecare con l’esame minuzioso dei cambiamenti avvenuti, i quali potrebbero portarci a conclusioni in apparenza eretiche, ma che non lo sarebbero affatto e che scopriremmo poi essere in linea con principi e valori di quell’idea che ha fatto la storia dell’emancipazione civile dei popoli. Infine penso che il popolo socialista dovrebbe smetterla di non riconoscere innanzitutto nel PD il nostro interlocutore principale vista la sua adesione al PSE e visto che il Partito Democratico occupa lo spazio politico di una qualsiasi forza socialista, progressista e riformista europea. In questo secolo non sono più la destra e la sinistra il discrimine, ma lo sono la reazione e il riformismo, l’estremismo e la moderazione, la demagogia e la verità e penso che la nostra piccola comunità dovrebbe chiarire a caratteri cubitali, a quanti abusano della parola socialista e al pubblico, da che parte sta.

Francesco Meringolo

Francesco Meringolo
Dal cartello elettorale
al progetto politico

Ho paragonato i socialisti al Nautilus e non me ne voglia Riccardo Nencini Vice Ministro alle Infrastrutture e Trasporti e Segretario Nazionale del Partito Socialista Italiano. Il Nautilus è un mollusco ed è una specie in via di estinzione perché ha rinunciato a evolversi e lo stesso destino sembra percorrere i socialisti in Europa dove, più di qualcuno, pensa di rifugiarsi nell’opposizione per ricostruire un rapporto con ampie fette di elettorato che vede nel campo progressista l’establishment.

E’ facile intuire che i socialisti sono in crisi perché non hanno più una via, dopo che, negli stati nazionali (che ora non esistono più), erano stati gli artefici dello stato sociale ed erano stati tra i pensatori dell’Europa che avrebbe dovuto superare quegli stati.

L’Europa è stato un progetto su cui i socialisti e i progressisti europei investirono molto, ma non ebbero la capacità di cogliere, in mezzo agli egoismi nazionali, i momenti in cui erano forza di governo dei principali paesi europei dando, così, la sensazione che di fatto stavano rinunciando a costruire quell’Europa che avevano sognato Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi.

C’è un’altra questione, che riguarda i socialisti nonostante la Bad Godesberg tedesca o la distanza intellettuale dal marxismo da parte del nuovo corso socialista di Craxi sul finire degli anni ’70 del secolo scorso e nonostante le posizioni da sempre riformiste e di governo degli altri partiti socialisti europei, ed è la mancata intesa politico-elettorale (ingiustificabile dopo la caduta del muro di Berlino) tra i socialisti e i liberali per dare vita a quel patto laico-riformista di cui l’Europa (e l’Italia) avrebbe bisogno per sconfiggere demagogia e populismi e per parlare il linguaggio della verità.

Il ventunesimo secolo pone condizioni diverse dal passato e suggerisce sfide nuove che, chiunque si richiama ai valori socialisti e ai valori liberali, dovrebbe ambire a rappresentare. Il loro incontro potrebbe essere anche l’evoluzione per quel vecchio Nautilus il quale, compresi i cambiamenti ambientali, si adegua e prospera. Chissà se il ritorno sulla scena politica da parte di Emma Bonino sotto l’occhio vigile di Enrico Letta e Romano Prodi e la venuta in Italia nei giorni scorsi di Guy Verhofstadt leader dell’ALDE, ospite dei Radicali, non sia l’inizio di quell’incontro tra socialisti e liberali che potrebbero dare vita alla seconda gamba della coalizione guidata dal Partito Democratico e Matteo Renzi.

Il mondo è in continua evoluzione e la comprensione dei suoi nuovi paradigmi è condizione imprescindibile per competere con i populismi. I socialisti italiani nella terza repubblica (a differenza di quanto fatto nella seconda) dovranno sforzarsi nella comprensione e dovranno diventare parte attiva dello schema politico. Glielo chiede la storia, glielo chiedono gli sfruttati dal bisogno, glielo chiedono quanti non si vogliono arrendere all’indifferenza e all’intolleranza.

Francesco Meringolo
Resp.Naz. Federalismo Regionale PSI

Francesco Meringolo
Restaurazione non fa rima
con rinnovamento

Un vecchio adagio recitava “ non tutti i mali vengono per nuocere”. Nella scorsa primavera, grazie ad alcuni “compagni” che portarono il PSI in tribunale, fummo costretti a fare un nuovo congresso.

Il PSI è da circa un decennio lo stesso partito. Qualche sentore si era avuto già nel dopo Salerno ed è stato confermato dopo il congresso straordinario. C’è una direzione nazionale composta pressoché dalle stesse persone e poi una segreteria ‘ristretta’ di trentacinque persone. Che dire!

Lo scenario politico è in movimento e l’Italia come al solito arriva in ritardo.Destra e Sinistra, per quanto contengano evidenti differenze, sono retaggi del passato e, infatti, non sono più la destra e la sinistra a contendersi i governi ma forze diverse tra loro dove destra e sinistra si confondono. La battaglia politica verte, semplificando, su no Europa, no alla moneta comune, distruzione del sistema economico, sovranità nazionale da una parte e sì alla moneta comune e allo stato europeo e al non chiudersi in se stessi in uno spirito internazionalista dall’altra. Il PSI deve stare su questo terreno e scegliere chiaramente e senza indugi, da quale parte stare.

Ma come lo farà?

Vedremo se la musica cambierà ai prossimi congressi regionali, provinciali e locali. In quell’occasione vedremo se la restaurazione proverà a far rima con se stessa, oppure proverà a far rima con rinnovamento. Un partito che, a distanza di circa un decennio dalla sua nascita, fa un congresso straordinario e si ritrova con una segreteria nazionale spolverata e una direzione decennale con soggetti che dal 2008 a oggi non hanno mai prodotto né due righe né alcun tipo di attività, purtroppo da un’immagine di se che non corrisponde al vero.

Giuseppe De Rita qualche anno fa parlava della Repubblica dei cacicchi, e noi corriamo tutto il rischio di essere ricordati come il “Partito di quei cacicchi”. Il popolo socialista non lo merita. E i congressi Regionali, Provinciali e locali saranno la prova maggiore, infatti, qualora saranno confermati in toto i suoi blocchi di segretari regionali, provinciali e locali, il PSI è destinato a farsi del male da solo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

Francesco Meringolo
Socialisti choosy

Sulle prime tessere socialiste c’era scritto “Chi non ha la tessera non è iscritto al Partito.”
La storia successiva fu contrassegnata da profonde divisioni e fratture laceranti. La differenza di visione e di metodo rese vano anche quel concetto che campeggiava su quelle tessere delle origini. Il socialismo, nel suo avanzare nel ‘900, ha dato vita a due totalitarismi e a un sistema complesso di dottrine politiche. Oggi, nel secolo ventunesimo, siamo nell’epoca in cui ha vinto quel socialismo che ha messo al fianco e alla pari della giustizia sociale, la libertà; valori che, insieme, costituiscono, per dirla alla Pertini, le mete del socialismo. Socialismo che, mai quanto oggi, ha la necessità di interrogarsi su come, nella realtà che viviamo, debba muoversi.

Il PSI, non so, se rappresenta in toto la storia e la tradizione del socialismo italiano, ne siamo in qualche modo eredi, ma esserne eredi è un “grande fardello” che dovrebbe farci assumere atteggiamenti autorevoli e dovrebbe farci capire che verso la terza repubblica non possiamo più versare nella non autosufficienza. Indro Montanelli qualche anno fa sostenne che in Italia alla fine qualcuno avrebbe iniziato a sventolare la bandiera socialista. Non so quando accadrà, ma penso accadrà e noi socialisti del PSI che diamo l’impressione di un fortino giapponese dove l’ultimo samurai pensa ancora di combattere una guerra che non c’è più, abbiamo il dovere di riflettere su come proiettare quel patrimonio nel futuro. Dobbiamo farlo consci che i nostri nemici stanno nei nazionalismi, nei populismi e nella demagogia e dobbiamo farlo consci che, tanti altri, stanno in quell’idea secondo cui se hai avuto una tessera il 1992 sei socialista, altrimenti chissà. La questione socialista in Italia si risolverà quando anche l’ultimo socialista (iscritto al PSI di Craxi) non sarà più in vita; quando il tempo avrà, di fatto, cancellato personaggi che più che rilanciare i valori del socialismo o il suo modo di pensare, hanno utilizzato la parola “socialista” a proprio uso e consumo.

L’elenco e lungo ed è fatto da soggetti che stanno nel PSI e da soggetti che non ci stanno. Purtroppo chi ha vissuto il vecchio partito socialista non sa uscire dal recinto della testimonianza. Chi dopo il ’92 (e che prima non c’era) ha deciso di intestarsi una storia, merita qual cosina di più delle solite beghe del chi è più socialista dell’altro. Non servono esami del sangue, non servono tessere da sventolare, in questo preciso momento storico, servono idee con le quali sfidare il qualunquismo, riparandosi dal grave pericolo di questa scarsa sensibilità democratica dei tempi moderni e che mette in pericolo conquiste passate date troppo per scontate. Oggi, serve, sfidare i campanili da ogni punto di vista. La caduta del muro di Berlino ci ha consegnato una storia nuova che ancora non abbiamo compreso e nella quale il campo progressista brancola nel buio e dove rischia quotidianamente di scadere in retorica e in enunciazione di principi. La sfida è quella di sempre, più libertà e più giustizia sociale. Un tempo l’esecuzione materiale, nel far tendere la società verso quei valori, toccava agli stati in un contesto dove la politica stabiliva le regole del gioco. Adesso gli stati soffrono regole del gioco creati su altri livelli. Tocca a noi interrogarci su come riequilibrare la bilancia del potere della politica rispetto a quello del mondo economico e finanziario. Credo che il congresso dovrà discutere di questo, di come proiettare il socialismo nella terza repubblica e con quali compagni di viaggio. Facciamolo.. avremo delle sorprese. Tutto il resto sarebbe tempo perso!

Francesco Meringolo

 

Internazionale futura umanità

Il mondo è cambiato e sembra nessuno se ne sia accorto. Destra e Sinistra, insieme agli stati nazionali,  non ci sono da un pezzo o nella migliore delle ipotesi, a causa di classi dirigenti spregiudicate, sono divenuti residuati inutilizzabili. Non avere chiaro questo porterà nuove forme di diseguaglianze come quelle che stiamo vivendo quotidianamente e non serviranno a nulla demagogia e populismo.

La globalizzazione andrà avanti, continuerà a far abbassare i salari occidentali insieme ai diritti e ad aumentare quelli dei paesi in via di sviluppo, fino a quando non si stabilizeranno a un punto di equilibrio. È una regola dell’economia a cui non si può sfuggire, salvo l’intervento di un ente regolatore che nel ‘900 è stato il famoso intervento pubblico nell’economia e quindi il welfare state. E l’unico ente regolatore che può intervenire e/o ridurre le nuove disuguaglianze, ad oggi, non esiste.
Sarebbe necessario investire sulla politica transnazionale, ma le organizzazioni politiche europee o internazionali non sono altro che un coacervo di interessi nazionali inconciliabili tra loro o peggio vecchie organizzazioni dove c’è dentro tutto e il contrario di tutto (penso all’internazionale socialista).

Ugo Intini parla, nei suoi libri,  di questi rischi della globalizzazione da 17 anni. Ne “La privatizzazione della politica” e ne “La politica globale” affronta nel dettaglio e in maniera esaustiva tutto il fenomeno.

La cosa che trovo curiosa, in un contesto dove le masse e i lavoratori non votano più secondo tradizione, è che oggi scelgono i populisti e i demagoghi al posto della tradizionale sinistra anticapitalista che dalla caduta del muro di Berlino in poi, è un limbo che si confonde, in realtà, con quella reazione e quel populismo. E quella reazione e quel populismo spesso rappresentano il grimaldello con cui il mondo economico e finanziario, parlando attraverso i miliardari alla Trump o altri foschi individui, scardina ogni percorso politico che va verso una ridefinizione dei confini che prima chiamavamo nazionali.

Qualche anno fa uscito da Stazione Termini mi imbatto in dei signori che vendevano il loro quotidiano comunista e anticapitalista. Mi fermai a chiacchierare e alla fine volevano convincermi che i proletari, incapaci di governarsi, dovrebbero affidarsi a loro comunisti che certamente sarebbero stati in grado di fare il loro interesse perché animati dallo spirito di uguaglianza. Considero questo, un pensiero assolutamente contrario alla mia idea di sinistra, ma (alla luce del fatto che oggi chi chiede uguaglianza si affida a miliardari che poi formano governi fatto dal mondo economico e finanziario) forse quella dittatura del proletariato tradotta in dittatura per il proletariato è solo un male minore.

Fare politica o governare, oggi,  impone spesso scelte impopolari. Impone rompere antichi costumi e imporrebbe il linguaggio della verità. Verità che la classe politica non ha l’autorevolezza necessaria per sviscerarla a cittadini che non vogliono sentirla. Al variare di una incognita variano anche altri fattori, ma pare nessuno se ne sia accorto.

Ci vorrebbe qualche grande pensatore che indichi la via, ma all’orizzonte non si vede nulla eccetto demagogia e populismo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

Francesco Meringolo
Dobbiamo stare al Governo
con Renzi

L’antiqualcosa è un male atavico di certi settori della sinistra e lascia senza parole lo stesso comportamento di tanti “socialisti” che si definiscono tali solo per una tessera avuta ante ’92. Per quanto mi riguarda questo non rappresenta né un merito né un difetto.

Essere socialisti significa difendere le libertà. Bisogna difendere i diritti civili e i diritti sociali. L’Italia è un paese arretrato in entrambi i punti di vista. Sulla giustizia, sui diritti civili in senso stretto (anche una giustizia “giusta” rientra tra i diritti civili di un popolo) sui diritti sociali, ha ancora tanta strada da fare.
Dal 1994 ad oggi le riforme a cui abbiamo assistito e che erano necessarie, in un mondo oramai cambiato, sono state nulle. Sfido chi ricorda qualcosa di diverso dal levare la tassa sui frigoriferi di Berlusconi, la guerra nei Balcani di D’Alema (il primo comunista messo al bivio da Cossiga), la riforma del Titolo V (che non doveva servire al paese ma a cancellare la Lega Nord che è viva e vegeta nonostante i diamanti della Tanzania) e le “lenzuolate” di Bersani. Tutto questo nel mentre ricevevano sanzioni quotidiane dalla Comunità Europea in tutti i settori del paese.

L’Italia aveva (ed ha) bisogno di una rivoluzione “liberale” dal punto di vista dei diritti riconoscendo il valore dell’individuo e delle sue inclinazioni e di una rivoluzione dello stato sociale diventato mero assistenzialismo.

Ho vissuto direttamente l’ultimo quindicennio e più della vita politica del paese. Oggi non posso che notare un premier che ha sdoganato la sinistra e il paese da un clericalismo sconcertante, da un giustizialismo peloso e da un dogmatismo avventuriero. Con Matteo Renzi la sinistra italiana assume una tinta completamente diversa da quella degli ultimi anni: cadono tabù, si spezzano antiche catene, si smette di strizzare l’occhio a quella pseudo sinistra da piazza che non ha mai fatto l’interesse del suo paese. Governare e la capacità di governare sono figli di una cultura che chi ha detenuto le chiavi della sinistra sino all’altro ieri non ha mai posseduto.

Avrei tante cose da dire a Renzi e al PD. Ma non posso non riconoscere queste novità. Dovremmo dargli una mano. Bene fa il PSI a stare al governo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

Giustizia, quel valore… smarrito dalla sinistra

È un mantra. Ovunque si tende l’orecchio si sente sempre la stessa musica: legalità. Sono lontani i tempi di una sinistra che si occupava di giustizia. Legalità e giustizia non sono sinonimi, al contrario di quanto una classe politica sprovveduta, insieme ad una opinione pubblica con i paraocchi e spesso ipocrita, potrebbe pensare.

Per fare qualche esempio, le coppie di fatto non sono legali, ma è una questione di giustizia riconoscerle. Legalità è rispetto delle regole che certamente sarebbe cosa gradita anche a chi scrive. Giustizia è invece contrastare quelle regole, qualora siano contrarie a giusti principi e adoperarsi per cambiarle. Era illegale proteggere, ai tempi del nazifascismo, un ebreo, ma era consono a giustizia. Giustizia è adoperarsi affinché la legalità non sia una limitazione delle libertà individuali e collettive. Giustizia, nell’accezione di giustizia sociale, è poi il riconoscere le differenze, concetto racchiudibile nel famosa citazione di Pietro Nenni “Mai fare parti uguali tra diseguali”.

Giustizia è un sistema progressivo dell’imposta basato sulla capacità contributiva al contrario della salviniana aliquota unica; giustizia è riconoscere un diritto a chi viene disconosciuto.
Giustizia è quel valore che una sinistra smarrita potrebbe e dovrebbe rimettere al centro e sarebbe il più grande antidoto alla demagogia e al populismo che ha contagiato ampi settori del paese, della politica e della sinistra.

Giustizia è, in altre parole, equilibrio e misura, concetto che troppo spesso la sinistra ha avuto serie difficoltà a comprendere.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

Che nessuno possa più pentirsi
di aver studiato

Massimo Cacciari in diretta TV ragiona su come è cambiato il mondo del lavoro. Sottolinea come il lavoro dipendente si stia restringendo sempre di più restando stabile solamente in Cina, in India e negli altri paesi a forte densità industriale,  mentre l’occidente ha sempre di più l’esplosione di quello che un tempo era chiamato terziario. Qualche hanno fa, da responsabile lavoro e welfare della Federazione dei Giovani Socialisti mio sono occupato personalmente del mondo delle Partite Iva: sono quasi sempre giovani e laureati.  Sono archeologi, ingegneri, avvocati, ecc che si sono sentiti dire: se vuoi lavorare per me non posso assumerti, apriti una partita Iva. E anche nel pubblico, tanti lavorano alle stesse condizioni.

Questo significa che ti paghi da solo gli oneri previdenziali, che probabilmente non avrai una pensione dignitosa e che spesso avrai difficoltà ad arrivare alle fine del mese. Il cambio della struttura del mondo del lavoro, come socialisti, ci impone una riflessione sul welfare e sulle politiche ridistributive della ricchezza. Il mondo che abbiamo conosciuto non c’è più, intere generazioni sono tagliate fuori e spero che l’autunno socialista sciolga anche questi nodi. Bene la mobilitazione per una quattordicesima alle pensioni più basse, visto che spesso una pensione serve a sostenere la famiglia del pensionato e quella dei suoi figli senza lavoro, ma di certo solo questo non basterà.

Il Jobs act ha sanato un situazione che era diventata insostenibile, oggi un giovane che si affaccia al lavoro ha la possibilità di avere una occupazione a tempo indeterminato e di provare a costruire la sua vita. Una grande conquista. Ma noi che siamo socialisti e siamo nati anche insegnando a leggere e a scrivere a braccianti e contadini, abbiamo il dovere di intestarci una battaglia sull’esistenza dignitosa di chi ha studiato, magari con sacrifici personali e famigliari. Affinché possa non sentirmi mai più dire da brillanti laureati senza un lavoro o che fanno la fame con lavoro che definire tale è un azzardo: “ho sbagliato ad andare all’Università”.

Un giovane, non merita l’umiliazione che lo porta a recriminare sul fatto di aver studiato, al contrario deve essere il suo orgoglio e il suo fiore all’occhiello. Tocca a noi, a noi che senza il vincolo della ideologia possiamo sfidare e guidare il cambiamento coniugando quella idea di giustizia e libertà, che ci ha portati alle grandi conquiste civili e sociali del ‘900, nel nuovo secolo.

Francesco Meringolo
Consiglio Nazionale PSI

L’aver studiato
non può essere un handicap

Massimo Cacciari in diretta TV ragiona su come è cambiato il mondo del lavoro.
Sottolinea come il lavoro dipendente si stia restringendo sempre di più restando stabile solamente in Cina, in India e negli altri Paesi a forte densità industriale,  mentre l’Occidente ha sempre di più l’esplosione di quello che un tempo era chiamato terziario.

Qualche hanno fa, da responsabile lavoro e welfare della Federazione dei Giovani Socialisti mi sono occupato personalmente del mondo delle Partite Iva: sono quasi sempre giovani e laureati.

Sono archeologi, ingegneri, avvocati, ecc che si sono sentiti dire: se vuoi lavorare per me non posso assumerti, apriti una partita Iva. E anche nel pubblico, tanti lavorano alle stesse condizioni.

Questo significa che ti paghi da solo gli oneri previdenziali, che probabilmente non avrai una pensione dignitosa e che spesso avrai difficoltà ad arrivare alle fine del mese.

Il cambio della struttura del mondo del lavoro, come socialisti, ci impone una riflessione sul welfare e sulle politiche ridistributive della ricchezza. Il mondo che abbiamo conosciuto non c’è più, intere generazioni sono tagliate fuori e spero che l’autunno socialista sciolga anche questi nodi.

Bene la mobilitazione per una quattordicesima alle pensioni più basse, visto che spesso una pensione serve a sostenere la famiglia del pensionato e quella dei suoi figli senza lavoro, ma di certo solo questo non basterà.
Il Jobs act ha sanato un situazione che era diventata insostenibile, oggi un giovane che si affaccia al lavoro ha la possibilità di avere una occupazione a tempo indeterminato e di provare a costruire la sua vita. Una grande conquista. Ma noi che siamo socialisti e siamo nati anche insegnando a leggere e a scrivere a braccianti e contadini, abbiamo il dovere di intestarci una battaglia sull’esistenza dignitosa di chi ha studiato, magari con sacrifici personali e famigliari. Affinché possa non sentirmi mai più dire da brillanti laureati senza un lavoro o che fanno la fame con lavoro che definire tale è un azzardo: “Ho sbagliato ad andare all’Università”.

Un giovane, non merita l’umiliazione che lo porta a recriminare sul fatto di aver studiato, al contrario deve essere il suo orgoglio e il suo fiore all’occhiello.

Tocca a noi, a noi che senza il vincolo della ideologia possiamo sfidare e guidare il cambiamento coniugando quella idea di giustizia e libertà, che ci ha portati alle grandi conquiste civili e sociali del ‘900, nel nuovo secolo.

Francesco Meringolo

Due cose, sugli 80 euro di Renzi
e sul lavoro

Gli 80 euro in più in busta paga, in base ai dati forniti dall’ISTAT, sulle vendite al dettaglio nel mese di Giugno non hanno dato i risultati sperati, tant’è che il Codacons le ha definite un flop.

Ma, se da una parte si può obiettare che Giugno è solo il primo mese in cui l’aumento in busta paga è realmente consistito in maggiori entrate per il lavoratore, sarebbe utile, approfondire attraverso un’inchiesta sul mondo del lavoro, chi sono i lavoratori che l’hanno realmente percepito. Quindi non i lavoratori che si sono ritrovati la voce in busta paga, ma quelli che realmente li hanno avuti.
Non conosco nel dettaglio la realtà del Nord Italia, ma nel Meridione nella maggior parte dei casi, gli 80 euro li hanno intascati le imprese. Nella realtà di cui sono al corrente, non esiste il contratto nazionale di lavoro, esiste un accordo tra lavoratore e datore di lavoro.

In diverse aziende, lavoratori e rappresentanti sindacali sono stati riuniti dai datori di lavoro e si sono sentiti dire: “Gli 80 euro non posso darveli, pertanto continuerete a percepire sempre lo stesso stipendio”, stipendio che solo in poche realtà corrisponde a quanto sottoscritto in busta paga.
Sono numerose, infatti, le aziende che a fronte di una busta paga di una certa cifra, corrispondono bonifico o assegno al lavoratore e poi il lavoratore ha il dovere di restituire al datore di lavoro, in contanti e ovviamente in nero, la parte eccedente, l’accordo “sottoscritto” (si fa per dire) con una stretta di mano.

E’ questa la dura realtà e fa sorridere, pertanto, la polemica che ha preceduto e seguito gli 80 euro. Quegli 80 euro sono serviti a “ingrassare” qualche imprenditore che definire tale significa offendere quelli veri.

Facciamo i conti: il proprietario di un’azienda di cinquanta dipendenti che non ha corrisposto realmente gli 80 euro mensili, ma le ha solo inserite tra le voci della busta paga, quanto si è “messo in tasca” e in nero mensilmente?
Cinquanta dipendenti, per gli 80 Euro, fanno 4 000 euro, che è la cifra netta che qualsiasi datore di lavoro (quelli di cui parlo, è evidente che non sono tutti così) si è messo in tasca sulle spalle dei lavoratori e senza tassazione.
4 000 Euro che per quell’azienda rappresentano nelle voci di bilancio un costo (tra i costi del lavoro) e che per il lavoratore andranno ad aumentare l’imponibile dell’imposta sul reddito per soggetti che in realtà vivono con 800 euro al mese.

La battaglia da fare sul lavoro, oggi, non è quella di chiedere più diritti, ma è quella di riconoscere fino in fondo i diritti già previsti per i lavoratori, costi quello che costi.

Francesco Meringolo