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Gianfranco Sabattini

Luigi Ferrajoli.
I fondamenti del reddito di cittadinanza

luigi-ferrajoli-564956Il volume “Manifesto sull’uguaglianza” di Luigi Ferrajoli, professore emerito di Filosofia del diritto nell’Università di “Roma Tre”, rappresenta un contributo, oltre che all’approfondimento del “principio di uguaglianza”, anche alla corretta definizione del tanto discusso “reddito di cittadinanza”; Ferrajoli differenzia quest’ultimo da altre forme di reddito di sostegno, per l’impatto che esso, se attuato, potrebbe avere sul piano politico, sociale, economico, nonché su quello costituzionale.
E’ interessante seguire l’analisi svolta in questo “Manifesto”, con particolare riferimento al difficile problema del finanziamento del reddito di cittadinanza; le considerazioni dell’autore sul “costituzionalismo dei beni” suggeriscono una soluzione appropriata, che potrebbe valere a “tranquillizzare” tutti coloro che si dimostrano preoccupati degli esiti economici negativi che potrebbero verificarsi se il finanziamento del reddito di cittadinanza fosse realizzato attraverso l’inasprimento della tassazione.
Quello di uguaglianza – afferma Ferrajoli – “è il principio politico dal quale, direttamente o indirettamente, sono derivabili tutti gli altri principi e valori politici. Esso equivale all’uguale valore associato a tutte le differenze di identità e al disvalore associato alle disuguaglianze nelle condizioni materiali di vita”. Tale principio è il presupposto della solidarietà sociale e, per questo, “è il termine di mediazione delle tre classiche parole della Rivoluzione francese”. La sua mancata attuazione (o, se si vuole, il parziale smantellamento di quanto è stato sinora attuato al riguardo con la costruzione, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, del welfare State) e l’approfondimento delle disuguaglianze già esistenti, causato dall’aumentata globalizzazione delle economie nazionali, anche in quelle ad economia avanzata, sono all’origine “di tutti i problemi che stanno oggi minacciando le nostre democrazie e la convivenza pacifica”.
La crescita delle discriminazioni personali e delle disuguaglianze materiali è dovuta, secondo Ferrajoli, al crollo della politica, per avere “abdicato al suo ruolo di tutela degli interessi generali e di governo dell’economia” e per essersi assoggettata alle leggi del mercato non regolato. Perché, egli si chiede, il principio di uguaglianza è cosi importante da risultare sancito da tutti gli ordinamenti costituzionali avanzati? La risposta del filosofo del diritto è che la ragione è duplice: innanzitutto, perché gli uomini sono “differenti”, nel senso che hanno identità personali diverse; in secondo luogo, perché gli uomini che “vivono insieme” presentano condizioni di vita materiale differenti. Quindi, l’uguaglianza sancita dagli ordinamenti costituzionali è giustificata dal fatto che “siamo differenti e disuguali”, per cui essa corrisponde alla necessità che siano tutelate le differenze personali e contrastate le disuguaglianze materiali.
Infatti, a parere di Ferrajoli, quello di uguaglianza include due principi diversi: da un lato, il principio dell’uguale valore associato a tutte le “differenze che formano l’identità di ciascuna persona”; dall’altro lato, il principio di disvalore associato “alle eccessive disuguaglianze economiche e materiali, dalle quali anche l’uguale valore delle differenze risulta di fatto limitato, o peggio negato”. In entrambi i casi, sostiene il filosofo del diritto, è una ”égalité en droit“, cioè un’uguaglianza stabilita in “punto di diritto”, perché è tramite il diritto che essa viene garantita. Dei due principi di uguaglianza, il più violato allo stato attuale è il secondo (quello dell’uguaglianza sociale e materiale), non solo tra i diversi gruppi sociali all’interno dei singoli Paesi, ma anche tra i diversi Paesi, a livello internazionale.
Le attuali dimensioni della disuguaglianza materiale, che non hanno precedenti nella storia, sono di solito giustificate dall’ideologia neoliberista sulla base di diverse assunzioni prive di fondamento: innanzitutto – si afferma – esse sarebbero una conseguenza delle differenze di merito, per cui la loro conservazione favorirebbe un aumento complessivo dei livelli di benessere e agirebbero come stimolo della crescita economica; infine, non esisterebbero altre politiche alternative a quelle attuali, compatibili con le ferree leggi del marcato. Si tratta di giustificazioni “false”, perché smentite dall’esperienza. Al contrario, quest’ultima evidenzia l’esistenza di una stretta correlazione positiva tra il “grado di uguaglianza sostanziale”, da un lato, e dall’altro, rispettivamente, il “grado di uguaglianza delle differenze personali”, il “grado di democrazia”, il “grado di benessere collettivo” e il “grado di sviluppo dell’economia”.
La prima correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di effettiva uguaglianza delle differenze personali) evidenzia, per un verso, che la riduzione della disuguaglianza sostanziale costituisce la condizione necessaria per la salvaguardia del pari valore attribuito a tutte le differenze personali; per un altro verso, che il livello di uguaglianza sostanziale realizzato dipende dal grado di effettiva salvaguardia delle differenze personali, strumentali al perseguimento dei differenti progetti di vita. Tra i diritti sanciti a garanzia dell’uguaglianza sostanziale e quelli posti a garanzia delle differenze personali esiste, pertanto – sostiene Ferrajoli – un rapporto di sinergia, nel senso che l’uguaglianza sostanziale forma il necessario presupposto dell’uguaglianza dei diritti personali; i quali, a loro volta, costituiscono “la necessaria condizione dell’esercizio consapevole dei diritti civili e dei diritti politici”.
La seconda correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di democrazia) mostra che l’uguaglianza sostanziale costituisce il presupposto della democrazia, oggi compromessa dalla subalternità della politica alle leggi del mercato senza regole. L’assenza di una sfera pubblica autonoma, capace di regolare gli esiti negativi del libero mercato e delle leggi dell’economia, causa inevitabilmente una concentrazione della ricchezza in chi è già titolare di cospicui patrimoni, cui corrisponde un aumento della povertà di tutti gli altri.
La terza correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello del benessere collettivo) evidenzia che l’uguaglianza sostanziale costituisce la base per la crescita del benessere collettivo, inteso questo, non solo in termini quantitativi (in termini cioè di crescita della disponibilità pro-capite dei beni prodotti), ma anche in termini qualitativi, di progresso civile generato, oltre che “dalla sicurezza della sopravvivenza, dal senso di appartenenza a una comunità di uguali nei diritti […] che, grazie al senso e alla percezione dell’uguaglianza, formano il necessario sostegno di qualunque democrazia”.
Infine, la quarta correlazione (tra il grado di uguaglianza sostanziale e quello di sviluppo dell’economia) è la più importante; essa contraddice “in toto” gli assunti dell’ideologia neoliberista, in merito ai vincoli che l’uguaglianza materiale imporrebbe alla crescita economica. La spesa pubblica per finalità sociali non è “solo un costo – dice Ferrajoli -, ma anche una condizione esenziale dello sviluppo, cioè [dell’aumento] della produttività individuale e collettiva”. La spesa pubblica finalizzata alla riduzione della disuguaglianza materiale è infatti “un fattore decisivo della crescita economica”, perché, elevando le condizioni di vita, cresce anche la produttività del lavoro. In assenza della spesa pubblica, crescerebbe la disuguaglianza e con essa la povertà. La condizione per contrastare queste due crescite (della disuguaglianza e della povertà), per Ferrajoli, è l’abbandono della tesi ideologica neoliberista, secondo cui al contenimento della spesa pubblica, attuato in funzione dello sviluppo quantitativo e qualitativo, non esisterebbero alternative. Occorre, al contrario, contrastare la disuguaglianza materiale, rimuovendo la povertà attraverso l’introduzione di un “reddito di base”.
Al riguardo – afferma Ferrajoli – si possono distinguere due tipi di reddito idonei a sconfiggere la povertà: il “reddito minimo garantito” e il “reddito di cittadinanza”. Il primo è previsto a favore dei soli bisognosi, previo accertamento della mancata disponibilità dei mezzi, e viene erogato in ossequio al diritto alla vita che, dal punto di vista economico, non elimina per il beneficiario lo stigma dello stato di povertà e della costrizione a sottoporsi a procedure umilianti per acquisire la possibilità di ricevere l’”obolo caritatevole”, sia pure di natura pubblica; inoltre, dal punto di vista sociale, esso non esclude la possibilità del rischio del permanere della povertà, diventando la conservazione di questa, a causa dell’”effetto ricchezza sul reddito”, motivo che può indurre il beneficiario a preferire il reddito minimo garantito, anziché un possibile reddito da lavoro.
La seconda ipotesi di reddito è, secondo Ferrajoli, “ben più radicale e ambiziosa”. Essa comporta l’attribuzione di un reddito di base a tutti (perciò, universale), in modo incondizionato, sganciato da ogni obbligo da parte del beneficiario, nel senso che chi lo riceve non è tenuto ad accettare alcuna condizione o l’obbligo di controprestazioni, perché corrisposto a “garanzia della dignità personale”. Ferrajoli ritiene che la rimozione, attraverso l’erogazione del reddito di cittadinanza, dello stigma dell’essere povero all’interno della società, soprattutto se si tratta di una società economicamente avanzata, abbia un triplice fondamento: etico-politico, giuridico-costituzionale ed economico-sociale.
Sotto l’aspetto etico-politico, il reddito di cittadinanza rappresenta la garanzia della vita contro gli esiti negativi della irrazionalità delle leggi che sottostanno al libero funzionamento del mercato; la “disoccupazione crescente e strutturale” dei moderni sistemi economici non può essere contrastata dalle politiche tradizionali del lavoro.
Sotto l’aspetto giuridico-costituzionale, il reddito di base universale e incondizionato è prescritto dalle Costituzioni moderne, inclusa quella italiana, che prevedono il diritto al mantenimento, per chiunque sia inabile al lavoro e non disponga dei mezzi necessari per vivere.
Infine, sotto l’aspetto economico-sociale, il reddito di base è lo strumento col quale è possibile ridurre la disuguaglianza, come condizione dell’inclusione sociale del beneficiario e dello stabile funzionamento del sistema economico.
I tre fondamenti illustrati, che stanno alla base dell’istituzionalizzazione dell’erogazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, a parere di Ferrajoli, sono giustificati da diverse ragioni. In primo luogo, l’erogazione di un reddito di base, o di dignità personale, si “accorda con il costituzionalismo” delle democrazie avanzate; in secondo luogo, tale erogazione è affrancata da ogni “connotato caritatevole ed assistenziale”, presente invece nelle prestazioni erogate dall’attuale welfare State; in terzo luogo, l’assegnazione di un reddito di garanzia personale, operando “ope legis”, elimina la mediazione burocratica, partitica e sindacale; infine, l’istituzionalizzazione di un reddito di base universale e incondizionato, determina la necessità di una profonda revisione del welfare State, “sviluppatosi fino ad oggi in forme prevalentemente burocratiche e assistenziali, all’insegna della trasparenza, dell’uguaglianza, dell’universalismo dei diritti e della loro garanzia automatica ex lege”.
Sinora, l’introduzione in Italia del reddito di cittadinanza è stata contrastata anche dai sindacati e dalle forze di sinistra per due ordini di motivi, espressi da una superata ideologia lavorista e dalla presunta indisponibilità delle risorse necessarie a garantirne l’erogazione. Le tesi dell’ideologia lavorista devono essere superate, non solo perché non più rispondenti alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici ad economia di mercato, ma anche perché il reddito di base non è affatto in contrasto – osserva Ferrajoli – con il valore associato al lavoro, così come indicato all’articolo uno della Costituzione; il reddito di base è infatti lo strumento – egli dice – posto a presidio del “principio che fa del lavoro un fondamento della Repubblica. […] Non certo sul lavoro come merce, bensì sul lavoro come autodeterminazione e sviluppo della persona, e perciò come espressione delle sue capacità e fattore di realizzazione personale e sociale”.
L’importanza del “Manifesto” di Ferrajoli sta anche nella dimostrazione di quanto sia fuorviante la tesi secondo cui l’istituzionalizzazione del reddito di base sarebbe impossibile a causa dell’insufficienza delle risorse disponibili, in quanto sarebbe impensabile poterle reperite attraverso una maggiore tassazione. A parte l’autofinanziamento, realizzabile attraverso una necessaria riforma dei meccanismi ridistributivi del prodotto sociale e del welfare State tradizionale, è rilevante ciò che Ferrajoli indica come possibile fonte di risorse la necessità di un riordino giuridico dei beni pubblici, fondato sulla distinzione al loro interno della funzione e del ruolo di quelli “fondamentali” e di quelli “patrimoniali”: i primi (i beni comuni) destinati al soddisfacimento dei diritti fondamentali delle persone e, in quanto tali, da sottrarre alle logiche di mercato; i secondi, in quanto di proprietà pubblica (e, dunque, acquisiti dallo Stato con il contributo di tutti) esitabili, ma non trasferibili, sul mercato, non per destinare le rendite alla copertura delle “esigenze di cassa” delle maggioranze politiche di turno, ma per la costituzione di un “fondo” da utilizzare come ulteriore finanziamento del reddito di cittadinanza universale e incondizionato.
Il discorso di Ferrajoli merita attenzione, perché spesso, nel dibattito politico corrente, le critiche portate contro la fattibilità del reddito di cittadinanza sono fuorvianti, in quanto riferibili, quasi sempre, a un reddito di sostegno alla vita che non ha i caratteri dell’universalità e dell’incondizionalità; gli unici, questi caratteri, che assegnano al reddito di cittadinanza il triplice fondamento etico-politico, giuridico-costituzionale ed economico-sociale, come chiaramente emerge dalle puntuali considerazioni formulate da Ferrajoli.

Il pericolo di uno scontro tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese

cinagiapponeLo storico di strategia giapponese Tömatsu Haruo, in un’intervista concessa a Dario Fabbri, pubblicata su “Limes, n. 2/ 2018”, col titolo “Il Giappone sta per vivere una nuova fase della sua storia”, afferma che il Paese del sol levante sta adeguandosi alla dinamica degli eventi che caratterizzano l’area del Pacifico. Ciò perché – afferma lo storico giapponese di strategia – la “Cina è una potenza tanto in ascesa quanto fragile, dunque particolarmente pericolosa. La Russia è in grande difficoltà, quindi destinata ad essere aggressiva. La penisola coreana, che nella sua interezza palesa un crescente sentimento anti-giapponese, rischia di tradursi nella più grande minaccia alla stabilità planetaria. Gli Stati Uniti, ancorché attivamente impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare, vivono notevoli convulsioni interne e chiedono agli alleati di fare maggiormente la loro parte”.
Conseguentemente, il Giappone, principale alleato della superpotenza americana, non può fare a meno di “modificare il suo approccio al mondo, ad abbandonare la condizione di mero soggetto economico per tornare ad occuparsi direttamente della sua difesa”. A tal fine, a parere di Haruo, gli effetti di questa necessità sono riscontrabili nella febbrile attività politica della società nipponica, volta ad elaborare la strategia più conveniente per il Paese; strategia che non potrà che essere quella, sia pure adeguata al tempo attuale, inaugurata nel 1868, dopo il rinnovamento Meiji (il radicale cambiamento della struttura istituzionale con cui il Giappone, abolendo il sistema feudale, si è aperto alla modernizzazione e all’industrializzazione della propria economia).
Prima del rinnovamento vivevano in Giappone circa 30 milioni di abitanti, con un’economia esclusivamente agricola; a seguito dell’industrializzazione – afferma Haruo – la popolazione è ammontata nel 1940 a 70 milioni, imponendo la necessita per il Paese di “reperire all’estero le risorse necessarie”, sia per soddisfare le esigenze esistenziali dell’aumentato numero di abitanti, che per reperire le materie prime necessarie per supportare il processo di industrializzazione. Dopo la drammatica sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale, il Giappone ha continuato a perseguire lo stesso obiettivo pre-bellico, sotto l’”ombrello protettivo” americano, tendendo a controllare le rotte marittime e ad estendere la propria influenza sui Paesi asiatici ricchi di materie prime. Il Giappone abbandonerebbe tale strategia, soltanto se una potenza ostile si sostituisse agli Usa col proposito di “dominare i mari”; in questo caso, per il Paese, sarebbe gioco forza reagire.
Per sventare il pericolo di una reazione militare, considerate le propensioni degli Stati Uniti ad interessarsi, più di quanto hanno fatto sinora, dei loro problemi interni, al Giappone non resta che affidarsi a un maggior margine di manovra autonoma, per valutare con lucidità le vicende internazionali e le proprie condizioni attuali, le quali concernono principalmente, sia l’affidabilità delle protezione americana, sia la dinamica al ribasso della propria demografia.
Riguardo al problema della protezione a “stelle e strisce”, il Giappone è afflitto dalla sindrome della percezione che il confronto degli USA con la Cina sia destinato a consumarsi in una guerra, in quanto le due potenze a confronto sono considerate in competizione apparentemente inconciliabile. E’ questo il motivo principale che spinge oggi il Giappone a riscattarsi dalla posizione di “ancella geostrategica” degli Stati Uniti, per rientrare a pieno titolo nel governo delle relazioni che si svolgono a livello planetario. Ma a preoccupare Tokyo non è soltanto la Cina, in quanto sono percepite come gravi anche le minacce che provengono dalla Corea del Nord e dalla possibile evoluzione delle relazioni con la Russia. Comunque, la percezione delle minacce cinesi è in testa alle preoccupazioni dei governanti giapponesi, anche per via del calo demografico del Paese.
Il problema demografico riveste per il Giappone una particolare importanza, soprattutto per il suo impatto sull’economia e, ciò che più conta, sulla sicurezza nazionale. Secondo l’Ufficio statistico nazionale, la popolazione nipponica ammontava nel gennaio 2018 a circa 127 milioni di persone; nel 2040, è previsto che scenda a circa 111 milioni, a circa 100 nel 2053, a 88 entro il 2065; a rendere più grave la diminuzione della popolazione è l’aumento della percentuale della popolazione degli ultrasessantacinquenni; oggi sono il 28% circa, ma si prevede che arriveranno al 35% circa nel 2040, al 38% nel 2053 e al 38,4% nel 2065. Oggi, i decisori politici giapponesi tendono ad accettare la realtà del declino demografico, ponendosi l’obiettivo di conservare una popolazione di 100 milioni di persone, con l’intento di compensare gli effetti negativi del calo demografico sulla sicurezza mediante il miglioramento qualitativo del loro sistema di difesa e un maggiore impegno geopolitico e geostrategico del Paese.
Le preoccupazioni che il Giappone nutre nei confronti della Cina sono alimentate dal modo “aggressivo” con cui la Repubblica Popolare, dopo la sua rapida ascesa economica, sino a diventare uno dei principali protagonisti dell’economia globale e della politica internazionale, tende ad espandere il controllo sui mari che circondano l’arcipelago giapponese e a potenziare la propria espansione economica attraverso la realizzazione del progetto delle “vie della seta”, percepito da Tokyo anche come strumento infrastrutturale di espansione militare.
Dei pericoli intrinseci all’espansionismo economico, politico e militare della Cina è convinto sostenitore Sakaguchi Daisaku, Docente di Studi strategici presso l’accademia nazionale di difesa di Yokosuka; in “La prossima guerra tra Cina e Giappone” (“Limes”, n. 2/2018), egli afferma che, da anni, il governo della Repubblica Popolare si legittima presso la popolazione attraverso lo sviluppo economico, ma, assieme alla crescita economica, sta sviluppando la propria potenza militare, con la quale sta rendendo insicuri i Paesi limitrofi, alimentando “nella regione il dilemma della sicurezza”; tramite l’utilizzo di missili antinave e missili Cruise a lunga gittata, “la Cina – secondo Daidaku – si sta preparando ad affrontare una campagna militare di notevoli dimensioni”. A rendere la Repubblica Popolare ulteriormente insidiosa, sarebbe “la sua avanzata nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Pacifico”, cui va aggiunta le “questione delle isole Senkaku”, appartenenti al Giappone per ragioni storiche e in base al diritto internazionale.
La questione delle isole Senkaku, emersa soprattutto negli ultimi anni, deve la sua origine alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale; il Trattato di S. Francisco del 1951 ha obbligato il Giappone – ricorda Daisaku – “a rinunciare all’isola di Taiwan e alle Pescadores, senza specificare quale Cina dovesse prenderne il controllo. Pechino e Taipei sostengono entrambe che anche le Diaoyu (come sono chiamate in Cina le isole Senkaku) devono essere restituite poiché affiliate all’isola di Formosa. Secondo Tokio, queste facevano parte delle isole Nanes, che furono poste sotto l’amministrazione degli USA e restituite ai giapponesi nel 1971”. Per i cinesi, la pretesa del Giappone di considerare le Senkaku come parte integrante del proprio territorio nazionale è indice del mai sopito espansionismo nipponico. Il Giappone considera l’atteggiamento cinese riguardo alle isole motivo di preoccupazione, in quanto è consapevole che Pechino non sarà mai disposta a transigere sull’aspirazione a realizzare “una sola Cina”, anche con l’uso della forza, se necessario.
Per tutti i motivi indicati, le priorità strategiche di Tokyo stanno perciò cambiando; se durante la guerra fredda la principale preoccupazione era quella di difendere l’intero arcipelago giapponese dall’Unione Sovietica, ora – a parere di Daisaku – è la regione insulare posta a Sud-Ovest del Paese ad essere esposta alle minacce cinesi. Non a caso, la strategia giapponese, elaborata per la difesa dell’area, prevede la costituzione di un contingente di marines destinato a presidiare le zone giapponesi più esposte; ciò perché, se Tokyo rinunciasse alla sovranità su qualcuna delle isole disseminate tra il Mar Cinese orientale e il Mar Cinese Meridionale, secondo Haruo “cesserebbe di essere, assieme agli Stati Uniti, il principale contrappeso all’Impero del Centro. Una diminutio che inficerebbe anche il tentativo di negoziare con la Russia il possesso delle Curili meridionali, tutt’ora considerate il punto più a Nord del territorio nazionale”.
Oltre alla minaccia militare espressa dalla Cina, aggiunge Daisaku, il Giappone ne teme la propensione a fare uso di “insidiose armi alternative”, quali lo “sharp power” (potere aspro e sottile), utilizzato principalmente per influenzare l’opinione che il mondo ha della Cina, con l’impiego “di mezzi opachi come l’intimidazione e la manipolazione delle informazioni”. Ma non è tutto; ai pericoli originati dalle minacce espresse dai comportamenti della Cina, devono essere aggiunti anche quelli provenienti indirettamente da situazioni di crisi proprie di altri Paesi vicini al Giappone, come, ad esempio, la Corea del Nord, un Paese divenuto ormai un soggetto nucleare, caratterizzato da un approccio aggressivo alle questioni internazionali.
Dal punto di vista giapponese, distando la Corea del Nord dal Giappone più di mille chilometri, non è la minaccia delle armi convenzionali ad essere fonte di preoccupazione, ma quella proveniente dal probabile impiego di missili nucleari; pericolo, questo che, secondo Kurata Hideya, docente di Studi coreani presso l’Accademia Nazionale di difesa di Yokosuka, (“La Corea è affare anche di Tokyo”, in “Limes”, n. 2/2018), è un’eredità della Guerra di Corea, combattuta a sostegno della Corea del Sud, difesa dagli Stati Uniti, utilizzando basi aeree dislocate nell’isola di Guam e in territorio nazionale giapponese.
Alle prese con una penisola coreana divisa, parte della quale nuclearizzata, a parere di Haruo, per il momento il Giappone, non si doterà di un arsenale atomico, considerando sufficiente la copertura garantita dall’ombrello protettivo statunitense, anche perché l’opinione pubblica è fortemente contraria a una svolta di tale genere, per cui solo “un drammatico evento potrebbe stravolgere tanta ritrosia, peraltro corroborata da ovvie e dolorose reminiscenze storiche”. Sicuramente, afferma Haruo, si tratta di una condizione paradossale “per una nazione che dispone degli strumenti tecnologici per realizzare la Bomba (in meno di sei mesi) e che per ora preferisce rimanere sprovvista”. Almeno finché un rivale non vorrà testare la nostra risolutezza o costringersi a mosse autolesioniste”. Specie se l’antagonista in questione fosse la Cina. Se, per caso, ciò accadesse, il Giappone sarà chiamato ad evitare una guerra di logoramento “impossibile da vincere”; se la Cina, conclude Haruo, annettesse le isole Senkaku, il Giappone dovrà “fingere di accettare il fatto compiuto”, salvo poi organizzare, assieme agli Stati Uniti, “una risposta militare adeguata”.
Venti di guerra, dunque, in Estremo Oriente; gli strateghi e gli studiosi giapponesi di relazioni internazionali stanno preparando il Paese ad affrontare lo scontro con la Cina; scontro, destinato a diventare tanto più probabile, quanto più l’America di Trump continuerà a perseguire il crescente disimpegno riguardo al “governo” dei problemi dell’Estremo Oriente. Ciò che preoccupa della situazione di crisi che serpeggia in quest’area del mondo è il totale disinteresse dell’Europa per il crescente clima di guerra che sta caratterizzando le relazioni tra i Paesi che ne fanno parte. C’è solo da chiedersi se non sia il caso, per i Paesi europei, di preoccuparsi meno degli effetti della guerra dei dazi avviata dall’amministrazione americana e più del suo progressivo disinteresse per l’accresciuta intensità dei pericoli di guerra che questo disinteresse sta determinando.

Gianfranco Sabattini

La crisi del “progetto europeo” secondo Albert Hirschman

europa crisiLa crisi del progetto di unificazione politica dell’Europa, espressa nella forma di abbandono dell’Unione da parte di uno Stato membro, o dell’abbassamento della fiducia da parte di molti cittadini degli Stati membri sull’inappropriato funzionamento delle istituzioni comunitarie, può essere spiegata alla luce del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Exit, voice, and loyalty. Responses to decline in firms, organizations, and States”, tradotto in italiano con il titolo “Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato”. Il libro offre una risposta all’interrogativo riguardo alle modalità alternative con cui reagire alla persistenza di una data situazione insoddisfacente all’interno di un dato contesto.

Cosa fanno, ad esempio, i cittadini di fronte al deterioramento dell’organizzazione politica dello Stato al quale appartengono? La risposta di Hirschman è che ciascuno di essi dispone di tre possibili modalità di reazione: andarsene (“exit”), protestare (“voice”), affermare la propria appartenenza (“loyalty”) allo Stato, malgrado l’insoddisfazione procurata dalla sua azione.

L’”exit”, la defezione, è quindi la risposta dei cittadini insoddisfatti, a seguito della quale decidono di andarsene; ma se l’”exit” è il comportamento più probabile, “voice”, la protesta, è il comportamento più frequente ad opera dei cittadini insoddisfatti. Secondo Hirschman, la protesta, a differenza della defezione, corrisponde al tentativo di cambiare, invece che eludere lo stato insoddisfacente delle cose, sia sollecitando individualmente o collettivamente gli establishment ritenuti direttamente responsabili dell’insoddisfazione, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intento di imporre il cambiamento dei loro prevalenti comportamenti, sia, infine, invitando l’opinione pubblica a mobilitarsi.

La protesta serve ad promuovere la riflessione su tutto ciò che non è più condivisibile nel funzionamento di una data realtà politica, ed è tanto più probabile quanto più difficile è l’”exit” (l’abbandono). Ciò significa che la facilità con la quale è possibile abbandonare un’organizzazione in crisi produce un “ridimensionamento” della protesta: i più insoddisfatti, quelli propensi ad elevare la loro voce se ne andrebbero se non esistessero ostacoli all’uscita; se, invece, questi ultimi sono molto elevati, gli insoddisfatti cercheranno forme alternative più praticabili per esercitare la protesta.

Di fronte al declino di un’organizzazione politica, la lealtà è quello meno attraente dei tre comportamenti alternativi. L’uscita è praticata in presenza di opportunità “convenienti”; la protesta richiede impegno, mentre la lealtà non esprime rottura, ma adesione silenziosa a quello che esiste, accettazione e tolleranza dei comportamenti degli establishment. Secondo Hirschman, la lealtà argina l’uscita e attiva la protesta, per cui la riluttanza a defezionare, nonostante il dissenso con l’organizzazione di cui si è parte, è il tratto caratteristico del comportamento lealista. La conclusione dell’analisi di Hirschman è che la lealtà sia condivisibile quando sono in gioco interessi collettivi (come, per esempio, la qualità delle scuole, ma anche le politiche che attengono alla giustizia sociale) e soprattutto quando ad essa sia possibile associare la protesta.

Edoardo Nicola Fragale, ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università di Chieti-Pescara, in “(Br)Exit and voice nella crisi esistenziale dell’Unione europea” (Istituzioni del Federalismo, numero speciale/2000), descrive la crisi dell’Unione Europea ricorrendo ai paradigmi hirschmaniani di “exit”, “voice” e “loyalty”, sostenendo che la Grande Recessione “ha rivelato la presenza di un assetto istituzionale dell’Eurozona asimmetrico, in cui risultano indeboliti i circuiti nazionali della rappresentanza democratica, entro cui sono normalmente risolti i conflitti distributivi, senza che se ne siano ricreati di nuovi nella dimensioni sopranazionale”. Gli impedimenti con cui è stato ostacolato l’esercizio dell’opzione “voice” (protesta) contro l’asimmetria dell’assetto istituzionale, ha provocato una polarizzazione della politica, che ha alimentato, pressoché ovunque in Europa, l’esercizio dell’opzione “exit”, concepita dai soggetti più colpiti dalla crisi come unico strumento per rimediare agli esiti della crisi.

Secondo Fragale, l’inasprirsi degli esiti della crisi avrebbe alimentato meccanismi di “exit” interni ai singoli Stati membri dell’Unione, “innescando fenomeni migratori di trascendimento dei confini nazionali”, i quali hanno funzionato, ad un tempo, da valvola di sfogo della “voice”, all’interno dei Paesi in crisi, ma anche “da detonatore di sfiducia presso altri confini interni dell’Unione”, alimentando l’opzione di “exit” nei Paesi divenuti poli di attrazione dei flussi migratori. La crisi dell’Unione, causata dalla Grande Recessione, infatti, sarebbe spiegabile – secondo Fragale – come “perdita di fiducia nella stabilità finanziaria degli Stati con più alti livelli di debito pubblico”; rispetto alla crisi, però. una robusta schiera di economisti rinviene la responsabilità del suo accadimento nelle politiche di contenimento salariale attuate dalla Germania, già da prima che la Grande Recessione avesse inizio.

Fra gli economisti è infatti diffuso il convincimento che la Germania, sin dal primo momento della vita dell’Eurozona, abbia potuto trovare il modo per conseguire una sostenuta crescita della propria economia tramite la pratica di politiche di contenimento dei salari, che le avrebbero consentito di aumentare la capacità delle proprie imprese ad esportare con successo i propri prodotti, soprattutto verso gli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria. Alla crescita della Germania si è contrapposto un “processo specularmene opposto” nei Paesi più deboli dell’Europa mediterranea, per i quali il calo del costo del denaro, conseguente all’ingresso nell’Eurozona, ha dato origine, oltre che ad un limitato impulso alla crescita della base produttiva e dell’occupazione, ad un aumento del reddito disponibile, causando una perdita di competitività delle imprese, con la conseguente formazione di saldi negativi nella parte corrente della bilancia internazionale dei pagamenti, traducendosi poi in un aumento del debito privato verso l’estero.

Di fronte allo scenario descritto, i Paesi creditori, anziché rimediare agli squilibri attraverso un approfondimento della cooperazione, hanno scelto la via della “colpevolizzazione” dei Paesi debitori, “infliggendo loro dosi crescenti di austerità fiscale” e scaricando l’onere del riequilibrio sugli Stati in crisi, i quali, “già spogliati della possibilità di svalutare la moneta, sono stati costretti […] ad attuare draconiane riforme economiche, sociali ed amministrative”, con l’unico risultato di comprimere i redditi e deflazionare per tale via la propria economia. Recessione e deflazione, saldandosi, si sono diffuse, con effetti tradottisi (il caso dell’Italia può essere scelto come esempio paradigmatico, seppure non il più drammatico) nel crollo della domanda interna, in un incremento della disoccupazione, nell’esplosione del debito pubblico e, con l’andar del tempo, nel continuo “accumulo”, da parte dell’intera Unione europea, di fortissimi avanzi commerciali verso il resto del mondo, “causa a loro volta di instabilità sistemica a livello globale”.

A parte il ruolo svolto dall’ideologia ordoliberista, che ha ispirato le politiche adottate a livello europeo per il contenimento ed il superamento degli esiti della crisi, la mancata cooperazione tra gli Stati membri dell’area della moneta unica è da imputarsi, a parere di Fragale, a un difetto nella costruzione dell’impianto istituzionale dell’Eurozona, consistente nell’aver scelto di “separare le politiche monetarie da quelle economiche e sociali, edificando le prime ad un livello sopranazionale e confinando le seconde ad una dimensione soltanto nazionale”. Un’asimmetria, questa, che l’esperienza ha rivelato insostenibile, a causa delle dinamiche competitive che hanno caratterizzato le relazioni tra i diversi Stati membri e dei conseguenti disallineamenti nei loro livelli di competitività; disequilibri che hanno reso del tutto inidonea la governance soprannazionale interna all’Unione, ben diversa da quella che sarebbe stata necessaria per assicurare l’omogeneità delle scelte di politica economica.

Un apparato istituzionale europeo, che avesse consentito un indirizzo unitario delle politiche salariali, sociali ed economiche attuate all’interno dell’Unione, avrebbe costituito, secondo Fragale, l’unico modo per rimediare senza traumi agli esiti della crisi, riconoscendo “che modifiche incidenti sui costi di produzione all’interno di uno soltanto dei diversi Stati membri” avrebbero riverberato “i propri effetti sul grado di competitività degli altri partner, condizionandone il grado di sviluppo”.

Il mancato riconoscimento della necessità di un indirizzo unitario nell’attuazione delle politiche comunitarie, a parere di Fragale, ha celato negli Stati maggiormente in crisi una profonda avversione dei cittadini degli Stati maggiormente in crisi verso l’UE, nella convinzione che essa si fosse trasformata in unione tra Paesi “permanentemente finanziatori” e “Paesi permanentemente percettori”. Per il superamento di questo convincimento e per l’introduzione di reali automatismi di solidarietà tra gli Stati membri, sarebbe necessaria, ora, una revisione dei Trattati, nella prospettiva di un “nuovo progetto costituente europeo”. Permanendo, al contrario, lo status quo – afferma Fragale – l’attuale Unione non può perciò che configurarsi come “una costellazione di interessi a tal punto conflittuale da rendere difficoltosa l’edificazione di seri meccanismi di riequilibrio”, volti a sanare per questa via gli squilibri che si sono consolidati tra i diversi Paesi dell’Eurozona.

In tal modo, l’Unione europea ha assunto la forma di una “confederazione minima”, funzionante su basi neoliberiste, all’interno della quale, mentre la creazione del mercato unico “ha di fatto compresso i poteri dei singoli Stati nell’individuazione delle politiche economiche e sociali”, la conflittualità degli interessi nazionali ha ostacolato la creazione di “analoghi poteri ad un livello confederale”. Ciò, conclude Fragale, ha fatto sì che la “voice” (protesta) dei cittadini dei singoli Paesi membri non potesse indirizzarsi contro le insufficienze dei meccanismi compensativi a livello di intera comunità. Il mancato sviluppo della protesta, dal canto suo, ha impedito che la governance europea assumesse una dimensione democratica, soprattutto riguardo all’attuazione delle politiche di ridistribuzione degli squilibri economici tra gli Stati.

In realtà, è opportuno osservare, che l’affievolimento della “voice” all’interno dei singoli Stati è stato causato, oltre che dalla mancata democratizzazione delle istituzioni dell’Unione, anche dal fatto che, come sottolineato dallo stesso Fragale, la crisi dei Paesi indebitati abbia alimentato l’”exit” (l’abbandono) di molti loro cittadini, che hanno preferito indirizzarsi verso altri Paesi dell’Unione meno compromessi dal debito verso l’estero; ciò ha indebolito la “voice” dei Paesi che hanno subito l’”exit” e affievolito la “loyalty” (la lealtà) dei cittadini rimasti in patria nei confronti del progetto europeo originario. Non solo; a livello sopranazionale, i Paesi che hanno “subito” gli esiti dell’immigrazione dei cittadini di altri Stati membri hanno affievolito la loro “loyalty” verso l’Unione, maturando la decisione di abbandonarla, come nel caso della “(Br)exit”.

L’interpretazione della crisi dell’Unione alla luce dei paradigmi hirschmaniani suggerisce, perciò, che il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa rende ineludibile e urgente l’auspicata revisione dei Trattati vigenti, non solo per elevare il livello di “loyalty” dei cittadini dei singoli Stati verso l’obiettivo dell’unificazione politica del Vecchio Continente, ma anche per evitare che il ritardo nella revisione dei Trattati causi un abbandono generale di ciò che sinora, malgrado il deficit di democratizzazione delle istituzioni realizzate, è rimasto ancora in piedi del vecchio sogno dell’Europa unita.

Gianfranco Sabattini

Roberto Perotti, le insostenibili “promesse politiche” senza copertura

PerottiRoberto Perotti, autorevole economista, già consulente del Presidente del Consiglio sconfitto nelle ultime elezioni, nonché severo analista su Repubblica dei programmi elettorali dei partiti, nel febbraio del 2018 ha pubblicato anche il libro “Falso! Quanto costano davvero le promesse dei politici”. L’autore, dopo aver premesso che nella competizione politica non ci sia nulla di strano nel promettere un aumento della spesa pubblica ed una diminuzione delle tasse, precisa che ciò è vero nei Paesi centro e sud-europei, ma non nei Paesi anglosassoni, dove le promesse sono, invece, quelle di “tagliare” la spesa pubblica. Quel che però ha dello straordinario, è il fatto che in Italia (che tra i Paesi europei ha il debito pubblico più alto), i programmi dei partiti politici coinvolgano somme tanto consistenti, senza indicarne con certezza la copertura.
Perotti si propone di analizzare quanto le promesse dei partiti politici “siano realistiche; che conseguenze abbiano per la vita di tutti i giorni; quali siano gli effetti prevedibili sulle casse dello Stato e sul debito pubblico, sull’economia, i consumi e l’occupazione; e chi perde e chi guadagna da ogni proposta”. Poiché non sono indicate con precisione le modalità di copertura dei costi implicati dalle “promesse”, a parere di Perotti, se queste dovessero essere mantenute, il risultato non potrebbe che essere un maggiore disavanzo corrente della pubblica amministrazione e un maggiore debito pubblico consolidato.
Però, nel corso della campagna elettorale, tutti i partiti hanno affermato che, alla fine, le loro promesse, se prontamente attuate, troverebbero da sole le risorse necessarie, poiché aumenteranno le opportunità di lavoro e il reddito di chi già lavora, per cui le tasse su tutti gli extrtaredditi procureranno un gettito erariale sufficiente a finanziare le promesse elettorali; ciò concorrerà a rendere possibile la riduzione del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo.
Quanto le promesse e le previsioni dei partiti siano utopistiche, secondo Perotti, si può ricavare dal fatto che le premesse sulle quali esse si fondano sono tra loro contraddittorie, poiché basate su proposte la cui attuazione costerà “decine di milioni”, senza “indicazioni realistiche di come reperire i fondi per pagarle” e, per di più, senza considerare l’alto debito pubblico. L’assunzione contemporanea di tali premesse è, per Perotti, logicamente insostenibile, per cui almeno ad una di esse occorrerebbe rinunciare. Inoltre, come se non bastasse, le proposte omettono di illustrare come si integrerebbero nella realtà attuale; riforme come l’introduzione della Flat Tax, o del reddito di cittadinanza, o l’abolizione della legge Foriero, interagiranno “con centinaia di altre misure fiscali e con decine di programmi di spesa sociale”. Tutte le proposte, quindi, avrebbero dovuto essere analizzate per evidenziare gli esiti delle loro interazioni con il già esistente e, soprattutto, per stabilire “chi ci guadagna e chi ci perde”.
L’omissione di quest’analisi rende probabile che l’attuazione delle promesse contenute nei programmi elettorali “possa portare a risultati paradossali e completamente non voluti, e in alcuni casi a danneggiare proprio le fasce più deboli della popolazione che, a parole, si dice di voler proteggere”. Tra le considerazioni critiche svolte da Perotti, riguardo alle proposte contenute nei programmi politici dei partiti in competizione alla vigilia delle ultime elezioni politiche, quelle riguardanti l’introduzione in Italia del reddito di cittadinanza rivestono una particolare importanza, non solo perché, come Perotti riconosce, si tratta di un’”idea di fondo semplice e attraente”, ma anche – si deve aggiungere – per le implicazioni, non del tutto positive, delle quali l’idea è portatrice, se la sua introduzione sarà attuata assumendo che la “situazione istituzionale distributiva esistente” resti invariata.
Secondo Perotti, l’idea che ogni cittadino, per il solo fatto d’essere nato, abbia “diritto a un minimo di risorse che assicurino un’esistenza dignitosa” e che nelle società avanzate ci siano abbastanza risorse per metterla in pratica, può essere condivisa; essa, secondo l’economista della Bocconi, avrebbe in astratto un “grosso vantaggio”, ma presenterebbe i limiti, se attuata secondo le modalità previste da chi la propone in Italia, innanzitutto di poter diventare una ”trappola della povertà” e, in secondo luogo, d’essere irrealizzabile per l’insufficienza di risorse.
Il vantaggio consisterebbe nell’evitare ai cittadini il pericolo di cadere nella “trappola”; pericolo che potrebbe essere evitato solo se il reddito di cittadinanza fosse erogato in modo universale ed incondizionato. Per contro, un primo limite di ciò che il Movimento 5 Stelle (il partito che è portatore delle proposta formulata nel modo più compiuto) chiama reddito di cittadinanza (trascurando la proposta di Forza Italia, in quanto – secondo Perotti – poco più di una boutade) è che in realtà si tratta di un reddito minimo garantito, avente implicazioni radicalmente diverse rispetto a quelle del reddito di cittadinanza correttamente inteso.
In quanto reddito minimo garantito, la proposta del “M5S”, prevedendo che ogni soggetto in stato di bisogno riceva una integrazione del proprio reddito, sufficiente a portarlo – afferma Perotti – al livello dello stato di povertà relativa, evoca solo il rischio che chi riceve l’integrazione cada nella “trappola della povertà”, che lo conserverà nello stato in cui si trova. Ciò perché una tale concezione del reddito di cittadinanza soffrirebbe di un insieme di “vizi” che ne altererebbero natura e funzione, il principale dei quali è espresso dal fatto che la sua attribuzione sia vincolata alla disponibilità dell’assegnatario a ricercare un reinserimento lavorativo.
A parte i costi connessi all’assolvimento di tale vincolo, resi inevitabili dall’espletamento di “un complesso sistema di adempimenti”, dal consolidamento di “un dirigismo anacronistico” e dalla formazione di “una nuova, complicatissima, burocrazia”, il reinserimento lavorativo previsto dalla proposta del “M5S” comporta che il beneficiario accetti di essere avviato a corsi di formazione e di riqualificazione professionale, nonché di svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro. Tutte misure, ritiene Perotti, “teoricamente sensate”, ma di dubbia utilità ed efficacia, per via del fatto che, in un’economia in continua evoluzione, non solo cambiano in fretta le abilità lavorative che dovrebbero consentire il reinserimento nel mercato del lavoro del beneficiario del reddito di cittadinanza, ma anche perché, si può aggiungere, la dinamica del processo economico tende a ridurre piuttosto che ad aumentare i posti di lavoro.
Inoltre, data la natura di reddito minimo garantito, il reddito di cittadinanza (o di dignità) proposto dal “M5S” potrebbe ridurre la disponibilità del beneficiario a cercare un lavoro, per via dell’”effetto ricchezza sull’offerta di lavoro”. Ciò perché è empiricamente ragionevole, secondo Perotti, pensare alla possibilità della sopravvenienza del rischio della conservazione di una diffusa povertà relativa, con l’aggravante che maggiore è il reddito di cittadinanza [ridotto a reddito minimo garantito], maggiore è la sopravvenienza di quel rischio.
Questa conseguenza, a parere di Perotti, sarebbe connessa al fatto che, supponendo che un soggetto in stato di povertà relativa con un reddito di 300 euro al mese, riceva un sussidio di 700 euro (divenendo titolare di un reddito complessivo di 1.000 euro, pari al tetto minimo per un’esistenza dignitosa), qualora trovasse un lavoro che gli assicuri un reddito aggiuntivo di 600 euro, riceverebbe un sussidio di soli 100 euro. Conseguentemente, il soggetto “assistito” vedrebbe il proprio reddito aumentare di 600 euro e il sussidio ridursi di altrettanto. In casi simili, l’”effetto ricchezza sul reddito” potrebbe motivare il beneficiario del reddito di cittadinanza (ridotto a reddito minimo garantito) a conservarsi in stato di povertà relativa e rinunciare (o rendere minimo l’impegno) a cercare di reinserirsi nel mercato del lavoro.
Inoltre, a parte il rischio sopra descritto, l’attuazione della proposta del “M5S”, concernente l’introduzione di un reddito di cittadinanza vincolato, presenta un costo esorbitante, destinato ad andare ben al di là delle capacità di copertura da parte dello Stato. La copertura prevista dalla proposta del “M5S” ammonta a 20 miliardi di euro, divisa “quasi a metà – sottolinea Perotti – tra maggiori entrate e minori spese”. Lo sforzo di dimostrare la proposta attuabile è, conclude Perotti, “apprezzabile”, ma allo stesso tempo mostra come trovare 20 miliardi sia, nelle condizioni in cui versa il Paese, un “esercizio molto ma molto più complicato di quanto si possa pensare”. Il rischio concreto è che il reperimento delle risorse dia luogo a “manovre politico-finanziarie”, destinate a riproporre per l’Italia la “propria enorme burocrazia che perpetua se stessa”, nutrendosi di sempre maggiori estensioni di quelle manovre.
Complessivamente, le riflessioni critiche di Perotti sono molto opportune, perché mostrano come l’iniziativa del “M5S”, volta a introdurre un reddito di cittadinanza condizionato e solo per una certa fascia di popolazione, non sia stata formulata nel rispetto del significato proprio di una forma di reddito (il reddito di cittadinanza), da tempo introdotto negli studi accademici e non ancora accolto in toto, salvo rare e limitate eccezioni, dagli ordinamenti economico-politici attuali. Bene ha fatto, quindi, Perotti ad evidenziare la confusione in cui spesso si incorre, quando si parla di reddito di cittadinanza; confusione che non facilita certo la comprensione del significato delle proposte politiche, se queste vengono espresse attraverso la libera interpretazione del significato degli algoritmi formulati all’interno di specifici percorsi di ricerca scientifica, quale è quello in base al quale sarebbe possibile pensare realmente alla effettuazione di una riforma dei meccanismi distributivi del prodotto sociale, attraverso l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza incondizionato e universale.
L’idea di introdurre nei moderni sistemi economici un reddito di cittadinanza incondizionato e universale può essere attuata e finanziata solo nella prospettiva di una riforma complessiva dell’attuale ordinamento dello Stato sociale, con cui evitare, sia il rischio della trappola della povertà, sia il problema del reperimento delle risorse necessarie, sia anche gli effetti della dinamica tecnologica dei sistemi produttivi capitalisticamente avanzati; effetti, questi ultimi, che i meccanismi istituzionali distributivi esistenti trasformano in disoccupazione strutturale e permanente, e quindi in diffusa povertà (coinvolgente quote crescenti della popolazione), che il welfare State non è più in grado di fronteggiare.
In conseguenza di ciò, per una reale attuazione dell’idea di un reddito di cittadinanza, erogato a tutti i cittadini attraverso una radicale riforma dell’attuale welfare State, che sia in grado di garantire una distribuzione del prodotto sociale più funzionale ad uno stabile funzionamento del sistema economico e ad una minore conflittualità sociale, sarebbe necessario che il Paese avviasse una approfondita riflessione, sul piano culturale, economico, politico e sindacale, per rimuovere tutti i motivi impropri di discussione e di perplessità su una riforma non più eludibile dei meccanismi distributivi del prodotto sociale; motivi che trovano la loro ragion d’essere solo nella permanenza di uno stato di crisi, che impedisce al Paese di riformare le proprie istituzioni politiche ed economiche, compromettendo in tal modo la possibile crescita qualitativa e quantitativa futura.

Gianfranco Sabattini

Jason Brennan, “governo dei tecnici” alternativa alla democrazia

against_democracy-1024x536Jason Brennan, autore di “Contro la democrazia” (con Prefazione di Sabino Cassese e un saggio introduttivo di Raffaele De Mucci), sostiene che esiste “un insieme di convinzioni ampiamente condivise sul valore e la legittimazione della democrazia e della partecipazione democratica”, per lo più fondate sugli assunti secondo cui la democrazia e un’ampia partecipazione politica sarebbero importanti perché condurrebbero “a risultati giusti, efficienti o stabili”, e tenderebbero “a istruire, illuminare e nobilitare i cittadini”, essendo esse “un fine di per sé”. Secondo Brennan, le tre finalità (dell’istruzione, dell’illuminazione e della nobilitazione dei cittadini) esprimerebbero ciò che egli chiama “trionfalismo democratico”, contro il quale egli muove la sua critica, rifiutandone la fondatezza.
Il politologo americano ritiene che tali finalità non meriterebbero la considerazione della quale esse godono; innanzitutto, perché la partecipazione politica non apporterebbe beneficio alcuno, in quanto, a suo dire, trasformerebbe in nemici i cittadini nell’arena civile e darebbe loro motivo di odiarsi l’un l’altro; in secondo luogo, perché il diritto al voto non sarebbe come gli altri diritti posti a presidio delle altre libertà civili (come, ad esempio, la libertà di parola, di culto, di associazione, ecc.); infine, perché la democrazia non sarebbe l’unica forma di governo intrinsecamente giusta, in quanto il suffragio universale incentiverebbe “la maggior parte degli elettori a prendere le decisioni politiche in condizioni di ignoranza e irrazionalità […]. Un suffragio illimitato, uguale e universale sarebbe giustificato soltanto se non potessimo concepire un sistema che funzioni meglio”.
Da dove derivano le finalità sulle quali sarebbero fondate, a parere di Brennan, le presunte virtù della democrazia? Per il politologo americano, le finalità deriverebbero dal liberalismo filosofico, ovvero da quella concezione secondo cui “ogni individuo possiede una sua dignità, fondata su ragioni di giustizia che gli garantisce tutta una serie di libertà e diritti, i quali non possono essere calpestati alla leggera, nemmeno per perseguire un bene sociale più grande”. L’analogia presunta dal liberalismo filosofico tra singoli individui e società non è però giustificata; ciò perché un elettorato è un insieme di individui “con scopi, comportamenti e credenziali intellettuali distinti”.
Un elettorato, perciò, non è un corpo unico in cui ogni singoli componente propugna le stesse cose; al contrario, in esso esistono individui che impongono le loro decisioni ad altri, per cui se la maggior parte degli elettori dovesse “agire con stupidità” non farebbe del male solo a se stessa, ma danneggerebbe anche le minoranze di elettori “meglio informati e più razionali”. In politica, afferma Brennan, il processo decisionale non si riduce mai a scelte per se stessi, ma implica sempre scelte per tutti. Per queste ragioni, insiste Brennan, volendo giustificare le finalità sulle quali è basata la legittimazione della democrazia, occorre dare conto del perché alcuni individui “hanno il diritto di imporre cattive decisioni agli altri”; in altre parole, occorre spiegare perché è legittimo e possibile che un gruppo di individui, anche se maggioranza, possa obbligare le minoranze a subire le “decisioni prese in modo incompetente”.
Nel chiedersi quale valore abbia la democrazia, la maggior parte dei filosofi del liberalismo individualista ritiene che essa abbia un “valore procedurale”, nel senso che si tratti di una “procedura decisionale di per sé giusta”, assumendo che qualsiasi decisione presa col metodo democratico sia una decisione razionale. Al contrario, secondo Jason Brennan, il valore della democrazia è unicamente “strumentale”, per cui “la sola ragione per preferire la democrazia a qualsiasi altro sistema politico è che è più efficiente nel produrre risultati giusti, secondo standard di giustizia che sono indipendenti dalle procedure”.
Poiché la democrazia assegna a ogni individuo una quota uguale di potere politico, uno dei problemi dell’organizzazione politica di una comunità democratica consiste nello stabilire chi deve “detenere il potere”; data la natura individualistica della società democratica è plausibile assumere, secondo Brennan, che esistano opinioni diverse su chi debba detenere il potere, così come è plausibile ipotizzare che esistano opinioni alternative riguardo alla scelta dei criteri in base ai quali decidere a chi assegnare il potere politico. La soluzione del problema non puà quindi essere determinata in modo univoco.
Con lo strumentalismo, sostiene Brennan, l’indeterminazione sarebbe rimossa, perché la distribuzione del potere politico sarebbe determinata in funzione della possibilità di ottenere “risultati di governo giusti, indipendentemente dalle procedure e quali che siano tali risultati”. Secondo lo strumentalismo – afferma Brennan –“esiste un modo (o dei modi) intrinsecamente buono, giusto o legittimo di distribuire il potere” e, nella sua versione più radicale, “non esistono standard morali indipendenti con cui valutare i risultati delle istituzioni decisionali”. In altre parole, per lo strumentalismo non esiste un metodo di distribuzione del potere politico intrinsecamente giusto o sbagliato attraverso il quale si possa “stabilire con certezza quali siano i giusti scopi di un governo, quali le forme di policy che dovrebbe implementare o quali i risultati che dovrebbe conseguire”; sarebbe questa, secondo Brennan, la ragione per cui una comunità che scegliesse di vivere all’interno di un regime democratico, nel risolvere la questione della distribuzione del poter politico, dovrebbe optare per qualsiasi forma di governo “risulti più affidabile” nel perseguire i risultati decisi in modo indipendente dal regime politico adottato.
Se la democrazia non è un valore in sé, o se essa non può essere giustificata su basi procedurali, ma solo strumentali, allora per una comunità democratica diventa ragionevole – afferma Brennan – dotarsi di un governo “epistocratico” (esercitato da chi è dotato di maggiore conoscenza e capacità incontrovertibili); cioè di un governo che sia espressione di un regime nel quale il potere politico è distribuito secondo le competenze e le capacità degli individui che compongono la comunità. In questo modo, conclude Brennan, diverrebbe possibile, innanzitutto, evitare che una partecipazione politica universale, senza alcuna selezione, tenda a “corrompere” le relazioni tra i componenti la comunità; in secondo luogo, sarebbero evitate le inutili attese degli effetti positivi connessi al presunto valore intrinseco attribuito alle libertà politiche; infine, diverrebbe possibile, attraverso l’attività svolta dai soggetti più competenti e capaci che compongono la comunità, perseguire risultati efficienti e socialmente giusti, sostituendo la democrazia comunemente intesa con qualche forma di epistocrazia.
Ha ragione Brennan? Non proprio; meglio, avrebbe ragione se la democrazia fosse priva, come egli suppone, di elementi intrinseci idonei a garantire che le decisioni siano assunte con competenza e capacità. Le critiche di Brennan alla democrazia rappresentativa non sono che una variante dei numerosi tentativi da sempre portati avanti dall’ideologia neoliberista di rimuovere i “lacci e laccioli” che, a dire dei suoi sostenitori, inceppano il libero funzionamento del marcato, a causa di una distribuzione inappropriata del potere politico, resa possibile dall’organizzazione democratica dello Stato sociale di diritto. La forma di democrazia realizzabile all’interno di tale tipo di Stato è però sufficientemente dotata di “anticorpi” contro i pericoli di una deriva del processo decisionale, che Brennan paventa; se gli “anticorpi” non funzionano, non dipende tanto dalla democrazia in sé, quanto dal fatto che essa è rimasta ancora incompiuta, oppure perché alcuni suoi capisaldi, come i partiti, hanno smarrito il ruolo e la funzione che avevano all’origine, rendendo plausibile, per i critici della democrazia, la presunzione di poter sostituire, nell’interesse di tutti, un governo democraticamente espresso, con il governo di una ristretta “élite di professionals”.
Già Cassese nella Prefazione al libro di Brennan traccia i motivi per cui le proposte sul tipo di quella avanzata da questo autore non sono accettabili. La democrazia rappresentativa – afferma Cassese – “è nata come forma epistocratica e tale è rimasta per lungo tempo, nell’antichità prima e poi per tutto il periodo del suffragio limitato”. Successivamente, con la progressiva costruzione dello Stato sociale di diritto, il suffragio è stato allargato a tutti indistintamente e indipendentemente da ogni considerazione riguardante il genere, il censo e il colare della pelle degli individui, sulla base dell’assunto che l’eguaglianza formale e quella sostanziale in materia politica procedessero congiuntamente. Non casualmente, infatti, le Costituzioni moderne stabiliscono che è compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quindi, le Costituzioni moderne, assumendo che possano esistere delle originarie disuguaglianze di diverso ordine e tali da ostacolare la partecipazione politica al funzionamento dello Stato, stabiliscono che il problema dei cittadini “non educati” e quello dei rappresentanti politici “non competenti” siano progressivamente risolti, pena il “cattivo” funzionamento della democrazia. Sin tanto, però, che tale problema resterà irrisolto, o solo parzialmente risolto, la democrazia compatibile con lo Stato sociale di diritto è destinata a rimanere incompiuta e a manifestare forme evidenti di “zoppia”, destinate ad alimentare le ragioni, non disinteressate, dei neoliberisti nel sostenere la convenienza che al governo della comunità accedano i “professionals”.
Nel tentativo di rimuovere i problemi dell’”incompetenza politica dei cittadini e dei loro rappresentanti”, un ruolo basilare è stato svolto dai partiti, i quali – afferma Cassese – “hanno supplito gli Stati in un compito essenziale, quello di portare persone capaci e con esperienza alla guida di quella macchina complessa che sono oggi i poteri pubblici”. Sennonché, a un certo punto, anche i partiti sono venuti meno al loro ruolo, come dimostra il loro modo d’essere attuale, per cui buona parte dei rappresentanti del popolo presenta un grado di mediocrità tale da suscitare reazioni antidemocratiche, rafforzando le tesi delle quali è portatrice l’ideologia neoliberista.
Di conseguenza, oggi, la persistenza dell’incompletezza dei presupposti della democrazia non fa dell’epistocrazia una valida alternativa alla democrazia rappresentativa; se ciò accadesse – afferma Raffaele Di Mucci nell’Introduzione al libro di Brennan – si finirebbe “per privilegiare ancora di più i già privilegiati”, ovvero coloro che hanno avuto, e continuano ad avere, le maggiori opportunità per acquisire capacità e competenze. Per sventare il pericolo che la critica dell’ideologia neoliberista alla democrazia rappresentativa possa ulteriormente diffondersi tra i cittadini, occorre aumentare l’impegno dello Stato ad eliminare le differenze che ancora permangono tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale in materia politica e ricuperare l’antico ruolo dei partiti politici; da un altro lato, occorre incrementare l’informazione tra i cittadini, soprattutto quella che origina dal dibattito attraverso un loro maggiore accesso ai mezzi d’informazione.
In questo modo sarebbe garantita la diffusione della cultura del discorso critico, la quale diverrebbe patrimonio di tutti, anziché essere appannaggio, come alcuni vorrebbero, di una ristretta “élite di professionals”, secondo l’affermazione di Karl Raimund Popper, in “La lezione di questo secolo”. Ciò avrebbe importanti conseguenze a livello politico, quali, esempio, quella di rifiutare qualsiasi decisione collettiva senza pubblico confronto, quella di mettere in discussione l’autorità costituita quando la sua azione mancasse di rispondere alle aspettative dei cittadini e quella del radicamento nel popolo delle fede nella necessità che sia sempre rispettato il diritto a partecipare ai processi decisionali politici.
Nel loro insieme queste conseguenze avrebbero l’effetto di rendere politicamente inappropriata, perché conservativa, per non dire reazionaria, qualsiasi proposta di natura epistocratica, in quanto la democrazia, già di per sé, è autosufficiente; basta realizzarla compiutamente, o impedire che alcune sue parti già portate a compimento siano ingiustificatamente soppresse.

La “grande bellezza” dei luoghi non è sufficiente a promuoverne la crescita

mulinoLa crisi ha colpito tutti i Paesi europei, ma le conseguenze sono state diverse a seconda delle condizioni proprie di ciascun Paese e di come esso si era già ammodernato per far fronte alle sfide dell’economia internazionale in continua evoluzione. L’Italia si è trovata impreparata, nel senso che, come afferma Giuseppe Viesti, in “Un Paese plurale, difficile e bellissimo” (Il Mulino, n, 6/2018), nonostante la “varietà dei suoi luoghi e delle sue città”, è stato uno dei Paesi che maggiormente ha subito gli esiti negativi della crisi; in Italia, infatti, non si sono verificate le trasformazioni che hanno caratterizzato molte altre economie europee; è stata più forte la tendenza “a vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere”.

In modo particolare, l’Italia ha risentito, da un lato, della crisi di alcuni suoi presunti punti di forza, espressi dal fatto che una parte importante del suo sistema produttivo era stata costruita sulla base dell’assunto che il “piccolo fosse bello”; dall’altro lato, ha manifestato l’incapacità, proprio per via della debole struttura delle base produttiva, di reagire in tempi brevi alle sfide delle globalizzazione.

Tuttavia, non sono mancate, come conseguenza della crisi, alcune dinamiche che hanno riguardato le “grandi aree territoriali”; nelle regioni del Nord – afferma Viesti – si sono verificati “forti processi di gerarchizzazione a vantaggio dei grandi centri urbani, mentre gran parte delle regioni del Centro sono state caratterizzate da “uno scivolamento verso il basso”, che ha colpito in modo particolare la capitale del Paese, sino a configurarne un sostanziale e forse irreversibile declino. Del tutto negative sono state le dinamiche che hanno caratterizzato le regioni meridionali. Nel complesso, secondo Viesti, il fenomeno che, tra i tanti, ha connotato la realtà di molti luoghi dell’Italia è stata la dinamica demografica, che ha influenzato, nel bene e nel male, le loro prospettive future. Tra i Paesi OCSE, l’Italia è quello che, dal 2000, ha accolto i più alti flussi migratori, sia a livelli assoluti che in termini percentuali sulla popolazione totale; flussi che si prevede siano destinati a durare e a creare tensioni sociali, che la politica si sta dimostrando incapace di riuscire a governare.

La presenza di un eccessivo numero di immigrati può essere fonte anche di problemi economici che potrebbero incidere sul futuro andamento dell’economia nazionale. Sinora, con un eccesso di retorica e di un malinteso umanitarismo, è prevalsa la tendenza a giustificare l’accoglimento dell’immigrazione come antidoto alla bassa natalità che sta affliggendo il Paese, agli squilibri nella distribuzione della sua popolazione per classi di età e all’invecchiamento, trascurando il fatto che la mancanza di una politica condivisa di lungo periodo circa le modalità di accoglimento degli immigrati, oltre a creare conflitti sociali di difficile controllo, può anche originare effetti negativi sul piano economico.

Per molti comparti produttivi – afferma Viesti – la disponibilità di “nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti” potrebbe incentivare la piccola e media imprenditorialità dell’economia italiana ad adottare “combinazioni produttive” fondate sul basso costo della forza lavoro, piuttosto che “sull’innovazione, specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati”; se ciò accadesse, le piccole e medie imprese nazionali ereditate dal passato potrebbero anche riuscire a conservarsi sul mercato nel breve periodo, ma la loro capacita di conservazione ed di crescita futura sarebbe sicuramente compromessa.

In Italia, sebbene a seguito della crisi non si sia ancora formata una “fascia delle ruggine”, così com’è accaduto in alcuni Paesi di vecchia industrializzazione, il rilancio dell’economia nazionale richiede la riorganizzazione ed il consolidamento di “imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi”, che facciano dell’innovazione il “motore” della loro ulteriore crescita, al fine di reggere alla concorrenza sui mercati globali, e del loro ulteriore consolidamento, come pre-condizione per la realizzazione di sistemi produttivi territoriali policentrici e diversificati. Cruciale, da quest’ultimo punto di vista, risulterà la capacità dei singoli luoghi di offrire efficaci servizi alle imprese; capacità che i luoghi potranno acquisire solo se si riuscirà a porre rimedio alla carente politica economica nazionale con cui, sinora, si è mancato di migliorare l’attrattività dei luoghi di possibili flussi di investimenti esterni. A tal fine, sarà necessario adottare, a livello nazionale, una dimensione locale per la futura politica finalizzata alla promozione delle crescita del Paese.

Il ruolo della dimensione locale nei processi di sviluppo ha subito notevoli mutamenti, legati al cambiamento occorso nel rapporto tra i territori e le modalità di produzione; per inquadrare il ruolo dei territori nei processi di sviluppo occorrerà individuarne le caratteristiche, gli elementi e i requisiti costitutivi, le strategie e come queste ultime possano essere tradotte in politiche attive da parte dei vari attori istituzionali e non. Ciò significa che, per promuovere la crescita a livello territoriale, occorrerà partire dal presupposto che essa non è più solo quantitativa, ma anche qualitativa, coniugata ad una distribuzione equitativa della ricchezza e del benessere della comunità territoriale.

Il territorio, quindi, sarà tanto più competitivo, anche a livello globale, quanto più sarà capace di individuare e perseguire una propria strategia di sviluppo, che massimizzi le specificità locali nel loro complesso. Ne deriva che, data la capacità degli attori locali di individuare gli obiettivi da perseguire e le strategie da assumere, lo sviluppo dei singoli luoghi non dovrà essere settoriale, ma legato a politiche multidimensionali e intersettoriali, in cui il territorio sia l’elemento centrale di supporto.

Nella prospettiva dello sviluppo locale, il livello statale non dovrà più essere l’unico o il principale livello di intervento, ma andranno individuati altri livelli: verso il basso (in reti di imprese che superino i livelli locali); verso l’alto (in istituzioni e organismi a livello sopranazionale come, ad esempio, la UE), tra centro e periferia (in forme di cooperazione, sia verticale che orizzontale, tra enti pubblici); tra pubblico e privato (in varie e possibili forme di partenariato).

Con lo sviluppo locale, il territorio dovrà diventare protagonista, capace di attrarre imprese e di contribuire al loro sviluppo; in questo modo, lo sviluppo locale potrà trasformarsi in vera alternativa strategica al centralismo decisionale sinora prevalso, con la diminuzione degli interventi di programmazione centralizzata e il continuo cambiamento dei contenuti e delle modalità di intervento; ciò contribuirà a rendere prevalenti gli obiettivi di sostenibilità e di coesione rispetto a quelli di riequilibrio e a far sì che gli interventi risultino sempre indiretti, di indirizzo e di incentivo per la promozione di forme di governance del territorio.

Per promuovere un reale sviluppo locale, occorrerà tuttavia evitare i facili entusiasmi che possono essere suscitati dalle prospettive di crescita offerte da un’eccessiva specializzazione produttiva. In quasi tutti il territorio nazionale – afferma Viesti – “è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali”, favorito dalla disponibilità di molti fattori attrattivi e dal fatto che “alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari” si aggiunge oggi un’”offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani”. Lo sviluppo delle attività turistico-culturali, specie nei luoghi delle regioni meridionali, può rappresentare un’opportunità che non potrà essere trascurata, soprattutto per la possibilità che le presenze turistiche possano fungere da stimolo per il consolidamento e lo sviluppo delle attività manifatturiere che ”più con quei luoghi si identificano, con un aumento della produzione e del reddito.

Tuttavia, la prospettiva della crescita dei territori, fondata sullo sviluppo delle attività turistico-culturali non manca – avverte Viesti – del pericolo che la gestione delle presenze temporanee trasformi i singoli luoghi in prevalenti “strutture di servizi e di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario”. Al fine di evitare questo pericolo, sarà necessario che lo sviluppo locale fondato sulla crescita del turismo sia sempre accompagnato da “una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza”, al fine di favorire che lo sviluppo locale diventi uno “sviluppo polifonico”. Ciò significa che le opportunità offerte dal turismo non potranno offrire una sicura prospettiva di crescita, se mancherà una diversificazione produttiva e se le stesse attività turistiche mancheranno d’essere continuamente rivitalizzante.

La complessità dello sviluppo locale fondato sulle attività turistico-culturali mette, ancora una volta, in evidenza (male antico dell’Italia) la frattura tra “il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole, dall’altro”; ciò perché il Centro-Nord, “per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’estero. Il Mezzogiorno, al contrario, ‘non esiste’. Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità della popolazione è maggiore”.

Anche riguardo a questa forma di dualismo, la politica nazionale è stata assai distratta e assente, non solo per scarsità di risorse, ma anche e soprattutto per “scelta strategica” e per “distrazione ideologica”; ciò ha causato il prevalere di visioni d’intervento che – secondo Viesti – hanno solo richiamato “uno Stato minimo”, al quale è risultata superflua un’azione nazionale, perché le dinamiche dei luoghi dovevano essere solo il risultato di meccanismi di competizione tra loro. A causa dell’assenza di una lungimirante politica nazionale, nei luoghi dove l’azione pubblica risultava maggiormente necessaria, vi è stato, al contrario, un completo disinteresse per l’azione propulsiva che, nei confronti dei luoghi maggiormente afflitti da situazioni di arretratezza, potesse essere svolta da un’attività di “governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento dei poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale”; ciò, allo scopo di garantire pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

In sostanza la politica nazionale, nei confronti dei luoghi arretrati, ha mancato di realizzare le condizioni necessarie per attivare il cosiddetto “dinamismo dal basso”, evitando di considerare che nessun protagonista esterno è in grado di promuovere la crescita delle comunità territoriali, senza che tutti i loro componenti siano i veri protagonisti dei processi di cambiamento. Ovviamente, il futuro dell’Italia non può essere solo la “somma algebrica” di quanto potrà accadere nei singoli luoghi; tuttavia, i cambiamenti delle “periferie” possono esprimere un potenziale sviluppo futuro per il Paese, se la crescita dei suoi territori, oltre che essere ricondotta ad unum da una coerente politica economica nazionale, è sorretta anche da dinamiche istituzionali idonee a rendere possibile la crescita.

Gianfranco Sabattini

Karl Popper è stato “liberale o socialista”?

karl-popperDario Antiseri, uno dei maggiori filosofi italiani, ha pubblicato un libro stimolante e coinvolgente, dedicato a un tema a lui caro, ovvero al pensiero politico di Karl Popper, il grande filosofo ed epistemologo austriaco, riproponendo il vecchio dilemma, se Popper possa essere stato liberale oppure socialista.

Nel libro, intitolato “Karl Popper. La ragione nella politica”, Antiseri traccia un quadro sintetico dell’evoluzione del pensiero politico popperiano, dove il filo conduttore della narrazione sembra essere quello di dimostrare come il filosofo austriaco sia stato contrario all’ideologia socialista e ai partiti che ad essa si ispiravano, perché ritenuti utopistici e illiberali. Popper aveva abbracciato in età giovanile il marxismo; sono diventato marxista – egli racconta – “nel 1915, all’età di 13 anni, e antimarxista nel 1919, quando ne avevo 17. Ma rimasi socialista sino all’età di 30 anni, sebbene nutrissi dubbi crescenti sulla possibilità di vedere associati libertà e socialismo”, e aggiunge che se “ci fosse stato qualcosa come un socialismo combinato con la libertà individuale, sarei ancora oggi un socialista. [ ] Mi ci volle un po’ di tempo per riconoscere che ciò non era altro che un sogno meraviglioso; che la libertà è più importante dell’uguaglianza; che il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà; e che se va perduta la libertà, tra non liberi, non c’è nemmeno uguaglianza”, anche se “la libertà non potrà essere conservata senza migliorare la giustizia distributiva”.

E’ noto come la prevenzione di Popper nei confronti del socialismo genericamente inteso fosse determinata da quella particolare forma di socialismo che si stava affermando nella Russia post-rivoluzionaria con la costruzione del “socialismo reale”; criticandone le modalità organizzative, il filosofo austriaco ha scritto una della opere che poi lo ha reso famoso, ovvero “La società aperta e i suoi nemici”; l’opera è stata portata a termine da Popper nella condizione di rifugiato politico in Nuova Zelanda, dalla quale egli rientrerà dopo la fine della guerra, per l’interessamento del suo amico Friedrich August von Hayek, che lo ha fatto chiamare a insegnare alla London School of Economics.

In “La società aperta”, Popper sostiene che i governanti di ogni società autenticamente liberale, pur non essendo possibile il raggiungimento della perfezione, devono condurre la loro azione in modo razionale, mostrandosi disponibili ad essere criticati e desiderosi essi stessi di criticarsi. L’assunzione di questo atteggiamento deve essere la conseguenza della consapevolezza, da parte di chi governa la società, certo dell’imperfezione e della flessibilità della conoscenza umana e del fatto che, per la soluzione di problemi sociali, occorre il confronto e la discussione pubblica; ciò perché, senza confronto e discussione, non ci può essere democrazia, la quale può funzionare solo quando nessuno, all’interno dalla società, si arroga la pretesa d’essere portatore di verità assolute sull’uomo, sulla storia, sulla politica.

Per Popper, quindi, non esiste un metodo razionale per conseguire l’obiettivo della realizzazione della società perfetta; ciò però non esclude che sia possibile convenire su quali siano i mali più intollerabili della società e sulle riforme sociali da intraprendere con la maggiore urgenza per la loro rimozione. Di questi mali – afferma Popper – ne hanno esperienza le persone immiserite e umiliate dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle persecuzioni, dalle guerre e dalle malattie. Di qui, in una società libera e democratica, la necessità che tutti i corpi intermedi, a iniziare dai partiti, si impegnino, adottando un’”ingegneria sociale gradualistica” e non utopistica, a rimuovere quei mali.

Da queste affermazioni, nasce, secondo Antiseri, il dilemma ”che ha alimentato ed alimenta un interrogativo ancora vivo, se Popper sia stato un liberale o un socialista”; un interrogativo, questo, ricorda Antiseri, che Rudolf Carnap, il famoso logico tedesco naturalizzato americano ed influente esponente del neopositivismo, si era posto dopo aver letto “La società aperta e i suoi nemici”.

Carnap, infatti, dopo aver letto “La società aperta” e numerosi articoli di Popper, chiedeva all’autore in che misura egli si considerasse socialista, ponendogli contemporaneamente la domanda se fosse d’accordo con lui sul fatto che, per la soluzione dei mali che affiggevano le società economicamente avanzate, fosse necessario trasferire la maggior parte dei mezzi di produzione dalla sfera privata a quella pubblica. Alle domande di Carnap, Popper ha risposto che, in ambito politico, i problemi devono essere risolti, non in termini utopistici, ma su basi ragionevoli, precisando che il limite del socialismo è l’elemento utopistico che lo spinge in “una direzione totalitaria”. Popper ha anche aggiunto che, al fine di evitare tale pericolo, la libertà deve essere la condizione dalla quale non è possibile prescindere nella ricerca, attraverso il metodo di “ingegneria sociale gradualistica, delle soluzioni dei “mali”, essendo egli convinto che la libertà “non possa essere conservata senza migliorare la giustizia sociale” e che tale convincimento potrebbe essere condiviso dai liberali e dai socialisti. A parere di Popper, era questa la via per introdurre ragione e ragionevolezza nella teoria e nella pratica dell’azione politica contro tutte le pretese dogmatiche.

Cosa si può fondatamente evincere dalla risposta di Popper a Carnap? E’ stato Popper un socialista, oppure è stato un liberale? Una risposta diretta Popper non l’ha data, ma neppure è neppure possibile ricavarla dalla narrazione che Antiseri effettua della complessa vicenda relativa all’evoluzione del pensiero politico popperiano. Si può, però, ricavare una risposta plausibile, se si considera l’evoluzione dell’ideologia socialista in una prospettiva storica.

Ciò che nel succedersi delle riflessioni di Antiseri, riguardo al pensiero politico di Popper, lascia perplessi, è che egli (Antiseri) abbia trascurato di inquadrare il pensiero politico popperiano nella prospettiva di una sia pure breve evoluzione dell’ideologia socialista, mancando così di considerare che non tutta tale ideologia si è conservata utopistica e illiberale. La dimenticanza appare così come un artifizio narrativo, utile solo a ricondurre il pensiero di Popper, in modo non del tutto velato, all’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society, fondata dall’economista austriaco Friedrich August von Hayek, l’amico che, dopo la guerra, si era adoperato per fare rientrare Popper dalla Nuova Zelanda, assicurandogli un incarico di insegnamento alla London School of Economics.

Il socialismo è un’ideologia che sostiene la necessità di “trasformare” la società in direzione dell’uguaglianza di tutti i suoi membri sul piano politico, sociale ed economico. Tradizionalmente, tutti i movimenti d’ispirazione socialista hanno teso a conseguire i propri obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione, totale o parziale, della proprietà privata dei mezzi di produzione; ciò fino al 1848, perché in quell’anno, nel “Manifesto del Partito Comunista”, gli autori Marx ed Engels hanno introdotto la distinzione tra “socialismo utopistico” e “socialismo scientifico”, basando quest’ultimo su una presunta analisi più accurata della realtà sociale, ed evidenziando così polemicamente le differenze dal primo.

Tuttavia, il termine comunismo ha continuato ad essere usato come un sinonimo di socialismo per tutto l’Ottocento e per una prima parte del Novecento; la distinzione tra i due termini è avvenuta, per iniziativa di Lenin dopo la Rivoluzione bolscevica del 1917 e la costituzione della Terza internazionale nel 1919. La parte rivoluzionaria del movimento socialista si è distaccata, organizzandosi nei partiti comunisti, per rimarcare la propria identificazione nel comunismo di Marx ed Engels e nell’ideale prosecuzione dell’esperienza della Comune di Parigi del 1871. Al contrario, la parte del movimento socialista, orientato in senso riformista e inserita nei sistemi democratico-borghesi dei diversi Paesi, ha preso progressivamente le distanze dal socialismo marxista e dalle dogmatiche pretese rivoluzionarie, recuperando in parte le istanze liberali dell’utopismo socialista pre-marxista, dando così vita al socialismo democratico riformista, ovvero alla socialdemocrazia.

In una prospettiva di analisi storica, il socialismo riformista quindi, mentre considera l’età feudale come caratterizzata dall’egemonia dell’aristocrazia e del clero, e il periodo successivo alle Rivoluzioni francese ed americana egemonizzato dall’ascesa al potere politico sociale ed economico della borghesia (e quindi del liberalismo e del capitalismo), il socialismo democratico e riformista, invece, individua nello stadio successivo, caratterizzato dal prevalere delle classi popolari, che, grazie alla loro forza politica, hanno potuto perseguire l’obiettivo della realizzazione di una società giusta ed “equa” sul piano distributivo, come poi avverrà, dopo il 1945, con la realizzazione della democratizzazione del sistema sociale, attraverso la costruzione dello Stato sociale di diritto.

In questo modo, il socialismo riformista e democratico ha potuto porsi tra il socialismo marxista e il riformismo liberale “laissezfairista”; esso, infatti, pur inquadrando in un primo tempo la propria azione in una prospettiva critica nei confronti del capitalismo, la riflessione politica, sociale ed economica successiva lo ha reso portatore di un “compromesso” tra il riformismo liberale e quello del socialismo riformista e democratico; compromesso, questo, che, per merito del contributo di John Maynerd Keynes, prenderà corpo, sul piano teorico, durante gli anni tra i due conflitti mondiali, e, sul piano pratico, attraverso la messa a punto di in un modello democratico e riformista di governo del sistema sociale, alternativo ai due “modelli illiberali” esistenti nel periodo pre-bellico, quali quello sovietico e quello fascista.

Dopo la caduta delle dittature, il modello democratico e riformista è stato edificato con successo in gran parte dei Paesi europei, ma dopo la crisi dell’economia mondiale iniziata nel 2007/2008, notevoli forze politiche e sociali, ispirate all’ideologia neoliberista, si sono opposte alla sua conservazione; un’ideologia nata per iniziativa di un’associazione di economisti, di chiara fama mondiale, che da allora, sotto la guida di Heyek, l’amico di Popper, ha prodotto una riflessione concretizzatasi in opere sul piano politico, sociale ed economico che hanno influito sull’attività politica non solo dei Paesi europei, ma addirittura di tutto il mondo.

Nel 1947, Hayek, finanziato per iniziativa di un uomo d’affari svizzero, ha riunito in associazione un insieme di intellettuali interessati alla ridefinizione del liberalismo, convocando in un hotel situato in una amena località svizzera, dominata dal Mont Pelerin, che darà il nome all’associazione (la Mont Pelerin Society, appunto. Alla prima riunione hanno partecipato trentanove studiosi provenienti da dieci Paesi a regime democratico. In precedenza, Hayek aveva invitato Popper a diventare membro dell’associazione, ma il filosofo austriaco, pur accettando l’invito, non ha mancato di osservare ad Hayek che tutti gli studiosi invitati erano notoriamente liberali, suggerendo perciò che sarebbe stato necessario assicurare sin dall’inizio “la partecipazione di persone note per essere socialiste o vicine al socialismo”, motivando il suo suggerimento con l’osservazione che, in quel momento, nell’Europa centrale, gli unici democratici a risultare influenti erano i socialdemocratici e i democratici cristiani.

Tra i nomi suggeriti da Popper vi erano quelli di Bertrand Russel, George Orwell, Barbara Wootton e Henry Douglas Dickinson e di altri ancora; la loro presenza, a suo parere, avrebbe evitato di allargare il fossato tra coloro che amano la libertà e coloro che perseguono l’obiettivo di realizzare una maggiore giustizia sociale. Forte dei suoi convincimenti, di fronte alla crescente successo propagandistico che riscuoteva il socialismo reale dell’Unione Sovietica e – afferma Antiseri – “alla turba di intellettuali occidentali convinti apostoli dell’ideologia (o, meglio, mitologia) marxista, Popper si fa convinto sostenitori di un’alleanza con i socialisti non intrappolati nella gabbia del comunismo”. Dunque, in conclusione, Popper era un liberale o un socialista? La risposta non può essere che una: egli era un liberal-socialista, ovvero un socialista riformista democratico, il cui pensiero risultava coerentemente inquadrabile nel modello di governo della società formulato da Keynes e attuato dopo la fine del conflitto.

L’economista di Cambridge, infatti, ha contribuito a realizzare, soprattutto all’interno dei Paesi europei occidentali, retti da governi democratici, la prassi di un’attività politica fondata sull’equilibrio tra “libertà, efficiente uso delle risorse ed equità distributiva”, implicante per l’attività politica la funzione di riformare tale equilibrio, costantemente e su basi democratiche, per adattarlo alla dinamica delle modalità di funzionamento del sistema produttivo e a quella del sistema valoriale della società, complessivamente considerata.

Il modello di governo della società di Keynes richiama per intero il senso del bene pubblico che stava così a cuore a Popper, assumendo che le istituzioni pubbliche, oltre a regolare il mercato, devono contribuire anche a migliorarne il funzionamento. In questo contesto, la razionalità cui egli fa di continuo riferimento non è altro che la ragione della quale parla Popper a proposito dell’azione politica volta a risolvere i problemi sociali; ragione, che diventa ragionevolezza quando devono essere affrontate situazioni in cui comportamenti apparentemente razionali dal punto di vista politico, sociale ed economico, possono originare esisti negativi. Popper come Keynes, quindi, sono stati degli autentici socialisti, liberali, riformisti e democratici, il cui pensiero dopo gli anni Ottanta del secolo scorso, è stato totalmente “postergato”, in quanto ritenuto estraneo alle strategie politiche, sociali ed economiche degli affiliati alla Mont Pelerin Society di Hayek.

Gianfranco Sabattini

Sieferle. I pericoli di un’immigrazione senza fine

sieferleRolf Peter Sieferle è stato uno studioso discusso di Storia, Scienze politiche e Sociologia; nel libro “Migrazioni. La fine dell’Europa”, pubblicato dopo la sua morte, l’autore traccia “fuori dal coro” alcune ipotesi sulle cause del fenomeno migratorio, ricche di suggerimenti circa la prospettiva di lungo periodo per la soluzione del problema degli immigrati, che sta colpendo, quasi in modo esclusivo, i Paesi dell’Unione Europea.
”Un’ondata di migrazione – afferma Sieferle – di dimensioni che non hanno precedenti sta attualmente sommergendo l’Europa. Milioni di persone si mettono in viaggio dalle periferie del mondo per raggiungere la terra promessa”. I migranti provengono da Stati che circondano l’Europa e che sono al collasso, offrendo poche speranze alle loro giovani generazioni. A queste si aggiungono i migranti che provengono dai Paesi del “Vicino Oriente in cui infuria la guerra civile come da altre aree del Sud e dell’Asia Occidentale, fino al Bangladesh”.
I flussi migratori sono facilitati dal fatto che le barriere tradizionali, che nel passato trattenevano i migranti nei loro Paesi d’origine, sono venute meno, ma anche perché le popolazioni di questi ultimi sono caratterizzate da alti tassi di incremento. Secondo le Nazioni Unite, il XXI secolo sarà caratterizzato da una dinamica demografica che porterà l’Europa, nell’anno 2100, ad avere una popolazione pari solo al 5,7% di quella mondiale, mentre l’Africa, il continente più prossimo all’Europa, vedrà l’espansione dell’incidenza della propria popolazione su quella mondiale, sino a raggiungere il 40%. Inoltre, un quarto della popolazione europea ha oggi più di 60 anni, mentre quella africana si attesta intorno al 5%.
Ci si trova, afferma Sieferle, davanti ad una dinamica demografica epocale: “le popolazioni dei Paesi industrialmente sviluppati invecchiano e diminuiscono, mentre nei Paesi arretrati si assiste ad una drastica crescita demografica”. Tra le due opposte tendenze non esiste un “nesso causale”, nel senso che la popolazione dei Paesi arretrati non cresce perché quella dei Paesi economicamente avanzati diminuisce; si tratta di tendenze piuttosto legate imperscrutabilmente al fenomeno della trasformazione industriale dell’economia mondiale.
Qual è il “motore” reale che alimenta oggi la consistenza dei flussi migratori dai Paesi in via di sviluppo, ad alto tasso di incremento demografico, verso quelli sviluppati, con popolazione tendente ad invecchiare, oltre che a diminuire? Secondo Sieferle, alla domanda si può rispondere considerando lo “sviluppo del benessere relativo nel contesto globale”; in particolare, tenendo conto del fatto che la differenza di reddito tra i diversi Paesi è cresciuta profondamente dall’inizio del diciannovesimo secolo, raggiungendo la sua cuspide intorno al 1990. Si è trattato di un periodo in cui la disuguaglianza tra tutti i Paesi del mondo è cresciuta, approfondendosi progressivamente; mentre, a partire dal 1990, la differenza, con il sopraggiungere della globalizzazione, si è attenuata.
Perciò, della migrazione, la vera causa, secondo Sieferle, non è (a parte i Paesi afflitti da guerre e da altri disordini interni) “la povertà nelle aree di provenienza, ma l’esatto contrario”; ciò perché, con la diminuzione delle differenze negli standard di vita tra le regioni del mondo, avvenuta dopo il 1990 grazie alla maggiore informazione, buona parte della popolazione giovane dei Paesi in via di sviluppo è stata motivata, anche in virtù dei bassi costi di mobilità, a trovare conveniente l’emigrazione, per migliorare il proprio “benessere relativo”. La propensione ad emigrare è stata anche supportata dalla “differenza nel comportamento riproduttivo”, proprio delle popolazioni, rispettivamente dei Paesi economicamente avanzati e di quelli in via di sviluppo.
Nei primi, a causa della diminuzione del tasso di natalità, la struttura demografica ha teso ad avvicinarsi alla stazionarietà, mentre, nei secondi, l’alto tasso di natalità si è coniugato con uno sviluppo economico che non è stato sufficiente a soddisfare le aspettative delle giovani generazioni. Fino a quando le popolazioni versavano nell’arretratezza, esse tendevano naturalmente ad accettare il regime di sussistenza, essendo pressoché nulle le aspettative di poter migliorare in loco la qualità della loro vita, in quanto la povertà “faceva parte dello stato del loro mondo”; questa situazione di “equilibrio di povertà” nel senso di John Kenneth Galbraith, è venuta meno con la globalizzazione e con l’”effetto di dimostrazione” delle migliori condizioni di vita offerte dai Paesi nei quali maggiori erano i ritmi di crescita e di sviluppo. Lo scontento delle giovani generazioni nelle aree meno sviluppate, quindi, è salito quando nel loro “campo visivo”, attraverso i mezzi di comunicazione, sono entrate persone o Paesi il cui benessere risultava superiore a quello che poteva essere loro garantito nei luoghi di residenza.
La tensione tra aspettative ed esperienza – afferma Sieferle – è causa di malcontento che può manifestarsi in modi diversi; questa tensione, se interpretata sulla base del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Lealtà, defezione, protesta”, può dare luogo a risposte alternative all’interrogativo riguardante le modalità con cui un soggetto può reagire al verificarsi di una situazione insoddisfacente all’interno del suo contesto sociale.
Quando le aspettative individuali salgono, ma il livello di soddisfazione “non sta al passo”, un soggetto insoddisfatto può infatti reagire secondo le opzioni alternative di “exit” e “voice”; nel senso che egli può decidere di emigrare, per cercare un contesto migliore; oppure, può scegliere di “alzare la voce”, ovvero di protestare e trasformare l’insoddisfazione in conflitto politico. Il che genera flussi di migranti che si sentono “oppressi politicamente” per cui chiedono “asilo politico”, oppure chiedono di essere accolti in quanto “profughi di guerre civili.
Ne consegue che non esiste una differenza di principio, di solito evocata dai Paesi dell’Unione Europea, tra “migranti economici” e “migranti perché vittime di oppressioni politiche e di guerre civili”. I primi sono quelli che hanno optato per la “fuga” dal loro Paese d’origine per migrare verso Paesi nei quali sperano di poter fruire di condizioni economiche migliori, mentre coloro che scelgono di restare nel loro Paese, tentando di migliorare la loro condizione attraverso la protesta politica, finiscono coll’essere vittime dell’oppressione, o delle guerre civili; guerre in cui normalmente sfociano le proteste sociali all’interno dei contesti arretrati, dove vigono prevalenti le leggi ferree dell’equilibrio di povertà, che le condizioni dell’arretratezza comportano la sua rigida conservazione. L’insieme di tutte queste conseguenze finisce, in ultima analisi, col motivare anche gli “sconfitti in patria”, che originariamente avevano scelto di rimanere nel Paese natio, a trasformarsi in migranti, in qualità di “richiedenti asilo politico” o di “profughi di guerre civili”.
Tutto ciò rende chiaro quanto sia difficile – afferma Sieferle – ogni tentativo di distinguere le “cause di fuga” che spingono all’emigrazione; fino a quando permarrà un divario nella qualità della vita, tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati o in via di sviluppo, l’aspettativa di chi ha scelto l’opzione di rimanere in patria, nella prospettiva di poter migliorare il proprio livello di benessere attraverso la protesta sociale, non servirà ad allentare la pressione migratoria; anzi, al contrario, concorrerà ad aumentarla.
L’aumento della pressione migratoria, in assenza di un’azione internazionale volta ad affievolire, se non a rimuovere, le cause di fuga dei migranti dai loro Paesi, non ha solo implicazioni negative immediate sul piano economico, ma ne ha anche, nel lungo periodo, sul piano sociale; implicazioni, queste ultime, che comportano il pericolo che i Paesi maggiormente esposti alla pressione migratoria possano collassate. Le argomentazioni di Sieferle su questo punto meritano un’attenta riflessione.
Nel breve periodo, le ragioni dei migranti sono ovvie; essi tendono a trasferirsi in aree del mondo che, rispetto alla loro patria, offrono maggiori possibilità di riscatto; dal punto di vista economico – afferma Sieferle – “si comportano in modo assolutamente razionale, tentando di spuntare il prezzo più alto possibile per la merce che offrono, ovvero il loro lavoro, oppure, quando questo non è soddisfacente, cercando un sussidio offerto loro dallo Stato sociale nei Paesi d’arrivo”. Su questa base, però, i governi dei Paesi che “accolgono” i migranti devono chiedersi cosa essi realmente vogliono, ovvero se migliorare solo la loro condizione materiale, oppure anche la loro condizione sociale.
In genere, i migranti aspirano a migliorare entrambe queste condizioni, ma i governi, come solitamente avviene, possono soddisfare nel breve periodo solo le aspirazioni sul piano economico; poiché la condizione sociale può essere migliorata dopo un percorso lungo e difficoltoso, che non può essere portato a termine nel tempo di una generazione, è inevitabile che la crescente presenza della pressione migratoria causi il sorgere di problemi la cui soluzione, per i governo dei Paesi ospitanti, diventa problematica.
I migranti, prendendo coscienza delle difficoltà che impediscono loro di migliorare la condizione sociale, saranno vittime di un livello di insoddisfazione tale da spingerli a trovare “conforto” nell’integrazione in gruppi etnicamente e culturalmente omogenei, approfondendo questo tipo di integrazione attraverso una radicalizzazione ideologica del fallimento delle aspettative; la reazione a ciò – conclude Sieferle – sarà “la protesta in diverse varianti”, che non escludono il ricorso al terrorismo.
Inoltre, non è detto che anche la soluzione di breve periodo sia esente da pericoli per lo Stato che accoglie i migranti; il pericolo principale è costituito dal fatto che la gran massa degli immigrati è priva di qualifiche lavorative idonee a garantirle un salario, per cui è inevitabile che essi vadano alla ricerca di un sussidio sociale, nell’ambito del welafare esistente. Quest’ultimo, però, afferma Sieferle, “si basa, sostanzialmente, su solidarietà e fiducia all’interno di uno spazio determinato politicamente e individuato con precisione, cioè lo Stato nazionale”; una struttura politico-istituzionale messa in crisi, oltre che dalla globalizzazione, anche dalla richiesta crescente di prestazioni economiche da parte di un numero crescente di “nuovi venuti”, che trovano difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro.
La conseguenza sarà la rottura dell’”equilibrio del sistema sociale”, che gli establishment dominanti cercheranno di “tamponare”, per “guadagnare tempo”, non per risolvere il problema, ma, come sinora è accaduto, per conservare la loro posizione dominante. In conclusione, se la politica nei confronti del problema della migrazione non cambierà radicalmente, il rischio potrebbe essere la crisi dello Stato nazionale, non solo come Stato sociale, ma anche come Stato di Diritto.
Quale potrebbe essere una possibile soluzione del problema dei migranti, alternativa a quelle sinora sperimentate dai Paesi economicamente avanzati, maggiormente esposti agli effetti negativi di una crescente pressione migratoria, alimentata dai Paesi arretrati o in via di sviluppo? L’alternativa esiste, ma la sua attuazione richiede un impegno dei Paesi economicamente avanzati a cambiare radicalmente la loro posizione tradizionale nei confronti dei migranti.
Dovrà trattarsi di un impegno solidale, volto ad affievolire la propensione delle giovani generazioni dei Paesi arretrati o in via di sviluppo ad abbandonare la loro patria, attraverso una politica di sostegno economico, che offra la possibilità di realizzare all’interno dei Paesi d’origine le condizioni perché vengano soddisfatte le aspirazioni a migliorare la qualità della vita da un punto di vista economico ed anche da quello sociale.
Una politica di sostegno per il superamento dell’arretratezza, come quella indicata, richiede però che i Paesi che forniranno i mezzi necessari, non si limitino a finanziare i trasferimenti internazionali, ma concorrano anche a pacificare al loro interno e a “bene ordinare”, nel senso di John Rawls, i Paesi che ricevono i trasferimenti, disponendoli ad accettare alcune regole idonee ad aprirli alla tolleranza ed alla democrazia.
Un simile impegno da parte dei Paesi avanzati va forse al di là dei loro “interessi” attuali, ma il ritardo col quale decideranno di assumerlo potrebbe condurli a dovere affrontare minacce ben più gravi di quelle derivanti dalla politica poco razionale sinora privilegiata.

Un medico piemontese e le condizioni demografiche della Sardegna

Plazza

Di recente, il Centro di Studi Filologici Sardi ha pubblicato un volume, recante il contenuto di un manoscritto che recenti ricerche sulla Sardegna del ‘700 hanno individuato presso l’Archivio di Stato di Torino, intitolato: “Riflessioni intorno ad alcuni mezzi per rendere migliore l’isola di Sardegna”. Solo di recente, lo storico Piero Sanna ha stabilito, con “ragionevole attendibilità”, che il manoscritto è opera del chirurgo piemontese Michele Antonio Plazza, redatto nella seconda metà del 1754. Il manoscritto è oggi offerto al pubblico, per iniziativa del Centro di Studi Filologici Sardi, preceduto da due saggi introduttivi di Carlo Nonnoi e di Carlo Mulas.

Il primo, docente di Storia della scienza e Storia delle filosofia moderna alla Facoltà di studi umanistici dell’Università di Cagliari, inquadra l’impegno politico e culturale che ha caratterizzato l’attività svolta dal Plazza in Sardegna, inserendo tale impegno nella corrente dei movimenti innovatori che, sul piano scientifico, hanno caratterizzato il XVIII secolo; il secondo, Carlo Mulas, dottorando in Storia della scienza presso il Dipartimento di Storia, Beni culturali e Territorio dell’Università degli studi di Cagliari, quasi a completamento della narrazione di Nonnoi, insiste sui due “mali endemici” dell’Isola, la bassa densità demografica e lo stato insalubre del territorio isolano, rispetto ai quali si deve principalmente l’interesse che rivestono le “Riflessioni” del Plazza.

Dalla lettura del saggio di Nonnoi emerge come il dominio sabaudo nel corso del XVIII secolo non sia stato così oscurantista come vorrebbe l’immaginario collettivo. Sicuramente, se da parte dei governi del Regno piemontese ci sono stati momenti di attenzione per i problemi dell’Isola, non è certo per un’apertura umanitaria dell’aristocrazia sabauda nei confronti dei problemi che maggiormente affliggevano le comunità isolane; tuttavia, sebbene l’attenzione sia stata prevalentemente determinata da convenienze esclusive dei piemontesi, non si poteva trascurare il fatto che lo “sfruttamento” della Sardigna rendeva necessario il miglioramento delle sue critiche condizioni demografiche ed ambientali. In questa prospettiva, va considerata l’azione di governo del Conte Giovanni Battista Lorenzo Bogino, ministro per gli affari di Sardegna per conto di Carlo Emanuele III; Bogino è stato autore di iniziative di stampo illuministico, sia dal punto di vista amministrativo, che da quello economico, riordinando le amministrazioni locali, al fine di ridimensionare il potere delle oligarchie e di rinnovare la ripartizione tributaria tra le genti dei vari luoghi isolani. All’attività rinnovatrice e di governo del Conte Bogino è da ricondursi una parte importante dell’attività di studio delle condizioni precarie di vita in cui versava la popolazione dell’intera regione.

Michele Antonio Plazza, nato nel 1720 a Villafraca, in Piemonte, è giunto a Cagliari, racconta Nonnoi, per la prima volta nel 1748, al seguito di Giulio Cesare Gandolfi (o Gandolfo), nominato in quell’anno arcivescovo della capitale del regno, in qualità di chirurgo personale del prelato; il Plazza, dopo essere rimasto in Sardegna fino all’agosto del 1751, si è trasferito in Francia, per perfezionare le sue competenze di medico-chirurgo, rientrando in Sardegna alla fine del 1754; dopo essersi allontanato per rientrare a Torino, è tornato a Cagliari nel 1759, dove è rimasto per il resto della vita, morendo all’inizio del 1791.

Sin dal primo momento del suo trasferimento a Cagliari, il Plazza, a margine degli impegni sanitari – narra Nonnoi – “incomincia a rivolgere lo sguardo verso le produzioni naturali dell’Isola, in particolare su quelle botaniche, riproponendosi di organizzare a tempo debito delle esplorazioni naturalistiche più sistematiche e mirate […]. Questo tipo di ricognizioni segue, sin dall’inizio, un tracciato nel quale una linea sistematica si sovrappone continuamente ad una linea economico-utilitaristica e viceversa”. Dopo il suo rientro a Cagliari dal soggiorno francese, il Plazza, associa all’interesse per la botanica associa quello dello studio “del territorio dell’Isola con una coscienziosità ed una perizia del tutto rinnovate ed ampliate”, per via di un migliorato profilo professionale e culturale, acquisti durante i suoi trascorsi in suolo francese e i soggiorni torinesi.

Le migliorate qualità professionali hanno consentito al Plazza di aumentare il “peso” della sua presenza in Sardegna, allorché, dopo la fine della Guerra di successione austriaca (1740-1748), il governo sabaudo ha deciso “di dare seguito – afferma Nonnoi – ad una serie di provvedimenti politici ed economici tra loro coordinati, finalizzati all’avvio di un processo di maggiore integrazione dei territori insulari del regno con quelli di terraferma”.

La realizzazione di questo disegno è stata assegnata al Bogino, il quale, nella fase preparatoria degli interventi futuri ha privilegiato un’attività ricognitiva e documentale, indirizzata “a raccogliere la maggiore quantità possibile di informazioni e di dati attendibili sull’Isola”. E’ alla realizzazione di questo disegno che vanno ricondotte le numerose relazioni e i diversi progetti elaborati con riferimento al territorio isolano; dell’insieme di queste relazioni e progetti fanno parte le “Riflessioni” che il Plazza ha redatto tra il 1755 e il 1756.

Tra le questioni sulle quali il medico-chirurgp si sofferma, quelle riguardanti la consistenza e la condizione sanitaria della popolazione isolana rivestono il maggiore interesse, “perché si focalizzano sull’annoso ed endemico deficit demografico dell’Isola”. All’epoca – osserva Nonnoi – tra popolazione e territorio “si assumeva dovesse sussistere una regola aurea, un rapporto ideale, ancorché soggetto a specifiche variabili locali, per cui l’eccesso di popolazione, tanto quanto la sua carenza, erano considerati fattori capaci di incidere in maniera determinante sulla floridità e sulla solidità di uno Stato”. La popolazione sarda, che mai era stata consistente nel corso della storia, nei primi decenni del XVIII secolo registrava alcune evidenze positive della “rivoluzione demografica” che caratterizzava a livello generale il secolo, anche se in termini non sufficienti a riequilibrare il rapporto tra popolazione e territorio.

Del Plazza, per quanto non fosse un economista, né un demografo, diversi elementi mettono in evidenza che, sebbene fosse consapevole – afferma Nonnoi – che l’”orientamento popolazionista” (al quale venivano attribuite tutte le conseguenze e le implicazioni espresse in termini di “aritmetica e di geometria politica”) non era sufficiente a spiegare, oltre che il ritardo sulla via dello sviluppo economico dell’Isola, anche le ragioni per cui la Sardegna fosse così scarsamente popolata e perché fallissero i tentativi di “incrementare la popolazione ricorrendo ad apporti allogeni”; ciò in quanto, secondo il Plazza, ogni tentativo di colonizzazione era destinato a sicuro fallimento, se prima non fossero state eliminate le diverse cause endogene che già di per sé impedivano la crescita della popolazione locale.

Solo rimuovendo le cause endogene, affermava il Plazza, opportune politiche di immigrazione e di sviluppo potevano produrre effetti positivi. Viene fatto di osservare, che il Plazza era molto più consapevole di molti osservatori contemporanei, che anche oggi, vittime dell’”approccio popolazionista”, a proposito del ritardo della Sardegna sulla via della crescita e dello sviluppo, pensano (mutatis mutandi) di poter favorire il superamento dell’arretratezza dell’Isola attraverso l’immissione di immigrati laboriosi; trascurando così che anche la presunta laboriosità di questi ultimi è destinata a non produrre effetto alcuno, sin tanto che perdurano le cause endogene che concorrono a conservare la Sardegna bloccata al suo stato di economia arretrata.

Giustamente, Nonnoi rileva che l’approccio del Plazza al problema demografico della Sardegna era “straordinariamente moderno, non solo nel metodo, ma anche per gli strumenti conoscitivi di cui egli si avvale per mettere a fuoco la reale portata del fenomeno”. I rilievi condotti dal medico-chirurgo piemontese lo hanno condotto ad evidenziare che gli elementi strutturali alla base della bassa consistenza della popolazione sarda erano da ricondursi alla insalubrità del territorio e che le linee guida per risolvere il problema demografico dell’Isola dovevano tener conto della necessità di migliorare le condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari, nonché gli stili di vita della popolazione autoctona.

Al riguardo – a parere di Nonnoi – particolarmente “centrate e argomentate sono le pagine dedicate alle due componenti che, da un punto di vista strettamente sanitario, nelle Riflessioni vengono individuate come capaci di incidere in modo strutturale sull’andamento tendenzialmente stazionario della popolazione sarda: ovverosia l’inconsistente stato della sanità isolana e la cosiddetta sardoa intemperie”. A quest’ultima espressione veniva associato un insieme di sintomi negativi, imputabili alla morbosità dell’aria, che avevano l’effetto di compromettere lo stato di salute delle persone. Allo “schema aerista” – osserva Nonnoi -, nel quale si intrecciavano diversi elementi dottrinari di “derivazione aristotelica e ippocratica”, non ha aderito Michele Antonio Plazza, il quale, optando per spiegazioni più razionali (basate su un moderno metodo di analisi che si era affermato all’inizio del secolo), circa l’insalubrità del territorio, assumeva che la causa primaria della “mala aria” fosse da ricondursi all’agente patogeno “plasmodium malariae”, veicolato dalle ”anopheles”, che avevano nelle zone umide il loro habitat naturale.

Il risanamento del territorio veniva perciò individuato dal Plazza nell’attuazione di una politica sanitaria svolta a deradicare la malaria o le malattie causate dalle “anopheles”. A tal fine, nell’attesa dei provvedimenti pubblici utili a realizzare le necessarie bonifiche dei luoghi infestati dagli insetti nocivi, la proposta formulata dal Plazza nelle “Riflessioni” consisteva in un radicale rinnovamento di una parte del corpo accademico isolano, con l’istituzione di cattedre che fossero risultate utili per la salute degli abitanti dell’Isola. La proposta del Plazza, però, pur trovando il favore dei funzionari regi presenti nell’Isola, non era condivisa “dalla fragile ma reattiva classe medica e accademica locale, la quale tuttavia non ebbe la forza di impedire che le ipotesi riformatrici del Plazza trovassero, seppur per gradi e non nella loro interezza, una concreta attuazione”. Ad ogni buon conto, la proposta del Plazza è stata solo parzialmente accolta, con l’istituzione a Cagliari di una cattedra di chirurgia; fatto, questo, che si inquadrava – afferma Nonnoi – “all’interno dell’indirizzo popolazionista che si era venuto affermando definitivamente: la conservazione della popolazione sarda”.

Il Plazza si è rivelato così uno dei pochi intellettuali d’origine esterna che, dopo la presa di possesso dell’Isola da parte dei Savoia, hanno preso a cuore le sorti della popolazione isolana; il suo impegno per modernizzare la cultura sanitaria regionale gli è valsa la possibilità di divenire “una sorta di supervisore e insieme un vero e proprio dominus dell’intero sistema sanitario del Capo di Cagliari” e il titolare della cattedra di chirurgia appena istituita; con ciò non si può certo dire che i Savoia si siano sufficientemente impegnati a sconfiggere il male endemico della malaria che, da sempre, affliggeva la popolazione isolana.

Sarà solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale che la lotta contro la “mala aria” sarà intrapresa con l’attuazione di un’intensa campagna da parte dell’Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna (ERLAAS), con il contributo della United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), della Economic Cooeration Administration (ECA) e della Rockfeller Foundation.

La lotta ha avuto un parziale successo, perché l’obiettivo è stato individuato nella deradicazione del vettore delle malattie (l’anophele) e non in quello della rimozione delle cause che le determinavano (le paludi). A tal fine, sarebbe stato necessario una cura del territorio e una messa in stato di sicurezza dello stesso; interventi prioritari, questi, che sono del tutto mancati, a causa delle scelte effettuate in fatto di politica di crescita e sviluppo. Queste scelte, nel lungo periodo, hanno riproposto il problema della conservazione della consistenza della popolazione regionale. Non casualmente, la popolazione attuale della Sardegna è in calo, per via dell’emigrazione di gran parte della propria popolazione giovanile, causata dalla carenza di opportunità lavorative e, conseguentemente, dal fatto che il tasso di natalità da tempo stia registrando valori inferiori a quello di mortalità.

Il Plazza, intellettuale “invasore piemontese”, aveva indicato quali fossero gli interventi prioritari per conservare la consistenza e la qualità della popolazione regionale; ma oggi, i governanti autoctoni, come allora, i governanti regi, hanno preferito optare per la cura dei sintomi che determinano il “malessere” della popolazione (le malattie nel Settecento e la disoccupazione all’inizio della seconda metà del Novecento) e non già per la rimozione della loro causa (le bonifiche, allora, e la creazione di opportunità occupazionali, oggi). Povera Sardegna, per un motivo o per un altro, non riesce acquisire una consistenza ed una qualità della propria demografia, adatte alle sue condizioni territoriali e alle sue potenzialità di crescita, se non ricorrendo a reiterati tentativi di importare elementi allogeni destinati a fallire.

Gianfranco Sabattini

La flat tax e i suoi presunti effetti positivi

flatFrancesco Forte, già docente di Scienza delle finanze all’Università di Torino, in un piccolo libro dal titolo “Tutta la verità sulla flat tax”, spiega perché, a suo parere, un’”imposta piatta”, uguale per tutti sul reddito delle persone fisiche (ad esempio, del 23%), oltre a scoraggiare l’evasione fiscale, per via della diminuzione dell’aliquota d’imposta, farebbe aumentare gli investimenti e l’occupazione e, conseguentemente, il prodotto interno lordo del Paese e il gettito fiscale.

La flat tax, in percentuale uguale per tutti i contribuenti, è un’imposta proporzionale e non progressiva, cosicché il gettito all’erario aumenta proporzionalmente all’aumentare del reddito. I presunti vantaggi attesi dall’introduzione di una flat tax nel sistema fiscale italiano sono diventati materia di dibattito e di confronto politico in occasione della campagna propagandistica che ha preceduto l’ultima consultazione elettorale e l’istituzione dell’”imposta piatta” motivo di impegno programmatico da parte dei partiti della destra. Il problema dell’istituzione di una flat tax in Italia era stato però oggetto di discussione già negli anni passati.

Nel suo libro, Forte ricorda che, a livello teorico, la flat tax è stata ideata da Milton Friedman nel 1958, quindi ripresa “negli anni Ottanta da due economisti americani, Robert Hall e Alvin Rabushka, in uno scritto che fu fatto conoscere in Italia dall’economista liberale Antonio Martino”, mediante un volume edito dal Centro Ricerche Economiche Applicate.

In particolare, nel 1981, Rabushka – come ricorda Eugenio Occorsio, in “Alvin Rabushka il ‘profeta’ della flat tax che ispira Lega e Fi” (Affari & Finanza” di Repubblica del 26 febbraio 2018) – “in quel momento membro della Tax Policy Task Force voluta da Reagan, pubblicò un articolo abbastanza rivoluzionario sul Wall Street Journal. Titolo: The route to the flat tax”.

Successivamente, come lo stesso Rabushka racconta nell’intervista telefonica concessa ad Occorsio, egli è venuto a Roma ospite di Francesco Martino, in occasione della sua partecipazione a un convegno organizzato dalla Luiss, per discutere sulla novità della flat tax. Qualche anno più tardi, Martino ha portato Rabushka ad incontrare Berlusconi, col quale lo studiosi americano ha intrattenuto stretti rapporti per tutto il tempo in cui è durata l’esperienza politica di Forza Italia. Non casualmente, quindi, la prima proposta politica di introdurre una flat tax in Italia è stata fatta da Belusconi, includendola nel suo programma economico in occasione della sua decisione di “scendere in campo”; proposta che, però, non ha avuto seguito.

L’idea di Rabushka si è lentamente accreditata nei primi anni Duemila presso molti Paesi, non particolarmente avanzati sul piano economico; i casi più noti sono quelli di Russia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina, Georgia e Romania. La motivazione principale a sostegno dell’introduzione della flat tax è stata che, per suo tramite, sarebbe stato possibile aumentare le entrate fiscali, soprattutto per via della presunta diminuzione spontanea dell’evasione. Su questo punto, la maggior parte degli economisti è però del parere che sia molto difficile pareggiare in maniera automatica gli effetti dell’abbassamento delle aliquote con la lotta contro l’evasione fiscale, soprattutto in Paesi moderni e sviluppati, che dispongono già di efficaci strumenti per contrastare l’evasione.

In Italia, dopo il nulla di fatto seguito alla prima proposta del governo di Berlusconi, nel 2005, il tema della flat tax è stato ripreso dai Radicali Italiani di Marco Pannella, con la proposta di introdurre un’”imposta piatta” al 20%; nel 2008, la Destra – Fiamma Tricolore, guidata da Daniela Santanchè, ha avanzato l’idea di introdurre una flat tax sul reddito al 20%, comune a persone fisiche e giuridiche. Nel 2012, il Popolo della Libertà ha predisposto uno studio per valutare l’opportunità di introdurre una flat tax al 23%; proposta, quest’ultima, confluita nel libro dell’economista Emanuele Canegrati “Una flat-tax per l’Italia”, con prefazione di Alvin Rabushka e con un contributo di Kurt Leube, entrambi questi ultimi della Stanford University. La proposta prevedeva l’introduzione di una tassa proporzionale al 23%, che poteva scendere fin sotto la soglia del 20% se la previsione circa la diminuzione dell’evasione si fosse verificata, ma con una detrazione elevata e crescente all’aumentare del numero delle persone a carico.

Nel 2015, lo stesso Francesco Forte, assieme a Domenico Guardabascio, ha presentato una proposta di flat tax del 22%, affiancata da addizionali locali del 3% al di sopra di un certo importo di reddito; in questo modo, secondo Forte e Guradabascio, sarebbe stato possibile armonizzare la flat tax globale del 25% con l’imposta sulle società e con quella sulle rendite finanziarie. Nel 2016, Armando Siri, in “Flat tax. La rivoluzione fiscale è possibile”, ha presentato per conto della Lega un’articolata proposta di flat tax con aliquota del 15%, con una notevole perdita in termini di gettito fiscale cui si sarebbe fatto fronte con misure straordinarie e ordinarie. Nel 2017, l’Istituto Bruno Leoni, un think tank economico di idee liberali, ha presentato una proposta di flat tax del 25%, con “una deduzione di base di sette mila euro per nuclei familiari con un solo adulto aumentata per nuclei con due adulti o diverse caratteristiche comprendente tutti i redditi tassati attualmente con cedolari secche e con la deduzione di specifiche spese di produzione del reddito di lavoro dipendente e integrazione del reddito degli incapienti, con un costo di 4 punti del PIL da recuperare con un’equivalente riduzione della spesa pubblica”.

Infine, nell’autunno del 2017, in previsione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, la flat tax è entrata nei programmi dei partiti delle destra, secondo due diverse declinazioni da Lega e Forza Italia; con una flat tax, rispettivamente del 15% e del 23&. Entrambe le formazioni politiche hanno potuto sostenere che, con l’innovazione fiscale da loro proposta diverrebbe possibile aumentare la crescita e l’occupazione attraverso una più equa distribuzione del carico fiscale e la realizzazione dell’equilibrio del bilancio statale con lo scoraggiamento dell’evasione.

L’aumento della crescita e dell’occupazione sarebbe determinato dal fatto che la flat tax ridurrebbe in sostanza l’asprezza dell’imposta sul reddito delle persone fisiche; sostituendo l’Irpef, che è un’imposta progressiva per lo più gravante sui redditi da lavoro, la flat tax farebbe diminuire il costo della forza lavoro occupata dalle imprese, motivandole in questo modo ad espandere la loro produzione e, di conseguenza, a favorire l’aumento del PIL. Gli effetti positivi dell’introduzione della flat tax non saranno immediati, ma gli eventuali squilibri del bilancio pubblico potranno essere compensati, nei primi anni, dalla minore evasione. Ciò perché, a parere di Forte, i molti “contribuenti che evadono quando le aliquote sono elevate, non lo fanno se sono moderate”. Inoltre, con la semplificazione del sistema fiscale, reso possibile dall’introduzione della flat tax, il fisco avrà “più mezzi per cercare chi evade”, mentre “una parte dei contribuenti che hanno redditi all’estero potrebbe decidere di rientrare”.

Col tempo, perciò, sarà inevitabile assistere, secondo Forte, al dispiegarsi degli effetti positivi della flat tax, “in termini di gettito e di occupazione dovuti alle nuove iniziative, derivanti cioè dalla convenienza della minore tassazione”. In ogni caso, a parere di Forte, in un Paese come l’Italia, “con un alto debito pubblico e regole di bilancio di conteniemento del deficit che servono a ridurlo, la flat tax dovrà avere un’attuazione graduale, senza danni per i conti pubblici con un programma predefinito, così da generare subito un orizzonte tributario favorevole alla produzione del reddito e dell’occupazione”.

Molte sono, però, le critiche e i dubbi circa la possibilità di introdurre un’innovazione fiscale qual è quella che dovrebbe essere realizzata con la flat tax. Innanzitutto vi è chi considera l’”imposta piatta” incostituzionale. Da più parti si sostiene, infatti, che all’articolo 53 la Costituzione sancisce che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, nel senso che chi ha redditi più alti deve pagare le imposte in maniera più che proporzionale rispetto a chi fruisce di redditi minori. I proponenti della flat tax ribattono alla critica dell’incostituzionalità delle loro proposta sostenendo che la Costituzione prevede un sistema “complessivamente progressivo”, mentre le singole imposte possono non esserlo.

Inoltre, anche la motivazione fondata sullo scoraggiamento dell’evasione è considerata molto irrealistica, in quanto la flat tax avrebbe scarsi effetti sul contenimento del fenomeno. Ciò perché andrebbe a colpire una platea di contribuenti che è, per circa il 90%, costituita da lavoratori dipendenti e pensionati, ovvero di contribuenti che non possono evadere, visto che hanno le trattenute effettuate direttamente alla fonte; quindi i presunti vantaggi attesi da una diminuzione dell’evasione sarebbero molto incerti.

Anche i sostenitori della flat tax, come i membri dell’Istituto Bruno Leoni, che pure la ritengono praticabile, criticano le aspettative fondate su una diminuzione dell’evasione fiscale; essi hanno definito la proposta dei partiti della destra non credibile, in quanto carente sotto il profilo delle coperture e delle visione più generale del sistema fiscale. I membri dell’Istituto, infatti, sostengono che la riforma del sistema fiscale, determinata dall’introduzione di una flat tax, avrebbe un costo annuo che l’Italia non sarebbe in grado di sopportare, mentre i responsabili dei partiti di destra sostengono che l’introduzione di una flat tax nelle misura da loro proposta si “ripagherebbe da sola”, attraverso il ricupero dell’imponibile che si sottrae all’obbligo fiscale per via dell’alto livello della tassazione.

A parte la mancata dimostrazione della certezza della minore evasione, è lo stesso Alvin Rabushka ad indicare nell’intervista concessa ad Occorsio le difficoltà di introdurre in Italia una flat tax. Il professore di Stanford, pur osservando che i dubbi sugli effetti positivi attesi dall’introduzione di una flat tax possono essere fugati solo con la sperimentazione, ha modo di affermare che in Italia la sperimentazione andrebbe incontro ad un problema difficile da risolvere: a causa della consistenza dell’evasione e della complessità del sistema fiscale, “stando ai nostri studi – conclude Rabushka -, sfugge alla contabilità ufficiale un quarto del PIL italiano”. Serve uno sforzo fortissimo e determinato, perché se il sistema fiscale è complesso e “complicato” non si sa da dove cominciare. Per il raggiungimento di tale obiettivo quanto tempo occorre e a quale costo? A questi interrogativo, coloro che propongono la flat tax hanno sinora mancato di dare precise risposte.

Gianfranco Sabattini