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Ginevra Matiz

Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

LA TESTUGGINE

Italian Daily Politics

Se non fosse un argomento serio ci sarebbe da ridere. L’attacco paventato da Di Maio con toni da tragedia greca al Movimento, al governo e ai cittadini che vogliono il cambiamento fa sorridere nel momento che a parlarne è un ministro e vicepremier. Ma la verità è che Di Maio si sente messo nell’angolo. La Tap è solo l’ultimo clamoroso caso della inconcludenza dell’azione del nostro. Le promesse sono franate davanti ai fatti e sono venute a galla improbabili verità con cui Di Maio ha tentato di mascherare la sua mancata parola. Per fortuna, perché la Tap è un’opera fondamentale in grado di portare il gas dall’Azarbaigian fino da noi. Difficile credere che le proteste e le promesse di Giggino avessero potuto fermare l’opera in Albania. Ma lo ha fatto. Ha venduto questa verità lucrandoci in campagna elettorale. Ora Di Maio si sente nell’angolo, allora alza il tiro e rivendica il suo operato di governo in un lungo post sul blog delle stelle: “Come avete visto in questi giorni siamo sotto attacco totale – scrive il vicepremier pentastellato – Da parte di tutti gli avversari esterni. Media, partiti, tecnocrati”. “Il motivo è semplice – aggiunge – stiamo portando a casa la Manovra del Popolo che dimostrerà ai cittadini di tutta Italia e di tutta Europa che una nuova politica fatta non di tagli, ma di investimenti è possibile”.

E ancora: “Questo attacco sconsiderato da parte di nostri concittadini capi di partito, direttori di giornali e burocrati, non sono solo contro il governo e contro il MoVimento 5 Stelle, ma contro tutta l’Italia. Anziché stare dalla parte del popolo che rialza la testa, hanno deciso di stare dalla parte delle élite che hanno distrutto il nostro sistema sociale e che si avviano verso il declino”. Quindi, sottolinea il ministro, “questi attacchi non mi fanno paura e non devono fare paura neppure a voi. Siamo seduti dalla parte giusta della Storia e se avanzeremo insieme compatti anche la vittoria di questa battaglia sarà nostra”. Una farsa tragicomica se non fosse in ballo il Paese.

In pochissimo tempo Di Maio ne ha inanellate una dopo l’altra. Dalla Tap all’Ilva, dal condono fiscale a quello per Ischia, dalla Tav alle banche fino alle sparate finali delle manine invisibili e quelle contro Draghi che a detta di Giggino dovrebbe guidare la Bce avendo un occhio di favore verso l’Italia.

Intanto la manovra è alle porte del Parlamento. Il ministro dell’economia Giovanni Tria è stato a palazzo Chigi per un colloquio con il presidente del consiglio Giuseppe Conte sulla manovra. La legge di bilancio arriverà in Parlamento mercoledì prossimo. Il testo è chiuso – spiegano fonti di Palazzo Chigi – ed è al vaglio della Ragioneria e del Mef. Verranno introdotti con “appositi provvedimenti normativi” il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni con quota 100. Lo conferma la nuova bozza di legge di bilancio, datata 29 ottobre. Resta invariato l’articolo che dispone l’istituzione di due fondi da 9 miliardi per il reddito e di 6,7 miliardi (7 miliardi dal 2020) per le pensioni. Nella nuova bozza si precisa che “nell’ambito del Fondo per il reddito di cittadinanza, fino a 1 miliardo nel 2019 e 2020” va ai centri per l’impiego, “fino a 10 milioni” all’Anpal.

Al Capo dedicato alla riduzione della pressione fiscale entra una proposta che istituisce un’imposta al 15% per gli insegnanti su quanto percepito da lezioni private e ripetizioni. Dal primo gennaio 2019 “i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado”, potranno chiedere – dispone la norma – l’applicazione di “una imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%, salva opzione per l’applicazione dell’imposta sul reddito nei modi ordinari”.

C’E’ POSTA PER TE

Gunther Oettinger

Gunther Oettinger

Con un poco di pazienza, facendo qualche giro sulla rete, che tanto piace ai 5 Stelle, si trovano le dichiarazioni di Di Maio in cui assicurava che i pentastallati non avrebbero mai messo i loro voti a disposizione di un qualsivoglia provvedimento che assomigliasse a un condono. Evidentemente hanno cambiato idea. Anzi l’idea del condono fiscale, ribattezzato pace fiscale, piace così tanto al governo, che ne allargano le maglie includendo anche l’Iva. Per l’imposta sul valore aggiunto non si applicherà il 20% ma un’aliquota media e se il contribuente non sarà in grado di determinarla scatterà il 22%, ossia l’aliquota ordinaria. Un meccanismo che consente di mettere la sanatoria al riparo da contestazioni della Commissione europea sul mancato recupero di un tributo come l’Iva che è proprio dell’Unione europea.

“Il Governo – afferma in una nota Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – invece di operare un cambiamento radicale nella lotta all’evasione fiscale, intende varare un nuovo condono. Questo è un regalo agli evasori ed una beffa per due terzi degli italiani che prima pagano le tasse, poi ricevono lo stipendio e la pensione. La UIL contrasterà questa nuova ingiustizia e chiede al Parlamento di cambiare rotta. È necessaria una svolta radicale nella politica di lotta all’evasione. La UIL propone cinque interventi: il primo è istituire una procura nazionale anti evasione con un’apposita agenzia esclusivamente dedicata all’accertamento; il secondo estendere il meccanismo della ritenuta alla fonte anche per i redditi da lavoro autonomo, il terzo ampliare il contrasto di interesse per i servizi alle famiglie; il quarto rendere tracciabili tutti i pagamenti, limitando l’uso del contante fino a mille euro; il quinto trasmettere automaticamente le fatture elettroniche e tutte le transazioni a Sogei. Inoltre, va attuata una revisione del sistema sanzionatorio penale, applicando pene più severe per i reati tributari, prevedendo delle limitazioni riguardo l’accesso ai servizi sociali pubblici e la sospensione del diritto di voto. L’insieme di questi provvedimenti – conclude Proietti – segnerebbero un vero cambiamento per ripristinare in Italia la legalità fiscale”.

Intanto prosegue il dibattito sulla manovra e sulla possibilità che l’Unione europea possa rispedirla al mittente. Dopo giorni di scontri con dichiarazioni da bar che andavano oltre l’insulto da parte di Salvini, si è in attesa della decisione della Commissione. Secondo il commissario al Bilancio Ue, Guenther Oettinger, così come detto allo Spiegel on line, la commissione Ue rigetterà la manovra del bilancio italiano. Per il magazine tedesco una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì,

“Si è confermata l’ipotesi che la bozza di bilancio 2019 non è conciliabile con gli obblighi esistenti nell’Ue”, afferma Oettinger. Moscovici non farà una controproposta, scrive Spiegel, ma si limiterà a rimandare alle violazioni dei dati di riferimento. Roma ha inviato il testo nella notte di martedì, all’ultimo minuto, sottolinea il portale del magazine. La Commissione reagisce in modo particolarmente veloce: per la sua risposta avrebbe infatti avuto due settimane di tempo. L’Italia adesso dovrà, in breve tempo, presentare una nuova bozza.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani arriva un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. E su una eventuale bocciatura della manovra: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte”, ha avvertito sottolineando che le misure “non vanno nella direzione dell’interesse” dell’Italia.

IL SORRISO

di maio sorriso

Marcia indietro di Tria con il tentativo di far scendere la tensione con la commissione arrivata alle stelle nella giornata di ieri. Da una parte il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, aveva evocato la fine dell’Euro e lo spettro della Grecia e dall’altra il vicepremier Matteo Salvini aveva replicato accusandolo di essere il responsabile della reazione sfavorevole dei mercati al Def.

Dopo una notte passata a discutere del Def e un lungo e rassicurante intervento di Tria lo spread aveva beneficiato delle indiscrezioni su una possibile apertura del governo, dopo i rilievi della Ue sulla manovra, che dovrebbe portare a una riduzione progressiva del deficit/Pil dal 2,4% (confermato) nel 2019, al 2,2% nel 2020 e al 2% nel 2021 (contro il 2,4% in tutti e tre gli anni inizialmente previsto nella Nota di aggiornamento al Def). Però il differenziale di rendimento che aveva iniziato la giornata a 289 punti base, è tornato sul livello dei 300 punti base segnati martedì in chiusura. Ci ha pensato Di Maio con la strategia del sorriso. Di Maio fino a ieri aveva detto che nulla era modificabile e che il governo sarebbe andato dritto per la sua strada, oggi si era dimostrato più possibilità. “La cifra del 2,4% – ha detto – è confermata nel 2019: per quanto riguarda il 2020 e il 2021 stiamo pensando all’abbassamento del debito e la crescita del Pil con tagli massicci a sprechi”.

Tagli generici contro i quali nessuno potrebbe opporsi che vengono evocati ogni qualvolta non si ha molto da proporre. Un taglio allo spreco non si nega a nessuno. Ma è la strategia dell’alternanza Di Maio. Dire una cosa e smentirla il giorno dopo.

Poi l’uscita finale del vicepremier ha tolto ogni dubbio ai mercati: “Stiamo investendo sul sorriso degli italiani”, ha detto a Montecitorio: “Investiamo sulla felicità dei cittadini, sulla voglia di spendere e sulla voglia di vivere con una qualità della vita migliore”, ha aggiunto, sottolineando che “se torna il sorriso, l’economia si rimette in moto”. Mentre, “se continuiamo invece a chiedere sacrifici, l’economia tornerà a deprimersi”. E lo spread ha subito invertito la rotta tornando ai livelli della chiusura di ieri. “Siamo davvero alle comiche – scrive il segretario Pd, Maurizio Martina, su Twitter – ma di mezzo purtroppo c’è l’Italia”.

L’intervento di Tria insomma ha provato a dare un poco di ottimismo all’Europa sulle prospettive future della situazione italiana. “Il fatto che la traiettoria pluriennale sul deficit sia stata rivista è un buon segnale”, dice il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici. In precedenza aveva parlato di manovra anche Salvini: “Sarà coraggiosa per mantenere gli impegni con gli elettori, negli anni futuri deficit e debito scenderanno”.

Ma lo scenario è più incerto che mai. Le stime di crescita del Centro studi di Confindustria sono al ribasso: il Pil “all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019” in “ribasso di 0,2% punti” per entrambi gli anni rispetto alle previsioni di giugno. Tra i vari fattori “pesano” anche “l’aumento dello spread” e “l’incertezza sulla capacità del governo di incidere sui nodi dell’economia e sulla sostenibilità del contratto di governo che causa meno fiducia negli operatori”. Per gli economisti di Confindustria “l’aumento del deficit” previsto dal governo “è poca cosa rispetto agli impegni politici assunti: se le coperture non saranno ben definite – avvertono – si rischia ex post un rapporto deficit/Pil più alto”.

Per il CsC “l’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di governo di sostegno al welfare”, come su reddito di cittadinanza o pensioni, poi “molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi”. Il Centro studi di Confindustria sostiene poi che non si debba “smontare le riforme pensionistiche perché ciò renderebbe necessario aumentare il prelievo contributivo sul lavoro. Se il meccanismo di ‘quota 100’, per permettere l’anticipo della pensione, venisse introdotto, andrebbe invece nella direzione opposta”.

 

BASSO IMPERO

balcone

Il governo festeggia sul balcone di Palazzo Chigi il raggiungimento di un accordo interno alla maggioranza sul Def. Una scena comica e inquietante allo stesso tempo. Comica perché è il dovere di ogni governo presentare una manovra, inquietante perché il Def poggia su basi che possono mandare all’aria i conti del Paese. L’effetto del Def infatti non si è fatto attendere. I primi a reagire, come sempre, sono i mercati, sempre molto sensibili e veloci a cogliere le conseguenze delle azioni della politica. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi infatti ha fatto un balzo in avanti arrivando a toccare quota 280 punti base all’indomani del Consiglio dei ministri che ha visto affermarsi la linea di Lega e M5s. Una linea che i due vicepremier hanno imposto al ministro dell’Economia Tria con un rialzo del rapporto tra pil e debito fino al 2,4% nel prossimo triennio. Secondo chi ci governa è una buona notizia perché si liberano risorse, secondo i mercati non lo è perché si aumentata il debito. E i debiti vanno onorati. È evidente che l’effetto è quello inverso: chi ha più debiti ha meno risorse. Chi ha più debiti ha meno possibilità di ottenere flessibilità.

Secondo la piattaforma Bloomberg, il differenziale sulla scadenza a dieci anni all’ora di pranzo è a 276 punti, una quarantina in più della vigilia, per un rendimento del Btp decennale salito al 3,2%. Sul titolo a due anni – solitamente più osservato dai mercati perché termometro della fiducia degli investitori sulla tenuta del Paese in un orizzonte più a breve – il differenziale si è allargato fino sopra 165 punti base, anche in questo caso crescendo di circa 40 punti.

Piazza Affari il giorno dopo l’accordo ha aperto in netto ribasso. Un rosso profondo, che ha portato l’indice a sfiorare il 5%. I titoli più colpiti quelli del comparto bancario con i colossi come Intesa e Unicredit che arrivano a cedere il 7 per cento e una raffica di sospensioni che si abbatte sulle azioni settore. Gli altri listini europei sono deboli, ma con variazioni molto meno marcate: Londra tratta in rosso dello 0,44%, Francoforte arretra dell’1,2% mentre Parigi cede lo 0,7%. Risente della tensione anche l’euro: la valuta unica scivola sotto quota 1,16 contro il dollaro. Insomma, mentre gli esponenti di punta del governo festeggiavano affacciandosi al balcone di Palazzo Chigi acclamati dalla folla pentastellata in delirio, l’effetto del Def è stato immediato, ma devastante per la credibilità del nostro Paese.

“Prima di improvvisarci Ragionieri del Bilancio – commenta su Facebook Bobo Craxi – è però opportuno ravvisare in questa sceneggiata dal balcone di Palazzo Chigi un principio di comicità involontaria. Credo non ci sia alcun Governo in Occidente che festeggi una legge finanziaria come la vittoria di un Campionato di Calcio. Specie quando il campionato non si è né vinto né giocato. Possiamo solo anticipare che l’avventurismo economico-finanziario di questi porterà il Paese ad una stagnazione per altri anni che ci porterà nuovamente ad un Governo peggiore di Monti. Un bel capolavoro non c’è che dire”.

LINEA MORBIDA

conte salvini di maioIl cambio di rotta è quantomai repentino. Nel giro di poco tempo il programma rivoluzionario del governo è diventato un mero ricordo. È Salvini a dettare la nuova linea. “Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo paese nel rispetto di tutti i vincoli Ue. È chiaro che non faremo tutto subito, né gli italiani se lo aspettano. Ci saranno opzioni a un anno, a due anni e a tre anni“. Il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini, intervistato dal Sole 24 Ore, allunga i tempi per la realizzazione delle promesse elettorali e conferma la nuova linea morbida nei confronti di Bruxelles inaugurata martedì sera. Oggi a Palazzo Chigi si è svolto il vertice di maggioranza tra il premier Giuseppe Conte e i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Tra i temi al centro della riunione, le priorità della manovra economica. Sono presenti anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, quello dell’Economia, Giovanni Tria, e quello degli Affari Europei, Paolo Savona. Moavero viene dalla scuola di Mario Monti a da sempre vede nell’Europa l’unico faro da seguire. Non a caso fu ministro per gli affari europei durante il governo del professore ora Senatore a vita, con il compito di recepire quanto veniva da Bruxelles per portarlo pari pari al consiglio dei ministri.

Il presidente del Consiglio Conte ogni tanto si ricorda di essere alla guida del Governo e si lascia andare in qualche dichiarazione. Solitamente lo fa quando deve tranquillizzare i mercati. “Nell’incontro di questa mattina – ha detto – abbiamo continuato a lavorare alla manovra economica e ci aggiorneremo anche domani. Stiamo approfondendo tutti i dettagli per varare un piano finanziario che tenga i conti in ordine e che consenta al Paese di perseguire un pieno rilancio sul piano economico-sociale: la nostra sarà una manovra nel segno della crescita nella stabilità”. “Stiamo lavorando alle riforme strutturali a favore della competitività del sistema-paese che saranno parte qualificante del Piano nazionale Riforme e, quindi, parte integrante della manovra economica”, ha affermato il premier in una nota diffusa al termine del vertice.

Salvini, dopo aver incassato un ricco bottino, almeno nei sondaggi, grazie alla spregiudicata politica sui migranti, si incarica di apparire rassicurante soprattutto dopo l’impennata, ora fortunatamente in fase di rientro, dello spread. Ora infatti il leader della Lega parla di rispetto degli impegni con l’Europa. Parole apprezzate subito dopo da un quasi incredulo presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Salvini deve gestire il suo bottino di voti: le elezioni europee sono dietro l’angolo e in caso di crisi finanziaria avrebbe tutto da perdere. Di Maio ha il problema opposto: il decreto dignità non ha portato i risultati sperati e ora ha bisogno di una levata d’ingegno per risalire nei sondaggi. Per l’M5S la legge finanziaria è l’ultima occasione prima di giugno per tornare ad essere competitivi nei confronti dell’alleato di governo. Ma i temi tanto cari al Movimento, come il reddito di cittadinanza sui cui il movimento ha lucrato gran parte dei consensi, sono ancora lontani dall’entrare nella agenda di governo. Comunque anche Di Maio cerca di mostrare un volto rassicurante. Lo spread evidentemente ha lasciato un segno. “La prossima manovra – ha detto – manterrà i conti in ordine ma sarà coraggiosa: rassicurerà i mercati, ma anche le famiglie che hanno bisogno, i cui figli non trovano lavoro”. E ancora: “Non c’è contrapposizione con il ministro Tria, c’è lavoro di squadra”. E rispondendo ai cronisti che gli chiedono se la manovra manterrà il tetto del 2%, afferma: “Faremo una manovra che ridarà il sorriso agli italiani e che manterrà i conti in ordine” ha detto Di Maio. Sembra un poco la storia della botte piena e della moglie ubriaca…

Ginevra Matiz

Rai. Buemi, tempi duri per un’informazione autonoma

RAI-RiformaIn nome della battaglia contro la lottizzazione si lottizza. Questa la morale della vicenda Rai ai cui vertici il governo, tramite il ministero dell’economia, ha posto persone di propria fiducia. Ne di più ne di meno di come è sempre successo. Insomma il governo ha raggiunto l’accordo sulle nomine “in ottemperanza alle disposizioni di legge e di statuto e a completamento delle designazioni già effettuate dal Parlamento e dall’azienda, per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha proposto al Consiglio dei Ministri i seguenti nominativi: Fabrizio Salini, indicandolo per la carica di amministratore delegato, e Marcello Foa per la carica di consigliere di amministrazione”. Si legge così in una nota del Ministero dell’Economia. Foa sarà votato dalla commissione di Vigilanza per la carica di presidente dell’azienda radiotelevisiva.

“Oggi diamo il via a una rivoluzione culturale. Ora ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, nella Rai”. Ha detto il vicepremier Luigi Di Maio. Il perché poi i nominati in precedenza siano dei raccomandati e quelli di oggi non lo siano, è tutto da capire. Va ricordato comunque che le norme in vigore sono figlie della riforma voluta dal governo Renzi. “I risultati di una riforma sbagliata e pensata a favorire la propria continuità di governo – afferma l’esponente socialista Enrico Buemi senatore nella scorsa legislatura – ha portato oggi a consentire a Lega e 5 Stelle di occupare la Rai con leadership oscurantiste al servizio di interessi diretti di forze politiche e di governo che le hanno scelte. Saranno tempi duri, più del passato, per una informazione autonoma e libera da condizionamenti di varia natura, ma purtroppo sempre al servizio del potente di turno”. Dall’opposizione quindi l’accusa è quella di militarizzare la Rai: “Nessuna nomina di garanzia: Salvini e Di Maio vanno contro la legge e militarizzano la Rai con una spartizione senza precedenti. Tria e Conte non pervenuti”. Sono le parole di Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Foa – continua Anzaldi – è un fedelissimo di Salvini mentre Salini è stato l’ad de La7 nel momento in cui la tv di Cairo si è trasformata in un lungo talk show filo M5s contro Renzi e il Pd. Vogliono asservire il servizio pubblico alla loro lottizzazione selvaggia”.

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

LEZIONE DA MARTE

Tito Boeri, presidente dell'Inps

Tito Boeri, presidente dell’Inps

L’arena è il suo ambiente naturale. Lo scontro gli serve per essere sulla scena. Quotidianamente. Un giorno dopo l’altro si nutre di pane e polemica. Non è primo politico e non sarà l’ultimo che basa i propri successi elettorali sulla necessità di un nemico da abbattere. Oggi dopo lo scontro frontale con Boeri, Salvini sceglie un altro bersaglio. Il suo alleato, e come lui vicepremier, Luigi Di Maio. All’assemblea delle imprese assicurative dell’Ania alza il tono prendendo come occasione l’iter parlamentare del decreto dignità da poco approvato dal Cdm. “Il provvedimento sul lavoro è un buon inizio, ma il Parlamento lo renderà ancora più efficiente e produttivo”, ha affermato Salvini. Un tentativo di contenere il malcontento della Lega sulle norme contro il precariato del ministro grillino dello Sviluppo economico. Ma Di Maio non ci sta e la sua replica non si è fatta attendere: “No a modifiche in Aula che annacquano”. E va oltre marcando una differenza nei toni e nella sostanza nei confronti di Boeri: “Non so se andremo d’accordo su tutto ma sul tema delle pensioni d’oro e dei vitalizi lavoreremo bene. Finché il legislativo farà il legislativo, l’esecutivo farà l’esecutivo e l’Inps farà l’Inps andremo d’accordo”.

Insomma il primo a temere l’offensiva senza freni di Salvini è proprio il ministro pentastellato che si trova ogni giorno più in difficoltà nel tentare di arginare l’esuberante iperattività del capo leghista. Ma Salvini non se cura e continua nella tecnica dell’attacco a prescindere. Ieri, con un pretesto di cronaca, aveva preparato l’assalto al presidente dell’Inps oggi alla Camera per la relazione annuale sulle pensioni. Scrive su Twitter: “Servono più immigrati per pagare pensioni… cancellare L. Fornero costa troppo… servono più immigrati per fare lavori che gli italiani non vogliono più fare…’. Il Presidente Inps continua a fare politica, ignorando la voglia di lavorare di tantissimi italiani. Vive su Marte?”.

Boeri a detta di Salvini è colpevole di sostenere che gli immigrati sono necessari per riequilibrare un Paese in grave crisi demografica e in cui la spesa pensionistica è sbilanciata in modo preoccupante in quanto la platea dei pensionati si allarga mentre quella dei lavoratori attivi rimane stabile se non diminuisce, soprattutto in una prospettiva, come quella sottolineata dal ministro Tria, un cui la crescita è in rallentamento.

“La storia – ha detto il presidente Inps, Tito Boeri, nella Relazione annuale – ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%”. “Il nostro sistema pensionistico – ha detto ancora – è in grado di reggere alla sfida della longevità, almeno sin quando si manterrà l’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita e la revisione dei coefficienti di trasformazione. Ma non ha al suo interno meccanismi correttivi che gli permettano di compensare un calo delle coorti in ingresso nel nostro mercato del lavoro”. Infine Boeri, a margine dei lavori, risponde alle affermazioni del leader leghista: “I dati sono la risposta migliore e non c’è modo di intimidirli. La mia risposta è nei dati e i dati parlano. Oggi presentiamo quella che è la verità che bisogna dire in Italia”.

Scontro sui vitalizi. Buemi: “Pifferai e pifferati”

Vitalizio-parlamentari

“Sono curioso di sapere: su che base di legittimità giuridica Fico e soci potranno mettere un limite al vitalizio rispetto al maturato e in base all’effettivamente versato?”. Così in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia Psi e Senatore nella XVII Legislatura. “Il vitalizio non è un privilegio ma è l’equivalente oggi di quanto versato dal parlamentare. Credo sia più un privilegio quello di chi è andato in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno da dipendente statale e, oltretutto, senza raggiungere l’età pensionabile ordinaria”, ha spiegato Buemi. “Sapete quanti sono? Sapete quanti lavoratori dipendenti in pensione che hanno pensioni derivanti dall’ultimo stipendio medio dell’ultimo anno di servizio e non in base alla cifra effettivamente versata? Chiedetelo a quel furbacchione di Boeri che non dice quanto costa questa situazione”, ha sottolineato Buemi. E non dimentichiamoci, poi, di quelli che hanno lavorato una vita ma i cui datori di lavoro gli hanno versato solo in parte i contributi e anche le intere categorie che hanno versato pochissimi contributi e prendono pensioni non proporzionate al versato. È facile cercare il difetto a casa d’altri – ha concluso Buemi – certo è che in tutte le fasi storiche ci sono state pifferai e pifferati”

le parole del responsabile giustizia del Psi arrivano nel giorno in cui torna con prepotenza nelle cronache il tema dei vitalizi con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati presa di mira dai Cinque Stelle che a detta loro ha voltuto imprimere un colpo di freno al taglio dei vitalizi. “Una giravolta incredibile” affermano. Parte così l’offensiva pentastellata “colpevole” di lasciare “solo” il presidente della Camera Roberto Fico che ha presentato, nell’ultima riunione dell’ufficio di presidenza di Montecitorio, il testo della delibera sul ricalcolo degli assegni mensili agli ex deputati. Casellati, in missione a Washington, ha infatti spiegato di avere “qualche perplessità sul fatto di poter incidere sui diritti acquisiti”.

E, pur aggiungendo che il tema va ripreso anche al Senato “perché sarebbe stravagante che la Camera operasse in un modo e che la stessa situazione non si verificasse nell’altro ramo del Parlamento”, ha auspicato “soluzioni condivise”. Per ora, però, le Camere marciano divise con il risultato che 1.338 ex deputati rischiano di ritrovarsi con un vitalizio “a dieta” mentre gli ex senatori sono in salvo.

E si scatena la pioggia, anzi il diluvio di accuse dei 5 Stelle verso la senatrice di Forza Italia. Un coro pentastellato contro un tema che è stato uno dei cavalli di battaglia non solo della campagna elettorale, ma anche un tema portante della presenza grillina in Parlamento nella passata legislatura. Un tema bislacco ma di facile presa elettorale che fa il paio con il reddito di cittadinanza. Si toglie a quelli che chiamano privilegiati per dare a tutti gli altri. Peccato che i risparmi sarebbero risibili e il monte da redistribuire ben poca cosa. Inoltre sono rilevanti dubbi di costituzionalità sul taglio dei vitalizi. Si tratta di diritti acquisiti e comunque sono diversi i costituzionalisti, tra cui Onida, che ritengono che il problema possa essere affrontato e, nei limiti della nostra Costituzione, risolto solo con una legge e non con un provvedimento amministrativo di un ufficio di presidenza.