BLOG
Francesco Piro

Il Labirinto burocratico dell’invalidità

Da ormai sedici anni il Fondo Speciale per l’eliminazione e il superamento delle barriere architettoniche, previsto dall’art.10 della legge n.13 del 9 gennaio 1989,è privo di finanziamenti.
L’attuale legge finanziaria(AC 4127) non ne fa menzione.Per singolare coincidenza i fondi furono tagliati quando si modificò il titolo V della Costituzione,in una specie di tacita intesa:se ne sarebbero occupate le Regioni.
Da questa scelta sciagurata discendono diverse conseguenze. La prima,del tutto evidente, è che ci sono Regioni che hanno legiferato ed altre no. E questo significa che un cittadino con ridotta o impedita capacità motoria vede i suoi diritti, garantiti da una legge dello Stato, confermati, violati o negati a seconda di dove abita,come già accade per esempio nell’ambito sanitario.
La giustificazione di questa aperta violazione dell’art.3 della Costituzione può trovare giustificazione nel fatto che la competenza sanitaria è esclusivamente delle Regioni ma qui c’è una legge specifica dello Stato! Esiste una competenza dello Stato nel fissare i cosiddetti LEP (livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali) e la legge 13/89 è una legge dello Stato che non può essere ignorata da legislatore!
La seconda conseguenza è che la legge,contrariamente al solito,aveva il pregio di essere molto semplice: i Comuni raccoglievano le domande,le trasmettevano alla Regione che provvedeva a soddisfarle sulla base della disponibilità del Fondo Nazionale.Ancora oggi sono molte le domande che si rivolgono seguendo questo canale per cui succede che cittadini e Comuni sono oberati dagli oneri burocratici, la Regione stila gli elenchi e poi non comunica nemmeno a chi ha fatto domanda che fine ha fatto la sua pratica per installare un ascensore o per dotarsi di uno scivolo. State attenti alla parola comune: si dice scivolo ma deve essere fatto, giustamente, di materiale non sdrucciolevole! Ma qui altro che scivolare: si è creata la strada che gli Spartani prevedevano per il Monte Taigeto o i Romani per la Rupe Tarpea. Li buttiamo giù, questi invalidi, nel labirinto burocratico.
Si può dare il caso che un Comune disponga di un servizio sociale efficiente e di buona volontà: in quel caso si consiglia alla persona con ridotta mobilità di seguire il canale…del finanziamento regionale, quando c’è. Ma qui le Regioni introducono punteggi come quello, sacrosanto, della gravità dell’invalidità e quello,un po’ più opinabile,dei limiti di reddito. Eppure, in un documento ufficiale della Regione Emilia Romagna del 20 gennaio 2012 si faceva osservare che la legge regionale poteva introdurre “criteri di graduazione e priorità delle domande in base alle condizioni reddituali dei richiedenti, ma non eliminare in radice la possibilità di erogazione dei contributi per coloro che superino determinati limiti reddituali, poiché in tal modo la Regione escluderebbe tali soggetti dalla fruizione di un beneficio già riconosciuto dalla legislazione statale. “Quindi la Regione ti chiede la dichiarazione ISEE, notevolmente complicata, per poi precisare che solo a parità di condizioni di gravità può essere determinante il livello del reddito, che non può comunque escluderti dal diritto.Ma allora perché richiedere a tutti l’ISEE e non limitarsi ad una richiesta nel caso in cui i fondi non siano sufficienti e si verifichi la parità di punteggio?
La legge 13 si basava sull’incentivo a superare le barriere per garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visibilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica.In una società che ha sempre più anziani dobbiamo eliminare gli ostacoli anche per le poche mamme con un passeggino.
Al Parlamento che approvò la mia proposta di legge sento di dover oggi rivolgere un appello a provvedere. Nella ridefinizione dei rapporti tra lo Stato e le Regioni, prevista dal prossimo referendum, il diritto a muoversi è la condizione per lavorare ed avere relazioni sociali. Poi, diciamocelo, non sempre le Regioni fanno cose buone.

Per esempio, la Regione Valle d’Aosta aveva esentato alcuni esercizi pubblici dall’obbligo di rispettare la legge sulle barriere architettoniche Lo Stato impugnò la legge Regionale e la Corte Costituzionale si pronunciò con sentenza n.111 del 16 aprile 2014.Consentitemi di citare il dispositivo: La norma impugnata, pur inserendosi in un più ampio contesto normativo riconducibile al governo del territorio, attiene invece ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere
garantiti su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera m), Cost.
Secondo la giurisprudenza costituzionale «questo titolo di legittimazione dell’intervento statale è invocabile “in relazione a specifiche prestazioni delle quali la normativa statale definisca il livello essenziale di erogazione” […], nonché “quando la normativa al riguardo fissi, appunto, livelli di prestazioni da assicurare ai fruitori dei vari servizi” […],
attribuendo “al legislatore statale un fondamentale strumento per garantire il mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti, pur in un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale decisamente accresciuto” […].
Si tratta, pertanto, “non tanto di una «materia» in senso stretto, quanto di una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie, rispetto alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle”» (sentenza n. 207 del 2012).
7.4.− Ebbene, la norma impugnata deroga la disciplina statale di cui all’art. 82, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001, la quale stabilisce che tutte le opere edilizie che riguardano edifici pubblici ed edifici privati aperti al pubblico, rispetto ai quali è di fatto limitata l’accessibilità e la visitabilità da parte dei portatori di handicap, devono essere eseguite in conformità alla normativa vigente in materia di eliminazione e di superamento delle barriere architettoniche.
7.5.− L’articolo censurato, dunque, viola la potestà legislativa esclusiva statale in ordine alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, con riguardo all’attuazione dei diritti delle persone portatrici di handicap.” Della Corte che pronunciò quella sentenza faceva parte un parlamentare che fu tra i primi a congratularsi con me quando facemmo quella legge.Oggi è Presidente della Repubblica e sono certo che non farà mancare la sua persuasione morale a questo impegno di civiltà.

Franco Piro

Craxi e il debito pubblico
I fatti contro le bugie

Il direttore dell’Avanti ha già risposto al livore rabbioso di Corrado Augias che ha attribuito a Craxi il debito pubblico italiano nelle sue attuali proporzioni.Quando Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% del Pil (agosto 1983). Quando lascia, quattro anni dopo, il debito è arrivato all’84%. L’inflazione dal 16% si è ridotta al 4%.

Rapporto debito pilCome si vede dal grafico, il debito comincia a salire dall’inizio degli anni settanta e questo accade soprattutto perché,nel nuovo contesto dell’inconvertibilità del dollaro proclamata da Nixon nel ferragosto del 1971, le monete cominciano a fluttuare e la lira comincia a svalutarsi mentre alla fine del 1973 esplode la crisi petrolifera,con effetti conseguenti di stagnazione e inflazione che si presentano insieme.
Nel 1976, quando comincia l’epoca dell’Unità nazionale con il sostegno dei comunisti al governo Andreotti, l’inflazione è al 16%, il debito al 56,8% del PIL,con una crescita di 17 punti rispetto a sei anni prima. Nel 1979 il debito raggiunge il 60%. Quando nel 1983 Craxi diventa Presidente del Consiglio il debito è al 70% e l’inflazione al 16%. In quel periodo si registra una fortissima impennata verso l’alto dei tassi di interesse. Cosa sta succedendo?

Sul piano internazionale è iniziata l’epoca di Paul Volcker con un famoso discorso del 6 ottobre 1979 dell’economista che Carter aveva collocato due mesi prima alla Presidenza della Federal Reserve: era necessario aumentare drasticamente i tassi di interesse, che raggiunsero in poco tempo il 20%. Reagan appoggiò quelle scelte, che puntavano ad un dollaro forte, alla riduzione dell’inflazione e quindi al rafforzamento dei creditori, anche scontando un elevato livello di disoccupazione.Per l’Italia questo significava pagare più interessi sul debito e la circostanza fu aggravata da una scelta interna.

Nel 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta liberò la Banca d’Italia dall’obbligo di sottoscrivere i titoli di Stato e i tassi di interesse sul debito schizzarono verso l’alto. L’obiettivo di Andreatta, fortemente contrastato da Rino Formica, era quello di abbattere i salari. Nel 1984 lItalia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa lItalia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall8% del Pil nel 1984 all11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto dEuropa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella delleurozona dal 3,5% al 4,4%. Così,la misura di Andreatta, che doveva salvaguardare i vincoli di spesa e abbassare i salari, diventò una valanga che ingigantiva le rendite finanziarie.

E qui mi sia consentito un ricordo personale,anche per interrompere questa noiosa sequela di cifre.
Accadeva che i titoli di stato erano esenti da imposte, il che attirava il popolo dei BOT che comunque riceveva interessi inferiori all’inflazione e subiva un’imposta patrimoniale occulta. Le imprese invece, e particolarmente quelle finanziarie, potevano contrarre prestiti i cui interessi erano deducibili dall’imponibile per costituire… redditi esenti! In questo modo le Banche e le imprese annullavano gli utili e l
imposta sul reddito delle persone giuridiche era la Cenerentola del sistema tributario. L11 ottobre 1984 in Commissione finanze mettemmo in minoranza la DC, chiedendo la fine di questo assurdo meccanismo. Il segretario della DC andò a protestare dal Presidente del Consiglio, che lasciò filtrare una critica al nostro comportamento, poi ripresa il giorno successivo in un articolo sull’Avanti del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato. Sempre sull’Avanti del 16 ottobre uscì la replica, firmata da Formica, Ruffolo e da me, nella quale si scriveva:
“Il carico tributario grava in Italia sul lavoro dipendente, ma la struttura delle imposte non facilita né i profitti di impresa né il capitale di rischio. I vantaggi vanno tutti al capitale inerte. C’è di più: c’è il fatto che uno dei trucchi più usati è appunto quello di utilizzare i titoli del debito pubblico per precostituire erosioni dagli imponibili. Ci sono due mercati del debito pubblico: quello di chi può ridurre gli imponibili e quello del risparmiatore che non può. Anche per questo vi è un intervento urgente da compiere sul primo mercato che si giova del debito e lo alimenta, con un sistema peraltro regressivo perché chi ha più possibilità viene più premiato:esattamente il contrario dell’art.53 della Costituzione”. A Montecitorio incontrai Bruno Visentini che si complimentò per l’articolo e mi chiese di mantenere un segreto: aveva parlato con Craxi e pensava di poterlo convincere. Potevo mantenere il segreto con tutti tranne che con Bettino. E lo chiamai. “Quali altri guai mi combini?” Con questo esordio era difficile proseguire con le mie ragioni. E subito aggiunse: “Vieni qui, con il casino che hai fatto sulle barriere architettoniche adesso puoi arrivare senza fare un gradino”. Lo trovai,come sempre, con la scrivania stracolma, dalla quale spuntava l’Avanti di quel giorno. Ascoltò il mio sfogo e aggiunse: “Il Presidente del Consiglio deve tenere unita la maggioranza. Ma il segretario del Partito ti invita ad andare avanti”. E quindi? “Adesso il governo deve decidere e deciderà”. Un mese e mezzo dopo il decreto era fatto. Due anni dopo anche le rendite finanziarie erano tassate: con la discesa dell’inflazione non si pagava più un’imposta patrimoniale occulta,come quella in vigore con l’alta inflazione che dava rendimenti reali negativi. Non si colpiva l’albero, ma i frutti. Tutti gli studi concordano quindi sul fatto che l’esplosione del debito derivava dalla necessità improvvisa di ricorso al mercato determinata dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, dagli elevati tassi di interesse, che erano anche conseguenza delle politiche della Thatcher e di Reagan, ma anche dal mancato adeguamento delle entrate.

Salari realiLa riduzione dell’inflazione comportò la crescita dei salari reali: se osservate il grafico seguente vedrete che all’insediamento del governo Craxi i salari reali erano al di sotto dello zero e successivamente crebbero fino al1992,quando raggiunsero circa il 4% in più.La convinzione diffusa che con Craxi i salari crescevano e i ceti popolari stavano meglio ha una base scientifica.

Infine, l’Italia cresceva, come mostra il grafico seguente. Fossimo quinti o sesti nel mondo, si era inaugurato il periodo del made in Italy e una nuova considerazione veniva riservata ad un Paese che aveva sconfitto il terrorismo, l’inflazione e la crisi. Era cresciuto il debito, ma il deficit annuale era sotto controllo, tant’è che si registravano avanzi primari. Era un problema che si poteva affrontare perché la stragrande maggioranza del debito era detenuta dagli italiani e dunque era possibile redistribuire il reddito. Anche considerando che all’epoca dell’insediamento del governo Craxi la disoccupazione cresceva, ma alla fine di quell’esperienza si vide che anche la disoccupazione poteva essere vinta. Perché, nel frattempo il PIL cresceva, fino a superare il 4% annuo nel 1989.

Variazione PilPrima o poi le verità torneranno tutte a galla. Meglio prima che poi. E siccome Keynes ironizzava sul fatto che nel lungo periodo saremo tutti morti, sarà meglio che, seguendo la replica di Mauro Del Bue ad Augias, ci diamo da fare per ristabilire la verità dei fatti ed almeno una verità tanto poco dichiarata quando molto diffusa:nella storia d’Italia, quando il Partito Socialista era forte gli italiani stavano meglio. E questo non vale solo per l’età giolittiana, per le elezioni del 1919 e quelle del 1946, ma anche per gli anni sessanta e per gli anni del governo Craxi.

Franco Piro

Stefano Servadei, una vita al servizio dei deboli

Stefano ServadeiCosì, pochi giorni dopo i suoi novantatrè anni, ci ha lasciato il compagno Stefano Servadei.Altri ricorderanno la sua lunga carriera politica: il fiero antifascismo di chi non si piegò mai e cominciò a combattere quando non aveva ancora vent’anni. Si impegnò per la scelta repubblicana e in quel 1946 diventò, a soli 23 anni,consigliere comunale a Forlì. Fu vicepresidente della Provincia e segretario della Federazione socialista alla quale si era iscritto il giovane Luciano Lama. E poi, dal 1963 al 1983, fu deputato e mentre era ancora in carica scrisse una lettera nella quale invitava  i suoi tanti elettori a votare per me. Era stato sottosegretario all’industria, poi al Commercio Estero, poi Questore della Camera. Aveva un’altissima concezione della morale in politica,fu il primo  cogliere i rischi dell’infiltrazione criminale nella riviera romagnola.
Ricordo la fatica che feci a convincerlo a candidarsi per fare il consigliere regionale nel 1985. Era sempre presente alle sedute,sempre si impegnava ma capivo che allora la sua scelta autonomista si faceva sempre più forte. Era autonomista.e dunque nenniano, in politica. Ma era autonomista soprattutto per la concezione sociale della democrazia,per quel suo speciale rapporto con le radici più profonde della società. E proprio alle Radici ha intitolato il suo libro di ricordi. E qui bisogna ricordare la sua vocazione per l’autonomia della Romagna e la fondazione del Movimento per l’Autonomia della Romagna. Ed ecco il senso della poesia di Aldo Spallicci,suo grande ispiratore,vero poeta dell’autonomia romagnola. Stefano ha donato le sue carte e qualche studente ne farà argomento di ricerca. Proprio a persone come lui sembrano dedicate le parole che scrisse Gianni Bosio: “Noi parliamo male,e spesso a ragione, dei vecchi riformisti… Ma le classi subalterne erano carne della carne loro, sangue del loro sangue”. Ecco cos’è stata la politica. E forse anche le critiche ai vecchi riformisti oggi si stemperano nel riconoscere la loro grandezza, nell’aver posto un’intera vita al servizio di chi era troppo povero per farcela da solo, era troppo emarginato per guadagnare una coscienza della propria dignità, o semplicemente trovava ostacoli perché non faceva parte delle classi dominanti. La democrazia dei socialisti alla Nenni e alla Servadei fece crescere non solo l’economia ma la società civile di un’antica Nazione. Grazie, Stefano.

Franco Piro

LA RUMAGNA INT E’ CALVÊRI

A’ ‘l diren nùn a quii ch’i ‘n ‘e cardeva,
a chi c’dgeva: «A’ si’ sempr’ in cagna in râgna
tra al vostar legh; i vecc sè ch’i marceva,
mo adëss j è tott vigliëcch nenca in Rumâgna.
A’ si’ sol bun ‘d rugê drì da la seva:
“Viva la Franza” – dis – “Viva la Spagna!”
coma i vost cuntaden quant ch’i staseva
sota i prit – “Me m’n’infott, basta ch’a’ magna”».
A’ i dirèn: «O burdell, stasì mo bun,
ciapè de e’ Pass dla Morta a e’ mont Calvêri,
da e’ Vallon dl’Aqua in só, zirè cun nun
tott i caminament dai longh ai curt,
fasì d’un cant a cl’êt tott al trinceri,
e cavev e’ capël ‘d davanti ai murt!»

Lo diremo noi a quelli che non ci credevano, / a chi diceva: «Siete sempre
in lite / con i vostri partiti; i vecchi sì che marciavano, / ma adesso sono
tutti vigliacchi anche in Romagna. / Siete solo capaci di sbraitare da
dietro la siepe: / “Viva la Francia” – dice – “Viva la Spagna!” / – come i
vostri contadini quando stavano / sotto i preti – “Io me ne fotto, basta che
mangi”». / Gli diremo: «O ragazzi, state un po’ buoni, / prendete la strada
dal Passo della Morte al monte Calvario, / dal Vallone dell’Acqua in su,
girate con noi / per tutti i camminamenti, da quelli lunghi a quelli corti,
/ percorrete da una parte all’altra tutte le trincee, / e toglietevi il
cappello davanti ai morti!»