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Giovanni Schiavon e Angelo Santoro

I tanti misteri delle ex banche venete

In questa tornata elettorale il già abituale carico di promesse che caratterizza le tante competizioni di questo tipo si è implementato di un nuovo diffuso impegno politico: quello per la costituzione di un fondo di solidarietà che possa essere utilizzato per interventi di sostegno e di assistenza a favore delle persone che, finite fra i circa 200.000 risparmiatori traditi (ex azionisti delle due grandi popolari venete), dimostreranno di essere particolarmente bisognose. In questo contesto programmatico, il confronto ora è tra chi promette di più sul piano quantitativo.

Si è, più volte cercato di dimostrare che un simile approccio al problema del tradimento del risparmio (perché di questo si è trattato) è profondamente errato, perché sottende un improprio spirito meramente assistenzialistico da parte di uno Stato, che, invece, dovrebbe percepire un suo obbligo giuridico di risarcire, cioè di riparare ad un torto subito da molti suoi cittadini per i danni loro derivati da comportamenti antigiuridici di strutture ad esso stesso riconducibili. L’appello ad uno Stato elemosiniere non è coerente con le vere responsabilità sottese agli eventi che hanno portato all’eliminazione delle due ex banche popolari.

Sforziamici, allora, di ricostruire il quadro fattuale della vicenda: si deve partire dalla frettolosa legge 33 del 2015, con la quale è stato convertito in legge il Decreto che, su indicazione di BCE, ha obbligato le banche popolari con attivo patrimoniale superiore ad otto miliardi di euro a trasformarsi in società per azioni, avviando implicitamente anche il processo della loro quotazione. E’ stato l’inizio di un terremoto che non è ancora finito, perché, a seguito della trasformazione e nella prospettiva della loro entrata in borsa, è stato richiesto un aumento di capitale di 1,5 miliardi, per la popolare di Vicenza, e di 1 miliardo, per quella di Treviso. Sono stati costituiti due consorzi di garanzia, capitanati, per la prima, da Unicredit e, per la seconda, da IMI del Gruppo Intesa, al quale hanno aderito nove banche internazionali.

Ma, improvvisamente e senza apparenti ragioni, Unicredit è receduta dall’impegno, seguita, poco dopo, da IMI. Entrambi tali istituti sono stati sostituiti, nella funzione digaranzia per l’aumento di capitale, dal c.d. Fondo di Investimento Atlante, costituito repentinamente per il duplice scopo di garantire gli aumenti di capitale di banche in difficoltà e di rilevarne i crediti in sofferenza, con dotazione (di 5-6 miliardi) proveniente essenzialmente dalle due grandi banche italiane, Unicredit e Banca Intesa; Atlante era una struttura formalmente privata ma, di fatto, completamente controllata dal Ministero dell’Economia. Esso ha subito precisato che la propria offerta di garanzia sarebbe stata valida a condizione che, se il capitale fosse stato sottoscritto solo parzialmente, la quota di sua competenza fosse, comunque, superiore al 50%; quindi, partecipando all’aumento di capitale delle due popolari, intendeva detenerne la maggioranza. E, proprio per facilitare il programmato percorso di Atlante ed evitare che esso potesse defilarsi, l’amministratore delegato di allora di Veneto Banca, si è particolarmente impegnato nello scoraggiare la partecipazione a quell’aumento da parte del capitale privato, tanto che, nella presentazione del pianoalla comunità finanziaria ed ai soci, era arrivato a descrivere la banca stessa come un istituto alla canna del gas o come uno zombie. Tuttavia, non risulta che qualche Procura della Repubblica si sia sentita in dovere di assumere iniziative per sanzionare siffatti gravi atteggiamenti, suscettibili di aver arrecato un non indifferente danno reputazionale alla banca; infatti, in un momento particolarmente problematico per un intermediario che si stava rivolgendo al mercato per chiedere fiducia e capitale, il suovertice amministrativo di allora non aveva esitato a scegliere una comunicazione aziendale che quella fiducia finiva per minarne in radice.

E, in ogni caso, quel dirigente bancario non ha mai spiegato a nessuno la sua scelta di procedere, comunque, sulla strada dell’aumento di capitale, anziché “portare i libri in tribunale”, come avrebbe dovuto fare se la banca fosse stata davvero alla canna del gas: cioè insolvente. Egli avrebbe ben dovuto sapere che un’impresa insolvente ha il dovere di richiedere, essa stessa, una procedura concorsuale e non avrebbe certopotuto ingannare il mercato, ricercando capitale. Quindi, delle due l’una: o la banca era insolvente, ed, allora, andava interrotto subito il percorso dell’aumento di capitale; oppure essa non lo era, ed allora non è dato di capire come un amministratore delegato (apparentemente tanto stimato da Bankitalia) possa, impunemente, aver descritto la banca stessa come alla canna del gas. La disarmonia della manovra era sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nessuno, né la magistratura, né Bankitalia, né Consob ha, finora, censurato quel dirigente (Cristiano Carrus). E’ sempre maggiore il sospetto che egli stesserealizzando un programma pensato e condiviso altrove.

Fatto sta che a tutti, tranne che ad Atlante, è stato praticamente impedito di partecipare all’aumento di capitale, tanto che agli sportelli era stato impartito l’ordine di far sottoscrivere una dichiarazione che doveva esprimere la volontà dell’aspirante sottoscrittore di procedervi, nonostante la stessa banca lo avesse sconsigliato di farlo.

Ebbene, l’aumento di capitale è stato fatto a 10 centesimi per azione ed è statopressoché interamente sottoscritto dal Fondo Atlante, che è giunto a detenere il 98% di entrambe le popolari venete. A questo punto, la diluizione del valore del titolo è stata così intensa che i soci storici hanno sostanzialmente perduto tutto.

In seguito, le gestioni delle due popolari (alle quali ha partecipato anche Fabrizio Viola che, poi, è diventato – altro mistero ! – uno dei tre commissari della liquidazione coatta amministrativa) sono state talmente negative che, nel marzo 2017, entrambe hanno comunicato alle Autorità competenti l’intenzione di accedere al sostegno finanziario della ricapitalizzazione precauzionale. Attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, esse hanno poi ricevuto la comunicazione che BCE, previo accertamento della loro solvibilità (per aver rispettato i requisiti patrimoniali minimi in base ai bilanci al 31 dicembre 2016), aveva confermato la sussistenza delle condizioni del beneficio richiesto. Ma, pochissimo tempo dopo, nel giugno 2017, le banche venete, non considerate sistemiche in ragione dell’estensione territoriale non europea del rischio del loro default, inaspettatamente sono state dichiarate da BCE nella condizione di “failing or likely fail” (in fallimento o in probabile fallimento); quindi, prive di titolo per accedere alla procedura di ricapitalizzazione precauzionale. Cessata questa procedura, esse sono state sottoposte non alla procedura di risoluzione, in base al sistema del bail-in, bensì a quella nazionale della liquidazione coatta amministrativa.

A questo punto, già sorge una forte perplessità se si considera che, nello stesso periodo, la banca Monte Paschi di Siena, che negli ultimi sette anni aveva bruciato capitali per importi ingenti (quest’anno chiude in pesantissima perdita, di oltre 3,5 miliardi) è stata ammessa alla ricapitalizzazione precauzionale, che – si ripete ancora – presuppone la solvibilità, accertata da BCE, del soggetto richiedente. Perché allora perseguire, per le banche venete, un diverso trattamento fortemente penalizzante, accuratamente risparmiato, invece, in una situazione ben più grave, alla banca toscana?

Tornando alle due banche venete, dopo questo repentino cambio di rotta si è scelto di mettere in campo Banca Intesa, che, per acquisire, in totale assenza di rischi, la solaloro parte buona, oltre ad un’importante quota di mercato in una delle regioni economicamente più dinamiche d’Europa, ha ricevuto un contributo a fondo perduto di 3,5 miliardi, nonché la possibilità di retrocedere (fino a 4 miliardi) i crediti che dovessero presentare problemi di incasso nei successivi due anni. E, grazie a questo contributo – non considerato come aiuto di stato, come, invece, sarebbe avvenuto se lo stesso importo fosse direttamente affluito nelle casse delle due ex banche – banca Intesa ha chiuso l’esercizio 2017 con un utile netto di 7,3 miliardi, di cui 3,5 rappresentati da quel contributo. E così, con malcelato orgoglio, l’amministratore delegato di Intesa ha potuto annunciare che l’85% di esso sarebbe stato distribuito ai suoi soci; ciò significa che tutta la manovra, il cui costo complessivo è stato addossato essenzialmente agli azionisti delle due ex popolari venete, ha comportato un elevatissimo utile, di cui beneficeranno quelli di Intesa e le Fondazioni. In sostanza, le disgrazie economiche dei soci delle due banche venete, considerate le vittime sacrificali, sono servite a soddisfare le aspettative dei soci di Intesa. E anche su questa singolare vicenda sta calando un inaspettato oblio.

Un’altra vicenda sulla quale nessuno pare aver voglia di ricercare la verità è riferibile alle c.d. operazioni baciate di Veneto Banca; cioè ai finanziamenti concessi dalle banche ai propri clienti per l’acquisto di azioni e obbligazioni dello stesso istituto finanziatore. Nel bilancio al giugno 2015 sono stati dedotti 116 milioni dal patrimonio di vigilanza, anche se tali operazioni, in realtà, ammontavano a 71 milioni(ai quali, per scrupolo, erano stati aggiunti altri 45, riferiti ad operazioni di incerta natura) Questo era il risultato delle valutazioni effettuate dalla Banca d’Italia, nonché dell’analisi eseguita dagli ispettori BCE nei primi otto mesi del 2015. Le operazioni sospette riguardavano un arco temporale di quasi tre lustri; e la loro entità era, comunque, tale da non creare alcun problema di tenuta patrimoniale dell’Istituto. Orbene, nel corso della seduta del CDA di Veneto Banca del 28 agosto 2015, l’allora A.D. ha dichiarato che il Capo della vigilanza di Bankitalia, dott. Carmelo Barbagallo, gli aveva riferito di essere ben conscio che, per ciò che riguardava labanca trevigiana, non esistevano particolari problemi per le operazioni baciate; ciononostante, lo stesso Barbagallo avrebbe sollecitato un rinnovato approfondimento con l’adozione di criteri molto più selettivi e stringenti. E, a questo punto, ci si deve chiedere perché mai solo per Veneto Banca siano stati addottati più rigidi parametri, neppure in allora vigenti e, in seguito mai entrati in vigore per le altre banche. E la riprova dell’esistenza del sospetto di un inconsueto e inspiegabile accanimento, anche da parte di BCE, nei confronti dei vertici dell’istituto trevigiano, è rinvenibile nell’insistenza con la quale una nota dirigente della Vigilanza europea aveva, essa stessa, sollecitato l’adozione, solo per Veneto Banca, di parametri più rigorosi per l’individuazione delle operazioni baciate.

Ma, anche con riferimento ai c.d. crediti deteriorati di Veneto Banca è lecito prospettare non poche perplessità. Nella sua audizione in commissione bicamerale di inchiesta sulle banche, la prof.ssa Giuliana Scognamiglio ha riferito che, dopo neppure due mesi dall’insediamento dei commissari della liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca, era emerso che ben 800 milioni di crediti deteriorati erano stati riportati in bonis. Non essendo certo usuale che i commissari migliorino la qualità del credito dei soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale, nasce un grave sospetto: perché mai, allora, gli amministratori hanno commesso un così evidente errore nella valutazione del credito di Veneto Banca ? E – ipotesi ancora più inquietante – si è proprio certi che, in una banca ormai allo sbando, le operazioni di trasferimento a credito deteriorato non abbiano perseguito altri scopi trasversali ? Ciò anche perché, di recente, si sono concluse alcune significative transazioni che destano non poche perplessità e che, forse, meritano qualche specifico approfondimento.

Un primo esempio è riferibile ad un’impresa di Roma con la quale Veneto Banca aveva in essere un contratto di finanziamento redatto da uno dei più importanti studi legali di Milano e che risultava inattaccabile. A quanto consta, la banca ha concordato una consistente riduzione del credito (circa 20 milioni), operando con una scelta che era stata contrastata anche da alcuni manager. Vien da chiedersi se esistessero davvero le condizioni di cui all’art. 1965 c.c., con particolare riferimento all’incertezza della situazione giuridica ed alle c.d. reciproche concessioni, oppure se l’operazione si sia risolta solo in un grazioso sconto da parte della banca.

E, con altra impresa del settore alimentare, la banca ha stralciato qualche decina di milioni a fronte di azioni della popolare trevigiana acquistate una decina di anni prima e per le quali non c’era mai stato alcun problema.

Ad un noto imprenditore veneto è stato concesso uno sconto di circa 50 milioni sul suo ingente debito, benché egli si fosse dichiarato disponibile a pagarne l’intero importo, pur nell’arco di qualche anno; ma la relativa pratica, più volte passata per il Comitato Esecutivo della Banca, era sempre stata bocciata. Anche questa operazione suona come un’inopportuna regalia, che stride con la polverizzazione dei risparmi degli azionisti.

Un’altra impresa veneta, che era stata affidata per circa 80 milioni, a fronte di garanzie ipotecarie per la quasi totalità e di garanzie personali di ingente valore, è stata – molto inspiegabilmente – inserita fra i debitori incagliati, poi trasferiti alla liquidazione coatta. Anche questa operazione corrisponde ad una scelta particolarmente singolare, perché quell’impresa era assolutamente regolare nel pagamento dei ratei del suo debito. E si ha notizia di una imminente transazione che,se sottoscritta, consentirebbe al debitore di risparmiare alcune decine di milioni. E’ allora sempre più grave il sospetto che il passaggio di molti debiti alla categoria dei NPL fosse strumentale e finalizzato a facilitare salvifiche transazioni, a beneficio di qualche eletto.

Se così è, gli autori di quella classificazione avrebbero così contribuito al depauperamento della ex Veneto Banca per almeno un centinaio di milioni; con l’ulteriore conseguenza che, se essa non fosse del tutto genuina e non rispecchiasse le reali condizioni economiche dei debitori che vi sono inseriti, si dovrebbe aprire un altro inquietante capitolo di indagini. Ma chi vorrà farlo?

E, a questo punto, sorgono alcune domande: se gli 800 milioni riportati subito in bonis, come ha riferito la prof.ssa Scognamiglio, fossero stati fin dall’origine, classificati per tali; se fosse stata evitata la frettolosa deduzione dal patrimonio di vigilanza dei 250 milioni dovute alle sospette (ma inesistenti) operazioni baciate, in base a regole mai entrate in vigore, ma comunque imposte solo a VB da Bankitalia;se BIM, di recente svenduta per meno di 30 milioni, fosse stata ceduta, quando, in epoca recente, era ancora possibile, per 560 milioni; se tutto ciò fosse avvenuto, sarebbe stato davvero necessario l’aumento di capitale per Veneto Banca? E, conseguentemente, ci sarebbe stato il disastro che poi c’è stato?

I risparmiatori traditi vorrebbero avere qualche risposta per sapere chi devono ringraziare e gradirebbero che l’impegno elettorale fosse diretto, non tanto ad implementare un inutile fondo di solidarietà, quanto a scovare, finalmente, le tante menzogne che tuttora, fra depistaggi e bugie, impediscono di capire la verità sul più grave disastro bancario del dopoguerra.

L’insolvenza di Veneto Banca?

Ho avuto ripetute occasioni di esporre le molte ragioni per le quali, in base ad una valutazione dei dati conoscibili, sussistono forti perplessità sulla fondatezza del ricorso, di recente presentato al Tribunale di Treviso  dal pubblico ministero, per la dichiarazione dello stato di insolvenza di Veneto Banca alla data del 25 giugno 2017, giorno di pubblicazione del decreto di apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa a suo carico.

Se, dunque, verrà prospettata al Tribunale la reale situazione economica e patrimoniale della banca (ma a tale riguardo, non è dato di capire ancora, quale sarà l’atteggiamento processuale dei commissari e neppure se ci sarà qualche legittimo  contraddittore, interessato a resistere al ricorso) è assai probabile che i giudici si pronunceranno per l’insussistenza del presupposto oggettivo, sotteso alla procedura concorsuale richiesta: cioè l’insolvenza. E’, allora, importante proporre una riflessione sulle possibiliconseguenze della situazione nelle due diverse ipotesi, di accoglimento o di reiezione del ricorso.

Qualora fosse dichiarato lo stato di insolvenza, anzitutto, gli inquirenti potrebbero indagare su eventuali reati di bancarotta semplice, fraudolenta o preferenziale, a carico degli amministratori. In secondo luogo, potrebbero essere iniziate, da parte dei commissari, le c.d. azioni revocatorie,dirette a consentire l’azione esecutiva concorsuale anche sui beni usciti dal patrimonio della banca, secondo le diverse ipotesi previste della norma (art. 67 L.F.).

E qui sorge un primo rilevante problemaa perché un’insolvenza riferita al giugno 2017 farebbe scattare la revocatoria anche per le transazioni del marzo 2017 che, per entrambe le ex popolari, hanno interessato il 70% degli azionisti. A questo punto essi sarebbero tenuti a restituire l’importo ricevuto e, forse, sarebbero anche condannati alle spese processuali; e, proprio per questo, c’è da chiedersi le ragioni per le quali un gruppo di risparmiatori ha insistito nel richiedere al pubblico ministero l’iniziativa della dichiarazione di insolvenza, esponendo gli azionisti al grave pericolo di revocatoria. E’ noto, infatti, che la regola fondamentale del diritto concorsuale è la par condicio creditorum, cioè la parità di trattamento di tutti i creditori. Se insolvente, il debitore non ne può pagare solo alcuni: o non paga nessuno o li paga tutti.

Per altro aspetto, il problema si complicherebbe ancor più perché, in tal caso, la stessa Bankitalia – che quella transazione collettiva ha avallato – dovrebbe spiegare come abbia potuto non avvedersi, nel marzo 2017, che le due banche versavano in stato di insolvenza, tanto da essere messe in liquidazione coatta appena poco più di due mesi dopo. Infatti la condizione soggettiva di cui all’art. 5 L.F. (l’insolvenza) non si manifesta quasi mai istantaneamente, ma emerge progressivamente, in un contesto temporale solitamente ampio, soprattutto per gli intermediari bancari. E non è davvero credibile che un’insolvenza, se accertata nel giugno 2017, non fosse, nel marzo precedente, percepibile dall’Authority nazionale, deputata proprio al controllo dell’intero sistema bancario; anche perché, nel periodo tra marzo e giugno, non si sono verificati eventi che possano avere, da soli, causato lo scatenarsi di un improvviso disastro. Aggiungasi che, nei primi mesi del 2017, il CDA espresso dal Fondo Atlante aveva ultimato e sottoposto al benestare di BCE un progetto di fusione, approvando altresì il bilancio 2016, sul presupposto della continuità aziendale. Tutto ciò non sarebbe avvenuto se quel CDA non avesse ricevuto ampie rassicurazioni sulla sussistenza delle condizioni perché quel progetto potesse essere portato a compimento. Il riferimento è a Banca d’Italia ed al Governo che, proprio nella primavera del 2017, stavano lavorando con BCE alla ricapitalizzazione precauzionale, che presuppone proprio l’insussistenza di un’insolvenza.

A questo punto, i cittadini potrebbero chiedersi se non possa essere ravvisato un reato di falso in bilancio proprio a carico dei soggetti che avevano contribuito a redigere il progetto di fusione, pur dovendo prefigurarsi l’insolvenza delle due banche, future protagoniste della fusione stessa. Ovviamente, la risposta pare scontata!

Tutto, dunque, propende per l’inesistenza, alla data del 25 giugno 2017, dello  stato di insolvenza di Veneto Banca. E non si dimentichi che le due ex popolari avevano trasferito a Banca Intesa anche 771 milioni di cassa e che, per Veneto Banca, i commissari hanno immediatamente riportato in bonis ben 800 milioni di crediti che, impropriamente, erano stati inseriti (per eccesso di zelo?) fra i crediti deteriorati e che, invece avrebbero dovuto rientrare nel suo patrimonio.

E se il Tribunale respingerà il ricorso, accertando l’insussistenza dell’insolvenza?

Mi pare ovvio che la pronuncia non potrebbe incidere sulla liquidazione coatta amministrativa, ormai irrevocabile, dichiarata per legge. Ma si aprirebbe un altro inquietante capitolo perché ai risparmiatori dovrebbe essere spiegato come possa accettarsi che il costo di una manovra di sistema, ordinata da BCE, sia stata fatta pagare solo a loro, perché scambiati per investitori-speculatori. Per di più, con valori palesemente iniqui attribuiti agli assets aziendali di veneto Banca: si pensi solo a BIM, ceduta a poco più di 20 milioni, a fronte di un recente divieto, da parte di BCE, di venderla per 560 milioni, quando ancora era possibile.

Il 14 giugno 2017, parlando all’ABI, il vice Direttore Generale di Bankitalia ha detto: “una soluzione relativa alle due banche venete va definita in tempi brevi, salvaguardando i risparmiatori e garantendo continuità …”. Dieci giorni dopo è finita con il decreto di liquidazione coatta amministrativa, che, all’evidenza, era stato preparato da molto tempo, e che ha spazzato via tutto, creando il disastro. Ora, cosa devono pensare i risparmiatori?

Giovanni Schiavon e Angelo Santoro 

10 punti a tutela della casa
e del risparmio

Veniamo da anni e anni in cui si è ripetuto il mantra “ce lo chiede l’Europa”; in cui abbiamo dovuto far fronte a necessità sempre più stringenti, in nome delle quali siamo stati costretti a cedere pezzi di sovranità democratica e a rinunciare a quelle tutele e garanzie sociali elementari che ci contraddistinguono in quanto cittadini democratici. Si sta andando verso una progressiva rinuncia al diritto ad avere un lavoro e una casa, ad essere curati, a mandare i nostri figli in un asilo nido.

L’attacco finale è stato sferrato nel cuore della nostra società del benessere: i nostri risparmi. In nome della stabilità dei mercati e della salvaguardia degli interessi dei grandi capitali finanziari ci è stato imposto di sacrificare tutto ciò che avevamo sull’altare della salvezza delle banche. Non tanto e solo delle banche rovinate dalla crisi, ma soprattutto di quelle in default.

Qui non si intende prendere posizione sulle cause specifiche o sistemiche che hanno determinato il disastro creditizio e non vogliamo essere trascinati in sterili polemiche che, a questo punto, non potrebbero più portare alcuna utilità concreta. Qui vogliamo ripartire dalla tragica constatazione che molti di noi sono finiti nella black list della Centrale Rischi. Altri, sacrificati dal decreto salva banche, destinato ad evitarne il bail-in hanno visto l’azzeramento dei propri risparmi. Altri, ancora, rischiano di vedersi pignorati patrimoni importanti come la casa. Ci stanno togliendo tutto, ma non riusciranno a toglierci la cosa più importante: l’onore e la nostra dignità!

Noi vogliamo difendere il risparmio; rimettere al centro dell’interesse il risparmiatore tradito da tutto e da tutti e non difeso adeguatamente dallo Stato.

Per questo abbiamo scelto di consorziarci e suggellare un patto d’onore, un patto tra uomini e donne che scelgono attivamente di rifiutare la loro condizione e di difendere la dignità della persona, così come garantito dalla nostra Costituzione.

La prima azione pubblica di questo Consorzio di uomini e donne d’onore è la scrittura di un Manifesto, strutturato in dieci punti, brevemente elencati qui sotto.

1 La finanza mina i diritti costituzionali dei cittadini risparmiatori
La nostra Costituzione mira a promuovere lo sviluppo della persona umana e a difenderne la dignità e l’onore. Non solo: la Costituzione mette al centro anche la tutela del risparmiatore. All’articolo 3, infatti, stabilisce il criterio di uguaglianza di tutti i cittadini e la necessità per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la loro libertà, l’uguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana, mentre l’art. 47 incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme. Diritto alla casa e al risparmio sono due caposaldi sanciti dalla Costituzione; diritti inalienabili che, allo stato dell’arte, sembrano vacillare.

Noi vogliamo ripartire da questi caposaldi. Senza tutela del risparmio e della proprietà abitativa, senza il tutela della dignità della persona non può esserci giustizia sociale e progresso.

2 La crisi bancaria è crisi sociale.
Nonostante i tanti proclami di sua solidità e sicurezza, il sistema bancario italiano è entrato in profonda crisi. A farne le spese non sono stati i dirigenti e gli amministratori del sistema, i quali spesso hanno assistito solo al cambio di poltrona, quanto le centinaia di famiglie di risparmiatori che hanno visto volatilizzati i propri risparmi. Lungi da qualsivoglia giacobinismo, il Manifesto intende orgogliosamente porsi a difesa delle Istituzioni senza le quali vacilla lo stesso Stato di diritto. Ma questo dovuto rispetto non deve precludere l’eventuale messa in discussione delle persone che quelle Istituzioni sono chiamate a rappresentare, se ritenute meritevoli di rilievi critici.

3 Credibilità minata? Ripartiamo dalla fiducia
Il recupero della credibilità del sistema bancario italiano passa necessariamente dal ripristino della fiducia da parte dei cittadini, ora venuta meno a seguito delle sistematiche menzogne che sono state loro raccontate e dallo squallido gioco allo scaricabarile tra banchieri, politici, tecnocrati della BCE cui siamo costretti ad assistere. Il modo peggiore per recuperare la fiducia è quello di proseguire il pregresso percorso, in ossequio ad una vuota moral suasion. Anche la crescita economica richiede un decisivo ripristino di una diffusa fiducia nei confronti delle Istituzioni che, però, se la devono conquistare e non la possono solo pretendere.

4 Un controllo più moderno ed efficace da parte degli organi competenti.
E’ imprescindibile un ripristino della funzione della garanzia di controllo da parte dei Regolatori, che devono intervenire senza esitazioni e senza, poi, rimpallarsi ogni responsabilità. E’ necessario dunque che siano garantite funzioni di controllo certe, con separazione non solo formale dei ruoli del controllore e del controllato, e che in modo altrettanto certo i responsabili degli sconquassi del sistema bancario siano individuati e puniti.

5 Una politica più attenta e responsabile
La politica ha spesso trascurato il temo del risparmio; e, in molti casi, con espliciti e depistanti ottimismi, nonché con scelte normative frettolose, incoerenti, lontane dalla realtà e talora di dubbia costituzionalità, ha contribuito alla sua mancata tutela. Ripartire da una buona politica significa restituire fiducia e benessere ai cittadini, riagganciarsi alla Costituzione per far sì che la giustizia sociale e la dignità della persona non siano più sacrificate all’altare del realismo e del decisionismo della tecnocrazia finanziaria.

6 Interventi più efficaci di contrasto all’usura fra privati.
La restrizione dei canali istituzionali deputati all’erogazione del credito favorisce il dilagare della piaga dell’usura tra privati. Mafie e strozzini ringraziano, i risparmiatori restano strangolati nella morsa del debito, con esiti spesso drammatici. Occorre urgentemente ripensare alla ricostruzione di ogni componente del nostro sistema creditizio e sociale.

7 Revisione del sistema delle espropriazioni immobiliari.
Il già citato articolo 47 della nostra Costituzione associa la tutela del risparmio al diritto a una casa di proprietà. La Repubblica – si legge “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione“. Il cittadino che non ha pagato una rata del mutuo sulla propria casa rischia di vedersi pignorati i propri averi (casa compresa), mentre ai giovani e meno giovani che non hanno un’occupazione stabile non viene concesso alcun mutuo per la casa. Tutto ciò favorisce una spirale al ribasso non solo insostenibile per i cittadini ma per la solidità dei mercati stessi, in primis quello immobiliare. Occorre invertire la rotta: e favorire l’accesso ai mutui per l’acquisto della prima casa.

8 Contrastare il fallimento delle piccole imprese. Contribuire al rilancio di nuove attività.
E’ in atto un irragionevole aumento di fallimenti di medio-piccole-micro imprese, dovuti non solo alla crisi generale, ma anche e soprattutto alla stagnazione e alla contrazione dei canali di accesso al credito, spesso negati da assenza di fiducia legata alla mancanza di rating. Il repentino cambiamento delle regole sottese alla scelta dei soggetti meritevoli di accesso al credito sta devastando l’economia reale del Paese.

9 Liberare dalla morsa del debito, favorire l’accesso al credito.
Un’amnistia finanziaria per tutti i cattivi risparmiatori iscritti alla Centrale Rischi è la premessa per tornare a “respirare”. Non si tratta di un “liberi tutti”, ma di una seconda chance da offrire a quanti, in questi anni, hanno assistito al fallimento della propria attività per responsabilità attribuibili, direttamente o indirettamente, alla crisi del sistema bancario. Restituire a questi imprenditori la possibilità di rientrare nel circuito produttivo e di accedere a nuovi crediti, cancellando la black list della Centrale Rischi, oltre a essere un’azione di giustizia sociale, è la premessa per rilanciare gli investimenti. Dunque, per tornare ad avere fiducia nel sistema economico e finanziario. Quindi, per tornare a crescere.

10 La Costituzione di un’Authority per la tutela del risparmio.

Il sistema bancario italiano ha un elevatissimo livello di crediti deteriorati: appena un anno fa Bankitalia calcolava un valore di crediti deteriorati nell’ordine di decine di miliardi di euro.

La causa principale di tale consistente accumulo è dovuto al fatto che la nostra economia ha una connotazione essenzialmente banco-centrica perché le imprese sono sistematicamente sottocapitalizzate e non dispongono di fonti finanziarie alternative. Con la crisi, le banche sono andate incontro a ingenti perdite, mentre i valori in possesso degli azionisti si sono poi improvvisamente azzerati.

Nel caso dei risparmiatori-azionisti delle ex popolari venete, i crediti deteriorati saranno stati ceduti, dopo la liquidazione coatta delle due banche, alla Società per la Gestione di Attività (SGA) del Ministero delle Finanze che, a sua volta, li cederà ad un Fondo, che tenterà di realizzarli con le procedure (e i tempi) della giustizia ordinaria. I crediti deteriorati delle altre banche saranno, a loro volta, ceduti a soggetti che, con intento speculativo, li realizzeranno forzatamente, spesso cedendoli a loro volta.

La pulizia dei bilanci delle banche, con la rapida eliminazione dei crediti deteriorati (NPL) corrisponde ad una reale esigenza imposta, ancora una volta, dall’Europa, ma comporterà un ulteriore massacro economico per i risparmiatori: soprattutto coloro che avevano garantito con la loro casa i finanziamenti che, ora, non sono più in grado di pagare. Occorre consentire ai debitori di trattare direttamente il rientro dalle loro esposizioni ed evitare un’ulteriore macelleria sociale conseguente alla svendita delle loro case. Soprattutto occorre pensare alla costituzione di un’Authority per la specifica tutela del risparmio, come previsto dall’art. 47 della Costituzione. Né si dica che una tale tutela già esiste nel nostro Ordinamento: Banca d’Italia tutela e controlla (rectius: dovrebbe tutelare e controllare) il credito e le banche; CONSOB tutela (rectius: dovrebbe tutelare) il mercato. E chi tutela i risparmiatori ?

La privacy (per la cui protezione è stata prevista un’Authority) è più importante del risparmio ?

Sarebbe così anche realizzata la grande occasione di attribuire ad un’Istituzione terza e indipendente il compito di vigilare sui risparmi, sulla casa, sull’usura ecc.; un’Istituzione in grado di proporsi come soggetto destinato a coadiuvare il sistema bancario nella sua manovra di pulizia dei bilanci, consentendo al tempo stesso ai cittadini di rinegoziare i loro debiti e di non perdere le loro case. Evitando un prevedibile gravissimo intasamento della giustizia civile e contribuendo a rendere molto più civile il nostro Paese

Ma è solo con gli NPL (cioè con i crediti deteriorati posseduti dal sistema bancario) e con la costituzione di un’Authority del risparmio che può essere attuato un adeguato risarcimento ai risparmiatori traditi: i quali devono poter fruire di un trattamento riparatorio pari ai destinatari dei danni di guerra.

Giovanni Schiavon e Angelo Santoro