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Giulia Clarizia

Lo sciopero dei docenti universitari. Riflessioni di una studentessa

Negli ultimi giorni, lo sciopero indetto dai docenti universitari e dai ricercatori ha scatenato il panico tra gli studenti. I professori potrebbero non presentarsi ad un appello previsto nella sessione di esami autunnale.

astudentiNei gruppi sui social è il caos. Pur essendo garantito il servizio minimo, ovvero la possibilità di fare l’esame in occasione del secondo appello, laddove previsto, o di un appello straordinario, gli studenti denunciano un disagio.

Qualche settimane fa giravano delle fantomatiche liste di professori aderenti, sulle quali è fatto più o meno fatto affidamento. Tali liste si sono rivelate incomplete, come era prevedibile. Tra chi ha maturato la decisione di scioperare successivamente, e chi ha voluto mantenere l’incertezza, alcuni studenti si sono ritrovati in aula ad attendere invano l’esame. E se entrando, erano accompagnati dall’ansia, uscendo hanno incontrato una nuova amica: la “rabbia”.

“Non è giusto”, si dice. Non è giusto che siano gli studenti a subire il disagio di una situazione di cui non hanno colpa. Ed è verissimo. Detto ciò, questa è la natura dello sciopero. Si crea un disservizio per attirare l’attenzione del governo su una situazione ritenuta ingiusta affinché vengano presi i dovuti provvedimenti.

Erano quarant’anni che i docenti universitari non prendevano una simile decisione, portata avanti oggi in nome della dignità della categoria.

Aldilà del tradizionale scontro studente/professore, quello che emerge è una generale confusione. Gli studenti, cioè coloro che sono colpiti direttamente dallo sciopero, non stanno capendo cosa vi è alla base.

Quello che si sente dire, è che ai docenti universitari non è stato tolto il blocco degli stipendi stabilito nel 2013 dal ministro Tremonti in un contesto di crisi ed austerity. Più precisamente, i docenti universitari chiedono che:

“1) le classi e gli scatti stipendiali dei Professori e dei Ricercatori Universitari e dei Ricercatori degli Enti di Ricerca Italiani aventi pari stato giuridico, bloccati nel quinquennio 2011-2015, vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, anziché, come è attualmente, dal 1° gennaio 2016;

2) il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici solo a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015.”

La realtà però è che la stragrande maggioranza degli studenti, non avendo mai lavorato (o meglio, non avendo mai visto un contratto di lavoro neanche in cartolina), non ha idea di cosa voglia dire tutto ciò.

La sensazione generale è che sia mancata una complicità nei confronti dello studente. Non nel volergli creare disagio. È una sciocca e vuota lamentela dire che questo sciopero viene portato avanti per fare un torto a loro. Quello che sembra mancare però, e lo si dice con la consapevolezza di generalizzare una situazione che andrebbe analizzata caso per caso, università per università, è la volontà di far comprendere agli studenti quello che sta accadendo, così che essi possano valutare la situazione con gli strumenti appropriati e magari anche dare appoggio con i propri mezzi. Volendo, quel che è mancato è anche una disponibilità autocritica dei docenti a sottolineare con onestà le proprie responsabilità in questo processo di lenta dequalificazione dell’alta istruzione, a partire dai motivi che rendono la carriera universitaria (e quindi il rinnovamento del corpo docente) lunga e sostanzialmente impraticabile, una situazione che è certo figlia delle scelte di governo ma che non è che non abbia trovato sponde nei diretti interessati “figli” (e anche padri) di in un sistema che è stato sempre segnato da pulsioni “baronali”.

Non essendoci stato spiegato, abbiamo cercato di capirlo da soli.

Correva l’anno 2013. Non ci si poteva permettere lussi come lo scatto di stipendio per anzianità, ovvero una sorta di premio sullo stipendio a cui si ha diritto quando si lavora per più anni consecutivi per lo stesso datore di lavoro. A seconda del contratto collettivo nazionale di una determinata categoria, i lavoratori avevano diritto ogni due o tre anni ad una maggiorazione dello stipendio per un massimo di dieci scatti.

Considerando che le parole “maggiorazione dello stipendio” ormai sono rare alle nostre orecchie e potrebbero scatenare la nostra immaginazione, è bene sottolineare che si parla in media di una maggiorazione di circa venti euro al mese.

Nel 2015, finalmente, docenti scolastici, medici, personale degli enti di ricerca e della pubblica amministrazione hanno avuto il riconoscimento degli anni del blocco. Mancavano tuttavia nella lista proprio i docenti universitari. Ed è proprio questo che i 5444 docenti e ricercatori firmatari della lettera che ha indetto lo sciopero hanno richiesto, dopo mesi di tentativi di dialogo con chi di dovere.

Nonostante la ministra Valeria Fedeli abbia mostrato nei mesi scorsi buone intenzioni per la soluzione del problema, ad oggi sembra ancora lontana.

Nella lettera si distingue tra riconoscimento del lavoro a fine economico e riconoscimento a fine giuridico. È una distinzione importante. Quello economico è facilmente intuibile, si chiede di recuperare economicamente quello che non si ha avuto.

Il riconoscimento a fine giuridico permette invece di avere riconosciuti gli anni di servizio al fine dell’avanzamento di carriera e progredire nelle fasce stipendiali.

Aldilà di questo casus belli, è evidente che non si è ancora usciti dall’ottica in cui l’istruzione e la cultura sono l’ultima ruota del carro. A subirne le conseguenze maggiori, come al solito, sono i giovani. Intraprendere oggi la carriera accademica è un salto nel vuoto. Chi vuole provare a scalare il cursus honorum al cui vertice si trova la cattedra di ruolo, sa che avrà davanti a sé anni e anni di precariato, moli di lavoro non adeguate alla retribuzione e la necessità di avere le spalle protette da qualcuno, come denunciava qualche mese fa in una lettera aperta Massimo Piermattei, ex ricercatore in Storia dell’Integrazione europea.

Che non ci si sorprenda della fuga dei cervelli se tanti studenti che entrano in contatto con università straniere grazie ai programmi Erasmus ricevono addirittura proposte spontanee di dottorati ben retribuiti.

Alla speranza di avere oggi docenti più soddisfatti, aggiungiamo quella di poter arrivare in condizioni dignitose ad essere i docenti di domani.

Giulia Clarizia
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Rodotà e la difesa dei diritti legati al web

rodotàStefano Rodotà, giurista, politico e intellettuale italiano, si è spento ieri all’età di ottantaquattro anni. Durante la sua carriera si è battuto principalmente per i diritti dell’uomo, partecipando anche alla scrittura della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

In particolare, Rodotà si concentrò sulla sfida di quei diritti posti in essere dalla modernità della tecnologia. Fin dagli anni ’70 egli comprese che lo sviluppo del “cervello elettronico” creava delle lacune in merito ai diritti degli utenti che andavano colmate a livello legislativo.

Entrò per la prima volta in Parlamento nel 1979 come Indipendente nelle liste del PCI, nel 1989 fu Ministro della Giustizia nel governo ombra di Achille Occhetto e vicepresidente della Camera nel 1992 con il Partito Democratico della Sinistra.

Come emerge dalla sua carriera politica, egli fu sempre di sinistra ma non perse mai l’autonomia di pensiero schierandosi stabilmente tra le fila di un partito. Dall’alto della sua indipendenza, portò avanti le sue battaglie: il diritto alla privacy, il libero ed eguale accesso al web, la garanzia dei diritti nel periodo del terrorismo.

Rodotà fu il primo Garante per la protezione dei dati personali, autorità amministrativa indipendente che tutela il rispetto della privacy, delle libertà personali e della dignità nell’utilizzo di dati sensibili. Egli credeva che il pericolo per le vite private dei cittadini non fosse la tecnologia in sé, ma l’utilizzo politico dietro di essa.

Si deve a lui il merito di aver avviato il dibattito sull’inserimento del diritto all’utilizzo di internet in costituzione. Infatti nel 2010 propose in Commissione Affari Costituzionali l’adozione dell’articolo 21-bis per promuovere il pari accesso alla rete: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Tale proposta venne poi ripresa nel 2014 da Guido d’Ippolito, seppur con alcune modifiche rispetto all’originale di Rodotà. Attualmente in discussione presso il Senato, infatti, non si parla più di articolo 21 bis ma di articolo 34 bis, collocando la tematica non come semplice libertà, ma come diritto sociale.

In quanto “paladino dei diritti”, non sorprende che anche in materia di antiterrorismo, in quell’arduo dibattito tra libertà e sicurezza, Rodotà si schierò come garantista delle libertà dei cittadini. Egli criticò fortemente le misure francesi e spagnole che nel 2015 ledevano la libertà di espressione e introducevano sistemi di vigilanza di massa.

Tornato a insegnare nel 1994, Rodotà fu anche un amato professore di Diritto Civile, e diede un grande contributo scientifico soprattutto in merito ai temi citati.

Nel 2013, egli fu candidato alla carica di Presidente della Repubblica, sostenuto dai cinque stelle, da Sinistra Ecologia e Libertà e da alcuni membri del Partito Democratico.

Giulia Clarizia
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Matteotti e la denuncia
che gli costò la vita

matteotti avanti30 maggio 1924: “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha la facoltà”. Così il presidente della Camera dei Deputati Alfredo Rocco cedeva la parola a Giacomo Matteotti, deputato del Partito Socialista Unitario. Quel giorno avrebbe pronunciato il suo ultimo discorso in parlamento, denunciando l’invalidità delle elezioni politiche tenutesi l’aprile precedente che avevano portato il listone fascista alla vittoria del 65% dei seggi parlamentari. Qualche giorno dopo sarebbe stato rapito, il suo corpo trovato a Riano il 16 agosto successivo. La storia è nota, come è noto che l’onorevole Matteotti è divenuto a ragione uno dei più importanti simboli dell’antifascismo.

L’Italia del 1924 era un luogo in cui pronunciare la verità in parlamento era un atto di coraggio. Tuttavia, se c’era una speranza per chi credeva nella libertà, questa risiedeva nel lottare contro il degenerare della situazione. Le elezioni dell’aprile 1924 avevano mostrato la natura del fascismo, se questa non era già precedentemente risultata chiara. Presa del potere per via ufficiale da un lato, violenza dall’altro. Non l’assalto ai palazzi istituzionali, ma un’infiltrazione più subdola tessendo alleanze con i centri di potere e instaurando paura nella coscienza dei suoi oppositori. Nello specifico caso delle elezioni di aprile le squadre fasciste impedirono fisicamente a svariate liste di opposizione di candidarsi e ad alcuni noti sostenitori delle sinistre di votare. Oltre a ciò, le elezioni erano regolate dalla legge elettorale nota come legge Acerbo, una proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza che attribuiva il 65% al primo partito se questo avesse ottenuto il 25% dei voti.

Tutto questo fu denunciato da Giacomo Matteotti novantatré anni fa.

Non solo un atto di coraggio, ma una lucida analisi dei fatti, resa ancora più complessa dalle numerose interruzioni cui questa fu soggetta. Egli stesso ha sottolineato più volte l’intento di presentare i crudi fatti senza dare giudizi, misura ancora più efficace laddove la gravità delle azioni dei fascisti si commentava da sola:

“Giacomo Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola 8, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)

Voci: a destra: “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”[1]

Pur riportando nomi ed esempi concreti in cui le bande fasciste impedirono con la violenza il corretto svolgimento della campagna elettorale, della procedura di candidatura delle liste e del voto stesso, Matteotti fu barbaramente contestato. Dall’aula parlamentare arrivavano continuamente negazioni, offese, provocazioni. Risposte da talk show di basso livello, dove però la posta in gioco era la libertà di un paese.

Se Matteotti davvero avesse davvero inventato quanto denunciato probabilmente non avremmo conosciuto la dittatura e lui non sarebbe stato eliminato. Uccidendolo hanno solo confermato ciò che era già evidente. Solo chi ha paura di affrontare la realtà tappa la bocca del proprio avversario. Per quanto possa valere, Matteotti oggi è un eroe, nessuno ricorda nome e volto di chi l’ha ucciso, se non quelli della dittatura, che viene qui ricordata solo per esprimere disgusto.

Giulia Clarizia

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[1] Dal resoconto stenografico della seduta della Camera dei Deputati, 30 maggio 1924.

“Arrendersi o perire”. La vittoria dei partigiani

25 aprile-RaiLa storia della liberazione italiana durante la seconda guerra mondiale è nota, ma siccome il 25 aprile è oggi associato piuttosto all’idea di fare “ponte” o sul ruolo dei vari partiti alle parate commemorative, non fa male ricordarla per ritrovare il vero significato di un giorno in cui una volta tanto si ricorda un evento gioioso, seppur circondato dai dolori della guerra.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 tra l’Italia di Vittorio Emanuele III e le potenze alleate, la guerra era tutt’altro che finita. La reazione dei tedeschi fu immediata. Il re e il maresciallo Badoglio, a cui era stato affidato l’incarico di governo, abbandonarono Roma senza lasciare chiare indicazioni all’esercito in piena confusione, come ricorda la scena del film “Tutti a casa” dove Alberto Sordi nei panni del Sottotenente Alberto Innocenzi telefona d’urgenza alla linea militare esordendo con: “Colonnello, i Tedeschi si sono alleati con gli Americani”.

Mentre le istituzioni si rifugiavano nel sud dove gli Alleati avevano iniziato a risalire lo stivale, nel nord nasceva la Repubblica di Salò di Mussolini, liberato dai tedeschi dalla prigione sul Gran Sasso in cui era stato rinchiuso.

Ebbe inizio allora la guerra di liberazione italiana. Liberazione da un nemico che fino a poco prima era un alleato. In questo contesto, a sud rinascevano i partiti che nel periodo fascista erano stati ridotti alla clandestinità, a nord e in centro Italia la resistenza antifascista combatteva il nemico dall’interno.

Insieme, i partiti antifascisti e molteplici gruppi partigiani formarono il Comitato di Liberazione Nazionale. Ne rimaneva fuori il Partito Repubblicano, che pur partecipando alla Resistenza rifiutava il compromesso con la monarchia. Il Comitato Centrale aveva sede a Roma ed era composto da esponenti dei vari partiti come Giorgio Amendola (PCI), Pietro Nenni (PSI), Ugo La Malfa (Pd’a) e Alcide De Gasperi (DC). L’obiettivo era sia militare sia politico. Da un lato bisognava coordinare la guerriglia partigiana contro i nazi-fascisti, dall’altro decidere il futuro assetto del paese.

Nel 1944 con la svolta di Salerno e la seguente formazione del governo di Unità Nazionale, le forze del CLN crebbero e si strutturarono sempre più. All’inizio dell’anno, il CLN di Milano si era trasformato in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), e sotto la guida di Ferruccio Parri e Luigi Longo, dirigeva le azioni della resistenza nell’Italia Settentrionale.

A giugno, dopo lo sbarco ad Anzio, le truppe alleate liberarono Roma. La liberazione dell’Italia si era rivelata un’operazione più lunga del previsto. Solo ad aprile 1945 gli alleati riuscirono a sfondare la Linea Gotica e ad entrare nella Pianura Padana. Dopo la liberazione di Bologna e Genova, il CLNAI al grido “arrendersi o perire”, intimò tutte le forze partigiane all’assalto. Lo stesso giorno, in nome del popolo italiano e come delegato del governo, emanò per decreto legislativo la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti. Di lì a qualche giorno, lo stesso Mussolini sarebbe stato fucilato e il suo corpo scempiato esposto a piazzale Loreto a Milano, dove l’anno precedente aveva avuto luogo un eccidio di partigiani.

La guerra sarebbe ufficialmente terminata il 2 maggio con la resa dell’Asse. Tuttavia, le violenze di quella che di fatto era stata una guerra civile continuarono ancora.

Il 25 aprile è stato scelto nel 1946 come giorno simbolico per celebrare l’impegno degli antifascisti nel liberare il paese, impegno che – è opportuno ricordarlo – è costato circa 200.000 vite.

Giulia Clarizia

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Il 16 febbraio ’59: l’ascesa del lider máximo

castro-195916 febbraio 1959: Fidel Castro divenne primo ministro di Cuba e mantenne la carica fino al 1976, quando questa fu abolita. La rivoluzione cubana aveva trionfato. Il giovane Fidel aveva sposato la causa anti-imperialista fin dai primi tempi dell’università, dove studiava diritto.

Nel 1947, dopo aver provato a partecipare ad un tentativo di spedizione per liberare Santo Domingo dalla dittatura di Trujillo, che fallì ancora prima di cominciare, aderì al Partito Ortodosso, fondato di recente dal senatore Eduardo Chibàs. Tra i principali obiettivi del partito, vi era quello di eliminare le basi americane a Cuba al fine di garantire all’isola la piena sovranità.

Tuttavia, iniziò un periodo complicato della sua vita. Invischiato nelle faide armate tra fazioni studentesche, Castro capì che era giunto il momento di viaggiare uscendo per la prima volta da Cuba. Destino volle che mentre era in Colombia si trovò nel mezzo di una sollevazione popolare, e dopo essere tornato in patria i giornalisti lo soprannominarono il “bogotazo”.

È interessante il fatto che di lì a poco sposò Mirta Diaz-Balart, figlia del sindaco di Banes e vicino a Fulgentio Batista. Il matrimonio ebbe luogo nel 1948 nonostante la forte opposizione della famiglia di lei, con cui la giovane coppia tagliò i ponti nonostante la necessità di aiuti economici che loro avrebbero potuto fornire.

Dopo un periodo negli Stati Uniti di cui non si sa molto, Castro tornò a Cuba e terminò i suoi studi.

Come avvocato, egli decise di battersi solo per i poveri e creò la Protect Home, un’associazione per gli abitanti del quartiere La Pelusa, a L’Avana, che rischiavano la demolizione della propria casa.

La vita di Castro ebbe una svolta il 5 agosto 1951, quando Chibàs si uccise all’improvviso durante una trasmissione radio, nonostante fosse in vantaggio nei sondaggi per le elezioni presidenziali. Dietro questo suicidio inaspettato vi era il disonore per aver accusato di corruzione il presidente Carlos Prìo Socarrás senza avere delle prove certe.

Castro, volendo iniziare a scalare il suo cursus honorum, prese in mano la situazione e dopo aver indagato denunciò nuovamente Prìo, questa volta a ragione.

Nel marzo 1952 tuttavia, arrivò il colpo di stato di Fulgentio Batista per cui le imminenti elezioni furono cancellate. Nel tentativo di assaltare la Caserma della Moncada a Santiago, Castro fu arrestato e molti dei suoi compagni furono uccisi. Durante il processo contro di lui, si difese da solo attaccando di fatto le ingiustizie del regime di Batista e concludendo con la celebre frase: “Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà”.

Condannato a 15 anni di carcere, uscì di prigione nel 1955 in seguito ad un’amnistia. Una volta tornato a Cuba diede vita al Movimento 26 Luglio (in onore del giorno dell’assalto a Moncada), mentre Cuba era in preda alla violenza. È dal Movimento 26 che iniziò la guerriglia contro Batista a cui parteciparono anche il fratello Raul e il protagonista simbolo della rivoluzione Ernesto “Che” Guevara. Diventati un battaglione di 800 uomini, i combattenti del Movimento riuscirono a mettere in difficoltà le forze di Batista che il 1 gennaio 1959 fuggì da Cuba.

Venne formato un nuovo governo e Castro assunse il ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate. Tuttavia, il primo ministro in carica si dimise e il 16 febbraio Castro prese il suo posto.

Iniziava così la carriera politica del lider máximo di Cuba, che avrebbe caratterizzato la storia dell’isola per tutta la seconda metà del ‘900 fino ai nostri giorni.

Egli subito portò avanti i suoi obiettivi di indipendenza dagli Stati Uniti espropriando importanti compagnie come la United Fruit, poi l’accordo per acquistare petrolio dall’Unione Sovietica e la rottura dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti che culminò con la crisi di Cuba. La collaborazione economica e militare tra Castro e Chruscev condusse infatti ad uno dei momenti più critici della guerra fredda.

Castro, come è noto, si è spento lo scorso 25 novembre dello scorso anno e la sua figura rimane avvolta da sentimenti contrastanti, tra chi lo ritiene un liberatore e un eroe, e chi invece lo vede come un dittatore come un altro, colpevole di aver soffocato la libertà dei cubani. Cosa sarà di Cuba quando anche il fratello Raul lascerà il posto alle nuove generazioni, è una pagina tutta da scrivere.

Giulia Clarizia
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126 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni

“Sarebbe stato uno splendido presidente delle Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici”. (Oriana Fallaci)

nenni (1)Il 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere, a 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 126esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
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Qui di seguito la lettera in versi di Pier Paolo Pasolini a Pietro Nenni, pubblicata per la prima volta sull'”Avanti!” del 31 dicembre 1961

Era il pieno dell’estate, quell’estate
dell’anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c’era, se non quell’aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio — una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un’allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come « il naufrago che guata » (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane…)
felice d’aver salvato la pelle — bisestile
doppiamente per me, è stato l’anno —
ho avuto, per un mattino, dentro, il senso
d’un « poema a Fanfani »: e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un « appoggio morale », com’è
uso dire. Fu l’idea di un mattino
bruciato dal sole di quell’estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell’Italia ricca, — che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti
— l’imitazione d’una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un’altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c’era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all’opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta — da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).

Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d’intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d’Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta… Timidamente La seguivo
d’una generazione: e L’ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta,
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.

Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d’odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell’omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Elisabetta II, la regina contro tempo

Elisabetta-IIIl 6 febbraio 1952 ha avuto inizio il longevo regno di Elisabetta II, regina del Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capo del Commonwealth.

Da bambina Elisabetta non si aspettava di diventare regina. Le cose cambiarono quando il fratello di suo padre, diventato re con il nome di Edoardo VIII, abdicò per sposare una donna americana due volte divorziata, atto considerato inaccettabile secondo il protocollo reale.

In quanto figlia maggiore del nuovo re Giorgio VI, Elisabetta divenne la legittima erede al trono.

Come è noto, durante la seconda guerra mondiale la famiglia reale rimase in Gran Bretagna, nonostante i frequenti bombardamenti. La principessa Elisabetta si diede da fare: nel 1945 divenne membro della Women’s Auxiliary Territorial Service dove lavorava come autista e meccanico.

Elisabetta annunciò ufficialmente il suo fidanzamento il 9 luglio 1947, e non si trattò di un matrimonio combinato. Lei stessa, all’età di 13 aveva dichiarato di essersi innamorata del principe di Grecia e Danimarca, Filippo, con il quale iniziò una corrispondenza. Egli, seppur di origini inglesi da parte di madre, era nato all’estero e sua sorella aveva sposato un nobile tedesco legato al nazismo. Per questo, il fidanzamento da molti non era visto di buon occhio. Nonostante ciò, Filippo rinunciò al titolo di principe di Grecia e Danimarca, si convertì all’anglicanesimo dal cristianesimo ortodosso e acquisì il nome della famiglia inglese di sua madre, Mountbatten.

Il matrimonio reale ebbe luogo il 20 novembre 1947. L’anno successivo, nacque il loro primo figlio, il principe Carlo, seguito dalla principessa Anna, dal principe Andrea e dal principe Edoardo.

La giovane coppia prese la sua residenza a Clarence house a Londra, ma tra il 1949 e il 1951 trascorse diversi periodi a Malta, dove Filippo lavorava come ufficiale della Royal Navy.

Già nel 1951, Elisabetta iniziò a sostituire suo padre in alcune mansioni che a causa delle cattive condizioni di salute, il re non poteva svolgere, come il tour del Commonwealth per il quale Elisabetta e Filippo partirono nei primi mesi del 1952. Mentre erano in Kenya, il 6 febbraio giunse la notizia della morte del re. Elisabetta, che era arrivata come principessa, lasciò il paese da regina.

Quando le fu chiesto quale nome avrebbe voluto, scelse di tenere il suo.

Per quanto riguarda il cognome della casa reale invece, sebbene per tradizione sarebbe dovuto essere il padre a tramandare il proprio ai figli, e dunque sarebbe dovuto diventare Mountbatten, sotto la spinta del primo ministro Winston Churchill e della regina madre, si scelse di mantenere il nobile cognome di Windsor. Filippo, risentito, dichiarò di essere il solo uomo in Inghilterra a non poter trasmettere il nome ai propri figli.

Passò più di un anno prima che la nuova regina fosse incoronata. La data prescelta fu il 3 giugno 1953. Per la prima volta nella storia la cerimonia venne trasmessa in televisione.

L’idea era quella di iniziare una nuova epoca, quella di una monarchia giovane e aperta alla modernità. E, in effetti, da quel giorno nel 1952 molte cose sono cambiate per la monarchia britannica, in primo luogo per effetto della decolonizzazione che consentì a più di venti paesi di ottenere l’ indipendenza.

Il regno di Elisabetta II è da record: Il più longevo della Gran Bretagna, dopo aver superato nel settembre 2015 quello della regina Vittoria, nonché il più lungo in assoluto per una regina. Inoltre, è la regnante più anziana e con la più lunga “attività di servizio” tra quelli ancora viventi dopo la morte del re della Thailandia Rama IX. Ha visto succedersi tredici primi ministri, ha conosciuto cinque papi e indetto tre giubilei.

Sotto di lei, lo stesso concetto di monarchia ha subito delle modifiche, soprattutto in seguito alla crisi di consensi degli anni ’90: ora la Casa Reale paga alcune tasse e Buckingam Palace è stata aperta ai turisti. Il punto culminante dell’impopolarità Elisabetta II in patria lo raggiunse in occasione della morte di Lady Diana ma riuscì, dopo numerosi tentennamenti, a superare le rigidità (che amasse poco la nuora era a tutti evidente) e quasi a dare l’impressione di essere anche lei addolorata al pari degli altri sudditi del Regno per la scomparsa di una donna decisamente apprezzata (una sorta di icona pop, accompagnata nell’ultimo viaggio non a caso dalle note di Elton John). Nonostante ciò, il concetto di monarchia britannica sembra essere ancora solido in quanto potere neutrale e simbolo di una unione, a dir il vero piuttosto debole, della nazione.

Giulia Clarizia

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Storie come favole, come i danesi salvarono i loro ebrei dai nazisti

re cristianoLa storia degli ebrei danesi è una di quelle storie che, tra le tante tragedie, spicca per il suo lieto fine. Essa dimostra come le cose non succedono per caso, succedono per scelte compiute più o meno consapevolmente. Nulla nella storia è infatti inevitabile e necessario. Tuttavia è raro che le scelte dell’uomo, animale sociale, siano prese in completa autonomia. Sono influenzate dal contesto sociale sia nel male sia, come nel caso della storia che stiamo per raccontare, nel bene.

La Danimarca era stata invasa militarmente nel 1940, senza neanche tentare una difesa che sarebbe stata controproducente. Divenne allora il “protettorato modello”, uno stato considerato in armonia con l’occupazione nazista, disposto a collaborare e ricevendo in cambio il rispetto per la propria identità nazionale. Il sostegno della Danimarca era fondamentale per la guerra dei nazisti. Da lì infatti arrivavano molti prodotti alimentari come la carne e il latte. Il problema, per i gerarchi, era che la monarchia danese, spalleggiata dal suo governo, si era sempre categoricamente rifiutata di inserire le leggi razziali nella loro legislazione. E nel 1943, la cosa iniziava a non essere più tanto gradita.

Nel 1942, dopo la cosiddetta “crisi dei telegrammi”, quando il re Cristiano X rispose ad un lungo messaggio di Hitler con uno striminzito ringraziamento scatenando la furia del Fürer, venne inviato come nuovo plenipotenziario il generale Werner Best, ex membro della Gestapo, prima impegnato in Francia per il governo di Vichy, poi trasferito a Copenaghen per occuparsi dell’amministrazione del paese.

Best era un nazista convinto. È sua la metafora medica del nazista che deve estirpare dalla società gli agenti patologici come gli ebrei e i comunisti. In Danimarca però, sapeva che le cose erano diverse e che la deportazione degli ebrei non sarebbe potuta essere imposta senza gravi conseguenze. Perdere il “protettorato modello” significava perdere importanti rifornimenti. Best in breve tempo imparò a conoscere la popolazione danese, i suoi politici, la sua cultura.

Nell’agosto del 1943 tuttavia, una rivolta della resistenza danese diede ai nazisti il pretesto per introdurre la legge marziale nel paese ed imporre un governo più compiacente, mettendo il re nella condizione di non poter fare nulla. Quello, era il momento per avviare la deportazione, e a suggerirlo è Best, come emerge da un telegramma datato 8 settembre 1943 rivolto al ministro degli esteri di Hitler.

È a questo punto che la storia prende una piega sensazionale. Gli storici non concordano su quale sia stata la scintilla che ha fatto partire il passaparola, se la volontà dello stesso Best o la rabbia di uno dei suoi amici e consiglieri Georg Duckwitz, attendente navale presso l’ambasciata tedesca molto inserito nella società danese e contrario alla deportazione degli ebrei. Fatto sta che iniziò l’operazione di salvataggio che avrebbe messo al sicuro la vita ai più di 7300 ebrei danesi. Il piano era quello di avvisarli che la retata avrebbe avuto luogo il primo ottobre, e quindi dargli la possibilità di nascondersi e fuggire in Svezia passando per lo stretto di Oresund. Determinante fu la posizione della Svezia, che si dimostrò aperta ad accogliere i fuggitivi danesi, contrariamente a quanto era accaduto in precedenza con i francesi. Qualche mese prima infatti, era saltato un accordo che la Svezia, paese neutrale, aveva preso con la Germania e quindi fu possibile per il governo socialdemocratico di Hansson aprire le porte a coloro che erano in pericolo.

Ma ancora più incredibile fu l’atteggiamento della popolazione danese. Non solo i politici, i membri della resistenza e i leader della comunità ebraica contribuirono a diffondere il passaparola, ma cittadini rimasti alla storia senza un nome e senza un volto camminavano per strada e passavano furtivamente le chiavi delle loro case agli ebrei che sapevano essere in cerca di rifugio.

Non mancò chi cercò di arricchirsi. Il passaggio sui mercantili che sarebbero approdati in Svezia aveva un prezzo spesso ben alto e, come oggi accade con gli scafisti, molte famiglie spesero tutto quello che avevano nella speranza di avere salva la vita, e, fortunatamente, così fu per molti.

Quando i nazisti si resero conto della fuga di notizie inviarono pattuglie a controllare i porti e il traffico navale. La cosa sensazionale è che molti chiusero un occhio, probabilmente su richiesta dello stesso Best. Fa scalpore anche che il comandante supremo delle forze tedesche in Danimarca, il generale Von Hannecken, fin da subito rifiutò di inviare i suoi uomini per collaborare alla retata degli ebrei.

Sebbene molti passaggi della vicenda non siano ancora oggi chiari, anche considerando che molte testimonianze risalgono a processi successivi e dunque non è facile capire dove sia la verità, è indubbio che nel caso della Danimarca le scelte dei singoli hanno fatto la differenza.

Giulia Clarizia

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Caltavuturo e i diritti negati. Quando lo Stato ‘fucilava’ i contadini

caltavuturoIl 20 gennaio 1893, in quella Sicilia così lontana dallo stato, a Caltavuturo tredici contadini furono uccisi dall’esercito mentre tornavano da una protesta per la redistribuzione della terra. “Un’inumana ed inutile strage che poteva e doveva essere evitata”, queste le parole di don Giuseppe Guarnieri, presbitero e archeologo a cui oggi è dedicato il museo civico di Caltavuturo.

Ma facciamo un passo indietro.

A poco più di trent’anni dall’unità d’Italia, la situazione in Sicilia era di diffuso malcontento. Per combattere le ingiustizie di un’economia agraria fondata sui grandi latifondi, per contrastare una monarchia quanto mai lontana, in nome della giustizia e della libertà, erano nato nel 1891 il Movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. In poco tempo, essi raggiunsero migliaia di iscritti fra contadini, operai e minatori alla ricerca di risposte che il governo Crispi e il suo pugno di ferro non stavano dando.

Infatti, dopo fermenti spontanei negli anni precedenti, il primo maggio 1891 a Catania, Giuseppe de Felice Giuffrida, che sarebbe diventato deputato l’anno successivo, diede ufficialmente vita al movimento.

Poi Palermo, Trapani, Siracusa. Nel giro di due anni, ogni capoluogo della Sicilia aveva una sede dei fasci, fatta eccezione per Caltanissetta.

In questo contesto, quel 20 gennaio di centoventiquattro anni fa, cinquecento contadini decisero di occupare simbolicamente alcune terre del demanio. Queste, erano state oggetto dell’ennesima promessa di redistribuzione della terra non mantenuta.

Il governo rispose a fucilate. Soldati e carabinieri dispersero la folla uccidendo tredici persone e ferendone altre quaranta. Così passò alla storia l’eccidio di Caltavuturo, piccolo comune in prossimità di Palermo.

Come tutte le ingiuste repressioni, però, il massacro ebbe un effetto catalizzatore.

Manifestazioni di protesta si diffusero a macchia d’olio in Sicilia. La solidarietà giunse da tutta la nazione. Qualche mese dopo, a maggio, i fasci organizzarono un congresso a Palermo: era giunto il momento di darsi un’organizzazione centrale. Venne eletto in quella occasione un comitato che, nell’autunno successivo, portò il movimento all’apice della sua attività.

Di nuovo, però, arrivò la repressione. Interventi militari, arresti, esecuzioni sommarie. Tutto questo portò allo scioglimento del movimento e all’arresto dei suoi leader. Lo stesso de Felice Giuffrida fu condannato a diciotto anni di carcere.

Nel 1986 poi, fu concessa un’amnistia a chi era stato imprigionato in seguito agli eventi dei Fasci Siciliani.

Fu uno dei tanti esempi che dimostra la sordità dell’alta politica dopo l’unità. La scelta del fucile invece della comprensione dei problemi. Non a caso, proprio in quegli anni nasceva il Partito Socialista, prendendo inizialmente il nome di Partito dei Lavoratori Italiani, proprio riferendosi a quei lavoratori che sentivano sempre più il bisogno di essere rappresentati. La società era in fermento e l’allargamento della partecipazione politica era una necessità che nessuna fucilata avrebbe potuto fermare. La questione meridionale invece è ancora aperta. La percezione dello stato come grande assente, se non come nemico è ancora viva oggi soprattutto nel sud Italia. È quanto mai importante allora, ricordare chi ha lottato per una società più giusta, anche lì, in quel sud dimenticato.

Giulia Clarizia

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La scissione di palazzo Barberini… il centrismo

nenni-e-saragatL’11 gennaio 1947 nasce in seguito alla scissione di Palazzo Barberini il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) guidato da Giuseppe Saragat. Fin dall’emergere delle correnti massimaliste rivoluzionarie e minimaliste riformiste, i socialisti italiani avevano conosciuto delle divisioni al loro interno, che non di rado avevano portato alla formazione di gruppi politici autonomi.

Dopo la prima guerra mondiale, l’emergenza di fronte alle violenze del fascismo fece esplodere le divergenze interne. Nel 1922, a seguito della proposta volta a cercare collaborazione con i governi liberali, una parte dei membri del partito fu espulsa dalla dirigenza rivoluzionaria. Tra questi, vi era l’onorevole Matteotti, di lì a poco barbaramente ucciso dai fascisti.

Durante il periodo di clandestinità dei partiti, nacque da parte loro il Partito Socialista Unitario, diretto da Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Claudio Treves e Carlo Rosselli. La vecchia casa socialista tornò ad unirsi nel 1930, in occasione del XX congresso del PSI. Ma non era un’unione destinata a durare. Il terreno di scontro fu quello dell’alleanza stretta con i comunisti durante la seconda guerra mondiale e mantenuta nel dopoguerra.

Una branca del partito, e in particolare quella di Saragat, sosteneva la necessità riacquistare autonomia rispetto al PCI. Questa idea si scontrava formenente con quella della dirigenza di Pietro Nenni, che al contrario vedeva l’alleanza con il PCI strettamente necessaria, al punto che nel 1946 venne stretto tra i due partiti un nuovo patto di Unità d’Azione.

Infatti, mentre Nenni tendeva a vedere la sinistra come un unico blocco da far crescere insieme, Saragat temeva che questa unione avrebbe portato alla dissoluzione dell’azione socialista. La divergenza emerse chiaramente a seguito delle elezioni amministrative del novembre 1946, quando per la prima volta i comunisti superarono i socialisti. Se per Nenni, l’avanzata complessiva della sinistra era una vittoria, per Saragat, la discesa dei socialisti era una sconfitta.

L’11 gennaio 1947, si giunse a un punto di non ritorno. Dopo una riunione dai toni non pacati presso Palazzo Barberini a Roma, il gruppo democratico-riformista di Saragat decise di staccarsi formando un nuovo partito, trascinando con sé 50 parlamentari e diversi intellettuali.

Nel quadro politico generale, questa scissione apriva interessanti prospettive per il governo De Gasperi. Il governo di Unità Nazionale dei tre partiti di massa stava per finire e le difficoltà della guerra fredda si stavano delineando anche in Italia. Contrariamente a quanto si è pensato negli anni passati, la storiografia recente dimostra come la scelta di tagliare fuori i comunisti dal governo non sia stata né imposta né indotta dagli Stati Uniti, ma sia stata autonomamente portata avanti dalla Democrazia Cristiana.

La scissione di Palazzo Barberini in quest’ottica ha svolto un ruolo importante poiché ha offerto a De Gasperi la possibilità di portare avanti il rimpasto di governo che si ebbe nel maggio 1947, quando infatti, i socialisti di Saragat entrarono a farne parte insieme ai liberali.

Alle elezioni del 1948 poi, il PSLI (ex PSDI), insieme ad un ulteriore gruppo di fuorusciti dal PSI tra cui Ignazio Silone e Piero Calamandrei, con la lista di Unità Socialista ottenne il 7.1% alla camera e il 4.2% al senato, contribuendo ad impedire di fatto la vittoria al blocco PSI-PCI.

Si apriva così definitivamente la pagina del centrismo. Negli anni successivi non sarebbero mancati riavvicinamenti e nuove scissioni. La vicenda si concluse con “Tangentopoli”, che vide il PSDI coinvolto insieme alle altre forze del del “Pentapartito”, cosa che determinò un calo forti dei consensi. Alle elezioni del 1994, praticamente non esisteva più.

Fermo restando che la storia non si fa con i “se”, possiamo chiederci cosa sarebbe successo se i socialisti fossero rimasti uniti in quegli anni così critici, in cui si stavano formando i due blocchi della guerra fredda. Avremmo forse potuto conoscere la tanto agognata alternanza al governo che è mancata nel nostro sistema bloccato? O la creazione di una terza forza in grado di dare più dinamismo al quadro politico nazionale e internazionale assumendo come punto di riferimento la contestazione tanto dell’espansionismo capitalistico americano quanto dell’espansionismo comunista sovietico?

Giulia Clarizia
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