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Giancarlo Volpari

La scuola italiana sembra
non aver pace

La scuola italiana sembra non aver pace. Prima la contestazione della legge 107, poi, sembra, la valanga di voti degli insegnanti contro il governo Renzi e oggi in sequenza l’ammissibilità della bocciatura a carico degli alunni della primaria e su “Il Corriere della Sera”, la denuncia delle inefficienze del sistema scolastico italiano da parte di due autorevoli firme: Ernesto Galli della Loggia e Gian Antonio Stella.

Io sono stato tra coloro che hanno difeso la legge di riforma “La buona scuola”,con particolare riferimento al reclutamento dei docenti, direttive tese a porre fine ad un sistema che aveva creato una bolla di precariato a dir poco esplosiva. Oggi prendo atto che quelle o altre norme non hanno incontrato il consenso dei docenti e mi dico: è la democrazia, bellezza.

Sono, invece, assolutamente indisponibile ad accettare per buona la decisione della ministra Valeria Fedeli, che ha confermato la possibilità di bocciare gli alunni della scuola primaria. Per giustificare la decisione, avrebbe dichiarato: “… non abbiamo vietato le bocciature, ma vogliamo mantenere un sistema in cui siano assolutamente eccezionali”. Un noto detto popolare, che non cito in dialetto perché non sono certo della grafia, dice: “peggio la toppa del buco!”.

Non esistono “casi eccezionali”, esistono bensì dei cittadini italiani di età cha va da 6 a 10/11 anni, ai quali le leggi dello Stato garantiscono, sulla base della Costituzione e con un servizio pubblico denominato “scuola”, l’alfabetizzazione di base del “leggere”, dello “scrivere” e del “far di conto”. La scuola ha dei tempi di frequenza fissati e diversi solo per i vari ordini in cui è suddivisa. Quindi il “pierino” di turno deve sedere sui banchi della scuola primaria per cinque anni, né uno in più, né uno in meno.

Ma se “pierino”, nel corso dei cinque anni, non raggiunge i livelli di apprendimento minimi, che cosa facciamo? La norma dice che, con le dovute garanzie, lo possiamo bocciare.

A questo punto, a sostegno della tesi “non si boccia nella scuola primaria” mi appello semplicemente al vocabolario della lingua italiana: bocciare (colpire con la propria boccia quella dell’altro), promuovere (far progredire, stimolare, far avanzare di grado o di dignità).

Ognuno può trarre le dovute conclusioni, senza ulteriori argomentazioni.

Da ultimo, ma non certo per importanza, un commento sui due contributi apparsi oggi su “Il Corriere della sera”. Quello di Gian Antonio Stella si base su un’indagine della rivista “Tuttoscuola”, quindi non si può fare altro che prenderne atto. C’è ancora molto da fare sul versante del sostegno ai “pierini” di cui sopra.

Molto più politica l’analisi di Galli della Loggia, ma almeno su un punto ha ragione, quando afferma che la crisi del sistema scolastico italiano è conseguenza del congedo della politica dalla scuola.

Giancarlo Volpari

Giancarlo Volpari
Sì al Referendum costituzionale

Più si avvicina la data del voto per approvare o cancellare il progetto di riforma costituzionale del governo Renzi, si alza il tono del confronto tra favorevoli e contrari. Inevitabile, trattandosi di riformare la Costituzione in regime di democrazia.

Meno inevitabile, anzi inaccettabile in linea di principio, il documento-appello “Cari compagni che, sbagliando, votate SI”, lanciato in rete in questi giorni da alcuni amici e compagni.

Sarebbe, infatti, interessante sapere perché mai, ancor prima del voto e della proclamazione del risultato dello stesso, e a quale titolo (poteri divinatori e di previsione del futuro?) qualcuno possa definire la vittoria del SI un errore di valutazione.
In politica, come d’altra parte nelle vicende personali, il valore positivo o negativo di una scelta tra due possibilità, lo si valuta a posteriori, mentre a priori le diverse opzioni si soppesano, se ne analizzano le possibili conseguenze, prima di scegliere tra una delle due.

Questo procedimento è l’essenza stessa della democrazia, e viene definito, appunto, il metodo democratico.

Al di fuori di questa impostazione di un qualsiasi confronto sulle idee c’è, più o meno consapevolmente, la negazione di regole che dovrebbero essere condivise e un tentativo, abbastanza palese, di prevaricazione nei confronti di chi vorrebbe pacatamente discutere del merito dei problemi, senza togliere credito al libero pensiero di chi valuta in modo diverso.

A fronte di queste ricorrenti e poco “educate” diatribe interne al nostro partito, come quella della scelta tra approvare o bocciare un processo di riforma costituzionale, non si può non citare il comportamento dei capponi di Renzo. Comunque vada, la loro sorte è tragicamente segnata, eppure continuano imperterriti e inutilmente a beccarsi.

Se provassimo, una volta per tutte, ad individuare modalità di confronto su basi meno conflittuali al nostro interno, forse ne verrebbe qualche beneficio al partito in termini di maggiore visibilità.

Giancarlo Volpari

Riforme tutt’altro che perfette, ma comunque un passo avanti

Molti interventi qualificati a favore del “no” al quesito referendario sulla legge di revisione costituzionale, che si terrà nel mese di ottobre, si richiamano al contesto politico in cui operò l’Assemblea Costituente nel 1947: grande coesione tra i partiti, senza rinnegare i rispettivi valori fondanti.

Se è doveroso, nel momento in cui ci si accinge a cambiare una parte di quel testo (Parte II titolo I: Ordinamento della Repubblica – Il Parlamento), ricordarne il particolarissimo momento storico della nascita, è altrettanto dovuta una riflessione se non sarebbe una forzatura fare di quell’esaltante esperienza un modello assoluto di riferimento, nella situazione politica contingente, contrassegnata da tensioni e incapacità di individuare obiettivi comuni su cui confrontarsi apertamente e poi approntare e approvare leggi non più rinviabili.

Due richiami bastano a dimostrare che oggi, sulla base dei rapporti di forza tra i partiti che hanno una loro rappresentanza parlamentare, non solo siamo lontani anni luce dal clima dell’Assemblea Costituente ma, al contrario, assistiamo giorno dopo giorno alla sostituzione del confronto democratico con lo scontro di “tutti contro tutti”.

Il primo richiamo è alla vicenda della recente approvazione della legge sulle unioni civili. In none dell’esigenza di garantire la governabilità del Paese in un momento di difficoltà sia sul piano economico sia sociale, è stata varata una norma monca sulla pelle, è il caso di dirlo, dei bambini che ancora sono costretti a vivere negli orfanatrofi, quando fuori si manifesta grande disponibilità all’adozione.

Il secondo richiamo è proprio alla legge di revisione costituzionale, oggetto della consultazione referendaria del mese di ottobre prossimo. Gli aspetti positive della riforma si accompagnano a scelte indubbiamente discutibili, ma il dibattito parlamentare si è svolto in un clima opposto a quello in cui operarono i padri costituenti.

In tale contesto era quasi inevitabile che l’iniziativa di revisione venisse presa dal governo in carica, invece che dal Parlamento, come sarebbe d’obbligo in un regime democratico.

Il risultato (il ddl Boschi approvato dal Parlamento) non risponde completamente alle legittime aspettative di molti cittadini, ma è la rappresentazione di quanto si poteva ottenere nella situazione attuale dei rapporti di forza tra i partiti di governo e tra questi e le opposizioni. Su questa base l’auspicio è che un’ampia maggioranza di elettori si rechi alle urne ed esprima comunque un voto. Molto meglio se verrà sostenuta la bontà di una legge indubbiamente molto sofferta e tutt’altro che perfetta, ma pur sempre uno dei tanti passi avanti che il nostro Paese deve ancora compiere per mettere alle spalle anni di colpevole inerzia legislativa, che lo condannano spesso ad occupare gli ultimi posti nelle graduatorie europee e mondiali.

Giancarlo Volpari
Responsabile scuola PSI

Scuola, Governo e Camere ascoltino anche i cittadini

Scuola riformaA fronte della dichiarazione di sciopero generale da parte dei lavoratori della scuola, indetto dai sindacati Flc CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS Confsal e GILDA Unams per il 5 maggio prossimo, è arrivata una piccata dichiarazione a difesa dei contenuti del ddl 2994 di riforma del sistema scolastico italiano. Ma come, cari sindacati, vi accingete a scioperare contro un esecutivo che mette nero su bianco l’assunzione in ruolo di ben centomila precari? Lo sapete o no che la scuola è dei cittadini e non dei sindacati?

In questa dichiarazione c’è solo una parte della verità: il piano di assunzione di 100.000 precari. Ma il problema è molto più complesso, e cercare di nasconderlo dietro il paravento di una soluzione significativa ma parziale, sa tanto di demagogia. Detto in estrema sintesi: negli ultimi 15/20 anni lo Stato ha assunto, più o meno all’inizio dell’anno scolastico e poi licenziato al termine delle lezioni, un numero altissimo di docenti (per questo definiti “precari”). Tale comportamento è finito sotto la lente d’ingrandimento della Corte di Giustizia Europea, la quale ha condannato l’Italia: ”La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione. Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”.

Dire che il rinnovo illimitato dei contratti a tempo determinato “non è giustificato” non equivale forse a dire che è “illegittimo”? Se è “illegittimo” non ha forse il legislatore il dovere, proprio in virtù del fatto che la scuola è dei cittadini e non dei sindacati, di prevedere, con la gradualità imposta dalle compatibilità economiche, l’assunzione di tutti quei docenti che hanno maturato un diritto riconosciuto da una corte di giustizia?

Un’ultima considerazione. Il buon governo si misura da come i governanti si pongono nei confronti dei propri cittadini. Se li considerano dei “sudditi”, allora legiferano a prescindere, se li ritengono dei cittadini con diritti e doveri, allora ne ascoltano i suggerimenti.

Mi auguro che siano ancora molti, nonostante tutto, i cittadini italiani che apprezzerebbero la disponibilità all’ascolto da parte del governo e dei nostri rappresentanti in Parlamento, in sede di approvazione di una legge di riforma che incide in modo profondo nel sistema scolastico italiano.

Giancarlo Volpari
(Responsabile nazionale scuola del PSI)

Scuola. Ora serve il massimo coinvolgimento di tutti

Il progetto di riforma della scuola italiana si è avviato sul binario della discussione parlamentare. Il governo, nel corso del Consiglio dei Ministri di ieri 12 marzo, e nella successiva conferenza stampa, ha ulteriormente messo a fuoco i capisaldi della riforma già anticipata con il documento  “La buona scuola” degli inizi del mese di settembre 2014.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, nell’occasione, ha rivolto al Parlamento un perentorio invito: “Fate bene, fate presto” perché “l’Italia non ha tempo da perdere”.

Non c’è motivo per pensare che i deputati e i senatori non siano consapevoli dell’urgenza di porre mano a una riforma radicale dell’attuale  sistema scolastico italiano. I sintomi della crisi sono sotto gli occhi di chi voglia vederli. Non è necessario leggere i più recenti contributi di attenti osservatori come Severgnini e Recalcati per convincerci che la scuola italiana è a rischio implosione.

Bastano due esempi per dimostrare come la scuola reale abbia perso la bussola delle migliori pratiche pedagogico-didattiche.

Si è concluso da poco il rito delle pagelle. I bambini del primo anno della scuola primaria, dopo un quadrimestre di attività, si sono ritrovato tra le mani un foglio su  cui a sinistra sono elencate le materie di studio e, in corrispondenza, a destra i voti espressi in numeri da zero a dieci. A questo punto c’è da chiedersi che senso abbia spendere soldi per tenere in funzione le facoltà di pedagogia!

Altro esempio, tratto dal libro di Severgnini “La vita è un viaggio”: “La scuola superiore italiana lascia per strada il 18 per cento degli iscritti: quasi uno su cinque, una percentuale drammatica”. Superfluo ogni commento.

Il governo ha indubbiamente svolto il proprio compito dando avvio al processo di riforma. Sarebbe un gravissimo errore se le forze politiche, sindacali e le rappresentanze di categoria si limitassero a giocare il proprio ruolo solo ed esclusivamente in termini di critica non costruttiva.

La difesa dei diritti acquisiti dei lavoratori della scuola, il diritto dei cittadini a poter contare su un sistema scolastico efficiente, le legittime aspirazioni dei docenti precari, sono temi che dovranno essere affrontati con il massimo coinvolgimento dei protagonisti. Importante che nessuno dimentichi qual è l’obiettivo finale.

Giancarlo Volpari
Responsabile scuola nazionale del PSI