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Giuseppe Guarino

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino

Venezuela. Nuova rivolta contro il regime “bolivariano”

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasLo hanno chiamato attacco terroristico, l’apparizione di un elicottero della Polizia Scientifica al ministero degli Interni e poi al palazzo della Corte Suprema venezuelana. Forse un’operazione mal studiata, forse un altro tentativo di intimidazione nei confronti del governo chavista di Maduro.

Dall’elicottero sarebbero partiti alcuni colpi di arma da fuoco e quattro granate, che non hanno provocato né feriti né morti. A guidare l’azione è stato uno degli agenti della Polizia Scientifica, il capo delle operazioni aeree Oscar Rodriguez.

Parte da Instagram questa nuova rivolta contro il regime “bolivariano”, da dove Rodriguez denuncia le mancanze del governo e la necessità di ribellarsi nei suoi confronti. Parla di una coalizione apartitica e patriottica tra militari, agenti di polizia e civili, pronta a scalzare il governo “criminale” di Maduro. Rodriguez è una sorta di Rambo venezuelano, membro delle Brigate di Azione Speciali, che nella sua carriera ha anche recitato nel film d’azione “Muerta Suspendida”.

Nel frattempo, però, le dichiarazioni del governo non si sono fatte attendere, sebbene sembrino prive di conseguenze immediate al di là di semplici misure precauzionali volte a garantire la sicurezza dei principali centri istituzionali. Il ministro della Comunicazione Ernesto Villegas ha definito l’attacco una “offensiva insurrezionale dell’estrema destra”.

D’altro avviso invece le minoranze politiche. Il leader del partito d’opposizione socialista Acción Democrática, Henry Ramos Allup, ha così twittato: “Inutile sorvolare il Tribunale Supremo di Giustizia. Magistrate e magistrati roditori si sono rifugiati al sicuro nelle fogne”, minimizzando sull’episodio.

Il vero tentativo di golpe, secondo i vertici di Acción Democrática, sarebbe invece avvenuto proprio ad opera della Corte Suprema, che ha recentemente attribuito al presidente Maduro poteri esclusivi in materia fiscale. Anche il coordinatore generale de La Fuerza es la Unión, coalizione dei gruppi di opposizioni provenienti dalla politica e dalla società civile, ha dichiarato che “questo – quello fiscale, ndr – è il vero colpo di stato di questa sera. Ed è avvenuto senza elicottero”.

Giuseppe Guarino

Sanchez torna a dirigere il Psoe, ma la sfida è ora

spagna sanchezSanchez la spunta. Il vecchio segretario, colui che si era guadagnato l’inimicizia del PSOE per via della sua ostinazione nel voler cercare un’alternativa ad ogni ipotesi di governo con Rajoy ed il Partito Popolare, è tornato al suo posto in vetta al partito.
Il suo merito è quello di aver messo la base al primo posto, avviando una campagna elettorale senza precedenti che lo ha portato a girare tutto il paese dopo essersi dimesso dal Parlamento in seguito alla sua opposizione a larghe intese e, come poi effettivamente accaduto, a governi di minoranza. Le primarie lo hanno incoronato con il 49% dei consensi contro il 40% della sua principale avversaria, la presidente andalusa Susana Diaz, e il 10% del basco Patxi Lopez.
Sconfitti invece i “baroni”, ossia lo stesso establishment del partito che lo aveva costretto alle dimissioni in seguito alle sue scelte politiche. Tutti (o quasi) avevano puntato ferocemente sulla Diaz, data per favorita alla vigilia.
Adesso molti i timori sulla tenuta del governo. Il partito svolta nuovamente a sinistra – ma con la dichiarata volontà di non rincorrere Podemos – e per il futuro molti commentatori profilano lo spettro dell’instabilità politica. Sanchez sta subito stemperando i toni, dichiarando di voler ricomporre le relazioni con i “baroni”, in attesa del congresso di metà giugno.
Le sfide sono appena all’inizio, a cominciare dalla mozione di sfiducia mossa da Podemos e che il partito di Iglesias promette di ritirare nel caso il PSOE passi all’opposizione presentandone una propria.

Giuseppe Guarino

Francia, da Benoit Hamon
schiaffo a Manuel Valls

Manuel-Valls-Francia-HollandeSchiaffo a Manuel Valls. L’ex capo di governo francese, in lizza per correre alle prossime Presidenziali è stato superato dal suo avversario Benoit Hamon, sconfitto di circa quattro punti percentuali (31% contro 35%)

Ieri, le primarie dei socialisti francesi hanno quindi incoronato il frondista di sinistra, un outsider critico nei confronti delle posizioni assunte dal presidente Hollande e dallo stesso governo di Valls, specie riguardo alla Loi Travail, il Jobs Act francese.

Alta la partecipazione popolare, di poco inferiore ai 2 milioni di elettori. Non bene quanto le primarie dei Républicains né quanto quelle che incoronarono Hollande sei anni fa, ma nemmeno il tracollo annunciato nel quale si voleva far versare il Parti Socialiste.

Proprio Hollande è stato invece il grande assente. In visita ufficiale in Cile, il presidente francese ha voluto ostentare il suo mancato voto, quasi a dissociarsi dalle bagarre interne – forse stizzito per essere diventato, non senza colpe, il capo di stato transalpino meno popolare della storia.

Il ballottaggio, domenica prossima, sarà dunque un duello tra Valls e Hamon, tra una sinistra moderata e una tendenzialmente più radicale, tra un socialista liberale e il fautore del reddito di cittadinanza.

Valls si auspica che il voto della prossima domenica possa essere un momento storico di pacificazione, nel quale tutte le differenze possano essere da parte per correre insieme, senza fingere di non sapere che la sua fazione potrebbe essere destinata ad un lungo periodo d’isolamento all’interno del partito. A conferma di tutto ciò, anche la presa di posizione del terzo contendente, Arnaud Montebourg, che si è già schierato con Hamon e sembra ormai spianargli la strada verso la corsa all’Eliseo.

Giuseppe Guarino

Francia. Le primarie bocciano Sarkozy

Nicolas-SarkozyNicholas Sarkozy non sarà tra i candidati alla presidenza della Francia nel 2017. Le primarie hanno infatti incoronato i suoi avversari, lasciandolo fuori dal ballottaggio per la testa del partito da lui fondato. Sarkò, dunque, si ritira dalla politica, ma non è la prima volta e quindi bisogna dare un peso relativamente leggero a queste sue dichiarazioni.

Fatto sta che Juppè e Fillon il 27 novembre si sfideranno per la nomination repubblicana. Fillon, l’outsider sessantaduenne, ha più che doppiato l’ex Presidente con il 44% dei consensi (contro il misero 21% dell’ormai ex leader). Si è così preso la rivincita su un capo dello Stato che, quando Fillon guidava il governo francese (dal 2007 al 2012) non si è mai risparmiato nei suoi confronti. I rapporti tra i due non erano mai stati idilliaci, tanto è vero che Sarkozy lo aveva più volte strigliato, considerandolo né più né meno che un “collaboratore”.

Smentiti ancora sondaggisti e bookmaker, che però ora trovano in un uomo di destra saldo e moderato ma ricco d’esperienza un nuovo punto di riferimento per l’intera area politica popolare-conservatrice europea. Tanto è vero che il suo storico avversario interno gli ha subito fornito un endorsement che probabilmente lascerà a Juppè (28.5% dei consensi) solo le briciole.

Inoltre, la sua vittoria lascia ben sperare anche in vista del problema Le Pen. Un ex capo di governo con l’autorità di Fillon potrebbe raggranellare consensi anche nell’area socialista, ancora alle prese con i misteri di Hollande. L’attuale presidente non ha ancora sciolto le sue riserve su una ipotetica ri-candidatura che, dati alla mano, risulterebbe comunque debole e incapace di competere con gli avversari. Si vedrà, anche perché le ultime uscite del premier Manuel Valls sembrano spingere quest’ultimo a tentare un approccio più liberale e diretto – quasi “renziano” – per la corsa all’Eliseo. Valls potrebbe avere più chances di Hollande, sebbene il quadro che va delineandosi sembra essere una riedizione in grande delle ultime regionali: un nuovo exploit della Le Pen porterebbe tanta acqua socialista al mulino repubblicano, permettendo così a Fillon di raggiungere la presidenza.

Giuseppe Guarino

Venezuela, i domiciliari all’oppositore Rosales

rosalesEnnesima mossa del governo venezuelano, che ieri notte ha liberato l’ex candidato alla presidenza e già governatore dello stato di Zulia e sindaco di Maracaibo, Manuel Rosales.
Arrestato dall’intellighenzia del paese sudamericano un anno fa per un supposto arricchimento illecito, Rosales è stato per anni l’uomo più in vista dell’opposizione e dei socialisti di Acción Democratica, fondando poi il partito socialdemocratico Un Nuevo Tiempo. A pronunciare la sua accusa, subito accolta dai tribunali, fu direttamente Hugo Chávez nel mezzo delle elezioni regionali del 2008. Dopo essere stato in esilio forzato a Lima e a Panama, Rosales è tornato in Venezuela nella campagna elettorale delle ultime elezioni parlamentari, quando fu catturato dalla polizia politica all’atterraggio in aeroporto.
La cosa, se da un lato fa piacere alle opposizioni, dall’altro rischia di essere una nuova carta gettata sul tavolo dal presidente Maduro, una sorta di mossa elettorale in vista del referendum revocatorio, che probabilmente si terrà nei primi mesi del 2017.
L’uscita dal carcere di Rosales segue quella dell’attivista di un altro partito di opposizione di centro-sinistra, Francisco Márquez di Voluntad Popular, arrestato durante i lavori preparatori della consultazione revocatoria.
Entrambi sono stati liberati in seguito alla visita a sorpresa dell’ex capo di governo spagnolo Zapatero, in viaggio a Caracas lo scorso fine settimana, e che sta svolgendo funzioni da mediatore nel controverso e spinoso dialogo tra il Presidente e le opposizioni.
Per Rosales sono stati ammessi gli arresti domiciliari, mentre per quanto riguarda Márquez il regime ha scelto di rilasciarlo soltanto a condizione che lasci il paese. A riguardo, il militante di Voluntad Popular ha scritto una lettera aperta nella quale dichiara che “la mia uscita dal carcere non mi ha dato la libertà, ma un esilio forzato”.

Giuseppe Guarino

Venezuela, Maduro
e il referendum revocativo

Che la democrazia venezuelana fosse malata non c’erano dubbi. Dopo le aggressioni che si susseguono da giorni nei confronti di rappresentanti e militanti delle opposizioni, l’obiettivo dei partiti alternativi a quello di governo (tra i quali Acción Democratica del Presidente dell’Assemblea Henry Ramos Allup, aderente all’Internazionale Socialista) è di mandare a casa il presidente Maduro, sfruttando uno strumento previsto dalla costituzione “bolivariana” di Hugo Chavez: il referendum revocativo del mandato presidenziale.

Ora arriva anche l’ufficialità da parte della Corte Suprema del paese sudamericano: affinché il referendum possa tenersi, occorre che l’opposizione raccolga le firme in tutti e 23 gli stati della federazione, per un totale del 20% dell’elettorato attivo venezuelano distribuito territorialmente. Sarà dunque necessaria una campagna più capillare e dispendiosa, con il rischio di allungare notevolmente tempi già dilatati. Se inizialmente infatti l’opposizione mirava a tenere il referendum prima della fine dell’anno, ora il termine ultimo è quello del 10 gennaio 2017.

Si tratta di una data spaventosamente vicina ma che piace molto al presidente e agli chavisti: qualora il referendum dovesse tenersi dopo il termine del 10 gennaio, Maduro sarebbe sì costretto alle dimissioni ma non si tornerebbe subito alle urne. Ci sarebbe invece un passaggio di consegne, con il vice-presidente Jorge Arreaza che terminerebbe gli ultimi due anni del mandato dall’alto della carica presidenziale, rimandando tutto al 2019.

Uno scenario per nulla piacevole e che, soprattutto, manterrebbe gli chavisti al potere con il rischio di ripercussioni nei confronti di chi ha firmato, fatto campagna elettorale o votato per il referendum.

Lo sa bene Ramos Allup, che nei recenti discorsi ha tuonato contro il governo, che avrebbe “l’idiozia impressa nei cromosomi, bloccata nel midollo, sono idioti incorreggibili. Non hanno capito che con la violazione sistematica della Costituzione e l’ignoranza dei poteri costituzionali dell’Assemblea sono chiuse tutte le strade a livello internazionale perché i paesi stranieri non sono stupidi e sanno che questo governo sta vivendo i suoi ultimi giorni”. Maduro, secondo il leader socialista, è un “vagabondo”, un “delinquente”.

Per quanto riguarda la raccolta firme e la recente decisione della Corte Suprema venezuelana, Ramos Allup si è detto pronto a tutto pur di far sì che il referendum sia attivato.

“Siamo pronti a ricorrere all’Organizzazione degli Stati Americani – ha dichiarato, dicendosi tra l’altro per nulla intimorito dalle minacce di arresto per alto tradimento – non alla Nato o al G7. Andremo dunque da un organismo del quale il Venezuela è parte, e lo faremo con l’intenzione di consegnare una relazione dettagliata e chiedere l’applicazione immediata della Carta Democratica, perché qui c’è una grave alterazione dell’ordine democratico e una grave violazione della Costituzione”.

Giuseppe Guarino

Michelle Obama, la vera ‘First’ Lady

michelle-obamaUno dei migliori discorsi di questa campagna elettorale viene da Michelle Obama, che a Manchester (New Hampshire), ha tenuto uno dei più toccanti discorsi in favore della candidata dem alla presidenza Hillary Clinton.
Le stoccate maggiori, ovviamente, sono andate a Donald Trump e alle recenti dichiarazioni sessiste del candidato repubblicano: “In questa campagna stiamo consistentemente ascoltando un linguaggio offensivo e pieno d’odio nei confronti delle donne. Un linguaggio che è stato doloroso per così tanti di noi – non solo come donne, ma come genitori che provano a proteggere i propri figli e ad educarli affinché siano adulti premurosi e rispettosi. In questa elezione, noi abbiamo un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che – durante l’intero corso della sua vita come nel corso di questa campagna – ha detto cose sulle donne che sono così scioccanti e così avvilenti, che io non ne ripeterò nessuna qui oggi. Questo è qualcosa che noi non possiamo ignorare, che non possiamo spazzare sotto il tappeto come un’altra semplice nota di disturbo di questa stagione elettorale”.
I discorsi sessualmente aggressivi di Trump, secondo la First Lady, sono segno di una crudeltà spaventosa, di gestione padronale da parte dell’uomo sulla donna. Un tuffo in un passato che sembrava finalmente superato.
E poi ancora: “troppe persone ci stanno trattando come se la nostra indignazione fosse esagerata e come se tali dichiarazioni fossero normali, soltanto la solita politica. Ma, New Hampshire, sia chiaro: questo non è normale. Questa non è la solita politica ma qualcosa di vergognoso. È intollerabile e non importa a quale partito si appartenga: Democratiche, Repubblicane, Indipendenti. Nessuna donna merita di essere trattata in questo modo. Nessuna merita questo tipo di abuso. Adesso è il tempo di alzarsi e dire: ‘quando è troppo è troppo’. Tutto ciò deve finire adesso.”
E quindi – nell’enfasi finale di un discorso sentito ed acclamato – ha chiesto ancora una volta di votare per Mrs. Clinton, rispolverando la richiesta di speranza troppo spesso domandata dal popolo statunitense in un momento così delicato: “la speranza è importante. Ci meritiamo un presidente che possa vedere questa verità in noi, un presidente che possa metterci insieme e tirare fuori il meglio di noi. Hillary Clinton sarà quel presidente”.

Giuseppe Guarino

Maduro e la democrazia
a colpi di ‘minacce’

adAncora minacce ai partiti di opposizione nel Venezuela di Maduro.
A rivelarlo è il leader di Azione Democratica, Henry Ramos Allup. Su Twitter, il presidente dell’Assemblea Nazionale ha rivelato che le sedi del partito, aderente all’Internazionale Socialista, sono state attaccate a Barcelona e a Puerto La Cruz, nello stato di Anzoátegui. A colpire sarebbero stati dei gruppi legati al Partido Socialista Unido de Venezuela, ossia al presidente Maduro e al defunto Hugo Chavez.

“L’atto vandalico eseguito all’alba da bande armate legate al PSUV – ha scritto su Twitter Ramos Allup – è stato messo in atto per sabotare il nostro tour”.
Allegate al tweet due fotografie nella quale si vedono le facciate degli edifici, coperte da graffiti e scritte in rosso inneggianti a Chavez e che appellano come “fascista” e “golpista” la sinistra democratica venezuelana.

Le intimidazioni, frequenti in Venezuela, hanno avuto luogo durante la quattro giorni di raccolta firme per il referendum revocatorio nei confronti del presidente Maduro, fortemente promossa da Azione Democratica.
I sondaggi sono palesemente avversi al governo in carica, che si vedrebbe così rimosso dal potere per la prima volta dopo 17 anni di incontrastato dominio (se si eccettuano i pochi giorni del golpe fallito del 2002).

Attualmente, non c’è una data, sebbene le opposizioni sperano che la consultazione revocatoria del mandato presidenziale – un istituto previsto dalla costituzione “bolivariana” voluta da Hugo Chavez nel 1999 – possa tenersi entro fine anno.

Giuseppe Guarino

Hollande giù nei sondaggi
si prepara alle presidenziali

Hollande.Non c’erano dubbi a riguardo, ma François Hollande è uscito finalmente allo scoperto, rivelando che l’anno prossimo correrà nuovamente per la poltrona presidenziale. E questo nonostante i sondaggi, che lo danno già per sicuro sconfitto in virtù della forte impopolarità di cui il Presidente godrebbe.

Ma la sua linea è dura ed è ormai chiara la sua intenzione di condurre una campagna elettorale forte ed inflessibile, che non lasci “che l’immagine della Francia, lo splendore della Francia, l’influenza della Francia si deteriorino nei prossimi mesi o negli anni a venire”. La sua è una chiamata alla coesione nazionale, a quel patriottismo di cui è vestito tutto l’arco costituzionale d’oltralpe. E, soprattutto, ad uscire dal gioco al suicidio a cui la sinistra francese sta giocando da tempo. Il Partito Socialista è diviso e non riesce a ritrovare l’unità, tra l’isolamento in cui è stato relegato il presidente e le lotte intestine tra le fazioni più liberali e quelle di sinistra-sinistra. Le Monde ha recentemente contato almeno sette correnti interne al PS, tra quelle che minacciano la scissione e quelle che chiedono ascolto e tentano di imporre condizioni.

E in questo gioco si inserisce anche Valls che chiede di non sottovalutare il “momento storico” rappresentato dalle prossime elezioni. Il capo del governo chiede che la sinistra si saldi per evitare la vittoria della destra, non importa se quella estrema o quella dura. Sempre destra è.

Tutto sta a ricompattare i ranghi, a fare in modo di richiudere le ferite che negli ultimi quattro anni si sono rincorse senza tregua, non ultime quelle sulla Loi Travail, il Jobs Act d’oltralpe.

Tanto è vero che Hollande cerca di far numero nella lotta a Nicolas Sarkozy, contro cui si ritroverà probabilmente a combattere. “I leader della destra – ha detto – pensano di aver già raggiunto il potere, ma non si rendono conto che sono i francesi che firmeranno il fondo della pagina”. E, infine, uno sguardo al terrorismo: “Questa lotta è la ragione del mio impegno”.

Questi due, quindi, i fattori d’aggregazione. Lotta alla destra e lotta al terrorismo. Riuscirà la litigiosissima sinistra a farseli bastare?

Giuseppe Guarino