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Gim Cassano

E oggi si scoprono tutti riformisti

In un recente ed interessante scritto, dal titolo “Parlare agli italiani”, il Segretario del PSI Riccardo Nencini, muovendo da una considerazione storica, cerca di aggiornare alla realtà di oggi il concetto di riformismo, per un verso tenendo conto del dato empirico del grande consenso ottenuto da Renzi, e dall’altro affermando per i socialisti italiani il compito di esser “partecipi del processo fondativo di una nuova storia riformista. Legati da un disegno condiviso alla sinistra riformista ma liberi, alternativi ai movimenti radicali, con un’identità marcata nelle aule parlamentari, nei comuni e nelle regioni…..A cominciare dalla legge elettorale.”

In sostanza, se non ho mal interpretato, si indica nel criterio riformista la bussola sulla quale orientare le trasformazioni di cui il Paese ha bisogno, ed in un’alleanza politica così orientata lo strumento per attuarle.

Nel rivendicare l’eredità di una tradizione importante, Nencini inizia col constatare come, nell’Italia del secondo dopoguerra il riformismo si sia espresso attraverso la presenza, l’attività, la caparbietà, di settori minoritari di diversi partiti politici ed attraverso presenze nella cultura e nella società, ma esterne e spesso distanti dai partiti politici della prima repubblica.

Verissimo. E altrettanto vero è il fatto che il PSI di quei tempi, a prescindere da ogni giudizio che si possa dare sulle sue vicende, rappresentò comunque il perno politico ed operativo del riformismo italiano del secondo dopoguerra.

Ma a ciò è doveroso aggiungere che, guardando a quegli anni, nei quali il Paese andava ammodernandosi e nei quali, pur tra errori e contraddizioni, furono introdotte riforme significative che andavano nel senso della modernità, dell’apertura della società, dell’eguaglianza e dell’allargamento dei diritti individuali, civili, sociali, dobbiamo constatare che quella funzione di perno e di polo di attrazione per il riformismo italiano che il PSI seppe svolgere, fu tanto maggiore quanto più il PSI di allora seppe svolgere un ruolo proprio e “border-line” rispetto alle due ortodossie allora imperanti, conducendo in via autonoma le proprie battaglie politiche, che più di una volta risultarono più coerenti e determinate rispetto alle posizioni del maggior partito della sinistra italiana.  E tale capacità non sempre e non necessariamente si trovò a coincidere con la presenza socialista nella famosa “stanza dei bottoni”.

Ed ancora, va aggiunta la considerazione che, ad accomunare le forze riformiste in alleanze di scopo che più volte si trovarono a non coincidere con le maggioranze di governo fu la comune propensione ad una mentalità critica, che si manifestava sia nella valutazione delle realtà politiche, sociali, economiche, che in atteggiamenti sovente eretici nei confronti delle culture politiche di origine e dei partiti di appartenenza.

Allora, ove si vogliano dare valutazioni corrette sul piano storico e, guardando alle prospettive attuali, su quello politico, occorre chiedersi di quale riformismo si sta oggi parlando, atteso che l’attuale effettiva maggioranza politica -quella del patto del Nazzareno che, con qualche distinguo e non sostanziali richieste di modifica, sinora respinte, vede il sostegno non determinante, e forse poco convinto, del PSI di oggi- si autodefinisce come riformista in riferimento a proposte ed indirizzi che non hanno nulla a che fare, nel metodo e nei fini, con la tradizione del riformismo italiano.

Trovo che sia necessaria una grande chiarezza al riguardo, atteso che, per parte loro, troppo ampi settori della sinistra italiana sembrano essersi del tutto dimenticati di questo termine (e questa non è l’ultima delle ragioni del drammatico declino della sinistra), lasciandolo in mano a coloro che hanno trovato comode e facili intese con la destra interpretando il riformismo unicamente come prassi moderata, non sostenuta da adeguati strumenti concettuali, e finalizzata nella migliore delle ipotesi ad una sorta di manutenzione ordinaria destinata alla razionalizzazione e consolidamento degli equilibri esistenti, più che alla loro trasformazione. Tant’è che oggi, cosa inconcepibile sino a vent’anni fa, si parla indifferentemente di “riformismo di destra” e di “riformismo di sinistra”.

Viene quindi naturale lo stimolo a meditare su un termine -quello di riformismo, appunto- il cui significato, non solo in Italia, è mutato profondamente nel corso degli ultimi decenni, sino ad acquisire connotazioni addirittura opposte a quelle che una consuetudine fondata sull’esperienza storica ha sempre assegnato a tale termine. Basti pensare che oggi assistiamo persino all’incongruenza semantica del gruppo conservatore al Parlamento Europeo, che si è dato la denominazione di ECRG (European Conservatives and Reformists Group).

Nella storia del pensiero politico, sotto la dizione di riformismo sono stati compresi concetti riferibili tanto al merito ed alle finalità, quanto agli strumenti ed ai metodi. Dalla Riforma protestante in avanti, in fasi storiche e con riferimento a situazioni politiche e sociali diversissime, il concetto di “riforma” e quelli connessi di riformista e riformismo sono stati sempre collegati ad idee di modernizzazione, di progresso, di liberazione ed emancipazione. Sono idee che hanno improntato il superamento del tardo feudalesimo nobiliare, dell’assolutismo regio, del potere ecclesiastico, l’affermarsi della Rivoluzione industriale, l’avvio del moderno costituzionalismo e la marcia in avanti del Terzo Stato prima e del Quarto Stato poi. L’evoluzione del parlamentarismo (basti ricordare il Reform Act del 1832), dello stato liberale, della democrazia e del suffragio universale, l’affermazione dei diritti dei lavoratori, l’avvio di forme di democrazia più avanzate in termini di diritti sociali, sono stati altrettanti filoni e tappe sui quali si sono esercitati e sono stati messi alla prova pensiero e metodi riformisti.

In epoche più recenti, riformismo ha significato apertura della società, rimozione di concezioni ed istituti giuridici risalenti ai secoli precedenti, messa in discussione delle istituzioni chiuse, generalizzazione e parificazione dei diritti civili e sociali tra uomo e donna, sviluppo ed estensione dei meccanismi di protezione sociale e del welfare, tentativi di dare concretezza ai concetti di pari opportunità e di equità. In una parola, estensione del concetto di democrazia dalla sfera civile a quella sociale. Ciò ha coinciso con la formazione dei partiti operai, lo sviluppo politico della sinistra e la sua partecipazione a pieno titolo al dibattito pubblico ed alle attività di governo.

In quanto agli strumenti ed ai metodi, poche affermazioni sono prive di fondamento quanto quella che riformismo significhi comunque e sempre avversione al radicalismo e rifiuto pregiudiziale del concetto di rivolta. Nella storia moderna, il riformismo si è caratterizzato come metodo distinto dall’azione rivoluzionaria non tanto per il rifiuto dell’azione violenta, quanto per la ricerca preventiva del massimo consenso politico, restando la rivolta come ultima ratio da adottare nei confronti di sistemi che non consentano il manifestarsi dell’azione politica.

Al riguardo, va ricordato come diverse Costituzioni, ed in Europa quella francese e quella tedesca  prevedano il diritto-dovere alla resistenza contro l’oppressione; anche nella nostra Costituente vi fu un’ampia discussione (Mortati, Lussu, Calamandrei) su questo punto, tant’è che la formulazione originaria da parte della Commissione dei 75 prevedeva (Art.50) la seguente formulazione: “Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate. Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.  Poi fu approvata la più banale formulazione espressa dall’Art. 54. (Per inciso, con la principale motivazione che la presenza di forti ed adeguate istituzioni di garanzia -proprio quelle che gli autori delle attuali riforme intendono ridimensionare- rendeva superflua la codificazione di tale ultimo diritto-dovere riservato ai cittadini, che si sarebbe potuto trovare a confliggere con tali istituzioni).

Piuttosto, a distinguere l’azione riformista da quella rivoluzionaria, sta il fatto che le concezioni ed i metodi riformisti rifuggono da fini comportanti la conclusione della storia e l’idea di sostituire al vecchio ordine un modello sociale rigidamente predeterminato e non suscettibile di evoluzione. Il riformismo porta con sé l’idea di una società in evoluzione verso nuovi, ma non definitivi, equilibri. Ed è insita alle concezioni riformiste la coerenza tra fini e metodi, per cui l’evolvere verso concezioni sociali più aperte ed avanzate non può farsi col sostituire a strutture sociali, economiche, giuridiche, tanto superate quanto rigide, nuovi modelli altrettanto rigidi; e deve invece attuarsi attraverso processi che ne consentano il progressivo riadeguamento.

A sostegno di queste affermazioni stanno la Rivoluzione Francese e quella Americana, entrambe alla radice del moderno riformismo, pur essendosi entrambe manifestate come ribellioni (un discorso a parte riguarda la parentesi del Terrore). Cosa che non può dirsi per il processo sul quale si andò formando l’Unione Sovietica, che, una volta portato a crollare il vecchio ordine, fu caratterizzato dal tentativo di progettare e costruire sin nei dettagli una nuova e definitiva società ideale, sacrificando a tale scopo ogni risorsa umana e materiale.

In termini concettuali, gli approcci riformisti possono essere considerati come affini all’evolversi dell’epistemologia e della filosofia della scienza. Alla pari dei metodi in uso nelle scienze, il metodo riformista incorpora il pensiero concettuale (teorie scientifiche per l’una ed ideologia per l’altro). E, come è andato avvenendo col definirsi del metodo scientifico, la verifica sperimentale, cioè il divenire della società e dell’economia, se correttamente e razionalmente interpretato, induce la necessità di ridefinizioni dell’apparato concettuale. Di fronte a concezioni ideologiche chiuse e, come il sistema tolemaico, tendenti a fornire ogni spiegazione all’interno di sé stesse e prescindendo dalle verifiche empiriche, l’atteggiamento riformista è dapprima galileiano, nel senso di mettere in dubbio la teoria, e poi newtoniano, nel senso di ridefinirla razionalmente in base alle constatazioni effettuate; pronto a rimetterla ulteriormente in discussione di fronte all’inevitabile manifestarsi di nuovi eventi.

Il che non significa affatto farsi fautori dell’abbandono del pensiero teorico e dell’ideologia, come alcuni sostengono e praticano: significa invece valorizzarla facendone l’uso più appropriato ed utile, non riducendola a dogma passibile solo di esegesi, ma rendendola strumento ed oggetto di pensiero critico.

E’ evidente che, nell’evolversi del pensiero e delle condizioni politiche, questa concezione del riformismo, che non esclude affatto, ma anzi richiede il supporto di un robusto apparato concettuale e del radicalismo come atteggiamento politico, dovesse naturalmente scontrarsi con le posizioni dei reazionari, dei restauratori, dei  conservatori di turno. Di coloro, cioè, che negavano l’idea stessa di trasformazione sociale in nome della difesa dei privilegi di casta e dei particolarismi o in nome della difesa degli interessi di classe, sostenendo sostanzialmente la concezione di uno Stato cui spettasse di tutelare un ordine naturale delle cose sancito dalla tradizione.

Agli avversari “naturali” dei riformisti, schierati sul fronte della conservazione, si è poi aggiunta quella parte della sinistra che, sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, si è mossa da concezioni massimaliste che comunque potevano mantenere un rapporto di compatibilità con la prassi riformista, all’adesione incondizionata ai principii ed ai metodi della Terza Internazionale, abbandonando il riformismo come metodo e come concezione culturale; cogliendone la natura alternativa al leninismo, allo stalinismo, alla logica del partito-guida, le concezioni ed i metodi riformisti sono stati interpretati e bollati come sinonimo di moderatismo avverso ad ogni trasformazione radicale.

Anche se i partiti comunisti dell’occidente -quello italiano in primis- nel loro pragmatismo, in più di un’occasione hanno assecondato spinte e forze riformiste, a volte anche scavalcandole nella ricerca di equilibri temporanei con le forze conservatrici, il termine “riformismo” è rimasto assente dal lessico ufficiale dei partiti comunisti, e pronunziato quasi con imbarazzo da altri; in Italia, sino agli anni del CentroSinistra. Si inscrive in questo clima la sintetica descrizione del riformismo italiano del dopoguerra, che Riccardo Nencini ha dato nell’incipit del suo scritto, evidentemente riferita ad un periodo successivo al tramonto del Partito d’Azione: “Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti”.

Il distacco semantico e concettuale nei confronti del riformismo attuato da una parte della sinistra, maggioritaria in Italia, che non aveva visto negli obiettivi e nei metodi riformisti una risposta al conservatorismo ed al moderatismo, e vi aveva invece visto un’alternativa radicale alla logica del sistema binario DC-PCI, ha fatto sì che, in via del tutto inappropriata, si sia aperta la strada alla concezione di un riformismo “debole” e tale da poter rappresentare anche processi involutivi rispetto ai contenuti ed ai metodi che la storia politica ha sempre definiti come riformisti.

Così è avvenuto che, dopo il diffondersi di istanze radicalmente conservatrici in politica, fondate su un liberismo ideologizzato avverso a Keynes in economia ed a Beveridge sul piano sociale, e volte ad annullare la legittimità della sussistenza dei diritti sociali in una società moderna, quali quelle avviate dalla Thatcher e da Reagan, e seguite poi con minor coerenza da altri (tra cui la destra italiana), venissero a diffondersi sotto il nome di riformismo concezioni politiche deboli, svuotate anche dichiaratamente di pensiero, e rinunciatarie nell’azione.

In Italia, queste concezioni hanno condotto ad interpretare il termine riformismo in un senso del tutto riduttivo, unicamente come il contrario di radicalismo, rinunziando a priori ad ogni tentativo di rimuovere le arretratezze, le chiusure, l’immobilità, le iniquità del Paese e, in particolare, rinunziando a rivitalizzarne l’economia e la società. E, nella migliore delle ipotesi, cercando di attutirne qualcuno degli effetti senza rimuoverne le cause.

Sono state quindi definite come riformiste concezioni incapaci di rappresentare un’alternativa compiuta e credibile alle forze di destra, ed anzi spesso alla ricerca di intese con questa, e da questa sovente condivise. Intese che erano rivolte ad annacquare e ridimensionare i processi di liberalizzazione, democratizzazione, apertura civile, sociale ed economica che avevano caratterizzato le democrazie industriali sino agli anni ’70. Tale è stata la parabola del PD, sino ad arrivare al culmine raggiunto con l’avvento di Renzi e con il patto di mutuo soccorso del Nazzareno, che sancisce la resa culturale e politica a concezioni antiparlamentari ed antidemocratiche facenti parte del patrimonio di una destra estranea ai processi che hanno portato alla nostra Costituzione, ma del tutto estranee alla storia del nostro riformismo e della nostra democrazia.

Si sta così consumando la mistificazione dell’autoattribuirsi della qualifica di riformisti da parte di coloro che, dopo anni di denigrazioni, hanno intrapreso lo smantellamento formale e sostanziale del miglior risultato del riformismo italiano (quello vero, di cui si è detto sopra): la Costituzione della Repubblica Italiana.

Oltre venti anni sono stati così perduti in un lento ma costante e progressivo declino che si misura sul piano di tutti gli indicatori economici e sociali, sul piano della disaffezione degli elettori e del dilagare del populismo, per finire con lo sfociare nello smantellamento di alcuni pilastri istituzionali della nostra democrazia, dopo che -appunto nel corso di questo ventennio- ne erano state ampiamente corrose le basi sociali ed economiche.

Essendo questo ragionamento centrato sui metodi della politica, non intendo in questa sede entrare in ragionamenti di prospettiva politica a breve. Ma, giunti a questo punto, una domanda ed una conclusione si impongono:

La domanda, indotta dal testo che ha avviato questo ragionamento, è la seguente:

“a quale delle due concezioni di riformismo che sono state qui sopra esaminate intende riferirsi Riccardo Nencini: a quella grande tradizione riformista all’interno della quale egli rivendica giustamente la centralità dei socialisti di allora, o alla distorsione che oggi ne vien fatta, e nella quale i socialisti di oggi sono tutt’altro che determinanti?”.

La conclusione, che in effetti rappresenta la sintesi del ragionamento che qui è stato svolto, sta invece nella tesi che, se la sinistra italiana vuol riprendere la propria capacità di iniziativa e ricostruire un rapporto con i cittadini e gli elettori, deve avere il coraggio e la capacità di riappropriarsi di un’eredità, quella riformista, che le spetta e che ha caratterizzato le sue maggiori e più durature affermazioni. Il che significa saper reinterpretare criticamente, oltre che la sua storia, anche il suo modo d’essere ed il suo farsi forza politica. E saper assumere i connotati galileiani e newtoniani di cui si è detto sopra.

E’ questo l’approccio col quale il sottoscritto ha dato il suo contributo a “Iniziativa 21 Giugno”.

Gim Cassano

Alleanza Lib-Lab

Italicum, ha vinto Berlusconi

Seguendo l’iter dell’Italicum alla Camera, una cosa balza all’occhio: il modo col quale il maggior partito presente in Parlamento ha perduto ogni capacità di guida ed indirizzo politico. Appare infatti evidente come, passo dopo passo la linea sia dettata, per il tramite di Verdini, da un cavaliere che, espulso dal Senato, sta consumando il suo trionfo. Non avendo sbaragliato gli avversari, ma nell’essersi costoro arresi senza condizioni e senza lottare, adeguandosi alle concezioni culturali, prima ancora che politiche, di una destra da sempre estranea ai processi di democratizzazione del Paese.

E il segretario del PD, ben sapendo che, ove venisse a cadere l’intesa con Berlusconi, il suo governo non durerebbe un giorno in più, si trova a recitare l’unico ruolo di garante di questa resa ed a dover imporre al suo partito il rispetto degli accordi da lui privatamente presi. Se ciò non era chiaro a tutti, quanto è avvenuto tra ieri martedì 11, ed oggi 12 Marzo ne è puntuale conferma.

Ieri mattina, il Segretario-Presidente del Consiglio, temendo per la tenuta del fronte che sostiene l’integrità del provvedimento, ha dovuto riunire i parlamentari PD, trattandoli con minacce affini a quelle che Grillo e Casaleggio usano riservare ai parlamentari delle 5 Stelle.

Nelle successive votazioni, è stato dato il via libera al meccanismo delle soglie e del premio di maggioranza, pomposamente battezzato “algoritmo”, col risultato di render del tutto imprevedibile e casuale l’attribuzione dei seggi spettanti ad una lista ai diversi collegi, a prescindere dal consenso ivi riscosso.

Ed è stato approvato un emendamento che, ove possibile, peggiora ulteriormente la già pessima legge: quello delle pluricandidature (sino ad otto collegi). Detto per inciso, ciò contraddice il criterio stesso che era stato adottato per sfruttare la recente sentenza della Consulta, nella parte in cui vi si affermava che il rapporto tra elettori ed eletti potesse esser mantenuto, pur in presenza di liste bloccate, se queste fossero state composte di pochi e riconoscibili nominativi. Per questa via, mentre alcuni tendono ad assicurarsi comunque l’elezione, gli elettori di un collegio non sanno chi li rappresenterà, o se saranno rappresentati.

Come se ciò non bastasse, è stato approvato un altro emendamento che esonera dalla raccolta delle firme i partiti costituiti prima del 01-01-2014: cioè i partiti esistenti, tranne M5S, hanno esentato se stessi da quest’obbligo, che invece sussiste per un eventuale nuovo partito. Altro brillante esempio di visione aperta della politica, sulla quale sarebbe sin troppo facile ironizzare facendo confronti con i comportamenti di alcune organizzazioni largamente diffuse in diverse regioni del nostro Mezzogiorno.

A questo si è aggiunta la bocciatura sistematica di tutti gli emendamenti che avrebbero potuto ovviare a qualcuno degli aspetti più vergognosi o irrazionali di questa legge: il no al conflitto di interessi e, soprattutto la risicata bocciatura (rispettivamente, 35 e 20 voti di scarto, dopo aver chiamato a raccolta anche ministri e sottosegretari) dei due emendamenti che avrebbero reintrodotto il voto di preferenza: singolo in base al primo, e doppio (di cui una donna), per quanto riguarda il secondo emendamento, che avrebbe introdotto la possibilità di promuovere una parità di genere di eletti/e e non di nominati/e.

Quella dell’evitare il voto di preferenza, comunque sia ed a qualunque costo, era infatti la questione cruciale. Non solo per evitare la possibilità di vedere in Parlamento chi non sia a priori uno yes-man o una yes-woman; su questo punto è in ballo anche la possibilità che i partiti maggiori hanno di condizionare le scelte dei partiti minori. Ai quali, esclusi in virtù delle soglie dalla possibilità di esser presenti in parlamento, potrebbe, se disposti ad adeguarsi (e cioè sostanzialmente a cessar di esistere come entità autonome), esser offerto il beneficio di qualche posto sicuro: cosa che il voto di preferenza renderebbe del tutto aleatoria.  E, su questo punto, sarebbe saltato il vero punto al quale tutto è stato sacrificato: il patto di sindacato tra Berlusconi e Renzi.

A questo riguardo, e per evitare ulteriori defezioni in considerazione dei numeri al Senato, sta già circolando in casa PD l’ipotesi di lasciar passare in quella sede la parità di genere. E c’è solo da sperare che, nel passaggio al Senato, non vengano introdotti altri baratti per assicurare il sostegno di questo o di quello.

Ma il sublime è stato raggiunto nelle dichiarazioni di voto: Forza Italia si presenta come la vera anima di questa legge, rivendicando -giustamente- al suo partito il merito di esserne stato precursore, ed avvertendo che non verranno tollerate al Senato ulteriori modifiche; l’On. Speranza dichiara il voto favorevole del PD (e chiede alle poco convinte deputate e deputati del suo partito di votare comunque l’approvazione del provvedimento), e promettendo di emendarla in meglio al Senato. Ma perché non l’hanno fatto allora alla Camera, avendone i numeri? In quanto alle forze minori di governo, hanno rinunziato ad ogni ruolo, astenendosi o votando anch’esse a favore, dopo aver dichiarato trattarsi di una legge inadeguata o pessima, e comunque migliorabile. E’ una ben strabica visione politica, quella lavarsi la coscienza criticando a parole una proposta di legge, e contemporaneamente votarla, rimandando all’altra Camera la patata bollente del migliorarla, quando allo stesso tempo si sostiene l’opportunità del superare il bicameralismo. Siamo al tramonto di ogni ragionevolezza e di ogni coerenza. Così, alla fine, con 365 voti a favore, 156 contrari, e 40 astensioni, il più illogico, irrazionale ed incostituzionale provvedimento della recente storia parlamentare e, forse, dell’intera storia repubblicana, è passato.

Vergogna a chi, non condividendolo, o vistisi respingere tutti gli emendamenti, lo ha comunque votato. Se ne pentiranno; ce ne pentiremo.

Gim Cassano

A tappe forzate verso la rottamazione della democrazia

Nella pasticciata vicenda dell’approvazione del Porcellum II° da parte della Camera dei Deputati, due cose colpiscono: la fretta e l’ampia dose di protervia con la quale la faccenda sta procedendo.

Stanno facendo uno scempio e, essendone perfettamente coscienti, cercano di chiudere alla svelta la partita: si bocciano così sbrigativamente i pur timidi emendamenti tendenti ad attutire (inutilmente) qualcuna delle storture di un disegno che invece mi pare inemendabile, nella sua genesi, nella sua concezione, e nei suoi fini. Alla salvaguardia del patto tra Berlusconi e Renzi si sta così sacrificando, insieme alla funzione primaria di un sistema elettorale (uellaquella di eleggere chi rappresenti i cittadini), anche la dignità di un Parlamento ridotto alla pura ratifica, senza discussione, di quello che ad ogni effetto è una sorta di patto di sindacato tra i leaders dei due maggiori partiti, del quale non si conoscono le clausole riservate; e che, con tutta evidenza, investe tutti gli aspetti del funzionamento della nostra democrazia.

Il sistema elettorale è lo strumento primo del funzionamento di una democrazia; incautamente, la nostra Costituzione, per tanti aspetti così precisa ed attenta non solo ai grandi principi, ma anche alle forme ed ai meccanismi istituzionali, non ha prefigurato un sistema elettorale piuttosto che un altro, non solo per le difficoltà di trovare un accordo, ma anche perché era difficile per i Costituenti immaginare a quale grado di inciviltà giuridica sarebbero arrivati a spingersi i loro successori.

Ma, a prescinder da ciò, alcuni principii restano chiaramente fissati: che l’Italia sia una democrazia, che la sovranità appartenga al popolo, che tutti abbiano parità di diritti, che tutti i cittadini maggiorenni sono parimenti elettori. Sulla base di questi principii, irragionevolmente e troppo scopertamente violati, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del cosiddetto porcellum.

Nel modificare le norme che regolano il sistema elettorale, delle quali la legge elettorale è parte, anche se non si tratta di modifiche della Costituzione, un minimo di buon senso, un minimo di decenza politica, un minimo di consapevolezza, avrebbero richiesto di operare tenendo conto della particolare rilevanza della questione, e soprattutto, di considerare i diritti dei cittadini, di tutti i cittadini, come prevalenti su quelli di chi dovrebbe rappresentarli, e come impronta incancellabile di quegli Organi che dovrebbero svolgere la funzione di rappresentanza. Cosa che è invece palesemente contraddetta dalle liste corte e bloccate, dalle soglie eccessivamente alte e differenziate, dall’assurdo meccanismo del premio “di minoranza”.

A quanto sopra, da lunedì in avanti, potrebbero aggiungersi ulteriori elementi di peggioramento, quale la delega per la definizione dei nuovi collegi elettorali, che sarebbe auspicabile venisse vincolata a criteri di omogeneità territoriale e socioeconomica, prescindendo dalle opportunità e convenienze di questo o di quello, per evitare di creare collegi simili ai “borghi putridi” precedenti i Reform Acts britannici del 1832.  E  quale l’incivile salva Lega, che non verrebbe certo reso più accettabile dall’eventuale baratto con un’inutile parità di genere (tra nominati e nominate).

In questa vicenda, pare che una larghissima parte di un Parlamento oramai avvezzo al costume del rappresentarvi le consorterie che governano i partiti, anziché gli elettori, e che a tutto anela fuorchè all’ipotesi di dover rimettere in discussione le ancor troppo recenti nomine, abbia perso di vista quei criteri di generalità, razionalità, ragionevolezza, che dovrebbero presiedere al varo di una legge elettorale.

Criteri ampiamente violati nel configurare:

  • l’irragionevole (esattamente come fu per il Porcellum) compressione della rappresentatività.
  • l’irrazionale ed antidemocratico criterio di favorire il governo di una “ampia” minoranza (ma pur sempre minoranza).
  • la scarsa comprensibilità per il cittadino elettore di meccanismi astrusi quali le soglie differenziate, che porterebbero all’accesso o meno alla rappresentanza a prescindere dal risultato conseguito, e di conseguenza, la mancata percezione da parte dei cittadini del rapporto tra il proprio voto ed il risultato ottenuto.
  • le infinite possibilità di mettere in campo “liste civetta”, anche a carattere locale, utili solo ai fini di “gonfiare” una coalizione.
  • la possibilità per i partiti-perno di una coalizione di stabilire chi e come ne debba far parte.
  • le liste bloccate che, non trovando alcuna giustificazione dal punto di vista della decantata governabilità, sottraggono ai cittadini un loro inalienabile diritto ed assicurano ai vertici dei partiti una rappresentanza fatta di yes-men e di yes-women (queste ultime volendo esser parimenti della partita). Ma che invece trovano la loro vera motivazione nel consentire ai partiti-perno di ciascuna coalizione la possibilità di offrire contentini in termini di qualche seggio ualche seggiohhhai partiti minori che, non presentandosi, dovrebbero confluirvi. Il che, peraltro, spiega come diverse forze minori abbiano rinunciato ad insistere su questo punto: col voto di preferenza, non vi sarebbero stati seggi garantiti per nessuno, e men che mai per un partito minore che intendesse optare per questa scelta.

Il tutto configura una mostruosità politica e costituzionale, nel ridimensionare e render poco più che una  formalità il momento del voto, per fare invece della fase preelettorale (cioè quella delle trattative tra partiti e cordate per gli apparentamenti, per le liste, per le candidature), il vero momento-chiave di una fase elettorale.

Dal tutto emana un forte odore di chiuso, di separatezza tra politica e cittadini, considerati come sudditi da tenere il più possibile lontani dall’esercizio dei loro diritti.

E, francamente, mentre non c’è affatto da stupirsi del fatto che da parte della destra si porti avanti un disegno congruente alle sue connotazioni antidemocratiche ed illiberali, e neanche del fatto che un PD che da anni ha perso, tranne qualche inutile balbettio, la capacità e la volontà di esser forza alternativa alla destra, se non sul piano del potere, c’è invece non poco da stupirsi di come ciò non sia stato adeguatamente compreso e sostenuto da quelle forze minori che, se una funzione possono avere, è quella di rappresentare le loro posizioni con rigore e senso critico, cercando almeno di tener viva un’idea di democrazia che, tutto sommato, è quella che la nostra costituzione ci ha consegnato.

Con rincrescimento, occorre constatare come da questa generale abdicazione non abbia nettamente preso le distanze un partito come il PSI, che è nato e si è formato in difesa dell’estensione e della generalizzazione dei diritti di tutti i cittadini e della democrazia, e che da una battaglia determinata in difesa della democrazia avrebbe solo da guadagnare; forse non subito, ma di certo in prospettiva.

C’è ora solo da augurarsi che, nel passaggio in quel Senato che si vorrebbe cancellare, qualcosa cambi.

Gim Cassano

Jobs Act: bastano incentivi
o occorre creare domanda?

Jobs act-RenziGli indirizzi del governo Renzi sulla questione lavoro, riassunti nella cartella “Jobs Act”, non differiscono sostanzialmente, nella qualità e nella logica, da quelli dei precedenti governi. Se mai, c’è da osservare una maggior determinazione, dovuta anche alla consapevolezza dell’aggravarsi della situazione occupazionale. Continua a leggere

Non rottamare
la democrazia

La proposta di legge elettorale Berlusconi-Renzi rappresenta un ulteriore cedimento nelle fondamenta della nostra democrazia. Essa coniuga la vocazione autoritaria di una destra non garantista agli aspetti più scopertamente populisti di chi, rifiutando questa politica, finisce col rifiutare anche la democrazia.

Al riguardo, ritieniamo necessarie azioni coordinate e comuni da parte di tutti coloro che condividono il giudizio sulla pericolosità di una legge ordinaria che finisce col produrre nel nostro sistema politico mutamenti significativi in senso antidemocratico ed antigarantista, incompatibili col nostro impianto costituzionale.

Per essere incisive, tale azioni non possono essere proprietà di nessuno, ma devono emergere, senza primogeniture, da una comunità di volontà che veda partecipi intellettuali, politici, comuni cittadini.

E’ necessaria una “Dichiarazione di Intenti” che la esprima, ed è necessario che a questa seguano tutte le iniziative che man mano verranno ritenute opportune.

E’ necessario costruire rapidamente una rete comune che metta in comunicazione e collegamento tutte le iniziative e le realtà individuali ed associative che, ciascuna nella propria autonomia e secondo le proprie possibilità, siano disposte ad operare in tal senso.

A tal fine, per facilitare la costruzione di uno spazio comune a tutti attraverso il quale agevolare l’informazione, la comunicazione, il confronto, ed il coordinamento di iniziative, è stata predisposta su Facebook una pagina intitolata: “non rottamare la democrazia”, aperta a chiunque vi sia interessato, e che sarà amministrata collegialmente.

Chiunque può accedervi ed inviare contributi, prese di posizione, informazioni.

Attraverso questa Pagina si intende affiancare, senza in alcun modo sostituirvisi, i Comitati e le diverse iniziative che vanno avviandosi nel Paese, né si intende rappresentarli, ma piuttosto darne conto senza esclusioni.

Invitiamo pertanto chi condivida questo approccio a manifestarlo cliccando la casella “ti piace” sulla Pagina di Facebook “non rottamare la democrazia”, a far circolare e diffondere questa comunicazione sui propri siti e blog, ad intervenire sulla Pagina.

Gim Cassano
Alleanza lib-lab
(liblab.laboratorio@tiscali.it)

Il Senato secondo Renzi: una succursale dell’ANCI?

Senato di RenziNon so se definire come bislacca e grottesca, od invece come reazionaria, la proposta di Renzi circa la rottamazione del Senato. Probabilmente, entrambe le definizioni sono appropriate. Nell’opinione del Segretario del PD, il Senato della Repubblica dovrebbe esser sostituito da una Camera non più elettiva, composta dai 108 Sindaci delle città più importanti (i capoluoghi di quelle Provincie che andrebbero eliminate, oppure quali altre?), dai presidenti delle Regioni, e da circa 20 esponenti della società civile, nominati dal Presidente della Repubblica. Continua a leggere

L’imbroglio elettorale

Le motivazioni della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha “bocciato” il Porcellum si prestano a due ordini di valutazioni: quello strettamente giuridico-costituzionale, e quello culturale e politico.

Attenendomi ovviamente al secondo aspetto, le motivazioni della sentenza costituiscono un chiaro atto di accusa nei confronti delle forze politiche (ed in modo particolare, nei confronti delle maggiori), per il modo col quale queste, negli ultimi decenni, hanno messo mano alle diverse leggi elettorali che si sono succedute nel tempo. E, a ben vedere, costituiscono al tempo stesso una diffida a cambiare strada ed a evitare di continuare a sviluppare l’arte di imbrogliare gli italiani imponendo loro costruzioni barocche e condizionate prioritariamente dall’aspirazione di ciascuno a trarre dalla legge elettorale il massimo vantaggio, o il minimo svantaggio.

Le motivazioni della sentenza muovono da una semplicissima considerazione: quella che, se il concetto di governabilità è insito nei principii logici sui quali si fonda la Costituzione, risultando quindi meritevole di tutela, e se quindi l’ordinamento che alla Costituzione fa seguito non può disattendere la necessità che il Paese sia governato, tale concetto non può essere esteso in modo irragionevole sino al punto di violare i fondamenti-cardine di qualsiasi democrazia: quello della rappresentanza e quello della libera scelta dei cittadini-elettori nella selezione dei propri rappresentanti.

Tale affermazione è rilevantissima: essa conferisce sostanza giuridica a ragionamenti e considerazioni politiche e culturali che molti di noi hanno sviluppato in questi anni, e va dato pieno merito a chi, ad iniziare da Felice Besostri e da Aldo Bozzi ha operato con costanza e determinazione perché tali considerazioni si traducessero in una sentenza che riafferma quanto dovrebbe essere ovvio, oltreche etimologicamente insito nel termine: che cioè la democrazia non si fonda sull’intermediazione di caste che presumono arbitrariamente di rappresentare il popolo, ma sul popolo stesso, attraverso un mandato che questo direttamente conferisce.

Il fatto che per affermar ciò che è ovvio sia stata necessaria una lunga battaglia in termini di diritto, condotta in nome dei principii fondamentali della nostra Costituzione e nonostante lo scetticismo e l’indifferenza delle forze politiche testimonia quanto sia profondo il deficit di democrazia del nostro sistema politico.

Ma il fatto di esservi alla fine riusciti, indica anche come l’impianto della nostra Costituzione sia attuale e tutt’altro che da considerare unicamente come il risultato di una situazione storico-culturale oramai lontana nel tempo.

Detto ciò, le motivazioni della sentenza della Consulta aprono la strada a conseguenze giuridiche ed a conseguenze politiche attorno alle quali necessariamente si svilupperà la discussione circa il nuovo sistema elettorale.

Ma, a questo punto, occorre fare attenzione: la sentenza doveva limitarsi ad affermare l’inviolabilità di un principio generale, come ha fatto, ed a riscontrarne o meno la violazione nella normativa attuale. Essa non si è pronunziata, né poteva farlo, per un sistema elettorale piuttosto che per un altro, il che resta competenza del Parlamento, ed il fatto che essa non abbia precluso la strada, in via di principio, alle tre alternative lanciate da Renzi non significa che esse siano di per sé le uniche conformi alla Costituzione.

Qualsiasi sistema elettorale che non violi il principio generale espresso dalla Corte è infatti in via di principio compatibile con l’impianto costituzionale; e, quale che sia il sistema elettorale si intende proporre, è necessario che nel suo effettivo realizzarsi venga rispettato il principio generale che la Corte ha sancito: verifica cui, quindi, anche le tre alternative proposte dal PD, devono venir sottoposte.

Il che è compito politico, nel momento in cui è chiaro a tutti che, a suon di clausole, distinguo, quote, soglie, diventa più che possibile, pure in una legge elettorale a prima vista rispettosa dei principii che la Corte Costituzionale ha sancito, far rientrare dalla finestra quel che la Consulta ha buttato fuori dalla porta.

E non mi sembra infondata l’opinione che proprio in questa direzione ci si stia muovendo:

Difatti, se si esaminano nel concreto e nel dettaglio le tre alternative fatte proprie dal PD (Sindaco d’Italia, pseudo sistema spagnolo, Mattarellum rivisitato), si scopre che tutte e tre, esattamente come il Porcellum,  prevedono l’abbinamento del premio di maggioranza, che dovrebbe assicurare la governabilità a soglie minime di ingresso determinate esplicitamente o di fatto.

Infatti:

  • Nel caso del “sistema dei sindaci”, basato su un doppio turno di coalizione, verrebbe previsto da un lato un premio di maggioranza (sino al 60%) alla coalizione vincitrice, ed una soglia di ingresso del 5% (ma, si badi bene, non riferendosi alla coalizione, bensì alla singola formazione politica).
  • Nel cosiddetto “sistema spagnolo”, fondato su piccole circoscrizioni di 4-5 parlamentari ciascuna, verrebbe previsto un premio di maggioranza del 15%, ed una soglia di ingresso del 5%, che verrebbe ad aggiungersi a quella del 20% automaticamente determinata dal fatto che per ottenere un rappresentante in una circoscrizione, occorrerebbe ottenere almeno 1/5 dei voti in quella circoscrizione.
  • Infine, nella rivisitazione del Mattarellum, oltre a quelli determinati dai 475 collegi uninominali, i restanti 155 seggi, verrebbero attribuiti per i 3/5 (92 seggi) come premio di maggioranza, ed i residuali 63 seggi verrebbero lasciati come premio di consolazion a tutte le formazioni minori. Il che è come dire che una quota di elettorato pari probabilmente al 20-25% degli aventi diritto vedrebbe più che dimezzata la propria rappresentanza.

E’ evidente che, con tali proposte, ben pochi sarebbero in ogni caso i progressi rispetto al Porcellum.

La questione diventa ancor più grave, se si considera la questione lapalissiana che, quale che sia il sistema elettorale, chi non è candidato, non sarà mai eletto. E tutti questi sistemi sono tali da lasciare ancora un eccessivo spazio agli apparati di partito nello stabilire le candidature: ci ricordiamo, ai tempi del Mattarellum, i famigerati “tavoli” dei due poli, nei quali alcuni signori per ogni polo censivano i collegi in categorie di certezza, e li attribuivano stechiometricamente alle diverse forze politiche? E, ove si pensi al sistema “spagnolo”, chi e come stabilirà i 4-5 nomi per ogni circoscrizione?

Se il Porcellum era tale che circa l’80% dei futuri deputati era già eletto (cioè nominato) all’atto del deposito delle liste, nella migliore delle ipotesi, l’uno o l’altro di questi sistemi, farà scendere tale percentuale attorno al 50-60%. Il che, francamente, sembra ancora un po’ troppo.

E poi, non si riesce a capire per quale ragione, una volta che un premio di maggioranza abbia assicurata la cosiddetta governabilità, a questo debbano ulteriormente aggiungersi le soglie di sbarramento nei confronti delle formazioni minori. In effetti, l’esperienza dell’ultimo ventennio ha dimostrato che i premi di maggioranza non assicurano affatto la governabilità: non sono tanto i “nanetti” di Sartori a creare complicazioni, ma piuttosto l’inconsistenza politica di partiti-contenitore che, avendo per obbiettivo primario la propria perpetuazione, finiscono per l’essere di fatto incapaci di produrre effettivi indirizzi politici percepibili e misurabili dagli elettori. Viene meno così la capacità di guida politica di coalizioni che, a questo punto, sono tenute insieme, finchè dura, solo dal reciproco interesse. E quella di falciare i cespugli diventa così una necessità, non della governabilità, ma del perdurare di un sistema politico incapace di produrre classe dirigente, e capacissimo invece di produrre ed autoriprodurre caste di potere.

Che questa interpretazione sia più che fondata è dimostrato dalla legge elettorale per le Europee, con la quale, tra pochi mesi, andremo a votare.  Lanciata in primis dal PD, fu approvata frettolosamente a ridosso delle elezioni europee del 2009, dopo che le politiche del 2008 avevano prodotto, grazie al PD, la sconfitta del centrosinistra e la fuoriuscita dei socialisti e dell’intera sinistra dal Parlamento, ed invece assicurato la sopravvivenza di IdV.

Qui non era, e non è, in gioco alcuna questione di governabilità. Il principio della rappresentanza politica dei cittadini-elettori dovrebbe quindi valere in via assoluta, senza alcun correttivo dettato dalla necessità di assicurare maggioranze: gli eletti al Parlamento Europeo rappresentano i cittadini degli Stati-membri, le loro convinzioni, i loro interessi. Eppure, è stata fissata una soglia del 4% per accedere alla ripartizione dei seggi.

E’ come dire che chi non rappresenti 2,4 milioni di cittadini, o 1,5 milioni di elettori, non ha diritto a rappresentarli: come dire che un corpo di cittadini di dimensioni ben superiori a quelle di non pochi Paesi-membri non abbia il diritto di essere rappresentato, senza che ve ne sia alcuna plausibile motivazione, se non quella delle forze politiche maggiori di escludere la possibilità di sopravvivere delle formazioni minori. Come io scrissi a quei tempi, una volta falciati i cespugli con il Porcellum e con l’applicazione che il PD ne aveva fatto, occorreva un buon diserbo per impedire che questi potessero riaffiorare.

Ora, se è vero che non esiste un sistema elettorale perfetto, e che abbiamo democrazie ben più salde della nostra che operano con sistemi elettorali diversissimi, è anche vero che la tipologia del sistema elettorale non è l’unico aspetto a determinare i caratteri del sistema politico. Altrettanto importanti, a tal fine, sono le norme che codificano l’accesso all’elettorato passivo (presentazione liste e candidature, raccolta firme, etc.) e le modalità di svolgimento delle campagne elettorali (utilizzo, costo, e ripartizione, degli spazi di comunicazione). E, altrettanto importanti, come già si è detto, sono le condizioni in cui si svolge la vita interna dei partiti politici.

Quindi, il principio generale che la Corte Costituzionale ha affermato nelle motivazioni della sua recente sentenza, perché sia reso effettivo, deve essere valutato in termini politici e concreti, tenendo conto dell’intero quadro che regola la questione della selezione della rappresentanza, e quindi: legge elettorale, diritti di accesso all’elettorato passivo, vita interna dei partiti.

Nel nostro Paese, i partiti maggiori hanno eretto ad ulteriore difesa da eventuali nuovi intrusi un muro di norme sulla presentazione di candidature e liste sovente contraddittorie, e facilmente eludibili da chi disponga di apparati adeguati (vedi i casi della Regione Piemonte, della Lombardia, del Lazio), e la democrazia interna dei partiti è quella che tutti conosciamo.

In tali condizioni, è evidente quanto risulti difficile la candidatura, e difatto preclusa la candidatura in posizioni di eleggibilità a chi sia sgradito agli apparati, ed è evidente quanto risulti difficile per una ipotetica nuova formazione il presentarsi in tutte le circoscrizioni o in tutti i collegi.

Di conseguenza, quale che sia il sistema elettorale scelto, a meno che non si tratti di un proporzionale puro con preferenza, o che preveda al più il minimo indispensabile di premio di maggioranza, e senza alcuna soglia di sbarramento, le effettive possibilità di libera scelta e di diritto ad esser rappresentati per i cittadini risultano comunque fortemente limitate e compresse.

A ben vedere, il vizio dell’ingovernabilità, che è stato attribuito alla tanto vituperata legge elettorale della Prima Repubblica, è dipeso più dalle questioni interne al partito allora stabilmente di governo, che dalla presenza dei partiti minori, e men che mai dalla presenza di un forte partito di opposizione.

Su questi problemi, le forze politiche farebbero bene a domandarsi seriamente se non sia il caso di cominciare ad avviare una riflessione, anziché continuare a cercare la via demagogica di cercare di utilizzare la giusta indignazione dei cittadini per ridurre gli spazi di rappresentanza.

Ed i cittadini farebbero bene a non cadere nella trappola della falsa corrispondenza che si tende a propinar loro: quella che il ripristino dell’efficienza e la riduzione dei costi della politica richiedano la riduzione degli spazi di rapprentatività politica.

L’esercizio della democrazia ha un costo, e si fonda su procedimenti complessi che richiedono la compresenza di poteri in grado di bilanciarsi e, se necessario, di contrapporsi; ma tale costo, e tale complessità, in una democrazia che operi riuscendo a definire adeguatamente indirizzi politici ed economici, ed a selezionare una adeguata classe dirigente, risultano di gran lunga inferiori, dal punto di vista dell’interesse generale di un Paese, e non di quello di singole caste, a quelli di qualsiasi altro sistema.

Gim Cassano
Alleanza Lib Lab