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Gioia Cherubini

Storie, scenari, persone.
“I valori personali”
in mostra al Macro

macroDal 1 febbraio 2017 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita la mostra personale di Luca Padroni dal titolo “I valori personali”, curata da Claudio Crescentini, e promossa da Roma Capitale, in collaborazione con le gallerie Montoro12Contemporary Art di Roma e L&C Tirelli di Vevey (CH).

Luca Padroni è un accumulatore. Di storie, di scenari, di persone. Tramite diverse tecniche pittoriche scandaglia una realtà dalle mille facce contrapposta alla sua esistenza individuale, mettendo in rapporto luoghi, esseri umani e luci non sempre in contatto tra loro. In questo gioco equilibristicodi addizione e sottrazione crea un universo unico dove far convivere amanti tantrici, gatti volanti, colonne romane, passanti alla ricerca di un perché, pini secolari, nascite e morti.

Dagli anni Novanta, dopo la lunga esperienza formativa londinese, Padroni combina la tradizionale pittura ad olio al collage, a forme amorfe di dripping (nei cicli eterei dei paesaggi astrali), fino ad arrivare ad un astrattismo figurativo nella serie dei “Crateri”. La molteplicità delle sue esigenze narrative torna a mettersi alla prova in questi quadri più recenti, fatti su misura per lo spazio del Macro, che partono dagli studi sulla etnica e suggestiva casa di Anna Paparatti (pittrice, scrittrice e viaggiatrice che molto ha significato per la vita culturale della città di Roma, dagli anni Settanta in poi, soprattutto per la sua attività presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini e come performer  del Living Theater di Julian Beck), ma che diventano, in alcune tele, le basi su cui imprimere ricordi, sogni, ossessioni personali.

Ecco che arriva dunque, fa capolino di sottecchi, piano piano, discretamente ma di colpo, come sempre nel suo esplosivo stile espressionista, il titolo della mostra: “I valori personali”: valori raffigurati in azioni, in movimento, in coraggio; personali perché raccontano l’autore stesso (dietro la mano che compie il gesto) ma anche i protagonisti delle storie evocate, che sia un centenario che corre la maratona di Londra, una pittrice dimenticata dai più ma amata da èlite illuminate, un regista che ha fatto di un grande salto la scelta definitiva.

In un’epoca in cui abbiamo tutti bisogno di spazio e precisione, di attenzione e di dettagli, Padroni ci offre, e pretende, il tempo di osservazione della parte di reale che vede il suo occhio. Lo pretende e lo ottiene con la potenza visiva di una grande pittura.

In occasione della mostra verrà presentato un catalogo, con testi critici del curatore, Claudio Crescentini, e Marco Tonelli, Ursula Hawlitschka, Fabiana Sargentini.

I Ragazzi del Piccolo Cinema America omaggiano Sergio Leone

piccolo cinema america“Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo un po’ infantile ma sincero come i bambini della scalinata di viale Glorioso”, così Sergio Leone parlava del suo lavoro, ritornando sempre con la mente a quelle scale, nel Rione di Trastevere.
Parole rimaste impresse nel cuore, come nella targa commemorativa sita in viale Glorioso. Quelle scalinate erano la via Pal del regista: i giochi infantili, le scorribande, le liti contro i bambini antagonisti di Monteverde. Quelle scalinate sono state vissute tutte, dal primo all’ultimo gradino.
Ed ora, a quasi trent’anni dalla sua morte, quel luogo diviene il teatro di uno degli “Schermi Pirata” dei ragazzi del Piccolo Cinema America che, su un maxischermo, proietteranno la Trilogia del dollaro e la Trilogia del tempo, dal 30 giugno fino al 5 luglio, omaggiando così il grande maestro.
“La volontà è quella di raccontare il Rione, in rapporto alla su storia con il cinema. – spiega Valerio Carocci, Presidente dell’associazione Piccolo Cinema America – Sergio Leone fa parte del bagaglio culturale di Trastevere e quindi siamo andati a cercare dei luoghi che fossero legati a lui”. Al di là di Sergio Leone, però, vi è la volontà politica di ridare una forza, un senso a uno dei tanti luoghi storici di Roma.
“Abbiamo deciso di portare sulla scalinata le due trilogie di Leone con tre presentatori d’eccezione: il maestro Ennio Morricone per la prima serata, che ha personalmente scelto il film da presentare, e poi Dario Argento e Carlo Verdone”, continua Valerio Carocci.festiva-trastevere-2016
La programmazione si svolgerà dalle 20.30 fino a notte inoltrata, grazie alla formula del doppio spettacolo, per “tentare di risvegliare, di dare una risposta alle esigenze del pubblico che vive di notte”. Come in tutti i “Silent Cinema” che si rispettino (questo è uno dei punti più originali dell’evento) per gustarsi la rassegna, sarà necessario munirsi di auricolari e di una radiolina FM o un cellulare Android, sintonizzandosi sulla frequenza 97.7, con la collaborazione di Radio Città Futura.
Un altro passo in avanti per i ragazzi del Cinema America che stanno riempiendo le piazze di tutta Roma con i loro eventi. Una città dove ogni anno scompaiono sempre più sale cinematografiche indipendenti, a favore delle grandi multisala; una città che ci vuole far credere che l’interesse e la richiesta dei “bei film” stia pian piano scomparendo; in questa città, alcuni ragazzi poco più che ventenni dimostrano giorno dopo giorno, che il coinvolgimento delle persone è possibile, è reale, basta solamente saper proporre il prodotto in maniera intelligente e con tanta passione.

Gioia Cherubini

Info e programma Glorioso: www.schermipirata.it
Info e programma Cosimato: www.trasteverecinema.it

Futurismo e Metafisica
al Macro.
Roma Pop City 60-67

Renato Mambor, Colosseo e farfalla, 1966, Smalto e acrilico su tela

Renato Mambor, Colosseo e farfalla, 1966, Smalto e acrilico su tela

Dal 13 luglio al 27 novembre 2016 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita la mostra ROMA POP CITY 60-67, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Claudio Crescentini, Costantino D’Orazio, Federica Pirani, che vanta un Comitato scientifico composto da Nanni Balestrini, Achille Bonito Oliva, Maurizio Calvesi, Laura Cherubini, Andrea Cortellessa, Claudio Crescentini, Costantino D’Orazio, Raffaella Perna, Federica Pirani, Fabio Sargentini, Lorenza Trucchi.
In esposizione oltre 100 opere, fra dipinti, sculture, fotografie, installazioni e anche film d’artista e documentari, recuperati grazie alla collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, che hanno come protagonista la Roma dei primi anni ’60, trasformata e rivissuta mediante l’immaginario visivo degli artisti della cosiddetta Scuola di piazza del Popolo, e dintorni, denominazione che molti degli artisti coinvolti nel periodo hanno poi rifiutato ma che storicamente oggi ancora caratterizza l’epoca e le scelte stilistiche di questi, pur nelle intrinseche diversità.

Dal punto di vista artistico, si tratta di uno dei momenti più esaltanti per la città di Roma, ricca di stimoli intellettuali e sperimentazioni, grazie all’intensa attività artistica e culturale di Franco Angeli, Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Claudio Cintoli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Sergio Lombardo, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Gino Marotta, Titina Maselli, Fabio Mauri, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Cesare Tacchi, Giuseppe Uncini.

Questi gli artisti in mostra, che si riappropriano di una città in rapida trasformazione e definizione trasformandola in arte, mediante un immaginario visivo dove appunto Roma, i suoi spazi, le componenti urbane, la segnaletica stradale, la pubblicità, i monumenti ma anche la natura e l’ambiente diventano ispirazione per una diversa impostazione figurativa, iconica e non descrittiva e che supera completamente i canoni commerciali e produttivi – dal prodotto all’arte potremmo dire – della Pop Art americana, segnando quindi confini, spazi e teorie.
Una nuova realtà artistica internazionale che ha dato vita, con il superamento della pittura Informale degli anni Cinquanta, ad un immaginario fortemente attratto dal contesto urbano e dalle icone della società e del consumo di massa, ma anche dal recupero dell’immagine e della figurazione storica dei movimenti italiani del primo Novecento, su tutti il Futurismo e la Metafisica.

Franco Angeli, Frammento di paesaggio romano, metà anni Sessanta

Franco Angeli, Frammento di paesaggio romano, metà anni Sessanta

Del resto sono proprio i nuovi miti, le esigenze del nuovo ceto urbano nell’epoca del boom economico, che in parte spingono questi artisti ad interagire con la vita stessa della popolazione.
Pop, popular, popolare o di natura popolare, dal popolo e per il popolo, se vogliamo anticipare uno dei temi e degli slogan più utilizzati nell’arte della seconda metà del decennio, grazie appunto al recupero di una formula artistica di tipo pittorico e figurativa, focalizzata nel delimitato periodo individuato: 1960-1967. In attesa quindi del Sessantotto, ormai ritenuto mondialmente “l’anno cruciale della società”, al quale il MACRO dedicherà una ulteriore mostra che sarà realizzata proprio in coincidenza dei cinquant’anni (2018). L’anno simbolo quindi “della rivoluzione”, anche visuale e strutturale, di molti di questi stessi artisti, con l’inevitabile débordement delle loro opere verso il teatro, l’azione, l’environment e l’ambiente.

Da settembre 2016 saranno realizzati, inoltre, una serie d’incontri con artisti, personalità della cultura e studiosi del settore, mentre l’ufficio Didattica del MACRO proporrà laboratori e visite guidate rivolte alle scuole di ogni ordine e grado, università e accademie, adulti e famiglie, con un’attenzione particolare rivolta al mondo della disabilità, tramite l’attivazione di specifici percorsi didattici.

Grazie alla preziosa collaborazione e al finanziamento della Fondazione Paola Droghetti onlus – per una cultura della conservazione d’arte, sarà realizzato un attento restauro dell’opera di Mario Ceroli, Goldfinger (1964), uno dei pezzi storici della collezione del MACRO, inserita appunto nella presente mostra. Sempre in relazione a tale intervento, la Fondazione realizzerà, da ottobre prossimo, una serie di incontri con studiosi e specialisti del settore e, per il finissage della mostra, presenterà il volume relativo al restauro, alla presenza dello stesso Ceroli.

Gioia Cherubini

Continua il Festival internazionale “Letterature” a Roma

Claudio Magris

Claudio Magris

Dal 14 giugno, fino al 14 luglio 2016, è tornato LETTERATURE Festival Internazionale di Roma, lo storico evento letterario, a ingresso gratuito, di Roma Capitale, con programma a cura di Maria Ida Gaeta responsabile della Casa delle Letterature – Dipartimento Attività Culturali e Turismo di Roma Capitale, regia di Fabrizio Arcuri, organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Dopo le due passate edizioni in piazza del Campidoglio, la XV edizione del Festival si è riappropriato della sua sede storica, la Basilica di Massenzio al Foro Romano, grazie al contributo della Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, che ha riaperto per il festival questo spazio prestigioso e di bellezza ineguagliabile.

Il Festival celebra la letteratura e i suoi valori ponendo il testo e la parola al centro di dieci serate in cui saranno protagonisti alcuni tra i più interessanti autori della scena letteraria italiana e internazionale. Ognuno di loro ha letto, o leggerà, un testo inedito appositamente scritto e ispirato al tema scelto per questa edizione: “MEMORIE/MEMORIES”. Un tema scelto per richiamare alla mente di tutti noi che la letteratura è libertà: è libertà perché ci consente di abolire il tempo (definiamo “classici” i libri capaci di abolire la distanza tra il momento in cui furono scritti e quello in cui vengono letti, quindi capaci di sottrarsi alla categoria del tempo); è libertà perché ci aiuta nella comprensione dell’io (i libri tessono tele che contengono la vita di ogni lettore, mettendola in relazione con quella degli altri e capita, riconoscendosi in ciò che si legge, di capire chi siamo tramite gli altri); è libertà perché ci fa superare l’orizzonte della nostra esperienza individuale (quanti luoghi, quante persone, quanti paesi e quante lingue incontriamo nella letteratura che ci fanno superare la nostra finitezza); è libertà perché ci fa scoprire il nostro talento (la letteratura è una pratica molto personale, non un impegno collettivo o ideologico); è libertà perché distrugge ogni forma di pregiudizio (è meraviglioso che un comunista possa leggere Mishima e commuoversi)… Queste libertà della letteratura, e tante altre ancora, nascono dall’esercizio della memoria. E la letteratura esiste per non dimenticare che siamo l’unico animale dotato di memoria, l’unico animale in grado di ricordare ciò che lo ferisce, lo uccide e annienta ma, nello stesso tempo, l’unico che può trasformare tutto questo dolore in un tesoro inespugnabile e redimente.
Dopo la serata passate che hanno visto la presenza di autori come Claudio Magris, presente all’inaugurazione, oppure Andrea Camilleri, Renzo Arbore, questa sera, alle ore 21, avrà luogo la serata “Se la memoria è un impegno”, in cui saranno protagonisti gli autori WU MING 2 e 4 – TEJU COLE – VITALIANO TREVISAN, che leggeranno testi inediti scritti appositamente per il Festival e ispirati al tema scelto. Inoltre saranno presentate alcune letture dell’attore Matteo Lai, accompagnate dalla musica live dei Mokadelic.
Importante anche la presenza di alcune serate speciali, come quella del 4 luglio, che renderà omaggio a Lucia Berlin, la grande scrittrice americana scomparsa da poco che sta avendo un grande successo di critica e di lettori dopo la sua morte; quella di martedì 5 luglio con gli autori candidati alla terza edizione del Premio Strega Europeo – promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, dalla Casa delle Letterature e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea – saranno protagonisti alla Basilica di Massenzio, di un appuntamento a loro interamente dedicato. E quella del 12 luglio, nella quale si renderà omaggio a William Shakespeare e Miguel de Cervantes.
Il 27 giugno, alle ore 18.30, saranno presentati 10 autori selezionati, con letture di brani tratti dai 10 libri finalisti, e annunciati i 3 finalisti dell’edizione 2016 del premio John Fante Opera prima, in collaborazione con il Festival.
E, come ogni anno, ad accompagnare la rassegna fino al 14 luglio, sarà presente una mostra alla Casa delle Letterature. Quest’anno l’esposizione è dedicata a Enzo Siciliano, in occasione del decimo anniversario della morte. Una biografia fotografica, realizzata con materiali provenienti da archivi privati ricostruisce la vita, i lavori, gli affetti dello scrittore, saggista, operatore culturale che ha trascorso la sua vita nella nostra città e i cui libri sono diventati patrimonio della Biblioteca della Casa delle Letterature.

Gioia Cherubini

Ladri di battute
ovvero l’arte dell’equivoco a teatro

Marco Zadra

Marco Zadra (www.marcozadra.it)

Dall’8 al 12 giugno, al Teatro San Genesio di Roma, va in scena “Ladri di battute”, il nuovo spettacolo teatrale di Marco Zadra.
Una compagnia teatrale di incapaci decide di mettere in scena un giallo di Agatha Christie.
Il regista, Frank Dobermann, cambia i nomi dei personaggi per camuffare l’opera, rendendoli tutti tedeschi dai nomi impronunciabili. Gli attori, durante le prove dello spettacolo, non solo si trovano in difficoltà con la pronuncia, ma mettono a nudo quelli che sono i vizi, le manie ed i capricci tipici di chi frequenta il mondo teatrale. Sul palco si alterneranno attori di vario genere: chi con evidenti limiti intellettivi, chi consumato dalla gelosia, chi troppo pignolo e addirittura chi con problemi di alcolismo!
Il regista, anche attore, ha evidenti vuoti di memoria e pur di non ammettere le proprie lacune, ricorre a trucchi di ogni tipo pur di riuscire a dire le sue battute, che neppure un liceale per copiare alla maturità avrebbe mai pensato. Se a tutto questo aggiungete un macchinista portoricano ed un assistente di palco tedesco, entrambi con problemi di comunicazione e neanche troppo svegli, ecco che l’atmosfera nei camerini diventa caos. La prova generale ha inizio alle ore 19.00. Alle 21 dovrebbe cominciare la rappresentazione, ma uno dei protagonisti non è riuscito ad arrivare in tempo per l’inizio dello spettacolo e l’attore alcolista ha perso i sensi. Chi potrà sostituirli? E soprattutto come farà il nostro Frank, terribilmente approssimativo nella recitazione, a rendere credibile il proprio ruolo, cioè quello di Ispettore di Scotland Yard?

Il ritmo della commedia è scandito e incalzante, gli attori, seppur non professionisti, riescono appieno a reggere uno spettacolo di due ore che, grazie alla loro bravura, passano in un batter d’occhio. La scenografia e gli effetti sonori e di luci, rendono il tutto ancora più vero e ti immergono in quell’atmosfera surreale e divertente nella quale si trovano i personaggi. L’intento, quello di divertire lo spettatore, riesce in modo quasi naturale e ci si ritrova ad affezionarsi all’inettitudine di quegli attori roccamboleschi.

Gioia Cherubini

 

Elezioni. Quanta confusione nel caleidoscopio di simboli

Gabriele Maestri, classe 1983, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, dottore in ricerca in Teorie dello Stato alla facoltà di Scienze Politiche di Roma Tre e una grande passione: i simboli dei partiti politici. Negli ultimi anni, infatti, il giovane Maestri, ha scritto ben due libri sull’argomento: “i simboli della discordia”, pubblicato dalla casa editrice Giuffrè nel 2012 ed, in seguito, “Per un pugno di simboli. Storie e mattane di una democrazia andata a male”. Proprio su questo suo originale interesse e sulla valenza, ormai quasi dimenticata, che hanno i contrassegni dei partiti nello scenario politico, abbiamo voluto intervistare il dottor Maestri.

Simboli elettoraliCome le è venuta l’idea di scrivere un libro e, creare un blog, sui simboli di partiti?
La passione, in realtà, nasce molto prima: da bambino, nei periodi delle elezioni, guardavo curioso e divertito quei cerchi riempiti da disegni strani, che in televisione vedevo a colori ma sulle schede erano ancora in bianco e nero (sarebbero passati in technicolor solo nel 1992). Crescendo non ho smesso di essere curioso; dopo la laurea in giurisprudenza (2008) e l’inizio del mio primo dottorato in Teoria dello Stato (2009), ho scelto di occuparmi di simboli anche come argomento di studio, visto che prima non l’aveva fatto quasi nessuno. Nel Gabriele Maestri2012 è nato il mio primo libro giuridico, I simboli della discordia (Giuffrè), incentrato sulle regole da applicare (poche e non chiarissime) e sulle liti in tribunale o precedenti le elezioni. Le storie da raccontare, in realtà, erano ben di più, magari in equilibrio tra il comico e il grottesco e meritavano di avere spazio, anche con le immagini degli emblemi: anche per questo, nel 2014 è nato Per un pugno di simboli (2014, Aracne, prefazione di Filippo Ceccarelli). Infine, visto che la materia simbolica è magmatica, sempre in movimento, serviva uno strumento che ne raccontasse prontamente gli aggiornamenti: per questo, già nel 2012, è nato www.isimbolidelladiscordia.it, per promuovere il libro omonimo (e anche il “secondo nato”, quando è arrivato) e soprattutto per raccontare le nuove puntate sui simboli. Notizie che, a quanto pare, interessano a un certo gruppo di persone: oggi il sito ha quasi 9mila accessi al mese, non pochi per un tema di nicchia.

Copertina libro Per un pougno di simboliCosa rappresentano oggi i simboli per partiti che sono diventati per lo più comitati elettorali?
Innanzitutto, per chi vuole partecipare alle elezioni, i simboli in Italia sono un elemento obbligatorio (dal 1919, per consentire anche agli analfabeti di capire per chi stessero votando): nessuno può presentare liste o candidati, a qualunque livello, senza abbinare loro un contrassegno (la legge lo chiama così). Detto ciò, di certo il valore del simbolo è cambiato molto – lo spiego meglio nella risposta successiva – e a volte rischia davvero di ridursi a un feticcio, a un’etichetta da appiccicare o a una maglia da indossare senza troppo pathos. Anche per questo, se non piace o non fa un bell’effetto, è facile da cambiare.

Campagna elettorale 1948

Campagna elettorale 1948

Oramai i simboli non esprimono più l’identità di un partito e questo genera confusione nell’elettore. Ne nascono sempre di nuovi e molti simboli, avendo caratteristiche simili ad altri, finiscono per risultare poco riconoscibili tra di loro: ma il ruolo dei simboli non è quello, soprattutto, di colpire l’elettore? Dov’è finito il loro fine mnemonico?
I simboli nascono con una natura doppia: raccontano l’identità del soggetto politico richiamandone il patrimonio di idee (come fa il nome di una persona) e lo distinguono dagli altri attori politici, per evitare confusione tra gli elettori (proprio come i marchi commerciali). Ciò dovrebbe far differenziare tutti i segni, ma nella realtà ci sono elementi di disturbo. Sempre più partiti, ad esempio, inseriscono nei loro simboli le tinte del Tricolore, come richiamo all’Italia, aggiungendo a volte l’azzurro, altro colore nazionale (e già qui le occasioni di somiglianze si sprecano). I partiti che si richiamano alla stessa tradizione politica, poi, adottano varianti dei simboli legati ad essa (pensi alla falce col martello per i socialisti e i comunisti, oppure alle rose e ai garofani che spuntano su vari simboli socialisti); le formazioni che sono frutto di scissioni o si proclamano eredi di partiti del passato, invece, fanno di tutto per mantenere il vecchio simbolo o qualcosa di simile (pensi alle lotte dentro e fuori dalle aule giudiziarie che hanno coinvolto lo scudo crociato o la fiamma tricolore). Da ultimo, la maggior parte degli ultimi contrassegni nati, disegnati da agenzie di marketing e non da grafici “interni” come un tempo, non ha più un soggetto riconoscibile (un animale, un fiore, un oggetto…), di fatto manca proprio il simbolo: c’è una somma di testo e colori che di iscritti e simpatizzanti racconta poco o niente. E se pretendere che un contrassegno colpisca l’elettore è troppo, dovrebbe almeno farsi ricordare: oggi è difficile che chi vota – iscritti a parte – si identifichi in un emblema partitico. Forse perché, per i pessimisti, dietro quel cerchietto di 3 centimetri di diametro non c’è (più) granché da ricordare o in cui identificarsi.

Come fanno, ad esempio, gli elettori a riconoscere i loro partiti con simboli che, soprattutto alle elezioni amministrative, cambiano sempre più spesso?
Questo è un problema ulteriore, dettato anche da questioni tecniche. Sotto i 15mila abitanti ogni candidato sindaco può essere collegato a una sola lista: se una persona è sostenuta da più forze politiche, mettere nello stesso contrassegno più di una miniatura di simbolo può essere graficamente sgradevole e creare confusione, quindi si preferisce inventare qualcosa di diverso. In più, di solito, a livello locale hanno molta più presa i progetti civici rispetto a quelli con un chiaro colore politico: anche per questo, spesso i partiti preferiscono cedere il passo a liste civiche – che in molti casi propongono una selva di mani strette o alzate, di monumenti o segni caratteristici del territorio – piuttosto che presentarsi col loro simbolo, che rischia di ottenere meno voti. Certo, questo può dimostrare un radicamento scarso di un gruppo politico nazionale in un territorio, ma paradossalmente la riconoscibilità non è messa a rischio più di tanto: normalmente, nei comuni, per gli elettori contano più le persone delle casacche che portano e si sa perfettamente “da che parte stanno” i candidati. Se però si dovesse fare l’elenco di tutti i simboli che si vedranno nel prossimo turno di elezioni amministrative (che, con 1371 comuni al voto, non è neppure la più numerosa), potremmo superare tranquillamente quota 3000…

Gioia Cherubini

Torna il Cantagiro. All’Isola del Giglio tre giorni di gare canore e spettacolo

cantagiroIl 22 aprile all’Isola del Giglio, prenderà il via il Cantagiro Tour, uno degli eventi musicali più noti di sempre. L’idea di questa manifestazione, realizzata grazie al Comune dell’isola del Giglio e da vari sponsor, “è quella – secondo il patrono Enzo De Carlo – di aiutare nuovi talenti ad emergere attraverso una competizione garbata, riportando la musica dal vivo nelle piazze e coinvolgendo il pubblico. Davvero una bella scommessa, nell’epoca dei talent show televisivi”. A questa iniziativa, inoltre, sarà abbinato anche l’evento benefico Il Cuore del Giglio, quattro giorni nei quali la musica fungerà da comun denominatore, da anello di congiuntura tra cultura, ambiente, salute, e solidarietà con le tradizioni culturali ed enogastronomiche del nostro bellissimo paese.
Entusiasta anche il Sindaco del Giglio, Sergio Ortelli, che ha dichiarato: “Da molto tempo stiamo lavorando a questo evento speciale e finalmente si concretizza un desiderio personale e cioè dimostrare che la solidarietà dei gigliesi non è un aspetto occasionale, dovuto al naufragio della Costa Concordia, ma un sentimento diffuso tra gli abitanti dell’isola che vivono il loro territorio con amore e con passione. Il cuore del Giglio sarà un momento importantissimo per far conoscere l’isola e le sue peculiarità oltre alla generosità della sua gente.”
Giovani artisti provenienti da tutta italia, dunque, si alterneranno sul palco, durante i tre giorni della kermesse musicale, sfidandosi a colpi di rap, folk, lirica e pop. Il vincitore non solo si aggiudicherà l’accesso alla semifinale nazionale, che si terrà a Guidonia nel mese di ottobre, ma vincerà anche l’ambito primo trofeo Cuore del Giglo, realizzato per l’occasione, dall’artista poliedrico Elvino Echeoni, che alla passione per le arti ha sempre unito anche quello per la musica.
Molte le sorprese che animeranno quest’edizione de Il Cantagiro, affidata quest’anno alla conduzione dall’attrice e regista Giulia Carla De Carlo. Oltre alla presentazione della Compilation 2016 della manifestazione, vi sarà l’esibizione della giovane e promettente artista sarda Chiara Pilosu, vincitrice dell’edizione 2015 grazie alla sua voce originale e penetrante.
Ed ancora, tanti saranno gli interpreti della musica italiana presenti all’evento: da Marco Mengoli, ospite nella serata d’apertura e vincitore stesso de Il Cantagiro con il brano Mi piaci da morire; alla Little Tony Family, dove la famosa voce di Cuore matto, accompagnato dalla figlia Cristiana, dal fratello Enrico, da sempre suo chitarrista e dall’arrangiatore Angelo Petruccetti, darà vita ad un’esibizione unica ottenuta attraverso moderni accorgimenti tecnologici che consentiranno di rielaborare e mixare brani e video dei suoi concerti più belli e delle sue più note apparizioni televisive.
A presenziare durante l’ultima serata sarà, inoltre, il comico, cantante e conduttore televisivo Pippo Franco.

Gioia Cherubini

Adozioni, primo sì da un tribunale a una coppia gay

Adozioni coppie lesbiche

Mentre Alfano continua la sua battaglia contro tutto quello che la Cei considera “peccamoniso”, l’Italia, quella vera, fatta di persone, va avanti e lo fa più velocemente della politica. Le polemiche dopo l’annuncio della paternità di Vendola e del suo compagno sono ancora accese. Anche Grillo è intervenuto sul tema. “C’è qualcosa che mi spaventa – ha detto – e non ha nulla a che fare con l’omosessualità oppure l’eterosessualità; mi spaventa la logica del ‘lo facciamo perché è possibile’”. Dopo le parole le notizie, che spesso passano in secondo piano rispetto alle polemiche. Questa volta la notizie è quella del riconoscimento, da parte del Tribunale per i minorenni di Roma di un’altra adozione a favore di due minorenni con due mamme. Lo hanno reso noto le associazioni Famiglie Arcobaleno e Avvocatura per i Diritti Lgbti-Rete Lenford. La sentenza, spiegano, ha esteso la responsabilità genitoriale alla mamma sociale avendo verificato l’esistenza tra le mamme di un comune progetto di genitorialità, lo stato di benessere dei figli e la stabilità del nucleo familiare.

“Si tratta di una pronuncia importante – ha affermato Maria Grazia Sangalli, presidente di Rete Lenford – che si limita a riconoscere l’esistenza di una famiglia che già c’è, sulla base di una legge che in Italia si applica da molti anni. In particolare, il Tribunale ha riconosciuto che è nell’interesse dei due bambini vedersi garantita continuità affettiva e stabilità di rapporti familiari, garantendo inoltre la loro identità personale attraverso l’aggiunta del cognome della mamma sociale a quello della mamma biologica”.

“Le polemiche di questi giorni circa possibili problemi che potrebbero derivare ai bambini dal fatto di crescere con due mamme o due papà – ha affermato Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – sono state costruire ad arte da una sola dichiarazione imprecisa di un pediatra, poi dallo stesso smentita, che ha generato un caso inesistente. Questa sentenza, ma soprattutto i numerosi interventi di psichiatri, psicologi e pediatri che si sono espressi negli ultimi giorni, dimostrano che i figli crescono tanto bene con due mamma o due papà quanto nelle famiglie con genitori di sesso opposto”.

“Proprio ieri il Consiglio d’Europa ha ricordato all’Italia che le critiche all’adozione da parte della mamma sociale o del papà sociale sono infondate – hanno ricordato le associazioni – perché la Convenzione europea dei diritti Umani obbliga a riconoscere l’adozione alle coppie dello stesso sesso al pari di quelle di sesso opposto non sposate, come avviene nel caso dell’adozione in casi particolari”.

Gioia Cherubini

Bussana Vecchia, il Paese degli artisti

Foto Alessandro Sansoni

Foto Alessandro Sansoni

La stazione è deserta. Sono stanca, affamata e non so dove andare. Ho cambiato tre treni per arrivare a Sanremo, ma evidentemente mi sono addormentata e, non so come, sono arrivata ad Arma di Taggia. L’ unica cosa che so di questo posto è che hanno delle olive ottime. Fortunatamente dopo ore di ricerche trovo un’ anziana signora, minuta, gentile. Mi aiuta a trovare un taxi “signorina, non capisco come mai, di solito ce ne sono almeno tre o quattro qua fuori… ecco il numero, lo chiami pure!”.

Penso subito che ho bisogno di un posto dove passare la notte, è troppo tardi per rimettermi in viaggio, andrò domani a Sanremo, per stanotte mi accontento di un letto e qualcosa da mettere sotto ai denti: ” Mi porti nel primo centro abitato nelle vicinanze, grazie!”
È così che tra chiacchiere e strade tortuose,arrivo a Bussana Vecchia, un centro abitato (molto poco abitato) che si snoda su una frazione collinare a qualche chilometro da Sanremo.
La prima cosa che noto, arrivata nel posto, è un ristorante con quattro o cinque persone sedute. È un locale a gestione familiare e, dai profumi, sembra avere del cibo ottimo.
Saluto il gentile tassista e mi inoltro tra gli edifici diroccati della cittadina.

Più cammino e più mi rendo conto che Bussana Vecchia è molto di più di un paesino suggestivo: sono molte le botteghe di artisti che incontro mentre procedo a passo lento tra le salite e le discese che caratterizzano la località. Mi salta all’occhio una scritta “La casa degli archi”; la porta è aperta così decido di entrare per curiosare un po’. L’abitazione è tutta in pietra, sembra una rovina ma, tra i molti archi, vedo quadri, piante e poltrone. “Vieni, entra pure! La mia casa è aperta a tutti!”.
Un uomo a torso nudo e dai capelli lunghi viene verso di me, con un piccolo cane al seguito. Il suo nome è Angelo ed è lui ad abitare questa casa. Così, mi offre un caffè e mi racconta la sua vita. “ Io sono stato uno degli ultimi ad arrivare a Bussana Vecchia, negli anni 70. So cercando di creare uno spazio per gli artisti all’interno della mia abitazione. L’idea è che tutti possono esporre il proprio lavoro, senza pagare nulla, chiaramente. Questa era una terra di sogni un tempo, solo che ora non c’è più nessuno”. Si siede su una sedia al centro di una stanza semivuota, accanto a un altarino pieno di piantine che lui chiama “il suo giardino personale”, dove vi è solo un antico mobile in legno tenuto bene. “ Secondo te quanto ci faccio con quello? E’ antichissimo, sai lo sto ripulendo per bene..” .

Alla fine degli anni 50, alcuni artisti scoprono il villaggio e ci si insediarono. Il paese era composto solo da rovine. Il terremoto del 1887 distrusse la città, che rimase inabitata fino a quegli anni. Gli artisti iniziarono la ricostruzione degli edifici, il loro sogno era quello di costruire una ciittà di artisti per gli artisti e per un po’ ce la fecero. Negli anni ’60-’70, ondate di hippy si stabilirono a Bussana Vecchia, in una grande comune. Poi arrivano gli anni ’80 e con loro l’eroina. Non essendo un luogo controllato, gli spacciatori iniziarono a spacciare qui e la popolazione si dimezzò. Poi fece irruzione la polizia che costrinse gli altri ad andarsene. “La famiglia di Colin, fu una delle prime ad arrivare, assieme a quella di Robert. L’hai vista la casa di Colin? E’ quella con quella statua in marmo all’entrata. Invece Robert sta sempre al pub del paese, assieme agli altri orchi, è sempre ubriaco..”

Saluto Angelo e continuo la mia visita per le strette vie del paese quando mi ferma un anziano signore, dai lunghi capelli bianchi e dai pantaloni azzurro cielo, con un modo di fare molto teatrale e simpatico. E’ davanti ad una bottega, piena delle cose più disparate ed antiche, mi invita ad entrare. “Io mi chiamo Clement e sono un artista di

Clement. Foto Alessandro Sansoni

Clement. Foto Alessandro Sansoni

strada. Mia madre è stata una delle prime artiste ad arrivare qua”. Mi offre un tè alla salvia nel retro della bottega e mi fa vedere qualche gingillo. Anelli indiani, maschere, collane africane, pipe, cilum, narghilè: il suo negozio è composto dai suoi bottini di viaggio, perché Clement, nonostante i suoi settant’anni, ha sempre viaggiato molto. “Sono stato per anni in India, poi mi sono mosso per andare in Africa e in Cile… ho viaggiato quasi tutto il mondo, io fermo non so stare: tra pochi giorni, fortunatamente, parto di nuovo con il circo”.
Il soffitto del retrobottega è pieno di sedie appese perché, come dice Clement “ quelle le devo aggiustare e non sapevo dove metterle, come vedi lo spazio è poco!”. Scendendo dei gradini, c’è l’orto e, al piano di sopra, si trova la camera da letto. Mentre parliamo e Clement lava i piatti, noto un via vai di ragazzi che scendono dalla camera da letto per andare all’orto e viceversa: “Chi sono tutti questi ragazzi Clement?” “ Tranquilla, loro sono dei ragazzi che sono venuti qua per un po’ di tempo, io ne ospito quanti posso… ad esempio lui è austriaco, doveva stare a Bussana per un mese ma ormai sono già passati tre mesi… Sono musicisti, artisti, giramondo”.

Foto Alessandro Sansoni

Foto Alessandro Sansoni

Dopo aver bevuto l’ottimo tè alla salvia ed aver ringraziato il curioso Clement, che mi pare sempre più un personaggio di un film di Wes Anderson, ed entro, poco più avanti, nel “Giardino tra i ruderi”, un edificio all’aperto, su più piani, dove la sorridente Luisa mi accompagna tra le migliaia di varietà di piante che vi sono all’interno, come fosse una giungla nella città. Arrivata negli anni ’80, Luisa mi spiega che nel paese convivono quindici diverse nazionalità. Lei ha fatto sua questa abitazione, l’ha rimessa a posto e ha creato il suo personale museo delle piante. I gradini sono instabili e ripidi, è difficile salire fino all’ultimo piano ma tra un “angolo degli odori” e uno delle piante esotiche, arriviamo fino in cima e lo spettacolo di una Bussana Vecchia silenziosa e romantica al tramonto, non ha paragoni. Mi siedo e mentre Luisa parla con le sue piante, io mi accorgo che questo posto è un gioiello inesplorato, un luogo atemporale e perpetuo, macchiato dall’amara disillusione dei suoi abitanti.

Foto Alessandro Sansoni

Luisa. Foto Alessandro Sansoni

La sera vado a bere qualcosa nel pub, dove c’è sempre Robert e i suoi amici “orchi”. Il pub non è un pub, ma una terrazza psichedelica, arredata con lanterne cinesi e candele. Le poltrone sono vecchie e posizionate qua e là. Mentre bevo una birra presa dal frigo del padrone di casa, vedo maialini e oche che passeggiano tranquilli in mezzo alle mie gambe, in piena libertà. Ed anche lì, sei, sette giovani che escono dalla costruzione accanto alla terrazza per bere e fumare accanto a me. Se hai fame Robert ti prepara un’ottima pizza, se hai sete puoi prendere ciò che vuoi, il frigo è sempre pieno. E, il tutto, gratis. Sembra una comune anni ’60, quelle di cui leggo solo sui libri e che mi ha sempre affascinato.

Una cittadina fantasma, contesa tra i residenti, che l’hanno fatta rinascere ed il comune, che la rivendica come sua. Una cittadina in cui si respirano le ambizioni di una volta, anacronistiche e tradite dall’evolversi della società e dal conseguente cambio di valori e di priorità. Questa è Bussana Vecchia. È la versione tangibile dell’animo umano, in bilico tra i desideri naturali e le imposizioni artificiali.

Gioia Cherubini

“Remotti di carta”,
i fumetti di Remo Remotti
al Macro di Roma

FOTO-REMOeditedIn concomitanza con “Marisa e Mario Merz”, è possibile visitare al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, fino al 30 marzo 2016 la mostra Remotti di carta, a cura di Gianluca Marziani, promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata da Mismaonda.
La mostra è un viaggio tra le carte, i disegni, i racconti a fumetti e gli appunti figurativi dell’attore, artista visivo e scrittore Remo Remotti. Molto noto al pubblico per le sue performance poetiche e la sua attività di attore e paroliere militante, Remotti ha da sempre coltivato la sua attitudine plastica per l’arte visiva. Una passione a doppia marcia: da una parte lo scultore che manipolava materiali di scarto con la coscienza epocale del Pop; dall’altra l’autore che si rifugiava in uno spazio silenzioso e meditativo per dedicarsi al disegno su carta e ai suoi appunti figurativi.

Nei disegni di Remo Remotti è come se la scrittura diventasse immagine, come se il disegno aderisse emotivamente all’attore iconoclasta, al poeta polemico, al dissacratore irriverente.
Tutto pare immobile eppure le opere trattengono lo stesso grido sussurrato delle performance poetiche, sembrano pronte ad esplodere come il grido lancinante di “Mamma Roma Addio”.

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Osserva il curatore Gianluca Marziani: “Portava a studio l’urlo della città ma lo avvolgeva sottocoperta, dentro la semplicità degli ingredienti artistici; le grida lancinanti dei suoi testi si raggomitolavano sotto i chiodi, le viti, i bulloni, le verniciature da carrozzeria, placando l’urlo ma non la rabbia che teneva assieme i pezzi. RR gestiva l’incazzatura in modo adulto, usando l’opera come una medicina dello spirito, un rimedio del fare in una civiltà del troppo dire.”

La mostra si concentra su tre cicli a fumetti che ricuciono il legame tra parola e immagine, pensiero militante e autobiografismo spontaneo. Un lungo racconto in cui confessione e rivelazione diventavano parti narrative di una felice qualità biografica. Tra ironia caustica e satira elegante, Remotti ci ha regalato un ritratto della società nel Dopoguerra, mescolando vizi pubblici e privati, sesso e società, politica e cultura. Nei fumetti l’artista ha scelto di non usare colori in quanto sperava che il fruitore colorasse le pagine con il giusto abito, scegliendo i propri pennarelli o matite, contribuendo così a vestire un’idea.

Nel ciclo, Viaggio in Perù, influenzato probabilmente dalla sua permanenza pluriennale nel Paese, i fumetti aggiungono alle biografie esistenti evocazione e realismo magico, mescolando verità e finzione con sensibile mimetismo.
Nel ciclo, Remotti a fumetti, siamo in piena vertigine autobiografica, una lunga narrazione che ripercorre le tante vite e le altrettante anime dell’artista.
Il ciclo Manco li cani, con i suoi cani umanizzati che parlano come vecchi trasteverini, è probabilmente il progetto più politico di Remotti, quello in cui il tono ideologico, l’antifascismo e la morale socialista trovavano un potente megafono allegorico.

Gioia Cherubini