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Giovanni Alvaro

Anche in politica la moneta cattiva scaccia la buona

In economia c’è una legge che resta così fissata nella memoria che non la si dimentica mai. E’ la legge di Gresham, mercante e banchiere inglese del XVI’ secolo, che teorizzò quella che, nei secoli successivi, fu ricordata come la ‘legge della moneta cattiva che scaccia la buona’. E’ una legge abbastanza semplice da spiegare perché nel secolo in cui visse il banchiere circolavano sia monete di bronzo ma anche d’argento e monete d’oro. Era abbastanza pacifico che le monete d’argento e quelle d’oro (moneta buona), avendo un valore intrinseco per il metallo utilizzato, venissero tesaurizzate facendole scomparire dalla circolazione dove imperava la moneta cattiva di bronzo.

E’ ciò che è avvenuto con l’attuale classe politica, che viene rifiutata, quasi in blocco, dall’opinione pubblica perché è considerata ‘moneta di scarso valore’, e viene pertanto dileggiata, attaccata e vilipesa senza alcun risparmio, mentre la ‘moneta buona’, in larga misura, non è più attratta dall’impegno politico, provocando con ciò un abbassamento del livello della classe dirigente. Personalmente si sono salvati dal pubblico ludibrio, ma il Paese ne soffre molto. Ma perché ciò è avvenuto? Quali sono i motivi che hanno determinato gli effetti della legge di Gresham?

Ricondurre tutto alla forte corruzione disvelata nel nostro Paese sarebbe un errore perché la corruzione è solo un effetto e non la causa dell’imperversare della moneta cattiva che messa in circolazione alimenta la stessa che esiste, da tempi immemorabili, con anzianità pari al mestiere più antico del mondo, com’è documentato nel codice Hammurabi di 4/5 mila anni fa. Si può ben dire ch’essa ha accompagnato l’uomo fin da quando lo stesso si è organizzato con i suoi simili. Periodicamente la corruzione ha picchi altissimi nella società, ma ogni volta, nelle varie epoche, l’uomo è riuscito a combatterla e a ridurla a fenomeno residuale e non allarmante.

Ed allora come è potuto accedere che la moneta cattiva sia riuscita a scacciare la buona? Diverse, per la verità, sono le cause che, comunque, sono tra loro complementari. L’azione della Magistratura di sconfinamento nel recinto di altro potere, il ruolo dei media nella diffusione amplificata delle notizie, l’uso di massa, in questi ultimi 20 anni, dei social network e la nascita dei cosiddetti movimenti populisti sono tra le cause principali. Ma andiamo per ordine.

La magistratura ha attivato il processo quando con ‘mani pulite’ ha decimato i gruppi dirigenti dei partiti facendo emergere le seconde e terze file degli stessi partiti. La caccia spietata contro politici come Andreotti, Craxi e poi Berlusconi, con teoremi veri e propri è stato l’antipasto, continuato senza soluzione, con gli avvisi di garanzia, un tanto al chilo, che, quasi regolarmente, vengono smentiti dai processi. E’ chiaro che il mondo politico è diventato un mondo pericoloso e viene sempre più evitato da intellettuali e professionisti, da tecnici di qualità e da economisti veri, gente di cui il Paese avrebbe estremo bisogno ma che preferisce tenersi alla larga.

A questa fuga dall’impegno politico ha contribuito anche la stampa che, invece d’essere il cane di guardia della democrazia, si è ridotta, nel corso degli anni, a far da megafono alle scorrerie giudiziarie esaltandone le gesta e aizzando l’opinione pubblica (in proposito vi è una ‘confessione’ di Piero Sansonetti riportata nel suo libro ‘La sinistra è di destra’ che racconta come si muovevano i media durante ‘mani pulite’). Ricorre quest’anno il XXV’ anniversario della falsa rivoluzione e, come ricordava Paolo Pillitteri in suo formidabile articolo, la vera sigla della ricorrenza non l’ha pronunciata Davigo ma il capo di quella stagione Francesco Saverio Borrelli con un netto ‘Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite”, che significa, aggiunge l’ex Sindaco di Milano, ‘Non valeva la pena buttare il mondo precedente per cadere in quello attuale”.

Per non parlare dei social che, senza regole, sono diventati la ‘piazza’ più becera e qualunquistica che ci si potesse immaginare dove impera l’invettiva, lo sproloquio e la caccia verbale a chiunque occupa un posto di responsabilità a prescindere.

Ma il contributo decisivo lo hanno dato Grillo e Casaleggio, col movimento 5 stelle, portando nell’attuale Parlamento una schiera, non tanto di dilettanti, quanto di incapaci, incompetenti, incolti ed analfabeti politici. E lo hanno fatto, non come usavano selezionare la classe dirigente i partiti tradizionali, ma con un semplice algoritmo che non garantisce capacità e competenza.  Certo ci sono anche, da contare sulle dita di qualche mano, alcuni giovani dalla facile parlantina e in parte preparati che però non riescono a colmare le deficienze visibili dei loro colleghi parlamentari e degli amministratori di Enti locali che sono stati letteralmente sputtanati dalla vacuità ed inesistenza del sindaco di Roma che non si vergogna di affermare, su ogni minuzia, che ‘ho consultato Grillo’ quasi riconoscendogli lo status di ‘padrone assoluto’ del movimento che non riabilita, però, il nulla che la contraddistingue. E’ chiaro che detta presenza allontana delittuosamente chi potrebbe dare un validissimo contributo all’intero Paese. In parole semplici anch’essi riescono a scacciare ‘la moneta buona’.

Il tornare al proporzionale non è per nulla la fine del mondo ma può servire a ricreare le condizioni per ripristinare i tanto massacrati partiti (aldilà delle denominazioni) che, però, hanno la capacità di ‘selezionare’ la classe dirigente che non deve mai più essere concepita come promozione sociale e, a maggior ragione, come trampolino per attività illecite.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
L’uso del Ponte per attrarre voti

Molti non riescono a spiegarsi il motivo che spinge Renzi, avendo a disposizione un’occasione formidabile per rilanciare l’economia del nostro Paese, qual è la continuità territoriale della Sicilia, a ignorare il Ponte sullo Stretto giocando con le popolazioni dell’estremo Sud nel tentativo di illuderle. E’ vero che Renzi non ha mai detto che subito dopo l’inaugurazione della monca autostrada meridionale affronterà il problema dell’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, ma ha lasciato credere che ciò sarebbe avvenuto dopo il 22 dicembre prossimo.

Il premier è stato abbastanza chiaro dicendo “prima… sistemiamo l’acqua di Messina, i depuratori e le bonifiche. Investiamo due miliardi nei prossimi cinque anni in Sicilia per le strade e le ferrovie. E poi faremo anche il ponte”. C’è chi ha voluto credere che queste dichiarazioni fossero dirette ai No Ponte per tenerli buoni, ma la verità, purtroppo, non è questa. Se lo fosse stata si sarebbe avviato, già da qualche mese, con le Regioni, gli Enti locali, le Università del posto e i Sindacati il problema della formazione della manodopera necessaria alla costruzione della grande opera, e invece tutto è fermo.

Ma se Renzi ha lasciato correre l’equivoco dell’imminente avvio dei lavori del Ponte, lo ha fatto perché ha pensato fosse utile usare la ‘captatio benevolentiae’ verso altri destinatari, come siciliani e calabresi che si battono per la realizzazione del Ponte, e che lui spera d’averli schierati sul SI al referendum costituzionale del prossimo autunno. Ma, certamente, non intende andare oltre l’equivoco perché, memore delle manovre di palazzo ordite dalla Merkel con la compiacenza di alte cariche dello Stato italiano, non vuol fare la stessa fine di Berlusconi che il Ponte lo voleva veramente tanto che, quando fu raggiunto da Brunetta (come lo stesso ricorda nel suo libro ‘Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto’) con la famosa lettera dell’Europa (che accelerava la pressione sull’Italia per ottenere le dimissioni del Cavaliere), stava visionando, nella ‘saletta verde’ di Palazzo Chigi, il filmato del Ponte che i tecnici della cordata di Imprese che si era aggiudicato l’appalto gli avevano cortesemente preparato.

Va però riconosciuto che il no al Ponte, da parte della Merkel, non è stato un capriccio ma una errata valutazione dei danni che il Ponte, con la complementare e necessaria Alta Velocità e Capacità, poteva creare al sistema portuale del Nord Europa a partire da Rotterdam, Amburgo e Anversa. Il Ponte e l’adeguamento ferroviario italiano, infatti, venivano letti come ‘pericolo’ per quel sistema che vive esclusivamente con il movimento dei container. La Merkel, complici gli imbelli dirigenti italiani, aveva vinto la propria battaglia a danno degli interessi italiani che per l’aumento delle merci che si ipotizzava non avrebbe ricevuto il danno che paventava.

Infatti, con l’allargamento e il maggiore pescaggio del Canale di Suez si è aperta la strada all’aumento considerevole del traffico delle portacontainer; i cinesi che si erano offerti di finanziare il Ponte e la stessa Alta Velocità tra Salerno e Reggio Calabria, visti gli orientamenti del grande ‘luminare’ Mario Monti, hanno abbandonato l’Italia e si sono comprati (si, comprati) il porto del Pireo in Grecia per gestirlo come porta d’ingresso in Europa dei propri prodotti; Spagna e Francia sono a realizzare il FerrMed; il Marocco e un po’ tutti i paesi rivieraschi dell’Africa (almeno quelli liberi da guerre) stanno attrezzando la propria portualità. C’è, quindi, un Mediterraneo in gran fermento per l’aumento del traffico merci che non creerà alcun problema ai porti nel Nord Europa.

Giovanni Alvaro

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Il ‘Forza Renzi’ interpretato malissimo

Confesso che per un attimo, ma solo un attimo, sono rimasto perplesso dinanzi al titolo che Sallusti aveva scelto, all’indomani del terremoto, per rompere una prassi che ha caratterizzato il Paese del Guelfi e dei Ghibellini per lungo periodo. Quel ‘Forza Italiani e Forza Renzi’ era la sintesi perfetta del percorso che, nel momento del lutto e del dolore, va intrapreso per affrontare una emergenza che non può e non dovrebbe avere colori politici.

Di certo ad una importante fetta di cittadini del centrodestra, che hanno vissuto esperienze di altri terremoti, e che hanno il ricordo di come è stato trattato, non dopo, ma durante l’emergenza, dai pezzopani, dai cialenti e dall’intera sinistra, il duo Bertolaso-Berlusconi, e che non hanno la forza di dimenticare, la scelta non è piaciuta per nulla. Essa è, infatti, sembrata un ‘aiutino’ al ‘giocoliere’ nazionale, e non quello che realmente era ed è: un aiutino alle popolazioni colpite nell’animo dai lutti, dalla perdita dei loro averi fondamentali come la casa, e con la preoccupazione che dalla precarietà potrebbe essere difficile uscire.

L’esortazione a Renzi ad essere subito operativo, ad affrontare col verso giusto i problemi che i danni causati dal terremoto pongono, potrebbe far ridurre le polemiche, facendo emergere e crescere l’ottimismo, che è una componente sempre positiva per quanti, dopo il dolore per i lutti, sono costretti ad affrontare la quotidianità della loro sistemazione in tendopoli che, con tutti gli sforzi che possono essere fatti è e rimane una sistemazione precaria. Il primo atto, in un clima di collaborazione tra forze diverse, è quello di selezionare chi vuole ricostruita la propria casa distrutta nello stesso posto in cui si trovava (con tempi di realizzazione ovviamente misurabili in anni) e quanti optano per la soluzione da realizzare in pochi mesi anche in posti diversi dal precedente ma compatibile con la necessità di non dover disperdere l’unitarietà della comunità a cui si appartiene.

A Renzi bisogna ricordare che ‘copiare’ quanto realizzato a l’Aquila non è una diminutio ma un metodo per affrontare più celermente l’emergenza ed anche il dopo, se è vero com’è vero che l’attuale terremoto, con le scosse più violente, è stato ‘vissuto’ anche a l’Aquila, con la gente per le strade tutta la notte in preda alla paura, ma che ha avuto la certezza, via via che il tempo passava, che le case costruite ex novo e quelle riparate avevano retto benissimo e non si è dovuto piangere alcun morto. Gli aquilani hanno potuto tirare un grande sospiro di sollievo.

Renzi sappia cogliere questa disponibilità e passi dalle specialità in cui eccelle, come gli annunci a getto continuo e le nomine accuratamente selezionate nella propria area politica, a reali ed efficaci azioni operative. Continuare a fare il piazzista alla Vanni Marchi non pagherebbe per nulla, così come non pagherà la nomina di ‘politici’, come commissari straordinari per la ricostruzione (leggi Errani), per tacitare la vecchia nomenclatura, anziché puntare sui cosiddetti uomini del fare che puntano all’obiettivo affidatogli senza i ‘dosaggi’ e le ‘ricadute’ che la politica comporta.

Se il buongiorno si vede dal mattino, sembra, però, che si sia partiti veramente male. Il premier deve mettere in conto che il terremoto può spazzarlo via inesorabilmente anche prima che la pseudo riforma costituzionale venga bocciata dal referendum d’autunno. Il ‘Forza Renzi’ va riempito, senza perdere tempo, di scelte operative concrete condivise.

Giovanni Alvaro

La Calabria non può essere
solo ‘ndrangheta

L’ultima operazione messa in scena, a Reggio Calabria, con il nome di ‘Mamma Santissima’ ricalca in grande linee quanto già era stato mestato e rimestato nel corso degli ultimi vent’anni e che ha avuto inizio con la grande inchiesta passata agli annali della giustizia come ‘Operazione Olimpia’ preceduta da una dichiarazione di Cesare Romiti (un altissimo dirigente della Fiat) che sosteneva che ‘l’economia del Sud fosse irrecuperabile perché tutto al Sud è in mano alla mafia ed alla camorra’. Queste inchieste che si susseguono periodicamente alimentano quell’affermazione e rendono, oggettivamente, un cattivo servizio al Sud, alla Calabria ed allo stesso contrasto alla mafia.

Ma torniamo all’Operazione Olimpia. La maggioranza dei 563 imputati di quella operazione è stata condannata anche pesantemente. Si è trattato, comunque, di affiliati alla ‘ndrangheta’, mentre il prezzemolo di quella operazione, cioè i colletti bianchi che avrebbero, a vario titolo realizzato il connubio tra la mafia e la massoneria (da dove nacque la dizione di massomafia), sono quasi tutti usciti indenni dai processi che ne sono seguiti. Il più famoso di quei colletti bianchi, l’on. Paolo Romeo, subì, invece, una dura condanna che lo portò in carcere per lunghi anni.

C’è chi, come me, ha seguito le traversie dell’avv. Romeo, dedicando alla vicenda un ‘Instant book’ (‘Viaggio nei teoremi di Olimpia’, con prefazione dell’on. Mauro Mellini), e considerò deboli le  cosiddette prove raccolte dall’accusa che però convinsero la Magistratura della colpevolezza dell’on. Romeo stabilendo non certamente la verità assoluta ma una ‘verità processuale’ che, come è noto, le due ‘verità’ possono anche essere difformi. Romeo non scappò, non scelse la fuga ma socraticamente ha voluto patire le conseguenze sorbendosi, come cicuta, fino all’ultima goccia.

Spiace che Magistrati come Cafiero de Raho saltino a piè pari il diritto di un condannato, che ha pagato il suo debito con la società, di reinserirsi in essa in attività che possono permettergli di vivere (dato che sia la professione che l’attività politica precedenti erano ormai ‘fuori mercato’), e gridino allo scandalo quando lo si scopre in attività diverse come il coordinamento di attività commerciali o attività sportive. Anche i Ros non sono da meno e considerano attività delittuosa quella di un politico, capace come Paolo Romeo, e con la voglia di interessarsi di politica (voglia che non passa mai), d’avere contatti con decine e decine di uomini politici a tutti i livelli per suggerire soluzioni ai problemi, interrogazioni varie, disegni di legge, iniziative e alleanze ai vari livelli, facendo passare questa attività come attività criminale.

Da quà alla ipotesi della ‘Spectre’, alla ‘struttura occulta o segreta’, alla ‘ndrangheta dei ‘visibili’ e a quella degli ‘invisibili’, alla (di nuovo) massomafia il passo è obbligato e le indagini assumono un rilievo che altrimenti difficilmente potrebbero avere. Ma ciò significa che diventa problematico fare politica e che l’attività degli ultimi 15 anni rischia di passare per attività criminale come l’elezione di Sindaci, di Consiglieri Regionali, di Parlamentari nazionali e di quelli europei. Mentre non si capisce perché l’ultimo Sindaco della città e l’ultimo Governatore della Regione, tutte e due dello stesso partito, scelti con procedimenti simili a quelli usati dai ‘criminali’ indagati, vengano risparmiati dal subire lo stesso trattamento con lo ‘sbattimento del mostro in prima pagina’.

Noi che ci siamo formati alla scuola del garantismo (da non confondere con innocentismo), rivendichiamo il diritto per tutti gli indagati della presunzione di innocenza prevista dalla Costituzione (quella che Renzi vorrebbe massacrare), rifiutiamo la giustizia spettacolo, a cui sovente ci si abbandona, non ci piacciono gli strabismi investigativi, non auguriamo ad alcuno di subire gli stessi trattamenti e chiediamo velocità e rigore nell’accertamento delle responsabilità penali, ove esistono, senza teoremi spacciati per prove certe e inconfutabili. Questo nell’interesse non solo degli indagati ma anche se non soprattutto della martoriata terra di Calabria.
Giovanni Alvaro

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Renzi e il Referendum

Non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi, in riferimento al referendum costituzionale del prossimo autunno, vorrebbe procedere con la propria testa ma è costretto a bloccarsi per l’intervento ormai quasi quotidiano dei suoi consiglieri che vorrebbero che si entrasse nel merito delle cosiddette ‘riforme’ e consigliano continuamente a non personalizzare l’appuntamento referendario che rischia di diventare una vera e propria Caporetto.

Più che cavalli di battaglia, però, sembrano ronzini stanchi che possono stimolare la pancia di una fetta di concittadini ma non motivano per nulla la scelta del SI inclusa la minaccia dell’abbandono della politica fatto da Renzi.

Lo stesso avviene per la tanto sbandierata riduzione delle poltrone alla politica che poteva essere realizzata riducendo del 50% i componenti della Camera e del Senato e mantenendo, anche se a ranghi ridotti, uno dei contrappesi inserito nella Costituzione da quei padri della Repubblica che volevano salvaguardare il Paese da ventate autoritarie di destra o di sinistra.

Infine anche la necessità di velocizzazione la produzione legislativa è, a mio avviso, una gran bufala. Il sistema bicamerale italiano non ha nulla da invidiare, su questo terreno, agli altri Paesi europei, avendo prodotto molte più leggi di quante ne abbiano prodotto gli altri. Se comunque il problema era veramente questo non c’era bisogno di porre mano alla Costituzione quando lo stesso obiettivo poteva essere raggiunto modificando i regolamenti parlamentari.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
Se vince il ‘NO’ non finisce
la legislatura

Bisogna far sapere al giovine Renzi che se preverrà il NO al referendum costituzionale, e lui sarà costretto a lasciare (come dichiara) la carica di premier, non si provocherà “la fine della legislatura”. Dato che non conosce la Costituzione che ha voluto riformare (sic!) sappia che lui non è il Capo dello Stato (unico costituzionalmente abilitato, sentite le Camere, a sciogliere il Parlamento e a indire le nuove elezioni).
La sua boutade, lanciata alla Direzione del PD dopo la scoppola collezionata dal partito, di cui è Segretario, nelle recenti amministrative, perdendo soprattutto Roma e Torino, ha il sapore del tradizionale ricatto, che ha usato a piene mani, con l’apposizione del voto di fiducia per far passare qualunque cosa come essenziale.
Ma ammesso e non concesso che Mattarella dovesse seguire le volontà di Renzi è chiaro che costui non ricorda che per eleggere la nuova Camera è prevista la legge elettorale ’Italicum’, mentre per il Senato si utilizzerebbe la vecchia legge elettorale senza alcun premio di maggioranza.
Il ‘NO’ al quesito referendario di ottobre, infine, liquiderebbe la cancellazione dei contrappesi che i Padri Costituenti, usciti dal regime fascista.
La sortita di Renzi, comunque, se da una parte è una grave mancanza di riguardo nei confronti dell’attuale Capo dello Stato, dall’altra è anche l’ammissione che gli mancano gli argomenti per sostenere la propria campagna elettorale ed è costretto a non rispettare l’invito dei suoi consiglieri, a non usare la personalizzazione del referendum che rischia di diventare, per lui, un pericolosissimo boomerang.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
Assurdo prendersela con gli inglesi

Dopo che i sudditi di Sua Maestà anglosassone hanno scelto di uscire dall’Unione Europea si è sviluppato un assurdo dibattito, occupando molte colonne della carta stampata e molto spazio nei media audio e video trasmessi, se sia opportuno e legittimo che a decidere di argomenti così delicati possa essere chiamato a esprimersi il popolo attraverso un referendum, e ciò ben sapendo che una buona fetta di esso avrebbe scelto, nel caso della Brexit, ‘Leave o Remain’, facendosi guidare principalmente dalla pancia.

Ad alimentare detto dibattito ci hanno pensato Giorgio Napolitano, Romano Prodi e Mario Monti con la schiera, subito mobilitata, di commentatori radical chic che hanno usato dispregiativamente l’epiteto di ‘zoticoni’ per quanti hanno scelto l’uscita dall’EU usando l’argomento che su problemi delicati non va coinvolto il ‘popolo’ ottenendo che molti possano differenziarsi da questa opinione anche se accettarla non significa di certo sposare una concezione di ‘democrazia’ che non appartiene agli uomini liberi.
Pensarla, quindi, allo stesso modo non significa rinunciare alle proprie idee di democrazia che sono insite nel dna di ogni spirito libero. Del resto gli stessi Padri Costituenti, che in fatto di democrazia e della sua salvaguardia erano abbastanza vaccinati, essendosi formati nelle galere fasciste o lontani dalla Patria, avevano inserito il comma 2 dell’art. 75 della nostra Carta che chiaramente recita: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

Sarebbe, infatti, assurdo che su qualunque argomento (alleanze militari, missioni ‘umanitarie, eventuali guerre), si debba decidere con un referendum ignorando i ruoli di Organismi a ciò preposti come Parlamenti e legittimi Governi che, si presume, non usano la pancia per le decisioni delicate, ma di norma usano la testa. Così è stato col Patto Atlantico (l’alleanza militare che l’Occidente mise in piedi per difendersi dalle minacce dell’Urss) che magari Napolitano, a differenza di oggi, avrebbe preferito sottoporre a valutazione popolare; così è stato con la nascita del Mercato Comune Europeo; così è stato con la decisione di Craxi di schierare i missili Cruise a Comiso contro gli SS20 sovietici già schierati contro le capitali europee (scelta questa che ha innescato il processo di sgretolamento dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda oggi riesumata da mister Obama).

Sperando di distogliere l’attenzione da ciò che è diventato politicamente il Vecchio Continente che neanche pallidamente somiglia a quanto sognato dai reclusi di Ventotène col famoso Manifesto “Per un’Europa libera e unita”.

Quel sogno, che è diventato anche il nostro, va ripreso e rilanciato andando aldilà della semplice unione monetaria. Bisogna chiudere la fase dei vertici a tre o quattro (dimostrazione palese che a dirigere c’è sempre una specie di direttorio), dotando l’Europa di reali Organismi politici e decidendo di schierare, come UE un unico esercito, come unica deve essere la giustizia, il regime fiscale e la sanità. Senza un salto di qualità, in primis contro la crisi, la disgregazione dell’Unione è destinata a moltiplicarsi con tanti saluti agli Stati Uniti d’Europa e altrettanti saluti al lungo periodo di pace dopo secoli e secoli di guerra fratricida.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
De Magistris ha motivo
di esultare?

Sono ben 500.000 gli elettori milanesi che non hanno voluto recarsi alle urne ed hanno incrementato l’astensionismo, e sono anche 500.000 gli elettori napoletani che hanno fatto la stessa scelta. Ma le due astensioni sono fortemente diverse. A Milano l’astensione è quella normale che, punto più punto meno, si allinea alla percentuale nazionale che, comunque, registra che oltre il 50% degli iscritti alle liste elettorali è andato a votare permettendo, non solo, di dire che il Sindaco sia stato scelto dalla maggioranza degli aventi diritto al voto, ma ne legittima politicamente l’elezione.

La stessa cosa non può essere detta per l’elezione di De Magistris perché quei 500 mila cittadini napoletani, che non hanno voluto votare, rappresentano la stragrande maggioranza di quegli elettori, lasciando a Napoli di poter vestire la maglia nera della più bassa affluenza attestandosi, in questa tornata, al 37,88% che, depurato dalle schede bianche e da quelle nulle, scende ulteriormente al 35,96%. Il sindaco, quindi, dell’ex Capitale del Regno delle Due Sicilie è stato scelto da poco più di un terzo dei cittadini partenopei.

Veramente una grande e splendida vittoria! Non c’è che dire, per il nostro ‘O Giggino, che strilla esaltato che “ha vinto il popolo napoletano”, che a Napoli si è scritta una pagina di storia con “l’unica, vera ed effettiva novità politica di queste elezioni” e che “Napoli diventerà una forza nazionale e internazionale”. Queste le perle più ridondanti accompagnate, col petto in fuori, dall’esaltazione della ‘irraggiungibile’ percentuale del 66,85% registrata a fine spoglio sul totale dei voti ottenuti da De Magistris e di quelli ottenuti da Lettieri che sono stati quasi uguali ai 92.000 ottenuti al primo turno. Senza la presenza dei voti di Lettieri, quel 66,85, formalizzato dallo scrutinio consegnato alla ‘storia’, si sarebbe avvicinato a poco meno del 100% con magno gaudio del Sindaco arancione.
I voti riversati sul nome dell’ex magistrato sono stati 185.907 che in riferimento ai 788.291 elettori che potevano votarlo, ma non lo hanno fatto, significano che solo il 23,58% degli elettori napoletani lo ha scelto come Sindaco. È una percentuale che non può certamente farlo esultare perché dimostra che, anche se una buona fetta di elettori ha disertato le urne per una scelta anti Lettieri, la maggioranza degli astensionisti lo ha fatto perché non ha voluto votare per il Sindaco uscente, una specie di messaggio di non gradimento. Ragion per cui ricordi De Magistris che, quando circolerà per le strade della sua città, solo un cittadino (anzi meno di uno) di ogni quattro che incontrerà, lo ha voluto come Sindaco. C’è, quindi, poco da esultare.

La vicenda, comunque, si presta ad un’altra considerazione che è quella della cecità di quanti non volendolo come Sindaco gli hanno però permesso di poterlo diventare, con la semplice astensione dal voto. Costoro solo oggi, forse, capiscono quanta inutile è stata questa scelta. Il rifiuto di un candidato si combatte scegliendo il suo avversario ma questo, purtroppo cozza con lo schieramento ideologico a prescindere. Alcuni si giustificano sostenendo che nessuno dei due meritava la fiducia degli elettori. Può essere. Ma in questi casi (tempi di ‘cambiamento’ dice Renzi) si doveva puntare sulla novità come sindaco rifiutando ‘la minestra riscaldata’ abbondantemente provata e senza apprezzabili risultati.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
L’alta velocità e il corridoio Genova-Rotterdam

Finalmente anche il Nord, attraverso Milano Finanza, scopre quanto suicida sia stato, per la portualità italiana, il non aver dotato il Paese di un sistema di Alta Capacità ferroviaria per il trasporto delle merci lungo tutto lo stivale, e quanto altrettanto suicida sia stata la finalizzazione del corridoio Genova-Nord Europa, attraverso il Gottardo, per consentire l’arrivo delle merci nella Pianura padana dai porti di Rotterdam, Amburgo e Anversa, e non anche viceversa.

Il progetto penalizza solo l’Italia perché altri stanno lavorando per proprie soluzioni. L’Egitto, infatti, non solo ha raddoppiato la capienza dell’importante Canale di Suez ed aumentato il pescaggio dello stesso, ma già punta all’ipotesi della logistica a Porto Said. I cinesi, che hanno abbandonato l’idea della logistica in Sicilia e Calabria e che erano disponibili a finanziare l’Alta Capacità da Salerno in giù (oltre a finanziare il Ponte sullo Stretto anello fondamentale dell’ex corridoio 1), hanno scelto di comprarsi il Porto del Pireo in Grecia e da lì gestiranno, con una loro logistica, la distribuzione delle merci verso l’Europa. Anche Spagna e Francia sono impegnate in operazioni simili, mentre brilla, per le chiacchiere in libertà, solo il nostro Paese che sta perdendo letteralmente il treno.

Eppure chiunque capisce che approntare la portualità del Meridione collegata a reti di Alta capacità ferroviaria rilancerebbe porti come Napoli, Taranto, Augusta e Gioia Tauro (questi ultimi altrimenti destinati a vivacchiare o a morire con un transhipment ormai fuori mercato come dimostra una cassa integrazione senza fine) che fornirebbero il Nord Italia di quanto arriva dall’Estremo Oriente in tempi chiaramente più ridotti di quanti ne servono a Rotterdam, che i container li riceve con molti giorni di ritardo, a rifornire le stesse zone.

Soffermandosi solo su questo concetto si può far capire ai razzisti anti Meridione (annidiati nei media nazionali e magari provenienti dal Sud) che l’infrastrutturazione meridionale, con conseguente Alta Velocità, farà certamente bene al Meridione ma lo farà anche alla Pianura Padana e all’intero Paese anche perché una fetta del mercato europeo può essere rifornita dalla logistica italiana.

Giovanni Alvaro

Scrive Giovanni Alvaro:
La Borghesia “stracciona”

Era tanta la voglia di schierarsi con Renzi che Vincenzo Boccia, all’Assemblea generale della Confindustria, organizzazione che lo ha scelto come presidente, lo ha fatto a briglie sciolte dichiarando il proprio sostegno alle riforme costituzionali e riproponendo l’antico vezzo confindustriale di sostegno al governo di turno, salvo quello di Silvio Berlusconi. Questa operazione Arturo Diaconale ha voluto egregiamente battezzarla come ‘il renzismo acritico di Confindustria’ anche perché le scelte economiche del governo Renzi non hanno prodotto nulla per favorire la fuoruscita dalla crisi. Anzi sono andate in tutt’altra direzione.

Avendo quindi fatto una scelta ‘fuori natura’, Boccia si è sentito autorizzato a richiedere una ricompensa e nel farlo si è lasciato sfuggire un enorme strafalcione economico. Questo strafalcione, ormai abbastanza conosciuto, è tutto racchiuso nella richiesta di “spostare il carico fiscale alleggerendo quello sul lavoro e sulle imprese e aumentando quello sulle cose“. A prima vista sembrerebbe una richiesta cinica che in soldoni viene interpretata come ‘riduci le tasse alle imprese e passale a carico di altri’.

A ben riflettere, però, non si tratta di cinismo ma della conferma di quanto aveva visto giusto Giorgio Amendola qualificando l’imprenditoria italiana come ‘borghesia stracciona’, a volte priva di scrupoli e accattona. Ridurre la pressione fiscale alle imprese non serve a rilanciare la produzione perché se quel carico fiscale viene spostato sui prodotti (magari sotto forma di aumento dell’IVA) significa che ciò che viene immesso sul mercato costerà di più ed è, quindi, più difficile che i cittadini siano stimolati a comprarlo. Tutta l’operazione Boccia si esaurirebbe, quindi, con un risparmio fiscale per la ‘borghesia stracciona’ con magazzini che continueranno a essere pieni di invenduto e, quindi, costretti a frenare la produzione e, di conseguenza, a mettere in Cassa Integrazione o licenziare gli esuberi. La crisi, malgrado Boccia e il suo ispiratore, continuerà a massacrarci e a distruggere il nostro Paese.

Il problema allora, cari imprenditori spinti a diventare ‘prenditori’ e ‘sudditi’ di un venditore di fumo, non è quello di ‘spostare’ parte dei carichi fiscali per alleggerire le vostre singole posizioni perché l’operazione sarebbe una vera e propria elargizione senza riflessi positivi sul Paese, ma al contrario con gravi ripercussioni negative. Se avesse riflettuto un po’ di più, Boccia avrebbe potuto scoprire il famoso ‘uovo di Colombo’ e capito che è il carico fiscale che pesa sull’intero Paese che va ridotto per determinare grandi benefici all’industria italiana, grande o piccola che sia, e per rilanciare i consumi di quanto viene prodotto.

Giovanni Alvaro