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Francesco Ruvinetti

Francesco Ruvinetti
Un nuovo movimento politico

Scrive oggi Angelo Panebianco sul Corriere che “né il Pd né Forza Italia — gli sconfitti delle ultime elezioni —, così come essi sono oggi, possono impensierire i governanti del momento. Dovrebbe nascere (ma occorrerebbe una nuova leadership), sulle ceneri di quella parte del Pd che non vuole consegnarsi ai Cinque Stelle, nonché di quella parte di Forza Italia che non vuole morire leghista, un nuovo movimento politico.”

A me pare che questa idea possa e debba essere alla base della politica che il PSI dovrebbe proporre al paese e fare propria. Ma per farla diventare realtà concreta occorre una forte iniziativa politica in grado di scuotere le forze dormienti di opposizione. Ma quali forze? Non un generico richiamo “all’unità antifascista” che favorirebbe quelle al governo anzichè indebolirle; ma una iniziativa rivolta, come dice Panebianco a chi nel PD non intende “consegnarsi ai 5 stelle” e a coloro che in Forza Italia non intendono morire leghisti. Quella parte cioè di Forza Italia che ancora si riconosce nei principi del liberalismo Principi che non sono propri nè di Putin e nemmeno di Erdogan, ma della tradizione atlantica dell’Europa occidentale e della vera America, liberata dalle stupide suggestioni trampiane, il quale ogni giorno non trova di meglio che dichiarare guerra a qualcuno; sia esso un avversario interno o una qualche nazione o insieme di nazioni, come nel caso dell’Europa.

Noi siamo un partito molto piccolo, ma come è stato scritto nulla vieta ad un partito piccolo di pensare in grande. Se le abbiamo queste idee è ora di renderle pubbliche. Il documento di Calenda può servire, ma a me appare troppo tecnico e poco definito politicamente. Ciò che serve è una nuova visione del mondo contemporaneo con particolare riferimento ad alcune questioni di stringente attualità come il sommovimento migratorio che non si esaurirà nel breve, l’idea di Nazione (come la chiamava Nenni) contrapposta al sovranismo casereccio e un nuovo assetto istituzionale che riprenda i temi della Grande Riforma del 1979 e la estenda ad un riassetto complessivo che comprenda le Regioni (il più grande fallimento della storia repubblicana) e gli enti-locali. Insomma un insieme di “grandi riforme” che ridisegni finalità e ruolo di un grande paese come l’Italia nel mondo.

Andrea Pinto ha proposto sull’Avanti la creazione di una Costituente per un nuovo movimento liberal-socialista. Mondoperaio ha organizzato un convegno dei cui contenuto poco si sa, se non i saggi nel numero di giugno della stessa rivista. Il tema comune mi sembra la necessità delle creazione di un nuovo movimento politico che raccolga la parte migliore e vitale di ciò che rimane della sinistra e del centro politico italiani, ma non solo italiani. Per questo è necessaria una discussione preliminare che può avvenire in una commissione apposita formata con questo obbiettivo. Dopo di che io credo dovremmo fare un nuovo congresso con al centro il rinnovamento del partito per renderlo adeguato alla gestione di questa nuova fase.

Francesco Ruvinetti

Una proposta che merita grande attenzione

Scrive Andrea Pinto che “se si vuole evitare che la sinistra scompaia definitivamente condannandosi all’irrilevanza, appare più che mai indispensabile ritornare ai fondamentali della politica, il primo dei quali consiste nella rivalutazione di quelle culture politiche la cui improvvida rimozione ha contribuito non poco a realizzare quel deserto ideale che caratterizza l’attuale dibattito politico”. Che dire di più? Pinto ha colto perfettamente nel segno e ha indicato la via per ritornare, nei giorni nostri, alla grande idea del socialismo liberale (con la sola aggiunta del termine riformista). L’idea che il PSI lanciò a Rimini ormai 36 anni fa è rimasta largamente inattuata (persino da noi stessi); così come la Grande riforma lanciata sull’Avanti! da Craxi nel lontanissimo 1979 non ha trovato compimento; solo pasticci di una classe politica incapace di guardare all’interesse generale anziché al proprio immediato tornaconto. Per non parlare della collocazione e del ruolo internazionale dell’Italia che con il governo Craxi aveva raggiunto livelli mai più visti. Insomma fummo noi in quegli anni a lanciare il socialismo moderno che doveva contemperare libertà individuali ed esigenze collettive. L’ISTAT ha certificato pochi giorni fa che sono quasi 18 milioni gli italiani a “rischio Povertà”. Altro che nuovi bisogni: siamo tornati all’inizio del novecento.

Durante la crisi economica sono stati oltre 400 i piccoli imprenditori che si sono suicidati perché non avevano più di che vivere. Una vergogna per l’Italia dei Comuni! Le vecchie povertà anziché ridursi si sono sommate alle nuove e ne è risultata una società in condizioni ben peggiori di quella del 1982 quando pensavamo che i bisogni elementari fossero ormai superati. Da qui l’emergere di quella paura ampiamente sottovalutata che ha permesso ai poveri di schierarsi contro altri poveri (quelli provenienti dall’esterno), di far pensare all’Europa come ad una entità superata in nome di un sovranismo pasticcione del “ci pensiamo noi”; noi si che siamo i migliori. E’ questo il cammino che i socialisti, dovunque si collochino devono intraprendere. Ritornare a filosofare, a pensare in grande, a lanciare una idea di rinnovamento e, meglio, di ripensamento della funzione e del ruolo di un moderno partito socialista riformista per tutta la sinistra. Pinto ha suggerito una “Costituente” che non è una brutta idea anzi. Sono ben cosciente che non siamo il PSI di un tempo, ma proprio per questo dobbiamo agire. Io avevo suggerito un grande convegno.

Le forme sono diverse, ma l’obbiettivo deve essere quello indicato: rimuovere quella conventio ad escludendum nei confronti del socialismo riformista italiano che ha “realizzato quel deserto ideale che caratterizza l’attuale dibattito politico.

Francesco Ruvinetti

Scrive Francesco Ruvinetti:
Per un Partito dei Riformisti

Caro Direttore,
Luigi Covatta ha concluso il suo intervento al convegno di Roma del 7 luglio con queste parole: Io mi auguro che la presenza nel dibattito pubblico di Mondoperaio possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.” A quel tempo (2008-9) io scrissi un saggio dal titolo “Il PARTITO AMERICANO, da Craxi-Berlinguer a Veltroni. Per un riformismo liberale”.

In esso, evidenziavo la superiorità del riformismo craxiano (e di Martelli) sul post-comunismo berlingueriano e sottolineavo il totale fallimento degli eredi del PCI (da Occhetto a D’Alema, da Veltroni a Fassino), i quali eredi, volendo andare oltre la socialdemocrazia e cancellare il novecento non avevano mai fatto la loro Bad Godesberg e, cancellando la storia senza fare i conti con essa, avevano introdotto un “ircocervo” che non aveva nessuna base politica ed ideale: un nuovismo del nulla.

Sempre in quel 2009 rimarcai come al PD mancassero tre cose: 1) un PENSIERO, 2) una IDENTITA’, 3) un’ANIMA e che nessun partito che si richiamasse alla sinistra italiana ed europea poteva nascere senza questo fondamento comune.

Ora, come dice Covatta, il cammino può essere di nuovo intrapreso; senza tuttavia rinunciare a fare i conti con la storia; altrimenti ritorniamo al punto di partenza.

Per prima cosa dovremmo vedere se il cammino per una riunificazione dei vari pezzi di socialisti è possibile. In secondo luogo dovremmo creare un gruppo di lavoro per predisporre una grande iniziativa che coinvolga tutti gli iscritti per definire le linee ideali e programmatiche di una vera e nuova forza riformista. Un compito questo che spetta a noi (se ancora riteniamo di essere il PSI di Turati, Nenni e Craxi)

Nel predisporre questo lavoro dovremmo chiedere al mondo intellettuale (quasi sparito anch’esso) di portare il proprio contributo di idee e discussione. I tempi dovrebbero essere preventivamente definiti.

Sulla Concentrazione Repubblicana ho gli stessi dubbi di Claudio Martelli e cioè che sia “come una squadra che per rimontare tre gol scegliesse un catenaccio ultra difensivo.” Comunque ritengo questo aspetto secondario rispetto a quello di indicare una “prospettiva d’avvenire” per il riformismo italiano.