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Giulia Quaranta

Sanremo. La pagella di un Festival pieno di gag imbarazzanti

Sanremo-2018-Baglioni-VessicchioIl Festival di Sanremo 2018 verrà ricordato come un Festival bizzarro, stranamente elogiato d’ogni dove, nonostante il carico di trash sia stato uguale o superiore agli anni precedenti. Un Festival scritto con i piedi, pieno di gag imbarazzanti e monocorde, ospiti quasi invisibili. Ma chi l’ha detto che il direttore artistico debba essere anche il conduttore della kermesse? Baglioni non ha fatto altro che esibirsi con il suo personale repertorio, persino in compagnia degli ospiti musicali, quando al massimo avrebbe dovuto essere lui ad accompagnarli sui loro pezzi! Continua a non convincere il costume, portato in auge da Carlo Conti, di invitare come ospiti artisti italiani, quasi come se esistessero artisti italiani di serie A (i super ospiti) e artisti italiani di serie B (i Big in gara). Se poi viene invitato Sting e lo si fa cantare in italiano, appare evidente che questo patriottismo radicale stia prendendo una piega surreale…

A salvare sempre e comunque la situazione Pierfrancesco Favino, che ha impressionato soprattutto durante la serata finale recitando “La notte poco prima della foresta” di Bernard-Marie Koltès, pezzo che aveva già portato a teatro.

Di seguito troverete il consueto pagellone di tutti gli artisti Big in gara. Bisogna ammettere che il livello generale dei brani si attesta su un livello superiore rispetto agli anni precedenti. Peccato che a vincere sia stata, come tradizione vuole, la canzone più stucchevole.

 

ERMAL META E FABRIZIO MORO – “Non mi avete fatto niente”

Tutto secondo le previsioni: il duo MetaMoro si aggiudica la vittoria di questo Sanremo 2018. Due sono le cose più indisponenti, a mio parere, di questa vittoria; da una parte, la sceneggiata dell’ “autoplagio”, atta a porre ancora di più l’attenzione su di loro e su quel brano che evidentemente ai piani alti avevano già imposto come vincitore da tempo. D’altro canto il fatto che Ermal Meta, che si era già fatto notare come ottimo autore per altri e per se stesso e come leader del gruppo La Fame di Camilla, venga consacrato solo dopo Sanremo, solo dopo la sua partecipazione ad Amici in veste di giudice e solo dopo questa vittoria sanremese in coppia con il cantautore romano. Appare evidente, infatti, che “Non mi avete fatto niente” sia stata scritta da Moro: il piglio pseudo-rivoluzionario è indubbiamente il suo, il ritornello entra immediatamente in testa e il testo non è dei migliori, in quanto tratta un argomento delicatissimo come quello degli attentati in modo un po’ paraculo. In generale, però, non si può dire che il brano, cantato da loro, non funzioni ed è plausibile che, così come ha intenerito il pubblico dell’Ariston, potrebbe avere lo stesso effetto su quello dell’Eurovision Song Contest.
VOTO: 5

LO STATO SOCIALE – “Una vita in vacanza”

Una canzone giovane che parla dei giovani. Di quei giovani che, troppo indaffarati a costruirsi una carriera lavorativa, qualsiasi essa sia, il più delle volte pregna di angosce e porte in faccia, in un mondo ideale avrebbero invece tanto tempo libero, da dedicare ad attività piacevoli, allo stare in mezzo alla gente, alla leggerezza; un po’ di “sano tempo perso” insomma, lontani dall’inquietudine del “fare i soldi” e del “vivere per lavorare” come accade oggi. Un pezzo scanzonato ma dal contenuto più serioso rispetto a quella incoronata vincitrice.

Non si può però non considerare le esibizioni dal vivo, che dire stonate sarebbe un complimento. Bella la citazione dei Coldplay con “la vecchia che balla” sul palco, ma l’effetto generale rimanda un po’ troppo al Gabbani dello scorso anno.
VOTO: 5

ANNALISA – “Il mondo prima di te”

Finalmente Annalisa partecipa a Sanremo con una canzone degna del suo immenso talento, una ballata fresca e raffinata, in linea con le tendenze del momento, che sarebbe piaciuta anche all’Eurovision. “Il mondo prima di te” è oltretutto un pezzo difficile da eseguire vocalmente, ma la cantante savonese è sempre stata un’interprete di spicco, all’Ariston perennemente penalizzata dalla giuria di “qualità”.
VOTO: 7

RON – “Almeno pensami”

L’interpretazione che Ron fa di questo brano inedito di Lucio Dalla è certamente ispirata e mentre canta sembra di rivivere il cantautore bolognese, scomparso nel 2012. “Almeno pensami” non è però il brano migliore scritto da Dalla né il migliore interpretato da Ron…
VOTO: 4.5

ORNELLA VANONI, BUNGARO, PACIFICO – “Imparare ad amarsi”

Ecco la canzone scritta meglio di tutto il Festival. D’altronde Bungaro e Pacifico sono due autori di rara eleganza, qui messi al servizio di una delle più grandi interpreti della musica italiana. “Imparare ad amarsi” dipinge con leggerezza e semplicità una visione matura dell’amore, aperta alla comprensione e al futuro.
VOTO: 7

MAX GAZZE’ – “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”

Gazzè torna al Festival con un brano ispirato al mito tutto italiano di Cristalda e Pizzomunno, ambientato a Vieste, incantevole e soleggiata località marittima pugliese. Pizzomunno è un pescatore innamorato di Cristalda e, come tutti i pescatori, preso di mira dai canti ammaliatori delle sirene malvagie. All’ennesimo rifiuto del pescatore, le sirene, stizzite, si vendicano rapendo la sua amata e portandola in catene sul fondo del mare. Immediatamente il corpo di Pizzomunno si pietrifica dal dolore, trasformandosi nel faraglione di Vieste, alto 25 metri. Impietosite dall’insanabile disperazione del pescatore, le sirene gli concedono di tornare umano e di incontrare nuovamente la sua amata, ma solo una volta ogni cento anni, il 15 agosto.

Gazzè e il fratello Francesco, coautore del brano, sono riusciti a rendere vivo questo sempiterno mito sull’amore e a portare a Sanremo un po’ di cultura, il che è già di per sé una cosa lodevole, anche se il richiamo a De André è un po’ troppo invadente.
VOTO: 6.5

LUCA BARBAROSSA – “Passame er sale”

Già dal titolo, “Passame er sale” mette in scena una storia crepuscolare, un amore lungo una vita, (“Pe’ ogni fijo amato e cresciuto n’avemo fatte de notti/ Mo li vedi anna’ in giro ner monno coi nostri occhi”) attraverso le piccole cose di ogni giorno e un canto in romanesco dolceamaro e fuori dal tempo, ispirato per l’appunto, allo stornello romano.
VOTO: 6

DIODATO, ROY PACI – “Adesso”

Bello l’impasto musicale creatosi tra la voce fresca e spavalda del cantautore e l’impeto del trombettista, anche se il ritornello è di quelli che alle lunghe stanca. Tutt’altro che banale il testo, passato purtroppo in sordina (“E dici che accetteremo mai di invecchiare/cambiare per forza la prospettiva/senza inseguire una vita intera/l’ombra codarda di un’alternativa?”).
VOTO: 6

THE KOLORS – “FRIDA (MAI MAI MAI)”

Il premio per la canzone più orecchiabile va a loro. Siamo tutti d’accordo sul fatto che dal vivo i The Kolors ci sappiano fare, ma questa canzone è povera di personalità, di parole, di attitudine e di profondità.
VOTO: 4

GIOVANNI CACCAMO – “Eterno”

Il fatto che sia riuscito a entrare nella top 10 è un’offesa. Il giovane siciliano si presenta con un brano melenso e antiquato, reso ancora più brutto dall’interpretazione scipita e dalla mancanza di intonazione.
VOTO: 3

LE VIBRAZIONI – “Così sbagliato”

Il nuovo pezzo de Le Vibrazioni si colloca esattamente tra Negramaro e Modà. Se non fosse che Le Vibrazioni esistono da ben prima degli altri due gruppi. Il brano è agile e coinvolgente, ma nulla per cui gridare al miracolo. A ciò si aggiunga che dal vivo Sarcina è stato davvero stonato e calante, soprattutto nel ritornello.
VOTO: 4.5

ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO – “Il coraggio di ogni giorno”

La quota partenopea quest’anno arriva dal sassofonista Enzo Avitabile e dal leader degli Avion Travel Peppe Servillo. Il brano porta in auge i ritmi mediterranei, la carica drammatica che aveva caratterizzato gli Avion Travel e un arrangiamento di alto livello. Il brano risulta però un po’ povero dal punto di vista compositivo.
VOTO: 6

RENZO RUBINO – “Custodire”

La canzone di un giovane che piacerà ai meno giovani. Ascoltandola, si viene immediatamente proiettati in un Sanremo degli anni ‘60. E non so se possa essere considerato un complimento…
VOTO: 4.5

NOEMI – “Non smettere di cercarmi”

Noemi si riconferma un’ottima interprete e durante la serata finale dà il meglio di sé. Ciò nonostante “Non smettere mai di cercarmi” finisce in fondo alla classifica. Forse perché davvero troppo simile ad altre canzoni interpretate dalla Scopeliti.
VOTO: 5.5

RED CANZIAN – “Ognuno ha il suo racconto”

Sanremo 2018 è anche questo: i giovani guardano “Indietro” a Rino Gaetano e agli anni ‘60, mentre un quasi settantenne ex membro dei Pooh stupisce con un po’ di power rock dal ritornello catchy, un brano che funziona, che segue una linea ben precisa. Ottima la scelta di duettare con la voce carismatica e peculiare di Marco Masini durante la quarta serata.
VOTO: 6

DECIBEL – LETTERA DAL DUCA

Non sorprende che il pezzo migliore di quest’anno sia passato totalmente in sordina, classificandosi addirittura sedicesimo. Incantevole l’attacco chitarristico di stampo spiccatamente brit pop, delicato il ritornello, cantato in parte parte in inglese, ben riconoscibili i riferimenti al Duca Bianca, cui è dedicata la canzone.
VOTO: 7.5

La parte bassa della classifica è effettivamente bassa anche qualitativamente: il brano di Nina Zilli il più inutile e tedioso dell’intera kermesse (voto: 1), Roby Facchinetti ha ormai perso la voce ma si ostina a cantare nella stessa tonalità di quand’era giovane (voto: 2) e anche Mario Biondi che gioca a fare il crooner d’altri tempi ha ormai stancato (voto 4). Decisamente più interessante l’ultimo posto di Elio e Le Storie Tese, che chiudono la loro carriera “antieconomica” nel modo più consono al loro stile, con una brutta canzone demenziale, intitolata “Arrivedorci”, e l’ultimo posto sanremese.

Giulia Quaranta
Quality Time

X Factor. Tra Maneskin che cantano “di gola” e una giuria da riformare

x factorQuest’anno il programma di punta di Sky Uno ha dato evidenti segni di stanchezza nelle fasi iniziali dei live, salvo poi riprendersi nelle fasi conclusive e in modo particolare nell’ultima puntata, che ha registrato il record di 2,7 milioni di spettatori. Ottimo come sempre il lavoro svolto dal presentatore Alessandro Cattelan, con la sua conduzione fresca e spigliata, e dal direttore artistico Luca Tommassini. Molti gli ospiti musicali degni di nota (Sam Smith, James Arthur, Harry Styles, Negramaro, Noel Gallagher, Ed Sheeran), da riformare completamente, invece, la squadra dei giurati.
Andremo ora a riflettere sul percorso di tutti gli artisti presenti in gara, in ordine di classificazione finale, e infine sui loro giudici.

LORENZO LICITRA – 7
C‘è chi dice che, con la sua vittoria, sia prevalso il vecchio sul nuovo (i Maneskin). Eppure un tenore di grazia che si butta nella musica pop è a tutti gli effetti una novità, per di più esportabile anche all’estero. Cosa questa, neanche lontanamente comparabile ai tenorini de Il Volo, che pure sono amatissimi in America: Piero, Ignazio e Gianluca non fanno né pop né lirica, ma il revival di uno stile antidiluviano a mo’ di Claudio Villa. Si spera in una strada diversa per il venticinquenne siciliano, che nella fase dei BootCamp scelse di esibirsi su “Titanium” di David Guetta e Sia, un pezzo non proprio antiquato. Licitra si è infatti dimostrato uno dei concorrenti più interessanti sin dalle audizioni, ma durante i live era partito un po’ in sordina a causa di alcune scelte poco azzeccate da parte della Maionchi (come “Sere Nere” di Tiziano Ferro), sebbene da parte sua non ne abbia mai sbagliato alcunché e abbia, anzi, acquisito sempre maggiore consapevolezza. Con il medley della serata conclusiva, composto da “Your Song” di Elton John, “Million Reasons” di Lady Gaga e “Who Wants To Live Forever” dei Queen ha letteralmente asfaltato la concorrenza e si può tranquillamente asserire che si è trattata di una delle migliori esibizioni a X-Factor Italia degli ultimi anni.

MANESKIN – 6
Anzitutto, le premesse: il giorno successivo alla finale, conclusasi con la vittoria di Lorenzo Licitra, si è scatenata una sorta di piccola insurrezione da parte dei fan della band, delusi per il secondo posto dei loro beniamini – combattuta spavaldamente a suon di ricatti a Sky e insulti nei confronti del primo classificato. Tutti, infatti, avevano dato per scontata la vittoria della formazione romana: il pubblico, Manuel Agnelli, lo stesso Licitra, ma soprattutto i Maneskin.
Ma da dove era giunta tanta sicumera da parte di Damiano & Co.? Come loro, anche il tenore siciliano non era mai stato in ballottaggio e aveva sempre ricevuto un altissimo numero di like sulla pagina Facebook del programma dopo ogni esibizione. Sicuramente non ha giovato l’atteggiamento del loro giudice, Manuel Agnelli, convinto di avere la vittoria in tasca. D’altro canto, è vero che la band ha fatto parlare di sé con esibizioni chiassose e forzatamente eccentriche, in grado di far presa soprattutto su un pubblico molto giovane, ignaro dell’esistenza di Iggy Pop, David Bowie e Guns N’ Roses. Musicalmente, il gruppo romano si muove su un immaginario crossover e pesca a piene mani dai grandi classici di vario genere: Red Hot Chili Peppers, Black Eyed Peas e Led Zeppelin, per esempio, dando vita a un melting pot invero molto stereotipato e affettato. Alcune esibizioni sono state senz’altro buone, in primis “Beggin’” di Madcon, ma è chiaro che non c’è stata alcuna evoluzione nel loro percorso, che si è anzi concluso in discesa, con il medley della serata finale, durante il quale Diamano si è affannato a correre di qua e di là, arrivando spompato e senza fiato già al secondo brano. E senza il suo sostegno, anche il resto della band, che non ha mai brillato per tecnica, è apparsa fiacca. In questo caso, la colpa è da imputare anche a Manuel Agnelli che non ha lavorato sulla vocalità del cantante, come suggerito anche da Skin durante gli Home Visit, l’unica ad aver fatto presente che cantare costantemente di gola non è proprio una buona cosa; e se non ti permette di reggere tre canzoni, figuriamoci un intero concerto.
Nonostante il secondo posto, si sono aggiudicati il Disco D’Oro, che è comunque un discreto risultato per una band esordiente, anche se – è giusto ricordarlo -, al giorno d’oggi per aggiudicarsi tale premio è sufficiente aver venduto 25 mila copie, tra fisiche e digitali, che non sono tantissime; difatti anche il terzo classificato, Enrico Nigiotti, lo ha da poco vinto e persino i Soul System, vincitori della scorsa edizione di X-Factor, si aggiudicarono tale riconoscimento sulla scia del successo all’interno del programma, salvo poi sparire nel nulla una volta spenti i riflettori.

ENRICO NIGIOTTI – 6
Un terzo posto inaspettato, quello del cocco della Maionchi. Nigiotti è un cantautore vecchio stampo, ma con una propria identità ben definita. Palesemente in difficoltà durante le prime puntate, non privo di qualche problema tecnico (spesso calante, qualche errore di dizione fin troppo evidente), è riuscito pian piano a farsi strada fino all’inedito, da lui scritto in italiano, che ha fatto breccia nei cuori di molti per via di una tangibile autenticità, difficile da trovare in un talent show. Peccato per la figuraccia con James Arthur.

SAMUEL STORM – 6.5
Il percorso del giovane nigeriano è stato molto lineare: ha cantato bene i brani di suo gradimento (“A Song For You” di Donny Hathaway) e meno bene quelli più lontani dal suo mondo (“Super Rich Kids” di Frank Ocean). Ha patito qualche difficoltà in più rispetto agli altri concorrenti, a causa della sua poca dimestichezza con l’italiano, della timidezza e qualche iniziale incomprensione col suo giudice, Fedez. Ma la voce calda e leggermente roca del diciannovenne non lascia indifferenti, così come l’inedito scritto di suo pugno, che racconta la sua storia travagliata.

ROS – 6
Quello della band toscana è stato un percorso altalenante, partito con qualche tentennamento e conclusosi con vistosi miglioramenti. Il cuore del gruppo, nato solamente due anni fa, è rappresentato dalla cantante e chitarrista Camilla, il cui canto è spesso sfociato in urla, inficiando il percorso della band all’interno del programma. Risulta però lampante la preparazione musicale di tutti e tre i membri del power trio, incentrato sulla sezione ritmica; aspetto questo purtroppo mai evidenziato dai giudici.

ANDREA RADICE – 6
Il concorrente più vocalmente dotato di questa edizione, dopo Lorenzo Licitra. Il pizzaiolo napoletano è però sempre passato in secondo piano a causa della scarsa valorizzazione delle sue doti canore e interpretative da parte della Maionchi, che sembrava più impegnata nel fare osservazioni sulla fisicità del suo concorrente che a proporgli brani adeguati. Unica eccezione “Diamante” di Zucchero.

RITA BELLANZA – 3
bellanzaRibattezzata Rita Bell’ansia dal popolo del web, Rita si aggiudica l’ambito titolo di concorrente più detestato di questa edizione di X-Factor (e non solo), toccato l’anno scorso a Loomy. Alle audizioni stregò tutti con una propria versione di “Sally” di Vasco Rossi, finendo anche su molti giornali e quotidiani, ma una volta giunta ai live la magagna è stata presto scoperta. Il grande pregio della ventenne è quello di avere un timbro vocale particolare, scuro, saturo e rotondo, per molti versi simile a quello di Ornella Vanoni; il grande difetto è che non sa utilizzare questo dono, complice da una parte l’insussistente preparazione tecnica, dall’altra l’eccessiva emotività. La difesa a oltranza di Levante, suo giudice, e le assegnazioni poco consone della stessa non hanno giovato alla situazione. E ancor meno ha giovato la sensazione, durante le prime cinque puntate, che i giudici fossero obbligati a mandarla avanti nonostante le esibizioni inadeguate della ragazza. Un esempio su tutti: nel corso della quarta puntata, avviene uno spareggio a tre tra lei, la sua compagna di squadra Camille Cabaltera e Gabriele Esposito. Proprio nel corso di quella puntata, viene chiamato Gianni Morandi come giudice d’eccezione e a lui tocca l’ardua scelta di salvare uno solo tra i concorrenti. La scelta di Morandi cade naturalmente sulla Bellanza, – unica tra i tre ad essersi esibita in italiano – tra i fischi e le urla di disapprovazione del pubblico.

GABRIELE ESPOSITO – 5
Gabriele è quel concorrente che sembra non avere alcun talento particolare: una voce come tante altre, lo stile ricalcato su quello di altre giovani pop star come Ed Sheeran e Shawn Medes. Eppure la disinvoltura e l’autenticità con cui canta e suona la chitarra non sono così comuni e sono frutto di inconfutabile dedizione e studio. Con lui Fedez ha scelto di azzardare continuamente con le assegnazioni, dalla rischiosissima versione di “Adam’s Song” dei Blink 182 all’ancora più rischiosa cover di “Hotel California” degli Eagles. Migliore esibizione: “Growing Up” di Macklemore e Ed Sheeran.

CAMILLE CABALTERA – 4.5
Solito talento da talent (non a caso aveva già partecipato a “Ti lascio una canzone”), voce poderosa, vocalità troppo rigorosa, interpretazione non pervenuta. Prima di cantare “Chandelier” di Sia afferma che è la canzone di una ragazza che “si lascia andare” e che è quello che anche lei vorrebbe fare, dimostrando di non aver compreso una sola parola della hit di Sia, cosa, questa, più che evidente anche nella (non) interpretazione del pezzo. Tranquilla Camille, sei in ottima compagnia: neanche Agnelli ha capito cosa racconta “Chandelier”.

SEM&STENN – 5
Più bravi di come non siano apparsi a X-Factor, dove erano troppo presi da coreografie ed estetica edonistica. Gli appassionati del sound 80s sono pregati di correre ad ascoltare il loro singolo “Jewels and Socks”.

VIRGINIA PERBELLINI – 3
C’è ancora molto lavoro da fare per la ventitreenne veronese, ancorata agli stereotipi del canto possente e urlato, carente di interpretazione. Incolore l’esibizione di “Thank You” di Alanis Morissette, va un po’ meglio con la splendida “Dogs Days Are Over” di Florence + Machine.

LORENZO BONAMANO – 6
Complice l’evidente emozione, Lorenzo dimentica il testo di “Sempre e per sempre” di De Gregori durante gli Home Visit, ma Fedez sceglie di portarlo comunque ai live. Una scelta apprezzabile, dato che quella del giovane cerveterano era una delle migliori voci in gara quest’anno. Peccato per la repentina uscita dal programma, dovuta a un particolare meccanismo di eliminazione sperimentato durante la prima puntata.

MANUEL AGNELLI (Giudice Gruppi) – 4
Se l’anno scorso era stato la rivelazione, il giudice severo e preparato ma dall’animo profondamente umano, quest’anno il leader degli Afterhours è apparso sulla via della morganizzazione: molto più antipatico e pieno di sé, molto meno obiettivo e anche scorretto. Sin dall’inizio dei live ha infatti deciso di giocare di strategia, andando persino a scontrarsi con Fedez, con il quale fino a quel momento c’era sempre stata una bella simbiosi. Durante la quarta puntata sceglie di salvare Gabriele Esposito a scapito di Camille Cabaltera perché dice di vedere in lui un percorso discografico migliore; nella puntata successiva dice di accettare l’offerta di TILT proposta da Fedez ma poi vota a sfavore di quel Gabriele incensato la settimana prima. Perché? Una strategia per mandare avanti i Ros il più possibile, ovviamente. Addita Nigiotti come cantante “vecchio” e chitarrista mediocre ma poi fa di tutto perché arrivi in finale, in modo da sgomberare la strada ai Maneskin da concorrenti più pericolosi (ma il piano non gli riesce). E si potrebbe continuare.
Non nasconde di preferire i Ros tra i suoi concorrenti, ma è convinto di vincere con i Maneskin. In entrambi i casi rimarrà con un palmo di naso perché i Ros andranno al ballottaggio ben 4 volte, mentre i Maneskin si vedranno sfilare la vittoria davanti.

LEVANTE (Giudice Under Donna) – 4
Ormai smessi da circa un anno i panni di cantautrice indie e indossati quelli di personaggio mainstream, Claudia Lagona in arte Levante, si è dimostrata poco “credibile” (per usare un termine da lei molto amato) nei panni di giudice. Non è un caso che sia stata la prima tra i giurati a rimanere ben presto senza concorrenti, giacché, nello scegliere le ragazze da portare ai live, le sue sono state le scelte più noiose e dozzinali. Per non parlare, poi, del percorso fatto con Rita Bellanza, evidentemente la sua favorita in squadra: un coach dovrebbe assegnare i brani più consoni alla vocalità e al temperamento dei propri ragazzi, non i propri brani preferiti.

MARA MAIONCHI (Giudice Over) – 4
Nessuno discute il fatto che la Maionchi abbia un certo istinto naturale per i talenti ma, oltre a essere stata smodatamente scurrile come al solito, ha dimostrato di non essere al passo con la musica e di essere rimasta ferma più o meno al 1999. Per un programma che si offre di trovare la nuova popstar, avere in squadra un giudice così è un grosso deficit. Anche la sua idiosincrasia verso la lingua inglese è stata eccessiva e fuori luogo e l’ha portata ad escludere quello che sarebbe stato un ottimo concorrente ai live, Valerio Bifulco, totalmente incompreso per via del suo background musicale di stampo british. X-Factor è un format britannico che si svolge anche in Italia, non il Festival di Sanremo di Sky.

FEDEZ (Giudice Under Uomini) – 6
Forse distratto dalla paternità in arrivo, durante le fasi iniziali del programma Fedez è apparso assente, per poi riprendersi a metà gara. Le sue opinioni sono state le più centrate e imparziali e la sfuriata contro un Manuel Agnelli sleale è stato uno degli episodi più coerenti di questa edizione.

Giulia Quaranta

Lorde, la ‘Pure Heroine’ e il suo nuovo album Melodrama tra Indie e Pop

Quando si parla di Lorde non si può non pensare all’influenza che questa giovanissima artista ha avuto sul pop contemporaneo. Il suo album di debutto, “Pure Heroine”, uscito a settembre 2013, quando aveva solo 16 anni, continua a suonare con la stessa freschezza del primo giorno e a macinare consensi importanti.
Qualche esempio: Bruce Springsteen suonò a sorpresa una cover di “Royals” durante il suo High Hopes Tour, Dave Grohl si congratulò con lei, David Bowie disse che nelle sue canzoni sentiva “il futuro della musica” (e il Duca Bianco aveva l’occhio lungo per i talenti emergenti, vedi Placebo e Arcade Fire), Katy Perry le offrì di aprire il suo “Prismatic World Tour”, ricevendo però un netto rifiuto dalla stessa!

lordeC’è poco da aggiungere a tutto questo. Lorde è semplicemente la cifra stilistica esatta del pop dei nostri tempi. Apprende e fa propria la lezione di Lana del Rey, seppur con qualche semplificazione di troppo, guarda timidamente all’elettronica glitchosa di Grimes e a quella degli anni 80 ma senza sbilanciarsi, e racconta una gioventù più pura e meno modaiola di quella di Charli XCX.

La peculiarità più evidente di Lorde è il suo riuscire a camminare sempre sulla sottile linea che separa il pop dall’indie. Anche il suo ultimo lavoro, “Melodrama”, segue questa stessa scia, ma ha un piglio più vario e deciso rispetto al suo primo album che, per quanto seminale, rimaneva comunque un po’ monotono nelle sonorità. In “Melodrama” ogni brano è riconoscibile sin dalle prime note, risultando quindi indispensabile nell’architettura del disco; i suoni si sono fatti meno essenziali, più pieni e umidi, merito certamente anche dei produttori che hanno affiancato la giovane neozelandese: Jack Antonoff in primo luogo, membro dei Fun e vicino ad altri artisti pop come Taylor Swift, Jean-Benoît Dunckel, noto per essere uno dei membri del duo francese AIR, Frank Dudes, già al lavoro con The Weeknd e Rihanna, e altri ancora.

In compenso, le canzoni sono tutte scritte da Lorde che dimostra ancora una volta un afflato compositivo fresco e giovanile, ma non banale. Sorprende il singolo apripista, “Green Light” che, se da una parte richiama la Lorde che fu partendo in sordina con l’accompagnamento minimalista di un pianoforte, dall’altra confonde le acque esplodendo in un ritornello dancereccio e mettendo immediatamente a nudo il bipolarismo del disco. Qua e là gli echi di Lana del Rey, soprattutto nella civetteria di “Homemade Dynamite” (che invero talvolta fa pericolosamente pensare anche ad Halsey) e nella sontuosità di “Sober II (Melodrama)”. Gli umori hip hop sono qua meno presenti rispetto a “Pure Heroine”, ma è possibile ritrovarli di tanto in tanto (“Hard Feelings/Loveless)”, ben incastrati tra ricami post-dub, inserti rumoristici e il suo solito modo non convenzionale di adoperare i cori (“Perfect Places”). Impossibile, poi, non rimanere colpiti dalla build-up di “Sober”, capace di muoversi tanto tra i suoni dell’ottone quanto tra l’elettropop più febbricitante con la medesima sfacciataggine, e la freschezza di “The Louvre”, forse il brano più emblematico del disco.

Due le ballate: una parte “Liability”, che richiama alla mente un qualche outtake della primissima Marina And The Diamonds, dall’altra la più interessante “Writer In The Dark”, in cui Lorde dimostra appieno di aver raggiunto anche una certa maturità vocale: proprio in questo pezzo sono messi in evidenza tutti i chiaro-scuri della sua voce da contralto, talmente duttile da raggiungere risultati sublimi anche sulle note più alte, ispirandosi – con ogni probabilità – a Kate Bush. Sin da “Pure Heroine”, Lorde è sempre riuscita a realizzare affreschi generazionali originali, diversi da quelli proposti dalle teen dive americane. In “Pure Heroine” si adagiava su sonorità composite per raccontare un’adolescenza giocosa ma discreta, vissuta in cittadine periferiche, ben lontane dalle luci della fama, ma il suo debutto era anche una critica alla cultura pop contemporanea. Nel sophomore “Melodrama”, l’artista neozelandese appare più disillusa, ma anche più consapevole delle proprie capacità.

Con delicatezza, ironia e qualche rimpianto, Lorde delinea un racconto disincantato delle prime difficoltà che diventare adulti porta con sé, ma anche di una generazione che ha perso i propri eroi e punti di riferimento e che sempre più si abbandona a piccole intemperanze, a una romantica lascivia, alla speranza di trovare dei “perfect places” e all’umorismo ché, in fondo, tutta la vita è solo un “fuckin’ melodrama”.

Giulia Quaranta
Quality Time

La musica come strumento per la pace

one-love-manchesterLa musica come strumento per lanciare un messaggio di positività e amore. E’ questo l’obiettivo perseguito da Ariana Grande nell’organizzare il concerto “One Love Manchester”, a favore delle famiglie delle vittime dell’attentato del 22 maggio avvenuto proprio durante un concerto della popstar 24 enne. Il concerto è stato trasmesso in diretta da 74 Paesi in tutto il mondo, Italia compresa, e ha raccolto 10 milioni di sterline – contro un obiettivo di 2 milioni.
L’evento è stato aperto da Marcus Mumford, leader del gruppo indie folk britannico Mumford & Sons, cui seguono i Take That, memorabile boyband degli anni ’90, dimostrazione più unica che rara di come una boyband possa continuare a far musica con eleganza e talento anche dopo i 40. I Take That eseguono le hit “Shine” e “Rule The World”, cantate a gran voce insieme al pubblico, e il recente singolo “Giants”, prima di lasciare il posto al loro ex leader e cantante Robbie Williams, visibilmente commosso ed emozionato, che intona – si fa per dire – i singoli “Strong” e la splendida “Angel”.

Da qui in poi si apre la parte centrale del concerto, incentrata interamente sugli idoli degli adolescenti: da Miley Cyrus alle Little Mix fino a Niall Horan, ex One Directions. E’ poi il momento del manager di Ariana Grande, Scooter Braun, che legge le lettere dei ragazzi che hanno perso i loro amici durante l’attentato. La commozione lascia il posto alla musica, con le esibizioni della padrona di casa, che per l’occasione indossa una felpa bianca su cui campeggia la scritta “We Love Manchester”. Infine, la Grande si schiera accanto ai Black Eyed Peas per interpretare la parte femminile – che un tempo fu di Fergie – nella più celebre canzone del gruppo: “Where’s The Love”, mai come oggi così attuale. Il pezzo fu infatti composto all’indomani dell’11 settembre ed è un inno alla pace, all’umanità e al rispetto razziale, culturale, religioso.

Una presenza inaspettata perché non prevista dalla scaletta, quella della cantautrice britannica Imogean Heap che incanta con la versione piano e voce (e che voce!) di “Hide and Seek”, il suo primo singolo da solista, uscito nel 2005.

Dopo la Heap, è nuovamente Ariana Grande a scaldare i cuori dei giovani fan, per poi duettare con l’amica Miley Cyrus su “Don’t Dream It’s Over” dei Crowded House, conosciuta in Italia grazie alla versione di Antonello Venditti (“Alta marea”).

Katy Perry fa il suo ingresso con un nuovo look sancito dai corti capelli platino e si esibisce in una versione acustica di “Part Of Me”, prima di ruggire con il singolone “Roar”, che fa ballare anche le forze dell’ordine.

A tal proposito, è diventato virale un video in cui si vede un poliziotto in servizio fare un girotondo con quattro bambine, durante la successiva esibizione di Justin Bieber, immagine quantomai paradigmatica dell’evento.

Mentre la serata volge al termine, entrano in scena gli attesissimi Coldplay, che rendono omaggio a Manchester con una cover acustica di “Don’t Look Back in Anger”, degli Oasis, scatenando il fervore entusiastico del pubblico meno teen, e danno il meglio di sé con le proprie hit “Fix You” e “Viva La Vida” e la recentissima “Something Like This”. Infine, fa il suo ingresso Liam Gallagher, mancuniano doc. Anche chi fino a poco tempo fa ancora auspicava in una reunion degli Oasis, avrà ora messo la nostalgia a tacere, in quanto è evidente che Noel non ne vuole a che sapere se, persino in una cornice come questa del One Love Manchester Concert, ha scelto di rimanere a debita distanza dal fratello. Lo spettro della band è però evocato dall’esibizione di “Rock’n Roll Star” prima e di “Live Forever” dopo: quest’ultima con Chris Martin dei Coldplay ad accompagnare alla chitarra.

Il One Love Manchester Concert è stato paragonato al Live Aid del 1985, organizzato da Bob Geldof e Midge Ure al fine di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. Chiaramente la sproporzione qualitativa a livello musicale tra i due eventi c’è e si sente (qualche nome dei partecipanti al Live Aid: David Bowie, Queen, Elton John, U2, Bryan Adams, Bryan Ferry), ma essi sono uniti dai medesimi messaggi di umanità e affiatamento, di pace e resilienza. E per questo non si può non ringraziare Ariana Grande e tutti coloro che hanno lavorato affinché il concerto potesse essere organizzato in un arco di tempo così ristretto.

Giulia Quaranta

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Eurovision Song Contest: tra ‘intrusioni’ e buonismo in salsa europea

Ukrainian singer Jamala, winner of the Eurovision Contest 2016, holds a placard reading France during the semi-final allocation draw of the Eurovision Song Contest 2017 in Kiev on January 31, 2017. The ceremony of symbolic Eurovision Key handover and draw of the participants took place in Ukrainian capital of Kiev on January 31, 2017. / AFP PHOTO / Sergei SUPINSKY

 AFP PHOTO / Sergei SUPINSKY

L’intrusione politica con Jamala

L’Eurovision Song Contest ormai lo sappiamo, è una manifestazione musicale ispirata al Festival di Sanremo (ebbene sì) che si svolge in un contesto di spensieratezza, goliardia e armonia tra i vari Paesi. Nessuno si aspetta di ascoltare buona musica, basti pensare che i brani in gara non possono, per regolamento, superare i tre minuti, ma di divertirsi gustando un po’ di sano trash. Nelle ultime edizioni, però, questa visione gioiosa sembra essersi un po’ incrinata. Quindi, cos’è successo ultimamente al nostro Eurofestival? I problemi iniziano lo scorso anno con la vittoria dell’ucraina Jamala, la quale vinse con un brano, “1944”, fortemente politico, in barba alle regole della manifestazione secondo le quali non è possibile partecipare con brani di natura politica, pena la squalifica. La canzone della cantante ucraina prende spunto dalla deportazione dei Tatari di Crimea -accusati di collaborazione con i nazisti- in Uzbekistan negli anni ’40, per ordine dell’Unione Sovietica di Stalin, argomento che chiaramente si riallaccia alla scottante e attualissima crisi di Crimea. La visione politica del brano viene ulteriormente accentuata dal video che lo accompagna.

L’esclusione di Julija Samijlova
Come si sa, lo stato vincitore deve ospitare l’evento l’anno successivo. Pertanto quest’anno la manifestazione si è svolta a Kiev, ma con una grandissima assente: la Russia. L’Ucraina ha infatti deciso di vietare la partecipazione a Julija Samijlova, la cantante paraplegica che avrebbe dovuto rappresentare la Russia, rea di essersi esibita nel 2015 in Crimea senza le autorizzazioni rilasciate da Kiev, sebbene la stessa neghi di averlo fatto.
Dopo la vittoria di Jamala, il senatore russo Frants Klintsevich, aveva dichiarato: “non sono state la cantante ucraina e la sua canzone ‘1944’ a vincere. È stata la politica che ha battuto l’arte”. Parole che suonano ancora più scottanti e attuali dopo l’esclusione della Samijlova quest’anno.
Essendo stato contaminato da questioni squisitamente politiche, l’Eurofestival si è snaturato, perdendo gran parte del suo fascino pittoresco e della sua genuinità. Senza contare che lo scorso anno la grande favorita era proprio la Russia, che qui ha sempre dato spettacolo, rappresentata da Sergey Lazarev e la sua esplosiva “You’re The Only One”, poi arrivata seconda. Sarebbe stato davvero interessante agli occhi di tutto il mondo scoprire come quest’ultima avrebbe organizzato un evento così gay-friendly com’è l’Eurofestival. Ma a quanto pare non ci è dato saperlo.

Lo strano caso di Salvador Sobral
Arriviamo al 2017. Quest’anno la politica non è entrata a farne parte. Ma ad aver sorpreso gli spettatori è stata la vittoria di una canzone in totale contrapposizione ai canoni del festival, “Amar Pelos Dois” del portoghese Salvador Sobral. Un brano molto lento, intimista e demodè, che ricalca (malamente) la tradizione del fado portoghese. La canzone in sé non è certo memorabile, la scenografia nulla, l’appael mediatico dell’interprete deprimente. E la domanda che tutti, forse un po’ campanilisticamente – o forse no -, ci siamo fatti è: perché? Tutti gli stati hanno votato in massa il Portogallo, che si è dunque trovato a vincere con un distacco esagerato rispetto a tutti gli altri (ben 758 punti). C’è chi difende “Amar Pelos Dois” definendolo uno splendido brano intimista e poetico, ma nel momento in cui entra in scena la dimensione intimista di una canzone allora è necessario, per forza di cose, considerarne le parole. E il testo del brano in questione non ne esce certo vittorioso da questo punto di vista, divenendo, una volta tradotto, né più né meno che alla stregua di una canzone di Benjii e Fede, come hanno ironicamente constatato in tanti su Twitter in questi giorni.

Buonismo in salsa europea
A questo punto, due sono le motivazioni più plausibili che possono aver toccato le corde sentimentali dei votanti: la prima è che l’interprete di “Amar Pelos Dois” pare soffra di problemi di salute, forse cardiaci, a causa dei quali non avrebbe neanche partecipato alle prove, sostituito infatti dalla sorella Luisa, autrice del pezzo. La seconda è che il Portogallo non portava a casa una vittoria da ben 53 anni, record nella storia dell’Eurovision. In ogni caso, una decisione un po’ buonista e di comodo che di spontaneo sembra non aver niente.
Abbiamo accettato di buon grado la vittoria di Conchita Wurst nel 2014 perché, al di là del personaggio, la classe non è acqua, con o senza barba, e la sua esibizione di “Rise Like a Phoenix” fu strabiliante, dal punto di vista vocale e interpretativo, oltre che perfettamente in linea con la manifestazione.

L’Italia fuori dai giochi
La classifica finale di quest’anno lascia l’amaro in bocca, non tanto forse per la vittoria del Portogallo, di cui abbiamo fino a qui discettato, quanto per il fatto che l’Italia, rappresentata da Francesco Gabbani, non sia finita neanche sul podio, nonostante fosse strafavorita da tutte le agenzie di scommesse, nonostante gli incredibili 115 milioni di visualizzazioni su YouTube e il premio della stampa. “Occidentali’s Karma” è forse il brano più consono alla manifestazione che l’Italia abbia portato negli ultimi anni grazie a quel ritmo così catchy e scanzonato e la simpatica stravaganza del suo interprete ma, anche in questo caso, si è trattato di un buco nell’acqua, nonostante il successo europeo e il pur ottimo posizionamento.
Dispiace perché, in un periodo profondamente permeato da disillusione su tutti i fronti, sociale e politico soprattutto, l’Eurofestival in Italia avrebbe forse portato una ventata di ebbrezza e allegria che agli italiani manca da un po’.
Ma in fin dei conti, è solo un gioco e sarebbe potuto andar peggio. Avrebbe potuto vincere il ragazzino della Bulgaria arrivato pericolosamente secondo, per esempio…

Giulia Quaranta
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Sanremo, stessa minestra noiosa e mal riscaldata

de filippi contiSerata conclusiva del 67esimo Festival di Sanremo, durante la quale è stata proclamata la canzone vincitrice. In linea generale, la strana coppia Conti-De Filippi si rivela la peggiore di sempre: manca di alchimia, di vivacità, persino di professionalità: Conti si gela di fronte al minimo imprevisto e la De Filippi sembra ci stia facendo un piacere a sostare là, una presenza impalpabile, inespressiva e del tutto superflua. In più non si capisce perché i pezzi grossi della musica italiana, come Giorgia, Carmen Consoli, Zucchero e Tiziano Ferro, siano invitati in qualità di super ospiti invece di sporcarsi le mani partecipando, magari al posto dei vari Bernabei, Atzei, Comello, Elodie. La gara ne avrebbe guadagnato. Sono difatti piuttosto scadenti nel complesso i brani in gara quest’anno, fatte le poche dovute eccezioni – tutte al maschile -, il che contribuisce a rendere quest’edizione del Festival la più brutta e insignificante da diversi anni a questa parte.
La quarta serata sanremese scorre via senza lasciare traccia, noiosa come le tre che l’hanno preceduta. Andiamo dunque ad esaminare i brani dei big ascoltati venerdì:

RON – L’ottava meraviglia
Dispiace dirlo, ma in questo pezzo le cose che non funzionano sono diverse: anzitutto il testo, spoglio e a tratti jovanottiano: “l’ottava meraviglia del mondo siamo io e te” è la frase si cui poggia l’intero pezzo ed è a dir poco stomachevole. Anche le strofe mancano di musicalità. Meglio l’inciso, pur se nel solco della tradizione all’italiana.
VOTO: 4

CHIARA – Nessun posto è casa mia
Niente che non sia già stato detto: da quando Chiara è uscita da X-Factor non è mai riuscita a brillare. Il suo è stato un percorso scialbo, fatto di canzonette, spot pubblicitari e facili rime. Quest’anno prova a guadagnare terreno con una canzone incredibilmente ambiziosa nella sua mediocrità: troppe parole, troppa piattezza. Musicalmente tediosa, malgrado Chiara ci metta la sua impeccabile vocalità, come sempre. Molto meglio il brano con cui si presentò l’anno scorso, “Straordinario”, scritto da Ermal Meta.
VOTO: 4.5

SAMUEL – Vedrai
Una canzone che potrebbe anche essere carina se non fosse che Samuel, con o senza il suo gruppo Subsonica, è da 10 anni che ci propina sempre la stessa minestra riscaldata. Sarebbe interessante se anche gli artisti italiani più blasonati iniziassero a sperimentare un minimo anziché adagiarsi perennemente nella loro comfort zone.
VOTO: 5

AL BANO – Di rose e di spine
Mette un po’ tristezza sentire Al Bano in difficoltà e con la voce castrata, anche perché “Di rose e di spine” è una canzone parecchio datata che avrebbe richiesto un’interpretazione possente. Forse sarebbe stato meglio concedersi un periodo di pausa dopo il doppio infarto che lo ha colpito a dicembre…
VOTO: 4

ERMAL META – Vietato morire
Dopo tanti anni di gavetta durante i quali l’artista di origini albanese ha scritto per una pletora di artisti pop italiani (Annalisa, Sergio Sylvestre, Francesco Renga) pare proprio che il 2017 sia il suo anno. L’incredibile interpretazione fatta di “Amara Terra Mia” vince, a ragione, la serata delle cover. Ma il pezzo con cui si presenta in gara, “Vietato morire”, è una scelta di comodo, con quel ritornello urlato e monocorde e la tematica, delicata e attuale ma anche un po’ ruffiana, della violenza domestica. Può e dovrebbe fare molto meglio di così.
VOTO: 5.5

MICHELE BRAVI – Il diario degli errori
Il giovane e controverso vincitore di X-Factor nel 2013 ritorna su un palco importante, dopo molti anni di consapevole assenza dal mondo televisivo. A dargli manforte tre degli autori più quotati di questi anni: Cheope (pseudonimo di Alfredo Repetti, figlio di Mogol), Federica Abbate e Giuseppe Anastasi. L’emozione è tangibile ma la canzone c’è. Anche la voce, per quanto gentile e discreta, la veste molto bene.
VOTO: 6

FIORELLA MANNOIA – Che sia benedetta
Una canzone di una banalità sconcertante, scritta non a caso per lei da Amara, che avevamo avuto modo di conoscere prima ad Amici di Maria De Filippi, poi come autrice ancora nel grembo di Amici (Loredana Errore, Emma Marrone) e poi proprio a Sanremo, nella categoria “Nuove Proposte” con un brano che potrebbe essere il fratello gemello di quello cantato dalla Mannoia. L’interpretazione potente ed elegante della cantante romana non basta ad elevare una canzone brutta e paracula. Ma proprio per questo rischia di vincere, come fece Vecchioni con l’orribile “Chiamami ancora amore” nel 2011.
VOTO: 4

CLEMENTINO – Ragazzi fuori
Nell’inciso fatica molto a starci con il fiato. Il resto non è male, ma parecchio al di sotto rispetto a quanto fatto in passato.
VOTO: 4

LODOVICA COMELLO – Il cielo non mi basta
Non si sa come sia finita nella sezione “big” del festival, ma più che altro non si capisce come questa canzone abbia potuto ricevere l’ok da parte del direttore artistico. Carlo Conti, potresti illuminarci? In tutta onestà, si fa fatica a credere che non ci fossero pezzi e interpreti migliori. Dal canto suo, la giovane attrice ce la mette tutta per quanto nelle sue possibilità, ma non basta.
VOTO: 3

GIGI D’ALESSIO – La prima stella
Patetica, ridondante, banale (“Ed ho sperato/ mentre guardavo con gli occhi in su/ che la prima stella accesa/ quella fossi tu”). Non basta? Perfetto, allora aggiungiamoci anche che D’Alessio ha spudoratamente stonato sulle note alte.
VOTO: 2

PAOLA TURCI – Fatti bella per te
Poteva mai mancare un po’ di femminismo di bassa lega anche a Sanremo, che notoriamente è lo specchio della tangibile mediocrità italiana? Una Turci irriconoscibile, presenta una canzone facilotta, finto rock, tutta in salita (o meglio, urlata) e infarcita di frasi a là facebook (“non ti trucchi e sei più bella”, “sei più bella sovrappensiero”). Come sempre, incomprensibile l’entusiasmo di tanti “critici” e giornalisti di fronte ad una canzone semplicemente inconsistente.
VOTO: 3

MARCO MASINI – Spostato di un secondo
Bisogna aspettare un bel po’ prima di poter ascoltare un accenno di pianoforte e di violini da parte della povera orchestra. E anche un briciolo di sana malinconia e carica drammatica, dopo il rivoltante buonismo sbraitato da quasi tutti in questo festival. Un artista che ha di volta in volta il coraggio di cambiare e uno dei pochi in grado di affrontare il palco dell’Ariston con un brano che conferisca un minimo di dignità alla lingua italiana grazie a rime leggere ma non banali (“Io che con la nicotina non ho fatto pace/ vorrei tornare lì per non provare nemmeno/ Vedere da grande come diventa una voce/ se non la vizi con trent’anni di veleno”).
L’intensità del pezzo viene rinvigorita, oltre che dal peculiare timbro del cantante, anche dall’intreccio vocale sul finale.
VOTO: 7.5

FRANCESCO GABBANI – Occidentali’s karma
E bisogna aspettare ancora un po’ per ascoltare una canzone che non parli d’amore e che si fregi di un ritmo scanzonato. Gabbani, vincitore nella sezione “Nuove Proposte” lo scorso anno, si conferma con un altro tormentone, in cui fa il verso all’intellettualismo saccente da social network (“intellettuali nei caffè/internettologi/ soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi/ L’intelligenza è démodé/ risposte facili/ dilemmi inutili”). Il titolo rappresenta una provocazione al modo di vivere di noi occidentali, sempre presi da piccole e insensate vanità e da un progresso sterile e solipsistico (“Piovono gocce di Chanel/ su corpi asettici/ mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili” e ancora “La folla grida un mantra/ l’evoluzione inciampa/ la scimmia nuda balla”). Il balletto con la scimmia richiama Battiato, che sembrerebbe proprio essere tra le preferenze artistiche del cantautore toscano.
Voce non indimenticabile ma finalmente si balla e si riflette persino a Sanremo, quindi va bene così.
VOTO: 6.5

MICHELE ZARRILLO – Mani nelle mani
Zarrillo ritorna al Festival dopo anni con un brano costruito male, oltre che stucchevole: è infatti evidente la flagrante sproposizione tra l’esiguità della trama musicale e la sovrabbondanza verbale nelle strofe.
VOTO: 4

BIANCA ATZEI – Ora esisti solo tu
Bianca Atzei non la si vede né sente mai durante l’anno, se non su RTL 102.5, che prova a pomparla inutilmente da anni. Compare solo a Sanremo, con l’immancabile brano scritto da quell’abile paroliere che risponde al nome di Kekkodeimodà.
Sentendo odore di eliminazione, ieri sera la Atzei ci prova anche con la pantomima della commozione. Ma non funziona: che “Ora esisti solo tu” sia una canzone di rara bruttezza e che lei sia un’interprete priva di personalità e consistenza artistica è ormai un dato di fatto.
VOTO: 2

SERGIO SYLVESTRE – Con te
Big Boy incanta con la sua voce soul, ma la canzone è debole e sa di già sentito, nonostante lo zampino di Giorgia.
VOTO: 5

ELODIE – “Tutta colpa mia”
La delfina di Emma Marrone si presenta con un pezzo scritto da Emma Marrone, cantato come Emma Marrone. Insomma, uno strazio annunciato.
VOTO: 3

FABRIZIO MORO – “Portami via”
Un brano che probabilmente si posizionerà in alto, più come riconoscimento alla carriera del suo autore, che ha saputo conquistarsi una certa credibilità come paroliere per altri artisti (Noemi, Fiorella Mannoia, Stadio, Emma Marrone), che per il brano in sé. “Portami via” è infatti una power ballad alla Vasco Rossi, in grado di arrivare dritto al cuore del pubblico sanremese ma che di fatto si poggia su fondamenta barcollanti.
L’esibizione vocale, troppo imprecisa, non ha certo aiutato.
VOTO: 5.5

GIUSY FERRERI – “Fa talmente male”
La canzone che sicuramente sentiremo di più nelle radio, nonostante l’eliminazione. Martellante ed efficace, anche se Giusy Ferreri non azzecca una nota neanche per sbaglio.
VOTO: 4.5

ALESSIO BERNABEI – “Nel mezzo di un applauso”
L’ennesimo pezzo scritto da Dario Faini e Roberto Casalino. Non sarà che c’è un’evidente penuria di buoni autori nel mondo mainstream italiano? Questo è evidentemente un brano inutile e butto, cantato da un ragazzo che sicuramente potrebbe impiegare le sue energie in qualcos’altro.
VOTO: 1

Giulia Quaranta
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Lazarillo, antieroe moderno e attuale

bambinoAntieroe castigliano

Il periodo è quello in cui protagonisti dei romanzi erano per lo più i cavalieri della tradizione cavalleresca. Lazarillo è invece un ragazzino, orfano e solo, in perenne ricerca del suo posto nel mondo. Non ha la spada, non è virtuoso, a muoverlo non è l’amore verso una dama né l’onore o il senso patriottico, bensì la fame. Al contempo non è neanche una vittima, non cerca mai di muovere a compassione.
È un fanciullo senza valore e senza valori, che nel romanzo ci fa addentrare nel viaggio febbrile, a tratti compulsivo, che è la sua esistenza.

Satira sulle ipocrisie di un’epoca

Il linguaggio comico dell’anonimo autore che scrisse il romanzo nel 1554, mitiga e distende l’atmosfera, rendendo quasi ovattata l’inquietudine che si cela dietro le peripezie di Lazaro.lazarillo
Il protagonista cerca di rimanere a galla in una società che sembrerebbe invece mandarlo perennemente a fondo, e non è un caso che l’unico tratto distintivo del suo carattere ad emergere chiaramente è la determinazione. È grazie alla determinazione, infatti, se riesce a superare i soprusi dei suoi padroni, la fame e la stanchezza. Ed è grazie ad essa che riesce sempre a trovare il modo di trarre vantaggio dalle situazioni. Cosa non facile, in quella Spagna di Carlo V che già mostrava evidenti segni di deterioramento morale e politico. Una società viziata da miseria umana e ipocrisie compiacenti, così ben rappresentate dalla figura dello scudiero caduto in rovina che viveva, poverissimo, in una stanza buia, senza mai mangiare né dormire dignitosamente, ma che pure andava a passeggiare vestito di tutto punto, con aria fiera e altezzosa, antesignano del compatriota Don Chisciotte.
Era infatti Lazaro, nel periodo in cui gli fu servo, a sfamare il padrone-scudiero, anziché il contrario, in un rovesciamento comico che oppone la morale pratica e disincantata di un picaro a quella aristocratica e putrescente di un hidalgo.
Un interessante abbozzo di satira.

Romanzo moderno e realismo

È indiscutibile che Lazarillo faccia simpatia. Perché appare al lettore tremendamente vero nel suo oscillamento morale e umano, nel suo non avere un baricentro sociale, nel suo essere inclassificabile secondo un prototipo. Lo si sente vicino per via della sua imprescindibile modernità: pur essendo per noi impossibile impersonarci nelle sue disavventure ambientate tra Tejares, borgo natio, e Toledo, la capitale, il suo modo di agire e soprattutto di parlare, così agile, colloquiale ma sempre acuto, ci risulta straordinariamente espressivo.
Lazarillo de Tormes aprirà le danze al genere picaresco in letteratura, dove l’idealismo lascia il posto al materialismo della propria abiezione: “nel dubbio che si tratti di una storia vera e autentica o di letteratura d’immaginazione, […] è l’atto di nascita del romanzo realista?”. (1)

Romanzo di formazione al contrario

Molte cose, come si è visto, appaiono, nel Lazarillo de Tormes, rovesciate rispetto alla consuetudine. Salta subito all’occhio che la storia, suddivisa in sette parti (quanti i padroni avuti da Lazaro), si configura come un bildungsroman – ossia un romanzo di formazione – ma al contrario. Lazarillo è costretto a lasciare presto la famiglia e ad avventurarsi entro un’infanzia girovaga, ma durante le sue peripezie non apprenderà virtù e valori né andrà alla scoperta di se stesso. Lo scarto con i più tardi e ben inquadrati romanzi di formazione come “Le avventure di Oliver Twist” di Dickens e “Il giovane Holden” di Salinger, è evidente.
Come Lazaro stesso racconta, passerà presto da uno stato di “puerile ingenuità in cui mi ero addormentato” a una scaltra malizia. Il primo passo avviene con il suo primo padrone, il cieco avaro e furbo: da lui impara a tenere gli occhi sempre aperti e a destreggiarsi con furbizia contro le avversità del fato. “Costui mi diede la vita dopo dio è m’addestrò alla carriera del vivere” – racconta ancora Lazaro. La cecità diviene dunque metafora di un apprendimento basato su una morale deteriorata. Lazaro riesce, sopruso dopo sopruso o, meglio, insegnamento dopo insegnamento, a superare il maestro fino a tendergli un ultimo scherzo meschino: lo manderà a sbattere contro un palo e lo abbandonerà lì.
Come ogni romanzo di formazione che si rispetti, anche in questo caso il protagonista, alla fine, riesce a trovare un nuovo equilibrio: Lazaro, divenuto ormai adulto, sposa la domestica del suo ultimo padrone, un arciprete; compromesso, questo, che gli permetterà di vivere senza doversi più preoccupare di fame e indigenza. Ma rappresenta anche il suo fallimento umano e morale, apogeo della sua politica della convenienza e della ricerca di una prosperità tutta materiale. Il suo essere, per l’appunto, un antieroe moderno a tutti gli effetti.

Giulia Quaranta
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(1) Francisco Rico, “Il romanzo picaresco e il punto di vista”, 2001

L’anno dei lutti delle star, conforto della società

Annus Horribilis

michealPerché quando muore un artista ci sentiamo così profondamente spaesati e gonfi di cordoglio? Pensieri che risuonano nella mente dopo il decesso di George Michael, avvenuto la notte di natale di questo 2016 straziante e tragico, non iniziato sotto i migliori auspici sotto alcun punto di vista.

I lutti musicali di questo 2016

Se l’attualità ci si è schiantata addosso con immagini di stragi e attentati, non ci è stato possibile trovare conforto neanche nella musica, oppressa dalla scomparsa di grandissimi artisti: da Natalia Cole, sofisticata cantante jazz figlia dell’indimenticato Nat King Cole, a David Bowie, che ci ha lasciato come epitaffio la sua “Lazarus” e l’album “Blackstar”, a Greg Lake, cofondatore dei King Crimson e degli Emerson, Lake & Palmer, due gruppi cardine del progressive anni ’70. E ancora, Prince, uno degli artisti pop più ingegnosi e prolifici di sempre, lo stravagante Pete Burns, noto soprattutto per la hit anni ’80 “You Spin Me Round”, cantata quando faceva parte della band Dead or Alive, e per la sua attitudine esuberante e fuori dagli schemi, passando per il poeta cantautore Leonard Cohen, la cui sensibilità dimessa e complessa ha costituito l’humus per qualsiasi songwriter, compresi quelli del Bel Paese, De Andrè e De Gregori in primis. La carrellata si conclude con il già citato George Michael, autore di famosissimi pezzi da classifica, come la sorniona “Wake Me Up Before You Go-Go”, “Last Christmas” e “Club Tropicana” quando faceva parte degli Wham!, così come di raffinate composizioni durante la carriera solista, come “Jesus To a Child”, struggente tributo al suo ex compagno Anselmo Feleppa, morto nel 1994.

L’artista come canovaccio

Ciò che ci lega ad un artista è dunque il suo essere canovaccio da iniettare di ricordi e sensazioni, in qualche modo saturazione espressiva delle nostre ondivaghe esistenze. E’ per questo che ci sarà chi, ad esempio, ricorderà con maggiore affetto il David Bowie elettronico ed elegante della trilogia berlinese e chi quello tutto lustrini, rossetto e rock’n roll marziano di Ziggy Stardust, a seconda di dove siano in maggiore misura collocati i propri piacevoli pensieri a lui associati. O chi, ancora, per lo stesso motivo, lo ricorderà per sempre come Jareth il re dei Goblin nel fim fantastico “Labyrinth”, chi avrà nel cuore il suo omaggio ai Queen con la storica esibizione di “Under Pressure”, in cui era accompagnato da Annie Lennox, chi lo ha amato come mentore e sostenitore di altri artisti (ne sanno qualcosa Lou Reed e Placebo) e chi penserà sempre a lui come quel Major Tom disperso tra le stelle.

Alchimia collettiva

E’ evidente che ogni artista, con la sua storia e le sue creazioni, costituisce un pastiche che non può fermarsi entro i confini di sé, ma diviene dunque alchimia collettiva. Ed è proprio quel pastiche ad essere smembrato e riassemblato dai tumulti onirici e dalle reminescenze di ciascuno di noi: un’infiorescenza personale e collettiva che ci fa sussultare, ricordare e commuovere.

Giulia Quaranta

X Factor. Agnelli sacrificali e altari da Sanremo

x-factor_groupLo scorso anno si era respirato, sul palco di X-Factor, un clima sereno e rilassato. Quest’anno le cose sono andate diversamente, quantomeno sul banco dei giudici: via Elio, Mika e Skin, dentro Manuel Agnelli, front-man della storica indie rock band italiana degli Afterhours, Alvaro Soler, stella nascente del pop spagnolo a livello internazionale, e Arisa, cantante nostrana di stampo sanremese.
Andiamo ora a riflettere sul percorso non solo dei giudici, ma in special modo di tutti i cantanti in gara (in ordine di classificazione finale!) che quest’anno hanno dato origine ad un crogiuolo largamente eterogeneo.

SOUL SYSTEM – 6.5
I Soul System sono un gruppo di ragazzi di origini ghanesi (eccetto Alberto, unico “white nigga” della band) tutti nati e cresciuti tra Verona e Brescia. Sul palco (e fuori) sprigionano simpatia, entusiasmo e coesione. Il loro stile è un mix tra il rap di Leslie e il soul di Ziggy, con una spruzzata di funk e r&b. Finalmente un vincitore di X-Factor Italia in grado di esportare la propria musica anche all’estero.

GAIA – 7
La diciannovenne italo-brasiliana ha dimostrato di avere carisma, attitudine e buon gusto musicale. Nonostante la sua voce grossa e rock sappia di già sentito, c’è da dire che da tempo che tra le “Under Donna” di X-Factor non risplendeva un tale potenziale. Speriamo che adesso, nell’ingenuità della sua giovane età, non si lasci trasportare nel baratro imprenditoriale di Fedez.

EVA – 7.5
Vocalità lieve, grande sensibilità e personaggio interessante. Peccato per l’inedito, scritto per lei da Giuliano Sangiorgi. Bello sì, ma troppo tradizionale e datato. Sarebbe stato certamente più interessante ascoltare il brano scritto da lei riarrangiato con l’aiuto del suo giudice, Manuel Agnelli, con cui stregò pubblico e giuria alle audizioni. Splendido, invece, il duetto con Carmen Consoli l’ultima sera. Quel che è certo è che di Eva si sentirà parlare nel mondo della discografia italiana.eva-x-factor_980x571

ROSHELLE – 3
Sappiamo che Fedez è furbo e sa vendere molto bene i propri concorrenti, infatti ha accuratamente evitato di assegnare a Roshelle brani in italiano (così come l’anno scorso evitò di assegnare brani conosciuti ai Moseek), che l’avrebbero messa in pessima luce. Ha cercato di farci credere che Roshelle sia un’artista pronta per il mercato internazionale, pur sapendo perfettamente, dentro di sé, che ciò non implichi scimmiottare le cantanti americane più trash come Nicki Minaj, cosa che Roshelle ha fatto durante tutte le puntate. Perennemente supportata da cori e basi, anche così è riuscita a stonare e ad essere sempre calante. Timbro monocorde e sgradevole, sfumature espressive pari a zero.

ANDREA BIAGIONI – 7.5
Passando dai Radiohead a Ivan Graziani, Andrea ha dimostrato di sapersi destreggiare bene tra i generi più vari, non perdendo mai di vista la propria identità. Preciso, intonatissimo e un musicista di quelli che se ne vedono di rado in un talent show. Il ventottenne insegnante di chitarra è arrivato fino alla settima puntata, durante la quale è stato eliminato per lasciare il posto a Roshelle, una delle concorrenti meno meritevoli di quest’anno. Si tratta pur sempre di un programma televisivo, no?

LOOMY – 3
Un altro agnello sacrificale sull’altare di Arisa. L’abbiamo detestato e insultato, per poi scoprire che si tratta di un ragazzo buono e volenteroso, amatissimo – non a caso – dai suoi compagni di avventura. La colpa dell’accanimento è da imputare, ancora una volta, al suo giudice: Arisa. È lei, infatti, che sin dalle audizioni ha insistito per portarlo ai live, nonostante sia gli altri giudici sia il pubblico fossero – giustamente – contrari a tale scelta. Arisa ha puntato tutto su di lui, solo per il proprio orgoglio personale, per non dover ammettere di aver sbagliato. E a farne le spese è stato solo il giovane rapper, costretto a sopportare, di settimana in settimana, un carico di stress insostenibile.

CATERINA – 5
Dal temperamento dolce e ingenuo, Caterina ha dalla sua due ottime esibizioni: quella di “Summertime Sadness” di Lana Del Rey, suo cavallo di battaglia, e “La Canzone di Marinella” di De Andrè. Le altre sono state per lo più sciatte e forzate. X-Factor non sembrava essere il luogo giusto per la giovane trentina.

FEM – 6
Come è possibile che uno dei concorrenti più validi si sia tramutato, nel corso dei live, nella Conchita Wurst dei poveri? La risposta è semplice: Arisa. Se non fosse stato per l’inettitudine del suo giudice, Marco Ferreri, in arte Fem, avrebbe potuto puntare molto in alto. La sua splendida esibizione di “Writing’s On The Wall” di Sam Smith – un brano tutt’altro che facile – parla da sé.

DAIANA LOU – NC
Puntualmente, ogni anno alle audizioni, spunta qualcuno che canta malissimo ma strappa applausi e consenso sia da parte del pubblico che della giuria. Non si capisce il perché. Quest’anno è toccato al duo dei Daiana Lou, composto da una giovane coppia. Si sono presentati con una versione di “Chandelier” di Sia, distruggendola, stropicciandola, urlandola, deformandola, destrutturandola. La voce della ragazza è forzata, con un vibrato eccessivo e scomposto. Non è un caso che la loro unica esibizione accettabile sia stata quella di “Running With The Wolf”, in cui, per una volta, sono state accantonate le giravolte vocali.
C’è inoltre da dire che, durante le audizioni, i Daiana Lou hanno anche messo platealmente in piazza i loro problemi personali senza che qualcuno gliel’avesse chiesto, per poi scegliere, alla quarta puntata dei live e al primo ballottaggio – dopo settimane di elogi immeritati – di auto eliminarsi dal programma perché non si ritrovavano in quel mondo, in cui pure avevano sguazzato fino a quel momento. Una mossa pubblicitaria di pessimo gusto.

SILVA FORTES – 7
Un altro percorso bizzarro, che porta alla luce il problema più grave di X-Factor e in generale di tutti i talent show: la troppa importanza data al ruolo dei giudici. Silva Fortes è stata infatti eliminata durante una puntata in cui il suo giudice, Manuel Agnelli, sembrava aver perso la rotta, troppo preso da personalismi onastici e arroganti. Inoltre, le assegnazioni non hanno messo in luce il grande talento della ragazza di origini capoverdiane: il delicatissimo brano di Damien Rice, è stato un azzardo per la voce grave di Silva Fortes, per non parlare di “Life On mars” di Bowie cantata in portoghese. Ciò non toglie nulla alla bravura nitida della ragazza, probabilmente la voce più bella in gara.

LES ENFANTES – 6
Sembrerebbe proprio che X-Factor non sia il luogo adatto ai gruppi che si rifanno a sonorità dreamy, come l’esperienza dei Landlord dell’anno scorso insegna. Sound ottantino, voce possente, i Les Enfantes sono stati tra le band più interessanti ascoltate durante le audizioni, ma nei due live non sembravano trovarsi particolarmente a loro agio. Per il gruppo milanese si sarebbe auspicato un percorso ben diverso, ricco di interessanti sperimentazioni.xfactor_manuelagnelli_2016_thumb400x275

DIEGO – ?
Impossibile fornire una valutazione per Diego, eliminato durante la prima puntata, per scarsità di materiale. Di sicuro aver fatto parte della squadra di Arisa non lo ha aiutato, così come l’essere stato scelto per i live al posto di un altro ragazzo molto amato dal pubblico, Pink Gijibae.

MANUEL AGNELLI (Giudice Over) – 6.5
Nonostante abbia commesso diversi errori non da poco nel corso di questa sua prima esperienza come giudice di X-Factor, non si può non apprezzare il rocker italiano per l’autentica devozione e umanità con cui ha seguito i ragazzi della sua squadra e per l’autorevolezza dei suoi interventi. Agnelli ha inoltre dimostrato di avere un ottimo orecchio, in quanto i tre ragazzi della sua squadra erano senza dubbio i più forti, e con i tre che dovette abbandonare ai bootcamp avrebbe potuto formare una squadra altrettanto interessante.

FEDEZ (Under Donne) – 5
Fedez si conferma il solito stratega, in grado di individuare in men che non si dica le tendenze e direzionare il voto, a scapito della qualità (come nel caso di Roshelle). Quest’anno appare però più simpatico e meno volgare rispetto allo scorso anno. Come al solito, interessanti alcuni assegnazioni fatte.

ALVARO SOLER (Gruppi) – 5.5
Lo si è criticato tanto, eppure non si può negare che sia stato un giudice posato e razionale, nonostante la difficoltà nell’esprimersi correttamente in italiano. E per tutti coloro che affermano che Soler abbia inizialmente scartato i Soul System, vincitori di questa edizione, si sbagliano, dal momento che li ha portati avanti fino all’ultimo step prima dei live, preferendogli poi un’altra band (mediocre, bisogna dirlo), i The Jarvis. Nel momento in cui i Jarvis hanno scelto di auto escludersi dal programma, attuando una triviale una mossa pubblicitaria (che ha poi fatto tendenza, leggasi alla voce “Daiana Lou”), Soler ha scelto di ripescare i Soul System senza un briciolo di dubbio.
Peccato, piuttosto, per lo scialbo percorso fatto con i Les Enfants.

ARISA (Under Uomini) – NC
Quando con Dolcenera a The Voice credevamo di aver raggiunto il livello più basso mai toccato da una donna come giudice in un talent show, arriva lei, Arisa: si presenta ubriaca durante il primo live, lancia hashtag volgari, dà del misogino al povero Manuel per compensare la propria frustrazione, non conosce le canzoni proposte, fa assegnazioni banali e grossolane, abusa della lingua italiana, non riesce ad esprimersi e a formulare pareri che vadano oltre il “carino” e “bravo”. Durante la serata finale viene fischiata di continuo, anche quando non dice nulla di sciocco, segno dell’insostenibilità di questa figura dinnanzi agli occhi del pubblico. È il caso che i vertici di X-Factor decidano di accantonare Rosalba Pippa una volta per tutte e puntino su donne più preparate e brillanti, come Giorgia o Carmen Consoli, entrambe amabili ospiti durante i duetti della puntata finale, o Malika Ayane.

Giulia Quaranta

Grande Fratello Vip: la disumanizzazione culturale

ilary-blasi-gfStiamo diventando meno umani? Analisi culturale e linguistica del fenomeno Grande Fratello Vip
Il Grande Fratello VIP è indubbiamente uno dei programmi più guardati in televisione nelle ultime settimane. Ciò che mi ha dato maggiormente da pensare è il linguaggio mozzo e degradato con cui tali soggetti si esprimono. Cinema e TV hanno sdoganato un modo di parlare che un tempo era relegato solo a determinati luoghi. Ora, invece, l’influsso esercitato dai mass media è talmente intrinseco che esprimersi in modo triviale pare anzi la normalità.

Incapacità di tradurre emozioni in parole

Osservando i personaggi all’interno della “casa”, appare evidente che vorrebbero riuscire ad esprimersi, vorrebbero poter concretizzare quel pensiero che sta invadendo la loro mente, ma il tutto si traduce in qualche frase disarticolata e spesso incomprensibile. È il caso degli svariati sfoghi di Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex marito di Simona Ventura; dopo una brutta situazione che lo ha visto protagonista e di cui parleremo a breve, appare infatti pentito, amareggiato e preoccupato, soprattutto per ciò che riguarda il suo rapporto con i figli. Ciò che invece giunge al pubblico sono solo gli echi dei suoi pensieri, in un delirio di alexitimia: parole mozzate, proposizioni senza verbi e senza soggetti.

Le parole sono importanti: il caso Clemente Russo

Anche il linguaggio adoperato da Clemente Russo e dalla moglie aderisce a questo degrado. Il primo, durante un discorso con l’amico Bettarini, si lascia scappare una frase di dubbia moralità, in un imbarbarimento non solo lessicale ma soprattutto umano: “dovevi lasciarla morta nel letto” – riferendosi alla Ventura. Frase che ha scatenato una decisa reazione dell’opinione pubblica, portando all’espulsione del concorrente dal programma. Intanto, dallo studio, la moglie si lancia in un’arringa in sua difesa. Al di là della penuria concettuale espressa dalla stessa, si osservi che, per ben due volte, afferma: “sono l’emPlema”.

L’errore non è dunque imputabile a una svista transitoria, bensì alla convinzione che la parola corretta sia “emplema”. Questo fatto potrebbe sembrare una leggerezza ma non lo è: non conoscere una parola molto utilizzata nella nostra lingua come “emblema” è, certamente, sinonimo di ignoranza e retaggio di un modo di parlare strettamente vernacolare.

Le parole amebe

Tutti i concorrenti del Grande Fratello Vip si esprimono in modo semplice ed elementare, coniugando quasi sempre il verbo al presente indicativo. Molte le frasi fatte (“è un’emozione forte”) e gli intercalari usati malamente (“comunque sia”). Potrebbero trattarsi, in un certo senso, di “parole di plastica” o “parole-amebe”[1], ossia parole estremamente generiche che, proprio in virtù della loro vacuità, sembrano adattarsi a qualsiasi situazione.

Calvino: l’antilingua come paura dei significati

Un pensiero simile a quello delle “parole amebe” potrebbe essere “l’antilingua” di Italo Calvino, il cui valore basilare “è il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]”[2].

“La distuzione del linguaggio è premessa di futura distruzione”

Per comprendere al meglio questi concetti, dobbiamo pensare alla lingua come espressione dell’io e dell’umanità: il linguaggio nasce per esprimere e condividere sentimenti e dolore. Esso è quanto di più umano esista.

Alla luce di quanto detto, una cosa è certa: la disumanizzazione ha sempre inizio da un degrado del linguaggio (basti pensare all’affermazione dei totalitarismi), che rende l’uomo incapace di farsi domande e ne inibisce la capacità di formulare pensieri critici.

Un treno in corsa

Appare ora evidente quale sia la mia preoccupazione circa il Grande Fratello Vip, ossia che la visione civile, sociale e culturale espressa da quelle persone -trasformate dal piccolo schermo in personaggi-, non sia altro che la rappresentazione di una fase piuttosto avanzata della nostra disumanizzazione-meccanicizzazione, un treno in corsa che probabilmente è ormai impossibile fermare.

Giulia Quaranta

[1] Polsken, Uwe “Parole di plastica. La neolingua di una dittatura internazionale”, 2011

[2] Calvino, Italo, “L’antilingua”, 1965