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Giulia Quaranta

Lorde, la ‘Pure Heroine’ e il suo nuovo album Melodrama tra Indie e Pop

Quando si parla di Lorde non si può non pensare all’influenza che questa giovanissima artista ha avuto sul pop contemporaneo. Il suo album di debutto, “Pure Heroine”, uscito a settembre 2013, quando aveva solo 16 anni, continua a suonare con la stessa freschezza del primo giorno e a macinare consensi importanti.
Qualche esempio: Bruce Springsteen suonò a sorpresa una cover di “Royals” durante il suo High Hopes Tour, Dave Grohl si congratulò con lei, David Bowie disse che nelle sue canzoni sentiva “il futuro della musica” (e il Duca Bianco aveva l’occhio lungo per i talenti emergenti, vedi Placebo e Arcade Fire), Katy Perry le offrì di aprire il suo “Prismatic World Tour”, ricevendo però un netto rifiuto dalla stessa!

lordeC’è poco da aggiungere a tutto questo. Lorde è semplicemente la cifra stilistica esatta del pop dei nostri tempi. Apprende e fa propria la lezione di Lana del Rey, seppur con qualche semplificazione di troppo, guarda timidamente all’elettronica glitchosa di Grimes e a quella degli anni 80 ma senza sbilanciarsi, e racconta una gioventù più pura e meno modaiola di quella di Charli XCX.

La peculiarità più evidente di Lorde è il suo riuscire a camminare sempre sulla sottile linea che separa il pop dall’indie. Anche il suo ultimo lavoro, “Melodrama”, segue questa stessa scia, ma ha un piglio più vario e deciso rispetto al suo primo album che, per quanto seminale, rimaneva comunque un po’ monotono nelle sonorità. In “Melodrama” ogni brano è riconoscibile sin dalle prime note, risultando quindi indispensabile nell’architettura del disco; i suoni si sono fatti meno essenziali, più pieni e umidi, merito certamente anche dei produttori che hanno affiancato la giovane neozelandese: Jack Antonoff in primo luogo, membro dei Fun e vicino ad altri artisti pop come Taylor Swift, Jean-Benoît Dunckel, noto per essere uno dei membri del duo francese AIR, Frank Dudes, già al lavoro con The Weeknd e Rihanna, e altri ancora.

In compenso, le canzoni sono tutte scritte da Lorde che dimostra ancora una volta un afflato compositivo fresco e giovanile, ma non banale. Sorprende il singolo apripista, “Green Light” che, se da una parte richiama la Lorde che fu partendo in sordina con l’accompagnamento minimalista di un pianoforte, dall’altra confonde le acque esplodendo in un ritornello dancereccio e mettendo immediatamente a nudo il bipolarismo del disco. Qua e là gli echi di Lana del Rey, soprattutto nella civetteria di “Homemade Dynamite” (che invero talvolta fa pericolosamente pensare anche ad Halsey) e nella sontuosità di “Sober II (Melodrama)”. Gli umori hip hop sono qua meno presenti rispetto a “Pure Heroine”, ma è possibile ritrovarli di tanto in tanto (“Hard Feelings/Loveless)”, ben incastrati tra ricami post-dub, inserti rumoristici e il suo solito modo non convenzionale di adoperare i cori (“Perfect Places”). Impossibile, poi, non rimanere colpiti dalla build-up di “Sober”, capace di muoversi tanto tra i suoni dell’ottone quanto tra l’elettropop più febbricitante con la medesima sfacciataggine, e la freschezza di “The Louvre”, forse il brano più emblematico del disco.

Due le ballate: una parte “Liability”, che richiama alla mente un qualche outtake della primissima Marina And The Diamonds, dall’altra la più interessante “Writer In The Dark”, in cui Lorde dimostra appieno di aver raggiunto anche una certa maturità vocale: proprio in questo pezzo sono messi in evidenza tutti i chiaro-scuri della sua voce da contralto, talmente duttile da raggiungere risultati sublimi anche sulle note più alte, ispirandosi – con ogni probabilità – a Kate Bush. Sin da “Pure Heroine”, Lorde è sempre riuscita a realizzare affreschi generazionali originali, diversi da quelli proposti dalle teen dive americane. In “Pure Heroine” si adagiava su sonorità composite per raccontare un’adolescenza giocosa ma discreta, vissuta in cittadine periferiche, ben lontane dalle luci della fama, ma il suo debutto era anche una critica alla cultura pop contemporanea. Nel sophomore “Melodrama”, l’artista neozelandese appare più disillusa, ma anche più consapevole delle proprie capacità.

Con delicatezza, ironia e qualche rimpianto, Lorde delinea un racconto disincantato delle prime difficoltà che diventare adulti porta con sé, ma anche di una generazione che ha perso i propri eroi e punti di riferimento e che sempre più si abbandona a piccole intemperanze, a una romantica lascivia, alla speranza di trovare dei “perfect places” e all’umorismo ché, in fondo, tutta la vita è solo un “fuckin’ melodrama”.

Giulia Quaranta
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La musica come strumento per la pace

one-love-manchesterLa musica come strumento per lanciare un messaggio di positività e amore. E’ questo l’obiettivo perseguito da Ariana Grande nell’organizzare il concerto “One Love Manchester”, a favore delle famiglie delle vittime dell’attentato del 22 maggio avvenuto proprio durante un concerto della popstar 24 enne. Il concerto è stato trasmesso in diretta da 74 Paesi in tutto il mondo, Italia compresa, e ha raccolto 10 milioni di sterline – contro un obiettivo di 2 milioni.
L’evento è stato aperto da Marcus Mumford, leader del gruppo indie folk britannico Mumford & Sons, cui seguono i Take That, memorabile boyband degli anni ’90, dimostrazione più unica che rara di come una boyband possa continuare a far musica con eleganza e talento anche dopo i 40. I Take That eseguono le hit “Shine” e “Rule The World”, cantate a gran voce insieme al pubblico, e il recente singolo “Giants”, prima di lasciare il posto al loro ex leader e cantante Robbie Williams, visibilmente commosso ed emozionato, che intona – si fa per dire – i singoli “Strong” e la splendida “Angel”.

Da qui in poi si apre la parte centrale del concerto, incentrata interamente sugli idoli degli adolescenti: da Miley Cyrus alle Little Mix fino a Niall Horan, ex One Directions. E’ poi il momento del manager di Ariana Grande, Scooter Braun, che legge le lettere dei ragazzi che hanno perso i loro amici durante l’attentato. La commozione lascia il posto alla musica, con le esibizioni della padrona di casa, che per l’occasione indossa una felpa bianca su cui campeggia la scritta “We Love Manchester”. Infine, la Grande si schiera accanto ai Black Eyed Peas per interpretare la parte femminile – che un tempo fu di Fergie – nella più celebre canzone del gruppo: “Where’s The Love”, mai come oggi così attuale. Il pezzo fu infatti composto all’indomani dell’11 settembre ed è un inno alla pace, all’umanità e al rispetto razziale, culturale, religioso.

Una presenza inaspettata perché non prevista dalla scaletta, quella della cantautrice britannica Imogean Heap che incanta con la versione piano e voce (e che voce!) di “Hide and Seek”, il suo primo singolo da solista, uscito nel 2005.

Dopo la Heap, è nuovamente Ariana Grande a scaldare i cuori dei giovani fan, per poi duettare con l’amica Miley Cyrus su “Don’t Dream It’s Over” dei Crowded House, conosciuta in Italia grazie alla versione di Antonello Venditti (“Alta marea”).

Katy Perry fa il suo ingresso con un nuovo look sancito dai corti capelli platino e si esibisce in una versione acustica di “Part Of Me”, prima di ruggire con il singolone “Roar”, che fa ballare anche le forze dell’ordine.

A tal proposito, è diventato virale un video in cui si vede un poliziotto in servizio fare un girotondo con quattro bambine, durante la successiva esibizione di Justin Bieber, immagine quantomai paradigmatica dell’evento.

Mentre la serata volge al termine, entrano in scena gli attesissimi Coldplay, che rendono omaggio a Manchester con una cover acustica di “Don’t Look Back in Anger”, degli Oasis, scatenando il fervore entusiastico del pubblico meno teen, e danno il meglio di sé con le proprie hit “Fix You” e “Viva La Vida” e la recentissima “Something Like This”. Infine, fa il suo ingresso Liam Gallagher, mancuniano doc. Anche chi fino a poco tempo fa ancora auspicava in una reunion degli Oasis, avrà ora messo la nostalgia a tacere, in quanto è evidente che Noel non ne vuole a che sapere se, persino in una cornice come questa del One Love Manchester Concert, ha scelto di rimanere a debita distanza dal fratello. Lo spettro della band è però evocato dall’esibizione di “Rock’n Roll Star” prima e di “Live Forever” dopo: quest’ultima con Chris Martin dei Coldplay ad accompagnare alla chitarra.

Il One Love Manchester Concert è stato paragonato al Live Aid del 1985, organizzato da Bob Geldof e Midge Ure al fine di ricavare fondi per alleviare la carestia in Etiopia. Chiaramente la sproporzione qualitativa a livello musicale tra i due eventi c’è e si sente (qualche nome dei partecipanti al Live Aid: David Bowie, Queen, Elton John, U2, Bryan Adams, Bryan Ferry), ma essi sono uniti dai medesimi messaggi di umanità e affiatamento, di pace e resilienza. E per questo non si può non ringraziare Ariana Grande e tutti coloro che hanno lavorato affinché il concerto potesse essere organizzato in un arco di tempo così ristretto.

Giulia Quaranta

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Eurovision Song Contest: tra ‘intrusioni’ e buonismo in salsa europea

Ukrainian singer Jamala, winner of the Eurovision Contest 2016, holds a placard reading France during the semi-final allocation draw of the Eurovision Song Contest 2017 in Kiev on January 31, 2017. The ceremony of symbolic Eurovision Key handover and draw of the participants took place in Ukrainian capital of Kiev on January 31, 2017. / AFP PHOTO / Sergei SUPINSKY

 AFP PHOTO / Sergei SUPINSKY

L’intrusione politica con Jamala

L’Eurovision Song Contest ormai lo sappiamo, è una manifestazione musicale ispirata al Festival di Sanremo (ebbene sì) che si svolge in un contesto di spensieratezza, goliardia e armonia tra i vari Paesi. Nessuno si aspetta di ascoltare buona musica, basti pensare che i brani in gara non possono, per regolamento, superare i tre minuti, ma di divertirsi gustando un po’ di sano trash. Nelle ultime edizioni, però, questa visione gioiosa sembra essersi un po’ incrinata. Quindi, cos’è successo ultimamente al nostro Eurofestival? I problemi iniziano lo scorso anno con la vittoria dell’ucraina Jamala, la quale vinse con un brano, “1944”, fortemente politico, in barba alle regole della manifestazione secondo le quali non è possibile partecipare con brani di natura politica, pena la squalifica. La canzone della cantante ucraina prende spunto dalla deportazione dei Tatari di Crimea -accusati di collaborazione con i nazisti- in Uzbekistan negli anni ’40, per ordine dell’Unione Sovietica di Stalin, argomento che chiaramente si riallaccia alla scottante e attualissima crisi di Crimea. La visione politica del brano viene ulteriormente accentuata dal video che lo accompagna.

L’esclusione di Julija Samijlova
Come si sa, lo stato vincitore deve ospitare l’evento l’anno successivo. Pertanto quest’anno la manifestazione si è svolta a Kiev, ma con una grandissima assente: la Russia. L’Ucraina ha infatti deciso di vietare la partecipazione a Julija Samijlova, la cantante paraplegica che avrebbe dovuto rappresentare la Russia, rea di essersi esibita nel 2015 in Crimea senza le autorizzazioni rilasciate da Kiev, sebbene la stessa neghi di averlo fatto.
Dopo la vittoria di Jamala, il senatore russo Frants Klintsevich, aveva dichiarato: “non sono state la cantante ucraina e la sua canzone ‘1944’ a vincere. È stata la politica che ha battuto l’arte”. Parole che suonano ancora più scottanti e attuali dopo l’esclusione della Samijlova quest’anno.
Essendo stato contaminato da questioni squisitamente politiche, l’Eurofestival si è snaturato, perdendo gran parte del suo fascino pittoresco e della sua genuinità. Senza contare che lo scorso anno la grande favorita era proprio la Russia, che qui ha sempre dato spettacolo, rappresentata da Sergey Lazarev e la sua esplosiva “You’re The Only One”, poi arrivata seconda. Sarebbe stato davvero interessante agli occhi di tutto il mondo scoprire come quest’ultima avrebbe organizzato un evento così gay-friendly com’è l’Eurofestival. Ma a quanto pare non ci è dato saperlo.

Lo strano caso di Salvador Sobral
Arriviamo al 2017. Quest’anno la politica non è entrata a farne parte. Ma ad aver sorpreso gli spettatori è stata la vittoria di una canzone in totale contrapposizione ai canoni del festival, “Amar Pelos Dois” del portoghese Salvador Sobral. Un brano molto lento, intimista e demodè, che ricalca (malamente) la tradizione del fado portoghese. La canzone in sé non è certo memorabile, la scenografia nulla, l’appael mediatico dell’interprete deprimente. E la domanda che tutti, forse un po’ campanilisticamente – o forse no -, ci siamo fatti è: perché? Tutti gli stati hanno votato in massa il Portogallo, che si è dunque trovato a vincere con un distacco esagerato rispetto a tutti gli altri (ben 758 punti). C’è chi difende “Amar Pelos Dois” definendolo uno splendido brano intimista e poetico, ma nel momento in cui entra in scena la dimensione intimista di una canzone allora è necessario, per forza di cose, considerarne le parole. E il testo del brano in questione non ne esce certo vittorioso da questo punto di vista, divenendo, una volta tradotto, né più né meno che alla stregua di una canzone di Benjii e Fede, come hanno ironicamente constatato in tanti su Twitter in questi giorni.

Buonismo in salsa europea
A questo punto, due sono le motivazioni più plausibili che possono aver toccato le corde sentimentali dei votanti: la prima è che l’interprete di “Amar Pelos Dois” pare soffra di problemi di salute, forse cardiaci, a causa dei quali non avrebbe neanche partecipato alle prove, sostituito infatti dalla sorella Luisa, autrice del pezzo. La seconda è che il Portogallo non portava a casa una vittoria da ben 53 anni, record nella storia dell’Eurovision. In ogni caso, una decisione un po’ buonista e di comodo che di spontaneo sembra non aver niente.
Abbiamo accettato di buon grado la vittoria di Conchita Wurst nel 2014 perché, al di là del personaggio, la classe non è acqua, con o senza barba, e la sua esibizione di “Rise Like a Phoenix” fu strabiliante, dal punto di vista vocale e interpretativo, oltre che perfettamente in linea con la manifestazione.

L’Italia fuori dai giochi
La classifica finale di quest’anno lascia l’amaro in bocca, non tanto forse per la vittoria del Portogallo, di cui abbiamo fino a qui discettato, quanto per il fatto che l’Italia, rappresentata da Francesco Gabbani, non sia finita neanche sul podio, nonostante fosse strafavorita da tutte le agenzie di scommesse, nonostante gli incredibili 115 milioni di visualizzazioni su YouTube e il premio della stampa. “Occidentali’s Karma” è forse il brano più consono alla manifestazione che l’Italia abbia portato negli ultimi anni grazie a quel ritmo così catchy e scanzonato e la simpatica stravaganza del suo interprete ma, anche in questo caso, si è trattato di un buco nell’acqua, nonostante il successo europeo e il pur ottimo posizionamento.
Dispiace perché, in un periodo profondamente permeato da disillusione su tutti i fronti, sociale e politico soprattutto, l’Eurofestival in Italia avrebbe forse portato una ventata di ebbrezza e allegria che agli italiani manca da un po’.
Ma in fin dei conti, è solo un gioco e sarebbe potuto andar peggio. Avrebbe potuto vincere il ragazzino della Bulgaria arrivato pericolosamente secondo, per esempio…

Giulia Quaranta
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Sanremo, stessa minestra noiosa e mal riscaldata

de filippi contiSerata conclusiva del 67esimo Festival di Sanremo, durante la quale è stata proclamata la canzone vincitrice. In linea generale, la strana coppia Conti-De Filippi si rivela la peggiore di sempre: manca di alchimia, di vivacità, persino di professionalità: Conti si gela di fronte al minimo imprevisto e la De Filippi sembra ci stia facendo un piacere a sostare là, una presenza impalpabile, inespressiva e del tutto superflua. In più non si capisce perché i pezzi grossi della musica italiana, come Giorgia, Carmen Consoli, Zucchero e Tiziano Ferro, siano invitati in qualità di super ospiti invece di sporcarsi le mani partecipando, magari al posto dei vari Bernabei, Atzei, Comello, Elodie. La gara ne avrebbe guadagnato. Sono difatti piuttosto scadenti nel complesso i brani in gara quest’anno, fatte le poche dovute eccezioni – tutte al maschile -, il che contribuisce a rendere quest’edizione del Festival la più brutta e insignificante da diversi anni a questa parte.
La quarta serata sanremese scorre via senza lasciare traccia, noiosa come le tre che l’hanno preceduta. Andiamo dunque ad esaminare i brani dei big ascoltati venerdì:

RON – L’ottava meraviglia
Dispiace dirlo, ma in questo pezzo le cose che non funzionano sono diverse: anzitutto il testo, spoglio e a tratti jovanottiano: “l’ottava meraviglia del mondo siamo io e te” è la frase si cui poggia l’intero pezzo ed è a dir poco stomachevole. Anche le strofe mancano di musicalità. Meglio l’inciso, pur se nel solco della tradizione all’italiana.
VOTO: 4

CHIARA – Nessun posto è casa mia
Niente che non sia già stato detto: da quando Chiara è uscita da X-Factor non è mai riuscita a brillare. Il suo è stato un percorso scialbo, fatto di canzonette, spot pubblicitari e facili rime. Quest’anno prova a guadagnare terreno con una canzone incredibilmente ambiziosa nella sua mediocrità: troppe parole, troppa piattezza. Musicalmente tediosa, malgrado Chiara ci metta la sua impeccabile vocalità, come sempre. Molto meglio il brano con cui si presentò l’anno scorso, “Straordinario”, scritto da Ermal Meta.
VOTO: 4.5

SAMUEL – Vedrai
Una canzone che potrebbe anche essere carina se non fosse che Samuel, con o senza il suo gruppo Subsonica, è da 10 anni che ci propina sempre la stessa minestra riscaldata. Sarebbe interessante se anche gli artisti italiani più blasonati iniziassero a sperimentare un minimo anziché adagiarsi perennemente nella loro comfort zone.
VOTO: 5

AL BANO – Di rose e di spine
Mette un po’ tristezza sentire Al Bano in difficoltà e con la voce castrata, anche perché “Di rose e di spine” è una canzone parecchio datata che avrebbe richiesto un’interpretazione possente. Forse sarebbe stato meglio concedersi un periodo di pausa dopo il doppio infarto che lo ha colpito a dicembre…
VOTO: 4

ERMAL META – Vietato morire
Dopo tanti anni di gavetta durante i quali l’artista di origini albanese ha scritto per una pletora di artisti pop italiani (Annalisa, Sergio Sylvestre, Francesco Renga) pare proprio che il 2017 sia il suo anno. L’incredibile interpretazione fatta di “Amara Terra Mia” vince, a ragione, la serata delle cover. Ma il pezzo con cui si presenta in gara, “Vietato morire”, è una scelta di comodo, con quel ritornello urlato e monocorde e la tematica, delicata e attuale ma anche un po’ ruffiana, della violenza domestica. Può e dovrebbe fare molto meglio di così.
VOTO: 5.5

MICHELE BRAVI – Il diario degli errori
Il giovane e controverso vincitore di X-Factor nel 2013 ritorna su un palco importante, dopo molti anni di consapevole assenza dal mondo televisivo. A dargli manforte tre degli autori più quotati di questi anni: Cheope (pseudonimo di Alfredo Repetti, figlio di Mogol), Federica Abbate e Giuseppe Anastasi. L’emozione è tangibile ma la canzone c’è. Anche la voce, per quanto gentile e discreta, la veste molto bene.
VOTO: 6

FIORELLA MANNOIA – Che sia benedetta
Una canzone di una banalità sconcertante, scritta non a caso per lei da Amara, che avevamo avuto modo di conoscere prima ad Amici di Maria De Filippi, poi come autrice ancora nel grembo di Amici (Loredana Errore, Emma Marrone) e poi proprio a Sanremo, nella categoria “Nuove Proposte” con un brano che potrebbe essere il fratello gemello di quello cantato dalla Mannoia. L’interpretazione potente ed elegante della cantante romana non basta ad elevare una canzone brutta e paracula. Ma proprio per questo rischia di vincere, come fece Vecchioni con l’orribile “Chiamami ancora amore” nel 2011.
VOTO: 4

CLEMENTINO – Ragazzi fuori
Nell’inciso fatica molto a starci con il fiato. Il resto non è male, ma parecchio al di sotto rispetto a quanto fatto in passato.
VOTO: 4

LODOVICA COMELLO – Il cielo non mi basta
Non si sa come sia finita nella sezione “big” del festival, ma più che altro non si capisce come questa canzone abbia potuto ricevere l’ok da parte del direttore artistico. Carlo Conti, potresti illuminarci? In tutta onestà, si fa fatica a credere che non ci fossero pezzi e interpreti migliori. Dal canto suo, la giovane attrice ce la mette tutta per quanto nelle sue possibilità, ma non basta.
VOTO: 3

GIGI D’ALESSIO – La prima stella
Patetica, ridondante, banale (“Ed ho sperato/ mentre guardavo con gli occhi in su/ che la prima stella accesa/ quella fossi tu”). Non basta? Perfetto, allora aggiungiamoci anche che D’Alessio ha spudoratamente stonato sulle note alte.
VOTO: 2

PAOLA TURCI – Fatti bella per te
Poteva mai mancare un po’ di femminismo di bassa lega anche a Sanremo, che notoriamente è lo specchio della tangibile mediocrità italiana? Una Turci irriconoscibile, presenta una canzone facilotta, finto rock, tutta in salita (o meglio, urlata) e infarcita di frasi a là facebook (“non ti trucchi e sei più bella”, “sei più bella sovrappensiero”). Come sempre, incomprensibile l’entusiasmo di tanti “critici” e giornalisti di fronte ad una canzone semplicemente inconsistente.
VOTO: 3

MARCO MASINI – Spostato di un secondo
Bisogna aspettare un bel po’ prima di poter ascoltare un accenno di pianoforte e di violini da parte della povera orchestra. E anche un briciolo di sana malinconia e carica drammatica, dopo il rivoltante buonismo sbraitato da quasi tutti in questo festival. Un artista che ha di volta in volta il coraggio di cambiare e uno dei pochi in grado di affrontare il palco dell’Ariston con un brano che conferisca un minimo di dignità alla lingua italiana grazie a rime leggere ma non banali (“Io che con la nicotina non ho fatto pace/ vorrei tornare lì per non provare nemmeno/ Vedere da grande come diventa una voce/ se non la vizi con trent’anni di veleno”).
L’intensità del pezzo viene rinvigorita, oltre che dal peculiare timbro del cantante, anche dall’intreccio vocale sul finale.
VOTO: 7.5

FRANCESCO GABBANI – Occidentali’s karma
E bisogna aspettare ancora un po’ per ascoltare una canzone che non parli d’amore e che si fregi di un ritmo scanzonato. Gabbani, vincitore nella sezione “Nuove Proposte” lo scorso anno, si conferma con un altro tormentone, in cui fa il verso all’intellettualismo saccente da social network (“intellettuali nei caffè/internettologi/ soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi/ L’intelligenza è démodé/ risposte facili/ dilemmi inutili”). Il titolo rappresenta una provocazione al modo di vivere di noi occidentali, sempre presi da piccole e insensate vanità e da un progresso sterile e solipsistico (“Piovono gocce di Chanel/ su corpi asettici/ mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili” e ancora “La folla grida un mantra/ l’evoluzione inciampa/ la scimmia nuda balla”). Il balletto con la scimmia richiama Battiato, che sembrerebbe proprio essere tra le preferenze artistiche del cantautore toscano.
Voce non indimenticabile ma finalmente si balla e si riflette persino a Sanremo, quindi va bene così.
VOTO: 6.5

MICHELE ZARRILLO – Mani nelle mani
Zarrillo ritorna al Festival dopo anni con un brano costruito male, oltre che stucchevole: è infatti evidente la flagrante sproposizione tra l’esiguità della trama musicale e la sovrabbondanza verbale nelle strofe.
VOTO: 4

BIANCA ATZEI – Ora esisti solo tu
Bianca Atzei non la si vede né sente mai durante l’anno, se non su RTL 102.5, che prova a pomparla inutilmente da anni. Compare solo a Sanremo, con l’immancabile brano scritto da quell’abile paroliere che risponde al nome di Kekkodeimodà.
Sentendo odore di eliminazione, ieri sera la Atzei ci prova anche con la pantomima della commozione. Ma non funziona: che “Ora esisti solo tu” sia una canzone di rara bruttezza e che lei sia un’interprete priva di personalità e consistenza artistica è ormai un dato di fatto.
VOTO: 2

SERGIO SYLVESTRE – Con te
Big Boy incanta con la sua voce soul, ma la canzone è debole e sa di già sentito, nonostante lo zampino di Giorgia.
VOTO: 5

ELODIE – “Tutta colpa mia”
La delfina di Emma Marrone si presenta con un pezzo scritto da Emma Marrone, cantato come Emma Marrone. Insomma, uno strazio annunciato.
VOTO: 3

FABRIZIO MORO – “Portami via”
Un brano che probabilmente si posizionerà in alto, più come riconoscimento alla carriera del suo autore, che ha saputo conquistarsi una certa credibilità come paroliere per altri artisti (Noemi, Fiorella Mannoia, Stadio, Emma Marrone), che per il brano in sé. “Portami via” è infatti una power ballad alla Vasco Rossi, in grado di arrivare dritto al cuore del pubblico sanremese ma che di fatto si poggia su fondamenta barcollanti.
L’esibizione vocale, troppo imprecisa, non ha certo aiutato.
VOTO: 5.5

GIUSY FERRERI – “Fa talmente male”
La canzone che sicuramente sentiremo di più nelle radio, nonostante l’eliminazione. Martellante ed efficace, anche se Giusy Ferreri non azzecca una nota neanche per sbaglio.
VOTO: 4.5

ALESSIO BERNABEI – “Nel mezzo di un applauso”
L’ennesimo pezzo scritto da Dario Faini e Roberto Casalino. Non sarà che c’è un’evidente penuria di buoni autori nel mondo mainstream italiano? Questo è evidentemente un brano inutile e butto, cantato da un ragazzo che sicuramente potrebbe impiegare le sue energie in qualcos’altro.
VOTO: 1

Giulia Quaranta
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Lazarillo, antieroe moderno e attuale

bambinoAntieroe castigliano

Il periodo è quello in cui protagonisti dei romanzi erano per lo più i cavalieri della tradizione cavalleresca. Lazarillo è invece un ragazzino, orfano e solo, in perenne ricerca del suo posto nel mondo. Non ha la spada, non è virtuoso, a muoverlo non è l’amore verso una dama né l’onore o il senso patriottico, bensì la fame. Al contempo non è neanche una vittima, non cerca mai di muovere a compassione.
È un fanciullo senza valore e senza valori, che nel romanzo ci fa addentrare nel viaggio febbrile, a tratti compulsivo, che è la sua esistenza.

Satira sulle ipocrisie di un’epoca

Il linguaggio comico dell’anonimo autore che scrisse il romanzo nel 1554, mitiga e distende l’atmosfera, rendendo quasi ovattata l’inquietudine che si cela dietro le peripezie di Lazaro.lazarillo
Il protagonista cerca di rimanere a galla in una società che sembrerebbe invece mandarlo perennemente a fondo, e non è un caso che l’unico tratto distintivo del suo carattere ad emergere chiaramente è la determinazione. È grazie alla determinazione, infatti, se riesce a superare i soprusi dei suoi padroni, la fame e la stanchezza. Ed è grazie ad essa che riesce sempre a trovare il modo di trarre vantaggio dalle situazioni. Cosa non facile, in quella Spagna di Carlo V che già mostrava evidenti segni di deterioramento morale e politico. Una società viziata da miseria umana e ipocrisie compiacenti, così ben rappresentate dalla figura dello scudiero caduto in rovina che viveva, poverissimo, in una stanza buia, senza mai mangiare né dormire dignitosamente, ma che pure andava a passeggiare vestito di tutto punto, con aria fiera e altezzosa, antesignano del compatriota Don Chisciotte.
Era infatti Lazaro, nel periodo in cui gli fu servo, a sfamare il padrone-scudiero, anziché il contrario, in un rovesciamento comico che oppone la morale pratica e disincantata di un picaro a quella aristocratica e putrescente di un hidalgo.
Un interessante abbozzo di satira.

Romanzo moderno e realismo

È indiscutibile che Lazarillo faccia simpatia. Perché appare al lettore tremendamente vero nel suo oscillamento morale e umano, nel suo non avere un baricentro sociale, nel suo essere inclassificabile secondo un prototipo. Lo si sente vicino per via della sua imprescindibile modernità: pur essendo per noi impossibile impersonarci nelle sue disavventure ambientate tra Tejares, borgo natio, e Toledo, la capitale, il suo modo di agire e soprattutto di parlare, così agile, colloquiale ma sempre acuto, ci risulta straordinariamente espressivo.
Lazarillo de Tormes aprirà le danze al genere picaresco in letteratura, dove l’idealismo lascia il posto al materialismo della propria abiezione: “nel dubbio che si tratti di una storia vera e autentica o di letteratura d’immaginazione, […] è l’atto di nascita del romanzo realista?”. (1)

Romanzo di formazione al contrario

Molte cose, come si è visto, appaiono, nel Lazarillo de Tormes, rovesciate rispetto alla consuetudine. Salta subito all’occhio che la storia, suddivisa in sette parti (quanti i padroni avuti da Lazaro), si configura come un bildungsroman – ossia un romanzo di formazione – ma al contrario. Lazarillo è costretto a lasciare presto la famiglia e ad avventurarsi entro un’infanzia girovaga, ma durante le sue peripezie non apprenderà virtù e valori né andrà alla scoperta di se stesso. Lo scarto con i più tardi e ben inquadrati romanzi di formazione come “Le avventure di Oliver Twist” di Dickens e “Il giovane Holden” di Salinger, è evidente.
Come Lazaro stesso racconta, passerà presto da uno stato di “puerile ingenuità in cui mi ero addormentato” a una scaltra malizia. Il primo passo avviene con il suo primo padrone, il cieco avaro e furbo: da lui impara a tenere gli occhi sempre aperti e a destreggiarsi con furbizia contro le avversità del fato. “Costui mi diede la vita dopo dio è m’addestrò alla carriera del vivere” – racconta ancora Lazaro. La cecità diviene dunque metafora di un apprendimento basato su una morale deteriorata. Lazaro riesce, sopruso dopo sopruso o, meglio, insegnamento dopo insegnamento, a superare il maestro fino a tendergli un ultimo scherzo meschino: lo manderà a sbattere contro un palo e lo abbandonerà lì.
Come ogni romanzo di formazione che si rispetti, anche in questo caso il protagonista, alla fine, riesce a trovare un nuovo equilibrio: Lazaro, divenuto ormai adulto, sposa la domestica del suo ultimo padrone, un arciprete; compromesso, questo, che gli permetterà di vivere senza doversi più preoccupare di fame e indigenza. Ma rappresenta anche il suo fallimento umano e morale, apogeo della sua politica della convenienza e della ricerca di una prosperità tutta materiale. Il suo essere, per l’appunto, un antieroe moderno a tutti gli effetti.

Giulia Quaranta
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(1) Francisco Rico, “Il romanzo picaresco e il punto di vista”, 2001

L’anno dei lutti delle star, conforto della società

Annus Horribilis

michealPerché quando muore un artista ci sentiamo così profondamente spaesati e gonfi di cordoglio? Pensieri che risuonano nella mente dopo il decesso di George Michael, avvenuto la notte di natale di questo 2016 straziante e tragico, non iniziato sotto i migliori auspici sotto alcun punto di vista.

I lutti musicali di questo 2016

Se l’attualità ci si è schiantata addosso con immagini di stragi e attentati, non ci è stato possibile trovare conforto neanche nella musica, oppressa dalla scomparsa di grandissimi artisti: da Natalia Cole, sofisticata cantante jazz figlia dell’indimenticato Nat King Cole, a David Bowie, che ci ha lasciato come epitaffio la sua “Lazarus” e l’album “Blackstar”, a Greg Lake, cofondatore dei King Crimson e degli Emerson, Lake & Palmer, due gruppi cardine del progressive anni ’70. E ancora, Prince, uno degli artisti pop più ingegnosi e prolifici di sempre, lo stravagante Pete Burns, noto soprattutto per la hit anni ’80 “You Spin Me Round”, cantata quando faceva parte della band Dead or Alive, e per la sua attitudine esuberante e fuori dagli schemi, passando per il poeta cantautore Leonard Cohen, la cui sensibilità dimessa e complessa ha costituito l’humus per qualsiasi songwriter, compresi quelli del Bel Paese, De Andrè e De Gregori in primis. La carrellata si conclude con il già citato George Michael, autore di famosissimi pezzi da classifica, come la sorniona “Wake Me Up Before You Go-Go”, “Last Christmas” e “Club Tropicana” quando faceva parte degli Wham!, così come di raffinate composizioni durante la carriera solista, come “Jesus To a Child”, struggente tributo al suo ex compagno Anselmo Feleppa, morto nel 1994.

L’artista come canovaccio

Ciò che ci lega ad un artista è dunque il suo essere canovaccio da iniettare di ricordi e sensazioni, in qualche modo saturazione espressiva delle nostre ondivaghe esistenze. E’ per questo che ci sarà chi, ad esempio, ricorderà con maggiore affetto il David Bowie elettronico ed elegante della trilogia berlinese e chi quello tutto lustrini, rossetto e rock’n roll marziano di Ziggy Stardust, a seconda di dove siano in maggiore misura collocati i propri piacevoli pensieri a lui associati. O chi, ancora, per lo stesso motivo, lo ricorderà per sempre come Jareth il re dei Goblin nel fim fantastico “Labyrinth”, chi avrà nel cuore il suo omaggio ai Queen con la storica esibizione di “Under Pressure”, in cui era accompagnato da Annie Lennox, chi lo ha amato come mentore e sostenitore di altri artisti (ne sanno qualcosa Lou Reed e Placebo) e chi penserà sempre a lui come quel Major Tom disperso tra le stelle.

Alchimia collettiva

E’ evidente che ogni artista, con la sua storia e le sue creazioni, costituisce un pastiche che non può fermarsi entro i confini di sé, ma diviene dunque alchimia collettiva. Ed è proprio quel pastiche ad essere smembrato e riassemblato dai tumulti onirici e dalle reminescenze di ciascuno di noi: un’infiorescenza personale e collettiva che ci fa sussultare, ricordare e commuovere.

Giulia Quaranta

X Factor. Agnelli sacrificali e altari da Sanremo

x-factor_groupLo scorso anno si era respirato, sul palco di X-Factor, un clima sereno e rilassato. Quest’anno le cose sono andate diversamente, quantomeno sul banco dei giudici: via Elio, Mika e Skin, dentro Manuel Agnelli, front-man della storica indie rock band italiana degli Afterhours, Alvaro Soler, stella nascente del pop spagnolo a livello internazionale, e Arisa, cantante nostrana di stampo sanremese.
Andiamo ora a riflettere sul percorso non solo dei giudici, ma in special modo di tutti i cantanti in gara (in ordine di classificazione finale!) che quest’anno hanno dato origine ad un crogiuolo largamente eterogeneo.

SOUL SYSTEM – 6.5
I Soul System sono un gruppo di ragazzi di origini ghanesi (eccetto Alberto, unico “white nigga” della band) tutti nati e cresciuti tra Verona e Brescia. Sul palco (e fuori) sprigionano simpatia, entusiasmo e coesione. Il loro stile è un mix tra il rap di Leslie e il soul di Ziggy, con una spruzzata di funk e r&b. Finalmente un vincitore di X-Factor Italia in grado di esportare la propria musica anche all’estero.

GAIA – 7
La diciannovenne italo-brasiliana ha dimostrato di avere carisma, attitudine e buon gusto musicale. Nonostante la sua voce grossa e rock sappia di già sentito, c’è da dire che da tempo che tra le “Under Donna” di X-Factor non risplendeva un tale potenziale. Speriamo che adesso, nell’ingenuità della sua giovane età, non si lasci trasportare nel baratro imprenditoriale di Fedez.

EVA – 7.5
Vocalità lieve, grande sensibilità e personaggio interessante. Peccato per l’inedito, scritto per lei da Giuliano Sangiorgi. Bello sì, ma troppo tradizionale e datato. Sarebbe stato certamente più interessante ascoltare il brano scritto da lei riarrangiato con l’aiuto del suo giudice, Manuel Agnelli, con cui stregò pubblico e giuria alle audizioni. Splendido, invece, il duetto con Carmen Consoli l’ultima sera. Quel che è certo è che di Eva si sentirà parlare nel mondo della discografia italiana.eva-x-factor_980x571

ROSHELLE – 3
Sappiamo che Fedez è furbo e sa vendere molto bene i propri concorrenti, infatti ha accuratamente evitato di assegnare a Roshelle brani in italiano (così come l’anno scorso evitò di assegnare brani conosciuti ai Moseek), che l’avrebbero messa in pessima luce. Ha cercato di farci credere che Roshelle sia un’artista pronta per il mercato internazionale, pur sapendo perfettamente, dentro di sé, che ciò non implichi scimmiottare le cantanti americane più trash come Nicki Minaj, cosa che Roshelle ha fatto durante tutte le puntate. Perennemente supportata da cori e basi, anche così è riuscita a stonare e ad essere sempre calante. Timbro monocorde e sgradevole, sfumature espressive pari a zero.

ANDREA BIAGIONI – 7.5
Passando dai Radiohead a Ivan Graziani, Andrea ha dimostrato di sapersi destreggiare bene tra i generi più vari, non perdendo mai di vista la propria identità. Preciso, intonatissimo e un musicista di quelli che se ne vedono di rado in un talent show. Il ventottenne insegnante di chitarra è arrivato fino alla settima puntata, durante la quale è stato eliminato per lasciare il posto a Roshelle, una delle concorrenti meno meritevoli di quest’anno. Si tratta pur sempre di un programma televisivo, no?

LOOMY – 3
Un altro agnello sacrificale sull’altare di Arisa. L’abbiamo detestato e insultato, per poi scoprire che si tratta di un ragazzo buono e volenteroso, amatissimo – non a caso – dai suoi compagni di avventura. La colpa dell’accanimento è da imputare, ancora una volta, al suo giudice: Arisa. È lei, infatti, che sin dalle audizioni ha insistito per portarlo ai live, nonostante sia gli altri giudici sia il pubblico fossero – giustamente – contrari a tale scelta. Arisa ha puntato tutto su di lui, solo per il proprio orgoglio personale, per non dover ammettere di aver sbagliato. E a farne le spese è stato solo il giovane rapper, costretto a sopportare, di settimana in settimana, un carico di stress insostenibile.

CATERINA – 5
Dal temperamento dolce e ingenuo, Caterina ha dalla sua due ottime esibizioni: quella di “Summertime Sadness” di Lana Del Rey, suo cavallo di battaglia, e “La Canzone di Marinella” di De Andrè. Le altre sono state per lo più sciatte e forzate. X-Factor non sembrava essere il luogo giusto per la giovane trentina.

FEM – 6
Come è possibile che uno dei concorrenti più validi si sia tramutato, nel corso dei live, nella Conchita Wurst dei poveri? La risposta è semplice: Arisa. Se non fosse stato per l’inettitudine del suo giudice, Marco Ferreri, in arte Fem, avrebbe potuto puntare molto in alto. La sua splendida esibizione di “Writing’s On The Wall” di Sam Smith – un brano tutt’altro che facile – parla da sé.

DAIANA LOU – NC
Puntualmente, ogni anno alle audizioni, spunta qualcuno che canta malissimo ma strappa applausi e consenso sia da parte del pubblico che della giuria. Non si capisce il perché. Quest’anno è toccato al duo dei Daiana Lou, composto da una giovane coppia. Si sono presentati con una versione di “Chandelier” di Sia, distruggendola, stropicciandola, urlandola, deformandola, destrutturandola. La voce della ragazza è forzata, con un vibrato eccessivo e scomposto. Non è un caso che la loro unica esibizione accettabile sia stata quella di “Running With The Wolf”, in cui, per una volta, sono state accantonate le giravolte vocali.
C’è inoltre da dire che, durante le audizioni, i Daiana Lou hanno anche messo platealmente in piazza i loro problemi personali senza che qualcuno gliel’avesse chiesto, per poi scegliere, alla quarta puntata dei live e al primo ballottaggio – dopo settimane di elogi immeritati – di auto eliminarsi dal programma perché non si ritrovavano in quel mondo, in cui pure avevano sguazzato fino a quel momento. Una mossa pubblicitaria di pessimo gusto.

SILVA FORTES – 7
Un altro percorso bizzarro, che porta alla luce il problema più grave di X-Factor e in generale di tutti i talent show: la troppa importanza data al ruolo dei giudici. Silva Fortes è stata infatti eliminata durante una puntata in cui il suo giudice, Manuel Agnelli, sembrava aver perso la rotta, troppo preso da personalismi onastici e arroganti. Inoltre, le assegnazioni non hanno messo in luce il grande talento della ragazza di origini capoverdiane: il delicatissimo brano di Damien Rice, è stato un azzardo per la voce grave di Silva Fortes, per non parlare di “Life On mars” di Bowie cantata in portoghese. Ciò non toglie nulla alla bravura nitida della ragazza, probabilmente la voce più bella in gara.

LES ENFANTES – 6
Sembrerebbe proprio che X-Factor non sia il luogo adatto ai gruppi che si rifanno a sonorità dreamy, come l’esperienza dei Landlord dell’anno scorso insegna. Sound ottantino, voce possente, i Les Enfantes sono stati tra le band più interessanti ascoltate durante le audizioni, ma nei due live non sembravano trovarsi particolarmente a loro agio. Per il gruppo milanese si sarebbe auspicato un percorso ben diverso, ricco di interessanti sperimentazioni.xfactor_manuelagnelli_2016_thumb400x275

DIEGO – ?
Impossibile fornire una valutazione per Diego, eliminato durante la prima puntata, per scarsità di materiale. Di sicuro aver fatto parte della squadra di Arisa non lo ha aiutato, così come l’essere stato scelto per i live al posto di un altro ragazzo molto amato dal pubblico, Pink Gijibae.

MANUEL AGNELLI (Giudice Over) – 6.5
Nonostante abbia commesso diversi errori non da poco nel corso di questa sua prima esperienza come giudice di X-Factor, non si può non apprezzare il rocker italiano per l’autentica devozione e umanità con cui ha seguito i ragazzi della sua squadra e per l’autorevolezza dei suoi interventi. Agnelli ha inoltre dimostrato di avere un ottimo orecchio, in quanto i tre ragazzi della sua squadra erano senza dubbio i più forti, e con i tre che dovette abbandonare ai bootcamp avrebbe potuto formare una squadra altrettanto interessante.

FEDEZ (Under Donne) – 5
Fedez si conferma il solito stratega, in grado di individuare in men che non si dica le tendenze e direzionare il voto, a scapito della qualità (come nel caso di Roshelle). Quest’anno appare però più simpatico e meno volgare rispetto allo scorso anno. Come al solito, interessanti alcuni assegnazioni fatte.

ALVARO SOLER (Gruppi) – 5.5
Lo si è criticato tanto, eppure non si può negare che sia stato un giudice posato e razionale, nonostante la difficoltà nell’esprimersi correttamente in italiano. E per tutti coloro che affermano che Soler abbia inizialmente scartato i Soul System, vincitori di questa edizione, si sbagliano, dal momento che li ha portati avanti fino all’ultimo step prima dei live, preferendogli poi un’altra band (mediocre, bisogna dirlo), i The Jarvis. Nel momento in cui i Jarvis hanno scelto di auto escludersi dal programma, attuando una triviale una mossa pubblicitaria (che ha poi fatto tendenza, leggasi alla voce “Daiana Lou”), Soler ha scelto di ripescare i Soul System senza un briciolo di dubbio.
Peccato, piuttosto, per lo scialbo percorso fatto con i Les Enfants.

ARISA (Under Uomini) – NC
Quando con Dolcenera a The Voice credevamo di aver raggiunto il livello più basso mai toccato da una donna come giudice in un talent show, arriva lei, Arisa: si presenta ubriaca durante il primo live, lancia hashtag volgari, dà del misogino al povero Manuel per compensare la propria frustrazione, non conosce le canzoni proposte, fa assegnazioni banali e grossolane, abusa della lingua italiana, non riesce ad esprimersi e a formulare pareri che vadano oltre il “carino” e “bravo”. Durante la serata finale viene fischiata di continuo, anche quando non dice nulla di sciocco, segno dell’insostenibilità di questa figura dinnanzi agli occhi del pubblico. È il caso che i vertici di X-Factor decidano di accantonare Rosalba Pippa una volta per tutte e puntino su donne più preparate e brillanti, come Giorgia o Carmen Consoli, entrambe amabili ospiti durante i duetti della puntata finale, o Malika Ayane.

Giulia Quaranta

Grande Fratello Vip: la disumanizzazione culturale

ilary-blasi-gfStiamo diventando meno umani? Analisi culturale e linguistica del fenomeno Grande Fratello Vip
Il Grande Fratello VIP è indubbiamente uno dei programmi più guardati in televisione nelle ultime settimane. Ciò che mi ha dato maggiormente da pensare è il linguaggio mozzo e degradato con cui tali soggetti si esprimono. Cinema e TV hanno sdoganato un modo di parlare che un tempo era relegato solo a determinati luoghi. Ora, invece, l’influsso esercitato dai mass media è talmente intrinseco che esprimersi in modo triviale pare anzi la normalità.

Incapacità di tradurre emozioni in parole

Osservando i personaggi all’interno della “casa”, appare evidente che vorrebbero riuscire ad esprimersi, vorrebbero poter concretizzare quel pensiero che sta invadendo la loro mente, ma il tutto si traduce in qualche frase disarticolata e spesso incomprensibile. È il caso degli svariati sfoghi di Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex marito di Simona Ventura; dopo una brutta situazione che lo ha visto protagonista e di cui parleremo a breve, appare infatti pentito, amareggiato e preoccupato, soprattutto per ciò che riguarda il suo rapporto con i figli. Ciò che invece giunge al pubblico sono solo gli echi dei suoi pensieri, in un delirio di alexitimia: parole mozzate, proposizioni senza verbi e senza soggetti.

Le parole sono importanti: il caso Clemente Russo

Anche il linguaggio adoperato da Clemente Russo e dalla moglie aderisce a questo degrado. Il primo, durante un discorso con l’amico Bettarini, si lascia scappare una frase di dubbia moralità, in un imbarbarimento non solo lessicale ma soprattutto umano: “dovevi lasciarla morta nel letto” – riferendosi alla Ventura. Frase che ha scatenato una decisa reazione dell’opinione pubblica, portando all’espulsione del concorrente dal programma. Intanto, dallo studio, la moglie si lancia in un’arringa in sua difesa. Al di là della penuria concettuale espressa dalla stessa, si osservi che, per ben due volte, afferma: “sono l’emPlema”.

L’errore non è dunque imputabile a una svista transitoria, bensì alla convinzione che la parola corretta sia “emplema”. Questo fatto potrebbe sembrare una leggerezza ma non lo è: non conoscere una parola molto utilizzata nella nostra lingua come “emblema” è, certamente, sinonimo di ignoranza e retaggio di un modo di parlare strettamente vernacolare.

Le parole amebe

Tutti i concorrenti del Grande Fratello Vip si esprimono in modo semplice ed elementare, coniugando quasi sempre il verbo al presente indicativo. Molte le frasi fatte (“è un’emozione forte”) e gli intercalari usati malamente (“comunque sia”). Potrebbero trattarsi, in un certo senso, di “parole di plastica” o “parole-amebe”[1], ossia parole estremamente generiche che, proprio in virtù della loro vacuità, sembrano adattarsi a qualsiasi situazione.

Calvino: l’antilingua come paura dei significati

Un pensiero simile a quello delle “parole amebe” potrebbe essere “l’antilingua” di Italo Calvino, il cui valore basilare “è il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]”[2].

“La distuzione del linguaggio è premessa di futura distruzione”

Per comprendere al meglio questi concetti, dobbiamo pensare alla lingua come espressione dell’io e dell’umanità: il linguaggio nasce per esprimere e condividere sentimenti e dolore. Esso è quanto di più umano esista.

Alla luce di quanto detto, una cosa è certa: la disumanizzazione ha sempre inizio da un degrado del linguaggio (basti pensare all’affermazione dei totalitarismi), che rende l’uomo incapace di farsi domande e ne inibisce la capacità di formulare pensieri critici.

Un treno in corsa

Appare ora evidente quale sia la mia preoccupazione circa il Grande Fratello Vip, ossia che la visione civile, sociale e culturale espressa da quelle persone -trasformate dal piccolo schermo in personaggi-, non sia altro che la rappresentazione di una fase piuttosto avanzata della nostra disumanizzazione-meccanicizzazione, un treno in corsa che probabilmente è ormai impossibile fermare.

Giulia Quaranta

[1] Polsken, Uwe “Parole di plastica. La neolingua di una dittatura internazionale”, 2011

[2] Calvino, Italo, “L’antilingua”, 1965

Il Coca Cola Summer, Sergio Sylvestre
e il popolo di Maria

cocacolaFacendo zapping in televisione, mi è capitato di imbattermi in Sergio Sylvestre, vincitore dell’ultima edizione di Amici di Maria De Filippi. Ascoltandolo, non ho potuto fare a meno di domandarmi cosa avesse trovato il vorace popolo di Maria in questo mastodontico ragazzo dall’aria mite e la voce calda, in quella canzone dal sound internazionale cantata in impeccabile inglese – grazie alle sue origini multietniche. La risposta è arrivata poco dopo, quando a calcare il palco è stata chiamata Elodie, seconda classificata nella medesima edizione di Amici. Entra con passo determinato, sorriso spavaldo, ha l’atteggiamento e la sicurezza di chi è certo che arriverà lontano. Quando attacca la sua canzone, “Amore Avrai”, scatta immediatamente l’effetto dejavù: se chiudessi gli occhi potrei tranquillamente scambiarla per Alessandra Amoroso influenzata o per Emma Marrone. Curiosa di conoscere gli autori di questo brano di rara bruttezza e convinta di trovarlii tra i soliti sodali delle varie starlette di Amici (e quindi in una Federica Camba, in un Dario Faini o nell’evergreen Kekkodeimodà), faccio una ricerca su Google e scopro che l’unica autrice è nientepocodimeno che Emma Marrone.

L’operazione messa in atto appare dunque chiara nella sua maliziosa semplicità: al “Big Boy” Sergio Sylvestre la vittoria del programma, ad Elodie il compito di portare avanti la tradizione delle urlatrici defilippiane, che vede proprio in Emma la madrina spirituale.

Ed è con “Amore Avrai” che avviene il passaggio di testimone, che viene sancita l’eredità.

Ma i problemi del Coca Cola Summer Festival non finiscono qua, anzi. Essi risiedono per lo più nel fatto che sia prodotto dalla Fascino s.r.l., di proprietà di RTI e Maria De Filippi, trasmesso in diretta dalla solita RTL 102.5 e, in differita, su Canale 5. E’ quindi per un gioco di interesse spicciolo se gli artisti in gara sono pochi e di qualità infima, le canzoni incommentabili, il palco (allestito in Piazza del Popolo) spoglio, anonimo, privo di scenografia, la conduzione superficiale e dilettantesca. Anche il pubblico è il solito, tipico dei programmi prodotti dalla Fascino s.r.l. (Uomini e Donne, Temptation Island…), che appare più interessato a urlare senza motivo e a scattarsi selfie. Un frammento di gioventù ben rappresentata proprio da una delle canzoni in gara, “Andiamo a comandare”, di Fabio Rovazzi. Ci vogliono far credere che uno scempio del genere sia nato per gioco e che solo per un qualche caso fortuito sia finito col diventare famoso, eppure – guarda caso – la canzone è prodotta dalla Universal (la stessa di Elodie ed Emma Marrone) e sia al video che alla canzone prendono parte J-Ax e Fedez, due che ultimamente stanno vivendo in simbiosi un periodo d’oro, proprio grazie alla De Filippi, nonché innumerevoli youtubers di fama (il che invero non sorprende, essendo Ravazzi stesso youtuber).

“Andiamo a comandare” è una perla rara di trash ignorante e selvaggio; pur se volessimo credere alla versione raccontataci, ossia che si tratta di  un’ingenua canzone goliardica, resta comunque preoccupante il fatto che sia già stata definita “la canzone dell’estate 2016”, che abbia già conquistato il Disco di platino e, primo caso in Italia, il Disco d’oro solo grazie allo streaming, ovvero alle riproduzioni su YouTube (circa 38mila visualizzazioni), Spotify e altre piattaforme similari.

Questo è quanto rimane del Coca Cola Summer Festival, conclusosi iersera: un brutto programma con brutta musica, organizzato persino peggio. Non si capisce, infatti, la scelta di suddividere la gara in “Big” e “Giovani”, per poi inserire tra i giovani Ermal Meta, già leader dal 2007 de La Fame di Camilla e autore da anni di innumerevoli successi italiani, compreso il singolo di Sergio Sylvestre di cui si è parlato prima, che gli è anche valso la vittoria ad Amici.

Non si può vivere di passatismi ma è indubbio che il vecchio Festivalbar, pur con tutti i suoi difetti, costituiva un appuntamento naturalmente in grado di intrattenere, divertire e inneggiare all’estate con genuinità. A vincere erano comunque i soliti discutibili Ligabue, Eros Ramazzotti e Jovanotti, e non mancavano giovanilismi costruiti a tavolino, il cui caso più emblematico è rappresentato dagli allora giovanissimi Gazosa con “www.mipiacitu“, ma nel mentre era anche possibile ascoltare Moby, Richard Ashcroft, i Red Hot Chili Peppers, Amy Whinehouse, i Blur, gli Ark, gli Stereophonics, e ballare con le hit internazionali di Alizée, Anastacia, Jamiroquai, Ricky Martin, P!nk, Liquido. La scelta del vincitore era in fondo quasi una minuzia, che faceva da cornice ad un viaggio semplice, diretto, fresco e quantomeno ricco e variegato, pur nella sua accezione mainstream.

Giulia Quaranta

The Voice of Italy.
Il grande flop per un talent senza originalità

the voiceIl fatto che la quarta edizione di The Voice of Italy si sia conclusa e che probabilmente non ce ne sarà un’altra non può che essere un sollievo. Non c’è pace per la seconda rete di casa Rai dopo l’addio ad X-Factor nel 2011, poi giustamente passato nelle più diligenti (e facoltose) mani di Sky, e del successivo flop di Star Academy. The Voice avrebbe dovuto rappresentare la svolta per il canale più giovane della Rai e in un certo senso sembrava essere partito bene; il format, ideato dal brillante imprenditore olandese John De Mol (Endemol e Grande Fratello vi dicono nulla?), parte da un’intuizione deliziosa: per la prima volta in un talent, i giudici non guardano in faccia i concorrenti ma li ascoltano girati di spalle, in modo da non lasciarsi condizionare dall’aspetto fisico degli stessi, concentrandosi, dunque, soltanto sulle competenze canore.

Ma la storia di The Voice in Italia è la storia di un progressivo e interminabile logoramento: se con la ridicola vittoria di suor Cristina Scuccia nel 2014 (peraltro contro Giacomo Voli, uno dei pochi nomi rimasti nell’immaginario del programma grazie alla sua incredibile vocalità) sembrava che il programma avesse toccato il fondo, evidentemente ancora non avevamo idea di cosa fosse realmente il fondo. L’abbiamo scoperto quest’anno, era sufficiente accendere la TV e guardare cinque minuti di programma, per trovarsi davanti ad un finto talent noioso, volgare e grossolano. I (troppi) talenti non sono stati minimamente tutelati ma al contrario finivano abbandonati a se stessi, mentre i soli beneficiari di questa esposizione mediatica sono stati i giudici, che hanno occupato quella sedia per mera vanità personale. A questo proposito, tante, troppe cose potrebbero essere dette su Dolcenera, che per la prima volta ha ricoperto tal ruolo quest’anno: una presenza che ha contribuito notevolmente ad innalzare il livello di trashume presente nel programma, grazie ai suoi monologhi prolissi, inutili e sgrammaticati, lungaggini infantili e vanagloriose, all’ipocrisia imperante nei suoi atteggiamenti e nei suoi discorsi, nell’avidità di certi discorsi improntati verso un egoismo sordo e cieco. Ha invaso i pensieri dei ragazzi della sua squadra con illusioni e false speranze, infarcite di promesse, come “io non ti abbandono”, “ti aiuterò”, “farai grande cose”, “sei la migliore”, “tu sei La Voce”, e così via, per poi trovarsi a sentirsi dire, per esempio, da una ragazza delusa e frustrata, nel momento della sua eliminazione: “io ci avevo creduto nel tuo ‘io non ti abbandono'”. Fumo negli occhi, come sempre.

Come volevasi dimostrare, a vincere è stata proprio una ragazza del suo team, Alice Paba. Che la vittoria sarebbe toccata a lei, poi, lo si era capito da un bel po’ di tempo. La giovanissima Paba, che nel 2014 partecipò anche ad Amici, non riuscendo però ad avere accesso al serale (il che già la dice lunga), per tutta la durata del programma si è calata nella parte della stralunata, della svampita, della ragazzina fintamente pazzerella e ingenua. Una novella Arisa. All’inizio il pubblico sembrava rispondere bene al suo personaggio, soprattutto in virtù del fatto che alle audizioni (la fase delle “blind”), si presentò con una versione di “Toxic” di Britney Spears rallentata e con accenni country, ricalcata calligraficamente da quella con cui Melanie Martinez, ormai star del pop internazionale, si presentò alle audizioni di The Voice of America. Quando si dice l’originalità…
Dopo di che il vuoto cosmico: voce sentita e risentita, banale, che tende ad emularne altre (basti ascoltare il suo singolo, in cui sembra Nina Zilli, oppure nei duetti con Giusy Ferreri e la Michielin) ma, soprattutto, un personaggio costruito, che risulta artificioso, ipocrita e antipatico, poiché tutto proiettato verso l’esteriorità. Stando infatti ai commenti sui social network, viene spontaneo chiedersi chi mai abbia votato questa ragazzina avida di fama se nessuno – a parte i soliti sedicenti critici da bar di paese – pare essere appagato della sua vittoria. Tutt’altro.

Al secondo posto si è piazzato il più amato Charles Kaplan (team Killa), per solo una manciata di voti – così ci fanno sapere dai piani alti del programma. Il ragazzo, originario della Costa D’Avorio, aveva tutte le carte in regola per una crescita considerevole, ma The Voice a quanto pare è anche l’unico talent in cui i concorrenti regrediscono anziché migliorare. Mentre ad X-Factor è possibile assistere alla crescita delle capacità dei talenti in gara, che vengono seguiti da un’intera squadra di professionisti tra vocal coach, autori, musicisti e anche consulenti d’immagine, a The Voice rimangono tutti così come sono entrati e anzi tendono a peggiorare.

Per onor di cronaca diciamo anche che al terzo posto si è classificato Elya Zambolin (team Pezzali), detto anche Elya Cremonin per via dell’innegabile piglio emulativo nei confronti del cantautore bolognese (nel singolo portato in finale la cosa è particolarmente evidente, sin dal titolo) e al quarto posto Tanya Borgese, priva di carisma e tecnica vocale e non a caso concorrente della squadra della Carrà. Una Raffaella Carrà visibilmente stanca e fuori contesto. Durante le audizioni si è coperta di ridicolo con le sue esternazioni circa la forma fisica e l’aspetto esteriore dei concorrenti e le loro abilità nella danza, dimenticandosi che The Voice è un talent canoro e non Forte Forte Forte, che si è in cerca di un cantante, non di una soubrette. Per non parlare delle innumerevoli gaffe, come quando ha asserito che Bob Dylan è morto. O del dilettantismo musicale, che l’ha portata ad esclamare, dopo l’esibizione di un ragazzo (Lorenzo Lepore) che aveva portato un brano di Niccolò Fabi, “ma lui era di Roma, no? E ma poteva portare un pezzo di Venditti!”.

Gli altri due coach non pervenuti: Emis Killa ha giocato a fare il furbetto per tutto il tempo, sempre attentissimo a soddisfare pedissequamente il volere del pubblico, ha parlato rappando e ha battibeccato sporadicamente con Dolcenera, secondo un’idiosincrasia evidentemente costruita a tavolino. Sarebbe impossibile dire qualcosa di negativo su Max Pezzali come persona, sempre gentile e pacato, ma è più probabile che sia un esperto di astrofisica piuttosto che di musica.
Con questa giuria, così patetica e male assortita, i creatori del programma avrebbero desiderato attirare tutte le fasce d’età: la Carrà per gli adulti, Max Pezzali per gli over 30, Emis Killa per i più giovani. La presenza di Dolcenera, come già detto, rimane ancora un mistero tale che, a confronto, Noemi, giudice delle scorse edizioni, pareva una gemma di raro ed elegante ingegno.

È chiaro, dunque, che un programma TV dove tutto è sbagliato, dai tempi televisivi, agli arrangiamenti musicali, agli stessi protagonisti (è parso più svogliato persino il presentatore Federico Russo), non può avere ragione d’esistere. Durante la puntata finale, gli ospiti si sono esibiti dopo la mezzanotte (la bravissima Michielin intorno a mezzanotte e dieci, gli One Republic a mezzanotte e mezza), per dirne una. Per non parlare di tutti quei concorrenti che avrebbero meritato di essere ascoltati e invece sono stati eliminati per far posto ad altri scandalosamente peggiori, dalla pianista Cristina di Pietro a Giuseppe Citarelli. O, ancora, William Prestigiacomo, già quarto a The Voice of Poland e non il primo di una lista di talenti che ha tentato la fortuna altrove, come Daniela Pedali, che nel 2014 partecipò a The Voice of Mexico, nella squadra di Ricky Martin, o Andrea Faustini, di cui si è tanto parlato dopo il suo terzo posto a The Voice of UK.
C’è da dire, inoltre, che con tutti questi concorrenti, viene a mancare il tempo per conoscerli, affezionarcisi, sentirne i progressi e le sperimentazioni, e quelle laconiche e incalzanti esibizioni non sono certo d’aiuto, cadere nel dimenticatoio è troppo facile, tant’è vero che si finisce ben presto per associare ogni coach ad un singolo concorrente e non a più d’uno. Consideriamo, infatti, che al termine della fase delle audizioni, i concorrenti in gara sono in tutto 64, ossia sedici per ciascun coach. Per farvi capire, al termine della audizioni di X-Factor, i concorrenti in gara sono 12, ossia tre per giudice.
Il format di The Voice è difficile e contorto e bisogna saperlo gestire, evitando discrasie e sbrodolamenti. Eppure in altri Paesi funziona: basti pensare a The Voice of USA, che vede o ha visto come protagonisti coach quali Christina Aguilera, Adam Levine, Pharell e Gwen Stefani, e qualche talento l’ha pure sfornato, come la già citata Melanie Martinez, ora popstar internazionale. The Voice of Italy è da sempre, invece, l’unico talent senza talenti.

Tutto da rifare, dunque, per Rai 2, che deve rimettersi in piedi dopo il flop dell’edizione più stomachevole e imbarazzante di The Voice, nonché la meno seguita (appena due milioni di spettatori per la lunghissima e altrettanto noiosa finale).
Forse sarebbe il caso di costruire un talent show ex-novo e non l’ennesima parodia di X-Factor. O forse sarebbe meglio lasciar perdere e far posto a un programma di cucina.

Giulia Quaranta