Franco Gerardi
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Nenni. Fu a Venezia
la ‘notte dei lunghi coltelli’

Nenni-congresso VeneziaIl congresso di Venezia si tenne dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nenni approfittò dell’appoggio del PCI all’invasione per definire il distacco dai comunisti. Credo che tutti conoscano l’infausta conclusione: Nenni trionfante nel dibattito fu battuto nelle urne dai “carristi”, l’ala filocomunista che aveva approvato l’invasione. Occorsero anni per recuperare.

‘La notte dei lunghi coltelli’, cioè del voto e dello scrutinio, nessuno dormì tranne, credo, De Martino che non ha mai rinunciato al sonno, cascasse il mondo. Io la girai passando di colle in colle con Carlo Sonetti, caporedattore di Milano e poi brillantissimo corrispondente RAI da Parigi e con Milla Pastorino, una giornalista brava e bella. Di lei ti potevi fidare: qualunque cosa le avessi chiesto, all’ora fissata il pezzo era sulla tua scrivania. Milla non sapeva chi dei due sarebbe diventato direttore dell’Avanti! e accettava il nostro corteggiamento con molto equanimi sorrisi e smorfie da repertorio. Sostavamo ad ogni bar ingoiando grappa con la ruta che il freddo e la nebbia rendevano innocua. Credo che abbiamo fatto gare di equilibrio sul Ponte de’ Sospiri; chi vedeva prima il bar non pagava la grappa e altre sciocchezze del genere. Alle due di notte Milla ci congedò con un bacio in fotocopia per lunghezza, intensità, collocazione.

Per tornare all’hotel Luna, dove tutti i congressisti erano alloggiati traversammo piazza San Marco dove la fitta nebbia nascondeva un gruppetto dal quale si alzavano le grida isteriche di una donna. Ci avvicinammo insieme all’on. Faralli, deputato di Genova, capelli bianchi lunghi sulle spalle e fiocco nero mazziniano al collo.

Faralli, anima generosa, si fa largo. “Ma che hai brava donna, che ti succede?” “Qui è un covo di vipere, mi stanno sputtanando, vanno dicendo che sono l’amante di Lombardi!” “Ma va là, stai tranquilla, lo sanno tutti che l’amante di Lombardi è la moglie di Donati!”.

Una breve pausa, poi un urlo: “La moglie di Donati sono io!” Faralli diventò bianco come i suoi capelli. Tememmo un infarto.

Davanti al salone dove si scrutinavano i voti incrociai Vecchietti. Mi prese sottobraccio entrammo e sbalordimmo. Gli autonomisti di Nenni, in maggioranza, avevano votato ognuno per sé; i “carristi” avevano invece concentrato i voti su un pacchetto di sei nomi, Vittorio Foa in testa, che ora risultavano primi sia per la Direzione che per il Comitato Centrale.

Vecchietti era più pietrificato di me. “Sciagurati!, che avete fatto, ora come si fa, come si regge il Partito”. Il guaio era grosso davvero. Come ho detto, furono necessari anni per ripararlo.

Nelle trattative per rimediare al guasto si finse che uno dei sei, Oreste Lizzadri, fosse un autonomista eletto dagli autonomisti. A questa condizione Nenni accettò la segreteria del partito con una maggioranza che in realtà era una minoranza. Il partito fu praticamente immobilizzato per due anni, fino al congresso del Mediterraneo, a Napoli, dove in realtà non ci furono discorsi, ma una brutale conta: “Tu da che parte stai”.

Nenni, sconfitto, mi chiamò nella sua stanza per un discorso di crudo realismo: bisogna sostenere cose non vere; io non posso né parlare né scrivere, ma lo puoi fare tu; i nostri avversari non ci crederanno ma dobbiamo salvare il partito.

Scrissi come dovevo. Ricordo una mattina quando mi si avvicinò Alberto Ronchey, inviato al congresso per “La voce repubblicana”: “Franco, tu sei bravo, ma a scrivere quelle cose ti freghi tutta la carriera giornalistica”. Ma a me della carriera giornalistica non importava proprio niente e mi importava invece tantissimo di vincere la partita dell’autonomia.

Inutile dire che, come andarono le cose, non fui io a diventare direttore dell’Avanti!. Fu Carlo Bonetti, insieme con il redattore capo dell’edizione di Milano,gerolamo

midas

Carlo Colombo. Ma presto Colombo, trascinato dalla sua passione per il teatro, andò a dirigere il “Gerolamo”, succursale del “Piccolo”, Bonetti preferì trasferirsi nella sua Milano e io rimasi padrone del campo, pur senza altra carica che non quella di responsabile politico.

Posso dire con orgoglio che dal congresso di Venezia fino al MIDAS, quando ho lasciato l’Avanti! – cioè per circa vent’anni – il titolo di apertura, l’articolo di fondo e il corsivo li ho decisi io.

Franco Gerardi

 

Questo è l’ultimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Abbiamo pubblicato:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 –
 Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica
7 –
 Quidam de plebe, e la ‘legge truffa’
8 – La scuola di giornalismo dentro Montecitorio
9 –
 Scandalo da mille miliardi e il cinismo della politica 

Scandalo da mille miliardi e il cinismo della politica

Federconsorzi-1Negli anni ’50 la forza della Democrazia Cristiana era prevalentemente nelle campagne. Alla fine della guerra, dei 48 milioni degli abitanti dell’Italia 27 milioni vivevano di agricoltura. C’era stata una silenziosa spartizione di ruolo fra i partiti maggiori. La DC aveva preso sotto tutela i coltivatori diretti, la grande maggioranza, gente che aveva magari appena due o tre ettari di terra e faticava per mangiare.

I comunisti si erano presi i mezzadri, con continui mutamenti della ripartizione, sempre maggiori oneri per i proprietari e mutui all’1 per cento quando i borghesi che vivevano in città di fronte all’esaurimento delle rendite decidevano di liberarsi della proprietà. “Un mezzadro? Se tocchi una pera di un tuo albero rischi una fucilata”. Così dicevano in Romagna. Ai socialisti erano rimasti i braccianti del Mezzogiorno, i poveri contadini senza terra che gli avvocati socialisti avevano difeso in tutti i tribunali del sud dalle angherie dei proprietari terrieri e dei loro caporali.

Nelle campagne bianche dominava la Federconsorzi, l’organizzazione unitaria dei consorzi agrari. I consorzi agrari, associazioni locali di agricoltori, sorti alla fine dell’‘800, erano già potenti prima dell’avvento del fascismo. Avevano un milione di soci e per avvantaggiare le coltivazioni si erano addirittura dotati di piroscafi che acquistavano fertilizzanti a buon mercato sui mercati d’oltremare. Per la diffusione delle più moderne tecniche di coltivazione avevano istituito le “cattedre ambulanti dell’agricoltura”. Il fascismo trasformò i liberi consorzi in enti morali e li inquadrò nell’organizzazione corporativa. Nel dopoguerra i consorzi furono restituiti ai soci, ma restarono sotto la tutela del Ministero dell’Agricoltura e della sua longa manus, appunto la Federconsorzi dove la faceva da padrone un dinamico deputato DC, Paolo Bonomi. La Federconsorzi spendeva nelle campagne e lo Stato pagava tremilasettecento agenzie, una robusta struttura industriale – concimi, mangimi, macchine agricole, produzione di sementi selezionate, vivai, stabilimenti lattiero-caseari, ecc. – tutto legato allo scudo crociato.

Economisti seri, come il meridionalista Manlio Rossi Doria calcolarono che lo Stato aveva indebitamente finanziato e praticamente regalato alla Federconsorzi mille miliardi. Di qui un grande scandalo che le sinistre tentavano ripetutamente, ma inutilmente, di portare a galla fin quando non fu trovato il soggetto adatto: il deputato monarchico Ettore Viola.

Ettore Viola era una medaglia d’oro al valor militare, Presidente dell’associazione Nazionale Combattenti. Non ricordo come mai avesse accettato l’ingrato compito di portare in Parlamento lo scandalo. Lo ricordo invece benissimo, una mattinata di luglio, mentre ritto in piedi al suo banco, leggeva i trenta fogli che aveva in mano.

Viola era un pessimo oratore e leggeva anche peggio, senza rispetto della punteggiatura e incespicando a ogni parola. I democristiani facevano un baccano infernale interrompendolo e apostrofandolo ogni minuto. Il chiasso era tale che noi, in tribuna stampa, potevamo urlare quanto volevamo e prendere parte alla rissa. Era una lotta impari tra la verità e la giustizia e la prepotenza della forza.

D’un tratto a Viola caddero di mano i fogli che si sparsero sul pavimento. Gli sberleffi raddoppiarono, Viola ebbe uno scatto d’orgoglio: “Invece di urlare aiutatemi a raccogliere questi fogli e vergognatevi di quello che c’è scritto”.

La rissa durò l’intera mattinata. Parlarono socialisti e comunisti, poi Gronchi, che allora presiedeva la Camera, mise ai voti la mozione che fu naturalmente respinta.

A fine seduta Nenni mi chiese di salire con lui fino al gruppo socialista. Io ero turbato, congestionato. In ascensore sbottai: “Però Gronchi poteva chiudere in altro modo”. Nenni mi guardò meravigliato: “E che vuoi che facesse? Gli dobbiamo dire grazie. Poteva chiudere la seduta in un quarto d’ora, uno a favore, uno contro e poi il voto. Invece ci ha lasciato parlare per un’intera mattinata. Domani i giornali scriveranno solo di noi”.

Uscì da Montecitorio ancora turbato, rosso in viso, gonfio di rabbia. Quello che non avevano fatto le parole di Nenni lo fece lo spettacolo che mi accolse. Il sole faceva d’oro il selciato di Montecitorio e di piazza Colonna. Intorno all’obelisco quattro vetturini sonnecchiavano sotto i mantici delle carrozze in attesa di clienti. Dalla galleria un’orchestrina mandava musiche da caffè concerto. Ragazze sbracciate passavano per il Corso guardandosi intorno. E Singer, il delizioso Caffè Singer, all’angolo di piazza Colonna con la sua saletta riservata per gli appuntamenti e la grande vetrina sempre piena di violette di zucchero …

Dov’era la verità, in quell’emozione, in quel dolore che ancora mi percuoteva il petto o in questo paganesimo che mi circondava e mi attirava? Confesso che a tutt’oggi non ho trovato risposta a questo interrogativo.

Franco Gerardi

 Questo è il penultimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica
7 – Quidam de plebe, e la ‘legge truffa’
8 – La scuola di giornalismo dentro Montecitorio  

La scuola di giornalismo
dentro Montecitorio

Montecitorio_Sala_stampaCredo che la sala stampa dei giornalisti accreditati alla Camera sia tuttora dov’era negli anni Cinquanta, in quel decennio in cui l’ho frequentata, subito a sinistra dopo il grande atrio che accoglie chi varca la soglia di Palazzo Montecitorio. La sala stampa ha poi una porta secondaria sul lungo corridoio che corre di fianco al cortile e finisce proprio sul Transatlantico, l’enorme salone dei ‘passi perduti’ antistante l’aula dei dibattiti.

Sala e corridoio erano il regno di una strana razza di giornalisti che difficilmente avrebbero saputo scrivere un articolo sensato, ma tutto infallibili nel captare la più breve brezza che soffiasse sul panorama politico. Erano (sono?) gli informatori. Abbordavano qualche parlamentare, poi si attaccavano al telefono, riferivano, e tornavano al loro posto di osservazione. A quel tempo, Presidente dei giornalisti parlamentari era Gaetanino Natale che era stato segretario di Giolitti e continuava a ripetere, anche a chi l’aveva già sentito dieci volte, che negli anni Venti il grande statista a chi gli chiedeva se ormai anche i cattolici venissero alla democrazia replicava profeticamente: “Ricordati che Sturzo è un prete”.

Troneggiavano su tutti i tre senatori, Napolitano, Goliardo Paoloni e Ceretto, forti della loro esperienza nel periodo fascista. Si mettevano all’ingresso del Transatlantico, fermavano qualche ministro, poi telefonavano senza lasciare mai trapelare mezza parola di quel che avevano saputo. A contrastarli c’era un giovanissimo Vittorio Orefice che giurava: io a quelli li faccio morire. Orefice era il primo a entrare a Montecitorio e l’ultimo a uscire. Aveva scoperto che la politica si faceva non solo al governo, ma anche nella sede dei partiti e con le confidenze di Piazza del Gesù, specie durante il periodo di Fanfani, cominciò a primeggiare. Inaugurò il sistema della ‘velina’. Alla fine della giornata stendeva un breve resoconto delle notizie raccolte e le vendeva ai vari giornali. Fu poi imitato, ma la sua velina rimase insuperabile.

La platea degli informatori era vasta e variopinta. Il decano “Sasà”, padre di numerosi figli, era noto perché emigrato al nord con i fascisti, alla fine di aprile a Milano, era andato a reclamare lo stipendio dai partigiani che avevano occupato qualche giorno prima la casa del fascio. Scampò per miracolo alla fucilazione.

Emilio Frattarelli, un nobiluomo che doveva guadagnarsi da vivere sapeva sempre tutto, ma non coordinava mai niente. Aveva le confidenze di Togliatti che in pratica lo usava come una cassetta delle lettere. Quando voleva mettere in circolazione qualcosa che non poteva affidare a un comunicato ufficiale, chiamava Frattarelli, gli bisbigliava all’orecchio e la notizia finiva sui giornali.

Non mancavano personaggi singolari. Rozzera amava presentarsi con un particolare biglietto da visita. Io – diceva – nella mia vita mi sono messo sempre dalla parte dei soldi; faceva una pausa e aggiungeva: e mi sono trovato bene! Gianni Zimbelli, azzimato e profumato, aveva ereditato dal padre una piccola agenzia economica finanziata dalla Confindustria e campava bene e con poca fatica. Entrava in sala stampa, dava un’occhiata in giro, alzava il braccio destro col pugno chiuso, ci appoggiava l’altro braccio, lo agitava e urlava: “Lavoratori…!”. Nei tempi di crisi girava con un lingottino d’oro nel taschino vantando la propria previdenza. Aveva scoperto un metodo infallibile di conquista, prendere l’aereo, mangiare le lumache alla Torre Eiffel e tornare a Roma nel tempo che una signora dabbene impiega per andare dalla sarta. Ai suoi numerosi fidanzamenti si opponeva regolarmente la famiglia. Ma che famiglia? “Mia moglie e mia figlia”.

Andrea Cicala era un giornalista Rai che si era giocato il posto per la sua ossessione politica: socialdemocratico, voleva assolutamente la riunione del PSI con Saragat. Aveva apposta fondato un’agenzia di stampa, la Kronos che, quando l’unità si fece quindici anni dopo (malamente e durò poco) era già passata di mano dieci volte.

Dirompente fu l’arrivo a Montecitorio di Edoardo Rossi. Era un comunista, ex redattore capo dell’Avanti!, incapace di scrivere dieci righe senza offendere grammatica, sintassi e punteggiatura, ma dotato di un senso della notizia straordinario. Si alleò con Orefice e spopolarono. Fu Rossi a far sapere che i soldi per restituire il Premio Stalin a Nenni li aveva dati Rizzoli. Nenni se ne adontò e Rossi, che era comunista e anche cattolico, gli si presentò davanti, si buttò in ginocchio e piangendo lacrime vere gli chiese perdono. Nenni mi raccontò poi che poche volte in vita sua si era sentito in imbarazzo come con Rossi inginocchiato davanti.

Romanelli, Matteo Pistone, Ciccio Lisi, Benso, e poi Aniello Coppola, Pasquale Balsamo, Luigi Pintor, inviati da Ingrao a sostituire Ciccio Longo e Alberto Piattini considerati troppo tiepidi. Impossibile ricordarli tutti. Ma quei dieci anni sono stati una ineguagliabile scuola di politica.

Franco Gerardi

Questo è l’ottavo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica
7 – Quidam de plebe, e la ‘legge truffa’  

Quidam de plebe
e la ‘Legge Truffa’

Legge_truffaUna metà del ’52 e i primi mesi del ’53 li ho passati a inventare ogni giorno un argomento contro la “legge truffa”. In realtà non era una truffa, ma semplicemente un premio di maggioranza per i partiti “apparentati” che avessero messo insieme più del 50 per cento dei voti. Il quadripartito degasperiano era in difficoltà, con i partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali) consunti dallo strapotere cattolico. La legge elettorale maggioritaria mirava a dare loro un po’ di ossigeno; di voti la DC ne aveva fin troppi e la sua sinistra aveva accettato il premio perché pensava di conquistare così la maggioranza assoluta. Non era una truffa, ma come “legge truffa” è passata alla storia.

Rivedo un Nenni infuriato come non mai che batte e ribatte una copia dell’Avanti! sotto il naso di Tullio Vecchietti, il direttore del giornale, e di Edoardo Rossi, il direttore capo. Cos’era successo? Un liberale, l’ex ministro del Tesoro Corbino, aveva fatto una propria lista contro la legge e aveva lanciato un “ponte” cioè, una proposta che dimezzava il premio di maggioranza. Nenni era infuriato perché Vecchietti aveva regolarmente buttato nel cestino le notizie sulle iniziative di Corbino.

Vecchietti, numero due di Morandi e filocomunista, considerava di nessun valore le mosse di Corbino. In concreto, passasse o non passasse la legge, i comunisti sarebbero rimasti i padroni dell’opposizione. Chi rischiava grosso erano i socialisti. Dopo la batosta del Fronte Popolare nel ’48, i socialisti in Parlamento erano quattro gatti; se fosse passato il maggioritario, con i socialdemocratici di Saragat raddoppiati e noi dimezzati ancora, non avremmo avuto altro da fare che buttarci nelle braccia del PCI.

Passata la sfuriata Nenni mi rivolse: “Tu vieni con me”. Emozionatissimo, lo seguii per via Capolecase, via della Mercede – la redazione era in via Gregoriana – fino alla direzione del Partito immaginando chissà quali confidenze volesse farmi, ma Nenni non fece che ripetere i motivi della sfuriata. Poi, sul portone della direzione, mi gelò: “Scusa, ma sai, a me non piace camminare da solo per la strada”.

Vecchietti, bravo professore di storia (era stato l’allievo prediletto di Gioacchino Volpe) non poteva soffrire Nenni. Diceva che era ignorante (e non era vero, era solo un autodidatta) che non sapeva fare una relazione, che i suoi articoli erano gonfi d’aria (ma Turati, che non amava Nenni, aveva riconosciuto che a volte la sua prosa “ha la forza di un colpo di fucile”). Diceva che se lui e Morandi, capo dell’organizzazione, avessero voluto, avrebbero potuto mettere Nenni alla porta e questo era vero, ma solo al livello degli organi di Partito, perché nell’elettorato, tra i socialisti con e senza tessera, Nenni era popolarissimo, indubbiamente il numero uno.

Vecchietti non perdeva occasione per mettere Nenni in cattiva luce di fronte a me che di Nenni raccoglievo le confidenze. Quando, per le elezioni amministrative di Roma, Gedda e i Comitati Civici tentarono di indurre la DC ad allearsi con il Movimento Sociale, De Gasperi pubblicò sul Popolo, il quotidiano della DC, un articolo in cui affermava che a far fronte alla sinistra bastava lui ed essendo Presidente del Consiglio firmò con lo pseudonimo “quidam de populo” (‘uno qualunque’). Nenni mandò all’Avanti! una risposta in cui diceva in sostanza che senza l’aiuto delle masse popolari non ci sarebbe riuscito.

“Sai come ha firmato l’articolo il tuo segretario? – mi disse Vecchietti – “quidam de populo” – per fortuna che me ne sono accorto”.

L’articolo uscì con una firma impeccabile: “quidam de plebe” (“uno del

popolo”), i diseredati contro il popolo governante. Non so però se la storia sia vera o sia stata una malignità di Vecchietti per denigrare Nenni ai miei occhi.

Com’è noto la “legge truffa” non passò proprio per effetto dei 250 mila voti raccolti dalla lista Corbino. Il PSI prese più di tre milioni e mezzo di voti, ebbe molti complimenti e la grande paura passò. Tra De Gasperi e Nenni ci fu un lungo colloquio che non portò a nulla. De Gasperi rifece un quadripartito ridotto all’osso, ma Nenni mi disse di seguire da allora in poi la DC nelle mie cronache politiche.

Così cominciai a scrivere ogni giorno di Fanfani, dei sindacalisti di “Forze Sociali”, della “base” che si stava organizzando. Vecchietti si metteva dietro alle mie spalle e leggeva quanto andavo battendo “Franco, perché scrivi tante cose inutili? Dobbiamo parlare di operai, di fabbriche, di lavoro”. Ma Vecchietti, fazioso quanto si vuole, era anche un signore e pur essendo lui il direttore non cancellava mai una riga di quello che scrivevo.

Così cominciò la lunga marcia che dieci anni dopo portò socialisti al governo. Si legge nei libri che la svolta del PSI avvenne nel ’56 con l’invasione sovietica a Budapest. No, la svolta è cominciata dopo le elezioni del ’53, non era un’operazione semplice. Il PSI non doveva soltanto cambiare pelle, doveva cambiare anima e corpo fino ad allora votati all’unità con il PCI. Nenni ci riuscì e fu un’impresa storica.

Franco Gerardi

Questo è il settimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica

Quidam de plebe
e la ‘Legge Truffa’

Legge_truffaUna metà del ’52 e i primi mesi del ’53 li ho passati a inventare ogni giorno un argomento contro la “legge truffa”. In realtà non era una truffa, ma semplicemente un premio di maggioranza per i partiti “apparentati” che avessero messo insieme più del 50 per cento dei voti. Il quadripartito degasperiano era in difficoltà, con i partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali) consunti dallo strapotere cattolico. La legge elettorale maggioritaria mirava a dare loro un po’ di ossigeno; di voti la DC ne aveva fin troppi e la sua sinistra aveva accettato il premio perché pensava di conquistare così la maggioranza assoluta. Non era una truffa, ma come “legge truffa” è passata alla storia.

Rivedo un Nenni infuriato come non mai che batte e ribatte una copia dell’Avanti! sotto il naso di Tullio Vecchietti, il direttore del giornale, e di Edoardo Rossi, il direttore capo. Cos’era successo? Un liberale, l’ex ministro del Tesoro Corbino, aveva fatto una propria lista contro la legge e aveva lanciato un “ponte” cioè, una proposta che dimezzava il premio di maggioranza. Nenni era infuriato perché Vecchietti aveva regolarmente buttato nel cestino le notizie sulle iniziative di Corbino.

Vecchietti, numero due di Morandi e filocomunista, considerava di nessun valore le mosse di Corbino. In concreto, passasse o non passasse la legge, i comunisti sarebbero rimasti i padroni dell’opposizione. Chi rischiava grosso erano i socialisti. Dopo la batosta del Fronte Popolare nel ’48, i socialisti in Parlamento erano quattro gatti; se fosse passato il maggioritario, con i socialdemocratici di Saragat raddoppiati e noi dimezzati ancora, non avremmo avuto altro da fare che buttarci nelle braccia del PCI.

Passata la sfuriata Nenni mi rivolse: “Tu vieni con me”. Emozionatissimo, lo seguii per via Capolecase, via della Mercede – la redazione era in via Gregoriana – fino alla direzione del Partito immaginando chissà quali confidenze volesse farmi, ma Nenni non fece che ripetere i motivi della sfuriata. Poi, sul portone della direzione, mi gelò: “Scusa, ma sai, a me non piace camminare da solo per la strada”.

Vecchietti, bravo professore di storia (era stato l’allievo prediletto di Gioacchino Volpe) non poteva soffrire Nenni. Diceva che era ignorante (e non era vero, era solo un autodidatta) che non sapeva fare una relazione, che i suoi articoli erano gonfi d’aria (ma Turati, che non amava Nenni, aveva riconosciuto che a volte la sua prosa “ha la forza di un colpo di fucile”). Diceva che se lui e Morandi, capo dell’organizzazione, avessero voluto, avrebbero potuto mettere Nenni alla porta e questo era vero, ma solo al livello degli organi di Partito, perché nell’elettorato, tra i socialisti con e senza tessera, Nenni era popolarissimo, indubbiamente il numero uno.

Vecchietti non perdeva occasione per mettere Nenni in cattiva luce di fronte a me che di Nenni raccoglievo le confidenze. Quando, per le elezioni amministrative di Roma, Gedda e i Comitati Civici tentarono di indurre la DC ad allearsi con il Movimento Sociale, De Gasperi pubblicò sul Popolo, il quotidiano della DC, un articolo in cui affermava che a far fronte alla sinistra bastava lui ed essendo Presidente del Consiglio firmò con lo pseudonimo “quidam de populo” (‘uno qualunque’). Nenni mandò all’Avanti! una risposta in cui diceva in sostanza che senza l’aiuto delle masse popolari non ci sarebbe riuscito.

“Sai come ha firmato l’articolo il tuo segretario? – mi disse Vecchietti – “quidam de populo” – per fortuna che me ne sono accorto”.

L’articolo uscì con una firma impeccabile: “quidam de plebe” (“uno del

popolo”), i diseredati contro il popolo governante. Non so però se la storia sia vera o sia stata una malignità di Vecchietti per denigrare Nenni ai miei occhi.

Com’è noto la “legge truffa” non passò proprio per effetto dei 250 mila voti raccolti dalla lista Corbino. Il PSI prese più di tre milioni e mezzo di voti, ebbe molti complimenti e la grande paura passò. Tra De Gasperi e Nenni ci fu un lungo colloquio che non portò a nulla. De Gasperi rifece un quadripartito ridotto all’osso, ma Nenni mi disse di seguire da allora in poi la DC nelle mie cronache politiche.

Così cominciai a scrivere ogni giorno di Fanfani, dei sindacalisti di “Forze Sociali”, della “base” che si stava organizzando. Vecchietti si metteva dietro alle mie spalle e leggeva quanto andavo battendo “Franco, perché scrivi tante cose inutili? Dobbiamo parlare di operai, di fabbriche, di lavoro”. Ma Vecchietti, fazioso quanto si vuole, era anche un signore e pur essendo lui il direttore non cancellava mai una riga di quello che scrivevo.

Così cominciò la lunga marcia che dieci anni dopo portò socialisti al governo. Si legge nei libri che la svolta del PSI avvenne nel ’56 con l’invasione sovietica a Budapest. No, la svolta è cominciata dopo le elezioni del ’53, non era un’operazione semplice. Il PSI non doveva soltanto cambiare pelle, doveva cambiare anima e corpo fino ad allora votati all’unità con il PCI. Nenni ci riuscì e fu un’impresa storica.

Franco Gerardi

Questo è il settimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica

Nenni, umanità e tanta intelligenza politica

Nenni_legge_Avanti!È difficile parlare di Nenni, pur avendo avuto io con lui una lunga consuetudine. Spiccava, fra le sue caratteristiche, la sua grande intelligenza; poi l’inventiva e la vena poetica del suo scrivere, il senso del reale e del possibile, il grande coraggio fisico e morale.

Riconosceva di essere ambizioso, ma all’ambizione sapeva opporre i giusti limiti. Spartaco Cannarsa era un vecchio socialista che si dilettava a raccogliere i discorsi parlamentari o quelli pronunciati nei vari congressi del PSI e poi li pubblicava a proprie spese. Quando presentò a Nenni il suo centone sul “biennio rosso” Nenni corse subito a vedere l’indice dei nomi citati. “Ci stai, ci stai”, lo rassicurò Cannarsa. Ma quando ci fu il testa a testa con Saragat per la presidenza della Repubblica, Nenni mi confidò: “Vincerà Saragat, perché io sono soltanto ambizioso e Saragat, invece, è anche orgoglioso e non gli interessa niente al di fuori di se stesso”. Nenni avrebbe potuto vincere prolungando lo scontro fino a spaccare il debole partito di Saragat. Sull’ambizione prevalse il senso di responsabilità e si ritirò non senza grande pena.

Prima di pronunciare un discorso, Nenni pretendeva che qualcuno leggesse ciò che aveva scritto e spesso toccava a me perché era solito scrivere le sue relazioni nei fine settimana nella villetta a Formia acquistata con i soldi del ‘Premio Stalin’ e io a Formia ero quasi di casa.

Un giorno lo trovai impegnato in un’accanita partita di bocce. L’ultima biglia spettava a lui, un colpo difficilissimo, ma decisivo. Fallì per un’inezia. Mentre rincasavamo cercai di consolarlo. “Sei stato proprio sfortunato, hai giocato benissimo”. Mi si rivoltò come un cane: “Non mi importa niente di giocare bene, io voglio vincere!”.

Un’altra volta, alla fine del pranzo, mi offrì una pera che io rifiutai. “Non mangi una pera?!” mi rimproverò con il tono di chi ha desiderato mangiare una pera per tutta la vita…

Era un uomo di assoluta modestia. Non aveva mai soldi in tasca. Carmen, la moglie, gli metteva ogni giorno mille lire in tasca, ma lui non le trovava mai. Se ti invitava a prendere un caffè alla buvette (il bar adiacente al Transatlatico dentro Montecitorio ndr) potevi star sicuro che pagare toccava a te.

Vestiva senza alcuna pretesa. Per andare al Quirinale a giurare come vicepresidente del Consiglio si fece confezionare un abito da un sarto socialista rifugiato come lui in Francia. Era a quadretti e i quadretti dei pantaloni, mancando l’à plomb, gli giravano intorno alle gambe come le glorie di Traiano intorno alla sua colonna.

Quando si era fissato in testa un obiettivo non smetteva di battere finché non lo avesse raggiunto, costasse anche dieci anni di sforzi come è stato per portare un partito succube dei comunisti all’accordo con la DC; e ci riuscì senza rinunciare alla cultura marxista che il PSI ha abbandonato solo con la svolta di Craxi.

Nenni leggeva tutto e il minimo fatto di cronaca gli serviva per ribadire la sua tesi. A volte mi mandava articoli consistenti in un titolo, cinque righe di inizio e tre di conclusione: il resto – diceva – metticelo tu. Una volta mi mandò un discorso con una lunga tirata contro Saragat seguita da “vivissimi applausi”. Prima che il discorso fosse pronunciato Saragat disse qualcosa che piacque a Nenni e io ricevetti un singolare biglietto: “A pagina tot del discorso togliere vivissimi applausi”. Lasciò l’attacco ma non lo fece applaudire. Finezze ormai sconosciute.

La prosa di Nenni andrebbe studiata a fondo. Dietro ogni frase, la più banale, c’era il sentimento, la capacità di indurre pathos e sensazioni. Nel primo dopoguerra era stato capace di sconfiggere Serrati, che stava conducendo a Mosca le trattative per far confluire il PSI nel Partito Comunista con una sola frase: “Non si vende un partito come un fondaco da mercante”; ed era soltanto il redattore capo dell’Avanti!. Chiese il Congresso, lo ottenne e lo vinse.

Scrisse: “La repubblica o il caos” e ottenne la repubblica contro i riottosi comunisti e i cattolici che non si pronunciarono fino all’ultimo, inducendo a fare il referendum istituzionale ‘monarchia o repubblica’ assieme al voto per l’Assemblea Costituente. Un vero colpo da maestro.

Ma quello che non dimenticherai mai di Nenni è la riga colma di umanità, di dolore e di verità apposta sulla lapide della figlia Vittoria morta ad Auschwitz: “Eppure domani è un altro giorno”. C’è sempre un sole che torna a splendere sul più grande dolore che un uomo possa provare, ma non è un sole consolatorio, è l’obbligo di vivere nel dolore e col dolore. Non è prosa, è poesia.

Franco Gerardi 

Questo è il sesto di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 –
 La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni 

Il primo centrosinistra
grazie a Moro e Nenni

Moro_Aldo_e_Nenni_PietroL’ascesa di Aldo Moro nella Democrazia Cristiana fu determinante per la cosiddetta apertura a sinistra, l’ingresso dei socialisti nel governo della Repubblica. Moro aveva una sua corrente, retta finanziariamente dal fido Freato, che però non ha mai superato il 4/5 per cento. La sua forza era tutta nell’intelligenza e nella capacità di guardare lontano. Capiva la politica e sapeva disegnare scenari politici anche assurdi come il governo delle “convergenze parallele”, cioè una inconciliabilità con cui riuscì però a tirare avanti per un bel po’, dopo la crisi Tambroni.

Moro era l’opposto di Fanfani che, ragionando in termini sociali, aveva tentato lo sfondamento a sinistra con un partito moderato quale era la DC se non apertamente conservatore. Moro ragionava in termini politici. La sua ossessione era l’allargamento della base democratica dello Stato. Era convinto, giustamente, che se la Repubblica democratica e parlamentare avesse avuto il sostegno solo del vecchio quadripartito degasperiano – DC, PSDI, PRI e PLI – prima o poi sarebbe finita nel caos.

Su questo punto Moro si incontrava con Nenni, da anni indaffarato a scrollarsi di dosso il patto di unità di azione col PCI. Anche Nenni era convinto che, continuando la politica del muro contro muro, la Repubblica era condannata allo sfascio e sentiva che era dovere dei socialisti, che al contrario dei comunisti non avevano alcun vincolo con l’Unione sovietica, di provvedere in qualche modo.

L’ostacolo principale era il Patto Atlantico con cui la DC, ferma nella difesa dei valori occidentali, non avrebbe mai rinunciato. Il PSI era fermo al neutralismo dell’Italia. Alla fine Nenni escogitò una formula che Moro riuscì a far ingoiare alla DC: una interpretazione del Patto Atlantico “strettamente difensiva e geograficamente limitata”. Era un brutto rospo per la DC, ma nel congresso di Napoli del ’63 che sancì l’apertura a sinistra, Moro fu di un’abilità diabolica. Disse onestamente che, dopo i socialisti, “altri dovranno venire”, ma poi si esibì in una vertiginosa elencazione dei benefici e dei problemi che l’ingresso dei socialisti nel governo comportava che l’on. Scalfaro, intervenuto subito dopo per parlare contro, dovette confessare di “sentirsi in barca”, incapace di ragionare e di decidere.

Nenni aveva la sua spina nel fianco in Lombardi, politicamente a destra di Nenni, ma sul piano programmatico più che rivoluzionario. Lombardi poneva la condizione di un ampio programma di riforme, ma queste riforme dovevano essere dolorose, incidere sui rapporti di classe, trasferire potere dalle mani del grande capitale alle mani pubbliche. La nazionalizzazione dell’energia elettrica – conditio sine qua non – doveva servire a strappare dalle mani del potentissimo gruppo dell’ing. Valerio la facoltà di finanziare la stampa conservatrice.

Lombardi era un ingegnere che per ogni problema aveva la ricetta ottimale. Leggeva i giornali esteri e quelli economici e i suoi interventi erano sempre pieni di dati e di profezie. Nessuno replicava mai e una volta ne chiesi il perché a Giacomo Mancini. Fu lapidario: “Che vuoi rispondere a uno che asserisce che se rialza il prezzo dello stagno sul mercato di Singapore è immanente lo scoppio di una guerra?” effettivamente non c’è niente da rispondere.

Moro seguì Nenni sul piano delle riforme previste dalla Costituzione e mai prima attuate. Entrarono così a far parte degli istituti della Repubblica la Corte Costituzionale, il referendum, l’ordinamento regionale. Fu approvata anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica su cui i socialisti ebbero l’appoggio di Fanfani.

Per il resto del programma furono invece dolori. Lombardi, che aveva voluto per sé l’Avanti!, gridava ogni giorno alle inadempienze governative. Moro, che non poteva fare a meno dell’appoggio dei coltivatori diretti di Paolo Bonomi, che non era certo un progressista, si barcamenava come poteva. Si arrivò presto alla crisi che risolse ben poco: Lombardi mollò il giornale, io tornai alla direzione dell’Avanti!, Moro restò alla Presidenza del Consiglio, Nenni continuò ad essere il suo vice e il braccio di ferro tra socialisti e democristiani per le riforme in programma continuò come prima.

Franco Gerardi

 Questo è il quinto di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 –
 La giustizia italiana e l’albero tagliato

La giustizia italiana
e l’albero tagliato

Albero-tagliato-giustiziaL’uscita dal giornale del vecchio Vezio Murialdi mi addossò la responsabilità del Lavoro di Genova.

Pertini, che ne era il direttore, non era molto sorvegliato nello scrivere e le chiamate in tribunale erano numerose. Ma qui voglio ricordare il più assurdo di quel centinaio di processi che ho subito come responsabile del Lavoro di Genova e poi come direttore responsabile dell’Avanti! per più di quindici anni.

Un giorno ricevo una telefonata del mio difensore di Genova, l’avvocato, poi onorevole, Filippo Machiavelli. “Franco – mi dice – devi venire a Genova. Se il Presidente del tribunale non ti vede in faccia, questa volta si mette male”.

Parto, vado a Genova, arrivo appena in tempo per varcare la soglia del tribunale. Non ho ancora visto Machiavelli, non so di che cosa si tratta. La sala scelta per il procedimento è quella delle grandi udienze. Presidente, giudice a latere, pubblico ministero, una vera folla assiepata nel reparto dei testimoni. Mi prende l’angoscia. Finalmente arriva Machiavelli che mi spiega di che si tratta. Il corrispondente del Lavoro da un paesino di cui non ricordo il nome ha mandato una notiziola di non più di dieci righe, che il giornale ha pubblicato, in cui accusava di furto un signore che aveva tagliato un albero le cui radici stavano nel suo giardino, ma la cui chioma svettava sulla strada comunale. Per farsi una barca, scriveva. Ma di chi era l’albero? Le radici bastavano ad assicurare la proprietà? E la chioma che insisteva su una strada pubblica bastava a stabilire i diritti del comune sull’intero albero?

Comincia l’interminabile sfilata dei testimoni. Ci sono proprio tutti: il sindaco, il vicesindaco, il farmacista, l’insegnante, mezza caserma dei carabinieri; il paese è spaccato a metà; i testimoni si alternano, uno giura sulla buona condotta di chi ha tagliato l’albero, uno ne afferma il poco rispetto per le cose altrui.

È già passata l’ora del pranzo quando l’accusa sostiene provata la mia colpevolezza: l’albero poteva essere tagliato, l’accusa di furto è una grave diffamazione che va punita con il massimo della pena.

Il mio difensore, quando tocca a lui, fa una generica difesa sul fatto, poi chiede l’applicazione dell’amnistia che il Parlamento ha approvato qualche settimana prima per i reati fino a due anni.

Insorge il pm: l’amnistia non si può applicare perché il reato di cui sono accusato comporta una pena di due anni e 10mila lire di multa; e poiché la multa, non pagata, è convertibile in tot giorni di carcere, è evidente che non può essere applicata al mio caso.

S’è fatto tardi e il Presidente sospende la seduta per un panino. Quando si ricomincia è un duellare a colpi di fioretto, una disquisizione giuridica contro un’altra disquisizione, una sentenza citata contro un’altra sentenza.

Non si finisce mai. In realtà nessuno sa se l’albero poteva o no essere tagliato, nessuno sa se le 10mila lire di multa fanno escludere l’amnistia.

Saggiamente il Presidente interrompe la seduta e rinvia il processo a una nuova udienza da tenersi in data da fissare.

Io di quel processo non ho più saputo nulla. Credo che alla fine abbia prevalso il buon senso e sia stata applicata l’amnistia perché non mi è mai risultata una condanna per quel processo. Ma il punto è un altro: era un processo da celebrare? Quanto è costata allo Stato quell’imbecillità?

Ho chiesto a Machiavelli se sapesse come mai un simile scempiaggine, quella stupida bega paesana avesse avuto l’onore di un processo. Mi ha risposto di aver posto la stessa domanda al sostituto procuratore ricevendone in risposta l’obbligatorietà dell’azione penale. Ma quanti fascicoli aveva sulla scrivania quel sostituto? L’obbligatorietà dell’azione penale è un’ipocrisia che permette agli inquirenti di scegliersi i processi che più gli aggradano, anche i più inutili. Prima sarà cancellata, meglio funzionerà la giustizia.

Franco Gerardi

Questo è il quarto di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’

Il PSI, De Mita
e la sinistra ‘str…a’

Ciriaco-de-mitaSono stato il primo giornalista italiano a scrivere di Ciriaco De Mita. Era il congresso di Trento della Democrazia Cristiana, nel ’54. Fanfani aveva vinto a Napoli relegando in soffitta i vecchi popolari degasperiani; De Gasperi era morto poco dopo e ora Fanfani celebrava il potere alfine conquistato. Con lo scandalo Montesi aveva distrutto Attilio Piccioni, l’unico suo possibile avversario coinvolgendo il figlio Piero nella morte della ragazza trovata senza vita sulla spiaggia di Torvaianica dopo un festino. Nel discorso del trionfo finale disse che Piccioni, di cui era proverbiale il silenzio, aveva “il cervello che fuma”. Fanfani non era mai felice nelle sue metafore. Continua a leggere

Il PSI e gli anni dei rubli
Una difficile autonomia

LelioBasso

Lelio Basso

Il PSI dei primi anni Cinquanta era un partito asservito al PCI, politicamente e finanziariamente. Sul piano politico c’era il patto di unità di azione, stipulato in Francia contro il Fascismo e poi sempre confermato; i soldi per pagare i funzionari e far uscire l’Avanti! venivano tutti dalle Botteghe Oscure. C’erano poi i sentimenti unitari che nel PSI erano forti e condivisi. Era ormai passata la sbornia bassiana (Basso diceva che la vera sinistra italiana era il PSI, il PCI solo una propaggine sovietica), tramontato il breve periodo lombardiano seguito alla catastrofe del fronte popolare, la sinistra filocomunista dominava nel Partito. Bastava il più lieve accenno a una funzione autonoma del PSI per essere zittiti. Continua a leggere