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Giuseppe Miccichè

Giuseppe Romita, una vita per la repubblica e i lavoratori

Giuseppe_Romita_2Nacque a Tortona, piccolo comune piemontese, il 7 gennaio del 1887 in una famiglia di contadini che a prezzo di enormi sacrifici lo fecero studiare permettendogli di conseguire il diploma di geometra. Dotato di viva intelligenza e con forti aspirazioni, volle continuare gli studi e si iscrisse al Politecnico di Torino, dove frequentò i corsi di Ingegneria aiutandosi economicamente con il frutto delle lezioni che dava privatamente.

Fin dai più giovani anni si sentì attratto dalle idee socialiste, e nel 1903 aderì al PSI, iscrivendosi al gruppo giovanile della sezione socialista di Alessandria e successivamente a quella di Torino. In questo periodo fu corrispondente de “L’Avanguardia”, organo centrale della Federazione Giovanile Socialista , l’organizzazione costituita nel settembre del 1903 a Firenze con l’adesione dei vari gruppi già operanti in alcune regioni, ed ebbe così modo di farsi conoscere e apprezzare fino a meritare l’ingresso nel Consiglio nazionale. Nel 1911, a 24 anni, già abbastanza noto tra i lavoratori organizzati sia nel partito che nel sindacato, venne eletto segretario della sezione socialista di Torino. Qualche anno dopo raggiunse due importanti traguardi nella sua vita: conseguì infatti la laurea in ingegneria e venne eletto nei consigli comunali della città natale e di Torino.

L’entrata in guerra dell’ Italia contro gli Imperi centrali lo collocò tra i più decisi oppositori: tenne infatti viva tra i socialisti del capoluogo piemontese la fiamma della pace e della libertà, e partecipò nell’agosto del ’17 ai moti del pane con Maria Giudice e altri, per cui fu arrestato e per alcuni mesi tenuto in carcere.

Con l’inizio del dopoguerra si immerse nuovamente nella lotta politica e nel ’19 venne eletto deputato alla Camera. Attivissimo tra i lavoratori, partecipò all’occupazione delle fabbriche, fatto di grande rilievo a livello nazionale in un periodo di lotte aspre e coinvolgenti dei lavoratori e particolarmente importante in una città a forte sviluppo industriale com’era Torino. In quella occasione ebbe modo di porre al servizio degli operai le proprie competenze di tecnico e le proprie capacità di dirigente, e concorse a dimostrare, contro la propaganda denigratoria dei conservatori, che i lavoratori erano in grado di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva.

Nel gennaio del ’21 non condivise le motivazioni addotte dai comunisti in favore della scissione nel PSI che diede vita al PCd’I, e riconfermò la propria fedeltà al partito. Nel successivo aprile venne presentato candidato alla Camera e fu tra gli eletti. Nell’ottobre del ’22, sempre animato da spirito unitario, cercò di impedire la nuova rottura nel partito con la nascita del PSU, ma i suoi sforzi non ebbero successo. L’anno dopo, fortemente convinto della inconciliabilità di socialismo e comunismo, con Nenni, la Giudice e altri si oppose alla proposta di fusione del PSI e del PCd’I avanzata dall’Internazionale di Mosca. Nel 1924 venne nuovamente eletto alla Camera. Dopo l’assassinio di Matteotti aderì alla secessione dell’Aventino, e fu tra i più attivi oppositori del regime nascente, sicchè il 6 novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Arrestato pochi giorni dopo e condannato a cinque anni di confino, venne inviato a Pantelleria, successivamente a Ustica, e ancora a Palermo e infine a Ponza. Riacquistò la libertà due anni dopo, ma venne escluso dall’albo degli ingegneri, sicchè per vivere dovette accettare lavori di vario tipo. Tornato a Torino, si impegnò per fare rinascere il Partito socialista, ma nel ’30 subì un nuovo arresto e l’invio al confino a Veroli. Nel ’33, cessata la detenzione, fissò la propria dimora a Roma, dove si dedicò a diversi lavori per mantenere la famiglia.

Nel ’42 con Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti, Oreste Lizzadri e altri lavorò per la ricostituzione del partito, che di lì a poco, con la confluenza di vari gruppi, assunse il nome di PSIUP. Dopo la caduta del fascismo, con Nenni fece parte del gruppo dirigente centrale del CLN in rappresentanza dei socialisti. Dal giugno del ’45 entrò in successivi governi sempre con incarichi di grande rilievo, e nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e nel contemporaneo referendum su Repubblica o Monarchia del 2 giugno 1946, come Ministro degli interni, si impegnò con straordinaria passione nello sforzo per dare al paese una nuova forma istituzionale e un parlamento aperto al rinnovamento e al progresso. Monarchici e conservatori gli rivolsero forti critiche, che il tempo ha dimostrato assolutamente ingiustificate.

Storici e politici di ogni tendenza concordano da tempo nell’affermare che assieme a Nenni egli fu grande artefice dell’avvento della Repubblica: se Nenni diede la passione al Partito socialista e alle forze progressiste con lo slogan “O la repubblica o il caos”, egli profuse straordinarie energie perché l’Italia mutasse le strutture statuali e si avviasse decisamente verso un avvenire di giustizia, di libertà e di pace.

Sempre autonomista, non approvò mai le proposte di fusione col PCI e nemmeno la politica frontista, desiderando che il partito si distinguesse da ogni altra organizzazione, anche di classe, considerata non pienamente democratica. Quando perciò ritenne che i legami tra i due partiti rischiavano di divenire soffocanti per il Partito Socialista e a lungo andare avrebbero finito per snaturarlo e distruggerlo, assunse posizioni di critica: attorno alla rivista “Panorama”, pubblicata dal gennaio dl ’49, e a un pugno di autonomisti, politici e sindacalisti, tra cui Viglianesi, Carmagnola, Luisetti, nel dicembre del ’49 diede vita al PSU, che nel maggio del ’51 si fuse con il PSLI nel PSDI. Successivamente, preoccupato di impedire una deriva autoritaria e conservatrice del paese, sotto la spinta della guerra fredda, di cui individuava i pericoli, perorò il ritorno nel governo con la DC. Fu allora Ministro dei Lavori Pubblici, ciò che gli permise di dare il via alla realizzazione di un piano che prevedeva la modernizzazione del paese.

Egli sognava una Italia che, libera dalle vecchie chiusure e dalle vecchie limitazioni, si collocasse finalmente a più alti ed avanzati livelli di sviluppo. Promosse perciò lo sviluppo della rete stradale nel paese, avviò la costruzione della “Strada del Sole”, di acquedotti, e inoltre un vasto piano di ampliamento dell’edilizia popolare. Si impegnò ancora nella vita del partito perorando l’unità di tutti i socialisti, ma non vide concretarsi il suo sogno. Morì infatti a Roma il 15 marzo del 1958 per un attacco cardiaco. Unanime fu allora il compianto delle forze politiche, che ne riconobbero la grande passione, la fede sincera e profonda nell’ideale socialista, la moralità assoluta, la capacità realizzatrice.

Giuseppe Miccichè

Biagio Andò, l’impegno del giovane di Giarre per un socialismo innovativo

biagio andòA Giarre, uno dei comuni più grossi e attivi della provincia etnea, c’è un rione, che i residenti indicano come “u chianu a fera”. È una piazza di forma triangolare, intitolata a Biagio Andò, personaggio a tutti noto per il forte legame con la storia locale. Fu infatti in questo comune che Biagio Andò nacque il 27 settembre del 1915. Appena sedicenne entrò nel mondo del lavoro impiegandosi in una officina idroelettrica, dove si fece apprezzare per la serietà, l’intelligenza e il forte impegno, doti che lo accompagnarono poi e lo distinsero nei vari momenti della vita, e più in particolare nel corso degli studi e nella vita politica. Laureatosi in Matematica e Fisica, cominciò a insegnare con successo nelle scuole secondarie. Il mondo della scuola non riuscì però a colmare la sua vita. Biagio Andò era naturalmente portato a guardare con simpatia ai lavoratori, sicché, quando, nel luglio del ’43, avvenne l’invasione dell’isola da parte degli Alleati e il fascismo cadde, almeno nell’Italia meridionale e insulare, egli aderì al Partito Socialista, che dalla seconda metà dell’800 li rappresentava e ne era il difensore contro ogni oppressione e ingiustizia. Nel catanese il movimento progressista e il socialismo avevano una lunga storia, ricca di fatti esaltanti e di nomi illustri. Tra l’800 e i primi del ‘900 Mario Rapisardi era stato cantore appassionato del mondo dei lavoratori e della loro sete di giustizia e di libertà. La spinta al riscatto dei lavoratori di campagna e di città aveva trovato dei punti fermi nei De Felice, nei Macchi, nei Sapienza, nei Castiglione. Spesso però si era dovuta lamentare una vivacità interna per scontri di correnti e di uomini, che molti consideravano eccessiva, e tale da assorbire non poche energie finendo per limitare le possibilità di ulteriore espansione offerte da una realtà economica e politica abbastanza fertile. Subito dopo la caduta del fascismo la medesima situazione si era ripresentata, con il ritorno in campo di alcuni dei vecchi protagonisti, cui presto si erano aggiunti elementi nuovi, limitando ancora una volta le possibilità di espansione in una realtà che rimaneva fertile. Biagio Andò non volle mai partecipare a queste lotte. Egli infatti se ne tenne lontano, e si impegnò invece nell’attività propagandistica e organizzativa, che nella sua città e nelle aree circostanti produsse in breve una rete di sezioni capaci di pilotare i lavoratori nelle lotte per una economia agricola fortemente rinnovata. Anche la sezione di Giarre raccolse un elevato numero di iscritti divenendo punto di riferimento di una rilevante forza elettorale, e fu su questa base che il partito poté affrontare le elezioni amministrative e quelle politiche del ’46 con la certezza del successo. Che infatti non mancò, portando Andò alla guida del comune con una amministrazione socialista presto caratterizzatasi grazie a una politica fortemente innovativa realizzata in diversi settori e più in particolare in quello fiscale, attraverso la fedele applicazione del criterio della progressività. Stimato tra i dirigenti etnei, nel 1953 venne riconosciuto meritevole di essere presentato per la Camera dei deputati nel vasto collegio comprendente le province di Catania, Messina, Enna, Siracusa e Ragusa, e alla fine di una campagna elettorale caratterizzata dalla applicazione della famosa “legge truffa” risultò eletto. Ripresentato nel 1958, Biagio Andò venne considerato meritevole di un secondo mandato. Si distinse sempre per il forte impegno nell’attività parlamentare: serio, equilibrato, riflessivo, si fece apprezzare dai compagni di partito e meritò la stima e l’apprezzamento dei colleghi degli altri gruppi per la preparazione e l’acume rivelati nell’affrontare importanti problemi. Gli Atti parlamentari e la stampa coeva ricordano ci danno sufficienti notizie sul suo contributo alla elaborazione e alla discussione di importanti proposte di legge: particolarmente noti sono il suo impegno, teso tra l’altro a favorire l’accesso dei diplomati alle facoltà universitarie di indirizzo scientifico, ma anche gli interventi nella discussione sui bilanci delle finanze e del tesoro. Purtroppo la sua vita fu breve. Biagio Andò morì infatti quarantacinquenne, il 6 giugno 1961, nella città che gli aveva dato i natali e che aveva tanto amato. Lo stupore e il dolore per una perdita così improvvisa furono grandi, e molti li espressero in sede parlamentare e locale con parole significative, che mettevano in evidenza il carattere di questo uomo, tutto dedito alla famiglia, alla scuola, al partito e ai lavoratori. Ne ereditò la fede nella giustizia e nella libertà e il legame coi lavoratori, la vasta preparazione e il forte impegno il figlio Salvo, parlamentare del PSI in quattro legislature a partire dal 1979, capogruppo, nel 1992 ministro della Difesa, e oggi positivamente attivo sul piano scientifico e politico.

Giuseppe Miccichè

Gregorio Agnini, instancabile difensore degli oppressi

GregorioAgniniÈ certamente una delle figure più belle del vecchio socialismo, così ricco di passione e di fede e così attivo nel sollecitare l’avanzamento dei lavoratori. Nacque a Finale Emilia, in quel di Modena, il 27 settembre del 1856. Compiuto il corso degli studi con il conseguimento del diploma alla Scuola superiore di commercio di Genova, cominciò a lavorare nel settore industriale. Nel contempo rivelò un vivo interesse per l’organizzazione dei lavoratori agricoli, numerosissimi nella sua regione, e questo lo portò presto a impegnarsi nella propaganda e nella organizzazione dei lavoratori. Nel 1882 venne eletto nel Consiglio comunale di Finale e contemporaneamente nel Consiglio provinciale di Modena, dove si distinse per la viva attenzione ai problemi degli strati popolari. Nel 1886 fondò a Mirandola una associazione di braccianti, che registrò presto un vasto richiamo nella categoria dei lavoratori della campagna. Personalmente, però, di lì a un anno fece la prima esperienza di carcerato per avere difeso i lavoratori. A Modena fu presidente della Congregazione di Carità e della Federazione fra le Società dei lavoratori. La sua autorità crebbe contemporaneamente alla sua notorietà, sicchè nel marzo del 1890 i socialisti lo candidarono alla Camera nel collegio di Modena. Eletto, aderì al piccolo gruppo parlamentare socialista che allora faceva le sue prime esperienze di lotta in difesa dei lavoratori e della libertà, e svolse le funzioni di segretario. Nel ’92 fu a Genova tra i fondatori del Partito socialista. Interessato ai Fasci del lavoratori che stavano nascendo in Sicilia, tentò di prendere contatto con gli organizzatori isolani e portare una parola di solidarietà e di incitamento, e a questo fine nel 1893 con Camillo Prampolini si portò a Palermo, ma la polizia fu pronta a fermarli. Come parlamentare si impegnò attivamente a evidenziare alcuni seri problemi della bassa padana, e in particolare la necessità di opere di bonifica, di linee ferrate, di contributi alle cooperative per la realizzazione di lavori pubblici, di elevazione dei salari per i lavoratori subordinati, sfruttati coi lunghi orari di lavoro e con le basse mercedi. Entrato a far parte della Direzione nazionale del partito, si collocò tra i riformisti più moderati, e rinsaldò il suo legame coi lavoratori che tanto lo amavano, e che perciò lo rielessero alla Camera sconfiggendo avversari anche agguerriti. Collaborò frequentemente alla stampa socialista, ma non disdegnò i fogli borghesi, nel desiderio di estendere l’area di possibile fruizione del messaggio socialista in ordine ai vari problemi del paese. Di fronte alla partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, che capovolgeva improvvisamente vecchie alleanze e impegnava il paese in uno sforzo bellico che sarebbe costato 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati, e svuotato le casse dello stato, egli assunse una posizione di netto rifiuto. Nel dopoguerra riprese l’attività politica e sindacale nella sua provincia, e nel 1920 venne eletto presidente del Consiglio provinciale di Modena. In un momento di forte radicalizzazione della lotta politica e sindacale, come fu quella immediatamente successiva alla guerra, la vita del partito risentiva molto del contrasto tra le frazioni dei massimalisti-rivoluzionari e dei riformisti in relazione soprattutto ai rapporti col comunismo che si affermava nella lontana Russia e tendeva a orientare con forza i gruppi operanti nei vari paesi. Riformista come in gioventù, egli rimase saldamente legato a una concezione che rifuggiva da ogni estremismo, essendo fermamente convinto della necessità di evitare al paese la reazione borghese e al tempo stesso la dittatura comunista. Per la decima volta, ancora nel 1924 venne eletto alla Camera, ma due anni dopo, avendo partecipato all’Aventino degli oppositori al fascismo, ormai emarginati e impediti di ogni sia pur minima attività politica, venne dichiarato decaduto dal mandato. Durante il ventennio visse appartato, ma fu sempre vigilato dalla polizia. La caduta del fascismo lo trovò novantenne ma sempre animato dall’ideale socialista. Il 25 settembre del ’45, insediatosi tra i componenti della Consulta nazionale, ne fu, in quanto decano, il primo presidente, e in quella veste disse parole pregne di fede nell’Italia rinnovata e libera dopo il tragico ventennio. Ricordati Matteotti, Gramsci e Amendola, i grandi Martiri del movimento proletario e antifascista, profondamente commosso disse: “Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell’Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia!”. Era ancora a Roma quando pochi giorni dopo, il 6 ottobre, morì.

Giuseppe Miccichè

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Cammareri Scurti, fautore del rinnovamento agricolo in Sicilia

Sebastiano Cammareri Scurti“Tenace nel suo rapporto col PSI” scrisse di lui lo storico Giuseppe Carlo Marino, autore nel 1972 di un bel saggio (“Socialismo nel latifondo”) nel quale vengono acutamente rilevati l’importanza dell’opera svolta per lunghi anni dal Cammareri Scurti nel movimento contadino della Sicilia occidentale e il valore del suo meridionalismo, sotto ogni aspetto ancor oggi valido; “socialista senza aggettivi” lo disse all’indomani della sua morte “La Cooperazione siciliana”. Nei due giudizi veniva colto il carattere di quest’uomo, che rimase sempre fedele al Partito socialista e seppe indicare ai lavoratori e alle forze politiche l’intervento necessario ai fini del riscatto del Sud.

Sebastiano Cammareri Scurti nacque a Marsala il 27 marzo 1852. La cittadina faceva parte di un’area che nella viticoltura individuava la propria vocazione, ma che era circondata e soffocata dai latifondi.

Il giovane Sebastiano studiò agronomia, e conseguito il titolo specifico si dedicò con estrema serietà e passione all’esercizio della professione. La sua preparazione venne presto apprezzata: l’on. Abele Damiani, incaricato di guidare i commissari preposti all’inchiesta sulle condizioni della economia agricola che veniva condotta in Sicilia nel quadro della Inchiesta parlamentare diretta a livello nazionale da Stefano Iacini, lo volle quale segretario della Commissione. Cammareri Scurti fu attivissimo nella redazione delle relazioni poi confluite nel volume riguardante l’isola, e attraverso questo lavoro potè conoscere in modo approfondito le condizioni socio-economiche della Sicilia. Sulla base delle conoscenze acquisite osservando la realtà in cui operava, studiando le relazioni, entrando in rapporto con i rappresentanti del mondo economico e politico maturò una concezione che vedeva nel socialismo gradualista e nel cooperativismo gli strumenti per la liberazione e la crescita dell’isola.

Guardò con interesse e speranza al Movimento dei Fasci dei Lavoratori, anche se non svolse al loro interno una particolare attività. Nel ’96 per conto di “Critica sociale”, la rivista del socialismo gradualista che Turati pubblicava a Milano, diede alle stampe la prima parte di un ampio saggio sul problema agrario siciliano. Il saggio segnò la sua adesione al Partito socialista, che divenne ufficiale l’anno dopo con la fondazione della sezione marsalese del partito e la direzione dell’organo di stampa “Il Diritto alla vita”. A questi atti fece seguire la collaborazione a “Critica Sociale”, alla “Rivista Popolare” del Colaianni, e a vari fogli isolani, tra cui “La Battaglia”, che a Palermo era diretta da Alessandro Tasca di Cutò. Di estremo interesse furono i saggi “Socializziamo la terra!” apparso sulla rivista milanese, e “Il socialismo in Sicilia e la nazionalizzazione della terra” e “Il suffragio universale e la colonizzazione interna” pubblicati invece sulla rivista del Colaianni.

Approfondì lo studio della mafia, evidenziando la sua azione in favore dei gruppi di potere nel controllo degli strati popolari e nella manipolazione dell’elettorato, e insistette sulla necessità di espropriare i latifondi. Quale direttore della Società Cooperativa San Marco di Monte San Giuliano diede prova di grande capacità, facendo sì che divenisse modello per quanti intendevano combattere la grande proprietà e offrire ai siciliani un sicuro strumento di sviluppo e di modernizzazione delle terre coltivabili. Nel 1905 promosse “Monte”, poi divenuto “Terra Libera”, organo della Lega e della Cooperativa “San Marco”. Quattro anni dopo pubblicò la seconda parte del saggio sul problema agrario siciliano.

Divenuto figura prestigiosa nel mondo progressista, venne chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza delle organizzazioni politiche ed economiche socialiste presenti nell’isola. Dopo l’uccisione di Lorenzo Panepinto, nel maggio del 1911, accettò di subentrargli nella direzione della Cooperativa di Santo Stefano Quisquina, e si sforzò di farla vivere sulla linea seguita dal cooperatore defunto. Convinto anticolonialista, avversò l’occupazione della Libia, che in quel periodo veniva esaltata dalla destra economica e politica perché permetteva di indebolire la pressione sociale in Italia, e ancora una volta indicò nello sviluppo delle cooperative la strada per sconfiggere il latifondo e dare lavoro al proletariato agricolo isolano. L’anno dopo non condivise le motivazioni di quanti, al seguito di Tasca di Cutò, De Felice, Macchi, Lo Piano, Toscano, ecc., tendevano al distacco dal partito, e diedero poi vita al PSRI, polemico nei confronti del settentrionalismo della Direzione del PSI, e rimase fedele al partito. Morì a Santo Stefano Quisquina il 13 agosto 1912.

Giuseppe Miccichè

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

Angelo Corsi, socialista che difese i minatori sardi

Tra gli uomini più rappresentativi del socialismo sardo Angelo Corsi occupa con Giuseppe Cavallera, Claudio de Martis, Giuseppe Fasola, Cesare Loi un posto di primo piano per l’impegno nell’attività propagandistica e organizzativa e per la difesa dei minatori e della economia di quell’isola. Nacque a Capestrano, in provincia dell’Aquila, il 6 ottobre del 1889. Aveva appena 16 anni quando si trasferì in Sardegna, ad Iglesias, centro minerario di primaria importanza, che dava carbone, piombo, zinco, sotto il controllo di imprenditori stranieri. Compì gli studi universitari a Firenze, dove seguì i corsi di scienze sociali, e conobbe alcuni degli uomini di cultura più impegnati nel campo progressista, tra i quali in particolare Gaetano Salvemini, che gli comunicò la fede nella redenzione del Meridione. Sotto le suggestioni dei suoi maestri e della problematica meridionalistica prese a considerare con particolare interesse la situazione in cui versava l’Iglesiente, come facevano già alcuni propagandisti di orientamento socialista, decisi a sottrarre quell’importante bacino minerario agli industriali stranieri, che sottraevano ricchezze alla Sardegna e nel contempo sfruttavano pesantemente migliaia di lavoratori. Lo sfruttamento dei lavoratori veniva allora esercitato in tutta l’isola, provocando forti agitazioni, come nel 1906 quando una serie di moti agitò vaste aree isolane, provocando la reazione del padronato, in difesa del quale le forze dell’ordine intervennero provocando diversi morti e feriti. Fu in quegli anni che Angelo Corsi, pieno di entusiasmo e di fede nel riscatto del lavoro, aderì al socialismo e partecipò all’attività propagandistica che veniva svolta da qualche tempo in diverse aree isolane e portavano molti operai, contadini, lavoratori del mare a organizzarsi nel PSI e nel sindacato. Nel 1913 venne eletto consigliere comunale a Iglesias e poi sindaco, l’anno dopo consigliere provinciale. Amministrare allora non fu cosa facile: mancavano i fondi , esauriti per il malgoverno delle città, e la situazione generale diveniva sempre più difficile per l’incombere e poi per l’inizio della Grande Guerra. I sindaci socialisti elaborarono allora un piano di attività e di interventi che mirava ad alleviare le difficoltà in cui versavano gli strati popolari e le famiglie dei combattenti. Fu questa una attività che gli procurò larga notorietà nel partito, sicchè la Direzione lo nominò responsabile politico per la provincia di Cagliari. Nel dibattito tra le correnti e nelle lotte in favore degli lavoratori egli mostrò sempre di aderire al riformismo. All’indomani della guerra elaborò alcune idee, che propose in uno scritto nel quale chiedeva il decentramento regionale, il potenziamento delle funzioni dei comuni, e respingeva le posizioni separatiste. Montava già la polemica politica e si radicalizzavano le posizioni tra i lavoratori, che manifestavano contro l’insostenibilità delle loro condizioni di vita e chiedevano riforme (nel maggio del 1920 a Iglesias ci fu uno scontro di dimostranti con la polizia, che provocò sette morti e numerosi feriti). Nel partito era in corso lo scontro tra massimalisti rivoluzionari e riformisti, ed egli si trovò in difficoltà e quasi sempre in minoranza. Tuttavia nelle elezioni del 1921 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di Cagliari. Dovette allora muoversi in una situazione che diveniva sempre più difficile per il montare della marea reazionaria e l’azione delle squadracce. Questa situazione si aggravò ulteriormente dopo la marcia su Roma, e in particolare nel 1924, durante la campagna elettorale per il rinnovo della Camera, nella quale, impedita in ogni modo l’attività delle minoranze politiche, non venne rieletto. Nel 1925 venne arrestato e di lì a poco assegnato al confino per cinque anni, poi commutati in ammonizione per due anni. Alla caduta del fascismo riprese il suo posto nel partito, partecipò ai primi congressi dell’antifascismo meridionale e fece parte delle Consulte regionale e nazionale. Fu anche sottosegretario alla Marina mercantile nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi, poi da Ferruccio Parri, infine da Alcide De Gasperi, che nel suo secondo ministero lo volle sottosegretario agli Interni. Il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato alla Costituente. Co-protagonista del dibattito interno al Partito socialista, seriamente travagliato per lo stretto rapporto col Partito comunista, nel gennaio del ’47 aderì alla scissione socialdemocratica che diede vita al PSLI, di cui in Sardegna fu naturalmente il massimo rappresentante. Venne poi rieletto alla Camera nell’aprile del ’48 in rappresentanza delle liste di US (PSLI e gruppi diversi), ma si dimise per assumere la presidenza del Comitato del Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica e poi dell’INPS (Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale. Lavorò ancora per diversi anni fuori dal Parlamento, distinguendosi per capacità e dedizione, fino alla morte, che avvenne a Roma il 16 dicembre del 1966.

Giuseppe Miccichè

Nicola Capria, una vita per il riscatto delle popolazioni meridionali

Nacque a  San Ferdinando di Rosarno, piccolo comune calabro sul Golfo di Gioia Tauro, il 6 novembre del 1932, ed ivi trascorse gli anni dell’infanzia. Si trasferì poi a Messina, dove compì interamente il corso degli studi, fino al conseguimento della laurea in Legge. Giovanissimo ancora, aderì al PSI. Nella città del Faro il socialismo aveva svolto già dalla fine dell’800 una positiva azione di risveglio degli strati popolari, grazie all’impegno di uomini di forte tempra come Francesco Lo Sardo, Nicola Petrina, Giovanni Noè, la cui lotta si era principalmente indirizzata contro una classe dirigente fortemente conservatrice e maestra di trasformismo. Il Psi aveva articolato la propria presenza in diversi comuni, organizzando contadini e artigiani, e nel capoluogo anche un buon numero di marittimi, e diffondendo il proprio messaggio attraverso le pagine de “Il Riscatto”. La città e l’entroterra avevano dato all’antifascismo figure adamantine e di grande fede nella libertà e nel progresso, la cui espressione massima era stato il martirio di Lo Sardo. Su questo solco si era incamminato il partito a partire dal ’43, riprendendo l’attività propagandistica e organizzativa. Capria a norma di Statuto fece prima parte della FGS, poi entrò nel partito, tra gli adulti. I dirigenti compresero subito le sue doti: era un giovane vivace, intelligente, colto, e per questo lo valorizzarono designandolo a posti di responsabilità. Capria fu infatti segretario di sezione, consigliere comunale e poi capogruppo, e lavorò con Vincenzo Gatto, Gaetano Franchina e altri, contribuendo alla nascita di nuove sezioni e alla crescita degli iscritti. Sposò intanto Gabriella Molè, docente di lingua cinese antica nell’Università di Roma e sinologa illustre, figlia del prof. Enrico Molè, uomo politico e di governo nel primo e nel secondo dopoguerra. Nel 1967 il partito e l’elettorato gli dimostrarono forte legame e stima, eleggendolo deputato all’ARS. La sua presenza all’Assemblea lasciò importanti segni, sicchè il partito lo ripresentò nelle successive elezioni  eleggendolo con larga messe di voti. Nel 1971 venne eletto  Assessore regionale all’Industria e  nel successivo anno vice-presidente della Regione.

La sua  azione risultò in quegli anni largamente positiva: tra l’altro egli concluse un accordo con l’Algeria per la costruzione del gasdotto che da quella terra africana avrebbe portato il metano in Sicilia e un accordo con l’ URSS per la costruzione del gasdotto, di cui, essendo ancora in carica, vide realizzata la prima parte. Nel 1974 venne eletto segretario regionale del PSI. Due anni dopo fu tra i principali sostenitori della cosiddetta svolta del Midas, per la quale Bettino Craxi assunse la guida del partito subentrando a Francesco De Martino, e il partito, rinnovandosi profondamente, si collocò vie più sulla strada della collaborazione con la DC con l’obiettivo, difficile da raggiungere e poi non raggiunto, della supremazia nella sinistra.

Da quel momento la sua attività si trasferì a livello nazionale. Eletto nel 1978 componente della Direzione nazionale del partito, lasciò l’ARS non senza avere prima ottenuto l’approvazione della legge sul turismo, che prevedeva tra l’altro la edificabilità lungo le coste solo oltre i 150 metri dalla battigia. Si dimise anche dalla carica di segretario regionale del PSI, e da allora svolse  interamente la propria attività a Roma. Deputato nazionale  dalla  VII alla XI Legislatura, fu Ministro per il Turismo, poi Ministro per la Cassa per il Mezzogiorno, Ministro per il Commercio estero e successivamente Ministro per la Protezione civile. Furono anni densi di impegni ed estremamente fruttuosi. Nel 1985, in qualità di Ministro per il Commercio estero, promosse un accordo con il Governo cinese per la costruzione in quel paese di  una fabbrica di veicoli leggeri della IVECO. In quegli anni, però, il mondo politico cominciò a essere scosso  da “mani pulite”, nella quale si esprimeva la questione morale relativa al mondo politico, per i tanti episodi di corruzione di cui erano protagonisti uomini di governo e parlamentari, appartenenti ai partiti di governo, e inoltre uomini d’affari.

Anche Nicola Capria incappò nella rete di inchieste, sospetti, processi. Nel gennaio del ’94, l’anno nel quale la questione morale fu centralissima nella vita nazionale e si estese investendo anche alcuni rappresentanti del PSI, egli venne  raggiunto da un “avviso di garanzia” per “concorso esterno in associazione mafiosa” in relazione alla vicenda Sirap. Dal processo emerse però la sua estraneità ai fatti in questione, di conseguenza egli venne assolto con formula piena. Capria era rimasto però colpito per l’accanimento della stampa, la facilità dei giudizi espressi con superficialità estrema, l’atmosfera che ormai si respirava anche all’interno del partito. Profondamente turbato, decise perciò di abbandonare completamente la vita politica, e tenne ferma questa decisione, resistendo alle molte sollecitazione di segno contrario, fino alla morte, avvenuta  il 31 gennaio del 2009. Esprimendo con parole semplici e con viva commozione i sentimenti dei socialisti, che erano anche di una vastissima area pollitica, Giovanni Palillo, allora segretario regionale del PSI, affermò: ”E’ morto un uomo giusto, un socialista, un uomo che ha dedicato tutta la vita al riscatto delle popolazioni meridionali. I socialisti siciliani lo ricorderanno sempre come politico di grande spessore umano….”.

 Giuseppe Miccichè

Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”

Nelle storie del socialismo il suo nome è di solito accompagnato da “il sindaco del pane”, parole che ne qualificano l’impegno di amministratore tutto dedito alla causa del popolo.

Francesco Zanardi nacque a Poggio Rusco, in quel di Mantova, il  6 gennaio del 1873. Compiuti gli studi primari nel paese natale e quelli secondari a Mantova, frequentò i corsi di Chimica e Farmacia presso l’Università di  Bologna, conseguendo nel 1894 il diploma in farmacia e quattro anni dopo la laurea in  chimica e farmacia.

 Era ancora studente quando decise di aderire al Partito Socialista, del quale condivideva da qualche tempo i principi ispiratori e il programma.  Il paese attraversava allora uno dei momenti più difficili della sua storia: l’economia era ancora fortemente provata da una crisi le cui conseguenze gravavano massimamente sugli strati popolari, i governi, animati da spirito autoritario, ricorrevano a misure di polizia per fermare le agitazioni popolari, e il Partito socialista appena costituito subiva continue persecuzioni che colpivano con denunzie, arresti e destinazione al carcere o al confino i suoi uomini più rappresentativi.

Anche in Emilia non mancarono le persecuzioni: leghe e circoli vennero sciolti, tra i dirigenti Zanardi fu  arrestato e  condannato al confino, ma venne poi assolto.

 Sensibile ai problemi della povera gente, Zanardi si accostò ancor di  più al Partito socialista e si impegnò con straordinaria passione nella vita politica. La serietà del suo lavoro, la passione che traspariva dai suoi atti  lo resero presto estremamente  popolare e gli fecero meritare molte simpatie tra i lavoratori di Poggio Rusco, che nell’ottobre del 1901 lo vollero loro sindaco.

 Nel 1902, per le possibilità che la legge allora in vigore offriva, fu anche consigliere comunale e due anni dopo assessore all’igiene a Bologna, Vicepresidente dell’Amministrazione provinciale di Mantova e consigliere comunale a Magnacavallo. Dal 1908 ( e fino al 1921) fece parte del Consiglio provinciale di  Bologna.

Nel 1914 i socialisti conquistarono la maggioranza a Bologna e il 15 luglio lo elessero sindaco della grande città. Il programma  presentato alla cittadinanza poneva l’accento sulla sicurezza di vita e di istruzione  per gli strati popolari, a segnare la volontà di rompere con un passato fatti di indifferenza per le condizioni di vita di migliaia e migliaia di bolognesi. Col concorso dei consiglieri di maggioranza, artigiani, operai, sindacalisti, piccoli commercianti, lavoratori della sanità, professionisti, ecc. in rappresentanti di diverse categorie sociali, Zanardi si impegnò nella realizzazione di una politica nuova, tendente tra l’altro a liberare il popolo dal fiscalismo borghese, attraverso una tassazione più equa, ad agevolare la frequenza scolastica, a calmierare i prezzi dei generi di maggiore consumo. ad attivare i servizi di igiene pubblica, ad assicurare l’assistenza nelle malattie.

L’inizio della Grande guerra lo vide nettamente avverso alla partecipazione dell’Italia, per cui venne preso di mira dalla polizia e  limitato al massimo nella sua attività politica. Quando poi l’intervento venne deciso, fece ogni sforzo per alleviare le sofferenze della popolazione. A questo fine istituì l’Ente Autonomo di Consumo, sì da garantire l’approvvigionamento del pane, e acquistò due piroscafi per il trasporto di carbone necessario per il funzionamento degli impianti del gas per la cittadinanza.

Fu nel complesso un impegno veramente grande, in linea con lo spirito e i principi caratterizzanti il municipalismo socialista, che gli guadagnò la pubblica riconoscenza e lo fece  divenire  una figura simbolo nel panorama politico del tempo: “il sindaco del pane”.

Il suo impegno di sindaco si interruppe quando,  il 16 novembre del ’19, venne eletto deputato alla Camera nel collegio di Bologna. Ritenne allora di doversi dimettere per dedicarsi interamente all’attività parlamentare. L’impegno a più alto livello non gli fece dimenticare i  lavoratori che lo avevano tanto amato, e infatti  ne difese gli interessi con la passione che lo distingueva.

Alla vigilia delle nuove elezioni amministrative, fissate per il novembre del 1920, si trovò coinvolto in un tragico episodio di violenza: al termine di un suo comizio numerosi manifestanti tentarono di assaltare il carcere, e nello scontro a fuoco che ne seguì con le guardie caddero colpiti a morte quattro degli assalitori e  due guardie.

Col montare delle violenze fasciste venne fatto segno a minacce,  insulti e anche aggressioni fisiche, nelle quali gli squadristi  sfogavano l’odio contro un fedele e solerte rappresentante dei lavoratori.

Senza perdersi d’animo, insistette nel suo lavoro politico e nell’azione propagandistica, sfidando quotidianamente la violenza, e venne rieletto deputato nel 1921. Costretto però ad allontanarsi dalla città, si trasferì a Roma. Nella capitale visse anni di dolore per la morte del figlio ventiduenne Libero, già gravemente malato e vittima della violenza fascista.

Dal 1924 si appartò dalla vita politica dedicandosi a una azienda da lui precedentemente avviata. Venne tuttavia sorvegliato dalla polizia in misura sempre più soffocante e frequentemente minacciato e diffidato. Nel  febbraio del 1938 subì l’arresto, seguito  dall’assegnazione al confino per cinque anni  a Cava dei Tirreni,  poi a  Sant’Antonio di  Porto Mantovano, infine nella sua  città natale.

Alla caduta dl fascismo tornò a militare nel Partito Socialista, e nel giugno del ’46 venne eletto alla Costituente con una imponente messe di voti, coi quali il popolo che lo aveva sempre amato volle riconfermargli i propri sentimenti. Nel 1947 aderì al neonato PSLI e nel 1948 fu tra i senatori di diritto.

Morì a Bologna  il 18 ottobre del 1954. La sua  scomparsa suscitò un profondo, sentito dolore tra quanti  ne avevano conosciuto e apprezzato la dirittura morale, la fede profonda nel socialismo, il  legame di tutta una vita coi lavoratori.

Giuseppe Miccichè