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Gianfranco Sabattini

Trumponomics. Costi e benefici politici e finanziari

trumponomicsL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si è trasformata in fonte di preoccupazione per la capacità di tenuta dell’ordine globale, per via della presunta inesperienza del nuovo Presidente in fatto di attività politica e diplomatica. Secondo una linea di pensiero ormai largamente accreditata, la sua affermazione politica ha tratto origine da problemi che da tempo agitavano la società americana, riconducibili principalmente alla crisi economica dei vecchi Stati federati industrializzati, all’approfondirsi delle disuguaglianze distributive e allo scontento popolare rispetto ad un establishment accusato di non aver capito il precario stato esistenziale dei cosiddetti “cittadini dimenticati” (forgotten men).
L’elezione di Trump è stata caratterizzata da una campagna elettorale, nel corso della quale i candidati, a parere di Allen Sinai, capo economista della società americana di consulenza economica e finanziaria “Decision Economics”, ”hanno dedicato gran parte del tempo a criticarsi e attaccarsi reciprocamente, riservando pertanto scarsa attenzione alle problematiche sociali ed economiche”. Se si considera il “peso”, sebbene ridimensionato rispetto al passato, dell’economia degli USA sul resto dell’economia mondiale, diventano plausibili le domande che lo stesso Allen Sinai formula nell’articolo “Trumponomics: benefici e costi”, apparso sul n. 75/2016 di “Apenia”: “Riuscirà l’economia americana a crescere più rapidamente e rafforzarsi, pur adottando politiche protezionistiche in materia di commercio e immigrazione? Quali saranno gli effetti del cambiamento sull’economia americana e globale? Ci si aspetta un futuro migliore o peggiore?”. Il probabile programma, che è dato presumere sarà portato in attuazione dal nuovo Presidente e che Allen Sinai definisce, per via della sua specificità, col termine di “Trumponomics”, presuppone una notevole attività legislativa, destinata a produrre rilevanti effetti sui mercati finanziari e sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sull’economia del resto del mondo.
In particolare, a parere di Allen Sinai, un preventivo atto della nuova amministrazione sarà la deregolamentazione, per lo “smantellamento” di ciò che è stato legiferato dalla precedente amministrazione in campo sanitario e, soprattutto, in campo finanziario con il “Dodd-Frank Act”, la legge di riforma di Wall Street, introdotta per promuovere una più stretta e completa regolazione dei mercati finanziari a tutela dei consumatori e del sistema economico statunitensi. Gli obiettivi della riforma erano quelli di scoraggiare la creazione di nuove bolle, come quella che ha portato alla crisi dei mutui subprime, aumentando la tutela dei risparmiatori americani e promuovendo una maggiore trasparenza nei diversi mercati finanziari. La regola che, con maggior probabilità, sarà eliminata è la “Volcher-rule“, dal nome del suo ideatore, l’economista statunitense Paul Adolph Volcker, consistente in un insieme di disposizioni, inquadrate all’interno della riforma “Dodd-Frank”, limitanti l’attività speculativa delle banche attraverso una più rigida separazione dell’attività di intermediazione da quella d’investimento, allo scopo di rendere più stabile il sistema creditizio.
La separazione delle operazioni di intermediazione da quelle d’investimento era già stata introdotta nel 1933, dopo la Grande Depressione 1929/1932, con il “Glass-Steagall Act”, ma il settore bancario, a partire dagli anni Ottanta, ha incominciato a premere perché il Congresso lo abolisse; l’abrogazione è avvenuta nel 1999, con il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che ha consentito la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, potevano conciliare l’esercizio, sia dell’attività d’intermediazione tradizionale, che quella d’investimento. A parere di Allen Sinai, la riforma della legge Gramm-Leach-Bliley non dovrebbe significare un ritorno alla Glass-Steagall, ma solo l’introduzione di barriere che impediscano ai risparmi dei depositanti, affidati al sistema bancario, di essere gestiti “in modo sicuro” e di non essere destinati a finanziare attività speculative. La modifica di molte misure della Dodd-Frank, insomma, sarà “di buon auspicio per le banche e per il sistema bancario, e quindi per l’intermediazione finanziaria e la spesa ad essa collegata”.
La nuova disciplina bancaria sarà quasi sicuramente orientata a promuovere una crescita reale dell’economia statunitense, affrancata da “un approccio mercantilista”, che dovrebbe consentire di porre “fine a una stagnazione secolare”; le stime suggeriscono – afferma Allen Sinai – una crescita economica reale che, nell’arco di tempo tra la seconda metà del 2017 e la fine del 2019, dovrebbe essere compresa “in un intervallo fra 2,75% e 3,5%”. Il rafforzamento della crescita negli Stati Uniti avrà quasi certamente un impatto positivo su gran parte dell’economia globale; ciò perché le attività produttive del resto del mondo che esportano negli Stati Uniti potranno trarre considerevoli vantaggi dall’aumento dei consumi e degli investimenti indotti dalla crescita interna dell’America.
Il principale interrogativo che solleva la Trumponomics è se la politica economica interna dell’America sarà positiva o negativa per il futuro. La risposta all’interrogativo passa attraverso la considerazione di ciò che potrebbe ostacolare l’attuazione del programma della futura amministrazione americana. Al riguardo, i dubbi riguardano, da un lato, il fatto che nell’agenda politica di Trump sia stata esclusa ogni considerazione relativa alle disparità esistenti negli USA in termini di reddito, di ricchezza e di istruzione; dall’altro lato, l’incertezza connessa all’attuazione della politica estera che Trump in sede pre-elettorale si è impegnato ad attuare.
Non ostante le previsioni di crescita, la Trunponomics sembra andare incontro ad un aumento delle disuguaglianze, sebbene uno dei motivi del successo elettorale del neo Presidente vada identificato nella protesta contro il loro approfondimento ed il loro allargamento. Il problema dovrà essere necessariamente affrontato, se la nuova amministrazione vorrà evitare possibili reazioni popolari che potrebbero causare ostacoli imprevisti all’attuazione della politica interna. Ancora più preoccupanti sono le possibili sorprese che potrebbero nascere dalla politica estera annunciata da Trump durante la campagna elettorale, soprattutto quella che il nuovo Presidente si è impegnato ad attuare nei confronti dei Paesi europei, partner tradizionali nell’organizzazione e nella gestione, attraverso la NATO, della collaborazione interatlantica nella difesa comune.
Su quest’ultimo punto, a parere di John Hulsman, presidente e cofondatore della società americana di consulenza per la gestione del rischio politico-economico “John C. Hulsman Enterprise” (“La fine dell’epoca atlantica”, “Aspenia n. 75/2016), Trump dovrà “sfumare” le critiche pre-elettorali lanciate contro i partner europei; ciò perché, se è vero che essi non “pagano abbastanza” per la difesa comune e possono sussidiare generosi “Stati sociali grazie ai sacrifici del contribuente americano”, è altrettanto vero che l’affezione dei Paesi europei all’America conta molto più dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Su questo punto, è indubbio che le cifre del 2015, afferma Hulsman, forniscano seri motivi di lamentela da parte dell’America; pur essendosi impegnati per iscritto “a dedicare il 2% del PIL alle spese per la difesa, solo 5 Stati membri della NATO su 28 hanno centrato questo modesto obiettivo (Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Grecia e Polonia). L’America è di gran lunga quella che spende di più (3,6% del PIL), coprendo con il suo contributo un insostenibile 72% del bilancio annuale della NATO”.
Per evitare crisi irreversibili sul piano della difesa imteratlantica, a parere di Hulsman, l’Europa deve convincersi di non essere più centrale come un tempo per l’America e che “se vuole rinnovare la sua polizza sulla vita, deve pagare il premio in termini di maggiori spese per la difesa, per evitare che l’opinione pubblica americana volti le spalle alla NATO”. Tenuto conto della possibile crisi cui potrebbe andare incontro l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, perciò, Hulsman ritiene che Trump, nel dare corso alla sua politica estera, debba tener conto, in primo luogo del fatto che la sua politica potrebbe fallire se non dovesse considerare l’importanza dell’Europa nella nuova realtà strategica esistente a livello globale; in secondo luogo, che America ed Europa possono avere temporaneamente interessi divergenti, ma che le disparità di vedute sono per lo più riconducibili al fatto che l’Europa, nella fase attuale, è totalmente impegnata nel compimento dello sforzo richiesto per il superamento degli effetti della Grande Recessione.
Tuttavia, dal canto suo, l’Europa dovrà prendere atto, a parere di Hulsman, che non le sarà più consentito di “guardare il mondo, attraverso lenti transatlantiche”. Nell’articolo “La solitudine europea”, pubblicato su “Aspenia” n. 75/2026, Mark Leonard, direttore dello “European Council of Foreign Relations”, afferma che gli europei dovranno “guardare il mondo con occhi diversi” e approfittare dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca per mettersi nella condizione di fare fronte alle sue possibili scelte in fatto di politica estera. Innanzitutto i Paesi Europei dovrebbero tentare di rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati Uniti; in particolare, dovrebbero “trovare un accordo su politiche comuni quali sicurezza, politica estera, migrazioni ed economia”; in secondo luogo, dovrebbero prendere iniziative comuni per costruire alleanze con altri Paesi, non per inaugurare una politica estera concorrente rispetto a quella di Trump, ma per non risultare subalterni nella gestione delle relazioni con la Russia e la Cina.
Infine, secondo Leonard, l’Europa dovrebbe “cominciare a investire nella sua sicurezza. […] Pur essendo razionalmente chiaro che 500 milioni di europei non possono più delegare la loro sicurezza a 300 milioni di statunitensi”, l’Unione Europea dovrà prendere atto di aver fatto sinora molto poco “per coprire il divario tra le sue necessità e le sue capacità di difesa”. In ogni caso, pur in presenza di un maggior impegno europeo sul fronte delle relazioni con altri Paesi e su quello della difesa, gli Stati dell’Unione dovranno “lasciare aperta la porta della cooperazione transatlantica”, ricordando che l’alleanza ha “spesso salvato l’Europa da se stessa” e che può ancora continuare a salvarla, liberandola dalla paura dei “fantasmi” del passato, che ancora affliggono alcuni di loro, trasformando le paure in ostacoli sulla via del completamento del processo di unificazione politica.
Infine, i Paesi membri dell’Unione dovrebbero convincersi che la difesa dei loro interessi a fronte delle possibili scelte di politica internazionale di Trumpo, potrà essere meglio perseguita se la relazione transatlantica poggerà sui due pilastri delle contrapposte sponde dell’Atlantico. Quella europea sarà, sicuramente, un’agenda politica molto difficile ed impegnativa da attuare; innanzitutto perché i Paesi membri saranno chiamati a riflettere, più di quanto non abbiano sinora fatto, sul come favorire la crescita economica, attraverso un riesame critico della politica di austerità; in secondo luogo, perché dovranno far fronte ad alcune inevitabili richieste espresse dalla protesta popolare dei movimenti nazional-populisti; in terzo luogo, perché quelli che, fra i Paesi membri, valutano positivamente l’elezione di Trump, dovranno rendersi conto che i loro interessi potranno essere meglio tutelati attraverso un approfondimento dell’unione politica, piuttosto che con azioni condotte in ordine sparso.
Se l’Europa saprà dare risposte positive alle possibili conseguenze delle scelte di Trump in fatto di politica estera, si potrà ben dire, parafrasando alcuni slogan elettorali di Trump, che i Paesi membri dell’Unione torneranno a considerare prioritari gli interessi comuni europei (Europe first), per rifare di nuovo grande l’Europa (to make Europe great again).

Gianfranco Sabattini

Riconversione culturale e soppressione della “proprietà privante”

ugo matteiDopo il “Manifesto” sui “Beni comuni”, Ugo Mattei torna sempre, per i tipi di Laterza, su un tema a lui caro, con la pubblicazione, nella collana “Idola”, di un nuovo saggio, dal titolo “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!”. Il saggio non si discosta nella sostanza dal “Manifesto”, almeno nelle conclusioni, mentre il corpo centrale dell’analisi è costituito dalla critica che Mattei effettua del rapporto, largamente condiviso dalla cultura moderna dell’Occidente, tra proprietà e libertà.
Al riguardo, Mattei ritiene che la liberazione dell’umanità dai ceppi del “terribile diritto” debba essere “unicamente lo studio giuridico della proprietà privata nei suoi dettagli tecnici, che sfuggono a chi la guarda da storico, da filosofo, da sociologo e ancor più da economista”, producendo “materiali inconfutabili per sostenere la tesi che la proprietà privata, lungi dall’essere guardiana di ogni altro diritto […], sia invece istituzione carnefice della libertà stessa insieme dell’emancipazione, della solidarietà e della cittadinanza. Dietro la locuzione proprietà privata si nasconde, infatti, un potere privante, che istituzionalizza estrazione e sfruttamento dell’uomo e della natura e che in questo senso è il peggior nemico della libertà intesa come emancipazione”.
In tal modo, come viene osservato, Mattei confuta l’ipotesi dominante che configura la proprietà privata come la base della libertà dei moderni, sostenendo che essa, in realtà, nasce da atti predatori originari, consumati ai danni dei più ad opera di ristretti gruppi dominanti. All’origine della proprietà privata starebbe perciò il potere di questi gruppi, al quale è corrisposta sempre una soggezione e, dunque, la mancanza di libertà da parte dei dominati, per cui tanto più liberi sono i dominanti, tanto meno liberi sono i dominati. Con l’interpretazione della proprietà come esito di un atto predatorio, Mattei introduce, nella sua critica al diritto moderno di proprietà privata, il concetto di “proprietà privante”, come espressione della natura escludente dalla fruizione dei beni oggetto del diritto di proprietà nei confronti di coloro che sin dall’origine ne sono stati privati, e continuano ad esserlo oggi, per via della forma di produzione capitalistica fondata appunto sul “terribile diritto”.
La proprietà privata, divenuta “potere privante”, è oggi la vera sovrana; è lei – afferma Mattei – a risultare sovrana e non il popolo come affermano le “declamazioni costituzionali. E’ lei a dominare lo Stato e riproporre con successo disuguaglianze e rappresentanza di senso. E’ lei che paradossalmente può sovvertire l’ordine costituzionale e ha i mezzi per tacciare di sovversivo chi ne smaschera la metamorfosi“. Oggi, nelle società capitalistiche, dominate dal libero mercato e dal dominio del capitale sarebbe l’economista il “vero sacerdote dell’organizzazione sociale”, strettamente connessa con il modo di produzione che ha il suo fulcro insopprimibile nel diritto di proprietà privata. E’ infatti con la teoria economica classica, affermatasi a cavallo tra il XVII e il XIX secolo, che gli economisti hanno espulso dal proprio campo d’indagine il problema della distribuzione delle risorse; espulsione che subirà la formalizzazione più rigorosa con la cosiddetta “rivoluzione marginalista, una rifondazione della teoria economica, che sostituirà la teoria del valore dei beni prodotti, basata sulla quantità di lavoro in essi contenuto, con la loro utilità, espressa dal loro prezzi di mercato. In tal modo – afferma Mattei – la teoria economica si è liberata “della locuzione ‘politica’” ed è divenuta “come oggi semplicemente ‘economia’ […], rivendicando neutralità, oggettività e status scientifico in un legame strettissimo col positivismo metodologico”.
Con la formalizzazione della nuova teoria economica, la distribuzione attuale delle risorse è il solo dato di fatto che può essere assunto nell’analisi scientifica dell’attività economica; essendo il problema della giustizia distributiva un problema collocato nel mondo del “dover essere”, ossia in quello dei valori, e non un problema collocato nel mondo dell’”essere”, a differenza di quanto può accadere nel primo mondo, in quello dell’essere non ci si può dividere politicamente sulle soluzioni proponibili, in quanto scientificamente fondate.
Nello scenario dominante della teoria economica moderna (neoclassica), si è ossificato il convincimento fra gli economisti che nello studio dei fatti economici ci si debba occupare solo dell’impiego efficiente delle risorse scarse disponibili e non della loro giusta distribuzione tra tutti i componenti dei sistemi sociali. Allo steso modo degli economisti, anche i loro colleghi giuristi hanno condiviso l’idea che le proposizioni giuridiche potevano essere analizzate scientificamente solo sul piano delle leggi vigenti e non su leggi solo immaginarie, o non ancora adottate dal sistema della legalità esistente.
Dopo la Grande Guerra, questo convincimento degli economisti e dei giuristi è stato in parte “oscurato” dalla cosiddetta rivoluzione keynesiana, la quale, senza peraltro criticare ab imis l’assunzione della distribuzione delle risorse come un dato, ha messo tuttavia in evidenza come non si potesse avere uno stabile ed efficiente funzionamento del sistema economico, senza una giusta distribuzione del prodotto sociale, implicante sia pure indirettamente un’attenuazione del diritto di proprietà privata delle risorse, esprimenti il capitale sociale a disposizione di ogni gruppo statualmente organizzato. Tuttavia, l’antico convincimento, conservatosi sotto traccia sino alla metà degli anni Settanta, è potentemente riemerso- afferma Mattei – “dopo decenni di paziente lavoro clandestino della Mont Pelerin Society (il gruppo di studio internazionale fondato da Hayek, Friedman e von Mises), con il trionfo di Reagan e della Thatcher, travolgendo qualsiasi progetto di ridistribuzione della proprietà privata”. La diffusione del pensiero montpeleriniano, abbracciato “improvvisamente e voracemente” dalle forze politiche di sinistra, ha portato con sé “un rinnovato culto delle proprietà privata e del suo legame con la libertà”, mentre le privatizzazioni delle risorse pubbliche, inaugurate a partire dagli anni Ottanta, sono state presentate come liberalizzazioni del mercato.
Il crescente processo di privatizzazione è valso, a parere di Mattei, a trasformare la proprietà delle risorse pubbliche in proprietà privante, la quale è divenuta tanto forte da riuscire a sottrarsi ad ogni forma di controllo da parte dello Stato, “privatizzandone e dominandone le istituzioni”. Di qui – conclude Mattei – la necessità, oggi, “di un ripensamento istituzionale profondo di natura, a sua volta necessariamente costituente, che […] sappia in tal modo ricostruire istituzioni proprietarie generative e non estrattive”.
Queste nuove istituzioni, sulla quali saranno chiamati a lavorare giuristi ed economisti, non potranno più essere viste come istituzioni che, in nome della libertà, siano finalizzate a proteggere la crescita senza limiti, lo sfruttamento continuo delle risorse e delle persone e il perseguimento incondizionato del profitto e della rendita; al contrario, esse dovranno essere volte a rendere sostenibile, dal punto di vista ambientale, il funzionamento del sistema produttivo, attraverso una riconversione del sistema sociale attuale che, in quanto plasmato dal capitalismo globalizzato, è ormai al collasso. Solo scrollandosi di dosso la logica perversa del capitalismo, la civiltà umana può salvarsi, “mediante una riconversione culturale dell’Occidente, attraverso un nuovo senso comune, che nasca dalla resistenza diffusa, pubblica e privata, ma sempre collettiva, nei confronti della proprietà privante e dei suoi inganni ideologici e individualizzanti”.
La critica di Mattei contro l’istituto della proprietà privata, sebbene condivisibile quando essa è riferita in particolare alle risorse naturali, e le proposte suggerite per innovare l’attuale struttura istituzionale e produttiva dei sistemi sociali dell’Occidente sono però poco realistiche. La critica riecheggia le tesi di Serge Latouche e di tutti i “decrescisti” e, al pari di questa manca di specificare attraverso quali procedure sia possibile promuovere una transizione ad un modello organizzativo dei sistemi sociali capitalisti in grado di salvaguardare l’integrità dell’ambiente e il governo autonomo dei beni affrancati dalla proprietà privante.
In linea di principio, si può osservare che il dominio attuale esercitato dal mercato sullo Stato non è irreversibile, e che la sua reversibilità rende plausibile una progettualità politica più realistica di quella implicita nella prospettiva della conversione culturale dell’Occidente suggerita da Mattei. A fronte del rischio di una gestione dei beni affrancati dalla proprietà privante da parte di uno Stato dominato dal mercato, è possibile ipotizzare, non la rinuncia a tutte le potenzialità che il mercato capitalista ha reso e continua ad offrire, ma l’avvio di un’attività politica fondata sulla capitalizzazione dell’esperienza ereditata dal passato; ciò consentirebbe uno stretto legame del presente col passato ed col futuro, ma anche la disponibilità di un “know how” esperienziale per governare qualsiasi processo evolutivo dei sistemi sociali, verso forme organizzative alternative.
Inoltre, occorre anche tener presente che l’esperienza del passato può supportare i provvedimenti innovativi adottati nel presente, ma la riorganizzazione istituzionale e produttiva dei singoli sistemi sociali dipende solo dal modo in cui le società civili si mostrano propense ad accettare i provvedimenti innovativi, in funzione del perseguimento della ristrutturazione dei loro sistemi sociali, aperti al governo dei beni sottratti alla logica capitalistica, secondo forme diverse da quelle possibili con l’esistente asse Stato-mercato.
Questa prospettiva di azione implica la soddisfazione di due condizioni: innanzitutto, che la transizione istituzionale sia di sostegno al processo di ristrutturazione delle attività produttive; in secondo luogo, che le società politiche intensifichino la ristrutturazione in senso democratico dell’organizzazione dello Stato, con l’introduzione di regole decisionali completamente diverse rispetto al passato. Gran parte degli insuccessi accusati sul piano operativo dai sistemi sociali protesi all’acquisizione di forme innovative di governo dei beni disponibili è riconducibile, oltre che alle difficoltà dovute ad eventuali deficit teorici circa le forme di gestione più convenienti, al fatto che le riforme realizzate sul piano strettamente istituzionale non hanno proceduto parallelamente alle necessarie trasformazioni sul piano culturale dei componenti i sistemi sociali. Nolenti o volenti, anche quando i beni disponibili fossero sottratti all’uso secondo la logica capitalistica, tali beni dovranno pur sempre essere gestiti economicamente: in caso contrario, e sin tanto che si continuerà a “filosofare” solo in termini di diritto ed a pensare che i fruitori dei beni disponibili siano tutti pervasi da un generalizzato e radicale spirito “angelico”, il governo di tali beni sarà sempre destinato a subire le pene della “tragedia dei beni di proprietà comune” (tragedia dei commons), per essere costantemente assoggettato alternativamente a sovraconsumo o a sottoutilizzazione, con pregiudizio degli interessi dei loro fruitori.

Gianfranco Sabattini

La cecità della politica economica europea

Con l’articolo “La crescita che vorremmo”, Carlo D’Adda, professore emerito dell’Università di Bologna, nel n. 6/2016 de “Il Mulino”, torna su un tema a lui caro, il problema del superamento della crisi, che ancora pesa su molti Paesi dell’Unione, per proporre ai responsabili delle scelte di politica economica, nazionali ed europei, una prospettiva di politica economica alternativa a quella sinora seguita, rivelatasi priva di esiti positivi.

La critica di D’Adda è di facile percezione e convincente, per cui non si riesce proprio a capire, sia perché a livello nazionale nessuna istituzione governativa, o segmento autorevole dell’intero establishment, si sia fatto interprete presso le istituzioni europee delle proposta che da tempo l’economista bolognese va sostenendo, sia perché le stesse istituzioni europee, e/o i governi più influenti dell’Unione, continuino ad insistere sulla vecchia litania dell’austerità ad ogni costo.

D’Adda osserva che la maggior parte degli economisti concorda sulla necessità che, per riattivare il processo di crescita delle economie nazionali in crisi, occorra promuovere l’aumento della produttività del lavoro; questa però cresce solo se cresce l’economia nel suo complesso. Ciò significa che, nella realtà del come si svolge il processo economico, occorre considerare quali siano le condizioni perché la crescita possa realmente attivarsi. A tal fine, decisive sono le aspettative degli operatori economici, i quali saranno propensi ad effettuare gli investimenti per realizzare le necessarie innovazioni di processo o di prodotto, solo se le aspettative saranno favorevoli; fatto, questo, che accade quando la domanda sollecita l’offerta.

Quest’ultima considerazione – afferma D’Adda – “è entrata con forza nella teoria economica ottant’anni fa con Keynes. Su di essa si basa in gran parte l’idea che lo Stato possa giocare un ruolo attivo di grande importanza nella cura delle recessioni”; ciò perché lo Stato, essendo il più grande operatore del sistema economico, è in grado di “rovesciare le aspettative depresse che seguono i periodi di crisi attraverso programmi di “spesa pubblica in disavanzo”. Sennonché, la teoria keynesiana, pur avendo ispirato le politiche economiche di successo dei primi trent’anni successivi al Secondo conflitto mondiale, è caduta in disuso dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista, che è valsa ad affermare una visione del funzionamento del sistema economico esclusivamente basata sull’idea che il mercato, quando è lasciato libero di funzionare, senza interventi esterni regolatori, può porre “rimedio a ogni malfunzionamento dell’economia assai meglio delle politiche di stabilizzazione”.

La condivisione dell’ideologia neoliberista ha offerto ai Paesi membri dell’area dell’Euro di adottare delle direttive restrittive in tema di compilazione dei bilanci pubblici, “per paura che qualcuno dei Paesi che hanno adottato la moneta comune finisca, in un modo o nell’altro, per cedere alla comune banca centrale (la Bce) il proprio debito pubblico, di fatto accollandolo ai partner”. La paura, o visione egoistica della crisi, ha “tarpato le ali” della capacità razionali di governo dei responsabili europei delle scelte di politica economica; questi, infatti, anziché far tesoro della lezione keynesiama del passato, hanno preferito affidarsi alle direttive prudenziali dell’ideologia neoliberista, imponendo ai Paesi in crisi, soprattutto se fortemente indebitati, come ad esempio l’Italia, di provvedere a ridurre i loro debiti pubblici attraverso scelte rigorose di austerità, utili a consentire di realizzare una quota di risparmio superiore a quella abituale. Ciò, secondo le direttive europee, doveva essere reso possibile dalla realizzazione, a costo zero, di riforme dell’intera struttura dell’organizzazione dell’intero sistema-Paese.

Nel caso dell’Italia, l’applicazione delle direttive europee ha avuto un risultato che è sotto gli occhi di tutti; le riforme, lungi dal favorire la riduzione del debito pubblico e la ripresa della crescita, sono valse a fare diminuire la domanda finale, il livello del reddito e del risparmio totale, e a fare aumentare la disoccupazione; in tal modo, il livello del debito pubblico, anziché diminuire, è aumentato.

Inoltre, D’Adda osserva che le direttive europee in fatto di bilanci pubblici non hanno mai fatto distinzione tra “disavanzi pubblici per eccesso di spesa corrente” e “disavanzi originati da investimenti pubblici”, quali quelli che possono essere realizzati in infrastrutture; in tal modo, è stato del tutto trascurato il fatto che se tali investimenti in infrastrutture fossero stati orientati a fare aumentare la produttività del lavoro, la conseguenza più immediata sarebbe stata quella di promuovere l’aumento del livello del prodotto interno nazionale (PIL). Tutto ciò è stato ignorato dalle istituzioni europee; queste, infatti, con le loro direttive riguardanti la compilazione dei bilanci pubblici, hanno ritenuto, sbagliando, che la ristrutturazione degli apparati statali delle economie in crisi potesse essere realizzata a costo zero, quindi senza i necessari investimenti.

Quale potrebbe essere, si chiede D’Adda, il rimedio alle direttive sbagliate dell’Unione Monetaria Europea? Il correttivo è quello che da sempre l’economista dell’Università di Bologna sta formulando: occorrerebbe distinguere, in fatto di bilanci pubblici, tra “regole annuali” e “regole di programma pluriannuali”; a livello annuale, occorrerebbe “non imporre vincoli sui progetti di investimento produttivi avanzati dagli Stati membri”, abbandonando a tal fine la “limitazione annua del disavanzo complessivo, mantenendola invece sul disavanzo al netto degli investimenti pubblici riconosciuti come produttivi”. Se l’Unione Monetaria Europea, osserva D’Adda, ritenesse opportuno verificare che si tratta realmente di investimenti produttivi, “potrebbe riservarsi un diritto di approvazione”. Se la procedura indicata fosse accettata, ai Paesi in crisi maggiormente indebitati verrebbe restituito “un fondamentale strumento di politica economica che oggi manca con grave pregiudizio del controllo del ciclo economico e della stessa crescita”.

Con riferimento ai bilanci pubblici di programma, la condizione di sostenibilità da rispettare consisterebbe nel vincolo che il tasso di crescita di lungo periodo del debito pubblico complessivo non superi il corrispondente tasso di crescita del PIL; ciò, al fine di assicurare che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo possa, anch’esso nel lungo periodo, aumentare. Dovrebbe trattarsi di una regola da non imporre anno per anno, ma con riferimento all’intero arco di tempo del bilancio pluriennale. Ciascuno dei progetti proposti “dovrebbe stimare ed evidenziare quale sia l’effetto degli investimenti pubblici da realizzare sul complessivo tasso di crescita dell’economia”, nonché l’effetto sulla crescita della produttività del lavoro. A parere di D’Adda, se tutti i Paesi dell’Unione Monetaria avessero realizzato “un vigoroso programma di investimento annuale di investimenti pubblici autenticamente produttivi da finanziare sul mercato”, a programma realizzato il tasso di crescita dell’intera Unione sarebbe stato nettamente più elevato di quello sperimentato negli anni recenti, e soprattutto, lo si sarebbe realizzato “senza appesantimento dei debiti pubblici in rapporto al PIL dei Paesi membri”.

Non tutti gli economisti, però, concordano sulla necessità che sarebbe stato opportuno riservare prioritariamente agli “interventi attivi sulla domanda”. Sulla necessità di riforme strutturali dell’organizzazione complessiva del sistema-Paese, D’Adda non ha dubbi; egli però osserva che, perché il processo di riforma possa avere successo occorre che le imprese avvertano l’opportunità di adattarsi “con nuovi investimenti al nascere di aspettative favorevoli. […] E a questo fine, nulla è più efficace degli investimenti pubblici che accrescono tutte le componenti della domanda, sia quella per consumi espressa dai nuovi occupati, sia quella che si rivolge al sistema produttivo per la realizzazione di opere pubbliche e strutture per la realizzazione di servizi”. D’Adda conclude affermando che, se fosse stata accolta, la sua proposta avrebbe contribuito, tra l’altro, a favorire una lievitazione dei prezzi, per fare uscire l’intera economia dell’Unione dalla pesante situazione deflazionistica, che ha finito col peggiorare per i sistemi economici la possibilità di fuoriuscire dal tunnel della crisi.

Un’altra misura per il rilancio della crescita, non necessariamente sostitutiva di quella precedentemente illustrata (ma certamente, secondo D’Adda, più ambiziosa), avrebbe potuto consistere nella decisione, da parte di tutti i Paesi dell’Unione Monetaria Europea, di realizzare un programma di investimenti diretti in Africa, unicamente finalizzati a creare le condizioni per la soluzione del problema del contenimento dei flussi migratori versi l’Europa. Ciò avrebbe consentito ai Paesi dell’Unione di prendere parte, da protagonisti, alla realizzazione di un programma di prestigio, ma anche largamente umanitario. A parere di D’Adda, questa iniziativa avrebbe dovuto trovare un largo appoggio da parte di tutti i Paesi dell’Unione; sennonché, i governi dei Paesi maggiormente coinvolti dal fenomeno migratorio sono stati “incapaci di escogitare rimedi salvo quello di chiudere tutte le porte d’ingresso nei loro Paesi”, o disposti solo ad erigere muri dissuasivi.

Una simile iniziativa, conclude sconsolato D’Adda, non è entrata nelle agende governative dei singoli Paesi; ciò perché, se anche avessero maturato buoni propositi riguardo all’Africa ed alle altre aree del mondo in crisi, i governi interessati si sono guardati bene dal proporli ai loro cittadini, per evitare reazioni negative sul piano elettorale.

Quest empasse, se può indurre gli Italiani a non meravigliarsi dell’incapacità di iniziativa del governo del loro Paese, da anni impegnato in riforme che ben poco hanno a che fare con la l’aumento della produttività del lavoro, meraviglia invece l’”egoismo” dello Stato, la Germania, che, in virtù del suo “peso” economico”, ha sinora imposto vincoli severi agli altri Paesi partner dell’Unione. La Germania, oltre che mancare di proporre iniziative sul tipo di quelle indicate da D’Adda, che sarebbero state auspicabili nell’interesse di tutti, non ha certo brillato anche riguardo al processo di unificazione politica dell’Europa; il perseguimento do questo obiettivo avrebbe costituito un valido punto di forza per portare a compimento progetti ed iniziative di ben altro segno rispetto a quelli privilegiati, che hanno avuto l’effetto, non solo di impedire l’adozione di efficaci misure per il superamento della crisi economica, ma anche di non contribuire alla soluzione di alcuni dei problemi internazionali, quale quello dei flussi migratori, che maggiormente riguardano l’intera Europa comunitaria.

Gianfranco Sabattini

Le cause del crescente diffondersi dei movimenti populisti

Per i limiti dovuti al loro presunto essere antisistemici, si afferma che i movimenti populisti non riescono quasi mai a divenire forza di governo, in quanto finirebbero sempre con l’esaurire la loro spinta propulsiva, per l’incapacità di definire in termini precisi il loro “essere contro”. Si afferma anche che, per via del loro identificarsi nella figura del proprio leader, al quale legano le “fortune” elettorali, sono destinati a dissolversi in fretta con la fine politica del loro “capo”. Si afferma ancora che i movimenti populisti rifiutino qualsiasi forma di organizzazione, in quanto tenderebbero a identificarla con la tanto aborrita forma-partito, preferendo in sua vece l’informale leadership del loro “capo”, inteso più che altro come collettore solo del consenso dei malcontenti. Infine, si conclude affermando che il dilagare dei movimenti populisti, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, si debba agli effetti della globalizzazione, dei processi migratori e del succedersi di micro-crisi, poi sfociate nella Grande Recessione nel 2007/2008; effetti, questi, che avrebbero determinato la fuoriuscita dei “movimenti” dal loro non ben individuato alveo tradizionale, sino a diventare una peculiarità dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi.

Questo è il clichè col quale le forze politiche tradizionali, che si riconoscono nell’etablishment, tendono a liquidare il fenomeno del populismo, o quantomeno a limitarne, se non ad annullarne del tutto, il significato, ignorando che la causa primigenia del diffondersi della protesta populista sta nel fatto che le forze politiche tradizionali si sono rivelate incapaci di dare risposte adeguate al malcontento sociale, provocando tra l’altro il discredito delle istituzioni democratiche.
Chi, in tempi non sospetti, ha tentato di definire il populismo fuori dai clichè prevalenti, è stato il politologo Gianfranco Pasquino, il quale, nel 1974, in “Militari e potere in America Latina”, pur non nascondendosi la pluralità dei significati del concetto e l’insoddisfacente formalizzazione, ha però rilevato la ricchezza degli aspetti prettamente politici che il termine “populismo” ha sempre cercato di esprimere. Al riguardo, Pasquino ha introdotto un’importante distinzione tra populismo inteso come situazione storico-politica concreta e populismo inteso come ideologia; in quanto situazione, egli ha sottolineato l’idea che il populismo corrisponde ad una specifica fase di crisi dei contesti nei quali prende corpo; mentre, in quanto ideologia, Pasquino ha riconosciuto che quella populista, per quanto vaga e non riconducibile ad un corpus dottrinale elaborato e coerente, corrisponde a due istanze essenziali: da un lato, ad affermare la supremazia del popolo; dall’altro lato, ad affermare l’esistenza di un rapporto diretto tra di esso ed un leader. Le riflessioni di Pasquino, tuttavia, si limitano a dare ordine ed eleganza formale alle definizioni “scomposte” con cui il populismo viene definito dalle forze politiche che sono il bersaglio del suo “essere contro”.

In ben altra prospettiva deve essere posta la riflessione di Ernesto Laclau, secondo il quale il populismo è un modo di costruire il “politico”, o, rovesciando i termini, il “momento politico” che assurge a costruzione del popolo. Ernesto Laclau, teorico di origine argentina, noto in Italia grazie alla traduzione del libro “La ragione populista”, è stato presente nel dibattito filosofico-politico anglosassone sin dalla seconda metà degli anni Ottanta; in particolare, la sua notorietà è nata a partire dalla pubblicazione, nel 1985, del volume “Hegemony and Socialist Strategy” (“Egemonia e strategia socialista”), scritto con la filosofa e politologa belga Chantal Mouffe.

L’orientamento di Laclau è stato spesso descritto come post-marxista; in effetti, egli ha abbandonato l’idea della validità del determinismo economico e del metodo della lotta di classe, propri del marxismo ortodosso, per la spiegazione del mutamento sociale secondo lui riconducibile alla possibilità d’instaurare una radicale democrazia del pluralismo antagonistico nella società. Se si volesse ricapitolare il suo percorso intellettuale – afferma Davide Tarizzo nell’”Introduzione” a “Le ragioni del populismo” – “si potrebbe parlare di un lungo e complicato congedo dalla tradizione marxista, teso però a mantenerne vivo il soffio etico e politico”; Laclau, infatti non ha ricusato in toto il marxismo, in quanto ne ha conservato le idealità, allontanandosi solo dal metodo della lotta di classe. A parere di Laclau, ciò che non ha retto del marxismo è l’idea che la società sia un corpo unitario, al quale soggiacerebbe una struttura economica, la cui dinamica intrinseca determinerebbe lo sviluppo storico, la cui direzione sarebbe esercitata dalla classe operaia.

L’identificazione nella classe operaia dell’agente storico del cambiamento della struttura sociale non ha, secondo Laclau, una valenza politica; ciò perché il cambiamento della realtà sarebbe immanente alla struttura economica dotata di leggi proprie, per cui sarebbe la stessa società, in quanto identificata nella struttura economica, a determinare il cambiamento, non la classe operaia; ne consegue che una società, la cui dinamica evolutiva fosse già predeterminata a monte di ogni attività politica, non farebbe che riflettere la dinamica intrinseca alla struttura soggiacente, sino a tradursi in una sovrastruttura ideologica. Nella sua “teoria del populismo”, perciò, Laclau sostituisce alla classe operaia il popolo che, inteso come corpo più esteso, assurge ad agente del cambiamento sociale, attraverso il rapporto dialettico che esso instaura con lo Stato, per realizzare la società socialista; in questo senso, per Laclau, non esisterebbe socialismo senza populismo, mentre le forme più alte di populismo possono essere solo socialiste,

Di solito, secondo il politologo argentino, tutti i testi sul populismo tenderebbero ad ignorare ciò che gli sarebbe davvero specifico, ovvero d’essere agente sociale del mutamento. Questa dimensione del popolo sarebbe, a parere di Laclau, non disinteressatamente ignorata; ciò varrebbe a giustificare la necessità di riscattare il populismo dalla sua posizione marginale all’interno delle scienze sociali, anche per liberare i movimenti populisti dai pesanti elementi di condanna morale, valsi sinora a conservarli nel più assoluto discredito.

Per definire il popolo come categoria sociale, in quanto agente collettivo dotato delle capacità di guidare il cambiamento, occorre considerarlo, secondo Laclau, nella sua dimensione politica, e non come un “dato” della struttura sociale; in altri termini, occorre considerare il popolo, non come un gruppo predeterminato, ma come un agente nascente da una pluralità di elementi eterogenei in grado di poter esprimere una “domanda complessiva” di natura socio-politica. La formazione di tale domanda e la sua eterogeneità costituirebbe, per Laclau, la “ragione strutturale” dell’esistenza dei movimenti populisti; ma la “condizione storica” della loro formazione e della loro azione starebbe nel fatto che le società, contrariamente al pensiero tradizionale ancora dominate delle forze di sinistra, non tenderebbero ad aumentare la loro omogeneità sociale “attraverso meccanismi infrastrutturali immanenti”; tenderebbero, invece, a favorire la “proliferazione dei punti eterogenei di rottura e antagonismo”, in modo tale da promuovere “forme politiche di riaggregazione sociale”, la cui attuazione non dipenderà “da logiche sociali soggiacenti”, ma da azioni deliberative finalizzate a configurare in termini onnicomprensivi l’eterogeneità della domanda complessiva di natura socio-politica.

Laclau sottolinea la particolarità del suo approccio alla comprensione del fenomeno dei movimenti populisti, raffrontandolo con quello adottato, ad esempio, in “Impero” da Michael Hardt e Antonio Negri; questi autori, a parere del politologo argentino, ricondurrebbero il mutamento a forze immanenti al sistema sociale, che raggiungerebbero il loro massimo risultato con la costruzione dell’”Impero”, un’”entità senza confini e senza un centro”. La particolarità di questa costruzione consiste nel fatto che la sua realizzazione sarebbe dovuta alla “Moltitudine”, che rappresenterebbe il definitivo superamento della modernità; ad avviso di Hardt e Negri, la modernità avrebbe segnato la sconfitta della stessa “Moltitudine”, per aver creato una struttura istituzionale rappresentativa dei suoi interessi che ne avrebbe impedito la convergenza spontanea verso l’unitarietà. Al contrario, secondo Laclau, l’emergere dell’unità dall’eterogeneità, riconducibile a una pluralità di soggetti organizzati all’interno di una struttura sociale, può essere solo l’esito di un’azione politica consapevole, protratta nel tempo da un agente sociale globale, che non può che essere identificato nel popolo.

Definire i movimenti populisti sulla base di un concetto di popolo inteso come corpo nel quale si identifica la pluralità dei diversi gruppi o classi sociali, la cui ragione storica consista nel favorire la “proliferazione dei punti eterogenei di rottura e antagonismo” del sistema sociale, per poi essere riaggregati politicamente, porta però inevitabilmente a chiedersi attraverso quali strumenti e in quali forme può essere realizzata la riaggregazione, per poi essere soddisfatta la domanda complessiva di natura socio-politica, espressa dal popolo dopo la sua riproposta unità.

Su questo punto, la teoria del politologo argentino non è ricca di suggerimenti; questi si limitano a fare riferimento a una non ben definita “democrazia radicale”, quale quella praticata dai movimenti contestatori della globalizzazione, spesso intenti solo a condurre una battaglia simbolica e discorsiva, che relega in secondo piano le risposte ai quesiti prima indicati. In conseguenza di ciò, abbandonare il marxismo per mancata condivisione del metodo della lotta di classe e pretendere di individuare nella categoria politica del popolo l’elemento che ne salvaguarda solo il fine ideale, senza l’indicazione delle procedure istituzionali utili al suo raggiungimento, significa però, anche per Laclau, considerare il perseguimento di quel fine come “dono calato dal cielo”; per cui, anche la sua proposta destinata a spiegare il mutamento sociale non sfugge ai limiti di quella di Hardt e Negri, dalla quale Laclau ha inteso di differenziarsi.

Stando così le cose appare difficile abbandonare l’idea che i movimenti populisti non siano altro che movimenti di protesta alle derive del capitalismo lobbistico e clientelare, nei momenti in cui i sistemi sociali sono afflitti da situazioni di crisi, caratterizzate – come sottolinea Pierpaolo Barbieri, Senior Associate al “Progetto di storia applicata della Harvard Kennedy School”, in “Ascesa e sconfitta dei populismi” (“Aspenia” n. 75/2016), “da crescenti disuguaglianze, con politiche di austerità per i poveri e scandali come quelli dei Panama Papers per i ricchi”.

La protesta dei movimenti populisti, perciò, sembra avere solo la funzione di ricuperare il ruolo dell’opposizione all’interno dei sistemi democratici. allorché le forze politiche tradizionali perdono la loro credibilità al cospetto del popolo, in quanto vittime di un “pensiero unico” che impedisce loro di governare il sistema sociale in una visione costantemente protesa ad adattare la struttura organizzativa dello Stato alle evoluzione degli stati di bisogno della società.

Pertanto, per la loro stessa natura, i movimenti populisti non sono un fenomeno destinato a durare; i motivi per cui essi nascono sono destinanti a depotenziarsi, non appena le forze politiche, nelle quali si incorpora l’organizzazione complessiva dello Stato, si aprono razionalmente alla percezione dei reali stati di bisogno del popolo e alla correttezza politica dei processi decisionali; risultato, questo, che può essere ottenuto attraverso un appropriato funzionamento delle istituzioni democratiche, spesso alterate, non del tutto disinteressatamente, unicamente per fugare la paura del fantasma populista.

Gianfranco Sabattini

Le scelte politiche
di fronte al “capitalismo distruttivo”

Piero BevilacquaPiero Bevilacqua, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza”, in “Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, compie un’analisi critica dell’attuale modo di produzione capitalistico; ma le “ricette” che egli propone per il suo superamento, o quanto meno per la sua correzione, sanno si antico, non solo perché si sono rivelate inefficaci alla prova della storia, ma anche perché sono contraddittorie, se applicate in un’economia di mercato.

A parere di Bevilacqua, il capitalismo è entrato in un’”epoca di distruttività radicale”; esso sta trascinando in un processo dissolutorio le strutture sociali, decomponendo lo Stato, corrompendo le istituzioni politiche democratiche, distruggendo le risorse naturali e vanificando il “senso della vita”. Nonostante tutto ciò – afferma Bevilacqua – la crisi economica recente, “anziché costituire occasione di riflessione profonda, in grado di ripensare gli squilibri insostenibili della gigantesca macchina economica del capitale”, è divenuta “terreno di rilancio di un modo di produzione sempre più privo di ragioni sociali e ambientali”. D’altra parte, benché gli economisti e gli esperti economici di ogni tendenza ideologica, come gli “aruspici dell’antica Roma”, continuino a frugare le “viscere” delle economie in crisi, per scorgere i segni di una possibile ripresa, non riescono a prevedere, così come dopo l’avvento della Grande Recessione, quando sarà possibile uscire dalla situazione attuale.

Bevilacqua respinge le semplicistiche raccomandazioni che il neoliberismo avanza per il superamento della crisi, rifiutando l’idea che la recessione attuale, che ha colpito tutti gli Stati ad economia di mercato, sia un semplice blocco momentaneo del processo capitalistico, perché egli è convinto che non si tratti, in realtà, di un semplice “incidente” momentaneo. In particolare, Bevilacqua respinge le raccomandazioni di quanti, di fronte al persistere della crisi, raccomandano una più stretta regolamentazione dei mercati finanziari, in quanto considerati l’epicentro dello scoppio della crisi; a suo parere, la proposta di una più severa regolamentazione, per quanto apprezzabile, “se non nelle intenzioni reali, per lo meno nelle parole dei proponenti”, non è che una slogan vetusto; ciò perché, la sua irrilevanza, ai fini del superamento della crisi, “mostra quanto insufficiente incomprensione ci sia, da parte dei governi e degli esperti, delle cause profonde che hanno portato al collasso” delle economie di mercato. Tanto più che il sopraggiungere della crisi era ben visibile già prima del 2008, determinata da cause ben diverse dalle crisi del passato.

Quella sopraggiunta nel 2007/2008, a parte la bolla dei mercati immobiliari degli USA, il cui scoppio ha funto da “detonatore” della crisi più generale, quest’ultima, in effetti, è stata determinata nel corso degli anni Ottanta e Novanta del Novecento dal vasto processo di innovazione tecnologica, che è valso a “disaccoppiare” il funzionamento dei mercati finanziari dall’economia reale, sino ad assegnare a questi ultimi un peso tale da “decidere le sorti dell’economia reale a livello mondiale”. L’economia finanziaria, infatti, ingigantendo oltre ogni limite giustificabile i valori monetari, “ha preteso di vivere di vita autonoma, sganciata da ogni equivalente con le merci e i servizi realmente prodotti”. Ma la novità della nuova crisi, rispetto a quelle del passato, – afferma Bevilacqua – è consistita nel fatto che lo sviluppo tecnologico che l’ha preceduta ha comportato, non solo un limitato incremento dei posti di lavoro, ma anche e soprattutto l’espulsione di una gran massa di forza lavoro da molti settori produttivi, con la precarizzazione di quella parte che ancora è riuscita a conservare la stabilità occupazionale; fatti, questi ultimi, che hanno comportato una consistente compressione del monte salari, un crescente indebitamento del settore delle famiglie e un calo della domanda finale, prima ancora che iniziasse la grande depressione del 2007/2008.

A parere di Bevilacqua, il vasto processo di innovazione tecnologica avvenuto prima del 2007/2008 è stato l’occasione della liberazione dell’economia dalle “decennali pastoie burocratiche e sindacali”, al fine di impegnare meglio le risorse disponibili; in questo modo, il capitale avrebbe “messo in campo tutte le sue più potenti armi di conquista”, demolendo pilastri importanti dello Stato sociale e abolendo tutte le conquiste sindacali da tempo conseguite. In conseguenza di ciò, l’ordine delle economie dei Paesi occidentali, realizzato attraverso gli aspri conflitti sociali del XX secolo, è stato radicalmente destabilizzato.

Le politiche neoliberiste, però, sono fallite, originando una situazione economica globale negativa, che i governi e i demiurghi dei Paesi ad economia capitalistica non sono riusciti a rimuovere, nel senso che non sono più riusciti a rilanciare la crescita dei sistemi economici, o quantomeno a rilanciarla secondo i ritmi che sarebbero stati necessari per riassorbire, la disoccupazione creare nuovi posti di lavoro e migliorare i livelli salariali. E’ accaduto così che, malgrado l’enorme capacità produttiva disponibile, le economie non abbiano più potuto fruire di una domanda sufficiente ad “assorbire” la potenziale offerta di beni e servizi prodotti. Contro questa situazione si sostiene spesso che sarebbe opportuno fare ricerca, per immettere nel mercato nuovi prodotti, vincere la concorrenza e creare nuovi posti di lavoro.

Qui sta, a parere di Bevilacqua, la contraddizione delle politiche economiche suggerite per il superamento della Grande Depressione; le nuove tecnologie, posto che siano anche indirizzate ai mercati reali e non esclusivamente a quelli finanziari, se volte a migliorare la produttività delle unità produttive già esistenti, non potranno contribuire ad aumentare i livelli occupazionali; semmai li peggioreranno, contribuendo in tal modo ad abbassare ulteriormente la domanda finale dei sistemi economici, o quantomeno a inasprire le spinte deflazionistiche, scoraggeranno qualsiasi sintomo di ripresa.

Conseguentemente, al contrario di quanto avveniva nel passato, ad un’ulteriore aumento della potenzialità produttiva dei sistemi economici, non può corrispondere, né un aumento del monte salari e neppure una maggiore equità distributiva. Che fare allora per superare l’empasse? A parere di Bevilacqua, il superamento della crisi sarebbe stato possibile se, a fronte dell’aumento della produttività del lavoro verificatosi nei decenni precedenti il 2007/2008 fosse stata adottata una politica pubblica finalizzata, da un lato, a realizzare un’ampia redistribuzione della ricchezza accumulata e, dall’altro lato, ad attuare una sostanziale riduzione della giornata lavorativa e una “spartizione del lavoro di portata pari alla vastità delle trasformazioni produttive realizzate”. In luogo di una tale politica pubblica, in mancanza dell’antagonismo di forze politiche e sindacali che ne avessero determinato l’adozione, si è preferito ripiegare sul terreno della disoccupazione, della precarizzazione della forza lavoro occupata e della riduzione delle garanzie dello Stato sociale.

In tal modo, i sistemi economici in crisi, privati “della spinta e dell’intelligenza riformatrice del suo antagonista storico”, costituito dalle forze politiche e sindacali progressiste, hanno imboccato una via senza uscita, trascinando all’indietro, sul piano del progresso sociale, i singoli sistemi economici. Per il superamento della crisi – afferma Bevilacqua – è divenuto “urgente un cambiamento radicale di rotta, che comporti un riequilibrio nella redistribuzione della ricchezza sociale prodotta in tutti questi decenni. Non ci sono altre vie d’uscita. Il capitalismi deve rassegnarsi all’idea: se vuole vendere le sue merci sempre più abbondanti, deve garantire un reddito anche a quel numero crescente di cittadini a cui toglie il lavoro. E questo comporta l’ingresso di una progettualità sociale che ha poco a che fare con gli automatismi del mercato…Domanda una nuova creatività politica”. Quale?

Al riguardo, Bevilacqua non ha dubbi; pur consapevole delle difficoltà che occorrerà superare, egli propone di “ridurre drasticamente la giornata lavorativa e di distribuire il lavoro come bene, non come merce”; ma anche di inserire “molteplici ambiti dell’economia produttiva e dei servizi entro la sfera dei beni comuni”. Tutto ciò dovrebbe essere realizzato senza creare nuove burocrazie, in quanto il potere pubblico potrebbe gestire le attività produttive ricondotte entro la sfera di sua competenza allo stesso modo in cui gestisce le istituzioni di welfare, accrescendo la democrazia e la partecipazione dal basso dei cittadini. Lo strumento col quale realizzare la trasformazione del modo di produzione capitalistico – afferma Bevilacqua – non può che essere la lotta, “il motore politico che ha trasformato il dominio assoluto del capitale in società industriale…E’ dunque il conflitto sociale che occorre fare rinascere in grande stile, tanto su base locale… quanto sulla nuova scala mondiale in cui si pone oggi gran parte dei problemi”.

Poiché, a parere di Bevilacqua, le potenze responsabili della permanente situazione di crisi nella quale si dibatte il mondo non saranno disposte a tanto cambiamento, occorrerà batterle sul campo, ridando alla classe operaia, alle masse popolari ed a quella che era un tempo la classe media “una rappresentanza politica che ne esprima i bisogni reali, che trasformi le loro spinte in nuovi rapporti di forza nella società e dentro lo Stato”. Solo in questo modo, conclude Bevilacqua, può essere possibile “battere un avversario sempre più privo di orizzonti, di ragioni e di proposte”.

Lo storico della Sapienza non manca, sia pure con riferimento alla sola Italia, di formulare “uno sguardo sul futuro”, indicando una serie di iniziative che, nell’immediato, potrebbero essere intraprese a vantaggio soprattutto della forza lavoro giovanile, quella sulla quale la crisi in atto sta esercitando l’impatto più negativo. Egli, però, nel formulare le sue proposte, non considera minimamente il fatto che l’architrave del suo discorso critico, a parte il riferimento al rilancio della lotta sociale, espressa dalla redistribuzione del lavoro come un bene (tema trattato in più di un’occasione su questo Giornale), risulta essere contraddittorio e non giustificabile sul piano puramente operativo di un’economia a decisioni decentrate; una forma di economia, questa, all’interno della quale lo stesso Bevilacqua ipotizza possa avvenire la trasformazione del capitalismo, senza una espansione ingiustificata della burocrazia pubblica.

Tuttavia, se si considera che le critiche di Bevilacqua sono condivisibili, senza che lo sia però il metodo che egli propone per riformare il modo capitalistico di produrre, non resta che pensare a forme più razionali e meno sorpassate di mobilitazione di quanti non condividono più l’attuale modo di funzionare dell’economia di mercato. Un’alternativa al metodo proposto da Bevilacqua, non può che essere l’introduzione del reddito di cittadinanza, quando questo sia correttamente inteso nel suo significato e nelle sue finalità, contrariamente a quanto avviene in buona parte dell’attuale classe politica. Si tratta di un’alternativa che sta lentamente affermandosi nell’opinione pubblica di molti Paesi europei, tra i quali la Svizzera.

Da questo Paese, pur essendo stata bocciata in occasione di un recente referendum l’idea di introdurre un reddito di cittadinanza incondizionato, emerge una dura verità, sulla quale sarebbe bene incominciare a riflettere. Il governo elvetico e la maggioranza parlamentare si sono schierati contro, sia per ragioni finanziarie, che per ragioni legate al mercato del lavoro, in quanto è prevalsa la tesi, sbagliata, che il reddito di cittadinanza incida negativamente sul necessario legame che dovrebbe sempre esistere tra lavoro e reddito, trascurando la circostanza che il problema più grave del capitalismo dei nostri giorni è proprio quello di non riuscire a creare nuovi posti di lavoro. Si assiste, dunque, ad un’irresponsabile opposizione ad un’innovazione istituzionale, per via del fatto che i Paesi afflitti dagli esiti di una crisi che non riescono a superare, continuino a privilegiare soluzioni di breve periodo, trascurando di dare risposte ad un problema che sarà gioco forza affrontare tra non molti anni, forse in presenza di una situazione sociale molto più esplosiva di quanto non sia quella attuale.

Gianfranco Sabattini

Critica del progresso e ruolo del populismo nelle società in crisi

christopher_laschÈ largamente diffusa l’idea che Cristopher Lasch, storico e sociologo statunitense, morto prematuramente nel 1994, sia stato un conservatore di sinistra. Che Lasch sia stato un conservatore solo perché ha criticato l’idea di progresso, così come questa è stata formulata dai moralisti e dagli illuministi inglesi e francesi del Settecento e difesa, nel corso del Novecento, tanto dai teorici liberali quanto da quelli della sinistra, è un’idea che può essere derivata solo da una lettura parziale della sua analisi critica, considerata troppo esposta al pericolo di derive populiste. Che poi Lasch sia stato un critico di sinistra è un fatto confermato, soprattutto alla luce della crisi globale che sta sconquassando il mondo attuale, dalle pagine profetiche contenute nel libro ”Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica”, uno dei suoi ultimi saggi scritto, prima della morte.
Il saggio impressiona, non solo per la precisione con cui sono stati previsti, con grande anticipo, gli effetti della Grande Depressione del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei popoli; ma, soprattutto, per la riconduzione della critica sociale più efficace delle cause della crisi ai “movimenti populisti”, i quali si stanno sempre più affermando all’interno dei Paesi maggiormente esposti alle conseguenze negative della cri stessa. Anziché demonizzarne la presenza, come fanno gli establishment dei Paesi nei quali sta proliferando il populismo, Lasch valuta positivamente il ruolo di tali movimenti; egli rivendica per essi, non tanto la capacità di contribuire a porre rimedio ai mali che affliggono il mondo, quanto quella di “mettere alla frusta” le élite al potere, attraverso una critica radicale alle insufficienze della loro azione; critica che, a parere di Lasch, trarrebbe “gran parte delle sua ispirazione morale nel radicalismo popolare e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso […] portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori”.
L’idea di progresso – afferma Lasch – “rappresenta una versione secolarizzata della fede cristiana della provvidenza”. Grazie a questa versione, l’Occidente ha potuto immaginare la storia “come un processo generalmente in moto verso l’alto”; per gli storici del XX secolo, però, l’idea che il progresso potesse tradursi “in un qualche stato finale di perfezione terrena” è divenuta “l’idea morta tra le più morte”, ovvero l’idea che più di ogni altra “è stata spazzata via dalle esperienze del ventesimo secolo”, mentre l’avvento dei regimi totalitari giunti al potere nel corso degli anni Trenta del secolo scorso ha definitivamente screditato ogni visione utopistica del futuro. Il crollo dell’utopia ha concorso definitivamente a far riconoscere e accettare che era possibile salvare la “fede nel progresso”, solo “rinnegandone i toni perfezionistici”.
Una volta stabilite le differenze tra la visione profetica del progresso, di origine cristiana, e quella moderna, diventa possibile capire, secondo Lasch, cosa ha avuto di originale quest’ultima: “non la promessa di un’utopia secolare che avrebbe portato la storia a un lieto fine, ma la promessa di un costante miglioramento, di cui non si poteva prevedere la fine”. L’idea moderna di progresso non ha mai sostenuto la promessa di una società ideale; tuttavia, il fatto che niente fosse dato per certo ha dato origine al senso di provvisorietà, divenuto oggetto di celebrazione o di deplorazione come “intima essenza” dell’idea moderna di progresso. Si è pensato che solo la scienza fosse imperitura, e benché si accettasse popperaniamente la provvisorietà delle sue certezze, il carattere irreversibile del suo sviluppo storico ha consentito di porre rimedio al senso di disperazione cui poteva dare origine la rimozione della fede religiosa di poter raggiungere, attraverso il progresso, “uno stato finale di perfezione terrena”.
La rottura decisiva con il vecchio modo di pensare al progresso è avvenuta quando i bisogni umani, attraverso l’affermarsi della teoria economica come scienza autonoma, sono stati considerati, non più naturali, ma storici e sociali, e quindi suscettibili d’esser soddisfatti in maniera crescente attraverso una razionale organizzazione del sistema sociale. La nuova scienza economica, tuttavia, nonostante sia stata celebrata dai suoi più sensibili formalizzatori come lo strumento col quale liberare il mondo dall’indigenza e dalla povertà, il successivo sviluppo della società industriale, celebrato durante tutto il secolo XIX ed i primi lustri del XX, non ha saputo evitare che, a lungo andare, si dovessero fare i conti con la constatazione che l’abbondanza materiale, resa possibile dalla società industriale, si universalizzasse attraverso istituzioni, quali il mercato, supposte dotate di meccanismi autoregolatori. Lo sviluppo della società industriale, infatti, ha mostrato una crescente incapacità a soddisfare, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la speranza che il mondo moderno potesse sottrarsi alla instabilità e alla libertà dal bisogno per tutti, diventando tale speranza largamente irragionevole.
Dopo il primo conflitto mondiale, è stato John Maynard Keynes ad operare una rivoluzione scientifica con la quale ha colto i limiti della teoria economica tradizionale, sottolineando che a fare “girare il motore” della crescita del livello di benessere non era il risparmio, ovvero, come precedentemente si sosteneva, l’astinenza dal consumare ciò che offriva il mercato; il risparmio, secondo Keynes, “era una virtù amara, adatta solo a condizioni di scarsità. Il denaro era fatto per essere speso, non accumulato”; una critica, questa, che investiva non solo la presunta capacità del mercato di autoregolarsi, ma anche l’idea che l’ideologia liberale progressista potesse garantire all’infinito una stabile e “giusta” crescita del benessere sociale. La rivoluzione keynesiana, formulata nel periodo tra le due guerre, produrrà effetti rilevanti sul piano sociale solo nei “Trent’anni gloriosi 1945-1975” del secondo dopoguerra. Solo nella forma keynesiana, l’dea di progresso è riuscita a sopravvivere ai rigori della prima metà del ventesimo secolo, incluso quello basato sull’ipotesi, adottata all’interno dei sistemi sociali autoritari, che il progresso potesse essere realizzato anche attraverso la perfettibilità della natura umana.
La versione liberale di progresso, però, si è rivelata – afferma Lasch – “straordinariamente resistente” ai colpi che gli avvenimenti, occorsi sul piano dell’organizzazione sociale dopo il secondo conflitto mondiale, gli avevano inferto; dopo che le presunte virtù del libero mercato autoregolato, di saper garantire una stabile crescita del benessere e della giustizia sociale, erano state largamente screditate, l’idea liberale, nella sua versione neoliberista, è riuscita di nuovo ad imporsi. Oggi, a parere di Lasch, con gli eventi succedutisi a partire dal 1975, compresi quelli connessi allo scoppio della recente Grande Recessione, è diventato difficile, quasi impossibile, “imbastire una difesa davvero convincente dell’idea di progresso”.
La linea di difesa non può che essere quella di “collegare il progresso a un’espansione indefinita dei beni di consumo”; tale espansione presuppone la creazione di un mercato globale “che comprenda tutte le popolazioni del mondo precedentemente escluse da ogni ragionevole prospettiva di benessere”. Il presupposto, che all’inizio del processo di globalizzazione delle economie nazionali era assunto con tanto entusiasmo, oggi ha cessato di ispirare fiducia, per via del fatto che le economie avanzate in crisi, non solo non sono più in grado di portare a compimento progetti ambiziosi, ma neppure riecono a porre rimedio alle disuguaglianze distributive esistenti al loro interno.
Di fronte al malcontento generato dai sistemi economici in crisi, sono state ricuperate alcune tradizioni sommerse della critica sociale; dopo la riemersione dell’idea liberale di progresso, il crescente disagio sociale causato dai fallimenti delle presunte virtù del libero mercato ha spinto i teorici della politica a riscoprire – afferma Lasch – l’“umanesimo civico”, trasformandolo in “parola d’ordine di quanti criticano, da destra o da sinistra, il liberalismo come una filosofia politica sempre meno capace d’imporre agli egoismi particolari la dedizione al pubblico bene”. Secondo questi teorici della politica solo una ripresa dello “spirito civico” può consentire di affrontare i problemi che minacciano di sovvertire il mondo; per questi teorici, a parere di Lasch, la protesta sorretta dallo spirito civico che “pone l’accento sui doveri di partecipazione attiva del cittadino, è molto più adeguata ai bisogni di oggi di quanto non lo sia la filosofia liberale dell’avido individuo”.
Gli storici del movimento dei lavoratori e della cultura di classe del diciannovesimo secolo sono in disaccordo su numerosi problemi; su un punto, però, secondo Lasch, esprimono tutti “un accordo quasi universale”: quello per cui sono stati “gli artigiani qualificati, non i lavoratori dei nuovi impianti industriali, a dominare il movimento dei lavoratori nei primi decenni dell’industrializzazione”. L’assunto che siano stati gli artigiani a dominare il movimento dei lavoratori nel diciannovesimo secolo è spesso negato solo da coloro che “sperano ancora di far quadrare la nuova storia del movimento operaio con il marxismo”. Con la loro critica, gli artigiani non hanno inteso rinunciare di diventare “padroni di se stessi”; hanno inteso solo difendere il loro “stile di vita”, che veniva eroso dall’industrialismo, “grazie a qualche forma di proprietà cooperativa dei mezzi di produzione.
Il movimento degli artigiani non respingeva l’idea in sé di progresso; esso implicava però che il progresso non fosse disgiunto da “una solidarietà locale, regionale o nazionale di fronte al pericolo di un’invasione dall’esterno, che è qualcosa di assai più sostanziale – afferma Lasch – dell’ipotetica solidarietà internazionale del proletariato”. La scoperta delle origini artigiane del radicalismo critico contro gli effetti dell’avvento della società industriale, per la difesa del modo tradizionale di vivere e per l’affermazione di un forte senso d’identità locale, ha spinto molti storici, non del tutto disinteressati ideologicamente, a considerare riduttivamente la critica artigiana del diciannovesimo secolo contro l’industrialismo: “più come una forma di populismo – afferma Lasch – che come il primo passo verso il sindacalismo e il socialismo ‘maturi’”. A parere dello studioso americano, la critica artigiana ha significato qualcosa di molto preciso: soprattutto, “difesa della professionalità, opposizione a tutta la struttura della finanza strumentale alla montante società industriale e rifiuto del lavoro salariato”. Sennonché, non essendo ancora disponili le teorizzazioni che James Meade esporrà un secolo dopo in “Agatotopia”, la scoperta del fatto che un sistema di cooperative non può funzionare senza un qualche appoggio da parte dello Stato è giunto troppo tardi “per permettere agli operai e ai contadini di far causa comune“ con gli artigiani.
Il disprezzo con cui in tanti guardano al populismo del secolo scorso porta con sé l’ipotesi, anzi la presunzione, che il nostro tempo dominato dall’ideologia neoliberista disponga del “knw how” necessario per conciliare efficienza nell’uso delle risorse, giustizia sociale e libertà decisionale dei componenti il sistema sociale. Nulla però, in questi ultimi cinquant’anni, giustifica una simile ipotesi; perciò, a giudizio di Lasch, il senso della critica artigiana del diciannovesimo secolo alla società industriale merita d’”essere presa nella più attenta considerazione”; essa, la critica populista, malgrado la sua sconfitta, può in prospettiva ancora insegnare alle generazioni attuali a rendersi conto dell’urgenza di superare la situazione contemporanea e della dense nubi che oscurano il loro possibile futuro se rinunciassero a portare avanti la loro critica radicale allo status quo.
Quanto si qui esposto, commentando l’analisi di Lasch, sulle origini e sul ruolo del populismo, si adatta bene alla situazione in cui versa l’Italia. La crisi politica ed economica, infatti, da anni sta sempre più aggravando la tenuta del sistema sociale del Paese, sino a favorire la lievitazione di una crescente protesta popolare. La protesta, tuttavia, non costituisce in sé la soluzione dei mali che affliggono il Paese, ma pone delle precise richieste all’establishment che, anziché dare delle risposte credibili, sinora non ha fatto altro che demonizzare il movimento che la esprime. Il fatto che a quest’ultimo si imputi la presunta incapacità di governo non può giustificare la tendenza a trascurare il senso della protesta, accusando il movimento d’essere chiuso ad ogni tentativo di coinvolgimento nelle scelte politiche.
Un movimento di protesta non può lasciarsi coinvolgere nella responsabilità di scelte politiche ed economiche per la cura di interessi che sono estranei a coloro che vi aderiscono; soprattutto se esso non dispone dell’appoggio di “gruppi” portatori di specifiche interpretazioni della teoria economica. Indubbiamente, ciò può costituire un motivo di debolezza, che può esporre il movimento al pericolo d’essere affiancato, nell’esercizio della protesta, dal populismo di estrema destra. Si può solo osservare, tuttavia, che un populismo adatto alla situazione politica ed economica dell’Italia del ventunesimo secolo, oltre a rimarcare la sua diversità dalla nuova destra xenofoba e nazionalista, dovrà anche evidenziare di non aver niente in comune con i movimenti populisti del passato, se non l’ispirazione morale al radicalismo della loro protesta.
D’altra parte, l’establishment del Paese conosce bene il senso delle richieste del populismo progressista e riformista nazionale; in ultima istanza, che si ponga rimedio agli esiti disastrosi di una globalizzazione senza regole, che si rimuovano le disuguaglianze personali e territoriali e che il processo di integrazione europea sia portato a compimento sconfiggendo l’egemonia ordoliberista della Germania. Se non si sapranno dare risposte valide a queste richieste, si può fondatamente prevedere che il futuro non sarà benigno, né per l’establishment, né per i poteri forti che lo esprimono, né per l’intero Paese.

Alimentazione e comportamento etico del consumatore

“Di solito non pensiamo a quello che mangiamo come a una questione etica […]. Nell’etica tradizionale ebraica, musulmana, ebraica, hindù e buddista, il dibattito su ciò che andrebbe o non andrebbe mangiato ha un posto di primo piano. In epoca cristiana, invece, fu prestata minore attenzione alle scelte alimentari: l’unica grande preoccupazione era evitare l’ingordigia, indicata dai precetti cattolici come uno dei sette peccati capitali”. Così iniziano il loro nuovo saggio Peter Singer e Jim Mason; questi autori, dopo “Animal Factories” hanno dato corpo ad una nuovo volume, comparso anche in traduzione italiana, col titolo “Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari”. Singer e Mason, che non sono dei naturalisti occasionali, ma lo sono da tempo, indirizzano una critica radicale all’atteggiamento dell’uomo verso il mondo animale.

Peter Singer è un filosofo e saggista australiano; la sua notorietà è dovuta soprattutto all’essere stato il pioniere del movimento per i diritti degli animali, di cui è tuttora uno degli attivisti più influenti. Singer, sempre polemico e al centro di dibattiti, sul piano dell’etica comportamentale, ha incrinato le certezze morali dell’uomo occidentale, contribuendo a mettere in crisi la “vecchia morale”, riguardante soprattutto il comportamento del consumatore.

Jim Mason è un attivista e saggista americano, da sempre impegnato ad analizzare le radici storiche e culturali della credenza occidentale riguardante il presunto signoreggio dell’uomo sull’intero mondo naturale. Nelle sue analisi, Mason insiste nel “presentare all’uomo il conto”, per via della pervicacia con cui ha ignorato, e continua ad ignorare, la relazione col mondo naturale; ignoranza che impedisce all’uomo stesso di rispettare la natura con il controllo delle sue derive distruttive.

In “Come mangiamo”, gli autori illustrano il modo in cui oggi è esercitata l’agricoltura e sono gestiti gli allevamenti di animali per scopi alimentari, al fine di stabilire un “codice etico” per la guida delle scelte di consumo più confacenti alle esigenze di ciascuno e al rispetto ambientale; la loro attenzione, però, è anche rivolta a considerare l’impatto che le scelte alimentari tradizionali di ogni consumatore hanno sugli altri. Ciò, come conseguenza di una nuova forma di consapevolezza che sta lentamente crescendo nel mondo, almeno in quello economicamente più avanzato. Molte persone hanno smesso di mangiare carne di animali allevati, dopo essere giunte a conoscenza delle condizioni estreme di vita alle quali gli animali sono stati costretti dagli allevatori, ma anche per “ragioni che spaziano da preoccupazioni etiche per l’ambiente al desiderio di evitare di ingerire pesticidi”; il consumo di cibi biologici è oggi promosso e stimolato, oltre che dalla diffusa convinzione che essi siano più gustosi di quelli ottenuti attraverso l’impiego di tecniche produttive moderne, anche da quella che la loro produzione sia sorretta dal comparto produttivo agricolo più dinamico, caratterizzato da ritmi di crescita sostenuti.

Oggi, a porsi problemi di scelta di fronte al consumo di prodotti carnei e ittici non sono solo i “vegetariani”; a questi si sono aggiunti anche i “vegani”, i quali, oltre a non assumere come cibo prodotti carnei, non mangiano neppure i prodotti di origine animale (formaggi, uova, miele, ecc.). Inoltre, Singer e Mason osservano che in tutti i Paesi sviluppati, i consumatori stanno imparando a porsi domande sulle modalità di allevamento degli animali e sulla provenienza dei prodotti, chiedendosi anche se ai contadini sia corrisposto un giusto salario e, quando i prodotti provengono da Paesi arretrati, se sono stati importati a condizioni di scambio equo.

I comportamenti di consumo responsabili sono pertanto in aumento, alimentando l’espansione del numero di quelli che sostegno la necessità di un “consumo etico”; inteso, questo, non come esito di un comportamento imposto, ma come risultato dell’osservanza di regole alle quali ognuno è libero di conformarsi. Scegliere alimenti migliori, avvertono gli autori, “non significa dover passare ore a leggere le etichette o aderire rigidamente ad una dieta particolare”; basta attenersi alle regole comportamentali che essi stessi provvedono a formulare, evitando che nei consumatori si radichi il convincimento che se esistono ragioni etiche per “fare una certa cosa” sia obbligatorio farla sempre e a qualsiasi costo. Un approccio al consumo etico basato su regole rigide, a parere degli autori, non è l’unico possibile, né il migliore; basta che ognuno valuti responsabilmente le conseguenze del proprio agire, nei confronti di se stesso, ma anche nei confronti delle altre persone del mondo. Nel consumo etico non è sbagliato dare importanza ai propri desideri, a patto, però che ciò non vada a ledere gli interessi di coloro che sono involontariamente coinvolti dalle proprie scelte.

Prima di indicare le regole cui attenersi per un consumo etico, gli autori formulano alcuni principi che essi ritengono possano essere condivisi dai più; tali principi, pur non comprendendo tutto ciò che può essere di rilevanza morale, possono però aiutare a risolvere molti dei più tormentosi dilemmi che affliggono il consumatore responsabile. I principi sono: quello della “trasparenza”, implicante il diritto del consumatore di sapere come viene prodotto ciò che acquista per alimentarsi; quello dell’”equità”, che vuole che la produzione alimentare non debba imporre costi su terze persone, nel senso che il cibo dovrebbe rifletterei costi globali della sua produzione (per cui se nessuno vorrà pagare l’alto prezzo conseguente di quel cibo, sarà il mercato a farne cessare la produzione); quello dell’”umanità”, in considerazione del quale deve considerarsi ingiusto infliggere sofferenze agli animali di terra e di mare, costringerli a venire al mondo, allevarli in condizioni innaturali e condurli al macello, previo inquinamento dell’ambiente terrestre e marino, per ragioni di mera accumulazione di “potere” economico; quello della “responsabilità sociale”, a tutela del diritto dei lavoratori a ricevere un salario adeguato e a vedersi garantite condizioni dignitose di lavoro; infine, quello del “bisogno”, che vuole la tutela della vita e della salute anteposta alla soddisfazione di altri desideri.

Le regole comportamentali alle quali dovrebbe attenersi il consumatore etico includono innanzitutto quella secondo la quale si deve dare per scontato che la quasi totalità degli alimenti carnei ed ittici sono prodotti dall’industria alimentare moderna con largo uso di metodi poco condivisibili, poco sostenibili e molto poco ecologici. In queste condizioni, secondo gli autori, nel caso di consumi carnei ed ittici, il consumatore critico deve tener presente che essi sono stati ottenuti attraverso allevamenti dannosi per l’ambiente e, perciò, anche per gli esseri umani; l’alternativa, in questo caso, può essere rappresentata dalla possibilità di poter disporre di prodotti provenienti da zone dove si praticano allevamenti sostenibili e dove sia possibile organizzare “gruppi di acquisto solidali”. Laddove questa alternativa è disponibile, comprare prodotti altamente biologici significa garantire un minor deflusso di fertilizzanti chimici nelle acque circostanti, meno erbicidi e pesticidi nell’ambiente e una miglior conservazione dell’equilibrio ambientale.

Tuttavia, affermano gli autori, se diventare vegani è un passo troppo grande per molti dei milioni di abitanti dei Paesi industrializzati, occorre fare affidamento su un’alternativa ai prodotti da allevamento intensivo; un’agricoltura ecologicamente sostenibile, attenta al benessere dell’uomo e degli altri animali, redditizia sul piano economico, è l’alternativa proponibile e il “vegetarianesimo” più praticabile del “veganismo”. Se ciò fosse responsabilmente perseguito a livello politico, si concorrerebbe, tra l’altro, a dare credito al “vecchio detto” che il risparmio sia il miglior guadagno; è quanto potrebbe realizzarsi, evitando gli sprechi di cibo che normalmente si verificano nei Paesi sviluppati e ricchi; gli sprechi, ricordano gli autori, risultano ben maggiori se si considerano anche quelli che si hanno quando il cibo è prodotto in sovrabbondanza, allorché si considera “ciò che si mette in bocca ben oltre le normali esigenze nutritive”.

Mangiare troppo comporta non solo un problema di salute, ma anche uno di natura etica; ciò, perché il sovrappeso causa delle patologie che richiedono cure mediche, il cui costo è coperto dalle imposte necessarie a finanziare il sevizio medico nazionale; scegliere una dieta poco salutare non è quindi una questione rilevante solo a livello personale, è anche una scelta immorale nei confronti di chi poi sarà chiamato a pagare i costi.

In conclusione, tenuto conto dei disagi che risultano connessi ai comportamenti poco critici dei consumatori, gli autori concludono auspicando che il movimento crescente in pro del consumo biologico sia incoraggiato e sostenuto, perché insieme alla “virtù ormai fuori moda”, la frugalità, sia rinforzato anche il convincimento che non “è giusto essere ingordi”.

La narrazione di Singer e Mason circa i “guasti” provocati dal comportamento irresponsabile del consumatore risponde senza dubbio al vero; ciò che nel discorso critico complessivo dei due autori appare carente è l’idea che il movimento che vede impegnati i consumatori ad apportare modifiche consapevoli alle loro scelte dietologiche possa crescere e diventare dominante “motu proprio”. Purtroppo non è così; il consumo etico, infatti, è un “lusso” che possono permettersi solo quelli che non hanno il problema di fare quadrare i conti alla fine di ogni mese, mentre coloro tra questi che si sottraggono al “peccato dell’ingordigia”, limitando le loro scelte di consumo, lo fanno solo perché costretti a “tirare la cinghia”.

Nel libro di Singer e Mason sono date per scontate la dinamica della popolazione e la persistenza dell’ideologia liberista nel governo dell’attività produttiva. Tali variabili hanno un impatto notevole sul comportamento di scelta dei consumatori; non si potranno controllare i ritmi con cui cresce la popolazione del mondo, soprattutto quella esterna all’Occidente industrializzato, sin tanto che non saranno eliminate le attuali differenze di reddito tra Paesi ricchi e Paesi poveri e quelle esistenti all’interno di tutti i Paesi (inclusi quelli ricchi) tra i diversi gruppi sociali. Le due variabili, interagendo tra loro, creano le condizioni perché i comportamenti di consumo diventino irresponsabili, nel senso di Singer e Mason: l’aumento incontrollato della popolazione costituisce il presupposto per la continua espansione della produzione industriale dei prodotti alimentari, con tutte le conseguenze negative denunciate dagli autori; mentre il neoliberismo, propagandando l’ideologia che ogni singolo individuo sia il miglior giudice di se stesso, indipendentemente dal fatto che il suo comportamento sia dannoso oltre che per sé anche per gli altri, nega l’opportunità che siano attuate politiche pubbliche volte, sia a regolare la dinamica demografica, che a regolare le modalità di funzionamento dei mercati.

Sin tanto che durerà questa situazione di impasse, i discorsi circa il comportamento etico del consumatore e quelli sul consumo responsabile sono destinati a ridursi a belle “prediche inutili”, mentre è assai dubbio che i pochi che potranno permettersi il controllo della qualità della loro dieta, grazie al potere d’acquisto del quale dispongono, lo facciano pensando anche agli altri e non solo a sé stessi.

Gianfranco Sabattini

L’impatto della globalizzazione sulla Storia

globalizzazioneSerge Gruzinski, storico francese, affronta il problema delle conseguenze della globalizzazione sulla storia del mondo e del tendenziale appiattimento del presente sul mondo globalizzato. Maria Matilde Benzoni, nella prefazione all’edizione italiana del libro dello storico francese (”Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato”), giustamente afferma che non si tratta di una questione che possa interessare solo gli “addetti ai lavori”; si tratta invece di un argomento che investe la sensibilità di tutti, “giacché esso riguarda la continuità della trasmissione, da una generazione all’altra, di una consapevolezza, sia pur minima, della profondità del passato, strumento imprescindibile per orientarsi nel presente e guardare al tempo che verrà”.

In realtà, l’appiattimento del presente sul mondo globalizzato è solo apparente; ciò perché, com’è nell’esperienza di tutti, oggi il contesto globale è contrassegnato da una pervasiva conflittualità sociale, culturale ed economica, che mobilita e spinge all’azione individui e società, producendo esiti inattesi e, a volte, accentuando le contrapposizioni sino a causare lo scoppio di conflitti armati di varia natura.

A parere di Gruzinski, per quanto sia difficile pensare di poter definire una storia globale, se però ci si colloca dal punto di vista dell’intero mondo, essa può essere intesa come “storia delle relazioni internazionali”; ciò implica la concentrazione dell’attenzione “sui rapporti che le società intrattengono tra loro, sulle articolazioni e sulle aggregazioni che costruiscono, ma anche sul modo in cui tali organizzazioni umane, economiche, sociali, religiose o politiche omogeneizzano il globo oppure resistono al movimento”; ma implica anche – afferma Gruzinski – che una storia siffatta non possa non riflettersi sui processi di globalizzazione in atto sulla Terra, ieri come oggi. Per questo motivo, la storia delle relazioni internazionali offre degli strumenti efficaci “per far dialogare i passati del nostro pianeta con i suoi presenti”. Come considerare il dialogo tra organizzazioni umane tanto distanti tra loro, non solo in termini culturali, ma soprattutto in termini economici e delle opportunità che le singole organizzazioni possono offrire ai propri membri? Cos’hanno in comune comunità tanto diverse, dopo il loro ingresso nel mondo globalizzato?

Dal punto di vista della storia, le differenze che intercorrono tra le diverse società del mondo fanno parte dell’eredità con cui lo storico è chiamato a confrontarsi. Per quanto le fonti, gli ambiti di ricerca e i diversi modi di affrontare la storia delle società suscitino incessanti dibattiti – afferma Guzinski – “è raro che si critichino le barriere in sé, vale adire le articolazioni geografiche e cronologiche” in cui è diviso per tradizione il settore che cura e custodisce la memoria delle società. L’Europa, ad esempio, a parere dello storico francese, all’inizio del terzo millennio non riesce ancora ad affermarsi in quanto tale; per non dire “della storia del resto del mondo, sostanzialmente sorvolata nella maggior parte dei paesi europei e in America”. Non è però il predominio della storia nazionale di un paese o di un gruppo di paesi a costituire il maggior ostacolo alla narrazione della storia del mondo vista solo da un particolare ed esclusivo punto di vista.

La storia in Europa, afferma Gruzinski, “si è a lungo considerata come l’equivalente della storia del mondo. O meglio, a lungo, al di fuori delle frontiere del Vecchio Continente, dal Giappone agli Stati Uniti e all’America latina, molti l’hanno creduto e si sono comportati come se ratificassero simile pretesa”. Alla fine del secolo scorso, però, il vento che soffiava in favore di tale pretesa ha cambiato direzione, per cui “le certezze delle tradizioni storiografiche che riconducevano l’evoluzione delle altre società a categorie e problematiche strettamente europee ne sono uscite fortemente incrinate”; ciò è valso ad affermare il convincimento che applicare la storia d’Europa a quella del resto del mondo non fosse sicuramente il modo migliore per comprendere tutte le storie del passato del pianeta.

La visione eurocentrica della storia del mondo, se da un lato può permettere di eliminare alcune barriere, da un altro lato ne eleva altre, dal momento che trasforma il punto di vista europeo in una visione unica e universale del passato globale del pianeta. Ma come può essere superato l’erocentrismo – si chiede Gruzinski – senza trascurare il fatto che nessun punto di vista può prescindere  da un osservatorio specifico?

La storia comparata ha certamente contribuito a “fare arretrare nel passato” la storia del mondo; ma una storia comparata, in sé e per sé considerata, non può tradursi in una storia globale; affinché ciò possa essere reso possibile, mettendo fuori discussione ogni pretesa di far valere un particolare punto di vista, devono essere “reinquadrate e ricalibrate” tutte le storie locali. Comunque, il compimento di tutte queste operazioni, non è sufficiente – afferma Gruzinski – a “configurare una storia globale”.

A parere dello storico francese, assumere il punto di vista locale, quale fulcro per una trasformazione delle storie locali in una storia globale, non è un’operazione corretta dal punto di vista del metodo storico. Ciò perché gli storici non sono “avvezzi a ricostruire il profilo della dimensione locale nei suoi rapporti con una pluralità di realtà esterne, a volte estremamente lontane”; ma anche perché l’esaltazione di una data società per il suo patrimonio identitario non è che un legame esclusivo che vincola i suoi componenti al suolo e alla terra che essi abitano.

Questo legame esclusivo è portatore di una “miopia” quasi assoluta da parte dei componenti le società locali nei confronti dell’altrove, ed il legame che li vincola al luogo d’origine è cosi profondamente sentito che, normalmente, quando vengono loro offerte “possibilità di mobilità su scale planetaria”, sono destabilizzati, sino ad essere indotti a considerare il loro luogo un “cordone ombelicale da non recidere mai, perfino il santuario delle purezza etnica”. Di fronte alla destabilizzazione, molte società locali hanno risposto erigendo delle difese e “declinando ogni sorta di etnocentrismo e di mito su scala locale, regionale o nazionale”. Tutte queste reazioni spiegano le difficoltà che si oppongono all’assunzione del punto di vista locale per la scrittura di una storia globale; esse, le reazioni, sono infatti la negazione dei rapporti che le diverse società del mondo dovrebbero intrattenere, al fine di offrire allo storico il punto di partenza per la costruzione di una storia del mondo condivisa.

La globalizzazione, a parere di Gruzinski, ha originato la massima intensità delle reazioni locali, in quanto l’appiattimento sul presente di tutte le storie locali ha determinato, e continua a determinare, in molte circostanze una resistenza, il cui unico scopo è quello di giungere all’espulsione dal contesto locale di ogni forma di intrusione. Ciò è facilmente intuibile, in considerazione del fatto che, nel realizzare l’appiattimento del presente sulle diverse storie locali, la globalizzazione ha sostituito all’esclusivo punto di vista europeo quello, ancora più esclusivo, della presunta superiorità della civiltà dell’Occidente.

La storia del passato di ogni società è narrata – afferma Gruzinski – al fine di generare senso; di garantire, cioè, punti di riferimento a tutti i componenti della società, perché possano “meglio affrontare le incertezze del presente e del futuro”; ma per molte società, egemonizzate dalla pretesa dell’Occidente d’essere portatore di valori superiori, la storia del loro passato serve solo per affrontare le incertezze del presente e non anche del futuro. Ciò perché per molti componenti delle società egemonizzate dall’Occidente, “i domani che li ossessionano non sono che il prossimo capitolo di vicende” vissute in un passato prossimo o remoto, come conseguenza del processo di colonizzazione sorretto dall’etnocentrismo europeo.

Queste società, che non sanno valutare in termini autonomi il loro presente per affrontare le incertezze del futuro, dopo il crollo dell’utopia marxista alla fine del XX secolo, possono solo disporre dell’assistenza delle grandi religioni, dalle quali possono trarre possibili risposte alle loro attese; accanto a tali certezze, rese opache dai fondamentalismi che affascinano alcune di queste società, la globalizzazione persiste, come se tutte le società del mondo dovessero necessariamente convergere verso un unico presente globale, nel più assoluto disinteresse per la storia dei passati di tutte le realtà sociali del globo.

In conclusione, a parere di Gruzinski, per opporsi agli esiti di una globalizzazione, che ignora i passati di tutte le società che coinvolge, occorre ricuperare parti consistenti di tutti questi passati e, con essi, di tutti i diversi presenti delle realtà locali, per inquadrare le diverse storie in una dimensione internazionale e interculturale; in tal modo, la conoscenza degli accadimenti che caratterizzano specificamente tutti i passati locali cesserebbe d’essere intesa come isolata, bensì come “crocevia” attraverso il quale cogliere le diverse correnti della storia globale. Accettare, perciò, la prospettiva di Gruzinski per lo studio della storia del mondo significa evitare le storie etnocentriche ed eurocentriche che ancora dominano in molte parti del globo e, allo stesso tempo, andare al di là della conoscenza dei particolarismi che impediscono qualsiasi forma di generalizzazione della conoscenza storica dei passati locali.

Serge Gruzinski auspica che si arrivi ad una storia capace di far dialogare criticamente passato e presente di ogni società, per una storia globale che inviti tutti i popoli a riconsiderare da nuovi punti di vista i loro passati; ciò al fine di far convergere in un unico “corpus” narrativo tutte le esperienze sinora vissute, al fine di illuminare, attraverso la loro conoscenza, il presente in cui si vive in termini multiformi. E’ questa la condizione per il superamento di ogni forma di esclusivismo; ma è anche il presupposto per evitare la pretesa di realizzare un appiattimento uniforme delle storie locali su un presente del mondo globalizzato che non tutti condividono.

Gianfranco Sabattini

Make America great again

Il successo di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha smentito la quasi totalità delle previsioni di tutti gli opinionisti progressisti benpensanti; questi sono stati presi in “contropiede” dal fatto che, anziché rivolgere la loro attenzione verso i problemi sociali dell’America, hanno preferito aprirsi alle “certezze” del suo establishment, considerando poco più di un pifferaio colui che, invece, si è posto come ricettore della protesta popolare. Fuori dal coro si pone l’Editoriale del numero di novembre di “Limes”, recante il titolo: “L’America americana”; a ragione, nell’Editoriale si sostiene che l’elezione di Trump è “non tanto sisma […] quanto sismografo dei mutamenti sociopolitici in corso”, i quali, nell’Occidente allargato e in crisi, sono di solito valutati politicamente reazionari.
Come ha osservato il 10 novembre scorso, all’indomani delle elezioni presidenziali Ezio Mauro, sul Blog on line de “la Repubblica/Speciali/Esteri”, “Forgotten men” sono “le prime parole che Donald Trump ha pronunciato da presidente eletto, per dire che uomini e donne “dimenticati” d’America non saranno dimenticati mai più. Istintivamente, scientificamente, Trump ha evocato davanti alle telecamere di tutto il mondo la sua costituency reale, quel soggetto politico anonimo e in gran parte sommerso, quindi sconosciuto perché senza voce e senza volto che lo ha preso dal ruolo di outsider e lo ha portato fin dentro la Casa Bianca. Non l’establishment, non il mondo, non il partito, non il Paese. Uomini e donne, singole persone ‘dimenticate’. Il ‘forgotten man’, potremmo dire, è il nuovo Dio sconosciuto d’America che Trump fa uscire dal buio del misconoscimento e porta alla ribalta, suonando la campana del riscatto”. Quella campana, però, oltre che per il resto dell’Occidente allargato, suona soprattutto per i Paesi europei, cioè per gli antichi Stati litigiosi dell’Unione Europea.
Cosa chiedono a Trump i “forgotten men”, cioè i populisti d’America? Chiedono che si ponga rimedio agli effetti sociali disastrosi della globalizzazione, in particolare alle ingiustizie economiche e al modo di operare delle istituzioni internazionali che non hanno saputo, e continuano a non sapere, come opporre a quegli effetti un’efficace azione di contenimento; i populisti si sono ribellati al modo in cui sinora è stata governata la società americana dalle élite dell’establishment che, in quanto detentrici del potere economico e del controllo dell’informazione, hanno avuto modo di curare i loro interessi particolari, ma non quelli generali. Quelle élite, agli occhi dei populisti “made in USA” si sono rivelate non un’avanguardia, ma un oligarchia. Alle critiche dei populisti circa il modo in cui è stata sinora governata e plasmata la società americana, le élite non hanno reagito in modo “politicamente corretto”; esse, invece, dopo il risultato elettorale, hanno continuato a rifiutare di aprirsi alla comprensione del perché un personaggio come Trump, un loro uomo fattosi capopopolo, abbia attratto su di sé il consenso di chi maggiormente ha pagato la politica di apertura dell’America al mondo, attuata per il tramite della globalizzazione.
Negli anni Novanta, la globalizzazione è stata una prospettiva di azione politica ed economica che ha goduto di un largo consenso; la sua diffusione è stata ampiamente egemonizzata dagli Stati Uniti, con un approfondimento che nel lungo andare – sottolinea l’Editoriale di “Limes” – ha condotto l’America a non essere più percepita dall’Occidente allargato come “nazione indispensabile” nel governo degli equilibri economici e geostrategici mondiali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sulla situazione sociale interna della Repubblica stellata, a causa, secondo la visione apocalittica della società americana da parte di Trump, della “soggezione della potenza benigna a maligni (in)flussi alieni”, che occorre ora annullare, come recita lo slogan elettorale: “Make America Great Again”.
Il successo di Trump è una diretta conseguenza di questa presunta soggezione, giustificata sulla base di diversi indicatori che evidenziano un’”inversione di tendenza” circa il “peso” degli USA nel mondo, sul piano politico ed economico. A partire dal 2008, in effetti, l’anno in cui è scoppiata la crisi dei mutui subprime, che ha investito l’economia americana, “quindi la società, la politica, l’idea stessa di comunità, ovvero della convivenza fra uguali e diversi”, gli USA hanno “subito” un ridimensionamento del loro status di superpotenza mondiale.
Secondo l’Editoriale di “Limes”, i più evidenti segnali di questo ridimensionamento sono tre: innanzitutto, la diminuzione della mobilità del capitale, dovuta al fatto che i flussi finanziari in relazione al prodotto interno globale sono diminuiti dal 67% del 2007 al 36% del 2015; in secondo luogo, la contrazione del volume complessivo del commercio mondiale, il cui rapporto con la produzione globale risulta, a partire dal 2008, sostanzialmente costante, quasi pari al 60%; infine, gli investimenti diretti esteri si sono dimezzati rispetto al 3,3% registrato nel 2007. Se a tutto ciò si aggiungono gli effetti delle politiche protezionistiche praticate da molti Paesi e l’intenzione di Trump di ridimensionare o annullare i progetti strategico-commercaili, portati aventi dall’amministrazione uscente, per Atlantico-Europa (TTIP) e Pacifico-Asia(TPP), si deve concludere, a parere dell’Editoriale di “Limes”, che la prospettiva dei “destini globali dell’economia” può “dipingere” tutt’al più il recente passato, ma non certo un possibile prossimo futuro.
In conseguenza di tutto ciò, la riemersione del diffuso nazionalismo e della diffidenza verso il mondo esterno di cui sono portatrici robuste frange dei “forgotten men” americani, ma anche dei movimenti populisti che si stanno affermando in tutti i Paesi dell’Occidente allargato, scaturisce “dallo spaesamento eccitato dal globalismo, dalla frizione fra politicamente corretto e senso comune, dal bisogno di calore che l’individuo trova nell’appartenenza alla terra ancestrale, non negli algoritmi della finanza elettronica”; in altre parole, la diffidenza dei populisti americani verso il mondo esterno nasce, secondo una metafora cara ai tedeschi, dalla “nostalgia di focolare (Heimat) prima che di patria (Vaterland). Dalla politica non ci si attende l’interconnessione con i mercati altrui, si pretende la difesa degli interessi nazionali, che ciascuno identifica con i propri”.
Nei Paesi dell’Occidente allargato in cui prevale la democrazia, l’opposizione populista è ancora contenuta nelle proteste delle piazze o affievolita dal ricorso alle urne, ma se si continua a demonizzarne i leader e a svilire il senso della protesta di coloro che la esprimono, non si può escludere il pericolo che essa assuma forme poco appropriate rispetto alla natura democratica delle istituzioni dei Paesi nei quali la protesta sta continuamente lievitando.
Per quanto riguarda le conseguenze che possono derivare dal perseguimento, da parte del nuovo presidente, dell’obiettivo di fare di nuovo grande l’America, occorre prendere in considerazione le politiche estere alternative che potrebbero presumibilmente essere attuate da Trump: una prima politica potrebbe scaturire dall’assunto che l’America sia davvero in declino; mentre una seconda politica potrebbe essere quella fondata sull’ipotesi opposta, che la Repubblica stellata stia attraversando una crisi transeunte, per cui possano valere adeguati interventi coi quali rilanciarne l’antico ruolo.
A parere dell’Editoriale di “Limes”, se è vero che gli Stati Uniti sono in “relativo declino”, non è meno vero che essi siano destinati a rimanere a lungo la principale potenza del pianeta; innanzitutto, per la loro capacità di irradiamento ideologico egemonico, sorretto da un “soft power” che deriva loro dall’essere il Paese dotato di una qualità della ricerca scientifica e della tecnologia “capaci di attrarre e mettere alla prova i migliori cervelli del pianeta”; ma anche perché, si può aggiungere, dispongono di un “hard Power” col quale gli Stati Uniti garantiscono la stabilità dell’area valutaria che ha sinora sorretto, e continuerà a sorreggere in futuro, l’ordinato svolgersi del commercio internazionale
Quali che siano gli atteggiamenti critici dei “forgotten men” statunitensi nei riguardi della globalizzazione, è probabile, tuttavia, che la politica estera di Trump più rispondente alle esigenze interne, sia una “terza via”, che esclude tanto un ripiegamento isolazionista ispirato allo slogan “America First”, quanto una rinnovata proiezione verso l’esterno, alla ricerca revanscista del perduto primato d’un tempo. Quindi, ciò che è plausibile prevedere, in fatto di una possibile politica estera compatibile con gli impegni elettorali assunti verso coloro che l’hanno votato, è che Trump si orienti a ridurre la proiezione esterna degli Stati Uniti, per contenere la spesa e l’indebitamento pubblici con cui sinora è stata attuata, previa riduzione di tutti i rischi geopolitici, per combattere prioritariamente il pericolo del terrorismo jihadista.
Quali implicazioni potrà avere per l’Europa una politica estera americana meno impegnata verso il resto del mondo? Per l’Europa, l’elezione di Trunp, come afferma Ulrich Speck, esperto di relazioni internazionali presso l’Ufficio di Bruxelles dell’Istituto Escano (“Berlino teme di restare sola al comando”, nel numero di novembre 2016 di “Limes”) determinerà per l’Europa “la necessità di rendersi meno dipendente dagli Stati Uniti […], soprattutto in tema di sicurezza”; la maggiore indipendenza in fatto di sicurezza, tuttavia, non potrà essere perseguita senza la Nato, considerato che il sistema di difesa interatlantico è inconcepibile senza l’America, dato che agli europei “mancano capacità, ma anche leadership per provvedere in autonomia alla propria sicurezza”. Ciò, però, non esclude la possibilità per l’Europa di una maggiore indipendenza dagli USA sul piano dell’iniziativa politica.
Durante l’amministrazione americana uscente, la Germania è sembrata appagata per il ruolo di “proconsole” assegnatole nella cura degli interessi “imperiali” nella “provincia” europea; allo stato attuale, un analogo ruolo appare improbabile per il futuro. Se però esistesse realmente come unità politica autonoma, l’Europa potrebbe svolgere invece un ruolo compensativo, di fronte alla possibilità che la futura politica estera americana risulti essere imponderabile nel perseguimento del nuovo equilibrio di potere globale. La vittoria elettorale di Trump avviene in un momento in cui il Vecchio Continente è ancora molto lontano dal risultare politicamente, oltre che economicamente, unito.
In questa situazione, il pericolo maggiore al quale sono esposti quasi tutti i Paesi membri dell’Unione Europea è che la Germania, in virtù del ruolo chiave che si trova a svolgere, per via del suo peso economico, continui ad essere il “cane da guardia” del neoliberismo-ordoliberismo che ha indicato sinora le linee del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Se ciò dovesse accadere si potrebbe ben dire, riecheggiando l’Editoriale di “Limes” che, perdurando le difficoltà per un dialogo costruttivo intercomunitario, la fuga della Germania dall’Europa può solo suggerire che due politiche tra loro opposte, quella americana e quella europea “made in Germany”, non favorirebbero certamente la cura degli interessi europei, ma contribuirebbero solo “alla cacofonia del disordine mondiale”.
Per l’Italia, la continuazione del disordine mondiale, originato dall’ulteriore processo di approfondimento senza regole della globalizzazione, avrebbe l’effetto di peggiorare la situazione esistente. Continuare a subire l’egemonia tedesca, senza un reale impegno del Paese per promuovere la ripresa del processo di integrazione politica, significherebbe rinunciare a recepire le istanze del malcontento popolare e a realizzare una politica interna volta a promuovere la ripresa della crescita e l’avvio di una condivisa politica per una maggior giustizia sociale. E’ questo un motivo sufficiente a giustificare un prioritario impegno della classe politica italiana per favorire la ripresa del dialogo intercomunitario volto a portare a compimento il “progetto europeo”; ma è anche motivo sufficiente per aprire le molte istituzioni all’accoglimento delle istanze del diffuso malcontento sociale, anziché demonizzarlo, come sinora è stato fatto, senza il conseguimento di alcun risultato politicamente utile. La vittoria di Trump, deve fungere da campanello d’allarme; il piangersi addosso, dopo che gli eventi negativi, giudicati impossibili, si sono verificati, varrebbe ad approfondire il convincimento che la classe politica che governa l’Italia sia totalmente priva di credibilità.

Gianfranco Sabattini

La nascita dell’egemonia
dei mercati finanziari

finanzaSpesso, con l’evocazione della globalizzazione dei mercati si allude alla perdita della capacità degli Stati di assicurare un razionale governo delle economie nazionali; ciò, in considerazione del fatto che il presunto affievolirsi del ruolo degli Stati-nazione, con cui l’economia globale si è liberata dei “vincoli territoriali”, avrebbe consentito all’attività economica di svolgersi a livello globale. al di sopra degli Stati, anziché a livello interstatale. I singoli Stati avrebbero concorso a creare “una struttura per la regolamentazione delle attività economiche, rispetto alla quale essi rimangono ancora i maggiori protagonisti”; nel senso che gli Stati avrebbero creato tale struttura allo scopo di fornire un valido sostegno all’economia globale, senza la quale questa non potrebbe funzionare, con conseguenze che nessuno avrebbe trovato vantaggiose.
Questa tesi è sostenuta da Ethan B. Kapstein, docente all’Università statale dell’Arizona e già funzionario internazionale del settore bancario, in “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato”. Il ruolo che gli Stati hanno svolto in occasione delle crisi petrolifere degli anni Settanta sono all’origine, a parere di Kapstein, della primazia conquistata dai mercati finanziari su quelli reali; rendersi conto del processo attraverso il quale è stata creata la struttura finanziaria dell’economia globale consente di capire le ragioni per cui è difficile il governo degli stati di crisi che continuano ad affliggere molti Paesi, come quelli ad esempio che appartengono allo spazio economico integrato dell’Unione Europea; questi vorrebbero trovare una “via di fuga” dagli effetti negativi della Grande Recessione del 2008/2009, invocando un impegno solidaristico che è difficile, se non impossibile, da soddisfare.
Il momento in cui i mercati finanziari hanno assunto un ruolo dominante viene individuato da Kapstein negli shock petroliferi degli anni Settanta, che hanno causato “i più grandi trasferimenti di reddito della storia”; originati, questi ultimi, dalla guerra dello Yom Kippur, scoppiata nel 1973 tra l’Egitto e la Siria, da un lato, e Israele dall’altro. Di fronte al prevalere dello Stato di Israele, i ministri rappresentanti l’”Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio” (OPEC) si sono incontrati per concordare un piano comune riguardo alle esportazioni di petrolio. La prima decisione è stata quella di aumentare il prezzo del combustibile e di ridurre la produzione di greggio, minacciando i Paesi industriali dell’Occidente di effettuare ulteriori aumenti dei prezzi e dei tagli di produzione se Israele non si fosse ritirata da tutti i territori arabi occupati nel 1967, in occasione della “guerra dei sei giorni”. Con tale decisione ha avuto inizio la “prima crisi petrolifera”, che ha originato ristrettezze economiche per i Paesi più industrializzati dell’Occidente e difficoltà ancora più gravi per i Paesi in via di sviluppo, che hanno visto interrompersi il loro processo di crescita, prevalentemente fondato sul basso costo del petrolio importato.

Ethan Kapstein

Ethan Kapstein

Le decisioni dell’OPEC, causando i “grandi trasferimento di reddito” espressi in dollari (la valuta che, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, era divenuta la “moneta base” a livello internazionale), soprattutto dai Paesi più industrializzati a favore dei Paesi arabi produttori di petrolio; questi ultimi sono venuti a trovarsi nella necessità di individuare forme convenienti di investimento per i loro avanzi commerciali. Ciò ha consentito ai Paesi industrializzati occidentali, con gli Stati Uniti nella veste di Stato-leader, di rimediare al “ricatto” dei Paesi arabi, perseguendo due linee di azione politica: innanzitutto, aprendo la possibilità ad una parte dei petrodollari (così sono stati chiamati gli avanzi commerciali dei Paesi arabi) di trovare forme di investimento in tutti i comparti industriali manifatturieri delle economie occidentali, soprattutto nei comparti produttivi di manufatti ad alto consumo energetico (“sterilizzando” in tal modo la propensione dei Paesi aravi a rendere instabili, con il “ricatto”, i mercati dei prodotti delle attività produttive nelle quali avevano acquisito larghe partecipazioni), ma con rigida esclusione dei comparti produttivi delle tecnologie e dei prodotti direttamente connessi con l’estrazione e la commercializzazione del petrolio; in secondo luogo, favorendo la concessione di prestiti a favore dei Paesi in via di sviluppo, da parte soprattutto delle banche degli Stati Uniti, opportunamente incentivate per attrarre sotto forma di depositi la parte dei petrodollari non investita in attività reali.
Le banche americane, con l’assunzione del ruolo di finanziatori dei Paesi in via di sviluppo, hanno però assunto un alto “profilo di rischio”, dovuto al fatto che i loro portafogli venivano a maturare un “pesante” squilibrio nelle scadenze e nei tassi di interesse, derivante dalla concessione di prestiti a lungo termine a tasso fisso, finanziati con i depositi in petrodollari, a breve termine e a tasso variabile. Ciononostante, gli Stati Uniti, con le loro politiche macroeconomiche – afferma Kapstein – sono riusciti ad equilibrare i bisogni della loro economia interna con quelli dell’economia internazionale. A partire dal 1975, infatti, l’economia globale ha vissuto un periodo di stabilità, della quale hanno fruito gli stessi Paesi in via di sviluppo, almeno quelli che, dotati di materie prime da esportare, hanno potuto sperare di poter continuare ad aumentare il loro prodotto interno. Ma la stabilità non è durata a lungo, in quanto nel 1978/1979, con l’ascesa al potere di Khomeini in Iran, sulla scena mondiale si è profilata una nuova minaccia, causata dalla “seconda crisi petrolifera”, seguita alla chiusura della produzione petrolifera iraniana durante la rivoluzione islamica e dopo la destituzione dello Scià di Persia Reza Pahlavi.
Per i mercati finanziari internazionali, gli eventi del 1978/1979 hanno costituito una replica di quanto accaduto dopo la “prima crisi petrolifera”, nel senso che, ancora una volta, i Paesi esportatori di petrolio hanno visto aumentare gli avanzi delle loro bilance commerciali, mentre i Paesi in via di sviluppo, che i Paesi occidentali volevano conservare sotto la loro sfera d’influenza, hanno vissuto gli esiti di un aumento della loro esposizione debitoria, divenuta insostenibile, che ha dato origine nel 1982 alla “crisi del debito”. Questa, a parere di Kapstein, ha costituito “la più grande sfida alla stabilità economica internazionale che il mondo si fosse trovato ad affrontare dall’epoca della Grande Depressione”. Molti osservatori di allora hanno considerato il sistema finanziario, su cui poggiava il funzionamento dell’economia globale, esposto al rischio d’”essere spazzato via” da un momento all’altro.
Nel giro di un decennio, però, anche i rischi legati alla crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo sono stati superati; al riguardo, Kapstein ricorda che “un titolo dell’Economist annunciava: ‘Crisi del debito: riposa in pace’”. Com’è potuto accadere tutto ciò? La spiegazione di Kapstein è che se gli Stati industrializzati dell’Occidente volevano evitare il destino economico e politico degli anni Trenta dovevano allargare e ammodernare la struttura che era stata creata per governare il mercato finanziario globale dopo il secondo conflitto mondiale; allora, tale struttura è stata realizzata mediante l’”Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio”, meglio conosciuto come “General Agreement on Tariffs and Trade” (GATT), col quale sono state stabilite le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali, al fine di favorire, pur in presenza di molti vincoli, la liberalizzazione del commercio mondiale di prodotti finiti e di materie prime.
Per risolvere il problema della crisi del debito, i sistemi industriali occidentali hanno dovuto riconoscere la necessità “che fossero gli Stati a svolgere un ruolo guida”; ciò, in considerazione del fatto che i mercati finanziari, lasciati a se stessi, non potevano dar luogo ad esiti stabili, utili per tutti. Per prima cosa, è stato riconosciuto che la crisi del debito aveva una natura sistemica, che “poteva far crollare il sistema finanziario internazionale. Solo gli Stati avevano la possibilità di mobilitare liquidità sufficiente a mantenere in funzione il sistema”. In secondo luogo, è stato necessario far rispettare gli accordi sui prestiti internazionali, che ancora una volta solo gli Stati potevano garantire attraverso l’esercizio di una conveniente “pressione” (politica, diplomatica, militare), perché i Paesi indebitati onorassero i loro impegni. In terzo luogo, è stato anche inevitabile riconoscere che, in assenza del potere regolatore dello Stato, le singole banche potessero essere tentate di sottrarsi agli impegni riguardo alla funzionalità della struttura finanziaria internazionale, a seconda della composizione del loro portafoglio. Infine, ai Paesi creditori, attraverso le istituzioni internazionali preposte al governo del sistema finanziario globale, è stato consentito di poter imporre le proprie condizioni sui prestiti che venivano concessi ai Paesi debitori.
“Nessuno di questi compiti – afferma Kapstein – avrebbe potuto essere svolto in modo adeguato soltanto dal mercato”; ragione, questa, per cui il regolare funzionamento della struttura finanziaria internazionale è diventata la condizione essenziale per la salvaguardia della libertà di commercio a livello globale. La primazia dei mercati finanziari ha preso così corpo, aprendo la strada alla globalizzazione e all’integrazione ulteriore dei sistemi economici nazionali, con l’abolizione dei vincoli residui, previsti dal GATT, sulla libertà di investimento e di movimento delle persone a livello globale.
Per garantire la stabilità economica a livello mondiale, la struttura finanziaria internazionale è stata dotata di istituzioni operanti a due livelli: a un livello superiore, sono state poste le istituzioni preposte al governo della cooperazione internazionale tra gli Stati; a un livello funzionalmente inferiore, sono state collocate le istituzioni interne ai singoli Stati, con l’assegnazione alle banche centrali dell’esercizio del controllo sulle altre istituzioni finanziarie interne, perché la loro attività consentisse di “conciliare gli interessi prudenziali con quelli competitivi” del sistema economico di appartenenza.
La struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra che, con gli accodi che hanno consentito la costruzione del sistema finanziario internazionale nato dopo le crisi petrolifere e di quella del debiti dei Paesi in via di sviluppo, le banche non sono mai state – come sottolinea Kapstein – degli operatori economici “liberi”, ma operatori altamente vigilati, perché la loro attività consentisse di conciliare gli interessi del sistema economico di appartenenza con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. La stessa struttura di governo del sistema finanziario globale dimostra anche come, spesso, il suo modo di operare contrasti con la realtà; è frequente, infatti, che la cooperazione tra gli Stati-nazione sia disattesa da qualcuno di essi, con conseguenze negative per l’economia globale, tanto più gravi, quanto più importante è il ruolo dello Stato le cui istituzioni finanziarie interne operino in modo da non conciliare gli interessi del sistema economico nazionale con quelli del regolare funzionamento del sistema finanziario internazionale. L’esempio più clamoroso è espresso dalla “crisi dei subprime”, scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti, con gravi conseguenze per l’economia mondiale; questa crisi ha originato, com’è noto, la Grande Recessione che ha colpito in modo particolare i Paesi industrializzati dell’Occidente, da molti considerata la peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione del 1929/1932.
L’esempio della crisi innescata dallo “scorretto” comportamento delle istituzioni finanziarie interne di uno dei Paesi, parte integrante della struttura finanziaria internazionale, sta a dimostrare come la supremazia dei mercati finanziari non sia di per sé in grado di mettere al riparo l’economia globale dal pericolo del sopraggiungere di nuove crisi; pericolo che non potrà certo essere evitato in futuro, sin tanto che la struttura globale che dovrebbe impedirlo sarà parzialmente fondata su istituzioni finanziarie che devono avere cura anche degli interessi nazionali.
Ciò che l’analisi di Kapstein può valere a suggerire ai Paesi aderenti all’Unione Europea è che gli obblighi contratti dai singoli Stati-nazione con l’adesione agli accordi stipulati per la creazione e la salvaguardia delle struttura finanziaria internazionale costituiscono forse l’ostacolo maggiore (se non insormontabile) che impedisce il conseguimento della tanto auspicata unità politica, lasciando indifferenti le istituzioni finanziarie internazionali, per via degli effetti destabilizzanti che la realizzazione dell’unificazione politica dei Paesi europei potrebbe provocare sulla capacità di tenuta della struttura finanziaria globale.
Il risvolto dell’impedimento al conseguimento dell’integrazione dell’Europa anche a livello politico potrebbe essere ottimisticamente trovato nel fatto che un’Europa unita dovrebbe essere percepita dagli Stati membri come la condizione utile a limitare, o a equilibrare, le asimmetrie decisionali esistenti a vantaggio dei cosiddetti “azionisti di riferimento” presenti all’interno delle istituzioni finanziarie internazionale. Ciò implicherebbe il riconoscimento, da parte dei Paesi europei, che sono le asimmetrie di potere la principale causa scatenate delle crisi che le superpotenze, col loro comportamento, non esitano a consentire, talvolta a facilitare, il loro verificarsi, quando sono in gioco i loro interessi nazionali.

Gianfranco Sabattini