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Giuseppe Firmino Marinig

Una semplice riforma elettorale

La baraonda sulla legge elettorale continua, il che mi convince sempre più che esiste una pervicace e precisa volontà politica di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini nelle scelte fondamentali della repubblica. La legge elettorale, volendo, può diventare lo strumento più efficace al raggiungimento degli obbiettivi tesi verso l’autoritarismo e soprattutto al mantenimento del potere, di ridurre al minimo le voci del dissenso e dell’opposizione alla classe dirigente e al potere dominante. Questo è quanto sta accadendo nel parlamento italiano, un Parlamento di nominati, pertanto ricattabili e quindi, secondo il mio modesto parere, inaffidabili a predisporre una nuova e soprattutto buona e democratica legge elettorale che chiuda con un passato buio e triste dell’ultimo ventennio. I diversi capi partito propongono bozze di legge sempre più aderenti alle necessità del proprio partito,incuranti del bisogno di una legge elettorale che elegga un parlamento rappresentativo di tutte le istanze e delle rappresentanze politiche e partitiche presenti nella società italiana, senza gli attuali assurdi sbarramenti per l’accesso al riparto dei seggi in parlamento.

Una legge semplice che si può così illustrare: 1^ turno — proporzionale puro con un possibile sbarramento del 1% e preferenza. Qualora una forza politica raggiunge un risultato del 50% può beneficiare di un ulteriore premio del 2% garantendo, così, la governabilità. Il restante 48% dei voti va diviso in parti proporzionali tra tutti i partiti che hanno superato la soglia prevista del 1%, garantendo, così, la presenza in parlamento di tutte le espressioni politiche e partitiche. 2^ turno — In caso che nessun partito presente nelle liste elettorali non raggiunga la soglia del 50%, vanno al ballottaggio solo le prime tre forze politiche che hanno raggiunto i migliori risultati nella competizione elettorale. Al partito o all’eventuale aggregazione politica che avrà ottenuto il migliore risultato verrà assegnato il 52% dei seggi in parlamento, garantendo di fatto la governabilità. Il 48% dei seggi verrà ridistribuito proporzionalmente tra i partiti perdenti incluse le due forze politiche presenti al ballottaggio. Con questo sistema elettorale semplice ed estremamente democratico si garantisce la più ampia presenza politica e partitica in parlamento e contestualmente la garanzia e la certezza della governabilità del paese e di un equilibrio più corretto per l’elezione del presidente della repubblica, dei giudici della corte costituzionale e di altri alti poteri dello stato.

Giuseppe F. Marinig
(Direttivo provinciale P.S.I. Udine)

Debito pubblico, peggio con la Seconda Repubblica

Sempre più spesso, nonostante le rassicuranti valutazioni del ministro dell’economia ed il fiducioso ottimismo del presidente del consiglio, si elenca l’Italia tra le 5 economie europee che preoccupano maggiormente l’Unione e la Commissione di Bruxelles. L’Italia viene, infatti, inclusa nell’elenco degli Stati con il più alto debito pubblico (133% sul PIL) e per sforamenti del patto di stabilità sul prodotto interno lordo, unitamente a Grecia, Portogallo, Spagna ed Irlanda. I mass media nazionali – televisioni e carta stampata – ormai sempre più accondiscendenti e spesso al servizio del “regime” vigente, raramente riportano le reali notizie sullo stato del paese ed in modo particolare sul debito pubblico che rappresenta il più rischioso problema del sistema Italia in particolare, e della stessa tenuta dell’euro in generale.

È noto che gran parte del debito pubblico italiano si è accumulato negli anni della così detta prima repubblica. Il debito, allora prodotto, era comunque garantito da beni patrimoniali ed immobiliari, dalle partecipazioni statali nei settori industriali, del trasporto e delle telecomunicazioni, etc che coprivano in assoluto un valore monetario doppio del debito. C’era, pertanto, una garanzia per i creditori e per gli acquirenti nazionali e, soprattutto, esteri delle obbligazioni (bot, cct, btp, ctz ) che venivano emesse per finanziare la ricostruzione postbellica e le grandi opere pubbliche che in quegli anni si stavano realizzando per modernizzare il Paese e rendere più competitiva l’economia italiana in forte crescita nei vari settori produttivi. Negli anni ’80 il debito pubblico aumentò ancora, ma per finalità diverse, legato alla ridistribuzione della ricchezza prodotta con il miglioramento dei salari, degli stipendi e delle pensioni ad ampi strati della società. La crisi petrolifera degli anni ’70 e la galoppante inflazione del periodo contribuirono molto a dilatare in percentuale il debito sul prodotto interno lordo, superando la pericolosa soglia del 100%. Era, comunque, sempre rispettato il principio della copertura patrimoniale del debito che andava aumentando sul P.I.L. Quel sistema di governo dell’economia e della finanza ha cessato di operare circa 20 anni fa, con l’affondo di tangentopoli e della scomparsa dei tre grandi partiti su cui si basava il sistema democratico italiano sia al governo che all’opposizione ( DC, PCI, PSI ) dal dopoguerra in poi.

Questi ultimi 20 anni (1992-2013), difficili per la democrazia e soprattutto per l’economia, stanno portando l’Italia verso un regime sempre più monocratico, illiberale ed autoritario in politica e liberista in economia. I nuovi governi, con presenze attive e determinanti di provenienza estrema – dagli ex-neofascisti del MSI ai comunisti convertiti alla democrazia formale – iniziano a smantellare lo stato sociale, faticosamente costruito in decenni di lotte politiche e sindacali, modificando sistemi elettorali di partecipazione popolare ed accelerando le privatizzazioni di società pubbliche con la svendita dei “ gioielli “ del potere produttivo e finanziario del Paese. Iniziative, che in parte avrebbero potuto essere anche condivise visto l’evolversi della politica internazionale con il crollo del comunismo e della concezione statalizzante dell’economia a condizione, però,che il ricavato delle vendite fosse stato utilizzato in forma prioritaria per l’abbattimento del debito pubblico e far rientrare l’Italia nei parametri minimi di sicurezza previsti dall’Unione Europea ( debito pubblico al 60% sul P.I.L.). Così, purtroppo, non si è verificato. I vari governi che si sono succeduti dal 1992 in poi – di centrodestra come di centrosinistra – hanno continuato le privatizzazioni dell’economia statale svendendo quasi tutto il patrimonio pubblico ed utilizzando il ricavato delle vendite per interventi di ordinaria gestione del sistema.

Oggi, ottobre 2013, il debito pubblico italiano ha superato di molto la stessa percentuale di 20 anni fa (120 % sul P.I.L.) con l’aggravante della inesistente garanzia patrimoniale, essendo stata malamente dilapidata da governi incapaci e tendenzialmente autoritari. La situazione finanziaria è pertanto molto grave ed i cui sbocchi futuri sono imprevedibili e preoccupanti per la stabilità del Paese, tra cui un probabile ed eventuale tracollo finanziario come si è paventato in Grecia.

Giuseppe F. Marinig