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Gianfranco Sabattini

Responsabilità sociale dell’impresa e “Bilancio Sociale Allargato”

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Howard Bowen

In Italia non esiste per le imprese un obbligo di legge per la redazione del Bilancio Sociale, cioè di un bilancio che rilevi tutti gli effetti (positivi e negativi) provocati sul sistema social ed ambientale dall’attività delle imprese; un DL del 1997, che ha regolato l’istituzione delle “Organizzazioni non lucrative di utilità sociale” (ONLUS), ha però introdotto un principio che prevede l’affiancamento al bilancio contabile di tutte le imprese, quindi anche di quelle cosiddette lucrative, di una relazione sulle attività sociali svolte, ovvero una sorta di bilancio della attività compiute aventi rilevanza sociale.

La direttiva 2014/95 dell’Unione Europea obbliga le maggiori imprese europee di interesse pubblico, a partire dall’esercizio 2018, a trasformare obbligatoriamente, il loro bilancio in un “Bilancio Sociale Allargato” (BSA), per la cui applicazione in Italia, ovvero la messa a punto del Regolamento attuativo, è in corso una consultazione pubblica presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e presso la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB). Il BSA dovrà recare – come afferma Anna Genovese (commissaria alla CONSOB) in un’intervista apparsa su la Repubblica del 21 maggio scorso – “indicazioni preziose sulle politiche sociali effettivamente praticate dalle società”, al fine di valutarne il “rischio reputazionale” e la “sostenibilità di lungo periodo” della loro attività. In tal modo, le maggiori imprese saranno chiamate a palesare “le loro scelte di responsabilità sociale”.

Dell’espressione Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) non esiste ancora una definizione univoca e puntuale; è perciò conveniente ricostruire succintamente il dibattito che si è svolto, prevalentemente nella seconda metà del secolo scorso, ma che continua ancora, al fine di capire gli aspetti essenziali e le motivazioni che hanno ispirato il principio della RSI e le sue implicazioni.

Il concetto di RSI è nato negli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento; convenzionalmente, si ritiene che Howard Bowen sia stato l’autore che, nel 1953, in “Social Responsibilities of the Businessman”, abbia formulato il fondamento etico della nozione contemporanea di RSI. Al contributo di Bowen ha fatto seguito, nel decennio successivo, una vasta letteratura sul tema della RSI. In questa fase, però, l’impresa non compariva ancora come soggetto principale dell’indagine; gran parte degli studi di questi anni individuavano, infatti, nella figura dell’attore economico (imprenditore o uomo d’affari) il soggetto cui imputare la responsabilità sociale delle proprie azioni, mentre l’oggetto principale delle ricerche riguardava, in generale, i rapporti tra mondo economico e sistema sociale.

Alla fine degli anni Sessanta, l’impresa è comparsa per la prima volta come soggetto portatore di responsabilità nei confronto della società. Quando si è cominciato a discutere di responsabilità sociale delle imprese, cioè dei rapporti del mondo produttivo con il sistema socio-ambientale, l’economista liberista Milton Friedman si è immediatamente posto a difesa della libertà d’azione delle imprese, asserendo che l’unica loro responsabilità sociale consisteva nell’usare le risorse a loro disposizione per lo svolgimento di attività volte ad aumentare i propri profitti, a patto che esse si fossero confrontate apertamente e liberamente sul libero mercato, senza ricorrere ad “inganni e frodi”: era questa la teoria del “minimalismo morale”, formulata e sostenuta quasi a giustificare che fosse unicamente il sistema sociale ad avere obblighi nei confronti delle attività produttive.

Nel corso degli anni, tuttavia, il concetto di responsabilità sociale delle imprese è stato meglio specificato e più circostanziato è diventato il ruolo dell’impresa come attore economico responsabile nei confronti del sistema sociale, in una prospettiva in cui veniva compiuta la distinzione tra problemi economici e problemi sociali. Solo nel ventennio successivo agli anni Sessanta, però, il concetto di RSI è stato formalizzato per la prima volta da un punto di vista teorico, con la teoria degli stakeholder (tutti i portatori di un qualche interesse nei confronti di un’impresa: clienti, fornitori, finanziatori e azionisti), presentata, nei primi anni Ottanta, da Robert Edward Freeman, in “Strategic Management: a Stakeholder approach”.

Il concetto di stakeholder è oggi di uso comune nelle politiche pubbliche associate alla RSI ed è adottato come standard di riferimento principale nel monitoraggio degli effetti sociali dell’attività d’impresa. Esso è utilizzato in contrapposizione all’idea secondo cui la principale responsabilità degli attori economici è quella connessa alla massimizzazione dei profitti; al contrario, la teoria fondata sul concetto di stakeholder è costruita, come si è detto, sull’assunto che l’obiettivo di ciascuna impresa è, o dovrebbe essere, rivolto alla soddisfazione delle aspettative di tutti gli individui o gruppi di portatori di interessi legittimi nei confronti dell’impresa. Questa teoria è stata la risposta più incisiva alla teoria del minimalismo morale della responsabilità d’impresa, tipico dell’approccio economico liberista.

La nuova teoria si basa sull’assunto che l’impresa crei valore per gli stakeholder, non meno di quanto ciascun gruppo di questi faccia nei confronti dell’impresa; è questo reciproco scambio che consente all’impresa, intesa come organizzazione, di crescere, legittimandosi all’interno del sistema sociale di appartenenza. La posizione di Friedman è stata così contraddetta da chi, invece, ha valutato che l’attività d’impresa dovesse essere intesa in una prospettiva più ampia e che, in tal senso, il perseguimento del profitto dovesse essere giustificato dal beneficio che ne avesse tratto la società nel suo complesso.

Anche la teoria degli stakeholder è stata comunque oggetto di diverse critiche, tra le quali la più significativa sostiene il rischio che si affermi un modello comportamentale delle imprese, secondo il quale ogni singola unità produttiva, in accordo coi suoi particolari stakeholder, possa trasformare la RSI in un insieme di “etiche di comodo”, con tante regole particolari (morali, ideologiche o religiose), che varrebbero a rendere impossibile il riferimento ad un modello sociale di responsabilità condiviso; quest’ultimo dovrebbe invece essere costruito sulla base di “linee-guida” formulate da organizzazioni internazionali ufficiali, quali ONU, OCSE, Unione Europea ed altre ancora.

La complessità del problema della RSI ha impedito, quindi, l’approdo largamente condiviso a livello globale ad una teoria dei rapporti tra mondo delle imprese e sistemi sociali; ne è prova il fatto che, accanto alla teoria degli stakeholder, si è recentemente imposto all’attenzione del dibattito internazionale, un altro approccio alla RSI, che ha condotto alla formulazione di nuove teorie, quali quella dei contratti sociali integrativi e quella della cittadinanza d’impresa.

La teoria dei contratti sociali integrativi si richiama alla teoria filosofico-politica del contrattualismo, che considera la relazione tra mondo delle imprese e sistemi sociali nei termini di un contratto sociale di tipo lockiano, secondo il quale esisterebbe un implicito contratto sociale tra sistemi delle imprese e sistemi sociali. Ciò perché, dal momento in cui un’impresa è legittimata dal sistema sociale ad operare, essa assume implicitamente degli obblighi verso di esso. Questo obbligo costituirebbe il fondamento del contratto tra imprese e sistema sociale; se, per un verso, il sistema sociale si impegna a consentire alle imprese di agire liberamente; per un altro verso, le stesse imprese devono impegnarsi a rispettare le aspettative della società, riguardanti il miglioramento del benessere generale attraverso la soddisfazione degli interessi dei cittadini-consumatori e di quello dei cittadini-lavoratori.

L’altro sviluppo teorico dell’approccio al problema della RSI è, infine, quello della cittadinanza d’impresa; la proposta di fondo di questa teoria si basa sull’estensione del concetto di cittadinanza, valido per i cittadini, anche alle imprese. In questo caso, l’idea di cittadinanza dovrebbe consentire di enfatizzare l’obbligo delle imprese di sostenere e cooperare per il governo del sistema sociale, al fine di contribuire al benessere generale e alla realizzazione di una giustizia sociale condivisa.

In realtà, la discussione riguardo ad una definizione coinvolgente la generalità degli interessati al comportamento delle imprese è forse destinata a durare a lungo, con la conseguenza che a pagarne le conseguenze saranno, oltre gli stakeholder, l’intera società civile. Sarà forse più conveniente indirizzare gli sforzi verso la realizzazione di un apparato istituzionale, ovvero verso un insieme di istituzioni e di pratiche volte a conciliare gli interessi delle imprese con quelli dei sistemi sociali all’interno dei quali esse operano; in altri termini, verso la individuazione di una “governance dell’impresa”, intesa quest’ultima, appunto, come insieme di istituzioni e di pratiche grazie alle quali risulti possibile stabilire le modalità attraverso cui le imprese possono creare un “bilanciamento” nella soddisfazione di tutti gli interessi di coloro che sono interessati alla loro attività: gli azionisti innanzitutto (o shareholder), ma anche i manager e l’ampia categoria degli stakeholder, costituita da tutti coloro che non condividono, né la proprietà, né il controllo dell’impresa, ma che ne subiscono gli effetti originanti dal potere decisionale di chi di fatto ne è titolare.

Ovviamente, dovrà trattarsi di un bilanciamento di tutti gli interessi in gioco, tale da evitare che qualcuno, a titolo individuale o di gruppo, faccia valere i propri interessi opportunistici, facendoli diventare quelli prevalenti dell’impresa. La governance intesa in questo senso si configura così come un bilanciamento di poteri, grazie al quale i controlli esterni esercitati sui processi decisionali dell’impresa possono essere efficacemente svolti. Trattandosi di controlli esterni, essi non riguarderanno solo l’impresa, ma anche le istituzioni economiche, ugualmente esterne all’impresa, fra le quali sarà riservato un alto grado di priorità al mercato, nell’assunto che esso non sia, come normalmente e non disinteressatamente si ipotizza, un’istituzione naturale dotata di meccanismi autoregolatori, per cui non necessiti di opportuni controlli.

Al riguardo, l’esperienza ha dimostrato l’ineludidibilità della necessità che il mercato sia controllato, soprattutto il mercato dei diritti di proprietà, essendo i sistemi sociali capitalistici fondati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulle regole che ne disciplinano sia il controllo che e il trasferimento. Un appropriato controllo del mercato, finalizzato a conciliare gli interessi delle imprese con le società civili dei sistemi capitalistici, richiederà che il controllo sia reso il più possibile trasparente, al fine di rendere “contendibile” la disponibilità dei fattori produttivi a disposizione delle imprese. La contendibilità rappresenta il presupposto fondamentale perché l’interesse degli stakeholder tenda a coincidere con l’interesse della generalità dei componenti il sistema sociale.

Altro problema, la cui soluzione ottimale non potrà certo essere trovata in tempi rapidi, riguarda la forma contabile che dovrà assumere il Bilancio Sociale Allargato; per il momento, le imprese potranno limitarsi a fornire elementi utili a valutare il loro rischio reputazionale, in connessione agli effetti sociali che potranno avere le loro scelte gestionali; problema diverso, e più complesso, sarà quello della standardizzazione dei sistemi contabili, al fine di renderli idonei a rappresentare il risultato economico delle imprese in termini di “fair value”, cioè in termini di “valore equo”, sulla base di una stima razionale e imparziale, che tenga conto di tutti quei fattori che valgono a rendere legittimo sul piano sociale il valore del risultato economico dell’impresa.

Debito pubblico e crisi
del sistema-Italia

bernakeFondata nel 1971 a Newport Beach, in California, PIMCO (Pacific Investment Management Company) è una società di gestione di investimenti, uno tra i leader mondiali più credibili nella gestione obbligazionaria. Tra i suoi compiti, PIMCO annovera, oltre quello di organizzare i forum internazionali sulle più importanti tematiche economiche, quello di coadiuvare i manager delle società nel delineare le politiche di investimento più convenienti.
Tre sono le aree di interesse nelle quali è suddivisa l’attività di PIMCO: “Portfolio Management”, struttura che riceve le informazioni dagli specialisti dei vari mercati, al fine di stabilire quali investimenti proporre; “Account Management”, che si occupa dei rapporti con i clienti e di quelli con le istituzioni; “Business Management”, che ha il compito di stabilire le strategie di investimento.
Tra l’8 e il 10 maggio scorsi, PIMCO ha tenuto a Newport Beach il suo trentaseiesimo “Secular forum” annuale, allo scopo, come d’ordinario, di identificare le “forze secolari” di medio periodo che guideranno, sia l’economia monetaria e le politiche fiscali globali, sia l’andamento dei mercati finanziari nei prossimi tre o cinque anni. Come sempre, anche il forum di quest’anno ha avuto l’obiettivo di confermare l’analisi secolare degli anni precedenti, o di rifinirla sulla base degli ultimi eventi, o addirittura di sostituirla completamente.
Nel corso del Forum del maggio scorso, i suoi esperti (tra i quali Ben Bernanke e Jean-Claude Trichet) hanno esaminato e valutato il panorama economico, dei mercati finanziari e delle politiche economiche attuate all’interno dei singoli Paesi. Nei confronti dell’Italia, il colosso del risparmio gestito ha espresso un giudizio non del tutto incoraggiante, soprattutto riguardo al suo comparto obbligazionario pubblico; al giudizio di PIMCO si è aggiunto quello di identica natura di altri importanti “money center” globali, quali JP Morgan, Merrill Linch, Barclays, ed altri ancora, incluso il Soros Fund.
Secondo gli analisti di PIMCO, la posizione dell’Italia, pur essendo migliorata, sarebbe passata dall’essere “sovrappesata” a “normale”; i termini “sovrappesato” (overweight) e “sottopesato” (underweight) sono usati nel linguaggio dei mercati finanziari per indicare la valutazione di un “gestore di risparmi” riguardo al rendimento di un determinato titolo. Se la valutazione del titolo è underweight, significa che il gestore è pessimista riguardo a quel titolo; mentre la valutazione overweight, esprime convenienza per i risparmiatori ad acquistare. Infine, la valutazione “normale” suggerisce convenienza ad attendere che il mercato finanziario chiarisca le condizioni di rendimento del titolo considerato.
Il fatto che PIMCO si sia espresso con riferimento alle obbligazioni pubbliche dell’Italia per una posizione di “normalità”, significa che tutti i centri di gestione del risparmio sono alla ricerca, o meglio sono in attesa che ciò che accade nel nostro Paese consenta loro di recepire qualche segnale positivo, in grado di dare fondamento ad una stima conveniente del rendimento delle obbligazioni pubbliche; ciò, al fine – come afferma Eugenio Occorsio in “I padroni stranieri del debito pubblico” (in la Repubblica A&F del 12 giugno scorso) – di “capire se il nostro Paese è finalmente rientrato nel novero di quelli affidabili e può avere qualche speranza di risalire nel rating con tutte le conseguenze in termini di tassi, affidabilità, credito”. Una risalita che, però, non è ancora possibile intravedere, a differenza di quanto è possibile prevedere per la maggior parte dei Paesi membri dell’Eurozona.
A tutt’oggi, infatti, non è possibile recepire segnali positivi per una risalita irreversibile dell’economia italiana, per via del persistere di due fattori condizionanti, il rapporto debito/PIL e l’inaffidabilità del quadro politico: il debito pubblico è da quattro anni fermo intorno al 132% del Prodotto Interno Lordo, mentre il quadro politico è caratterizzato da una paralizzante frammentazione partitica, dall’incapacità dei partiti di darsi una legge elettorale e dai ritardi ingiustificati sulla via delle riforme strutturali. Il permanere di questa situazione non volge al bello il futuro prossimo dell’economia e della società dell’Italia, se si pensa che solo il “normale” funzionamento della prima e la capacità di tenuta della seconda dipendono dalla disponibilità dell’estero a sottoscrivere i titoli pubblici che ricorrentemente il Paese deve collocare sui mercati finanziari internazionali.
Secondo la Banca d’Italia, gli investitori stranieri detengono oggi circa il 37% del totale del debito pubblico, ovvero poco meno di 800 miliardi di euro, circa un terzo del totale ammontante a circa 2.240 miliardi. Secondo la stessa Banca d’Italia, la cifra complessiva della quota di debito pubblico detenuto dagli investitori esteri è in netta diminuzione. E’ logico quindi chiedersi cosa potrà accadere, se la costante “uscita dall’Italia” degli investitori esteri si conserverà anche per l’immediato futuro. L’esodo è stato molto alto fra il 2010 e il 2012, quando era diffusa l’idea che l’Italia potesse fallire come la Grecia; da allora, i livelli si sono conservati stabili, ma in coincidenza del referendum costituzionale del dicembre 2916, l’”uscita” degli investitori esteri dall’Italia ha ripreso a salire, come risulta dai documenti contabili della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea.
I documenti confermano, infatti, che fra il settembre 2016 e il maggio 2017 sono usciti dall’Italia 100 miliardi di euro, disertando l’acquisto, non solo di titoli di Stato, ma anche di azioni e obbligazioni societarie. Se alla diminuita disponibilità dei gestori esteri di risparmio ad investire in titoli pubblici italiani si aggiunge, sempre stando alla Banca d’Italia, che anche la quota dei titoli pubblici detenuti dalle famiglie italiane è in diminuzione, le preoccupazioni per come finanziare il normale funzionamento del sistema-Italia non possono che aumentare.
Oggi, la maggior parte dei Buoni Poliennali dello Stato (BTP) è detenuta dalla Banche italiane, da compagnie di assicurazione e da istituzioni che gestiscono fondi pensione. La situazione motiva molti analisti a considerare ancora attuale il pericolo che l’Italia finisca col diventare, nelle valutazione dei centri finanziari internazionali, un “Paese di frontiera”, ovvero un’area interessante solo per operazioni speculative; pericolo, questo, che potrebbe indurre persino gli investitori italiani ad abbandonare l’Italia. Per fugare questo pericolo, secondo gli analisti dei gestori internazionali di fondi di risparmio, occorrono segnali positivi riguardanti l’alleggerimento del livello attuale di debito pubblico. Come? La musica è sempre la stessa, nel senso che la “medicina” è quella che dall’inizio della crisi viene prescritta per l’Italia: occorre intervenire sull’ammontare del debito pubblico con programmi di privatizzazioni e di tagli strutturali di spesa, tutti finalizzati ad aumentare l’avanzo primario, ovvero la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse quelle per il pagamento degli interessi passivi sul debito.
Nel momento in cui stanno per avere termine le misure straordinarie della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno della stabilità monetaria all’interno dell’Eurozoana, diventa inevitabile che, nel caso mancasse una ripresa economica maggiore di quella prevista (anche al di sopra delle previsioni ottimistiche della Banca d’affari Morgan Stanley, che ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’Italia per il 2017 dallo 0,8 all’1,2%) l’alto livello del dedito pubblico italiano induca gli investitori esteri ad aumentare il costo del denaro a prestito come “risk premium”.
In Italia vi è tuttavia qualche osservatore ed analista, come Reiner Masera, che sullo stesso numero di “A&F del 12 giugno scorso, in “Speculazione il falso allarme: debito pubblico, chi specula davvero non è all’esterno”, sostiene che non sono gli investitori esteri, ma l’Italia a rimettere “di fatto in discussione il sentiero non facile di rientro del rapporto debito/PIL”. E’ infatti discutibile, secondo Masera, che si consideri il rapporto tra quote del debito pubblico detenute in Italia e quote detenute all’estero come sintomo di solidità del sistema-Italia. Se il risparmio italiano indirizzato verso i titoli dello Stato è “in larga misura affidato, direttamente o indirettamente, a grandi operatori internazionali, che negli anni recenti hanno nel complesso bene operato a favore delle clientela retail”, non altrettanto può dirsi per la gestione delle detenzioni istituzionali nazionali dei titoli di debito.
Le modalità di gestione delle quote di titoli da parte dei creditori istituzionali, infatti, devono essere valutate più attentamente di quanto sinora è avvenuto. Certamente – osserva Masera – in condizioni normali dell’andamento dei mercati finanziari, anche i detentori istituzionali nostrani possono contribuire alla stabilità del sistema economico, ma se si manifestano tensioni, essi non mancheranno, come già è capitato negli anni di punta della crisi, di trascurare la loro funzione d’essere anche presidi della stabilità, ignorando completamente il loro rapporto con il debito sovrano.
Questa spada di Damocle fatta pesare sull’economia nazionale dall’inaffidabilità dei creditori istituzionali non è stata rimossa, soprattutto per demerito dei governi italiani, che in questi ultimi anni non hanno saputo approfittare delle politiche di sostegno dei debiti pubblici inaugurate dalla BCE. In conseguenza di ciò è quindi logico attendersi che, cessato il sostegno della BCE, l’intreccio problematico e ricco di insidie tra banche, debito sovrano e Unione Europea si ripresenti in tutta la sua pericolosità; a peggiorare la quale concorre tra l’altro anche la gestione delle ultime crisi bancarie, che da mesi il governo, con ripetuti cambiamenti di rotta, non riesce a risolvere.
La conclusione del discorso di Reiner Masera è che in Italia il problema dell’alto debito pubblico non lo si voglia affrontare realisticamente, attraverso una strategia che “non può che poggiare su molti tasti”. Tra questi, il principale dovrebbe essere individuato “nei tagli mirati e intelligenti di spesa”, concentrando l’attenzione sulle spese correnti a livello di enti locali, soprattutto su quelle “connesse a investimenti collegati al moltiplicarsi senza efficaci controlli di società a maggioranza pubblica”; in secondo luogo, i tagli dovrebbero avere di mira gli investimenti in infrastrutture con redditività privata o sociale che non vale a giustificarle. Gli investimenti pubblici dovrebbero essere selezionati in base alla loro qualità, quali quelli in capitale fisico, capitale umano e ricerca e sviluppo; ovvero, quelli che più direttamente possono concorrere al miglioramento della crescita attraverso l’aumento della produttività totale dei fattori.
Ciò implicherebbe che si individuassero nel risanamento mirato delle finanze pubbliche e nella maggior dinamica della produttività i due obiettivi da perseguire per un reale rilancio della crescita. Questi due obiettivi, non dovrebbero però essere dissociati dall’impegno del governo a rivedere l’assetto delle politiche economiche e monetarie europee; obiettivo quest’ultimo che potrebbe essere perseguito solo se il Paese riuscisse a dotarsi di una soluzione politica interna stabile e credibile.
In realtà, è questo il problema principale che il Paese è chiamato a risolvere, non solo per le fondate ragioni indicate da Masera, ma anche perché, dalle conclusioni dell’ultimo “Secular forum” di PIMCO, è la stabilità politica interna il fattore che maggiormente conta per orientare positivamente i centri di gestione del risparmio estero verso i titoli obbligazionari dello Stato; la loro fiducia è elemento molto più indispensabile di quanto non lo sia quella dei creditori istituzionali nostrani, perché decisiva per ridurre il pesante fardello del debito pubblico.

Gianfranco Sabattini

Il recupero della democrazia nei processi decisionali europei

Piketty

Un gruppo di giuristi, politologi ed economisti ha elaborato il testo di un possibile trattato per la ”democratizzazione dell’Europa”; il gruppo, che include tra gli altri Thomas Piketty, in “Democratizzare l’Europa! Per un Trattato di democratizzazione europea”, avanza una proposta per prevenire l’implosione del “progetto europeo” e, soprattutto, per porre fine alle politiche economiche, fondate sull’”austerità”, la quale, anziché espansiva per i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, è stata invece regressiva.

A parere degli autori, il “Trattato” potrebbe essere adottato anche nell’immediato, senza bisogno di modifiche dei trattati sinora stipulati, al fine di sconfiggere le procedure decisionali tecnocratiche che hanno privato i singoli Paesi della possibilità di esprimersi democraticamente sulle scelte che di volta in volta vengono adottate a livello europeo. In dieci anni di crisi economica e finanziaria – affermano gli autori – “ha preso forma un nuovo centro di potere europeo: la ‘governance dell’eurozona’”, esercitata dall’insieme delle istituzioni comunitarie, di fatto collocatesi fuori da ogni controllo democratico, ha avuto nel cosiddetto Eurogruppo, costituito dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla moneta unica, un centro di coordinamento che ha svolto, e continua a svolgere, un’attività a supporto delle decisioni di tutte le istituzioni responsabili del governo dell’Eurozona.

A parere degli autori, tali istituzioni, nate sotto il segno dell’informalità e dell’opacità, funzionano prescindendo dai trattati, senza dover rendere “il minimo conto al Parlamento europeo, né tantomeno ai Parlamenti nazionali”; inoltre, esse “funzionano seguendo traiettorie che cambiano a ogni politica proposta”, sino a costituire un “bersaglio mobile e indistinto”, sottratto ad ogni forma di controllo democratico. In tal modo, “per quanto difformi siano”, queste differenti politiche hanno finito “per essere ‘governate’ in forza di un ‘nocciolo duro’, costituito dall’intreccio sempre più stretto tra le burocrazie economiche e finanziarie nazionali ed europee”.

Dopo l’approvazione del Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance (TSCG), approvato nel 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quell’insieme di istituzioni ha consentito al “nocciolo duro” che governa l’Eurozona di poter sorvegliare i dati macroeconomici di ciascun Paese, per cui se, ad esempio, la Commissione europea ritiene che in quei dati ricorrano degli squilibri, può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. Dal 2012, “il polo esecutivo europeo [cioè, La Commissione] si è visto attribuire, una dopo l’altra, nuove competenze”; per cui il suo campo d’intervento si è di continuo allargato con l’adozione di diversi regolamenti noti sotto la sigle di “Six-pack” e di “Two-pack” (la prima designa un insieme di cinque regolamenti comunitari e una direttiva, tutti adottati nel 2011; la seconda si riferisce a due ulteriori regolamenti che hanno completato e rafforzato le competenze della Commissione, assegnando ad essa, a partire dal 2014, la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei Paesi dell’Eurozona ed eventualmente di porre il veto sulla loro adottabilità da parte dei singoli Stati).

Il “Six-pack” ed il “Two-pack” costituiscono nel loro insieme il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche “Fondo Salva-Stati”, istituito per salvaguardare la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Eurozona. Esso ha assunto la veste di un’organizzazione intergovernativa, fondata su un consiglio di governatori formato dai rappresentanti degli Stati membri e su un consiglio di amministrazione, dotato del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai Paesi che possono accedere alla disponibilità del “Fondo”.

La governence dell’Eurozona si è così concretizzata, di fatto, “in una sorta di zona franca rispetto alle politiche di controllo”, dando luogo ad un “buco nero democratico”, che non consente di controllare tutte le decisioni assunte dal “nocciolo duro” delle istituzioni comunitarie, lasciando all’oscuro, non solo il Parlamento europeo, ma anche i singoli Parlamenti nazionali. L’opacità del governo dell’Eurozona ha così favorito una “sostanziale insensibilità agli inquietanti segnali politici” emessi dai contesti sociali dei singoli Paesi; insensibilità che è all’origine dell’ascesa e della diffusione dei movimenti populisti di estrema destra, in quanto la governance europea è stata sempre orientata a “sopravvalutare gli obiettivi legati alla stabilità finanziaria e alla ‘fiducia dei mercati’ e a sottovalutare i temi che possono maggiormente e più direttamente interessare la comunità dei cittadini”, quali quelli delle politiche dell’occupazione, della crescita, della convergenza fiscale, della coesione sociale, delle solidarietà e di altri ancora.

Secondo gli autori, per ricuperare la democrazia, cambiare la natura delle politiche economiche europee ed uscire dall’”opacità e dall’irresponsabilità politica delle istituzioni comunitarie, occorre introdurre un’”Assemblea parlamentare democraticamente eletta”, che disponga “della legittimità necessaria per richiamare l’attuale governo dell’Eurozona alle proprie responsabilità politiche, in sostituzione o in parallelo all’attuale Parlamento europeo”; ciò in considerazione del fatto che, per realizzare un’effettiva Unione Europea, non è tanto necessaria l’organizzazione di un mercato interno, quanto il coordinamento delle politiche economiche, l’armonizzazione dei vari sistemi fiscali e la convergenza delle politiche di bilancio dei vari Stati.

Con la costituzione dell’Assemblea democratica, sarebbe possibile – secondo gli autori – “puntare al cuore dei patti sociali degli Stati membri. Per cui è difficile non chiamare a raccolta in modo diretto i Parlamenti nazionali. […] In presa diretta con la vita politica degli Stati membri, essi soli dispongono della legittimità necessaria per sostituire, con una vera democrazia rappresentativa, il potente intreccio burocratico intergovernativo che si è costituito” e consolidato.

Per contrastare l’attività della struttura che esercita la governance europea, l’Assemblea democratica dovrà disporre di poteri adeguati, perché possa partecipare appieno alle formulazione delle “politiche di orientamento” dell’Eurozona; dovrà anche disporre della capacità d’”iniziativa legislativa” che sinora ha fatto difetto al Parlamento europeo; infine, dovrà avere la possibilità di accedere “a ciascuno dei nuclei decisionali del governo dell’Eurozona, si tratti del Semestre europeo (“raccomandazioni Paese per Paese”, “esame annuo della crescita”, ecc.), della condizionalità finanziaria dei memorandum, della scelta dei massimi dirigenti dell’Eurozona, ecc.”.

In realtà, a parere degli autori, per la democratizzazione della governace europea occorrerebbe mettere in discussione l’intero complesso del ‘progetto comunitario”; tuttavia, considerando che un tale disegno sarebbe realizzabile solo nel lungo periodo, per agire rapidamente, “senza passare attraverso un’assai improbabile revisione generale dei Trattati europei a 27” e per “aprire brecce democratiche all’interno […] del blocco esecutivo europeo”, la costituzione di un’Assemblea democratica risponderebbe allo scopo di ricondurre sotto controllo politico l’attività opaca e sfuggente di tale blocco esecutivo. A tal fine, dovrebbero essere i partiti dei singoli Paesi ed i movimenti sociali in essi presenti a “rintracciare i percorsi della politica europea”, per evitare l’”alternativa funesta tra un ripiegamento nazionale privo di respiro e lo status quo della politiche economiche di Bruxelles”.

Secondo gli autori, il permanere del blocco esecutivo europeo che ha spogliato il Parlamento dell’Unione ed i Parlamenti nazionali del controllo democratico sulle politiche adottate, contraddice profondamente l’impegno assunto dai capi di Stato e di governo al rispetto e al mantenimento della democrazia rappresentativa; e contraddice anche la dichiarazione secondo cui la democrazia costituisce un valore che le istituzioni europee hanno il “dovere di promuovere”. Poiché il fatto che ciò non avvenga è motivo di una profonda disaffezione dei cittadini nei confronti del “progetto europeo”, il permanere del deficit di legittimità democratica nell’azione di governo delle istituzioni europee comporta il rischio di implosione della stessa Unione Europea.

Per evitare questo rischio, l’obiettivo della proposta degli autori di costituire un’Assemblea democratica è duplice; da un lato, “fare in modo che le politiche di convergenza e di condizionalità oggi al centro della ‘governance dell’Eurozona’ siano portate avanti da istituzioni democraticamente responsabili”; dall’altro lato, “far sì che i nuovo passaggi necessari ad approfondire, in seno all’Eurozona, sia la convergenza fiscale e sociale sia la coordinazione economica e di bilancio, non siano decisi senza il diretto coinvolgimento dei rappresentanti nazionali”. Insomma, una proposta, quella di Piketty e della sua squadra, che vuole porre al centro del governo dell’Unione Europea e dell’Eurozona la “condizionalità democratica”, intendendosi per quest’ultima l’insieme dei requisiti volti ad assicurare la coerenza dei comportamenti dei Paesi rispetto alle strategie delle istituzioni europee, potendo interessare aspetti economici (pareggio di bilancio, taglio della spesa, privatizzazioni), giuridici (libera concorrenza e regolazione del mercato interno) ed istituzionali (transizione alla democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo).

Infatti, il concetto di condizionalità è sempre stato centrale nel processo di ammissione all’UE di nuovi Paesi; per essere ammesso, un nuovo Stato ha dovuto ottemperare a tre criteri distinti: uno politico, che impone la presenza al suo interno di istituzioni stabili idonee a garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; uno economico, che comporta la necessità di organizzare un’economia di mercato affidabile e in grado di far fronte alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione; infine, il cosiddetto criterio dell’“acquis comunitario”, implicante l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, il perseguimento degli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. Il rispetto di questi criteri è sempre stato dichiarato condizione per fruire dei sostegni economici comunitari e a sua tutela nella prassi dell’Unione è prevista l’attivazione di meccanismi di penalizzazione.

In conclusione – affermano gli autori – con la costituzione dell’Assemblea democratica, si tratterebbe di avviare l’Unione Europea e l’Eurozona, oggi travagliate dai postumi di una crisi che ha sconquassato i sistemi sociali di molti Paesi membri, sulla via di una democratizzazione, al fine di fronteggiare, in termini più responsabili e socialmente condivisi, gli esiti della crisi; per la realizzazione della loro proposta, gli autori sono del parere che sarebbe sufficiente “sfruttare i margini di manovra giuridica […] a completamento dei Trattati dell’Unione Europea”.

Anche ammesso che la proposta sia realizzabile, il problema principale consisterà nel riuscire a mobilitare i singoli establishment nazionali, ora unicamente impegnati a “demonizzare” i movimenti di protesta in continua espansione al loro interno, anziché preoccuparsi di “sedare” la protesta sociale, portando avanti iniziative del tipo di quella illustrata da Thomas Piketty e dagli altri componenti il suo gruppo di lavoro.

Gianfranco Sabattini

Micromega, la crisi
della sinistra in Italia
e in tutto l’Occidente

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Paolo Flores D’Arcais

Una sezione del n. 2/2017 di “Micromega” è dedicata al problema della crisi della sinistra in tutto l’Occidente; sulle cause e ipotesi per superarla si interroga la sezione, costituita da un testo di apertura del direttore Paolo Flores D’Arcais e da due articoli di Massimo Bray e Tommaso Montanari, in risposta alle sollecitazioni del direttore, formulate in forma di tesi, che riassumono le sue posizioni e quelle della rivista sul problema della crisi della democrazia e di quella dell’intera sinistra, soprattutto in Italia.

La tesi di fondo di Paolo Flores D’Arcais è, per chi legge Micromega, nota da tempo; ai fini della comprensione di ogni sollecitazione a rispondere, conviene riassumerla brevemente. Tutto l’Occidente è in rivolta contro i vecchi apparati dei partiti tradizionali, per via delle profonde disuguaglianze nate e radicatesi a seguito dell’espandersi del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Pur esprimendosi in forme diverse, la rivolta, priva di una rappresentanza politica, tende ad aderire a proposte spontanee nelle quali si intrecciano istanze, sia di sinistra che di destra, dando origine ad una crisi delle istituzioni democratiche, per via del fatto che esse non possono operare sulla base del confronto di programmi politici alternativi.

In Italia, la crisi della democrazia ha però, a parere di D’Arcais, “radici più specifiche”; essa, infatti, deriva non solo dall’allargamento e approfondimento delle disuguaglianze distributive o dall’esproprio di sovranità del Paese da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche dalla “deriva partitocratrica”, verificatasi soprattutto nell’ultimo quarto di secolo e caratterizzata da diffusione della corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, abbassamento del livello di welfare ed altro ancora. Oggi in Italia, la rivolta trova “possibilità di rappresentanza” presso il “Movimento 5 Stelle”, in quanto gli altri partiti, presunti di sinistra, sono giudicati parte integrante dell’establishment; questi, infatti, secondo il direttore di Micromega, costituiscono una parte del problema della crisi della democrazia e, per questo motivo, sono inservibili ai fini della sua soluzione.

Tuttavia, malgrado il successo, il Movimento 5 Stelle è “carico di ambiguità e di contraddizioni”, che però non gli fanno perdere consensi; la spiegazione, secondo Flores D’Arcais, deve essere rinvenuta nel fatto che in Italia “non esiste una sinistra anti-establishment, e perché le destre eversive di stampo lepenista […] non hanno potuto dilagare nelle masse criticamente più sprovvedute proprio grazie alla presenza del M5S”. Ciononostante, “sic stantibus rebus”, se la partitocrazia non troverà l’accordo per una legge elettorale utile a sbarrargli la strada, nelle prossime tornate elettorali, malgrado le sue ambiguità e contraddizioni, il Movimento di Grillo ha buone possibilità di successo, per la mancanza di valide alternative di sinistra; ciò per via del fatto che una sinistra non c’è, sebbene abbia perso più di un’occasione per nascere. Tutte le occasioni, però, sono state “colpevolmente” mancate.

Pertanto, oggi, afferma – Flores D’Arcais – “l’unico voto di critica all’establishment” resta ancora il movimento pentastellato; ma se la sinistra ufficialmente non esiste, sebbene esista trasversalmente in modo sommerso e diffuso nella società, essa è destinata a conservarsi solo nello status di “un volgo disperso che nome non ha”. D’Arcais si chiede come questa sinistra latente possa rendersi visibile; per emergere ed organizzarsi, a suo parere, dovrà essere libera da “vizi ideologici e tic antropologici che ne hanno propiziato” l’irrilevanza” e dovrà assumere l’”uguaglianza sociale” come “stella polare” nel programmare la sua futura azione, congiuntamente a ciò su cui il “M5S” ha fondato gran parte del suo successo, ovvero l’esercizio dell’”attività politica non come professione, ma come servizio civile, e le funzioni di rappresentanza e governo, locali e nazionali, circoscritte nel tempo, senza possibilità di lucro e carriera”.

Alle sollecitazioni di D’Arcais, risulta particolarmente consona la risposta che Tomaso Montanari formula nell’articolo “Quale sinistra? (Lasciate che i morti seppelliscano i morti)”; egli, da storico dell’arte, non è un politologo di professione, ma forse proprio per questo, formula delle osservazioni riguardo al “tipo” di sinistra che potrebbe rinascere assai rispondenti al disagio avvertito dai molti italiani che hanno determinato la loro disaffezione dai tradizionali partiti della sinistra. Secondo Montanari, non vale la pena tentare di ricuperare dalla loro agonia i vecchi partiti della sinistra, in quanto chi vuole riproporre la sinistra “non deve curarsi delle rovine istituzionali, ideali e umane dell’apparato della sinistra”, così come è stata conosciuta.

Essa, la sinistra sommersa e dispersa, se vuole riemergere, deve andare per un’altra strada, consapevole che “il distruttivo missile Renzi è decollato solo grazie ad una rampa di lancio allestita dal tradimento della sinistra italiana almeno fin dagli anni Novanta”; ma anche consapevole che l’“abbattimento” di quel missile non deve giustificare la presunzione che l’azione interrotta dei vecchi partiti della sinistra possa essere ripresa dopo una loro pura e semplice acritica autoassoluzione. Tra l’altro, osserva Montanari, pur in presenza di una loro crisi generalizzata, da ciò che resta dei vecchi partiti della sinistra non sta emergendo alcun autoesame critico; né sta emergendo dal tanto sbandierato “progetto Pisapia”, secondo il quale, per rivitalizzare la sinistra sommersa e dispersa, si dovrebbe solo impedire che al governo del Paese giunga la destra. La nuova sinistra, però, non può essere animata soltanto da una “vocazione maggioritaria”; ciò perché, assumere questa vocazione come “bussola”, senza un esame critico di ciò che ha portato alla crisi i vecchi partiti della sinistra, con il loro allineamento alla logica della “Terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, significherebbe posizionare la potenziale nuova sinistra come corrente esterna all’attuale sinistra di governo.

Una simile rivitalizzazione delle forze di sinistra, secondo Montanari, non avrebbe alcun senso; si lasci dunque – egli sostiene – “che i morti seppelliscano i loro morti” e si provi a concentrare la riflessione su ciò che ancora “è vivo nella democrazia e nella sinistra italiana del 2017”, partendo dal “picco di vitalità politica“, manifestatasi nel dicembre del 2016, per individuare le vere ragioni della bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo in carica. Anche se queste ragioni sono state ricondotte alla disapprovazione popolare del principio del governo-costituente, il risultato sul piano politico non poteva che essere negativo, considerato che il Paese che lo ha espresso accusa il 28,7% della popolazione a rischio di povertà, il 48,9% non in grado di fare una settimana di ferie all’anno e una disoccupazione giovanile prossima al 40%. Il risultato politico del referendum costituzionale, sul piano politico è valso dunque a denunciare che la disuguaglianza che “sfigura” la società italiana non è un dato di natura, come le forze di destra vorrebbero far credere, ma il risultato di una politica fallimentare.

La nuova sinistra deve assumere come suo compito prioritario – afferma Montanari – l’elaborazione “di una critica capillare del presente”, per capire le ragioni reali del fallimento dei vecchi partiti della sinistra, al fine di realizzare un effettivo cambiamento dello stato attuale delle cose, attraverso una ricostruita, per via culturale, sovranità del cittadino. Negli ultimi decenni tutti i discorsi sulla creazione di un movimento di dissenso di sinistra si è invece “impantanato nella retorica del principio di realtà”, nel convincimento che per raggiungere i propri obiettivi un tale movimento avrebbe dovuto limitarsi a “conquistare i voti” di chi non era di sinistra; cosi pensando è stato possibile spianare la strada ad una sinistra a vocazione maggioritaria, il cui risultato è stato che la sinistra andata al governo “non ha cambiato lo stato delle cose, ha solo cambiato se stessa”.

Occorre quindi prendere coscienza che la crisi dei partiti tradizionali della sinistra “non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza”. Il primo obiettivo non dovrà “essere quello di assicurare un governo e di parteciparvi, ma di riportare al voto la parte più fragile, gli ‘scartati’ del Paese”; ciò però può diventare possibile, se esiste un progetto condiviso anche dalla sinistra dispersa, e non solo dai componenti di Parlamenti “occupati” da “partiti concepiti come macchine di potere personale”. Se si vorrà che il “Parlamento torni a essere il luogo dove – afferma Montanari – si forma il futuro del Paese, ebbene bisogna riportare il Paese in Palamento”.

A tal fine appare allora ineludibile l’adozione di una legge elettorale rigidamente proporzionale, perché l’”urgenza non è quella di selezionare una classe dirigente”, ma quella di dare rappresentanza agli strati sociali più penalizzati dall’approfondimento delle disuguaglianze; ciò in quanto è proprio verso quei milioni di italiani che più di tutti soffrono degli effetti di queste disuguaglianze che “una nuova sinistra radicale deve avere la forza e l’intelligenza di guardare”. Il problema nel ricupero della sinistra dispersa e sommersa non dovrà essere quello di cercare alleanze con le forze che formalmente si presume siano di sinistra, ma quello di cercare l’”alleanza con i cittadini” più colpiti dalla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e dalla loro soggezione alla logica neoliberista.

L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà dunque avere come obiettivo la ricostruzione dello Stato che, in questi ultimi anni, è stato destrutturato in funzione dell’espandersi del turbocapitalismo globale, avvenuto col supporto dell’ideologia neoliberista; ideologia, questa, che ha distrutto – afferma Montanari – “ogni idea di giustizia sociale e di solidarietà”, sostituita con l’idea di modernizzazione proposta dalla “Terza via” di Giddens e di Blair. L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà garantire al Paese ciò che da tempo la politica ha smarrito o rimosso dalla propria agenda, ovvero l’elaborazione di “un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica Italiana del futuro”.

L’auspicio di Montanari, sicuramente condivisibile, potrà però concretizzarsi, se il Paese avrà la capacità di dare piena attuazione anche a quella parte della Costituzione repubblicana che prevede il diritto di tutti ad avere un posto di lavoro stabile; questo diritto è forse al di là delle materiali possibilità del Paese, a ameno che, come molti si augurano, fatta salva la democraticità dell’impianto costituzionale, non ci si convinca, rimuovendo radicalmente l’equivoco che ha inquinato gran parte del confronto politico degli ultimi decenni, che il fondamento della Repubblica non sia più l’assicurazione del posto di lavoro, bensì l’assicurazione per tutti dell’accesso a un livello equo di reddito.

Gianfranco Sabattini

Carlo Galli e l’evoluzione del sistema politico

carlo-galliCarlo Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche, in “Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana”, narra l’esperienza vissuta in prima persona, nel ruolo di deputato per il Partito Democratico eletto nelle elezioni politiche del 2013, relativa alla trasformazione dell’Italia e del suo sistema politico, per la precisione, specifica l’autore, fino all’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016; una trasformazione che ha segnato un passaggio epocale, coinvolgendo “Unione Europea, euro, assetto dell’economia, Parlamento, Costituzione, partiti, leader, sinistra, destra, terrorismo, legittimità e modalità della politica”. Cosicché il contenuto del volume potrebbe essere definito, come l’autore stesso tiene a precisare, “la contingenza politica vista da vicino e pensata in medias res”, non volendo essere un “libro di memorie, ma una “narrazione riflessiva su “un pezzo di storia politica d’Italia”, che riflette la profonda trasformazione che il Paese ha subito nel volgere di un periodo di tempo assi limitato.

Il primo interrogativo che, secondo Galli, nasce dalla riflessione su questa trasformazione riguarda “quanta necessità vi sia nell’attuale trend della politica italiana”, dove la necessità non è intesa “come complotto di pochi potenti”, ma nel senso che i recenti mutamenti strutturali della politica italiana sono avvenuti in un contesto di oggettività storica, la quale, in modo non ordinato e stabile, ha aperto il campo della politica ad avventure nel segno della soggettività e della occasionalità; ciò sta a significare – afferma Galli – che il “caos e il Capo si coappartengono”.

Le trasformazioni, a parere del politologo, sono consistite nel fatto che il PD è diventato il “perno del potere”, nel momento in cui il quadro politico del Paese si è fatto tribolare, con la presenza del movimento populista pentastellare, virando “verso una divaricazione duale tra “forze del sistema” e “forze antisistema” (nel senso di antiestablishment)”; ciò ha determinato che le trasformazioni si traducessero nel “segno della post-democrazia, cioè del mantenimento delle forme istituzionali della democrazia rappresentativa, e del contemporaneo loro superamento sostanziale in senso populistici e personalistico”; così che la democrazia, svilita a post-democrazia, si è deformata evolvendo verso una pseudo-democrazia, sorretta da un trend descrivibile come progressiva divaricazione tra i poteri economici sovra ed extrastatali e la politica nazionale e partitica orientata alla soluzione dei problemi nazionali.

Il trend delle trasformazioni sta spingendo, quindi, oggettivamente verso una pseudo-democrazia, cioè verso una “democrazia senza popolo”; il che significa – afferma Galli – che la rappresentanza politica è esercitata in assenza del rappresentato, ma le istituzioni attraverso le quali il popolo dovrebbe essere rappresentato “funzionano senza sapere analizzare la realtà sociale […] e anzi respingendola come un fattore di disturbo e cercando di sopravvivere con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle politiche che impongono”. Si tratta di un trend, quello delle trasformazioni del quadro politico nazionale, che risulta funzionale ai “potenti disegni economico politici, il cui governo è fortemente influenzato dalle “avventure personali dei politici”, implicanti un crescente adattamento dell’azione politica alla “qualità dei tempi”, adattamento che, a parere di Galli, è mancato a Bersani e a Letta, ma non a Renzi.

La prospettiva teorica con cui l’esperienza delle trasformazioni del quadro politico italiano è interpretata da Galli assume, come predicato esplicativo, la scomparsa nell’intero arco temporale in cui quelle trasformazioni si sono verificate, di ogni elemento di “resistenza” rispetto alle accelerazioni scomposte e divergenti causate sull’andamento dell’economia-mondo (della quale l’Italia è una delle componenti, sia a titolo individuale, che come membro di un disegno sopranazionale europeo) dal “trionfo e dalla crisi del neoliberismo”.

La metamorfosi politica del Paese è oggi oggetto di una “partita” che si gioca tra le forze moderate di sistema, che si identificano, da un lato, nel “centrosinistra di governo” che cerca di gestire le trasformazioni attraverso un “decisionismo a bassa intensità e con iniezioni di narrazione ottimistica”, che però viene smentita dai fatti; dall’altro lato, nelle “forze antisistema”, che includono la destra estrema, le ondivaghe forze populiste e la destra moderata allo sbando. Le forze di sinistra, autonomamente considerate dalle forze moderate del centro, di fronte alla “partita” giocata tra i due opposti schieramenti – a parere di Galli- sembra priva, tanto della capacità “di essere radicalmente critica quanto di costruire un principio nuovo”; ciò perché si tratta di una “partita” giocata a tre, “tagliata trasversalmente dal dualismo sistema/antisistema”.

Se si volessero descrivere i poteri reali che condizionano l’evoluzione della situazione politica del Paese, si deve riconoscere che quello politico, tra i poteri in campo, è il meno forte; è questa, a parere di Galli, la questione centrale della crisi della democrazia: quello politico “è l’unico potere democratizzabile, ovvero l’unico attraverso il quale possono essere fatte passare […] le istanze umanistiche e personalistiche di emancipazione e di uguaglianza, che sono l’essenza della democrazia moderna. Tutti gli altri poteri [potere mediatico, potere scientifici-tecnologico e potere economico] sono per loro natura opachi ed elitari, hanno una natura intrinsecamente autoritaria, rivolta dall’alto verso il basso; oppure, anche se possono avere una funzione pubblica, sono prima di tutto privati, quando non segreti”. La politica debole non è solo inefficace e impotente innanzi ai poteri forti, ma è anche il “tradimento delle promesse della democrazia, la negazione di se stessa”.

Di fronte al quadro descritto, a parere di Galli, risulta che l”imperativo primario” della politica dovrebbe essere quello di ridare fiducia ai cittadini, dando vita ad una “stagione di riforme che […] si ponga l’obiettivo classico della democrazia moderna: emancipare le individualità, e al tempo stesso consentire che la società, rimarginate le proprie ferite, liberi le proprie energie in uno spazio pubblici in cui […] ai cittadini sia restituita la capacità di determinare il proprio destino”.

Un programma di riforme, questo, risultate estranee alle possibilità di azione delle forze di governo del centro-sinistra, in quanto al loro interno sono prevalse – afferma Galli – quelle che hanno individuato nel “Nuovo” l’”indiscussa centralità degli imperativi di un’economia da interpretare solo nell’ottica delle compatibilità di bilancio e dell’esclusiva attenzione alle esigenze di valorizzazione del capitale”. Il “Nuovo”, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, è la forma che ha assunto il processo di accumulazione del capitalismo, il quale, oggi in crisi, deve essere salvato “senza che altri problemi possano assumere il medesimo rilievo che hanno le esigenze del capitale”. Il “nuovo”, quindi, è divenuto il fondamento indiscutibile della politica, per cui a questa non resta che un solo compito essenziale: quello di “assecondare lo sviluppo del Nuovo Ordine attraverso un esecutivo a forte competenza tecnica, con l’appoggio di un legislativo ampiamente collaborativi”. Chi si oppone al “Nuovo” deve essere necessariamente “rottamato”.

L’idea di fondo che sta alla base dell’elaborazione politica delle forze che sono portatrici del “Nuovo” è che il corso della storia contemporanea è divenuto talmente cogente da risultare determinato da “automatismi” non controllabili, la cui salvaguardia deve essere tutelata dall’azione di “mani visibili”, che non siano quelle di chi è tecnicamente adeguato a custodirla; il processo storico contemporaneo è, quindi, portatore di un “Destino” e, al “tempo stesso, c’è, per chi non lo riconosce, una Catastrofe in agguato”.

È stata questa la filosofia politica della destra moderata presente nel governo di centro-sinistra, che si è potuta assicurare al Paese sulla base dei risultati elettorali che hanno originato la XVII legislatura della Repubblica italiana; per legittimare la sua azione, a tutela del processo di accumulazione capitalistica secondo la logica neoliberista, questa destra moderata non ha esitato a negare dogmaticamente l’esistenza della tradizionale differenza, politicamente significativa, tra destra e sinistra; mentre la sua partecipazione ad un governo di centro-sinistra avrebbe dovuto originarla ad inaugurare una politica di “sinistra riformista”, “con un occhio alla realtà e un occhio alla sua possibile trasformazione emancipativa”, la cui essenza sarebbe dovuta consistere in “un realismo orientato da una scelta politica a misura umana”. Perché ciò non è accaduto? La risposta all’interrogativo, Galli la formula nei termini che seguono.

Alle elezioni del 2013 si sono fronteggiate forze politiche divise da profondi contrasti: il primo espresso dal dualismo “politica e antipolitica”; il secondo quello fra “populisti” e “responsabili” verso gli obblighi riguardo alla nuova forma dell’accumulazione capitalistica; il terzo quello della distinzione tra “destra” e “sinistra”.

I risultati elettorali sono stati tali da determinare sostanzialmente un cambio di Repubblica, dalla Seconda bipolare alla Terza tribolare; ma l’evoluzione successiva dei rapporti tra le forze politiche in campo è valsa a dimostrare che anche la “nuova” Repubblica era in realtà bipolare, non più nel senso della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, ma in quello della contrapposizione tra “forze di sistema” e “forze antisistema”, che alla fine è prevalsa, perché – afferma Galli – “dalla paralisi a cui il Tre aveva condotto si uscì con l’unione delle forze di destra e sinistra (tranne SEL) in opposizione al M5S”; un’unione che ha segnato la fine di ogni iniziativa in senso riformista da parte del Partito Democratico e la sua discesa a tutta velocità sotto il controllo del renzismo, divenuto il “cane da guardia” degli automatismi sottostanti la nuova logica neoliberista di accumulazione del capitale.

Il renzismo, infatti, nel breve volgere di alcuni anni, da “robusta minoranza” in seno al Partito Democratico è divenuto maggioranza, e alle iniziative del suo leader la componente costituita dagli eredi della sinistra della Prima Repubblica non ha tardato ad allinearsi per assicurare la governabilità del Paese, anche attraverso la rimozione della loro tradizione ideologica e culturale. Tuttavia, il disegno di “blindare” in modo definitivo “con le due leggi, costituzionale ed elettorale, fra loro combinate lo shift, già avvenuto di fatto, verso un regime del Primo ministro senza contrappesi, è stato respinto dagli italiani […], i quali non hanno creduto che i loro problemi, gravissimi e reali, fossero causati dal bicameralismo perfetto e dai ritardi (inesistenti) che questo comportava nella legislazione”. Anche se la rabbia ha prevalso sulla riflessione razionale riguardo alla scelta di voto, la maggioranza degli elettori si è però espressa – afferma Galli – per la difesa della Costituzione, bocciando l’idea che un “magnate dilettante”, impersonato dall’ex sindaco di Firenze, potesse diventare governatore dell’Italia.

In conclusione, sarà pur vero che, come sottolinea Galli, il voto referendario del dicembre scorso, ha interrotto, almeno per il momento, le ambizioni del ex Premier Renzi; ma occorre riconoscere che il renzismo è divenuto maggioranza del PD, non solo per le difficoltà della sua ala sinistra a trovare il supporto di alcuni segmenti delle forze politiche antisistema affermatesi dopo le elezioni del 2013, ma anche, e soprattutto, per la sua incapacità di rapportarsi a tali forze sulla base di un progetto per il futuro del Paese, che non riflettesse la pura e semplice governabilità dell’esistente; è stata la mancanza di progettualità della sinistra del PD a consegnare l’Italia al renzismo e a spingerla a “vivere alla giornata in un conflitto inconcludente fra il peggio e il meno peggio”; per poi esaurire la sua azione in una continua attività di proposta che, mancando di rispondere alla rabbia che ha alimentato il populismo, si è vista costretta ad assumere una posizione prona alla pretesa di governabilità dell’esistente, secondo gli interessi dei poteri forti.

Gianfranco Sabattini

Dal 4 dicembre alla presunta vittoria di Renzi

boschi renziMolti commentatori, ovviamente di parte, fra questi molti autorevoli personaggi che si considerano al di sopra delle querelle politiche, all’indomani del referendum del 4 dicembre scorso, col quale la maggioranza degli italiani ha risposto “No” alla riforma costituzionale pretesa da Renzi e dalla sua ministra Maria Elena Boschi, hanno interpretato il risultato finale in senso favorevole al “partito personale del capo del Governo”; questa interpretazione è stata fondata sulla considerazione del fatto che, avendo la riforma conseguito il “Si” del 40% degli aventi diritto dei partecipanti al voto, a conferma della politicizzazione e della personalizzazione della consultazione referendaria, il voto è stato considerato un “successo” personale di Renzi, senza minimamente considerare la natura composita del “blocco” del “Si”.
Per “smontare” questa tesi di parte, Terenzio Fava, docente di Scienza politica all’Università di Urbino, ha pubblicato su “Il Mulino” (2/2017) un articolo, dal titolo “Il voto al referendum costituzionale”, nel quale analizza, non solo la dimensione e la distribuzione territoriale del voto, ma anche le implicazioni politiche legate al referendum ed al suo esito. Negli ultimi quarant’anni – afferma Fava – “il tema della riforma costituzionale è sempre stato presente nel dibattito politico” e i tentativi di apportare modifiche alla Carta sono stati numerosi; in tre casi si è arrivati al referendum confermativo (2001, 2006 e 2016), solo in quello del 2001 la riforma ha trovato “legittimazione popolare”.
Nel 2001, il referendum riguardava una modifica costituzionale relativa al federalismo, voluta dal centro-sinistra, approvata in Parlamento alla fine della XIII legislatura, nella prospettiva di “catturare” il placet politico della Lega nelle imminenti elezioni politiche. Quando si è tenuta la consultazione referendaria, al governo vi era il centro-destra e la campagna si è svolta in un clima privo di eccessivi contrasti, forse perché il federalismo era un tema condiviso, e la riforma è stata approvata col sostegno prevalente degli elettori del centro-sinistra; infatti, la consultazione è stata caratterizzata da una diserzione in massa dalle urne da parte degli aventi diritto al voto.
Nel referendum del 2006, la riforma costituzionale aveva ad oggetto modifiche che rafforzavano i poteri dell’esecutivo e il riconoscimento di maggiori competenze alle regioni; la riforma era stata approvata dal Parlamento, con al potere le forze di centro-destra, mentre il referendum confermativo è stato celebrato con il ritorno del centro-sinistra al governo del Paese, con la vittoria del “No” deciso da un elettorato attivo di poco superiore alla metà degli aventi diritto.
Nel 2016, infine, il referendum è stato indetto per confermare una riforma costituzionale fortemente voluta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi; la riforma, precedentemente approvata dal Parlamento, innovava molto significativamente la Costituzione repubblicana, con una revisione in senso centralistica delle regole disciplinanti i rapporti tra Stato e regioni. Nella fase di elaborazione, sino alla sua approvazione in Parlamento, la riforma ha “assunto – afferma Fava – “una valenza fortemente politica, con la trasformazione del referendum in un voto pro o contro il presidente del consiglio e il suo governo”. Al referendum si è giunti il 4 dicembre del 2016, dopo una lunga campagna “fortemente mediatizzata, polarizzata e dai toni contrastati e duri”; questi toni sono serviti a promuovere una mobilitazione elettorale non prevista ed il risultato è stato inaspettatamente radicale, “con una secca bocciatura delle riforma” Il “Si” si è fermato al 40% dei partecipanti al voto, cui hanno fatto seguito le dimissioni del presidente del Consiglio e del Governo. La mancata approvazione della riforma costituzionale è stata seguita da altre bocciature significative, tra le quali quella inferta dalla Corte costituzionale che, nel gennaio del 2017, ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale bocciata dagli elettori.
Rispetto ai referendum del 2001 e 2006, quello del 2016 si è svolto all’interno di una realtà politica cambiata e, per la prima volta, è stato celebrato con un Governo e un Parlamento che sono stati gli stessi che hanno proposto e approvato la riforma; la diversità della realtà politica ha riguardato, a parere di Fava, “il clima politico, il sistema dei partiti e la logica di governo”.
Il clima era quello che si era instaurato dopo le elezioni politiche del 2013, i cui risultati hanno reso difficile la costituzione di una compagine governativa, con l’aggravante dell’”alone di illegittimità” gravante sulle istituzioni politiche per l’intervento della Corte costituzionale. Il sistema dei partiti era quello uscito dalle elezioni politiche del 2013, caratterizzato falla forte presenza dal Movimento 5 Stelle e dal multipolarismo, nel senso di un’accentuata dispersione, delle forze politiche rispetto ai decenni precedenti.
Il governo era quello che, essendo nato dalla confluenza sulle posizioni del centro-sinistra, retto principalmente dal Partito democratico, di segmenti di forze politiche di destra, ha dovuto scontare critiche provenienti sia dalla sua destra, che dalla sua sinistra, diventando in tal modo il “punto di fuoco di tre opposizioni, lontane e poco conciliabili (la destra capitanata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il M5S, e la sinistra ‘interna ed esterna al PD)”; la riforma costituzionale risulterà l’esito, in presenza di tutte queste opposizioni, della confluenza innaturale delle forze eterogenee che Renzi, in presenza delle difficoltà del sistema dei partiti ad esprimere possibili alleanze politicamente omogenee e durature, è riuscito a promuovere.
Ma l’opposizione che Renzi ha trovato in Parlamento ha avuto un ampio riscontro, sia nella grande partecipazione elettorale al referendum, sia nella dimensione e nella distribuzione elettorale del voto. Al referendum confermativo della riforma di Renzi vi è stata, infatti, una grande affluenza degli aventi diritto al voto, la cui consistenza ha reso la partecipazione referendaria simile a quella delle elezioni politiche del 2013. A parere di Fava, l’alta partecipazione è stata la conseguenza del fatto che il presidente del Governo ha politicizzato a tal punto la riforma, da renderla percepibile dall’elettorato come “passaggio” a un futuro non ben determinato e niente affatto liberato dalle conseguenze negative abbattutesi sul sistema sociale ed economico del Paese a seguito della Grande Recessione del 2007/2008; ciò ha incentivato la mobilitazione del fronte del “No”, espresse, sia da una parte dell’opinione pubblica, trasversale a tutte le forze politiche (che hanno percepito la riforma come un “attentato” alla natura democratica della Carta), sia in particolare dalle forze politiche rappresentate dal M5S e dalla Lega Nord (che sono riuscite a porsi come catalizzatrici del malcontento e della protesta sociali).
Nel referendum del 2016, gli elettori attivi sono stati quasi 32 milioni, pari al 68,5% degli aventi diritto al voto, con un’affluenza che si è assestata a meno di sette punti percentuali rispetto alle politiche del 2013, nelle quali l’affluenza era stata di poco superiore il 75% degli aventi titolo. A livello nazionale, il 40% degli elettori si è espresso per il “Si”, posizionandosi a meno di 20 punti percentuali dal “No”. Una vittoria, quella del “No”, senza “se” e senza “ma”; ma non per il Presidente del Consiglio sconfitto.
Infatti, poco dopo la sconfitta al referendum confermativo riguardo alla riforma costituzionale da lui fortemente “sponsorizzata”, Renzi – ricorda Fava – ha avuto modo di affermare davanti al suo partito che, in anni ravvicinati, “per due volte” è stato raggiunto il 40%: nel 2014, alle elezioni europee e, nel 2016, al referendum; nel primo caso, conseguendo una vittoria, nel secondo, una sconfitta. Un modo, questo – afferma Fava – “per rivendicare una forza che proprio alla luce del referendum […] 2016 dovrebbe essere ripesata”. Ciò perché, se il 40% dei voti espressi nel 2014 sono ascrivibili al PD, il 40% del “Si” referendario del 2016 è ascrivibile al “fronte” del “Si”, nel quale sono confluite anche altre forze di diverso orientamento rispetto al PD; è da ritenersi, perciò, del tutto improbabile che il 40% del “Si” referendario del 2016 possa rappresentare un possibile futuro elettorale del partito di Renzi.
In sostanza, il referendum del 4 dicembre del 2016 suggerisce alcune considerazioni pregnanti di significato, sia sul piano costituzionale, che su quello strettamente politico. Sul piano costituzionale, la bocciatura della riforma di Renzi rappresenta la vittoria di quanti hanno ritenuto prioritario l’impegno per salvaguardare l’integrità della Carta repubblicana e dei valori che la sottendono; sul piano strettamente politico, la stessa bocciatura rappresenta la sconfitta di un governo che non è stato in grado di allentare gli effetti della crisi nella quale si dibatte il Paese ormai da dieci anni, e che neanche è riuscito ad avviare un processo di riforma delle strutture interne del Paese che non fosse funzionale alla cura esclusiva degli interessi dei poteri forti nazionali ed europei.
A parte il risultato positivo realizzatosi con la grande mobilitazione politica che il referendum ha saputo suscitare, quello del “No” deve essere conclusivamente considerato la bocciatura di una riforma presentata come condizione essenziale per il “passaggio verso il futuro” del Paese, senza che di questo futuro fosse offerta un’immagine democraticamente condivisa dall’intera società civile italiana.

Gianfranco Sabattini

Declich. Crisi mediorientale e rebus saudita

Saudi_women-372x221Quando l’immaginario collettivo si volge a riflettere sul Medio Oriente è impossibile che possa evitare di considerare il peso e il ruolo giocato in quello scacchiere dall’Arabia Saudita; ovvero, da uno Stato nato e costruito, prescindendo dalle “intrusioni” interessate dei Paesi colonialisti occidentali, sulla base di un’interpretazione “radicale e conservatrice” della religione islamica. Secondo Lorenzo Declich, docente di Storia dell’Islam (“Un imperialismo minore: la paradossale parabola dell’Arabia Saudita”, in Limes n. 3/2017), nella costruzione dello Stato saudita, un ruolo fondamentale lo avrebbe anche avuto “il fattore etno-linguistico-tribale trasfigurato in un’identità nazionale non priva di derive nazionaliste”.
Fino al 1992, l’Arabia Saudita fino al 1992 non aveva una Costituzione; essa si identificava nel re, mentre la gestione amministrativa era affidata innanzitutto agli “ulama”, ossia ai dotti nelle scienze religiose, appartenenti al movimento di riforma religiosa wahhabita, sviluppatosi in seno alla comunità islamica sunnita nel corso del XVIII secolo e fondato da Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb. Il 1992 ha contrassegnato un momento storico importante per il Regno, maturato nel 1990 dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. A seguito dell’iniziativa di quest’ultimo, sul territorio saudita erano giunti consistenti contingenti di truppe americane, britanniche e francesi, la cui presenza era valsa a ferire “le frange più conservatrici dell’opinione pubblica saudita” (compreso Osama Bin Laden), che consideravano il proprio re come custode dei luoghi santi (La Mecca e Medina) e il territorio del proprio Paese come un “luogo intoccabile” dagli infedeli. Di fronte alla reazione dell’opinione pubblica conservatrice e al nuovo quadro creatosi con l’iniziativa di Saddam Hussein, la struttura statuale tradizionale saudita ha messo in evidenza il limite della sua impossibilità ad avvalersi delle relazioni internazionali, anche quando l’autonomia e la sicurezza del Regno fosse stata messa in pericolo.
Per rimuovere tale limite, nel 1992, re Fahd ha emanato una “legge fondamentale” che prefigura il sistema basilare di governo del Regno, come risulta dal sui primo articolo che recita: “Il Regno arabo saudita è uno Stato arabo islamico, sovrano, di religione islamica, la cui costituzione è il Libro di Dio Altissimo e la Sunna del suo Inviato, che la benedizione e la pace di Dio siano su di lui. La sua lingua è l’arabo e la sua capitale Riyad”.
In questo articolo – afferma Declich – “è sintetizzata la storia dell’Arabia Saudita e tutte le sue contraddizioni”. Esso afferma l’esistenza di una monarchia assoluta, la cui legittimazione deriva dal Corano e dalla Sunna, uno dei testi di riferimento del pensiero giuridico, etico e sociale che costituisce il codice di comportamento dell’intera comunità. Gli articoli della legge fondamentale successivi al primo completano il quadro istituzionale del Regno; essi regolano il “contratto di sudditanza”, nel senso che a fronte del giuramento dei cittadini d’essere fedeli al monarca, si contrappone il giuramento del monarca di farsi garante del canone religioso. La legge fondamentale non stabilisce, però, in che senso lo Stato è islamico, per cui l’Islam dell’Arabia Saudita è quello del re, il quale, storicamente, a parere di Declich, ha legato le sue fortune politiche alla nascita del movimento religioso wahhabita, ovvero al momento in cui, nel 1744, il movimento religioso è divenuto anche politico, allorché Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Sa’ūd si sono alleati, “per formare il primo nucleo di potere attorno al quale, quasi due secoli dopo, è nato [nel 1932] l’attuale Regno dell’Arabia Saudita”.
Lungo tutto il processo di formazione del Regno, però, il movimento wahhabita è stato considerato eretico dai sunniti, perché ha sorretto e legittimato un’istanza tribale-religiosa a “vocazione egemonica” della tribù del fondatore della Dinastia saudita; questi, muovendo dalla regione Najd dell’Arabia centrale, usando principalmente – a parere di Declich – lo strumento della razzia, ha conquistato tutti gli altri territori dell’attuale Arabia Saudita. Qusto processo avrà termine nel 1932, con la proclamazione – afferma Declich – del Regno dell’Arabia Saudita e il passaggio da “un dominio di tipo locale [….] a una dimensione effettivamente nazionale”; perciò, a parere del docente di Storia dell’Islam, ad affermarsi con la costituzione del Regno nel 1932, non è stato l’elemento religioso, ma quello nazionale. La legge fondamentale del 1992 è quindi lo “specchio” di tutto il lungo processo costitutivo del Regno saudita.
Nella legge fondamentale, il wahhabismo si connota come un elemento fondativo del Regno; esso però è anche un suo elemento di fragilità: sia perché il riferimento alla religione non consente il superamento del vizio originario dello Stato Saudita, espresso dal fatto d’essere nato da una vocazione egemonica di una tribù di un dato territorio, fatta valere con la forza e la razzia; sia perché il wahhabismo, la religione del re, è elemento che divide i sudditi del Regno, la cui unione richiede che essi siano motivati dall’idea di essere “sauditi”. Non casualmente, perciò, in un momento di crisi dell’intera area mediorientale e di pericolo per quegli Stati che, come l’Arabia Saudita, soffrono dei motivi di divisione interna dovuti al loro processo di formazione, il Regno di re Salman è stato spinto ad istituire un grande Ministero dell’Educazione, al fine di promuovere l’approfondimento dell’identità nazionale dei sauditi.
Nel 2016, il vice principe ereditario Mohammad bin Salmān Āl Sa’ud ha presentato il piano “Vision 2030”, che prevede riforme miranti a modernizzare l’economia e la società del Regno; l’intento del piano è quello di rivoluzionare il modello tradizionale dell’economia del Paese, perché si emancipi completamente dal petrolio come fonte di crescita e sviluppo, trasformando così, nella previsione di un futuro esaurimento dei pozzi, la “rendita petrolifera” in “rendita patrimoniale”. Descritto da molti osservatori delle cose mediorientali come la maggior riforma del Regno, vengono tuttavia avanzati seri dubbi sulla possibilità che il piano possa decollare e cambiare il prevalente ethos sociale dell’Arabia Saudita. Ciò è riconducibile in sostanza alla storia di questo Stato, vissuta dopo la proclamazione del Regno nel 1932, e caratterizzata dalla crescente influenza esercitata dagli Stati Uniti sulla politica interna, a scapito delle vecchie potenze coloniali, quali l’Inghilterra e la Francia.
A un anno dalla proclamazione del Regno, il re ‘Abd al-‘Azīz ibn ‘Abd al-Rahmān b. Faysal Al Sa’ ūd, primo sovrano, ha accordato alla Standard Oil Company of California (Socal) una concessione sessantennale per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio in una provincia dello Stato. Negli anni Trenta sono stati scoperti i primi pozzi e sono iniziate le prime esportazioni di petrolio; nel 1944, la California-Arabian Standard Oil Company, sussidiaria della Socal, è diventata l’Arabian-American Oil Company (Aramco), la quale, nel 1950, è stata costretta dal sovrano saudita a dividere i profitti al 50%. Dopo la nascita dell’Opec, nell’arco temporale 1960-1980, segnato dalla sganciamento del dollaro dall’oro, dalla fine dei cambi fissi, dalla guerra del Kippur e dalla crisi petrolifera mondiale, i sauditi hanno acquisito definitivamente l’Aramco, trasformata nel 1988 nella Saudi Arabian Oil Compact (Saudi Arammo).
Lo sviluppo storico-economico che ha avuto inizio con la nascita dell’economia petrolifera della quale l’Arabia Saudita è stata beneficiaria – afferma Declich – è stato il “flusso di cassa” che il re e la sua corte si sono trovati a dover gestire. Nei primi decenni, il Regno ha disposto di un’enorme quantità di denaro, “dilapidata” in forme di consumo vistoso e di prestigio; in seguito, gli enormi surplus commerciali sauditi, espressi in dollari, sono divenuti un “fattore strutturale” di un’economia mondiale dominata dai mercati finanziari, di cui l’Arabia Saudita ha colto i frutti, allargando la sua ricchezza patrimoniale in gran parte del mondo economico occidentale e promuovendo al proprio interno una “globalizzata” classe di operatori presenti nei comparti del commercio e delle costruzioni. In questo contesto, uno degli esiti del processo storico-economico, iniziato con la crescente affermazione dell’importanza della risorsa petrolifera, è stata la percezione, da parte del reame, della necessità di potenziare, a propria tutela, l’elemento nazionale; soprattutto in un momento come quello attuale, in cui le ambizioni geopolitiche di molti Stati mediorientali e la rivalità dell’Iran rappresentano una seria minaccia per la sopravvivenza del Regno saudita.
Il vizio genetico costitutivo, espresso dal fatto che il Regno sia nato da una vocazione egemonica di una tribù, fatta valere con la forza e la razzia e col supporto della confessione islamica, secondo l’interpretazione del movimento wahhabita, non da tutti i sunniti condivisa, è la fonte di debolezza della politica saudita volta a potenziare l’elemento nazionale; il vizio genetico, perciò, è anche la causa del perché, malgrado le dichiarazioni ufficiali, non sia credibile l’impegno dell’Arabia Saudita a risolvere la complessa situazione mediorientale.
Infatti, malgrado l’adozione dell’ambizioso piano “Vision 2030”, la sua attuazione non può non scontare la realtà prevalente. Secondo molti osservatori perché il piano abbia qualche possibilità di successo e possano essere realizzate le profonde trasformazioni economiche e sociali previste, in modo efficiente e in tempi realistici, dovrebbe essere rinegoziato il “contratto di sudditanza”; ma questo, come è facile prevedere, non mancherebbe di provocare contrapposizioni tra le varie scuole interpretative dell’Islam, con conseguenze che si tradurrebbero nella difficoltà di attuare il piano riformatore, attraverso una chiara “strategia comunicativa”, soprattutto verso gli stranieri, onde rimuovere il pregiudizio che li espone, in quanto infedeli, al rischio d’essere accusati di violare la sacralità del suolo islamico.
In particolare, l’attuazione di “Vision 2030” richiederebbe la soluzione di due macroproblemi creatisi nel tempo con la gestione dell’economia del petrolio: il primo è costituito dal fatto che, nella conduzione della propria attività di sfruttamento della risorsa petrolifera, l’Aramco ha per lo più utilizzato tecnici stranieri, la cui presenza ha impedito la formazione di tecnici locali; il secondo macroproblema, connesso al precedente, è invece rappresentato dal fatto che, per la formazione del personale qualificato indigeno, il governo saudita dovrà promuovere la formazione professionale in ambiti scientifici e tecnologici, con inevitabili difficoltà, per via del fatto che l’istruzione è profondamente influenzata dai movimenti religiosi.
In conclusione, sarà vero che, come afferma Declich, con la costituzione del Regno saudita nel 1932, a prevalere sull’elemento religioso sia stato quello nazionale; però, non è meno vero che l’elemento religioso continui a rendere opaca la politica dello Stato saudita: non solo perché ritarda e ostacola l’attuazione di qualsiasi piano volto alla sua modernizzazione, ma anche, e soprattutto, perché l’Arabia Saudita non riesce ad affrancarsi dal sospetto che la sua politica, anziché essere orientata a sconfiggere le forze che destabilizzano il Medio Oriente, fondi sull’elemento religioso, più che su quello nazionale, le necessarie motivazioni geopolitiche per aspirare a divenire una potenza regionale.

Gianfranco Sabattini

Democrazia, Stato-nazione e solidarietà tra i popoli per Mazzini

giuseppe-mazziniUno dei problemi che maggiormente affliggono le vecchie democrazie europee è la nascita e l’affermazione politica dei cosiddetti movimenti populisti; questi contestano gli establishment, non solo per la loro incapacità e mancanza di volontà politica a porre un freno al dilagare degli esiti negativi della mondializzazione delle economie nazionali, ma anche per il fatto di non aver ostacolato che il processo di mondializzazione affievolisse, all’interno dei singoli Paesi, il ruolo dello Stato.
Rileggendo l’Introduzione di Salvo Mastellone agli scritti di Mazzini, un volume entrato nelle librerie solo alcuni anni fa, col titolo ”Giuseppe Mazzini. Pensieri sulla democrazia in Europa”, meraviglia non poco il fatto che, almeno in Italia, di fronte ad una crisi politica, istituzionale ed economica persistente, nessuno si sia presa la briga di affinare il proprio pensiero critico sui problemi connessi ai fenomeni della mondializzazione delle economie nazionali, ricordandosi che un grande pensatore politico nazionale, Giuseppe Mazzini, qualche idea o qualche suggerimento sul come affrontare i problemi avrebbe potuto fornirlo.
E’ interessante apprendere, dalla lettura dell’Introduzione di Mastellone, che il pensiero di Mazzini, pur in presenza di una costante persecuzione da parte delle polizie di quasi tutti gli Stati europei, si è lentamente evoluto, sino a prendere una forma definitiva nel periodo immediatamente precedente il 1848 europeo. Nel 1831, ricorda Mastellone, Mazzini, esule in Francia, “scrive la Circolare sui principi politici e morali della federazione della “Giovine Italia”, il cui incipit è il seguente: “Una legge morale governa il mondo: è la legge del progresso. Il fine per cui l’uomo fu creato è lo sviluppo pieno, ordinato e libero di tutte le sue facoltà. Il mezzo per cui l’uomo può giungere a questo intento è l’associazione coi suoi simili”.
Nell’impostazione dottrinale – afferma Mastellone – Mazzini ricorre al concetto di progresso per spiegare la scelta della forma repubblicana per le istituzioni politiche, le quali giungono così ad essere il risultato di un lungo processo storico. Secondo Mazzini, il progresso storico ha portato i singoli contesti sociali dall’essere governati dal dispotismo alla repubblica; il passaggio dal dispotismo alla monarchia costituzionale e da questa alla repubblica è stato, quindi, lo sbocco inevitabile di una “necessità storica”, connessa con il progresso civile dei contesti sociali; con l’avvento della repubblica si è affermato, secondo le parole di Mazzini, “il principio dell’elezione largamente inteso e applicato”.
In tal modo, la repubblica ha portato con sé una forma di governo che meglio garantisce l’armonia del binomio Popolo-Nazione, assicurando, tra l’altro, un governo sociale retto dalle leggi approvate dal popolo; con questa forma di governo sono rimossi dalla società ogni elemento stazionario e ogni genere di immutabilità. Inoltre, per giustificare la scelta della repubblica, Mazzini aggiunge anche – afferma Mastellone – “che una nazione non può associarsi alle altre nazioni se non è unita e indipendente”, ricavando da questo suo profondo convincimento la “necessità di una rivoluzione, che non può non essere popolare, e che perciò deve enunciare ‘nel suo programma il miglioramento delle classi più numerose e più povere’”. Per questo motivo, la “Giovine Italia” doveva essere repubblicana, perché doveva impegnarsi, come sottolineava l’Esule genovese, ad assicurare a tutti gli uomini di una nazione di essere “liberi, uguali e fratelli”.
Sempre nel 1833, durante il suo soggiorno in Svizzera, nella quale si era rifugiato, Mazzini fonda la “Giovine Europa” e matura la propria “coscienza politica”, orientandosi verso la necessità che gli Stati, al fine di favorire il miglioramento della coscienza covile dei propri cittadini, adottino ”la formula unitaria di governo repubblicano, con l’intento di riunire le nazioni libere contro la “Santa Alleanza” dei sovrani.
La preoccupazione dell’unità di popolo e della nazione ha continuato a rimanere, anche durante il soggiorno svizzero, in cima ai pensieri di Mazzini, al punto da indurlo ad esprimesi contro la forma delle democrazia, così come la intendevano i vecchi rivoluzionari giacobini, ovvero come sistema di lotta, fonte del permanere di divisioni e di contrasti tra le classi; per lo stesso motivo, ha continuato a nutrire riserve sulla soluzione istituzionale federalitica dell’intero Stato, in quanto fonte di divisioni tra le singole parti della nazione. In luogo dell’espressione “governo democratico”, egli preferiva utilizzare quella di “governo sociale”, in quanto, a suo parere, esprimeva meglio l’idea di associazione, affrancata da ogni possibile conflitto di qualsiasi natura.
Nella seconda metà degli anni Trenta del XIX secolo, Mazzini si trasferisce a Londra; maturando un cambiamento radicale del suo pensiero politico, egli arricchisce la propria riflessione, coniugando la tematica del governo repubblicano con quella della società democratica. In una serie di articoli londinesi, al fine di chiarire la propria posizione rispetto al tema della democrazia, Mazzini afferma che questa “non può non portare con il suffragio universale all’uguaglianza dei diritti politici e alla libertà delle associazioni”, pur in presenza della libertà garantita a tutti dai loro diritti individuali, temperata però da specifici loro doveri nei confronti della società.
Secondo Mazzini, la libertà, da sola, non avrebbe associato gli uomini a un fine comune, in quanto con essa non sarebbe stato possibile creare automaticamente vincoli di “cooperazione e di concordia”; questo, invece, era il fine della democrazia, considerato che, il regime democratico, secondo le stesse parole del Genovese, consente di mirare al “miglioramento di tutti per opera di tutti”. Questo obiettivo non riguarda solo una determinata classe, come accade nei governi espressi dai regimi monarco-aristocratici, ma l’intera società rappresentata da istituzioni democratiche. La democrazia, secondo Mazzini, deve essere infatti espressione dell’unità di tutti i cittadini; se ciò non avviene, nessuna unità sarebbe possibile, per via del fatto che prevarrebbe un’”artificiosa ineguaglianza” che dividerebbe la società in classi distinte, ognuna motivata ad agire solo per perseguire interessi diversi.
La maturità del senso della democrazia è valsa a trasformare Mazzini, anche per via delle sue frequentazioni in Inghilterra di personalità e di ambienti progressisti, in un “riformista sociale”, motivato ad agire al fine di evitare che la diffusione dell’ideologia giacobina portasse, secondo un’espressione definita da Mastellone “contemporanea”, alla dispersione dell’unità della sinistra europea. A questo scopo, Mazzini ha invitato gli aderenti al movimento comunista a condividere la necessità che la forma di governo democratica fosse resa “rappresentativa con eletti dal popolo”, favorevole all’”associazione del lavoro con l’intelletto e col capitale”, orientata a migliorare le condizioni di vita degli uomini con la solidarietà e non con la lotta.
Per meglio diffondere il suo credo nella democrazia, Mazzini, alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo, fonda la “Lega Internazionale dei Popoli”, il cui obiettivo non stava tanto – secondo Mastellone – nell’organizzazione dell’opposizione alla Santa Alleanza, già affermata dal Genovese in occasione della fondazione della “Giovine Europa”, quanto nella organizzazione della contrapposizione al “cosmopolitismo filosofico illuministico, e soprattutto al cosmopolitismo sociale dei democratici comunisti”, che “troverà eco” nel “Manifesto del Partito Comunista” di Marx e di Engels, che sarà pubblicato pochi anni dopo.
Contro il cosmopolitismo dei “democratici comunisti”, Mazzini non esiterà a reagire, accusando il loro internazionalismo di violare la “libertà di ciascuno in nome del benessere di tutti”; a suo parere, le relazioni tra i popoli sono sempre state regolate sulla base dell’equilibrio di potere esistente tra le diverse dinastie; un’altra stagione è iniziata con l’avvento dell’organizzazione istituzionale repubblicana democratica, dove i “popoli liberi ed uguali”, nel rispetto delle loro tradizioni, si impegnano a collaborare per distruggere le barriere che li separano.
In questa prospettiva, anche i repubblicani democratici sono cosmopoliti; ma poiché la collaborazione tra i popoli è “lavoro di realizzazione”, agli stessi popoli occorre un punto di appoggio e la formulazione del fine da perseguire: il fine, i repubblicani democratici lo individuano nel miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità, mentre il punto di appoggio lo individuano nella “patria”, ovvero nella sua organizzazione statuale. Intesa in questo senso, la patria non è una “nazionalità che usurpa tutte le altre”, a causa di un malinteso nazionalismo; la sua salvaguardia presume l’esistenza di popoli liberi, associati tra loro per il perseguimento del fine comune. È sorprendente – afferma Mastellone – come il programma politico della “Lega Internazionale dei Popoli” sia stato trascurato ed ignorato da quanti, in epoca contemporanea, hanno stipulato Patti di associazionismo internazionale.
I pensieri sulla democrazia saranno raccolti, secondo le parole di Mastellone, in un abbozzo, scritto in inglese, di “Manifesto upon Democracy”, nel quale è esposto il significato del “repubblicanesimo democratico”; il concetto fondamentale del pensiero politico di Mazzini è il popolo, inteso nella sua accezione più generale, al quale compete non solo il diritto all’autogoverno, ma anche il dovere di divenire una società civile, formata più che da eguali sul piano economico, da eguali sul piano morale. Questa condizione di eguaglianza deve essere realizzata attraverso le istituzioni repubblicane e democratiche, per la rimozione dei privilegi; ciò perché è possibile realizzare una società civile, non solo dando a tutti gli stessi diritti, ma anche – secondo le parole di Mazzini – “migliorando la stessa idea della vita che lo spettacolo dell’ineguaglianza tende a peggiorare”.
Dall’abbozzo sulla democrazia risulta anche che Mazzini rinviene nel repubblicanesimo democratico la forma di governo del futuro dei popoli, impegnati nella realizzazione di più stretti rapporti collaborativi e solidaristici tra loro; ciò perché l’estensione del suffragio e la crescita del benessere, non ancora pienamente realizzati ai suoi tempi, non avrebbero esaurito il risultato atteso della democrazia. La finalità della democrazia repubblicana doveva tradursi nella coniugazione dell’estensione del suffragio e del miglioramento del benessere con lo sviluppo qualitativo delle singole società civili e dell’intera umanità, senza lo smarrimento delle nazionalità dei singoli contesti sociali.
In conclusione, se l’interesse per il pensiero dell’Esule genovese non fosse stato disperso e ignorato come in occasione, ad esempio, della stipula dei Trattati fondativi del progetto europeo e delle loro successive modifiche e integrazioni, l’eccessiva enfasi riposta negli esclusivi vantaggi economici attesi dalla creazione degli Stati Uniti d’Europa, avrebbe impedito lo smarrimento del senso e della funzione dei singoli Stati-nazione; ciò avrebbe evitato ai singoli Stati membri il caos politico che attualmente li affligge, obbligandoli a subire la minaccia di un’involuzione delle loro stesse istituzioni democratiche, per il dilagare delle idee populiste di destra.

Gianfranco Sabattini

I fantasmi dei populismi italiani nell’analisi
di Marco Revelli

Marco-RevelliIl populismo è il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa; per Marco Revelli (“Populismo 2.0”), esso è “il ‘sintomo’ di un male più profondo, anche se troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia […] che è la Democrazia rappresentativa”. Tale malattia aggredisce una parte del popolo, o tutto il popolo di un Paese, ogni qualvolta percepisce di “non essere più rappresentato nelle istituzioni politiche, dando origine ad una reazione cui si è dato il nome di populismo. Esso può essere inteso come una “malattia infantile della democrazia”, quando la ristrettezza del suffragio non consentiva una piena democratizzazione delle vita sociale, e come “malattia senile della democrazia”, quando l’affievolimento delle istituzioni democratiche e la formazione di posizioni di potere di natura oligarchica rimandano ai margini il popolo. Nel primo caso – afferma Revelli – il populismo altro non è che una “rivolta degli esclusi”; nel secondo, una “rivolta degli inclusi messi ai margini”. In entrambi i casi, tuttavia, il populismo è un prodotto di un deficit di rappresentanza.

populismorevelliL’indeterminatezza e la grande varietà di significati rendono la parola populismo poco utilizzabile per capire gli orientamenti politici dei cittadini; ciò comporta la necessità che si ponga ordine alla varietà di significati, parlando “più che di ‘populismo’ al singolare di populismi al plurale”, in considerazione delle diverse esperienze che sottendono il termine, per distinguere, a parere di Revelli, i populismi che potrebbero essere chiamati “classici o tradizionali” e i populismi di nuova generazione dotati di caratteri inediti. A parere del politologo, la crisi della democrazia, che è crisi di legittimazione, deriva da una “marcata torsione oligarchica”, cui va imputato il fatto che la stessa democrazia diventasse “sempre meno rappresentativa e sempre più ‘esecutoria’”. Ciò ha determinato il crollo del tradizionale ordine politico, con lo ”sfarinamento del cosiddetto ‘mondo del lavoro’ frammentato in un caleidoscopio di figure e di identità professionali incomunicanti tra loro”, come effetto dello sgretolamento dei vecchi blocchi sociali che avevano caratterizzato l’organizzazione degli interessi individuali delle società industriali.

Tuttavia, il nuovo protagonista delle scena politica, il populismo, non è privo di storia: “La moltitudine liquida che oggi spaventa con i suoi spostamenti repentini se ne stava, fino a ieri, relativamente ordinata […] dentro solidi contenitori, politici e soprattutto elettorali […]. Essa è stata a lungo un fattore di stabilità delle cosiddette ‘democrazie occidentali’: pur nella dialettica delle culture politiche e degli interessi legittimi, ha condiviso a lungo un sostanziale consenso sul modello sociale prevalente. E ha contribuito, quantomeno con la sua passività, alla sua legittimazione”. Cosicché diventa inevitabile chiedersi perché tutto ciò è venuto meno.

La risposta, a parere di Revelli, può essere ricavata sol che si rifletta sullo stato attuale delle cose, sia sul piano politico, sia su quello sociale. Infatti, con riferimento all’esperienza del nostro Paese, con l’avvento della seconda Repubblica, quei solidi antichi contenitori, quali erano i partiti di massa, si sono progressivamente dissolti; inoltre, con la diffusione e il consolidamento dell’ideologia neoliberista vi è stata una profonda “trasformazione antropologica” delle masse, che è valsa a fagli interiorizzare il valore dell’individualismo a scapito di quello della solidarietà; infine, le élite politiche hanno subito una “mutazione culturale”, che ha affievolito la loro autonomia decisionale. Sulla base di queste considerazioni, diventa possibile capire perché il populismo non è un soggetto politico nuovo in senso proprio, ovvero l’equivalente di un partito politico con una propria identità, una propria organizzazione ed una propria cultura politica; si tratta, bensì, di un’entità molto indefinita sul piano organizzativo e scarsamente identificabile sulla base di specifiche istanze politiche rispetto agli antichi partiti, in quanto –afferma Revelli – “forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione. Nel vuoto, cioè, prodotto dalla dissoluzione di quella che un tempo fu ‘la sinistra’ e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente”.

Sul piano teorico, il populismo è una categoria problematica, perché non si riesce a stabilire se esso sia un’ideologia, o una ricorrente forma emotiva di comportamento politico dei cittadini; oppure se esso sia riconducibile alla categoria del nazionalismo, o a quella del socialismo, o ancora se possa essere dotato di una qualche autonomia significativa. I primi tentativi di definirlo scientificamente – afferma Revelli – contenevano un gran numero di caratteristiche, che via via sono state selezionate, per essere alla fine ridotte principalmente a tre.

Il primo elemento, comune a tutti i populismi, è la “centralità assorbente […] che in essi assume il riferimento al popolo , inteso nella sia dimensione ‘calda’ di comunità vivente, quasi una sorta di comunità pre-poplitica e pre-civile, da ‘stato di natura russoviano”. Un’entità organica, priva di divisioni, fondata su una particolare concezione del conflitto politico. Questo non è espresso dalla “tradizionale dialettica ‘orizzontale’ tra le diverse culture politiche in cui si articola la cittadinanza, di cui la copia destra-sinistra è il più pregnante esempio”; ma dalla contrapposizione “verticale” del popolo, nella sua unità organica, con qualsiasi altra “entità” che pretenda di porsi illegittimamente al di sopra di esso, oppure al di sotto, prefigurando un’estraneità non giustificata e un atteggiamento di ostilità.

In altri termini, sostiene Revelli, la contrapposizione del conflitto politico proprio del populismo è caratterizzata, non più dalla logica orizzontale, tipica delle “Rivoluzione francese in cui i protagonisti del confronto […] stavano tutti sullo stesso piano d’uguaglianza, diversi per idee ma non per rango”, ma dalla logica verticale alto-basso, in cui “i protagonisti del conflitto appartengono a livelli differenti e, per certi versi, a mondi vitali opposti”.

Il secondo elemento comune ai populismi connota il conflitto, non in termini politici e sociali, ma soprattutto in termini etici, implicanti una contrapposizione tra “giusti” e “corrotti”; ciò significa che ad ogni forma di populismo corrisponde una “costruzione morale”, che comporta un’antitesi rispetto al “diverso”, rivelatrice dei valori costitutivi della comunità di riferimento, assunta dai singoli come conforto collettivo.

L’ultimo elemento caratterizzante i populismi evoca l’immagine della rimozione del corpo estraneo e la “restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader […] in grado di fare il ‘bene del popolo’”.

Sulla base dei tre elementi appena richiamati, era sembrato che, alla fine del Novecento, il populismo fosse espresso da una categoria ben definita e sistemata sul piano teorico; invece no, a giudizio di Revelli. L’inizio di questo secolo ha visto irrompere di nuovo la sfida populista, con nuove grandi fratture sul piano del contendere ed anche parole nuove. La critica populista post-novecentesca ha cessato di riguardare “singoli aspetti della vita politica e dell’assetto istituzionale”; ha riguardato invece la politica in quanto tale”, ovvero la sua “estraneità alla vita dei cittadini. La sua incapacità di leggere bisogni e sentimenti, e di rispondere alle loro domande esistenziali”. Le parole nuove con cui il populismo si è riproposto all’inizio del questo secolo sono state, da un lato, “antipolitica” e, dall’altro lato, “neopopulismo”.

Col primo termine (antipolitica), il populismo ha espresso le molteplici forme di protesta e di rivolta elettorale attraverso movimenti antagonistici, in contrapposizione con gli establishment politici consolidati; mentre col secondo (neopopulismo), i movimenti antagonisti “si sono generalmente dati identità politiche non mediabili e strutture completamente separate”, che per certi versi hanno riproposto la vecchia logica orizzontale di contrapposizione destra-sinistra. Secondo Revelli, infatti, la protesta è stata portata da versanti opposti del sistema politico, a “sinistra come a destra”. L’Italia, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione, nel senso che la voce populismo ha subito “scostamenti lessicali” rispetto a quella ricorrente sino alla fine del Novecento.

Nell’esperienza italiana, il movimento neopopulista, “in stretta connessione con l’ondata neoliberista che ha caratterizzato il passaggio di secolo”, muovendo d’ambo i lati orizzontali dello schieramento politico tradizionale, ha teso ad organizzare la protesta contro le organizzazioni esistenti per destrutturarle e delegittimarle, al fine di scardinarle dalle loro posizioni consolidate e privilegiate. Questo intento del neopopulismo italiano – afferma Revelli – consente di collegare gli eventi italiani “connessi all’ascesa di Matteo Renzi al governo, alla sua retorica della ‘rottamazione’ e del Paese che ‘cambia verso’ oltre, naturalmente, allo stile con cui è stata lanciata e varata la riforma costituzionale”, per realizzare innovazioni pretese dai mercati, ma finendo per offrire un “neopopulismo dall’alto” che sembrerebbe aver trovato in Italia il “proprio luogo di elezione”.

Dal punto di vista delle diffusione e del consolidarsi dell’esperienza neopopulista, l’Italia costituisce però un’eccezione, in quanto presenta tre varianti, tre forme, che Revelli denomina sulla base dei “nomi dei loro ‘eroi eponimi’, berlusconismo, grillismo e renzismo”; tre fenomeni (chiamati dallo stesso politologo, rispettivamente, “telepopulismo berlusconiano”, “cyberpopulismo grillino”, “populismo dall’alto di Matteo Renzi”) che risultano tra loro “diversi per tempi di ‘emersione’ e di ‘egemonia’ oltre che per cultura politica […], ma accomunati da alcuni tratti non solo formali”. Le tre forme di populismo sono tutte caratterizzate dall’essere guidate da leader che hanno impresso ai loro movimenti una forte personalizzazione, uno stile di comunicazione basato su un rapporto diretto con il pubblico e tendenti a presentare se stessi “sotto il segno della rottura, della diversità e del nuovo inizio”

Sul piano sostanziale, il “telepopulismo berlusconiano” ha ridotto la tradizionale democrazia rappresentativa in “video-politica”; il suo leader ha gestito il rapporto col pubblico come “’un imbonitore’, che nel ‘celebrare la propria diversità’” si è rivolto al popolo, lusingandolo a suon di promesse, come le sue reti televisive gli hanno consentito, “non solo attraverso i segmenti del palinsesto dedicati alla cronaca o al dibattito politico”, ma anche attraverso i programmi d’intrattenimento somministrati al pubblico televisivo. Il “populismo berlusconino”, pur dando “corpo al vuoto” creatosi con la crisi della Prima Repubblica, a seguito della spinta dirompente della “questione giudiziaria”, non ha saputo evitare “la latente crisi di sistema che, sotto la spinta della globalizzazione” ha coinvolto, quasi vent’anni dopo, le democrazie economicamente avanzate dell’intero Occidente.

Il “ciberpopulismo grillino” è emerso dopo una nuova cesura subita dal sistema politico italiano con la caduta dell’ultimo governo di Berlusconi, seguita da una crisi extraparlamentare, per via della quale quasi tutti i partiti erano scomparsi perché sostituiti da un governo dei tecnici, che con le sue scelte si è reso responsabile di “politiche socialmente sanguinose”. Dopo una lunga notte della politica – afferma Revelli – è “ritornato alla luce il sistema politico italiano”, mutato strutturalmente, in quanto non più bipolare, ma tripolare, con la comparsa, dopo le elezioni politiche del 2013, di un terzo incomodo (il Movimento 5 Stelle di Grillo) tra i due poli ridimensionati di centro-sinistra e di centro-destra.

Questo nuovo movimento, sostituendo al medium televisivo (non interattivo) del “populismo berlusconiano”, il più interattivo “web” (rete informatica), scelto come “forma di espressione e di organizzazione” del sorgente “popolo della rete”, ha potuto affermarsi ulla base di un programma completamente diverso rispetto a quello degli altri poli politici; i suoi obiettivi, sottolinea Revelli, affermavano l’urgenza di ricuperare la democrazia partecipativa dei cittadini, di difendere uno stato sociale di tipo universalistico, di tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici, di introdurre il reddito di cittadinanza, di sostenere la priorità degli investimenti per la scuola e la sanità pubblica”, nonché di ridurre le differenze di reddito tra i cittadini. Da un altro lato, il “cyberpopulismo grillino” si è affermato per via del fatto che, a differenza degli altri mondi politici, ha sempre nutrito una profonda sfiducia nelle istituzioni, nazionali ed europee, in quanto considerate occupate da un establishment che, secondo il “cyber popolo” del movimento pentastellato, ha perso ogni capacità di garantire un futuro economico-sociale dotato di una qualche certezza.

E’ questa “la chiave del successo” del movimento “grillino”, difficile da scalfire nonostante errori e mancanza di esperienza del suo personale politico, e nonostante “una prova di sfondamento” che – a parere di Revelli – è stato tentato sul suo stesso terreno dal “populismo dall’alto di Matteo Renzi”. Perché dall’alto? Perché tentato attraverso un populismo ibrido, un “po’ di lotta e un po’ di governo”, dice Revelli, con una “base popolare, ed elettorale, costruita attraverso l’impiego di retoriche tipicamente populiste e comportamenti (tipicamente) trasgressivi in funzione delle legittimazione (‘in basso’) di politiche sostanzialmente conformi alle linee guida volute e dettate ‘in alto’”; ma anche con l’uso di apparati comunicativi utilizzati da Berlusconi e da Grillo per comunicare all’elettorato il proprio populismo anticasta, “messo in campo con la retorica delle ‘Rottamazione’ […], sfoderato contro i propri avversari di partito”. In altre parole , si è trattato di un populismo, la cui politica di governo ha soprattutto riguardato l’accoglimento e la soddisfazione delle richieste dell’establishment europeo, piuttosto che l’attuazione di un programma aperto alle più sentite urgenze popolari; una politica che ha sempre avuto, e che continua ad avere, il sostegno dei poteri forti nazionale e quello di gran parte della cosiddetta stampa d’opinione, sedicente progressista.

La “solenne bocciatura” uscita dalle urne il 4 dicembre scorso, con la quale gli italiani hanno respinto il tentativo di Renzi modificare la Costituzione repubblicana, è stata sancita da “una volontà popolare mossasi, in basso, in direzione ostinata e contraria” al populismo renziano. Il rifiuto della modifica costituzionale avrebbe dovuto far capire all’ex capo del governo che la sua proposta politica scontava un netto rigetto popolare e che, nell’attesa di condizioni migliori, gli italiani hanno scelto la conservazione dell’integrità della Carta come “una valida protezione sotto cui ripararsi.

Sennonché, alla luce del suo continuo agitarsi, l’ex capo del governo, contrariamente alle promesse fatte in caso di bocciatura della sua proposta di modifica costituzionale, sembra volersi riproporre con gli stessi intenti aggressivi che lo hanno contraddistinto negli anni di governo; eppure, per rendere il suo populismo più soft nei confronti delle esigenze popolari, basterebbe che Renzi promettesse di voler attuare una politica tendenzialmente più ridistribuiva, con la quale rimediare alle conseguenze “sanguinose” prodotte da tanti anni di austerità e di contenimento della spesa pubblica; in altre parole, egli dovrebbe, quantomeno, promettere l’attuazione di una politica blandamente riformista, ma che allo stato attuale è percepita “rivoluzionaria” dai poteri forti presenti nel Paese e dalla maggior parte della stampa benpensante. Perseverando, invece, nel modo di far politica così come ha fatto sino alle sue dimissioni, il Paese è condannato a conservarsi nell’incertezza chissà per quanti anni ancora.

Gianfranco Sabattini

Alain De Benoist e i limiti del processo
di globalizzazione

AlainDeBenoistAlain De Benoist è un autore “intrigante”, il cui pensiero è di difficile classificazione, essendo trasversale rispetto alle molte prospettive di analisi prevalse nel corso del XIX secolo ed anche in quello dei primi lustri di quello attuale; per questo motivo è spesso aspramente criticato, sia da destra che da sinistra. Poiché si tratta di un pensatore che sintetizza concetti e conclusioni includenti il marxismo, l’ecologismo, il multiculturalismo, il socialismo, il federalismo, il comunitarismo ed altro ancora, si può condividere la risposta che De Benoist ha dato ai suoi critici: “Non limitiamoci a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro”.

Da tempo, De Benoist è un critico radicale degli esiti della globalizzazione e di quelli delle politiche ispirate all’imperante neoliberismo, considerato dal pensatore francese responsabile della crisi che sta attanagliando il capitalismo a partire dal 2007/2008; la sua analisi merita attenzione, anche perché propone una prospettiva riformista di alcuni aspetti dell’attuale sistema capitalistica che i riformisti storici stentano a condividere, qual è ad esempio la riforma dell’attuale organizzazione del sistema di sicurezza sociale.

E’ ricorrente, fra i neolibersiti, il ritornello secondo cui il capitalismo sarebbe indistruttibile; si dice anche che la capacità di adattamento del capitalismo alle situazioni sempre mutevoli sarebbe illimitata, nel senso che esso sarebbe sempre in grado di superare qualsiasi crisi, quale che sia il livello d’intensità con cui questa si manifesta. In realtà – afferma De Benoist – occorre distinguere tra crisi congiunturali e crisi sistemiche o strutturali; queste ultime, a differenza delle prime, sono quelle che hanno incominciato ad verificarsi prevalentemente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, allorché all’interno delle economie capitalistiche la disoccupazione ha presentato il carattere del irreversibilità. Ciò ha posto l’economia globale di fronte a una triplice crisi, riguardante, rispettivamente, il modo di produzione, l’idea che il mercato non abbia bisogno d’essere regolato e l’ideologia economica che postula la possibilità di garantire il funzionamento stabile del sistema economico attraverso un continuo ricorso al debito. E’ proprio alla propensione a ricorrere all’espansione del debito che si deve – secondo De Benoist – l’origine della crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008.

La possibilità di supportare la domanda finale attraverso il ricorso il credito al consumo è stata una della maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo, non del secondo dopoguerra, come sostiene De Benoist, ma di quello entrato in crisi durante gli anni Settanta, a causa dei problemi energetici e di quelli valutari manifestatisi a livello globale. In altri termini, a parere di De Benoist, non potendo stimolare il consumo attraverso il monte salari, a causa della crisi delle attività reali, si è cercato di stimolarlo con il credito; ciò in quanti, per “i detentori di portafogli finanziari, questo era l’unico modo per trovare nuovi giacimenti di redditività, anche a costo di rischi sconsiderati”. Al fine di sostenere il ritmo crescente del credito concesso e garantirne il sicuro “rientro”, le istituzioni finanziarie hanno fatto ricorso a due tecniche: la “cartolarizzazione” e il trasferimento del “rischio di credito”, realizzato attraverso i cosiddetti “titoli derivati”.

Quali ammaestramenti possono essere tratti – si chiede De Benoist – da quanto è accaduto a livello globale nel funzionamento dei sistemi economici, a causa del prevalere dell’ideologia neoliberista? Innanzitutto, la flagrante smentita della tesi secondo la quale solo i comportamenti egoistici individuali, attraverso il libero mercato, contribuiscono al bene collettivo. In secondo luogo, il fallimento dell’ideologia neoliberista evidenzia il fatto che il libero mercato non è affatto dotato di “meccanismi autoregolatori”, per cui il sistema economico, in assenza di interventi correttivi esterni, non è in grado di aggiustarsi spontaneamente. Infine, l’altro importante ammaestramento che può essere tratto dalla crisi globale, provocata dall’egemonia dell’ideologia neoliberista, è che, sebbene si pretenda di accreditare la teoria economica come una scienza al pari delle scienze della natura, nessuno tra gli “addetti ai lavori” sembra essere in grado di prevedere il sopraggiungere di una crisi, o quantomeno di eliminarne il rischio, assicurando stabilità di funzionamento al sistema economico; ciò accade perché la realtà economica, in quanto parte della realtà sociale, non può essere riassunta all’interno di rigidi schemi formali, per cui la crescente “matematizzazione” della teoria economica degli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della valutazione dei rischi, non ha potuto garantire alla teoria una capacità predittiva, avendole garantito solo eleganza formale a scapito del realismo.

A parere di De Benoist, l’idea complessiva che può essere tratta dalla crisi dell’economia globale è che “il capitalismo lasciato a se stesso non può che auto-distruggersi, non può che essere minato dalle proprie contraddizioni interne”, derivanti in particolare dai limiti della logica distributiva ineguale del prodotto sociale; nel lungo periodo, ciò dà origine a profonde e generalizzate ineguaglianze, sorreggendo un processo di accumulazione del capitale, la cui dinamica raggiunge il proprio limite quando “l’economia non riesce più a fare sistema, ossia quando il fare del suo mondo non riesce più a riprodurre il mondo del suo fare”.

Per rimediare alla perdita di coesione della quale soffrono quasi tutti i sistemi sociali in crisi, per via delle disuguaglianze distributive, De Benoist suggerisce l’introduzione di un reddito di cittadinanza; questa forma di reddito avrebbe il merito di caratterizzarsi come diritto prepolitico da riconoscersi, al pari di tutti gli altri diritti civili, a tutti i componenti di una data comunità, per il solo fatto d’essere nati. Tale forma di reddito sarebbe quindi corrisposta a tutti i cittadini, perché ne dispongano incondizionatamente, potendolo cumulare con qualunque altro reddito, senza alcuna detrazione, eccetto quella prevista dal sistema fiscale in vigore.

Per DE Benoist, il reddito di cittadinanza “rappresenta un atto di solidarietà, che si esercita in permanenza a priori, e non a posteriori”; inoltre, non essendo soggetto ad alcuna condizione, il reddito di cittadinanza si distingue da ogni forma di sussidio sociale, la cui erogazione è subordinata alla contropartita della ricerca di un’occupazione. L’idea del reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – non è nuova, ma la sua formulazione moderna risale al periodo tra le due guerre mondiali, mentre la sua giustificazione politica è avvenuta soprattutto per opera di Philippe Van Parijs e di André Gorz a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

L’istituzione di un reddito di cittadinanza è oggetto di numerose obiezioni; alcune di carattere morale, altre economiche. Le obiezioni morali sono generalmente basate sul presupposto che il lavoro sia il mezzo che qualifica l’uomo, fondandone la dignità e il rispetto sociale; l’erogazione del reddito di cittadinanza, si obietta ancora, potrebbe favorire il disinteresse dell’uomo per il lavoro e, di conseguenza, creare tensioni nel marcato del lavoro. In proposito, si può controbattere affermando che l’introduzione del reddito di cittadinanza, non solo non provocherebbe, da parte di chi ne gode, la diserzione dal mercato del lavoro, ma anzi concorrerebbe a migliorare la funzionalità di tale mercato; la libertà di licenziamento infatti cesserebbe di costituire motivo di tensioni sociali, per via del fatto che coloro che dovessero perdere la stabilità lavorativa godrebbero dei vantaggi del reddito di cittadinanza.

Le obiezioni economiche al reddito di cittadinanza traggono origine dall’idea che esso possa trasformare coloro che ne fruiscono in assistiti perenni. Anche questa idea è destituita di credibilità, in considerazione del fatto che il reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – “non è un assistentato, perché l’individuo, una volta munito del necessario, proverà il bisogno di agire e di realizzarsi”; bisogno, questo, che sarà tanto più avvertito, quanto più lo Stato accompagnerà l’erogazione del reddito di cittadinanza con la promozione di attività autonome.

Un’altra obiezione economica paventa il rischio che l’introduzione del reddito di cittadinanza possa incrementare l’immigrazione; ciò è comunque poco credibile, se il reddito di cittadinanza viene erogato solo a favore dei cittadini e se si procede, di pari passo, ad una rigida disciplina delle condizioni di attribuzione della cittadinanza.

L’obiezione più fondata riguarda la realizzabilità dell’istituzione del reddito di cittadinanza, soprattutto sotto l’aspetto del finanziamento; si può osservare in proposito che tale finanziamento dovrebbe avvenire attraverso la sostituzione della maggior parte delle attuali prestazioni sociali, nel senso che il reddito di cittadinanza si sostituirebbe alla maggior parte dei meccanismi redistributivi esistenti; fatto, questo, che implica un processo di revisione radicale del vigente sistema di welfare.

E’, questo, un punto qualificante dell’istituzione del reddito di cittadinanza, per via dei suoi effetti positivi sul piano sociale e su quello economico; attraverso l’istituzione del reddito di cittadinanza diverrebbe possibile, non solo porre rimedio al problema delle disuguaglianze distributive ed ai loro effetti negativi sul piano della tenuta della coesione sociale; ma, come già si è detto, anche sul piano del più efficace funzionamento del mercato del lavoro, non più condizionato dalle tensioni che possono insorgere ogni qual volta il mondo della produzione si trova nella necessità di dover variare il livelli occupazionali, per conservarsi competitivo sul mercato internazionale.

In conclusione, l’analisi storica e prospettica della possibile evoluzione del capitalismo compiuta da Alain De Benoist potranno essere considerate con sospetto dai riformisti di sinistra, per via dell’impegno politico profuso dal pensatore francese da posizioni di destra; tuttavia, non va dimenticata la trasversalità del suo pensiero rispetto a molte delle correnti culturali prevalse nel XX secolo. Considerato lo stato non proprio ottimale del dibattito culturale, politico ed economico in corso in molti Paesi del Vecchio Continente, diventa impossibile trascurare l’invito dello stesso De Benoist a condividere tutto ciò che ha valore e senso, prescindendo dalla connotazione culturale da cui ha tratto origine.

Gianfranco Sabattini