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Gianmarco Pisa

Serbia e Kosovo e la ricerca della «normalizzazione»

Kosovo_VPLESCH-1Si moltiplicano gli interventi a mezzo stampa e le prese di posizione, degli attori locali e della diplomazia internazionale, in relazione ad una possibile soluzione diplomatica nella annosa controversia che oppone la Serbia alle autorità dell’autogoverno del Kosovo. E, come sempre, di pari passo con l’aumento della attenzione e della tensione nella regione, crescono la tensione e l’attenzione nel suo luogo-sentinella per eccellenza, la Città di Mitrovica, nel Kosovo settentrionale, luogo dove più marcata e persistente è la contraddizione, che qui si esprime persino nella forma di una vera e propria separazione fisica, tra i Serbi che abitano la parte settentrionale della Municipalità, Kosovska Mitrovica, e gli Albanesi che abitano, a stragrande maggioranza, la parte meridionale, Mitrovicë, separati dal corso del fiume Ibar, la cui linea di demarcazione è finita per assurgere a confine di fatto tra le due realtà e il cui Ponte Centrale sempre più finisce, dall’essere simbolo di unione e di connessione, con il diventare teatro della separazione tra i due.

Dopo avere lanciato, lo scorso anno, un “dialogo nazionale” sulla questione e le prospettive del Kosovo, la provincia meridionale della Serbia, in base a quanto previsto dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1999), su cui tuttavia la Serbia non esercita più alcun controllo o amministrazione, e che ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza nel febbraio del 2008, ormai dieci anni fa, il presidente serbo, Alexander Vučić, in una recente intervista al quotidiano Večernje Novosti, ha dichiarato che «è nell’interesse della Serbia giungere ad un accordo con gli Albanesi del Kosovo a prescindere dall’eventuale ingresso della Serbia nella Unione Europea». Aggiungendo, tuttavia, e significativamente, che «laddove un tale accordo dovesse essere firmato, le porte dell’Unione Europea per la Serbia non sarebbero aperte a metà, ma completamente». Sebbene nella strategia delineata dall’Unione Europea per i Balcani Occidentali venga ipotizzata una data, al 2025, per “orientare” l’adesione della Serbia alla Unione Europea, un percorso specifico e un impegno concreto ancora non esistono, e non pochi sono gli ostacoli e le resistenze a tale riguardo.

Da una parte, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, le potenze occidentali, tuttora presenti in Kosovo nelle diverse missioni internazionali per preservarne la sicurezza (NATO KFOR) e tutelare un fragile stato di diritto (UE EULEX), hanno avanzato una proposta contenente i principi che Belgrado dovrebbe seguire nella discussione sulla risoluzione della controversia kosovara. Dall’altro, la presidentessa del governo serbo, Ana Brnabić, quasi negli stessi giorni, ha confermato che la risoluzione della controversia dovrà prevedere e comportare, da ambo le parti, il raggiungimento di un compromesso, reciprocamente accettabile, e che, in ogni caso, non è sul tavolo l’opzione che la Serbia riconosca l’indipendenza del Kosovo. Si starebbe ragionando, cioè, riattivando il confronto diplomatico mediato dalla Unione Europea, con ogni probabilità nel corso del mese di giugno, su un «accordo di compromesso giuridicamente vincolante» che possa contenere tanto il riconoscimento della statualità quanto il non riconoscimento della indipendenza. E’ stato avanzato, da qualche analista, il riferimento alla Irlanda del Nord; da altre parti si è rispolverato invece il Piano Athisaari, pur assai controverso.

Facile immaginare come tutte le questioni precipitino su uno dei terminali più sensibili della vicenda, Mitrovica. Sebbene i lavori di riqualificazione del Ponte Centrale siano ormai prossimi alla conclusione, non si intravede all’orizzonte la sua riapertura. Il Sindaco di Kosovska Mitrovica ha chiesto, per la definitiva normalizzazione del passaggio sul ponte, la revisione dei confini amministrativi della Municipalità. Ad esempio, uno dei quartieri misti a Nord dell’Ibar, Suhodoll/Suvi Do, è ancora nella giurisdizione amministrativa della Municipalità a Sud. Il Sindaco di quest’ultima ha ricordato che i confini amministrativi non possono essere cambiati. Torna, a più riprese, la più volte evocata immagine del «Vaso di Pandora». Il vasto e controverso immaginario della divisione e del confine continua ancora ad esercitare tutto il suo peso ed ancora sembrano, purtroppo, essere lontani i tempi per una pace piena, giusta e sostenibile, nella regione.

Gianmarco Pisa
Pressenza

È guerra alla Pace

La tragedia che si è consumata ad Ankara, capitale della Turchia, sabato scorso, 10 ottobre, è una tragedia di proporzioni gigantesche: per la portata della strage e per la gravità delle sue implicazioni. Il corteo dei dimostranti, in quella che intendeva assumere i contorni di una festa della democrazia e della pace, con un corteo ampio e colorato, aveva appena mosso i primi passi, dato corpo alle prime coreografie, intonato i primi canti, i cori e gli slogan: quando la manifestazione, in quanto tale, è stata fatta oggetto di un devastante attacco terroristico, con due bombe che sono esplose nel cuore del corteo, provocando, secondo gli ultimi dati ufficiali, ben 95 morti e 250 feriti. Lo si è detto all’inizio, una strage brutale di proporzioni colossali.

Il corteo doveva rappresentare il momento saliente di una protesta, nella quale si intrecciano tre grandi rivendicazioni: per la pace, contro la nuova escalation di violenza e la nuova aggressione militare di cui il governo turco si sta rendendo responsabile contro il popolo curdo e le sue legittime rappresentanze politiche; per la giustizia sociale e per il lavoro, per migliori condizioni salariali e contrattuali per tutti i lavoratori nel Paese, a partire dalle categorie più apertamente minacciate dalla crisi e della stretta economica, oltre che dalla riduzione dei diritti e degli spazi di agibilità sindacale, che anche la Turchia sta attraversando; per la libertà sindacale e per la democrazia, alla vigilia di una scadenza elettorale tanto importante quanto gravida di tensioni, quella del prossimo 1 novembre, quando si tornerà al voto per nuove elezioni politiche nel Paese.

La manifestazione era dunque una grande manifestazione per la pace e la democrazia. Era stata convocata dalla DISK (la Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Rivoluzionari), KESK (Confederazione dei Sindacati dei Lavoratori Pubblici), TMMOB (la Camera Turca degli Architetti e Sindacati degli Ingegneri) e TTB (la Camera dei Medici della Turchia). Inoltre, la manifestazione ha visto l’adesione e il supporto, ma anche l’attiva e importante partecipazione dell’HDP (il Partito Democratico del Popolo), EMEP (il Partito del Lavoro) e un ampio numero di partiti, organizzazioni politiche e gruppi sociali, collocati nello schieramento delle forze progressiste. Una manifestazione democratica, politica e sociale, ove si univano, alle rivendicazioni sociali dei lavoratori del pubblico impiego, dei dipendenti pubblici, dei professionisti (in primo luogo medici, architetti e ingegneri, ma, ovviamente, non solo), le rivendicazioni politiche, in primo luogo dell’HDP, che rappresenta oggi la forza emergente nel quadro politico turco.

Nato come partito filo-curdo, espressione dello schieramento democratico delle popolazioni curde nel Paese e strumento politico della storica battaglia per l’auto-determinazione e i diritti nazionali dei curdi in Turchia, l’HDP è oggi in realtà espressione di una composizione etnica e sociale molto più ampia e articolata, non solamente i curdi, ma diverse espressioni dello schieramento di sinistra del Paese, un partito di sinistra, di carattere unitario ed ispirazione progressista, che ha saputo conquistare, nelle scorse elezioni politiche del 7 giugno, il 13 per cento dei voti e 80 seggi in Parlamento, impedendo alla destra dell’AKP di conquistare la maggioranza assoluta ed al suo capo, il presidente della repubblica, Recep Tayyip Erdogan, di realizzare il suo progetto autoritario e presidenzialista.

Come è stato sottolineato da vari osservatori, le dichiarazioni “a posteriori” dello stesso Erdogan (“Condanno questo attentato contro l’unità e la pace nel nostro Paese”), stridono con la condotta tenuta dal suo partito in questa fase di transizione e con la scelta di militarizzare lo scontro nel Kurdistan, ponendo fine ai negoziati quinquennali con le forze politiche curde, avviando una vera e propria campagna militare e terroristica contro le regioni curde, con uno schieramento militare e di polizia senza precedenti nel corso degli ultimi anni. Centinaia sono le vittime di questa campagna di terrore scatenata dal governo nel Sud e nell’Est del Paese e si calcola che siano nell’ordine delle migliaia, tra soldati, poliziotti, guerriglieri e civili (tra cui numerose donne, anziani e bambini) le vittime della campagna di terrore realizzata negli ultimi mesi.

Tale escalation serve anche a militarizzare il “fronte interno”: per riportare alla maggioranza assoluta l’AKP, per bloccare con la violenza la crescita delle formazioni democratiche e progressiste, per riportare l’HDP sotto la soglia del 10%, per impedire a questo partito di superare lo sbarramento ed entrare in forza in Parlamento. Se questo è il disegno criminale delle forze nazionaliste al potere in Turchia, non sorprende, purtroppo, che nove militanti dell’EMEP siano morti nell’attentato, e altri trenta militanti siano stati feriti; non sorprende neanche la dichiarazione del segretario dell’HDP, Selahattin Demirtas, che ha denunciato che le bombe hanno colpito proprio i settori degli attivisti dell’HDP. Quando i ministri dell’Interno e della Sanità del governo turco si sono presentati sul luogo della strage sono stati duramente contestati e respinti dalla folla.

Questo attentato terroristico affianca, dunque, la campagna di terrore scatenata dalla Turchia nel Kurdistan, l’intervento attivo della Turchia a sostegno delle formazioni terroristiche e con compiti di destabilizzazione della Siria, l’attacco, mirato e ripetuto, delle forze della NATO a Kunduz, in Afghanistan, contro il presidio di Medici Senza Frontiere. Non è più sufficiente, oggi, limitarsi ad esprimere il pur necessario dolore e la pur doverosa solidarietà: scendiamo in piazza, denunciamo le complicità, uniamo le voci e gli sforzi contro questa vera e propria “guerra alla pace”. Le forze della pace, della giustizia e della democrazia sono ancora una volta chiamate a dimostrare di essere più forti di quelle della reazione, della violenza e del terrore.

Gianmarco Pisa
da Pressenza