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Gianfranco Sabattini

Come fronteggiare la crisi del “Modello Sociale Europeo”

grande recessione

In questi anni, in conseguenza degli effetti destabilizzanti della Grande Recessione, si sono svolti numerosi convegni sui limiti del welfare State che, al di là delle forme in cui esso è stato attuato all’interno dei diversi Paesi membri dell’Unione Europea, ma per la sua universalità ed estensione che non trovano riscontro in nessuna altra parte del mondo, è indicato col nome di “Modello Sociale Europeo” (MSE). I convegni che si susseguono tendono a ribadire la validità del modello adottato dopo la fine del secondo conflitto mondiale ed entrato in crisi a partire dalla fine degli anni Settanta; crisi che ha raggiunto il suo acme soprattutto a partire dal 2007/2008.

Per porre rimedio agli indiscutibili limiti del modello di sicurezza sociale adottato, è comune l’orientamento, almeno in Italia, di ricercare la possibilità di una sua riproposizione attraverso integrazioni, che hanno più la natura di “pezze” volte a tamponare le numerose aree di criticità, che di una sua sostanziale riforma. Per rendersi conto delle ragioni della crisi del modello di sicurezza sociale adottato, è sufficiente ripercorrere le pagine del volume LVI del 2012 (edito a cura di Paola Borgna) dei Quaderni di Sociologia, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi a Torino nel 2012, per celebrare il sessantennio di attività dei “Quaderni” (1951-2011);. Si tratta di un volume che non contiene contributi orientati ad un’autoriflessione sulla sociologia, ma all’individuazione delle cause dell’attacco portato contro la conservazione delle dimensioni e della qualità del modello sociale europeo nei trent’anni successivi al 1945.

Il volume si apre con la relazione introduttiva dello scomparso Luciano Gallino (“Il modello sociale europeo e l’unità della UE”), in cui l’autore colloca l’analisi delle crisi del MSE nell’ambito più vasto del progetto europeo, del quale la realizzazione del sistema di sicurezza sociale era stato uno degli obiettivi principali; non casualmente, Gallino introduce il suo intervento al convegno affermando che l’Unione potrà affrontare con successo le sfide che la Grande Recessione pone sul suo cammino, solo se tutti i cittadini dell’Europa riconosceranno che “l’Unione Europea è un progetto politico, economico, sociale, culturale che presenta elementi unici al mondo”. Uno di questi elementi, forse quello che – secondo Gallino – potrebbe avere la maggior forza unificante per i cittadini UE, è il MSE; grazie all’Unione è stato possibile realizzare il “Modello” in tutti i Paesi membri e, in tutto il mondo, solamente in essi. Malgrado tutto ciò, e nonostante che il MSE realizzato costituisca di per sé una buona ragione per riconoscerne l’unicità e “un elemento fondativo dell’unità europea”, da tempo notevoli forze politiche e sociali si oppongono alla sua conservazione.

Queste forze hanno presumibilmente smarrito le implicazioni politiche e sociali del “Modello”; l’acronimo MSE designa infatti un’”invenzione politica senza precedenti, forse la più importante del XX secolo. Essa significa che la società intera si assume la responsabilità di produrre sicurezza economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione sociale e i mezzi che possiede”. Il MSE, così inteso, ha migliorato la qualità della vita della maggioranza dei cittadini europei, come non è avvenuto in nessun altro Paese al mondo. Secondo Gallino, le forze politiche e culturali che hanno supportato la costruzione del MSE sono state i partiti socialdemocratici, le formazioni cristiano-sociali e, almeno in alcuni Paesi dell’Europa occidentali (fra i quali l’Italia), i partiti che si rifacevano alla cultura comunista.

Ovviamente, è poco corretto pensare che il MSE sia una costruzione unitaria; tutti i Paesi membri dell’Unione Europea lo hanno realizzato adattandolo alle condizioni politiche e culturali in essi prevalenti, per cui si è consolidata l’idea che in Europa si siano affermati modelli di sicurezza sociale diversi (quello socialdemocratico nordico-scandinavo; modello liberale anglosassone; quello socialconservatore continentale; quello mediterraneo). Resta tuttavia il fatto – afferma Gallino – che, al di là delle differenze, “nel loro insieme i Paesi europei, in specie i Paesi dell’Europa occidentale, hanno condiviso per decenni varie forme di stato sociale”, per cui, pur avendo il sistema si sicurezza sociale assunto “notevoli differenze tra i Paesi membri, “la struttura ideale” che ne è stata alla base è risultata sostanzialmente unitaria.

Nonostante la comune esperienza vissuta nel dopoguerra, accade ora che, a partire dalla fine degli anni Settanta, e soprattutto successivamente al 2007/2008, dopo aver realizzato il “grande edificio civile del MSE, quasi tutti i governi dei Paesi membri dell’Unione Europea “abbiano iniziato un attacco che, se non è ancora di vera e propria demolizione del modello sociale europeo, comincia pericolosamente ad assomigliargli”. Se ci si chiede quali siano i motivi dell’attacco, in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, essi sono di solito indicati, soprattutto dagli establishment, nell’elevato debito pubblico, originato da decenni di deficit del bilancio dello Stato, a causa dell’eccessivo ammontare della spesa sociale, cresciuta per finanziare il continuo allargamento del sistema di sicurezza sociale.

In realtà, l’incremento della spesa pubblica, soprattutto dopo lo scoppio della crisi iniziata nel 2007/2008, è stata causata dal “salvataggio”, ad opera dello Stato, degli istituti finanziari dell’Unione Europea; per cui restano del tutto ingiustificate, sia l’imputazione dei deficit pubblici all’eccessiva generosità dello stato sociale, sia la pretesa di ridurre le prestazioni sociali, in seguito al presunto peso insostenibile che esse farebbero “gravare sui bilanci pubblici”. Una interpretazione realistica del peggioramento dei deficit pubblici, perciò, deve necessariamente rinvenire la loro origine, non nell’eccessiva espansione, oltre ogni limite giustificabile, della spesa sociale, ma nel sostegno dello Stato al salvataggio del sistema finanziario, sebbene responsabile dell’origine della crisi che lo ha coinvolto.

Se però, come sostiene Gallino, ci si pone in “una prospettiva temporalmente e fattualmente più ampia”, il fenomeno dell’attacco al MSE “non si configura come una improvvisa decisione dei governi sollecitata dalla crisi”, ma “come il compimento di un progetto politico ed economico” che, maturato nel corso degli anni successivi ai Settanta, all’insegna dell’ideologia neoliberista, ha avuto per obiettivo la riconduzione nello spazio del mercato di “tutto quanto era stato sottratto ad esso dallo sviluppo dello stato sociale”, In questa prospettiva, perciò, la riduzione della spesa sociale non è evocata per il contenimento dei deficit dei bilanci pubblici, ma per legittimare il ritorno alla “mercificazione” di tutto quanto, con il MSE, era stato sottratto al mercato.

Nonostante le critiche neoliberiste al MSE siano iniziate già nell’ultima parte del secolo scorso, solo alla fine del primo decennio di quello in corso, con l’inizio della Grande Recessione, il progetto di attacco alla protezione sociale realizzata col MSE è stato posto in atto, con l’avvio delle politiche di austerità, o di contenimento della spesa pubblica, finalizzati alla protezione sociale. In tal modo, minando la basi del MSE, i governi dell’Unione Europea hanno mostrato – afferma Gallino – non solo di “aver abbracciato politiche economiche e sociali regressive”, che avranno cospicue ricadute negative sulle condizioni di vita delle popolazioni nel medio-lungo periodo, ma anche di aver acquisito una “seria miopia politica” nella soluzione dei problemi sociali di breve periodo. Ciò che deve sorprendere, a parere di Gallino, è il fatto che l’attuazione delle politiche socialmente regressive attuate dai governi europei non abbia trovato una motivata e responsabile opposizione.

Sinora, in concomitanza dell’attacco contro il MSE, non sono mancati studi su una sua possibile riforma, sia da parte dei neoliberisti, che da parte di coloro che si oppongono alle loro tesi; i rimedi che tali studi propongono riguardano, di solito, una “modifica dei rapporti di occupazione e di lavoro”, una “ricostruzione del settore pubblico” e una “democratizzazione delle società europee”. Al riguardo, sia le proposte del fronte neoliberista che quelle del fronte opposto appaiono, però, secondo Gallino, “del tutto fuori orbita”.

Ciò perché, se i fautori dell’ordine neoliberista perseguono il risanamento dello stato sociale al prezzo di sacrificare le conquiste democratiche, i loro oppositori non si accorgono di concorrere anch’essi a sopprimere le conquiste democratiche, quando pensano di poter adeguare al mondo che cambia, per motivi economici, demografici e tecnologici, “strutture e prestazioni del modello sociale europeo, separandolo dal contesto politico, ideologico, economico, finanziario che ha costituito lo schema interpretativo dell’intera questione. Mostrando, con ciò, di conformarsi in realtà al medesimo schema neoliberale”.

Di fronte di questa constatazione, a parere di Gallino, a coloro che pensano sia necessario difendere le conquiste espresse dal MSE, non resterebbe altro da fare che ripetere in ogni circostanza come la protezione sociale sia per lo Stato uno degli scopi più alti della politica; ciò, a sostegno e difesa di un sistema politico in cui tutti suoi componenti possano intervenire in modo partecipato per decidere su ciò “da cui dipende non soltanto la materialità della loro esistenza, bensì lo stesso significato ultimo di essa”.

Non basta, però, limitarsi a sostenere – come suggeriva Gallino – che al momento si debba solo contare su un intervento dello Stato a difesa del sistema di sicurezza sociale; a tal fine, occorre anche fare affidamento sull’accettazione dell’idea che sia possibile contrastare l’attacco al modello sociale realizzato, attraverso una sostanziale riforma del sistema welfaristico esistente, sia a livello europeo, se possibile, o in alternativa, a livello nazionale. Occorrerebbe che, soprattutto da sinistra, si cessasse l’opposizione, come sinora è accaduto, alla riforma del welfare fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza, valutando questa forma di reddito, non tanto o non solo come misura contro la povertà e l’indigenza, ma come strumento idoneo a creare nuove opportunità lavorative, che grazie ad esso, i percettori possono intraprendere autonomamente.

In Italia, strano a dirsi, la possibile riforma fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza è contrastata, oltre che sulla base di interpretazioni totalmente estranee al concetto, anche attraverso l’appello all’“ipse dixit” che alcune Autorità morali, senza disporre di argomentazioni appropriate, formulano con giudizi di opportunità spesso infondati sul piano della razionalità mondana.

In Italia, ne sono esempio le proposte contenute in un articolo di Laura Pennacchi, economista ed esponente del Partito Democratico (PD); in “Lavoro e nuovo modello di sviluppo”, apparso su un numero di Rocca, la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi, l’autrice, pur riconoscendo i cambiamenti causati, sul piano produttivo e su quello dell’organizzazione sociale, dalle intense trasformazione tecnologiche del capitalismo moderno, è del parere che non sia ancora chiara la differenza esistente tra le implicazioni negative, “sul piano del lavoro”, dovute alle trasformazioni tecnologiche del capitalismo moderno e quelle positive dovute alla possibilità, attraverso innovazioni del sistema di sicurezza sociale, di generare sinificativi effetti compensativi della “distruzione” di posti di lavoro..

Per l’economista del PD sarebbe invece fondamentale porsi domande sul ruolo del lavoro e sui fini di un nuovo modello si sviluppo. Al riguardo, la Pennacchi afferma che sarebbe necessaria una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro, che ricuperi l’idea che esso è fattore vitale dell’identità del soggetto e di attribuzione di significato all’esperienza esistenziale. Ciò varrebbe a giustificare le ragioni per cui sia da preferire la proposta di creare, ad esempio, “lavoro di cittadinanza”, anziché quella relativa all’introduzione di un reddito di cittadinanza; questo, a parere della Pennacchi, si configurerebbe “come compensazione e risarcimento di un lavoro che non c’è, per costruire un ‘welfare per la non piena occupazione’, accettando e sanzionando le tendenze spontanee del capitalismo che naturalmente va verso l’opposto della piena occupazione”, cioè verso la disoccupazione di massa.

I rischi del reddito di cittadinanza sarebbero seri, perché, secondo la Pennacchi, con la sua istituzione, i veri problemi odierni, come quello della creazione di un sistema economico per la generarazione di una “piena e buona occupazione”, rimarrebbero oscurati e, “in ogni caso, rispetto ad essi, si sarebbe spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario”; nel senso che, attraverso forme possibili di compensazione, lo status quo risulterebbe confermato e sanzionato, in quanto la politica sarebbe indotta a deresponsabilizzare la propria azione, trovando più facile concedere un trasferimento monetario, piuttosto che impegnarsi per la ricostruzione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato. Se ciò accadesse, la deresponsabilizzazione della politica, secondo la Pennacchi, equivarrebbe ad una sua sostanziale eutanasia.

Se il capitalismo conduce inesorabilmente verso la disoccupazione di massa, come può la Pennacchi, arzigogolando su speciose distinzioni tra “lavoro di cittadinanza” e “reddito di cittadinanza”, illudersi di trovare la via per contrastare gli esiti negativi che il capitalismo moderno sta causando sul piano del lavoro? Non sarebbe meglio, allorché si discute dei rimedi al fenomeno della distruzione continua di posti di lavoro, ricordarsi del monito del filosofo Occam, secondo il quale gli “enti non si devono moltiplicare oltre ogni limite necessario?”

Se, a fronte del venir meno delle opportunità occupazionali, il problema è quello di erogare un reddito ai disoccupati, perché preoccuparsi di creare forme di lavoro che sappiano garantire “significato all’esperienza esistenziale”, anziché garantire la materialità della vita dei disoccupati? La politica dovrebbe rivolgere la propria attenzione su questo problema centrale, la cui soluzione “passa” necessariamente attraverso l’individuazione delle modalità con cui assicurare un reddito a tutti e la determinazione delle forme organizzative del vivere insieme, perché ognuno possa fruire nel migliore dei modi possibili e secondo le proprie scelte di vita il reddito del quale dispone.

Gianfranco Sabattini

Città-Stato e tecnocrazie come rimedio ai limiti
delle democrazie

cittastatoLo scienziato politico indiano, Parag Khanna, considerato una figura di spicco del think tank di Washington “New America Foundation” e dell’”European Council on Foreign Relations”, ha pubblicato di recente “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Nel libro Khanna sostiene che la democrazia, il regime politico più accreditato presso gran parte dei sistemi economici più avanzati, può sottrarsi ad un irreversibile declino, solo se le sue istituzioni riusciranno a migliorare le loro performance; secondo il politologo indiano, infatti, è il degrado istituzionale delle democrazie a determinare l’insoddisfazione degli elettori, per il contenimento della quale non esiste che una via: assegnare il governo delle comunità democratiche a squadre di tecnocrati.

A parere di Khanna, le istituzioni democratiche hanno ormai perso credibilità circa la loro adeguatezza a risolvere i problemi del mondo contemporaneo; in particolare, i riti celebrati ricorrentemente in occasione delle consultazioni elettorali per il rinnovo del personale politico servono solo a portare “allo scoperto ampi strappi nel tessuto delle nazioni senza che si sia stilata un’agenda condivisa sul modo in cui ricucirli”. I limiti della democrazia, quindi, per Khanna, non stanno solo nella sua incapacità di risolvere in modo adeguato gli stati di bisogno dei governati, ma anche nel modo in cui essa funziona; conseguentemente, la “democrazia, da sola, non basta più”, occorre supportarla, anzi sostituirla, con l’apporto di tecnocrati professionali.

Per assicurare la sostituzione della democrazia non c’è bisogno – afferma Khanna – “né di guerre né di rivoluzioni – e nemmeno di una parentesi dittatoriale -, bensì di un’evoluzione tecnocratica”, che porti il sistema politico ad essere fondato “sulle analisi degli esperti e sulla pianificazione a lungo termine anziché sulle improvvisazioni senza respiro e prospettiva tipiche del populismo”. A differenza del mondo politico tipico delle democrazie, sempre propenso ad adottare non disinteressatamente provvedimenti ad hoc di breve respiro, la tecnocrazia, secondo il politologo indiano, ha la “virtù di essere sia utilitarista (nel senso di cercare inclusivamente il massimo vantaggio per la società) che meritocratica (dotata di leader molto qualificati e non corrotti”; essa, perciò, è strumento atto a far sì “che la scienza politica possa aspirare a diventare qualcosa di degno del suo nome: un approccio rigoroso all’amministrazione”.

Inoltre, la tecnocrazia non perde tempo a discutere se occorra allargare o restringere lo spazio da riservare all’iniziativa privata o a quella pubblica, in quanto essa (la tecnocrazia) predilige sempre agire perché sia la prima che la seconda cooperino per agire nel modo più efficace; è questo il motivo per cui sono sempre più numerosi i cittadini che credono nella competenza degli esperti, anziché in quella del personale politico, per decidere quali obiettivi devono essere perseguiti nell’interesse del Paese. A supporto di questo suo convincimento Khanna si rifà ad una ricerca del World Values Survey (un progetto di ricerca globale, che esplora i valori e le fedi delle persone, di come esse cambiano nel tempo e quale impatto sociale e politico hanno), dalla quale risulta che la percentuale dei cittadini europei e americani che ritiene essenziale vivere in un regime democratico è diminuita da due terzi a meno di un terzo del totale, mentre la quota di cittadini americani che crede che debbano essere gli esperti, anziché i politici, a decidere cosa è meglio fare per il Paese è salita dal 32 al 49%. Fatti, questi, che consentono a khanna di poter affermare, a sostegno della sua tesi, che sempre più cittadini “desiderano ardentemente un governo migliore, che sappia bilanciare democrazia e tecnocrazia”.

L’obiettivo che Khanna, con il suo libro, intende perseguire è quello di redigere un “promemoria” per vivere la trasformazione della democrazia attraverso “una combinazione di ciò che sappiamo e di ciò che possiamo immaginare su quello che significa progettare un governo efficiente che sia veramente al servizio dei cittadini”. Alcune delle sue proposte, avverte Khanna, potranno essere percepite come irrealistiche nelle attuali condizioni delle istituzioni e della politica, ma egli ammonisce che la storia punirà quei sistemi politici che non si predisporranno al cambiamento.

Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma la estende anche alle dimensioni prevalenti degli Stati; secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”; ciò, perché le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di fare qualcosa che di reagire, senza alcuna coerenza, al manifestarsi degli eventi negativi. Nel corso degli ultimi decenni, a parere di Khanna, gli studiosi dei problemi politico-istituzionali sono stati sempre impegnati ad individuare le dimensioni dello Stato ed il regime politico più convenienti, in funzione della complessità delle emergenze che maggiormente assillano i cittadini.

Dopo la fine della Guerra fredda, l’attenzione degli studiosi si è indirizzata verso l’individuazione del modo più conveniente per “capitalizzare” la creazione di un mercato mondiale, ovvero di un “mondo dominato dalla geoeconomia anziché dalla geopolitica”. Con il consolidarsi della globalizzazione delle economie nazionali, quindi, la concentrazione della produzione e l’approfondirsi dell’interdipendenza tra i vari sistemi produttivi, si sarebbero poste le premesse – afferma Khanna – per la nascita di quello che gli storici economici hanno definito “Stato commerciale” o “Stato di mercato”. Successivamente, gli strateghi della globalizzazione hanno previsto che i centri di potere del mercato mondiale sarebbero divenuti degli “agglomerati urbani di città-Stato analoghi a quelli che nel Medioevo formavano la Lega anseatica”.

La ricerca delle dimensioni dello Stato e della forma di governo più convenienti è proseguita ulteriormente con l’avvento dell’era dell’informazione digitale, portando ad individuare nell’”info-Stato” l’evoluzione modificata, ma più adattata ai tempi, dei modelli precedentemente indicati di “Stato commerciale”, di “Stato di mercato” e di “Agglomerato urbano di città-Stato”. A differenza dei modelli precedentemente individuati, l’info-Stato, a parere di Khanna, non “si fida più del mercato” e della tradizionale sua mano invisibile; esso crede piuttosto nell’azione congiunta del settore privato e di quello pubblico, ai fini dell’attuazione di piani strategici economici finalizzati alla soddisfazione degli stati di bisogno dei cittadini e realizzati sotto la guida esperta di una “tecnocrazia diretta”. In tal modo, secondo Khanna, l’info-Stato esprimerebbe una “democrazia postmoderna […] che combina priorità dal basso e management tecnocratico”.

Il mondo è composto principalmente da Stati che ancora privilegiano la grande dimensione e la celebrazione dei riti propri delle democrazie elettorali; ma osservandole da vicino diventa facile capire, a parere di Khanna, le loro inefficienze e le insoddisfazioni dei loro cittadini. E’ questa la ragione per cui, secondo il politologo indiano, la piccola dimensione e la tecnocrazia costituiscono la via della salvezza degli Stati che agiscono su scala globale; ciò richiede però che i grandi Stati democratici riescano per tempo a maturare la consapevolezza che la grande dimensione e la democrazia non sono più in grado di garantire con successo la stabile soddisfazione dei bisogni delle loro società. Pertanto, gli Stati attuali potranno salvarsi solo muovendo “verso modelli di governance migliore”, in cui l’apertura alla riduzione delle dimensioni “si accompagni a una tecnocrazia orientata agli obiettivi”.

I grandi Stati democratici potranno pervenire a questo risultato – afferma Khanna – se riusciranno a superare il grave deficit teorico del pensiero occidentale, che ancora confonde la politica con la governance, tralasciando tra l’altro di considerare che, per legittimarsi, la democrazia deve poter realizzare ciò che promette; il suo fallimento, secondo Khanna, è riconducibile al fatto che i riti elettorali sui quali essa è fondata esprimono un sistema di distribuzione di responsabilità, “non un modo per realizzare progetti. La legittimazione procedurale […] della democrazia non può mai sostituire del tutto la legittimazione dei risultati […] della fornitura dei servizi di base dei cittadini”.

Inoltre, è molto più probabile che la legittimazione dei risultati possa avvenire nei piccoli Stati, anziché in quelli più grandi. L’idea che i piccoli Stati potessero costituire dei modelli di organizzazione politica è sempre stata considerata impraticabile; ma nel mondo attuale, sostiene Khanna, la sovranità è in via di trasferimento dagli Stati-nazione alle città-Stato, e la primazia ed il prestigio dei primi sono sempre più in declino, in quanto ciò che conta è il successo, che per il politologo indiano non ha nulla a che fare con la dimensione. Di conseguenza, le città-Stato sono destinate a rappresentare le fondamenta per la soluzione di tutte le “sfide che stanno al cuore di questo XXI secolo”. Ovviamente, osserva Khanna, essere un piccolo Stato ha i suoi costi, e proprio per questo alla loro conduzione si addice meglio la tecnocrazia piuttosto che la democrazia; quest’ultima non insegna le virtù del risparmio, o almeno non quanto lo fa la consapevolezza dei tecnocrati di dover fare assegnamento solo su di esso per provvedere a fornire servizi nella quantità e qualità attese dai cittadini.

La superiorità dei tecnocrati in competenza ed iniziativa, rispetto al personale politico, è dovuta al fatto che, a parere di Khanna, una “buona tecnocrazia” ispira sempre il suo comportamento alla “fede dell’utilitarismo”, inteso quest’ultimo, non solo come propensione a massimizzare il risultato economico, ma, anche e soprattutto, a massimizzare il benessere sociale, attraverso l’espansione e la protezione della “libertà individuale e la promozione di opportunità e vantaggi giusti e uguali per tutti”.

Concludendo, Khanna afferma che riporre fiducia su una buona tecnocrazia non significa che le decisioni democratiche dei cittadini e i fini utilitaristici siano in contrasto tra loro; per legittimarsi i tecnocrati devono prestare tutta la loro attenzione alle decisioni dei cittadini e spendersi per realizzarne i fini. Durante questo processo, essi non possono decidere di agire discrezionalmente, perché, se ciò avvenisse, i cittadini disporrebbero di un accesso all’informazione come mai era stato possibile prima dell’avvento dell’informazione digitale, vogliono e possono avere rapporti con esperti in grado di rispondere ai loro desiderata.

Sin qui Khanna; la sua analisi dell’auspicabile evoluzione che possono subire le forme dello Stato e del regime democratico nell’interesse delle comunità solleva non poche perplessità. La prima è riconducibile alla recente esperienza del nostro Paese: i tecnocrati, che erano alla guida dell’Italia in occasione della recente crisi finanziaria non hanno certamente dato prova di lungimiranza e d’essersi ispirati ad un’ideologia utilitaristica nel senso di Khanna. Le loro politiche di austerità non sono andate molto più in là di una spanna dal loro naso; le loro severe politiche di austerità sono state cosi lontane dalle aspettative dei cittadini da costringerli solo “a stringere la cinghia”, senza che la contrazione della spesa pubblica abbia prodotto una ripresa dell’economia e un miglioramento della sicurezza dei cittadini. Ma, a parte questa lamentazione su quanto è accaduto in Italia con la tecnocrazia al potere, l’analisi di Khanna induce a riflessioni preoccupate ben più significative.

Intanto, al di là dell’entusiasmo che sembra riporre sulla sua proposta, quella di fronteggiare le sfide del mondo attuale attraverso una contrazione delle dimensioni dello Stato e la rinuncia alla democrazia sinora sperimentata, Khanna poco si sofferma sui limiti delle forme assunte dalla globalizzazione e nulla dice sul modo in cui andrebbero rimossi. Anzi, tacendo e sorvolando sulle cause che hanno determinato la crisi economica mondiale dell’ultimo decennio, Khanna sembra voglia farne ricadere la responsabilità su due specifici versanti: da un lato, sulle resistenze opposte alla riduzione del ruolo dello Stato-nazione; dall’altro lato, sui regimi democratici, per la loro presunta strutturale incapacità di effettuare previsioni credibili e di reagire in tempi rapidi contro gli effetti negativi del ciclo economico, con politiche lungimiranti e affrancate dai condizionamenti degli interessi consolidati.

L’analisi e il promemoria di Khanna sembrano quindi suggerire riforme dell’organizzazione statuale e del regime democratico, idonee non tanto a migliorare le capacità di governo delle comunità, quanto ad assecondare appropriate per assecondare la formazione di un mercato mondiale, in conformità agli interessi dei poteri che hanno plasmato la globalizzazione a loro immagine e somiglianza. In altre parole, le proposte di Khanna appaiono un subdolo promemoria a sostegno di una politica mondiale consona alla formazione di un mondo fatto di “piccole patrie”, prone più agli interessi di chi controlla il mondo che a quelli dei cittadini che compongono le singole comunità.

Inoltre, a parere di Khanna, il famoso detto di Churhill, secondo cui la democrazia sarebbe la “peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre”, dovrebbe essere ripensato; sì!, ma non per le ragioni indicate dal politologo indiano, ma per rafforzarla e garantirne il funzionamento, per il ruolo che essa svolge a tutela dei destinatari degli esiti delle azioni di chi governa. Al contrario di quanto può pensare Khanna, non è vero che i cittadini siano univocamente interessati alla massimizzazione del risultato che può essere perseguito coi mezzi a disposizione. Ciò è tanto più vero, quanto più l’impiego dei mezzi a disposizione è affidato a tecnocrati, fuori da ogni controllo diretto dei cittadini; questi ultimi, contrariamente a quanto pensa Khanna, oltre ad essere interessati alla massimizzazione del risultato finale, sono anche fortemente motivati a conoscere le possibili conseguenze che possono derivare, a danno della loro esistenzialità, dal modo in cui i mezzi sono impiegati.

Oggi i cittadini, potendo accedere ad una produzione di conoscenza informatizzata come mai è stato possibile in passato, sono sicuramente più informati, ma certamente non sono garantiti riguardo alle procedure utilizzate per la produzione della conoscenza alla quale possono liberamente accedere. E’ questa la ragione per cui, nel mondo attuale e in quello di un tempo a venire sufficiente lungo, la democrazia risulta insostituibile. Essa consente ai cittadini di autoproteggersi, attraverso il dibattito pubblico circa il modo in cui i mezzi possono essere impiegati per la soddisfazione dei loro stati di bisogno; ciò che può essere garantito solo da una organizzazione democratica delle comunità, fondata sul funzionamento di istituzioni idonee a consentire lo svolgersi di un approfondito dibattito pubblico riguardo alle alternative d’impiego dei mezzi.

Gianfranco Sabattini

 

David Harvey, gli esiti antidemocratici dell’ideologia neoliberista

david harveyL’antropologo David Harvey, critico del capitalismo globale, ritiene che il biennio 1978-1980 sia “stato un punto di svolta rivoluzionario nella storia sociale ed economica del mondo”; egli è del parere che le coincidenze non casuali accadute in quel torno di tempo non siano state sufficientemente considerate e analizzate, per gli effetti negativi generate dal loro accadimento, in particolare, sul modo di concepire la società, i soggetti che la costituiscono e le regole democratiche che si sono affermate soprattutto nei Paesi avanzati ad economia di mercato, parallelamente allo sviluppo economico che in essi si è verificato a partire dalla prima Rivoluzione industriale.
Quali sono le coincidenze che, secondo Harvey, hanno caratterizzato il biennio 1978-1980? Nel 1978, Teng Hsiao-ping ha liberalizzato l’economia cinese, sino ad allora governata da rigidi principi centralistici d’ispirazione comunista; nell’arco di due decenni, la Cina, afferma Harvey, da Paese arretrato e chiuso in se stesso si è trasformata in “centro aperto del dinamismo capitalista, caratterizzato da tassi di crescita talmente sostenuti da non avere confronti nella storia”. Negli Stati Uniti d’America, accedeva alla guida della Federal Riserve Bank Paul Volcker che, nel giro di pochi mesi, procedeva ad una modifica radicale delle politica monetaria americana, con effetti che si sono ripercossi a livello globale. Con le sue determinazioni, Volcker diventerà noto nel mondo per aver inaugurato una politica monetaria contrattiva, finalizzata a contrastare l’altissima inflazione, al fine di raggiungere la stabilità dei prezzi e rilanciare la crescita, al prezzo però di elevare il tasso di disoccupazione.
In Europa, nel 1979 Margaret Thatcher veniva eletta primo ministro del Regno Unito; la sua azione è stata diretta immediatamente a contrastare il potere dei sindacati, al fine di superare la stagnazione inflazionistica che da dieci anni affliggeva il Paese. Infine, nel 1980, dall’altra parte della sponda atlantica, negli USA, veniva eletto presidente Ronald Reagan, inaugurando una politica che avrebbe avviato gli USA “verso una rivitalizzazione dell’economia fondata da un lato sul sostegno delle manovre compiute da Volcker alla Fed e dall’altro sulla sua personale miscele di politiche finalizzate a contenere i sindacati, a deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sullo scenario mondiale”.
Da tutte queste vicende – afferma Harvey – “si sono diramati e diffusi gli impulsi rivoluzionari che hanno trasformato l’immagine del mondo intorno a noi”. Secondo l’antropologo, l’insieme delle vicende ricordate, accadute nel breve lasso di tempo 1978-1980, non possono essersi verificate accidentalmente, per cui ora diventa importante capire “grazie a quali strumenti e attraverso quali percorsi la nuova configurazione economica – spesso indicata con il termine generico ‘globalizzazione’ – sia scaturita da quella precedente”. Teng Hsiao-ping, Volcker, Thatcher e Reagan, per affermarsi – afferma Harvey – “hanno tutti adottato argomenti minoritari diffusi da tempo e li hanno resi maggioritari”, facendo usciere “dall’ombra di una relativa oscurità una dottrina nota come ‘neoliberismo’”, trasformandola nel principio guida della teoria e della pratica economica.
Di questa “dottrina” Harvey mette in evidenza le origini, lo sviluppo e le implicazioni, sul piano teorico, antropologico, sociale, istituzionale, politico ed economico. Innanzitutto, dal punto di vista teorico, l’ideologia neoliberista ha comportato il ricupero dell’assunto secondo il quale “il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo”, all’interno di un quadro istituzionale caratterizzato da estesi e sicuri diritti di proprietà privata, da liberi mercati e dall’eliminazione dei numerosi “lacci e lacciuoli” che gravavano sullo scambio dei beni e dei servizi.
L’assunto non è stato privo di conseguenze, per il ruolo che nel tempo aveva assunto lo Stato nella regolamentazione dell’economia; un ruolo ridotto dal neoliberismo a quello di “creare e preservare una struttura istituzionale” idonea a garantire l’attuazione delle pratiche neoliberali. Al di là di questo ruolo, lo Stato non doveva intervenire; si è trattato del ricupero dell’antica idea dello “Stato minimo” o dello “Stato guardiano notturno”. Ciò perché, secondo l’ideologia neoliberista, lo Stato non poteva “in alcun modo disporre di informazioni sufficienti per interpretare i segnali del mercato (i prezzi)”; ma anche perché, in ogni caso, soprattutto nelle democrazie, potenti gruppi di interesse potevano distorcere e influenzare “in modo indebito e a proprio beneficio” gli interventi pubblici.
Ovunque, a partire dalla fine degli anni Settanta, si è verificata una “svolta impetuosa” nelle pratiche di politica economica, con la conseguenza della rapida diffusione di una deregolamentazione dei mercati, di una altrettanto rapida e larga privatizzazione di risorse e di beni pubblici, nonché di un progressivo ritiro dello Stato da molte aree d’intervento per scopi sociali. Inoltre, sempre a partire dalla fine degli anni Settanta, i sostenitori dell’ideologia neoliberista hanno iniziato ad occupare posti di responsabilità nei mass-media e nelle organizzazione istituzionali, sia a livello dei singoli Paesi, che a livello internazionale; in particolare, nelle istituzioni finanziarie, come i ministeri del Tesoro e le Banche centrali all’interno dei singoli Stati, o il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, a livello internazionale. L’assunto neoliberista è divenuto talmente egemonico, da radicare nell’opinione pubblica l’idea dell’esistenza di un “pensiero unico”, la cui influenza pervasiva è giunta a costituire parte integrante del modo in cui l’umanità ha incominciato ad interpretare, a vivere e a comprendere il mondo.
L’affermazione egemonica dell’ideologia neoliberista, a parere di Harvey, ha comportato così una generale “distruzione creativa” anche da tanti altri punti di vista, oltre che da quello strettante teorico e delle pratiche economiche; il neoliberismo, infatti, ha determinato il cambiamento delle strutture istituzionali preesistenti, tanto da minacciare la continuità delle forme tradizionali della sovranità statale e della democrazia; ma esso ha influito anche sulle prevalenti relazioni sociali, sugli stili di vita e sulle modalità di fruizione del welfare, facendo “dello scambio di mercato un etica a sé” e radicando l’idea che il bene sociale potesse “essere massimizzato intensificando la portata e la frequenza delle transazioni commerciali”, tentando di ricondurre tutte le azioni umane nell’ambito del mercato. Tutto ciò ha richiesto la predisposizione di apparati idonei a raccogliere, stoccare ed elaborare un’enorme massa di informazioni, ai fruitori consentire di orientare le proprie decisioni nel marcato globale; fatto, questo, che è valso a giustificare l’interesse per le tecnologie dell’informazione e a spingere alcuni opinionisti a parlare dell’avvento, con l’ideologia neolibersita, di una nuova “società dell’informazione”.
Sebbene siano state formulate molte critiche sugli effetti negativi seguiti all’affermazione dell’ideologia neoliberista e alla sua pervasività, manca ancora, secondo Harvey, l’elaborazione di una strategia complessiva, idonea a costituire una cornice che funga da contenitore di una possibile azione politica, volta a formulare un’alternativa al neoliberismo; Harvey suggerisce alcune osservazioni utili in tal senso, orientate ad individuare le forze e le idee sociali dalle quali far nascere tale alternativa.
A parere di Harvey, nell’elaborazione di un’alternativa al neoliberismo, innanzitutto si dovrà prevedere di restituire allo Stato la possibilità di “usare i propri poteri e di stanziare le proprie risorse allo scopo di sradicare fame e povertà e garantire condizioni di sussistenza, protezione dai rischi più gravi e dalle vicissitudini della vita”; ma anche nonché al fine di garantire stabilità di funzionamento del sistema economico attraverso politiche finalizzate a contrastare le fasi negative del ciclo economico. In particolare, la lotta alla povertà dovrà essere considerata prioritaria, in considerazione del fatto che la libertà dal bisogno è sempre stata una delle dimensioni portanti dell’organizzazione sociale affermatasi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sotto la diretta influenza del pensiero keynesiano.
Nella lotta contro la povertà e le disuguaglianze, approfonditesi con l’avvento dell’ideologia, può essere intesa la ragione dell’emergere, nelle moderne società capitalistiche avanzate, delle “diverse culture d’opposizione che, dall’interno come dall’esterno del sistema di mercato, esplicitamente o tacitamente, respingono l’etica di mercato e le pratiche imposte dalla neoliberalizzazione”. Accanto ai movimenti sociali sorti con l’affermarsi di queste diverse culture d’opposizione, sono poi emersi segni di malcontento nati “all’interno dei circoli politici del potere”, che hanno coinvolto alcuni economisti (come, ad esempio, Jeffrey Sachs, Joserph Stglitz, Paul Krugman e altri ancora), i quali in passato avevano condiviso le idee neoliberiste, diventando ora tanto critici “da ipotizzare un ritorno a un keynesismo modificato, ovvero un approccio più ‘istituzionale’ alla soluzione dei problemi globali, dal miglioramento delle strutture che regolamentano la governance globale a una più rigida supervisione delle sconsiderate speculazioni finanziarie”.
Un’azione politica unitaria, alternativa alla “neoliberalizzazione” dell’economia e della società non può essere elaborata ed attuata senza mettere in discussione – afferma Harvey – “le basi fondamentali su cui è stato costruito il neoliberismo […]. Questo significa non solo rovesciare la politica di sganciamento dello Stato dai provvedimenti sociali, ma anche affrontare gli enormi poteri del capitale finanziario”. A tal fine, a parere di Harvey, non sarà possibile sottrarsi alla considerazione del ruolo che ha avuto la lotta di classe, nel tenere a freno il potere dei gruppi dominanti. Ciò, però, non dovrà significare “nostalgia di qualche perduta età dell’oro in cui si agitavano categorie immaginarie come il ‘proletariato’”; né dovrà implicare l’idea che esista “qualche semplice concezione di classe a cui si può fare ricorso come forza primaria […] delle trasformazioni storiche”. I movimenti di classe, sia quelli popolari, sia quelli di élite, si formano spontaneamente come risposta ai disagi sociali contingenti.
Nell’elaborare l’azione politica unitaria, alternativa alla neoliberalizzazione dell’economia e della società, sarà, tuttavia, necessario tener conto che i movimenti di protesta presentano attualmente una “biforcazione”: da una parte, vi sono movimenti di destra, nazionalisti e xenofobi, poco sensibili nei confronti del metodo della democrazia; dall’atra parte, esistono i movimenti del tutto alternativi a quelli di destra. Compito teorico delle forze democratiche di sinistra è trovare “il collegamento organico” tra i diversi movimenti, per contrapporre alle “politiche del divide et impera delle élite dominanti” politiche di alleanze fondate sul ricupero dei “poteri di autodeterminazione locali” dei popoli.
Solo in questo modo è possibile, conclude Harvey, denunciare il fallimento del neoliberismo; e più se ne riconoscerà la retorica utopistica, fallita, più sarà possibile dare voce e unità d’azione ai movimenti di protesta che chiedono la realizzazione di politiche distributive eque, sia all’interno dei singoli Paesi, sia a livello dei rapporti tra tutte le comunità coinvolte nel processo di integrazione economica nel mercato globale.

Gianfranco Sabattini

A proposito del progetto ”Anglosfera”, rompicapo del Regno Unito

anglosferaDi recente, si è molto discusso sul concetto di “Anglosfera”, intesa come categoria politico-istituzionale, piuttosto che come area geopolitica di influenza dei Paesi di lingua anglosassone. Nell’articolo “Declino dell’Anglosfera”, pubblicato su “Il Mulino” n. 4/2017 da Mario Ricciardi, viene evidenziato come la conoscenza delle dinamiche che si verificano all’interno della comunità internazionale sia indispensabile per valutare le opzioni politiche a disposizione di ciascuno dei suoi membri, tenendo conto non solo della propensione a tutelare gli interessi nazionali, ma anche della storia delle idee politiche che ne hanno plasmato la cultura e l’opinione pubblica. Ciò, nella consapevolezza – afferma Ricciardi, che in politica, soprattutto a livello delle relazioni internazionali, “non contano soltanto i fatti duri, misurabili, ma anche le percezioni, i simboli e le immagini che catturano la fantasia e sollecitano le emozioni del pubblico, i pregiudizi, i miti”.
Con riferimento al tema dell’Anglosfera, cioè delle vicende che allo stato attuale caratterizzano il ruolo e la presenza dei Paesi che la compongono, con particolare riferimento ai due Paesi simbolo, Regno Unito e Stati Uniti d’America, risulta difficile esprimere un giudizio sul suo possibile futuro; in specie, risulta difficile valutare tale futuro se, nella formulazione del giudizio, si manca di “assumere una prospettiva storica – che non ignori la storia delle idee – indagando il contesto in cui emerge il profilo di una comunità ideale cui appartengono alcune delle nazioni che un tempo erano parte dell’Impero britannico”.
Sebbene l’uso del termine “Anglosfera” sia relativamente recente (risalirebbe al 1995), è all’inizio del nuovo secolo che, secondo Ricciardi, il termine è entrato nel lessico politico, allorché è stato utilizzato per indicare un progetto politico “volto a costituire una sorta di alleanza politica basata sulle presunte affinità culturali che legherebbero il Regno Unito ad alcuni suoi ex possedimenti d’oltremare, e segnatamente Stati Uniti, la parte anglofoba del Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, l’Irlanda e le Indie Occidentali Britanniche”, con esclusione di India e Pakistan; Paesi, questi ultimi, che, pur avendo avuto un ruolo importante nella costruzione dell’Impero britannico, si collocano però fuori dall’elemento che accomuna gli altri, cioè la lingua e l’interiorizzazione delle stesse idee politiche.
Sebbene l’idea di Anglosfera, intesa come progetto politico, avesse avuto nel passato molti estimatori, nella forma di una “comunità atlantica a guida anglo-americana, è a Winston Churchill che – secondo Ricciardi – si può far risalire la configurazione di quell’idea, così come oggi viene comunemente intesa. Churchill è stato l’autore di “A History of Inglish-Speaking Peoples”, in cui “le vicende di Regno Unito e Stati Uniti vengono narrate come parte di un percorso politico-istituzionale anglofono comune”. Lo statista inglese ha fondato il disegno su due elementi portanti: da un lato, l’idea che i Paesi appartenenti alla comunità ideale dell’Anglosfera condividessero “un patrimonio politico-istituzionale”; dall’altro lato,l’assunto che questo patrimonio fosse valso a stringere una “parentela” che giustificasse l’istituzione di “forme di cooperazione e di alleanza sempre più strette”.
In tal modo, Churchill ha accreditato l’ipotesi che tra il Regno Unito e gli Stati Uniti esistesse una “special relationship”, risalente alle origini comuni, “consolidata sui campi di battaglia nelle due guerre mondiali”, che sarebbe durata nel tempo. Che Churchill sia l’uomo politico britannico che per primo ha lanciato l’idea di Anglosfera, non significa però – avverte Ricciardi – che egli l’intendesse nello stesso modo in cui essa è intesa da chi ripropone la sua realizzazione all’inizio del XXI secolo.
Al riguardo, Ricciardi ricorda che, per quanto Churchill nei suoi scritti abbia accennato a un progetto politico-istituzionale che sembra evocare quello recentemente riproposto, non si deve dimenticare che egli cercava, sì, di accreditare l’idea dell’esistenza di una “relazione speciale” tra Regno Unito e Stati Uniti, “spingendosi fino al punto da ipotizzare una cittadinanza comune” tra i due Paesi, ma il suo obiettivo centrale era “quello di difendere l’Impero Britannico dalle ambizioni statunitensi”.
A dimostrazione che ciò risponde al vero, basta ricordare le perplessità sollevate dal primo ministro britannico, Winston Churchill appunto, all’indomani dello scoppio della Seconda guerra mondiale, di fronte al testo della Carta Atlantica (l’atto che il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosvelt, ha proposto alla firma dell’inglese nell’agosto del 1941, a bordo della nave “Prince of Wales”, al largo di Terranova). L’atto prevedeva, tra le molte cose, che al termine della guerra il futuro del mondo fosse garantito da un ordine globale, costruito sul diritto all’autodeterminazione da riconoscersi a tutti i popoli coloniali. Si trattava, dal punto di vista britannico, di un atto eversivo dell’unità dell’Impero, che Churchill, ob torto collo, ha dovuto accettare, per poter ricevere gli aiuti bellici americani, ma anche per favorire un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella guerra contro la Germania di Hitler e le altre Potenze dell’Asse.
Sulle intenzioni di Churchill, riguardo al suo atteggiamento contro le mire statunitensi, Ricciardi ricorda che, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, Churchill si è impegnato nella promozione dell’unificazione politica dell’Europa; sebbene non sia stato mai chiaro, come osserva Ricciardi, quale “ruolo egli immaginasse per il Regno Unito” all’interno dell’unione dei Paesi europei, è plausibile immaginare che l’adesione al progetto europeo fosse sempre suggerito dalla necessità di difendere il Regno e i suoi interessi imperiali dall’emersione e dalla diffusione del nuovo potere a “stelle e strisce”.
La tarda adesione alla CEE non è che una delle tante prove delle riserve che l’”avventura” europea ha suscitato nella classe politica inglese, come è dimostrato dal fatto che, per tutto il tempo in cui il Regno Unito ha fatto parte dell’Unione Europea, la politica inglese è sempre stata caratterizzata dalla contrapposizione latente tra “remainers” e “brexiters”. Questi ultimi, in particolare, dopo l’avvento dei laburisti al governo del Regno Unito, sono stati momentaneamente messi a tacere, per via del fatto che Tony Blair, ispirato dalla “terza via” elaborata da Antony Giddens, era sembrato fosse riuscito ad assicurare successo e nuovo slancio all’economia inglese sulla base di politiche conformi ai rigidi canoni dell’ideologia neoliberista; ma, alla fine, prescindendo anche dal discredito in cui è caduto lo stesso Blair in seguito all’avventurosa partecipazione, con la seconda guerra del golfo, all’invasione dell’Iraq, è emerso che – come afferma Ricciardi – non tutto all’inizio degli anni Duemila, era come si voleva che apparisse.
La finanziarizzazione dell’economia inglese, privilegiando i servizi finanziari e le opportunità offerte dal mercato immobiliare, aveva prodotto pesanti squilibri economici, mettendo in crisi alcuni settori tradizionali dell’economia reale della Gran Bretagna, ridando “nuova lena” alla tesi dei “brexiters” e riproponendo l’attualità del dibattito sull’Anglosfera; anche perché, nel frattempo, era iniziato, a livello europeo, il processo per l’adozione della moneta unica, che per gli inglesi – sostiene Ricciardi – avrebbe significato “la rinuncia a quella che, prima ancora che un’unità di conto, era un simbolo politico di primaria importanza”, cui era sconveniente rinunciare; la possibile rinuncia a tale simbolo ha aggravato ulteriormente, per una parte almeno dell’opinione pubblica inglese, la percezione negativa del progetto europeo, divenuto perciò oggetto di una crescente ostilità.
Dopo oltre quarant’anni dall’ingresso, nel 1972, della Gran Bretagna nella Comunità Economica Europea (allora l’Unione Europea si chiamava così) e dopo la vittoria dei “remainers” in un referendum indetto nel 1975, l’ostilità nei confronti del disegno europeo ha continuato a crescere, alimentato dalla diffidenza di Margaret Thatcher nei confronti di un’Europa a guida di un’alleanza tra Francia e Germania. Infine, la costituzione di un partito antieuropeo, l’UKIP (United Kindom Indipendence Party) di Nigel Farage, ha spinto il capo del governo conservatore David Cameron ad indire, per paura di perdere voti tra gli elettori conservatori, un nuovo referendum che, svoltosi nel 2016, ha visto sconfitti i “remainers”, costringendo lo stesso Cameron alle dimissioni. Theresa May, il nuovo primo ministro del Regno Unito, è ora impegnata, oltre che a risolvere i problemi della crisi dell’economia inglese, seguita alle politiche di Blair che il suo successore Gordon Brwn non era riuscito a contenerne gli effetti, a negoziare non senza difficoltà la “liquidazione” del’uscita dalla Unione Europea.
E’ plausibile pensare che il progetto ideale di Anglosfera allorché è tornato di attualità all’inizio di questo secolo abbia contribuito a rinforzare nella classe politica inglese il convincimento che il miglior modo per affrontare la crisi economica e sociale, nella quale il Paese era caduto con Blair, fosse quello di uscire dall’Unione Europea. Tale scelta, però, era priva della realistica considerazione che nel frattempo la globalizzazione è valsa a favorire il “consolidamento, sul piano internazionale, di tre aree caratterizzate – afferma Ricciardi – da grande vivacità economica” e da una forte spinta all’autonomia e indipendenza decisionale.
La prima di queste tre aree è quella europea, che, malgrado le tante difficoltà esistenti nei rapporti tra i Paesi membri, gode della prospettiva dei vantaggi che può trarre dal rafforzamento del mercato unico interno e dall’introduzione di una moneta unica, della quale pochi all’epoca della sua istituzione mettevano in discussione la desiderabilità e la fattibilità, per via delle possibilità di crescita e di sviluppo che sembrava promettere a tutti. La seconda area, costituitasi nel Pacifico, include Paesi diversi, per cultura e regime politico, dal mondo anglosassone, ed impegnati a gestire processi di crescita mai sperimentati nel passato dalle economie occidentali più avanzate. Infine, la terza area, collocata al di là dell’Oceano Atlantico, è formata dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Messico e dai Paesi dei Carabi, legati tra loro da accordi di libero scambio, che offrono a ciascuno di essi, almeno potenzialmente, grandi prospettive di crescita e sviluppo.
In queste tre aree, il Regno Unito aveva svolto nei confronti dei Paesi che le costituiscono un ruolo non certo di secondo ordine fino alla fine della Seconda guerra mondiale; all’inizio del nuovo secolo, però, afferma Ricciardi, le cose sono profondamente cambiate, per via del fatto che, da un lato, la fine della guerra ha dato luogo a “una lunga fase di dismissione dell’Impero asiatico” e, dall’altro lato, la presenza britannica nel continente americano non è più tale da risultare significativa, mentre l’area europea, malgrado rappresentasse per i centri finanziari britannici fonte di cospicue rendite, “veniva guardata con ostilità da una parte dei sudditi del Regno”.
Cui prodest la scelta del Regno Unito di uscire dall’Euroopa? Non certo ai “brexiters”, se pensavano che, con l’abbandono dell’Unione Europea, avrebbero potuto realizzare il progetto politico-istituzionale di Anglosfera, con il coinvolgimento automatico del Paese che avrebbe dovuto essere il principale interlocutore del Regno, cioè gli Stati Uniti d’America. A parere di Ricciardi, non è detto, però, che in futuro questo coinvolgimento possa realizzarsi, per via del fatto che, con la fine della Guerra fredda, per gli Stati Uniti “è scomparso il presupposto bipolare che aveva fatto da perno per più di quatant’anni alla politica estera statunitense”. Così, privi di un nemico e dovendo confrontarsi con competitori economici a livello globale, gli Stati Uniti tendono a sottrarsi al peso economico espresso, tra l’altro, anche dalla conservazione della relazione speciale che Churchill pensava potesse esistere tra i due massimi Paesi anglofoni.
Oggi, perciò, dopo aver deciso di uscire dall’Unione Europea, per inseguire la realizzazione di un obiettivo, quale quello del progetto Anglosfera senza aver ponderato bene l’esistenza della situazione globale attuale sul piano materiale e su quello delle idee prevalenti, si trova a dover vivere, sul piano politico, economico e sociale, una delle crisi tra le più gravi della propria storia. Tale crisi non sembra certamente idonea a rendere possibile l’inseguimento di un ricongiungimento sul piano politico-istituzionale con i “cugini” d’oltre Atlantico; questi ultimi, pur condividendo con gli inglesi una parte della loro esperienza, sono anch’essi impegnati a trovare la via che li conduca al ricupero dell’immagine positiva della quale hanno per tanto tempo goduto, senza per questo dover ricorrere, come spesso è accaduto, ad atti di forza unilaterali per la difesa dei propri interessi nazionali.

La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva

europa

Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa.

Le formule, al di là del proposito condivisibile che esse si prefiggono, ovvero di porre in cima all’agenda delle Istituzioni europee la ripresa accelerata del processo di unificazione che la Grande Recessione ha quasi completamente interrotto, esprimono, però, un concetto ossimorico; nel senso che esse contengono intrinsecamente una contraddizione, al pari di quella un tempo espressa dal leader comunista Palmiro Togliatti nella forma di “unità nella diversità”, con la quale egli riteneva che il suo partito, pur continuando a rimanere ancorato al “centralismo democratico”, dovesse cominciare a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche.

Si deve, però, tenere presente che il motto “unità nella diversità” appartiene, si può dire, al DNA dell’Unione Europea; oggi, pur modificato in “uniti nella diversità”, il motto è scritto nella bozza della Costituzione europea, apparendo anche nei siti web ufficiali dell’Unione. Inoltre, il motto è adottato da molti Paesi per esprimere la loro unità. Tuttavia, un conto è adottare il motto per comunicare un ideale condiviso, un altro conto è adottarlo come “stella polare” delle decisioni politiche dei Paesi membri dell’Unione, al fine di perseguire la convergenza sul piano economico ed eliminare le differenza esistenti tra i Paesi membri, che sinora, già da prima dell’inizio della crisi iniziata nel 2007/2008, ha fatto segnare il passo al processo di unificazione politica dell’Europa.

Paolo Guerrieri, economista dell’Università “La Sapienza” di Roma, in “La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità” (“Italianieuropei, n. 3/2017), affronta l’argomento in una prospettiva diversa da quella che sembra essere quella prevalente; nel senso che, egli, a differenza di chi sceglie la via della diversità per suggerire l’opportunità di una leadership europea assegnata a un “Direttorio” espresso dai Paesi economicamente “più forti”, oppure per indicare i settori specifici che potrebbero essere oggetto di politiche differenziate, Guerrieri, al contrario, afferma che è responsabilità collettiva di tutti i Paesi dell’Eurozona affrontare il problema delle differenti situazioni economiche tra loro esistenti.

Guerrieri sottolinea che, in parte, un’Europa a più velocità esprime una situazione che di fatto già esiste; basti pensare alla diverse situazioni che sono nate all’interno del contesto dell’Unione Europea, a seguito della rinuncia di un dato Paese ad adottare una certa regola decisa dall’Unione stessa. In generale, il diritto dell’Unione europea è valido in tutti i Paesi membri dell’UE; in alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato degli “opt-out” dalla legislazione o dai trattati dell’Unione, ovvero hanno rinunciano a partecipare alle strutture comuni in un determinato campo (è il caso, dopo l’uscita dall’Unione del Regno Unito, di Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia).

Pur essendo diverse le materie riguardo alle quali i Paesi membri possono trovare ulteriori compromessi implicanti situazioni differenziate, nessun compromesso, implicante “velocità differenziate”, è possibile raggiungere riguardo “ai temi dell’economia europea e della governance dell’area euro”; ciò, perché, a parere di Guerrieri, non è possibile “dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B […]. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. […] Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo vero l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione Monetaria Europea”. Obiettivo, questo, prioritario, se si vuole, previa rimozione delle differenze economiche esistenti tra i Paesi dell’Eurozona, riprendere il tanto agognato processo di unificazione politica dell’Europa.

Il completamento dell’unione monetaria, infatti, consentirebbe, non solo di dotare l’Europa di una maggiore “resilienza dell’Eurozona”, cioè di una maggiore capacità delle economie europee di resistere ai fenomeni destabilizzanti provenienti dal suo esterno, ma anche, da un lato, di sostenere una crescita comune e, dall’altro lato, di rendere tale crescita “inclusiva”, cioè a vantaggio di tutti (inclusi i Paesi estranei all’euro, ma facenti parte dell’Unione), non solo di pochi.

Per il completamento dell’unione monetaria – afferma Guerrieri – è soprattutto necessario varare e completare le misure idonee a “diminuire la fragilità dell’area euro”, al fine di evitare che, nel caso di una nuova crisi finanziaria, sul tipo di quella della quale l’Europa sta ancora subendo gli effetti negativi, sia attrezzata per affrontarla. A tal fine, si tratta, soprattutto, per un verso, di completare la riforma bancaria e, per un altro verso, di disciplinare a livello europeo il processo di indebitamento degli Stati, nonché di rafforzare, sempre a livello europeo, il meccanismo di stabilizzazione.

Il completamento della riforma bancaria rappresenterà l’indispensabile complemento dell’Unione Economica e Monetaria e del mercato interno; essa consentirà di rafforzare la capacità del settore bancario europeo di resistere agli shock, di migliorare la gestione del rischio e di garantire normali attività di prestito anche durante i periodi di instabilità economica. A tal fine, l’Unione europea ha adottato una serie di direttive comuni, tra le quella spiccano quelle relative al regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche; al rafforzamento dei sistemi di vigilanza sugli istituti di credito, che riunirà in capo alla Banca Centrale Europea il controllo dell’intero settore bancario; al risanamento degli enti creditizi in dissesto, con la costituzione di un fondo di risoluzione comune, finanziato dal settore bancario. In fine, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un sistema unico di garanzia dei depositi, che dovrà condurre gradualmente ad un sistema di condivisione piena dei rischi connessi ai depositi bancari, attraverso la creazione di un fondo comune, obbligatorio per tutti i Paesi della zona euro, ugualmente finanziato dal sistema bancario.

Riguardo alle modalità attraverso le quali completare l’Unione bancaria, esistono però dei contrasti che Guerrieri riassume nella contrapposizione tra le tesi di alcuni Paesi, quali la Germania ed altri Paesi del Nord dell’Europa, che sostengono la necessità di una riduzione dei rischi connessi ai debiti sovrani di alcuni Paesi del Sud dell’Europa, ed altri membri dell’Eurozona, tra i quali l’Italia, i quali ritengono che riduzione e condivisione dei rischi costituiscano “due processi da portare avanti in parallelo”; la contrapposizione evidenzia che, per la prima categoria di Paesi (in particolare per la Germania), “per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli Paesi nei confronti dei possibili default del debito sovrano”. Al riguardo, a parere di Guerrieri, malgrado la persistenza delle posizioni contrapposte, esistono reali possibilità di un compromesso tra le posizione dei due gruppi di Paesi che, peraltro, si sono sempre “scontrati” sul tentativo di pervenire al possibile compromesso.

L’unione monetaria dovrebbe inoltre essere supportata da una riforma della governance dell’area dell’euro, finalizzata a promuovere la crescita e a contrastare le “divergenti performance” esistenti tra i Paesi membri dell’Eurozona. La crescita dei Paesi dell’intera area, dopo una prolungata fase di ristagno, ha ripreso a manifestarsi e a consolidarsi, sia pure secondo ritmi differenti; essa però – afferma Guerrieri – “rimane su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni”. Di qui l’urgenza di riforme per introdurre nuovi strumenti utili al sostegno della crescita; le riforme strutturali possono costituire un primo passo importante per “accrescere il prodotto potenziale”, ma acconto ad esse devono essere avviate politiche fiscali espansive, sia per sostenere la domanda globale aggregata, che per sostenere l’incremento degli investimenti europei finalizzati ad accrescere la capacità di offerta di lungo periodo dell’intera area dell’euro; favoriti, questi investimenti, da un’integrazione del “patto di stabilità”, utile a consentire “ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti”.

Infine, sempre nella prospettiva di potenziare l’area dell’unione monetaria, occorre considerare che il rilancio della crescita in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente, in quanto sarà necessario che la crescita sia di natura inclusiva, “caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità”; ciò, perché sarà inevitabile – afferma Guerrieri – rimuovere la piaga dell’esclusione diffusasi negli ultimi decenni con l’approfondimento e l’allargamento delle disuguaglianze sociali, a causa del fatto che gli incrementi del prodotto lordo dei singoli Paesi si è progressivamente concentrato a vantaggio solo di alcuni gruppi sociali.

Per realizzare, all’interno dei singoli Paesi, una più equa distribuzione del prodotto nazionale servirà una pluralità di misure pubbliche, volte a contrastare la disoccupazione e a rinnovare e rilanciare il welfare State. La maggior parte dei Paesi europei, a parere di Guerrieri, sarebbe d’accordo sulle necessità di queste politiche, solo che, come sempre, sono divisi tra quelli “che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche” e quelli che ritengono esistano “spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’Eurozona”.

In conclusione, secondo Guerrieri, gli europei devono prendere coscienza che la situazione in cui versa il Vecchio Continente oggi è tale da comportare la necessità che essi si rendano conto che per superare l’empasse in cui versa il processo di unificazione dei Paesi aderenti al progetto europeo occorre “un salto di qualità” nella cooperazione e nel rilancio dell’integrazione”. L’analisi di Guerrieri, condivisibile per le critiche formulate nei confronti delle tesi di chi si illude di poter realizzare l’unità dell’Europa nella diversità delle situazioni dei Paesi (o di gruppi di Paesi) che ancora hanno interesse a realizzare l’obiettivo originario dei Trattati europei, poco convincente, se non illusoria, è l’idea che il rilancio del progetto europeo possa dipendere dai risultati elettorali dei principali Paesi.

Ciò, perché, se è vero che prima le elezioni in Olanda e poi in Francia (e prossimamente, si spera, in Germania) hanno segnato la sconfitta dei movimenti antieuropei, non è meno vero che le forze che hanno concorso al successo di quelle favorevoli all’Europa sono quelle che, più dei movimenti che hanno concorso a sconfiggere, sono sempre state portatrici di pretese nazionali esclusive, interessate alla conservazione dello status quo e di una struttura sociale iniqua sul piano distributivo. Con queste forze è difficile pensare che le idee avanzate da Guerrieri, malgrado i risultati elettorali che stanno assicurando il consenso a presunte forze progressiste, possano essere accolte favorevolmente.

Gianfranco Sabattini

“Piccolo è bello”. Separatismo: tra ragioni economiche e “invenzioni”

espana-catalunya-665In questo periodo l’indipendentismo ha ripreso vigore e slancio; ciò non deve meravigliare perché l’ultima “parola d’ordine” del neoliberismo e della globalizzazione, della quale esso è l’ispiratore, afferma che “il piccolo è bello”; questa volta, però, lo slogan, tanto in voga nei decenni passati, non è riferito alla dimensione d’impresa, ma alle dimensioni degli Stati. Al riguardo, di recente è giunto in libreria il libro del politologo indiano Parag Khanna, dal titolo che più eloquente non potrebbe essere: “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”.

Nel suo libro, Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma estende l’auspicio anche alle dimensioni prevalenti degli Stati. Secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”, imposta dal fatto che le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi nazionali di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di governare l’emergenza che di reagire al manifestarsi degli effetti negativi del ciclo economico.

Considerando più attentamente il fenomeno dell’indipendentismo, inclusa la sua manifestazione più recente, culminata con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna dello Stato nazionale spagnolo, si coglie come gli indipendentisti siano soliti giustificare le loro pretese sulla base di ragioni storiche, con cui vengono rese latenti quelle effettive, ovvero le ragioni economiche. Facendo appello alle ragioni storiche, gli indipendentisti di solito “coagulano” il consenso intorno al loro movimento avvalendosi di un decentramento istituzionale che, pur senza configurarsi come una effettiva realtà federale, non è molto distante da essa. Nell’esperienza di alcuni Paesi europei, dove il fenomeno dell’indipendentismo è presente, le comunità autonome dispongono, infatti, di ampie facoltà di autogoverno, a volte rinforzate da condizioni di “specialità”, delle quali si avvalgono dal punto di vista economico-finanziario, ma anche da quello culturale; in tal modo, l’autogoverno consente agli indipendentisti di sostenere di voler “fare i conti” distaccandosi dallo Stato per i torti subiti sul piano strettamente storico.

Cosicché, alcune regioni, come ora la Catalogna o, in prospettiva, la Sardegna, ricorrono alle facoltà autonomistiche, non già in favore del resto dei loro Paesi di appartenenza, o per migliorare il funzionamento del loro Stato nazionale, ma per staccarsi dall’unità nazionale.

Commentando la situazione catalana dopo la dichiarazione d’indipendenza, in “L’indipendentismo è un’invenzione” (Limes 10/2017), il noto filosofo democratico Fernando Savater, in un’intervista concessa a Fabrizio Maronta, afferma che la responsabilità del conservarsi delle propensioni separatiste ricade certamente sugli Stati nazionali, i quali hanno sempre trascurato ciò che sul piano politologico viene da tempo evidenziato, cioè che “l’indipendentismo è figlio del nazionalismo”. Di fronte a queste propensioni, però, anziché pensare di ricercare una più adeguata forma di organizzazione istituzionale su basi federali, secondo Savater, si è fatta dell’”ironia, parodiando l’indipendentismo trattandolo come mero folklore”, senza considerarlo come problema destinato a creare crisi istituzionali, se lasciato irrisolto, come è accaduto nel caso della Spagna o potrebbe accadere nel caso dell’Italia.

In mancanza di risposta istituzionale all’espandersi delle “pulsioni nazionalistiche”, il manifestarsi di situazioni di crisi come quella della Catalogna potrebbe configurare una responsabilità degli Stati nazionali, i quali, trascurando di soddisfare le istanze nazionalistiche per ragioni strettamente ideologiche, mancano di valutarne il tratto umano, che induce le singole comunità regionali di uno Stato a identificarsi, in modo convinto e irrinunciabile, in un determinato ed esclusivo “sistema valoriale.

Con ciò, i singoli Stati nazionali trascurano il fatto che – afferma Savater – si può essere “nazionalisti politicamente e culturalmente”, senza che si neghi necessariamente “un’unità superiore”, nel senso che i nazionalisti-indipendentisti potrebbero “vivere dialetticamente con essa, confrontandosi con lo Stato centrale” e con gli altri nazionalisti-indipendentisti, quando fossero messi nella condizione di potersi avvalere di una libertà appropriata conferitagli dall’esistenza di un ordinamento democratico.

Questo, a parere di Savater, è un punto dirimente, che fa cadere la responsabilità delle crisi istituzionali sugli indipendentisti, allorché essi, sulla base di decisioni unilaterali e nel mancato rispetto delle procedure democraticamente condivise e costituzionalmente sancite, causano un crisi che investe, non solo l’unità nazionale, ma anche quella del “contesto democratico e della pacifica convivenza su cui questa si fonda”.

Posto il diverso grado di responsabilità del “centro” e delle “periferie”, riguardo al manifestarsi delle crisi istituzionali che investono o possono investire l’unità degli Stati nazionali, e assodato che le ragioni storiche sono solo un pretesto, viene spontaneo chiedersi quali siano allora le ragioni economiche che stanno a monte delle “spinte indipendentiste”. In “Regionalismi e austerità: la posta tedesca nella crisi catalana” (Limes, 19/2017), Heribert Dieter, ricercatore presso il “German Institute for International Political and Security Affairs” di Berlino, sostiene che le ragioni economiche più immediate sono almeno due, strettamente legate tra loro.

La prima ragione consisterebbe nel fatto che la globalizzazione, riducendo i “costi di transazione ha aumentato la redditività delle piccole economie nazionali”; mentre nel XIX secolo, l’esistenza di molti Stati comportava normalmente un ostacolo alla crescita economica, nel XXI secolo questo vincolo, cessando di sussistere, consentirebbe a numerose piccole economie nazionali di affrancarsi dai costi burocratici dovuti all’esistenza delle numerose barriere doganali, potendo così raggiungere alti tassi di crescita economica e di benessere. Oggi, secondo Dieter, sarebbero le grandi economie nazionali a dover affrontare i “gravi problemi di sviluppo”, in quanto il loro mercato interno rappresenterebbe “più uno svantaggio che un vantaggio”, per via del fatto che molti loro settori tradizionali si trovano in gravi condizioni di stagnazione, il cui rilancio richiede costose politiche economiche per reinserirli positivamente nel mercato, allo scopo di contrastare principalmente il fenomeno della disoccupazione persistente.

La seconda ragione che giustificherebbe il fenomeno dell’indipendentismo, strettamente connessa almeno in parte alla prima, sarebbe riconducibile al fatto che le grandi economie nazionali richiedono il finanziamento di politiche sociali, con una distribuzione del carico fiscale che le regioni più ricche rispetto alla media nazionale non sarebbero più propense a tollerare, in quanto non più disponibili a sopportare gli esiti di “trasferimenti fiscali dettati da principi di perequazione e solidarietà nei confronti delle regioni più deboli”.

Se così stanno le cose, la propensione all’indipendentismo appare come un riflesso dell’incerto e spesso differenziato rapporto esistente tra le regioni e lo Stato centrale, come nel caso della Spagna e dell’Italia. L’incertezza del rapporto potrebbe essere superata attraverso una organizzazione istituzionale in senso federato degli Stati che maggiormente risentono del fenomeno indipendentista; solo su queste basi possono essere stabilite “norme estremamente dettagliate e valide per tutti”, per definire con precisione gli ambiti di competenza delle singoli comunità regionali federate.

Dal punto di vista di alcuni Stati unitari europei, tra i quali l’Italia, la eventuale separazione della Catalogna dalla Spagna rappresenterebbe un rischio, in quanto altre regioni potrebbero seguirne l’esempio e mettere così in crisi non solo i singoli Paesi che “soffrono” del fenomeno dell’indipendentismo, ma anche la prospettiva di una prossima ripresa del processo d’integrazione politica dell’Europa. A livello europeo, però, questo pericolo sembra preoccupare, più per la possibile perdita della stabilità economica, che non per i processi democratici necessari per migliorare l’organizzazione istituzionale dei singoli Stati membri dell’Unione Europea.

Se la Catalogna riuscisse a staccarsi dalla Spagna – afferma Dieter – “anche in altri Paesi europei si farebbe più concreto il rischio di una disgregazione nazionale”. Lo Stato francese sarebbe quello meno esposto a questo pericolo (fatta eccezione per il problema corso); i più a rischio di possibili scissioni sarebbero sicuramente la Germania e l’Italia. Anche in Germania sono le regioni economicamente più ricche ad avere interesse a separarsi dallo Stato nazionale; a differenza della Catalogna, nel caso della Germania, se l’indipendentismo dovesse diffondersi e approfondirsi, si assisterebbe alla creazione di una nuova unità statuale, che segnerebbe un ritorno – sottolinea Dieter – alla condizione di indipendenza di regioni ora federate, come la Baviera prima del 1871.

A differenza di quanto può accadere in Germania, in Italia, stranamente, quasi a smentire che siano le condizioni economiche a causare la separazione delle comunità regionali dallo Stato nazionale, l’obiettivo dell’indipendenza trova numerosi sostenitori in Sardegna, una delle regioni meno dotate economicamente rispetto alla media nazionale; a parere di Franciscu Sedda, segretario nazionale del Partito dei Sardi, in “La Sardegna può diventare indipendente anche grazie alla Catalogna” (intervista concessa ad Alessandro Aresu, in Limes 10/2017) mostra di non avere dubbi e incertezze sul perché il suo partito persegue l’indipendenza dell’Isola dal resto dell’Italia.

Le sue argomentazioni, però, non hanno fondamento credibile, in quanto prive del supporto di un progetto politico, economico e sociale che possa plausibilmente giustificare le aspirazioni del suo partito; Sedda considera solo importante il fatto che il Partito dei Sardi, il governo e il parlamento della Regione Sardegna abbiano dato, sin da subito, ”una solidarietà praticamente unanime alle istituzioni catalane”; a sua parere, si è trattato di una “caso unico in Europa”, che, però, non vale a giustificare l’azione del suo movimento.

L’unica argomentazione avanzata da Sedda, a supporto dell’indipendenza della Sardegna, è che il pensarsi “attraverso gli altri è sempre fruttuoso”, in considerazione del fatto che l’indipendentismo catalano esercita sicuramente un grande fascino su quello sardo, “per la dimensione popolare e nonviolenta, per il modello di società al tempo stesso accogliente della diversità e capace di dare dignità alla propria storia, cultura lingua; per il progressismo diffuso e la capacità di generare prosperità attraverso la piccola e media impresa”. Sedda dimentica che la prosperità della Catalogna è garantita, non solo dalla presenza operosa ed efficiente di un sistema di piccole e medie imprese, ma anche da attività produttive di ben altra dimensione e capacità di creare nuove ricchezza; piccole, medie e grandi imprese, che in Sardegna non abbondano, per cui le condizioni di vita della comunità regionale sarda dipendono ancora in modo consistente dalla solidarietà nazionale.

Di tutto questo Sedda sembra non preoccuparsi, avvalendosi solo della certezza che “grazie agli stimoli che arrivano dalla Catalogna si può aprire una breccia che condurrà un giorno al nostro referendum” e consolandosi del fatto che il Partito dei Sardi, pur essendo nato nel 2013, aggregando esperienze personali e politiche diverse, ha eletto cinque rappresentanti in seno al Consiglio regionale, diventando la terza forza dietro il Partito Democratico e Forza Italia. Peccato che Sedda dimentichi le condizioni rese favorevoli al suo partito dalla particolare legge elettorale in base alla quale si sono svolte le ultime consultazioni politiche regionale; condizioni, che molto probabilmente sono destinate presto a cambiare.

Ad ogni buon conto, per Sedda, il Partito dei Sardi, in considerazione della sua “forza” attuale, “vuole costruire uno Stato sardo indipendente in Europa. Una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta”. Dunque, una Sardegna indipendente senza se e senza ma; tuttavia, a differenza di altri partiti regionali, quello dei sardi, “non esclude la gradualità e la possibilità di allearsi anche con chi non è (ancora) indipendentista”.

Se così, c’è solo da augurare a Sedda di riuscire ad intessere rapporti con chi è ancora portatore dello spirito del tradizionale azioniamo sardo di origine risorgimentale, per accedere all’idea di contribuire, con il suo partito, a dare forza politica a quanti in Sardegna e nell’intero Paese auspicano, per prevenire crisi istituzionali e “fughe in avanti”, per ragioni egoistiche, delle regioni economicamente più dotate, una riorganizzazione istituzionale dell’Italia su basi federaliste. In questo caso, l’indipendentismo sardo non avrebbe motivo di trarre ispirazione da quello catalano, ma di porsi semmai come esempio nei confronti della Catalogna del come, all’interno degli Stati nazionali, possono essere democraticamente corretti i rapporti insoddisfacenti esistenti tra lo Stato centrale e le comunità regionali periferiche.

Gianfranco Sabattini

L’errore del neoliberismo: negare la democrazia e i diritti sociali

Christian-Laval-e-Pierre-DardotCon il nuovo libro “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, Pierre Dardot e Christian Laval tornano sul tema dei guasti provocati dall’ideologia neoliberista nelle società a capitalismo avanzato; lo fanno perché, come essi dicono, colpiti dall’emergenza di “un’accelerazione senza precedenti dei processi economici e securitari che sta radicalmente trasformando tanto le nostre società quanto i rapporti politici tra governati e governanti”.
In particolare, Dardot e Laval denunciano il fatto che l’accelerazione in atto dei processi economici e politici sta determinando una fuoriuscita dalla democrazia e un continuo sacrificio dei diritti sociali; ciò accadrebbe, secondo gli autori, a causa di due “spinte” complementari: da un lato, “il rinnovato potere dell’offensiva oligarchica” contro i diritti politici, economici e sociali dei cittadini; dall’altro lato, l’adozione, da parte delle forze politiche al governo, di un insieme di regole securitarie, giustificate sulla base della tesi che esse sarebbero volte a garantire la libertà degli stessi cittadini.
In realtà, a parere di Dardot e Laval, il perseguimento della sicurezza consentirebbe agli establishment dominanti, di mascherare la vera natura delle politiche securitarie; il loro preciso obiettivo sarebbe, non già l’assicurazione della libertà ai cittadini, ma la garanzia della libertà di concorrenza, priva di ogni vincolo, tra i vari attori che compongono l’oligarchia economica. Di fronte alle ripercussioni negative dell’ideologia neoliberista sulla società, gli establishment governativi non immaginano – affermano gli autori – che il rafforzamento dei poteri di polizia conduca inevitabilmente solo all’”erosione dello Stato di diritto e, assieme ad essa, al sacrificio dei diritti sociali”.
Dardot e Laval sono del parere che la progressiva fuoriuscita dalla democrazia, causata dalle politiche neoliberiste, pur non essendo un dato ineluttabile, sia destinata a proseguire, a causa della “sproporzione di forze esistente tra la “logica dominante” degli oligarchi e la “logica minoritaria” delle potenziali forze di opposizione. La logica dominante si “nutrirebbe” di crisi e non smetterebbe di evocare l’incombenza sulla sicurezza sociale di “mostri impietosi e terrificanti”, assunti a giustificazione delle restrizioni delle libertà politiche e civili; mentre la logica minoritaria delle potenziali forze contrarie all’egemonia dell’ideologia neoliberista non riuscirebbe a trovare un’“espressione di massa, né cornici istituzionali o una grammatica politica”.
Per uscire dalle loro posizioni di debolezza, secondo Dardot e Laval, le forze di opposizione dovrebbero riflettere e capire come la perdurante situazione di crisi che il neoliberismo sta alimentando sia diventata una forma di governo; ciò consentirebbe loro di acquisire la necessaria consapevolezza riguardo al modo in cui il “neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando”, non smetta “di autoalimentarsi e di autorinforzarsi”. Capire tale processo, significherebbe anche comprendere, a parere di Dardot e Laval, come organizzare una reale alternativa di governo al disfacimento neoliberista delle società democratiche e al crescente sacrificio dei diritti politici e sociali.
A tal fine, Dardot e Laval sembrano non avere incertezze: secondo loro, partendo dall’analisi della condizione alla quale le società democratiche sarebbero state ridotte, occorrerebbe prendere coscienza del fatto che “non può esserci altra contestazione al neoliberismo se non nell’opporgli nuove forme di vita”, mettendo “in discussione la logica stessa della rappresentanza politica”; ciò, in considerazione del fatto che affidare l’elaborazione di forme di vita alternative a quelle imposte dalle pratiche neoliberiste a partiti, a tecnici e ad esperti, significherebbe “rendere sterile la pretesa di costruire una vera alternativa o, peggio, finirebbe col portare acqua al mulino del neoliberismo”.
Senza il ricorso alla logica della rappresentanza, diventerebbe allora prioritario, per Dardot e Laval, chiedersi come unificare e concentrare le diverse forze di opposizione al neoliberismo, nella consapevolezza che “le oligarchie sono strutturate da mille legami di socialità e salde forme organizzative”. In considerazione di tutte le difficoltà che dovranno superare, le forze antagoniste del neoliberismo accuseranno certamente una “grande difficoltà a concepire e a mettere in pratica una politica mondiale alternativa”.
Nel perseguimento dell’obiettivo di unificare e concentrare le forze antagoniste, Dardot e Laval rifiutano le strategie sinora elaborate, ovvero quella della realizzazione spontanea del “comune”, avanzata da Michael Hardt e Toni Negri, e quella di Ernesto Laclau sull’“unificazione simbolica” delle forze di opposizione intorno ad un individuo scelto come leader: la prima, perché riduce il superamento dello status quo attraverso un processo spontaneo inglobante in modo arbitrario tutte le dimensioni della vita; la seconda, perché risulta problematica l’idea di poter conciliare l’identificazione delle forze di opposizione a un “capo con le esigenze della democrazia”; quest’ultima, infatti, implica una “messa a distanza” dei dirigenti di qualsiasi organismo rappresentativo, dovendosi preferire in sua vece “l’esercizio di un controllo effettivo e diretto dell’attività di opposizione da parte dei cittadini”. Si tratta, quindi, di realizzare l’unificazione e la concentrazione delle forze di opposizione attraverso l’adesione all’idea che a reagire sia direttamente la società, intesa come unità organica escludente qualsiasi forma di pluralismo.
Per quanto riguarda la realizzazione del coordinamento delle forze di opposizione al neoliberismo sul piano internazionale, Dardot e Laval ritengono che essa dipenda dalla possibilità di “costruzione di un blocco democratico internazionale”, che non sia un “cartello di partiti, ma l’insieme delle “innumerevoli forze politiche, organizzazioni sindacali, associative, ambientali, intellettuali e culturali”; queste dovrebbero impegnarsi sul piano locale, nazionale e internazionale per organizzare la lotta contro l’oligarchia sulla base di una piattaforma comune di rivendicazioni, nella quale la dimensione internazionale non “sarebbe affatto l’aggiunta secondaria di una lotta nazionale, bensì il suo tratto costitutivo”.
Solo attraverso il blocco democratico internazionale delle forze contrarie all’ideologia neoliberista, sarà possibile opporsi all’avversario oligarchico; se l’internazionalizzazione dell’opposizione dovesse avere successo, concludono Dardot e Laval, potrà essere immaginata una federazione mondiale, “non di diversi partiti nazionali, ma di coalizioni democratiche capaci di combinare l’azione politica a diverse scale e l’istituzione dei comuni, base concreta dell’alternativa”.
L’idea di sconfiggere l’ideologia neoliberista attraverso la costruzione di un “blocco internazionale” di forze democratiche, non è nuova e presenta gli stessi limiti delle proposte da altri avanzate e che Dardot e Laval rifiutano. Anche Michael Hardt e Toni Negri fanno diretto riferimento all’”istituzione di comuni”; essi però mancano di indicare le procedure organizzative delle quali non potrebbero fare a meno, facendo esclusivo affidamento su una presunta autosufficienza dello spontaneismo della “moltitudine” protestataria sparsa per il mondo. D’altra parte, una struttura organizzativa come quella suggerita da Ernesto Laclau sarebbe indispensabile per organizzare la protesta globale e per indirizzare democraticamente l’opposizione alla forma che il neoliberismo ha impresso alla globalizzazione; essa, però, non dovrebbe avere i connotati suggeriti dallo stessi Laclau.
Perché la prospettiva d’azione contro gli esiti dell’ideologia neoliberista proposta da Dardot e Laval possa avere successo, non è sufficiente l’organizzazione informale di un’opposizione spontanea dal basso; occorre che questa azione sia inquadrata all’interno di una cornice istituzionale. A tal fine, ciò che le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono accettare è che, con la formazione dell’economia-mondo, l’antico Stato-nazione ha perso i suoi originari confini, senza però che sparisse la nazione (intesa come popolo), che ne era un elemento costitutivo. In altri termini, le forze volte a contrastare la globalizzazione neoliberista devono interiorizzare il convincimento che ciò che esse contestano non è, come pensano i neoliberisti, un esito necessario del processo storico, ma un esito non spontaneo, imposto da oligarchie sopranazionali che hanno agito ai danni delle singole nazioni, dopo averle private delle difese originariamente garantite dal perduto esoscheletro rappresentato dallo Stato-nazione.
Per avere successo a livello globale, le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono considerare le loro nazioni come gli elementi fondativi di una struttura federata universale, regolata da un “governo mondiale”, realizzato attraverso la loro cooperazione. In tal modo, le forze di opposizione presenti all’interno delle singole nazioni potranno approfondire la loro collaborazione a livello globale, in considerazione del fatto che gli Stati-nazione, confluiti nello Stato-mondo non sono più delle particolari entità autonome, ma parti di un’unica struttura istituzionale federalistica, incorporante una “comunità globale”.
Le forze di opposizione al neoliberismo potranno così assumere che il benessere di ciascuna comunità nazionale non possa prescindere da una regolazione del mercato mondiale, al fine di evitare che i rapporti economici internazionali siano tradotti dalle oligarchie mondiali in un eccessivo condizionamento ai danni delle comunità nazionali economicamente più deboli.
Nonostante l’identica percezione del processo di globalizzazione degli Stati-nazione come esito del processo storico, le forze di opposizione, potranno giustificare, riguardo al modo in cui i rapporti economici internazionali vanno governati, la loro diversa posizione rispetto ai neoliberisti; si tratterà di una posizione che considera regolabile lo spontaneismo di mercato, grazie a un insieme di pratiche poste in essere da istituzioni globali e idonee a contrastare gli assunti neoliberisti, secondo cui, sia la democrazia, sia i diritti umani sarebbero causa di inefficienza del funzionamento dell’economia-mondo e che costituirebbero l’impedimento a ogni processo innovativo.

Gianfranco Sabattini

La velocità del cambiamento ha messo il mondo fuori controllo

Thomas_Hylland_Eriksen01_3032In “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato”, Thomas Hylland Eriksen, antropologo norvegese, sostiene che l’alta velocità con cui il mondo sta cambiando mette capo ad una modernità che non ha bisogno di essere spiegata,; ciò perché è essa stessa “a includere il cambiamento”, sebbene quest’ultimo per molti decenni sia stato “sinonimo di progresso” e la narrazione che di esso veniva fatta facesse “propri gli elementi del miglioramento e dello sviluppo”. Quando ciò accadeva, la storia aveva un verso certo, che però negli ultimi decenni è diventato un’incognita; per cui l’”entusiasmo per lo sviluppo si è smorzato”, facendo riemergere delle piaghe, quali la povertà e le disuguaglianze distributive che si pensava fossero sul punto d’essere definitivamente rimosse.
La guerra e i conflitti sociali dominano oggi i rapporti tra i gruppi sociali esistenti all’interno dei singoli Paesi e tra i Paesi stessi, mentre le ideologie che li giustificano dominano la scena politica e quella culturale, inducendo l’opinione pubblica a pensare che le previsioni ottimistiche di molti economisti sia il risultato dell’impiego di una disciplina, la loro, divenuta in fatto di previsioni priva di credibilità scientifica. Inoltre, nonostante molti dei Paesi che maggiormente stanno sperimentando il cambiamento ad alta velocità siano retti da regimi democratici, gran parte dei loro cittadini – sostiene Eriksen – avverte che alcune trasformazioni, determinate da provvedimenti governativi, si sono verificate senza alcuna consultazione.
Molti mutamenti, che nel passato hanno concorso a migliorare le nostre condizioni di vita, si sono rivelati, a lungo andare, delle “armi a doppio taglio”, nel senso che essi, dopo essere stati recepiti positivamente, si sono poi rivelati causa di disagi esistenziali crescenti; a conferma di quanto ciò sia vero, basta pensare, come esempio paradigmatico, che l’energia a basso costo, resa accessibile nel recente passato dal progresso tecnologico, dopo aver favorito lo sviluppo delle industrie automobilistiche e migliorato la mobilità dei cittadini, si è trasformata, oggi, in causa dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico.
Le vecchie idee sul progresso economico e sociale, che un tempo costituivano le principali ideologie di ogni orientamento politico, hanno perso la loro attualità; in particolare l’ideologia della sinistra, che storicamente ha sempre fatto proprie le istanze di riscatto dal bisogno e di equità distributiva, oggi si trova a dconfrontarsi con altre istanze delle quali è portatrice la modernizzazione del mondo contemporaneo, per via del fatto che, nella complessità dei moderni sistemi economici avanzati, un provvedimento assunto per fare fronte a una situazione non più desiderabile ha spesso – afferma Eriksen – “conseguenze impreviste più rilevanti” dei risultati attesi.
Tutto ciò rende difficile l’attività di governo volta a regolare le dinamiche economiche e sociali, anche perché chi si trova a ricoprire uno status ruolo di responsabilità pubblica può con una sua decisione “cambiare la vita di migliaia di persone con un tratto di penna”; ciò però significa che se chi decide tenesse conto del punto di vista di chi ne subisce le conseguenze, probabilmente la consultazione varrebbe a cambiare la decisone stessa. In altri termini, a parere di Eriksen, nel mondo contemporaneo, a causa della sua complessità, le decisioni prese “su piccola scala” (a livello dei cittadini) sono costantemente in conflitto con le decisioni di “scala più ampia” (quella del decisore pubblico), nel senso che ciò che può rappresentare un bene da un punto di vita globale, o astratto, può non esserlo da un punto di vista locale, o particolare.
Il contrasto tra le scale di riferimento è causato, in modo generalizzato, dalla globalizzazione, la cui governance sacrifica eccessivamente gli stati di bisogno locali; ciò, con riferimento ai molti problemi dell’umanità (quali il clima, le migrazioni, le disuguaglianze distributive e la crescita), è fonte di molti conflitti, a causa appunto dell’impatto che la soluzione globale dei problemi ha sulla percezione dei risultati a livello locale.
A parere di Eriksen, la responsabilità della mancata conciliazione tra le esigenze avvertite a livello delle due scale, quella globale e quella locale, è imputabile al regime ideologico del neoliberismo, “attualmente in auge, egemonico e globale”, il quale sostiene che tutte le questioni dell’esistenza, per essere affrontate razionalmente, devono essere tradotte “in questioni economiche e gestionali”; ciò, al fine di evitare “il dibattito sui problemi “sensibili”, quali quelli connessi con la giustizia sociale e le condizioni necessarie al benessere duraturo dell’umanità, considerata in tutte le sue articolazioni culturali.
In tal modo, il neoliberismo si caratterizza oggi per essere l’ideologia che ha causato la diffusione nel mondo di problemi connessi a “processi fuori controllo”, all’interno di aggregati umani diversi, ma interconnessi tra loro; ciò significa – afferma Eriksen – che la dinamica economica avviene in assenza di automatismi che “ne stabiliscano il limite massimo”. L’esempio più chiaro di processo fuori controllo è offerto, secondo Eriksen, dalla finanziarizzazione dei mercati, la cui “natura di commercio di beni fittizi […], unita all’irregolare ma frequente scoppio di bolle, assicura la costante instabilità del sistema a livello globale”.
La spinta a gestire la soluzione dei problemi a livello di scale superiori è intrinseca alla globalizzazione, i cui critici privilegiano invece soluzioni realizzate a livello di scale inferiori. Per Eiksen, la maggior parte dei “conflitti di scala” del mondo attuale avvengono quando le comunità locali avvertono d’essere “prevaricate da interessi di larga scala, quando le urgenze quotidiane di breve periodo hanno priorità rispetto alla sopravvivenza di lungo periodo, o quando le creazione di impiego a livello locale conta più della sostenibilità ambientale”.
Per spiegare il frequente “scoppio” di conflitti tra portatori di istanze globali e portatori di istanze locali, il termine “scontro di civiltà”, secondo Eriksen, non è adeguato, perché manca di descrivere esattamente i motivi dei conflitti più frequenti del mondo contemporaneo; l’assunto dello scontro di civiltà considera le differenze culturali come la forza scatenante e la causa primaria dei conflitti che esplodono lungo le “linee di faglia” che separano le civiltà, mentre pochi, “per non dire nessuno dei conflitti di cui siamo spettatori oggi si sviluppano lungo queste linee di faglia”.
Se è vero che molti conflitti coinvolgono comunità caratterizzate da culture diverse, è altrettanto vero che una parte dei conflitti avviene all’interno di comunità omogenee sul piano culturale; è, questa, la ragion per cui, per Eriksen, “il concetto di scontro tra ordini di grandezza” risulta più chiaro, versatile e utile nel decifrare le frizioni e le tensioni provocate dal neoliberismo globale.
Affrontare i problemi nella prospettiva di una scala più alta significa risolvere in termini ottimali i problemi del mondo; è, questo, un altro assunto sul quale è basato il successo dell’ideologia neoliberista, condivisa dalle oligarchie mondiali, che rinvengono la “bontà” della globalizzazione nella sua capacità di “rendere congruenti la scala politica e quella cognitiva, attraverso l’identificazione delle comunità nazionali in un una comunità globale”, plasmata questa in modo conforme agli interessi delle stesse oligarchie.
Le oligarchie sostengono perciò che salire di scala per la soluzione dei problemi economici sia sempre conveniente per tutti, senza considerare che ciò che può essere valutato conveniente a livello di scala superiore, può non esserlo a livello delle economie locali che ne subiscono le conseguenze. Il sacrificio delle economie periferiche, provocando la percezione da parte delle popolazioni locali d’essere prevaricate, si traduce in sicura fonte di reazione, che conduce inevitabilmente alla proposizione di alternative a livello locale.
La conseguenza dei conflitti, riconducibili alla diversa valutazione degli effetti della soluzione dei problemi economici a scale diverse, è che i portatori di interessi locali sono costretti ad effettuare una scelta e ogni qualvolta ciò accade – afferma l’antropologo Eriksen – la maggior parte degli individui “sceglie di fidarsi della propria esperienza piuttosto che degli eminenti dati degli esperti”, per poi determinare colpe e responsabilità.
In ogni caso, osserva Eriksen, se è vero che nelle società contemporanee complesse la conoscenza dei problemi da risolvere è spesso oggetto di contestazione, a seconda che essi siano affrontati a livello globale o a livello locale, non è meno vero che la contestazione è frequente anche a un medesimo livello di scala. Da ciò deriva che trovare colpe e responsabilità di quanto accade a un qualsiasi livello di scala non sia mai facile.
In ogni caso, al di là della ricerca del livello di scala più conveniente per la soluzione dei problemi, resta il fatto che l’esperienza evidenzia come la storia della modernità realizzata ad alta velocità sia “storia della dominazione e della prevaricazione della piccola scala da parte della grande scala”. Se si vogliono eliminare i conflitti, piuttosto che indugiare nella ricerca di quale sia la scala più conveniente per la soluzione dei problemi continuamente creati dalla dinamica della società complessa, occorre accettare – afferma Eriksen – la presenza di “universi culturali in conflitto, che cambiano a velocità diverse, e che riescono solo raramente a sincronizzarsi” e prendere coscienza di ciò che la storia degli ultimi decenni ha evidenziato: “ciò che giova a livello locale può rivelarsi catastrofico se proiettato a livello globale, e ciò che ha senso globalmente potrebbe rivelarsi catastrofico localmente”.
Oggi, ciò di cui si avverte il bisogno nella governance della economia integrata globalmente, conclude Eriksen, è che le risposte a tutti i problemi siano il risultato di un “processo continuo di ibridazione o creolizzazione culturale”; è, questa, una prospettiva radicalmente diversa da quella di stampo neoliberista, che vorrebbe gli esseri umani di tutto il mondo sempre più simili gli uni agli altri; occorre contrastarla una tale prospettiva, partendo dal presupposto che la globalizzazione non crea necessariamente delle “persone globali” e non produce esiti univoci, così come vorrebbero far credere i neoliberisti; cioè, non si tratta di un fenomeno che standardizza la percezione degli stati di bisogno degli uomini, rendendoli sensibili solo a prescrizioni preconfezionate; ragione, questa, che non esclude che, a livello locale, possano esistere esseri umani dotati di “una fibra culturale propria, unica e complessa”.
Per realizzare una governance globale dei problemi del mondo, realmente alternativa a quella sinora imposta dall’ideologia neoliberista, Eriksen si limita a suggerire la maturazione di un’”etica cosmopolita”, che orienti gli uomini di “buona volontà” a maturare la “capacità di ascoltare” la periferia; risorsa, questa, che sinora ha scarseggiato nel mondo contemporaneo.
L’auspicio dell’antropologo norvegese è senza alcun dubbio condivisibile; rimane però il convincimento che, nei confronti delle oligarchie neoliberiste, la sola “etica cosmopolita” non sia una risorsa sufficiente a ricondurre le soluzioni dei problemi complessi del mondo contemporaneo sotto la diretta responsabilità politica degli uomini, al pari di quanto accadeva prima che la velocità del cambiamento portasse il mondo, a causa dell’ideologia neoliberista, fuori da ogni possibile controllo.

“Programmazione negoziata” e mancato sviluppo locale

negoziata

“Lo sviluppo locale in Sardegna: un flop? Numeri, cause, suggerimenti” è un libro che Antonio Sassu ha scritto in collaborazione con Antonello Angius e Paolo Fadda: del Centro regionale della programmazione della Sardegna, il primo; studioso dei problemi economici dell’economia dell’Isola, il secondo.

Il volume illustra il fallimento della “Programmazione negoziata”, inaugurata con la legge n. 662/’96, dopo la fine della politica a sostegno delle regioni meridionali del Paese fondata sulla logica dell’intervento straordinario; più che fissare l’attenzione sui limiti delle modalità con cui la Sardegna avrebbe sperimentato i nuovi “strumenti messi a disposizione dal nuovo corso delle politica economica nazionale” e quelli resi possibili dalla Regione stessa “con una propria legge e con proprie risorse, è interessante considerare la logica d’intervento, che secondo l’autore avrebbe determinato il “fallimento” della politica attuata per promuovere la crescita dell’Isola e dei suoi territori.

L’autore del libro, dopo aver esaminato i “Piani integrati d’area”, i “Patti territoriali”, i “Progetti integrati territoriali”, i “Leader” e diversi altri “strumenti operativi” similari, trae la conclusione che il tentativo di attuare una politica di sviluppo che coinvolgesse tutte le forze economiche e sociali, e nei limiti del possibile l’intera popolazione della Sardegna, non è stato coronato da successo. Il risultato motiva l’autore ad “avanzare” alcuni suggerimenti per formulare e attuare le politiche future.

Sassu si avvale dei risultati inferiori alle attese conseguiti con la “nuova programmazione” per “ricordare” che, né “la politica economica di uno sviluppo ‘dall’alto’, né quella di uno sviluppo ‘dal basso’ hanno promosso lo sviluppo autopropulsivo della regione. Sia nel primo che nel secondo caso, né le risorse, né il territorio hanno acquisito la capacità di rendere fruttuosa la politica adottata”. In entrambi i casi, le delusioni sarebbero state la conseguenza della “mancanza di integrazione e di adeguamento delle risorse e del territorio [regionali] di fronte alle esigenze della comunità internazionale”; in altri termini, le delusioni sarebbero riconducibili al fatto che si sarebbe tentato di attivare un processo di sviluppo endogeno dell’Isola, senza che ci si preoccupasse di promuovere le necessarie trasformazioni delle condizioni esistenti, a fronte dell’evoluzione del mondo.

Sia nel caso della politica economica “dall’alto”, che in quella “dal basso”, la Regione e le istituzioni avrebbero “fatto molto poco”, per consentire all’economia regionale ed a quella dei singoli territori di “competere con le realtà che si andavano formando all’esterno, trascurando conoscenze, valori, professionalità e condizioni del territorio”; soprattutto sarebbero state completamente disattese, tanto un’intermediazione pubblica locale efficiente, quanto l’adozione di “un quadro generale degli obiettivi da raggiungere”, all’interno del quale inserire i singoli progetti. Così, sarebbe accaduto che i territori regionali non siano stati “adeguati a quanto avveniva ad opera dei concorrenti esterni” e che le istituzioni non si siano mosse lungo questa linea.

Le risorse pubbliche rese disponibili per promuovere la crescita dell’area regionale e delle sue articolazioni territoriali avrebbero dovuto sottostare, ricorda l’autore, ad alcuni vincoli istituzionali mai rispettati, quali l’inserimento dello sviluppo regionale in una visione in cui fosse stato possibile conciliare gli obiettivi generali con quelli locali, l’esistenza di una ferma fiducia “dei cittadini e degli imprenditori” regionali nelle proprie possibilità di sviluppo e la promozione di un intervento esterno in grado di garantire un’accumulazione di capitale fisico, culturale e sociale. Poiché il governo regionale della Sardegna non ha mai brillato nel porre in essere la necessaria attività per soddisfare tali vincoli, sarebbe stato inevitabile, secondo l’autore, il flop della programmazione negoziata e dello sviluppo locale.

In ultima analisi, l’insuccesso della politica di sviluppo locale, così com’è stata praticata in assenza di un ruolo attivo ed efficiente delle istituzioni regionali, sarebbe imputabile al “mancato adeguamento delle risorse e del territorio alle esigenze dell’economia internazionale e alla scarsa integrazione con le attività esterne”. La Sardegna avrebbe avuto bisogno di istituzioni in grado di attuare una politica idonea a realizzare quest’obiettivo, condiviso dal basso, e che non come “strumento per perseguire altri interessi”.

In sostanza, sarebbe questa, secondo Sassu, la causa del fallimento della politica di sviluppo tentata in Sardegna: le istituzioni regionali, non solo non avrebbero soddisfatto i vincoli cui avrebbero dovuto subordinare la loro azione, per assicurare coerenza alla promozione di uno sviluppo endogeno regionale compatibile con quello dei territori, ma avrebbero perseguito altri obiettivi, consistenti nella prevalente soddisfazione degli intessi elettorali delle forze politiche nelle quali pro-tempore le istituzioni si sono incorporate.

In realtà, le ragione del perché ciò è accaduto può essere spiegata sulla base di quanto affermano Daron Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”, riguardo alla natura delle istituzioni, la cui esistenza avrebbe potuto consentire che la promozione della crescita e dello sviluppo dell’area regionale e delle sue circoscrizioni territoriali fosse coronata da successo.

L’obiettivo di una politica economica regionale, finalizzata a promuovere lo sviluppo dei territori, più che alla loro integrazione a livello nazionale e internazionale, avrebbe dovuto essere finalizzato all’acquisizione di una prospettiva d’intervento liberata dai condizionamenti fatti pesare sulle aree sub-regionali dalle molte contraddizioni che hanno caratterizzato nel passato l’azione pubblica.

In altri termini, l’obiettivo della politica economica regionale, per favorire la crescita dei territori, avrebbe dovuto essere quello d’individuare una prospettiva d’azione affrancata dalla parzialità che l’ha sempre caratterizzatoa; parzialità, connessa, da un lato, al fatto che la politica regionale d’intervento ha sempre avuto come unico obiettivo il superamento della staticità delle sole condizioni economiche dei territori, prescindendo dalla presenza nei territori stessi di un “soggetto politico”, in grado, non solo di indicare gli obiettivi da perseguire, ma anche di “gestire” gli esiti conseguenti agli interventi effettuati; dall’altro lato, al fatto che, anche quando alle istituzioni regionali è stata offerta la possibilità di creare il soggetto istituzionale necessario, questo è stato creato prescindendo però dalla verifica che esso fosse adeguato rispetto al superamento delle condizioni di arretratezza dei singoli territori, attraverso la mobilitazione di tutte le risorse materiali e personali in essi presenti.

Per evidenziare l’importanza dalla presenza nei territori di un soggetto istituzionale adeguato, bastano le considerazioni che Acemoglu e Robinson, hanno svolto nel loro ponderoso volume, precedentemente citato; sulla scorta delle esperienze vissute a tutte le latitudini del mondo, essi dimostrano che le disuguaglianze territoriali sono imputabili, innanzitutto alla diversa natura delle istituzioni che regolano il modo in cui nei territori si svolge l’attività politica e quella economica; in secondo luogo, al fondamentale comportamento degli attori politici, economici e civili. Si tratta di considerazioni che vanno ben oltre le semplici riforme burocratiche.

A parere di Acemoglu e Robinson, le istituzioni possono essere “inclusive”, oppure “estrattive”; quelle inclusive plasmano le società insistenti nei singoli territori, in modo tale per cui le opportunità che in essi si offrono risultano equamente distribuite; mentre quelle estrattive consentono la “cattura” delle stesse opportunità da parte di ristretti gruppi, interni ed esterni ai territori, a proprio esclusivo vantaggio.

Tra il primo tipo di istituzioni e le seconde esiste una relazione stretta, che può dar luogo a un circolo virtuoso, oppure vizioso; quando le istituzioni politiche sono inclusive, aperte alla libera iniziativa e alla partecipazione “dal basso” al processo decisionale dei componenti le società civili locali, esse originano, a loro volta, istituzioni economiche inclusive, impedendo che i loro attori pongano in essere comportamenti arbitrari; mentre, quando le istituzioni politiche sono di natura estrattiva, ricorrono istituzioni economiche anch’esse estrattive, i cui attori agiscono senza regole, condizionando in negativo l’evoluzione dei sistemi economico-civili dei territori.

La prevalente presenza a livello locale di istituzioni politiche estrattive è stato un limite evidente della politica economica attuata in Sardegna; limite, questo, che sarebbe stato necessario superare se si fosse voluto realmente che i territori della Sardegna fossero dotati di un soggetto istituzionale in grado di supportate i processi d’individuazione delle modalità di valorizzazione delle risorse in essi presenti; ciò, al fine di contrastare l’insensata corsa all’abbandono delle aree interne e delle residue attività locali, con il conseguente fenomeno dello spopolamento dei comuni, di cui la Sardegna ha sempre sofferto, a causa dell’assoluta insensibilità della sua società politica.

Sono queste le ragioni di fondo delle quali avrebbe dovuto tenere conto il legislatore regionale nel recente processo di riforma degli enti locali; pertanto, sarebbe stato necessario ripensare l’intero modello di governance del processo di sviluppo della regione e proporre nuovi strumenti efficaci per la valorizzazione delle risorse locali.

L’assetto istituzionale che si è deciso di adottare ha proposto solo una ridefinizione dei confini politico-amministrativi dei “nuovi enti locali”, che mal si concilia con le possibili dinamiche della crescita e dello sviluppo; una ridefinizione che ha generato una frammentazione del territorio regionale, senza alcun punto di contatto ed integrazione tra i differenti ambiti territoriali, sia in senso orizzontale (tra i diversi enti locali), che in senso verticale (tra i singoli enti locali e l’Ente regione).

E’ questo il motivo per cui lo sviluppo locale continuerà a non avere in Sardegna l’attenzione che meriterebbe. E’ fondato il sospetto che la classe politica regionale abbia interesse a conservare lo status quo in fatto di riforma delle istituzioni; l’interesse prevalente della classe politica è quello di continuare a praticare una politica economica che consenta di “estrarre” dai territori ciò che maggiormente le sta a cuore, al costo di spiazzare qualsiasi iniziativa locale che rappresenti, anche solo potenzialmente, una minaccia al loro unico interesse: la cattura del consenso elettorale.

In conclusione, il fallimento dello sviluppo locale non è imputabile al fatto che le forze politiche operanti a livello regionale non hanno saputo elaborare una politica economica regionale che adeguasse i territori e le loro risorse alle “esigenze dell’economia internazionale”; bensì, è imputabile al mancato coinvolgimento delle genti isolane, aspiranti a migliorare le loro condizioni di vita. Tra l’altro, l’ipotesi suggerita, che le forze politiche al governo della regione concepiscano interventi idonei a collegare i territori isolani all’intero mondo esterno, va ben oltre la capacità della quale esse sono realmente dotate: quella di distribuire le risorse unicamente in funzione della conservazione degli equilibri elettorali esistenti.

Gianfranco Sabattini