BLOG
Ginevra Matiz

SENZA COPERTURA

delegazione 5 stelle quirinaleUno dopo l’altro i leader del Movimento Cinque Stelle al Quirinale per presentare al Capo dello Stato l’accordo trovato e sul quale lavorare per la formazione del governo. Il testo programmatico è stato sottoposto al voto di iscritti e simpatizzanti chi nei gazebo improvvisati alla bisogna chi su incontrollabili piattaforme online. Riti poco ortodossi, ma ci si abitua a tutto.

Il primo a incontrare il presidente Sergio Mattarella è stato Di Maio che si è presentato insieme ai capigruppo alla Camera e al Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli e il capo della comunicazione Rocco Casalino. Dopo di lui, toccherà a Matteo Salvini. Il nome presentato a Mattarella come presidente del Consiglio è quello del giurista Giuseppe Conte. Mattarella aveva chiesto un governo politico. E Conte non è espressione del mondo politico. Giuseppe Conte, che non ha mai fatto politica, ha 54 anni ed è nato a Volturara Appula in provincia di Foggia. Dal 2013 è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Conte è il titolare di un grande studio legale, e insegna a Firenze diritto privato. Nel 1988 (l’anno della laurea), era già stato inserito nella commissione istituita a Palazzo Chigi per la riforma del codice civile.

Al centro anche la definizione della squadra di governo. Resta il nodo nodo del ministero dell’Economia. Il nome sul quale M5S e Lega avrebbero trovato una convergenza è quello dell’ex ministro del governo Ciampi, Paolo Savona. Un nome che, secondo fonti parlamentari, non sarebbe tuttavia particolarmente gradito al Quirinale per le sue posizioni anti-euro. Altro nodo da sciogliere quello del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, soprattutto dopo le frizioni tra M5S e Lega sul progetto della Tav Torino-Lione.

“Credo che oggi – ha detto Di Maio al termine del suo colloquio con Mattarella al Quirinale.- possiamo dire che siamo di fronte a un momento storico. Abbiamo indicato il nome al presidente della Repubblica che può portare avanti il contratto di governo”. Dopo Di Maio è arrivato Matteo Salvini: “Noi ci siamo, siamo pronti, abbiamo fatto il nome e indicato la squadra, vogliosi di far crescere l’economia del Paese. Il governo di cui vogliamo far parte vuole aumentare il lavoro – ha detto il leader leghista -. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l’interesse italiano al centro, prima gli italiani, rispettando tutti”.

“Sta per nascere – ha affermato in una nota il segretario del Psi Riccardo Nencini – un governo antisistema, a quanto si legge con un programma trasformista, scarno di coperture di bilancio, conflittuale con l’U.E. e con i tradizionali alleati dell’Italia. C’è da sperare che il ‘ne’ aderire ne’ sabotare’ di Forza Italia si trasformi in voto contrario”.

E mentre la lunga attesa si avvia verso una conclusione, lo spread tra Btp e Bund si amplia ancora e sfonda la soglia dei 180 punti base, a quota 181, il livello più alto da giugno scorso. Il rendimento del decennale italiano è in rialzo al 2,35%. Il ‘contratto’ di governo tra Lega e Movimento cinque stelle, è il parere della agenzia di rating Fitch, “aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”.

NODO PREMIER

slavinidimaio

È stata diffusa la versione finale del “contratto” di governo messa a punto dopo un lungo tira e molla da Movimento 5 Stelle e Lega. Un documento che dovrebbe costituire la linea guida del futuro governo italiano, e frutto del braccio di ferro tra i due leader, Salvini e Di Maio, che hanno cercato di portare quanto più possibile del loro programma elettorale nel documento di governo.

Ora i cittadini elettori o simpatizzati dei due, saranno sottoposti a una nuova farsa. Quella di dover ratificare con il loro voto, per quanto riguarda i 5 Stelle sulla piattaforma online e per la Lega in appositi gazebo, quanto messo nero su bianco. Il documento costituirà la base di lavoro dell’istituendo governo. Il Parlamento assume così un ruolo secondario ma soprattutto nasce una questione di sostanza. Quale presidente del Consiglio, che il Presidente Mattarella desidera autorevole sia in Italia che fuori le mura domestiche, può accettare di essere l’esecutore di un programma scritto da altri? Un bel problema, non solo di forma in quando la stessa Costituzione afferma con chiarezza che il presidente del consiglio indica le linee di indirizzo del governo. Sarà proprio la scelta del premier il nuovo nodo da sciogliere. Lo stallo potrebbe essere risolto proprio con il doppio passo indietro dei due leader con la scelta di una terza figura mentre Di Maio e Salvini potrebbero occupare altre caselle di peso all’interno del governo.

Intanto rientra sulla scena Silvio Berlusconi che cerca di rompere l’asse tra il suo (ex) alleato Salvini e i Cinque Stelle. “Nell’ultima telefonata che gli ho fatto – afferma Berlusconi – ho consigliato a Salvini di tornare a casa”. Ma allo stesso tempo rimarca la distanza siderale con i 5 Stelle e si toglie qualche sassolino dalla scarpa sottolineando il comportamento non sempre gradito dell’alleato. “Salvini – dice il leader di Forza Italia – non ha mai parlato a nome della coalizione di centrodestra, ha sempre e solo parlato a nome proprio o a nome della Lega. La coalizione con un programma comune è assolutamente un’altra cosa e non ha nulla a che vedere con il Movimento 5 Stelle. In questo momento con Salvini c’è molta distanza”.

Sullo sfondo resta la preoccupazione dell’Europa per il programma di Governo. Una serie di punti, che se realizzati, manderebbero a gambe all’aria i conti dello Stato. “Italia: questa nuova alleanza che preoccupa l’Europa” è il titolo di apertura del quotidiano Le Monde e che rende bene l’idea dei timori che serpeggiano alla Commissione. “L’Europa – prosegue in prima pagina il giornale francese – si preoccupa di questo governo che non conta più uscire dall’euro, ma che difende un programma ritenuto ‘delirante’ da numerose capitali. I populisti italiani prevedono una cancellazione di 250 miliardi di euro di debito pubblico e oltre 100 miliardi di nuove spese. I progetti della nuova coalizione fanno pesare il rischio di una crisi del debito sui mercati”, avverte Le Monde, ricordando inoltre che né Luigi Di Maio né Matteo Salvini “dovrebbero diventare premier”.

Diversi esperti infatti hanno provato a calcolare quanto potrebbe costare in tutto e le loro stime vanno da un minimo di 65 miliardi di euro, calcolato dal Corriere della Sera, ai 125 miliardi stimati dall’Osservatorio conti pubblici dell’Università Cattolica, diretto dall’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Timori che fanno correre ancora lo spread tra il Btp e il Bund. Il differenziale di rendimento tocca i 160 punti base, il livello più alto dal 4 gennaio scorso. Il tasso sul titolo decennale del Tesoro cresce al 2,22%.

GOVERNO DI TREGUA

Quirinale

Il bel vestito della domenica indossato dai Cinque Stelle è stato già rimesso nel guardaroba. Man mano che si restringe la strada per il governo, i toni tornano a salire. Tanto che Grillo torna a sfoderare un suo vecchio classico che sembrava ormai sepolto: quello del referendum sull’Euro. Lo stesso Di Maio con mirabolanti capriole era riuscito in pochi mesi a passare dall’avversione totale verso tutto quello che arrivava dall’Europa a una visione filo europeista tanto da tentare i primi approcci “costruttivi” in visione del suo eventuale incarico a Palazzo Chigi.

Ora sull’Europa è Grillo in persona che va all’attacco: “Ho proposto un referendum per la zona euro. Voglio che il popolo italiano si esprima. Il popolo è d’accordo? C’è un piano B? Bisogna uscire o no dall’Europa?”, afferma in un’intervista pubblicata oggi dal nuovo mensile francese ‘Putsch’. Parole a cui ribatte l’ex premier ed ex segretario Pd Matteo Renzi: “Oggi Grillo torna al referendum sull’euro. Da quando ha capito che non andranno a Palazzo Chigi ha ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito, con tanti amici, a evitare l’accordo con il Pd e M5S. La coerenza vale più delle poltrone”. Posizione che però non è condivisa da Dario Franceschini che rimane invece favorevole all’apertura di un confronto con i Cinque Stelle. Un botta e risposta che fa riemergere con forza le tensioni nel Pd nate con l’uscita improvvisa di Renzi che alla vigilia della Direzione del partito aveva anticipato la sua posizione spiazzando e scavalcando lo stesso segretario reggente Martina.  “Penso – afferma il ministro della Cultura Franceschini – che la riflessione di Renzi sia superficiale e sbagliata. Proprio il fatto che Grillo e 5 Stelle tornino, fallita una prospettiva di governo e avvicinandosi le elezioni, ai toni populisti e estremisti, dimostra che avremmo dovuto accettare la sfida di un dialogo proprio per portarli a rapportarsi con la realtà di una azione di governo reale che non si affronta con grida e slogan”.

Intanto Matteo Salvini boccia ogni ipotesi di premier tecnico e rilancia: “Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l’incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti. E ribadisco l’invito a M5S come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene”. Questo Matteo Salvini chiederà al presidente Sergio Mattarella lunedì, come ha anticipato in conferenza stampa a Milano. Il segretario della Lega ha indicato la durata del prossimo governo “entro dicembre”.

Intanto l’empasse è diventata uno stallo. Nessuno dei “vincitori” sembra disponibile a modificare le proprie posizioni. L’alleanza del centrodestra rinsaldata e lo strappo sembra improbabile. Con queste premesse un accordo è decisamente ancora lontano. Inoltre le elezioni regionali, anche numericamente poco significative, hanno segnato un cedimento del Movimento che si è ora arroccato sulla posizione del voto subito non avendo altre strada da proporre dopo che il giocattolo, utilizzato in modo maldestro, gli si è rotto in mano. Evidente nel Movimento ancora non è chiaro che l’Italia è una Repubblica parlamentare. E il governo, qualsiasi governo, passa per la fiducia del Parlamento.

Lunedì prossimo si aprirà un nuovo giro di consultazioni. E se dovesse avere lo stesso risultato dei precedenti, si affaccerebbe l’ipotesi di un governo istituzionale. “L’Italia – afferma il segretario del Psi, Riccardo Nencini – ha bisogno di un governo. Né la Lega né Cinquestelle sono stati in grado di raggiungere un accordo. Resta l’ipotesi di un governo istituzionale destinato ad affrontare urgenti riforme. Un governo del genere avrebbe la nostra attenzione”.

Ginevra Matiz

IL REBUS

APRE GOVERNO

Sempre più in alto mare la soluzione per la formazione di un governo. Si allontano ancora di più le ipotesi di intesa tra centrodestra e M5S e allo stesso tempo si riscalda il clima nel Pd in attesa della direzione di giovedì. I Cinquestelle ormai chiudono a ogni intesa con chiunque e pensano che l’unica strada possibile sia quella del voto. “Non resta che tornare subito alle urne” dice Di Maio “noi non abbiamo alcun problema nel farlo perché ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito. Al voto”.

“Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone – è la replica del leader della Lega Matteo Salvini – per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili”. Insomma dopo la discussione su un possibile accordo per il governo, i due sono passati agli insulti.

La strada è stretta per il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nonostante il richiamo al senso di responsabilità e all’invito a lasciare da parte le istanze personali a favore del bene comune, le forze politiche restano ferme sulle loro posizioni. Nessun passo in avanti, nessuna apertura o convergenza a distanza di oltre 50 giorni dall’esito del voto che non ha individuato una maggioranza atta a guidare il Paese. Il leader della Lega, Matteo Salvini, da settimane infatti continua a ribadire che non ci sarà alcun accordo se non verrà coinvolto nelle ‘trattative’ l’intero centrodestra. Il neo governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga sottolinea: “Ci siamo presentati con una coalizione di centrodestra, non cambiamo le carte in tavola”. E il leader del Carroccio invita nuovamente i grillini a sedersi ad un tavolo, a parlare di cose concrete. Ma dal movimento 5 Stelle arriva il gelo con le parole di di Maio: “La Lega è piegata al cav. Si torni subito al voto”.

Ma nel centrosinistra la situazione non è meno complessa. Il segretario del PSI, Riccardo Nencini, ha annunciato un sondaggio, lanciato sul sito del Partito Socialista, per conoscere le opinioni della base socialista riguardo ad un possibile accordo con i pentastellati. “In un momento così delicato per la vita istituzionale e politica del Paese – ha detto Nencini – abbiamo deciso di rivolgerci alla comunità socialista e alla base del partito per sondare gli umori in vista di una scelta decisiva che deve necessariamente essere collegiale e aperta”. Il sondaggio, che è  “aperto” e dunque rivolto agli elettori del centrosinistra, chiede di esprimersi in merito al coinvolgimento della coalizione di centrosinistra nell’eventuale accordo di governo con il M5S. “Renderemo noti i risultati domani stesso”, ha sottolineato Nencini, che invita militanti e simpatizzanti ad esprimere in massa il proprio parere.

In mattinata i renziani hanno preparato un documento in vista della direzione ove si mette in guardia per i pericoli che potrebbero arrivare da una conta interna. Il documento è sottoscritto già da un numero considerevole di parlamentari dem (77 su 105 tra i deputati e 39 su 52 tra i senatori) compresi i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il documento, definito con la regia del coordinatore Lorenzo Guerini, è stato già ribattezzato ‘La nuova pace di Lodi’, dal patto del 1454 che mise fine alla guerra tra Venezia e Milano.

Intanto, però, l’area del Pd che appoggia Maurizio Martina, in sostanza tutti i non renziani, non ha dubbi e ha pronto l’ordine del giorno da votare domani in Direzione sull’appoggio al reggente dem: “Domani si vota la fiducia a Martina”. “Il passaggio è delicato, sono aperte le consultazioni e il Pd che fa, manda al Quirinale i ‘teleguidati’ come Orfini e Marcucci?”, si spiega da parte dei sostenitori di Martina.

Il tutto mentre infiamma la polemica sul sito ‘senzadime.it’, con la mappatura delle posizioni dei componenti della Direzione Pd sulla trattativa con i Cinque Stelle.

Nel testo preparato dai renziani i firmatari premettono che “proveniamo da storie e percorsi diversi” e “non sappiamo se il prossimo congresso ci vedrà sulle stesse posizioni o se, del tutto legittimamente, sosterremo candidati diversi. Pensiamo tuttavia che tre punti chiave ci uniscano in modo forte”. I punti sono, appunto, il no alle “conte interne”. Poi, il fatto che “lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell’irresponsabilità del centrodestra e del M5S”.

Terzo punto, “crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell’esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. E’ utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le altre forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema

politico-istituzionale”. Infine, un appello “l’intera comunità del Pd” perché “sappia affrontare i passaggi difficili di questa stagione politica in modo coraggioso e il più possibile unitario”. Guerini, promotore del documento, spiega: “Questo vuole essere un appello a trovare l’unità e a rifiutare la tentazione di una conta in direzione. Nulla più. La parte più importante del documento per me è questa”. “Dopodiché è chiaro che in questo spirito il documento deve essere ed è assolutamente aperto al contributo di tutti, senza nessuna chiusura o reticenza. Lo sforzo che vorrei tutti mettessimo in campo è solo questo: lavorare per non dividerci, per ricercare invece le ragioni e la forza della nostra unità”, conclude.

Andrea Orlando sulla sua pagina Facebook commenta così l’iniziativa: “La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista”. Mentre Graziano Delrio precisa: “Nessuna conta interna, ma un appello all’unità. Il documento proposto da Lorenzo Guerini vuole essere una base di discussione e non una ulteriore occasione di divisione”. “Uniti siamo tutto – aggiunge -, divisi siamo nulla”.

L’ex premier Matteo Renzi intanto si augura che la direzione di chiuda senza strappi e definisce il documento di Guerini come una iniziativa che mira all’unità del partito.

L’APERTURA

martina quirinale

Inizia il tentativo di Roberto Fico per mettere assieme una maggioranza in grado di sostenere un governo dopo il nulla di fatto dei tentativi precedenti resi vani da veti reciproci. Giro di incontri per il presidente Mattarella che parte con l’incontrare la delegazione del Pd fino ad oggi rimasta alla finestra. Ma il cambio di esploratore potrebbe avere degli effetti. Fico infatti rappresenta l’anima di sinistra del Movimento 5 Stelle.

Il partito sembra diviso, con i renziani che sembrano rimarcare la linea della chiusura totale come più volte ribadita. “Non sono ottimista, non vedo le condizioni perché i programmi si possano allineare, ma le sorprese in politica sono sempre dietro l’angolo” ha detto ai microfoni di ‘Radio Anch’io’ il capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci. Invece Dario Franceschini si dice aperto a un confronto, così come l’area di Michele Emiliano, che nelle settimane scorse non è sembrata voler escludere del tutto l’idea di un confronto. Calenda sceglie l’ironia per commentare il cambiamento di passo dei Cinquestelle che in poche settimane hanno stravolto quelli che per loro erano considerati dei punti saldi ai quali il programma era ancorato. “Fico esplora, Salvini passeggia (ma non marcia), Di Maio inforna. Intanto programmi cambiano, contratti vengono redatti da Professori su input di chi considera Governo dei tecnici e professori male assoluto. Nessuno mette in discussione Nato e Euro. Non male per primi 50 g.”

La delegazione Pd composta da Maurizio Martina, Andrea Marcucci, Graziano Delrio e Matteo Orfini è arrivata al Colle dopo una riunione al Nazareno. “Abbiamo detto a Fico una cosa: dopo 50 giorni di questa situazione che abbiamo tutti osservato e vissuto di impossibilità ad arrivare ad una proposta di governo, noi siamo disponibili a valutare il fatto nuovo se verrà confermato in queste ore e cioè la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la lega”, ha detto il segretario reggente Maurizio Martina al termine dell’incontro con Fico.

“Con spirito di leale collaborazione, non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro comunque coinvolgendo i nostri gruppi dirigenti”. Martina ha anche spiegato che “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Insomma il Pd è disponibile a dialogare con M5s. “Attendiamo di capire gli sviluppi – ha detto ancora Martina -, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando”. Insomma Matina la mette giù parlando di  un è “disponibile a dialogare” con M5s sulla base dei 100 punti del suo programma di governo e su tre punti “già evidenziati durante le consultazioni al Quirinale”. Punti che così riassume: “Una agenda europeista, il rinnovamento della democrazia superando il populismo, politiche del lavoro rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Ma a frenare su un possibile accordo è il ministro Calenda: “Vedo il serio rischio – scrive su Twitter – che Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”.

Dopo il Pd è stata la volta dei 5 Stelle. “E’ chiaro che un governo del centrodestra non è più un’ipotesi percorribile, gli unici che non l’hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell’ipotesi tramonta del tutto”, ha detto il capo del M5s Luigi Di Maio, al termine dell’incontro con Roberto Fico. “Sono passati circa 50 giorni in cui abbiamo provato in tutti modi e tutte le forme a firmare un contratto di governo per il cambiamento del Paese con Salvini e la Lega ma loro hanno deciso di condannarsi all’irrilevanza per rispetto dei loro alleati e del loro alleato invece di andare al governo nel rispetto degli italiani”. “Se fallisce questo percorso per noi si deve tornare al voto non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente”, ha detto ancora Di Maio.

Ma se nessuno dovesse tornare sui propri passi, la formazione di un governo resta un rebus. D’altronde non è facile muoversi dopo che ci si è ingarbugliati nelle solenni promesse del “mai con”. Vale per la Lega, per i Cinquestelle, per Forza Italia e anche per il Pd.  Per questo c’è chi non esclude la carta di un governissimo con tutti dentro. Ipotesi che sarebbe gradita a Silvio Berlusconi, il quale, pur ribadendo di voler restare nella partita con qualsiasi formula, sarebbe pronto a una maggioranza con tutti dentro. Opzione che i grillini vogliono invece scongiurare. Difficile quini ipotizzare quali possano essere gli scenari e le mosse del Colle se il mandato di Fico dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Ginevra Matiz

VETI INCROCIATI

Sala_del_Consiglio_dei_Ministri

È stallo. E la strada per un nuovo governo sempre più stretta. Il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha andata al Colle per incontrare il Capo dello Stato dopo il giro di consultazioni con i gruppi parlamentari ed ha fatto intendere chiaramente che non è riuscita ad individuata nessuna maggioranza parlamentare disponibile a far partire un nuovo esecutivo. “Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere” ha detto. Ed ha aggiunto: “Ho svolto il mio incarico cercando di favorire un confronto costruttivo per verificare la possibilità di una maggioranza parlamentare nel perimetro e nei limiti indicati dal presidente Mattarella. La discussione ha consentito, pur nella diversità di opinioni, di evidenziare spunti di riflessioni politiche”.

Dunque, dopo la due giorni di consultazioni, ancora un nulla di fatto. Ora il Presidente della Repubblica si prenderà qualche giorno per riflettere. I Cinquestelle e la Lega rimangono fermi sulle proprie posizioni senza fare nessun passo e senza mostrare nessun tipo di disponibilità verso posizioni altrui. Anzi si è verificato un nuovo irrigidimento. Forza Italia che mira a un accordo con il Pd ha attaccato duramente i Pentastellati. A parlare è stato lo stesso Berlusconi: “È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. Di Maio? “Ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l’Italia a gente come lui. Nessun accordo è possibile con i 5 Stelle, un partito che non conosce l’abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l’Italia”, ha concluso il leader forzista. Insomma parole che tolgono qualsiasi dubbio sulla possibilità di un qualsiasi accordo o di appoggio, anche esterno, come si ipotizzava ieri, che coinvolga Forza Italia e i 5 Stelle. La parole di Berlusconi hanno lo scopo di allontanare anche Salvini dai 5 Stelle e obbligarlo a venire allo scoperto.

Ma dall’altra parte Salvini tiene la propria posizione ribadendo che se Berlusconi vuole un governo con il Pd, lo farà senza la Lega. Ed poi ha aggiunto: “Ho la netta sensazione che c’è qualcuno che vuole perdere tempo, che vuole un governo tecnico alla Monti voluto da Bruxelles”. Un modo per mettere le mani avanti e scaricare su altri la incapacità o l’impossibilità di trovare un accordo. D’altronde ognuno si diceva pronto per governare. Di Maio addirittura aveva già portato la lista dei ministri al Presidente Mattarella. Ma tra un comizio e l’altro e un insulto a destra a uno a sinistra, si sono dimenticati che si è votato con un sistema proporzionale.
E su un possibile governo di centrodestra con l’appoggio del Pd Salvini replica a Berlusconi: la Lega non è disponibile. Ma Silvio Berlusconi non esclude che il centrodestra possa andare al governo con ‘appoggi esterni’. Il governo del centrodestra potrebbe ”concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi misti e anche esponenti del Pd”.

Una ipotesi a cui risponde in un tweet il Segretario del Psi e vice presidente del Gruppo Misto al Senato, Riccardo Nencini: “Leggo di un governo di centro destra che si cerca i voti in parlamento rivolgendosi anche al gruppo misto. Lo dico in chiaro: indisponibile. Non è tempo di soluzioni ingarbugliate figlie di stampelle provvisorie. Serve la politica per sbrogliare la matassa”.

“Che provino loro” ha rincarato Ettore Rosato, vicepresidente Pd della Camera. “Si è dimostrato che stanno facendo una grande confusione, ma all’interno di questa confusione che danneggia il paese, alla fine un accordo lo troveranno. Un accordo al ribasso, dopo aver sdoganato Fi e Berlusconi”. E ancora: “Berlusconi sogna se pensa di potersi prendere alcuni esponenti del Pd. E sogna ancora di più se pensa che possa esserci il Pd a sostegno di un governo con Salvini e la Meloni”. “Non faremo la ruota di scorta di nessuno”, ha aggiunto con riferimento sia al centrodestra che al M5s.

Ginevra Matiz

Fumata nera alla Camera. Il Cavaliere torna al centro

cameradeideputati.600

Come era scontato la fumata è stata nera. Nell’Aula della Camera dei deputati alla prima votazione per eleggere il presidente, nessuno ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, ovvero 420 voti, richiesta al primo scrutinio. Servirà una nuova votazione.

Nel primo giorno della XVIII Legislatura Riccardo Nencini, segretario del Psi eletto Senatore alle ultime elezioni politiche, ha depositato il disegno di legge già presentato il 7 maggio del 2013 (n.643) che propone l’introduzione di una normativa per regolamentare le attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Si tratta di una legge sulle lobby che tutt’oggi non esiste in Italia. “Primo disegno di legge della nuova legislatura sulle lobby appena presentato. Battaglia storica, e speriamo sia la volta buona”, ha scritto Nencini sul suo profilo Facebook. Nencini è stato il primo parlamentare e membro del governo ad istituire spontaneamente  un registro pubblico degli incontri con i portatori di interesse presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove sono riportati  i dettagli degli incontri con i lobbisti. Il disegno di legge vuole introdurre una particolare garanzia sulla trasparenza del meccanismo di pressione che i portatori di interessi particolari svolgono nei confronti dei decisori pubblici. Il disegno di legge, infatti si fonda su alcuni pilastri: trasparenza – attraverso l’istituzione di un registro dei rappresentanti di interessi; partecipazione democratica; garanzia di pubblicità delle informazioni; conoscibilità di formazione dei processi decisionali.

Tornando alle presidenze, dopo l’ingarbugliarsi della trattativa Pd, M5s, Fi e Lega hanno deciso di votare scheda bianca. Per il secondo e terzo scrutinio il regolamento abbassa il quorum ai 2/3 dei votanti, contando anche le schede bianche. “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro…”, dice Matteo Salvini. In una nota di Forza Italia si conferma che gli azzurri al terzo scrutinio del Senato voteranno per Paolo Romani. Insomma il gioco della scheda bianca rimesso al centro il Cavaliere. Lega e 5 Stelle si sono incartate da sole e hanno permesso a Silvio Berlusconi di rientrare in scena quanto basta per bloccare le prove tecniche di accordo dei due vincitori delle elezioni del quattro marzo. Il Pd gioca di rimessa e vota scheda bianca a primo scrutinio in attesa che altri indichino delle soluzioni. Ma i “vincitori” si sono resi conto che per governare serve la maggioranza e che in un sistema proporzionale che ha prodotto tre minoranze serve un accordo. “Spetta a M5s e centrodestra indicare una soluzione, non ci sono riusciti. Spetta a loro avanzare una proposta, siamo in attesa di capire quale” afferma il dem Ettore Rosato. Indicazione di scheda bianca anche da Forza Italia.

Al momento i vertici del M5S ribadiscono la massima disponibilità ad un incontro tra leader ma senza Silvio Berlusconi. Anche se “il punto vero non è l’incontro ma l’insistenza su Paolo Romani. Se questa viene meno possiamo diventare concavi e convessi e la situazione può sbloccarsi”, spiega una fonte autorevole del M5S descrivendo l’apertura, da parte dei pentastellati a un nome alternativo del centrodestra per il Senato, inclusi quelli che stanno girando in queste ore. Evidentemente un pretesto in quando “la scusa” dei 5 Cinque Stelle su Romani non regge. Ma l’insistenza del centrodestra su Romani produrrebbe uno scontro, con un’ipotesi: che al ballottaggio i senatori del M5S votino un candidato del Pd, come potrebbe essere Luigi Zanda, cercando un’asse proprio con i Dem. “Il punto è che non voteremo mai Romani, e non ci asterremo”, si spiega dal Movimento. Ma è Rosato a smentire questa ipotesi: “Nessun grillino ci è venuto a dire che sono disponibili a votare come presidente Luigi Zanda o uno del Pd. L’ho letto ma sono voci fatte trapelare e non proposte fatte alla luce del sole”. “La presidenza del Senato – ha aggiunto – è la seconda carica dello Stato – e noi non siamo interessati a farci prendere in giro e nemmeno Luigi Zanda lo è. Sin da dopo le elezioni M5s e centrodestra hanno detto che hanno vinto le elezioni e che si sarebbero presi una presidenza per ciascuno, e ora stiamo a questo punto”.

Per ora il groviglio si complica. Una situazione di stallo determinata dalla superficialità di approccio con un metodo di lavoro chiaramente insufficiente. “Nessuno – afferma il reggente Pd Martina – si assume la responsabilità piena e invece giocano sui tatticismi, così il groviglio anziché districarsi si complica”.

UNA POLTRONA PER DUE

montecitorio presidenzaLo slogan del disinteresse verso le poltrone è stato sparpagliato ai quattro venti per tutta la campagna elettorale. Ora è un punto diventato dirimente E sul quale potrebbe nascere il primo contatto per un governo griglio-verde, che fondi cioè le proprie fortune, sulla saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Si tratti di voglia di potere o meno, la guida delle Camere diventa uno punto di snodo per sbrogliare la complicata matassa post elettorale. La demagogia però resta tutta: se sono i 5 Stelle o Lega a chiederne la guida, ovviamente con tutti i diritti, è lecito. Ma quando lo hanno fatto altri era sete di potere.

Alla prima seduta delle nuove Camere mancano tre giorni. Solo in quel momento si avrà il l’avvio ufficiale alla XVIII legislatura. Secondo i due regolamenti, a presiedere la prima riunione dell’Aula di Montecitorio sarà Roberto Giachetti del Pd, mentre l’Assemblea di palazzo Madama sarà diretta dal senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Venerdì 23 marzo, quindi, inizierà la legislatura con il primo passaggio fondamentale per la nascita del nuovo governo: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Solo dopo, infatti, il presidente della Repubblica potrà avviare le consultazioni. E mentre proseguono le trattative tra i partiti per tentare una possibile convergenza, continuano a rincorrersi i nomi dei ‘papabili’ candidati: per la Camera restano in pole Riccardo Fraccaro, Roberto Fico e Emilio Carelli, tutti M5s. È stato proprio il leader pentastellato, Luigi Di Maio, a rivendicare il ruolo per il Movimento. Tra i nomi in circolazione anche quello dello stesso Di Maio, che nella scorsa legislatura è stato vice presidente di Montecitorio, ma fonti pentastellate escludono al momento tale possibilità. Anche la Lega punta allo scranno più alto della Camera, e il nome è quello di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini e che, stando alle indiscrezioni, potrebbe contare anche sui voti del Pd o quantomeno a una non ‘belligeranza’ da parte dei dem.

Per il Senato, invece, circolano i nomi del capogruppo di FI Paolo Romani, sul quale tuttavia ‘pesa’ il veto dei 5 stelle (“no condannati o imputati”, ha ribadito anche oggi Di Maio). La Lega punterebbe su Roberto Calderoli o Giulia Bongiorno, nome che però farebbe storcere il naso agli azzurri. Per i 5 stelle si fanno i nomi di Danilo Toninelli e l’ex Questore di palazzo Madama Laura Bottici. In assenza di un precedente accordo tra le forze politiche, visti i numeri e soprattutto l’assenza di una maggioranza certa, anzi impossibile, che basti una sola votazione per eleggere i nuovi presidenti. L’ipotesi, alla luce anche dei diversi regolamenti, è che il successore di Grasso potrà vedere la luce già nella giornata di sabato, mentre non è possibile fare previsioni sui tempi necessari per l’elezione del successore di Boldrini e potrebbero anche volerci votazioni ad oltranza prima di avere un risultato.

Comunque le trattative vanno avanti con Di Maio che cerca di tenere distinte le questioni governo-camere: “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo ma è una partita per l’abolizione dei vitalizi” ha affermato ritirando fuori uno dei temi di campagna elettorale il cui nesso è poco chiaro. “In questa settimana probabilmente – ha aggiunto – eleggeremo uno dei presidenti delle Camere e saremo decisivi per l’elezione di entrambi. Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare”.

Per il momento non c’è stato ancora alcun confronto sui nomi dei candidati per le presidenze delle Camere. E probabilmente, i nomi che proporrà M5s saranno messi sul tavolo solo domani sera o più probabilmente giovedì. Così ribadiscono i vertici M5s alla vigilia del nuovo giro di contatti dei capigruppo in pectore 5 stelle, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, con gli altri partiti sulle presidenze delle Camere. Il M5s smentisce i rumors di queste ore che danno già per acquisito il nome per la presidenza in particolare di Montecitorio sulla quale continuano a puntare i pentastellati.

Intanto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono incontrati stamane ad Arcore per cercare una soluzione comune sui nomi da presentare per la presidenza delle Camere e per presentarsi così con una strategia definita al vertice in programma domani a Roma, cui prenderà parte anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Tra le possibilità per uscire dall’impasse con il Movimento 5 stelle, che rivendica lo scranno più altro di Montecitorio, vi sarebbe l’idea di avanzare una proposta comune del centrodestra per la guida di palazzo Madama. I due leader di Forza Italia e Lega avrebbero affrontato anche il nodo del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Friuli.

In mattinata si sono incontrate anche le delegazione di Forza Italia con i 5 Stelle e in precedenza i capigruppo pentastellati Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno incontrato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, e il coordinatore Lorenzo Guerini che si sono detti in attesa di conoscere le proposte che siano di “garanzia”.

PERICOLO GRIGIO VERDE

salvini-di-maioUna sorta di prova generale di ciò che potrebbe avvenire nelle prossime settimane. La prospettiva di un accordo grigio verde che vada oltre la spartizione delle presidenze delle Camere diventa una ipotesi possibile. Un accordo che romperebbe in una sola volta promesse annunciate come solenni. Quella della Lega e della sua lealtà a Berlusconi e quelle dei Cinquestelle che della autosufficienza avevano fatto un mantra, velocemente superato negli ultimi mesi, tanto da convertire lo stesso Di Maio da nemico giurato dell’Europa a suo sostenitore. Basta vedere le capriole compute in poche settimane sull’Euro. Ma Salvini fa intendere che Berlusconi stia allentando le sue posizioni tanto che alla domanda se Berlusconi abbia chiuso ai 5 Stelle, risponde: “Non mi sembra. Stiamo ragionando sui programmi”.

Le trattative sui presidenti delle Camere rappresentano la base di partenza per creare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Ieri i primi contatti tra i Di Maio e Salvini  in cui si sono riconosciuti reciprocamente la vittoria che però passa, secondo Di Maio, attraverso “l’attribuzione al  MoVimento della presidenza della Camera dei Deputati” in quanto l’M5S è “la prima forza politica del Paese”.   Anche Salvini, conclude Di Maio, “ha riconosciuto il nostro straordinario risultato, e io ho riconosciuto il successo  elettorale ottenuto dalla Lega”. Sembra l’inizio di una luna di miele. Tanto che Giorgia Meloni usa l’ironia verso i sui alleati: “Ora capisco perché Berlusconi e  Salvini non sono venuti alla manifestazione anti-inciucio.  Evidentemente non era un problema di agenda…”. Salvini afferma di parlare e di muoversi come leader non solo della Lega ma del centro destra. Oggi i Cinquestelle hanno ribadito che la presidenza della Camera spetta a loro “perché vogliamo che alla Camera”, che ha un numero maggiore di parlamentari, “si parta con la delibera sui vitalizi”.

Il centro sinistra la momento è in attesa di conoscere le proposte sulle presidenze. “Il Pd non chiede niente ma se i profili sono adeguati non c’è preclusione a votare nomi proposti da chi ha vinto le elezioni se sono all’altezza del ruolo” afferma a nome del Pd Ettore Rosato parlando con i giornalisti alla Camera.

Intanto il premier Paolo Gentiloni ai  giornalisti che gli chiedevano un commento sui timori per l’instabilità dell’Italia ha risposto che “bisogna avere fiducia nel Paese”. Fiducia che arriva anche da Fitch rialza stime Pil Italia, +1,5%. Un segnale evidente che il governo Gentiloni ha lavorato bene in questi mesi riuscendo ad agganciare la ripresa internazionale. Ma i timori sono per il futuro. Il risultato delle elezioni politiche del 4 marzo in Italia, si legge in una nota degli analisti di Fitch in un report sull’Italia,  è che “la formazione di un governo stabile è molto difficile e aumenta l’incertezza sul futuro corso della politica economica e fiscale” del Paese.

NUOVO RIFORMISMO

Quirinale“Di fronte a una sonora sconfitta bisogna ispirarsi a un canone diverso che cali la sinistra riformista nello straordinario cambiamento che ha sconvolto abitudini secolari”. Inizia così la lettera che il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha inviato ai leader dei partiti di centrosinistra, a cominciare dal segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, dopo il voto del 4 marzo. Nencini parla di “una dinamica che va fronteggiata percorrendo la strada della coesione politica e di un pensiero adeguato a ricongiungere la sinistra col suo popolo”, riferendosi al successo delle “forze antisistema”. Secondo Nencini, “i nodi da sciogliere hanno caratteristiche strutturali” e sono quelle che riguardano “i temi della sicurezza, delle disuguaglianze, della globalizzazione”. Essendo dunque per il segretario del Psi “una situazione eccezionale”, “urge una revisione radicale sia degli strumenti per comunicare che delle misure da assumere”.

Nella lettera Nencini fa un passaggio sui prossimi appuntamenti elettorali, le elezioni comunali e regionali. “È la prima occasione da cogliere, l’opportunità per presentarsi agli elettori superando divisioni laceranti. Ognuno di noi rinunci a una parte della sua sovranità per mettere in campo una piattaforma riformista aperta alle esperienze civiche, si tengano Primarie delle Idee per confrontarsi con i cittadini, si scelgano i candidati migliori senza guardare al partito da cui provengono. Insomma, un decisivo cambiamento di rotta per evitare che la sinistra soffochi nell’isolamento e venga vissuta solo come ‘sinistra baronale’, lontana dal mondo del bisogno, elitaria, sradicata dalle origini popolari”. Per Nencini le elezioni amministrative sono “un banco di prova, non possono essere né affidate al caso né a vecchi schemi. La strada peggiore sarebbe l’Aventino e logorarsi ciascuno all’interno dei propri partiti. La più proficua una riflessione comune” ha concluso il segretario socialista.

Ovviamente una riflessione è necessaria nell’intero centrosinistra. Nessuno può auto assolversi quando dalle urne escono risultati così netti. Dario Franceschini, in una lunga intervista al Corriere ha oggi fatto le proprie valutazioni e  lanciato la sua idea per uscire dall’empasse costituzionale. Secondo Franceschini è arrivato “è momento di scrivere le regole tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri”. “Monocameralismo e legge elettorale. L’insieme di questi elementi può dare stabilità al sistema Paese”. Per Franceschini “da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso”.

Dal Pd interviene anche il leader della minoranza Andrea Orlando, che ricorda come “nel documento conclusivo della Direzione del Pd, che è stato votato da tutti, abbiamo detto che siamo per una posizione responsabile che guardi con attenzione alle mosse che farà il Colle, ma che siamo indisponibili ad un’alleanza politica con la destra e il Movimento 5 Stelle”. “Credo a questo posizionamento rappresentato coerentemente da Martina. Questa – aggiunge il Guardasigilli – è la direttrice lungo la quale dobbiamo muoverci”. Alla domanda se questa posizione sia diversa da quella di Franceschini, Orlando ha precisato: “Non mi pare che Franceschini abbia detto cose radicalmente diverse. Poi ognuno darà la sua accentuazione ad un punto rispetto che a un altro”.

Il compito che spetta al capo dello Stato sarà arduo. Salvini e Di Maio si sentono già sulla sedia di Palazzo Chigi. Le prime prove di intesa si faranno con le elezioni dei presidenti delle Camera. “Stiamo lavorando – ha detto Salvini – per dare un governo a questo Paese con un programma di centrodestra aperto ad arricchimenti, contributi e proposte ma non stravolgimenti. Sarebbe irrispettoso coinvolgere chi ha perso le elezioni”. Un messaggio chiaro ai 5 Stelle. “Fatto escluso il Pd, tutto è possibile. Escludo che ci sia il Pd, di tutto il resto parleremo prossime settimane”. Insomma il pericolo grigio verde potrebbe concretizzarsi.