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Gianfranco Sabattini

Inquinamento e salute

Il problema dell’Ilva di Taranto ha riproposto l’annosa questione del come conciliare l’interesse alla crescita economica con quello alla salute della gente che abita nei territori colpiti dagli effetti nocivi dell’inquinamento ambientale. Il problema della conciliazione dei due interessi è di difficile soluzione, come è dimostrato dal fatto, quasi inconcepibile, che, malgrado la disponibilità di tutti a considerare dannoso alla salute dell’uomo l’inquinamento ambientale, l’unico accordo al quale si è giunti a livello internazionale è quello che ha consentito di sottoscrivere il “Protocollo di Kioto”, cui si deve nientemeno che l’istituzione di un “mercato dei diritti di inquinamento”; in altri termini, esso regola la possibilità riconosciuta ad ogni Paese industrializzato, che ha sottoscritto il “Protocollo”, di vendere ad un altro il “diritto di inquinamento in eccesso”, derivante da una riduzione dell’inquinamento oltre la soglia che esso si è impegnato a rispettare.

Sembra assurdo, così però stanno le cose; per cui è plausibile pensare che il problema della conciliazione dell’interesse alla crescita economica con quello alla salute sia destinato ad alimentare ulteriormente l’annoso dibattito tra chi considera prioritaria la crescita e chi invece considera prioritaria la salute ed il rispetto dell’ambiente, inteso questo in senso lato, sino ad includere gli “insulti” ad esso recati, sia dai “rilasci” organici ed inorganici di ogni tipo, che dai continui “prelievi” di risorse.

Da quando, negli anni Sessanta e Settanta, sono comparse le denuncie di Paul Ehrlich, professore di biologia riproduttiva alla Stanford University, che ha imputato all’esplosione della popolazione mondiale la causa del degrado ambientale, e di Barry Commoner, che ha ricondotto il degrado al crescente uso delle tecnologie nell’attività produttiva, unitamente alle critiche del “Club di Roma” per il crescente inquinamento, è stato inevitabile che a livello mondiale prendesse il via un serrato dibattito su cosa fare per fermare il crescente fenomeno dell’inquinamento ambientale.

Il dibattito è servito ad approfondire ed a chiarire i termini del confronto ed a motivare il fiorire di posizioni favorevoli a porre un limite alla “crescita quantitativa illimitata” e di correnti di pensiero tendenti a sostenere la possibilità di contenere gli effetti negativi della crescita sull’ambiente attraverso il progresso della scienza e della tecnica.

Il chiarimento terminologico ha richiamato la necessità che nel dibattito si tenesse conto della distinzione tra il concetto di “crescita” e quello di “viluppo”, esprimendo il primo (la crescita economica) il fenomeno quantitativo della percentuale di aumento del prodotto sociale totale (PIL) o del prodotto pro-capite; il secondo (lo sviluppo) i benefici della crescita, consistenti in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione. I due concetti sono collegati tra loro, nel senso che laddove c’è crescita c’è anche sviluppo, per cui la crescita, essendo il fenomeno che permette di allargare le dimensioni del “paniere di beni” rappresentante la ricchezza prodotta in un dato tempo da un Paese, costituisce il presupposto per il miglioramento delle condizioni di vita.

Sulla base di queste premesse, l’obiettivo prevalente di ogni Paese è diventato allora quello di perseguire l’obiettivo di un tasso di crescita del prodotto pro-capite quanto più elevato possibile. In questa prospettiva è stato anche facile comprendere perché il PIL è divenuto il più importante punto di riferimento su cui gli economisti ed i governi hanno dovuto sempre concentrare la loro attenzione. Nel tempo, l’inadeguatezza del PIL, come indicatore atto a misurare lo sviluppo ed il benessere, è risultata sempre più evidente, soprattutto allorché è stata acquisita la consapevolezza del fatto che le molte attività che accrescevano il PIL, potevano diminuire a lungo andare, sia la crescita, che lo sviluppo. Queste considerazioni hanno fatto sì che, in campo scientifico, fossero proposti numerosi indici che, per una valutazione complessiva del livello di sviluppo e di benessere, hanno fatto riferimento contemporaneamente alla sfera economica, ma anche a quella sociale e ambientale.

Nella elaborazione e nella costruzione di tali indici, l’idea di fondo è stata quella secondo cui l’aumento della quantità pro-capite dei beni a disposizione faceva ricadere, prima o poi, i suoi effetti positivi sull’intera popolazione, sotto forma di nuovi posti di lavoro, di maggiori opportunità economiche e di standard di vita più elevati, di riduzione della povertà e delle disuguaglianze. L’evidenza statistica, però, ha mostrato l’altra faccia della crescita quantitativa continua, evidenziando che non era sempre così. Nella seconda metà del secolo scorso, ciò ha determinato il passaggio da una visione fondata sull’identità tra crescita e sviluppo ad una nuova visione che ha riconosciuto l’autonomia dei due concetti.

All’interno delle società industrializzate, il problema più importante dal punto di vista ambientale è diventato allora quello della sostenuta dinamica demografica e dell’espansione crescente dei livelli di consumo: il tasso di crescita della popolazione è il prodotto di decisioni prese da milioni di singole coppie, ma il livello delle attività economiche dipende dalla capacità del sistema-Terra di sopportare gli esiti della crescita del consumo connesso alla crescita demografica. La ragione per cui si è stentato, e si continua a stentare, a non prendere piena coscienza della contraddittorietà tra la crescita della popolazione e la sua aspirazione ad aumentare il grado di libertà dal bisogno, da un lato, ed i limiti del sistema-Terra, dall’altro, è stata ricondotta al fatto che il problema dell’uso efficiente delle risorse disponibili non fosse, e continui ancora a non essere, risolto in modo appropriato.

Sennonché, le società industriali, cioè le società della crescita quantitativa continua ed illimitata, hanno avuto successo nella produzione, ma hanno continuato a fallire, come il “Protocollo di Kioto” sta a dimostrare, nell’uso efficiente delle risorse. La conseguenza di tale fallimento ha prodotto, e continuerà a produrre “stress ambientali” secondo ritmi ancora più preoccupanti rispetto al passato: malattie, estinzione di specie animali, modificazioni climatiche, eutrofizzazione di laghi e corsi d’acqua, erosione del suolo, disboscamento, ecc.

Ciò ha indotto a pensare che a livello globale fosse necessaria una regolazione cogente dell’attività produttiva, tenendo presente che allo stato attuale le soluzioni ai problemi connessi alla sostenibilità dello sviluppo sono complesse e possibili solo sulla base di decisioni condivise a livello internazionale; nel senso che le soluzioni da assumere devono essere globali e non di singoli sistemi sociali, o peggio ancora di singoli gruppi sociali. E’ questo uno dei motivi che hanno concorso a rendere la prospettiva della decrescita di Serge Latouche e del suo movimento solo un’istanza ideologica inascoltata.

La prospettiva della decrescista, di natura ideologica, affermatasi nella seconda metà del secolo scorso, tende ad affermare la necessità di attenuare solo il rapporto di sfruttamento delle natura da parte dell’uomo, nel senso che essa si riduce a “dare voce” alle istanze di quei settori di opinione pubblica messi in difficoltà dalle conseguenze negative derivanti dal funzionamento dei sistemi economici delle attuali società industrializzate. La riduzione del livello di produzione dei sistemi sociali industrializzati è però di difficile realizzazione, per via del fatto dell’esistenza di una forte aspirazione dei popoli a liberarsi dal bisogno e a migliorare la qualità della propria vita. D’altra parte, un’altra tipica aspirazione dei popoli, seguita al miglioramento quantitativo e qualitativo delle condizioni di vita reali, è stata la domanda di conservazione dell’ambiente.

In tal modo, lo stato di salute dell’ambiente ha acquisito un valore irrinunciabile, nel senso che le popolazioni dei moderni sistemi industriali hanno approfondito la loro aspirazione a disporre di un “ambiente pulito”, che non poteva essere ottenuto se non sulla base di decisioni dirette a ridurre o a cambiare, almeno in parte, l’aspirazione al conseguimento della disponibilità di una maggior quantità di beni e servizi. Aspetto, quest’ultimo, che è valso, però, solo ad evidenziare una diffusa incoerenza, relativa al problema, del quale tutti ormai hanno contezza, dell’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili. La mancata soluzione del problema dell’uso efficiente delle risorse naturali ha reso possibile il verificarsi di situazioni irrazionali, in cui il mercato continua ancora ad esitare un’offerta di risorse non rinnovabili a basso prezzo, mentre la comunità internazionale ha solo saputo sinora pervenire ad accordi che sono serviti a regolare il mercato dei “diritti ad inquinare”.

Le considerazioni sin qui svolte convalidano l’affermazione secondo cui la fiducia dogmatica nel progresso scientifico e tecnologico implicano l’assunzione di una responsabilità sorretta da comportamenti individuali e collettivi coerenti. Poiché ciò stenta ad avvenire, l’aumento continuo della crescita e la violazione della natura procedono con effetti che divengono insieme irreversibili, cumulativi ed estesi, nello spazio e nel tempo, e non più neutrali dal punto di vista della loro compatibilità col rispetto della vita. In presenza del procedere irresponsabile dell’uomo rispetto all’ambiente, ciò che può essere un bene per le generazioni attuali, può essere un male per quelle future; pertanto, oltre all’accertamento degli effetti negativi sulle condizioni di vita delle generazioni presenti, deve avere priorità di analisi anche la previsione degli effetti negativi futuri riconducibili a decisioni produttrici di possibili effetti positivi attuali. La conservazione dello stato di salute dell’ambiente deve perciò prevalere sull’obiettivo di una crescita continua ed illimitata.

A tal fine, occorrerà sostituire questo obiettivo con quello di uno sviluppo in regime di stato stazionario, così come da tempo è suggerito da Kenneth Boulding, per il controllo della dinamica demografica, e da Herman Daly, per il contenimento al minimo dei costi di reintegrazione del capitale complessivo disponibile; ovvero inclusivo del “capitale umano” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli e rinnovabili) e del “capitale naturale” (l’insieme dei fattori produttivi materiali e immateriali durevoli, esauribili e non rigenerabili.

Sarà mai possibile un accordo internazionale che istituzionalizzi il funzionamento di un sistema economico globale, secondo i suggerimenti di Boulding e di Daly? Si potranno, al riguardo, nutrire seri dubbi sulla possibilità che si addivenga ad un accordo compatibile con una prospettiva di crescita qualitativa (o di sviluppo) in condizioni di stato stazionario; al di là dei dubbi, occorre riconoscere che il dibattito su come conciliare l’attività produttiva e la salute dell’uomo è destinato a non sortire effetto alcuno fuori dalla prospettiva indicata da Boulding e da Daly.

Gianfranco Sabattini

 

Le regole da ripensare. Globalizzazione e crisi dello Stato-nazione

globalizzazioneLe regole che hanno governato i rapporti dei cittadini con le istituzioni repubblicane devono essere ripensate alla radice, perché hanno perso la capacità di comprendere e di rappresentare un mondo che ha subito profonde trasformazioni. Ezio Mauro e Zygmunt Bauman hanno affrontato questo argomento in “Babel”, in un confronto a due voci, con l’intento di evidenziare le cause della crisi che affligge la democrazia, ma senza alcuna indicazione circa il futuro che ci aspetta. Molte sono le considerazioni dei due autori: tendenzialmente contingenti, quelle dell’ex direttore di “Repubblica”; filosofiche e ricche di implicazioni, quelle del filosofo.

Secondo Mauro, la crisi che sta affievolendo a livello globale il ruolo delle istituzioni democratiche da alcuni decenni, colpisce la stabilità dei singoli Stati-nazione, nel senso che ne sta rendendo instabile “tutta l’impalcatura materiale, istituzionale, intellettuale della costruzione democratica”, che l’Occidente si era dato nella tregua del dopoguerra. In altri termini, la crisi sta distruggendo tutto ciò che quella “quiete” aveva consentito di realizzare, “al fine di sviluppare e articolare il meccanismo della democrazia”, per proteggere i cittadini nel loro vivere insieme: “Governi, parlamenti, corpi intermedi, soggetti sociali, antagonismi, welfare state, partiti e movimenti nazionali, internazionali, continentali”

Oggi l’intelaiatura istituzionale, ereditata dai “gloriosi trent’anni” del dopoguerra non riesce più a difendere i cittadini, in quanto la crisi, a parere di Mauro, l’ha penetrata e l’ha deformata a tal punto, che l’ha “svuotata”, rendendola obsoleta. E’ divenuto perciò ineludibile domandarsi quali conseguenze avrà la mutazione istituzionale che la crisi ha portato con sé e quali saranno quelle che inevitabilmente si abbatteranno sulla vita quotidiana dei cittadini; crisi – afferma Mauro – di natura economico-finanziaria, se si guarda il detonatore; ma crisi politica, istituzionale, dunque culturale, se si misurano gli effetti quotidiani, riassumibili fatto che il governo democratico è diventato precario, perché tutto è andato fuori controllo. Quel che della crisi in atto colpisce maggiormente – afferma Mauro – è la sua “autonomia”, che le consente d’essere indifferente “al processo democratico”, sfruttando se stessa per espandere le sue conseguenze negative.

Di fronte a questo stato di cose, è stato inevitabile che la democrazia perdesse, e continui a perdere, la capacità di autoconservarsi, per “riconquistare il governo effettivo del reale”. I cittadini sono divenuti vulnerabili, in quanto l’intera struttura sociale si è indebolita; la percezione della loro vulnerabilità ha causato un sentimento di paura, per cui se il compito dei governi era quello di garantire innanzitutto la sicurezza, ora essi, i governi, sono diventati i primi responsabili dello stato di insicurezza dei cittadini.

Ciò è tanto più grave, se si pensa che originariamente, i cittadini avevano consegnato allo Stato il monopolio della forza, appunto perché li difendesse come singoli e come insieme. Poiché questa funzione dello Stato si è bloccata, è inevitabile pensare che esso si sia “arreso alla crisi” e che l’economia finanziaria si sia trasformata in una “variabile indipendente e il lavoro sia diventato “un bene precario e non uno strumento di costruzione di sé in rapporto con gli altri”.

Dal blocco della funzione dello Stato è anche derivato l’allentarsi del vincolo di interdipendenza tra i singoli cittadini e il potere pubblico. La crisi di questo vincolo – afferma Mauro – non sta nell’indebolirsi dell’istituto della rappresentanza politica; l’astensionismo non dipende tanto dall’indifferenza che pervade ormai la maggioranza degli aventi diritto al voto, quanto dal fatto che questi ultimi hanno cessato di credere “al suffragio come arma suprema per premiare e punire” chi viene scelto per rappresentarli. Sulla scia di Jacques Julliard, Mauro aggiunge che quando il vincolo che lega i cittadini alle istituzioni democratiche diventa «cattivo conduttore della volontà generale», a un livello più profondo “il rifiuto della politica tradisce una sorda aspirazione all’autonomia degli individui, una sorta di allergia alla nozione stessa di governo”.

Ma oggi – continua Mauro – si è andati oltre la pura e semplice crisi della rappresentanza: la perdita di fiducia dei cittadini circa la capacità del governo di difenderli dalla precarietà pervasiva, ha messo in crisi anche la filosofia politica sulla quale è stata eretta la struttura dello Stato-nazione e sono state concepite le istituzioni idonee a farlo funzionare secondo le attese. D’altra parte – sono ancora parole di Mauro – il “bisogno elementare di sicurezza deluso, che cos’è oggi? Fondamentalmente, un timore che la governance democratica non garantisca più alcun controllo, perché la crisi e i suoi fenomeni collaterali non sono governati”; dunque, i cittadini sono ora di fronte “ad una insicurezza politica” e ad una solitudine che porta ad una “incomunicabilità politica”.

Ciò comporta una frattura tra lo Stato democratico e il cittadino, nel senso che il secondo ha cessato di riconoscere la funzione ed il ruolo del primo, per via del fatto che egli ha sentito d’essere stato “tradito e frustrato dalle promesse democratiche non mantenute dalle reti istituzionali e culturali costruite” dacché lo Stato si è democratizzato. In altri termini, la perdita di fiducia ha fatto sì che, a quel cittadino, lo Stato non interessi più, e tanto meno gli interessi “la partita tradizionale per il potere, così lontano da non essere contendibile”. L’allentarsi del rapporto tra Stato e cittadino ha fatto anche venir meno il “concetto di pubblico”, la cui portata sul piano delle conseguenze non è stato ancora possibile valutare con esattezza. E’ venuto meno, infatti, l’elemento necessario per la formazione dell’opinione pubblica; in sua vece hanno preso forma e corpo i “risentimenti, vero rumore di fondo di un’epoca disarmata”.

Inoltre, Mauro è del parere che, se a causa della globalizzazione la crisi della democrazia ha dissolto “il nucleo di valori della società del lavoro”, si è anche rotta un’altra alleanza storica tra capitalismo, Stato sociale e democrazia”. Con la dissoluzione di quest’ultima alleanza si è “liquefatta” anche “la storia novecentesca del lavoro come fabbrica della solidarietà e come luogo privilegiato della capacità di passare dagli interessi privati alle questioni pubbliche e viceversa”. In questo modo, la crisi ha messo in discussione, e in parte ha sacrificato, “alcuni dei diritti nati nel lavoro”, semplicemente perché questi, come tutti i diritti sociali, costando troppo, in una fase di difficoltà economica e finanziaria sono diventati “improvvisamente delle variabili dipendenti, comprimibili”.

In tal modo, è divenuto ingiustificabile l’approfondimento delle differenze tra chi è riuscito a migliorare la propria condizione sociale è chi, invece, ha visto peggiorare di continuo la propria”. In queste condizioni, i cittadini spinti ai margini della società si sono sentiti solo destinatari di una considerazione compassionevole da parte di uno Stato sociale che, a partire dalla fine degli anni Settanta, si è trasformato in istituzione caritatevole per chi perdeva la possibilità di conservare un reddito da lavoro.

La sinistra – afferma Mauro – non è riuscita a contenere l’approfondimento della disuguaglianza sociale, arrivando a considerare la parola ‘uguaglianza’, “vecchia invece che antica, come se il suono fosse retorico e vuoto. In realtà il suono è semplicemente non autentico, perché non fa parte del moderno sistema di credenze della sinistra”; è questa la ragione per cui oggi “l’uguaglianza fatica a vivere fuori dalla politica, dalla cultura sociale […]. Né trova soluzione nella beneficenza o nell’elemosina buone a salvare l’anima, ma non a far crescere la democrazia materiale, la sola che garantisce dignità e libertà per tutti. La realtà è che si è spezzata l’idea di un destino comune”.

Da parte sua, Zygmunt Bauman condivide in pieno l’analisi della crisi della democrazia delineata da Mauro, aggiungendo che un’altra conseguenza della disaffezione del cittadino dalla democrazia è “la crescente distanza tra quelli che votano e quelli che dal loro voto vengono insediati nel potere […]. Per una grande maggioranza di cittadini, l’idea di contribuire a indirizzare il corso degli eventi nella giusta direzione (una possibilità che in passato aveva reso di solito la democrazia cosi attraente e aveva dato vigore all’attiva partecipazione alle procedure democratiche) raramente, o forse mai, è ora considerata credibile e a portata di mano”. Si sta assistendo – afferma Bauman, citando un brano tratto dal “Diario di un anno difficile” di John Maxwell Coetzee, “al progressivo affievolirsi della scelta tradizionale tra ‘una serena servitù da un lato e una rivolta contro la servitù dall’altro’, mentre non viene colto il nuovo atteggiamento che si sta configurando presso la maggior parte dell’elettorato nei confronti di quelli che elegge al governo”; infatti, secondo Bauman, va prendendo sempre più piede un terzo atteggiamento, prevalente ora in migliaia di milioni di persone: un atteggiamento segnato da “quietismo”; fatto, questo, che ha avuto come conseguenza il “crollo della comunicazione fra la élite politica e il resto della popolazione”.

Il venir meno della comunicazione tra cittadini e rappresentanti politici ha causato la crisi dello Stato-nazione; ciò perché – sostiene Bauman – citando Benjiamin Barber, quest’ultimo ha perso ogni capacità di proteggerne l’uguaglianza e la sicurezza di “fronte alla complessità di un mondo interdipendente”, che ha incominciato a correre più veloce “del nazionalismo e dell’insularità sovrana delle sue istituzioni”. In tal modo, la sovranità – la virtù dello Stato-nazione moderno – è divenuta la “vittima della globalizzazione e della sua portata intimidente”. Gli Stati hanno così cessato di poter “affrontare le sfide di un mondo interdipendente, senza riuscire però a forgiare istituzioni transnazionali capaci di sostituirli”.

L’assetto politico degli Stati, nato circa quattro secoli fa, non risponde più alle esigenze del mondo contemporaneo; esso, infatti, nonostante i grandi cambiamenti intervenuti a seguito dell’approfondimento della sempre più stretta interdipendenza tra i singoli sistemi nazionali, poggia ancora su un’organizzazione istituzionale idonea a soddisfare i bisogni di libertà e di indipendenza dei cittadini, solo all’interno però dei confini originari di quell’asssetto politico; oggi, quell’assetto non è più adatto, proprio per l’accresciuta interdipendenza dei singoli sistemi nazionali. Nell’età della globalizzazione, il limite insuperabile degli Stati-nazione, deve essere rinvenuto, perciò, nel fatto che essi sono troppo inclini alla rivalità e alla mutua esclusione e scarsamente disponibili alla collaborazione ed alla mutua solidarietà.

Sarebbe quest’ultima, per le conclusioni congiunte di Mauro e Barman, la causa effettiva della crisi politica, sociale ed economica dei moderni sistemi sociali; crisi imputabile principalmente alle forze di sinistra che, dopo aver concorso in modo determinante, nei primi decenni postbellici e sulla base delle istituzioni proprie dello Stato-nazione, all’attuazione del patto tra capitale e lavoro, non hanno saputo contrapporsi, sul piano dell’iniziative e della progettualità, alle forze neoliberali; queste, al contrario, hanno supportato, all’interno dei singoli Stati-nazione, l’adozione di misure appropriate alla nascita di un’economia globale, il più possibile affrancata dai vincoli impliciti nell’azione statale.

Ciò non significa, tuttavia, che quelle forze di sinistra avrebbero dovuto contrastare aprioristicamente gli effetti negativi del il processo di globalizzazione, alimentato dall’ideologia neoliberista; significa solo che quelle forze, rinunciando a svolgere il loro ruolo storico, hanno consentito che il processo di globalizzazione potesse svolgersi su basi spontanesistiche ed hanno limitato la propria azione unicamente al contenimento degli aspetti distorsivi che ne derivavano.

Mancando di elaborare una strategia appropriata di adattamento degli Stati-nazione alla logica di funzionamento dell’economia globale, le forze di sinistra sono rimaste prive di un “quadro” di riferimento che potesse consentire di valutare gli interventi in funzione dell’acquisizione di una sempre più efficace governance dell’interdipendenza mondiale.

In mancanza di una chiara visione verso la quale orientare il processo di globalizzazione, l’idea di poter governare la nuova realtà, operando interventi col solo fine di contenerne gli esiti negativi, ha avuto l’effetto di creare la situazione attuale, dove tutti imputano lo status quo a questo o a quel fenomeno, senza una chiara visione cui ricondurre tutti i motivi del disagio sociale; ciò che impedisce di individuare una chiara prospettiva politica dalla quale derivare soluzioni credibili e socialmente auspicabili per affrontare la crisi del vecchio contenitore espresso dallo Stato-nazione.

Gianfranco Sabattini

La vocazione imperiale degli Usa e le promesse
di Donald Trump

trumpDonald Trump ha vinto le elezioni promettendo ai “dimenticati d’America”, cioè a coloro che sono stati vittime della politica dei suoi più immediati predecessori, di riscattarli dalle condizioni economiche disagiate cui sono stati costretti; in particolare, dalle modalità con cui negli ultimi decenni sarebbe stata “governata” la globalizzazione.

Connotato essenziale di ogni struttura imperiale americana è, secondo Dario Fabbri, quello di far pesare il costo del suo mantenimento sulla popolazione della potenza centrale; in “La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo” (Limes, 2/2017), Fabbri afferma che la potenza imperiale è indotta naturalmente “a esprimere deficit commerciale e deficit pubblico per mantenere a sé legati i soggetti inseriti nella propria costellazione. Tra questi la Cina che, lungi dal possedere alcun potere di ricatto, intrattiene con gli Stati Uniti una classica relazione di subalternità”.

Per tener fede agli impegni elettorali, il neoeletto presidente americano, si prefigge di “alleviare il malessere interno”, scaricando il costo di una politica sociale finalizzata ad alleviare gli stati di bisogno esistenziali del proprio elettorato su alleati e competitori, imponendo il pagamento di un maggior prezzo per la loro partecipazione alla fruizione dei vantaggi assicurati dalla “pace imperiale” garantita degli USA, e introducendo un “blocco” all’immigrazione onde evitare che questa continui a sottrarre posti di lavoro a quei cittadini che maggiormente hanno risentito negativamente degli esiti del processo di globalizzaione dell’economia nazionale. A parere di Fabbri, questi obiettivi, se perseguiti con determinazione, “potrebbero rivelarsi inconsapevolmente anti-imperiali, dunque in grado di polverizzare la supremazia americana”.

Di qui le fatidiche domande: è possibile che una potenza imperiale, qual è allo stato attuale l’America, possa abdicare al proprio rango di leader mondiale per acquisire un maggior livello di benessere interno? Oppure, la nazione americana, per conservare la propria posizione egemone a livello globale, dovrà accettare il costo che questa comporta, “saziandosi del compiacimento infuso dall’affermazione globale?”. Per rispondere Fabbri espone, in termini realistici, i motivi dell’’improbabilità che la complessa architettura imperiale possa essere “distrutta”; le sue conclusioni, però, sono poco convincenti.

Dopo la dichiarazione dell’indipendenza nel 1776, la nazione americana, attraverso un “furioso dibattito” svoltosi all’interno dell’élite dei suoi padri fondatori, ha maturato l’idea che nell’avviare la propria proiezione esterna dovesse evitare ogni pretesa imperiale, pena, laddove si fosse verificato il contrario, la perdita del proprio spirito, come ha avuto modo di affermare John Quincy Adams. Dimentica delle idee dei propri “padri”, l’America – afferma Fabbri – “s’è tramutata in impero fin dal principio della sua storia. Inizialmente, a scapito delle popolazioni amerinde, dell’Inghilterra, della Francia, della Spagna e del Messico” e, successivamente, muovendo verso Ovest e scavalcando gli ostacoli del Pacifico, ha annesso a sé l’atollo di Midway, le isole Hawaii, le Filippine, l’isola di Guam e l’arcipelago di Samoa. Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’espansione territoriale, l’America si è aperta all’accoglimento di consistenti flussi di immigrati, mentre la sua Marina è diventata competitiva a livello internazionale, “prodromo dell’affermazione sulle rotte marittime”.

E’ stato però dopo il secondo conflitto mondiale che l’America ha posto le “fondamenta strategiche per tradurre il proprio impero in supremazia globale”, estromettendo la Gran Bretagna dall’Oceano Atlantico, imponendo l’alleanza atlantica e, con il trattato di mutua assistenza stipulato nel 1952 con il Giappone sconfitto, assumendo il parziale controllo dell’Oceano Pacifico. L’America, tuttavia, ha potuto imporre definitivamente la propria egemonia globale con l’abbandono del mercantilismo, ovvero della prevalente propensione ad identificare in modo esclusivo l’interesse nazionale con la crescita costante del volume dei traffici commerciali, e la sua sostituzione con “una politica economica eminentemente strategica”, che ha potuto consolidare sulla base di due eventi strettamente connessi tra loro, occorsi a cavallo tra la fine del secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra: la conferenza di Bretton Woods del 1944 e l’approvazione del Piano Marshall nel 1947.

La Conferenza di Bretton Woods è spesso ricordata anche come l’evento nel corso del quale si sono confrontati due diversi modi di intendere le relazioni economico-monetarie internazionali del dopoguerra: il primo, basato su una moneta mondiale denominata “Bancor” e incentrato sul dollaro e la sterlina, è stato proposto da John Maynard Keynes; l’altro, che proponeva di istituire un sistema monetario internazionale incentrato sull’oro e sull’emissione di una moneta mondiale denominata ”Unitas”, è stato invece avanzato dall’economista americano Harry Dexter White. Le proposte dei due economisti, che contenevano entrambe elementi evolutivi e progressisti, sono state però disattese, a causa dei nuovi equilibri di potere che allora stavano nascendo a livello mondiale, col risultato della costituzione di un’area valutaria occidentale, caratterizzata dall’egemonia esclusiva del dollaro. In questo modo – afferma Fabbri – si è palesata la struttura dello “schema di dipendenza che Washington avrebbe elaborato nei confronti dei propri clientes”; schema, basato sulla considerazione del “deficit commerciale come arma in possesso della potenza dominante, connotato naturale dell’egemonia”.

Le decisioni della conferenza di Bretton Woods sono state così plasmate per l’attuazione di un piano d’intervento per il sostegno della ricostruzione dei Paesi dell’Europa occidentale (Piano Marshall), ufficialmente denominato “European Recovery Program”, la cui attuazione è valsa ad inserire le economie europee nel ricostruito mercato mondiale, rivelandosi una decisone “di straordinaria portata strategica in chiave antisovietica”; ma è servita anche a conservare la neonata Repubblica Federale Tedesca nel novero dei Paesi egemonizzati dagli USA. Identiche iniziative, sin dal 1945, sono state attuate nell’Oceano Pacifico nei confronti del Giappone sconfitto: dopo il primo sostegno economico, dalla fine del 1947, le priorità statunitensi si sono spostate dal cambiamento in senso liberale delle istituzioni politiche e culturali giapponesi verso una sostanziale ripresa dell’economia nipponica, per disporre di un baluardo contro l’espansionismo dell’Unione Sovietica in Asia, specie dopo la costituzione della Repubblica Popolare della Cina, nel 1949, e lo scoppio della guerra di Corea, nel 1950.

La conferenza di Bretton Woods e la ricostruzione dei Paesi ad economia di mercato sono state delle iniziative che hanno raggiunto il loro apice – sostiene Fabbri – alla fine della guerra fredda; con l’implosione dell’Unione sovietica nel 1991, gli USA sono diventati l’unica superpotenza globale, che ha esteso “all’intero globo il proprio potere militare, commerciale e culturale. Attuando i tratti distintivi della supremazia ancora in vigore. Dal controllo delle vie navali, all’assorbimento pressoché illimitato di merci straniere, fino all’assimilazione sul territorio nazionale di un numero crescente di immigrati”. Gli USA hanno potuto così ribattezzare il proprio impero col nome di globalizzazione.

In assenza di antagonisti, l’Amministrazione americana ha suddiviso il mondo in “aree di competenza e responsabilità”, al cui presidio ha destinato le sue potenti flotte militari, a tutela della sicurezza delle rotte marittime, strumentali alla stabilità dell’allargamento continuo dei traffici commerciali, resi possibili dalla globalizzazione, e alla sicurezza della necessaria area valutaria fondata sul dollaro. Il traffico marittimo statunitense – osserva Fabbri – è aumentato negli ultimi venticinque anni del 400% e, dal 1991, gli “Stati Uniti hanno volontariamente aumentato il proprio deficit commerciale misurato in merci, passato da 31 miliardi di dollari del 1991 a 750 miliardi del 2016”; la Cina, suo principale partner di interscambio, presenta un surplus commerciale verso gli USA che è passato dai 12 miliardi di dollari del 1991 ai 347 del 2016; molti altri Paesi (Giappone, Germania, Messico, in prima linea) hanno maturato un’identica posizione nei confronti dell’economia americana, sia pure notevolmente distanziata da quella cinese.

Dalla fine della guerra fredda, anche il debito pubblico statunitense è aumentato dagli originari 3.665 miliardi di dollari agli attuali 19.976 miliardi, posseduto, nella forma di Buoni del Tesoro, per il 32% da governi stranieri che, nell’ordine sono: Giappone (1.090 miliardi), Cina (1.058), Regno Unito (217), India (118,2), Germania (82,2), Russia (86,1), Corea del Sud (93,2), Messico (47,1) e cosi via. Il consistente ammontare del debito pubblico, anziché essere percepito – afferma Fabbri – “come segnale di vulnerabilità, come vorrebbe un’interpretazione anti-imperiale del sistema internazionale, il legame finanziario palesa l’inferiorità della periferia nei confronti del centro”. I Paesi della periferia sono infatti “costretti ad acquistare titoli di Stato USA per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, […] per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazione”.

Il neoeletto presidente ha promesso ai “dimenticati” del suo Paese di porre un freno all’indebitamento e a tutto ciò che sinora con la globalizzazione ha cessato di conservare “grande l’America”; vuole infatti ricondurre sul territorio americano molte imprese che hanno scelto la via della delocalizzazione all’estero, scoraggiare le importazione attraverso l’introduzione di dazi doganali e porre un limite all’immigrazione. Ma così facendo, Trump indebolirebbe la posizione imperiale degli USA nel mondo. Secondo Fabbri, però, il neopresidente non potrà realizzare il suo “disegno elettorale, poiché “non dispone del potere necessario per fissare la strategia nazionale. La sua azione è limitata dalle prerogative del Congresso, dispensatore delle risorse finanziarie necessarie ad attuare la politica estera, e dal mestiere degli apparati federali, custodi dei propositi di lungo periodo”.

Nei prossimi anni, perciò, è plausibile prevedere che, qualora Trump voglia mantenere le promesse fatte al proprio elettorato, l’America potrà certamente inaugurare una nuova politica estera fondata su un aumento moderato dei dazi protettivi per scoraggiare moderatamente le importazioni, incentivare il rimpatrio di molte attività produttive che hanno dato origine alla “cintura della ruggine”, formata dagli Stati di più antica industrializzazione in crisi, e introdurre maggiori controlli sui flussi migratori provenienti soprattutto dai Paesi latino-americani; nonostante questa nuova politica, la superpotenza non potrà, in ogni caso, rinunciare al ruolo dinamico che la globalizzazione ha per la sua economia; sarà, perciò, gioco forza per la superpotenza imperiale continuare a presidiare le rotte marittime e l’indispensabile area valutaria fondata sul dollaro, a perseguire obiettivi di natura strategica e ad accogliere nuovi immigrati, “per percorrere – afferma Fabbri – un cammino obbligato. Per mantenersi nella storia”.

Un impero non può crollare per “capriccio di un leader”; esso può crollare solo quando si esauriscono le caratteristiche demografiche, culturali, geografiche, economiche che lo hanno generato”; una superpotenza, conclude Fabbri, citando lo storico Robert Kagan, “non può andare in pensione”, per cui sarà quasi costretta a conservare intatte le “condizioni che ne hanno determinato l’ascesa”, rimanendo “centro del mondo ancora a lungo”.

Per quanto convincente e supportata da fatti incontrovertibili, l’analisi di fabbri resta pur sempre un’analisi parziale; ciò perché è condotta come se la superpotenza potesse continuare a reiterare la propria posizione egemonica nel vuoto. Se l’America vorrà continuare ad espandere la propria economia attraverso una globalizzazione che sia solo compatibile con i propri interessi nazionali, è inevitabile che i fronti, certo di natura non militare, coi quali dovrà confrontarsi, siano destinati ad allargarsi a dismisura; l’impero e l’egemonia che lo sottende potranno durare, non solo attraverso la conservazione dell’integrità delle rotte marittime e dell’area valutaria, in funzione dei suoi più convenienti traffici commerciali, ma anche se la superpotenza imperiale saprà convenientemente combinare l’”hard power”, che le deriva dalla sua indiscussa superiorità economica e militare, con il “soft power”, che nel passato ha contraddistinto la sua ascesa a livello globale. Ciò implicherà necessariamente che l’America, “facendo grande” se stessa, attraverso il motore del turbocapitalismo che alimenta la globalizzazione, non oscuri gran parte del resto del mondo, con la sola eccezione dei suoi più diretti competitori, Cina e Russia.

Gianfranco Sabattini

L’Occidente e l’ascesa globale del resto del mondo

Charles Kupchan

Charles Kupchan

Negli ultimi due secoli, gli Stati dotati di istituzioni politiche democratiche ed economiche orientate al mercato hanno dato forma al mondo moderno, contribuendo a creare il mito della superiorità dell’Occidente. Sostenuti dalle loro istituzioni, i principali Paesi occidentali (Inghilterra e Stati Uniti, in primis) sono stati gli artefici dell’ordine globale che, avviato nel corso del XIX secolo, ha raggiunto la sua apoteosi alla fine del secondi millennio, quando, con l’implosione dell’Unione Sovietica, la via occidentale (Western way) alla crescita ed allo sviluppo è sembrata ad alcuni storici ed opinionisti avere prevalso definitivamente su ogni altra forma organizzativa alternativa della vita politica ed economica dei popoli. Secondo il politologo americano Francis Fukuyama, il prevalere dei valori propri della democrazia liberale e del libero mercato segnava, addirittura, la “fine della storia”.

Tuttavia, a partire dalla fine del XX secolo, la supremazia dell’Occidente avrebbe iniziato ad avviarsi al tramonto; per cui è plausibile prevedere che molti altri Paesi, cresciuti all’ombra dell’egemonia occidentale, “assurgano al rango di potenze di primo piano”, aspirando conseguentemente, come già sta accadendo, ad esercitare a livello globale un’”influenza proporzionale al loro status”. Ciò è quanto sostiene Charles A. Kupchan (docente di Politica internazionale presso la più antica Università cattolica americana, la Gergetown University, con sede a Washington D.C.), autore del libro “Nessuno controlla il mondo. L’Occidente e l’ascesa del resto del mondo. La prossima svolta globale”.

Conseguentemente, di fronte ai mutamenti che stanno avvenendo a livello globale, è logico chiedersi – come fa Kupchan – come cambierà il mondo, se le idee e le concezioni sulle istituzionali politiche ed economiche dei Paesi occidentali riusciranno a sopravvivere e se le potenze emergenti vorranno far valere un proprio approccio alla soluzione dei problemi attinenti la governance delle relazioni economiche internazionali. Si tratta di aspetti che vanno chiariti, perché – come afferma Kupchan – via via che ci si addentrerà nel XXI secolo, le risposte ai quesiti appena proposti “avranno un impatto fondamentale sulla natura del mondo che sta emergendo”.

Il politologo sostiene che “il mondo prossimo venturo non apparterrà a nessuno in modo esclusivo”, non solo perché la via occidentale sta perdendo gran parte dell’egemonia della quale ha goduto nel passato, ma anche per via del fatto che “ad essa non si sta sostituendo un nuovo baricentro o modello politico egemone”; per cui è dato prevedere che il mondo del futuro sarà “multipolare e allo stesso tempo politicamente plurale.”, nel senso che “sarà caratterizzato da un numero di potenze di primo piano, ciascuna dotata di una propria concezione di che cosa costituisca un ordine giusto e legittimo”. Pertanto, secondo kupchan, se si vorrà che la transizione al nuovo ordine “si svolga in modo pacifico, l’Occidente e il resto del mondo in ascesa dovranno non solo raggiungere un accordo su questioni di status e prestigio internazionale, ma anche stabilire un consenso sulle regole che definiscono il concetto di legittimità e governano il commercio, la guerra e la pace”. Kupchan formula un insieme di proposte, il cui intento è quello di individuare “i principi basilari cui fare riferimento” nella transizione verso il nuovo ordine globale, ma non prima di aver “esplorato” le cause e le conseguenze dell’emergenza del nuovo ordine mondiale,.

Di solito – afferma Kupchan – gli “accordi postbellici” hanno sempre dato luogo ad un nuovo ordine regolatore delle relazioni internazionali; ciò è accaduto: dopo la guerra dei trent’anni che, culminata con la pace di Vestfalia, è valsa a codificare il concetto di sovranità con riferimento al quale sono state regolate le relazioni tra gli Stati; dopo le guerre napoleoniche, allorché, a seguito del Congresso di Vienna, è stata inaugurata la prassi del “Concerto europeo”, con cui è stato creato un ordine cooperativo che ha preservato per molti anni la pace tra le grandi potenze europee; dopo la Grande guerra, allorché, con il Trattato di Versailles, è stata creata la Società delle Nazioni, attraverso la quale si sperava di prevenire i conflitti attraverso la negoziazione anziché l’equilibrio di potenza; infine, dopo la Seconda guerra mondiale, quando, con gli accordi di Dumbarton Oaks e Bretton Woods, è stata creata l’Organizzazione delle Nazioni Unite e una nuova struttura istituzionale internazionale per il governo dei rapporti finanziari ed economici tra gli Stati.

Diversamente dalle circostanze postbelliche descritte, la fine della Guerra fredda, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è avvenuta nel rispetto della continuità degli accordi già esistenti, piuttosto che all’insegna del cambiamento, inducendo l’Occidente a convincersi, erroneamente, con la presunta “fine della storia”, che le istituzioni ed i valori occidentali, “usciti vincitori dal conflitto”, sarebbero stati sufficienti a consolidare nel mondo una “pace perpetua”. Con l’inizio del nuovo secolo, soprattutto a partire dagli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001 alle Torri gemelle di New York, tale compiacimento è andato in frantumi; ciò ha costretto l’Occidente, con in testa la potenza egemone rappresentata dagli Stati Uniti, a prendere coscienza del fatto che, in luogo dell’omogenea diffusione delle proprie istituzioni e dei propri valori, stava maturando una “svolta globale”, caratterizzata dalla “caotica diversità” intellettuale degli Stati costituenti il resto del mondo, i quali con la globalizzazione diffusasi dopo la fine della Guerra fredda, stavano scalando le gerarchie mondiali.

La svolta che si prospetta porrà fine alla supremazia dell’Occidente; ma il nuovo ordine mondiale non sarà egemonizzato da nessun’altra potenza o alleanza di Stati in alternativa agli USA. “Un mondo senza padroni – afferma Kupchan – mostrerà un notevole pluralismo: idee alternative sull’ordine internazionale e sull’ordinamento interno agli Stati rivaleggeranno e coesisteranno sulla scena globale”. Nella transizione, varrà la storia a farsi maestra, ricordando che in passato i “riassetti dell’equilibrio di potenza” sono sempre stati momenti pericolosi, spesso segnati da guerre distruttrici di vite e di risorse: salvo rare eccezioni (avvicendamento, all’inizio del XX secolo, tra Gran Bretagna ed USA come potenza egemone dell’Occidente, avvenuto in modo pressoché incontrastato, e avvento, alla fine dello stesso secolo, dell’egemonia globale degli USA, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica), i cambiamenti dell’ordine internazionale hanno sempre comportato guerre egemoniche, costate pesanti sacrifici per l’intera umanità.

Esiste perciò la probabilità che la prossima svolta globale sia segnata da “tensioni e rischi geopolitici”, per cui se l’Occidente e il resto del mondo in ascesa vorranno governare la transizione al nuovo ordine in modo pacifico, dovranno necessariamente collaborare tra loro, per definire le regole sulla cui base regolare le future relazioni internazionali. In particolare, l’Occidente “dovrà aprirsi alle diversità politiche esistenti, invece di persistere nella convinzione che la democrazia sia l’unica forma di governo legittima” e che il libero mercato sia l’unica condizione per promuovere la crescita e lo sviluppo materiali; ciò significa che l’Occidente deve porre termine alla denigrazione e all’ostracismo nei confronti dei regimi politici ed economici la cui collaborazione sia necessaria per costruire il nuovo ordine globale. L’Occidente e gli altri Paesi in ascesa devono perciò “giungere a una nuova e più inclusiva definizione di legittimità, se vogliono trovare un accordo sulle fondamenta ideologiche del nuovo mondo”.

In particolare, costruire le basi di un ordine internazionale più inclusivo dovrà implicare il riconoscimento che “non esiste una sola forma di governo responsabile”, nel senso che, né l’Occidente, né il resto del mondo in ascesa potranno pensare di avere il monopolio sulla “bontà” delle istituzioni politiche ed economiche in grado di consentire agli Stati di promuovere il benessere dei propri cittadini. Occorrerà che tutti gli attori internazionali, che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale, si conformino all’idea che le nuove regole sulle quali basare il nuovo ordine rispondano a “standard accettabili di governance responsabile”.

In questo modo sarà possibile rispettare le scelte politiche ed economiche interne di ogni Stato, in quanto “espressione di insindacabili criteri nazionali, oltre che il riflesso dell’intrinseca varietà della vita politica”; inoltre, diverrà possibile estendere gli stessi standard alla conduzione della politica estera, nel senso che, per meritare una “buona reputazione internazionale”, i singoli Stati partecipanti alla costruzione del nuovo ordine globale dovranno salvaguardare, oltre al benessere dei propri cittadini, anche quello degli altri Paesi. La disponibilità di tutti gli attori internazionali ad abbracciare una concezione, fondata su una governance più responsabile, quindi più inclusiva di legittimità, rispetto a quella unicamente giustificata sulla base della democrazia e del libero mercato, allargherà “di sicuro – afferma Kupchan – il novero delle nazioni pronte a ergersi contro i regimi che predano i propri cittadini e minacciano la comunità internazionale”.

La condivisione di una governance responsabile non violerebbe, a parere dello stesso Kupchan, i valori tradizionali dell’Occidente, in quanto la sua accettazione sarebbe giustificata proprio sulla base dell’esperienza storica occidentale: compromesso, tolleranza e pluralismo ideologico sono stati infatti “vitali per l’ascesa dell’Occidente, nel corso della quale regimi diversi hanno convissuto, spesso nel rispetto di ogni scelta politica, religiosa e ideologica. L’Occidente ha per lungo tempo celebrato il proprio pluralismo interno e se ne è avvantaggiato”; esso, perciò non dovrebbe oggi trovare alcuna difficoltà nell’”optare per lo stesso approccio pluralista anche nei confronti del resto del mondo”, quindi riconoscere ed accettare la diversità che caratterizza l’esperienza umana, per trasformarla “in una virtù anziché in un vizio, in una fonte di idee nuove e ibride anziché in odio e paura”.

La realizzazione di una governance responsabile non sarà incompatibile con il ricupero del ruolo, in parte affievolito dalla globalizzazione, dello Stato-nazione, inteso tra l’altro, non solo come baluardo contro le minacce esterne che rendono insicura la vita all’interno di ogni Stato, ma anche come mezzo per limitare il principio del libero scambio e quello della libertà assoluta dei mercati finanziari; ciò al fine di evitare gli esiti negativi della delocalizzazione delle attività produttive, causata dall’allargamento della globalizzazione.

In conclusione, se vorranno costruire un nuovo ordine mondiale stabile e più equo, l’Occidente ed i Paesi emergenti del resto del mondo dovranno cercare un accordo circa la necessità che la governance reposnsabile sia esercitata secondo standard minimi, che implichino sanzioni economiche e ritorsive solo contro quegli Stati le cui istituzioni politiche ed economiche funzionino a vantaggio esclusivo di ristretti gruppi sociali ed a danno della maggioranza della loro popolazione. In ogni caso, quegli standard minimi dovranno implicare la conservazione di un determinato livello di sovranità nazionale per tutti gli Stati che partecipano alla costruzione del nuovo ordine globale.

L’analisi convincente di Kupchan circa i pericoli cui sono esposti, sia l’Occidente che la totalità degli Stati emergenti del resto del mondo, pur convincente, in quanto basata su ciò che l’esperienza storica ha lasciato in eredità del mondo moderno, accusa tuttavia una “caduta” in fatto di credibilità; ciò perché Kupchan, preoccupato dell’eccessivo indebitamento del suo Paese, auspica che gli USA, equilibrando sul fronte interno gli impegni internazionali con le risorse disponibili, riescano ad assicurarsi la possibilità di poter incidere, più di chiunque altro, sulla svolta globale in atto, pur in presenza di uno scenario mondiale multipare, pur in presenza di uno scenario mondiale multipolare. E’ il caso di affermare che Kupchan, pur di fronte all’inevitabile formazione di un mondo multipolare, sembra prevalentemente preoccupato che gli USA, anche se ridimensionati dall’ascesa di molti Paesi del resto del mondo a protagonisti globali, perdano la capacità di continuare, per il tempo a venire, ad egemonizzare il mondo. Se così sarà, non dovrebbe esserci visibilità ed autonoma capacità di decisione per gli altri Paesi; il futuro del mondo sarebbe perciò già segnato dal suo recente passato. Si possono pertanto accettare le proposte avanzate da Kupchan per il governo del nuovo ordine mondiale che verrà, ma non condividere i suoi auspici.

Gianfranco Sabattini

La mancanza di solidarietà mette a rischio l’Europa

europa_unitaL’Europa, a parere di Heribert Dieter, ricercatore presso il “German Institute for International Political and Security Affairs” di Berlino, sta affrontando la nuova situazione internazionale formatasi dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti in un modo a dir poco irresponsabile. In un recente articolo (“La strategia ingessata della Germania”, Limes, 2/2017), Dieter sostiene che mentre Donald Trump dà l’impressione di voler imporre con determinazione gli interessi americani, con la Russia e la Cina ben lontane dal voler giocare un ruolo costruttivo nel governo delle relazioni internazionali, i Paesi membri dell’Unione Europea non hanno ancora saputo trovare risposte adeguate alle sfide che ne conseguono; secondo Dieter, ne sarebbe prova il fatto che la linea tenuta dal governo tedesco in fatto di politica europea ha contribuito solo ad aumentare la diffidenza degli altri Paesi membri dell’Unione verso la Germania, “quale interlocutore costruttivo di una nuova strategia comunitaria”.

L’atteggiamento della “locomotiva dell’Europa”, aggiungendosi alle decisioni assunte all’interno dell’Unione, sta contribuendo ad approfondire l’isolamento della Germania rispetto agli altri Paesi europei. Quello da ultimo assunto nei confronti delle dichiarazioni del neopresidente americano è, secondo Dieter, un atteggiamento non casuale, se si considera che, sia la società che la politica tedesca stanno da tempo mostrando una incomprensione pressoché totale per le priorità espresse dagli Paesi dell’Unione; ciò induce lo stesso Dieter a stupirsi del fatto che “società e classe politica in Germania non trovino strano come quasi tutti i partner europei abbiano una visione diversa“ della politica estera, ad iniziare da quella concernete il “governo” dei flussi migratori.

La Germania, perciò, sembra confermare, – sostiene Dieter – il convincimento, ormai largamente diffuso, d’essere divenuta un partner ormai “incapace di cooperazione nel processo di integrazione europea”, anche per via del suo prevalente orientamento a porre “gli amici di fronte a fatti compiuti, per poi chiamarli a subirne le conseguenze”. Una simile politica non può avere la pretesa d’essere autenticamente europea; al contrario, se non cambierà, porterà l’Europa verso una sicura fine, tradendo gli ideali e gli obiettivi di coloro che sono stati i “padri” ricostruttori della Germania del dopoguerra.

Fin dall’inizio dell’”avventura” europea, in Germania – afferma Dieter – “non è mai stata messa in dubbio l’utilità dell’integrazione europea”; nel complesso è “sempre stata presente quella che è stata definita una ‘sacralizzazione del programma europeo’”, a tal punto che molti politici ed opinionisti tedeschi ritengono, ancora oggi, sorprendente che “persone razionali e dotate di buon senso appoggino senza riserve sia la moneta unica che l’integrazione europea”. Negli altri Paesi dell’Unione, tuttavia, la disponibilità al proseguo dell’integrazione politica si sta lentamente attenuando; a parere di Dieter, ciò dipenderebbe dal favore che gli altri Paesi partner continuerebbero ad avere una “visione più positiva” dello Stato nazionale. La considerazione esclusiva degli interessi nazionali non dovrebbe sorprendere, perché – afferma il ricercatore tedesco – “i processi decisionali democratici possono essere gestiti in maniera molto più efficace da parte di uno Stato centrale che da complesse organizzazioni internazionali”

A sostegno di questa sua affermazione, Dieter aggiunge anche che un “senso comune europeo” si sarebbe sviluppato “in misura alquanto limitata”, perché la solidarietà, invocata costantemente dai più strenui sostenitori del completamento del processo di integrazione, sarebbe meglio organizzata “a livello di ammortizzatori sociali interni ai diversi sistemi nazionali, non in dimensione europea”. Il contrario di quanto avviene, invece, in Germania, dove a livello di opinione pubblica prevarrebbe una percezione negativa dello Stato nazionale, in quanto il concetto di nazione è ritenuto fortemente intriso di un esasperato nazionalismo e perciò negativo sul piano di un buon governo delle relazioni soprannazionali.

Al di la dei diversi convincimenti presenti a livello di opinioni pubbliche della Germania e degli altri Paesi membri riguardo al processo di integrazione europea, occorre tuttavia riconoscere che la crisi che sta attraversando l’Unione nella fase attuale non può essere disgiunta dalle problematiche frequentemente sollevate dal governo della moneta unica. A differenza degli aspetti positivi dei quali, secondo i suoi sostenitori, sarebbe portatrice la moneta unica europea, questa, in realtà, non avrebbe “contribuito a rafforzare il processo di integrazione europeo”; al contrario, essa avrebbe invece rappresentato “una perpetua fonte di tensioni politiche ed economiche”.

Le tensioni, a parere di Dieter, sarebbero da ricondursi al fatto che, sin dalla sua costituzione, l’unione monetaria sarebbe stata accolta dagli Stati sulla base del “presupposto che la modernizzazione economica dell’Europa dovesse prima o poi confluire in una forma statuale unitaria”. Questa fiducia riposta nell’euro d’essere strumento per realizzare la modernizzazione attraverso “processi di integrazione di tipo economico-tecnocratico” è stata, a parere dell’analista tedesco, l’”illusione politica di fondo alla base della comunità”, che ha dato la stura all’attuale diffuso euroscetticismo, che alimenta i molti movimenti nazionali che sostengono l’uscita dei loro paesi dall’Europa.

Il limite del Trattato di Maastricht sarebbe consistito nel fatto che la realizzazione della prevista forma statuale unitaria europea avrebbe dovuto implicare che le procedure decisionali comunitarie, orientate al perseguimento dell’obiettivo finale, comportassero che “le società civili aderenti” fossero in grado di “organizzarsi in maniera tale da trarre vantaggio dall’unione monetaria”; in altri termini, l’adesione al Trattato istitutivo della moneta unica non avrebbe tenuto conto della circostanza che il “buon governo” della valuta comune avrebbe costretto le società dei Paesi aderenti, con esperienze storiche molto diverse, a convivere e ad organizzarsi “in un contesto politico-finanziario comune dai tratti palesemente tedeschi”.

Il sopraggiungere della crisi del 2007/2008 avrebbe fatto emergere in pieno i limiti del Trattato germanocentrico, qual è stato quello di Maastricht. L’articolazione delle priorità anti-crisi nella definizione dei rapporti internazionali dell’Unione, perciò, non hanno potuto non dare origine al sospetto che le decisioni comunitarie andassero, in modo particolare, a vantaggio della Germania; ciò sino al punto di indurre gli altri Paesi a sospettare Berlino di comportamenti egoistici, soprattutto quando il governo tedesco avesse agito nell’assunto che l’organizzazione comunitaria implicasse una distribuzione collettiva degli oneri e dei vantaggi.

A parere di Dieter, la natura germanocentrica del processo decisionale europeo avrebbe fatto sì che la politica economica europea fosse percepita, dalle opinioni pubbliche degli altri Paesi, come contraria all’”idea originaria alla base dell’Unione”; ovvero, che l’obiettivo comunitario dovesse essere quello di “moltiplicare i vantaggi per tutte le società che vi prendevano parte”, identificandosi in un progetto che doveva servire alla crescita contemporanea del benessere di tutti i Paesi membri. Il “vizio” originario del Trattato di Maastricht, quindi, a parere di Dieter, sarebbe consistito nel fatto di non averlo riferito ad un’”Europa à la carte”, ovvero, fuori metafora, ad un’Europa intesa come insieme di Paesi considerati separatamente, e non come un insieme collettivo organizzato secondo una forma statuale unitaria.

Il Trattato monetario doveva essere stipulato sapendo di dover fare fronte alle “diverse priorità nazionali”, nella consapevolezza che il “discredito dei diversi interessi di ciascun Paese” avrebbe portato “alla rinuncia ad attuare processi decisionali democratici”; sarebbe questa la ragione per cui, secondo Dieter, il rigido processo col quale vengono adottate ed attuate le decisioni europee all’interno dei Paesi membri varrebbe, da un lato, a negare la possibilità di politiche alternative; dall’altro lato, a far pesare sul governo degli affari interni di ciascun Paese la necessaria flessibilità nell’applicazione delle decisioni assunte a livello comunitario. Fatti, questi, che non farebbero “che rafforzare i movimenti antieuropei”.

Ora, perciò, conclude la sua analisi Dieter, l’Europa si trova di fronte alla necessità di effettuare una scelta decisiva, considerando la linea d’azione sinora privilegiata da Berlino e da Bruxelles, quella cioè che ritiene di dover realizzare il “disegno europeo” attraverso la creazione di uno Stato unico, pericolosa e fuori luogo; nella certezza che, nel mondo attuale, la creazione di un unico Stato di dimensione europea “non appare più come l’unica strada percorribile per attuare politiche di relazioni economiche internazionali. Le differenti capacità, interessi e necessità di ciascun territorio di un continente così multiforme come l’Europa non sarebbero infatti sufficientemente tutelate da un grande Stato di questo tipo”; ragione questa per cui la “giusta reazione alla crisi attuale” deve essere trovata nella realizzazione di un’Europa “à la carte”.

Ciò non sarebbe privo di profonde differenze rispetto agli obiettivi originari fissati dai Trattati di Roma. La principale di tali differenze sarebbe che il futuro dell’Europa deve essere trovato solo “nella molteplicità, non nel federalismo”, conformemente al motto dell’Unione Europea che “recita espressamente ‘unità nella diversità’”; motto, questo, che, a parere di Dieter, sottolineerebbe la necessità di salvaguardare, nel proseguo della realizzazione dell’integrazione dell’Unione “le differenti tradizioni e le diverse priorità che caratterizzano ogni sua singola società”.

Nella crisi che attanaglia la prosecuzione del processo di integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione, la Germania avrebbe, sì, conclude Dieter, non poca responsabilità, ma solo a causa del “solitario cammino” che essa avrebbe intrapreso negli ultimi anni e, soprattutto, del suo allineamento sulle posizioni di chi persegue ancora rigidamente l’integrazione dei Paesi in un’unica struttura statuale. Con questa rigida posizione, i “più fanatici fautori” di un’integrazione unitaria contribuirebbero oggi “in misura notevole alla radicalizzazione delle forze euroscettiche”.

La situazione si configura, forse, in termini diversi da quelli indicati da Dieter; come osserva Fabrizio Maronta nell’articolo “La Germania ama tanto l’Europa da volerne due”, pubblicato sullo stesso numero di Limes, si tratta di vedere se i principali Paesi firmatari degli originari Trattati di Roma (Germania, Francia e Italia) vorranno sconfiggere le “Europe carsiche che il rassicurante manto dell’UE ha celato ma non diluito” e rilanciare realmente l’idea dell’unità europea; oppure, se a Berlino piacerà “tanto l’Europa da volerne (almeno) due. Ognuna con la propria strategia e la propria moneta”. Sin tanto che non si uscirà da questo dilemma, lo stallo sulla via dell’integrazione europea è destinato, con tutti rischi politici che si possono immaginare, a permanere.

Gianfranco Sabattini

Habermas. Populismo e crisi della democrazia

democraziaIl numero 2/2017 di ”Micromega” ospita una sezione interessante, dedicata ai problemi della crisi della democrazia nei Paesi di antica tradizione liberale, individuando nell’ascesa del populismo di destra la causa dell’inadeguata azione di contenimento dei partiti coi quali, sino ad anni recenti, era avvenuta la polarizzazione politica che consentiva di distinguere un’”agenda politica progressista da una conservatrice”. La sezione include un’intervista a Jürgen Habermas, dal titolo “La risposta democratica al populismo di destra”, nella quale il filosofo critica l’incapacità dei partiti democratici per l’inadeguatezza della loro risposta alle sfide populiste.
Quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il politologo americano Francis Fukuyama lanciò l’idea di una presunta “fine della storia”, quasi che il mondo si fosse assolutizzato nella democrazia e nell’economia di mercato, egli in realtà – afferma Habermas – “dava espressione al miope trionfalismo di élite occidentali che si affidavano alla fede liberale dell’armonia prestabilita tra democrazia ed economia di mercato”, dimenticando che questi due elementi, pur plasmando “la dinamica della “modernizzazione sociale, sono connessi a imperativi funzionali che tendono continuamente ad entrare in conflitto”.
Gli “imperativi funzionali” dei quali parla Habermas evocano l’organizzazione del sistema sociale secondo la prospettiva del sociologo americano Talcott Parsons, secondo il quale ogni società, per conservarsi, deve dare soluzioni condivise a quattro fondamentali problemi: adattatività, perseguimento dei fini sociali, integrazione e mantenimento dei valori latenti condivisi.
Il problema dell’adattatività risponde alla necessità di estrarre dall’ambiente sufficienti risorse per distribuirle nel sistema attraverso le istituzioni economiche; il perseguimento dei fini condivisi da coloro che compongono il sistema sociale è garantito dalle istituzioni politiche, che devono essere in grado di mobilitarne le energie; il bisogno di integrazione risponde alla necessità di tenere uniti i membri della società e di coordinarne le azioni, evitando instabilità e disordine, compito svolto dal sistema giuridico che deve controllare il rispetto delle regole e sanzionare i comportamenti devianti; i valori latenti condivisi corrispondono a quella parte del funzionamento del sistema sociale che dipende dal mondo interiore degli individui, alla cui gestione provvedono istituzioni sociali, quali la famiglia, la scuola, le organizzazioni religiose e le associazioni in genere.
Secondo la prospettiva dell’organizzazione funzionale del sistema sociale, la società è concepita come un insieme di parti interconnesse tra di loro; nessuna di esse può essere intesa isolata dalle altre, ma solamente nel contesto complessivo. Le relazioni che intercorrono tra le parti della società sono di “tipo funzionale”, in quanto ogni elemento svolge un particolare ruolo che, unito a tutti gli altri, concorre a creare e mantenere funzionante l’apparato che costituisce la società. Per il funzionalismo, esiste uno stato di equilibrio nella società, che ricorre quando ogni parte svolge correttamente il proprio compito.
Gli imperativi funzionali, a parere di Habermas, hanno potuto garantire questo equilibrio nelle società capitalistiche, nella misura in cui ai vantaggi della crescita economica ha partecipato l’intera popolazione; partecipazione che veniva accettata, anche se solo in parte, in quanto considerata “socialmente equa”. Dal punto di vista storico – afferma Habermas – questo tipo di distribuzione dei risultati della crescita, “che solo può giustificare il nome di ‘democrazia capitalistica’, è stato più l’eccezione che la regola”, per cui, proprio per questo, l’affermazione di Fukuyama, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, circa la presunta “fine della storia”, non poteva che essere un’illusione.
Oggi, a seguito della diffusione delle disuguaglianze tra gli Stati e di quelle tra i diversi gruppi sociali all’interno di ciascuno do essi, per effetto dell’allargamento e dell’approfondimento della globalizzazione, si è in presenza di un disordine generalizzato, sia nelle relazioni internazionali, che nelle relazioni tra i diversi gruppi sociali presenti nei singoli Stati. Ciò sta determinando una reazione all’integrazione delle economie nazionali nel mercato globale, attraverso l’elemento unificante del nazionalismo che, però, contrariamente all’opinione di molti analisti, non sta assumendo “una tendenza unitaria” verso forme di autoritarismo.
Si tratta di reazioni nazionalistiche che si verificano e si rafforzano negli strati sociali che non hanno tratto alcun beneficio dalla crescita delle economie nazionali, dal momento che il tanto promesso effetto “trickle-down” (cioè l’effetto che si suppone connesso all’attuazione di una politica economica favorevole ai percettori dei livelli di reddito più alti che, promuovendo la crescita, si vorrebbe favorevole anche ai percettori dei livelli di reddito più bassi) non si è verificato. Il nazionalismo, tuttavia, ha dato origine, nella forma dei movimenti populisti, a un ritorno delle forze politiche di destra, sino al punto che una parte delle forze di sinistra si professa a favore di un populismo di sinistra solo come reazione al populismo di destra. Habermas si chiede come sia stato possibile “giungere a una situazione nella quale il populismo di destra sottrae alla sinistra i suoi stessi temi”.
Il filosofo tedesco non ha dubbi nel formulare la risposta all’interrogativo. Come starebbe a dimostrare l’uscita del Regno Unito dall’Europa, i conservatori del partito di Theresa May hanno inteso “sgonfiare l’ondata del populismo di destra schierandosi dalla parte di uno ‘Stato forte’, interventista, che lotti contro la marginalizzazione della popolazione ‘rimasta indietro’ e la crescente divisione della società”. La politica dei conservatori inglesi, rende chiaro perché oggi – afferma Habermas – il populismo di destra riesce a mobilitare gli insoddisfatti e gli svantaggiati nella falsa direzione dell’isolamento nazionale”.
Habermas ritiene che ciò avvenga perché i partiti di sinistra “non vogliono porsi alla guida di una lotta decisa contro la disuguaglianza sociale, che faccia leva su forme di coordinamento internazionale capaci di addomesticare i mercati non regolati”. L’unica alternativa alla quale i partiti di sinistra potrebbero ricorrere dovrebbe consistere in un loro impegno a cercare di porre in parte rimedio alla perdita di ogni ruolo e funzione dello Stato nazionale, attraverso però “una cooperazione internazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica”.
Per raggiungere questo scopo, però, a parere del filosofo, non bastano i Trattati vigenti; occorrerebbe anche che le forze di sinistra fossero disposte ad impegnarsi per una modificazione delle istituzioni europee, al fine di renderle compatibili con la realizzazione di una più equa e condivisibile distribuzione dei vantaggi offerti dall’Unione, solo sulla base di un ancoramento delle sue istituzioni a “una cooperazione sopranazionale legittimata democraticamente”. L’Unione politica dell’Europa comunitaria mirava, prima degli anni Settanta, proprio a questo; ma successivamente questo obiettivo è stato frustrato dalle molte contrarietà che il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, con le sue crescenti conseguenze negative, ha fatto nascere nei partiti della sinistra, contrarietà che si sono espresse attraverso una netta propensione a supportare “processi di formazione della volontà politica su scala nazionale”.
In particolare, sono stati i partiti socialdemocratici dei Paesi europei ad orientare la loro azione in senso neoliberista, alla quale si sono conformati i singoli sistemi economici che si stavano integrando a livello globale; ciò perché, quei partiti hanno valutato, sbagliando, che fosse possibile conservarsi al governo dei loro Paesi “solo adeguandosi al corso neoliberista”; per questo motivo, i partiti socialdemocratici hanno finito col perdere ogni possibilità di ostacolare i crescenti squilibri sociali che, nel tempo, sono cresciuti; il prezzo politico che sono stati chiamati a pagare, per il declino economico e sociale di crescenti quote della popolazione, è stato così alto che “la reazione a questo stato di cose si è incanalata verso destra”, per via del fatto che, mancando una prospettiva politica credibile, essa (la reazione) non poteva che prendere la via della “mera espressione del disagio”.
Secondo Habermas, nell’ambito della politica interna di singoli Paesi, il confronto con le forze espresse dai movimenti populisti “ha preso una direzione sbagliata”, in quanto i partiti della tradizione socialdemocratica si sono aperti alle ragioni dell’intero arco della protesta, senza che fosse fatta una distinzione tra populismo di destra e populismo di sinistra. A tal fine, sarebbe stato necessario che i vecchi partiti socialdemocratici avessero avuto la volontà di “aprire un fronte di lotta totalmente diverso”, attraverso la messa a fuoco del problema della protesta vista da sinistra; fatto, quest’ultimo, che avrebbe consentito alle forze di sinistra di stabilire in che modo fosse possibile “riottenere potere di azione politica nei confronti delle forze distruttive di una globalizzazione capitalistica scatenata”.
La scena politica è stata invece dominata – afferma Habermas – “da un grigiore privo di sfumature”, in cui, per ammansire la globalizzazione sfrenata, è mancata la possibilità di formulare un programma politico orientato ad un governo dei “processi economici e tecnologici della società mondiale” diverso e distinto da quello attuato, di stampo neoliberista, fondato sull’”abdicazione della politica nei confronti del potere repressivo delle banche e dei mercati non regolati”. In altri termini, per realizzare un’effettiva politica di sinistra, sarebbe stato necessario “rendere di nuovo riconoscibili le opposizioni politiche, nonché la contrapposizione tra cosmopolitismo di sinistra – ‘liberale’ in senso culturale e politico – e il tanfo etnonazionalistico della critica di destra della globalizzazione”.
A parere di Habermas, quindi, all’interno dei Paesi nei quali si è espansa la protesta populista, l’attività politica dovrebbe tornare a caratterizzarsi in termini di contrapposizioni reali su programmi alternativi riguardo al come governare l’internazionalizzazione dei processi economici e tecnologici. Tra l’altro, in questo modo, e solo in questo modo, i partiti democratici potrebbero ricuperare un modo efficace per erigere un autentico baluardo contro quei programmi populisti che, attraverso un acceso nazionalismo, sostengono la validità di una politica che miri al ricupero degli antichi Stati nazionali, per meglio assicurare l’appropriazione dei vantaggi della globalizzazione neoliberista alle singole comunità nazionali; queste manifestazioni sono di solito espresse da un “brodo di coltura di nuove forme di fascismo”, qual è, ad esempio, in Germania, Alternative für Deutschland, che da posizioni euroscettiche sta mietendo consensi presso l’elettorato del partito della Cancelliera Angela Merkel.
Anche per sconfiggere quest’ultima pericolosa deriva populista, secondo Habermas, il ricupero della visibilità delle opposizioni all’interno dei singoli Paesi deve procedere di pari passo con una decisa transnazionalizzazione della democrazia, che i Paesi europei possono realizzare solo rilanciando il processo di unificazione politica dell’Unione, com’è stato auspicato in occasione della recente celebrazione dei sessant’anni dei Trattati europei; la loro effettiva attuazione è infatti il presupposto, non solo per rimuovere i postumi della Grande Recessione e affievolire gli esiti negativi della globalizzazione, ma anche per opporsi alla riemersione dalla storia di “vecchi fantasmi”.

Gianfranco Sabattini

Amalia Signorelli. L’Italia e le conseguenze antropologiche della crisi

signorelliChe la crisi, che ormai quasi da un decennio condiziona la vita politica ed economica del Paese, abbia avuto un impatto sulla psicologia degli italiani e sul loro prevalente stile di vita è nell’esperienza di tutti; questo impatto negativo sulla cultura condivisa, intesa antropologicamente come capacità di far fronte alla situazione di indeterminatezze dello stato presente, è stato per lo più trascurato nel dibattito pubblico e ignorato dalla classe politica. Il saggio dell’antropologa Amalia Signorelli, col suo recente libro “La vita al tempo della crisi”, vale a coprire il “vuoto” conoscitivo consolidatosi riguardo alla recente esperienza esistenziale degli italiani.

A partire dall’anno 2007, il termine “crisi” – afferma l’autrice – “si è collocato al centro del nostro lessico; e fino agli inizi del 2015 non è stato più possibile farne a meno ogni volta che si voleva esaminare, spiegare, valutare un accadimento o un fatto di quelli che si collocano [come sono appunto quelli che hanno concorso a fare ‘scoppiare’ la crisi] tra la dimensione pubblica e quella privata delle nostre esistenze”. Per molti italiani, la crisi, almeno nei suoi aspetti finanziari, è stata per lungo tempo indicata con termini che la configuravano come un fenomeno misterioso; termini come “spread”, “prime rate” o “default” erano quelli più ricorrenti nei resoconti dei mass-media riguardanti lo svolgersi della crisi. Non è trascorso molto tempo, afferma la Signorelli, perché agli effetti finanziari seguissero anche quelli economici, i quali sono risultati “ben più comprensibili”, per via del fatto che essi si sono ripercossi direttamente sulle persone, attraverso l’aumento della disoccupazione, la chiusura di molte attività produttive, l’aumento della povertà assoluta e relativa, la riduzione del livello dei consumi, il peggioramento delle prestazioni del sistema di protezione sociale, e altro ancora.

A peggiorare la situazione ha concorso il fatto che la crisi non è stata percepita “secondo lo schema classico del ciclo delle crisi capitaliste”; al contrario, gli esperti che hanno commentato i fatti del giorno, ne hanno imputato la causa a “precise scelte di politica finanziaria” di natura tecnica, decise nell’illusione di poter rilanciare il processo di accumulazione e suggerite dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society. Inoltre, per molte persone, gli effetti della crisi emersa nel 2007/2008 sono stati avvertiti “come una calamità che ha fatto saltare abitudini ed equilibri […], stili di vita, visioni del mondo e sistemi di valori, senza che le cause fossero del tutto chiare”.

Anche se negli ultimi tempi, molte fonti dell’establishment hanno affermato la sopravvenienza di un’inversione di tendenza, dal punto di vista della vita quotidiana dei cittadini non può dirsi che la crisi sia finta e che, almeno dal punto di vista economico, il Paese si sia inserito in un processo che, in prospettiva, possa portarlo al conseguimento di risultati di ben altro spessore rispetto a quelli annunziati. Ciò non impedisce che il merito della timida ripresa, pur essendo la risultante di spinte per lo più di origine esterna, se lo attribuiscano i politici pro tempore al governo, sebbene molti critici valutino poco appropriati i provvedimenti governativi che avrebbero promosso la “ripresina”, in quanto adottati per ragioni prevalentemente elettorali.

Questo stato delle cose è all’origine, a parere della Signorelli, di due contraddizioni: la prima è espressa dal fatto che, dopo aver subito gli esiti della “brutale durezza” della crisi, la debole speranza di un futuro migliore non sottrae la maggioranza dei cittadini alla frustrazione dovuta al perdurare ancora oggi dell’incertezza riguardo alle cause della crisi ed ai rimedi che si intendono adottare per rendere più stabile e consistente la ripresa. La seconda contraddizione deriva dalla circostanza, in fondo conseguenza della precedente, che, mentre si afferma l’inversione di tendenza in fatto di crescita, non viene precisato in cosa tale inversione dovrebbe consistere: il futuro deve essere garantito dal ripristino della situazione preesistente lo scoppio della crisi, oppure nella creazione di un sistema economico-finanziario nuovo?

All’interrogativo non viene data alcuna risposta credibile, costringendo gli Italiani a vivere – afferma l’antropologa – “all’interno di un orizzonte culturale assai nebuloso, dove si fanno sempre più labili i riferimenti che dovrebbero consentirci di stabilire un ordine, un sistema di ruoli, una gerarchia di valori”. Il persistere dell’incertezza sembra dare fondamento, a parere della Signorelli, che a “onta dei modesti segni di risveglio del ciclo produttivo […] le interpretazioni di ciò che accade sono contraddittorie, le previsioni difficili”.

Di fronte alla perdurante incertezza, è inevitabile il consolidarsi del contrasto tra una classe politica, guidata sino a poco tempo fa da un premier che ostentava un “esuberante ottimismo” e la popolazione che presenta invece uno stato d’animo depresso, non sapendo se ciò sia dovuto a una condizione esistenziale causata dalle difficoltà quotidiane, oppure si tratti, più verosimilmente, “di una vera e proprie crisi culturale. L’antropologa propende per la seconda ipotesi, che si sarebbe affermata con una radicalità così profonda “da non passare senza lasciare un segno sul gruppo o sui gruppi umani in essa coinvolti”. Per dare fondamento al suo convincimento, l’antropologa ricorre a strumenti analitici propri del suo campo di studi antropologici: in particolare, ricorre all’uso del concetto di “presenza” e alla sua entrata in crisi.

La “presenza” – afferma la Signorelli – indica “lo stare al mondo in modo tipicamente ed esclusivamente umano […], avendo coscienza di sé, del mondo e di sé nel mondo”; ciò “non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo”, con la “presenza”, costruita attraverso contenuti culturali condivisi che, in quanto tali, sono anche sociali. La presenza al mondo di ogni soggetto – sottolinea l’antropologa – “non è una condizione statica, acquisita una volta e per sempre: al contrario è una situazione dinamica che si rinnova di fronte alle situazioni esistenziali che le si propongono”. Per andare oltre queste situazioni, la “presenza” individuale e collettiva “può scoprirsi inadeguata ed entrare in crisi”, che è crisi della capacità umana di essere presente nel mondo. Quando ciò accade, si perde la capacità di valutare e di decidere, che viene sostituita con l’angoscia d’essere “preda di forze oscure incontrollabili, di un destino incerto e inconoscibile del quale appare impossibile essere gli artefici”.

Quando diventa preda dell’angoscia, il soggetto perde la capacità di dare un “significato ed un valore ai propri accadimenti” e, precipitando in una crisi culturale, perde la consapevolezza della propria “presenza” nel mondo; gli viene così negata la possibilità di trasformare la crisi esistenziale in routine, per cui non gli restano – afferma la Signorelli – che due vie di fuga: da un lato, quella di un confronto razionale con il “negativo” iscritto nella sua esistenza; dall’altro lato, quella di esorcizzare il “negativo” esistenziale, con l’appellarsi ai santi in paradiso, perché gli restituiscano la capacità perduta di valutare e di decidere.

Per tentare la “via del confronto razionale”, occorre tener presente che chiunque voglia fare razionalmente i conti con lo stato di angoscia che lo affligge sul piano esistenziale, deve tener presenti i limiti delle spiegazioni della crisi condotte dal solo punto di vista economico; spiegazioni che trascurano il ruolo degli esseri umani come “attori della crisi, in quanto – afferma la Signorelli – protagonisti e vittime le cui decisioni e i cui comportamenti pongono in essere la crisi medesima o quanto meno la rendono possibile”. Siffatte spiegazioni, infatti, non tengono conto di alcuni aspetti del “negativo” che sono presenti oggi nella società italiana, ma che possono essere colti anche a livello globale; tali aspetti sono ben diversi da quelli che esistevano solo alcuni decenni fa.

Innanzitutto, secondo l’antropologa, l’Itala è uscita dalla “società della penuria”, diventando una la società italiana è divenuta una società dell’abbondanza, “nella quale molto raramente il negativo dell’esistenza può essere ricondotto alla scarsità dei beni primari”. In secondo luogo, le condizioni che nel passato potevano generare delle crisi non contemplavano, a differenza di oggi, l’aumento del livello dell’istruzione dell’intera popolazione. Ora, contrariamente a quanto sarebbe plausibile attendersi, la capacità dei singoli soggetti di andare oltre la “datità” dell’esistente tende a diminuire, mentre aumentano i tentativi di superare il negativo della crisi attraverso il ricorso a pratiche magico-religiose. In terzo luogo, ma non ultimo, gli accadimenti globali, l’implosione dell’URSS, la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, ed altro ancora, hanno avuto un impatto sconvolgente anche a livello culturale, nel senso hanno annullato quasi del tutto l’importanza delle narrazioni totalizzati e coerenti della società, quali le storytelling evocate dall’ex-premier, rammaricandosi di non poterne disporre per governare il Paese; ora l’immagine della società che cresce in maniera coerente e stabile è stata sostituita da quella che la rappresenta come società stazionaria, o che cresce “attraverso deviazioni, percorsi secondari, interruzioni e concentramenti, abbandoni e recuperi, punti di coagulo e di dispersione”.

L’incertezza che caratterizza il presente rende difficile affrontare razionalmente il negativo della crisi, nel senso che rende impossibile “agire in termini di progetto”. Le difficoltà che impediscono ai soggetti di progettare, o quanto meno di nutrire la speranza di andare oltre il negativo del presente, possono essere considerate, a parere della Signorelli, uno dei sintomi più gravi dell’attuale crisi della “presenza”, in quanto comporta il “progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmene, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Secondo la Signorelli, la perdita del significato del valore del mondo per il soggetto è comprovata da situazioni oggettive in almeno tre ambiti della vita sociale italiana; la considerazione di queste situazioni permette di valutare lo spessore del negativo della crisi, ma anche una tenue possibilità di superarlo.

Un primo indicatore di “paralisi progettuale” è espresso dalla diminuzione della natalità; la diminuzione delle nascite ha assunto dimensioni preoccupanti, con un tasso di natalità che non consente di conservare, al limite, costante la popolazione, mentre la classe politica tenta di porre rimedio al saldo naturale negativo della popolazione con l’afflusso degli immigrati, senza considerare che una politica demografica di tal fatta, se può essere valida nel breve periodo, è assai poco probabile possa esserlo anche per quello lungo. Il secondo indicatore è rappresentato dalla “questione del lavoro”; nella società occidentale il lavoro soffre del fatto d’essere ancora, non solo una prescrizione morale, ma anche una ineludibile condizione esistenziale, in quanto vivere nella società capitalistica contemporanea, dove il lavoro manca o risulta instabile, è difficile pensare che la disoccupazione strutturale non abbia effetti devastanti sulla valutazione che ha di sé la forza lavoro disoccupata e priva di reddito, o quanto meno assistita dalla carità pubblica. Il terzo indicatore è fornito dall’assenteismo elettorale e dalla perdita di identità politica dell’elettore; situazione, questa, che vale a denunciare la rinuncia ad ogni possibile progetto da parte dei cittadini ed il loro “scivolamento verso posizioni qualunquiste”, che può essere letto come crisi della “presenza”, sia a livello individuale, che collettivo.

Esiste una prospettiva che consenta di uscire dal negativo della crisi che attanaglia il Paese? A parere della Signorelli esiste; malgrado la presenza di istituzioni che , con i loro provvedimenti, hanno non solo “funzionato da moltiplicatore sul piano culturale e psicologico” degli esiti negativi della crisi, ma anche fallito sul piano economico, nel senso che le misure anticrisi adottate si sono rivelate inadeguate e inefficaci, tali da rendere la ripresa una promessa sempre meno credibile. Quegli italiani che hanno conservato il desiderio di “fare qualcosa” avrebbero però scoperto un’alternativa idonea a compensare il discredito delle istituzioni governative, il volontariato ed altre forme d’impegno simili.

Queste forme di reazione all’immobilismo, pur con tutti i limiti, testimonierebbero, secondo l’antropologa Signorelli, l’esistenza di una residua capacità di “reagire alla sfiducia, al disgusto, alla noia che la politica attualmente ispira agli italiani”; per quanto non sia facile prevedere quale potrà essere l’esito di queste forme di impegno volontaristico, o per quanto questo possa essere considerato l’inizio di una reazione alla situazione presente, il futuro del Paese, affrancato dal negativo della crisi, non potrà che essere legato solo a “un filo di speranza”. Ma anche la speranza, se non sorretta da un progetto per il futuro, collettivamente condiviso e coinvolgente nell’azione l’intera collettività, è destinata a sicuro fallimento, perché il volontariato, sebbene encomiabile, è pur sempre impegno di gruppi limitati e non di tutti, come invece sarebbe necessario.

Gianfranco Sabattini

Le “truffe” dell’economia che condizionano la stabilità sociale

John-Kenneth-GalbraithSecondo Galbraith la radice di gran parte dei mali che affliggono le cosiddette economie di mercato è da cercare, non solo – come spesso si afferma – nello strapotere espresso dalle grandi imprese, ma anche – e forse soprattutto – dall’informazione mendace che il sapere tradizionale concorre a diffondere sulle cause del verificarsi e dell’evolversi dei fatti economici. Nelle cosiddette economie di mercato si è progressivamente affermato un sistema di comunicazione che distorce la verità a piacimento di chi controlla il sistema stesso. Con ironia e indignazione, Galbraith, secondo il suo stile, in “L’economia della truffa” mostra come abbiano perso di credibilità i risultati dell’analisi economica e molte delle ipotesi cui essa fa riferimento, come la presunta indipendenza dei mercati, la sovranità del consumatore, la distinzione tra pubblico e privato, l’idea che l’austerità e il contenimento della spesa pubblica possano sempre assicurare il rilancio dell’economia in crisi, e così via.
A parere di Galbraith, “in nessun campo, più che in economia e in politica, la realtà è deformata dalle preferenze e inclinazioni sociali, nonché dal tornaconto personale e di gruppo”; il grande economista, americano di adozione e canadese di nascita, morto nel 2004, sostiene e corrobora con dovizia di esempi e riferimenti, la tesi secondo cui “in seguito a pressioni economiche e politiche e alle mode del momento, tanto l’economia quanto realtà politico-economiche ancora più vaste coltivano una loro versione della verità”; la quale non avrebbe necessariamente un qualche rapporto con la realtà, per cui la colpa non sarebbe di nessuno, in quanto la preferenza della gente comune sarebbe sempre aperta ad accogliere ciò che “fa comodo pensare”.
Parlando di preferenza, Galbraith chiarisce di riferirsi a ciò che “aiuta, o almeno non ostacola, gli interessi che contano: economici, politici e sociali”. La maggior parte dei “truffatori”, cioè di coloro che spargono false informazioni, siano essi imprenditori singoli o collettivi, politici, economisti professionali o, in generale, opinion maker, non sarebbero al servizio di nessuno; essi semplicemente non avrebbero “nozione di cosa abbia generato e modellato il loro punto di vista”; non sarebbe, perciò, “in gioco nessuna forma evidente di illegalità”. Alla radice del problema non ci sarebbe “il disprezzo della legge, ma la forza delle credenze personali e sociali”: per tutti questi motivi, a parere di Galbraith, nei “truffatori” mancherebbe ogni senso di colpa, semmai ci sarebbe autocompiacimento.
Come può una “truffa” – si chiede Galbraith – essere innocente e a non suscitare alcun senso di colpa? Accade – è la risposta – perché, né chi vi riflette sopra né chi, poi, la compie è consapevole della “truffa”; in conseguenza di ciò, nessun “truffatore” si sentirebbe in colpa o penserebbe di aver fatto qualcosa di sbagliato. Della “truffa” innocente – afferma Galbraith – una parte è imputabile alla scienza economica tradizionale e al modo in cui viene insegnata; un’altra parte è imputabile alle opinioni correnti circa il modo in cui si svolge il processo economico; queste opinioni, trasformandosi in “sapere convenzionale”, diventano altra cosa dalla realtà; ciò non ostante, tra le opinioni e la realtà – afferma Galbraith – “ciò che conta alla fine è la seconda”.
Per quanto profondo possa essere il convincimento che quanto si è studiato abbia basi al di sopra di ogni sospetto, l’”errore riconducibile alla vox populi è sempre in agguato. Nella vita reale a comandare non è la realtà; sono la moda del momento e l’interesse pecuniario”. Questi fattori hanno un tale peso che la stessa percezione quotidiana del sistema economico ne subisce l’influenza”; ne è prova, a parere di Galbraith, il fatto che quando il capitalismo, il tradizionale quadro teorico di riferimento del funzionamento del sistema economico, “ha smesso di essere accettabile, il sistema è stato ribattezzato”; il nuovo nome, “sistema mercato”, è stato adottato perché ritenuto “più innocuo”, in quanto privo del significato “sgradevole” col quale il termine capitalismo era percepito all’orecchio dell’opinione prevalente.
All’origine, il termine capitalismo serviva a designare un sistema economico all’interno del quale l’autorità ultima in campo economico era attribuita a coloro che controllavano, in quanto proprietari, tutte le risorse investire nell’organizzazione delle attività produttive; ma oggi, al di sopra di certe dimensioni, il potere decisionale è svolto dal management, composto da tutti coloro che, pur non essendo i proprietari delle attività produttive, hanno la responsabilità della loro gestione. Il lento formarsi del potere della grande industria e del suo management ha finito con l’evocare un funzionamento del sistema economico nel quale al potere monopolistico delle grandi imprese si è contrapposto al loro interno una dura soggezione dei lavoratori, sino a giustificare la plausibilità di una rivoluzione, così com’è avvenuto durante e alla fine della Prima guerra mondiale in Russia.
Se in Europa il capitalismo ha evocato l’idea della rivoluzione, in America ha ispirato l’adozione di una legislazione e di una giurisprudenza finalizzate alla sua correzione e regolamentazione. La sostituzione della parola capitalismo con l’espressione “sistema di mercato” è stata però un’”operazione cosmetica, fiacca e insipida, destinata a coprire una scomoda realtà: quella delle corporation, ovvero del predominio della produzione, capace di manipolare la domanda e, in sostanza, di controllarla”. Oggi, la parola mercato è sulla bocca di tutti: ne parlano i leader politici, i giornalisti specializzati nel trattare i problemi economici e la maggior parte degli economisti professionali. Nonostante la terminologia sostitutiva, mai viene evocata l’esistenza all’interno del mercato di una qualche forma di supremazia, nonostante la generalizzata percezione che non si tratti della massima istituzione economica affrancata da ogni forma di condizionamento. Per tutti gli opinion maker, ma non solo per essi, esiste solo l’impersonalità del mercato; una “truffa”, questa, secondo Galbraith, “non del tutto innocente”.
In nome del mercato, asettico e indipendente, viene anche affermata l’esistenza di una “sovranità del consumatore”, ovvero l’avvento della democrazia in economia, resa possibile dal presunto “libero mercato”. Sennonché, dove prevalgono le posizioni di monopolio e le posizioni dominanti delle grandi corporation, il consumatore non può avere libertà di scelta. Ciò non ostante – afferma Galbraith, la “nozione di sovranità del consumatore è ancora in auge nell’insegnamento dell’economia e, in generale, nell’apologetica del sistema economico”. La credenza nell’esistenza di un’economia di mercato in cui l’acquirente è ipotizzato sovrano è, secondo Galbraith, “una delle più convincenti forme di truffa”.
La sottrazione al consumatore del controllo dell’innovazione, della produzione e della vendita dei beni e servizi prodotti ha consentito agli effettivi controllori del mercato di stabilire che il progresso fosse misurato in base all’esclusivo incremento della produzione, attraverso l’aumento del solo prodotto interno lordo (PIL). Ma è proprio nell’asettica valutazione del PIL che “si annida – afferma Galbraith – anche una delle più comuni forme di truffa”; ciò, perché la determinazione del PIL è stabilita non dai consumatori nel loro insieme in quanto cittadini, ma da coloro che producono le cose che compongono lo stesso PIL, senza che riguardo alla sua composizione il consumatore abbiano voce in capitolo. In questo caso, la “truffa” sta nel misurare il progresso del sistema sociale sulla base di ciò che più conviene a coloro che controllano il mercato e non in base alla presunta sovranità del consumatore.
L’aspetto che maggiormente preoccupa delle tante “truffe” consumate ai danni dei cittadini è, conclude Galbraith, il modo in cui “il potere della grande impresa piega gli obiettivi pubblici alle proprie necessità e al proprio utile. La sua visione, che tende a diventare generale, è che una società prospera è una società con più automobili, televisori, capi di abbigliamento e ogni genere di altro bene di consumo materiale […]. Gli effetti sociali negativi – l’inquinamento, il degrado ambientale, l’insufficiente attenzione per la salute, il rischio di conflitti armati e il relativo costo umano – non compaiono nel bilancio. Misurando i risultati, gli effetti positivi e negativi sembrano sommarsi anziché elidersi”. Tutto ciò, a parere di Galbraith, comporta rischi, non solo per la grande impresa, ma per l’intera umanità, sia per i pericoli di guerre indesiderate, sia per l’instabilità della convivenza sociale costantemente esposta all’instabilità indotta da un funzionamento del sistema economico che, a causa delle numerose “truffe” commesse ai danni del funzionamento delle sue istituzioni, sta condizionando la quotidianità della vita dei cittadini.
Singolari, a commento di queste tesi, appaiono le osservazioni che Mario Deaglio effettua nella Prefazione al volume di Galbraith; pur condividendo nel complesso la critica galbraithiana del modo in cui il cittadino viene disinformato, riguardo al modo ideale in cui dovrebbero svolgersi i fatti economici, Deaglio sembra dolersi del fatto che la critica pecchi della mancata “visione di un mondo perfetto che Galbraith non descrive mai”. In conseguenza di ciò, resterebbe irrisolto, secondo Deaglio, il problema della più conveniente reazione alla denuncie dell’economista americano; ovvero, se occorra reagire, al limite con una rivoluzione culturale con cui porre rimedio agli esiti delle molte “truffe”, oppure se occorra convincersi che un po’ di “truffa” si è pure disposti ad accettarla.
Dopotutto, conclude sorprendentemente Deaglio, “dal tempo dei Romani, il diritto ammette il cosiddetto dolus bonus che altro non è che una forma di ‘truffa innocente’, ossia un’esaltazione iperbolica dei prodotti fatta da parte del venditore che, senza veramente ingannare il pubblico, lo spinge all’acquisto”. Quanto dolus bonus, si chiede Deaglio, è possibile accettare in economia e in politica? Non sarà per caso che un po’ di dolus è necessario per “garantire il normale funzionamento della società?” Forse, a parere di Deaglio, è da questa domanda che occorre partire per una ricerca sul cosa fare.
Si può certamente essere d’accordo sul fatto che per stabilire come reagire alle “truffe” denunciate da Galbraith, sono forse necessari ulteriori approfondimenti, ma non per stabilire sino a che punto le “truffe” perpetrate dai poteri forti che dominano i mercati e la scena politica ai danni dei cittadini siano giustificate, in quanto dolus bonus utile al funzionamento del sistema sociale.
È questa una tesi che, in ultima istanza, è giustificatoria dei comportamento con cui i poteri forti fanno prevalere nel “sapere convenzionale” ciò che per loro è più conveniente, così come appaiono giustificatorie le parole dello stesso Galbraith circa la natura delle “truffe”. Queste, in realtà, non sono mai innocenti, in quanto sono sempre effettuate scientemente e intenzionalmente da chi da esse intende trarre profitto.

Gianfranco Sabattini

Xenofobia e neoliberismo: presunti mali endemici della Germania

germania xenofobiaSi sostiene, non senza fondamento, che alcuni dei limiti che caratterizzano la società politica e quella civile contemporanee della Germania siano dovuti al fatto che molti, tra i protagonisti della ricostruzione della democrazia, provenivano dalle file delle organizzazioni naziste; pur tenuto conto che ciò che sopravviveva delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza nazista è ora pressoché totalmente scomparso, resta tuttavia il fatto che, a differenza dell’Italia, la Germania non ha vissuto la “purificazione” della “guerra civile” tra le forze della reazione e quelle democratiche. Ciò giustifica perché è plausibile pensare che l’etos pubblico tedesco sia ancora parzialmente intriso di quei valori che, nella prima parte del secolo scorso, hanno legittimato l’ascesa al potere del nazismo.
In sostanza, a sostenere questa tesi è Alessandro Somma, in un articolo pubblicato sul n. 1/2017 de ”il Mulino”, col titolo “Neoliberalismo e xenofobia nella Germania unita”; Somma, docente di Scienza politica all’Università di Torino, osserva anche che l’influenza esercitata da molte personalità non estranee al nazismo nella ricostruzione della Germania del dopoguerra è stata resa possibile dal ruolo giocato “dal clima di Guerra fredda che nel nome dell’anticomunismo ha condotto a trascurare, se non a valorizzare, il passato nazista di molti cosiddetti servitori dello Stato”. In tal modo, molti di costoro avrebbero legittimato la formazione di gruppi politici schierati sul fronte della destra radicale e neonazista che, dopo la riunificazione, avrebbero contribuito “ad alimentare un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di un clima di nostalgia per il regime hitleriano, e più in generale del nazionalismo e della xenofobia”.
I fattori scatenanti, sia del nazionalismo, che della xenofobia, sono stati – afferma Somma – diversi: innanzitutto, il flusso di migranti verso la Germania unificata, provocato dal crollo politico dei Paesi del “socialismo reale”; in secondo luogo, le conseguenze della riunificazion, sia quelle dirette, originate dal fatto che i nuovi arrivati hanno abbassato le opportunità occupazionali a danno dei cittadini tedeschi, sia quelle indirette, nate dalle riforme strutturali con le quali Berlino, cercando di fare fronte alla nuova situazione sociale, ha dovuto accollarsi un aumento dell’indebitamento pubblico. Il disagio sociale che ne è seguito ha influenzato le stesse forze politiche democratiche, orientandole a riformare “la disciplina costituzionale del diritto di asilo” che, all’origine, era stata “regolata, come reazione al passato nazista, dalla Legge fondamentale tedesca in modo decisamente più consono” a quanto sull’argomento richiedevano le “fonti internazionali”.
Tuttavia, a parere di Somma, la xenofobia non è stato l’unico movente a giustificare l’avanzata delle forze radicali di destra; oltre ad essa, vi sono state anche le modalità con cui la Germania ha voluto realizzare l’unificazione, risultate la causa “dei notevoli livelli di disoccupazione raggiunti sul finire degli anni Novanta”; tali livelli, espressi da quasi cinque milioni di disoccupati, sono all’origine dell’aumento del debito pubblico che – afferna Somma –, tra il 1990 e il 1997, è passato dal 41,3% al 58,9% del PIL. In questo clima, nel 1998, il cancelliere cristiano-democratico della riunificazione, Helmut Kohl, ha perso le elezioni per aver presentato un programma di stampo neoliberale, che prevedeva il superamento della crisi occupazionale e debitoria facendo appello ai principi dell’”economia dell’offerta”, ovvero attraverso il sostegno dell’offerta complessiva del sistema economico realizzato con la diminuzione del costo del lavoro e della pressione fiscale.
Alla destabilizzazione dall’economia tedesca ha contribuito anche la politica del partito socialdemocratico, vincitore delle elezioni del 1998, la cui segreteria, guidata da Oskar Lafontaine, pur avendo presentato un programma che proponeva una politica di natura keynesiana incentrata sul sostegno della “domanda interna”, non è riuscita ad evitare che il cancelliere succeduto a Kohl, Gerhard Schröeder, ne attuasse una, sempre keynesiana, basata però sul sostegno delle esportazioni, assunte “come principale motore di crescita”. Nonostante tutto, sottolinea Somma, il debito pubblico ha continuato a crescere, raggiungendo nel 2005 il 67,1% del PIL, mentre il deficit corrente del settore pubblico è risultato pari al 3,3% dello stesso PIL, fuori perciò dai parametri di Maastricht, con il peggioramento della disoccupazione e dei dati sulla distribuzione della ricchezza; tali fatti “hanno rispecchiato il rovesciamento del compromesso keynesiano derivato dalle politiche neoliberali condotte dagli esecutivi a guida socialdemocratica”.
Dopo Schröeder, è iniziato il cancellierato di Angela Merkel nella più assoluta continuità dell’indirizzo della politica economica del passato, volta a supportare in termini sempre più efficaci l’orientamento dell’economia all’esportazione e con esso il contenimento del “compromesso keynesiano, reso ancor più rigido dall’adozione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio; inoltre, anche con i governi della Merkel sono mancate le correzioni degli squilibri distributivi ereditati dal passato, con la conseguente formazione di una “sacca di persone” a rischio di povertà, mentre sono state riservate ingenti somme per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione del mercato finanziario, per fronteggiare gli esiti della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Il quadro interno della Germania, compiutosi con l’avvento dei governi della Merkel, ha costituito, a parere di Somma, la base che consente di “valutare i sentimenti diffusi presso la popolazione tedesca, e con essi il successo della destra xenofoba, nazionalista, più o meno consapevolmente neonazista”, che stanno caratterizzando la vita politica della Germania degli ultimi anni. I sentimenti nazionalisti e xenofobi suscitati dalle politiche di accoglienza, attuate per fronteggiare i flussi migratori richiedenti asilo a vario titolo, hanno favorito la formazione di movimenti estremisti, come “Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes: europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente) e come la formazione politica “Alternative für Deutschland” (AfD) che, in tutte le elezioni in cui si è presentata in molti Länder a partire dal 1914, ha conseguito risultati contenuti tra il 10 e il 25%.
Alle elezioni europee del 2014 AfD ha ottenuto il 7% dei consensi, sulla base di un programma che, oltre a rifarsi ai temi nazionalisti e xenofobi propri dei movimenti di estrema destra, è stato “incentrato sull’abbandono dell’euro e sulla conduzione di politiche economiche di matrice neoliberale”, ma anche sul mantenimento e rafforzamento del capitalismo “come ordine economico che la politica deve sostenere e sviluppare”. Il programma di AfD, a parere di Somma, ha subito, tuttavia, successivi adattamenti all’evoluzione della situazione politica ed economica, sia nazionale, che internazionale, proponendo la necessità per la Germania di una politica che sia volta, non tanto al ricupero del “compromesso keynesiano”, ma alla protezione del “mercato interno dalla competizione internazionale”, al fine di evitare che sia esposto alle conseguenze della “libera circolazione dei fattor produttivi”.
In tal modo, AfD ha enfatizzato la richiesta di “un ritorno alla sovranità statale contro la globalizzazione dei mercati”, con la reinterpretazione in termini nazionalistici del neoliberismo, implicante una rinuncia al ricupero pieno dei diritti sociali, in parte sacrificati dai governi di Kohl, Schröeder e Merkel; in altri termini, AfD, pur presentando la comune vocazione con le altre formazioni della destra radicale europea e ricorrendo al nazionalismo e alla xenofobia, si differenzia da queste ultime formazioni per il fatto che la sua azione politica non è volta a ricuperare alcuni valori propri della tradizione del comunitarismo, ma ad affermare una difesa degli interessi nazionali imperniata “intorno al funzionamento del mercato”. Il tutto pensato – afferma Somma – come espressione dello Stato nazionale e della sua potenza; motivo, questo, per cui, a parere dello stesso Somma, il sostegno dell’ordine capitalista si manifesterebbe “anche e soprattutto come supporto nell’arena dei mercati internazionali, come nazionalismo economico”.
Questa visione, pur non invocando l’azzeramento delle libertà politiche, per un più facile controllo di quelle economiche, a giudizio di Somma, possiede in sé alcune implicazioni che hanno preparato l’”avvento del fascismo”, quali la denigrazione della democrazia parlamentare, da sostituire con “una concezione cesaristica e plebiscitaria del potere che, se non azzera le libertà politiche, di certo favorisce una loro decisa compressione”. Tuttavia, Somma conclude la sua analisi osservando che non occorre certo considerare i valori reazionari dei quali è portatrice AfD, per evocare il fantasma del fascismo o di un passato della Germania che ritorna; è sufficiente, sempre secondo Somma, riflettere sulle modalità scelte da AfD per rimediare alla perdita di un futuro fortemente compromesso, per via del fatto che, al presente, “le persone sono ridotte a mere appendiciti di un ordine economico che è incapace di produrre uguaglianza, ma che l’ordine politico ha reso in condizionabile e indiscutibile”.
Ciò che ha compromesso il futuro della società tedesca, come pure di tutte le società dei Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero, secondo Somma, le istituzioni internazionali che, nel governo della globalizzazione, si sono mostrate inefficaci e dannose; non resterebbe, perciò, che accettare l’idea che il ricupero del ruolo dello Stato-nazione, indebolito dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, ridiventi lo strumento per il rilancio del “compromesso keynesiano”, ricollocando “la persona al centro delle politiche locali e globali”, come unico e valido baluardo contro il possibile ritorno della “parte peggiore” del secolo scorso.
D’accordo, ma la prospettiva del ricupero dello Stato-nazione per il rilancio del “compromesso keynesiano” continuerebbe pur sempre a contenere in sé “residui” nazionalistici (non va dimenticato che le politiche keynesiane, attuate all’interno di economie integrate nel mercato mondiale, sono sempre state accusate di “pretese” mercantlistiche e, perciò, nazionalistiche), né consentirebbe di evitare, di fronte ad una mancata regolazione della globalizzazione, l’avanzare delle formazioni dell’estrema destra. La causa reale del diffondersi dei movimenti della destra nazionalista e xenofoba, è quindi l’incapacità di riformare secondo modalità diverse da quelle sinora seguite, le regole del mercato mondiale; sin tanto che tali regole non saranno cambiate, il riflusso all’interno dei singoli Stati degli effetti negativi del “libero mercato globale” continuerà a rafforzare la prospettiva di una continua espansione dei movimenti nazionalisti e xenofobi.
E’ su questo punto che la Germania sta assumendo una responsabilità di dimensioni preoccupanti; la sua reiterata volontà a non volersi piegare all’urgenza di condividere un’azione unitaria con gli altri Paesi dell’Unione, per un contenimento degli “animal spirit” del mercato mondiale, è paradigmatica; anziché approfondire la cooperazione europea, ai fini di una più efficace regolazione delle prevalenti modalità in presenza delle quali si sono svolti sinora i rapporti commerciali internazionali, la Germania, con in testa la sua Cancelliera, ha mostrato d’essere propensa a schierarsi in difesa della globalizzazione, così come essa si è affermata; lo dimostrano le minacce ritorsive che la Merkel non manca mai di rivolgere al nuovo presidente degli Stati Uniti, al solo fine di scongiurare l’attuazione, da parte del neoletto, di alcune delle sue promesse elettorali, riguardanti possibili restrizioni del mercato globale senza regole, verso il quale, invece, la Germania ha orientato strutturalmente con successo la propria economia.

Gianfranco Sabattini

Rusconi. Egemonia tedesca e destino dell’Unione Europea

Bandiera_ue_germania_BerlinoIn questi ultimi anni si sta molto discutendo sul problema dell’egemonia tedesca in Europa; lo sostiene Gian Enrico Rusconi, nell’articolo “Berlino, Europa”, pubblicato sul n. 1/2017 de “il Mulino”. I prossimi mesi varranno ad evidenziare “come si confermerà e si esprimerà questa egemonia […]. Si constaterà quanto sia logorato il dilemma sempre ripetuto ‘Germania europea o Europa germanica’ dietro al quale si sono fatti tanti discorsi nominalistici e retorici”.
La “prima variabile decisiva” che varrà a confermare o a sfatare il dilemma saranno le elezioni che si svolgeranno in alcuni importanti Paesi europei, come la Francia e la stessa Germania; molti nutrono fiducia sul fatto che in Olanda, dove la consultazione elettorale si è già svolta e dove il populista e xenofobo Gert Wilders, essendo stato sconfitto, risultando tuttavia il suo partito la seconda forza politica del Paese, il populismo antieuropeo possa essere contenuto, mancando però di considerare che il risultato elettorale olandese non è poi stato “così buono”, come vorrebbero far credere coloro che sperano che la “sconfitta” di Wilders possa fugare la paura di un’implosione dell’Unione da tempo in crisi di identità.
Quel che resta dell’Europa – afferma Rusconi – è un progetto in piena crisi esistenziale ed è facile prevedere che nel corso del 2017 si vada incontro a “un ulteriore approfondimento delle differenze tra gli Stati membri dell’Unione”. Ciò non ostante, tuttavia, la Germania di Angela Merkel sarà tutta presa dal compito di tenere insieme ciò che resta del vecchio progetto di Unione politica del vecchio Continente, “cercando di mantenere i principi e i patti originali sottoscritti da Maastricht in poi”. L’interesse di Berlino, a parere di Rusconi, è “quello di mantenere lo status quo o eventualmente di modificarlo sotto il suo rigoroso controllo”, sebbene questo intento non goda di largo consenso tra le forze politiche al governo del Paese.
Davanti alla crisi di identità dell’Unione, a parere dello stesso Rusconi, queste forze, non del tutto allineate sulle posizioni della Merkel, potrebbero indurre il governo a ritenere conveniente “una morbida forma di disimpegno. Naturalmente con conseguenze ineludibili e costrittive per il resto d’Europa”. Paradossalmente, però, questa forma di disimpegno sarebbe una prosecuzione dell’egemonia della Germania, esprimente la sua capacità di condizionare, più che una sua capacità di “saper guidare”. Ciò perché sarebbe “una risposta o un tentativo di contenimento delle pulsioni anti-europeiste di quel tipo di “populismo” che si esprime in Germania attraverso Alternative für Deutschland (AfD)”, una formazione politica portatrice di valori antieuropei molto diversi da quelli dei quali sono portatrici le formazioni politiche populiste degli altri Paesi: anziché un exit sarebbe la scelta di una “via speciale”, attraverso la quale realizzare una “disarticolazione guidata dell’Eurozona”.
Questa forma di disimpegno, però, sempre a parere di Rusconi, implicherebbe un percorso molto accidentato, dai risultati imprevedibili; ciò perché, come starebbe a dimostrare l’incontro a Coblenza dei rappresentanti dei movimenti populisti europei, in occasione del quale, i vari convegnisti, pur avendo evidenziato a parole una loro convergenza sull’obiettivo di portare fuori dall’Europa i loro Paesi, hanno però fatto emergere anche un’altra “convergenza”: quella di essere portatori di differenti posizioni nazionali. Il che varrebbe a confermare la previsione di Rusconi circa le difficoltà con le quali dovrebbe confrontarsi la Germania nell’ipotesi dovesse prevalere l’idea di percorrere la “via speciale” del suo disimpegno rispetto all’Unione; la sua percorribilità avrebbe a che fare con una “’nuova Europa’ di nazionalismi riabilitati”, che sarebbero sicuramente d’ostacolo al perseguimento dell’obiettivo di una disarticolazione guidata dell’Eurozona.
Inoltre, il possibile disimpegno della Germania dall’Europa non terrebbe conto del fatto che la critica del disegno europeo non è più soltanto retaggio delle sole formazioni politiche populiste, in quanto è diventata un atteggiamento “della gente comune e degli uomini politici altrimenti prudenti e stimati per prudenza e moderazione”; ciò è conseguenza non di una semplice disaffezione, ma di “un crescente risentimento contro ‘l’Europa’ genericamente intesa”, senza alcuna distinzione tra l’Unione politica ed il modo in cui hanno sinora funzionato le istituzioni esistenti e le modalità con cui sinora ha operato la moneta comune.
Quest’ultima, in particolare, cioè l’euro, è sempre più vista con sospetto, per cui tutti gli effetti negativi ad essa imputati dall’immaginario collettivo stanno legittimando e radicando l’idea che sia giunto il momento di “uscire dall’Euro”. A parere di Rusconi, quest’idea si sta diffondendo, nonostante non manchino “contributi ragionati” sul problema dei limiti dell’euro. Questi contributi, però, “non riescono a trasformarsi in ‘cultura politica’ in quel senso classico del termine che sembra essere diventato obsoleto”; è sempre più largo infatti il convincimento dell’opinione pubblica dei Paesi europei che i sacrifici fatti per salvare l’euro nei momenti di maggior pericolo dopo l’inizio della crisi del 2007/2008, non abbiano portato benessere per tutti, ma solo per i tedeschi. La politica del rigore e delle riforme strutturali imposte dalla Germania egemonica, per un numero crescente di cittadini e di politici europei – afferma Rusconi – “non ha funzionato. Ma al momento non si vede una politica operativa alternativa condivisa – al di là del vano lessico della crescita, della flessibilità, ecc.”.
La situazione di crisi persistente ha creato così le condizioni perché crescessero in termini di consenso le formazioni politiche populiste, che tanto spaventano gli establishment europei; il populismo, però, afferma Rusconi, “non è soltanto un hunus culturale generato dalla congiuntura: è anche un modo di immaginare o fantasticare il suo superamento”. Ma proprio a questo proposito, come sta a dimostrare l’incontro dei partiti populisti a Coblenza, per il superamento della congiuntura si propongono “approcci molto diversi”, che in Germania e Francia sono stati plasmati anche dalla xenofobia, radicalizzatasi soprattutto dopo gli episodi terroristici.
In generale, rispetto all’euro, tutte le formazioni populiste vorrebbero “disfarsi della moneta comune”, senza preoccuparsi – afferma Rusconi – “di quello che può accadere a chi non la pensa come loro nel modo e nel metodo di disfarsene”; in altri termini, senza preoccuparsi del fatto che, se i populisti dovessero, ad esempio, prevalere in Germania, in Francia e in Italia, “il risultato sarebbe una crescita esponenziale delle reciproche differenze e ostilità nazionali”, con tutte le conseguenze negative che possono essere facilmente immaginate.
La Cancelliera Angela Merkel, a parere di Rusconi, avrebbe perciò validi motivi di preoccuparsi che ciò possa avvenire; ma dovrebbe anche preoccuparsi che nelle prossime elezioni, che si svolgeranno nel settembre del 2017, il populismo germanico possa uscire vincitore, o quanto meno acquisire una posizione condizionante all’interno dell’intero schieramento delle forze politiche tedesche; tale cioè da rendere impossibile la formazione di una maggioranza governativa che ancora creda nella validità dell’Unione, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico interno. In particolare, sotto questo aspetto, un successo elettorale di AfD potrebbe alterare “l’”intero sistema politico”, in quanto farebbe venir meno quello che Rusconi chiama l’”equilibrio politico tradizionale”, basato sulle due formazioni partitiche popolari CDU/CSU e SPD: da un lato, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands) alleata con l’Unione Cristiano-Sociale di Baviera (Christlich-Soziale Union in Bayern); dall’altro, il Partito Socialdemocratico di Germania o Partito Socialdemocratico Tedesco (Zozialdemokratische Partei Deutschlands).
Entrambe queste formazioni politiche hanno retto la Bundesrepublik, concorrendo al riaccreditamento della Germania nel mondo, dopo la sconfitta del nazismo; riaccreditamento che il possibile successo di AfD potrebbe compromettere, con la rievocazione del fantasmi del passato: sia perché AfD, con la sua xenofobia, sta attirando le preferenze di molti elettori dei partiti tradizionali, sia perché, sul piano economico, sta proponendo idee non “lontane” da quelle di alcuni esponenti di rilievo del governo della Merkel, come il rigido ministro delle finanze Wolfang Schäuble. Pur escludendo un’uscita radicale dall’euro, AfD propone la divisione dell’Eurozona tra Nord e Sud, lasciando pensare che gli Stati membri dell’Unione più deboli, come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo debbano essere estromessi dall’euro.
Il clima di incertezza ora prevalente in Germania giustificherebbe, così, il dibattito corrente all’interno della società tedesca; dibattito che si svolge tra chi è convinto che “i trattati e le procedure messe a punto nei decenni e anni scorsi siano ancora in grado di fare uscire dalla brutta crisi che attanaglia molti Paesi europei (ad eccezione della Germania) e chi invece è convinto che occorra introdurre correttivi e modifiche significativi prima che sia troppo tardi di fronte alla caduta verticale di fiducia dei cittadini”. Ma la classe politica tedesca – si chiede Rusconi – “si rende conto delle sue responsabilità specifiche?” O sarà tentata di percorrere in solitario la sua integrazione nell’economia-mondo? Se si considerano i comportamenti assunti negli ultimi tempi dalla Merkel sul piano internazionale, si direbbe che la politica tedesca è “preda” di una forte contraddizione.
Sul piano interno, fortemente preoccupata del possibile successo elettorale di AfD, la Germania si rende conto di aver bisogno dell’Europa, per non compromettere al cospetto del mondo la propria credibilità politica; mentre sul piano dei rapporti con gli altri Paesi dell’Unione, essa esercita in modo poco responsabile, l’egemonia che le deriva dalla sua forza economica. Da un lato, la Germania “predica” per gli altri la necessità del rigore nella gestione dei conti pubblici, con la giustificazione che ciò sarebbe necessario per il superamento della crisi, al fine di riprendere il processo di unificazione europea; da un altro lato, però, sembra interessata all’Unione unicamente per motivi strumentali, ovvero per salvaguardare da presunte posizioni di forza la non modificabilità delle regole che sinora hanno concorso a rendere forte la sua economia e ad imporre la propria egemonia agli altri Paesi europei.
In presenza di questa incerta situazione, è proprio il caso di dire che, attualmente, la Germania è fortemente condizionata dalla geopolitica globale condivisa, mentre l’esercizio irresponsabile della sua limitata egemonia all’interno dell’area europea la espone al pericolo della perdita della sua identità politica interna, con possibili riflessi negativi sul piano economico a livello internazionale. Per uscire dall’empasse in cui si sta dibattendo, la classe politica tedesca dovrebbe seriamente prendere coscienza delle responsabilità specifiche che si sta assumendo rispetto al progetto europeo; inoltre, evitando ogni possibile tentazione di fuga dall’Europa, dovrebbe, come qualcuno suggerisce, esercitare la sua egemonia, facendo ripartire il processo di unificazione dell’Europa, col coinvolgimento dei principali Paesi membri dell’Unione (possibilmente i sei fondatori, più pochissimi altri), al fine di riproporre su basi nuove l’idea unitaria del vecchio Continente, prima che la vittoria dei populismi faccia suonare le “campane a morto” per l’Europa dei Padri fondatori.

Gianfranco Sabattini