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Ginevra Matiz

FIDUCIA AL SUD

cameraVia libera dell’Aula della Camera alla fiducia chiesta dal governo sul decreto legge sud con 318 sì. Il testo ora sarà all’esame dell’Assemblea per l’ok definitivo. I voti contrari sono stati 153. Un decreto che contiene misure di “profondo impatto sociale” come le Zes, su cui il Psi si è speso con determinazione. Oreste Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto alla Camera le ha definite essenziali e ha insistito sulla necessità di istituirle anche nei comuni colpiti dal sisma. “Il decreto sul Mezzogiorno – ha detto – contiene misure di profondo impatto sociale, tra loro diverse, ma che perseguono un unico obiettivo di carattere generale: creare le condizioni per la ripresa economica del Meridione”.

“Essenziali – ha proseguito il parlamentare socialista – le disposizioni per l’istituzione di Zone Economiche Speciali, così da agevolare sul piano fiscale gli imprenditori che investono in quei territori. Allo stesso tempo, però, dispiace che il Governo non abbia voluto istituire le stesse ZES nelle province colpite dai recenti terremoti. Lo abbiamo chiesto con forza, attraverso diverse iniziative parlamentari. Dispiace che l’Esecutivo non ci abbia voluto ascoltare, soprattutto per quei territori che ancora non riescono a ripartire”.

“Con la conversione definitiva oggi del secondo decreto-legge dedicato appositamente allo sviluppo delle regioni meridionali – ha detto Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento – il Governo conferma e mantiene un impegno preso personalmente dallo stesso Presidente del Consiglio sin dal suo insediamento”. Va ricordato che il Mezzogiorno nel 2016 ha fatto segnare tassi di crescita superiori a quelli delle regioni settentrionali. Resta però un divario “troppo ampio” e sono tutt’ora troppo deboli gli effetti sulla condizione sociale della popolazione. “Per questo – ha proseguito Anna Finocchiaro – accanto all’azione ad ampio raggio che il Governo sta realizzando per accelerare la crescita economica del Paese e sostenere chi è più in difficoltà, il provvedimento approvato oggi dalla Camera comprende ulteriori misure di sostegno all’imprenditorialità nelle aree del Sud Italia, a partire dall’istituzione delle Zone economiche speciali”.

Soddisfatto anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “il decreto sul Mezzogiorno assume una doppia valenza: concreta, perché sposta risorse non marginali verso le aree più penalizzate del paese, investendo nella imprenditoria giovanile, creando zone economiche speciali e semplificando un quadro normativo a favore delle imprese. La seconda valenza riguarda il significato politico dell’impegno di 3,4 miliardi per il Sud: è il riconoscimento della specificità del contesto meridionale, troppo spesso rimossa e dimenticata”.

“L’approvazione del decreto Mezzogiorno è un traguardo importantissimo, seppure da molti sottovalutato e svalutato”. È il commento della portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani, all’approvazione del Dl Sud. ” Tra le agevolazioni, il provvedimento introduce anche la misura ‘Resto al Sud’, rivolta ai giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni per incentivarli a costituire nuove imprese”- ha proseguito Pisani. “È fondamentale ridare speranza ai giovani mediante misure che supportino concretamente e che diventino motivo di incoraggiamento per la realizzazione delle idee e dei progetti- ha concluso – per lo sfruttamento delle potenzialità inespresse a supporto dell’economia del Paese”

Certo si poteva fare di più. Ma ogni investimento ha bisogno di risorse. Da Forza Italia si parla di un provvedimento che “non presenta alcuna proposta di sistema e nel quale è entrato tutto e il contrario di tutto, mentre i Cinque Stelle parlano di incentivi a pioggia che non sono sufficienti a “alleviare i problemi cronici del Mezzogiorno” e per sostenerlo vanno perfino a scomodare Luigi Einaudi.

Divisi i sindacati. La Cgil parla di “interventi molto parziali, rispetto alla complessità dei problemi economici e sociali del Mezzogiorno”. Per Gianna Fracassi, segretaria confederale della Cgil, “le misure di sostegno all’autoimprenditorialità contenute nel decreto, ancorché utili, non possono costituire una risposta esaustiva al dramma della disoccupazione dei giovani meridionali. Servirebbero, lo ripetiamo da tempo, investimenti pubblici volti anche alla creazione di lavoro, cioè un Piano straordinario per l’occupazione”. Ma la questione è sempre quella delle risorse con cui è necessario fare i conti.

Apprezzamento arriva invece da Confindustria Il provvedimento, si legge in una nota, “completa il quadro di interventi a sostegno della natalità imprenditoriale e del rilancio degli investimenti al Sud avviato nei mesi scorsi e si è arricchito, durante l’iter parlamentare, di ulteriori misure a sostegno della competitività, alcune, peraltro, di portata generale”.

SCHEDA

– ‘RESTO AL SUD’: misura rivolta ai giovani imprenditori, tra i 18 e i 35 anni residenti nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il finanziamento consiste per il 35 per cento in erogazioni a fondo perduto e per il 65 per cento in un prestito a tasso zero da rimborsare, complessivamente, in otto anni di cui i primi due di preammortamento. La misura è finanziata con 1,250 miliardi di euro per il 2014-2020.

– IPERAMMORTAMENTO: più tempo per realizzare gli investimenti che possono beneficiare dell’iper-ammortamento. Prorogato di due mesi, dal 31 luglio fino al 30 settembre 2018,il termine entro il quale vanno effettuati gli investimenti in nuovi beni strumentali ad alto contenuto tecnologico che accedono ai benefici fiscali. Nulla cambia per il superammortamento al 140% per i beni strumentali tradizionali.

– ZES: istituite le Zone economiche speciali con lo scopo di creare condizioni favorevoli che consentano lo sviluppo delle imprese già operanti e l’insediamento di nuove. Le imprese che effettuano investimenti all’interno delle Zes possono utilizzare il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali nuovi nel Mezzogiorno nel limite massimo, per ciascun progetto di investimento, di 50 milioni di euro. L’agevolazione e’ estesa fino al 31 dicembre 2020.

– SALVA-FLIXBUS: viene cancellata la norma che prevedeva lo stop dell’operatività in Italia degli autobus verdi-arancioni sul territorio nazionale. Si prevede inoltre l’istituzione di un tavolo di lavoro per individuare i principi e i criteri per il riordino dei servizi automobilistici interregionali di competenza statale.

– ILVA: la destinazione delle somme confiscate, a seguito del trasferimento dei complessi aziendali del Gruppo, al risanamento ambientale, deve avvenire attraverso la sottoscrizione di obbligazioni emesse da Ilva Spa in amministrazione straordinaria.

– MISURE PER ZONE TERREMOTATE: lo stato d’emergenza per le popolazioni terremotate è prorogato al 28 febbraio 2018 e alle amministrazioni impegnate nella ricostruzione sarà assegnata la somma di 100 milioni di euro a valere sulle risorse provenienti dal Fondo di solidarietà dell’Unione Europea per la rimozione delle macerie. Lo stesso provvedimento esonera dalla tassa di successione i soggetti proprietari di immobili demoliti o dichiarati inagibili a seguito degli eventi sismici che hanno interessato le regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria a partire dal 24 agosto 2016.

– GIOVANI AGRICOLTORI: estende la misura “Resto al Sud” ai giovani agricoltori del Mezzogiorno con uno stanziamento di 50 milioni di euro.

– XYLELLA: viene istituito un fondo con una dotazione di 200mila euro per la ricerca finalizzata al contrasto di alcuni insetti altamente dannosi per l’agricoltura.

– BANCA DELLE TERRE ABBANDONATE: la norma consente ai comuni delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia di dare in concessione o in affitto ai soggetti in età compresa tra i 18 e i 40 anni terreni e aree in stato di abbandono. Priorità viene assegnata ai progetti di riuso di immobili dismessi che escludano ulteriore consumo di suolo non edificato.

– INTEGRAZIONE SALARIALE: estesi gli interventi di integrazione salariale straordinaria, fino al limite di 12 mesi, alle imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa riconosciuta, in deroga ai limiti di durata generali stabiliti per questo tipo di intervento.

– PATTI PER LO SVILUPPO: una misura per semplificare e accelerare le procedure adottate per la realizzazione degli interventi previsti nell’ambito dei Patti per lo sviluppo: previsto un più agevole rimborso delle spese effettivamente sostenute, a valere sulle risorse Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020.

– PERSONALE TPL: nei bandi di gara sul trasporto pubblico locale è previsto il trasferimento senza soluzione di continuità di tutto il personale dipendente non dirigenziale dal gestore uscente al subentrante. Viene applicato in ogni caso al personale il contratto collettivo nazionale di settore e il contratto di secondo livello o territoriale applicato dal gestore uscente.

– POVERTÀ MINORILE: consente di attivare interventi rivolti a reti di scuole, in convenzione con enti locali, soggetti del terzo settore, strutture territoriali del Coni, delle Federazioni sportive nazionali per avviare nelle aree di esclusione sociale, interventi educativi biennali in favore dei minori, finalizzati al contrasto del rischio di fallimento formativo precoce, della povertà educativa, nonché per la prevenzione delle situazioni di fragilità nei confronti della capacità attrattiva della criminalità. Assegnato un contributo di 500 mila euro per gli anni 2017 -2018 agli istituti per sordomuti di Roma, Milano e Palermo.

– EDILIZIA GIUDIZIARIA: vengono stanziati 90 milioni di euro fino al 2025 per la progettazione, ristrutturazione, messa in sicurezza, ampliamento di strutture giudiziarie nelle regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

– PROVINCE: ancora soldi alle province e alle città metropolitane. Un emendamento del governo stanzia 100 milioni per lo svolgimento delle loro funzioni fondamentali. La ripartizione prevede 72 milioni alle province e 28 milioni alle città metropolitane.

Vitalizi: Pastorelli, si toccano principi inviolabili

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Con il voto di oggi la Camera ha approvato, in prima lettura, la pdl Richetti che abolisce i Vitalizi per gli ex parlamentari e fissa una nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali. I sì sono stati 348, i no 17, astenuti 28. A votare a favore sono stati Pd, M5S, Lega, Fdi e Scelta civica. Contrario Ap. Psi e Mdp si sono astenuti. Forza Italia non ha partecipato al voto. Un voto scontato. Ai voti del Pd si sono aggiunti quelli del Movimento 5 Stelle e della Lega. Al Senato, con i numeri spesso in bilico, la questione potrebbe essere diversa.

Ma dire vitalizi sì o vitalizi no, senza entrare nel merito della questione, è facile. Non si discute sul principio ma sulla sua applicazione. Il Psi si è astenuto. Il motivo nelle parole di Oreste Pastorelli che è intervento nel corso delle dichiarazioni di voto. “Noi socialisti – ha detto – non siamo per nulla a favore dei privilegi alla classe politica. Condividiamo pienamente la parte della legge che riguarda il trattamento pensionistico per gli attuali e i futuri parlamentari. Pensiamo che sia un passo importante, che anzi andava compiuto prima che si sollevasse l’ondata dell’antipolitica e non adesso per tentare di raccogliere voti inseguendo il malcontento”.

“Secondo noi però – ha proseguito Pastorelli – al testo manca la previsione di un contributo di solidarietà per chi gode di trattamenti alti non sostenuti da adeguati versamenti. Così come sarebbe necessario un tavolo Governo-Regioni per riequilibrare i vitalizi regionali, troppo differenti tra loro. L’autonomia delle regioni sulla questione, infatti, non impedisce a Governo e Parlamento di esprimere un orientamento. Lo stesso ministero dell’Economia ha espresso i propri dubbi sul testo, precisando come non siano disponibili dei dati necessari alla elaborazione di una relazione tecnica sul provvedimento. Senza contare che la legge andrebbe ad influire su requisiti giù maturati modificando così diritti acquisiti e dunque inviolabili. Quindi, pur essendo convinti della necessità delle modifiche da attuare nel settore previdenziale dei parlamentari, il Psi si astiene”.

LA SCHEDA

A cancellare i vitalizi fu il governo Monti, subentrato al governo Berlusconi il 16 novembre 2011, appoggiato dai partiti di centrodestra e di centrosinistra. In particolare fu il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che il 29 novembre si riunì a tale scopo con i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, a spingere la decisione dei rispettivi uffici di presidenza con cui vennero poi aboliti i vitalizi. Stava infatti per essere varata la riforma sulle pensioni Fornero e, come ricostruito dall’allora deputato Pdl Giuliano Cazzola, il ministro “chiese che i deputati e i senatori mandassero un chiaro segnale nella medesima direzione della riforma che prese il suo nome. L’azione del ministro si era inserita, tuttavia, nel contesto di processi gia’ in corso, anticipandone le scadenze”. Le due Camere avevano infatti già espresso autonomamente l’intenzione di procedere in quella direzione.

Prima dell’intervento della Fornero, tuttavia, non si era giunti a un risultato definitivo. Oltretutto la riforma – anche nella versione uscita dal Senato il 24 novembre – avrebbe iniziato ad avere effetto solo dalla legislatura successiva, per non intaccare i “diritti acquisiti” dei parlamentari in carica.

Si decise invece di anticipare l’entrata in vigore al primo gennaio 2012, anche se non con effetto retroattivo (non si toccavano cioè i vitalizi già maturati dagli ex senatori e deputati) per evitare rischi di incostituzionalità. Il provvedimento fu votato dagli uffici di presidenza di Camera e Senato il 14 dicembre. La nuova disciplina prevedeva il passaggio da vitalizio a pensione, per i parlamentari, calcolata col metodo contributivo – quello che in base alla riforma Fornero vale per tutti gli italiani – e che scatta solo se viene completata un’intera legislatura a 65 anni (a 60 se le legislature sono due o più).

Il ddl Richetti

Il disegno di legge Richetti appena approvato dalla Camera che poi dovrà andare al Senato imporrebbe il ricalcolo col metodo contributivo per i vitalizi maturati in passato, che ad oggi non risentono della riforma del 2012. Si tratta di misure che – secondo le stime del presidente dell’Inps, Tito Boeri – riguardano 2600 ex parlamentari per una cifra che nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro, senza considerare gli incarichi al parlamento europeo e ai consigli regionali. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del provvedimento, col deputato pentastellato Danilo Toninelli che afferma: “Si scrive Richetti ma si legge Lombardi”, dal nome della deputata grillina che aveva avanzato una proposta simile per il superamento dei vitalizi. La proposta di legge in discussione vede come primo firmatario Matteo Richetti, deputato Pd. È tuttavia vero che nel testo in discussione siano confluite anche altre proposte di legge, tra cui quella del M5S a prima firma Lombardi. Ma sono state unificate anche le proposte di legge di Lega Nord, Scelta Civica, Sel, e di singoli deputati.

I dubbi di costituzionalità

I dubbi di costituzionalità affondano le proprie radici nel seguente problema: si vara una nuova disciplina per delle situazioni già concluse nel passato, dei “diritti acquisiti”. Non sarebbe costituzionalmente legittimo, in particolare, ricalcolare delle prestazioni che per anni sono state erogate col metodo retributivo – e a tutt’oggi ancora lo sono – con il metodo contributivo. A maggior ragione se i destinatari sono una particolare categoria e non la generalità dei pensionati. C’è chi sostiene infatti che seguendo il precedente che seguirà a questo provvedimento tutte le pensioni potranno essere ricalcolate sulla base del sistema contributivo, che è molto ma molto meno vantaggioso del retributivo.

Anche dopo la riforma Fornero, infatti, per la grande maggioranza dei pensionati italiani è rimasto in vigore il calcolo retributivo. Quello contributivo riguarda solo i lavoratori andati in pensione successivamente. Compromettere questo principio dei “diritti acquisiti” per una sola categoria potrebbe risultare incostituzionale.

CONFRONTO APERTO

bandiera rossaErano già nell’aria. Chieste da più parti. Le pressioni insomma non erano mancate. E puntuali sono arrivate. Il ministro agli affari regionali Costa le ha infatti comunicate al presidente del consiglio Paolo Gentiloni. “Ho manifestato nei giorni scorsi – scrive Costa – la convinzione che sia il momento di lavorare ad un programma politico di ampio respiro che riunisca quelle forze liberali che per decenni hanno incarnato aspirazioni, ideali, valori, interessi di milioni di italiani che hanno sempre respinto soluzioni estremistiche e demagogiche”. Leggi Forza Italia. Costa aveva infatti apprezzato le parole con cui Berlusconi nei giorni scorsi si era riproposto come leader del centrodestra e ne aveva sposato il progetto. “Non posso far finta di non vedere – scrive ancora Costa – la schiera di coloro che scorgono un conflitto tra il mio ruolo ed il mio pensiero. E siccome non voglio creare problemi al Governo rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”. Al primo ministro Gentiloni non è rimasto che ringraziare Costa per il contributo dato all’esecutivo e assumere l’interim degli Affari regionali.

A ritenere che le dimissioni siano tardive è il leader di Ap Afano. “Credevo lo facesse già un paio di giorni fa” afferma. “Lo diciamo da tempo: noi vogliamo costruire un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra”. Noi, aggiunge, “abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa, faccia scelte diverse, ma noi andiamo avanti per la nostra strada senza metterci in fila da nessuna parte” conclude Alfano che guardando al futuro ha definito finita la stagione della sua alleanza con il Pd.

Intanto nelle dinamiche del centrosinistra la situazione resta molto fluida. Giuliano Pisapia continua a tessere la tela per lanciare la costruzione di un’area di centrosinistra. Anche se solo qualce giorno fa ha annunciato che non sarà candidato ma che farà solo il manovratore. Una tela che oggi soprattutto con la minoranza Pd. Ma c’è chi tra i democratici interpreta le manovre dell’ex sindaco di Milano come un tentativo di ‘Opa’ nei confronti del partito di Renzi. “Ma noi – spiega Rosato – valutiamo positivamente gli incontri di Pisapia con nostri esponenti”. Per il momento Cuperlo e Orlando non si muovono dal partito del Nazareno. Il tentativo è quello di influenzare la strategia dem e, sulla legge elettorale, di portare a settembre il segretario sulle posizioni di un premio alla coalizione, ma – spiega un esponente della minoranza – se i congressi provinciali di ottobre dovessero risultare come la caccia al non renziano si prenderanno le decisioni conseguenti.

Pisapia ai cuperliani e agli orlandiani ha riferito che si sta lavorando ad un progetto alternativo a quello del segretario del Nazareno. Un campo largo che si contrapponga al centrodestra. Lo stesso ragionamento illustrato anche agli ex Pd. Ma Pisapia ha messo dei ‘paletti’ chiari, viene riferito. C’è dialettica sul tema del governo: per l’avvocato milanese occorre tentare fino all’ultimo di dialogare con l’esecutivo, non bisogna procedere a strappi o ad accelerazioni. Anche sulla legge di bilancio. Non ci possiamo prendere la responsabilità di far cadere il governo, la riflessione.

Una iniziativa, quella di Pisapia, a cui guarda con attenzione anche il Psi. Lo afferma in una nota Gian Franco Schietroma, coordinatore politico del Psi, rispondendo a una dichiarazione di Bobo Craxi che affermava, in una dichiarazione, che il 27 luglio “inizierà un percorso di dialogo e di convergenza con i Democratici e socialisti, al fine di promuovere un terreno d’intesa più largo”, riferendosi al “nuovo soggetto politico che sta nascendo nel centrosinistra”.

“A Bobo Craxi – continua Schietroma – che ormai agisce autonomamente al di fuori del partito, dico che il Psi guarda con attenzione, da molti mesi, al generoso sforzo di Giuliano Pisapia di unire il centrosinistra”. “Il Psi, con proprie delegazioni – prosegue nella nota Schietroma – è stato presente ad entrambe le manifestazioni organizzate da Pisapia a Roma, l’11 marzo al Teatro Brancaccio ed il 1° luglio a Piazza Santi Apostoli. Il Psi continuerà a confrontarsi con Giuliano Pisapia, nella convinzione che egli sta lavorando seriamente per unire, pur nelle evidenti difficoltà che gli vengono a partire proprio dal suo stesso campo. A Craxi, che ormai si muove come un tutt’uno con MDP, voglio però ricordare che le tradizioni socialista ed ex comunista sono profondamente differenti” ha concluso Schietroma.

MAGGIORANZA TRASVERSALE

ius soli“Al Senato c’è una maggioranza trasversale tra i presidenti dei gruppi parlamentari per calendarizzare ora per settembre la discussione dello ius soli”. Lo ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini aggiungendo che “i socialisti suggeriscono di collegarla a tre misure da assumere contestualmente con apposite risoluzioni: chiunque risiede in Italia giuri sulla Costituzione; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici”. Una proposta, quella socialista, che arriva nel mezzo di un dibattito aspro sull’immigrazione e dopo che il governo, per paura di qualche incidente parlamentare, ha deciso di allentare la tensione sull’argomento. Tema che rimane però all’ordine del giorno per la sua importanza. A parlarne oggi Laura Boldrini, presidente della Camera durante la cerimonia del Ventaglio. Appuntamento fisso a Montecitorio con i giornalisti della stampa parlamentare. “La cittadinanza – afferma Boldrini – è lo strumento principe dell’integrazione. Se non c’è, non c’è integrazione. L’integrazione è uno strumento di sicurezza, senza alimentiamo rabbia, risentimento, senso di frustrazione. Mi auguro che il provvedimento” sullo Ius soli “sia approvato entro la fine della legislatura. Perché è giusto, e rimandarlo sarebbe un torto”.

Per la presidente della Camera rimangono “imprescindibili” le politiche di integrazione, senza le quali si “arriva al conflitto sociale”. Lo Stato, ha sottolineato, “deve indicare un percorso a tappe. Noi chiediamo ai migranti che imparino l’italiano, che imparino i principi della Costituzione, giusto, ma stiamo proponendoglielo questo percorso di diritti e di doveri? Esiste questo percorso? Non può essere un atto spontaneo, non c’è bacchetta magica per l’integrazione”.

Pessimista Arturo Scotto, parlamentare di Mdp, per il quale “Paolo Gentiloni ha deciso di costruire insieme al Pd una scelta sbagliata, perché sacrificare i diritti rispetto all’opportunità politica è sempre un errore”. “Se Renzi, Salvini e Grillo – aggiunge Scotto – hanno deciso di affossare una scelta di civiltà lo devono dire agli italiani, perché a ottobre questa legge non tornerà perché ci saranno altre incombenze e quindi lo Ius soli finirà in un binario morto”. Poi Scotto apre a una discussione immediata: “Noi siamo convinti che lo Ius doli – dice – si possa votare in qualsiasi momento. Se c’è un ingorgo al senato tra il Dl Mezzogiorno, il Dl vaccini e altre questioni che sono occorse nelle ultime settimane, il senato può lavorare anche a Ferragosto, per votare una legge del genere”.

Sulla stessa posizione il segretario Nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni che ai microfoni del Tg3 afferma: “Il rinvio a settembre dello Ius Soli è inaccettabile. Si affossa una legge giusta attesa da migliaia di bambini che sono nati in Italia, che vivono nel nostro Paese accanto ai nostri figli, che studiano nelle nostre scuole”. Ma poi apre: “È per questo che dico a Gentiloni e al suo governo che noi in questi anni siamo stati sempre opposizione, non abbiamo mai appoggiato questo governo votando la fiducia. Siamo pronti al Senato una fiducia ‘di scopo’, per uno scopo giusto e nobile: riuscire ad approvare una legge di civiltà”. Una proposta che secondo la senatrice Pd Monica Cirinnà, va valutata. “È un’ottima offerta che dobbiamo prontamente valutare e, a mio umile parere, accogliere. Fui io stessa, nelle ore più drammatiche prima del voto di fiducia sulle unioni civili, a chiedere a quella parte politica un voto di scopo ed è positivo che oggi ci sia un cambio di rotta. Sui diritti umani e civili il superamento di tutte le barriere è una scelta giusta e che va anche ricercata”.

Dal partito democratico anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato afferma che “quando si parla di diritti non si può fare tutto con i sondaggi davanti, per calcolo elettorale non avremmo dovuto fare nemmeno le unioni civili”. E continua con una stoccata al ministro degli esteri e leader di Ap: “Oggi Alfano sente profumo di elezioni: mamma destra richiama e anche le battaglie sui diritti che dovrebbero sposare con la comunità cattolica cui dicono di essere vicini le hanno dimenticate per seguire le sirene di Salvini, che sono più appaganti nell’immediato”.

A Bari i 125 anni di storia socialista

camera conferenza stampa tagliata“A ben guardare siamo l’unica forza politica che nasce più o meno nei giorni in cui nasce l’unità d’Italia. A Bari presenteremo una storia degli anni che vanno dall’800 a oggi. Tutte le leggi e tutte le battaglie civili che hanno reso l’Italia più libera portano la firma, nelle piazze e nei Parlamenti, delle tante anime del socialismo italiano. A cominciare dalle otto ore di lavoro, alle prime proposte sul divorzio fino alle prime misure prese in età giolittiana per garantire uno stato sociale. La prima legislatura che protegge i minori porta la firma dei parlamentari socialisti nel primo novecento”. Sono le parole con cui Riccardo Nencini ha aperto la conferenza stampa di presentazione della due giorni di Bari che si aprirà giovedì prossimo in cui i socialisti celebreranno i 125 anni di storia del socialismo italiano. “Non siamo nati ieri. Siamo l’unico partito che rappresenta per intero la storia d’Italia, la storia di un popolo”. Ha detto ancora il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, hanno partecipato parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali  Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini. Storici, rappresentanti del PSE, presidenti di fondazioni e associazioni, Claudio Martelli, Ugo Intini assieme ai tanti amministratori locali ed ai sindaci socialisti saranno impegnati in una due giorni dedicata al riformismo italiano. Ma non sarà appuntamento per parlare del passato. Anzi. Sarà un momento profondo di riflessione sul futuro e l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. “Nelle radici la bussola per interpretare il futuro – ha sottolineato ancora Nencini – un’altra Europa con una politica fiscale comune ed Eurobond a sostegno dello sviluppo; ius soli ma giuramento di fedeltà alla Costituzione per i migranti che vivono in Italia; incentivi fiscali per le imprese che assumono; valorizzazione del Made in Italy. I socialisti lanceranno dalla Puglia il loro programma: elezioni a scadenza naturale, legge elettorale maggioritaria, un tavolo di tutti i riformisti che si impegni in un Patto con gli Italiani”.

Si parlerà della storia fino ai nostri giorni: “Nel secondo ‘900 la storia è più nota. A cominciare dal voto alle donne fino alle grandi riforme del primo centro sinistra fino a fatti che ormai appartengono alla storia quotidiana che risalgono al governo Craxi dal 1983 al 1987”. Una storia, sottolinea Nencini, fatta di “luci e di ombre” ma anche di grandi sconfitte. E però tutte le grandi innovazioni del ‘900 italiano passano decisamente per quella storia.

Nencini continua parlando del domani. Di quello che i socialisti proporranno all’indomani delle Primarie delle idee che ha raccolto circa 55 mila contributi. L’esito per Nencini è stato “non sorprendente, ma un esito che fa riflettere”. E spiega: “Quando leggo che ci si stupisce ancora di come il centrodestra vinca in città come Genova o Sesto San Giovanni, l’unica sorpresa è la sorpresa”. Non esistono più, spiega Nencini – zone rosse franche. “Anzi è l’esatto contrario. Ha cominciato l’Emilia Romagna parecchi anni fa. La Toscana è stata già ampiamente bucherellata”. “Se ci presentiamo ai cittadini con parole d’ordine ormai superate che non affrontano i temi caldi di questo secolo, non c’è più una zona franca che possa garantire elettoralmente il predominio”.

Il tema della sicurezza, della paura e della fragilità sociale per Nencini sono “temi propri ormai di fasce trasversali della popolazione”. Nencini spiega che con Bari i socialisti provano a “scrivere una sorta di bussola, figlia delle primarie delle idee, che consegniamo alla sinistra riformista. Una bussola fatta di pochi punti: Europa, lavoro, le nostre paure e le nostre insicurezze”.

“Difendiamo fino alla fine la norma dello Ius Soli, ma difendiamo anche la norma del giuramento alla Costituzione italiana” dice Nencin perché “serve un percorso di piena integrazione che permetta di vivere secondo i diritti e i doveri base del nostro Stato. Lo Ius Soli non può essere separato da questo”. In conclusione della conferenza stampa Nencini sottolinea tre questioni: “Si vota nel 2018. Quindi nessuna apertura a chi volesse pensare di anticipare questo termine. Secondo: il nostro auspicio per la legge elettorale è una soluzione non dissimile dal Rosatellum, che aveva un impianto maggioritario con quota proporzionale, immagino che oggi una maggioranza sia possibile anche al Senato”. “Terzo, non pensiamo ad una riedizione dell’Unione, che va da rifondazione a tutto il mondo riformista”. Ma l’alternativa all’Unione non è il nulla, è la saldatura tra pariti, tra forze riformiste, e nel centrosinistra ne sono rimaste veramente poche, e da quelle iniziare a costruire un programma e da lì un patto con gli italiani”.

Un passaggio sul centrodestra: “Ove si presenta unito, vince pressoché ovunque. È una novità rilevantissima. Fino ai giorni precedenti le elezioni questo aspetto era stato sottovalutato da tutti.

E sul centrosinistra aggiunge: “L’altro fattore, ed è l’altra novità, è che il centrosinistra si è presentato nei 4/5 dei comuni (con più di 15000 abitanti ndr), su un asse Pd – Psi, terzo ingrediente liste civiche. Non si trovano liste che fanno riferimento a Pisapia e si trova poco rappresentato il neo partito di Bersani, Articolo 1. È la conferma che non c’è bisogno di rifare l’Unione, anzi sarebbe un errore, ma tenere assieme le forze che si richiamano al socialismo europeo, aperte al mondo dei radicali, aperte alle liste civiche democratiche, continuiamo a pensare che quella sia la strada maestra da seguire. C’è tempo per costruire questo scenario, però prima lo mettiamo in piedi e meglio è”.

RICUCIRE

risikoIl centrodestra si impone in 16 comuni (Alessandria, Asti, Frosinone, Rieti, Como, Gorizia, La Spezia, Lodi, Genova, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Verona, Catanzaro, l’Aquila), il centrosinistra in 6 (Padova, Belluno, Lecce, Lucca, Taranto, Cuneo); Federico Pizzarotti, ex M5S e ora con una lista civica, si conferma sindaco di Parma. Leoluco Orlando, “civico” di centrosinistra, resta primo cittadino di Palermo, mentre Trapani (dove non è raggiunto il quorum) dovrà tornare alle urne. Questo è il quadro. Una fotografia che ribalta i colori dei municipi in cui si è votato: le amministrazioni uscenti erano in 15 casi targate centrosinistra, mentre il centrodestra governava in sole 5 città. Padova e Lodi erano commissariate; Parma era guidata da Pizzarotti (ex M5S) e a Verona il primo cittadino era l’ex leghista Flavio Tosi. Inutile girarci attorno. La caduta di alcune rocca roccaforti “rosse” come Genova e Pistoia, dove il centrodestra non aveva mai vinto è uno schiaffo sonoro. A Matteo Renzi toccherà riannodare i fili e di mettere in discussione l’idea di un Pd egemone ed autosufficiente.

“Vediamo se c’è ancora qualcuno che inneggia al partito a vocazione maggioritaria e rifiuta le alleanze. Toscana in testa. E speriamo che bastino ago e filo” ha commentato su Facebook il segretario del Psi Riccardo Nencini.

“Per trovare un voto altrettanto negativo per il centro sinistra – ha poi aggiunto in una nota il segretario del Psi commentando i risultati delle elezioni amministrative – bisogna risalire alle regionali del 2000. Alle politiche dell’anno successivo, Berlusconi trionfò. La vera novità del voto – ma è una novità? – non è nelle regioni rosse che non ci sono più e non è nemmeno nella scarsissima partecipazione”. “La novità, se c’è, è nella competitività del centro destra unito e, benché Orfini non lo reputi un fatto decisivo, nell’isolamento del suo partito e nella litigiosità locale del Pd. Una litigiosità che ha reso le sfide locali un autentico inferno per molti candidati. C’è una sola strada da imboccare: mettere insieme l’intera area riformista e farlo presto. E chi ha in testa duelli personali si dedichi al Risiko. Un bel gioco”.

“Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito” è il fendente lanciato da Andrea Orlando della minoranza del Pd, mentre Renzi dà la sua lettura: “Sono risultati a macchia di leopardo. Non è un test politico”. In una tornata elettorale che registra un’alta disaffezione dell’elettorato (affluenza al 46%, tredici punti in meno rispetto al primo turno) a fare rumore è, innanzitutto, l’imporsi di quell’alleanza Fi-Lega-Fdi che, fino a qualche giorno fa, vedeva proprio in Matteo Salvini e Silvio Berlusconi tra i più scettici. Eppure, laddove si presenta unito, il centrodestra vince, espugnando Genova con Marco Bucci e conquistando roccaforti rosse come La Spezia e Pistoia. Tanto che Berlusconi non ha tardato a lanciare la sua opa: “Da questi risultati il centro-destra può partire in vista della sfida decisiva per tornare a guidare il paese, sulla base di un programma condiviso, che in larga parte già abbiamo, e di una coalizione fra forze politiche diverse, caratterizzata da un chiaro profilo liberale, moderato”. Ma il termine moderato alla Meloni proprio non piace.

Il M5S dopo il “disastro” del primo turno, si consola strappando Carrara al centrosinistra (la prima volta dopo 70 anni di governo) e avanzando nel Lazio, dove vince a Ardea e Guidonia.

La vera sconfitta è la partecipazione. Il temuto crollo dell’affluenza ai ballottaggi c’è stato: nei comuni chiamati ad eleggere il sindaco è andato a votare meno del 50% degli aventi diritto, esattamente il 46,03%, un dato che tocca i livelli storici minimi e che è particolarmente insolito, perché l’elezione del primo cittadino in Italia è sempre stata molto sentita. Davvero un brutto segnale

Orlando: Non rassegnarsi alle larghe intese

Orlando_AndreaClima teso nel Pd. Il Congresso si è concluso da poco con la riconferma di Matteo Renzi alla segretaria. Ma le tensioni interne tipiche di un periodo di confronto sono ancora palpabili. L’occasione è la partecipazione di Andrea Orlando, avversario di Renzi alle primarie Pd, e altri esponenti della minoranza del Partito democratico alla manifestazione organizzata da Giuliano Pisapia in piazza Santi Apostoli a Roma. L’iniziativa, infatti, si sovrappone a quella del Partito Democratico, con il forum dei Circoli previsto per il 30 giugno e il primo luglio. “Ognuno è libero di fare quello che vuole. Io vado all’assemblea dei segretari di circolo Pd, anche perché abbiamo una legge elettorale che non prevede le coalizioni e reputo più utile discutere con segretari di circolo più che con altre forze politiche, se si vuole rafforzare il Pd” dice il presidente del Pd Matteo Orfini che continua: “Sulle alleanze considerata la legge elettorale esistente, la discussione attuale rischia di essere solo accademica”.

Il punto è proprio qui. La visione strategica. Quella di Orlando mira a coinvolgere il centrosinistra in modo più ampio. Mentre per Orfini il Pd il premio di maggioranza alla lista sembra un dato acquisto e immutabile. La risposta di Orlando non si è fatta attendere: “Sono lieto che Matteo Orfini si sia ricordato che esistono i circoli del Pd che, come è noto, sono stati investiti nelle settimane scorse di una discussione ampia e approfondita sulla legge elettorale. Io comunque sarò all’Assemblea dei circoli, non sono rassegnato a questa legge elettorale e ricordo che le coalizioni esistono sia nei Comuni che nelle Regioni, pertanto, ignorare gli alleati non è segno di lungimiranza”. E le recenti elezioni amministrative hanno infatti dimostrato che il centro sinistra è in grado di vincere solo quando si presenta unito. E Andrea Orlando intervistato dall’Huffington post – propone “un momento di confronto sul programma attraverso la convocazione di un tavolo programmatico e anche un metodo per la scelta della leadership. Anche una consultazione. Ma è importate prima la costruzione di un nuovo centrosinistra largo e plurale. Immagino una convenzione di tutte le forze che si riconoscono nel progetto”. Orlando sarà in piazza da Pisapia e spiga: “È giusto unire tutte le forze” e “rivedere la legge elettorale” per “non rassegnarsi alle larghe intese”.

A Orlando risponde anche Lorenzo Guerini, coordinatore del Pd: “Vorrei ricordare che abbiamo appena tenuto un congresso che non è stato né frettoloso né una conta ma un momento di confronto e discussione politica importante e una significativa prova di democrazia e partecipazione. Con una legittimazione chiarissima del segretario che abbiamo rieletto. Non vorrei che appena celebrato si fingesse di scordarselo”.

Consip. Buemi: “Le future nomine siano più oculate”

consip

“È necessario che le future nomine della Consip siano più oculate. Noi in quest’aula non facciamo le inchieste giudiziarie, ma queste deve farle la magistratura nel rispetto di chiunque, anche di quei magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria la cui coerenza delle azioni deve essere sicuramente giudicate”. Lo ha detto il senatore del Psi Enrico Buemi, nella discussione delle mozioni sul caso Consip al Senato. La votazione si è conclusa con l’approvazione della mozione di maggioranza. Al testo Pd- Ap- Autonomie i sì sono stati 185, i no 76 e 5 gli astenuti. Non è passata la mozione di Mdp che in premessa chiedeva al Governo di valutare il ritiro delle deleghe al ministro per lo sport, Luca Lotti. I no sono stati 152 mentre i sì sono stati sessantanove. È stato approvato il dispositivo della mozione presentata da Idea con 244 sì, 17 no e 11 gli astenuti.

Un esito che il capogruppo del Pd Zanda ha definito scontato scontato. “È andata come doveva andare. C’è stata una discussione per certi versi anche inutile, superata visto che il Cda di fatto era già decaduto. Alla fine i gruppi si sono ritrovati su una richiesta specifica”.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva deciso per il non rinvio sulle mozioni del “caso Consip”. La richiesta di un posticipo era invece arrivata dal capogruppo Pd, Luigi Zanda, dopo la lettera del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che annunciava le dimissioni dell’intero Cda. Le opposizioni contro il ministro Luca Lotti, tre mesi dopo la mozione di sfiducia.

“Il 17 giugno sono state presentate le dimissioni da parte di due consiglieri e con le dimissioni della maggioranza dei consiglieri si intende dimissionario l’intero Cda”, ha scritto Padoan. “Le mozioni, alla luce della comunicazione di Padoan, hanno raggiunto i loro effetti. Il Consiglio è decaduto. Sarebbe quindi più utile tenere il dibattito dopo il 27, data della riunione dell’assemblea Consip, dopo la nomina dei nuovi vertici”, ha proposto il capogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda.

Le opposizioni però si sono da subito opposte. “Non vedo le ragioni per cui non votare le mozioni in esame. Anzi, credo che le decisioni che potrà prendere il Parlamento, in modo sereno, potranno essere un utile contributo all’assemblea totalitaria della Consip del 27”, ha risposto il capogruppo di Forza Italia in Senato, Paolo Romani. “Le mozioni restano, si discutono e si votano”, ha aggiunto Carlo Martelli (M5s).

Legge elettorale, dalla fretta all’immobilismo

Italicum, al via l'esame in commissione alla CameraPer ora tutto rinviato a dopo i ballottaggi. La legge elettorale è stata messa in freezer ed è difficile che venga ripresa a breve. In soli pochi giorni si è passati dalla fretta eccessiva alla calma assoluta. L’ufficio di presidenza della Commissione Affari costituzionali, che deve decidere come e se riprendere l’esame della legge elettorale, ha infatti rinviato la propria seduta alla settimana dal 20 al 25 giugno, in attesa di una decisione in merito da parte della Conferenza dei capigruppo.

Alla riunione erano assenti tanto M5S che la Lega. Forza Italia, con Francesco Paolo Sisto, ha chiesto una “pausa di riflessione” fino a dopo i ballottaggi delle amministrative, cioè il 25 giugno. Di contro i partiti centristi che la scorsa settimana si sono impegnati contro la legge elettorale, oggi hanno chiesto di portarla avanti, con Domenico Menorello (Ci) e Gian Luigi Gigli (Des-Cd). Per il Pd Emanuele Fiano ha chiesto di attendere le deliberazioni della Conferenza dei capigruppo che decide quando il testo andrà in Aula. Alfredo D’Attorre (Mdp), pur d’accordo su una breve pausa di riflessione, ha osservato che se il testo non va in aula entro fine luglio, difficilmente esso verrà approvato ai primi di agosto per poterlo inviare al Senato.

Il presidente della Commissione Andrea Mazziotti ha quindi deciso di sospendere l’ufficio di presidenza e riprenderlo nella settimana tra il 20 e il 25, dopo che la Conferenza dei capigruppo avrà deciso se e come portarlo in Aula. “Forza Italia – riferisce Mazziotti – ha chiesto una pausa di riflessione fino a dopo i ballottaggi. M5S e Lega non erano presenti, mentre Mdp ha convenuto sulla pausa di riflessione ma ha posto il tema della necessità di avere l’approvazione in prima lettura entro agosto, prima della pausa estiva”. Infine, “anche le forze centriste hanno detto sì alla pausa di riflessione ma sottolineando la necessità di tentare di riavviare il lavoro sulla legge elettorale”. “Il mio punto di vista – conclude il presidente della commissione – è che la pausa ha senso perché non ci sono le condizioni per lavorare in commissione, ma è chiaro che se i gruppi vogliono davvero procedere devono sollecitare la capigruppo a calendarizzare la legge elettorale per l’Aula a luglio. Una cosa che faranno, hanno annunciato, Mdp e le forze centriste”.

L’impressione dei vari gruppi, tuttavia, è che al momento non ci sono né le condizioni né la volontà delle forze maggiori – leggasi Pd e M5, con qualche distinguo da parte di FI – di riaprire la partita sulla legge elettorale. Discorso diverso per i partiti minori, che preferirebbero evitare un ritorno al voto con il Consultellum al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Matteo Renzi in una intervista a Repubblica tv afferma che “il voto subito lo chiedevano Lega e M5s. Non solo io non l’ho mai chiesto, ma ho sempre detto che la data delle elezioni sarebbe stata oggetto di una discussione con il presidente del Consiglio Gentiloni e poi prerogativa del presidente della Repubblica. Il tema della data delle elezioni non è quello che ha fatto rompere il patto sulla legge elettorale. Il patto l’ha rotto Grillo” dice ancora Renzi che aggiunge: “Siamo tutti molto tranquilli sul fatto che si vota a scadenza naturale. Su questo non c’è più discussione”. E poi esclude un’altra iniziativa del Pd. Di legge elettorale ha parlato anche il leader di Ap, Angelino Alfano: “La priorità è l’economia e una legge di bilancio che investa su famiglie e imprese e che abbatta il debito pubblico, temi sui quali presenteremo le nostre proposte nei prossimi giorni”. “La legge elettorale viene dopo l’economia. Abbiamo due leggi, per Camera e Senato, che sono legali e applicabili. Noi non abbiamo i numeri in Parlamento per riaprire il confronto, se qualcuno vorrà avanzare delle proposte le valuteremo”.

Legge elettorale. Renzi, noi disponibili a ragionare

Palazzo-MontecitorioUna nuova legge elettorale serve. E questo è il punto da cui non si può prescindere. Il tentativo di arrivare a un accordo largo è fallito. I Cinque Stelle hanno dimostrato ancora una volta la loro inaffidabilità e incapacità di ragionare oltre il proprio steccato. Si ripone nel cassetto la smania di elezioni subito con la consapevolezza che ora non si può più fallire. “Noi siamo al lavoro per dare agli italiani solidità e tranquillità. Gli altri adesso riflettano su quello che hanno combinato. Noi non faremo falli di reazione. C’è una legge elettorale, se qualcuno la vuol cambiare, ci troverà disponibili a ragionare. Troverà il nostro amato e pazientissimo capogruppo in Commissione Lele Fiano, totalmente a disposizione per ragionare di tutto”. Comunque, ”a inseguire le scie chimiche forse si prende qualche like, ma non si governa il Paese. Gli italiani sapranno distinguere coloro che vengono meno agli accordi con i propri elettori e gli altri partiti” commenta il segretario del Pd Matteo Renzi che aggiunge: “Se ci sono le condizioni per fare tutti insieme una bella legge elettorale, con Forza Italia e 5stelle, se le persone tornano a buon senso e ragionevolezza, lo vedremo nei prossimi giorni. Non sono particolarmente ottimista”. “Una legge elettorale c’è già, se qualcuno la vuol cambiare ci troverà a disposizione”.

Il senatore del PD Sergio Lo Giudice tenta di mettere alcuni elementi per la legge elettorale: “Puntare su un mix di maggioritario e proporzionale, rimarcando però il profilo maggioritario della legge, approvare le leggi in dirittura d’arrivo per mettere a fuoco il profilo del PD, ricostruire il centrosinistra”. E aggiunge: “Ricostruire un centrosinistra ampio per ricucire un rapporto con il popolo del centrosinistra che ha subito troppe lacerazioni, a partire dal progetto di campo progressista di Giuliano Pisapia ma senza veti preventivi verso nessuno. Le nostre proposte per una nuova legge elettorale – conclude – non potranno ignorare questo approdo, necessario per sfuggire all’ingovernabilità o alle larghe intese, offrire agli italiani una speranza di cambiamento e ricostruire così la fiducia nella forza della politica di essere motore di cambiamento e di giustizia”. Restano però ancora un mistero le intenzioni di Giuliano Pisapia “La cosa mi colpisce – dice il leader di Campo Progressista a Rainews24 riferendosi a Renzi – io sono per massimo dell’unità ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra in discontinuità e soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri che presupponeva coalizioni diverse. Bisogna ragionarci, ma partendo dalla considerazione che un’alleanza con il centro destra è un’alleanza perdente”.

Per i 5 Stelle ovviamente la colpa del fallimento della trattiva è tutta del Pd. “Quello che è successo ieri alla Camera è vergognoso – afferma Di Maio – e guai a chi osa incolpare il MoVimento 5 Stelle di quanto accaduto. Il Partito Democratico accusa noi di aver votato un emendamento che già sapevano avremmo votato. Il punto è un altro: loro alla Camera contano 282 deputati e per fermare la proposta che abbiamo votato sarebbero bastati 264 voti. Quindi il problema sono i franchi tiratori di un partito allo sbando”

Tramontata la sinistra ipotesi di una legge elettorale per decreto, resta la necessità di trovare una intesa. Il testo ripartirà dalla commissione. “Dobbiamo ripartire – afferma il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio – in commissione da quel che c’è. Quel che c’è sono le due sentenze della Corte Costituzionale, che vanno armonizzate e portate ad essere un sistema elettorale coerente. Credo che il Parlamento ce la possa fare, se soltanto evitiamo di dire che se non si vota a settembre è la fine del mondo. Lavoriamo e basta”.

A parlare di clamoroso fallimento, di “frana inimmaginabile” del patto tra Pd, M5s, Forza Italia e Lega è il leader di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, in una conferenza stampa nella sede del partito. Poi, osserva: “Alternativa popolare è contraria a un decreto sulla legge elettorale, perché votando a scadenza naturale, cioè tra nove mesi non c’è la necessità né l’urgenza di fare un decreto. Se in Cdm ci venisse proposto un decreto avremo una posizione contraria dal punto di vista politico e delle regole costituzionali”. E ancora: “Non si parli più di elezioni anticipate. Il caso è chiuso. Occupiamoci del bene del Paese”. L’incidente per Silvio Berlusconi non può far saltare riforma. “Spero – afferma – prevalga il senso di responsabilità verso gli istituzioni e verso gli italiani: un incidente parlamentare, per quanto deplorevole, su un emendamento che peraltro Forza italia non condivide, non può giustificare il fallimento di una riforma che rappresentava un punto di equilibrio accettabile fra esigenze diverse”.

Anche dalla sinistra del Pd si chiede finalmente di chiudere la manfrina sulla elezioni anticipate. “Il Parlamento – afferma il senatore Vannino Chiti – può e deve fare una buona legge elettorale, a condizione che cessi l’ossessione per il voto anticipato: oltretutto sarebbe un’avventura che metterebbe in ginocchio il paese, colpendo i risparmi dei cittadini, le imprese, il mondo del lavoro, privando l’Italia di leggi importanti come quelle contro la criminalità, il nuovo diritto di cittadinanza, il testamento biologico”. “Una buona legge – aggiunge Chiti – deve permettere ai cittadini di conoscere e scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, meglio se attraverso i collegi uninominali; deve avere uno sbarramento significativo, per poi procedere alla ripartizione proporzionale dei seggi; deve obbligare prima delle elezioni a formare o meno le alleanze, introducendo correttivi maggioritari o un contenuto premio di governabilità”. “Un’intesa può essere ricostruita nella maggioranza che sostiene il governo, la cui tenuta resta essenziale in questi mesi, e con i gruppi parlamentari di opposizione disponibili, in primo luogo Forza Italia, il cui apporto a costruire regole comuni di vita democratica è indispensabile”, conclude Chiti.