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Giulia Clarizia

FEPS: un workshop per i partiti progressisti

Migranti-Consiglio UELa Fondazione Pietro Nenni, venerdì 13 luglio, ha ospitato il workshop a porte chiuse organizzato dalla FEPS (Foundation for European Progressive Studies) in collaborazione con le fondazioni Friedrich-Ebert-Stiftung, Fondation Jean Jaurès e Policy Solutions.

La FEPS è un think tank europeo di ispirazione progressista che si occupa di creare delle connessioni tra la società civile democratica e i progetti europei.

“European public opinions and migration: The political backlash” è stato il titolo del tavolo di lavoro internazionale, volto a riflettere sul tema delle migrazioni rispetto all’opinione pubblica in Europa. L’obiettivo di questo incontro, seguito ad un primo workshop a Budapest, è quello di produrre delle analisi che possano essere d’aiuto a politici e policy-maker in vista delle prossime elezioni europee.

Il tema delle migrazioni, come è emerso dall’ultimo Consiglio Europeo, è oggi al centro del dibattito politico e le opinioni dei cittadini a riguardo influenzano il voto.

Per questo studiosi provenienti da sette paesi europei (Austria, Ungheria, Svezia, Italia, Regno Unito, Francia e Germania), stanno lavorando a delle ricerche a partire dai dati relativi alle migrazioni nel proprio paese, alle percezioni dell’opinione pubblica e alla volatilità elettorale nell’ultimo periodo per poi interpretare i numeri ed elaborare delle raccomandazioni direttamente rivolte ai politici.

Uno studio dunque volto ad uscire dall’accademia per avere un impatto pratico sulla realtà europea di questi mesi e collocato opportunamente- dice il presidente della Fondazione Nenni Giorgio Benvenuto- in una fase in cui ci sono scadenze importanti.

Se i dati sono stati i protagonisti dell’incontro, un aspetto che è emerso con forza è stata la forte discrepanza tra quelli reali e quelli relativi alle percezioni. Il caso italiano è emblematico in questo senso. La nostra popolazione, infatti, crede che ci siano circa quattro volte gli stranieri che ci sono realmente. Rispetto a questa problematica, il collegamento con il linguaggio populista che ormai permea una parte della politica è stato inevitabile. Il professore Nicola Piepoli, direttore dell’omonimo istituto di sondaggi, ha sottolineato che viviamo in un’epoca in cui la parola crea la realtà. E la narrativa utilizzata dai così detti populisti è facile, semplicistica- aggiunge la studiosa Sarah Kyambi. Per questo, le forze progressiste europee devono rispondere con una narrativa altrettanto forte, che però parta dalla realtà.

Maria Cristina Molfetta, responsabile per il settore della ricerca ed educazione sul diritto di asilo presso la fondazione Migrantes, ha introdotto il tema dell’apparato di valori di solidarietà e umanità rispetto ai quali l’Unione Europea dovrebbe agire, ma che sono messi in discussione dagli interessi degli stati membri legati a business di morte, come quello del traffico di armi. È a questi valori, definiti da alcuni come “buonisti”, che bisogna appellarsi con fierezza per risanare i legami deteriorati all’interno della società civile, che hanno portato ad innalzare muri rispetto al “diverso”.

Ma a chi è che ci si deve rivolgere affinché tali muri vengano abbassati?

Antonella Napolitano, responsabile della comunicazione per Open Migration, organizzazione che si occupa di fornire dati reali sulle migrazioni e coordinare le ONG che operano in questo settore, risponde mettendo in luce il fatto che non ci si deve rivolgere a chi ha posizioni di estrema chiusura, ma bisogna considerare il fatto che una fetta della popolazione possa avere delle incertezze riguardo al fenomeno migratorio nei suoi aspetti economici e sociali, riguardo per esempio la sicurezza, che meritano una risposta esaustiva.

Non si può negare, in ogni caso, che il fenomeno migratorio stia creando delle fratture all’interno della società-problematizza così il dibattito il professor Luigi Troiani della Fondazione Nenni. Questo, quando si ragiona in termini politici, deve essere tenuto presente. Perché il politico non può non considerare quello che nel breve periodo può portargli dei voti.

Per concludere, tornando alle parole del presidente Benvenuto, per uscire da questa situazione di incertezza bisogna cogliere l’opportunità per formulare delle proposte innovative. Se qualcosa di positivo è emerso rispetto alla radicalizzazione del linguaggio di odio che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi, ha detto ancora Molfetta, è che mentre negli anni passati si è giocato a carte coperte, con delle politiche migratorie dannose ma non apertamente ostili, almeno adesso è tutto alla luce del sole. Questo permette anche alle opposizioni di emergere.

Giulia Clarizia
(Fondazione Nenni)

Quando Matteotti denunciò i fascisti a costo della vita

matteotti (1)30 maggio 1924: “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha la facoltà”. Così il presidente della Camera dei Deputati Alfredo Rocco cedeva la parola a Giacomo Matteotti, deputato del Partito Socialista Unitario. Quel giorno avrebbe pronunciato il suo ultimo discorso in parlamento, denunciando l’invalidità delle elezioni politiche tenutesi l’aprile precedente che avevano portato il listone fascista alla vittoria del 65% dei seggi parlamentari. Qualche giorno dopo sarebbe stato rapito, il suo corpo trovato a Riano il 16 agosto successivo. La storia è nota, come è noto che l’onorevole Matteotti è divenuto a ragione uno dei più importanti simboli dell’antifascismo.

L’Italia del 1924 era un luogo in cui pronunciare la verità in parlamento era un atto di coraggio. Tuttavia, se c’era una speranza per chi credeva nella libertà, questa risiedeva nel lottare contro il degenerare della situazione. Le elezioni dell’aprile 1924 avevano mostrato la natura del fascismo, se questa non era già precedentemente risultata chiara. Presa del potere per via ufficiale da un lato, violenza dall’altro. Non l’assalto ai palazzi istituzionali, ma un’infiltrazione più subdola tessendo alleanze con i centri di potere e instaurando paura nella coscienza dei suoi oppositori. Nello specifico caso delle elezioni di aprile le squadre fasciste impedirono fisicamente a svariate liste di opposizione di candidarsi e ad alcuni noti sostenitori delle sinistre di votare. Oltre a ciò, le elezioni erano regolate dalla legge elettorale nota come legge Acerbo, una proporzionale con voto di lista e premio di maggioranza che attribuiva il 65% al primo partito se questo avesse ottenuto il 25% dei voti.

Tutto questo fu denunciato da Giacomo Matteotti novantaquattro anni fa.

Non solo un atto di coraggio, ma una lucida analisi dei fatti, resa ancora più complessa dalle numerose interruzioni cui questa fu soggetta. Egli stesso ha sottolineato più volte l’intento di presentare i crudi fatti senza dare giudizi, misura ancora più efficace laddove la gravità delle azioni dei fascisti si commentava da sola:

“Giacomo Matteotti: Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola 8, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)

Voci: a destra: “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”[1]

Pur riportando nomi ed esempi concreti in cui le bande fasciste impedirono con la violenza il corretto svolgimento della campagna elettorale, della procedura di candidatura delle liste e del voto stesso, Matteotti fu barbaramente contestato. Dall’aula parlamentare arrivavano continuamente negazioni, offese, provocazioni. Risposte da talk show di basso livello, dove però la posta in gioco era la libertà di un paese.

Se Matteotti davvero avesse davvero inventato quanto denunciato probabilmente non avremmo conosciuto la dittatura e lui non sarebbe stato eliminato. Uccidendolo hanno solo confermato ciò che era già evidente. Solo chi ha paura di affrontare la realtà tappa la bocca del proprio avversario. Per quanto possa valere, Matteotti oggi è un eroe, nessuno ricorda nome e volto di chi l’ha ucciso, se non quelli della dittatura, che viene qui ricordata solo per esprimere disgusto.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

[1] Dal resoconto stenografico della seduta della Camera dei Deputati, 30 maggio 1924.

Tobagi, Brescia e… nessuna risposta

Napolitano- strage piazza della Loggia28 maggio 1974. A piazza della Loggia, a Brescia, una bomba esplode durante un comizio anti-fascista provocando la morte di otto persone.

Lo stesso giorno ma nel 1980, Walter Tobagi, giornalista e scrittore, viene ucciso dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo di estrema sinistra.

Due anniversari che mettono al confronto nella loro crudezza il terrorismo interno che ha segnato la nostra storia nazionale.

Due ideologie opposte che tuttavia hanno scelto la stessa arma, la violenza, per realizzare un obiettivo politico, per cercare una legittimazione.

Dal confronto dei due episodi emerge la grande differenza di strategia adottata generalmente dai gruppi di estrema destra e di estrema sinistra.

I primi si sono macchiati di stragi di vittime casuali, seppur la loro collocazione fosse studiata. È la strategia della tensione. La bomba di piazza della Loggia, attribuita ad esponenti del gruppo Ordine Nuovo, si inscrive esattamente nella volontà dell’estrema destra di seminare angoscia, destabilizzare la democrazia, rendere desiderabile l’instaurazione di un governo autoritario laddove lo stato democratico stava fallendo nel garantire sicurezza.

Dall’altro lato la complessa costellazione dei gruppi terroristici di sinistra in lotta contro uno stato traditore della Resistenza, contro un Partito Comunista venduto. Essi agivano per bersagli, per simboli. Volevano colpire il cuore di quello che ritenevano il marcio: giudici, politici, giornalisti come Walter Tobagi.

Egli aveva seguito assiduamente le vicende degli anni di piombo scrivendo sul Corriere della Sera. Il giorno prima di essere ucciso, aveva partecipato ad un convegno in cui si dibatteva sul caso di Fabio Isman, giornalista incarcerato per aver pubblicato su Il Messaggero estratti dell’interrogatorio del brigatista pentito Patrizio Peci. In quella sede, Tobagi rivendicava l’importanza della libertà di stampa e soprattutto della responsabilità del giornalista di fronte ad episodi come quelli del terrorismo che l’Italia conobbe in quegli anni.

L’iter giudiziario a seguito delle due vicende è stato molto diverso. Gli assassini di Tobagi furono identificati nel giro di pochi mesi e condannati, sebbene due di essi furono rilasciati dopo aver scontato tre anni di pena in quanto divenuti “collaboratori di giustizia”. Le loro confessioni hanno portato alla realizzazione di un maxi-processo in cui sono state tenute 102 udienze.

L’inchiesta per identificare i responsabili dell’esplosione a piazza della Loggia è ancora aperta. Sono passati quarantatré anni, durante i quali si sono susseguite svariate condanne e assoluzioni a vari livelli dentro le quali ci si perde. Nel 2015, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte sono stati condannati all’ergastolo dopo l’annullamento di una loro precedente assoluzione in Corte d’Assise d’Appello. Nonostante ciò il caso presenta ancora dei punti oscuri, come la presenza testimoniata da una fotografia di Marco Toffaloni, ritenuto parte del gruppo di Ordino Nuovo.

L’ennesima strage dalle responsabilità ambigue i cui fascicoli affollano gli archivi della magistratura, e chissà se mai troveranno un’adeguata conclusione.

Riportiamo un estratto delle Motivazioni della sentenza di appello del tribunale di Milano del 10 agosto 2016: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze […]individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza della Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultra ottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe».

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Signorile: “I tentativi del Psi per salvare la vita di Moro”

Oggi, 16 marzo, ricorre il tragico anniversario del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta.. Nei 55 giorni di “prigionia” che fecero seguito all’agguato di via Fani, il delicato seppur acceso dibattito politico si incentrò sull’atteggiamento dello Stato nei confronti delle Br alla ricerca di una legittimazione politica. I partiti, maggioritariamente, seppur con con voci isolate all’interno, si attestarono sulla linea dell’intransigenza. I socialisti da soli decisero di combattere la battaglia per la salvezza del leader democristiano, provando a prefigurare soluzioni (di tipo “umanitario”) e a individuare canali in grado di poter trasferire dall’altra parte, nella zona oscura presidiata da terroristi all’epoca ignoti, i messaggi utili a evitare una nuova, la sesta, vittima di quello che i brigatisti avevano definito “l’attacco al cuore dello Stato. Perché quei tentativi andarono a vuoto? Claudio Signorile all’epoca era il vice-segretario del Psi e fu chiamato in prima persona a gestire quella fase delicata tanto da un punto di vista politico, quanto da un versante strettamente umano. 

craxi signorileIl Psi fu l’unico partito che sposò una linea più elastica e non quella della “fermezza” tentando l’apertura di un canale di comunicazione con i terroristi. Perché?

“Prendemmo l’iniziativa perché ci accorgemmo prima degli altri, ma in realtà era un po’ un’opinione diffusa, che non si stava facendo niente. Ricordo una mattina in cui io e Craxi ci incontrammo negli uffici di via del Corso. Lui era segretario, io ero vice-segretario ma ci incontravamo praticamente ogni mattina per fare il punto della giornata. E la frase che poi ci venne spontanea è stata: ”Ma questi non stanno facendo nulla”. La motivazione della fermezza si traduceva poi in una sostanziale abdicazione da parte dello Stato all’esercizio di uno dei suoi tre poteri fondamentali, quello esecutivo, di governo. Non dimentichiamo mai che lo stato e il governo sono due cose distinte. Il governo è l’esecutività dello stato e a quell’esecutività si rinunciava in attesa che “ci buttassero il cadavere tra i piedi”, che fu poi una frase che io usai in un’intervista che suscitò molte reazioni. Lei mi chiede: Perché? Ma perché il PSI aveva da sempre avuto questa attenzione all’aspetto non politico, al momento umano. Rientra nel DNA culturale socialista ed era questo elemento genetico il primo aggancio della nostra riflessione. Il secondo però era più politico. Noi eravamo dentro lo schema politico del “governo delle convergenze”, del “governo delle solidarietà”, una situazione che la Dc e il Pci vivevano con notevole sofferenza considerandola un’anomalia. Ogni cosa che potesse mettere in movimento, in discussione, questo contesto politico veniva guardata con diffidenza. Per noi era diverso. Il Psi, da un lato, non metteva in discussione la possibilità di realizzare una attività riformistica anche con la Democrazia Cristiana, dall’altro non aveva nessuna vergogna collaborare col Partito Comunista nel governo delle autonomie locali, del territorio. A ispirarci, in tutti e due i casi, erano gli interessi dei lavoratori. La maggiore libertà di movimento, la più accentuata capacità dinamica di leggere la realtà ci portò a concludere: “Se non si fa nulla, qualcuno dovrà fare qualcosa. Lo faremo noi”.

Quindi un approccio ben diverso dalla Democrazia Cristiana ma anche dal Partito Comunista…

“Che, sia chiaro, non avevano alcuno approccio. La cosa paradossale in tutta questa situazione è che con la scusa del “non si tratta con le BR” in realtà non si faceva nulla. Non si trattava con nessuno. Si parla di “trattativa”. Noi non abbiamo mai parlato di trattativa. Piuttosto di iniziativa che è una cosa diversa. Noi lavoravamo su uno schema di iniziativa, che non a caso poi venne chiamata umanitaria; lavoravamo su qualcosa capace di rompere questa stagnazione mortale che ci stava avvelenando. Aggiungo un’altra cosa. La riflessione iniziale la feci proprio io e la manifestai apertamente dicendo: ”Se non lo hanno ammazzato subito significa che non sono d’accordo fra di loro, quindi esiste una divisione del mondo brigatista nella quale noi dobbiamo entrare”. Questa divisione poi è venuta fuori ed è stata largamente illustrata, seppure condita con molte menzogne: da un lato il cosiddetto “partito politico” che voleva usare il rapimento per consentire alle Brigate Rosse di essere in qualche modo un attore di movimento e di interlocuzione sulla scena della politica, dall’altro la visione militare, il braccio armato fermamente convinto che il sequestro dovesse trovare nell’assassinio il logico epilogo.

Ci fu uno scontro tra i partiti.

“Anche duro. Che non poteva avvenire in sede parlamentare perché noi non avevamo la maggioranza. Il governo godeva delle famose convergenze: il monocolore democristiano presieduto da Andreotti era sostenuto da tutto lo schieramento costituzionale, così si chiamava all’epoca l’arco di forze che escludeva la destra missina. In Parlamento non era possibile aggregare una maggioranza sulla questione: si sarebbe spaccato tutto e nessuno, noi per primi, voleva la frantumazione politica. Infatti non abbiamo mai promosso un’iniziativa parlamentare. Abbiamo, però, sollecitato l’iniziativa del governo che è una cosa diversa. Noi chiedevamo l’esercizio di quella funzione che consente di rendere esecutive le cose che lo stato in quanto tale non può fare”.

Poi si è arrivati al 21 aprile, all’annuncio televisivo di Craxi di fare tutto il possibile. Prima di allora siete stati fermi? Avete solo atteso una mossa del governo?

“No, non siamo stati fermi. Spingevamo, sollecitavamo. Ogni giorno io alzavo il telefono e chiamavo il ministro dell’interno, Francesco Cossiga dicendogli: “Beh, che succede? Smettetela con le semplici iniziative di parata”.

Un momento di straordinaria tensione…

“Naturalmente. Fu una fase altamente drammatica. Ma si trattava di una drammaticità subdola, della peggior specie, che non si manifesta in eventi esteriori clamorosi ma che trova forma nella quotidianità, negli atti quotidianamente compiuti”.

Questo, però, non si legge sui libri di storia.

“Non si può leggere”.

E quando poi sono iniziate “le trattative” e ha cercato di prendere contatti?

“No, non ci sono mai state trattative. Al massimo segnali di fumo. Noi li mandavamo e li ricevevamo attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace, due figure dell’area dell’Autonomia che in qualche maniera si adoperavano”.

Come intermediari?

“No, non come intermediari perché l’intermediario è “messaggero” di cose concrete. E invece i nostri erano solo segnali di fumo che pensavamo potessero essere orientati. Io immaginavo, ma non ho mai voluto saperlo per ovvie ragioni, che loro avessero un rapporto indiretto. E quindi fossero in grado di trasmettere i segnali del nostro impegno a trovare lo sbocco umanitario, lo sbocco di un atto che potesse essere firmato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dal Ministro Guardasigilli. Loro ci dicevano che questa cosa portava all’interno del mondo del brigatismo una reale divisione fra il braccio armato e il braccio politico”.

Qualcosa si mise in movimento.

“Sì, sì, direi anche parecchio. Noi siamo arrivati realmente a un passo dalla possibile soluzione”.

Quali sono state le difficoltà più grandi che lei avvertì in questa operazione?

“Più che le difficoltà, avvertii che la cosa era sfuggita poi di mano al braccio politico delle BR. Ho tratto la convinzione, come ho detto poi quando ho fatto la deposizione alla Commissione Stragi, che il bastone del comando a un certo punto sia passato di mano. Il braccio militare ha cominciato a rispondere a esigenze politiche di altra natura che non coincidevano più con quelle delle Brigate Rosse o del movimento eversivo ma avevano un carattere più generale. In sostanza la morte di Moro veniva considerata come la pietra tombale sulla strategia del Compromesso storico, sull’apertura a sinistra, sulla formazione di un governo aperto anche ai comunisti, quindi con tutte le forze dell’area democratica. Questo veniva considerato un passaggio importante e come tale è stato gestito”.

Per concludere, guardandosi indietro, lei crede che avrebbe potuto funzionare ed era solo questione di tempo? Oppure che le BR volendo una legittimazione politica e quindi non potendola ottenere non avrebbero comunque accettato?

“No non è così. Guardandomi indietro giungo a due considerazioni. La prima: è un dato di fatto che l’assassinio di Moro è stato consumato il giorno prima della direzione democristiana, nella quale Fanfani avrebbe espresso la sua simpatia per le nostre iniziative e sarebbe probabilmente cambiata la maggioranza all’interno della direzione del partito di maggioranza relativa, con la conseguenza che il “partito della Fermezza” sarebbe stato se non battuto, comunque modificato. La seconda che sorge contestualmente: non c’era più il tavolo su cui queste carte dovevano essere giocate. Di qui l’impressione che il “bastone del comando” fosse già passato in mani strane con la conseguenza che la morte di Moro era diventata un processo irreversibile. Però questa è un’ipotesi. Fino a poche prima, fino alla mattina, mentre ero nell’ufficio di Cossiga in attesa dell’inizio della direzione democristiana, ci giunsero segnali che inducevano a essere se non proprio fiduciosi, almeno speranzosi”.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Svezia. 32 anni fa cadde nel mistero Olof Palme

Bettino Craxi, andò al funerale di Olof Palme, che si celebrò due settimane dopo la morte. Craxi lo ricorda così: “Conoscevo Olof Palme da molti anni. Mi sentivo legato a lui da una visione che condividevo…”. Insieme nell’Internazionale socialista Craxi ha brevemente rievocato un rapporto personale che risaliva molto indietro nel tempo. Poi si è soffermato sugli incontri più recenti avuti “nella comune responsabilità di governo”. “La nostra attenzione si era soffermata soprattutto su due grandi temi: sulla pace e sullo sviluppo, le due grandi speranze del mondo”. E a Palme, campione del dialogo Est-Ovest: “La sicurezza comune – sono parole dello stesso leader svedese – si posa sull’idea che le forze antagoniste devono agire insieme per prevenire una guerra, negoziando una bilanciata riduzione degli arsenali esistenti, delle misure di garanzia e delle limitazioni di nuove armi: un costruttivo dialogo tra Est e Ovest è essenziale a tale scopo”.


 

olof palmeAnche la Svezia ha i suoi oscuri misteri. La sera del 28 febbraio 1986, il primo ministro socialdemocratico Olof Palme venne assassinato con un colpo di pistola mentre tornava a casa con sua moglie. La scorta era stata congedata qualche minuto prima.

Olof Palme ebbe una carriera politica importante, cominciata negli ambienti universitari in gioventù. Nei suoi due mandati come primo ministro, dal 1969 al 1976 e dal 1982 fino alla morte, egli ebbe grande attenzione sia sul piano interno che su quello internazionale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, egli si impegnò in ambito di politica fiscale, che in Svezia ha una forte connotazione egualitaria con un sistema di tassazione più che proporzionale nei confronti dei redditi alti. Egli sostenne anche una forma soft di socializzazione delle grosse imprese, che, in accordo con la LO[1], prevedeva il graduale trasferimento di quote di capitali verso fondi pubblici. Questo progetto, tuttavia, non si realizzò mai del tutto.

Dal punto di vista internazionale, Palme si inserì con decisione nello scenario di guerra fredda, opponendosi ai mali che affliggevano quegli anni, senza prendere parte al conflitto bipolare. Lottò contro la guerra in Vietnam, le dittature sudamericane (in particolare contro Pinochet dopo la morte di Allende), la proliferazione nucleare. Non appoggiava i totalitarismi, ma non ebbe problemi ad avvicinarsi ai paesi del blocco sovietico e alla Cuba di Fidel Castro. Oltre a ciò, si batté per la fine dell’Apartheid, sottolineando come la sua eliminazione sarebbe stata un contributo alla pace, ed esortando i paesi occidentali a frenare l’esportazione di capitali e gli investimenti verso i regimi razzisti, così come venne fatto in Svezia, dove vennero vietate le esportazioni in Sudafrica e Namibia perché “uomini liberi sono più importanti di liberi movimenti di capitali”[2].

Un uomo di questo spessore, che non ebbe mai timore di esporsi sulle questioni più spinose del suo tempo, aveva molti potenziali nemici. Questo aspetto, dopo il suo assassinio, portò alla formulazione delle più varie ipotesi volte all’identificazione del colpevole, di cui ancora oggi non si ha nome.

Il caso infatti venne archiviato nel 2011.

Il primo sospettato, un criminale tossicodipendente di nome Christer Pettersson, fu assolto per mancanza di prove. Ci furono diverse voci riguardo una sua confessione, sia prima che dopo la morte dell’uomo nel 2004, ma non vennero mai considerate attendibili, anche perché svariati mitomani in cerca di gloria si dichiararono colpevoli a sproposito. Al di là dell’ipotesi del gesto isolato di un pazzo, l’omicidio è stato avvolto da un alone di mistero e di complotto.

Forse che siano stati coinvolti i settori di estrema destra dei servizi segreti? I sostenitori dell’Apartheid? La loggia massonica P2[3]? Non possiamo saperlo. Quello che è certo, è che nella notte del primo marzo del 1986, morì di morte violenta un grande uomo, che molto aveva ancora da dare in nome della pace nel mondo e della lotta contro le disuguaglianze.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

[1] Principale sindacato svedese.

[2] Si rimanda al discorso che Palme tenne in Lagos nel 1977 http://www.beersandpolitics.com/discursos/olof-palme/struggle-against-apartheid/722.

[3] Licio Gelli, prominente membro della P2, scrisse in un telegramma a Philip Guarino, attivista del Partito Repubblicano americano vicino a George W. Bush, “Informa il nostro amico che la palma svedese sarà abbattuta”.

127 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni

nenni-legge-lavantiIl 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere A 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 127esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Themis, l’operazione di Frontex nel Mediterraneo

fontexOggi, 1 febbraio 2018, è stata lanciata la nuova operazione dell’agenzia europea di frontiera Frontex riguardo il traffico di migranti nel Mediterraneo.

La nuova operazione Themis va a sostituire la spesso criticata operazione Triton, lanciata nel 2014.

La grande novità consiste nel fatto che mentre l’operazione Triton prevedeva lo sbarco dei migranti solo nello “Stato membro ospitante”, cioè l’Italia, con Themis i migranti salvati nel Mediterraneo centrale potranno essere accompagnati nel porto più vicino, a prescindere dal paese costiero in cui si trovi.

Se per noi italiani questo cambiamento è di grande interesse, e di certo rappresenta un passo avanti nell’ottica di “condivisione del fardello” per la gestione dei salvataggi e degli sbarchi, non sembra essere questo il punto centrale nella nuova operazione.

Leggendo informazioni a riguardo direttamente sul sito di Frontex, l’elemento chiave di Themis è il fatto di rafforzare le misure di sicurezza per contrastare: “attività criminali come il traffico di droga attraverso l’Adriatico, (…) foreign fighters e gruppi criminali”.

Non c’è dubbio che il ruolo di Frontex sia quello di fare il poliziotto cattivo alla guardia dei confini europei, sia per terra che per mare. La logica è quella di frenare l’arrivo di minacce dall’esterno al fine di garantire la maggiore sicurezza possibile all’interno. E su questo, nessuno oserebbe obiettare.

I toni dell’operazione sono sul piede di guerra e lasciano un senso di chiusura e sfiducia che stanno facendo gioire alcuni timorosi della minaccia dello straniero.

Dall’altro lato della medaglia manca però il riferimento alla solidarietà, valore fondamentale alla base della stessa Unione, che forse non ci si può attendere da un’agenzia praticamente militare, ma che ci si aspetterebbe da una voce politica. Ci si aspetterebbe qualcuno che dica forte e chiaro: “Sì alla sicurezza, ma senza mai dimenticarci che siamo tutti essere umani”.

Per il momento nessuno commenta. Non lo fanno i rappresentanti delle istituzioni italiane e neanche quelli delle istituzioni europee.

Sembra quasi che sul tema nessuno voglia sporcarsi le mani, dando un segnale di disarmonia tra la tecnica dell’intelligence e delle forze dell’ordine, e la spinta politica che vi è dietro.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

16 gennaio 1994, finisce la I Repubblica

scalfaroIl 16 gennaio 1994, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sciolse le camere: fu la fine della Prima Repubblica. Un capitolo della storia italiana durato 46 anni, spesso ricordato per la sua chiusura decisamente poco onorevole, e per i problemi che hanno assillato la democrazia bloccata del nostro paese, che sembra rimanere sempre indietro.

Se è vero però che i problemi moderni hanno sempre radici nel passato, è sbagliato ugualmente proiettare nella nostra storia l’atmosfera di sfiducia in cui stiamo vivendo in questi anni. Dire che la prima repubblica è stata quella del “Mangi come un democristiano”, delle monetine del Raphael, della politica sporca, del debito pubblico, sarebbe il voler guardare solo le ombre di un periodo lungo e complesso, sul quale oltretutto, proprio per la sua durata, non è prudente generalizzare troppo.

La Prima Repubblica ha visto l’Italia risorgere dalle ceneri della guerra. Ha visto l’Italia svolgere un ruolo di primo piano nel processo di integrazione europea. Riconquistare diplomaticamente Trieste. In un decennio, l’economia italiana ha realizzato il “miracolo economico” e poi il “sorpasso”, diventando la quarta potenza economica del mondo.

Da paese prevalentemente agricolo e di emigrazione, l’Italia è diventata un paese pienamente industriale e meta di immigrazione. Gli indici di alfabetizzazione sono diventati quelli di un paese sviluppato, mentre dopo la guerra eravamo un paese fortemente analfabeta. Abbiamo conosciuto pessimi politici, di scarsa moralità, ma non ci furono solo loro.

Bisogna ricordare che i primi anni della nostra repubblica sono stati quelli degli eroi della politica, dei padri costituenti, di grandi intellettuali (basterebbe leggere l’elenco di coloro che parteciparono all’elaborazione e all’approvazione della Carta, rileggere i loro curricula e avremmo l’esatta dimensione della distanza che corre tra l’attuale qualità degli eletti e quella degli eletti di allora, com l’aggiunta, poi, della passione civile all’epoca veramente sincera), di coloro che avevano conosciuto la repressione del fascismo e la sofferenza della guerra, in patria e in esilio, e che si sono battuti per far tornare libero il nostro paese.

Se la Prima Repubblica ha visto la violenza delle manifestazioni degli anni ’70, ha visto anche l’attivismo e l’entusiasmo di giovani cittadini che, figli del benessere, potevano permettersi di combattere le battaglie della modernità, così come le classi più svantaggiate economicamente chiedevano migliori condizioni di vita e le donne lottavano per la parità dei sessi.

Dopo l’entusiasmo però, per molti è arrivata la chiusura in se stessi. Gli anni ’80, sono stati gli anni del ritorno all’individualismo, del distacco dalla politica che oggi conosciamo fin troppo bene, il riflusso, il “grande freddo” o “l’edonismo reaganiano”. Il compromesso storico era fallito, e la guida democristiana non riusciva più a rispondere alle esigenze di una società ormai troppo moderna e perciò in buona parte sconosciuta a una forza per molti aspetti anti-moderna. La soluzione data attraverso il governo del “Pentapartito”, che vide l’ascesa del leader socialista Bettino Craxi, fu l’ultimo respiro di un sistema in crisi.

Non sorprende che alla fine di questo decennio sia scoppiato lo scandalo che ha incrinato profondamente il rapporto tra l’elettorato e il sistema dei partiti, declassato la politica a sistema di convenienze e non più a scuola di virtù civiche.

Il tutto inserito in un mondo che perdeva i vecchi riferimenti attraverso la caduta dell’Unione Sovietica, la fine della guerra fredda e l’illusione del trionfo di un capitalismo democratico e dal volto umano che, al contrario, attraverso la globalizzazione selvaggia e senza regole ha progressivamente mostrato i tratti feroci di una oligarchia sovranazionale, finanziaria al potere, costruendo le premesse per nuove guerre e nuova instabilità. Da un lato, il Partito Comunista aveva perso la sua ragione d’essere, ed iniziò una transizione (incompiuta o compiuta molto male attraverso spesso la liquidazione del bambino insieme all’acqua sporca) verso una concetto di sinistra occidentale fatto più di mutamento di nomi che della sostanza. Dall’altro, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista vennero “frullati” e cancellati attraverso “processi di piazza” in cui la condanna si basava più sul generale sentire che sui fatti reati con la conseguenza che un’intera classe politica scomparve dal giorno alla notte, in alcuni casi pagando politicamente colpe che non aveva.

L’inchiesta di “Mani Pulite”, che nella narrazione dell’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, all’epoca esponente di primo piano del Pool milanese, avrebbe dovuto rivoltare il Paese come un calzino, in realtà si esaltò in una serie di roghi pubblici, impedendo una transizione più serena e proficua verso la modernità visto che nessuno della precedente classe politica venne salvato; dato che la storia non conosce salti, non si poteva certo immaginare che dalla “tabula rasa” potesse nascere qualcosa di concreto. E, in effetti, non è nato: le seconde e terze linee hanno sostituito le prime senza essere dotate di un progetto chiaro (oltre che del talento dei “capi” a cui normalmente portavano la borsa) e concreto di “rifondazione” del Sistema Democratico Italiano. I mali che “Mani Pulite” riteneva di poter guarire a colpi di “processi in piazza” sono ancora lì tanto da indurre oggi lo stesso Davigo ad ammettere che le cose sono cambiate ma in peggio.

Il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica non è avvenuto. Anzi, si può dire che al momento l’unica Repubblica con una sua compiutezza è stata la prima; la Seconda è rimasta più che altro uno slogan. E la distinzione lessicale più che in un cambio si senso e di passo, trova una sua giustificazione nello stravolgimento del sistema partitico repentino dopo anni di stabilità e questo ha dato la percezione di qualcosa di nuovo, di “rivoluzionario”. In realtà non c’è nessuna Seconda Repubblica, poiché non c’è stato nessun cambiamento istituzionale.

Ricordiamo oggi la fine di qualcosa che non è mai finito e lo facciamo prendendo esempio dai grandi uomini che pure abbiamo avuto, quelli che, a prescindere dalla loro bandiera politica, hanno provato onestamente a mandare avanti l’Italia, a riscattarla da una condizione di arretratezza e subalternità. Pensiamo alla lunga strada percorsa e ai traguardi che ci hanno reso un paese sviluppato. Solo con un atteggiamento costruttivo si può poi riflettere su quello che non è andato come sarebbe dovuto andare, sulle questioni irrisolte che ancora ci affliggono: la corruzione, la criminalità organizzata, la questione meridionale, la cattiva gestione delle risorse…

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Lo sciopero dei docenti universitari. Riflessioni di una studentessa

Negli ultimi giorni, lo sciopero indetto dai docenti universitari e dai ricercatori ha scatenato il panico tra gli studenti. I professori potrebbero non presentarsi ad un appello previsto nella sessione di esami autunnale.

astudentiNei gruppi sui social è il caos. Pur essendo garantito il servizio minimo, ovvero la possibilità di fare l’esame in occasione del secondo appello, laddove previsto, o di un appello straordinario, gli studenti denunciano un disagio.

Qualche settimane fa giravano delle fantomatiche liste di professori aderenti, sulle quali è fatto più o meno fatto affidamento. Tali liste si sono rivelate incomplete, come era prevedibile. Tra chi ha maturato la decisione di scioperare successivamente, e chi ha voluto mantenere l’incertezza, alcuni studenti si sono ritrovati in aula ad attendere invano l’esame. E se entrando, erano accompagnati dall’ansia, uscendo hanno incontrato una nuova amica: la “rabbia”.

“Non è giusto”, si dice. Non è giusto che siano gli studenti a subire il disagio di una situazione di cui non hanno colpa. Ed è verissimo. Detto ciò, questa è la natura dello sciopero. Si crea un disservizio per attirare l’attenzione del governo su una situazione ritenuta ingiusta affinché vengano presi i dovuti provvedimenti.

Erano quarant’anni che i docenti universitari non prendevano una simile decisione, portata avanti oggi in nome della dignità della categoria.

Aldilà del tradizionale scontro studente/professore, quello che emerge è una generale confusione. Gli studenti, cioè coloro che sono colpiti direttamente dallo sciopero, non stanno capendo cosa vi è alla base.

Quello che si sente dire, è che ai docenti universitari non è stato tolto il blocco degli stipendi stabilito nel 2013 dal ministro Tremonti in un contesto di crisi ed austerity. Più precisamente, i docenti universitari chiedono che:

“1) le classi e gli scatti stipendiali dei Professori e dei Ricercatori Universitari e dei Ricercatori degli Enti di Ricerca Italiani aventi pari stato giuridico, bloccati nel quinquennio 2011-2015, vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, anziché, come è attualmente, dal 1° gennaio 2016;

2) il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici solo a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015.”

La realtà però è che la stragrande maggioranza degli studenti, non avendo mai lavorato (o meglio, non avendo mai visto un contratto di lavoro neanche in cartolina), non ha idea di cosa voglia dire tutto ciò.

La sensazione generale è che sia mancata una complicità nei confronti dello studente. Non nel volergli creare disagio. È una sciocca e vuota lamentela dire che questo sciopero viene portato avanti per fare un torto a loro. Quello che sembra mancare però, e lo si dice con la consapevolezza di generalizzare una situazione che andrebbe analizzata caso per caso, università per università, è la volontà di far comprendere agli studenti quello che sta accadendo, così che essi possano valutare la situazione con gli strumenti appropriati e magari anche dare appoggio con i propri mezzi. Volendo, quel che è mancato è anche una disponibilità autocritica dei docenti a sottolineare con onestà le proprie responsabilità in questo processo di lenta dequalificazione dell’alta istruzione, a partire dai motivi che rendono la carriera universitaria (e quindi il rinnovamento del corpo docente) lunga e sostanzialmente impraticabile, una situazione che è certo figlia delle scelte di governo ma che non è che non abbia trovato sponde nei diretti interessati “figli” (e anche padri) di in un sistema che è stato sempre segnato da pulsioni “baronali”.

Non essendoci stato spiegato, abbiamo cercato di capirlo da soli.

Correva l’anno 2013. Non ci si poteva permettere lussi come lo scatto di stipendio per anzianità, ovvero una sorta di premio sullo stipendio a cui si ha diritto quando si lavora per più anni consecutivi per lo stesso datore di lavoro. A seconda del contratto collettivo nazionale di una determinata categoria, i lavoratori avevano diritto ogni due o tre anni ad una maggiorazione dello stipendio per un massimo di dieci scatti.

Considerando che le parole “maggiorazione dello stipendio” ormai sono rare alle nostre orecchie e potrebbero scatenare la nostra immaginazione, è bene sottolineare che si parla in media di una maggiorazione di circa venti euro al mese.

Nel 2015, finalmente, docenti scolastici, medici, personale degli enti di ricerca e della pubblica amministrazione hanno avuto il riconoscimento degli anni del blocco. Mancavano tuttavia nella lista proprio i docenti universitari. Ed è proprio questo che i 5444 docenti e ricercatori firmatari della lettera che ha indetto lo sciopero hanno richiesto, dopo mesi di tentativi di dialogo con chi di dovere.

Nonostante la ministra Valeria Fedeli abbia mostrato nei mesi scorsi buone intenzioni per la soluzione del problema, ad oggi sembra ancora lontana.

Nella lettera si distingue tra riconoscimento del lavoro a fine economico e riconoscimento a fine giuridico. È una distinzione importante. Quello economico è facilmente intuibile, si chiede di recuperare economicamente quello che non si ha avuto.

Il riconoscimento a fine giuridico permette invece di avere riconosciuti gli anni di servizio al fine dell’avanzamento di carriera e progredire nelle fasce stipendiali.

Aldilà di questo casus belli, è evidente che non si è ancora usciti dall’ottica in cui l’istruzione e la cultura sono l’ultima ruota del carro. A subirne le conseguenze maggiori, come al solito, sono i giovani. Intraprendere oggi la carriera accademica è un salto nel vuoto. Chi vuole provare a scalare il cursus honorum al cui vertice si trova la cattedra di ruolo, sa che avrà davanti a sé anni e anni di precariato, moli di lavoro non adeguate alla retribuzione e la necessità di avere le spalle protette da qualcuno, come denunciava qualche mese fa in una lettera aperta Massimo Piermattei, ex ricercatore in Storia dell’Integrazione europea.

Che non ci si sorprenda della fuga dei cervelli se tanti studenti che entrano in contatto con università straniere grazie ai programmi Erasmus ricevono addirittura proposte spontanee di dottorati ben retribuiti.

Alla speranza di avere oggi docenti più soddisfatti, aggiungiamo quella di poter arrivare in condizioni dignitose ad essere i docenti di domani.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Rodotà e la difesa dei diritti legati al web

rodotàStefano Rodotà, giurista, politico e intellettuale italiano, si è spento ieri all’età di ottantaquattro anni. Durante la sua carriera si è battuto principalmente per i diritti dell’uomo, partecipando anche alla scrittura della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

In particolare, Rodotà si concentrò sulla sfida di quei diritti posti in essere dalla modernità della tecnologia. Fin dagli anni ’70 egli comprese che lo sviluppo del “cervello elettronico” creava delle lacune in merito ai diritti degli utenti che andavano colmate a livello legislativo.

Entrò per la prima volta in Parlamento nel 1979 come Indipendente nelle liste del PCI, nel 1989 fu Ministro della Giustizia nel governo ombra di Achille Occhetto e vicepresidente della Camera nel 1992 con il Partito Democratico della Sinistra.

Come emerge dalla sua carriera politica, egli fu sempre di sinistra ma non perse mai l’autonomia di pensiero schierandosi stabilmente tra le fila di un partito. Dall’alto della sua indipendenza, portò avanti le sue battaglie: il diritto alla privacy, il libero ed eguale accesso al web, la garanzia dei diritti nel periodo del terrorismo.

Rodotà fu il primo Garante per la protezione dei dati personali, autorità amministrativa indipendente che tutela il rispetto della privacy, delle libertà personali e della dignità nell’utilizzo di dati sensibili. Egli credeva che il pericolo per le vite private dei cittadini non fosse la tecnologia in sé, ma l’utilizzo politico dietro di essa.

Si deve a lui il merito di aver avviato il dibattito sull’inserimento del diritto all’utilizzo di internet in costituzione. Infatti nel 2010 propose in Commissione Affari Costituzionali l’adozione dell’articolo 21-bis per promuovere il pari accesso alla rete: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”.

Tale proposta venne poi ripresa nel 2014 da Guido d’Ippolito, seppur con alcune modifiche rispetto all’originale di Rodotà. Attualmente in discussione presso il Senato, infatti, non si parla più di articolo 21 bis ma di articolo 34 bis, collocando la tematica non come semplice libertà, ma come diritto sociale.

In quanto “paladino dei diritti”, non sorprende che anche in materia di antiterrorismo, in quell’arduo dibattito tra libertà e sicurezza, Rodotà si schierò come garantista delle libertà dei cittadini. Egli criticò fortemente le misure francesi e spagnole che nel 2015 ledevano la libertà di espressione e introducevano sistemi di vigilanza di massa.

Tornato a insegnare nel 1994, Rodotà fu anche un amato professore di Diritto Civile, e diede un grande contributo scientifico soprattutto in merito ai temi citati.

Nel 2013, egli fu candidato alla carica di Presidente della Repubblica, sostenuto dai cinque stelle, da Sinistra Ecologia e Libertà e da alcuni membri del Partito Democratico.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni