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Gianfranco Sabattini

La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Crisi dei mercati e recupero della “banca perduta”

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Nel libro “Alla ricerca della banca perduta”, Marco Onado, docente di Economia degli intermediari finanziari, spiega le cause che hanno determinato “un abisso tra la finanza come dovrebbe essere […], che svolge una funzione essenziale per la crescita, e la ‘nuova’ finanza che ha provocato la crisi”; ciononostante essa è stata oggetto di un salvataggio pubblico senza precedenti.

Onado vuole fare capire quali possibilità vi siano di ricuperare nel mondo attuale la “banca perduta”, al fine di riacquisire l’antica fiducia negli istituti di credito degli operatori e degli addetti ai lavori nel campo degli studi economici (imprese, risparmiatori ed economisti); essi, infatti, dopo quello che è successo, a seguito dello scoppio della bolla dei mercati immobiliare americani, non sanno più se possono ancora fidarsi delle decisioni dei banchieri, oppure condividere il giudizio di chi, nei confronti dei gestori dei mercati finanziari, ha introdotto il termine spregiativo di “bankster”, un epiteto che certamente non ha bisogno d’essere spiegato, tanto eloquente è ciò che il termine vuole evocare.

Imprese, risparmiatori ed economisti, pur ponendosi forse problemi diversi (di accesso al credito le prime, di tutela del risparmio i secondi e di sviluppo economico gli economisti), in realtà – afferma Onado – esprimono “diversi punti di caduta dello stesso problema, cioè il volto oscuro della finanza messo impietosamente in evidenza dalla crisi e che sembra prevalere su quella ‘buona’”, che, invece, occorre ricuperare e valorizzare. Per capire perché ciò sia avvenuto, occorre considerare i motivi per cui la finanza è diventata sempre più invasiva ed estesa rispetto all’economia reale, sino a subire una “sorta di ‘mutamento genetico’”; ciò è potuto accadere – sostiene Onado – per “le opportunità che il clima ideologico e politico di liberalizzazione e deregolamentazione su scala mondiale che ha dominato gli ultimi decenni e che ha basato la crescita economica […] su un’accumulazione di debiti senza precedenti, cioè su un castello di carte che non poteva che crollare miseramente”.

La comprensione della crescita abnorme della finanza porta anche a capire che quest’ultima è in realtà lo “specchio” degli squilibri dell’economia reale sottostante, nel senso che essa è l’esito di “una crisi delle imprese che hanno privilegiato i risultati a breve, a scapito degli investimenti e della crescita sostenibile; è una crisi sociale, perché sono aumentate le disuguaglianze e la povertà anche nei Paesi avanzati; è una crisi politica, perché le tensioni economiche e sociali spostano verso destra il baricentro dell’elettorato, spingendolo a chiedere misure di pura protezione degli interessi esistenti, non importa se fra questi sono presenti quello delle banche”.

La crisi della finanza e dell’economia reale sottostante, coniugate con la crisi sociale e politica, viene di solito denominata “Grande Crisi Finanziaria” o “Grande Recessione” dell’economia globalizzata; dal momento in cui la crisi è insorta, nel 2007, sono ormai trascorsi dieci anni, e molti Paesi, fra i quali l’Italia, sono ancora al di sotto dei livelli di reddito e di occupazione pre-crisi; riguardo all’economia italiana, il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura stimato che occorreranno vent’anni prima che essa possa tornare ai livelli di occupazione raggiunti precedentemente al 2007. L’intensità della crisi si è manifestata in fasi diverse, ma in rapida successione: la prima fase si è manifestata nel 2007 ed ha avuto come epicentro il sistema finanziario ed i mercati immobiliari americani; la seconda è iniziata nel 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers, allora la quarta banca d’affari degli Stati Uniti d’America, dando origine al crollo delle borse e alla diffusione del panico nei mercati finanziari di tutto il mondo; la terza si è manifestata nel 2010, interessando in particolare i Paesi europei, i cui alti debiti pubblici hanno causato, da un lato, un aumento dei tassi richiesti dai mercati finanziari internazionali per la loro sostenibilità e, dall’altro lato, un peggioramento del funzionamento del sistema bancario.

Le tre fasi – afferma Onado – avevano come epicentro una o più banche sull’orlo del fallimento, sebbene fino a poco tempo prima che iniziasse la crisi, i loro manager “si vantassero di essere al timone di corazzate inaffondabili”; ma anche dopo, a crisi avviata, una larga parte di economisti ha continuato a sostenere che il sistema finanziario si era trasformato, acquisendo maggior flessibilità e, quindi, maggiori capacita di adattamento ai cambiamenti ed agli shock esterni. Il sistema finanziario era certamente cambiato, ma non in meglio; ne è prova il fatto che, durante il suo corso la crisi si è diffusa ad una velocità e con un’intensità inaspettate; sono proprio le modalità con cui l’una e l’altra si sono manifestate che devono essere tenute presenti, in quanto costituiscono il “segno inequivocabile” che nel sistema finanziario era intervenuto qualcosa di nuovo.

Il “nuovo” che caratterizzava le banche alla vigilia della crisi era il fatto che avessero aumentato a dismisura la loro dimensione, connessa ai “mutamenti strutturali nel rapporto tra il sistema finanziario e l’economia reale”; ciò significa che la dimensione del primo è stata determinata dall’aumento del debito degli operatori finanziati dalle banche, cioè del settore pubblico e di quello privato, costituito da famiglie e imprese. L’aumento del debito complessivo è evidenziato dal fatto che quest’ultimo, negli ultimi trent’anni, è “cresciuto a un ritmo quasi doppio del prodotto lordo nominale”. E’ quindi evidente – secondo Onado – che la crisi “è molto di più di un fenomeno finanziario”, in quanto dietro le difficoltà delle banche “si delineano le contraddizioni di un modello di sviluppo trainato dai debiti, che ha comportato una caduta senza precedenti del reddito dei Paesi avanzati”; è questa la ragione per cui la “mutazione genetica della finanza […] non è la causa causarum” dei problemi insorti con la Grande Recessione.

La causa della crisi deve essere infatti identificata nel quadro ideologico e politico su cui è stata fondata l’adozione di modelli di sviluppo che “richiedevano una crescita continua dei debiti e che consideravano quasi un atto di fede che i mercati avessero la capacità di raggiungere spontaneamente condizioni di equilibrio”. Sulla base dell’imperante ideologia neoliberista, la crescente finanziarizzazione dell’economia è stata considerata un fatto socialmente positivo, consolidandosi l’”idea che tanto più grande era il mondo della finanza, tanto meglio era”; ciò è valso a giustificava l’idea conseguente che fosse sempre conveniente offrire, soprattutto alle famiglie, prestiti per importi mai sperimentati in passato e a condizioni sempre più favorevoli.

In particolare, è stato giustificato il fatto che fossero immessi nei mercati finanziari quantità crescenti di titoli provenienti dalla cosiddetta securitisation dei mutui ipotecari, perché in questo modo, si sosteneva, non del tutto disinteressatamente da parte dei banchieri, sarebbero state ampliate le scelte degli operatori e sarebbe accresciuta la liquidità dei mercati finanziari. Ma in cosa è consistita la securitisation? La semplice descrizione della tecnica che l’ha espressa consente di capire perché la finanziarizzazione dell’economia ha condotto alla Grande Recessione.

I mutui concessi dalle banche sono stati trasferiti ad altra società finanziaria specializzata nell’emissione di “titoli strutturati” (o titoli derivati), il cui prezzo veniva basato sul valore di mercato di un altro “strumento finanziario”, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli strutturati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della “parte assicurativa” (l’economia reale), sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale. Una tale sproporzione ha stravolto una delle funzioni fondamentali di ogni sistema finanziario, consistente nell’offrire strumenti idonei a consentire la gestione di rischi di varia natura; la sproporzione, perciò, venuta meno ogni possibilità reale di poter garantire i rischi connessi all’enorme massa dei mutui in circolazione, è valsa a trasformare i titoli strutturati in strumenti utili solo per operazioni speculative.

Nel periodo precedente la crisi – afferma Onado – hanno così preso forma “due bolle speculative, una legata all’altra ed entrambe favorite dall’opacità della securitisation”: quella dei mercati immobiliari, “i cui prezzi sono cresciuti continuamente alimentando nuove aspettative di aumento”; e quella dei titoli strutturati, i cui rendimenti erano del tutto “sproporzionati al rischio effettivo, ma che tutti gli investitori ricercavano disperatamente”.

Dopo lo scoppio delle bolle, sono crollate le quotazioni della parte assicurativa dei titoli strutturati (azioni, o titoli rappresentativi di materie prime); le banche che avevano concesso mutui sono state necessariamente colpite nella consistenza della loro liquidità; per rimediare alla situazione, esse hanno fatto ricorso al ricupero dei loro crediti verso altre banche, mettendo così in moto una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato l’estensione della crisi in tutto il mondo; una crisi che ha causato difficoltà bancarie generalizzate, con fallimenti di istituti di credito, sia in America che in Europa. La conseguenza, come tutti sanno, è stato il loro salvataggio a spese dei contribuenti, senza alcuna sanzione, di qualunque natura, nei confronti di chi si era reso responsabile del “disastro” e, sorprendentemente, senza che l’ideologia neoliberista, che aveva ispirato la finanziarizzazione dell’economia, fosse oggetto di discredito.

A questo punto viene naturale porsi la domanda: per quale ragione, dato il contesto economico ed istituzionale esistente a livello globale, gli assetti proprietari del sistema bancario non dovrebbero tendere a massimizzare il valore delle banche per gli stakeholders, cioè di tutti coloro che hanno interesse al corretto funzionamento dei mercati finanziari, privilegiando invece quello degli shareholders, cioè di coloro che ne sono i proprietari a titolo privato? I quali, pur di guadagnare, come realmente è accaduto, non hanno mancato di speculare, giocando d’azzardo, con i titoli strutturati, a danno di tutti coloro che poi sono stati chiamati a rimediare ai disavanzi bancari senza averne una responsabilità diretta. In che modo è possibile intervenire, per far prevalere assetti proprietari più convenienti per la stabilità del modo di funzionare del sistema economico globalizzato?

Si dirà che la soluzione del problema dell’assetto proprietario più conveniente delle banche è materia troppo complessa, per essere affrontata in termini univoci; però, appare molto debole la conclusione di Onado, secondo cui, dopo quello che è successo, risulterebbe difficile “disegnare una traiettoria di riforme che sappia incidere sulle cause della crisi riportando la finanza e la banca alla loro funzione di sostegno allo sviluppo”. Tutti, però, concordano sulla necessità di apportare al sistema finanziario “riforme strutturali”; ma quali?

I neoliberisti, che continuano ancora ad ispirare gli establishment dei Paesi ad economia avanzata, si dimostrano fedeli al “mantra” delle riforme del mercato del lavoro, delle privatizzazioni e dell’apertura dei mercati; il dibattito, sinora svoltosi a livello globale, ha prodotto analisi che, “sebbene spietate sugli errori e le distorsioni del passato”, non hanno fornito suggerimenti sul tipo di banca che sarebbe opportuno costruire e, in particolare, sulla struttura proprietaria del sistema bancario più conveniente per il futuro dell’economia globalizzata. In generale – osserva Onado – “è mancata una seria riflessione sui problemi collegati alle dimensioni elefantiache raggiunte dalla grandi banche mondiali”. Per contrastare lo strapotere delle banche non sono mancate proposte di interventi volti a limitare gli aspetti più pericolosi dell’attività finanziaria del tempo presente; ciò al fine di “riportare le banche al loro ruolo di motori dello sviluppo economico.

Tuttavia, conclude Onado, “poiché la responsabilità ultima della crisi è stata una politica troppo debole” nei confronti del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale, l’uscita dalla crisi “è resa difficile da una politica troppo debole” nei confronti della banche, che sono divenute “troppo grandi per fallire (too big to fail); se così stanno le cose e se il rischio cui sono esposti i cittadini è quello d’essere chiamati a socializzare le perdite causate da comportamenti di banchieri che sanno d’essere impunibili, l’unica via di uscita sarebbe la socializzazione del sistema del credito. La debolezza della politica però, varrà a continuare ad esporre i cittadini al rischio che il comportamento dei gestori delle grandi banche non sia conforme a quello dei gestori della “banca perduta”, ma a quello proprio dei gestori della cosiddetta “finanza creativa”, che è valsa ad assimilare le loro determinazioni più a quelle di un “bankster”, che a quella del banchiere di antica memoria.

Gianfranco Sabattini

La vittoria di Trump
e l’establishment democratico-repubblicano

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Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America”, sostiene che, al di là delle dichiarazioni politicamente poco corrette del nuovo presidente durante la campagna elettorale e dopo il suo insediamento a capo della Casa Bianca, le uniche messe in risalto dai mass-media americani ed europei, tutti schierati in pro della Clinton, Donald Trump si è posizionato a sinistra, “non solo della candidata democratica, ma anche del proprio partito”.

Trump, a parere di Spannaus, ha avuto buon gioco nei confronti dell’establishment democratico-repubblicano, da tempo ad uso ad esprimere candidati che, al di là delle differenze di “casacca”, hanno continuamente realizzato politiche improntate a “meno welfare, più finanza e più guerra”. Nelle ultime elezioni presidenziali, però, la rivolta degli elettori è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro proni: in campo democratico, la rivolta è quasi riuscita a imporre Bernie Sanders; mentre, in quello repubblicano, Trump ha sconfitto i diversi candidati che gli sono stati opposti dal vecchio apparato del partito di appartenenza.

Da posizioni di sinistra riformista, Sanders è riuscito inizialmente a prevalere su Hilary Clinton, con una “campagna incentrata sulla battaglia contro Wall Street e le disuguaglianze della società causate dalla globalizzazione”. Alla fine, la Clinton ha prevalso, ottenendo la “nomination” nelle primarie, nonostante i molti dubbi nutriti dal proprio partito sulla sua capacità elettorale di battere il rappresentante del Partito repubblicano, e le perplessità di numerosi grandi elettori, consapevoli che “le etichette del passato” fossero “meno importanti del malcontento prodotto da decenni di stagnazione economica, incoronati da una crisi finanziaria che ha scosso le fondamenta dell’economia mondiale”.

Bernie Sander e Donald Trump – precisa Spannaus – sono persone molto diverse: il primo è un “vecchio attivista di sinistra” che si è sempre battuto “per l’uguaglianza contro le discriminazioni”; il secondo è un immobiliarista, un outsider della politica, portato a privilegiare “la provocazione e l’insulto per attirare attenzione su di sé”. Nonostante le diversità nell’impegno politico e nella comunicazione pubblica, i due candidati nella campagna elettorale, “non presi sul serio dal mondo politico americano”, hanno assunto rispetto all’establishment un atteggiamento comune, in quanto hanno identificato il sistema “come il principale avversario del popolo un’élite corrotta, piuttosto che collocarsi nella più consueta dialettica destra-sinistra”; entrambi, infatti, hanno “inveito” “contro Wall Street, contro i grandi interessi responsabili del lungo declino della classe media americana”.

I due candidati, partendo da posizioni di sinistra dei loro rispettivi partiti, hanno rappresentato entrambi l’espressione di “una rivolta degli elettori contro le difficoltà causate da decenni di stagnazione economica”. Sebbene, durante la campagna elettorale, fosse possibile identificare in superficie “alcuni tratti della normale dialettica ideologica tra democratici e repubblicani, Bernie Sanders difendeva i programmi di welfare State, in quanto realizzati dall’amministrazione del presidente uscente, proponendo un sistema sanitario totalmente pubblico e un ridimensionamento del potere dei mercati finanziari; Donald Trump, invece, prometteva la riduzione dell’imposizione fiscale e il ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama, per un ripristino del libero mercato nella sanità. Le differenze erano assai limitate nella posizione critica che essi esprimevano riguardo alle cause della situazione economica interna e alla politica estera.

La fede nel libero mercato era da entrambi i candidati individuata come la causa prima della stagnazione economica interna; in particolare, Trump ha fatto della critica al libero mercato il motivo principale della sua campagna elettorale, sostenendo che esso, con la perdita di posti di lavori interni, aveva contribuito a rendere debole il Paese. Egli – afferma Spannaus – ha enfatizzato il processo di deindustrializzazione “ancora più di Sanders, rivolgendosi a un’area fondamentale dell’elettorato americano”, normalmente definita white workimg class; è questa l’area della “rusk belt” (la fascia della ruggine), che caratterizza il panorama industriale di Stati come Ohio, Indiana, Michigan ed altri, costituenti la parte centrale e settentrionale del Paese, in cui dal diciannovesimo secolo si era registrata la “più grande concentrazione di industria pesante negli Stati Uniti”.

Sulla stagnazione interna, quindi, Trump ha fondato la sua campagna elettorale, “rompendo con il Partito repubblicano”, che da decenni era fedele a “posizioni ideologiche ben definite sull’economia e sulla politica estera”, del tutto insensibile al fatto che per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana fossero nascosti dai risultati che la “magia” dei mercati finanziari sembrava promettere agli elettori americani attraverso le illusione del trickle-down, o “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”; ovvero la realizzazione di un benessere collettivo basato sull’assunto secondo il quale i benefici economici acquisiti dalle classi ricche favoriscono necessariamente, e ipso facto, anche l’intera società, compresa la “middle class” e le fasce di popolazione marginali e disagiate, tutte “vittime” del processo di deindustrializzazione.

Con la crisi del 2007/2008, l’assunto del trickle-down è stato smentito; ciò è accaduto – sostiene Spannaus – per via dell’implosione del mercato dei nuovi strumenti speculativi costituito dai “titoli derivati” (o “titoli strutturati”), il cui prezzo era basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli derivati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della parte dell’economia reale assicurativa”, sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Nel 2001, si è avuta una prima crisi dei mercati dei derivati, ma le società finanziarie hanno trovato un sostituto nei mutui, generando nel 2007/2008 la “bolla dei mutui subprime”, la cui gravità è consistita nel processo di finanziarizzazione imposta, oltre che all’economia americana, all’economia dei Paesi integrati nell’economia globale, i quali da dieci anni stanno subendo gli esiti negativi della Grande Recessione causata appunto dalla bolla dei mutui subprime.

In America, la bolla dei mercati immobiliari, verso i quali erano stati prevalentemente indirizzati i mutui, ha portato ad interventi pubblici a vantaggio delle banche coinvolte nella concessione dei mutui, alla formazione di una disoccupazione di lungo termine e alla soppressione di molti servizi pubblici per le classi più penalizzate dalla crisi. Con ciò sono nati movimenti di protesta, come quelli del “Tea Party” e di “Occupy Wall Street”. Anche presso chi non ha perso il lavoro, gli esiti della crisi hanno provocato una perdita di fiducia nel vecchio establishment, concorrendo alla creazione di un “mix potentissimo” di frustrazione nell’opinione pubblica americana che “i candidati outsider hanno sfruttato abilmente”.

In particolare, sul problema del malcontento interno, Trump ha “rotto”, come già si è detto, col Partito repubblicano, posizionandosi “al di fuori dai ranghi” del partito, sia sulla politica interna, che sulla politica estera. Sulla politica interna, egli ha condotto una campagna elettorale incentrata sulla necessità di “porre fine a un declino economico che dura da qurant’anni”; un declino che, a suo parere, ha comportato la perdita di posti di lavoro” e soprattutto lo smarrimento della classe media americana, pilastro dei successi che il Paese aveva conseguito, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla politica estera, Trump ha sfruttato il malcontento profondo maturato dall’elettorato americano nei confronti dei candidati di entrambi i partiti storici, che sostengono il ruolo degli USA come Paese guida a livello internazionale. Nel mondo politico americano, ma anche in quello occidentale – afferma Spannaus – i due grandi partiti dell’establishment si erano convinti di “poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su gran parte della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso dello Stato in economia, ma non mettevano mai in discussione i meccanismi di base del sistema”, ovvero l’interventismo a livello internazionale quando la supremazia della Repubblica a stelle strisce fosse stata minacciata.

In conclusione, i problemi sollevati dalle candidature degli outsider, Sanders e Trump, nelle elezioni presidenziali statunitensi sono temi che non riguardano solo l’America, ma l’intero mondo globalizzato, in particolare qui Paesi ad economia di mercato e retti da istituzioni democratiche. Le strutture di potere di questi ultimi dovranno tener conto delle cause della rivolta degli elettori americani, in quanto esse non riguardano soltanto l’America, ma anche tutti le altre economie nazionali assoggettate, “obtorto collo”, alla posizione egemone degli USA. Ciò al fine di agire nelle opportune sedi internazionali, perché siano rimodulate le regole che sinora hanno funto da linee guida del processo di globalizzazione.

A prescindere dall’esito delle elezioni, i nass-media e i politologi, anziché contribuire a “demonizzare” solo lo stile fuori norma del politico Trump, dovranno vigilare contro le possibili sue derive politiche, soprattutto sul piano internazionale, e incalzare le classi politiche dei singoli Paesi maggiormente coinvolti dalla Grande Recessione, perché tengano in maggior conto la rivolta degli elettori al di là e al di qua dell’Atlatico; altrimenti, sarà inevitabile che in futuro la rivolta degli elettori sia ancora più forte, con effetti interni ed esterni difficili, non solo da prevedere, ma anche da prevenire.

E’ del tutto inutile pensare che, eleggendo Trump alla presidenza del loro Paese, molti americani abbiano fatto un “passo fuori dalla politica”, “tagliando i ponti col prima”. A parere di qualche osservatore, come ad esempio Furio Colombo in “Trump power”, gli elettori che hanno votato Trump, non avrebbero giudicato, ma avrebbero abbandonato la politica, “non con l’astensione ma con un voto deliberatamente distruttivo”. Pensare che gli elettori americani si siano comportati da sciocchi, solo perché, al di là della reazione ai disagi dovuti alla propensione dei poteri forti a voler preservare ed espandere ulteriormente la propria ricchezza, non avrebbero accettato d’essere governati dal nero Obama, significherebbe ipotizzare che gli americani si siano comportati come gli struzzi: ficcare la testa sotto la sabbia, sottraendosi alla necessità di comprendere una realtà economica e politica divenuta ormai non solo per loro insopportabile. Non è così; gli americani hanno scelto Trump sulla base di promesse riparatrici che quest’ultimo è assai dubbio potrà riuscire ad onorare.

Gianfranco Sabattini

 

Vantaggi e pericoli dell’integrazione in un’Europa a più velocità

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L’ipotesi di un’Europa a più velocità non è nuova; ora, di fronte al grave processo di involuzione che da anni sta subendo la realizzazione del “progetto europeo”, l’ipotesi viene riproposta nella forma di una “pluralità di cooperazioni rinforzate”. Ciò, a parere di Massimo D’Alema, in “Un salto di qualità” (Italianieuropei, n. 3/2017), prefigurerebbe una “via di uscita” dal problema delle differenze esistenti tra i diversi Paesi membri sul piano economico e sociale, nell’empasse che connota al presente il processo di unificazione politica dell’Europa. Per la realizzazione dell’ipotesi – afferma D’Alema – sarebbe però essenziale che il salto di qualità “abbia una guida forte”, che egli identifica in “una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia”.

Mai, nel corso del dopoguerra, sostiene il presidente della Fondazione Italianieuropei, si è verificata una crisi cosi profonda; la crisi risulta particolarmente grave anche perché, dopo l’elezione alla presidenza degli USA di Donald Trump, sono peggiorate le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, cui si aggiunge “il nazionalismo assertivo di Putin e la rinnovata politica di potenza della Russia”, con lo scopo di indebolire e disgregare l’Unione Europea, attraverso l’aperto sostegno dei “movimenti nazionaliste populisti nel Vecchio Continente”. Si tratta, a parere di D’Alema, di “uno scenario allarmante”, inserito in un “quadro internazionale in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione”.

A parte l’idea, avanzata da D’Alema, che l’Europa possa essere aiutata, sempre nel quadro di una logica di potenza, dalla crescente forza economica della Cina, egli tuttavia sottolinea l’urgenza che i Paesi del Vecchio Continente riconoscano finalmente le proprie responsabilità riguardo a quanto sin qui è stato fatto relativamente al processo di unificazione politica; quindi, proprio per questo, essi abbiano la consapevolezza che, al presente, sono privi di “una visione strategica comune” su come l’Europa possa opporsi alla nuova situazione, venutasi a creare con le conseguenze sul piano politico, oltre che economico, della Grande Recessione e del peggioramento delle relazioni internazionali.

Il dibattito che si è aperto sulla situazione esistente in Europa e sulla prospettiva di un suo superamento sarebbe portatore di “accenti nuovi e proposte coraggiose”, quali quelle del neo-presidente francese, Emmanuel Macron; secondo D’Alema, pur potendosi avere riserve sulla impostazione della politica economica e sociale di Macron, resterebbe però il fatto che egli rappresenterebbe “senza dubbio un salto di qualità europeista rispetto al tradizionale nazionalismo francese”. Al riguardo, viene subito da osservare, che D’Alema deve aver formulato questo giudizio sul conto del neo-presidente francese prima del suo insediamento all’Eliseo, perché l’attivismo di Macron, non appena sostituito il predecessore, ha subito dato modo di constatare quanto poca sia la distanza che lo separa dal tradizionale nazionalismo del suo Paese.

A parere di D’Alema, il salto di qualità richiesto ai Paesi europei, in presenza del quadro politico creatosi con l’esito delle recenti elezioni francesi, dovrebbe essere compiuto sul terreno dell’integrazione politica. A tal fine, però, è evidente, per il presidente della Fondazione Italianieuropei, che “sino a quando un gruppo di Paesi fondamentali non deciderà di porre effettivamente in comune la politica estera e di difesa, realizzando al tempo stesso uno stretto coordinamento e una forte solidarietà in materia dei flussi dei rifugiati e degli immigrati, l’Europa resterà una potenza dimezzata […], in particolare negli scenari di crisi dove sono in gioco i nostri interessi vitali”. Questa posizione di stallo, a parere di D’Alema, imporrebbe una “forma di collaborazione rafforzata” che non si contrapponga alle istituzioni europee esistenti, ma al contrario dia loro “maggior forza e autorevolezza”.

Però, il salto di qualità nella politica europeista non appare possibile senza che preventivamente sia compiuta una più forte integrazione economica tra i Paesi membri e senza che si inaugurino nuove scelte orientate a realizzare in essi la “piena occupazione”, la “riduzione delle disuguaglianze” e una “maggiore inclusione sociale”; ma, soprattutto, senza che sia compiuto quel salto di qualità, il processo d’integrazione non appare votato al successo, se si trascura che la ripresa economica europea, dopo la Grande Recessione, risulta moderata e distribuita in modo diseguale tra i “diversi Paesi dell’Unione” e tale da minare gravemente la stessa coesione europea, a causa della persistente presenza dei movimenti populisti. Tutto ciò renderebbe evidente che la ripresa del processo europeista potrà essere supportata, non da un ulteriore compressione della domanda interna, ma da una “politica espansiva che punti a una redistribuzione più equa delle risorse e a un forte incremento degli investimenti e dei consumi interni”.

D’Alema ritiene che, per avere successo, queste scelte dovrebbero essere accompagnate da un nuovo programma europeo in grado di affrontare alcuni temi, che egli considera di fondamentale importanza: il completamento dell’unione bancaria, l’aumento del budget dell’Unione, l’armonizzazione del trattamento fiscale dei redditi di capitale e, soprattutto, la creazione di un fondo europeo per l’abbattimento dei debiti nazionali; tutto ciò, al fine di favorire la diffusione, almeno tra i Paesi dell’Eurozona, di una maggior solidarietà e un più forte sostegno alla crescita e alla giustizia sociale.

Il nuovo programma europeo sarà, però, efficace, solo se si riuscirà ad “avviare una pluralità di cooperazioni rafforzate”, da svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di Paesi. Perché tale programma possa essere inaugurato, occorrerà che la sua attuazione abbia una “guida forte”, da realizzarsi attraverso una “rinnovata collaborazione tra la Germania e la Francia”. D’Alema conclude affermando di non sottovalutare il ruolo che potranno svolgere nell’attuazione del nuovo programma europeo gli altri Paesi fondatori, fra i quali l’Italia, sulla cui classe dirigente però, egli nutre il dubbio che sia all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare.

Tuttavia, considerata la mancanza di alternative all’unificazione politica del Vecchio Continente, se si crede ancora nel progetto europeo, occorre affrontare le sfide mediante un “riformismo coraggioso e radicale, pena il rischio che prevalgano la sfiducia, la rabbia, lo smarrimento e la chiusura nazionalistica”. Sin qui D’Alema; ma la sua proposta di un salto di qualità nella politica europeistica, fondato su una “pluralità di cooperazioni rinforzate” è desiderabile? E, quel che più conta, è priva di rischi?

Agli interrogativi, risponde Pasquale Ferrara, diplomatico e professore di Diplomazia e negoziato all’Università LUISS Guido Carli; egli, sullo stesso n. 3/2017 di Italianieuropei, in “Integrare le differenze. Incognite e possibilità dell’Europa plurale”, afferma che, nelle condizioni attuali dell’Unione, l’avvio di una pluralità di cooperazioni differenziate può implicare per i Paesi membri solo un “destino strutturalmente disgiunto”. A sessant’anni “dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione Europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza”. Perché tanto scetticismo?

Ferrara sembra non avere dubbi, osservando che i problemi davanti ai quali si trova l’Europa attuale sono gli stessi che essa si sta trascinando irrisolti da anni, quali principalmente: la questione del ruolo che l’Europa deve svolgere per sostenere la crescita economica, soprattutto dei Paesi dell’Eurozona; quindi, i nodi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa comune, per meglio affrontare la turbolenza nelle relazioni internazionali. Si tratta di problemi, la cui soluzione avrebbe dovuto rinsaldare – sostiene Ferrara – la coesione interna tra i Paesi che compongono l’Unione, mentre invece “hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste”.

Data la mancata soluzione di tutti questi problemi, non è sicuro che la riproposizione del “metodo del Direttorio” possa avere successo, in quanto la “stabilità interna” nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione sembra non suscitare più gli stessi entusiasmi di un tempo; per quegli Stati che dovessero essere portatori delle idee di D’Alema, ciò significherebbe che – come afferma Ferrara – per affrontare la crisi attuale del progetto europeo non basti un “processo di manutenzione ordinaria”, ma occorra una profonda ristrutturazione dell’Unione, da realizzarsi attraverso la creazione di una pluralità di cooperazioni rafforzate per realizzare una “integrazione differenziata” dei Paesi membri, che tenga conto delle potenzialità economiche di ognuno di essi, nonché delle loro particolari condizioni strutturali.

A ben riflettere, l’integrazione differenziata, da realizzarsi attraverso una pluralità di cooperazioni rafforzate, altro non è, afferma Ferrara, che “un ossimoro che segna un cambiamento radicale nella ‘narrativa’ sul processo politico europeo”; la parola integrazione, nell’ortodossia del linguaggio europeista, ha espresso sinora l’obiettivo comune che l’Europa unita doveva raggiungere, ovvero una generalizzata condivisione di sovranità. Se ora l’Europa smarrisce questo obiettivo e l’integrazione si differenzia, allora le “sue finalità non sono più necessariamente convergenti”; ciò potrà essere anche una necessità storica e politica, ma, a parere di Ferrara, non ci si potrà rallegrare di “questo esito dalle conseguenze incerte”. Se l’Europa scegliesse di perseguire un’integrazione differenziata, l’Unione si avvierebbe verso una “differenziazione integrata”; come dire che andrebbe a realizzare un’”unità nella diversità”, e con ciò, sempre secondo Ferrara, la diversità verrebbe “inserita in modo strutturale nella dinamica europea”.

La proposta di D’Alema non nasce dal nulla; essa, in realtà, non è che una riproposizione di ipotesi già avanzate nel passato, come ad esempio, quella che prospettava la creazione di un’”Europa a più velocità”, implicante una specifica forma di integrazione differenziata per il perseguimento di obiettivi comuni, guidato da un nucleo di stati forti, nell’assunto che quelli deboli potevano essere opportunamente trainati; oppure, come quella che prefigurava un’”Europa à la carte”, dove l’opzione per la forma dell’integrazione differenziata era lasciata alla libera discrezionalità dei singoli Paesi di scegliere, “come da un menù“, a quali politiche partecipare, “condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni”.

Nelle condizioni in cui versa attualmente l’Unione Europea, il “disallineamento” sarebbe amplificato dal fatto che con esso aumenterebbe la “complessità di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intelligibile, senza parlare dei problemi di governance […] e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero”.

In conclusione, secondo Ferrara, l’integrazione differenziata, pur contribuendo a rendere più “flessibile” la governance dell’Unione, sarebbe ben lontana dal garantire la possibile soluzione dei tanti problemi che la stessa Unione si è lasciata alle spalle insoluti; una “repubblica di repubbliche” – afferma Ferrara – è “una repubblica composita”, esprimente un processo non un possibile risultato finale; si tratterebbe tra l’altro, di un processo caratterizzato dalla presenza di una pluralità di centri di poteri, che non consentirebbero di affrontare congiuntamente le questioni politiche ereditate e quelle che nel frattempo stanno emergendo. Questioni, queste che sarebbero destinate a conservare la loro natura di “forze centrifughe, […] quale che sia l’ingegneria istituzionale escogitata per superare lo stallo”.

A ciò si deve aggiungere che la direzione dell’ipotetica “pluralità di cooperazioni rinforzate”, esercitata col metodo del Direttorio espresso dalla Germania e dalla Francia, non farebbe che rafforzare le spinte centrifughe; infatti, entrambi i supposti Paesi forti dell’Unione non hanno mai manifestato, soprattutto da Maastricht in poi, di volere realmente operare per un’effettiva convergenza delle posizioni economiche dei Paesi membri dell’Eurozona: la Francia, per l’eccesso di nazionalismo che ha sempre caratterizzato la sua presenza all’interno dell’Unione; la Germania, perché pervasa dal convincimento che la stabilità dei prezzi debba fare premio su ogni altra urgenza della stessa Unione.

Gianfranco Sabattini

 

Il futuro dell’economia dopo la crisi
secondo Robert Reich

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Robert Reich ha curato una nuova edizione di “Aftershock. Il futuro dell’economia dopo la crisi”, arricchita da una sua prefazione “attinente al futuro dell’Italia” e da una postfazione di Michele Salvati. Sia la prefazione che la postfazione costituiscono importanti integrazioni del contenuto dell’originaria edizione del libro: nella prima, Reich traccia un’interessante analisi parallela di quanto è accaduto in America e in Italia e del diverso modo in cui i due Paesi hanno reagito alla crisi, mentre nella postfazione Salvati integra l’analisi di Reich, laddove essa appare silente o insufficiente. Salvati illustra, da un lato, gli “snodi” che hanno caratterizzato i “paradigmi” dei modelli organizzativi dei sistemi economici e sociali ad economia di mercato, che si sono succeduti nel corso del XX secolo; dall’altro lato, esplicita le difficoltà economiche, politiche e sociali che si oppongono, allo stato attuale, alle politiche di contrasto delle cause della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008.

Reich sostiene che la causa prima della crisi che ha colpito sia Stati Uniti che l’Italia è “stata la crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza”; fenomeno, questo che caratterizza in modo particolare l’Italia, essendo essa collocata “ai livelli più alti per disuguaglianza dei redditi – appena dopo Stati Uniti e Gran Bretagna”. Senza allontanarsi da quella che ormai sembra essere divenuta la spiegazione universalmente accettata, Reich afferma che la crescente disuguaglianza ha fatto sì che la classe media dei due Paesi “perdesse il potere d’acquisto necessario a sostenere la domanda aggregata e a fare girare l’economia”, condizione essenziale, questa, per bloccare la tendenza alla crescita del pesante vincolo del debito pubblico. La disoccupazione e il blocco quasi totale dei salari reali (o la loro diminuzione nel caso dell’Italia) hanno comportato un volume di entrate erariali di gran lunga inferiore, rispetto a quello che sarebbe stato possibile ottenere con più alti livelli occupazionali e con un aumento di quelli salariali (e, nel caso dell’Italia, con minori livelli di evasione fiscale).

Le riforme in pro della liberazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, dalle regole che, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, ne avevano governato il funzionamento, sono all’origine dell’”esplosione” del fenomeno delle disuguaglianze distributive. L’affermarsi del “libero mercato” ha fatto sì, a parere di Reich, che nei Paesi avanzati rimanessero solo “due ampi settori” cui la forza lavoro poteva indirizzare l’offerta dei propri servizi lavorativi: quello dei servizi alla persona (ristorazione, hotel, ospedali, cura dei minori e degli anziani, ecc.) e quello dei servizi avanzati (finanziari, manageriali e scientifico-tecnologici)”.

La maggior parte della forza lavoro, al restringersi delle opportunità occupazionali, ha indirizzato la propria offerta verso il settore dei servizi alla persona, mentre una parte relativamente ristretta della stessa forza lavoro, dotata di una più approfondita formazione professionale, si è indirizzata verso il settore dei servizi avanzati. In tal modo, la struttura dicotomica del sistema produttivo ha dato origine ad un processo distributivo del prodotto sociale, che mentre ha premiato la forza lavoro più qualificata, ha invece penalizzato quella “rimasta al palo” sul piano delle capacità professionali.

La conseguenza del processo di approfondimento e diffusione delle disuguaglianze distributive è stata che, per mantenere inalterati a propri standard di vita, la parte della forza lavoro “impoverita” ha fatto ricorso al credito; ciò è servito solo a rendere più instabili le economie. Inoltre, sempre a parere di Reich, all’interno dei Paesi in cui si sono consolidate le disuguaglianze distributive, il numero dei consumatori si è progressivamente ridotto, a causa della riduzione del loro potere d’acquisto, per cui è diminuito il consumo dei beni e dei servizi che il sistema economico di appartenenza produceva; in conseguenza di ciò, per colmare la mancanza di domanda interna, i Paesi che ne hanno sofferto, come ad esempio l’Italia, hanno dovuto fare affidamento sulle esportazioni.

Le disuguaglianze, però, diventate un fenomeno generalizzato, in tutti i Paesi economicamente avanzati la capacità produttiva ha iniziato “ad eccedere la capacità di consumo”; ragione, questa, per cui i Paesi caratterizzati da disuguaglianze distributive hanno assistito al restringersi delle possibilità di collocare le loro produzioni in surplus di beni e servizi sui mercati internazionali. Il rimedio agli effetti della crisi sul piano erariale è stato individuato nel ricorso all’austerità, che a sua volta è valsa solo a ritorcersi contro i Paesi che vi hanno fatto ricorso.

Infatti, la diminuzione della crescita, coniugata all’aumento delle disuguaglianze e all’attuazione delle politiche di austerità, ha dato origine ad un “mix” di scelte poco appropriate; queste – afferma Reich – hanno dato luogo a “ansie e frustrazioni delle popolazioni”, che hanno motivato i demagoghi di diverso orientamento politico a sfruttare la paura “come mezzo per accrescere il loro potere”, motivando l’opinione pubblica a “individuare negli altri – gli stranieri, gli immigrati, le minoranze – i responsabili delle difficoltà economiche”; per questa via, è stato facile, come è avvenuto in Italia, mobilitare una parte dell’opinione pubblica sulla base di forme di nazionalismo estremo, di xenofobia e di intolleranza; manifestazioni, queste ultime, che stanno mettendo a dura prova la capacità di tenuta della natura democratica delle istituzioni politiche.

Reich si chiede cosa occorra fare per riportare i sistemi economici sulla via delle crescita; sia in Italia che negli Stati Uniti, egli riconosce che l’ortodossia del libero mercato, favorendo la primazia dei mercati finanziari ed il libero movimento internazionale dei capitali e dei fattori produttivi, non ha fatto altro che tenere i governi che hanno vissuto il trauma della Grande Recessione prigionieri della “loro stessa ideologia”. Ciò perché le entrate fiscali sono diminuite nel momento stesso in cui aumentava la domanda di assistenza pubblica, dando origine a deficit pubblici correnti e ad un aumento crescente del debito dello Stato.

Ciononostante, ottimisticamente Reich è del parere che l’”era della fiducia nel libero mercato sia arrivata alla fine”; tanto negli Stati Uniti, quanto in Italia sarà possibile – egli afferma – “rovesciare le tendenze che ora minacciano fatalmente le nostre economie”. Egli è convinto sia nell’interesse di tutti ristabilire le condizioni appropriate per il rilancio della crescita; ciò riguarderebbe anche coloro che dall’esperienza delle crisi hanno tratto i maggiori vantaggi. Costoro, sempre a parere di Reich, hanno infatti molto da perdere, “se i motori dell’economia si fermano e se esplode la rabbia sociale”; mentre hanno tutto da guadagnare se la fascia del benessere sarà estesa, sino ad inglobare quella parte della popolazione che gli esiti del libero mercato hanno sinora penalizzato, per via della crescita incontrollata delle disuguaglianze reddituali.

L’analisi del contesto storico, economico e sociale di lungo periodo, nel quale la crisi è maturata, è sostanzialmente condivisa da Salvati, senza pero accettare il semplicismo con cui Reich ipotizza di poter ricostruire le condizioni di contesto esistenti prima della crisi. E’ realistica – si chiede Salvati – l’ipotesi di Reich, circa un ritorno alle condizioni di operatività dei sistemi economici esistenti sino alla fine degli anni Settanta?

Per rispondere alla domanda, occorre capire – afferma Salvati – perché il patto sociale d’ispirazione keynesiana, “stipulato e messo in atto tra la fine della guerra e l’immediato dopoguerra” è entrato in crisi negli anni Settanta; in altre parole, occorre capire quali forze hanno operato per “sostituirlo con un nuovo patto sociale basato sulla deregolamentazione e sul debito”; e, quel che più conta, occorre capire com’è stato possibile “sostituirlo democraticamente”, quantomeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un ampio sostegno popolare.

Tutto ciò consentirebbe anche di comprendere quali forze potrebbero oggi sostenere un ritorno al vecchio patto sociale, sia pure dopo una sua riformulazione; è, questa, una precondizione irrinunciabile, per valutare realisticamente il possibile ritorno al passato, tenendo tra l’altro presente che un ritorno all’originario “basic bargain” è reso molto improbabile dalla storia, la quale di solito esclude “semplici ‘ritorni’” all’uso di precedenti assetti istituzionali. La comprensione delle forze che alla fine degli anni Settanta hanno reso possibile la sostituzione del vecchio patto distributivo consente – secondo Salvati – di “approfondire i punti di svolta intorno a quali si enucleano le forze che esprimono il consenso politico per passare da un patto all’altro”.

Inoltre Reich, nella sua analisi del processo storico ed economico che ha caratterizzato gran parte del secolo passato, sorvolando sulle forze che caratterizzano i “punti di svolta”, manca di considerare un altro aspetto del quadro globale creatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il quadro internazionale emerso dalla fine del conflitto era caratterizzato, nell’area dei Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, dall’egemonia degli Stati Uniti, che hanno avuto modo, in virtù della loro primazia, di dettare le regole – afferma Salvati – che avrebbero consentito di governare il sistema di rapporti internazionali e che, in quel contesto, hanno avuto modo di proporre e di fare accettare il patto sociale di derivazione keynesiana. Ma la posizione di allora degli USA era assai diversa da quella attuale; tanto diversa che il ritorno a quel patto potrebbe essere fatto accettare dagli USA in condizioni ”assai più difficili”.

Il vecchio patto del primo dopoguerra, formulato sulla base della cosiddetta “Rivoluzione keynesiana”, forniva non solo “gli strumenti per sostenere l’occupazione nel caso di eventuali crolli delle domanda interna”, ma anche per garantire uno stabile “sistema di relazioni internazionali che avrebbe stimolato una formidabile ripresa del commercio mondiale e, con questo, una straordinaria accelerazione dei consumi e degli investimenti privati”. E’ stato questo, sostiene Salvati, un “capolavoro basato su circostanze irripetibili”, realizzato grazie alla potenza economica e militare degli USA; un capolavoro, però, che ha perso gran parte della sua autolegittimazione, via via che le condizioni produttive e competitive degli altri Paesi sono cresciute. Infatti, man mano che ci si è allontanati dal periodo postbellico è maturata una crescente insofferenza per i vincoli imposti dalla regolamentazione pubblica dell’attività economica, strumentale alla sopravvivenza del patto sociale keynesiano.

Gli anni Settanta sono stati un decennio di crisi dei mercati valutari e di quelli energetici, che hanno dato il là alla “prima grande recessione del dopoguerra” e segnato l’inizio di una “Controrivoluzione keynesiana” conservatrice, che ha portato soprattutto il Paese egemone, gli USA, ad inaugurare “una politica mirata allo smantellamento delle regolamentazioni interne e internazionali”, con le quali era stato possibile dare pratica attuazione al patto sociale keynesiano. Questa è la ragione – secondo Salvati – del passaggio tra i due patti sociali: da quello keynesiano a quello neoliberale. L’avvento di quest’ultimo è storia recente e, come tutti sappiamo, ha condotto l’economia globale verso la crisi della Grande Recessione del 2007/2008, per il cui superamento Reich auspica un ritorno al “vecchio” patto, sia pure riformato.

Giustamente Salvati dubita che esistano oggi le condizioni politiche, sociali e culturali, interne e internazionali, che consentano di realizzare il “ritorno” allo status quo; innanzitutto, perché non esiste oggi un Paese in grado di svolgere il ruolo degli USA all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale; ma soprattutto perché, nonostante gli esiti della crisi iniziata nel 2007/2008, i conservatori neoliberali sono ben determinati a rifiutare “il ritorno ai modelli d’intervento pubblico del Basic Bargain”, suscitando esso ancora un’avversione così intensa da indurli a preferire il permanere di una situazione politica ed economica instabile, in luogo del rilancio dell’attività produttiva in presenza di una maggiore pace sociale.

Poiché, a parere di Salvati, anche un nuovo Keynes troverebbe molte difficoltà ad individuare una via d’uscita alla situazione attuale, una misura appropriata potrebbe consistere in un miglioramento delle condizioni distributive, sia interne ai singoli Paesi, che a livello internazionale, per il contenimento degli effetti destabilizzati della globalizzaione lasciata al libero svolgersi delle forze di mercato, rispetto alle quali gli accordi dei vari G7, G8 e G20 servono a stabilire regole insufficienti, ma non sempre rispettate.

Se questa è la situazione attuale, alla quale i singoli Paesi devono adattarsi, è mai possibile che all’interno di tali Paesi si debba tollerare che i conservatori neoliberali, arricchitisi grazie alla crisi, preferiscano “applaudire” al permanere delle condizioni precarie sul piano politico ed economico, invece che optare per una ripresa della crescita e dell’occupazione? Poiché il problema dell’occupazione, in presenza di una globalizzazione che gli accordi internazionali non riescono a governare, è divenuto un problema di difficile soluzione, non è il caso, almeno all’interno dei singoli Paesi, a partire dall’Italia, di incominciare a pensare come trasferire la priorità della riflessione sul lavoro a quella relativa alla distribuzione del prodotto sociale? Forse, in questo modo, sarebbe possibile una crescita più modesta, ma con una distribuzione del prodotto sociale più equilibrata, che darebbe alle popolazioni il senso di una maggior stabilità e la fiducia nelle istituzioni democratiche, esposte ora al pericolo della minaccia della loro eversione.

Gianfranco Sabattini

L’economia e lo smarrimento della sua natura di scienza sociale

economiaIn “L’economia in cerca dell’uomo. Etica e globalizzazione nel XXI secolo”, Antonella Crescenzi, già responsabile del coordinamento dei Documenti Programmatici presso il Ministero dell’Economia, nonché delle questioni relative alla programmazione europea presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, evidenzia i guasti e le contraddizioni che traggono origine dalla globalizzazione.
La crescente integrazione delle economie nazionali a livello globale all’inizio del terzo millennio – afferma l’autrice – l’”economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione delle finanza internazionale” hanno costituito le basi sulle quali la globalizzazione si è affermata sotto la spinta dell’ideologia neoliberista che ne ha legittimato la condivisione.
Il successo però, a parere delle Crescenzi, ha fatto velo sulle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l’espansione incontrollata della finanza sin dal suo primo manifestarsi, sino a tradursi nella cause della Grande Recessione che da dieci anni ormai affligge le economie dei Paesi che sono stati coinvolti nel processo di mondializzazione delle loro economie. Ciò perché non è stato responsabilmente valutato che la concorrenza globale e la liberalizzazione del mercato avrebbero prodotto “dinamiche di segno opposto”. Se, da un lato, garzie alla globalizzazione, molti Paesi arretrati sono riusciti a sottrarsi alle penalizzanti condizioni del sottosviluppo, dall’altro lato, i Paesi avanzati, malgrado l’alto livello di crescita e di sviluppo raggiunto, hanno sperimentato la caduta di larghe quote delle loro popolazioni nello stato di povertà. Inoltre, se in alcuni casi, la globalizzazione ha concorso a ridurre la disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nel contempo ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze distributive all’interno di entrambe le categorie di Paesi.
Si tratta, secondo l’autrice, di contraddizioni fatali, che minacciano le “prospettive di crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento e paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi migratori di straordinaria intensità […], reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo”. Al fine di prevenire il peggioramento degli effetti delle contraddizioni indicate, occorre – afferma la Crescenzi – che l’economia ricuperi la natura originaria di scienza rivolta alla soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo; in altre parole, occorre che essa ricuperi la propria natura di scienza sociale, abbandonando il processo di estraniazione dalla realtà, alla quale l’hanno condotta, sia gli sviluppi teorici realizzati al prezzo di un eccesso di formalismo, sia le ideologie neoliberiste affermatesi tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.
Di fronte al peggiorare della situazione, occorre portare sotto controllo i meccanismi che sinora hanno funto da “motore” della globalizzazione; in particolare, i processi di crescita esplosiva e i ritmi del progresso tecnologico, soprattutto di quello dei settori dell’informazione e delle comunicazioni, cui sono da imputare “ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera” a basso costo, che hanno consentito di “produrre beni destinati alle aree più ricche del mondo”.
Questo processo non è stato privo di implicazioni negative per i Paesi economicamente avanzati; l’apertura dei mercati interni ai beni prodotti a prezzi competitivi dai Paesi emergenti, che hanno fatto largo ricorso alla pratica del dumping sociale e ambientale, ha comportato nei Paesi importatori inevitabili processi di aggiustamento produttivo; i settori ad alta intensità di lavoro, messi in crisi dalle importazioni a basso prezzo, non sempre sono stati sostituiti da nuovi settori che non fossero quelli avanzati a bassa intensità di lavoro, dando origine in tal modo ad uno dei problemi più gravi, sul piano politico oltre che economico, che i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare, quale quello della disoccupazione tecnologica irreversibile.
I Paesi avanzati, fra questi quelli europei in particolare, hanno sofferto di questo fenomeno, in quanto i loro governi non sono riusciti ad attuare politiche economiche efficaci per contrastarlo; essi, infatti, hanno risposto “per lo più con misure di emergenza”, che però sono risultate inefficaci a contrastare la nuova natura della disoccupazione. Ciò perché, a parere della Crescenzi, sarebbe mancata “una visione riformatrice complessiva”, tale da consentire di affrontare le esigenze di maggiore efficienza imposte dall’aumentata concorrenza internazionale, ma anche di sostenere i settori produttivi più esposti e gli strati sociali che maggiormente, sul piano esistenziale, subivano le conseguenze più negative degli esiti indesiderati dell’approfondimento della globalizzazione.
Ma le riforme strutturali necessarie sono state sostituite da politiche utili ad affrontare solo la contingenza e a “guadagnare tempo”; ragione, questa, per cui in Paesi come l’Italia gli effetti della crisi provocata dal funzionamento dell’economia globale, ispirata all’ideologia neoliberista, sono risultati più profondi e persistenti. Le riforme necessarie sono state, infatti ostacolate, in quanto interpretate, da chi dagli effetti delle globalizzazione aveva tratto i maggiori vantaggi, come rinuncia a benefici “acquisiti per sempre”. Queste resistenze, oltre ad aver costituito la causa dell’inefficacia delle misure anticicliche cui si è fatto ricorso, sono state anche ulteriormente inasprite “dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso la capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia”.
L’impossibilità di realizzare riforme strutturali utili a contrastare efficacemente gli effetti indesiderati della globalizzazione impone in ogni caso, secondo l’autrice, la soluzione di alcune questioni non più procrastinabili, quali il ricupero di un rapporto maggiormente condivisibile tra economia e etica, il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze distributive e la necessità dell’adozione di parametri alternativi al PIL, per misurare il benessere delle popolazioni.
La ridefinizione del rapporto tra etica ed economia sarebbe imposta dall’urgenza di cambiare una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo e sulla ricerca dell’utile fine a se stesso”; ciò, al fine di aumentare la “dimensione sociale del profitto” e di espandere l’attenzione “per i sentimenti morali e le istanze del bene comune”. L’autrice giustifica l’urgenza di un maggior ruolo dell’etica nel governo dell’economia, in considerazione del fatto che la scienza economica, in virtù della sua natura di scienza sociale, non possa “essere separata dall’uomo inteso nella sua complessità”, mentre il concetto cardine di tale scienza, l’homo oeconomicus, consentirebbe di cogliere “solo le motivazioni legate alla massimizzazione della ricchezza” e la sua astratta concezione non consentirebbe di cogliere tutti gli aspetti della “variegata realtà umana”.
Strano quest’appello all’etica compiuto dall’autrice per ricondurre la scienza economica al sevizio dell’uomo; se ciò accadesse si farebbe compiere all’economia il percorso inverso a quello che nel tempo le ha consentito di proporsi come scienza autonoma da presunti valori assoluti “non negoziabili” e di sostituire, convenientemente, tali valori con “regole” condivise dai componenti le comunità. Perciò, più che un appello a valori assoluti, che avrebbero l’effetto di rendere difficile la convergenza sul loro rispetto da parte di tutti i componenti i sistemi sociali pluralistici sul piano valoriale, molto più conveniente sarebbe parlare di ridefinizione del rapporto tra economia e rispetto delle regole adottate a tutela degli interessi comuni; l’aver disatteso queste regole, introdotte e perfezionate faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, ha dato luogo allo “scatenarsi” degli “animal spirit” che hanno caratterizzato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato globale.
Oltre al ricupero di regole più funzionali al rispetto degli interessi sociali, sarebbe necessario, a parere dell’autrice, ridurre le disuguaglianze distributive che si sono approfondite e consolidate con la globalizzazione; ciò perché quest’ultima ha dato origine ad “una dinamica in cui alla ricchezza crescente di pochi” si è contrapposta “la povertà crescente dei molti”, limitando le potenzialità di espansione del reddito complessivo e bloccando i “consueti meccanismi di formazione del consumo, risparmio e investimento”. Ma la dinamica della globalizzazione ha avuto anche conseguenze extraeconomiche, il cui effetto ha ugualmente inciso sul livello di benessere delle popolazione; studi epidemiologici – afferma Antonella Crescenzi – hanno dimostrato che all’ampliamento dei divari economici nei Paesi avanzati ha corrisposto il “peggioramento della qualità della vita”, nel senso che i Paesi nei quali sono risultate maggiori le disuguaglianze sono aumentate anche le “problematiche sociali” (disagi mentali, mortalità infantile, minore speranza di vita, ecc.), che hanno inciso negativamente sulla produzione di nuova ricchezza e sulla conservazione di alti livelli di fiducia sociale nelle istituzioni da parte delle popolazioni.
Anche riguardo al PIL, sarebbe necessario che la misura della crescita e dello sviluppo economico dei singoli Paesi fosse condotta sulla base di ben altri parametri, più comprensivi degli effetti negativi che l’impatto della crescita e dello sviluppo senza regole ha sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei singoli Paesi. Tale esigenza è imposta dal fatto che, quando i sistemi economici raggiungono stadi avanzati di crescita e sviluppo, non sempre l’aumento del PIL comporta un maggior benessere; ciò accade perché, in corrispondenza di alti livelli di attività produttiva, ricorrono fenomeni che il PIL manca di rappresentare, la cui rilevanza però risulta elevata per la società.
Secondo la Crescenzi esistono seri dubbi sulla possibilità di contrastare gli effetti indesiderati della globalizzazione attraverso il superamento di una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo”. Il primo dubbio riguarda la possibilità di rimuovere il convincimento che i sistemi economici, a livello nazionale ed internazionale, possano autocorregersi, stante l’egemonia acquisita, nonostante la crisi della Grande Recessione, dall’ideologia neoliberista; il secondo dubbio riguarda la possibilità di dissolvere l’illusione che con il ricorso al debito, grazie alle “magie” dei mercati finanziari, possano essere resi possibili standard di consumo superiori alla capacità di reddito della quale si dispone; infine, un terzo dubbio concerne la possibilità di un “ritorno a Keynes”, ovvero al ricupero del “patto sociale” che nell’immediato dopoguerra aveva consentito di conciliare gli opposti interessi di lavoro e capitale, garantendo un trentennio di stabilità economica ai Paesi ad economia di mercato retti da istituzioni democratiche e un miglioramento delle condizioni di vita che mai le popolazioni avevano sperimentato nel passato.
Pur in presenza di tali dubbi, il percorso da seguire, a parere della Crescenzi, dovrebbe essere “quello tracciato dal modello di apertura economica che finora ha consentito lo sviluppo per tanti Paesi del mondo”; ma questo modello dovrebbe essere rivisto con correzioni di dubbia fattibilità. In conclusione, l’autrice, auspica una “globalizzazione ‘soft’[…] che stemperi le asprezze della concorrenza senza limiti assicurando potenzialità di crescita e benessere per tutti i Paesi, ricchi e poveri, e riequilibrio della società”. Sarebbe questa una speranza cui non si dovrebbe rinunciare; apparterrebbe alla politica l’oneroso compito di realizzare le condizioni perché, “facendo tesoro delle antiche consapevolezze”, diventi possibile configurare le nuove modalità di crescere e progredire. Ma quali dovrebbero essere queste nuove modalità?
La Crescenzi, come molti analisti degli effetti indesiderati del modello di globalizzazione sinora sperimentato, dopo puntuali esposizioni di quanto è accaduto di negativo negli ultimi decenni, si limita ad auspicare un ritorno al passato, attraverso semplici operazioni di manutenzione dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, trascurando il fatto che simili operazioni servono solo a fare “guadagnare tempo”, nel senso di Wolfgang Streeck, per ritardare la crisi finale del capitalismo stesso.
Per una concreta azione a supporto della realizzazione di un modello di “globalizzazione ‘soft’”, occorrerebbe accompagnare la trasformazione delle economie di mercato integrate nel mercato mondiale con “una visione riformatrice complessiva”, volta a conformare il sistema produttivo, il funzionamento del mercato del lavoro, il welfare State e il sistema pensionistico al funzionamento dell’auspicato modello “soft” della globalizzazione. Una simile visione riformatrice, però, è ben al di là delle attuali capacità di governo delle singole classi politiche; inoltre, essa è del tutto estranea agli interessi che motivano tali classi ad offrirsi come rappresentanti degli elettori, sui quali continueranno ad “abbattersi” gli esiti negativi di un’economia che ha cessato di funzionare per fare fronte agli stati di bisogno dell’uomo.

Stefano Rodotà e la sua necessità di utopia nella Democrazia

Stefano-RodotàNel libro “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, Stefano Rodotà sottolinea come la parola usata come titolo del libro fosse divenuta “proscritta”; di essa – afferma l’autore – “ci si voleva liberare o se ne cancellava ogni senso positivo”, in quanto si considerava la solidarietà, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto: delitto appunto di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro […] vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”.

La ragione che impone di andare oltre questa concezione della solidarietà come delitto risiede proprio – afferma Rodotà – “nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere […] e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami […] fraterni, poiché la solidarietà si congiunge con la fraternità”, della quale spesso è presentata come sinonimo, per cui assieme ai concetti di libertà e di uguaglianza, va collocata nel pantheon dei valori rivoluzionari, che hanno presieduto alla nascita del mondo moderno.

Data la sua collocazione, la soppressione del concetto di solidarietà, come guida dei comportamenti delle istituzioni pubbliche e dei privati, non può che essere inteso come “atto d’arbitrio”, un’amputazione indebita ai danni di ogni società bene ordinata. Il concetto, tuttavia, in molte costituzioni e trattati internazionali viene invocato come regola alla quale conformare i comportamenti, oltre che dei singoli cittadini, anche dei singoli Stati, per essere considerato tra i principi costituenti la “fonte alla quale attingere” per plasmare nelle relazioni sociali “i comportamenti individuali e collettivi, privati e pubblici, nazionali e globali”.

Le vicende storiche della solidarietà sono state, a parere di Rodotà, caratterizzate da alti e bassi, che però hanno consentito al concetto “di conservare nei diversi sistemi una benefica tensione”, servita a ribadire l’”irriducibilità del mondo alla sola dimensione del mercato”; ma anche a ricordare che principi, come appunto quello di solidarietà, prima affidati “alla forza della morale o all’azione politica”, sono stati trasformati in norme giuridiche; fatto, questo, che impone che quei principi siano oggi “presi sul serio”. A tal fine, diventa perciò necessario capire come sia avvenuta l’evoluzione della solidarietà da precetto morale a vincolo giuridico, e come ciò si sia congiunto al problema della funzionalità della democrazia e della possibilità della sua conservazione.

In questo modo, secondo Rodotà, collegando l’evoluzione del principio di solidarietà e la sua trasformazione in uno dei capisaldi delle democrazia, diviene possibile, da un lato, ”dilatare” i confini del significato della solidarietà, “sottraendola in qualche modo alle letture riduttive suggerite dalla crisi dello Stato sociale e individuandone un più largo campo di operatività”; dall’altro lato, capire come siano divenute stringenti le connessioni tra democrazia e solidarietà, “rendendo plausibile la conclusione secondo la quale solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di definire ‘democratico’ un sistema politico”; come dire che, se si affievolisce il principio di solidarietà, si affievolisce anche la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Considerando il particolare interesse che nei momenti di crisi la solidarietà riesce a promuovere, si deve forse concludere – si chiede Rodotà – “che essa è virtù di tempi difficili, e non un ‘sentimento repubblicano’ che deve accompagnarci in ogni momento?” Dal punto di vista storico, il concetto di solidarietà è comparso in tempi diversi, non ha conosciuto un’evoluzione lineare, ma ha sempre mostrato una capacità di “forzare le barriere” entro le quali si è cercato di rinchiuderlo, sino a convertirsi in una “potente forza positiva”, diventando sinonimo di fraternità, per costituire, come già si è detto, con i concetti di libertà e di uguaglianza, i principi che hanno presieduto alla nascita del mondo moderno.

Rodotà esclude che la solidarietà sia un “dato naturale” e sia invece un “dato costruito”, cioè un’ideologia nata alla fine del XIX secolo, implicante una “nuova rappresentazione del legame sociale e politico”, che ha portato a una “profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico”. Si tratta di una tesi, questa, che richiama, sempre secondo Rodotà, un altro dato “tutt’altro che naturalistico”, che considera la solidarietà “nel suo separasi dalla fraternità”, perché della “triade rivoluzionaria”, proprio la fraternità si è rivelata la componente più debole, o quella più difficilmente accettabile, per via del rilievo che l’affermazione dell’ideologia liberale ha assegnato al diritto di proprietà.

La fraternità è stata infatti oscurata dal primato del diritto di proprietà; diritto, questo, implicante l’esclusione degli altri “dal godimento di un bene, dunque destinato a spezzare quel legame tra gli uomini”, che attraverso la fraternità si era inteso stabilire. In tal modo, la fraternità ha cessato di esprimere un diritto fraterno, imbattendosi “nella durezza del nudo potere proprietario”, che ha separato e non unito, rendendo impossibile il vero compito affidato alla fraternità/solidarietà. La scomparsa della fraternità è valsa ad affievolire anche l’efficacia dei principi di libertà ed uguaglianza, in quanto anch’essi subordinati a una logica che ha indicato nella proprietà “la misura prima dei rapporti tra le persone”. Ma è proprio per salvaguardare l’efficacia di questi ultimi due principi che, nel corso del Novecento, è stato costruito un contesto costituzionale che ha individuato nel diritto di proprietà il fattore limitante il principio di solidarietà.

Così, è stato possibile ricuperare il principio di fraternità/solidarietà, essendo stato concepito tale ricupero come precondizione perché si potesse ridare la loro piena importanza ai principi di libertà ed uguaglianza. Per comprendere come sia stato possibile la costruzione di un contesto costituzionale all’interno del quale venisse riaffermato il principio di fraternità/solidarietà, diventa cruciale – afferma Rodotà – la considerazione del “modo in cui nel corso dell’Ottocento si sono sempre più fortemente intrecciate le lotte operaie, l’organizzazione di massa dei lavoratori, il progressivo riconoscimento dei diritti sociali […]. Da qui sono provenute le idee-forza che prima hanno indicato e poi hanno spianato il cammino verso il riconoscimento istituzionale della solidarietà, “come principio e riferimento necessario per l’agire pubblico e privato”.

Il processo col quale è stato ricuperato il principio di fraternità/solidarietà consente anche di capire, a parere di Rodotà, quanto sia debole l’idea che si possa avere solidarietà “senza lotta di classe” e sia invece cruciale l’idea che non possa aversi solidarietà sino a quando sulla scena sociale manchi un soggetto in grado di assicurarne il ricupero e la conservazione; individuando, nella solidarietà stessa, il mezzo per contrastare la “lotta di classe dopo la lotta di classe”, intesa nel modo in cui la concepiva Luciano Gallino, come mezzo per “contrastare una possibile “lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Rodotà ritiene che il ricupero del principio di fratellanza/solidarietà, inteso come risultato costruito attraverso un processo storico, consentirebbe anche di “sfuggire a suggestioni comunitarie che […] fanno correre il rischio di passare dalla frammentazione individualistica, che si vuole contrastare, a una scomposizione della società in gruppi custodi della propria individualità più che interessati a una ricostruzione complessiva dei legami sociali”. Per Rodotà, la solidarietà non deve subire confini limitanti, in quanto, sebbene si inveri all’interno dei diversi contesti sociali secondo le loro tradizioni, essa però non deve mai perdere la “sua capacità d’essere principio unificante”.

Nella completa affermazione del principio di solidarietà, i grandi soggetti collettivi della modernità hanno quindi giocato un ruolo essenziale; la loro scomparsa, particolarmente evidente in Italia, è stata aggravata, secondo Rodotà, dall’erosione dello Stato sociale, attraverso politiche corruttive e clientelari; tutto ciò “ha aperto un vuoto, ha lasciato spazi liberi per l’iniziativa di altri soggetti, che sono così divenuti protagonisti di politiche della solidarietà”. Si è infatti consolidata la presenza di un “terzo settore”, caratterizzato dal “no profit”; per quanto meritevole di attenzione sia questo terzo settore, non si dovrà tuttavia trascurare che il principio solidaristico sia esposto al pericolo di possibili frammentazioni, che possono condurre ad inasprire il fenomeno negativo della disuguaglianza.

La costruzione sociale con la quale si è dato corpo al principio di solidarietà è stato il Welfare State, “variamente declinato nelle lingue e nei diversi contesti”; la sua costruzione e il suo mantenimento non sono avvenuti però a “costo zero”, in quanto hanno richiesto la disponibilità di “capitale sociale e risorse finanziarie”; se tali risorse diminuiscono – afferma Rodotà – “si determinano condizioni propizie per dinamiche politiche e culturali che negli ultimi tempi hanno messo in discussione lo stesso modello dello Stato sociale e riproposto una solidarietà venata di irresponsabilità pubblica e ingannevole responsabilità privata”, che ha fatto rinascere una concezione caritatevole dello stesso Stato sociale, nella quale l’”economico” ha prevalso sul “giuridico e sullo stesso politico”.

Ciò non è stato privo di conseguenze, in quanto la messa in discussione del modello dello Stato sociale ha comportato una “decostituzionalizzazione accompagnata da una ricostituzionalizzazione [della solidarietà] in termini economici”; così è stata riproposta la “centralità della proprietà”, che ha determinato una subordinazione dei diritti sociali a “una discrezionalità politica” concepita come “insindacabile potere proprietario sulle risorse disponibili; e una dipendenza della persona dalle risorse proprie, necessarie per acquistare sul mercato quel che dovrebbe essere riconosciuto come diritto e che, invece, si presenta come merce, con un evidente ritorno alla cittadinanza censitaria”.

Ma se si ricupera l’idea di fraternità/solidarietà, intesa come concetto costruito costituzionalmente, occorre affrontare due questioni dirimenti che riguardano, da un lato, l’introduzione di un reddito garantito universalmente (o reddito di cittadinanza, correttamente inteso) e, dall’altro lato, la “discrezionalità politica in tempi di risorse scarse”.

La prima questione, che può essere definita come “questione del diritto all’esistenza”, può essere risolta statuendo per lo Stato un “dovere di assicurarne la garanzia”, nel senso che le risorse disponibili, anche se scarse, devono essere utilizzate in modo da rispondere a una gerarchia che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. La seconda questione, quella concernente la discrezionalità politica sull’uso delle risorse, può essere risolta consequenzialmente alla prima, stabilendo destinazioni delle risorse “costituzionalmente consentite” e “destinazioni vietate”, fondando la distinzione in relazione alla soddisfazione dei diritti fondamentali; invertendo così la prassi politica tradizionale che considera prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita e residuali quelle destinate alle soddisfazione dei diritti fondamentali.

Le due “questioni” indicate sollevano un problema che la definizione della solidarietà intesa da Rodotà, come “concetto costruito” o come ideologia, e non già come “dato naturale”, non consente di risolvere, subordinando la soluzione al ricatto delle politica. L’accoglimento della definizione della solidarietà come fatto naturale (sottostante al diritto di esistere di ogni individuo) implica però che tale fatto sia costituzionalizzato con un’affermazione diretta e non ricavato indirettamente attraverso altre statuizioni relative ad altri diritti sociali. Se la fratellanza/solidarietà fosse costituzionalmente istituzionalizzata sarebbe possibile, come osserva John Rawls, realizzare, tra l’altro, anche una più compiuta democrazia. Infatti, la mancata istituzionalizzazione dei principi del 1789 come principi naturali dimostra, secondo Rawls, che una democrazia che non risulti fondata sulla costituzionalizzazione congiunta e diretta dei tre principi è una democrazia incompleta e “zoppa”, dominata da un eccesso di individualismo o da un eccesso di comunitarismo.

In conclusione, solo all’interno di una comunità nella quale siano eliminate, in termini pre-politici, le disuguaglianze nella distribuzione delle opportunità è possibile correlare una vera democrazia, fondata su un vero “sentimento repubblicano”, ad un processo di crescita e sviluppo stabile e socialmente condiviso. La qualità dell’evoluzione sociale ed economica verrebbe così a dipendere da un’organizzazione della comunità che sia il riflesso della costituzionalizzazione esplicita di tre condizioni: il governo democratico dei rapporti sociali della comunità; la parificazione ex ante delle opportunità di tutti i componenti la comunità come conseguenza dell’accoglimento congiunto sul piano costituzionale dei principi sanciti dalla rivoluzione del 1789; l’affrancamento del lavoro e di tutti i rapporti sociali da ogni forma di condizionamento del capitale. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza degli individui continuerà sempre a dipendere dal “ricatto politico”, esercitato in funzione della prevalente contingenza.

Gianfranco Sabattini

McDermott Hughes. L’ozio come alternativa alla “fine del lavoro”

McDermott HughesII lavoro, inteso come attività utile all’esistenzialità dell’uomo, non aveva il valore morale positivo che gli è stato attribuito dal movimento riformatore del Cristianesimo, prima, e da quello sorto, successivamente, in difesa di coloro che venivano “spogliati” dei frutti del loro lavoro. Già Aristotele esaltava il fatto che gli uomini dovessero avere tutto il tempo libero per diventare virtuosi e perché potessero adempiere i loro doveri civili. Tuttavia, il problema del valore del lavoro è, in realtà, complesso e può essere affrontato solo se considerato nella sua evoluzione storica.
Per capire il “disprezzo” con cui veniva considerato il lavoro prima dell’età moderna, bisogna tener conto del fatto che il sentimento negativo nutrito nei confronti del lavoro non era tanto riferito al lavoro in sé, quanto al rapporto di dipendenza che il lavoro stesso creava tra il lavoratore e colui che utilizzava il prodotto da lui allestito. Costruire la propria casa, i propri utensili, la propria imbarcazione, filare e tessere le stoffe per i propri abiti non aveva nulla di “disprezzabile”; ma lavorare per conto di terzi, per una contropartita, sotto qualsiasi forma, era valutato degradante, in quanto conduceva alla perdita della libertà e a dipendere da altri per la propria sussistenza.
Con l’avvento del Cristianesimo, il lavoro assume addirittura la connotazione di una punizione; nel giardino dell’Eden, il luogo in cui Dio aveva collocato tutti gli esseri viventi, Adamo ed Eva coglievano da alberi perennemente in fiore i frutti necessari alla loro sopravvivenza; dopo il peccato originale, però, Dio ha inventato la punizione del lavoro, obbligando i suoi “figli” a “guadagnarsi il pane col sudore della fronte”.
La condanna non è stata estranea alla nascita, nell’età moderna, della Riforma protestante del XVI secolo; essa, però, ha comportato che del lavoro si affermasse una valutazione positiva. Max Weber, economista, sociologo, filosofo e storico tedesco, in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, rifacendosi allo spirito della Riforma, ha rovesciato l’originaria “punizione biblica”, considerando il lavoro come essenza del capitalismo.
La Riforma luterana era valsa ad affermare l’inefficacia delle buone opere per essere salvati e per essere “baciati dalla grazia”; la mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio, pretesa dalla versione cattolica del cristianesimo, veniva cancellata. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso e nessun uomo poteva pensare di arrivare direttamente a Dio. Questa condizione risultava potenzialmente disperante per il credente che viveva intensamente la sua fede; Calvino ha offerto una “via di fuga” dalla disperazione, affermando che il segno della grazia divina poteva diventare visibile con la ricchezza e il benessere generati dal lavoro.
Anzi, il lavoro in sé acquistava il valore di vocazione religiosa; ciò, perché il lavoro assicurava il credente che Dio era con lui, che era l’eletto, il predestinato. La fede ha potuto così tradursi in spirito del capitalismo e dare luogo a un’organizzazione sociale che, per certi versi, ha trasformato il “vivere insieme” in un “campo di lavoro forzato”, perché tutti, alla ricerca della grazia, erano costantemente impegnati a lavorare da mane a sera senza tregua alcuna. Non tutti però, pur lavorando, avevano successo; per cui, nel tempo, all’interno dell’organizzazione sociale capitalistica, si sono formate due classi: da un lato i “baciati dalla grazia”, destinati a diventare la classe economicamente e socialmente egemone; dall’altra parte, i “condannati”, i quali, pur lavorando, sono stati invece “baciati dalla disgrazia”, mancando di acquisire meriti per il paradiso.
La società capitalistica, in tal modo, è venuta lentamente ad essere caratterizzata dalla compresenza di classi sociali antagoniste, nel senso che a quella di chi si era assicurato il paradiso, godendosi alti livelli di ricchezza, di benessere e di tempo libero, se ne è contrapposta un’altra costituita da soggetti che, nella migliore delle ipotesi, riuscivano a sopravvivere alle dipendenze della dei componenti della prima e, nella peggiore, andavano ad irrobustire il numero dei reietti. Successivamente, Marx denominerà la massa dei reietti “esercito industriale di riserva”; con ciò, volendo indicare che, nella società capitalistica, in cui il lavoro era divenuto la “scorciatoia” per il paradiso, la ricchezza, il tempo libero e l’alto livello di benessere di una classe erano stati la conseguenza della trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita di chi non era stato baciato dalla grazia.
L’”inferno in terra” dei “perdenti” sarà motivo della nascita di movimenti politici, costituitisi unicamente in funzione della difesa della causa di chi a quell’inferno era stato condannato senza colpa. Saranno i padri fondatori dell’economia, quali Adam Smith, James Stuart Mill, Alfred Marshall e altri, a sostenere che il lavoro era la fonte del riscatto dall’indigenza di tutti i componenti del sistema sociale, nonché l’attività primaria attraverso cui tutti gli uomini potevano legittimamente aspirare a plasmare il loro destino. Oltre agli economisti, altri pensatori di diverso orientamento hanno elaborato ideologie che auspicavano una più equa distribuzione del frutto del lavoro sociale; anche a loro si deve il progressivo miglioramento delle condizioni esistenziali di chi era stato penalizzato dall’ineguale distribuzione del prodotto sociale, portando a considerare il lavoro come un diritto che la stessa organizzazione sociale doveva garantire, in quanto fonte di dignità e di crescita culturale dell’uomo. Persino il Cristianesimo, nella sua versione cattolica, dopo aver originariamente condannato l’uomo a versare col lavoro “lacrime, sudore e sangue”, ha pensato di poter consolare i “perdenti”, predicando che “gli ultimi saranno i primi” ad accedere al paradiso ultraterreno.
Il processo evolutivo del valore del lavoro non è stato tuttavia lineare, facendo registrare anche rivoluzioni sociali, volte a favorire un mutamento delle condizioni distributive quando l’organizzazione sociale fosse risultata totalmente chiusa all’esigenza realizzare una più equa ripartizione del prodotto complessivo. Questo processo evolutivo si è svolto attraverso il succedersi di diverse “rivoluzioni industriali”.
A cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, con la prima rivoluzione industriale, grandi masse di lavoratori hanno lasciano l’agricoltura per trasferirsi nelle fabbriche; con la seconda, le macchine e l’automazione hanno sostituito il lavoro dell’uomo; con la terza rivoluzione industriale, infine, i lavoratori hanno abbandonato le fabbriche per trasmigrare nel cosiddetto settore terziario avanzato, per la costruzione di macchine intelligenti (robot) destinate a rimpiazzare addirittura l’uomo nella conduzione dei processi produttivi, ponendo in esubero un crescente numero di lavoratori. A seguito del procedere della terza rivoluzione industriale, i lavoratori sostituiti dai robot, sono entrati, come afferma Jeremy Rifkin in “La fine del lavoro”, a far parte del “mondo della disoccupazione, senza che, nel frattempo, l’etica originaria del capitalismo subisse un benché minimo adeguamento alle nuove condizioni che caratterizzano la produzione e la sua distribuzione tra i componenti dei sistemi sociale”.
A questo punto, se il verso dell’ulteriore evoluzione del modo di produrre delle condizioni di vita è quello indicato dal succedersi delle rivoluzioni industriali sinora vissute, è inevitabile che il mondo, come afferma l’antropologo americano David McDermott Hughes, in “la Fine del lavoro” (“Internazionale” del 18-24 agosto del 2017), si trovi “di fronte il dilemma di quale Eden costruire: un paradiso dell’ozio o del lavoro?” Ciò, perché buona parte del mondo, a parere di Hughes e di altri studiosi ed analisti, si sta avvicinando a quella che lo stesso Rifkin, in “la società a costo marginale zero”, considera una società in cui le macchine e i computer sostituiranno virtualmente tutti gli sforzi dell’essere umano nella produzione di beni e servizi.
A quel punto, al quale ci si sta avvicinando sempre più rapidamente, il problema che dovrà essere risolto, secondo l’antropologo Hughes, sarà quello di trovare un modo di giustificare l’ozio, inteso come il tempo libero originato dalla fine del lavoro, con la sostituzione dell’attività lavorativa intesa come fonte di identità, di dignità e di autostima dell’uomo. Al riguardo, non tutti, certo non disinteressatamente, sono d’accordo sulla ricerca di un motivo che consenta di non considerare più il lavoro come fonte della dignità umana, sostenendo, in conformità all’etica capitalistica, che il tempo libero debba essere “guadagnato”. Quest’idea, “dura a morire”, è però da tempo contestata.
Già Paul Lafargue, rivoluzionario francese e genero di Marx, nella seconda metà del secolo scorso, in “Il diritto all’ozio”, commentato favorevolmente dal suocero, ha criticato la passione per il lavoro; ciò, in quanto nella società capitalistica, secondo lui, esso era causa della degenerazione intellettuale dell’uomo. A sostegno del diritto all’ozio, Lafargue sosteneva che la passione per il lavoro era da ritenersi esiziale, per le conseguenze che essa aveva sugli uomini e sulla società nella quale vivevano. Il diritto all’ozio non era un’apologia del “dolce fare niente”, ma una requisitoria a favore del “diritto al tempo libero”.
Le idee di Lafargue, in un certo senso paradossali, possono essere comprese solo considerando la sua milizia rivoluzionaria all’interno della società capitalistica dei suoi tempi; cionondimeno, la sua critica dell’eccessivo lavoro cui l’uomo veniva sottoposto in un sistema produttivo sempre più orientato a meccanizzarsi, anziché essere fonte di dignità era invece uno dei più grandi flagelli che avesse mai colpito l’uomo lavoratore, estraniandolo da ogni senso della vita. Meno paradossali sono le idee che John Maynard Keynes ha formulato sulla società del lavoro, sia pure organizzata secondo lo spirito capitalistico di weberiana memoria.
A parere del grande economista di Cambridge, attraverso il succedersi delle rivoluzioni industriali, l’uomo si troverà di fronte al problema di cosa fare, una volta liberato dalle incombenze economiche più pressanti, ovvero del come impiegare il tempo libero che “la scienza e l’interesse composto” gli faranno guadagnare, “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza. […] Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi – afferma Keynes – che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo ‘pane’ affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito tra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo”. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, ha affermato Keynes nel 1928, in “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, sarebbero state sufficienti, già ai suoi tempi, per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.
Dai tempi di Keynes le potenzialità produttive sono ulteriormente aumentate sino a prefigurare il prossimo avvento di una società che un altro “visionario” dell’Ottocento, l’economista americano Henry George, in “Progresso e libertà”, aveva previsto potesse costituirsi, in base alla considerazione, condivisa da Lev Tolstoj, che la produzione del sistema economico, attraverso il progresso scientifico e tecnologico, sarebbe stata resa possibile da un’organizzazione produttiva completamente automatizzata, e realizzata a livelli tanto alti da giustificare la liberazione dell’uomo dal lavoro. Sicuramente, man mano che l’intelligenza artificiale sostituirà l’essere umano nell’attività di produzione di tutte le cose delle quali egli ha bisogno, occorrerà che l’organizzazione sociale sposti la sua attenzione dal valore che sinora ha riservato al lavoro a quello della sua distribuzione; purché ciò non sia però l’esito di decisioni caritatevoli, sul tipo di quelle previste dall’attuale sistema di sicurezza sociale, basato sulla distribuzione di “sussidi”, idonei a garantire la sopravvivenza a chi viene espulso dal lavoro, a seguito della robotizzazione dei processi produttivi.
Il raggiungimento di questo obiettivo comporta che siano rimossi dall’etica del capitalismo, sinora prevalsa, molti pregiudizi che ancora si stenta a considerare privi di senso, quali quello che afferma che l’uomo deve “faticare e sacrificarsi, se vuole godere dei frutti del suo lavoro”, oppure quello che recita che “nella vita, nessun pasto è gratis”, e così via. Il vero problema che originerà dalla fine del lavoro, consisterà nel tenere i cittadini, non più lavoratori, impegnati in altre forme di attività, idonee ad appagarli e a consentire loro di realizzare, nella libertà di scelta, i propri progetti di vita. Lo stesso progresso tecnologico, che ha concorso a “svilire” il lavoro, dovrà essere considerato utile alla soluzione del problema, attraverso la distribuzione di un “reddito incondizionato” a tutti indistintamente i cittadini, senza che ad essi sia richiesto di sottoporsi ad un’avvilente “prova dei mezzi”.
L’accesso sicuro a un reddito incondizionato, tuttavia, risolverà solo a metà il problema; perché la soluzione sia completa, occorrerà tenere i cittadini impegnati in attività che abbiano un senso, alternative al lavoro inteso in senso tradizionale. Ciò sarà tanto più necessario, quanto più si vorrà evitare che il tempo libero motivi i cittadini ad indirizzarsi verso attività frustranti ed alienanti (quali, ad esempio, quelle praticate nei Paesi in cui esiste un welfare esteso e universale da molti disoccupati, dove molti disoccupati usano spesso gran parte dei “sussidi” ricevuti dallo Stato caritatevole in forme di consumismo degradanti; oppure quelle praticate dagli Eschimesi-Inuit, che hanno subito un’occidentalizzazione forzata realizzata mediate i “sussidi” elargiti, divenendo il popolo con il più elevato tasso di suicidi al mondo, spinto a vivere emarginato e vittima di un diffuso alcolismo).
La fine del lavoro può non comportare necessariamente “una perdita di senso, perché il senso della vita – come afferma lo storico Yuval Noah Harari in “Disoccupati e felici” (“Internazionale” del 18-24 agosto 2017) – nasce dall’immaginazione, più che dal lavoro. Il lavoro è fondamentale solo per certe ideologie e in certi stili di vita”. L’orientamento dell’immaginazione, però, comporta che sia la società politica del sistema sociale a doverlo realizzare; ciò può essere ottenuto stimolando la condivisione di una “società multiattiva”, interessata a promuovere l’impegno degli uomini liberati dal lavoro ad utilizzare il tempo libero per la cura del corpo con lo sport, per la cura e la conservazione dell’ambiente, per l’assistenza a figli e genitori, nonché per un maggior impegno nell’attività politica e nell’approfondimento della loro cultura.
Non è questo il senso dell’esaltazione del tempo libero dell’antico filosofo? Non è ancora questo il senso dell’aspirazione di economisti, quali John Stuart Mill, Alfred Marshall e John Maynard Keynes, ad assicurare agli uomini una rivoluzione nei livelli produttivi e di vita, tale da garantire all’umanità intera il riscatto dal bisogno, perché convinti, come lo era Keynes, che le idee economiche potessero trasformare il mondo, liberandolo dagli stati di necessità, più di quanto avesse consentito di realizzare l’invenzione del motore a scoppio? L’intendimento del senso degli interrogativi sarà tuttavia ostacolato da chi è rimasto schiavo del modo tradizionale di intendere il lavoro; non è casuale, il fatto che, dopo aver tentato senza successo di devastare la Costituzione repubblicana, l’ex premier governativo Matteo Renzi abbia avuto modo di dichiarare che sono le idee intorno alla possibile introduzione di un reddito incondizionato a devastare l’articolo 1 della Costituzione; con ciò, dimostrando quanto la sua cultura politica sia distante da quella che gli renderebbe possibile la comprensione dei problemi dei quali è portatore il mondo globalizzato attuale, come quello connesso alla fine del lavoro, rientrante fra i suoi possibili effetti futuri.

Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione

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Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch’essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell’intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull’evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini

 

La Costituzione repubblicana e i Trattati europei

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Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche, ha pubblicato sul n. 5/2017 di “MicroMega” un articolo controcorrente, dal titolo “’Per la contraddizion che nol consente’. Ovvero dell’incompatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”. Un tema, questo, che a parere dell’autore “è rimasto ai margini anche dello scontro referendario dello scorso dicembre”.

La mancata riflessione su questo aspetto importante della Costituzione repubblicana non sarebbe stata casuale; ciò, perché l’eventuale riconoscimento dell’esistenza della contraddizione avrebbe implicato una “bocciatura senza appello della strategia politica ‘europeista’, condivisa da decenni dai partiti politici italiani, sulla cui base sono state costruite carriere politiche, nuove narrazioni e un senso di appartenenza in cui molti a sinistra, dopo il 1989, hanno visto una confortante ancora di salvezza”; per quanto quell’ancora abbia poi tirato a fondo “i diritti dei lavoratori e dei cittadini previsti dalla nostra Costituzione”. Per evidenziare l’esistenza della contraddizione tra Costituzione e Trattati europei, Giacché passa ad effettuare un confronto tra i “valori giuridici” che sono alla base, sia della prima che dei secondi.

La Costituzione italiana – afferma Giacché – rappresenta “una delle varianti di quel modello di ‘capitalismo regolato’ o ‘interventista’ […], prevalso nell’immediato dopoguerra in molti Paesi, che affida allo Stato un ruolo importante nella regolazione dell’attività economica”; in questa variante, sempre a parere di Giacché, il capitalismo regolato si unirebbe a un “concetto dinamico di democrazia progressiva”, in virtù del quale, il regime politico democratico costruito su di esso avrebbe il “compito di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, visti come termini indissolubili”. Al riguardo, un ruolo fondamentale è assegnato al lavoro, considerato che in uno dei Principi fondamentali della Carta è statuito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

E’ stata una specifica volontà dei Padri costituenti a voler sottolineare l’importanza, specificandola nella Costituzione, del “diritto al lavoro”, da garantire attraverso il perseguimento del pieno impiego; in questo modo – chiarisce Giacché – sarebbe stato stabilito il “nesso tra realizzazione del diritto al lavoro e attuazione delle democrazia costituzionale”, come peraltro risulta dalle parole di uno dei “Padri”, Lelio Basso, il quale, nel corso del dibattito alla Costituente, ha esplicitamente dichiarato che “finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia”.

La dichiarazione di Basso varrebbe, a parere di Giacché, a dimostrare non solo la centralità che il diritto al lavoro assume nella Carta repubblicana, ma anche quella dell’ulteriore disposto costituzionale, anch’esso incluso tra i Principi fondamentali, che stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica ed economica e sociale del Paese”.

Di fatto, conclude Giacché, ciò comportava che solo attraverso la piena soddisfazione del diritto al lavoro e di quello ad una rimunerazione adeguata sarebbe stato possibile garantire la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, nonché la loro effettiva partecipazione alla vita democratica. Sarà, poi, un altro Padre costituente, Palmiro Togliatti, ad affermare che, ricorda Giacché, una volta statuito a livello costituzionale il diritto al lavoro, diventava necessario indicare anche il “metodo generale” col quale il nuovo Stato democratico doveva garantire i nuovi diritti. A questo obiettivo, la Costituzione repubblicana provvede con gli articoli relativi ai “Rapporti economici”, i quali prefigurano il “metodo” per dare concreta attuazione a quanto stabilito nei Principi fondamentali.

Passando a considerare il “capitalismo disegnato dai Trattati europei”, Giacché afferma che, almeno dal Trattato di Maastricht in poi, la sua forma è stata disegnata in modo molto diversa da quella che hanno avuto “in mente i nostri costituenti”; per la governance del capitalismo europeo sono stati previsti principi diametralmente opposti a quelli sui quali è stato fondato il “capitalismo regolato” della Costituzione italiana; il capitalismo europeo, infatti, è stato fondato sul libero svolgersi delle forze di mercato, su un ruolo minimo dello Stato (solo per contrastare l’instabilità del potere d’acquisto della moneta, la cui causa veniva rinvenuta nell’eccesso di moneta in circolazione e nell’alto costo del lavoro) e, infine, sulla necessità che la Banca centrale fosse indipendente dagli stati di bisogno dei governi (per sottrarre a questi ultimi le risorse finanziare necessarie per finanziare l’intervento pubblico in economia). Liberalizzazione dei mercati, stabilità dei prezzi, indipendenza della Banca centrale sono dal punto di vista europeo principi sovraordinati, rispetto ad ogni altro vigente all’interno dell’area economica dei Paesi membri dell’Eurozona.

Rispetto a quanto prefigurato dalla Costituzione italiana, nel capitalismo disegnato dai Trattati europei – afferma Giacché – “la piena occupazione” e il “progresso sociale” seguono e non precedono l’”obiettivo della stabilità dei prezzi”. Il fatto che tale principio sia stato assunto come obiettivo prioritario non è, a parere di Giacché, casuale; ne è prova il fatto che nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nella parte riguardante la politica economica e monetaria, è affermato a chiare lettere che, ai fini del rispetto del buon funzionamento del mercato interno, la governance dell’Unione deve essere fondata sull’adozione di una un’unica politica economica, fondata sullo “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” e “sulla definizione di obiettivi comuni”, quindi attuata in conformità al principio di un’economia di mercato aperta alla libera concorrenza.

Dopo Maastricht, con la costituzione dell’Eurozona e l’adozione dell’euro, la politica economica comune ha incluso quella monetaria e quella del cambio, aventi come obiettivo principale il mantenimento della stabilità dei prezzi, per una governance dell’Eurozona e del mercato unico, nella prospettiva di un’economia di mercato aperta al principio di concorrenza. Inoltre, “la priorità attribuita alla stabilità dei prezzi – afferma Giacchè – ha portato a rifiutare, in quanto potenzialmente inflazionistiche, politiche attive del lavoro e più in generale politiche di stimolo all’economia”.

Il divieto di attuare interventi a sostegno dell’economia in crisi ha rivelato tutti i suoi limiti devastanti dopo lo scoppio, nel 2007/2008, della Grande Recessione: non solo perché ha imposto, per i Paesi i cui conti pubblici presentavano pesanti disavanzi, come l’Italia, l’obbligo di attuare politiche di austerità e di taglio della spesa pubblica; ma anche perché, a livello europeo, si è proceduto ad un peggioramento progressivo dei cosiddetti “parameri di Maastricht”, con l’adozione del “fiscal compact”. Quest’ultimo ha comportato, prima, restrizioni relative al rapporto deficit/PIL ed a quello debito pubblico/PIL, e successivamente l’obbligo del pareggio di bilancio, recepito con norme di rango costituzionale; nel caso dell’Italia, ciò è avvenuto mediante la riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, col quale è stato stabilito che “il ricorso all’indebitamento è consentito” solo nel caso in cui si debbano contrastare gli effetti dei “cicli economici” avversi, mediante politiche economiche giudicate adeguate dalla Commissione europea.

Il “metodo” seguito della Commissione è la dimostrazione definitiva, per chi ancora nutrisse dei dubbi, dell’incompatibilità esistente fra i Trattati europei e la Costituzione italiana; per rendersene conto, basta seguire la procedura adottata dalla Commissione per il giudizio di adeguatezza delle politiche di bilancio dei Paesi membri dell’Eurozona: si tratta di un “metodo”, descritto puntualmente da Giacché, che conduce al calcolo dell’indebitamento ordinario consentito ad uno Stato, quando colpito dagli esiti di un ciclo economico avverso. La Commissione procede al calco dell’”output gap”, ovvero alla stima della differenza tra il PIL reale e quello potenziale; correlato quest’ultimo al “tasso di disoccupazione di equilibrio”, compatibile con la conservazione della stabilità dei prezzi.

Nel caso dell’Italia, precisa Giacché, tra il 2011 e il 2016 “vi è stato un continuo riallineamento verso l’alto delle stime del tasso di disoccupazione d’equilibrio”, nel senso che la stima per il 2011 è stata del 7,5%, per risultare pari a circa l’8,5% nel 2012 e “drasticamente peggiorare” nel 2013 (10,4%), nel 2015 (11,0%) e nel 2016 (11,4%); solo per il 2017 la stima è leggermente migliorata, essendo risultata pari al 10,9%. La metodologia seguita dalla Commissione, che “subordina l’obiettivo di ridurre la disoccupazione (e l’intervento rivolto a tal fine) all’obiettivo di contenere l’inflazione, è perfettamente coerente con i Trattati europei, in cui la stabilità dei prezzi è sovraordinata all’obiettivo della piena occupazione”, mentre non lo è nell’ordinamento giuridico prefigurato dalla Costituzione italiana. Da ciò consegue che la riscrittura dell’articolo 81 della Carta risulta perfettamente coerente con l’ordinamento giuridico dei Trattati europei e, proprio per questo, contraddittoria riguardo al “rispetto dei diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione”.

Secondo Giacché, l’articolo 81, oltre che essere un corpo estraneo al resto della Costituzione, è anche “un cuneo pericolosissimo inserito al proprio interno”; ciò perché la regola del pareggio del bilancio colpisce, non solo i salari e i possibili livelli occupazionali, ma più in generale l’intervento pubblico in economia, per il perseguimento delle finalità prescritte dalla Costituzione. La bocciatura dell’ipotesi di riforma costituzionale del Governo-Renzi del dicembre del 2016 può essere pertanto intesa come atto di resistenza popolare alla pretesa di subordinare l’ordinamento giuridico nazionale a quello dei Trattati europei, ma anche come rinvio alla “questione più fondamentale della compatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”.

Giacché osserva che il problema della contraddittorietà tra i due ordinamenti giuridici, quello europeo e quello nazionale, viene di solito ignorato dall’establishment italiano con varie tattiche elusive, la principale delle quali è quella di ammettere l’esistenza di problemi d’incompatibilità, ma di affermare “che essi possono essere risolti puntando all’unione politica, o a passi intermedi quali la creazione di un budget europeo dotato di risorse più ingenti e così via”. Secondo Giacché, questo atteggiamento è proprio “di chi pensa che i mali che oggi affliggono l’Europa si risolvano con ‘più Europa’”.

Il problema è per Giacchè un altro, che può essere risolto, non attraverso “più Europa”, ma con “quale Europa” si vuole e con “quali valori e finalità” la si vuole. La conservazione dello status quo va rifiutato; se ha da esservi “più Europa”, occorre che essa sia riproposta sulla base di un “cambiamento di direzione”, ovvero, osserva Giacché, nella “direzione indicata dalla nostra Costituzione. Ciò consentirebbe, innanzitutto di riprendere un cammino interrotto dall’establishment italiano, allorché ha deciso di risolvere i problemi sociali ed economici del Paese ricorrendo a un “vincolo esterno”, pagato al prezzo dell’interruzione del processo di crescita, del sostegno dell’occupazione e dell’attuazione di una condivisa equità sociale. In secondo luogo, il ricupero dello spirito della Costituzione italiana rappresenterebbe un valido ostacolo alla costruzione di un modello di capitalismo europeo, ispirato al laissez-faire e alla negazione di ogni ruolo positivo dell’intervento pubblico in economia. Tornare alla Costituzione – conclude Giacché – significherebbe “riprendersi il diritto di attuare politiche economiche diverse da quelle imposte dalla dogmatica neoliberale che impronta i Trattati europei”; in altre parole, occorrerebbe orientarsi a quella forma di capitalismo d’ispirazione keynesiana, che si era affermata in Europa dopo la fine del secondo conflitto mondiale e che era valsa a garantire trent’anni di crescita stabile delle economie dei Paesi europei e un’equità distributiva largamente condivisa.

Difficile non concordare con il wishful thinkin di Giacché; ciò che rende la sua ipotesi fortemente utopistica è che essa non tiene conto del fatto che le condizioni, non solo politiche, ma soprattutto economiche, esistenti all’indomani del secondo conflitto mondiale sono radicalmente cambiate. In particolare, l’ipotesi di Giacché non tiene conto della presenza di un “convitato di pietra”, qual è la globalizzazione. E’ vero che quest’ultima e i valori neoliberali che l’hanno sottesa sono responsabili della crisi del 2007/2008, ed è anche vero che alla logica della globalizzazione si sono aperti, soprattutto dopo Maastricht, i Trattati europei, con tutte le conseguenze negative narrate da Giacché. Cionondimeno, il ritorno alla Costituzione repubblicana, per sottrarre l’Italia agli esiti negativi della subalternità del suo ordinamento giuridico a quello prefigurato dagli attuali Trattati europei, significherebbe optare per una via autarchica, i cui esiti negativi sarebbero di gran lunga superiori ai vantaggi.

Parrebbe maggiormente vantaggioso per l’Italia un atteggiamento molto più fermo e critico nei confronti dei partner europei, al fine di fare loro accettare un reale cambiamento di direzione nel processo di unificazione politica dell’Europa, aprendo il cambiamento all’accettazione degli valori e degli obiettivi della nostra Costituzione, in quanto “variante più avanzata” del capitalismo regolato e interventista prevalso nel secondo dopoguerra.

Posto che l’ipotesi avanzata da Giacché possa avere successo, riscrivendo i Trattati europei secondo lo spirito della Costituzione italiana, occorrerà però considerare che l’intera Europa “riorientata” dovrà confrontarsi col resto del mondo, in una prospettiva di concorrenza globale, con un sostenuto progresso tecnologico, destinato nel tempo a creare una disoccupazione irreversibile.

Pertanto, il maggiore impegno dell’Italia per una “nuova Europa” implicherà che si discuta, più di quanto è stato fatto sinora, dell’opportunità di rimuovere dalla Costituzione repubblicana gli obiettivi che non potrà “onorare”, spostando in particolare la riflessione dal “diritto al lavoro” al “diritto al reddito”; fatto, quest’ultimo che implicherà la riformulazione, non solo degli attuali “Principi fondamentali”, ma anche degli articoli che disciplinano i “Rapporti economici”.

Gianfranco Sabattini