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Gianfranco Sabattini

La politica e la natura libertaria del paternalismo dello Stato

cassIl paternalismo dello Stato suscita non poche riserve da parte di chi lo subisce; sono molti quelli che lo aborrono, perché, a parere di Cass Sunstein, professore di diritto costituzionale all’Università di Harvard, essi “pensano che gli esseri umano debbano essere lasciati andare per la propria strada, anche a costo di finire in un fosso”. Sunstein in ”Effetto nudge. La politica del paternalismo libertario”, nega che ai consumatori debba essere lasciata la libertà assoluta di effettuare le proprie scelte, contestando il cosiddetto “principio del danno” formulato da John Stuart Mill; secondo questo principio, il solo aspetto della condotta individuale del quale ognuno “deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo l’individuo è sovrano”.

Le obiezioni di Sunstein contro il principio milliano del danno sono motivate dal fatto che le persone sono spesso propense a commettere errori, mentre “gli interventi paternalistici potrebbero rendere le loro vite migliori”. In tutte le circostanze in cui ciò può accadere vi sarebbero “forti argomenti” a favore del paternalismo.

Gli economisti, afferma Sunstein, generalmente hanno concentrato le loro argomentazioni in ossequio al principio della “sovranità del consumatore”, sui mezzi utilizzabili e non sui fini da perseguire; il loro obiettivo (quello degli economisti) è stato di creare una architettura istituzionale idonea a rendere “più probabile che gli individui riescano a promuovere i propri fini, così come essi stessi li intendono”. Sunstein, però, intende andare oltre il paternalismo libertario degli economisti, inteso come forma di pressione (nudge) esercitata sui consumatori per influenzare le loro scelte senza coercizione, con l’intento in ogni caso di conservare la pressione entro i limiti di un “paternalismo debole”, rendendolo così libertario.

Le argomentazioni di Sunstein, tuttavia, per quanto supportate da esempi calzanti, non si sottraggono al limite che le pressioni, anche se esercitate debolmente, risultino eccessivamente, se non in assoluto, inficiate dagli effetti della discrezionalità con cui lo Stato regola il comportamento del consumatore, sino a trasformare il suo paternalismo da libertario in autoritario.

Questo pericolo, presente nell’analisi di Sunstein, è dovuto al fatto che egli fa esclusivo riferimento ai beni economici intesi in astratto, mancando di tener presente, da un lato, la distinzione fra “beni privati” e “beni pubblici” e, dall’altro lato, il fatto che, proprio con particolare riferimento ai beni pubblici, gli economisti hanno elaborato un’opportuna organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale, con cui estendere il paternalismo dello Stato non solo ai mezzi, ma anche ai fini, per contenere gli esiti della discrezionalità nell’esercizio del paternalismo.

Dal punto di vista economico, i beni privati sono definiti dalla presenza dei principi della “rivalità nel consumo” ed dell’“escludibilità dal consumo”. Il primo principio postula la condizione che il consumo di un bene da parte di un soggetto impedisce ad altri di consumare lo stesso bene; il secondo, invece, afferma che dall’offerta complessiva di un dato bene sul mercato è esclusa la possibilità di impedire il consumo di quel bene da parte di uno qualsiasi dell’intera platea di consumatori. Al contrario dei beni privati, i beni pubblici sono definiti sia dall’assenza della “rivalità” nel consumo, che dalla “escludibilità” dal consumo. Una caramella è un bene privato; se un soggetto ne compra una per mangiarla, nessun altro la può mangiare; d’altra parte, dal consumo di una caramella, delle tante disponibili nel mercato, nessuno può essere escluso. I segnali di un faro collocato su un promontorio a tutela dei naviganti sono un bene pubblico; il loro “consumo” da parte di un navigante non impedisce il “consumo” anche da parte degli altri naviganti; il fatto che molti naviganti possano “consumare”, contemporaneamente o in momenti successivi, i segnali del faro non riduce la disponibilità complessiva dei segnali del faro per tutti i naviganti che si trovino a passare in prossimità dello scoglio sul quale è collocato il faro.

Inoltre, sempre dal punto di vista economico, se in un sistema sociale coesistono beni privati e beni pubblici, il mercato può funzionare correttamente solo quando tutti i soggetti economici, dal lato del consumo, rivelano le loro preferenze e, quindi, le disponibilità a pagare per le diverse quantità che è possibile consumare dei beni disponibili, ed inoltre quando tutti soggetti dal lato dell’offerta (i produttori) producono ed offrono i beni domandati in funzione delle preferenze rivelate e delle disponibilità a pagare i prezzi di mercato per l’acquisto quei beni.

Nei sistemi economici ad economia di mercato, queste due condizioni (rivelazione delle preferenze e della disponibilità a pagare) per i beni pubblici non sussistono, perché l’organizzazione delle istituzioni economiche del sistema sociale non motiva i consumatori a rivelare le loro preferenze e la loro disponibilità a pagare. Gli operatori economici, in quanto produttori, perciò, sono disincentivati a produrre e ad offrire i beni pubblici secondo la quantità e la qualità desiderate dai consumatori; ciò comporta il cosiddetto “fallimento del mercato”, al cui superamento provvede lo Stato, il quale fissa, attraverso procedure istituzionali, da un lato, quanti e quali beni pubblici produrre e, dall’altro lato, come ripartire il costo della loro produzione tra tutti i contribuenti dell’intero sistema economico.

La supplenza dello Stato, pur non presupponendo necessariamente che la produzione e l’offerta dei beni pubblici debbano essere da esso direttamente organizzate, è attuata attraverso il ricorso a “procedure istituzionali” che dal punto di vista economico costituiscono un “quasi-mercato”, espresso dalla contemporanea azione di istituzioni che nell’insieme simulano un mercato vero e proprio. In questo modo, lo Stato provvede alla produzione e alla distribuzione dei beni pubblici, con risultati prossimi a quelli del mercato di concorrenza.

Non tutti i beni pubblici sono consumati dalla generalità dei componenti del sistema sociale; esistono dei beni pubblici che i consumatori sono liberi di consumare nella quantità desiderata, o di non consumare affatto, pur essendo loro offerti. In questo caso si dice che i beni pubblici per i quali esiste questa libertà (di consumo o di non consumo) non hanno la natura di “beni pubblici puri”. Esistono, però, beni pubblici per i quali il fenomeno della libertà di consumare o di non consumare è rimosso, rendendo obbligatorio il consumo di tali beni, soprattutto in considerazione della “posizione di debolezza” del consumatore rispetto alla capacità di valutare con sufficiente razionalità gli esiti di tale consumo; sono questi i beni aventi natura di “beni pubblici puri di merito”, quali, ad esempio, i servizi dell’istruzione, quelli sanitari e quelli ambientali, per via della loro rilevanza dal punto di vista delle esigenze esistenziali dei consumatori. In questo caso, il paternalismo dello Stato è esercitato, oltre che sui mezzi, anche sui fini.

L’obbligatorietà che caratterizza il consumo dei beni pubblici puri di merito, tende ad evitare che il non consumo possa danneggiare, per cause imputabili a conoscenza imperfetta o a comportamenti opportunistici, l’interesse generale della comunità. L’implicazione dell’obbligatorietà del consumo dei beni pubblici puri di merito è che ogni singolo consumatore di una data collettività non possa essere l’unico “giudice” di ciò che è “bene” o “male” per sé. Pertanto, l’intervento dello Stato è giudicato necessario per correggere l’esito delle decisioni disinformate dei consumatori, in quanto componenti di una comunità. In tutti questi casi, l’opzione di stabilire il livello di consumo e la qualità dei beni consumati viene avocata a sé, e poi esercitata, dallo Stato.

La natura dei beni pubblici puri di merito non deriva tanto dall’obbligatorietà del loro consumo, ma dal fatto che questo consumo è determinato dall’esistenza di “rapporti diretti” tra i consumatori; nel caso di beni pubblici non-puri, un consumatore, in quanto facente parte di un insieme più ampio di soggetti, si trova nella condizione di dover effettuare il consumo di determinate quantità di tali beni per evitare di procurare un danno agli altri soggetti. Chi è portatore di una malattia deve curarsi, per evitare danni a se stesso ed agli altri componenti la comunità di appartenenza.

Nel caso dei servizi dei beni pubblici puri di merito, il consumo avviene in presenza di “rapporti diretti e di reciprocità tra tutti consumatori”; si ha perciò la configurazione di “uno stato di bisogno indivisibile, comune all’intera collettività”. Tale stato di bisogno è soddisfatto col comune concorso di tutti, in quanto ciascun consumatore, in condizioni di reciprocità, lo avverte congiuntamente agli altri componenti la comunità. Per questo motivo, per i beni pubblici puri di merito è appropriata l’espressione di beni comuni (commons, secondo la terminologia anglosassone) e il loro consumo, da parte di chi lo effettua, oltre ad essere vantaggioso per se stesso, lo è anche per gli altri, e viceversa.

Quanto sin qui detto consente di definire meglio il ruolo e la funzione del paternalismo libertario del quale parla Sunstein. Con riferimento ai beni pubblici puri di merito, la “presenza meritoria” dello Stato non può tuttavia oscurare del tutto l’autonomia valutativa dei consumatori dei servizi dei beni comuni riguardo alla loro quantità e alla loro qualità. E’, infatti, il rispetto delle valutazioni dei consumatori, circa la quantità e la qualità dei beni comuni desiderati, che assegna rilevanza alla natura libertaria del paternalismo dello Stato. A tal fine, per neutralizzare l’eccesso di discrezionalità dello Stato, è necessario che i servizi dei beni comuni siano prodotti e distribuiti all’interno di un quasi-mercato; ciò, per evitare che i servizi dei beni comuni, prodotti, offerti e consumati non siano totalmente estranei al consumatore, in quanto “non consumatore ubbidiente e passivo”, ma “consumatore interessato” ad orientare ed a controllare le decisioni riguardanti le sue esigenze esistenziali.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario che lo Stato assicuri alla produzione, all’offerta ed al consumo dei servizi dei beni comuni alcune garanzie, nel senso che i servizi prodotti, offerti e consumati devono essere di “alta qualità”, prodotti in modo “efficiente”, erogati con “efficacia”, “rispondenti” alle aspettative dei consumatori, fiscalmente “giustificabili” e distribuiti secondo “equità”.

La qualità riguarda le modalità di soddisfazione delle esigenze del consumatore sul piano della premura, della velocità e della competenza con cui i servizi devono essere resi accessibili. L’efficienza, considerato il livello delle risorse impiegate, deve implicare che tale livello sia il migliore possibile in termini di quantità e qualità. La rispondenza alle aspettative dei consumatori deve essere volta a garantire il rispetto delle esigenze esistenziali del consumatore, in considerazione del fatto che per ogni soggetto il consumo di una determinata quantità di servizi resi da beni comuni deve risultare compatibile con il principio dell’autonoma determinazione individuale delle scelte di vita, mentre l’autonomia decisionale che deve sottostare al consumo dei servizi dei beni comuni deve essere assicurata attraverso la realizzazione da parte dello Stato delle condizioni utili allo scopo.

La giustificazione fiscale deve essere fondata sulla necessità che la rispondenza alle aspettative di consumo dei componenti la collettività sia controbilanciata dall’accettazione di una pressione fiscale condivisa e sostenibile, al fine di evitare che in determinate circoscrizioni territoriali (a causa, per esempio, della presenza di immigrati esentasse) le preferenze dei soggetti, in quanto contribuenti fiscali, non coincidano con le preferenze degli stessi soggetti in quanto fruitori di determinate aspettative in termini di servizi. Infine, la distribuzione equa dei servizi dei beni comuni deve comportare una omogenea distribuzione territoriale dei consumi, in modo tale da annullare qualsiasi ostacolo che possa tradursi in una discriminazione sociale intraterritoriale e interterritoriale.

Sono queste le garanzie che possono rendere libertario il paternalismo del quale parla Sunstein; non sembrano sufficienti i livelli di “pressione” deboli o forti ai quali egli fa di continuo riferimento, a seconda del tipo di bene consumato. La considerazione unilaterale di tali livelli da parte dello Stato implica un eccesso di discrezionalità che è plausibile considerare, pur anche all’interno di un mercato regolato da un regime politico democratico, non adeguato al rispetto del principio di autonomia di giudizio del consumatore in quanto cittadino, ma anche ad evitare che i singoli consumatori con le loro scelte arrechino danni ad altri.

Gianfranco Sabattini

Alfredo Ferrara. I limiti dell’ideologia degli “startupper”

alfredo ferraraCol termine “startup” si fa riferimento a una nuova impresa realizzata attraverso un’organizzazione di persone o di capitali altamente innovativa, sia riguardo all’oggetto dell’attività produttiva, che all’”ideologia comportamentale” del fondatore o dei fondatori. Il fenomeno, afferma Alfredo Ferrara, dottore di ricerca in Filosofia e teorie sociali contemporanee, in “L’ideologia startup tra rigenerazione capitalista e processi di rimozione” (Quaderni di Sociologia, vol. LXI/2017) ha assunto all’interno dello spazio pubblico occidentale notevole rilevanza, “ponendosi al centro non solo dei dibattiti che coinvolgono gli addetti ai lavori ma, proprio perché diventato oggetto d’interesse in virtù delle storie di successo che propone, suscitando entusiasmi anche in settori delle società del tutto estranei ad esso”. Il fenomeno fa parte ormai della storia economica recente di molti Paesi capitalisticamente avanzati, mentre l’Italia, malgrado le difficoltà che caratterizzano da tempo la sua economie e la sua società, ha incominciato a valutarne le implicazioni dinamiche solo di recente.
Ciò che, con la sua analisi, Ferrara si propone di evidenziare, non è tanto il contributo del fenomeno startup “nelle trasformazioni contemporanee dei processi produttivi”, ma il ruolo delle sua ideologia, “in virtù dell’egemonia simbolica che tale fenomeno [delle startup] ha conquistato”. Ferrara, nella sua analisi, adotta un prospettiva di metodo che afferma di mutuare dal pensiero di Antonio Gramsci sul fordismo, inteso questo come una forma di organizzazione del lavoro e della produzione sempre accompagnata da una concezione del mondo e da un’idea di uomo. A parere di Ferrara, l’idea di un’organizzazione produttiva altamente dinamica, qual era quella intrinseca all’ideologia del fordismo, consentirebbe, secondo Ferrara, di “lasciare aperto l’interrogativo se sia l’organizzazione della produzione a determinare l’ideologia nello schema classico struttura-sovrastruttura o se invece [sia questa ideologia ad ereditare] culture e concezioni del mondo pregresse, compatibili con il proprio sviluppo”.
Sulla base di questa prospettiva, Ferrara ricostruisce “l’ideologia startup, facendo riferimento ad aspetti tematici”, una parte dei quali relativi al sistema dei valori e dei comportamentali (indipendenza decisionale, propensione al rischio e ambizione; “zero ego”; cosmopolitismo; ed altri ancora) ed un’altra parte concernenti “la vita ed il lavoro” degli startupper, operanti all’interno di un contesto capitalistico a “decisioni decentrate”, com’è appunto quello capitalistico (priorità assegnata alle idee; uso spinto delle tecnologie informatiche; competizione; propensione ad investire nei sogni, ecc.). Dopo aver ricostruito l’ideologia, considerata propria degli startupper, Ferrara tende a mettere in luce alcuni suoi aspetti particolari che la letteratura riguardante il fenomeno delle startup sottopone a un “processo di rimozione”; tali aspetti, secondo Ferrara, devono necessariamente essere considerati, pena la mancata possibilità di caratterizzare in modo preciso il fenomeni stesso.
Prima di illustrare i termini essenziali dell’analisi di Ferrara, conviene precisare meglio le considerazioni che egli formula riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura, proprio della teoria dell’egemonia gramsciana. Le argomentazioni di Gramsci, riguardo a questo rapporto non si prestano ad essere interpretate nel modo in cui le interpreta Ferrara. La concezione gramsciana riguardo al rapporto tra struttura e sovrastruttura differisce da quella originaria di Marx: come ora normalmente si conviene, in Marx il primo elemento del rapporto (la struttura) è il momento primario e subordinante, mentre il secondo (la sovrastruttura) è quello secondario e subordinato. In Gramsci è vero l’opposto; ciò esclude che il pensatore sardo nell’interpretare il rapporto tra struttura e sovrastruttura abbia lasciato aperto l’interrogativo se sia la struttura a determinare la sovrastruttura (ovvero l’ideologi), oppure se sia l’ideologa a prefigurare una nuova struttura, trascendente quella esistente.
Pur sempre considerati in relazione reciproca, i termini del rapporto in Gramsci tra struttura e sovrastruttura ammettono un unico verso, cha va dalla struttura alla sovrastruttura, nel senso che è l’ideologia, ovvero il momento della sovrastruttura, a prevalere e a proporre gli elementi dinamici per trascendere il momento della struttura di partenza. Tenuto conto di questa precisazione, è possibile formulare un giudizio più compiuto, anche se critico, del risultato cui perviene Ferrara, con la sua analisi dei valori e dei comportamenti degli startupper.
Seguendo la prospettiva di metodo mutuata da una sua personale interpretazione del pensiero gramsciano, Ferrara ricava “un profilo dello startupper molto affine alla descrizione dell’imprenditore capitalista proposta da Schumpeter negli anni Quaranta del secolo scorso”; in realtà, ciò solleva non pochi dubbi sulla possibilità di ricondurre lo startupper all’imprenditore schumpeterieno. Secondo Ferrara, l’economista austriaco, in “Capitalismo, socialismo e democrazia”, ha interpretato “lo sviluppo capitalistico come l’ultima e più compiuta tappa del pensiero razionale” e il processo che lo ha sorretto avrebbe indirizzato il capitalismo verso il “suo acme nei decenni segnati dall’egemonia del modello della grande impresa taylorista e del keynesismo, travolgendo la stessa figura dell’imprenditore capitalista”; l’esito del processo sarebbe stato un capitalismo “senz’anima” che avrebbe dato luogo a “un clima di ostilità nei propri confronti, dilagante […] per la sua intrinseca incapacità di produrre passione e ambizione al continuo successo dei capitani d’impresa. Il capitalismo moderno sarebbe, invece, a parere di Ferrara, “il prodotto di un’inversione rispetto a queste tendenze descritte da Schumpeter”.
Diversi sarebbero stati i fattori che hanno determinato l’inversione di tendenza, ma l’aspetto più importante, a parere di Ferrara, consisterebbe nel fatto che “il modello d’impresa egemone in Europa nel secondo dopoguerra (e negli Stati Uniti già negli anni Trenta) è entrato negli anni Settanta in una duplice crisi per motivi parzialmente affini a quelli individuati da Schumpeter”: da un lato, perché il tasso di profitto del modello egemone di impresa si sarebbe ridotto per via delle conquiste della forza lavoro; dall’altro, perché lo stesso modello egemone di impresa sarebbe diventato inefficiente “nell’estrarre valore” dalla forza lavoro, divenuta con l’accresciuto benessere sociale “propensa a stili di vita e orientamenti culturali più individualistici”.
In conseguenza dell’inversione di tendenza, la figura dell’imprenditore avrebbe riassunto in sé alcuni connotati propri della figura dell’imprenditore schumpeteriano; uno in particolare, la sua “attitudine piratesca” che, divenuta la base dell’ideologia degli startupper, li avrebbe motivati a prediligere un costante mutamento evolutivo dell’esistente, grazie allo spirito fortemente innovativo trasmesso loro dalla nuova ideologia. Di quest’ultima, tuttavia, non farebbero parte alcuni aspetti che, pur contribuendo a connotare il comportamento proprio degli startupper, sarebbero stati rimossi, quasi a voler tacere sulla vera natura degli startupper.
Una rimozione riguarderebbe il fatto che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe la circostanza che il loro successo è strettamente legato ai caratteri propri dei processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica moderna. Una seconda rimozione riguarderebbe il modo specifico di creare valore, nel seno che nel mondo degli stratupper essa avverrebbe “attraverso la cooperazione tra i fondatori”, che consentirebbe di “mettere a riparo le startup dalla spersonalizzazione”, causata dalla organizzazione dell’impresa di tipo fordista-taylorista, e permettendo alle stesse starttup di connotarsi come fenomeno “compiutamente postlavorista e alieno dalle dinamiche di sfruttamento”. La terza forma di rimozione, infine, riguarderebbe la politica, nel senso che l’ideologia degli startupper non contemplerebbe l’attribuzione all’iniziativa dei singoli “i processi di innovazione e i salti tecnologici che costituiscono il motore del mutamento storico”.
Dall’analisi di Ferrara emerge, conclusivamente, che l’ideologia degli startupper si configura, da un lato, “come una sistematica rivendicazione degli aspetti del fenomeno [degli startupper] più innovativi e in controtendenza rispetto all’accelerazione dei processi di razionalizzazione che hanno contraddistinto il capitalismo” verso la fine della prima parte del secolo scorso; dall’altro lato, come una altrettanto sistematica rimozione degli elementi più dinamici che connotano la figura dello startupper.
Tuttavia, sulla base del concetto di ideologia mutuato dal pensiero gramsciano, Ferrara afferma che, fuori da ogni prospettiva positivistica, è normale che al pari di ogni ideologia, anche quella che esprimerebbe i valori e i comportamenti propri degli startupper non sia priva di scarti tra il mondo ideale che essa prefigura e quello reale; se una critica a tale ideologia può essere formulata – afferma Ferrara – non dovrebbe riguardare una sua presunta falsità, ma semmai la sua sostenibilità etica, economica e politica, nella consapevolezza che il senso di un’ideologia è messo più in crisi quando essa è portatrice di una concezione del mondo e dei processi di rinnovamento che ancora non esistono, che dalle sue contraddizioni. Le conclusioni dell’analisi di Ferrara sono poco condivisibili.
La concezione che egli ha del concetto di ideologia riferita agli startupper non è riconducibile, come precedentemente si detto, al pensiero gramsciano. In Gramsci, la sovrastruttura ideologica, che tende ad acquisire una posizione egemonica, non presenta per definizione delle contraddizioni rispetto alla struttura (situazione del mondo esistente) che vuole trascendere. Nel caso dell’ideologia considerata da Ferrara propria degli startupper, le contraddizioni stanno nell’ipotesi, da lui assunta, secondo la quale, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, la formazione dell’ideologia degli startupper sarebbe nata dall’inversione di tendenza dell’evoluzione del modello prevalente di impresa, a causa della caduta del tasso di profitto dovuto alle rivendicazioni della forza lavoro, all’eccessiva standardizzazione della produzione ed anche agli orientamenti culturali della società in senso individualistico.
Ma un’ideologia che faccia propria tale ipotesi non presuppone il ricupero, attraverso gli startupper, di un imprenditore di tipo schumpeteriano; Schunpeter non ha mai ipotizzato che l’imprenditore, sia pure attraverso la “distruzione creativa”, fosse orientato ad “estrarre valore” dalla forza lavoro e fosse motivato da una “attitudine piratesca”. Egli ha solo descritto le modalità di svolgimento del processo imprenditoriale moderno che, a causa della sua instabilità e degli eccessi che lo caratterizzavano, era all’origine del manifestarsi degli “animal spirit” di keynesiana memoria. E’ stato proprio per limitare gli effetti dell’instabilità che si è imposta la necessità di rimuoverla attraverso la regolazione di un equilibrato rapporto che si è ritenuto necessario fosse realizzato tra efficienza nell’uso delle risorse, equità distributiva e libertà decisionale; fatto, questo, che hanno implicato la standardizzazione della produzione e dei comportamenti individuali, valutati da Ferrara come regressivi.
L’ideologia che, a parere di Ferrara, avrebbe ispirato i comportamento degli startupper, più che segnare il ritorno alla figura dell’imprenditore innovatore preschumpeteriano, ha ispirato invece la nascita di una nuova figura dei creatore di imprese, lo startupper, espressione dell’ideologia neoliberista; di quest’ultima, quella proposta da Ferrara non è che una riproposizione, assunta a giustificazione di una figura di nuovo imprenditore, mentre in realtà non è che la giustificazione dell’imprenditore proprio del mondo prekeynesiano, unicamente motivato ad “estrarre profitti” senza essere condizionato da alcun vincolo di natura sociale. Lo startupper dell’ideologia formulata da Ferrara, perciò, non è che idealizzazione di un modello di ”imprenditore-pirata” molto frequente nei tempi attuali.

Pietro Rossi e la marginalità dell’Europa nel mondo “multipolare”

pietro rossi

Pietro Rossi,

Pietro Rossi, noto filosofo, in un suo recente articolo apparso su “Il Mulino” n. 5/2017 (“L’Europa in un mondo plurale”) illustra i motivi per cui, allo stato attuale, l’Europa, dopo aver affermato la propria egemonia sul mondo intero, in particolare per il ruolo svolto dai Paesi che si affacciano sull’Atlantico, nel corso del XX secolo ha perso il suo primato, con conseguente spostamento del centro di gravità del pianeta dall’Atlantico al Pacifico; ciò a seguito delle due guerre mondiali e della Guerra fredda che, nella seconda metà del secolo, ha visto contrapposti gli Stati Uniti e la Russia sovietica. Pertanto, “la partita per la leadership internazionale” si gioca ora – afferma Rossi – “in larga misura non più tra le regioni industriali europee e quelle della costa orientale degli Stati Uniti, quanto tra la California e l’Estremo Oriente”.
Al momento, secondo Rossi, non è dato sapere se il nuovo secolo sarà egemonizzato dagli USA, oppure dalla Cina, o “se sarà contrassegnato dall’attuale permanere di centri di equilibrio più o meno stabili”; ciò, per svariate ragioni, che Rossi individua nell’incertezza della politica economica degli USA, nella tendenza della Russia a migliorare la propria posizione di potenza a livello globale, nell’instabilità di tutta l’area mediorientale, nella consistenza dei continui flussi migratori dall’Africa, e così via. Di sicuro –afferma Rossi – “il nostro non sarà un secolo europeo, e forse tutto il globo dovrà rimpiangere le conseguenze dell’eclisse dell’Europa”. Ma di quale Europa? Quella della “home fleet” britannica, quella della “gestione condominiale anglo-francese” dell’area mediorientale, o quella che sarebbe dovuta sorgere dopo i Trattati di Roma del 1956, che avrebbero dovuto dare origine ad una soggettività politica unitaria europea? Del tramonto delle prime due configurazioni di Europa non dovremmo rimpiangere alcuna eclisse, mentre dovremmo rimpiangere il fatto che, a causa del prevalere degli interessi nazionali, non sia stato possibile la realizzazione della terza.
Rossi ritiene che le prime due configurazioni di Europa hanno incominciato a cessare di essere il centro del mondo dopo l’ascesa del nazionalismo, che ha offerto la giustificazione ideologica alla pretesa di alcuni Paesi di fare valere la loro “esistenza” nei confronti delle superpotenze che, sino ad allora in posizione egemonica sull’intero continente. Da allora, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, il nazionalismo ha motivato e sorretto il ridimensionamento dell’egemonia anglo-francese a livello planetario, dando origine ad un “mondo plurale”, tendente ad enuclearsi principalmente intorno quattro poli di riferimento (USA, Cina, Russia ed Europa); questi ultimi, sorretti dall’ideologia del nazionalismo, sono alla ricerca di un equilibrio di potenza, il cui mancato conseguimento espone il mondo intero al percolo di nuove guerre. Per capire come si sia giunti a questa situazione, è interessante seguire la narrazione che Pietro Rossi compie riguardo al processo di polarizzazione, iniziato soprattutto dopo la Guerra fredda, di gran parte degli Stati esistenti intorno alle potenze planetarie che oggi si fronteggiano a livello globale.
Il secondo conflitto mondiale è valso ad oscurare irreversibilmente l’antica posizione egemonica dell’Inghilterra e della Francia, sostituite dagli Stati Uniti nel ruolo di potenza mondiale; la Guerra fredda aveva opposto, a livello globale, gli USA alla potenza nascente dell’Unione Sovietica che, dopo aver concorso a sconfiggere il nazismo, è diventata portatrice di un sistema politico-economico alternativo a quello americano. Per oltre un trentennio, “dal 1945 al crollo del comunismo sovietico, lo scontro politico-militare è stato quello di un bipolarismo che, pur nel modificarsi del rapporto tra le due superpotenze, ha impedito una nuova guerra mondiale”. Il 1991 ha segnato “il trionfo indiscusso degli Stati Uniti come potenza egemone, la dimostrazione della loro superiorità politico-militare ma soprattutto economica”; in quel momento, il primato americano ha segnato il proprio acme, sino a spingere il politologo americano, Francis Fukuyama, a parlare di “fine della storia”.
La situazione, però, non ha tardato a cambiare; la parte del modo, con esclusione dell’Europa, che non era stata coinvolta dalla Guerra fredda, cioè il Terzo Mondo, costituito per lo più dai Paesi economicamente arretrati, generati dal processo di decolonizzazione seguito alla fine del secondo conflitto mondiale, aveva dato luogo al proprio interno ad una trasformazione sul piano politico ed economico, i cui effetti si sarebbero fatti sentire in un momento successivo. Gran parte dei Paesi dell’Asia orientale e sud-orientale, facendo valere la loro autonomia si sono posti su posizioni equidistanti dalle due massime superpotenze artefici della Guerra fredda; inoltre, per iniziativa di alcuni di essi, è stata indetta, nel 1955, la conferenza di Bandung, con la quale tutti i Paesi partecipanti hanno inteso affermare la loro neutralità, dando origine ad un allargamento dell’area degli Stati non allineati.
Parallelamente al movimento dei Paesi non allineati, la Cina, dopo essersi costituita nel 1949 in Repubblica popolare d’ispirazione comunista, aveva iniziato il proprio processo di crescita e sviluppo, arrivando presto a svolgere un ruolo di primo piano a livello mondiale; processo, questo, che porterà il grande Paese asiatico a conquistare il diritto ad essere riconosciuta alla pari da parte delle altre nazioni. A metà degli anni Sessanta, scomparso il Grande Timoniere, Mao Zedong, pervenuti al potere dopo dure lotte intestine nuovi leader, la Cina – afferma Rossi – ha imboccato “la strada del ritorno all’economia di mercato”, che le ha consentito di diventare, nel giro di pochi lustri, uno dei più importanti protagonisti del mercato internazionale.
Tuttavia, la Cina, pur aprendosi sul piano economico all’economia di mercato ed inserendosi sempre di più nel mercato globale, poco ha fatto per acquisire un regime politico simile a quello solitamente associato al libero mercato; essa, infatti, ha dato origine ad un “unicum”, nel senso che il ritorno al libero mercato ha orientato le sue le sue attività produttive alla massimizzazione del profitto, ma con un’organizzazione politica e sociale rimasta imperniata, da un lato, sulla costruzione di “uno Stato-partito autoritario che non tollerava il dissenso, e in cui il ricambio avveniva all’interno della classe al potere” e, dall’altro lato, sulla mancata realizzazione di un “modello di sicurezza sociale”, quale, ad esempio, quello realizzato nel dopoguerra in Europa.
In tal modo, la Cina ha potuto differenziarsi dai Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, riuscendo a crescere a tassi annuali di sviluppo che non hanno avuto uguali nella storia. Il grande Paese asiatico ha potuto così portare la propria “economia a diventare la seconda al mondo dopo quella degli Stati Uniti, e al tempo stesso la principale detentrice del debito pubblico americano”. Negli ultimi anni, la Cina è diventata un polo economico importante per tutti Paesi dell’Asia, ma anche, soprattutto dopo la Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, “è diventata un partner economico importante dell’Europa” ma è anche “entrata a far parte del suo orizzonte politico”.
La Russia, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, ha lentamente risalito la china: abbandonando le pretese di un’espansione internazionale del comunismo, che aveva perso il confronto con il mondo democratico occidentale, e dopo un decennio di riforme che – afferma Rossi – avevano comportato la “riconversione dell’economia sovietica in un’economia di mercato, l’introduzione di un regime di libero scambio e di concorrenza, la privatizzazione delle industrie di proprietà dello Stato, un sensibile calo della produzione, lunghi anni di inflazione e anche una profonda crisi demografica”, la nuova Russia è stata costretta a chiudersi in se stessa e a tollerare la perdita, a seguito di dichiarazioni unilaterali d’indipendenza, di numerose repubbliche precedentemente federate all’URSS.
Alla fine del 1999, uscito di scena Boris Eltsin, che aveva salvato la Russia dal colpo di Stato ordito contro Mikhail Gorbaciov, è diventato primo ministro della Federazione Russa Vladimir Vladimirovič Putin, la cui azione ha mirato, da un lato, a ripristinare il ruolo regolatore del nuovo Stato federale e, dall’altro lato, a riproporre “la politica egemonica del passato”, soprattutto riguardo all’obiettivo di sempre della “Madre Russia”, quello di allargare l’area di influenza verso il Mediterraneo e il Medioriente. Questo obiettivo è stato perseguito con successo dalla Russia di Putin, attraverso l’intervento militare a favore del regime di Bashar Al-Assadr e contro le forze rivoluzionarie, previa l’alleanza inaspettata con Paesi come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, coi quali, per ragioni geo-strategiche e politiche, non erano mai intercorsi buoni rapporti. In tal modo, la Russia è tornata ad essere una protagonista internazionale, riproponendo l’antica tensione con gli Stati Uniti.
E l’Europa? Che fine ha fatto l’Europa dopo il crollo del Muro e della successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica? All’indomani del doppio evento, era sembrato che venissero ricuperati alla democrazia i “Paesi satelliti” assegnati alla “zona di influenza” dell’ex URSS dopo il 1945 e che fosse divenuto possibile approfondire ed allargare il già esistente asse politico-militare tra i Paesi europei e gli Stati Uniti. E’ stata, questa, una cocente illusione, in quanto il doppio crollo, del muro e dell’Unione Sovietica, non ha significato solo il venir meno della necessità dell’’ombrello americano’, ma anche il mutamento di uno dei termini della relazione che aveva legato dopo il 1945 i Paesi dell’Europa occidentale agli USA; ciò perché – a parere di Rossi – il continuo allargamento dell’Unione Europea verso Est ha cessato di conservarla “politicamente e culturalmente così omogenea con gli Stati Uniti qual era invece l’Europa occidentale” durante la Guerra fredda.
Con la fine di quest’ultima, gli interessi dei singoli Paesi membri dell’Unione si sono differenziati e, sulla base di un rinnovato spirito nazionalistico, sono diventati tanto divergenti da implicare il consolidamento di “linee divisorie rappresentate dall’intersecarsi dello spartiacque tra Paesi del Nord e Paesi del Sud e di quello tra l’Europa centro-occidentale e i Paesi che erano stati inglobati nel sistema economico sovietico”.
Tutti gli sforzi fatti per rimuovere le differenze sono stati resi vani dagli ostacoli eretti dagli establishment nazionali, facendo emergere – conclude Rossi – il difetto fondamentale della costruzione europea, ovvero l’”assenza di un progetto politico condiviso”; è mancata così una “una politica estera comune, priva […] di un apparato militare adeguato”. Dopo il crollo dell’URSS e la nascita della nuova Russia, l’affermazione della Cina come seconda potenza economica mondiale e il permanere, anche se ridimensionato, del potere globale degli USA, l’Europa si trova divisa ed indebolita dagli esiti della crisi del 2007/2008; il suo ruolo è destinato a diventare sempre più marginale, non tanto perché, rispetto al secondo dopoguerra, il mondo è divenuto più “plurale”, ma soprattutto perché i partner coi quali sarà chiamata a confrontarsi a livello internazionale sono tutti dotati di una grande estensione territoriale, di un apparato militare dissuasivo e di una guida politica forte, plasmata in funzione della salvaguardia dello spessore della struttura economica propria di ognuno di essi.
Non fanno eccezione gli USA, i quali, come afferma Dario Fabbri in “Nonostante Trump” (L’espresso n. 49/2017), rimediano all’insipienza politica del nuovo presidente, avvalendosi, con grave vulnus per la democrazia, dell’apparato statuale posto a difesa dell’integrità dell’area valutaria costruita per ascendere a potenza globale. Così, l’Europa, nonostante disponga potenzialmente delle condizioni richieste per diventare anch’essa una “potenza globale”, a causa delle sue divisioni interne, è costretta a subire una doppia sconfitta, sul piano economico e su quello politico: non solo essa non riesce a supplire alla propria insipienza politica avvalendosi, come fanno gli USA, dello spessore di una struttura economica comune che non ha saputo costruire, ma anche perché non è stata in grado di sconfiggere democraticamente l’ideologia del nazionalismo che, dacché si è affermata all’interno dei Paesi europei, è valsa, non solo a scatenare guerre devastanti tra loro, ma anche a frustrare il tentativo di portare a compimento il progetto comune di costituirla in una nuova soggettività politica unitaria globale.

Gianfranco Sabattini

 

Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni

sviluppo campagnaLo sviluppo locale alla fine degli anni Ottanta, anche per iniziativa dell’Unione Europea, ha assunto una rilevanza crescente nelle politiche d’intervento a favore delle regioni ancora in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo; non casualmente, anche in Italia, terminava la prassi dell’intervento straordinario realizzatasi a favore delle regioni meridionali e consolidatasi dopo l’esperienza propria della Cassa del Mezzogiorno dell’inizio degli anni Cinquanta. Veniva infatti inaugurata una nuova forma d’intervento, detta della programmazione negoziata, fondata sulla logica dei Patti territoriali e di altri numerosi strumenti, con la specifica finalità di promuovere l’economia dei territori subregionali.

La legge n. 662/1996, che disciplinava le nuove modalità d’intervento a favore dei territori locali afflitti da situazione di arretratezza economica, prevedeva infatti la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per la realizzazione di progetti per l’attuazione di interventi infrastrutturali e imprenditoriali integrati. La predisposizione del progetti, precisano Domenico Cersosimo e Guglielmo Wolleb, entrambi economisti, dell’Università di Calabria, il primo, e di Parma, il secondo, in “Democrazia deliberativa e sviluppo locale” in “Lavoro, welfare e democrazia deliberativa” (curato nel 2010 da Edoardo Ales, Marzia Barbera e Fausta Guarriello), era affidata all’iniziativa spontanea di attori locali, che fossero stati in grado “di avviare un processo di concertazione fra i soggetti istituzionali ed economici interessati […] e di creare una società di gestione capace di realizzarl(i)”.

La normativa dei “Patti” – affermano gli autori – sottolineava la necessità che la prassi della loro attuazione si fosse attenuta obbligatoriamente, lungo tutte le fasi di realizzazione degli investimenti, a particolari regole, lasciando trasparire che la ratio della nuova legge a favore delle aree arretrate subregionali non suggerisse solo il perseguimento di obiettivi economici, ma anche la promozione della propensione degli attori locali ad attivare processi decisionali che migliorassero le loro capacità olitiche ed operative.

Si trattava di una ratio radicalmente diversa da quella propria delle leggi che avevano disciplinato precedentemente le modalità di attuazione degli interventi straordinari; la ratio della nuova legge implicava il superamento della “debole e declinante correlazione” che si supponeva esistesse tra “dimensione dei flussi dei trasferimenti finanziari destinati annualmente al Mezzogiorno e i risultati ottenuti in termini di rafforzamento e ampliamento della struttura produttiva”. Si prendeva atto che i criteri seguiti negli anni precedenti l’entrata in vigore della nuova legge sulla programmazione negoziata erano valsi a “canalizzare” le risorse verso “sistemi socio-istituzionali a bassa produttività”, che ne pregiudicavano un utilizzo efficace o, peggio, ne producevano “uno discorsivo e dannoso”.

L’orientamento della nuova legge in pro dei territori locali era suggerito dal riconoscimento che, più che la scarsità delle risorse, gli elementi che difettavano nel supportare la crescita e lo sviluppo locale erano, in particolare, la bassa qualità degli operatori locali e delle classi politiche delle regioni alle quali appartenevano i singoli territori subregionali, la limitata capacità delle burocrazie regionali e il basso grado di fiducia nutrito dagli operatori locali nei confronti delle istituzioni regionali sovraordinate. Le nuove regole che disciplinavano l’intervento pubblico a sostegno dei territori arretrati presentavano, rispetto alla passata esperienza, diversi elementi innovativi.

Questi elementi implicavano, in primo luogo, la riconduzione del ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo delle aree surbregionali arretrate, non tanto ai limiti interni alle singole aree, alle carenze delle loro istituzioni ed alla bassa qualità dei loro attori, quanto all’eccessivo centralismo con cui venivano erogati i trasferimenti pubblici, responsabile dell’aggravamento delle carenze locali. In secondo luogo, e qui stava la reale novità della legge sulla programmazione negoziata, gli elementi innovativi delle nuove regole d’intervento comportavano il riconoscimento del fatto che – affermano Cersosimo e Wolleb – le variabili socio-istituzionali e antropologiche locali fossero state assoggettate, a causa del centralismo decisionale che aveva caratterizzato le forme d’intervento del passato, a una forte path dependancy, che aveva comportato “tempi di cambiamento così lenti e lunghi da risultare incommensurabili con quelli attesi dalle politiche pubbliche”. Infine, la terza novità delle nuove regole d’intervento sarebbe consistita, a parere degli autori, nel fatto che la trasformazione socio-istituzionale e antropologica “seguisse logicamente e temporalmente quella produttiva, che il primum mobile del cambiamento fosse l’economia, in particolare l’industria, che proprio per questo andava sostenuta con generose e sistematiche incentivazioni finanziarie”.

L’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale focalizzava, quindi, a parere di Cersosimo e Wolleb, l’attenzione sui vincoli specifici di carattere socio-politico delle regioni arretrate, “giudicandoli pregiudiziali” rispetto al cambiamento economico delle aree locali. Nell’ambito del nuovo approccio, l’introduzione di nuove relazioni istituzionali tra livello locale e livello regionale avrebbe dovuto rappresentare il presupposto per promuovere la propensione degli attori regionali e locali ad interiorizzare modelli di comportamento più favorevoli alla crescita ed allo sviluppo, sia dei singoli luoghi subregionali, che, conseguentemente, delle aree regionali. A tal fine, la politica nazionale avrebbe dovuto preventivamente farsi carico dei vincoli istituzionali alla crescita e allo sviluppo, cercando di agire, non solo sul sistema socio-politico delle regioni arretrate e sul modo di operare delle loro istituzioni, ma anche sulla “natura e l’architettura” dei rapporti tra istituzioni regionali e quelle locali. In questo modo, “quelle che erano variabili esogene nel modello d’intervento pubblico tradizionale” sarebbero potute diventare, nell’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale, nuovi obiettivi della politica di sviluppo.

Se fosse stato modificato il tradizionale rapporto istituzionale tra il livello regionale ed il livello locale, sarebbe stato possibile incidere realmente sulla logica processuale con cui sono stati attuati i Patti territoriali previsti dalla legge n. 662/1996, riuscendo a creare ciò che gli autori chiamano “contesto sperimentale”, grazie al quale costringere gli attori locali a seguire modelli di comportamento diversi da quelli usuali, ad abbandonare autoreferenzialità e localismo, per adottare modalità d’azione ispirate alla partecipazione e alla cooperazione, sino a diventare abitudini comuni socialmente condivise. Tuttavia, il perseguimento contemporaneo dei due obiettivi, quello di natura economica della crescita e dello sviluppo locali e quello di natura socio-culturale, antropologica e istituzionale del miglioramento della qualità degli attori locali è risultato problematico, non solo sul piano delle sua giustificazione, ma anche su quello dei risultati conseguiti.

La problematicità sul piano della giustificazione del miglioramento qualitativo dell’azione degli attori locali, secondo Cersosimo e Wolleb, sarebbe stata originata dal fatto che l’ideazione e l’attuazione dei nuovi strumenti d’intervento previsti dalla legge che ha introdotto la programmazione negoziata sarebbero dovute avvenire secondo regole di azione proprie della democrazia deliberativa, intesa questa secondo il significato che ha assunto nell’area della filosofia politica di Jürgen Habermas e John Rawls; ovvero in presenza di regole che avrebbero dovuto privilegiare un’attività collettiva di discussione e di esame delle vari alternative possibili di azione all’interno delle singole aree locali, piuttosto che un decisionismo esercitato sulle stesse alternative e fondato sulla contrapposizione conflittuale di gruppi portatori di interessi diversi.

Se fossero state preventivamente istituzionalizzate le regole della democrazia deliberativa. le aree subregionali avrebbero capitalizzato i vantaggi della democrazia diretta nell’ideazione ed attuazione delle politiche di crescita e di sviluppo; vantaggi che sarebbero consistiti, da un lato, nella partecipazione di tutti i componenti delle comunità locali nella scelta della strategia di crescita e sviluppo giudicata più conveniente attraverso l’allargamento della platea delle risorse umane disponibili all’interno dei singoli luoghi; dall’altro lato, nella cooperazione, che avrebbe “imposto” agli attori locali di fondare le loro scelte sul dialogo, sul confronto e su una comune ricerca delle decisimi migliori da assumere, e nell’aspettativa di poter conseguire risultati economici migliori sia attraverso meccanismo do “doing by doing”, di “learning by doing” e di “valorizzazione dei saperi locali”.

Una più larga partecipazione alla vita pubblica, una maggior inclusione sociale degli attori locali e una migliore capacità istituzionale di recepire le istanze espresse dalle comunità locali sarebbero dovute consistere in obiettivi autonomi e preventivi delle nuova programmazione negoziata, finalizzati in sostanza a migliorare la qualità delle democrazia diretta, ovvero della democrazia deliberativa, nell’assunto della sua funzionalità al conseguimento di migliori risultati economici nell’attuazione delle successive politiche d’intervento.

Per tutti i limiti indicati, il bilancio dell’esperienza delle politiche di sviluppo locale attuate non può dirsi positivo; i risultati conseguiti non sono stati all’altezza delle aspettative e le ragioni del perché devono essere necessariamente ricondotte, innanzitutto alle carenze del disegno innovativo sul piano istituzionale che, a livello nazionale, ha caratterizzato l’approvazione delle legge sulla programmazione negoziata e, in secondo luogo, ai limiti organizzativi delle istituzioni locali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sull’impatto della nuova programmazione sulla crescita e sullo sviluppo locali. Perché ciò è accaduto?

Ciò è accaduto perché la legge con cui si è inteso regolare ex novo le forme di intervento a sostegno della crescita e dello sviluppo delle aree subregionali ha continuato a conservare i limiti delle vecchie forme dell’intervento straordinario nelle regioni arretrate; ovvero, da un lato, ha continuato a sussistere il centralismo decisionale che, anziché essere esercitato a livello statale, è stato decentrato a livello delle singole regioni, destinatarie dei trasferimenti pubblici per il finanziamento dei progetti d’investimento allestiti secondo le nuove regole; dall’altro lato, essendo mancato un disegno innovativo statale sul piano dell’organizzazione delle istituzioni periferiche, ha continuato ad essere condiviso l’assunto che le politiche d’intervento, attuate a livello locale per iniziativa delle singole regioni, fossero sufficienti a migliorare la qualità dei contesti socio-istituzionali locali.

Le conseguenze della persistenza del centralismo (esercitato a livello regionale) e dell’assunto che la qualità dei contesti socio istituzionali dovesse seguire l’attuazione delle politiche d’intervento finanziate con i trasferimenti statali, e non invece precedere, ha portato al fallimento delle aspettative connesse al varo della legge sulla nuova programmazione in pro delle regioni arretrate del Paese; fallimento che può essere fatto risalire a ciò che Cersosimo e Wolleb individuano, in termini di indicazioni di una possibile futura politica di riforme, innanzitutto, come limiti nel disegno istituzionale a livello nazionale e, in secondo luogo, come bassa qualità dei comportamenti degli attori locali e eccessiva politicizzazione dei processi deliberativi.

In conclusione, i limiti in presenza dei quali è stata attuata la nuova politica d’intervento a favore delle regioni arretrate e, segnatamente, delle loro subaree, non essendo stati rimossi da una preventiva riforma istituzionale idonea a promuovere la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nel decidere i contenuti dei progetti d’intervento, non solo hanno impedito che le scelte effettuate contribuissero al miglioramento della qualità degli attori locali, ma, quel che più conta, hanno anche dato luogo al prevalente utilizzo delle risorse disponibili secondo criteri politici decisi a livello del governo regionale, a scapito del coinvolgimento delle comunità locali.

In conseguenza di ciò, il mancato superamento dell’arretratezza locale deve pertanto essere riconducibile a due ordini di cause tra loro interconnessi; da un lato, la divaricazione tra gli interessi elettorali di breve periodo dei decisori politici centrali e quelli collettivi connessi a strategie di più lungo periodo delle comunità locali; dall’altro lato, la carente qualità degli attori locali, sia rispetto alle scelte più idonee ad attivare processi di crescita e sviluppo delle loro aree, sia rispetto alla capacità di gestione delle scelte effettuate in funzione dei prevalenti interessi dei decisori politici centrali. I due ordini di cause del fallimento dello sviluppo locale atteso dall’attuazione delle politiche d’intervento effettuate secondo la legge sulla programmazione negoziata devono essere, a loro volta, imputati al fatto che a livello delle regioni arretrate non siano state preventivamente attuate adeguate riforme istituzionali, al fine di consentire la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nell’effettuazione delle scelte delle politiche più convenienti per promuovere la crescita e lo sviluppo delle loro aree, sorretti dagli effetti positivi della pratica di forme di democrazia deliberativa, che ne avrebbe favorito il miglioramento continuo della loro qualità.

Gianfranco Sabattini

 

Kenneth Rogoff e i limiti della circolazione della moneta cartacea

Kenneth Rogoff

Kenneth Rogoff

Gli anni della Grande Recessione sono stati caratterizzati da una generale contrazione delle attività economiche, sia reali che finanziarie; la grande massa di moneta inattiva presente all’interno dei sistemi economici in crisi ha paralizzato la politica monetaria, per via del fatto che, per quanto le risorse finanziarie fossero offerte a bassissimo costo a causa della loro abbondante disponibilità, nessuno mostrava interesse a chiederle in prestito, per ragioni produttive o di consumo.

Kenneth Rogoff, docente di politiche pubbliche a Harvard, in “La fine dei soldi”, sostiene che “una politica dei tassi negativi senza limiti” avrebbe consentito alle banche centrali di attuare una politica monetaria ben più efficace di quella che è stata loro consentita attraverso il ricorso a misure monetarie “non convenzionali”, quale la politica di quantitative easing, finalizzata ad aumentare la liquidità delle banche, ad innalzare il tasso d’inflazione e ad ostacolare gli effetti negativi sul rilancio della crescita riconducibili alla persistenza della deflazione. Perché?

Secondo Rogoff, gli ostacoli cui sono andate incontro le banche centrali sono stati originati dalla natura particolare della moneta cartacea; questa non è altro che un’obbligazione dell’emittente (lo Stato) a tasso zero, o, in termini più precisi, “un’obbligazione al portatore anonima e infruttifera, che non è associata ad alcun nome o evento passato ed è valida indipendentemente da chi la possiede”. Finché esiste la possibilità di detenere denaro contante, nessuno è disposto a “liberarsene”, depositandolo in un conto di deposito bancario, per accettare, a meno del costo della sua conservazione e assicurazione, un interesse inferiore a quello garantito dal suo investimento in un qualsiasi tipo di obbligazione offerta dal mercato dei capitali a breve. Questa circostanza è all’origine, secondo Rogoff, dello “Zero Lower Bound”, responsabile della paralisi che può colpire la politica monetaria in presenza di particolari condizioni di funzionamento del sistema economico, come, ad esempio, quelle createsi durante gli anni della crisi scoppiata nel 2007/2008.

Le espressioni “Zero Lower Bound” (ZLB) e “Zero Nominal Lower Bound” (ZNLB) indicano il problema di natura macroeconomica che insorge, quando il tasso nominale di breve termine è uguale o prossimo a zero, causando una “trappola della liquidità”, che ostacola la possibilità della banca centrale di supportare la stabilità della crescita economica attraverso la politica monetaria.

La causa dello ZLB è la circolazione della carta moneta a un tasso nominale di interesse corrente uguale a zero, in corrispondenza del quale è nulla la possibilità di stimolare la propensione a spendere attraverso l’abbassamento del tasso di interesse corrente, perché il pubblico (detentore della carta moneta) preferirà semplicemente conservare presso di sé il contante del quale dispone, in quanto scoraggiato a trasformarlo in depositi bancari coi quali finanziare la propensione a spendere di chi volesse approfittare del basso costo del denaro.
Kenneth Rogoff sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto “facendo piazza pulita della moneta cartacea” o, quantomeno, eliminandone “gradualmente la maggior parte”, favorendo l’“inclusione finanziaria” (l’insieme delle procedure utili a garantire l’accesso ai sevizi bancari a tutti soggetti, in quanto consumatori e produttori, presenti nel sistema economico) “con carte di debito sovvenzionate e mantenendo in vigore le banconote di piccolo taglio a tempo indefinito, magari sostituendole in prospettiva con un sistema di sole monete metalliche”.
Altri, a differenza di Rogoff, come ad esempio Miles Kimball, docente di economia all’Università del Colorado, sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto più efficacemente con una circolazione completamente basata o sull’introduzione di una moneta elettronica, o sull’adozione di una moneta elettronica come unità di conto per la regolazione di tutte le transazioni economiche attraverso la “tecnologia blockchain” – detta anche tecnologia di registro distribuito o Distributed Ledger Technology (DLT).
Essa consentirebbe, secondo Kimball, di mantenere sincronizzati i dati di numerosi database nell’ambito di una medesima rete telematica (network). I contenuti di un database sarebbero suddivisi in blocchi e condivisi in tempo reale con gli altri nodi del network; la procedura di codifica a blocchi conserverebbe in maniera permanente, e legalmente certa, la data di creazione, l’origine, il contenuto, la sicurezza e l’integrità dei dati relativi alle transazioni, attraverso procedure crittografiche automatiche e prive di intervento umano.
Rogoff non condivide la proposta di Kimball; per quanto non abbia alcun dubbio sul fatto che la tecnologia blockchain presenti validi motivi per considerarne positiva l’applicazione ai servizi finanziari, tuttavia, per il futuro prevedibile, egli è del parere che il miglior sistema sia quello che “utilizza come unità di conto una valuta, emessa dall’autorità statale, sebbene nel lungo periodo essa sia destinata a diventare moneta del tutto elettronica. Rogoff afferma di condividere la “visione libertaria” di quanti credono che le nuove tecnologie di pagamento via WEB possano liberare le persone dalla tirannide della moneta e dal controllo dello Stato”; però, è anche del parere che l’impiego del “Bitcoin” come unità di conto sia al momento improponibile, non essendo ancora disponibili le procedure appropriate per rendere adeguata l’inclusione finanziaria, allorché la moneta cartacea sia rimpiazzata da una moneta criptata. In altri termini, secondo Rogoff, il fatto che, in linea teorica, la tecnologia blockchain possa “prima o poi dare vita a una valuta migliore non significa affatto che quel mondo esista già in concreto”.

Il vero problema è oggi la possibilità di utilizzare la politica monetaria per il raggiungimento degli obiettivi che “affollano” le agende dei governi dei sistemi economici in crisi, quali la stabilizzazione dell’attività economica, l’erogazione del credito necessario per invertire il ciclo economico negativo, il finanziamento della spesa pubblica e la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dallo Stato per equilibrare i disavanzi correnti dei conti pubblici. Per realizzare queste finalità, a parerete di Rogoff, “è fondamentale che il governo conservi il controllo sull’unità di conto e sulla valuta”, in termini della quale è denominata gran parte dei contratti sottostanti il funzionamento dell’economia nazionale.

Prima della crisi, causata dalla Grande Recessione, erano pochi i policy maker che si preoccupavano del problema dello “Zero Lower Bound”; ciò perché il vincolo posto dalla soglia zero del tasso d’interesse di breve periodo non aveva più suscitato particolari timori dai tempi della Grande Depressione. Dal 2007/2008, però – sostiene Rogoff – “la situazione è mutata radicalmente”, in quanto nel corso degli anni della crisi “quasi tutte le principali banche centrali hanno una volta o l’altra desiderato di avere la possibilità di fissare i tassi d’interesse abbondantemente sotto lo zero”.

L’idea che i tassi d’interesse negativi, allorché il sistema economico si trovi in particolari condizioni di crisi, possano consentire di realizzare un’efficace politica monetaria, strumentale all’inversione del ciclo negativo dell’economia, non è nuova. Anche nel pieno della Grande Depressione, John Maynrd Keynes era giunto alla conclusione che, se solo fosse stato possibile trovare il modo di offrire un rendimento negativo sulla liquidità, l’espansione monetaria avrebbe potuto contribuire a fare uscire il mondo dalla depressione; anche allora, come oggi, il problema consisteva nel fatto che, con i tassi di riferimento a breve termine pari a zero, la politica monetaria veniva bloccata da una “trappola della liquidità”.

Le insufficienti procedure di inclusione finanziaria allora disponibili hanno condotto Keynes – a parere di Rogoff – “alla famosa conclusione secondo cui la spesa pubblica era la chiave per spingere le economie fuori dalla Grande Depressione”. Non è quindi da escludersi, che se nel mondo di allora fossero state disponibili le attuali procedure d’inclusione finanziaria, lo stesso Keynes avrebbe potuto giungere a una conclusione diversa.

L’eliminazione (o quantomeno la riduzione) della circolazione della moneta cartacea (specialmente della parte costituita dalle banconote di grosso taglio) non servirebbe solo ad assicurare maggior forza alla politica monetaria; essa sarebbe utile anche per rinforzare la lotta contro le attività illecite, quali l’evasione fiscale, il narcotraffico, la corruzione, il riciclaggio di “denaro sporco”, il finanziamento dell’economia sommersa, le molte forme di rimunerazione in nero della forza lavoro occupata illegalmente e tutte le altre forme di aggiramento o di elusione degli obblighi legali.

L’eliminazione (o la riduzione) della quantità di moneta cartacea in circolazione potrà però essere realizzata solo in presenza – afferma Rogoff – di un programma mirato “a fornire alle persone a basso reddito conti correnti e carte di debito a condizioni fortemente sussidiate”; in ogni caso, il programma dovrà lasciare “in circolazione le banconote di piccolo taglio per un periodo prolungato (forse a tempo indeterminato)”, per soddisfare le esigenze di pagamento giornaliere della maggior parte delle persone. La conservazione della circolazione dei biglietti di piccolo taglio consentirà inoltre – a parere di Rogoff – di affievolire “alcuni dei timori più viscerali concernenti la sicurezza, la privacy e le emergenze”.

L’eliminazione dell’enorme massa monetaria in circolazione non è “un pasto gratis”, avverte Rogoff; tuttavia, i “’profitti’ realizzati dalle autorità assecondando ciecamente la domanda dei denaro contante sono ben poca cosa se paragonati ai costi delle attività illegali rese possibili dalla moneta cartacea, specialmente delle banconote di grosso taglio. L’effetto dell’abolizione della cartamoneta sull’evasione fiscale basterebbe probabilmente a compensare la perdita dei profitti ottenuti dalla stampa di moneta”. In ogni caso, conclude Rogoff, non tutte le considerazioni di coloro che si oppongono all’eliminazione della carta moneta sono prive di fondamento; ciò perché chi si schiera a favore della conservazione della possibilità di effettuare i pagamenti col denaro contante è molto spesso “mosso da ragioni perfettamente legittime, nel voler conservare lo status quo”.

E’ certamente fondata la tesi di chi sostiene, ad esempio che la cartamoneta non deve essere mai abbandonata, in considerazione del fatto che essa, oltre che mezzo di pagamenti, è anche, e soprattutto, “libertà coniata”. Di fronte alle pretese di chi sostiene questa tesi, come può la società conciliare l’aspirazione dei singoli individui alla privacy con l’esigenza di adottare regole che siano nell’interesse di tutti? Secondo Rogoff, la risposta all’interrogativo è che la conciliazione delle due istanze costituisce il “problema più cruciale che qualsiasi task force dedicata a eliminare il contante dovrà affrontare”, considerando attentamente gli obiettivi e le procedure tecniche alternative con cui conseguirli.

Certo, l’aspirazione dei singoli a non rinunciare alla comodità della privacy offerta dalla conservazione delle banconote è sicuramente meritevole di considerazione; ma non è neppure priva di senso la necessità che lo stesso singolo si ponga il problema del costo che la conservazione della comodità comporta, non solo per la lotta che occorre condurre contro l’attività criminosa, ma anche e soprattutto per la mancata possibilità di garantire un normale funzionamento del sistema sociale, supportato da una stabilità economica, il cui venir meno può compromettere la stessa comodità della privacy individuale.

Gianfranco Sabattini

Fine del liberalismo e democrazia illiberale

edward luceIn “Il tramonto del liberalismo occidentale”, Edward Luce, autorevole editorialista del Financial Time, sostiene che la capacità dell’Occidente di governare le sue crisi sta andando in frantumi, “mettendo in gioco la lettura quasi religiosa della storia occidentale”, che l’autore considera iniziata nel 1215, anno in cui re Giovanni d’Inghilterra è stato costretto, da parte di un gruppo di nobili ribelli, a firmare la Magna Carta, considerata il primo documento redatto a garanzia delle libertà individuali.
Il documento, secondo Luce, è rimasto a lungo “silente”, per essere riportato alla memoria nel XVII secolo, con la sua trasformazione nel “mito fondativo del liberalismo occidentale”. Quando, dopo la Seconda guerra mondiale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato, nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Eleanor Roosevelt ha avuto modo di dire che l’antico documento garantista delle libertà individuali poteva essere celebrato come la Magna Carta di tutta l’umanità.
A parere di Luce, il ricupero del documento inglese darebbe la misura della “smemoratezza” dell’uomo; per cui, se questo è l’atteggiamento che egli riserva ai documenti che sanciscono il rispetto dei suoi diritti, si dove “imparare a vivere all’altezza di ciò che ne consegue”; come dire che gli effetti della smemoratezza e dell’incredulità dell’uomo sono spesso all’origine di ciò che ricorrentemente rende sgradevole la vita e quasi impossibile la soluzione dei problemi che l’affliggono.
Secondo Gianni Riotta, prefattore del libro, nello sviluppare le sue argomentazioni sullo stato del mondo attuale Luce assumerebbe l’ipotesi della complessità “con intelligenza e passione; ciò consentirebbe all’autore di chiarire che la crisi delle democrazie liberali occidentali, dovuta alle difficoltà “dei partiti di massa, dei mercati globali, del mondo aperto di cui la fine del Novecento aveva celebrato i fasti prematuri”, non nascerebbe da un unico motivo originario, ma da un insieme di cause storiche, economiche e culturali, tutte convergenti verso un futuro che non lascia intravedere nessuna riscossa dell’Occidente.
In tal modo, a parere di Riotta, Luce dimostrerebbe con certezza che, “sfasciata la macchina liberal-democratica che, con tanta sofferenza e due guerre mondiali” era stata costruita, il mondo occidentale non riuscirà ad entrare “nell’Eden della ‘decrescita felice’ annunciato da Serge Latouche”, ma sarà vittima del caos nel quale le multinazionali, i regimi totalitari, le democrazie illiberali e i plutocrati lo costringeranno a vivere, “relegando la plebe nelle megalopoli, drogandola di ‘reddito di cittadinanza’ e bulimica dieta di volgari intrattenimenti online e tv”.
Strana tesi, questa, sostenuta da Luce ed espressa sinteticamente da Riotta, che fa confluire entrambi nella schiera dei molti che, pur cogliendo nel segno circa l’individuazione delle cause della crisi delle società democratiche occidentali ad economia di mercato, mancando però di contribuire alla loro rimozione con proposte reali e credibili, se la prendono con il reddito di cittadinanza, arrivando a ritenerlo addirittura una droga che varrebbe a svilire totalmente il lavoro. E’ sostenibile questa valutazione negativa del reddito di cittadinanza? Per rispondere, è bene preventivamente seguire lo svolgimento dell’analisi critica delle società occidentali compiuta da Luce.
Secondo l’editorialista del Financial Time, un convincimento consolidato nell’immaginario collettivo dei Paesi occidentali avanzati, retti da regimi democratici, è che “le macchine finiranno col lavorare per tutti noi”. In alcune epoche del passato, la crescente meccanizzazione dei processi produttivi ha provocato cambiamenti traumatici per quote consistenti di forza lavoro; ma la società, e con essa il sistema economico, riusciva sempre, sia pure a volte con ritardo, ad adattarsi ai mutamenti delle combinazioni produttive all’interno delle attività d’impresa, nel senso che molti componenti della forza lavoro espulsi dalla stabilità occupazionale a causa del crescente approfondimento capitalistico delle modalità di produzione, riuscivano a convertire i servizi da loro offerti (come accadeva, ad esempio, con il cocchiere che trovava un nuova opportunità occupazionale in un’attività di trasformazione, o con il lavoratore dei campi che, con la sua conversione professionale, poteva trovare un nuovo posto di lavoro nelle attività che producevano servizi alla persona). Con l’avvento della rivoluzione digitale, che ha segnato l’inizio della “quarta Rivoluzione Industriale” (Rivoluzione Industriale 4.0), i posti di lavoro distrutti saranno di gran lunga maggiori di quelli di nuova creazione.
La nuova rivoluzione industriale e “ancora in fasce” – avverte Luce -, ma è certo che non sarà più possibile, come avveniva nel passato, che le singole società possano inaugurare delle politiche pubbliche con cui assicurare ad ogni singolo individuo uno stabile ruolo lavorativo in un futuro iperautomatizzato. Ciò perché le singole società politiche avranno, oggi, meno soluzioni plausibili di quanto la rivoluzione digitale ne offriva al suo inizio e, a maggior ragione, di quanto ne offriva la semplice meccanizzazione dei processi produttivi. Le società politiche hanno oggi a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze delle innovazioni tecnologiche, in quanto la rivoluzione digitale è “caratterizzata da dinamiche diverse dalle precedenti”. Ai tempi della meccanizzazione dei processi produttivi, i mutamenti originavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive prevalenti solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della rivoluzione digitale hanno carattere generale e investono, tutti indistintamente, i settori produttivi.
La domanda che allora insorge è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare? Secondo il McKinsey Global Institute, una multinazionale di consulenza strategica, circa 50 milioni di lavoratori occidentali hanno perso la stabilità occupazionale, cercando di “guadagnarsi da vivere” nella “gig economy”, che ha dato luogo a una configurazione informale e particolare del mercato del lavoro, in cui i disoccupati-tecnologici offrono i propri servizi attraverso le opportunità fornite dalla rivoluzione digitale; si tratta di occupazioni “on demand”, ovvero di forme di lavoro residuali, svolte attraverso un sistema di rapporti saltuari, senza impegni contrattuali a tempo indeterminato.
Il vero problema della gig economy è la mancanza di tutela nei confronti dei lavoratori, per via del fatto che la loro attività, essendo svolta in assenza di contratti di lavoro formali, difficilmente consente di fruire dei servizi sociali previsti per i lavoratori dipendenti; inoltre, poiché le opportunità di lavoro sono offerte in modo saltuario e non continuativo, la gig economy viene considerata all’interno del più ampio contesto della “sharing economy”, ovvero dell’economia collaborativa, realizzata grazie alle opportunità della rivoluzione digitale.
L’epoca dell’automazione, conseguentemente, sta rendendo – afferma Luce – il lavoro sempre meno necessario, per cui “le imprese sono alla costante ricerca di modi di ridurre il personale”. Di fronte al continuo allargamento della sharing economy, la forza lavoro è destinata nella sua maggioranza ad abbandonare la “produzione di cose”, per passare “a servire la gente”; se a questo limite non si riuscirà a porre rimedio, sarà inevitabile che la democrazia (il regime politico che sinora ha accompagnato l’evoluzione dei sistemi sociali occidentali economicamente più avanzati) corra il rischio di subire ingiustificabili restrizioni; ciò perché, a lungo andare, la forza lavoro che sarà costretta ad ingrossare il crescente esercito dei disoccupati dubiterà che la società la stia trattando secondo equità. A quel punto – afferma Luce – la forza lavoro non occupata scivolerà “verso la cultura della sfiducia”, per cui non dovrà sorprendere che cominci “a considerare con velenosa diffidenza” tutto ciò che gli establishment promettono di realizzare a suo vantaggio.
Il rimedio ai problemi delle società capitalisticamente avanzate, Luce non lo indica, perché convinto del fatto che qualunque soluzione proponibile abbia “i suoi limiti”, mentre quella da molti avanzata e basata sull’istituzionalizzazione di un redito di cittadinanza avrebbe un “fascino sinistro”, presentando, a suo parere, due difetti: il primo sarebbe che un reddito universale garantito a tutti, pur comportando il grande vantaggio di abolire l’intero apparato burocratico necessario a stabilire il possesso dei requisiti per poterlo ricevere, sarebbe in ogni caso “un nuovo e potente magnete per chi emigra verso il mondo occidentale”; il secondo difetto consisterebbe nel fatto che l’erogazione generalizzata di un reddito universale “spezzerebbe il legame tra sforzo e ricompensa”; circostanza, questa, che impedirebbe alla forza lavoro disoccupata involontariamente, ma senza la possibilità di un reinserimento in un nuovo rapporto di lavoro, di essere valorizzata.
A parere di Luce, per risolvere il problema della crescente e irreversibile disoccupazione tecnologica delle società capitalisticamente avanzate dell’Occidente, occorre pensare in modo più radicale. Un obiettivo cruciale dovrebbe essere quello di aumentare la rimunerazione della forza lavoro altamente professionalizzata; ciò comporterebbe la formazione di lavoratori dotati di alte capacità tenico-professionali, il miglioramento delle qualità del loro lavoro e dunque una più alta rimunerazione (molti Paesi del mondo occidentale avrebbero trascurato le conseguenze positive che si avrebbero, per l’intero sistema sociale, con più elevate rimunerazioni dei servizi lavorativi di alta qualità, in quanto avrebbero preferito, al contrario, acquisire la fornitura di “quei servizi al prezzo più basso possibile”.
Un altro obiettivo dovrebbe consistere nel formare la forza lavoro in modo da adeguarla “a un mondo in cui le macchine stanno assorbendo buona parte dei posti di lavoro”; ciò implicherebbe una formazione della forza lavoro fondata sull’interesse per le “materie umanistiche”, compreso un livello base di “competenza politica”, in considerazione del fatto che l’”istruzione non dovrebbe servire solo a procurarsi un impiego”, ma dovrebbe mettere tutti i lavoratori nella condizione di “essere membri a pieno titolo della società”.
A tal fine, nei Paesi investiti dal fenomeno della disoccupazione di massa irreversibile, i governi dovrebbero “lanciare dei Piani Marshall per riqualificare le loro classi medie”, provvedendo, nel contempo, a “reimmaginare” la democrazia e ad attenuare “la morsa letale del denaro sul processo legislativo”. Tuttavia, avverte Luce, i governi delle società che soffrono dei problemi della disoccupazione di massa, dovrebbero “prima capire l’enormità di ciò che hanno di fronte” e, successivamente, considerare che la questione più grande che dovranno risolvere riguarda il “futuro della politica”.
Se queste questioni saranno risolte, l’Occidente, a parere di Luce, potrà “riguadagnare il proprio ottimismo”; per questo, le élite liberali dominanti dovranno smettere di continuare a gestire i sistemi sociali moderni ad economia di mercato limitandosi a sottoscrivere petizioni di ogni tipo e ritenere che gli appelli e le intenzioni annunciate siano sufficienti per pensare di aver fatto la propria parte; in altri termini, le élite dominanti dovranno abbandonare, da un lato, il convincimento che i problemi causati dal procedere senza limiti delle rivoluzione tecnologica e della robotizzazione dei processi produttivi possano automaticamente essere risolti dal libero e spontaneo andamento del processo economico e, dall’altro lato, l’idea che i supporti della rivoluzione digitale possano, con la share economy, garantire l’avvento di una società giusta sul piano distributivo e di un sistema economico caratterizzato da un suo stabile ed equilibrato funzionamento.
Conclusione contraddittoria questa di Luce: è palesemente un “non senso” ritenere di poter risolvere il problema della disoccupazione strutturale irreversibile evitando che le politiche pubbliche da adottate per affrontare l’emergenza possano fare a meno dell’introduzione di misure, qual è il reddito cittadinanza, includendo però quelle da lui suggerite. Come si può pensare di poter rimediare alla disoccupazione involontaria e strutturale con i soli provvedimenti che Luce suggerisce, se la loro attuazione richiede tempi tanto lunghi, da implicare la preventiva fine fisica di chi dovrebbe fruire dei loro effetti? Siamo alle solite: i pregiudizi nutriti sugli strumenti che si offrono come i più efficaci, nel breve come nel lungo periodo, portano inevitabilmente alla continua affermazione che, per rimediare al problema della disoccupazione strutturale sia sufficiente ciò che Luce stesso imputa alle élite liberali; cioè continuare a sottoscrivere petizioni e appelli di ogni tipo, convinti che solo con essi possa essere sconfitto il male moderno delle società capitalisticamente avanzate.

Può esistere un populismo democratico?

Populismo-web

“Un nuovo spettro s’aggira per l’Europa”: il populismo, col quale vengono indicate tutte le manifestazioni politiche considerate anomale dagli establishment prevalenti, preoccupati di perdere le loro posizioni di comando. Secondo Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos (“L’Occidente nel suo momento populista”, in Historia Magistra, n .23/2017), un numero sempre crescente di fenomeni politici, “praticamente tutti quelli che costituiscono delle novità, sono catalogati sotto la stessa etichetta, nonostante, in molti casi, portino avanti progetti di segno opposto”. In mancanza di una più corretta considerazione, il populismo è da tempo rappresentato nell’immaginario collettivo come tutto ciò che eccede la normale valutazione dello stato del mondo, da parte delle élite tradizionali, e per questo motivo demonizzato indiscriminatamente. In tal modo, le élite mancano di cogliere che, all’interno dei singoli Stati, da tempo si è formato un coagulo di “forze che aspirano a mobilitare una nuova volontà popolare a fronte dei partiti tradizionali, sottomessi ai poteri oligarchici e finanziari”; essi, i partiti tradizionali, anziché preoccuparsi di cogliere la “domanda politica” inevasa, originante dalla protesta di quelle forze, sono unicamente impegnati a trovare il modo di neutralizzarle, indipendentemente da ogni valutazione riguardo alla caratterizzazione politica dei soggetti che le esprimono, ovvero se essi sono di orientamento reazionario e xenofobo, oppure democratico e progressista.

Accade così che il populismo sia largamente “incompreso”, sia da destra che da sinistra. I ceti conservatori e liberali sono soliti reagire con lo spavento e la condanna morale; per essi gli Stati devono essere difesi dal protagonismo politico delle masse popolari, forti del convincimento che, secondo l’ideologia neoliberista interiorizzata, l’appartenenza ad una comunità libera e l’affermazione di valori tolleranti possono essere garantite solo da forze autenticamente liberali e razionali. Inoltre, tali ceti conservatori si avvalgono del fatto che le loro posizioni siano spesso difese dalle forze politiche socialdemocratiche che, invece di risultare schierate a sinistra, manifestano d’essere subalterne alle politiche e agli interessi degli establishment prevalenti.

Dall’altra parte dello schieramento politico è collocata una sinistra caratterizzata da una scarsa disponibilità a comprendere i mutamenti che hanno caratterizzato le società capitalistiche nella seconda metà del secolo scorso, per via della sua incapacità di elaborare una comune strategia. Essa, infatti, si compone di una parte portatrice di istanze radicali, che tende ancora ad avvalersi di categorie interpretative dei fenomeni sociali da tempo superate; categorie, queste, che spingono la sinistra radicale ad “attendere la crisi economica definitiva” del capitalismo, per cui ogni accadimento politicamente rilevante rappresenta per essa una conferma di quanto previsto dalla sua ideologia di riferimento, anche quando si tratta di accadimenti contrari alle sue previsioni.
L’altra parte della sinistra, quella socialdemocratica, anche quando appare aperta alla comprensione del senso della domanda politica della quale si rendono interpreti i movimenti populisti, tende a demonizzarli e a considerarli distruttivi, a causa della sua tendenziale subalternità alle posizioni dei ceti liberali e conservatori, siano questi movimenti di segno progressista o conservatore o reazionario. L’atteggiamento acritico della sinistra socialdemocratica nei confronti del populismo è senz’altro un errore, in quanto può avere – come afferma Íñigo Errejón – la conseguenza di lasciare le forze progressiste portatrici della protesta popolare “fuori da qualsiasi possibilità di governo”, e dunque impotenti ad affrontare realmente le oligarchie economico-finanziarie che oggi “si impongono sopra ogni necessità e domanda delle maggioranze sociali”. Se lasciate a se stesse, le forze sociali, che con la loro protesta, alimentano i movimenti populisti, sono destinate inevitabilmente ad essere catturate per intero dalla destra reazionaria nazionalista e xenofoba.

Nel caso dell’Italia, perciò, la sinistra socialdemocratica dovrebbe decidersi a riflettere sul fatto che, come viene affermato da un gruppo di docenti e ricercatori (Mchelangela di Giovanni, Sanuele Mazzolini, Stefano Barolini, Stefano Poggi, Tommaso Nencioni, Paolo Gerbaudo) in “Per un populismo democratico. Manifesto di senso comune” (Historia Magistra, n. 23/2017), il “crescente livello di astensionismo e di apatia nei confronti della politica sono solo l’epifenomeno di un processo di scollamento tra la popolazione italiana e le sue istituzioni senza precedenti”; la sinistra socialdemocratica dovrebbe prendere in seria considerazione questa “spaccatura” profonda che denuncia “il sequestro delle istituzioni politiche ad opera dei potentati economico-finanziari”, rendendo l’uguaglianza politica a fatto puramente formale e polarizzando “in maniera progressiva la società in due campi, élite economiche e politiche da una parte, gente comune dall’altra”.

In questo contesto, i sottoscrittori del “Manifesto” evidenziano che le parti sociali dominanti, mancando un’efficace opposizione e in assenza di risposte adeguate rispetto all’entità della crisi della società italiana, hanno potuto “usare le loro posizioni di potere per difendere i propri privilegi”. In questo modo, le forze della sinistra socialdemocratica, non schierandosi dalla parte della società più debole, consentono di lasciare il governo del possibile cambiamento “alle forze conservatrici e reazionarie”. Ciò sta consentendo che le istituzioni, “sorte a parziale difesa del potere popolare dopo la Seconda guerra mondiale” siano depotenziate, lasciando il presidio di ciò che resta di tali istituzioni ai movimenti populisti, trascurando però di considerare che solo un “populismo democratico può dare vita ad istituzioni nuove a difesa degli stati di bisogno popolari.

Lasciando che la spaccatura tra popolazione italiana ed istituzioni si approfondisse, è accaduto che all’apice della piramide sociale si siano collocate fasce sociali “sempre più ristrette e potenti, indifferenti come non mai alle sorti del resto della società”; ciò ha alimentato un processo che ha dato luogo all’approfondimento del divario tra “ricchi” e “poveri”, generando un disorientamento dei ceti popolari, al quale le forze della sinistra socialdemocratica non hanno tentato di porre rimedio. Allo stato attuale, perciò, secondo i sottoscrittori del “Manifesto”, la sinistra socialdemocratica, aprendosi alle ragioni del populismo democratico, dovrebbe ricuperare il consenso della protesta popolare raccogliendo una platea di consenso, “non più facendo leva su una classe intesa come fatto sociologico, come qualcosa di già dato, quanto piuttosto su una comunità immaginata che ancori il cambiamento all’articolazione di pratiche rivendicative che contengano un’ipotesi universalistica”; in altri termini, le forze della sinistra socialdemocratica dovrebbero “dare voce” alle richieste della protesta popolare, incanalando “i sentimenti di rabbia e di frustrazione di ampie fasce della popolazione con linguaggi e istanze da essa comprensibili e sentite come proprie”.

Tanti sono i temi ai quali le forze socialdemocratiche potrebbero aprirsi: tutela dell’ambiente, insicurezza sociale e lavorativa, modalità di fruizione dei beni comuni, forme di sostegno alternative del reddito, equità fiscale e distributiva, contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale, riduzione dei livelli non più sopportabili di burocratizzazione nel funzionamento della pubblica amministrazione, difesa del risparmio e tanti altri ancora. Sono temi, questi – affermano i firmatari del “Manifesto” – “su cui costruire la piattaforma di un populismo democratico in grado di mettere insieme un programma di trasformazione con una sua visione del futuro che recuperi la carica critica e la capacità di immaginazione di un’idea di democrazia efficace ed inclusiva”. Inoltre, quelli indicati sono temi che, a parere dei “firmatari”, possono rendere il populismo, non già sinonimo di “demagogia o autoritarismo”, configurarandolo non in termini di una patologia o di un’ideologia distruttiva, ma come “logica costruttiva di una politica attraverso la quale diversi progetti competono per egemonizzare il campo sociale”.

Il dubbio che dai movimenti populisti non possa emergere un personale in grado di dare una risposta adeguata alla domanda politica non soddisfatta dalle forze politiche oggi dominanti è di solito uno dei motivi con cui il populismo viene descritto come movimento distruttivo. Il dubbio non è privo di qualche fondamento; in Italia, l’opposizione politico-sociale popolare è stata mobilitata prevalentemente dal Movimento 5 Stelle, al quale deve essere riconosciuto il merito di aver coagulato un ampio ventaglio di “domande di giustizia provenienti dal Paese reale e di aver indicato per primo la delegittimazione delle istituzioni e del ceto politico”; la sua capacità di trasformare la protesta in azione di governo ha, però, presto presentato il limite di non essere riuscito “ad elaborare sbocchi politici adeguati per le istanze sociali che si sono riversate al suo interno”.

Il limite è consistito nel fatto che il M5S non è riuscito ad elaborare un’analisi dei motivi di fondo della crisi della società italiana che andasse al di là della mera protesta, né a formulare un modello sufficientemente compiuto del modo in cui affrontare i temi che costituiscono il “nocciolo duro” della protesta sociale da esso rappresentata. Su tutti i temi che hanno motivato la crescita e la diffusione delle protesta sociale, “la vaghezza dei programmi del M5S” ha fatto intravedere solo un vuoto di idee che rende poco auspicabile un suo eventuale accesso al governo del Paese.

Così stando le cose, solo una considerazione superficiale della politica – secondo i firmatari del “Manifesto” – “può fare pensare che la conquista del potere popolare possa avvenire spontaneamente o sull’onda di uno slancio di indignazione”. L’impegno per l’accesso al governo delle forze che sono portatrici del senso della protesta popolare richiede una strategia di ben altra natura rispetto a quella sin qui praticata; richiede, cioè, che tali forze si organizzino in un movimento articolato, all’interno del quale le diverse organizzazioni delle forze popolari possano coordinare la loro azione. Questo movimento deve porsi principalmente, sostengono i “firmatari”, “l’obiettivo di fare affiorare tutte quelle domande e quei conflitti irrisolti che rimangono silenti”; ciò, al fine di rendere “palpabile” il danno provocato agli strati popolari della società dall’aver lasciato per troppo tempo inevasa la domanda politica relativa ai temi che sono oggi il contenuto principale della protesta.

Un problema rilevante che si porrà per un movimento così inteso, consisterà nello stabilire l’atteggiamento più conveniente che esso dovrà tenere nei riguardi dei partiti tradizionali, tenendo ferma l’idea che la sua azione dovrà essere sempre “contro” l’establishment prevalente, evitando però che, nella pratica della sua strategia politica, prevalgano forme di chiusura settaria, poiché nei partiti tradizionali esistenti “si annidano risorse inquiete e insoddisfatte, pronte a mobilitarsi”.

La non chiusura settaria e l’attenzione rivolta verso le potenziali forze che possono essere “ricuperate” dai partiti esistenti, non significa che il cambiamento possa essere realizzato attraverso l’utilizzazione di “spezzoni” di vecchi progetti politici; significa, al contrario, che il cambiamento potrà essere realizzato solo con il supporto di una nuova maggioranza sociale, anziché con l’ausilio di “minoranze politiche”. Invece di fare appello “a frammenti di ceto politico ormai non più rappresentativi”, occorrerà- sostengono i firmatari del “Manifesto” – “mobilitare le energie sorte in seno alla società e dare loro uno sbocco politico”. Solo così, concludono i “firmatari”, l’organizzazione della protesta popolare potrà “dare voce” a spazi sociali in cui “la nuova politica del senso comune trovi il suo ideale terreno di coltura”.

Come tutti i “Manifesti” che si sottoscrivono per auspicare un mutamento di situazioni che si ritiene abbiano “fatto il loro tempo”, si può dire che quello proposto dai “firmatari” “pecchi” di realismo. L’analisi che essi effettuano riguardo alla crisi di molti sistemi sociali moderni, incluso quello italiano, e la spiegazione del perché si sono affermati i movimenti populisti sono certamente credibili; ciò che lascia ampi margini di dubbio e perplessità è l’ipotesi implicita nella loro analisi che il tipo di proposta che essi avanzata (ovvero che l’organizzazione della protesta popolare per l’attuazione di una “politica del senso comune”) possa avere immediata attuazione.

E’ questo un ostacolo insormontabile per la realizzazione di quanto i “firmatari” propongono; ciò perché il loro suggerimento può essere accolto solo da forze politiche, quali potrebbero essere quelle che si raccolgono intorno a quanto resta del vecchio partito socialista democratico; quest’ultimo, considerata la sua esigua consistenza elettorale, potrebbe, profittevolmente per la società italiana, privilegiare l’organizzazione della protesta popolare oggi rappresentata da movimenti populisti politicamente non professionalizzati, anziché scegliere la confluenza nelle maggioranze politiche esistenti, obnubilando così la propria storia ed il proprio prestigio e dimenticando di essere stato, fin dall’origine e per un lungo periodo di tempo, sempre dalla parte dei più deboli.

Gianfranco Sabattini

 

Il pensiero progressista e l’involuzione del movimento femminista

micromegaMicroMega n. 8/2017 riporta alcuni testi di un dibattito, svoltosi un Germania, a seguito della pubblicazione di un libro collettaneo dal titolo, un po’ ermetico per i non addetti ai lavori, “Riflesso di morso. Critica dell’attivismo queer, delle nostalgie autoritarie, delle censure”, edito da Querverlag (il primo editore di libri lesbico-gay della Germania). Il libro, pubblicato all’inizio dell’anno scorso, ha avuto la capacità, informa il presentatore (c.s.) della sezione della rivista MicroMega dedicata all’argomento, “di uscire dalla scena queer-femminista cui era destinato, per finire sulla pagine culturali dei maggiori giornali tedeschi”.

Il curatore del libro, Patsy l’Amour laLove (pseudonimo di un ballerino professionista, ricercatore e attivista del movimento femminista di Berlino) “spiega – afferma il curatore di MicroMega – che il titolo nasce dal fatto che nella scena queer si sta diffondendo una sorta di ‘riflesso’ che induce ad attaccare, a ‘mordere’ appunto, in maniera automatica e incontrollata chiunque metta in discussione alcuni di quelli che sono diventati dei veri e propri dogmi”, in fatto di queer-pensiero; ciò avrebbe determinato, nell’ambito accademico dei “gender studies” (le cattedre istituite presso le Università di Berlino e Friburgo all’inizio degli anni Novanta, per lo studio degli effetti delle forme di rappresentazione di genere) e in quello dell’attivismo queer-femminista un atteggiamento di chiusura tale – secondo il curatore di MicroMega – “da impedire a coloro che vengono definiti ‘privilegiati’ (per antonomasia i maschi bianchi eterosessuali) di prendere la parola”. Il libro, quindi, curato da Patsy l’Amour laLove, ha messo “a rumore il bosco” del movimento femminista, provocando reazioni aggressive, “fino a vere e proprie minacce rivolte al curatore e ai vari autori, accusati di razzismo, omofobia e transfobia”.

A dimostrazione della “vivacità” e dell’interesse suscitato dal dibattito, MicroMega riporta tre testi apparsi in tre sedi diverse; nel primo, dello storico Vojin Saša Vukadinović, i “gender studies” vengono accusati di aver abbandonato la causa femminista e di essersi arroccati dietro posizioni indentitarie, ovvero d’esser passati da una rivendicazione di diritti dei neri, delle donne e, in generale, di tutti i “diversi” (dei queers appunto, che in lingua inglese significa diversi e che, nella terminologia queer-femminista, sono espressi dall’acronimo LGBT, per indicare Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender), a una rivendicazione di identità, per cui è il fatto stesso d’essere oggetto di una discriminazione, in quanto nero, donna o diverso, a fondare il diritto di rivendicare.

Lo slittamento dei “gender studies”, dalla rivendicazione dei diritti a quella del riconoscimento identitario, ha spinto, secondo Vukadinović, il movimento queer-femminista addirittura ad allungare l’acronimo tradizionale (LGBT), sostituendolo con quello ritenuto più inclusivo LGBTQI+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queers ed altri ancora, ‘+’).

Le critiche di Vukadinović sono state rivolte, in particolare, a Judith Butler, la più importante esponente dei “gender studies”; ella, assieme alla collega Sabine Hark, ha risposto alle critiche con un articolo sul settimanale “Die Zeit” (riportato come secondo testo da MicroMega), il cui obiettivo però è stato quello di rivolgere una critica alla storica rivista femminista tedesca “Emma”. Il terzo testo, riportato da MicroMega sull’evoluzione del pensiero del movimento femminista, è la risposta di Alice Schwarzer, pubblicata sempre su “Die Zeit”, nella quale la fondatrice e direttrice di “Emma” accusa la Butler e i “gender stusies” di aver scambiato “i propri giochi mentali per la realtà”, sostenendo che ogni “esser umano può essere, qui e ora, quello che sente di essere”, per cui “non deve necessariamente scegliere fra due generi, poiché in ultima analisi esistono diverse varietà e sfaccettature dell’identità di genere: basta essere queer”.

In conclusione, secondo il curatore delle sezione di MicroMega, si è trattato di un dibattito che, per le implicazioni degli argomenti trattati, “dalla scena dei gender studies e dall’attivismo queer” si è allargato “fino a coinvolgere il pensiero progressista di sinistra in generale, imponendo un’inevitabile scelta fra diritti e identità”.

La deriva del movimento femminista, dal rivendicazionismo dei diritti all’identitarismo, è dovuta, secondo Vukadinović, al cambiamento di significato del paradigma del gender, che da espressione biologista del “segno corporeo” della donna è diventato una sua espressione non essenzialista, ovvero “non biologista”; una deriva che – afferma Vukadinović – ha avuto l’effetto di radicare l’assunto che “i generi – sia sociali che biologici – sarebbero ‘costruiti’”, nel senso che essi sarebbero “sempre determinati da presupposizioni e trasmessi esclusivamente attraverso la cultura”. In altre parole, dietro di essi non esisterebbe “nessuna natura, nessuna realtà”.

Al di là del dibattito, tutto interno al movimento femminista più radicale, è interessante chiedersi quali siano gli effetti sociali della deriva del movimento di liberazione della donna, passato dal rivendicazionismo dei diritti all’identitarismo. Una risposta possibile all’interrogativo potrebbe essere ricavata dall’articolo di Nancy Frazer “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”, uscito sul giornale inglese The Guardin nel 2013 e pubblicato in traduzione su MicroMega-on line dello stesso anno. L’autrice, filosofa e teorica femminista statunitense, sostiene che, con l’identitarismo, il movimento per la liberazione della donna si è “avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti”, nella costruzione di una società fondata sulla logica del libero mercato; ciò, sarebbe avvenuto secondo la Frazer, a causa del fatto che l’identitarismo è stato strumentalizzato dall’ideologia neolibersita in senso individualista.

Originariamente, la prospettiva del movimento femminista, fondato sulla rivendicazione, dei diritti, mirava a valorizzare la cura e la solidarietà umana, non a ridurre la donna a mero soggetto, senza alcun riferimento alla sua natura biologica e indipendentemente dal ruolo da essa svolta nella realtà sociale nella quale vive. Ciò ha reso possibile che il capitalismo welfarista del secondo dopoguerra fosse sostituito da una forma innovativa di capitalismo, fondato sulla restrizione dei diritti sociali acquisiti. In tal modo – afferma la Frazer – il movimento femminista è diventato “ancella del capitalismo contemporaneo”; ovvero, con l’identitarismo, il movimento femminista è passato dal perseguimento dell’obiettivo dell’emancipazione di genere, attraverso la democrazia partecipativa e la solidarietà, al perseguimento dell’obiettivo, ritenuto proprio del maschio eterosessuale, dell’autonomia individuale, fondata sulla diversificazione delle possibilità di scelta, sull’aumento delle possibilità di carriera e sull’approfondimento meritocratico.

In conseguenza di ciò, il movimento femminista è approdato a una prospettiva di liberazione della donna compatibile con una trasformazione della società in senso neoliberista-individualista, non perché le donne siano state “vittime passive di seduzioni neoliberiste”, ma perché, con la tendenza all’identitarismo del loro movimento, hanno direttamente contribuito a consolidare l’egemonia dell’ideologia neoliberista”, le cui conseguenze si sono direttamente collegate allo smarrimento del ruolo sociale del genere donna.

La lotta per la liberazione della donna, invece che concentrarsi sulla opposizione alle iniquità causate dal funzionamento del sistema sociale, così intensamente centrato sui valori del paternalismo tradizionale, sulle disuguaglianze “non economiche” (come per esempio quelle connesse alla violenza domestica o alla violenza sessuale) ha preferito concentrarsi sul tema dell’“identità di genere” e su quello della non essenzialità del suo “segno corporeo” e del suo ruolo sociale, a scapito delle questioni che riguardano la liberazione della società da ogni sorta di situazione anomala, quale l’ingiustizia distributiva, l’instabile funzionamento del sistema economico o lo squilibrio tra le varie classi di età della popolazione.

Le critiche e il rifiuto della cultura patriarcale sono certamente state delle giuste e fondate rivendicazioni del movimento femminista, ma la deriva in senso identitario ha affievolito le istanze di rinnovamento del modello tradizionale di divisione sociale del lavoro. Le istanze rivendicative del movimento femminista doveva avere lo scopo di correggere tale modello, mentre lo smarrimento del ruolo delle donne ha dato luogo al loro ingresso nel mercato del lavoro; l’effetto è stato quello di creare un nuovo “esercito industriale di riserva”, che ha abbassato il livello di rimunerazione del lavoro di tutti. In tal modo, le donne, che prima erano vessate all’interno delle mura familiari, ora lo sono anche all’interno del mercato del lavoro: prima erano oppresse dal mondo patriarcale domestico, ora dalla svalutazione del lavoro e dalla precarietà occupazionale.

Il femminismo-queer si è ridotto a rivendicare una indifferenziazione di genere che ha consentito un’intercambiabilità dei ruoli sociali, incentivando, oltre che il peggioramento salariale di tutti, anche la devalorizzazione dell’essere specifico del genere donna (quello di essere progenitrice) e trasformando la differenza del “segno corporeo” di genere-donna in una differenza biologica ritenuta di natura culturale e “costruita” e perciò cambiabile.

Le conseguenze sono l’indisponibilità della donna alla procreazione, che ostacola il successo, la carriera e l’indipendenza economica, facendo diventare la gravidanza un privilegio esclusivo della classi sociali più agiate, a discapito di quelle meno abbienti, le cui coppie sono costrette a rimandare continuamente la maternità in attesa della stabilità economica. L’avere figli è diventato un privilegio e un lusso delle classi agiate, mentre le donne in menopausa, non più in grado di procreare, possono soddisfare il desiderio di un figlio ricorrendo alle cliniche specializzate; cosicché, come viene affermato, la maternità surrogata diviene l’obiettivo finale della liberazione della donna.

La crisi attuale offre la possibilità al movimento femminista di tornare a collegarsi con la visione di una società solidale; innanzitutto, lottando per realizzare una forma di vita che non metta al centro l’aspirazione all’autonomia economica, ma valorizzi le attività che producono “valore d’uso”, tra cui, ma non solo, il lavoro di cura e solidaristico; inoltre, rinunciando ad ogni pretesa identitaria, per rendere più efficace la lotta contro un ordine sociale fondato su valori culturali patriarcali.

Infine, il femminismo dovrebbe orientare il proprio impegno verso l’affermazione di una democrazia partecipativa, da intendersi come mezzo per rafforzare i poteri pubblici, perseguire finalità di giustizia e promuovere il concorso dei diversi generi verso la realizzazione di un equilibrato funzionamento del sistema sociale: ciò, poiché un’instabile e disfunzionale organizzazione del vivere insieme è causa di una frustrante esistenzialità per tutti.

Gianfranco Sabattini

Giulio Sapelli e il presunto neoimperialismo della Cina

sapelliIn un articolo precedente, pubblicato su questo giornale, si è sostenuto che la Cina è protesa ad assumere un ruolo primario a livello globale su basi pacifiche, rinvenendo semmai in altri attori atteggiamenti mirati ad approfittare delle situazioni di conflitto locale; ciò in quanto questi attori non avrebbero lo stesso interesse della Cina a conservare condizioni di stabilità dell’ordine mondiale esistente, che essa invece considera il presupposto per continuare l’espansione del proprio sistema economico, al fine di rimediare agli squilibri territoriali e sociali causati dall’impetuoso sviluppo degli ultimi decenne.
Di parere opposto è Giulio Sapelli, docente di storia economica presso l’Università di Milano. In “Le fonti del neoimperialismo cinese” (Aspenia, n.70/2017), egli sostiene che con l’ultima affermazione della leadership di Xi Jinping al XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC) celebrato nell’autunno del 2017, la Cina sarebbe tornata ad “essere ciò che era: una grande potenza protesa al dominio del mondo”. A dimostrarlo, secondo Sapelli, sarebbe il fatto che la vittoria al Congresso avrebbe consentito a Xi una completa legittimazione del suo programma, che egli intende realizzare attraverso la “fedeltà” della burocrazia statale e il completo controllo dei “quadri del partito”, quali precondizioni per la continuazione di una ordinata crescita interna, “accompagnata dallo sviluppo, verso l’esterno, di un potere veramente globale”. A parere di Sapelli, il XIX Congresso del PCC costituisce “un evento che segnerà, più di ogni altra assise, la sorte dei rapporti di forza a livello internazionale” della Cina; ciò perché, con Xi Xinping, la Cina ritornerebbe ad “essere ciò che era alle sue origini imperiali: una grande potenza protesa al dominio del mondo”.
Secondo Sapelli, la strategia politica del Segretario del partito troverebbe conferma nel paradigma di Karl August Wittfogel, economista tedesco e studioso del modo di produzione asiatico che, nei suoi studi, ha spiegato come il successo del modello economico-sociale cinese sia riconducibile alla stretta connessione realizzata in Cina tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il controllo interno delle fonti del potere.
Il controllo interno è sempre stata la preoccupazione di Xi, sin dal momento in cui nel 2012 egli è giunto al potere, intensificando la soppressione della corruzione, usata come “strumento per la lotta interna tra le élite del potere, in forme – afferma Sapelli – più o meno cruente in base al grado di legittimazione democratica vigente”. Inoltre, per neutralizzare ogni altro possibile avversario esterno al partito, Xi ha operato un’apertura verso tutte le religioni, inclusa quella cattolica; a conferma dell’interesse della Cina nei confronti di quest’ultima, in particolare, Sapelli ricorda che da tempo la potenza asiatica ha in corso con il Vaticano un “dialogo”, finalizzato a stringere un accordo destinato ad avere ripercussioni anche a livello internazionale.
L’interesse di Pechino a normalizzare i propri rapporti con la Chiesa cattolica non è una novità; all’origine dei difficili rapporti è stata la questione della pretesa politica di Pechino di permettere al suo interno solo Chiese e comunità religiose “indipendenti” da qualsiasi autorità esterna. Con l’attuale papa, però, il dialogo ha subito un nuovo impulso, perché per il nuovo pontefice la Cina è divenuta un protagonista mondiale, senza il quale è difficile ogni discorso sulla pace nel mondo; ragione, questa, che ha giustificato l’intensificazione del dialogo, non più solo sotto l’aspetto religioso, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista del ruolo geopolitico acquisito dalla Cina. E’ in questa prospettiva di dialogo che si profila oggi un possibile accordo fra la Cina e il Vaticano, secondo le linee tracciate a suo tempo da Henry Kissinger, in occasione di un seminario a porte chiuse svoltosi presso l’Accademia pontificia delle Scienze; in quell’occasione, l’ex Segretario degli Stati Uniti aveva evidenziato che non era più possibile negare alla Cina, a seguito del “grande balzo in avanti” operato dopo l’era di Mao, la possibilità di operare sul piano internazionale alla pari con gli altri attori globali.
L’accordo con il Vaticano consentirà a Xi Xinping di condurre l’attuazione della propria politica nel segno della continuità con quella dei suoi più immediati predecessori: Jiang Zemin e Hu Jintao. Il primo, ricoprendo che ha ricoprendo la carica di Segretario generale del Partito Comunista della Cina dal 1989 al 2002, ha portato avanti le riforme per la liberalizzazione dell’attività economica di Deng Xiaoping, mantenendo comunque il PCC alla guida del Paese; egli ha elaborato la teoria delle “Tre Rappresentanze”, per sottrarsi alla critica dei maoisti di fare correre alla Cina il rischio di un ritorno al capitalismo. Questa teoria ha consentito a Jiang Zemin di affermare che la forza del PCC era fondata sul fatto che essa fosse il risultato della contemporanea soddisfazione delle esigenze delle forze produttive del Paese, di quelle dei più avanzati orientamenti culturali e di quelle degli interessi dei più ampi strati della popolazione.
All’affermazione della teoria delle “Tre rappresentanze” ha fatto seguito la “Teoria dello Sviluppo Scientifico e Armonioso” di Hu Jintao, con la quale, sempre nella tradizionale forma con cui in Cina vengono prese le grandi decisioni, veniva ribadito che la crescita e lo sviluppo del Paese sarebbero avvenuti in una prospettiva scientifica, armonizzata e onnicomprensiva, a differenza della crescita e dello sviluppo “selvaggi” che avevano caratterizzato il corso del processo di riforme inaugurato da Deng Xiaoping, con conseguenti disparità sociali e squilibri di ogni sorta. Per la prima volta è stata quindi affermata la necessità che la crescita e lo sviluppo interni fossero ponderati e bilanciati da un sistema di garanzie sociali, che non causasse l’approfondimento degli squilibri esistenti tra regioni arretrate e avanzate, tra città e campagna, tra uomo e ambiente naturale.
Le due teorie, quella delle “Tre Rappresentanze” e quella dello “Sviluppo Scientifico e Armonioso”, sono servire a tracciare la linea lungo la quale sviluppare l’inserimento della Cina nell’economia internazionale, in continuità con le idee proposte da Deng Xiaoping, che avevano segnato il distacco dalle pratiche del maoismo; queste idee sono state riprese da Jang Zemin e Hu Jintao, per formulare il modo in cui sarebbe stato conciliato il perseguimento degli obiettivi interni con quello degli obiettivi esteri, salvaguardando la pace mondiale, strumentale alla continuità dello sviluppo nazionale.
Ciò significava che la continuità del processo di modernizzazione potesse essere assicurato solo in un ambiente internazionale pacifico, per cui la Cina non doveva dare luogo a minacce per l’ordine costituito, dato che il Paese non poteva permettersi di distrarre risorse dall’obiettivo della crescita e dello sviluppo interni, senza che questo significasse rinuncia a sostenere le proprie posizioni, specialmente quando si fosse trattato di temi riguardanti la sovranità nazionale. In tal modo, i fondamentali della politica estera cinese sono stati basati sul paradigma “pace e sviluppo”, messo al centro del dibattito sul ruolo della Repubblica Popolare della Cina nel mondo.
Con Xi Jinping, tale paradigma, proiettato a livello internazionale, ha preso il nome di “collana delle perle”, per indicare le modalità con cui la Cina conduce la propria politica, soprattutto nell’area del Pacifico, con la creazione di un sistema di punti di influenza o importanti capisaldi strategici dal punto di vista economico-commerciale. Per la realizzazione di questa politica di accreditamento internazionale, la Cina, secondo Sapelli, si sarebbe ispirata alle idee del nordamericano Alfred Thayer Mahan, formulatore della teoria del “sea power”, secondo la quale la forza marittima di un Paese deve essere impiegata per la creazione all’estero di basi navali che rappresentino punti d’appoggio sicuri. Così, la teoria di Mahan, dopo aver ispirato gran parte della politica geostrategica degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale, ispirerebbe oggi quella cinese.
La “collana” comprende oggi 15 “perle”, coinvolgendo un’area che si estende da Hong Kong a Port Sudan, toccando anche Vietnam, Thailandia, Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Maldive, Pakistan, Iraq e Kenia. Gli investimenti sinora effettuati dalla Cina in questi Paesi sono mirati ad ottenere snodi e punti chiave per il crescente potenziamento del suo inserimento nell’economia mondiale.
Per rendersi conto della proiezione esterna pacifica della rinata potenza economica cinese, occorre considerare l’ascesa di Pechino negli ultimi decenni, soprattutto a partire dal 1992, quando il fenomeno ha preso corpo in termini di evoluzione delle relazioni multilaterali della Repubblica Popolare della Cina e di cambiamento dello scenario geopolitico complessivo, specialmente nell’area strategica dell’Asia-Pacifico. L’idea che si è affermata in Cina, con le leadership di Jiang Zemin e Hu Jintao, è stata, come si è detto, la necessità di assicurare una sostanziale continuità al paradigma “pace e sviluppo” di Deng Xiaoping; paradigma che ha continuato ad essere sostenuto da Pechino nelle comunicazioni dirette alla comunità internazionale, associata sempre alla necessità che lo sviluppo delle relazioni internazionali avvenisse in modo da risultare armonioso per tutti. Questa visione, fatta propria dalla nuova leadership di Xi Xinping, inserita tra l’altro, come è accaduto per il “Pensiero di Mao Zedong”, di Deng Xiaoping” (sulla liberalizzazione dell’attività economica), di Jang Zemin (sulle “Tre Rappresentanze”” e di Hu Jintao (sullo “Sviluppo Scientifico e Armonioso”), nello Statuto del Partito Comunista Cinese, al termine dell’diciannovesimo congresso, che ha segnato la definitiva affermazione della “linea” di Xi.
Per Xi Jinping, rinnovato nella carica di Segretario, dopo essersi assicurata una posizione di sicuro controllo sui suoi avversari interni ed esterni al partito, le ulteriori affermazioni all’estero sono diventate il motivo che gli hanno permesso di rafforzarsi ulteriormente all’interno e viceversa; il risultato sarà inevitabilmente, a parere di Sapelli, un aumento dei conflitti territoriali con i Paesi che ricadono innanzitutto nelle più immediate vicinanze delle Cina: ne sarebbe prova il fatto che tutte le dichiarazioni del socialismo cinese non farebbero altro “che porre le basi di uno Stato forte”, al quale riservare “l’ultima parola in economia per garantire l’espansione all’estero”. Tutto, oggi, sempre secondo Sapelli, sarebbe “destinato ad essere sostituito da una sorta di neomaoismo efficacemente conseguito all’interno, attraverso l’eliminazione continua e massiccia degli oppositori e il ritorno della potenza economica in Cina: meno investimenti all’estero, come predica Xi Jinping, se non nella misura in cui questi servono per il cammino di dominazione del mondo”.
Circa gli intenti della politica cinese, Sapelli non avrebbe potuto illustrare una situazione più apocalittica; se essa avesse un qualche fondamento, occorrerebbe pensare che la Cina, nelle sue comunicazioni dirette alla comunità internazionale, si comporterebbe come chi, predicando bene, finisce col razzolare male. Ma quel che più conta è il fatto che, se la tesi di Sapelli corrispondesse alle effettive ragioni che spiegano l’attuale politica cinese, si dovrebbe pensare che tutto ciò che la Cina ha realizzato dalla fine della Seconda guerra mondiale è stato fatto col preciso intento di sanare, con la conquista del dominio sul mondo, le frustrazioni subite dalla politica colonialista delle antiche potenze: si tratta di una propensione di dubbia credibilità, pur in presenza a Pechino, nel momento attuale, di un “uomo solo al comando”, propenso a reprimere ogni possibilità di critica.
Ciò non significa, tuttavia, che la Cina sia propensa ad agire sulla scena internazionale ispirandosi ad ogni costo, ad una “politica dei cento fiori” di maoista memoria; se al pari di altri competitori globali, essa pensa anche a dotarsi di un apparato difensivo dei propri interessi, non va dimenticato che alcuni osservatori critici dei precari equilibri mondiali esistenti non mancano di rilevare che l’atteggiamento aggressivo potrebbe semmai essere proprio di quei competitori della Cina che potrebbero essere vittime della “Trappola di Tucidide”, ovvero del convincimento, nutrito da chi oggi occupa una posizione globale prevalente, dell’inevitabilità di uno scontro con un’economia emergente che ne insidi la superiorità.

L’attualità del pensiero marxiano contro le ineguaglianze sociali

Karl MarxSul periodico domenicale del “Corriere”, “La Lettura”, del 10 dicembre scorso, sono state pubblicate diverse valutazioni del pensiero di Karl Marx, nel bicentenario della sua nascita (1818); anche se le ragioni non sono esplicitate, è facile arguire che lo scopo dell’iniziativa editoriale sia stato quello di giudicare se quel pensiero possa essere ancora oggi utilizzato, per avere “suggerimenti” circa la “cura” dei mali che affliggono le società del mondo attuale.

Sono stati invitati a pronunciarsi quattro “studiosi dalle idee diverse”: Stefano Petrucciani, Antonio Moscato, Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Nei loro contributi emerge chiara la diversità di pensiero che li ispira; specialmente in quello di Giovani Codevilla e Dario Antiseri aleggia il “clima conflittuale”, di natura ideologica, che ha caratterizzato l’intero XX secolo e che continua ancora oggi a condizionare il discorso pubblico sui problemi di rilevanza sociale, sebbene i motivi del configgere tipici del passato siano stati trascesi dalla storia.

Per meglio valutare l’attualità dell’analisi critica e propositiva del pensiero di Marx, va sottolineato che i problemi per i quali esso rivela un’indiscussa attualità sono quelli sorti a partire dalla Rivoluzione Industriale, occorsa a cavallo dei secoli XVII e XIX, ovvero quello della giustizia sociale e quello della democrazia, la cui soluzione ha polarizzato maggiormente l’attività politica; ma, è anche utile verificare se, nel pensiero marxiano, è possibile rinvenire suggerimenti atti a spiegare e a risolvere quei problemi, affrancandolo dagli “inquinamenti leninisti” che, in alcune valutazioni degli autori citati, sembrano aleggiare, sino a formulare giudizi che a Marx non sono riconducibili.

Il “leninismo” è un adattamento della concezione materialistica e dialettica della storia, elaborata da Marx, alle condizioni sociali ed economiche proprie della Russia all’epoca della Rivoluzione bolscevica del 1917. E’ noto come, secondo Marx, le forze produttive si sviluppino più rapidamente dei rapporti di produzione, per cui la contraddizione che si instaura tra le prime ed i secondi portano inevitabilmente ad una rivoluzione sociale. Come conseguenza di ciò, si avrà che, nel capitalismo maturo, la contraddizione tra le forze produttive (espresse dalla forza lavoro) e i rapporti di produzione (espressi dalle forme di impiego e di sfruttamento della forza lavoro perpetrate dalle forze imprenditoriali) creerà le condizioni favorevoli a una rivoluzione destinata a segnare l’avvento della società socialista.

All’inizio del XX secolo, la Russia, aveva perso molti dei caratteri propri di un’economia signorile e acquisito alcuni di quelli propri di un’economia capitalistic; non poteva dirsi, tuttavia, che il suo sistema economico presentasse la complessità dell’organizzazione del capitalismo moderno, qual era, ad esempio, quello inglese o quello francese. Quindi, nell’anno della Rivoluzione (1917), l’economia russa non poteva esprimere i rapporti di produzione che sarebbero stati necessari perché il sistema evolvesse spontaneamente in senso socialista.

Alla mancanza di queste condizioni, ha provveduto l’ideologo rivoluzionario Vladimir Lenin, sostenendo che occorreva supplirvi, volontaristicamente, con la creazione di un partito costituito da rivoluzionari professionali, la cui azione, sostituendo le forze dialettiche che Marx assumeva come intrinseche al processo storico, avrebbe determinato, nell’interesse della classe operaia, l’avvento della società e dell’economia socialiste. E’ stato questo il corpus ideologico per cui la concezione materialistica e dialettica della storia condivisa dai rivoluzionari russi non sarà il marxismo tout court, ma il marxismo-leninismo, in proseguo diventato marxismo-leninismo-stalinismo, per gli “aggiustamenti ulteriori” che vi saranno apportati da Josif Stalin.

In sostanza, si è trattato di un corpus ideologico costruito in funzione del riscatto di una “classe operaia”, intesa non come categoria storica e sociologica, ma come categoria astratta e ideologica, attraverso la quale i principali protagonisti della Rivoluzione russa del 1917 hanno potuto affermare l’esistenza di una l’”legalità rivoluzionaria”, con la quale hanno legittimato la pratica di un terrorismo politico, esercitata anche, e forse soprattutto, nei confronti della stessa classe sociale della quale affermavano di essere i “difensori. Si è trattato quindi di un corpus ideologico che, senza voler fare della storia controfattuale, è da ritenersi fondatamente estranea alla prospettiva della realizzazione di una società giusta e democratica preconizzata da Marx.

Riguardo al doppio problema della giustizia sociale e della democrazia, alcuni degli autori precedentemente indicati tendono a valutare il pensiero marxiano, sulla base del metro del socialismo realizzato nella ex URSS; ciò tende a fare emergere delle “forzature” valutative che hanno l’unico effetto di spingere il lettore a ricondurre al pensiero di Marx il socialismo realizzato nell’ex Unione Sovietica.

Riguardo al problema della democrazia, è vero che, nel secolo scorso, Norberto Bobbio in “Quale socialismo?”, aveva lamentato la mancanza nel pensiero marxiano di una teoria dello Stato e della democrazia socialista; tuttavia, non è possibile negare che Marx, sia pure in ordine sparso nei molti suoi scritti, abbia spesso sottolineato che le procedure democratiche potevano rappresentare uno strumento valido attraverso il quale la classe operaia poteva migliorare la propria condizione con mezzi pacifici. Partendo da queste considerazioni, è quindi possibile sostenere che nel pensiero di Marx, per quanto riguarda la cura degli interessi degli esclusi (che in lui coincidono con la classe operaia) coesistano due alternative: una rivoluzionaria e un’altra aperta al confronto politico ed elettorale.

Tra l’altro, proprio nel Manifesto, Marx afferma che il primo passo nella rivoluzione della classe operaia è il suo elevarsi a classe dominante per la conquista della democrazia; questo è, dunque l’obiettivo del suggerimento marxiano per rimediare alle ingiustizie sociali della società costruita sulla base dei principi affermatisi con la Rivoluzione borghese del 1789. Tenendo conto di queste osservazioni, si può allora attribuire al pensiero marxiano il suo originario significato, affrancato dalle interpretazioni non disinteressate di parte sovietica o di molta critica occidentale di parte liberale (o neoliberista).

E’ vero, tuttavia, che gli apprezzamenti di Marx sulla democrazia non devono essere interpretati come una incondizionata accettazione della democrazia liberale; egli, infatti, suggerisce la “conquista” del potere da parte della classe operaia, per avviare una profonda trasformazione della società, che non è solo economica e sociale, ma anche politica, finalizzata ad una progressiva trasformazione della democrazia formale in democrazia sostanziale, ma non quale sostituzione di essa con strutture burocratico-autoritarie di dominio.

Il socialismo proposto da Marx non è pensabile come una semplice estensione delle procedure rappresentative, o all’opposto, come il risultato della soppressione di tali procedure per sostituirle con strutture statali accentrate, monolitiche e gerarchiche. Il tema centrale in Marx è l’idea dell’assegnazione del controllo della sfera politica all’intera società civile, al fine di favorire, con la socializzazione dei mezzi di produzione, una riappropriazione, da parte dell’intera società, del prodotto del lavoro sociale, superando così l’emarginazione politica ed economica delle classi e dei gruppi sociali penalizzati sul piano distributivo. Non è forse detto nel Manifesto che il capitale disponibile è un prodotto collettivo, che può essere valorizzato solo mediante un’attività comune di tutti i membri della società?

Tuttavia, se la socializzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la sua trasformazione in proprietà collettiva (non pubblica) si ipotizza sia estesa solo a quei mezzi di produzione che sono “regalati dal cielo” (quali sono le risorse naturali), per la cui acquisizione non è stata erogata alcuna energia lavorativa, diviene realistico ipotizzare che con la socializzazione dei mezzi di produzione si realizzi, non un trasferimento del diritto di proprietà da una categoria di soggetti ad un’altra, ma solo la trasformazione del carattere del diritto di proprietà, da privato in sociale. In tal modo, la proprietà dei mezzi di produzione, perdendo il suo “carattere di classe”, può essere utilizzata, attraverso la sfera pubblica, da parte dell’intera collettività, per realizzare la tanto agognata giustizia sociale.

Se alla luce delle considerazioni sin qui svolte sul pensiero marxiano e sul travisamento dello stesso, effettuato da coloro che hanno inteso avvalersene per adattarlo alle condizioni storiche di particolari contesti sociali, con riferimento alle tesi dei quattro esperti apparse sul periodico “La Lettura”, è facile rilevare come in alcuni casi si tenda a giudicare il pensiero marxiano (per l’impatto che esso ha avuto sul dibattito politico svoltosi nel corso di gran parte del XX secolo sul problema della giustizia sociale e della democrazia) sulla base dell’esperienza sovietica, formulando “valutazioni” fondate, da un lato, sul “metro fallito” del socialismo reale sperimentato, e dall’altro, su una critica a priori (smentita dall’esperienza) formulata da un punto di vista neoliberista.

Così, ad esempio, mentre Stefano Petrucciani e Antonio Moscato, non negano l’attualità del pensiero marxiano, osservando, da un lato, che esso ha colto alcuni tratti essenziali della dinamica del capitalismo (Petruccioli), poi puntualmente confermati nella vicenda storica; dall’altro lato, che quel pensiero, nonostante la sua attualità, è da considerarsi (Moscato) “irreparabilmente in crisi”, unicamente per via dei “danni” che esso ha subito a causa della “sua utilizzazione forzata nell’Unione Sovietica staliniana”, nella forma dogmatica del “marxismo-leninismo”.

Del tutto diversa è la valutazione del pensiero marxiano fatta da Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Il primo imputa a Marx il fatto di aver proposto il perseguimento dell’obiettivo dell’organizzazione di “un ordinamento ideale che assicurasse a tutti una pari felicità, in altre parole di organizzare il paradiso in terra”; obiettivo che Lenin, interprete ed esecutore del pensiero marxiano, ha inteso perseguire attraverso un’azione rivoluzionaria idonea a guidare la classe operaia verso il socialismo. Dario Antiseri, invece, attribuisce a Marx, non solo proposte che egli non ha formulato in termini assoluti, ma anche il fatto che molti aspetti del suo pensiero contengano “nuclei scientifici” da cui sono state dedotte predizioni smentite dalla realtà; tale è, ad esempio, quella che afferma che la giustizia sociale possa essere realizzata solo attraverso l’abolizione del mercato, mentre, al contrario, la negazione della libera economia porterebbe con sé la negazione della libertà.

Al di là delle dispute ideologiche, non si può non riconoscere la validità di alcune affermazioni formulate da Marx, come quella con cui sostiene che l’ingiustizia sociale e gli ostacoli al funzionamento della democrazia siano riconducibili alla concentrazione della ricchezza provocata dal modo di funzionare del capitalismo, in presenza di un mercato senza regole. Alla luce dello stato in cui versano attualmente i sistemi sociali a capitalismo avanzato, si deve ammettere la validità della conclusione di Moscato: ovvero, che il riconoscimento dell’attualità del pensiero marxiano si scontra, in sostanza, con “la difficoltà imprevista”, espressa dal fatto che molti “detrattori” erano un tempo tra i suoi principali sostenitori, approdati poi “all’accettazione dell’ordine esistente come unico orizzonte invalicabile”. Non riconoscere la veridicità di questa conclusione è solo dovuto all’”autismo culturale”, proprio di chi ha interiorizzato acriticamente l’imperante ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini