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Ginevra Matiz

Fumata nera alla Camera. Il Cavaliere torna al centro

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Come era scontato la fumata è stata nera. Nell’Aula della Camera dei deputati alla prima votazione per eleggere il presidente, nessuno ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, ovvero 420 voti, richiesta al primo scrutinio. Servirà una nuova votazione.

Nel primo giorno della XVIII Legislatura Riccardo Nencini, segretario del Psi eletto Senatore alle ultime elezioni politiche, ha depositato il disegno di legge già presentato il 7 maggio del 2013 (n.643) che propone l’introduzione di una normativa per regolamentare le attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Si tratta di una legge sulle lobby che tutt’oggi non esiste in Italia. “Primo disegno di legge della nuova legislatura sulle lobby appena presentato. Battaglia storica, e speriamo sia la volta buona”, ha scritto Nencini sul suo profilo Facebook. Nencini è stato il primo parlamentare e membro del governo ad istituire spontaneamente  un registro pubblico degli incontri con i portatori di interesse presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove sono riportati  i dettagli degli incontri con i lobbisti. Il disegno di legge vuole introdurre una particolare garanzia sulla trasparenza del meccanismo di pressione che i portatori di interessi particolari svolgono nei confronti dei decisori pubblici. Il disegno di legge, infatti si fonda su alcuni pilastri: trasparenza – attraverso l’istituzione di un registro dei rappresentanti di interessi; partecipazione democratica; garanzia di pubblicità delle informazioni; conoscibilità di formazione dei processi decisionali.

Tornando alle presidenze, dopo l’ingarbugliarsi della trattativa Pd, M5s, Fi e Lega hanno deciso di votare scheda bianca. Per il secondo e terzo scrutinio il regolamento abbassa il quorum ai 2/3 dei votanti, contando anche le schede bianche. “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro…”, dice Matteo Salvini. In una nota di Forza Italia si conferma che gli azzurri al terzo scrutinio del Senato voteranno per Paolo Romani. Insomma il gioco della scheda bianca rimesso al centro il Cavaliere. Lega e 5 Stelle si sono incartate da sole e hanno permesso a Silvio Berlusconi di rientrare in scena quanto basta per bloccare le prove tecniche di accordo dei due vincitori delle elezioni del quattro marzo. Il Pd gioca di rimessa e vota scheda bianca a primo scrutinio in attesa che altri indichino delle soluzioni. Ma i “vincitori” si sono resi conto che per governare serve la maggioranza e che in un sistema proporzionale che ha prodotto tre minoranze serve un accordo. “Spetta a M5s e centrodestra indicare una soluzione, non ci sono riusciti. Spetta a loro avanzare una proposta, siamo in attesa di capire quale” afferma il dem Ettore Rosato. Indicazione di scheda bianca anche da Forza Italia.

Al momento i vertici del M5S ribadiscono la massima disponibilità ad un incontro tra leader ma senza Silvio Berlusconi. Anche se “il punto vero non è l’incontro ma l’insistenza su Paolo Romani. Se questa viene meno possiamo diventare concavi e convessi e la situazione può sbloccarsi”, spiega una fonte autorevole del M5S descrivendo l’apertura, da parte dei pentastellati a un nome alternativo del centrodestra per il Senato, inclusi quelli che stanno girando in queste ore. Evidentemente un pretesto in quando “la scusa” dei 5 Cinque Stelle su Romani non regge. Ma l’insistenza del centrodestra su Romani produrrebbe uno scontro, con un’ipotesi: che al ballottaggio i senatori del M5S votino un candidato del Pd, come potrebbe essere Luigi Zanda, cercando un’asse proprio con i Dem. “Il punto è che non voteremo mai Romani, e non ci asterremo”, si spiega dal Movimento. Ma è Rosato a smentire questa ipotesi: “Nessun grillino ci è venuto a dire che sono disponibili a votare come presidente Luigi Zanda o uno del Pd. L’ho letto ma sono voci fatte trapelare e non proposte fatte alla luce del sole”. “La presidenza del Senato – ha aggiunto – è la seconda carica dello Stato – e noi non siamo interessati a farci prendere in giro e nemmeno Luigi Zanda lo è. Sin da dopo le elezioni M5s e centrodestra hanno detto che hanno vinto le elezioni e che si sarebbero presi una presidenza per ciascuno, e ora stiamo a questo punto”.

Per ora il groviglio si complica. Una situazione di stallo determinata dalla superficialità di approccio con un metodo di lavoro chiaramente insufficiente. “Nessuno – afferma il reggente Pd Martina – si assume la responsabilità piena e invece giocano sui tatticismi, così il groviglio anziché districarsi si complica”.

UNA POLTRONA PER DUE

montecitorio presidenzaLo slogan del disinteresse verso le poltrone è stato sparpagliato ai quattro venti per tutta la campagna elettorale. Ora è un punto diventato dirimente E sul quale potrebbe nascere il primo contatto per un governo griglio-verde, che fondi cioè le proprie fortune, sulla saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Si tratti di voglia di potere o meno, la guida delle Camere diventa uno punto di snodo per sbrogliare la complicata matassa post elettorale. La demagogia però resta tutta: se sono i 5 Stelle o Lega a chiederne la guida, ovviamente con tutti i diritti, è lecito. Ma quando lo hanno fatto altri era sete di potere.

Alla prima seduta delle nuove Camere mancano tre giorni. Solo in quel momento si avrà il l’avvio ufficiale alla XVIII legislatura. Secondo i due regolamenti, a presiedere la prima riunione dell’Aula di Montecitorio sarà Roberto Giachetti del Pd, mentre l’Assemblea di palazzo Madama sarà diretta dal senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Venerdì 23 marzo, quindi, inizierà la legislatura con il primo passaggio fondamentale per la nascita del nuovo governo: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Solo dopo, infatti, il presidente della Repubblica potrà avviare le consultazioni. E mentre proseguono le trattative tra i partiti per tentare una possibile convergenza, continuano a rincorrersi i nomi dei ‘papabili’ candidati: per la Camera restano in pole Riccardo Fraccaro, Roberto Fico e Emilio Carelli, tutti M5s. È stato proprio il leader pentastellato, Luigi Di Maio, a rivendicare il ruolo per il Movimento. Tra i nomi in circolazione anche quello dello stesso Di Maio, che nella scorsa legislatura è stato vice presidente di Montecitorio, ma fonti pentastellate escludono al momento tale possibilità. Anche la Lega punta allo scranno più alto della Camera, e il nome è quello di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini e che, stando alle indiscrezioni, potrebbe contare anche sui voti del Pd o quantomeno a una non ‘belligeranza’ da parte dei dem.

Per il Senato, invece, circolano i nomi del capogruppo di FI Paolo Romani, sul quale tuttavia ‘pesa’ il veto dei 5 stelle (“no condannati o imputati”, ha ribadito anche oggi Di Maio). La Lega punterebbe su Roberto Calderoli o Giulia Bongiorno, nome che però farebbe storcere il naso agli azzurri. Per i 5 stelle si fanno i nomi di Danilo Toninelli e l’ex Questore di palazzo Madama Laura Bottici. In assenza di un precedente accordo tra le forze politiche, visti i numeri e soprattutto l’assenza di una maggioranza certa, anzi impossibile, che basti una sola votazione per eleggere i nuovi presidenti. L’ipotesi, alla luce anche dei diversi regolamenti, è che il successore di Grasso potrà vedere la luce già nella giornata di sabato, mentre non è possibile fare previsioni sui tempi necessari per l’elezione del successore di Boldrini e potrebbero anche volerci votazioni ad oltranza prima di avere un risultato.

Comunque le trattative vanno avanti con Di Maio che cerca di tenere distinte le questioni governo-camere: “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo ma è una partita per l’abolizione dei vitalizi” ha affermato ritirando fuori uno dei temi di campagna elettorale il cui nesso è poco chiaro. “In questa settimana probabilmente – ha aggiunto – eleggeremo uno dei presidenti delle Camere e saremo decisivi per l’elezione di entrambi. Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare”.

Per il momento non c’è stato ancora alcun confronto sui nomi dei candidati per le presidenze delle Camere. E probabilmente, i nomi che proporrà M5s saranno messi sul tavolo solo domani sera o più probabilmente giovedì. Così ribadiscono i vertici M5s alla vigilia del nuovo giro di contatti dei capigruppo in pectore 5 stelle, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, con gli altri partiti sulle presidenze delle Camere. Il M5s smentisce i rumors di queste ore che danno già per acquisito il nome per la presidenza in particolare di Montecitorio sulla quale continuano a puntare i pentastellati.

Intanto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono incontrati stamane ad Arcore per cercare una soluzione comune sui nomi da presentare per la presidenza delle Camere e per presentarsi così con una strategia definita al vertice in programma domani a Roma, cui prenderà parte anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Tra le possibilità per uscire dall’impasse con il Movimento 5 stelle, che rivendica lo scranno più altro di Montecitorio, vi sarebbe l’idea di avanzare una proposta comune del centrodestra per la guida di palazzo Madama. I due leader di Forza Italia e Lega avrebbero affrontato anche il nodo del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Friuli.

In mattinata si sono incontrate anche le delegazione di Forza Italia con i 5 Stelle e in precedenza i capigruppo pentastellati Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno incontrato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, e il coordinatore Lorenzo Guerini che si sono detti in attesa di conoscere le proposte che siano di “garanzia”.

PERICOLO GRIGIO VERDE

salvini-di-maioUna sorta di prova generale di ciò che potrebbe avvenire nelle prossime settimane. La prospettiva di un accordo grigio verde che vada oltre la spartizione delle presidenze delle Camere diventa una ipotesi possibile. Un accordo che romperebbe in una sola volta promesse annunciate come solenni. Quella della Lega e della sua lealtà a Berlusconi e quelle dei Cinquestelle che della autosufficienza avevano fatto un mantra, velocemente superato negli ultimi mesi, tanto da convertire lo stesso Di Maio da nemico giurato dell’Europa a suo sostenitore. Basta vedere le capriole compute in poche settimane sull’Euro. Ma Salvini fa intendere che Berlusconi stia allentando le sue posizioni tanto che alla domanda se Berlusconi abbia chiuso ai 5 Stelle, risponde: “Non mi sembra. Stiamo ragionando sui programmi”.

Le trattative sui presidenti delle Camere rappresentano la base di partenza per creare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Ieri i primi contatti tra i Di Maio e Salvini  in cui si sono riconosciuti reciprocamente la vittoria che però passa, secondo Di Maio, attraverso “l’attribuzione al  MoVimento della presidenza della Camera dei Deputati” in quanto l’M5S è “la prima forza politica del Paese”.   Anche Salvini, conclude Di Maio, “ha riconosciuto il nostro straordinario risultato, e io ho riconosciuto il successo  elettorale ottenuto dalla Lega”. Sembra l’inizio di una luna di miele. Tanto che Giorgia Meloni usa l’ironia verso i sui alleati: “Ora capisco perché Berlusconi e  Salvini non sono venuti alla manifestazione anti-inciucio.  Evidentemente non era un problema di agenda…”. Salvini afferma di parlare e di muoversi come leader non solo della Lega ma del centro destra. Oggi i Cinquestelle hanno ribadito che la presidenza della Camera spetta a loro “perché vogliamo che alla Camera”, che ha un numero maggiore di parlamentari, “si parta con la delibera sui vitalizi”.

Il centro sinistra la momento è in attesa di conoscere le proposte sulle presidenze. “Il Pd non chiede niente ma se i profili sono adeguati non c’è preclusione a votare nomi proposti da chi ha vinto le elezioni se sono all’altezza del ruolo” afferma a nome del Pd Ettore Rosato parlando con i giornalisti alla Camera.

Intanto il premier Paolo Gentiloni ai  giornalisti che gli chiedevano un commento sui timori per l’instabilità dell’Italia ha risposto che “bisogna avere fiducia nel Paese”. Fiducia che arriva anche da Fitch rialza stime Pil Italia, +1,5%. Un segnale evidente che il governo Gentiloni ha lavorato bene in questi mesi riuscendo ad agganciare la ripresa internazionale. Ma i timori sono per il futuro. Il risultato delle elezioni politiche del 4 marzo in Italia, si legge in una nota degli analisti di Fitch in un report sull’Italia,  è che “la formazione di un governo stabile è molto difficile e aumenta l’incertezza sul futuro corso della politica economica e fiscale” del Paese.

NUOVO RIFORMISMO

Quirinale“Di fronte a una sonora sconfitta bisogna ispirarsi a un canone diverso che cali la sinistra riformista nello straordinario cambiamento che ha sconvolto abitudini secolari”. Inizia così la lettera che il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha inviato ai leader dei partiti di centrosinistra, a cominciare dal segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, dopo il voto del 4 marzo. Nencini parla di “una dinamica che va fronteggiata percorrendo la strada della coesione politica e di un pensiero adeguato a ricongiungere la sinistra col suo popolo”, riferendosi al successo delle “forze antisistema”. Secondo Nencini, “i nodi da sciogliere hanno caratteristiche strutturali” e sono quelle che riguardano “i temi della sicurezza, delle disuguaglianze, della globalizzazione”. Essendo dunque per il segretario del Psi “una situazione eccezionale”, “urge una revisione radicale sia degli strumenti per comunicare che delle misure da assumere”.

Nella lettera Nencini fa un passaggio sui prossimi appuntamenti elettorali, le elezioni comunali e regionali. “È la prima occasione da cogliere, l’opportunità per presentarsi agli elettori superando divisioni laceranti. Ognuno di noi rinunci a una parte della sua sovranità per mettere in campo una piattaforma riformista aperta alle esperienze civiche, si tengano Primarie delle Idee per confrontarsi con i cittadini, si scelgano i candidati migliori senza guardare al partito da cui provengono. Insomma, un decisivo cambiamento di rotta per evitare che la sinistra soffochi nell’isolamento e venga vissuta solo come ‘sinistra baronale’, lontana dal mondo del bisogno, elitaria, sradicata dalle origini popolari”. Per Nencini le elezioni amministrative sono “un banco di prova, non possono essere né affidate al caso né a vecchi schemi. La strada peggiore sarebbe l’Aventino e logorarsi ciascuno all’interno dei propri partiti. La più proficua una riflessione comune” ha concluso il segretario socialista.

Ovviamente una riflessione è necessaria nell’intero centrosinistra. Nessuno può auto assolversi quando dalle urne escono risultati così netti. Dario Franceschini, in una lunga intervista al Corriere ha oggi fatto le proprie valutazioni e  lanciato la sua idea per uscire dall’empasse costituzionale. Secondo Franceschini è arrivato “è momento di scrivere le regole tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri”. “Monocameralismo e legge elettorale. L’insieme di questi elementi può dare stabilità al sistema Paese”. Per Franceschini “da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso”.

Dal Pd interviene anche il leader della minoranza Andrea Orlando, che ricorda come “nel documento conclusivo della Direzione del Pd, che è stato votato da tutti, abbiamo detto che siamo per una posizione responsabile che guardi con attenzione alle mosse che farà il Colle, ma che siamo indisponibili ad un’alleanza politica con la destra e il Movimento 5 Stelle”. “Credo a questo posizionamento rappresentato coerentemente da Martina. Questa – aggiunge il Guardasigilli – è la direttrice lungo la quale dobbiamo muoverci”. Alla domanda se questa posizione sia diversa da quella di Franceschini, Orlando ha precisato: “Non mi pare che Franceschini abbia detto cose radicalmente diverse. Poi ognuno darà la sua accentuazione ad un punto rispetto che a un altro”.

Il compito che spetta al capo dello Stato sarà arduo. Salvini e Di Maio si sentono già sulla sedia di Palazzo Chigi. Le prime prove di intesa si faranno con le elezioni dei presidenti delle Camera. “Stiamo lavorando – ha detto Salvini – per dare un governo a questo Paese con un programma di centrodestra aperto ad arricchimenti, contributi e proposte ma non stravolgimenti. Sarebbe irrispettoso coinvolgere chi ha perso le elezioni”. Un messaggio chiaro ai 5 Stelle. “Fatto escluso il Pd, tutto è possibile. Escludo che ci sia il Pd, di tutto il resto parleremo prossime settimane”. Insomma il pericolo grigio verde potrebbe concretizzarsi.

RIPARTIRE

apertura segreteria

“La prima cosa da fare è convocare gli stati generali del riformismo italiano. Quando la sconfitta si trasforma in disfatta non c’è tempo da perdere”. È questo l’appello rivolto dai vertici del PSI al Pd, alle forze civiche ed ai partiti del centrosinistra, durante la riunione che si è tenuta oggi a Roma con la segreteria nazionale del Psi allargata ai segretari regionali del Partito. Riccardo Nencini ha presentato le dimissioni da Segretario, respinte all’unanimità (con due astenuti). “Nessun sostegno a governi grillini nè a governi a trazione leghista” ha detto Nencini durante la sua relazione d’apertura.
Nencini ha poi affermato che “l’obiettivo immediato è preparare le elezioni amministrative e regionali in Molise e nel Friuli. La strada maestra è presentare agli elettori coalizioni coese, aperte a forze civiche democratiche, con programmi che abbiamo al centro la lotta alle disuguaglianze e la sicurezza. Va fissato un principio: i migranti che ospitiamo legalmente devono lavorare per la comunità offrendo servizi di natura sociale nei comuni nei quali vivono. Un modo per integrarsi, un modo per restituire quanto lo Stato italiano fa per loro” ha concluso il segretario del Psi rimarcando la necessità dell’unità del partito e dei gruppi dirigenti in questa fase politica molto delicata.
Intanto proseguono le prese di posizione per il dopo elezioni nel tentativo di dipanare una matassa sempre più ingarbugliata. Di Maio si è presentato in conferenza stampa alla stampa estera con il nuovo volto dei 5 Stelle e ha parlato di responsabilità. Certo sentire parlare Di Maio di responsabilità fa un po’ impressione. Termini inaspettati da chi fino a ieri ha ostentato la diversità dei Cinquestelle come valore assoluto e di conseguenza ha fatto dell’oltranzismo un vanto, oggi chiede alle forze politiche di aprirsi al senso di responsabilità. Un appello ora divenuto necessario per le sue velleità di governo, ma negato con forza per tutta la legislatura. Incontrando la stampa estera il capo politico dei 5 Stelle ha però affermato che “non contempliamo alcuna ipotesi di governo di tutti o istituzionale: gli italiani hanno votato un candidato premier”.

E ancora: “Le forze politiche stanno chiedendo di tornare a votare? A noi non spaventa”. “Sempre più gente – ha detto in un altro passaggio – si convince che M5s sia l’unica possibilità per uscire dal baratro dei partiti: per questo credo che siamo destinati a crescere”. “Non siamo disponibili a immaginare una squadra di governo diversa da quella espressa dalla volontà popolare: c’è stata una grande investitura”. “Le presidenze delle camere – ha osservato – non riguardano la questione del governo, non devono essere legate a dinamiche di governo, ma sono figure di garanzia che riguardano il Parlamento”. In sostanza gli altri dovrebbero essere responsabili e lui, anche con i voti di chi fino a ieri era oggetto delle ingiurie dei pentastellati, fare il premier. Si è spinto talmente avanti da accusare addirittura il mite Padoan di avvelenare i pozzi: “Le nostre misure economiche saranno sempre ispirate alla stabilità del Paese: non vogliamo trascinare le dinamiche economiche nelle diatribe politiche. Credo che oggi Padoan sia stato molto irresponsabile a trascinare le questioni tra Italia e Bruxelles rispondendo ‘non so’ a proposito del futuro dell’Italia. È stata quasi una provocazione, come a dire che ‘ora che me vado all’opposizione avveleno i pozzi. Tutti siamo chiamati alle responsabilità”. Ma non Di Maio che voleva uscire dall’Euro? Posizione rapidamente ritrattata, poi tramutata in una proposta di referendum (tra l’altro incostituzionale) e poi abbandonata del tutto.

“Le parole di Luigi Di Maio – è stata la risposta del vicesegretario, reggente del Partito democratico, Maurizio Martina – sono solo arroganti e per niente utili all’Italia. Altro che responsabilità. Insulta il ministro dell’Economia che ha garantito la tenuta del Paese e la sua ripartenza per poi predicare dialogo: una farsa. Di Maio dovrebbe accorgersi che il tempo della propaganda è finito”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non ha fatto altro che fotografare la realtà: al momento nessuno sa infatti chi e con l’appoggio di quali partiti guiderà il prossimo governo. “Tutti mi hanno chiesto che cosa succederà in Italia – ha detto Padoan ai giornalisti – la mia risposta è stata ovvia: ‘Non lo so’. Ho descritto le ipotesi sul tappeto, con tanto di distribuzione dei voti e degli scenari possibili più o meno ragionevoli e c’è sicuramente grande interesse tra colleghi dell’Eurogruppo”.
I ministri dell’Economia hanno discusso della situazione economica dell’Unione, e la concreta possibilità che a Roma non si arrivi a una soluzione preoccupa Bruxelles. “Lo stesso commissario Moscovici – ha spiegato Padoan – nell’introdurre la discussione sullo stato dell’economia ha parlato dell’Italia come un elemento di incertezza, cosa abbastanza ovvia “,ha aggiungtoil ministro dell’Economia.

Padoan non ha commentato neanche le parole del leader della Lega Matteo Salvini che questa mattina da Strasburgo ha detto che un eventuale governo a guida Lega rimetterebbe in discussione se necessario il rispetto dei parametri del 3% deficit/Pil e sta elaborando un ‘piano B’ per
l’eventuale uscita dell’Italia dall’euro, ma dice la sua sul dibattito in corso nel nostro paese in vista della formazione del nuovo governo: “Il Pd deve prendere atto del risultato delle elezioni – ha detto il titolare del Tesoro – e collocarsi all’opposizione. Altri partiti hanno vinto, fa parte del gioco democratico che siano queste forze a offrire una soluzione di governo al Paese”. Non sta di certo a chi le le elezioni le ha perse l’onere di offrire una soluzione. Solitamente chi vince ha questa responsabilità. Quella di ascoltare e trovare una via di uscita. Ma, a dieci giorni dalle elezioni, sono ancora in diversi a dire di aver vinto.

Così come spetta alle stesse forze politiche che hanno vinto, ha chiarito Padoan, modificare in Parlamento le linee di politica di bilancio dell’Italia e presentare le loro proposte a Bruxelles: dal reddito di cittadinanza alla flat tax fino alla revisione o cancellazione della legge Fornero. Il governo in carica, ha ribadito Padoan che a margine dei lavori dell’Ecofin ha incontrato il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis e il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha informato la Ue del “lavoro che stiamo facendo sulla scrittura del documento sul quadro macroeconomico tendenziale e del fatto che, implicitamente, finché non ci sarà un nuovo governo la Commissione dovrà attendere l’invio di un documento programmatico che spetterà al nuovo governo redigere. La Commissione si è mostrata assolutamente aperta e paziente – ha aggiunto – e del resto ci sono stati dei casi analoghi anche in passato”.

TEMPO DI RICOSTRUIRE

folla

Chiuse le operazioni di voto e di conteggio è il tempo di capire cosa è successo. Il centro sinistra ancora tramortito dalla valanga elettorale deve fare i conti con se stesso. La cosa più sbagliata sarebbe far finta di nulla. Il dimissioni a effetto posticipato di Renzi non hanno contribuito a stemperare le tensioni. Anzi. Sono viste come un modo di restare per guidare la transizione. E la temperatura  interna sale con il leader del Pd che è andato all’attacco chiudendo a ‘intese con gli estremisti’, facendo riferimento sia alla Lega che al Movimento Cinque stelle. E oggi ha ribadito la linea: “Le elezioni sono finite, il Pd ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me? Nei prossimi anni il Pd dovrà stare all’opposizione degli estremisti” e del M5s. “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”. Direzione alla quale sembra che il segretario del Pd non prenda parte.

Intanto il segretario del Psi Riccardo Nencini, non nasconde la propria delusione per i risultati ottenuti dalla Lista Insieme: “Abbiamo provato a fermare la slavina con le sole mani. Non ce l’abbiamo fatta. La lista Insieme è stata al di sotto di ogni aspettativa dentro il risultato più negativo di sempre per la sinistra italiana. Ci sono due cose da fare nell’immediato: ricostruire un fronte riformista capace di sostenere la sfida di questi tempi e schierarsi all’opposizione di governi composti da forze politiche con programmi alternativi a quelli del centro-sinistra. Il PSI avvierà nelle prossime ore una riflessione al suo interno per valutare le decisioni da prendere”.

Ma la novità è la probabile discesa in campo di Carlo Calenda, ministro uscente dello Sviluppo economico all’indomani dall’apertura delle ostilità tra i favorevoli a un accordo con M5s e i contrari, capitanati dallo stesso segretario. La decisione di Calenda è stata comunicata via twitter, alle otto e mezza di stamani, quando ha scritto che “non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’à”. “Domani – ha aggiunto – mi vado ad iscrivere al Pd”. Un annuncio che è stato immediatamente salutato con favore da molti big del partito, alcuni dei quali ieri sera hanno espresso, apertamente o meno, le proprie perplessità per la scelta di non dimettersi immediatamente comunicata da Renzi.

Tra i retweet dell’annuncio di Renzi, spiccano quelli del portavoce Matteo Richetti, del vicesegretario Maurizio Martina, di Anna Finocchiaro, di Luigi Zanda (autore di una nota molto critica ieri nei confronti di Renzi) ma soprattutto del premier Paolo Gentiloni, che tra ieri e oggi ha avuto un giro di conversazioni e scambi di valutazioni con i principali leader politici e di governo europei, a partire da Angela Merkel e Emmanuel Macron.

“La sconfitta alle elezioni politiche di domenica – ha detto Martina – è inequivocabile e impone un’analisi profonda. Gli elettori ci hanno dato un segnale inequivocabile e dopo cinque anni di governo, oggi, tocca ad altri l’onore e l’onore di guidare l’Italia. Bisogna che la nostra discussione sia all’altezza del problema e non degeneri in sterili polemiche inconcludenti”.

A Calenda sono giunte anche le congratulazione telefoniche dello stesso Renzi, che però su Facebook ha ribadito con maggiore forza quanto detto ieri al Nazareno: “Nei prossimi anni – ha scritto – il PD dovrà stare all’opposizione degli estremisti. Cinque Stelle e Destre ci hanno insultato per anni e rappresentano l’opposto dei nostri valori. Sono anti europeisti, anti politici, hanno usato un linguaggio di odio. Ci hanno detto che siamo corrotti, mafiosi, collusi e che abbiamo le mani sporche di sangue per l’immigrazione: non credo che abbiano cambiato idea all’improvviso. Facciano loro il Governo se ci riescono, noi stiamo fuori. Per me – ha aggiunto – il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Sulla impossibilità di fare un governo con i 5 Stelle sgombra il tavolo allontanando ogni anche il ministro Dario Franceschini: “Non ho mai pensato sia possibile fare un governo con M5s e tantomeno con la destra. Sufficientemente chiaro? Non trovo nemmeno traccia nel Pd di qualcuno che abbia in mente di farlo, quindi sono inutili polemiche o velenosi depistaggi mediatici”. “Abbiamo perso le elezioni e quindi l’unica strada giusta e possibile è andare all’opposizione. Nel Pd siamo e saremo tutti d’accordo su questo”. MA poi aggiunge: “Ma dovremo ragionare di errori compiuti e delle strade per rifondare Pd e nostro campo”. Più netto il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino che si dice “disposto a dare una mano”. Poi su Renzi aggiunge: “Sono d’accordo sulle dimissioni di Renzi da segretario avendo io chiesto l’azzeramento dei vertici perché quando si prende una batosta del genere, la più pesante del partito dal dopoguerra, un pezzo di responsabilità ce l’hanno tutti i vertici a cominciare dal sottoscritto”.

Sul fronte delle prospettive per la formazione del governo, l’attenzione è puntata sulle future mosse del Capo dello Stato e sulla reale possibilità di un dialogo tra M5s e il Pd, per ora apertamente osteggiato da Renzi. Beppe Grillo, interpellato sulla questione, ha detto che tutto è in mano al “capo politico” Luigi Di Maio, che stasera festeggerà la vittoria pentastellata nella sua Pomigliano d’Arco, mentre da via Bellerio Matteo Salvini ribadisce la propria indisponibilità a un governo coi grillini. Sul fronte dei delusi, è scettica Emma Bonino sulla possibilità di un governo assieme a M5s, e la presidente Laura Boldrini esprime su Facebook tutta l’amarezza per il risultato di LeU, sul quale sollecita una “discussione approfondita”. Tanto che Pier Luigi Bersani commentando su twitter l’esito del voto si sbilancia: “Facciamo un discorso onesto. In pochi mesi, nemmeno noi di Liberi e Uguali abbiamo trovato la soluzione. Ma almeno abbiamo visto per tempo il problema! Se nel mondo progressista si smette finalmente di negare il problema, una sinistra plurale potrà riprendere il suo cammino”.

Destra e flat tax. Vizzini: “Pericolosa e irrealizzabile”

salvini meloni berlusconiLa flat tax continua ad essere uno dei piatti forti della campagna elettorale del centro destra. Berlusconi, Salvini e Meloni la tirano fuori ad ogni occasione e spacciano come la soluzione per tutti i mali.  Una tassa piatta, senza curve e senza progressività che rende tutti uguali al momento di pagare le imposte. Una “rivoluzione” che farà pagare al ricco e al povero la stessa aliquota fiscale venendo meno, tra le altre cose, al principio costituzionale del contribuire alle necessità dello Stato in relazione dei propri mezzi. Un tipo di tassazione che non esiste in nessuno dei grandi paesi europei.

“Nel corso di questa campagna elettorale – commenta l’onorevole Carlo Vizzini, presidente nazionale del Partito Socialista Italiano, chiudendo a Termini Imerese la campagna elettorale della Lista “Italia Europa Insieme” – abbiamo ascoltato e riascoltato ricette di ogni tipo per creare sviluppo, occupazione e l’alleggerimento della pressione fiscale. I cittadini possono avere pensato di essere come Alice nel Paese delle Meraviglie, ma bacchetta magica e illusionismo hanno creato anche l’aspettativa di quella che viene chiamata correntemente introduzione della flat-tax”.

“Questa imposta – ha continuato Vizzini – è pericolosa nella sua introduzione per la dimensione del debito pubblico che non sopporterebbe una violenta contrazione delle entrate e che, in un secondo luogo, si potrebbe realizzare solo in presenza di un condono tombale riguardante tutte le imposte dirette ed un’amnistia per cancellare reati fiscali. Che sarebbe come dire, all’italiana, “chi ha dato ha dato e chi non ha dato viene salvato”. Nessun evasore si cimenterebbe con la nuova imposta se non viene cancellato con condono l’ultimo quinquennio per il quale non c’è prescrizione e nessun grande evasore mai verserebbe un euro se poi dovesse affrontare comunque un processo penale. E non ci vuole un dotto tributarista per capire che le cose stanno così”. “Ovviamente noi pensiamo che si debba alleggerire la pressione fiscale – ha concluso l’onorevole – per premiare coloro che hanno sempre fatto il loro dovere e non altri. Facciamo peraltro presente che c’è anche un problema politico grande quanto una casa, perché l’azzardo di questa manovra avrebbe bisogno in Parlamento di una maggioranza, sia pure semplice, per il condono e una di addirittura due terzi su una eventuale amnistia, cosa che riteniamo irrealizzabile”.

“Il nostro messaggio è solido e serio – commenta il segretario dem Matteo Renzi – noi non veniamo a raccontarvi barzellette, Salvini e Berlusconi parlano di flat tax ma per primi sanno che le coperture non ci sono. Il Reddito di cittadinanza? Puf, da lunedì non ci sarà più. Noi non promettiamo misure shock, non promettiamo misure irrealizzabili, se gli elettori vogliono apprendisti stregoni Berlusconi e Grillo sono la risposta”. E ancora: “Ci sono le Olimpiadi ogni 4 anni e le promesse di Berlusconi ogni 5 anni, ci vorrebbe una cerimonia di chiusura, come per le Olimpiadi…” continua il Renzi scherzando sulle “promesse elettorali” che “si scioglieranno lunedì come la neve a Roma”, a partire dalla flat tax o dall’abolizione della legge Fornero sulle pensioni. “Alcune proposte – sottolinea – sono buone solo per fare campagna elettorale, alcune di Berlusconi sono straordinariamente incredibili”.

Elezioni. LeU-5 Stelle: Grasso apre a possibile intesa

Grasso-crocetta-intercettazioni“Prima non erano disponibili ad allearsi con nessuno, poi il contrario. Su immigrazione, Europa diritti civili hanno preso posizioni antitetiche ma se ci sono punti comuni perché no”. Lo ha detto il presidente del senato Pietro Grasso a Skuola.net rispondendo a chi gli chiede se sia immaginabile un’alleanza con il M5S sottolineando allo stesso tempo che con Berlusconi “non ci può essere un punto in comune. Il centrodestra ha una visione diversa dalla nostra”. Un avvicinamento pericoloso quello di LeU. Di Maio nei giorni scorsi ha fatto capire senza giri di parole che il M5 non è più quello di 5 anni fa e che qualche alleanza strategica può essere fatta. I voti di altri, se necessari in Parlamento per avere la maggioranza, sarebbero ben accetti. Insomma gli ex Pd, in poco tempo, sono passati dall’avversione più oltranzista al Movimento grillino, a una possibile intesa. Almeno nelle parole di Grasso. Una metamorfosi pericolosa che potrebbe dare vita a mix senza anima. Soprattutto immaginando l’effetto che potrebbe verificarsi, aggiungendo un ingrediente di colore verde: quello sovranista della Lega di Salvini che, nonostante i proclami di rito, su molte posizioni è sicuramente più vicino ai pentastellati che a Forza Italia.

Intanto Berlusconi cerca di ricompattare il suo schieramento annunciando una manifestazione unitaria di coalizione per giovedì prossimo. Ma allo stesso tempo tiene a sottolineare come il centro destra non ha “non ha nulla a che fare con Casapound, nè con i loro programmi. Non avrà nulla a che fare con Casapound né ora né dopo le elezioni”. Un messaggio che è una risposta chiara alla disponibilità data nei giorni scorsi da Salvini a fare un’intesa con Casapound. Disponibilità ancora evidentemente ancora aperta non essendo ancora stata smentita dal leader della Lega.

Gli attacchi in stile comunista di Leu a Prodi e Gentiloni

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“Una campagna elettorale monocorde, quella di Leu. E miope. Lo stile è quello della Terza Internazionale: attaccare la sinistra riformista sempre e comunque. Prodi sostiene Insieme? Sbaglia. Gentiloni? Una sfumatura del renzismo. Nella classifica degli assist hanno già oscurato Pirlo. E sanno bene che la partita è tra due fronti con sistemi valoriali contrapposti. Una riedizione senza pathos del congresso di Livorno del 1921 quando la storia, da tempo, ha dato ragione a Turati e torto ai comunisti”. Lo ha dichiarato Riccardo Nencini, promotore della lista di ispirazione ulivista ‘Insieme’, riferendosi agli attacchi di Leu di questi giorni alla notizia dell’endorsement di Romano Prodi a Bologna di sabato scorso per ‘Insieme’, dove era presente anche il premier Paolo Gentiloni. “Chi è il vero leader di LeU?” si chiede ancora Nencini.  “Grasso non mi pare stia sfondando, il personaggio significativo  è D’Alema. E gli italiani lo capiscono, non hanno mica l’anello al naso”. “Dopo il 4 marzo – ha concluso – c’è una cosa sola da fare: mettere insieme le forze riformatrici italiane”.

Lo schema di Leu è ormai ripetitivo e immutabile. Al centro dei sui attacchi in una campagna elettorale a senso unico contro il centro sinistra. Come se il risultato di Lega Forza Italia e Cinquestelle fosse per loro un fattore secondario. E sulla possibilità di un abbraccio post elezioni tra Berlusconi e gli epurati dalle liste pentastellate interviene Angelo Bonelli. “Oggi Berlusconi – ha detto Bonelli – ha spiegato che il Grande Inciucio è già pronto: la superficiale e contraddittoria selezione dei senatori e deputati del movimento 5 stelle sarà con molta probabilità il serbatoio dei parlamentari che andranno in soccorso a Berlusconi per formare un governo di centrodestra”.

Lo scrive in una nota il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli e promotore della Lista Insieme, che spiega: “Non parliamo solo di quelli che sono stati espulsi dal Movimento, e sui quali Berlusconi ha già promesso che gli farà conservare l’intera diaria, ma anche quelli dormienti, che si sono proposti nella selezione farlocca del Movimento 5 Stelle solo con l’intenzione di consentire un governo di centrodestra. E quindi in tutta evidenza che oggi chi vota il Movimento 5 stelle rischia di dare un voto indiretto al centrodestra di Berlusconi perché buona parte di quei parlamentari andranno in soccorso del governo che lui ha in mente.” “Questa campagna elettorale si gioca su tanti aspetti equivoci – conclude Bonelli – e noi dobbiamo dare retta a ciò che Prodi ha indicato come soluzione per non regalare il Paese al centrodestra di Salvini: un centrosinistra unito. È questa la vocazione primaria della Lista Insieme.” A dire il contrario e smentire in fretta il proprio alleato ci pensa Matteo Salvini affermando esattamente il contrario di quanto poco prima aveva detto Berlusconi. “Punto a vincere seguendo il programma del centrodestra, senza raccattare i transfughi e profughi politici dei Cinque Stelle”. “I 5 stelle – ha aggiunto – potevano selezionare meglio prima i loro candidati, è il primo caso della storia dove se ne vanno prima di essere eletti”.

Il rischio di un risultato che porti l’Italia nell’ingovernabilità è una delle preoccupazioni di Bruxelles che auspica per il dopo elezioni “un governo che governi” come ha detto il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. “Mi astengo da formulare previsioni e opinioni – ha aggiunto Juncker – vedremo dopo le elezioni. L’Italia è un Paese che amo”. Di stabilità ha parlato anche l’ex Presidente della repubblica Giorgio Napolitano per il quale “Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo e non solo nel breve periodo della governabilità e della stabilità politica dell’Italia”.

Nencini: con M5S Fdi Lega, Italia Cenerentola d’Europa

grillo di maioLa notizia del giorno è che a Berlusconi la politica fa schifo. Così tanto schifo che è in politica da quasi un quarto di secolo. Ventiquattro per la precisione. Tanti, infatti ne sono passati dal ‘94 anno in cui ha deciso di “scendere in campo”.  Ventiquattro anni in cui è stato a lungo premier e ovviamente parlamentare. Berlusconi, che nel ‘94 si propose come il nuovo da contrapporre ai dinosauri e ai professionisti della politica, oggi si trova ad essere il leader più anziano. Cosa su cui lui stesso ha più volte scherzato. Ma dopo quasi 25 anni di Forza Italia è tornato a ripetere il ritornello: “Non sono un politico, a me la politica ha sempre fatto schifo, con tutti i tradimenti che si vedono. Anche i politici sanno che è un ambito molto lontano dal meglio che può essere l’attività umana”.

“Meno male – è il commento di Riccardo Nencini, segretario del Psi e promotore della Lista Insieme, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra – che la politica gli fa schifo. Berlusconi è in campo da 25 anni. Ha fatto tutto: leader indiscusso del partito che ha fondato, capo del governo, membro del Partito Popolare Europeo, più volte parlamentare. Con la politica ha vissuto e convissuto. È più longevo di De Gasperi e si avvia a raggiungere il traguardo di Togliatti. Se la politica gli fosse piaciuta avrebbe fatto di tutto per nascere settimino”. Nencini ha poi parlato del rischio che scaturirebbe dall’abbraccio politico tra il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Lega. “Lo scontro – ha detto il – non è fra tre poli ma tra due fronti con valori in conflitto. Se grillini, Lega e partito della Meloni dovessero avere la maggioranza in parlamento, l’Italia verrebbe strappata dalle sue radici europeiste, l’appartenenza all’Euro diventerebbe problematica, in tema di diritti civili diventeremmo la Cenerentola d’Europa. Uno scenario da evitare. Produrrebbe un danno irreparabile per le nostre imprese con conseguenze letali per l’occupazione e per i nostri conti”.

Contro i Cinquestelle anche il segretario Dem Matteo Renzi: “Negli ultimi giorni voglio fare un salto in due collegi simbolici: Pesaro e Rimini dove sono candidati due tra i più visibili truffatori dei cinque stelle. Perché in queste ore i Cinque Stelle stanno provando a nascondere la vergogna di quello che hanno fatto parlando di altro e rilanciando in modo ossessivo scandali veri o presunti”. “L’uso giudiziario di alcune vicende – afferma il segretario Dem – fa letteralmente schifo. E lo dico oggi, proprio quando la notizia del comportamento incredibile di alcuni magistrati, nella vicenda Consip, finisce quasi nel dimenticatoio. Quando c’era da accusare mio padre o Luca Lotti per giorni la vicenda Consip ha aperto giornali e tg. Adesso che sta venendo fuori una verità raccapricciante, c’è il silenzio o quasi dei principali commentatori. Verrà il giorno in cui tutto sarà più chiaro”.