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Gianfranco Sabattini

La seduzione del Caos.
La crisi e la soluzione di Federico Rampini

rampiniAlcuni rinvengono nel caos che avvolge il mondo attuale un principio dinamico, idoneo a consentirgli di “disincagliarsi” dalle secche di una crisi della quale stenta a liberarsi. Ad illustrarne le implicazioni provvede una delle ultime “fatiche” editoriali di Federici Rampini, col libro “L’età del caos”; titolo che sembra evocare la possibilità che il caos sia destinato a permanere a lungo, connotando addirittura un’intera epoca storica.
Tale epoca sarebbe caratterizzata dalle “linee di frattura che attraversano il mondo in cui viviamo […]. Dalla geopolitica all’economia, dall’ambiente alla crisi delle democrazie, dalla rivoluzione tecnologica al futuro delle potenze emergenti, Cina e India”. Pertanto, Rampini è del parere che conoscere il caos è “la condizione essenziale per padroneggiarlo, o almeno per galleggiare, sopravvivere, adattarsi” e, soprattutto, per capire lo stato attuale del mondo.
Il caos eserciterebbe una sorta di seduzione sui commentatori di “come va il mondo” in presenza di tali linee di frattura, seduzione che sarebbe persino possibile avvertire anche in uno “slittamento del linguaggio”; tradizionalmente, l’uso del sostantivo serviva a descrive situazioni di disordine intervenute in strutture organizzate e bene ordinate, nel campo dell’economia, della politica o delle scienze in generale. È paradigmatico, a parere di Rampini, il fatto che un noto esperto di geopolitica americano, Joshua Cooper Ramo, abbia fatto del caos un principio ispiratore della dinamica economica. In “Il secolo imprevedibile. Perché il nuovo disordine mondiale richiede una rivoluzione del pensiero”, Ramo considera il mondo attuale caratterizzato da una profonda asimmetria. Da una parte, esistono “delle classi dirigenti, dei membri dell’establishment, dei governanti, la cui formazione è irrimediabilmente radicata nel passato, quindi incapaci di capire il futuro”, queste categorie di persone tendono a pensare in modo “lineare”, “come se la storia fosse prevedibile, e quindi fosse possibile ripristinare qualche tipo di status quo, di stabilità”. Dall’altra parte, esistono le nuove élite, “i veri protagonisti del futuro”, cioè quei politici, quegli imprenditori, o uomini d’affari, che vedono nell’instabilità un’occasione da non perdere, pensando “al caos come a un’opportunità”.
Costoro sono i nuovi interpreti della “distruzione creatrice” di schumpetriana memoria; essi pensano che, per essere protagonisti ed avere successo, si debba essere distruttivi, cioè dirompenti; il loro modo di pensare, osserva Rampini, evoca analogie con il pensiero di Mao Zedong e di Lev Trockij, che hanno teorizzato la pratica della “rivoluzione permanente, facendo dell’instabilità una risorsa strategica. Il mondo di oggi sarebbe pervaso da un simile pensiero. Ma può il caos rappresentare realmente un’opportunità? Nella storia non sono mancate risposte affermative di personaggi autorevoli, quale è stata, ad esempio, quella dello stratega cinese del V secolo a.C., Sun Tzu; Rampini, però, per avere una risposta più vicina a noi, ha pensato di rivolgersi all’illustre matematico inglese Leonard Smith, il quale, nella sua risposta riguardo a cosa realmente rappresenti il caos, ha problematizzato, sia l’accezione popolare negativa e catastrofista del caos, che quella ottimistica e distruttiva in senso positivo di Ramo.
Dalla risposta del matematico si è appreso che uno dei “miti del caos” da respingere è “che esso renda inutile il tentativo di fare previsioni”. Nelle scienze, il caos riflette situazioni in cui “delle piccole differenze nel modo in cui sono le cose oggi possono avere conseguenze enormi su come saranno le cose in futuro”. Ciò significa che non è possibile pensare deterministicamente che il futuro del mondo sia prodotto dal suo stato attuale; ovvero, che si possa definire il suo stato futuro sulla base di quello attuale. La risposta del matematico ha spinto Rampini ad azzardare la domanda: perché allora del caos si dovrebbe vedere solo il lato negativo? Se realmente esso fosse anche portatore di aspetti positivi, non ci sarebbe da stupirsi del fatto che gli operatori più trasgressivi e più creativi tra le generazioni contemporanee colgano nel caos “una promessa di illimitate possibilità”. Ma la domanda retorica di Rampini ha ricevuto la risposta raggelante del matematico, secondo il quale: “Poche accuse sono tanto gravi come quella di aver speso la propria vita professionale a cercare risposte a una domanda sbagliata”. Dove sta il problema?
Il problema sta nel fatto che l’azione che coloro che si adoperano per avere successo nella prospettiva che il caos possa rappresentare un’opportunità agiscono nell’area del mercato mondiale globalizzato, nella presunzione di agire nel “vuoto”. Accade, invece, che nel mercato mondiale, quale è quello attuale, caratterizzato dall’assenza di regole condivise, coloro che credono nelle “promesse” del caos trovino dei competitori motivati dai loro stessi intenti; ciò, in assenza di regole, crea solo disordine, le cui implicazioni, come la storia insegna, è spesso foriera di guerre e di scontri armati, come ora sta accadendo, sia pure limitatamente ad alcune aree regionali del mondo, tra gli Stati ai quali “appartengono” i protagonisti del “turbocapitalimso” globale.
Per fugare l’attuale disordine occorrerebbe tornare all’ordine preesistente l’avvento della forma ora assunta dalla globalizzazione dei mercati nazionali; il mercato mondiale di allora era governato, prima dagli imperi coloniali e, successivamente, da Paesi assurti al ruolo di grandi potenze globali; sia gli Stati coloniali, che quelli assurti a grandi potenze dopo il secondo conflitto mondiale hanno sempre fatto riferimento, sia pure in termini tendenziali, all’“Ordine Mondiale” fondato sulla pace di Vestfalia firmata nel 1648. Uno dei principi sui quali era fondata quella pace riconosceva la potestà di ogni Stato di stabilire quali valori dovessero essere condivisi al suo interno; si trattava del riconoscimento della sovranità, nel senso che ogni singolo Stato “non doveva immischiarsi nelle vicende interne del suo vicino”. Tuttavia, l’ordine fondato unicamente sul rispetto dell’indipendenza di ogni Stato non è risultato molto stabile, in quanto è spesso accaduto che uno Stato emergente pretendesse, a giustificazione delle proprie mire espansionistiche, di imporre i propri valori agli altri.
Per contenere simili pretese, con il Congresso di Vienna del 1815, al principio delle sovranità è stato aggiunto quello dell’equilibrio di potenza, implicante la necessità di impedire, per iniziativa di uno o di pochi Stati, il predominio di uno di essi sugli altri. Ma il proliferare, nel XXI secolo, dei protagonisti statuali sulla scena mondiale ha reso obsoleti i principi sui quali era fondato l’ordine realizzato dopo la pace di Vestfalia. Ciò ha reso impossibile il ricupero di quei principi, poiché, a differenza di quanto accadeva nel passato, la politica estera ha cessato d’essere stabilizzata sulla base di regole garantite soltanto da pochi Stati più forti; oggi, oltre alle superpotenze, esiste una pluralità di protagonisti che, sebbene meno dotati in termini di potenza economica e militare, possono contare su una diversa opinione pubblica mondiale, ma anche su una diversa distribuzione della forza economica e su una globalizzazione che ha sconquassato, indebolendolo, il principio del rispetto della sovranità dei singoli Stati.
In queste condizioni, la realizzazione di un nuovo “Ordine Mondiale” stenta a prendere corpo, anche per le difficoltà che la Grande Recessione 2007/2008 ha creato all’interno di tutte le comunità nazionali, soprattutto per il rallentamento della crescita e l’approfondimento, come mai era accaduto in passato, delle disuguaglianze distributive; sin tanto che non sarà possibile rilanciare la crescita e, con questa, realizzare l’attenuazione delle disuguaglianze, sarà estremamente difficile pervenire a una nuova forma di regolazione del mercato mondiale e delle relazioni tra gli Stati. Il rilancio della crescita, in particolare, si troverà a fare i conti, a parere dell’economista Larry Summers, col fatto che il capitalismo, l’attuale modo di produzione globale, ha sinora fruito della “spinta” di due motori propulsivi: quello della crescente demografia e quello della dinamica tecnologica.
Nel passato, la crescita demografica ha sempre allargato le dimensioni del mercato, mentre la dinamica tecnologica è valsa ad aumentare la produttività del lavoro. Ora, da fattore propulsivo, la demografia si è trasformata in elemento frenante. Quanto alla dinamica tecnologica, i suoi effetti positivi sono più apparenti che reali; le innovazioni di processo e di prodotto promuovono produzioni prevalentemente orientate al mercato finale, determinando, da un lato, uno scarso impatto sull’ulteriore dinamica positiva del sistema produttivo, e dall’altro, lo stravolgimento della struttura delle professioni lavorative, da originare una disoccupazione irreversibile, che rende pressoché irrisolvibile il problema dell’attenuazione delle disuguaglianze distributive.
In presenza della persistente disoccupazione, il potere d’acquisto delle famiglie si riduce e con esso si riduce anche la domanda finale complessiva, al punto che da più parti viene suggerita la necessità di un rilancio dei diritti sindacali, di un inasprimento della fiscalità progressiva sui patrimoni e di una pre-distribuzione in luogo della usuale ridistribuzione del prodotto sociale; ciò perché si sta sempre più allargando il riconoscimento che, per ridurre le disuguaglianze e sostenere la domanda, non è più sufficiente intervenire ex post, ma occorre garantire a priori un allargamento dell’accesso di tutti al mercato. A ciò, alcuni aggiungono la preoccupazione originante dal fatto che il progresso tecnologico ha affievolito la trasmissione dei suoi esiti al lavoro, in quanto i “gadget” prodotti dalle attività produttive innovative avrebbero cessato di aumentare la produttività del lavoro, secondo i ritmi dei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Rampini è del parere che il mancato aumento della produttività del lavoro sia il vero “enigma economico del nostro tempo […], Problema serio, perché nel lungo termine è dal progresso nella nostra produttività che può derivare un maggior benessere collettivo”, Sì!, il mancato aumento della produttività del lavoro sarà anche l’enigma del nostro tempo, ma esso non potrà essere “sciolto” sin tanto che precedentemente, o al più parallelamente, non sarà risolto il problema dell’ineguale distribuzione della ricchezza; giunti al punto cui si è giunti è illusorio che il problema dell’ineguaglianza distributiva possa essere risolto attraverso la crescita indotta dal solo miglioramento delle produttività del lavoro. Se l’aumento di questa procederà disgiuntamente dalla soluzione del problema dell’ineguale distribuzione del prodotto sociale, non potrà che esservi ulteriore disoccupazione ed ulteriore concentrazione della ricchezza, con esisti finali del tutto indesiderati.
Il trend di una continua e crescente concentrazione della ricchezza non può che essere un fatto negativo che possiede in sé la forza disgregatrice e distruttiva di qualsiasi tipo di organizzazione sociale. A dimostrarlo può valere l’esperimento mentale sugli esiti negativi della progressiva concentrazione della ricchezza, formulato già nel XIX secolo in Progresso e libertà da un economista americano poco conosciuto, Henry Gorge. Se il progresso tecnologico indotto dalla competitività internazionale continua via via a determinare l’espulsione continua e definitiva di quote di forza lavorativa dalle attività produttive, allora è possibile pensare ad un momento in corrispondenza del quale la produzione può essere ottenuta con azzeramento dell’occupazione. In tal modo, i controllori dei fattori produttivi, cioè del capitale, possono appropriarsi dell’intera produzione conseguita senza l’impiego di alcun lavoratore; l’intera forza lavorativa disponibile cesserebbe di partecipare, in una misura qualsiasi, alla distribuzione della ricchezza prodotta (espressa dalla produzione realizzata senza lavoro).
Per quanto il costo della “riproduzione” della forza lavorativa disponibile, ma inattiva, possa essere reso uguale al “costo della biada per i cavalli” o al “costo dell’olio lubrificante per il funzionamento delle macchine”, la produzione eccedente tale “costo di riproduzione”, rimanendo invenduta, mancherebbe di tradursi in ricchezza reale, riducendo il sistema sociale a vivere all’interno di un’economia funzionante in regime di uno stato stazionario regressivo. Questo limite, affermava George, al quale conducono “le invenzioni economizzanti il lavoro può sembrare molto, remoto perfino impossibile a raggiungersi; ma è un punto cui tende sempre più fortemente il progresso delle invenzioni”. Non c’è che dire! Si tratta di una conferma della previsione sul come saranno presumibilmente le cose domani, come conseguenza delle piccole differenze nel modo in cui le stesse cose si presentano oggi; previsione che trova il suo fondamento nella teoria del caos del matematico Leonard Smith.
Il limite, al quale si riferisce George, non potrà essere superato facendo affidamento su un generico senso di solidarietà umana, come sembra auspicare Rampini; quel limite, al contrario, potrà essere rimosso solo se le generazioni contemporanee vorranno considerare responsabilmente l’urgenza che le possibili politiche pubbliche, che si vorranno adottare a sostegno del rilancio della crescita, sia a livello dei singoli Stati, che a quello internazionale, prevedano la preventiva rimozione della maldistribuzione della ricchezza. Ciò al fine di evitare, non solo l’insuccesso di tali politiche, ma anche un futuro del mondo caratterizzato da un ulteriore peggioramento del disordine caotico che attualmente lo affligge.

Gianfranco Sabattini

Marx e Keynes a confronto in un immaginario incontro

Terni, immigrati volontari svolgono lavori socialmente utili per la cura dei beni comuni

L’attività immaginifica degli economisti professionali sembra non avere limiti. Un esempio è offerto da un recente libro di Pierangelo Dacrema, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Calabria. In “Marx e Keynes”, Dacrema immagina, nella forma di un romanzo economico, che i due grandi economisti, nella veste di una “coppia di amici”, in un bar parigino, nella primavera di un anno a noi vicino, conversino tra di loro. Quello coi baffi sorseggia un tè, mentre l’atro, privatosi della barba per non essere riconosciuto, fuma il suo sigaro abituale, e nessuno avrebbe mai potuto credere che si trattasse di John Maynard Keynes e di Karl Heinrich Marx.
In realtà – afferma l’autore – gli unici a sorprendersi dell’incontro avrebbero dovuto essere proprio i due conversari, non solo perché vissuti in epoche diverse, anche se contigue, ma soprattutto per le differenze in fatto di stile di vita e per il loro prevalente atteggiamento riguardo al sistema capitalistico: quello di Keynes orientato a salvaguardarlo, attraverso l’elaborazione di una teoria utile a sottrarlo agli esiti delegittimanti del “laissez faire”; quello di Marx, volto al suo superamento, con l’indicazione di una appropriata strategia sociale rivoluzionaria.
Tutto della loro non lunga vita li contrapponeva; Marx era nato nel 1818 ed era morto nel 1883, lo stesso anno in cui keynes era nato, per morire nel 1946. Malgrado fossero entrambi “passati a miglior vita”, l’immaginazione di Dacrema li riporta in vita, per farli incontrare nel XXI secolo. Nell’avvio della conversazione tra i due redivivi, mentre dall’eloquio di Keynes traspare l’evidenza di conoscere tutto di Marx, l’atteggiamento di quest’ultimo mostra che di Keynes, un uomo vissuto dopo di lui, egli sa “quasi quanto ne sapeva di Jenny, la sua adorata consorte, e addirittura di Engels, l’amico che era rimasto sempre al suo fianco”. L’aver deciso di incontrarsi per discutere dipende dal fatto che, al di là delle differenze esistenti nel loro atteggiamento riguardo al sistema capitalistico, per tutta la vita entrambi si erano occupati di problemi molto simili.
Keynes, primogenito di una coppia di accademici di Cambridge, era stato un conservatore, consapevole d’essere parte dell’aristocrazia intellettuale britannica. Studente a Eton ed a Cambridge, prima, e accademico e uomo di Stato, poi, Keynes aveva costruito la propria teoria su come salvaguardare il capitalismo grazie alle conoscenze maturate come studioso e docente universitario, ma anche come servitore dello Stato presso il ministero del Tesoro; aveva avuto l’opportunità di vivere una vita agiata, non solo per i proventi derivanti dalla sua attività di docente e di consulente, ma anche per quelli derivanti dalla sua abile attività di speculatore borsistico.
Convinto che il sistema capitalismo fosse un modo di produzione efficace, ma anche portatore di conseguenze sociali negative che lo esponevano a critiche severe, Keynes aveva orientato il proprio lavoro al fine di rintuzzare tali critiche, affermando anche il diritto dei disoccupati a percepire un reddito, che consentisse loro di godere “di una parte dei benefici prodotti dal sistema”. Nel complesso, riferisce Dacrema, l’impegno di Keynes è stato volto a “salvaguardare gli interessi e i privilegi della borghesia, la classe a cui sentiva di appartenere”.
Più diversa non avrebbe potuto essere la storia personale di Marx; figlio di un ebreo tedesco benestante – ricorda Dacrema – e insofferente a qualsiasi tradizione familiare, ha sempre nutrito un “autentico spirito di ribellione verso l’ordine costituito”, assommando in sé “i requisiti del perfetto rivoluzionario”. Inoltre, Marx, pur essendo stato uno studente dotato, ha sempre avuto una scarsa propensione a frequentare le aule universitarie, preferendo costruire la propria “visione del mondo sulla base di una solida preparazione economico-filosofica acquisita da autodidatta”. Infine, convinto che il capitalismo avesse dato luogo a rapporti sociali e di produzione disumani, Marx aveva criticato la borghesia capitalistica, proponendo di sostituirla, attraverso una rivoluzione, “con la dittatura del proletariato, la classe dei lavoratori cui non apparteneva ma nella quale aveva riconosciuto una generazione di nuovi schiavi da affrancare”.
Pur così diversi, Keynes e Marx avviano la loro conversazione chiedendosi per quale motivo, malgrado gli sforzi coi quali avevano cercato di far capire le miserie del mondo capitalista e proposto le procedure con cui porvi rimedio, nessuno fra i “grandi uomini” che avevano concorso a “plasmare la coscienza del XX secolo è riuscito ad evitare al mondo due guerre mondiali, le cui origini erano da imputarsi alle contraddizioni interne al modo di funzionare del sistema capitalistico; sistema, questo, che Keynes aveva cercato di proteggere, mentre Marx aveva “ferocemente” criticato, sino a proporne l’abbattimento.
Cosa può aver spinto i due “redivivi” a provare interesse, malgrado il loro diverso atteggiamento nei confronti del capitalismo, a scambiarsi le idee sullo stato del mondo che li circonda? A parere di Keynes molto li accomuna, perché entrambi hanno “un senso religioso della storia, dell’operosità dell’uomo, della dolorosa evoluzione di una società intesa come insieme di uomini nati uguali, della sua pulsione verso un obiettivo che non può configgere con un ideale di giustizia né tantomeno coincidere con la religione del denaro”; li distingue solo il fatto d’avere avuto un atteggiamento diverso nei confronti della borghesia, una classe comunque alla quale erano “appartenuti entrambi per censo e abitudini”, e nella quale, da un certo momento in poi, Keynes aveva visto una modalità del vivere insieme da salvare e Marx, solo il nemico del proletariato.
Keynes, al suo improbabile interlocutore, racconta che la sua mente, a partire dalla fine della Grande Guerra, ha incominciato ad essere sconvolta da un continuo fiorire di idee che si sovrapponevano caoticamente l’una all’altra: seguendo il racconto di Dacrema, un giorno gli saltava fuori il concetto di “trappola della liquidità”, il giorno dopo quello di “moltiplicatore degli investimenti”, un altro ancora si stupiva di come potesse essergli sfuggito che a un aumento del reddito corrispondeva un incremento meno che proporzionale del risparmio; una riflessione, quest’ultima, che Marx non esita a definire – quasi a gratificare il suo interlocutore – “una bella intuizione”, ricca di implicazioni politiche, se si considera che, se a un aumento del reddito corrisponde un aumento del risparmio superiore a quello dei consumi, se ne deve dedurre – osserva Marx al suo interlocutore – che “redditi troppo elevati e troppo diseguali non favoriscono una crescita di consumi e sono quindi di ostacolo a un incremento della domanda globale, dell’occupazione e dello sviluppo”. Il che giustifica qualunque politica diretta a favorire l’egualitarismo, dato che “a redditi più uguali, o meno diversi, si associa appunto una maggior propensione al consumo, che è di per sé sinonimo di maggior benessere collettivo”. Marx non ha dubbi, perciò, a definire l’intuizione di Keynes una vera e propria idea di sinistra.
Alle parole di Marx, Keynes si dimostra riluttante, facendo osservare al “collega” che, se anche all’epoca gli premesse considerare più la valenza economica dell’intuizione che quella politica, in quanto riteneva fosse prioritario far comprendere ai governanti, data l’assenza di una “legge” che assicurasse l’uguaglianza fra risparmio e investimenti, come “il risparmio lavorasse silenziosamente contro lo sviluppo”. Il non essere riuscito in questo intento gli era valsa l’attribuzione, da parte dei “detrattori”, di “un atteggiamento di sostanziale indifferenza per il livello del deficit pubblico”; ciò perché, a loro dire, egli sottovalutava il pericolo dell’inflazione e l’effetto destabilizzante che una moneta malata poteva avere per l’intero sistema. Caro amico, conclude Keynes rivolgendosi a Marx, le implicazioni della mia intuizione e la proposta che ho formulato nella mia “Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” non sono stato in grado di farle capire a nessuno; il che “ha autorizzato chiunque a ritenere vero il contrario”.
In un successivo incontro, Marx non ha remore ad ammettere che le implicazioni politiche dell’intuizione di Keynes e l’illustrazione della proposta contenuta nella sua “Teoria Generale” gli avevano “aperto gli occhi”, nel senso di riconoscere, come già aveva avuto modo di affermare nel “Manifesto del Partito Comunista”, scritto con l’amico Friedrich Engels, che non tutto del capitalismo era da “buttare via”. In altri termini, egli riconosceva che il capitalismo “aveva fatto cose buone” e che a volte era stato “vero e proprio sinonimo di avanzamento, progresso, sviluppo inteso come esplorazione e manifestazione concreta dell’umana capacità di redimersi da un passato buio”. Certo, non sono risultati meno evidenti gli effetti negativi; se il capitalismo ha funzionato bene sul fronte della produzione e dell’innovazione, non ha funzionato altrettanto bene su quello della ripartizione della ricchezza, limitandosi, per contenere le conseguenze delle ineguaglianze distributive, ad inventare, con la costruzione del sistema di sicurezza sociale, “qualcosa di simile alla carità”, con cui lenire le sofferenze dei meno fortunati.
A Marx preme di ricordare a Keynes che nel suo opus magnum, “Il Capitale”, aveva tentato di dare una risposta alla domanda se il capitalismo per realizzare le sue mirabilia potesse riuscire a rendere compatibile il processo di accumulazione con una distribuzione più equa del prodotto sociale; invita pertanto Keynes a considerare quale sia stata la sua risposta. L’economista di Cambridge, affermando di averla appresa leggendo “Il Capitale”, ha anche modo di sottolineare di sorprendersi nell’apprendere dalla sua viva voce di non essere più sicuro della risposta data, invitando pertanto Marx ad illustrarne i motivi.
I dubbi e le perplessità che tormentano Marx affondano nel fatto che non è più sicuro della validità della risposta, soprattutto se considerata all’interno dello “strano periodo in cui noi stessi ci troviamo miracolosamente calati”. Il tormento nasce a causa della sua “teoria del valore”, in base alla quale egli riteneva che il valore delle cose prodotte dall’uomo dovesse essere uguale al valore del lavoro in esse incorporato; la teoria era stata il cuore di tutta la sua riflessione economica e sociale. Il valore delle cose egli l’aveva sempre fondato sul valore del lavoro che era stato necessario svolgere per la loro produzione, ma il capitalismo aveva ridotto quel valore a “vile merce”, cioè a “una materia che si può comprare a un prezzo di gran lunga inferiore a quanto vale”. Nell’elaborare la sua teoria del valore delle cose prodotte, Marx non si sarebbe accorto dell’”errore” che si era “insinuato” nel suo discorso, la moneta, “abilmente travestita da soluzione”.
La moneta, che gli era parsa lo strumento con cui oggettivare il valore delle cose prodotte, in realtà dissociava il loro “valore d’uso” dal “valore di scambio”, consentendo al capitalista di appropriarsi del “plusvalore”, col quale poteva incrementare, a scapito del lavoratore, la produzione di una maggior quantità di cose, originando ulteriore plusvalore. La moneta, perciò, contraddicendo l’illusione di Marx, non avrebbe mai consentito di conciliare l’accumulazione con la giustizia sociale.
Di fronte alle affermazioni di Marx, Keynes per poco non trasecola, considerando che, se a Marx era costato non poco ammettere di aver “sbagliato bersaglio” nello scegliere la moneta come strumento in grado di assicurare la conciliazione dell’accumulazione capitalistica con una distribuzione del valore delle cose prodotte secondo criteri di giustizia sociale, a lui, Keynes, sarebbe costato di più riconoscere di “aver fatto del bersaglio sbagliato il suo cavallo di battaglia”, nella costruzione di una teoria fondata sullo strumento della moneta per realizzare l’uguaglianza tra risparmio e investimenti.
Keynes, tuttavia, riavutosi dallo sconcerto momentaneo accusato dopo la “confessione” di Marx, non ha esitazioni nel convincersi che è sempre stata una caratteristica della moneta crescere e infiltrarsi nei processi economici, condizionandoli a tal punto, da orientarli verso risultati indesiderati. Egli, perciò, riconosce che la “linfa del denaro è il numero, suo unico alimento e punto di appoggio nel mondo”, indipendentemente dal fatto che dietro di esso vi siano prodotti reali o meno. E’ stata una grave ingenuità, hanno quindi convenuto i due “redivivi”, che la moneta potesse sempre premiare il lavoro o potesse, quando fosse stata razionalmente impiegata, favorire il livellamento del risparmio agli investimenti.
Alla fine della loro lunga conversazione, sviluppata ed articolata in giro per il mondo, i due “grandi”, Marx e Keynes, giungono ad una conclusione che trova conferma in quanto accade nel mondo che li circonda; l’aspetto più grave di tale conclusione è il loro convincimento che non possa esistere alcun automatismo idoneo ad esprimere che il “capitale è risparmio”, il quale, “liberato dalle cifre inadeguatamente delegate a rappresentarlo, si presenta in tutta la sua multiforme fisicità”; ciò perché il “risparmio è veritiero e utile quando non è numerico, prezioso proprio nella sua versione autentica, quella non monetaria”. Da qui l’urgenza, essi riconoscono, di modificare lo stato delle cose, per sostituire la moneta, “vecchio e logoro” strumento, con un ”veicolo più moderno”. Essi, perciò, concludono il loro dialogo affermando che bisogna “capire che cosa sarebbe stato più opportuno fare. E poi agire”.
A quel punto, il dialogo tra i due grandi pensatori ha termine, perché richiamati alla dura realtà del prosciugamento delle loro tasche; fatto che li costringe a trovarsi una nuova occupazione che, per quanto valga ad assicurar loro rispetto e considerazione per la saggezza che trasuda dal loro pensiero, il mondo capitalistico, che Keynes aveva cercato di salvaguardare e Marx di superare, li reincorpora, continuando a funzionare come di consueto nel produrre nuova ricchezza numerica.
Se questa è una delle possibili interpretazione del senso del dialogo immaginato da Dacrema tra i due grandi pensatori del passato, c’è poco da sperare che il futuro possa assicurare all’umanità un’economia ed una società post-monetarie: il capitalismo attuale sembra godere di una protezione assicuratagli da una sorta di “cotta di maglia di ferro” che non presenta, per nessuno che viva al suo interno, alcuna “via di fuga” o “uscita di sicurezza”. Se così, all’umanità non resterebbe, disperatamente, che chiedersi se vale ancora la pena impegnarsi per tentare di assicurare al capitalismo un “volto umano”, così come era nelle intenzioni di Marx e di Keynes, sin dai tempo in cui ancora erano di questo mondo.

Gianfranco Sabattini

Globalizzazione e crisi
della democrazia

Il numero 6/2016 de “Il Mulino” ha ospitato alcuni interessanti articoli critici sul problema della tenuta della democrazia, a fronte degli effetti del processo di globalizzazione delle economie nazionali. E’ largamente condivisa e consolidata l’idea che gran parte dei sistemi sociali, che hanno realizzato il grande balzo in avanti nei “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, trovino forti difficoltà a sottrarsi agli effetti negativi della crisi iniziata a partire dalla fine degli anni Settanta; ciò perché la globalizzazione e l’ideologia che la sorregge avrebbero determinato, proprio a partire dalla fine di quegli anni, il venir meno delle condizioni (in particolare, patto capitale/lavoro e conservazione dei confini degli Stati nazionali) in presenza delle quali, da parte delle forze di sinistra socialdemocratiche, era stato possibile la realizzazione delle politiche keynesiane, con cui sono stati governati i sistemi economici ad economia di mercato e plasmate le società democratiche del dopoguerra.

Nell’articolo “Democrazia e capitalismi”, Carlo Trigilia, partendo dal presupposto che, per superare le difficoltà dell’oggi, le società capitalistiche democratiche avrebbero bisogno del ripensamento di una nuova strategia da parte delle forze di sinistra, afferma che gli ostacoli a tale ripensamento sono riconducibili alla globalizzazione e ai cambiamenti socio-culturali da essa indotti, quali l’indebolimento del welfare e delle relazioni industriali, la maggior mobilità delle attività produttive e del capitale, nonché le politiche neoliberiste che hanno sorretto l’allargamento e l’approfondimento del processo di integrazione internazionale delle singole economie nazionali.

Non solo; a parere di Trigilia, la diffusione dell’ideologia dell’individualismo e la crisi dei partiti tradizionali, che si erano identificati in gran parte delle politiche del dopoguerra, unitamente alla personalizzazione della politica ed al crescere dei movimenti populistici, “hanno indebolito le basi sociali e culturali della mobilitazione collettiva che aveva sostenuto lo sviluppo inclusivo post-bellico”; i cambiamenti socio-culturali indotti dalla globalizzazione, perciò, avrebbero reso oggi estremamente difficile conciliare lo sviluppo inclusivo del passato con una struttura istituzionale funzionante secondo le regole della democrazia.

Riferendosi all’Italia, Trigilia assume che il ripensamento della nuova strategia delle forze di sinistra dovrebbe consistere nella loro traduzione al singolare, al fine di esprimere un’unica forza politica o un’insieme di forze politiche unite dalla condivisione dell’”obiettivo di uno sviluppo inclusivo, capace cioè di ridurre il più possibile le disuguaglianze nel quadro di un’economia di mercato e in un regime di democrazia politica”; sulla scorta di un simile ripensamento della strategia delle forze di sinistra, che in realtà ricalcherebbe quella storicamente seguita nel dopoguerra, Trigilia afferma che “per una sinistra che voglia perseguire effettivamente uno sviluppo inclusivo”, sia ancora possibile “imparare dalle esperienze socialdemocratiche, concertate, consociative […] dell’Europa centro-settentrionale”.

Per portare argomenti a sostegno della sua tesi, Trigilia ricorre alla comparazione di “tipi differenti di democrazia connessi a modelli diversi di capitalismo”, perché egli è convinto che la considerazione delle differenze esistenti nel modo di funzionare dei diversi sistemi possa aiutare a “non portare in soffitta, forse troppo prematuramente, l’esperienza della sinistra democratica nord-europea”. Pur incerto della possibilità che ciò possa servire a superare le difficoltà in cui si dibattono l’economia e la società dell’Italia, Trigilia è però del parere che quanto può essere ricavato dall’analisi comparativa dei differenti sistemi possa servire allo scopo.

Con riferimento al nostro Paese, Trigilia rileva che gli ultimi anni di governo hanno messo in evidenza come sia difficile, senza un “compromesso ampio e stabile”, dare una “risposta solida” al permanere dei motivi di crisi; fatto, questo, che condizionerebbe non poco le riforme, in particolare quelle elettorali, che sarebbero necessarie per realizzare la forma di consenso del quale l’Italia avrebbe bisogno per “la fuoriuscita dalla crisi economica”. L’assenza di un consenso “ampio e stabile” avrebbe giustificato la propensione delle forze politiche ad orientarsi verso una “democrazia maggioritaria”, al fine di consentire, alla forza politica o all’insieme di forze politiche che fossero riuscite a vincere le elezioni, la realizzazione delle riforme economiche necessarie, affrancate da ogni sorta di vincolo compromissorio con altre forze sociali, quali quelle sindacali e imprenditoriali.

E’ in questa prospettiva che, secondo Trigilia, devono essere lette le vicende politiche recenti dell’Italia, che hanno visto il governo impegnato a riformare la Costituzione, e con essa le leggi elettorali, per assegnare un forte premio di maggioranza alla forza politica o alla coalizione di forze politiche vincitrici delle elezioni; tutto ciò, per garantire all’attività di governo una capacità decisionale più rapida e meno vincolata dalle pretese di forze sociali estranee al mondo della politica. Il ricorso alla democrazia maggioritaria, però, ha sollevato forti riserve da parte di chi teme un affievolimento del controllo democratico sull’attività di governo e da parte di chi non condivide l’esclusione dagli organi politici decisionali di un’eccessiva quota di aventi diritto al voto. Tuttavia, Trigilia ritiene che la democrazia maggioritaria meriti d’essere seriamente presa in considerazione, per il contributo che essa potrebbe assicurare sul piano dell’attuazione di politiche appropriate al sostegno di “una ripresa dell’Italia basata su uno sviluppo inclusivo”.

Molti Paesi appartenenti al mondo anglosassone hanno adottato con successo la democrazia maggioritaria, per cui vale la pena, a parere di Trigilia, osservare come essi siano riusciti a gestire il loro sistema socio-economico evitando alcuni dei gravi problemi che affliggono invece il sistema sociale e quello economico dell’Italia. In quei Paesi – afferma Trigilia – la democrazia maggioritaria governa con successo “un modello di capitalismo liberista in cui è lasciato più spazio al mercato”, conseguendo aumenti di reddito e dei livelli occupazionali, ma “con elevate disuguaglianze sociali, dovute essenzialmente all’indebolimento fino all’irrilevanza delle organizzazioni sindacali e delle relazioni industriali, e al ridimensionamento o comunque al ruolo più marginale del welfare”.

Tutto ciò avverrebbe, secondo Trigilia, perché la democrazia maggioritaria produrrebbe l’effetto di favorire, nei Paesi che l’adottano, l’operare del bipartitismo e la propensione dei partiti rappresentanti dei diversi strati sociali a strutturare la propria offerta “in modo da ricercare e ottenere la maggioranza dei voti”; al contrario, nei sistemi sociali, come quello italiano, nei quali la stratificazione reddituale è divenuta complessa, “vincere con la maggioranza, piuttosto che vincere con le alleanze”, spingerebbe le forze politiche in competizione a “cercare di conquistare il voto cruciale dell’elettorato centrale di ceto medio”. In conseguenza di ciò, la democrazia maggioritaria non opererebbe a favore dei gruppi sociali più deboli, i quali, anche perché sottorappresentati, tenderebbero a confluire nei movimenti populistici.

A fronte del diverso esito cui può condurre la democrazia maggioritaria, diventa naturale chiedersi, a parere di Trigilia, se sia mai possibile perseguire l’obiettivo della crescita del reddito e dei livelli dell’occupazione e dell’inclusione sociale attraverso la democrazia maggioritaria, ma a costo di una crescente diffusione delle disuguaglianze sociali. A tale scenario, per Trigilia, si può contrapporre un’alternativa organizzativa della democrazia, all’interno della quale realizzare la crescita del reddito e dell’occupazione in presenza di minori disuguaglianze. I Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero quelli nei quali questa alternativa è stata realizzata.

In quei Paesi, in luogo di quella maggioritaria, funzionerebbero forme di democrazia di tipo consensuale, all’interno delle quali sarebbero attuabili politiche pubbliche condivise e sostenute da governi di “larghe intese”, con cui promuovere e supportare processi di crescita socialmente inclusivi. I governi dei Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero espressi da maggioranze multipartitiche, sulla base di leggi elettorali proporzionali. Per via della loro natura consensuale, le democrazie di questi Paesi sarebbero rese operanti dalle intese con le forze sociali estranee al mondo della politica, quali quelle sindacali e imprenditoriali. Nel complesso, Trigilia ritiene che il risultato di queste forme di democrazia sarebbe un assetto regolativo tendente “a promuovere un’economia di mercato più coordinata, capace di crescita inclusiva, con minori disuguaglianze sociali”, attraverso cui fare fronte alle sfide della globalizzazione, grazie ad un condiviso meccanismo ridistribuivo solidaristico e ad un più esteso sistema di welfare.

I pilastri della democrazia consensuale sarebbero espressi da “una spinta alla trasformazione in senso più partecipativo e corresponsabilizzante” della forza lavoro; trasformazione resa possibile dal coinvolgimento – e non con la delegittimazione – delle organizzazioni sindacali, da una “flessibilizzazione del mercato del lavoro”, quindi da una “trasformazione del welfare” e, ancora, da un “forte investimento in istruzione e capitale umano”, affiancato da “un altrettanto forte impegno” al finanziamento “di politiche per la ricerca, l’innovazione e il trasferimento tecnologico”.

In sostanza, nei Paesi a democrazia consensuale, le forze di sinistra avrebbero ridefinito la tradizionale strategia socialdemocratica, con la creazione di stimoli positivi alle attività produttive e l’offerta di “beni collettivi attraenti” per le parti sociali più svantaggiate, in un quadro politico di larga condivisione. Il contrasto esistente tra Paesi a democrazia maggioritaria, con crescita non inclusiva, e Paesi a democrazia consensuale, con crescita inclusiva, dovrebbe indurre le forze della sinistra italiana a ripensare la strategia politica sinora praticata; ciò in considerazione, innanzitutto del fatto che l’Italia, essendo un Paese il cui elettorato è fortemente eterogeneo sul piano distributivo, la democrazia maggioritaria che vi si può realizzare è sicuramente fonte di una maggiore complessità politica; in secondo luogo, pur ammesso il possibile consolidamento della democrazia maggioritaria, va riconosciuto che il mancato perseguimento di una crescita inclusiva sul piano sociale può solo portare all’allargamento della protesta e all’irrobustimento dei tanto criticati movimenti populistici.

A ben vedere, la nuova strategia delle forze di sinistra proposta da Trigilia costituirebbe per l’Italia un “déjà vu”?; infatti, in che cosa sarebbe consistita la politica d’ispirazione keynesiana attuata nel primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, se non in una politica resa possibile da una forma di democrazia consensuale che, a meno del modo più razionale con cui essa ha funzionato nei Paesi del Centro-Nord dell’Europa, aveva gli stessi obiettivi (politici, economici e sociali) ancora oggi perseguiti da questi Paesi? Certo, la maggiore integrazione sociale di questi ultimi ha fatto sì che in essi, le forze socialdemocratiche risultassero nella loro azione meno condizionate dalla disomogeneità del contesto sociale che è stata, e continua ad essere, propria dell’Italia, e riuscissero così a reggere più a lungo alle insidie della globalizzazione; comunque, allo stato attuale, è ormai certo, anche per quelle democrazie consensuali, l’indebolimento della capacità di riuscire a sottrarre i loro contesti sociali ed economici agli effetti destabilizzanti del fenomeno della globalizzazione.

Che in Italia, le forze riformiste e socialdemocratiche possano perseguire, anche secondo modalità di democrazia maggioritaria, il contenimento degli esiti negativi della globalizzzione, non dipende tanto da una riproposizione allargata delle politiche e delle istituzioni attuate e realizzate nei “gloriosi” trent’anni del dopoguerra, quanto dalla capacità di innovare radicalmente il patto originario stretto tra capitale lavoro.

In realtà, dopo gli anni Settanta, le forze socialdemocratiche italiane, anziché privilegiare la via dell’innovazione sul piano dei contenuti delle politiche pubbliche, hanno preferito seguire fantasiose “terze vie”, che le hanno ridotte ad un ruolo di asservimento alla nascente ideologia neoliberista. Non si può non concordare con il senso della conclusione cui perviene Michele Salvati, nel suo articolo “La democrazia è in crisi. C’è qualcosa di nuovo?”, pubblicato sullo stesso n. 6/2016 de “Il Mulino”. Egli sostiene che la sofferenza che affligge la democrazia italiana è imputabile alle difficoltà dei partiti riformisti tradizionali a far fronte alle proteste dei movimenti populistici; questi, contrariamente a quanto si è soliti sostenere, non hanno l’obiettivo di un superamento della democrazia, ma quello di vederne operante all’interno del Paese una migliore, in grado di porre rimedio ai disagi sociali più insostenibili. E’ questo il problema che, più di ogni altro, dovrebbe spingere le forze socialdemocratiche dell’Italia a innovare la propria obsoleta strategia politica.

Gianfranco Sabattini

 

Capitale umano, il bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione

capitale_umanoDopo la crisi, la visione localistica nel rilancio dell’economia nazionale non deve tradursi in un vincolo alla necessità che le politiche pubbliche che si vorranno attuare manchino d’essere formulate in una visione globale dell’intero sistema economico, sia pure articolate territorialmente. L’auspicato ritorno al territorio deve, infatti, esprimere l’urgenza che gli interventi decisi per le singole aree territoriali siano coordinati in una visione d’insieme delle politiche adottate a livello nazionale; visione che, inoltre, non dovrà trascurare ciò che, in passato, malgrado la sua importanza, non è mai stato oggetto di considerazione, com’è accaduto al capitale umano.

A sottolineare la necessità di migliorare la “qualità” del capitale umano sulla quantità delle forze di lavoro disponibili, soprattutto con riferimento ai singoli territori, sono molte organizzazioni internazionali, le cui analisi dimostrano da tempo il ruolo propulsivo che può essere svolto dalla qualità del capitale umano sulla quantità, sottolineando la pressoché totale irrilevanza della considerazione dei soli parametri quantitativi, come, ad esempio, quello concernente il livello di alfabetizzazione dell’intera popolazione, disgiunta dalla qualità del tipo di istruzione, funzionale alla promozione della crescita del reddito pro-capite.

L’importanza della qualità del capitale umano è stata riconosciuta dall’Unione Europea che, com’è noto, dopo aver valutato positivamente lo stimolo che può originare dal “circolo virtuoso” che può essere attivato dalla relazione che lega il capitale umano allo sviluppo dei territori, ha incluso tra le strategie d’intervento adottabili da tutti gli Stati membri anche quella fondata sull’approfondimento e miglioramento della conoscenza per l’intero stock di forza lavoro disponibile. Strategia, quest’ultima che, in tempi come quelli attuali di contenimento della spesa pubblica, assume un particolare rilievo, considerando che il miglioramento della qualità della forza lavoro può essere perseguito, a parità di spesa pubblica per l’istruzione, solo attraverso una riorganizzazione complessiva interna del sistema dell’istruzione vigente.

Al tema dell’importanza della qualità del capitale umano è dedicata un’analisi condotta, per conto della libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli di Roma, da Massimo Egidi, Livia De Giovanni, Andrea Baratti e Francesca G.M. Sica, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di ottobre/dicembre 2015 della “Rivista di Politica Economica”, col titolo “Capitale umano e attrattività dei territori”. L’analisi, dichiarano gli autori, “ruota intorno all’assunto fondamentale che oggi il fattore lavoro rileva non tanto per la sua componente materiale, misurabile da un punto di vista quantitativo, tramite la conta delle ‘teste’ che compongono la forza lavoro, ma piuttosto da quella immateriale, misurabile con indicatori qualitativi, quali il livello di abilità cognitive e competenze”; abilità e competenze che, pur essendo incorporate nelle unità della forza lavoro, non tutte sono innate; per lo più esse sono accumulabili attraverso ”istruzione ed esperienza”.

La dotazione di capitale umano di un dato Paese, a differenza del capitale naturale, non è una quantità fissa, in quanto può essere accresciuta attraverso l’investimento in istruzione che, data la natura di bene pubblico del “prodotto” dell’istruzione, può dare luogo ad un rendimento maggiore di quello derivante da un identico investimento valutato però unicamente dal punto di vista privato. Ciò perché, a differenza degli investimenti privati in istruzione, decisi in funzione di finalità produttive, quelli effettuati dal settore pubblico sono volti alla formazione di esternalità positive, in funzione della creazione del “capitale sociale”, formante l’insieme delle relazioni di fiducia e reciprocità tra soggetti e tra soggetti ed istituzioni, che supportano l’”azione collettiva e costituiscono una risorsa per la creazione di benessere”.

L’importanza del capitale umano nel promuovere il processo di crescita e sviluppo, nonché quella della retroazione dalla crescita sullo sviluppo, erano considerate in passato in funzione della “produttività del lavoro”, senza che di questa venisse indicato il processo di formazione. Solo di recente, affermano gli autori, a far data dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, è stata riconosciuta la rilevanza per gli studi economici dell’assimilazione, nel processo di accumulazione, promosso attraverso l’investimento in istruzione, del capitale umano a quello fisico, dove il capitale umano è espresso da due “pilastri”.

Il primo pilastro, identificato nell’istruzione obbligatoria di base (licenza elementare e media), incorpora nella forza lavoro la capacità di imitazione delle tecnologie prodotte da altri sistemi economici, nonché quella di rendere possibile la diffusione delle tecnologie esistenti a tutto il sistema economico; il secondo, identificato, invece, nei segmenti dell’istruzione secondaria superiore e terziaria, assicura alla forza lavoro la capacità di generare innovazioni, di creare nuovi processi produttivi e di inventare nuovi prodotti e tipi di servizi.

Quanto alla crescita ed allo sviluppo promossi dal miglioramento della qualità del lavoro – affermano gli autori – “le evidenze empiriche mostrano che i Paesi più ricchi (in termini di reddito pro capite) non sono necessariamente anche quelli con una più elevata qualità del capitale umano”; ciò perché in un “contesto sempre più permeato dalla conoscenza, giocano un ruolo decisivo le istituzioni educative ma anche le imprese: le prime perché sono tipicamente i luoghi dove la conoscenza viene ‘coltivata’, accumulata e trasmessa; le seconde, perché hanno il compito di applicare i risultati della ricerca ai processi produttivi, ai prodotti, all’organizzazione”.

La qualità del capitale umano gioca un ruolo insostituibile soprattutto nella promozione dello sviluppo dei territori, essendo la produttività “la variabile chiave delle competitività territoriale”; la produttività dei territori, infatti, come la definiscono gli autori, è l’abilità del lavoro di “offrire un ambiente attrattivo e sostenibile per le imprese e le persone ivi residenti per vivere e lavorare, ottimizzando le risorse endogene per competere e prosperare nei marcati nazionali e internazionali adattandosi ai cambiamenti di questi mercati”; conseguentemente, l’attrattività dei territori si identifica con la loro capacità di competere, e questa, a sua volta, catalizza le preferenze dei loro potenziali utenti, in qualità di preesistenti o nuovi investitori, in quanto valutano appunto i territori ottimali o più attrattivi in qualità di imprenditori che devono decidere se e dove investire; oppure in qualità di residenti che devono decidere se continuare a vivervi, oppure se trasferirvi la loro residenza.

Posto quindi che la produttività è l’elemento che collega il capitale umano alla crescita e allo sviluppo dei territori, per via della loro competitività determinata dalla qualità del lavoro, ciò che conta sottolineare è che la relazione esistente tra il capitale umano, da una parte, e la crescita e lo sviluppo dei territori, dall’altra, oltre che essere una relazione diretta, è anche “una relazione reversibile”; nel senso che il miglioramento del capitale umano concorre, sì, a determinare l’aumento della competitività, ma l’aumento di quest’ultima, alla lunga, determina un ulteriore incremento del capitale umano, e così via.

In questa prospettiva, perciò, affermano gli autori, l’aumento del capitale umano “può essere visto come l’anello ‘mancante’ del circolo virtuoso tra produttività-competitività-reddito pro capite, considerato che i Paesi più competitivi, secondo le graduatorie stilate dagli organismi internazionali più accreditati, sono anche quelli caratterizzati, non solo da un tenore di vita più alto, misurato dal reddito pro-capite, ma altresì da un elevato capitale umano”. Ciò è confermato dalle numerose indagini sul campo effettate a livello internazionale, nazionale e provinciale.

A livello internazionale, le indagini, condotte per iniziativa del Forum economico mondiale (WEF), conosciuto anche come Forum di Davos, hanno messo in evidenza la relazione intercorrente tra l’”indice sintetico di capitale umano” (HCI) e l’”indice sintetico di competitività” (GCI), considerando il primo uno degli assi portanti della competitività di ogni Paese e, fra essi, quelli riguardanti l’istruzione primaria e lo stato di salute della popolazione, i più importanti. Secondo il WEF, una forza lavoro in stato di salute è condizione primaria per la produttività-competitività-attrattività di ogni Paese.

Il buono stato di salute della forza lavoro, infatti, costituisce il punto di partenza sul quale può essere impartita con successo l’istruzione di base necessaria per accrescere la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese nelle combinazioni dei fattori produttivi. L’istruzione secondaria, quella terziaria e la “formazione continua”, oltre ad elevare la produttività del lavoro utilizzato dalle imprese, concorrono anche a migliorare la produttività dell’intero sistema economico.

A livello territoriale, la commissione Europea preposta all’elaborazione dell’”indice regionale di competitività” (RCI) ha stimato un coefficiente di correlazione tra istruzione terziaria-formazione continua e la competitività-attrattività territoriale superiore a quello stimato per la correlazione tra quest’ultima e l’istruzione primaria e secondaria. Sulla base di queste stime è stato possibile accertare che i territori europei (regioni) “con un’elevata intensità di capitale umano” sono quelli che registrano un alto valore dell’”indice di competitività-attrattività regionale”.

Tutte le considerazioni sin qui svolte sull’importanza dell’istruzione-formazione della forza lavoro ai fini della crescita del capitale umano, se riferite all’Italia, secondo l’analisi condotta da Egidi, De Giovanni, Baratti e Sica, consentono di affermare che l’Italia ed i suoi territori, in particolare quelli della parte più debole del Paese (ovvero, quella meridionale), mostrano un ritardo in termini di capitale umano, soprattutto sul piano del suo livello qualitativo. Particolarmente gravi sono i ritardi accusati dai territori maggiormente arretrati, non solo per la bassa spesa pubblica in istruzione, ma anche e soprattutto perché il tipo di istruzione impartita è stata normalmente non appropriata alla qualità della forza lavoro presente nei singoli territori.

Ciò che differenzia la produttività del lavoro di un dato territorio rispetto ad altri è il modo in cui la forza lavoro in esso presente è stata istruita, secondo forme poco appropriate all’eredità storica della popolazione. Ciò significa che, all’interno di ogni territorio, la crescita e lo sviluppo dovranno essere intesi come processi generativi di benessere dipendenti, non solo dall’impiego delle risorse materiali disponibili, ma anche e soprattutto dal miglioramento della qualità dalle risorse umane radicate nel territorio, che traggono motivo d’essere utilizzate in funzione del bisogno di beni e servizi delle popolazioni presenti.

Il bisogno di beni e servizi localmente avvertito deve rappresentare il principio di organizzazione del piano d’investimenti che abbia come fine la promozione del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni; la via d’uscita dai ritardi accusati dai territori italiani, soprattutto da quelli più arretrati sta, come sottolineano gli autori al termine della loro analisi, nel miglioramento della qualità del capitale umano, non tanto attraverso i corsi ufficiali di istruzione nell’attesa utopistica che le scuole e le università forniscano un capitale umano “su misura”, quanto attraverso il ricorso a cicli appropriati di istruzione continua e di riqualificazione, aperti al recepimento degli stati di bisogno provenienti “dal basso”.

Gianfranco Sabattini

 

La schiavitù del capitale. Il mondo e l’Occidente secondo Canfora

canforaI libri di Luciano Canfora sono belli ed anche coinvolgenti, soprattutto per i lunghi excursus storici coi quali egli spiega l’origine di concetti e di categorie linguistiche consolidate, con le quali noi moderni formuliamo i nostri giudizi sullo stato in cui versa il mondo e sui sistemi sociali nei quali vive l’umanità. Il limite delle narrazioni di Canfora stanno nel fatto che la loro esposizione risente in modo eccessivo del suo metodo di interpretazione della storia, quello della dialettica marxista, che la storia stessa è valsa in parte a smentire.
Nel suo ultimo libro “La schiavitù del capitale”, perciò, meraviglia non poco il fatto che Canfora, alla fine della sua analisi sull’avvento del dominio del capitale sul mondo, contrariamente a quanto sarebbe logico attendersi, dato il metodo adottato per la sua interpretazione del processo storico, offra una prospettiva liberatoria del mondo tendenzialmente acquiescente, quasi fatalistica.
Egli, infatti, conclude, contraddicendo coloro che si illudono di poter conoscere il senso del processo storico e penano di poterlo governare o guidare, riproponendosi “ancora una volta come interpreti se non addirittura piloti di esso”; in realtà, sarà solo possibile “immaginare che anche costoro, alla lunga, non reggeranno: a fronte, oltre tutto, di una veloce e incessante mutazione tecnologica, che destabilizza, in fretta, ogni certezza”. Non è certo una conclusione consolatoria, per chi crede ancora possibile una qualche forma di mobilitazione, volta a porre rimedio alle ingiustizie alle quali ha condotto l’ultima “temporanea ‘sentenza’ della storia”, secondo la quale, per ora, “chi sfrutta ha vinto la partita contro chi è sfruttato”.
Ciò spiega, secondo Canfora, quanto sia stato un “abbaglio” credere che l’esperienza vissuta durante il “secolo breve” del Novecento, iniziato con la Grande Guerra e finito con il crollo del socialismo reale, fosse “l’ultimo atto della storia”, ovvero la “fine della storia”, come Francis Fukuyama aveva osato preconizzare; un ”abbaglio” che ha impedito di capire che alla fine del Novecento, il modello capitalistico dell’Occidente, in tutte le sue coniugazioni, aveva pervaso tutto il mondo; che l’affermazione di tale modello era solo l’inizio di un processo destinato ad avere ulteriori successivi sviluppi; che il capitalismo era un sistema di dominio mondiale per monopolizzare il controllo della cultura e la disponibilità di ogni risorsa; che per funzionare secondo la sua logica, il capitalismo aveva ripristinato forme di “dipendenza di tipo schiavile”, anche all’interno del aree più avanzate del mondo; che il dominio del capitale aveva fatto regredire le conquiste che in Occidente era stato possibile conseguire “grazie alla novecentesca opposizione di sistema”; infine, che, per gestire il suo dominio, il capitalismo aveva bisogno del supporto della criminalità organizzata.
La conquista del dominio sul mondo, da parte dell’Occidente, è avvenuta, secondo la narrazione di Canfora, “attraverso il rivoluzionamento dell’arte della guerra, dalla congiunzione […] di ‘vele e cannoni’, del veliero con il cannone e la polvere da sparo”, che ha consentito all’Occidente il controllo di ogni sua periferia, “raggiungendo via mare e conquistando, con le bocche da fuoco issate sulle navi, la supremazia nelle estreme retrovie degli imperi terrestri dell’Asia”. E’ da quel momento che, secondo Canfora, ha avuto inizio il predominio planetario dell’Occidente, dando così il via ad una “rincorsa” nella quale la parte che ha vissuto un’esperienza significativa è stato l’Occidente e non il resto del mondo: non è stato l’Occidente ad essere colpito dal mondo, è stato il mondo ad essere colpito dall’Occidente.
La conclusione del processo di conquista ha visto consolidarsi, “da un lato un centro dinamico e aggressivo, dall’altro una serie di mondi, posti via via a contatto, o meglio in conflitto con quel centro”. Nel corso del XX secolo, tuttavia, l’Occidente ha, sì, vinto la sua “rincorsa” verso il Mondo; ma si è trattato di un risultato scosso da fermenti interni che ha reso instabile la posizione del vincitore. Dopo quarant’anni di guerra fredda, nella seconda metà del secolo scorso, affrontata con un’opposizione di sistema nata al suo proprio interno, l’Occidente è riuscito a confermare il originario “spirito di conquista”, illudendosi, con un’ulteriore espansione, che la “presunta ‘conclusione’ della storia, con la caduta del suo principale antagonista, l’URSS, segnasse la fine di ogni possibile opposizione al suo dominio incontrastato a livello mondiale. In realtà, afferma Canfora, l’illusione ha fatto velo sul fatto che la presunta conclusione fosse solo un “tornante” del processo storico.
Infatti, l’Occidente si trova ora a dover fare “fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni”; di nuovo, quindi, deve sobbarcarsi l’onere di un conflitto continuo, per cui più esso “sfida il mondo […] e più aspra è la risposta”; questa, tra l’altro, oggi non si configura più in termini di confronto tra l’Ovest e l’Est, ma tra il Nord ed il Sud del mondo, da intendersi – secondo Canfora – in senso non strettamente geografico, in quanto il Sud perdente si è espanso, sia pure a “pelle di leopardo”, anche all’interno dell’area Nord vincente del mondo. Questo fenomeno di infiltrazione del Sud sfruttato, all’interno del Nord avanzato, è un fenomeno destinato ad allargarsi, attraverso quello dell’immigrazione, consentendo a coloro che lo alimentano di venire a “riprendersi quello che lo ‘scambio ineguale’ ha tolto loro”. Il problema che caratterizza l’inizio del nuovo secolo, quindi, non è più quello di regolare o governare i rapporti tra Occidente e Oriente, ma quello “di riequilibrare quanto prima possibile l’ingiusta divisione della ricchezza. Senza di ciò, – afferma Canfora – il conflitto per la sopravvivenza […] sarà la caratteristica dominante dei decenni che ci attendono”.
Parallelamente al conseguimento del dominio sul mondo, il capitalismo in tutte le sue coniugazioni, sorretto unicamente dalla logica del denaro, non ha liberato i Paesi che lo hanno adottato come modo di produzione dalla mentalità schiavistica originaria, in quanto dimensione endemica dell’ideologia capitalistica. Malgrado le dichiarazioni solenni con cui ne è stata decisa l’abolizione, oggi lo schiavismo, con il contributo del settore criminogeno della malavita organizzata, presente nei Paesi più avanzati dell’Occidente, è tornato a permeare di sé la concreta realizzazione del processo di accumulazione capitalistica; in conseguenza di ciò, “mentre nel cuore dell’Occidente va via via riducendosi la centralità dell’antagonismo capitale/lavoro salariato”, le “residuali ‘aristocrazie’ operaie dell’Occidente sono per lo più cointeressate alla compartecipazione ai vantaggi del sistema”.
Perdurando la situazione di dominio dell’Occidente sul mondo, permane l’interrogativo se mai sia possibile trascurare la circostanza che i Paesi più avanzati debbano godere del “diritto al primato in ogni ambito”; di consentire, cioè, a tali Paesi di appropriarsi della “fetta più grossa in tutti i campi, anche se pontificano ipocritamente di voler estendere il “proprio modello a tutto il pianeta”, pur sapendo che se ciò accadesse “abbasserebbe ipso facto lo standard di vita di chi sta in cima alla piramide”.
Quale speranza si può fondatamente nutrire, all’inizio del nuovo secolo, di poter porre rimedio allo squilibrio globale esistente? Canfora, pur confidando nel fatto che la storia è “un processo sempre aperto”, non esita a manifestare, almeno con riferimento al continente europeo, un totale scoramento, per il venir meno delle possibili soluzioni utopistiche sinora perseguite: da un lato, il “socialismo” e l’idea di “progresso; dall’altro, la realizzazione del progetto europeista. L’utopia del socialismo – sostiene Canfora – ha esaurito il suo ciclo vitale, già ben prima che finisse il XX secolo, mentre quella del progresso è stata “smentita dai fatti; e sembra non solo arretrare ma soccombere”. Quanto all’utopia del “sogno federalista europeo”, “quale è espressa nel Manifesto di Ventotene”, fondata su grandi propositi di rinnovamento, si può oggi constatare come non sia mai stato possibile iniziare a realizzare tali progetti e come sia fallita anche l’attuazione dell’”interpretazione meramente bancaria” che di quei progetti e stata tentata.
Tuttavia, a parere di Canfora, a consolare quanti aspirano alla realizzazione di un mondo più giusto, non resterebbero che due residue utopie, “tra loro molto distanti, ma entrambe in difficoltà: l’utopia della fratellanza e l’utopia dell’egoismo”. Le difficoltà della prima sono riconducibili al fatto che le “forze per attuarla sono poche e disperse. Paradossalmente – afferma Canfora – sono le aree povere, che l’UE considera peso morto del fortilizio monetario (la Grecia, lembi di Italia e poco altro), a tentare di tradurre in opere tale utopia antichissima, e forse difficile da spegnere”. Le difficoltà della seconda utopia, quella dell’egoismo, sono bene rappresentate dalle condizioni di sopravvivenza dell’Unione Europea, la cui ragion d’essere in questo momento si identifica nella difesa di “una moneta inutilmente competitiva e nello smantellamento delle conquiste sociali novecentesche”.
Canfora, al termine della sua analisi circa le condizioni in cui versa il mondo attuale, si domanda se, per tutti coloro che hanno assistito nell’ultimo mezzo secolo al compiersi del dominio dell’Occidente sul mondo, quanto è stato fatto nei secoli precedenti per impedire che ciò si avverasse è stato vano. Egli pensa di no; ciò perché, il processo storico, essendo un processo aperto, è alimentato dal “motore” dell’ingiustizia, “fisicamente intollerabile […] per chi si trova dalla parte ‘sbagliata’”, sebbene l’incedere del processo non voglia dire sempre progresso. Ci sarà sempre, conclude Canfora, qualcuno che penserà di poter conoscere la direzione del processo, immaginando di poterlo governare o guidarlo.
Tuttavia, non si potrà prevedere a quali utopie potranno affidarsi coloro che pensano di poter governare il processo storico; si può solo immaginare che anche costoro non riusciranno nell’intento, a causa dell’”incessante mutazione tecnologica”, che varrà a far volatizzare ogni certezza; ciò non ostante, l’aspirazione all’uguaglianza, essendo “una necessità che si ripresenta continuamente come la fame”, varrà a tenere in vita l’idea politica di quell’aspirazione. Ciò perché l’idea di uguaglianza, come quella sostenuta, ad esempio, in tempi a noi vicini, dai grandi portatori dell’utopia ugualitaria, quali sono stati Giuseppe Mazzini e Karl Marx, per quanto non realizzata, possiede una forza propulsiva capace di alimentare la prosecuzione del processo storico; questo, infatti, in quanto processo aperto, lascia sempre viva la possibilità che ciò che ostacola il suo incedere sia, prima o poi, radicalmente rimosso.
Di fronte a questa conclusione tiepidamente consolatoria di Canfora, viene spontaneo chiedersi: ci si deve affidare solo alla speranza? O è lecito pensare che quanto da ultimo è stato tentato per realizzare l’idea dell’uguaglianza ha trovato un limite, al di la degli ostacoli derivanti dell’incessante mutazione tecnologica, nella forma che ha assunto l’opposizione di sistema? In questo caso, è stato inevitabile il fallimento di coloro che si erano illusi di controllare e guidare il processo storico attraverso modalità prefiguranti un “inferno in terra”; fatto, questo, che legittima tentativi alternativi di tendere a realizzare, sia pure asintoticamente, ciò che sinora è risultato impossibile.

Gianfranco Sabattini

La propaganda della “Via della Seta”

Cina abolisce figlio unicoLa “Belt and Road Iniziative” (BRI), la visione geopolitica del presidente cinese Xi Jinping, ha avuto la sua traduzione operativa nel progetto “One Belt, One Road” (OBOR), “Una Cintura, Una Strada”. Un megaprogetto che, con l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump, è diventato oggetto di approfondimento e di preoccupazioni. Considerato ieri solo propaganda diretta a contrastare la politica con cui Obama perseguiva l’obiettivo di un contenimento” regionale della Cina, tale progetto è considerato un “messaggio” diretto al nuovo presidente degli Stati Uniti, che del cambio radicale della politica soft di Obama nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese meridionale ha fatto uno dei motivi del suo successo elettorale.
Il progetto OBOR si compone di due parti che si integrano l’una con l’altra: la “Cintura” (Cintura Economica della Via della Seta) e “la Strada” (Strada della Seta Marittima). La “Cintura”, su base terrestre, è costituita da una vasta fascia della Cina centrale, che attraversando un gran numero di Paesi asiatici, non sempre in relazioni pacifiche tra loro, raggiunge l’Europa orientale; la “Strada”, su base marittima, invece, è una rotta che si estende dal Mar della Cina Meridionale e si irradia verso il Sud-Est asiatico, il Mediterraneo orientale e, attraversando l’Oceano Pacifico, l’America meridionale.
La visione geopolitica di Xi Jinping, a parere di Mu Chunshan, autorevole opinionista cinese e già responsabile dell’ufficio per la diffusione dell’immagine della Cina nel mondo, è ambiziosa ma pacifica. Xi Jinping, eletto “nucleo” del partito, durante la VI sessione del XVIII° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, intende realizzare una politica estera che si articola, stando alle indicazioni riconducibili al progetto OBOR, secondo tre direttrici che, nell’insieme, prefigurano le aspirazioni del Grande Paese asiatico: la prima è quella che vorrebbe la Cina proiettata verso il conseguimento di obiettivi politici e strategici, attraverso l’impiego di mezzi puramente economici; la seconda, è volta ad assicurare al Paese una crescente e stabile presenza militare nel mondo; la terza tende a conseguire per la Cina uno status di pari importanza nelle relazioni tra le grandi potenze.
In un recente articolo, “Geopolitica di Xi Jinping” (“Limes”, n. 1/2017), Mu Chunshan osserva che, dopo trent’anni di crescita, di riforme e di apertura al mondo, la Cina ha accumulato una sufficiente credibilità per aspirare ad “influenzare il mondo con l’economia, strumento di potere che gli altri Paesi accettano più facilmente rispetto a quello politico e militare”; da ciò consegue, secondo l’opinionista cinese, la giustificazione della seconda direttrice delle aspirazioni geopolitiche cinesi, ovvero la propensione a “salvaguardare meglio gli interessi nazionali e far abituare il mondo a una Cina diversa dal passato”, tendendo ad “influenzare l’ordine mondiale e regionale per cambiarlo uniformemente ai propri interessi”.
Una volta insediatosi al potere e consolidata la sua posizione all’interno del partito, Xi Jinping intende conseguire questo risultato, abbandonato il principio, già stabilito da Deng Xiaoping, di “mantenere un basso profilo”, per non suscitare sospetti e diffidenza da parte del resto del mondo; al contrario del suo predecessore, Xi Jinping è del parere che la Cina abbia acquisto ora una maggior forza economica, e poiché è diventata la seconda potenza economica mondiale, la sua influenza politica e militare deve crescere in proporzione; perciò, se in passato era plausibile tenere un profilo basso e introverso, è giunta l’ora di perseguire, sia pure in maniera pacifica, obiettivi più estroversi rispetto al resto del mondo.
In realtà, la Cina di Xi Jinping è andata molto oltre i limite del “basso profilo”, spesso con la pretesa di tutelare suoi presunti interessi secondo modalità dure ed aggressive; a partire dal 2013, i rapporti con i Paesi bagnati dal Mar Cinese Meridionale si sono deteriorati e la Cina ha incominciato ad inviare soldati all’estero per garantire l’integrità dei pozzi petroliferi al cui sfruttamento è interessata e la sicurezza dei propri tecnici impegnati in vari Paesi nella costruzione di infrastrutture.
Sul fronte delle relazioni tra le grandi potenze, Xi Jinping, con il progetto OBOR, infine, vuol definire, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, le priorità geopolitiche del proprio Paese; pretesa questa che, a partire dall’inizio dell’anno corrente, deve fare i conti con il cambiamento della politica estera annunciato dal nuovo “inquilini” della Casa Bianca, proprio nei confronti della Cina.
Per l’attuazione del progetto OBOR, la Cina conta di poter fare affidamento sul supporto di una serie di banche per lo sviluppo, fra le quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il Silk Road Fund e la New Development Bank (NDB). L’AIIB, è attualmente sostenuta da 57 Paesi membri, alcuni dei quali europei ed alleati degli Stati Uniti, la Corea del Sud e tutti i Paesi riuniti nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Il Silk Road Fund è un fondo di investimento statale cinese, costituito per il finanziamento della costruzione delle infastrutture nei Paesi che saranno attraversati dalle vie della seta. Infine, l’ANDB è la banca dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Paesi che da tempo perseguono lo scopo di costruire un sistema commerciale globale alternativo a quello basato sul dollaro.
Oltre che contare sulla dotazione di queste istituzioni bancarie, ammontante a circa 240 miliardi di dollari, il successo del progetto OBOR può contare anche sul fatto che la Cina ha già investito 62 miliardi di dollari in infrastrutture strumentali al successo del progetto, attraverso l’impegno della China Development Bank, della Export-Import Bank of China e della Agricultural Development Bank of China e di quello della China Construction Bank, un’altro istituto finanziario che a partire dal 2013 ha investito 40 miliardi di dollari l’anno in infrastrutture. Un’altra ragione di possibile successo del megaprogetto può essere ricondotta al fatto che la Cina, in cooperazione con le istituzioni finanziarie di Singapore, ha anche stanziato 22 miliardi nella realizzazione di progetti nell’Asia sud-orientale, per la costruzione di infrastrutture che saranno parte della via della Seta marittima.
L’origine delle preoccupazioni nutrite da molti Paesi asiatici, e soprattutto delle grandi potenze, USA in testa, connesse ai possibili scenari futuri legati all’attuazione del progetto OBOR è la diffusa incertezza sulle reali motivazioni della Cina. Il presidente Xi Jinping ha definito il progetto OBOR come un modello di “cooperazione” rivolto alla creazione di una “comunità dal destino comune”, ma anche, come già precedentemente si è detto, ad assicurare alla Cina “una posizione geopolitica, economica e militare che corrisponda ragionevolmente al suo livello di sviluppo”. L’attuazione del progetto, a parere di Mu Chunshan, non punterebbe “a superare gli USA e a diventare la nuova ‘polizia del mondo’”; ciò perché la politica di Xi Jinping sarebbe solo “conforme alla realtà del rapido sviluppo dell’economia cinese degli ultimi trent’anni”.
Ma un altro articolo, sempre dello stesso Mu Chunshan, comparso sullo stesso numero 1/2017 di “Limes”, dal titolo “La via per tornare ad essere il numero uno del mondo”, contraddice sostanzialmente le pacifiche intenzioni attribuite al presidente Xi Jinping; in esso si sostiene, infatti, che nell’attuazione del megaprogetto delle vie della seta sarebbe implicito il “sogno cinese”, proposto dal presidente divenuto “nucleo” del Partito Comunista, che prevede di portare a compimento la “grande rinascita del popolo cinese”, in concomitanza con il centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049)”. Il termine “rinascita” non sarebbe casuale, perché, significherebbe “ripristinare il rango internazionale della Cina nelle epoche Han e Tang”, appunto le due dinastie che hanno rappresentato “il periodo di maggiore prosperità della via della seta”; obiettivo, questo, che sarebbe proprio del progetto OBOR, destinato a diventare uno dei “vettori di realizzazione del ‘sogno cinese’”.
Ovviamente, lo stesso Mu Chunshan sembra essere consapevole che la realizzazione del megaprogetto andrà incontro a molti sospetti e rischi di rigetto da parte del resto del mondo. I sospetti sarebbero dovuti al fatto che gli stranieri non capirebbero il senso che la realizzazione del progetto avrebbe per la Cina, soprattutto perché, per tanto tempo, la società internazionale si sarebbe abituata a considerare la Cina introversa e marginale. Ciò sarebbe valso a consolidare il convincimento che la “Cina dovesse agire esclusivamente entro i limiti prestabiliti del suo spazio geografico”. In molti Paesi, sia nelle èlite che fra la gente comune, si stenterebbe, perciò, a comprendere che la Cina è cambiata, diventando sempre più estroversa, e che il progetto OBOR rappresenta il marchio del mutamento. E’ chiaro – conclude Mu Chunshan – che uno sviluppo così rapido della potenza cinese sarà “difficile da accettare”, sino a risultare naturale che l’attuazione del progetto OBOR sollevi diffuse diffidenze circa il senso che gli viene assegnato dalla Cina moderna.
Ma non è solo il mondo in astratto a nutrire diffidenze circa le intenzioni della politica di Xi Jinping; esse serpeggiano anche presso alcuni Paesi asiatici che dovrebbero essere direttamente investiti dal megaprogetto delle vie della seta. Alle diffidenze si aggiungono anche i molti rischi ai quali è esposta l’attuazione del progetto, dovuti al fatto che la sua realizzazione investe direttamente alcuni Paesi, soprattutto quelli mediorientali che, nel loro insieme, costituiscono un’area molto instabile, dato che ciascuno di essi tende a conquistare una posizione dominante.
Altri rischi provengono direttamente dalla Cina, ovvero dalla sua debolezza riguardo al processo di globalizzazione; e ciò per due ordini di motivi. Il primo di questi concerne la possibilità che le attività produttive cinesi non si adattino facilmente alle regole del gioco prevalenti al di fuori dei confini della madrepatria; le imprese cinesi che operano all’estero, oltre all’esercizio della propria attività, concorrono a plasmare l’immagine della Cina, per cui se tali imprese dessero della loro madrepatria un’immagine “aggressiva”, la realizzazione del progetto OBOR ne sarebbe influenzata negativamente. Inoltre, anche dal punto di vista interno della stessa Cina, l’attuazione del megaprogetto delle vie della seta è destinata a sollevare non pochi rischi politici, nascenti dagli interrogativi circa gli effetti derivanti dalla destinazione di tante risorse all’estero, a scapito degli investimenti interni, volti a rimuovere i tanti squilibri territoriali e sociali che ancora permangono, nonostante il “grande balzo in avanti” compiuto dalla Cina moderna,
Il secondo ordine di motivi che vede la Cina debole riguardo al processo di globalizzazione, è dovuto al fatto che ancora essa non dispone di una “area valutaria ottimale”, tale da consentirle di trasformare il “renminbi” in una valuta sostitutiva del dollaro nella regolazione delle transazioni internazionali, strumentali per il successo del progetto stesso; ciò perché, al di là delle sue aspirazioni a perseguire la “grande rinascita del popolo cinese”, la Cina non dispone del necessario potere militare per presiedere l’area valutaria, al fine di garantire alla sua valuta nazionale la sicurezza e la fiducia da parte degli operatori internazionali.
Infine, l’OBOR è esposto al rischio di un confronto “a tutto tondo” con la superpotenza americana, l’unica al momento in grado di egemonizzare le modalità di funzionamento in condizioni di stabilità del processo di globalizzazione; al di là della politica asiatica “minacciata” da Trump, gli analisti delle relazioni internazionali tendono a valutare il progetto delle vie della seta niente più che pura propaganda; l’obiettivo di sarebbe quello di controbilanciare il tentativo di Obama di costruire una cintura di contenimento contro la tendenza della Cina ad espandersi territorialmente a spese dei deboli Paesi vicini, nonché a porre rimedio alla sua presunta ostentata incapacità di “gestire in sicurezza” un vicino suo protetto, dotato di deterrenza atomica, che di continuo minaccia la stabilità dell’intera area asiatica e la sicurezza delle rotte marittime, perno dell’egemonia strategica ed economica globale della superpotenza a “stelle e strisce”.
Al momento, c’è solo da augurarsi che le due potenze mondiali, Cina ed USA, privilegino, nella regolazione dei loro conflitti di interesse, la via del negoziato in luogo del ricorso alla forza militare, e in particolare: che la Cina non dia l’impressione sbagliata (ma non troppo) di usare Kim Jong-un per destabilizzare l’area asiatica e le rotte marittime che la solcano; e che gli USA, dipendendo dall’importazione di capitali cinesi, non pretendano di rimettere in discussione tutto ciò che, riguardo alla Cina, è stato realizzato col loro interessato consenso, ricorrendo ora a barriere tariffarie anticinesi e a possibili strategiche alleanze di segno opposto a quelle sinora praticate.

Gianfranco Sabattini

Crisi dei partiti e crisi della democrazia

partiti 2Peter Mair, in “Governare il nuovo. La fine della democrazia dei partiti”, affronta il problema della crisi della democrazia popolre, tematica – egli afferma – “che affonda le sue radici nella problematica ben più ampia della frattura fra politica e democrazia popolare”; egli inoltre analizza, in conseguenza della perdita del ruolo tradizionale del sistema dei partiti, come il “controllo sul processo decisionale politico” sia uscito fuori dalla ”portata del normale cittadino; le conclusioni cui Mair arriva prefigurano un processo in itinere in cui, da un lato, i partiti non riescono più a svolgere il ruolo al quale erano stati chiamati dopo il sorgere dello Stato di diritto e, dall’altro, la democrazia tende a sua volta ad adattarsi al cambiamento, con il risultato che “i partiti diventano sempre più deboli e la democrazia ancora più ridimensionata”.

Senza il sistema dei partiti – afferma Mair – “ci si trova in una situazione di assenza della democrazia”, oppure in presenza di un modello di governo ancora “definito democratico”, in cui il riferimento al popolo è però ridimensionato, se non addirittura rimosso, poiché esso (il riferimento) è strettamente legato all’esistenza dei partiti. In conseguenza di ciò, è inevitabile il formarsi di una democrazia costituzionale “post-popolare”. A fronte del “vuoto” democratico, che viene così a formarsi, emergono altri modelli di governo, sorretti da teorie del rinnovamento democratico che propongono “nuove forme di politica istituzionale”. Queste teorie – afferma Mair – condividono tutte l’interesse a “trovare o definire una nozione di democrazia che in primo luogo funzioni; che sia accettata in quanto legittima; e, da ultimo, che non ponga più al centro la nozione di controllo popolare o di responsabilità elettorale”.

La causa del crollo del sistema dei partiti è, a parere di Mair, duplice: da un lato, perché i partiti hanno perso, o stanno perdendo, la capacità di coinvolgere i cittadini, la cui partecipazione elettorale, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ha manifestato un trend orientato sempre più verso il basso, coniugato a un senso di appartenenza partitica in declino; dall’altro lato, perché i cittadini sono risultati sempre meno disposti a lasciarsi coinvolgere dai partiti. In presenza della convergenza di questa doppia e tendenza, i partiti politici possono ancora presentare validi motivi programmatici per motivare all’azione i leader politici, ma, di fatto, i programmi politici sono utilizzati dai leader stessi “come rampa di lancio per raggiungere altri uffici e posizioni”. In sostanza, i partiti starebbero fallendo perché l’arena della democrazia partitica, in cui “i cittadini interagivano con i loro leader politici e condividevano un senso di appartenenza partitica, è venuta meno”.

La democrazia partitica, perciò, si è indebolita, e ciò si è tradotto nel disimpegno popolare dalla politica attiva e nell’affievolimento dell’interesse dei leader politici per le istituzioni dello Stato. Questo processo ha portato con sé alcune conseguenze per la democrazia popolare tutte negative: in primo luogo, il crescente vuoto che si è creato tra governanti e governati ha “facilitato l’emergere della sfida populista che attualmente caratterizza molte delle avanzate democrazie europee”, ma anche una condivisa ostilità nei confronti della classe politica; in secondo luogo, l’indebolimento della democrazia partitica, seguito all’allentamento del rapporto tra governanti e governati, è valso ad affermare una “crescente accettazione e legittimazione dei processi decisionali non-politici o depoliticizzati”, quali sono, ad esempio, i processi decisionali di molte istituzioni dell’Unione Europea e, ad un livello ancora più generale, quelli delle agenzie internazionali, come l’Organizzazione per il Commercio Mondiale, il Fondo Monetario internazionale ed altre ancora; in terzo luogo, l’allentasi del rapporto tra governanti e governati ha anche originato la propensione dei cittadini e dei politici a cercare la soluzione a controversie e problemi di natura politica “attraverso soluzioni giudiziali”, in luogo di soluzioni politiche.

In conclusione, negli ultimi decenni, a parere di Mair, il mondo dei partiti politici, o dei leader politici, si è separato dai cittadini, per cui la democrazia partitica si è trasformata in una “democrazia del pubblico”, lasciando aperta la questione se a determinare la crisi della democrazia popolare sia il crescente disimpegno degli elettori ad essere responsabili dell’”emergere di questa nuova forma di democrazia politica, o se, al contrario, si tratti di una nuova forma di democrazia politica che incoraggia questo disimpegno”. Quel che è certo – afferma Mair – è che i “due fenomeni si alimentano a vicenda. Nel momento in cui i cittadini lasciano l’arena della politica nazionale, inevitabilmente indeboliscono gli attori che continuano a muoversi quell’arena, ovvero i partiti politici. E ciò, a sua volta, è parte di, e promuove, la cosiddetta ‘democrazia del pubblico’”.

La crisi della democrazia popolare balza in modo particolarmente evidente allorché di passa a considerarla a livello dell’Unione Europea, dove sinora è stata percepita, errando, solo come “deficit di democrazia”. Alla luce dell’analisi di Mair, il problema del deficit di democrazia può essere meglio compreso se considerato come esso è sorto, analizzando l’esperienza istituzionale vissuta dai popoli europei, sin dalla stipula dei Trattati istitutivi della Comunità Europea. Le istituzioni europee, infami, sono venute lentamente a configurarsi come un sistema politico, costruito dai leader politici nazionali, estraneo all’esperienza tradizionale dei partiti; in altri termini, come un sistema istituzionale al cui interno il processo politico poteva “evadere – afferma Mair – i limiti imposti dalla democrazia rappresentativa”.

Il sistema istituzionale che è nato a livello europeo, infatti, non ha nulla dei caratteri minimi di una democrazia autenticamente popolare; non possiede cioè nessuno dei caratteri minimali propri della definizione di democrazia che ne ha dato, ad esempio, Joseph Alois Schunpeter; secondo il quale, com’è noto, la democrazia è un sistema che richiede libera competizione per un libero voto, che procedurizza il classico accordo istituzionale, attraverso il quale i cittadini che lo legittimano perseguono il raggiungimento di decisioni politiche attraverso leader politici che divengono loro rappresentanti attraverso un confronto competitivo per la conquista del voto popolare.

Ora, questi caratteri minimali stanno cessando, o sono del tutto cessati, d’essere “considerati garanti assoluti della legittimità”, nel senso che ora le strutture del potere e del processo decisionale sembrano aver bisogno d’“essere protette dall’azione popolare e dai suoi ‘input’ eccessivi”. In altre parole, sembra essere divenuto necessario creare e proteggere le procedure decisionali “dagli ostacoli posti dagli obiettivi di redistribuzione” perseguiti normalmente dai partiti, salvaguardando gli obiettivi perseguibili dalle “inclinazioni predatorie dell’élite politica transitoria”.

La logica sulla quale si è consolidato il funzionamento delle istituzioni europee ha avuto un impatto negativo diretto sui partiti nazionali e sulle modalità che regolano la loro competizione: innanzitutto, perché il processo decisionale europeo ha ridimensionato il ruolo dei partiti, sia in quanto uno dei principali effetti dell’architettura istituzionale europea è stato quello di limitare lo “spazio politico” della competizione tra i partiti attraverso l’armonizzazione delle politiche nazionali, che ha imposto un processo forzato di convergenza all’interno dell’area europea; in secondo luogo, perché l’Unione ha limitato le capacità dei governi nazionali con la riduzione degli “arnesi politici” a disposizione, attraverso lo spostamento del processo decisionale dal livello nazionale a quello europeo, come avviene, ad esempio per il governo della “moneta unica”, attraverso le decisioni della Banca Centrale Europea; in terzo luogo, perché l’Europa ha avuto l’effetto di impedire “quelle che a lungo sono state pratiche politiche standard”, perché considerate interferenti con il funzionamento del libero mercato, quali quelle connesse all’attuazione, ad esempio, delle politiche keynesiane di stabilizzazione dell’attività economica e di ridistribuzione del prodotto sociale.

Tutti i limiti indicati hanno finito col ridurre la competitività dei partiti nazionali, diminuendo le potenziali differenze dei governi che si succedono all’interno dei singoli Paesi membri. Ciò, lentamente, ha concorso, per un verso, a diminuire il significato delle politiche pubbliche e, per un altro, a rendere la competizione politica sempre più depoliticizzata. In questo modo, afferma Mair, l’Unione europea, anziché dare origine a uno Stato democratico è divenuta uno “Stato regolatore”. L’Unione, in definitiva, è divenuta un sistema che “non può essere adeguatamente penetrato o al quale non si può avere accesso attraverso elezioni e partiti, ovvero attraverso i tradizionali organi e canali rappresentativi”; l’Unione è divenuta un sistema che è aperto a una gamma estesa di “agenzie”, “organizzazioni” e “attori”, ma nello stesso tempo è diventata una struttura inaccessibile ai detentori della sovranità politica, ovvero agli elettori.

A parere di Mair è su questo punto che ci si deve porre gli interrogativi del perché è stata creata un’Europa “apolitica” e del perché le sue istituzioni non sono motivate ad essere propriamente democratizzate, al fine di procurare un effetto positivo a cascata sulla competitività politica dei partiti nazionali. Per Mair, le ragioni possibili sono diverse: intanto, perché è sempre mancato il riferimento ad un “demos” europeo, a causa della mancata unificazione politica dei Paesi che hanno aderito al “progetto europeo”; in secondo luogo, perché i “decisori politici” sono sempre stati tendenzialmente motivati ad agire in funzione dei propri interessi “particulari”, piuttosto che in funzione del bene comune; infine, perché, più fondatamente, l’Europa è stata costruita per “fornire un’alternativa alla democrazia convenzionale”: da un lato, per via del consolidato antico convincimento che “i meccanismi della democrazia popolare fossero diventati “sempre più incompatibili con le necessità dei policy-makers”; dall’altro, per via dell’altro antico convincimento che il problema delle elezioni imponesse “un limite tropo forte alla capacità dei governi di prendere decisioni per il bene comune”.

Qual è la conseguenza di tutto ciò? L’Unione Europea – conclude Mair – si è dotata di un sistema politico che rappresenta “una soluzione ai problemi politici e alle questioni di credibilità che i decision-makers e “i loro clienti” hanno dovuto affrontare, offrendo un mezzo per istituzionalizzare un sistema regolatore che non sempre può essere percorribile se dipendente dalle oscillazioni della politica elettorale”. In conseguenza di ciò, da parte di una folta schiera di “costruttori” di sistemi istituzionali, vi è stato uno sforzo orientato, non al ricupero delle democrazia popolare a livello europeo ed a livello nazionali, ma unicamente orientato a “ridefinire il concetto di legittimità”, in modo da configurare l’Unione Europea come un sistema di governo che non sia “convenzionalmente democratico”.

È vero che di continuo si sostiene che il sistema politico europeo è democratico, solo perché è “aperto e accessibile” alla rappresentanza degli interessi organizzati; ma è altrettanto vero che si tratta di un sistema politico che manca degli elemento costitutivi di una vera democrazia popolare. In particolare, nel governo dell’Unione, manca ogni dinamica governo-opposizione e, quel che è fonte di maggior stravolgimento del senso della democrazia quale si era affermato dopo il secondo conflitto mondiale, manca di un’opposizione. Fatto, questo, che si sta ribaltando anche a livello nazionale, dove l’impatto dell’Unione Europea “vuole” che le decisioni politiche nazionali si allineino a quelle assunte a livello sopranazionale, (chi non ha udito in questi ultimi anni affermare l’urgenza dell’adozione di un provvedimento impopolare solo perché l’”Europa lo vuole”?).

Non è casuale e privo di senso, perciò, il diffondersi, a livello di opinione pubblica nei diversi Paesi membri dell’Unione, dell’euroscetticismo, destinato non certo ad esaurirsi, sin tanto che non si porrà rimedio alle cause reali, globalizzazione, sue istituzioni e sua ideologia, che sinora hanno ispirato solo un pensiero post-democratico.

Gianfranco Sabattini

La crisi come conseguenza di mancata memoria

crisiL’uomo tende a non conservare il passato nella sua memoria; ciò non gli consente di interpretare il presente sulla base di una maggior ricchezza di informazioni. Anzi, è sulla base della conoscenza di quest’ultimo che, a volte, si presume di poter interpretare il passato, condannandosi in tal modo a rivivere di continuo, come se non ne fossero mai state sperimentate le conseguenze, gli errori precedentemente commessi. Questa amara e cruda realtà emerge dalla lettura dell’articolo “Tra XX e XXI secolo. La contemporaneità e le grandi crisi” di Francesco Soverina, apparso sul n. di ottobre-dicembre 2015 del periodico “Meridione. Sud e Nord del mondo”.
La tesi di fondo dell’autore è che la crisi esplosa nel 2007/2008, in seguito allo scoppio della bolla dei mutui subprime dei mercati immobiliari americani, induce a riflettere sugli effetti della Grande Depressione del 1929, anch’essa iniziata negli Stati Uniti d’America. Le due crisi, per quanto caratterizzate da dinamiche diverse, hanno però rivelato implicazioni sociali e politiche sulle quali sarebbe stata opportuna una considerazione ben maggiore di quella che invece è stata loro riservata.
Se il presente – afferma Soverina – è “inteso come una sorta di sismografo, una spia rivelatrice del passato, indagare e studiare quest’ultimo alla luce delle questioni che esso solleva serve a individuare dell’uno come dell’altro le linee essenziali […] di fattori ed aspetti reciprocamente condizionatisi”. Pur diverse, come si è detto, sul piano delle dinamiche economiche, le crisi del 1929/1932 e del 2007/2008, dalle quali è stata scossa la società capitalistica, “paiono avere un tratto in comune, il loro incrociarsi con profonde trasformazioni sul piano produttivo, sociale e politico, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale […]. In quest’ottica la storia del capitalismo, che è stato il motore di una sbalorditiva crescita, appare scandita da un andamento pendolare, dall’alternarsi di accelerazioni e frenate, seguite talvolta da stagnazioni più o meni prolungate”.
La Grande Depressione del 1929/1932 ha decretato la fine della “Banca mista”, la quale, assommando in sé le funzioni della raccolta del risparmio, dell’esercizio del credito commerciale e industriale e della funzione della “Banca d’investimento” con l’assunzione di partecipazioni azionarie nelle imprese, aveva dato origine, al di là e al di qua dell’Atlantico, alla posizione dominante dei mercati finanziari; questi, dopo aver dato luogo ad un’espansione dell’indebitamento delle imprese e ad un boom borsistico di natura speculativa, hanno causato lo scoppio della crisi. Le banche sono state inevitabilmente coinvolte, al punto da originare una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato la diffusione della crisi in tutto il resto del mondo economicamente sviluppato.
Di fatto, si è trattato di una crisi bancaria generalizzata, con fallimenti di istituzioni finanziarie a catena, sia in America, che in Europa; le conseguenze sugli assetti del mondo della finanza sono stati di tre tipi: in primo luogo, si sono avuti diffusi processi di salvataggio delle banche in crisi da parte dello Stato; in secondo luogo, a causa dei fallimenti bancari, si sono avuti processi di ulteriore concentrazione del sistema bancario; infine, i rapporti tra banche e imprese, considerati la causa principale della crisi, hanno imposto l’urgenza che l’attività creditizia fosse rigidamente separata da quella di investimento.
Quanto sin qui esposto, con riferimento alla genesi della Grande Depressione del 1929/1932, costituisce l’esatta descrizione della genesi della Grande Recessione del 2007/2008; ciò non ostante, il modo in cui si è reagito alla cause e agli esiti della prima è stato del tutto ignorato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, allorché sono state prese le decisioni con le quali sono state radicalmente cambiate le modalità di governo dell’economia, senza che ci si ricordasse di ciò che era accaduto nel periodo precedente la fine degli anni Venti.
Come nella recente Grande Recessione del 2007/2008, la crisi alla fine degli anni Trenta del secolo scorso è stata causata dalle bolle speculative indotte dalla finanziarizzazione dell’economia, cui hanno fatto seguito il collasso della produzione e degli scambi, la caduta dei redditi, la diffusione della povertà e l’aumento della disoccupazione; le sue radici originavano dal disordine monetario (crollo del gold standard) e da quello produttivo (ipertrofica espansione della capacità produttiva) determinati dalla Grande guerra. La Grande Depressione del 1929/1932, dopo i reiterati tentativi di contenerne le conseguenze attraverso le “vecchie ricette” di politica economica dell’anteguerra, ha costretto i governi a rinunciare alla fiducia pressoché assoluta riposta nel libero mercato, quindi ad elaborare un approccio più conveniente al il governo del sistema economico, riattivando la macchina produttiva, riassorbendo la disoccupazione e assicurando la stabilità dei prezzi.
Col nuovo approccio di politica economica è stato cambiato – afferma Soverina – “pressoché radicalmente il modo di porsi nei confronti dell’attività economica, affidandosi allo Stato”, il cui intervento è divenuto il “tratto unificante dell’insieme dei provvedimenti anti-crisi, sia pure dentro cornici politico-istituzionali sensibilmente diverse”. E’ così maturata una svolta di lungo periodo, riguardo al ruolo dello Stato nel governo dell’attività economica nei momenti di crisi, sfociata “nella ridefinizione dei rapporti tra politica ed economia”, nel senso che lo Stato ha assunto “nuovi compiti, diventando l’asse centrale dell’accumulazione capitalistica”; rispetto a questa, lo Stato stesso si è posto come regolatore dei processi economico-sociali, soprattutto alla luce degli esiti della “rivoluzione keynesiana” degli anni Trenta che, per garantire stabilità economica e politica alle singole comunità nazionali ha auspicato un “patto sociale” tra capitale e lavoro.
In un contesto caratterizzato da profonde tensioni sociali ed internazionali, i risultati dopo il 1932 sono stati solo parziali, anche per via dell’approssimarsi della Seconda guerra mondiale. Dalla crisi del 1928/1932 sarà possibile uscire definitivamente solo alla fine del conflitto, nel corso del quale gli Stati Uniti hanno iniziato a fare accettare ai Paesi loro alleati, a partire dalla conferenza di Bretton Woods del 1944, il sistema di regole e procedure elaborate nel periodo pre-bellico; sistema, questo, che ha costituito la base dei “trent’anni gloriosi 1945/1975”, durante i quali il capitalismo è entrato in un periodo di espansione “grazie all’adozione generalizzata di programmi keynesiani”, che hanno portato alla costruzione e diffusione dei sistemi di sicurezza sociale welfaristici.
Le politiche keynesiane, incentrate sulla regolazione dell’attività produttiva e del mercato sono state così all’origine della lunga fase di crescita e di sviluppo dei sistemi ad economia di mercato, sorretta e promossa dall’interazione virtuosa tra intervento dello Stato e azione ridistribuiva dei partiti socialdemocratici. L’interazione si è protratta con successo sino all’inizio degli anni Settanta, allorché il capitalismo ha dovuto subire gli esiti del clima di incertezza, originato da nuovi disordini monetari e da una nuova crisi dei sistemi produttivi e del sistema degli scambi internazionali.
Un primo sintomo della sopravveniente crisi si è manifestato nel 1971, allorché gli USA, con una decisione unilaterale, hanno deciso di abbandonare, pur conservando il dollaro come principale valuta di riferimento negli scambi internazionali, il sistema monetario internazionale nato con la conferenza di Bretton Woods; ad aggravare la situazione sono seguiti gli shock petroliferi del 1973 e 1979, nonché quello del debito dei Paesi in via di sviluppo. Pur in assenza degli esiti catastrofici della Grande Depressione del 1929/1932, il clima di incertezza degli anni Settanta ha determinato una rincorsa al rialzo tra prezzi e salari che ha originato il fenomeno della stagflazione, un mix di stagnazione e di inflazione. Costretto ad intervenire per risolvere i conflitti tra sindacati e imprese, dilaganti nel mercato del lavoro, lo Stato ha visto affievolirsi la sua capacità d’intervento, con conseguente tendenza, da un lato, all’aumento della disoccupazione e, dall’altro, ad una diminuzione del reddito e del tenore di vita.
In sostanza, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta si è aperta una nuova fase dell’evoluzione dei Paesi industrializzati ad economia di mercato, che ha visto di nuovo i mercati finanziari acquisire posizioni dominanti nell’intera economia, nel momento stesso in cui la globalizzazione dei mercati nazionali diveniva la nuova base del processo di accumulazione del capitalismo; gli anni Ottanta del secolo scorso, perciò, hanno segnato l’inizio di un momento di svolta del modo capitalistico di produrre, che ha permesso – afferma Soverina – “un esorbitante spazio di manovra alla finanza transnazionale, il cui potere è divenuto assolutamente sproporzionato rispetto agli altri fattori della produzione, specialmente nei confronti del lavoro”; in tutto ciò, il potere dei mercati finanziari è stato agevolato, oltre che dai cambiamenti interventi negli organi di governo del commercio internazionale (Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazione e Banca mondiale), dall’abrogazione delle legislazioni che, dopo la Grande Depressione del 1929/1932, avevano fissato un rigido confine tra le banche addette alla raccolta del risparmio e banche d’investimento, impegnate nel finanziamento di operazioni di medio-lungo termine a favore del mondo della produzione.
Tutto ciò, com’è noto, a avvenuto dopo che sulle opposte sponde dell’Atlantico sono ascesi al potere due leader della destra anglosassone, Margaret Thatcher e Ronald Reagna; da allora, è infatti prevalso “con forza per un trentennio il vento del neoliberismo (il paradigma del ‘pensiero unico’) e della liberalizzazione finanziaria, mentre finiva sotto tiro il Welfare State e con esso i diritti sociali in tutte le declinazioni”. Il neoliberismo, dopo decenni di latenza all’interno del sodalizio della Mont Pelerin Society, e diffusosi per iniziativa di Friedrich Hayek e di Milton Friedman, ha contribuito ad affermare scelte di politica economica che sono valse a mettere i mercati finanziari nella condizione di rendere subalterna la politica, delegittimando l’intervento dello Stato, reso incapace di opporsi alla diffusione degli effetti destabilizzanti della speculazione finanziaria internazionale.
La prova di questa incapacità è offerta dal fatto che dopo l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, a seguito della crisi dei mutui americani subprime, tutti coloro nei quali si sono incorporate le strutture istituzionali dello Stato democratico, dimentichi dell’esperienza della Grande Depressione del 1029/1932, hanno saputo proporre solo politiche pubbliche di austerity, di contenimento della spesa pubblica, per soccorrere le banche che, sino al crollo dei mercati immobiliari americani, avevano contribuito ad aumentare la speculazione finanziaria. Anche in Italia, tutte le forze politiche e sociali, incluse quelle socialdemocratiche, protagoniste dei “gloriosi trent’anni 1945/1075”, sono state vittime del “pensiero unico” neoliberista; in nome dell’insostenibilità finanziaria della spesa pubblica destinata a salvaguardare il sistema di protezione sociale realizzato, è stata perseguita una rigida politica di austerità, il cui effetto è stato opposto a quello sperato, in quanto nei primi anni dell’attuale decennio il prodotto interno lordo è diminuito, con conseguente peggioramento del debito pubblico.
Diverse sono state le misure “messe in campo”, costituite prevalentemente da riforme della struttura del sistema-Paese, che sarebbero dovute servire ad aumentare la produttività della forza lavoro occupata e con essa del livello del prodotto interno lordo; nessuna delle misure, però, è stata concepita nel segno dell’esperienza vissuta dopo il “Great Crash” del 1929/1932. Se si collocano in una prospettiva storica la recente crisi e i suoi effetti, “appare evidente – conclude Soverina – il nesso tra la tempesta finanziaria scatenata nel 2008 e il trentennio avviato negli anni Ottanta”, allorché la destra neoliberista ha indicato nella soppressione di ogni forma di regolazione dei mercati finanziari e nella liberalizzazione del mercato le modalità per mettere da parte le politiche keynesiane, ritenute non più in grado di assicurare la crescita dell’economia e dell’accumulazione capitalistica. Inoltre, appare evidente il nesso fra quanto accaduto nel 1929 e il periodo successivo al fine della Grande guerra.
Anche allora, l’egemonia dei mercati finanziari e le presunte virtù taumaturgiche del libero mercato sono state la causa della Grande Depressione; allora, però, si è preso coscienza della necessità del ruolo regolatore dello Stato, mentre quanto è successo dopo l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso ha solo suggerito, come se l’esperienza del passato fosse priva di utili indicazioni, di procedere in termini opposti, inverando l’affermazione che vuole che chi ignora il proprio passato sia condannato necessariamente a riviverlo. Tuttavia, sulla smemoratezza del tutto disinteressata degli establishment dei sistemi sociali dopo gli anni Settanta e dopo lo scoppio della Grande Recessione 2008/2009 è lecito nutrire fondati dubbi.

Gianfranco Sabattini

La “terza via” di Theresa May

Nei suoi discorsi, Theresa May, la premier britannica, non ha difficoltà ad ammettere che il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea abbia diviso e indebolito il Paese e, per questo motivo, nel rivolgersi alla nazione, dichiara sempre di volersi impegnare a tentare di rafforzare i legami tra i cittadini e tra le nazioni del Regno. A tale scopo, la May promette di voler lavorare nell’interesse di tutti, dichiarando che, quando negozierà il definitivo distacco dall’UE, cercherà di raggiungere un accordo tenendo conto, non degli interessi di chi ha votato per uscire dalla UE, ma di quelli dell’intero Paese. Pur non rivelando la strategia negoziale che il Governo inglese intenderà seguire nelle trattative con Bruxelles, è tuttavia diffuso il convincimento che Londra opterà per un’uscita radicale dall’UE, che potrebbe includere anche un ridimensionamento della sua presenza nel mercato unico.

Esponente della destra britannica, Theresa May intende impostare la politica del suo governo in modo, non tanto da non offrire un risarcimento degli effetti negativi della globalizzazione ai cittadini, quanto di voler approfondire le finalità sociali del sistema economico; un obiettivo, questo, che, secondo John Milibank e Adrian Pabst, professore emerito di religione, politica ed etica all’Università di Nottingham, il primo, docente di politica all’Università del Kent, il secondo, in “Theresa May: liberalismo addio” (“Aspenia” n. 75/2916), presuppone “un’economia più etica, capace di allineare gli interessi di lungo periodo delle aziende, degli azionisti e dei membri delle comunità locali”. A parere di Milibank e Pabst, l’obiettivo potrà essere raggiunto, ma il successo è legato alla possibilità di un radicale mutamento nel governo dell’economia e della società del Regno Unito.

Secondo i due docenti, la politica e l’economia degli Stati Uniti e di gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale sono state influenzate, dopo gli anni Settanta, da “due modelli politici teorici” che sono ora sulla via di una crisi irreversibile: da un lato, il liberalismo economico della destra che, dai primi anni Ottanta, ha perseguito l’obiettivo della massimizzazione dell’utilità, definita in termini di felicità individuale o di qualche forma di soddisfazione collettiva misurata dal PIL; dall’altro lato, il liberalismo socioculturale della sinistra, che a partire dagli anni Novanta si è concentrato su un ampliamento costante dei diritti e delle libertà. Si è trattato di due forme gemelle di liberalismo: quella conservatrice di Margaret Thatcher e quella socialdemocratica di Anthony Giddens e di Anthony Blair.

Si tratta di due liberalismi, a parere di Milibank e di Pabst, che secondo Theresa May “hanno potuto garantire maggiori libertà personali e qualche opportunità in più di alcuni”, ma oggi manifestano effetti antidemocratici e disgregatori della società; ciò perché l’uno e l’altro hanno servito gli scopi del monopolio del mercato globale e della burocrazia centralizzata, “collusi nel generare un aumento senza precedenti del potere e della ricchezza concentrati nelle mani di pochi”. Ora che il voto sulla Brexit ha segnato per la nazione britannica la fine di una politica caratterizzata dall’egemonia del “liberal-consensus”, il liberalismo dei governi della Thatcher, di Blair e di Cameron, non è più considerato appropriato dal Governo presieduto dalla May, volto a proiettare “i Tories verso un orizzonte post-liberale, nell’obiettivo di una maggior giustizia economica e del rafforzamento della solidarietà sociale”.

Secondo Milibank e Pabst, nei suoi discorsi pubblici, la May non manca mai di ripetere di non credere “solo nei mercati”, ma “anche nelle comunità”, e di non credere “solo nell’individualismo, ma anche nella società”. Dalle affermazioni della premier britannica, a parere di Milibank e di Pabst, emerge sicuramente un forte segnale di discontinuità rispetto alle politiche del passato; non solo quindi, rispetto alle idee di Margaret Thatcher, che pensava che la società non esistesse, o a quelle di Blair e di Giddens, convinti che la condizione di chi sta peggio potesse essere migliorata dai successi della libera iniziativa dei migliori, ma anche a quelle di David Cameron, la cui Big Society non assegnava un ruolo positivo allo Stato. La May, contrariamente ai suoi predecessori, ritiene invece che il ruolo chiave del governo debba essere “quello di coltivare quelle relazioni, quelle reti e quelle istituzioni che fanno funzionare la società”.

Quel che però colpisce di più nella politica promessa dalla May, secondo Milibank e Pabst, è “lo strappo rispetto a quarant’anni di liberalismo economico”, per cui le sue promesse di intervenire sulle differenze salariali, sulla repressione dell’evasione fiscale, soprattutto di quella imputabile alle grandi imprese, e l’impegno a sostenere la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle attività produttive, rappresentano una rottura decisiva dopo quasi “quattro decenni di fondamentalismo di mercato”.

Di fronte all’approfondirsi della globalizzazione e al prevalere della soddisfazione degli interessi individuali rispetto alla prosperità collettiva, la premier britannica intende “mettere in campo uno Stato attivo e un sistema di leggi che aiutino a plasmare un’economia al servizio della società”; ciò, perché, come è solita ribadire, non si deve “odiare” lo Stato, ma apprezzarlo per il ruolo che può svolgere, usando il potere del governo per la soddisfazione degli stati di bisogno dell’intero Paese. E’ questo il senso della decisione, ad esempio, di valorizzare i quattro principali porti del nord dell’Inghilterra, quelli di Liverpool, di Hull, di Tees Valley e di Tyne. L’iniziativa si inserisce bene nell’agenda del primo ministro britannico, che dopo la Brexit ha lanciato la proposta di attuare il programma “Northern Powerhouse”, orientato a creare nuovi posti di lavoro, ad aumentare l’import/export e a sviluppare, più in generale, l’economia delle aree del nord del Paese.

L’obiettivo della politica generale della May, quindi, sembra essere quello di eliminare, nella distribuzione del prodotto sociale, l’”effetto sgocciolamento verso il basso” (trickle down), alla cui attuazione ha teso la politica distributiva di Margaret Thatcher e, in ultima analisi, quella di Anthony Blair; in sua sostituzione, viene auspicata una nuova forma di distribuzione basata su aumenti salariali, la cui legittimazione sia fondata sul mantenimento dell’unità nazionale e sulla funzionalità di una mutua assistenza a sostegno incondizionato di coloro che versano in stato di maggior bisogno, secondo la tradizione britannica delle “Poor Laws” del passato. A rendere credibile l’approccio politico della May ai problemi della società britannica, rispetto al post-liberalismo della “Big Society” di David Cameron e a quello dello “One Nation Labour” di Jeremy Corbyn, per Milibank e Pabst, è il fatto che esso (l’approccio) mira non tanto ad “offrire un semplice risarcimento per gli effetti collaterali della globalizzazione, quanto a mettere in campo riforme fondamentali capaci di imprimere un cambiamento strutturale del mercato stesso”, allineando gli obiettivi dell’intera classe dirigente agli interessi a lungo termine della società e del sistema produttivo.

Tuttavia, Milibank e Pabst evidenziano che la politica della premier britannica potrebbe andare incontro ad alcune contraddizioni, quale quella, ad esempio, dovuta al fatto che, se da una parte la difesa degli interessi interni al Regno Unito comporta la necessità di regolare il mercato più di quanto potessero permettere le regole comunitarie, per un altro verso, va messa in conto l’opposizione della destra conservatrice che, favorevole alla libertà di import/export, si è espressa a favore della Brexit, solo per poter fruire di una libertà di movimento “ben più ampia di quella prevista dall’Unione Europea.

Un’altra contraddizione è riconducibile al fatto che una politica orientata prevalentemente all’interno dei confini del Regno Unito potrebbe non risultare compatibile con l’attività capitalistica a livello globale, quale quella che vede coinvolti alcuni settori avanzati dell’economia britannica; questi settori, al contrario, potrebbero premere perché sia attuata una politica più mirata a promuovere un modello di governance della globalizzazione, che risulti meno penalizzante che nel recente passato. A tal fine, a parere di Milibank e Pabst, forse sarebbe stato meglio che il Regno Unito continuasse a far parte dell’Unione Europea, per garantire ai settori integrati nell’economia globale l’accesso commerciale privilegiato ad un vasto mercato, quale quello costituito e regolato da accordi tra gli Paesi membri dell’Unione. Da questo punto di vista, perciò, secondo Milibank e Pabst, il destino della Gran Bretagna non lo si sarebbe dovuto scindere dal tentativo, in alternativa alla Brexit, di costruire “un nuovo e più trasparente modello di unità europea”.

L’agenda politica interna della May sconta anche una possibile contraddizione sul piano etico. Se il nucleo centrale della sua politica è quello proprio del suo post-liberalismo, questo, otre che esprimere un maggior impegno dello Stato nei confronti dei cittadini più svantaggiati, dovrebbe esprimere, a parere di Milibank e Pabst, anche una nuova “filosofia pubblica della virtù sociale e del bene comune”; ciò in considerazione del fatto che alla base del post-liberalismo della May c’è il riconoscimento che il limite del liberalismo tradizionale di destra e di sinistra sta l’ipertrofia dei diritti dell’individuo, alla quale si deve l’impedimento di “un corretto bilanciamento tra libertà personale e stabilità sociale”.

Se si considera che, secondo il post-liberalismo della May, il benessere sociale condiviso dipende dai doveri reciproci fra tutti i componenti la società, piuttosto che dal dovere dello Stato verso tutti i cittadini, e che lo stesso vale per le virtù morali e sociali (coraggio, generosità, gratitudine, lealtà, fraternità, ecc.), il perseguimento della giustizia sociale sarebbe vano, se esso restasse slegato, sia dai doveri reciproci fra i componenti della società, sia dal costante e universale rispetto delle virtù morali e sociali. Poiché i legami solidaristici che connotano gli esseri sociali sono stati erosi dalla sovrapposizione e dalla fusione del liberalismo di destra e di sinistra, il post-liberalismo della May dovrà ridefinire l’autonomia della società rispetto ai singoli individui che la compongono, per “inglobare le istituzioni economiche e politiche nei vincoli civici” in funzione del soddisfacimento degli stati di bisogno collettivi.

A differenza dei liberali di destra e di sinistra, “rimasti impantanati nello sterile dibattito ‘più mercato vs. più Stato’ nel miraggio della libertà o dell’utilità”, il post-liberalismo della May dovrà perciò perseguire i propri obiettivi sulla base di scelte politiche informate ad un’etica diversa rispetto a quella condivisa nel passato; ciò, al fine di realizzare quel miglior bilanciamento dei rapporti tra i diversi gruppi sociali “al servizio del bene comune” assunto dall’ideologia del post-liberalismo, il cui nucleo centrale vuole che la maggior parte delle persone consideri “più importante vedere riconosciuto il ruolo e il contributo alla società di ognuno, piuttosto che arricchirsi a dismisura ed esercitare potere sul prossimo”.

Sotto la guida di Theresa May, il post-liberalismo, rivendicando l’attuazione di una rottura, da un lato, con la politica distributiva del prodotto sociale del liberalismo di destra basata sullo sgocciolamento verso il basso (trickle down), e dall’altro, con l’ampliamento costante dei diritti e delle libertà del liberalismo di sinistra, può realmente conseguire alcuni importanti obiettivi: assicurare la soddisfazione delle esigenze esistenziali di ogni nucleo familiare; garantire un lavoro dignitoso e adeguatamente rimunerato a tutti; diffondere l’amore per il proprio Paese da parte di tutti attraverso l’efficienza e l’efficacia di un condiviso sistema fiscale contributivo. In questo modo, Milibank e Pabst ritengono che la politica post-liberalistica della May, potrebbe anche riuscire a realizzare nell’intero Ragno Unito una sorta di socialdemocrazia “non statuale”, di impronta tanto radicale quanto conservatrice”; ma le sue contraddizioni interne la renderanno molto improbabile.

Le contraddizioni varranno, infatti, a rendere il post-liberalismo della May nell’edizione di una nuova “terza via” alla maniera britannica, confusa come quella formulata da Giddens e attuata da Blair; anch’essa quindi fuori da ogni sua possibile connotazione socialdemocratica, per via del fatto che una delle componenti sociali alla quale la premier britannica dovrà rendere conto è parte della destra conservatrice, che si è espressa a favore della Brexit solo per poter fruire dei vantaggi di una globalizzazione affrancata dalle regole minime dell’Unione Europea; fatto, questo, che rende improbabile l’eticità con cui la May dovrebbe connotare l’attuazione della propria politica. Ella ha tra i propri “compagni di strada”, forze sociali ed economiche che, avendo interesse a conservarsi libere di agire a livello globale, non possono che considerare gli obblighi etici della politica post-liberalistica verso la società un “fardello” del tutto insopportabile.

Gianfranco Sabattini

Il Mezzogiorno nel rilancio dell’economia nazionale

Svimez-lavoro-sudIn un articolo comparso nella Rivista economica del Mezzogiorno (3-4/2015), recante il titolo “”Quale ‘’visione’ per la ripresa di una strategia nazionale di sviluppo?”, Adriano Giannola sottolineava l’urgenza e la necessità del “varo di un ‘Piano di primo intervento’ organico ad una strategia tesa a riportare il Mezzogiorno nel circuito dello sviluppo”. Il riferimento al Mezzogiorno era suggerito a Giannola dal Rapporto Svimez per il 2015, dal quale risultavano dati preoccupanti che illustravano, non “una difficile congiuntura, bensì l’evolvere di un progressivo arretramento verso una condizione di stabile sottosviluppo”, sia pure evoluta rispetto a cinquant’anni fa, della condizione dell’area meridionale del Paese.

Il regresso dell’area, come da più parti viene evidenziato, è imputabile prioritariamente all’azione del governo centrale, al quale va addebitato il fatto che non sia riuscito ad adottare, già da prima che iniziasse la Grande Recessione, provvedimenti appropriati per arrestare il declino del Sud dell’Italia; nella consapevolezza che, per conseguire tale obiettivo, sarebbe stato necessario arginare il succedersi delle situazioni di emergenza che negli ultimi decenni hanno caratterizzato l’andamento dell’economia delle regioni meridionali.
L’azione necessaria non avrebbe dovuto essere orientata a “lubrificare” questo o quel comparto dell’economia del Mezzogiorno, bensì a cambiare alcuni dei suoi aspetti strutturali; in particolare, quelli riguardanti il mercato del lavoro e la pubblica amministrazione, soprattutto attraverso “la semplificazione e lo snellimento della burocrazia”, considerato che le regole istituzionali vigenti sono proprie di un sistema non più reattivo che potrebbe “faticare”, in assenza di appropriate riforme a costo zero, a rendere semplice l’accesso alle sue prestazioni. L’urgenza di simili provvedimenti, sottolinea Giannola, risalta anche in considerazione del fatto che l’accresciuta debolezza del Sud, dopo gli ultimi anni di “crisi profonda, se non contrastata, rischia di condizionare pesantemente la dinamica del sistema in tutte le sue componenti”.
A tale scopo, sarebbe stato necessario, non un documento contabile nel quale fossero elencati gli interventi e le risorse per la loro realizzazione, ma “piuttosto un documento programmatico”, che parlasse del Mezzogiorno inquadrato nel più generale problema dell’Italia; in altre parole, sarebbe stato necessario che il governo nazionale avesse chiarito la sua “visione” circa i problemi da risolvere e le opzioni da seguire “per affrontarli con successo”. La “visione” non avrebbe potuto non includere le esigenze prioritarie utili al “rilancio dell’accumulazione” e al blocco del “crescente disagio sociale”.
Negli anni della Grande Recessione – afferma Giannola – nell’settore industriale del Sud si è “perso il 7% dello stock di capitale lordo, il 30% della capacità produttiva manifatturiera: la seconda guerra mondiale aveva forse avuto esiti simili. Certo, a differenza di allora, oggi i ponti sono in piedi, la strade sono percorribili; per questo molti non si accorgono che è passata una guerra; per loro il contesto è ancora quello di un Paese sano, sviluppato e felice. Ma sono le dinamiche di questo Paese sano, sviluppato e felice che sollevano molti dubbi e preoccupazioni”, ponendo l’interrogativo su quale sia la “visione” di chi deve decidere in che modo intende stabilire come “condurre il Paese alla ‘ripresa’”
Al riguardo, sarà inevitabile, per chi si pone dal punto di vista del futuro dell’economia del Mezzogiorno, interrogarsi circa le scelte che il governo intenderà adottare per rilanciare il processo di accumulazione nelle regioni del Sud. Alcune scelte dovrebbero essere orientate a modificare i processi distributivi; obiettivo, questo, conseguibile, da un lato, attraverso un governo più razionale del “processo di formazione del capitale umano”; dall’altro lato, attraverso la costituzione del previsto, e mai attuato, “Fondo di perequazione infrastrutturale”.

Alcune scelte dovrebbero avere ad oggetto il rilancio delle Università meridionali, che da anni – a parere di Giannola – stanno subendo gli effetti negativi di un progressivo razionamento delle risorse, che si traduce in una “sistematica devastante pratica” di redistribuzione inversa a danno dell’istruzione terziaria delle regioni meridionali. Infatti, il minor flusso di risorse alimenta l’”emigrazione” degli studenti che possono permetterselo verso le Università delle regioni del Centro-Nord del Paese, concorrendo per questa via ad assicurare a queste ultime ulteriori vantaggi, in presenza di un’assegnazione dei mezzi stanziati per l’istruzione terziaria sulla base di presunti, ma fuorvianti, “parametri oggettivi”. Anziché essere rimosso, il processo in atto ha sinora concorso a causare la progressiva dequalificazione dell’istruzione universitaria nelle regioni del Sud dell’Italia.
Altre scelte da adottare, per supportare il processo di accumulazione delle regioni meridionali, dovrebbero riguardare lo squilibrio infrastrutturale esistente tra queste ultime e quelle del Centro-Nord del Paese; squilibrio che avrebbe dovuto essere affrontato nel 2001, nell’ambito della riforma del Titolo V della Costituzione, per la realizzazione del federalismo fiscale. Il fallimento delle riforma, causato dal fatto che la sua attuazione è stata realizzata in funzione di motivazioni connesse a ragioni di equilibrio tra le forze politiche, piuttosto che all’esigenza di razionali interventi pubblici per il sostegno della crescita del Paese, ha portato con sé anche la mancata attuazione di disposti normativi destinati ad avere un impatto positivo sull’economia del Mezzogiorno, quale quello che prevedeva la costituzione del “Fondo per la perequazione infrastrutturale”.
Riguardo alla strategia da perseguire per promuovere il rilancio dell’accumulazione e bloccare il crescente disagio sociale delle regioni meridionali, Giannola osserva che l’Italia è l’unico grande Paese fondatore dell’Unione Europea “integralmente ed esclusivamente mediterraneo”; ciò rende del tutto inspiegabile perché non si approfitti del fatto che la globalizzazione, pur spingendo l’Italia ai margini dell’economia-mondo, ridimensionando, senza rottamarla, l’ottimistica visione del nostro usurato modello di specializzazione, offra comunque delle opportunità; una è quella di poter trarre vantaggio dall’orientamento recente, ma ormai consolidato, di Cina, India, ed altri Paesi dell’Estremo oriente che guardano “al mercato più ricco del mondo, l’Europa, facendo del Mediterraneo un luogo di vitale importanza”. Il nostro Paese, invece, a parere di Giannola, anziché approfittare delle chance che gli si offrono vive il paradosso delle imprese cinesi che abbandonano i porti delle regioni meridionali, andando a localizzarsi in altri porti mediterranei, per la nostra incapacità di fare fronte agli impegni assunti.

Inoltre, Giannola sottolinea come la considerazione dell’area del Mediterraneo non sia utilizzata per realizzare quanto da anni è oggetto di continui dibattiti, ovvero il non aver mai portato a compimento la realizzazione delle possibili interconnessioni che “ruotano attorno al perno della logistica a valore, presupposto indispensabile per aprire ad una fase di re-industrializzazione e ad una parimenti necessaria linea di politica industriale e territoriale”. Ciò consentirebbe, in alternativa alla centralità del modello distrettuale del passato, oggi in parziale crisi, di interpretare al meglio, soprattutto con riferimento al nostro Mezzogiorno, l’importanza delle “catene globali del valore”, ovvero del ruolo che potrebbe svolgere il potenziamento ed una più razionale organizzazione della “tradizionale filiera produttiva”; ciò, tra l’altro, consentirebbe di invertire la tendenza al regresso cui è esposta l’intera area meridionale.
Il problema dell’energia dovrebbe essere considerato congiuntamente alle possibili interconnessioni produttive; logistica ed energia – a parere di Giannola – “sono parte integrante delle strategie interconnesse”, che consentirebbero, a loro volta, “un governo sostenibile del territorio”. In quest’ottica, il riordino urbano e quello delle zone interne costituirebbero il “terzo pilastro” della strategia delle interconnessioni; una precondizione, questa, che consentirebbe, tra l’altro, di affrontare con realismo la soluzione dei problemi della “valorizzazione del patrimonio culturale ed ambientale” e della promozione del “sistema agroalimentare ‘mediterraneo’”.
Sottolineando le urgenze precedentemente indicate, Giannola si attendeva che il “Masterplan” adottato per il Mezzogiorno individuasse nei previsti “Patti territoriali” contenuti conformi alle urgenze indicate. Invece, il 10 agosto dello scorso anno, con delibera del Comitato Interministeriale per la Programmazione (CIPE), il Governo, dopo aver stabilito preliminarmente le aree di intervento ed approvato il riparto generale delle risorse del “Fondo per lo sviluppo e la coesione territoriale” (FSC), a valere sul medesimo fondo ha disposto l’assegnazione delle risorse per finanziare gli interventi deliberati per il Mezzogiorno.

Sulla base delle decisioni assunte, è apparso subito chiaro che gli interventi, più che essere orientati a promuovere e a supportare il rilancio economico delle regioni meridionali, in una prospettiva di crescita e sviluppo dell’intera economia nazionale, sono risultati niente più che elenchi di interventi da tempo previsti, finanziati con risorse in gran parte già precedentemente stanziate, senza un coordinamento d’insieme e fuori da ogni prospettiva di riequilibrio territoriale.
Conseguentemente, come tradizionalmente è sempre accaduto, allorché sono stati decisi gli interventi per promuovere la crescita e lo sviluppo dell’area meridionale, nel varare il tanto atteso “Masterplan” per il Mezzogiorno, si è proceduto senza abbandonare il vecchio sistema dell’eccessiva frammentazione delle decisioni di intervento. Per giunta, i finanziamenti concessi, oltre a risultare in gran parte già precedentemente stanziati, mancavano del tutto del carattere dell’addizionalità; in altre parole, lo Stato, da un lato, ha sostanzialmente ridotto la spesa ordinaria in favore delle regioni del Sud, e dall’altro, ha utilizzato i fondi strutturali per coprire gli effetti del drastico contenimento della spesa ordinaria.
Ciò che deve essere ancora messo in evidenza è il fatto che Renzi ha avuto interesse ad avviare il “Masterplan per il Sud” nel 2016, solo per motivi connessi al referendum sulla sua proposta di modifica della Costiruzione, la cui bocciatura ha condotto alla fine del suo governo; al di là della contingenza elettorale, poi non deve essere dimenticato ciò che da tempo è un fatto acquisto, ma che stenta ad essere riconosciuto nella pratica delle decisioni concernenti gli interventi in pro delle regioni meridionali; ovvero che, sin tanto che le politiche per il Mezzogiorno non saranno progettate ed attuate senza la considerazione delle specifiche urgenze implicite nella promozione dello sviluppo locale, con il superamento della tradizionale concezione meramente quantitativa delle politiche di sviluppo, qualsiasi intervento è destinato a sicuro fallimento, come sinora è accaduto.

Senza una visione radicalmente innovativa del problema del Mezzogiorno, che valga a connotarlo in termini di reale problema nazionale, tutti i progetti d’intervento saranno solo suggeriti da valutazioni estranee alla reale integrazione dell’economia meridionale nella struttura economico-sociale, non solo nazionale, ma anche europea e, più in generale, globale.