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Giuseppe Miccichè

Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori

Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Domenico Fioritto, organizzatore socialista in Capitanata

domenico fiorittoNacque il 3 agosto 1872 a Sannicandro Garganico in una famiglia che traeva una certa agiatezza da terre possedute nelle campagne circostanti. Superati i vari gradi di studi fino alla laurea in Legge, si diede all’avvocatura, ma rivelò un vivo interesse per la politica, nella quale si mosse inizialmente facendo parte di un gruppo animato da idee repubblicane. A partire dal 1894 si avvicinò al Partito socialista, che in Puglia, come in diverse altre regioni, cominciava a stendere la rete di piccole presenze, destinate a svilupparsi discretamente nei successivi anni. Nel 1897 fu tra i patrioti della Legione garibaldina che sull’esempio di Ricciotti Garibaldi, Amilcare Cipriani, Giuseppe De Felice Giuffrida e altri, in nome del diritto dei popoli alla libertà e all’indipendenza concorsero in Grecia alla lotta per sottrarre quella terra al dominio turco e renderla indipendente. Rientrato in Italia, si dedicò con maggiore energia all’organizzazione del movimento operaio e socialista in Capitanata, risvegliando le coscienze sopite per secoli di sottomissione e sfruttamento cui erano state assoggettate. All’alba del ‘900 era già tra i più noti organizzatori e dirigenti socialisti della regione e partecipava a congressi e convegni che aiutavano ad approfondire la piattaforma socialista. Nel 1902 fu tra gli organizzatori della Federazione dei contadini e della Camera dei lavoro provinciale. Come non pochi dei meridionali condivideva le posizioni di Enrico Ferri, sostenitore della intransigenza, e su questa posizione fece parte della direzione nazionale del partito. Preso di mira dagli agrari, che paventavano l’affermazione di idee e forze rinnovatrici, nel 1910 subì un attentato. Nel 1913 venne presentato nei collegi di Sannicandro Garganico e Foggia, ma raccolse un numero di voti insufficiente per l’elezione. Di lì a poco qualcuno lo accusò di appartenenza alla Massoneria, posizione che era stata dichiarata incompatibile per i socialisti. Egli allora, pur rigettando l’accusa, si allontanò dal partito. Per qualche anno rimase appartato. Durante la Grande Guerra tenne però con fermezza posizioni neutraliste. All’inizio del dopoguerra rientrò nel Partito, e venne eletto consigliere comunale e provinciale di Foggia, ma politicamente fu più attivo quando si trasferì a Roma. Nel partito si collocò tra i massimalisti, ma non condivise le posizioni dei comunisti e la scissione da cui nel gennaio del ’21 nacque il PCdI, e alla fine di quell’anno, tumultuoso come il precedente, riconosciuto tra i maggiori dirigenti nazionali del partito venne eletto segretario nazionale. Difese l’integrità organizzativa e politica del PSI respingendo con uguale forza le proposte di collaborazione con i partiti di borghesia democratica e di fusione con i comunisti, ma di fronte alla insistenza di alcuni massimalisti non ebbe la forza per resistere alle pressioni e rinunziò alla carica. Si ritirò quindi a vita privata e da allora per tutti gli anni della dittatura fascista visse facendo l’avvocato. La caduta del fascismo lo riportò tra i vecchi compagni, e con Eugenio Laricchiuta, Vito Maria Stampacchia e altri lavorò alla ricostituzione del partito. La fiducia e la stima di cui godeva furono allora determinanti nella sua elezione a presidente del Comitato di Liberazione di Foggia. Nel gennaio del 1944 era tra i delegati al congresso di Bari, dove condivise la richiesta di un governo al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le formazioni politiche chiaramente democratiche. Venne poi nominato presidente della Amministrazione provinciale di Foggia, fece parte della Consulta nazionale, e il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente in rappresentanza della circoscrizione Bari-Foggia. Pur accusando stanchezza per il sommarsi degli anni, partecipò con interesse ed entusiasmo alle assise nazionali del partito, e venne eletto nel Consiglio comunale di Sannicandro Garganico, il piccolo comune dove aveva avuto i natali e dove si spense il 25 luglio del 1952.

Giuseppe Miccichè

Pietro Grammatico, tra socialismo e cooperativismo

Pietro_grammaticoNacque a Trapani l’11 luglio 1885 in una famiglia di contadini che dal lavoro dei campi aveva sempre tratto di che vivere. Trasferitasi questa a Paceco per motivi di lavoro, egli, piccolo ancora, li seguì, e nel nuovo ambiente compì gli studi primari. Dovendo poi passare alle scuole commerciali fu costretto a iscriversi in un istituto che aveva sede a Trapani. Nella vivace città marinara era stato attivo, negli anni 60 e 70 dell’800, un gruppo di Internazionalisti che facevano capo a Francesco Sceusa, Vincenzo Curatolo, Giovanni Cassisa e altri, promotori de “Lo Scarafaggio”, efficace foglio di propaganda, molto presenti tra gli operai e i portuali del trapanese, che risvegliarono politicamente preoccupando fortemente la polizia. Era poi sopravvenuta l’attività di Giacomo Montalto, che nel socialismo e nel cooperativismo aveva individuato gli strumenti per condurre i lavoratori tutti alla elevazione politica ed economica. Avvicinatosi a quei pionieri, cui si era più recentemente unito il contadino Giacomo Spadola, approfondì le sue conoscenze e la sua cultura, e si impegnò concretamente contribuendo nel 1901 alla nascita della Società Agricola Cooperativa di Paceco, destinata a lunga vita. Il suo impegno crebbe nei successivi anni, mentre altri propagandisti e organizzatori svolgevano una forte azione di risveglio che avrebbe dato alla provincia di Trapani uno dei movimenti cooperativi più estesi e corposi non solo dell’isola ma dell’intero paese, collocandola a livello dell’Emila-Romagna e della Toscana, regioni molto avanzate in questo settore. Nel 1911 a Paceco nasceva la Cassa Agraria di Prestiti “Drago di Ferro”, promossa da elementi di orientamento radical- democratico. Quattro anni dopo a loro volta i socialisti al seguito di Pietro Grammatico diedero vita alla Cassa Agraria “Libertà” successivamente ribattezzata “Cassa Rurale ed Artigiana”. Scoppiata la Grande Guerra, Grammatico venne richiamato alle armi e inviato al fronte, tra gli artiglieri, in prima linea, dove partecipò a scontri sanguinosi. Restituito alla vita civile, tornò a impegnarsi con rinnovata passione nell’attività di partito e nelle cooperative, qualificandosi come uno dei più autorevoli dirigenti. Eletto segretario provinciale del PSI, profuse grandi energie ai fini di un rafforzamento della rete organizzativa. Nelle elezioni del 1920 guidò i socialisti alla conquista di diversi comuni ed egli stesso venne letto sindaco di Paceco e consigliere provinciale. La reazione fascista, che in quegli anni compiva i suoi primi passi caratterizzandosi per la distruzione di un ricco patrimonio di leghe, cooperative, ecc. riportò al potere i proprietari terrieri e i grossi borghesi, allontanando i rappresentanti diretti dei lavoratori dalle cariche pubbliche. Grammatico lavorò da allora per molti anni in qualità di segretario della Cassa Rurale ed Artigiana. Nel 1946 venne rieletto sindaco, carica che mantenne fino al 1959 con ottimi risultati, visibili nei miglioramenti apportati dalla sua amministrazione al paese, rinnovando e potenziando i pubblici servizi e preoccupandosi di garantire un fisco rapportato alla effettiva possibilità degli amministrati. Presentato subito dopo per la Camera, conseguì 7.318 voti di preferenza ma non venne eletto. Ripresentato nel 1948 tra i candidati alla Camera per il Fronte Democratico Popolare, nel quale convergevano il PCI, il PSI e gruppi minori da tempo impegnati contro le forze conservatrici, venne eletto per subentro a Pietro Nenni, capolista che aveva optato per altro collegio. Iniziò così una attività che ancora una volta tese a giovare alla crescita della sua provincia e dei lavoratori. Quattro anni dopo venne presentato per il Senato nel collegio di Trapani-Marsala e alla Camera nel collegio della Sicilia occidentale, e in ambedue riuscì eletto, ma preferì optare per il Senato. Entrato a far parte della Commissione Agricoltura ed Alimentazione, in linea con i suoi interessi e le sue esperienze nel campo politico, sindacale e amministrativo, lavorò attivamente per l’esame e la soluzione di importanti problemi interessanti uno strato sociale molto vasto. Nel 1958 venne nuovamente candidato alla Camera e ancora una volta venne eletto, mentre il collegio di Trapani- Marsala aveva come rappresentate il dott. Simone Gatto, uomo di scienza e dirigente politico molto stimato, che iniziava allora una interessante esperienza di parlamentare socialista. Morì a Paceco il 3 ottobre del 1967 lasciando un bel ricordo di intelligente e appassionato realizzatore.

Giuseppe Miccichè

Giuseppe Romita, una vita per la repubblica e i lavoratori

Giuseppe_Romita_2Nacque a Tortona, piccolo comune piemontese, il 7 gennaio del 1887 in una famiglia di contadini che a prezzo di enormi sacrifici lo fecero studiare permettendogli di conseguire il diploma di geometra. Dotato di viva intelligenza e con forti aspirazioni, volle continuare gli studi e si iscrisse al Politecnico di Torino, dove frequentò i corsi di Ingegneria aiutandosi economicamente con il frutto delle lezioni che dava privatamente.

Fin dai più giovani anni si sentì attratto dalle idee socialiste, e nel 1903 aderì al PSI, iscrivendosi al gruppo giovanile della sezione socialista di Alessandria e successivamente a quella di Torino. In questo periodo fu corrispondente de “L’Avanguardia”, organo centrale della Federazione Giovanile Socialista , l’organizzazione costituita nel settembre del 1903 a Firenze con l’adesione dei vari gruppi già operanti in alcune regioni, ed ebbe così modo di farsi conoscere e apprezzare fino a meritare l’ingresso nel Consiglio nazionale. Nel 1911, a 24 anni, già abbastanza noto tra i lavoratori organizzati sia nel partito che nel sindacato, venne eletto segretario della sezione socialista di Torino. Qualche anno dopo raggiunse due importanti traguardi nella sua vita: conseguì infatti la laurea in ingegneria e venne eletto nei consigli comunali della città natale e di Torino.

L’entrata in guerra dell’ Italia contro gli Imperi centrali lo collocò tra i più decisi oppositori: tenne infatti viva tra i socialisti del capoluogo piemontese la fiamma della pace e della libertà, e partecipò nell’agosto del ’17 ai moti del pane con Maria Giudice e altri, per cui fu arrestato e per alcuni mesi tenuto in carcere.

Con l’inizio del dopoguerra si immerse nuovamente nella lotta politica e nel ’19 venne eletto deputato alla Camera. Attivissimo tra i lavoratori, partecipò all’occupazione delle fabbriche, fatto di grande rilievo a livello nazionale in un periodo di lotte aspre e coinvolgenti dei lavoratori e particolarmente importante in una città a forte sviluppo industriale com’era Torino. In quella occasione ebbe modo di porre al servizio degli operai le proprie competenze di tecnico e le proprie capacità di dirigente, e concorse a dimostrare, contro la propaganda denigratoria dei conservatori, che i lavoratori erano in grado di garantire la prosecuzione dell’attività produttiva.

Nel gennaio del ’21 non condivise le motivazioni addotte dai comunisti in favore della scissione nel PSI che diede vita al PCd’I, e riconfermò la propria fedeltà al partito. Nel successivo aprile venne presentato candidato alla Camera e fu tra gli eletti. Nell’ottobre del ’22, sempre animato da spirito unitario, cercò di impedire la nuova rottura nel partito con la nascita del PSU, ma i suoi sforzi non ebbero successo. L’anno dopo, fortemente convinto della inconciliabilità di socialismo e comunismo, con Nenni, la Giudice e altri si oppose alla proposta di fusione del PSI e del PCd’I avanzata dall’Internazionale di Mosca. Nel 1924 venne nuovamente eletto alla Camera. Dopo l’assassinio di Matteotti aderì alla secessione dell’Aventino, e fu tra i più attivi oppositori del regime nascente, sicchè il 6 novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Arrestato pochi giorni dopo e condannato a cinque anni di confino, venne inviato a Pantelleria, successivamente a Ustica, e ancora a Palermo e infine a Ponza. Riacquistò la libertà due anni dopo, ma venne escluso dall’albo degli ingegneri, sicchè per vivere dovette accettare lavori di vario tipo. Tornato a Torino, si impegnò per fare rinascere il Partito socialista, ma nel ’30 subì un nuovo arresto e l’invio al confino a Veroli. Nel ’33, cessata la detenzione, fissò la propria dimora a Roma, dove si dedicò a diversi lavori per mantenere la famiglia.

Nel ’42 con Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti, Oreste Lizzadri e altri lavorò per la ricostituzione del partito, che di lì a poco, con la confluenza di vari gruppi, assunse il nome di PSIUP. Dopo la caduta del fascismo, con Nenni fece parte del gruppo dirigente centrale del CLN in rappresentanza dei socialisti. Dal giugno del ’45 entrò in successivi governi sempre con incarichi di grande rilievo, e nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e nel contemporaneo referendum su Repubblica o Monarchia del 2 giugno 1946, come Ministro degli interni, si impegnò con straordinaria passione nello sforzo per dare al paese una nuova forma istituzionale e un parlamento aperto al rinnovamento e al progresso. Monarchici e conservatori gli rivolsero forti critiche, che il tempo ha dimostrato assolutamente ingiustificate.

Storici e politici di ogni tendenza concordano da tempo nell’affermare che assieme a Nenni egli fu grande artefice dell’avvento della Repubblica: se Nenni diede la passione al Partito socialista e alle forze progressiste con lo slogan “O la repubblica o il caos”, egli profuse straordinarie energie perché l’Italia mutasse le strutture statuali e si avviasse decisamente verso un avvenire di giustizia, di libertà e di pace.

Sempre autonomista, non approvò mai le proposte di fusione col PCI e nemmeno la politica frontista, desiderando che il partito si distinguesse da ogni altra organizzazione, anche di classe, considerata non pienamente democratica. Quando perciò ritenne che i legami tra i due partiti rischiavano di divenire soffocanti per il Partito Socialista e a lungo andare avrebbero finito per snaturarlo e distruggerlo, assunse posizioni di critica: attorno alla rivista “Panorama”, pubblicata dal gennaio dl ’49, e a un pugno di autonomisti, politici e sindacalisti, tra cui Viglianesi, Carmagnola, Luisetti, nel dicembre del ’49 diede vita al PSU, che nel maggio del ’51 si fuse con il PSLI nel PSDI. Successivamente, preoccupato di impedire una deriva autoritaria e conservatrice del paese, sotto la spinta della guerra fredda, di cui individuava i pericoli, perorò il ritorno nel governo con la DC. Fu allora Ministro dei Lavori Pubblici, ciò che gli permise di dare il via alla realizzazione di un piano che prevedeva la modernizzazione del paese.

Egli sognava una Italia che, libera dalle vecchie chiusure e dalle vecchie limitazioni, si collocasse finalmente a più alti ed avanzati livelli di sviluppo. Promosse perciò lo sviluppo della rete stradale nel paese, avviò la costruzione della “Strada del Sole”, di acquedotti, e inoltre un vasto piano di ampliamento dell’edilizia popolare. Si impegnò ancora nella vita del partito perorando l’unità di tutti i socialisti, ma non vide concretarsi il suo sogno. Morì infatti a Roma il 15 marzo del 1958 per un attacco cardiaco. Unanime fu allora il compianto delle forze politiche, che ne riconobbero la grande passione, la fede sincera e profonda nell’ideale socialista, la moralità assoluta, la capacità realizzatrice.

Giuseppe Miccichè

Biagio Andò, l’impegno del giovane di Giarre per un socialismo innovativo

biagio andòA Giarre, uno dei comuni più grossi e attivi della provincia etnea, c’è un rione, che i residenti indicano come “u chianu a fera”. È una piazza di forma triangolare, intitolata a Biagio Andò, personaggio a tutti noto per il forte legame con la storia locale. Fu infatti in questo comune che Biagio Andò nacque il 27 settembre del 1915. Appena sedicenne entrò nel mondo del lavoro impiegandosi in una officina idroelettrica, dove si fece apprezzare per la serietà, l’intelligenza e il forte impegno, doti che lo accompagnarono poi e lo distinsero nei vari momenti della vita, e più in particolare nel corso degli studi e nella vita politica. Laureatosi in Matematica e Fisica, cominciò a insegnare con successo nelle scuole secondarie. Il mondo della scuola non riuscì però a colmare la sua vita. Biagio Andò era naturalmente portato a guardare con simpatia ai lavoratori, sicché, quando, nel luglio del ’43, avvenne l’invasione dell’isola da parte degli Alleati e il fascismo cadde, almeno nell’Italia meridionale e insulare, egli aderì al Partito Socialista, che dalla seconda metà dell’800 li rappresentava e ne era il difensore contro ogni oppressione e ingiustizia. Nel catanese il movimento progressista e il socialismo avevano una lunga storia, ricca di fatti esaltanti e di nomi illustri. Tra l’800 e i primi del ‘900 Mario Rapisardi era stato cantore appassionato del mondo dei lavoratori e della loro sete di giustizia e di libertà. La spinta al riscatto dei lavoratori di campagna e di città aveva trovato dei punti fermi nei De Felice, nei Macchi, nei Sapienza, nei Castiglione. Spesso però si era dovuta lamentare una vivacità interna per scontri di correnti e di uomini, che molti consideravano eccessiva, e tale da assorbire non poche energie finendo per limitare le possibilità di ulteriore espansione offerte da una realtà economica e politica abbastanza fertile. Subito dopo la caduta del fascismo la medesima situazione si era ripresentata, con il ritorno in campo di alcuni dei vecchi protagonisti, cui presto si erano aggiunti elementi nuovi, limitando ancora una volta le possibilità di espansione in una realtà che rimaneva fertile. Biagio Andò non volle mai partecipare a queste lotte. Egli infatti se ne tenne lontano, e si impegnò invece nell’attività propagandistica e organizzativa, che nella sua città e nelle aree circostanti produsse in breve una rete di sezioni capaci di pilotare i lavoratori nelle lotte per una economia agricola fortemente rinnovata. Anche la sezione di Giarre raccolse un elevato numero di iscritti divenendo punto di riferimento di una rilevante forza elettorale, e fu su questa base che il partito poté affrontare le elezioni amministrative e quelle politiche del ’46 con la certezza del successo. Che infatti non mancò, portando Andò alla guida del comune con una amministrazione socialista presto caratterizzatasi grazie a una politica fortemente innovativa realizzata in diversi settori e più in particolare in quello fiscale, attraverso la fedele applicazione del criterio della progressività. Stimato tra i dirigenti etnei, nel 1953 venne riconosciuto meritevole di essere presentato per la Camera dei deputati nel vasto collegio comprendente le province di Catania, Messina, Enna, Siracusa e Ragusa, e alla fine di una campagna elettorale caratterizzata dalla applicazione della famosa “legge truffa” risultò eletto. Ripresentato nel 1958, Biagio Andò venne considerato meritevole di un secondo mandato. Si distinse sempre per il forte impegno nell’attività parlamentare: serio, equilibrato, riflessivo, si fece apprezzare dai compagni di partito e meritò la stima e l’apprezzamento dei colleghi degli altri gruppi per la preparazione e l’acume rivelati nell’affrontare importanti problemi. Gli Atti parlamentari e la stampa coeva ricordano ci danno sufficienti notizie sul suo contributo alla elaborazione e alla discussione di importanti proposte di legge: particolarmente noti sono il suo impegno, teso tra l’altro a favorire l’accesso dei diplomati alle facoltà universitarie di indirizzo scientifico, ma anche gli interventi nella discussione sui bilanci delle finanze e del tesoro. Purtroppo la sua vita fu breve. Biagio Andò morì infatti quarantacinquenne, il 6 giugno 1961, nella città che gli aveva dato i natali e che aveva tanto amato. Lo stupore e il dolore per una perdita così improvvisa furono grandi, e molti li espressero in sede parlamentare e locale con parole significative, che mettevano in evidenza il carattere di questo uomo, tutto dedito alla famiglia, alla scuola, al partito e ai lavoratori. Ne ereditò la fede nella giustizia e nella libertà e il legame coi lavoratori, la vasta preparazione e il forte impegno il figlio Salvo, parlamentare del PSI in quattro legislature a partire dal 1979, capogruppo, nel 1992 ministro della Difesa, e oggi positivamente attivo sul piano scientifico e politico.

Giuseppe Miccichè

Gregorio Agnini, instancabile difensore degli oppressi

GregorioAgniniÈ certamente una delle figure più belle del vecchio socialismo, così ricco di passione e di fede e così attivo nel sollecitare l’avanzamento dei lavoratori. Nacque a Finale Emilia, in quel di Modena, il 27 settembre del 1856. Compiuto il corso degli studi con il conseguimento del diploma alla Scuola superiore di commercio di Genova, cominciò a lavorare nel settore industriale. Nel contempo rivelò un vivo interesse per l’organizzazione dei lavoratori agricoli, numerosissimi nella sua regione, e questo lo portò presto a impegnarsi nella propaganda e nella organizzazione dei lavoratori. Nel 1882 venne eletto nel Consiglio comunale di Finale e contemporaneamente nel Consiglio provinciale di Modena, dove si distinse per la viva attenzione ai problemi degli strati popolari. Nel 1886 fondò a Mirandola una associazione di braccianti, che registrò presto un vasto richiamo nella categoria dei lavoratori della campagna. Personalmente, però, di lì a un anno fece la prima esperienza di carcerato per avere difeso i lavoratori. A Modena fu presidente della Congregazione di Carità e della Federazione fra le Società dei lavoratori. La sua autorità crebbe contemporaneamente alla sua notorietà, sicchè nel marzo del 1890 i socialisti lo candidarono alla Camera nel collegio di Modena. Eletto, aderì al piccolo gruppo parlamentare socialista che allora faceva le sue prime esperienze di lotta in difesa dei lavoratori e della libertà, e svolse le funzioni di segretario. Nel ’92 fu a Genova tra i fondatori del Partito socialista. Interessato ai Fasci del lavoratori che stavano nascendo in Sicilia, tentò di prendere contatto con gli organizzatori isolani e portare una parola di solidarietà e di incitamento, e a questo fine nel 1893 con Camillo Prampolini si portò a Palermo, ma la polizia fu pronta a fermarli. Come parlamentare si impegnò attivamente a evidenziare alcuni seri problemi della bassa padana, e in particolare la necessità di opere di bonifica, di linee ferrate, di contributi alle cooperative per la realizzazione di lavori pubblici, di elevazione dei salari per i lavoratori subordinati, sfruttati coi lunghi orari di lavoro e con le basse mercedi. Entrato a far parte della Direzione nazionale del partito, si collocò tra i riformisti più moderati, e rinsaldò il suo legame coi lavoratori che tanto lo amavano, e che perciò lo rielessero alla Camera sconfiggendo avversari anche agguerriti. Collaborò frequentemente alla stampa socialista, ma non disdegnò i fogli borghesi, nel desiderio di estendere l’area di possibile fruizione del messaggio socialista in ordine ai vari problemi del paese. Di fronte alla partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra, che capovolgeva improvvisamente vecchie alleanze e impegnava il paese in uno sforzo bellico che sarebbe costato 600.000 morti e milioni di feriti e mutilati, e svuotato le casse dello stato, egli assunse una posizione di netto rifiuto. Nel dopoguerra riprese l’attività politica e sindacale nella sua provincia, e nel 1920 venne eletto presidente del Consiglio provinciale di Modena. In un momento di forte radicalizzazione della lotta politica e sindacale, come fu quella immediatamente successiva alla guerra, la vita del partito risentiva molto del contrasto tra le frazioni dei massimalisti-rivoluzionari e dei riformisti in relazione soprattutto ai rapporti col comunismo che si affermava nella lontana Russia e tendeva a orientare con forza i gruppi operanti nei vari paesi. Riformista come in gioventù, egli rimase saldamente legato a una concezione che rifuggiva da ogni estremismo, essendo fermamente convinto della necessità di evitare al paese la reazione borghese e al tempo stesso la dittatura comunista. Per la decima volta, ancora nel 1924 venne eletto alla Camera, ma due anni dopo, avendo partecipato all’Aventino degli oppositori al fascismo, ormai emarginati e impediti di ogni sia pur minima attività politica, venne dichiarato decaduto dal mandato. Durante il ventennio visse appartato, ma fu sempre vigilato dalla polizia. La caduta del fascismo lo trovò novantenne ma sempre animato dall’ideale socialista. Il 25 settembre del ’45, insediatosi tra i componenti della Consulta nazionale, ne fu, in quanto decano, il primo presidente, e in quella veste disse parole pregne di fede nell’Italia rinnovata e libera dopo il tragico ventennio. Ricordati Matteotti, Gramsci e Amendola, i grandi Martiri del movimento proletario e antifascista, profondamente commosso disse: “Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell’Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia!”. Era ancora a Roma quando pochi giorni dopo, il 6 ottobre, morì.

Giuseppe Miccichè

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Cammareri Scurti, fautore del rinnovamento agricolo in Sicilia

Sebastiano Cammareri Scurti“Tenace nel suo rapporto col PSI” scrisse di lui lo storico Giuseppe Carlo Marino, autore nel 1972 di un bel saggio (“Socialismo nel latifondo”) nel quale vengono acutamente rilevati l’importanza dell’opera svolta per lunghi anni dal Cammareri Scurti nel movimento contadino della Sicilia occidentale e il valore del suo meridionalismo, sotto ogni aspetto ancor oggi valido; “socialista senza aggettivi” lo disse all’indomani della sua morte “La Cooperazione siciliana”. Nei due giudizi veniva colto il carattere di quest’uomo, che rimase sempre fedele al Partito socialista e seppe indicare ai lavoratori e alle forze politiche l’intervento necessario ai fini del riscatto del Sud.

Sebastiano Cammareri Scurti nacque a Marsala il 27 marzo 1852. La cittadina faceva parte di un’area che nella viticoltura individuava la propria vocazione, ma che era circondata e soffocata dai latifondi.

Il giovane Sebastiano studiò agronomia, e conseguito il titolo specifico si dedicò con estrema serietà e passione all’esercizio della professione. La sua preparazione venne presto apprezzata: l’on. Abele Damiani, incaricato di guidare i commissari preposti all’inchiesta sulle condizioni della economia agricola che veniva condotta in Sicilia nel quadro della Inchiesta parlamentare diretta a livello nazionale da Stefano Iacini, lo volle quale segretario della Commissione. Cammareri Scurti fu attivissimo nella redazione delle relazioni poi confluite nel volume riguardante l’isola, e attraverso questo lavoro potè conoscere in modo approfondito le condizioni socio-economiche della Sicilia. Sulla base delle conoscenze acquisite osservando la realtà in cui operava, studiando le relazioni, entrando in rapporto con i rappresentanti del mondo economico e politico maturò una concezione che vedeva nel socialismo gradualista e nel cooperativismo gli strumenti per la liberazione e la crescita dell’isola.

Guardò con interesse e speranza al Movimento dei Fasci dei Lavoratori, anche se non svolse al loro interno una particolare attività. Nel ’96 per conto di “Critica sociale”, la rivista del socialismo gradualista che Turati pubblicava a Milano, diede alle stampe la prima parte di un ampio saggio sul problema agrario siciliano. Il saggio segnò la sua adesione al Partito socialista, che divenne ufficiale l’anno dopo con la fondazione della sezione marsalese del partito e la direzione dell’organo di stampa “Il Diritto alla vita”. A questi atti fece seguire la collaborazione a “Critica Sociale”, alla “Rivista Popolare” del Colaianni, e a vari fogli isolani, tra cui “La Battaglia”, che a Palermo era diretta da Alessandro Tasca di Cutò. Di estremo interesse furono i saggi “Socializziamo la terra!” apparso sulla rivista milanese, e “Il socialismo in Sicilia e la nazionalizzazione della terra” e “Il suffragio universale e la colonizzazione interna” pubblicati invece sulla rivista del Colaianni.

Approfondì lo studio della mafia, evidenziando la sua azione in favore dei gruppi di potere nel controllo degli strati popolari e nella manipolazione dell’elettorato, e insistette sulla necessità di espropriare i latifondi. Quale direttore della Società Cooperativa San Marco di Monte San Giuliano diede prova di grande capacità, facendo sì che divenisse modello per quanti intendevano combattere la grande proprietà e offrire ai siciliani un sicuro strumento di sviluppo e di modernizzazione delle terre coltivabili. Nel 1905 promosse “Monte”, poi divenuto “Terra Libera”, organo della Lega e della Cooperativa “San Marco”. Quattro anni dopo pubblicò la seconda parte del saggio sul problema agrario siciliano.

Divenuto figura prestigiosa nel mondo progressista, venne chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza delle organizzazioni politiche ed economiche socialiste presenti nell’isola. Dopo l’uccisione di Lorenzo Panepinto, nel maggio del 1911, accettò di subentrargli nella direzione della Cooperativa di Santo Stefano Quisquina, e si sforzò di farla vivere sulla linea seguita dal cooperatore defunto. Convinto anticolonialista, avversò l’occupazione della Libia, che in quel periodo veniva esaltata dalla destra economica e politica perché permetteva di indebolire la pressione sociale in Italia, e ancora una volta indicò nello sviluppo delle cooperative la strada per sconfiggere il latifondo e dare lavoro al proletariato agricolo isolano. L’anno dopo non condivise le motivazioni di quanti, al seguito di Tasca di Cutò, De Felice, Macchi, Lo Piano, Toscano, ecc., tendevano al distacco dal partito, e diedero poi vita al PSRI, polemico nei confronti del settentrionalismo della Direzione del PSI, e rimase fedele al partito. Morì a Santo Stefano Quisquina il 13 agosto 1912.

Giuseppe Miccichè

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché