BLOG
Giuseppe Miccichè

Matteo Gaudioso, uno studioso innamorato del socialismo

Quando faceva lezioni, nelle vecchie aule dell’Ateneo catanese, Matteo Gaudioso sembrava un uomo freddo, tutto preso dalla storia del Diritto, in cui era maestro. Quando invece  entrava a più diretto contatto e dialogava con gli studenti appariva diverso, caldo, affettuoso, partecipativo, ed era lui che aiutava gli interlocutori ad aprirsi, ad esprimere dubbi e a chiedere chiarimenti.

Così era, affettuoso, partecipativo, dialogante dentro il partito, nella Federazione provinciale del Partito Socialista, nelle visite alle sezioni, nei rapporti coi dirigenti e con la base,  insieme prestigioso docente universitario  e uomo politico estremamente sensibile e aperto alla vita dei lavoratori, dei giovani, fortemente inserito nella vita del Partito socialista.

Nato a Francofonte, la cittadina dei vasti e profumati aranceti, il  18 febbraio 1892, compì gli studi primari e secondari  distinguendosi per la netta preferenza delle discipline letterarie e storiche. Passato all’Università, dovette interrompere la frequenza dei corsi perché richiamato alle armi quando iniziò la Grande Guerra e venne aggregato nel corpo dei bersaglieri. Nel 1916, trovandosi in servizio nella zona della Carnia, venne ferito. Degente in ospedale, ultimò e diede alle stampe la sua prima opera, “Francofonte – ricerche e considerazioni storiche”,  nella quale ripercorreva la plurisecolare vita della città natale. Nel ’17 si trovò coinvolto nella ritirata di Caporetto: fatto prigioniero, venne trasferito in Germania e nei campi di raccolta  dei prigionieri rimase fino alla fine della guerra. Tornato nelle aule dell’Università di Palermo, riprese gli studi universitari e nel 1920 conseguì la laurea in Giurisprudenza. Si iscrisse quindi all’Università di Catania, dove seguì i corsi  di Lettere, interrotti nel 1922 per conseguire a Palermo il diploma di Paleografia e Dottrina archivistica presso quell’Archivio di Stato, sotto la guida del grande paleografo G.A. Garufi. Tornò quindi ai banchi universitari e nel 1925 conseguì la seconda laurea. Di lì a poco ebbe inizio la sua attività di insegnante in un Liceo, ma le sue passioni erano sempre la storia e la ricerca archivistica, e perciò fu lieto quando ottenne un impiego presso l’Archivio di Stato di  Catania, di cui nel ’31 divenne direttore.

Nel ’32 ottenne a Palermo il diploma della Scuola di Paleografia e Storia medievale. Cinque anni dopo conseguì  la libera docenza in Storia del Diritto italiano presso l’Università di Catania. I tempi, però, erano impossibili per chi amava la libertà, ed egli da tempo era animato da spirito liberale democratico. Guardato con crescente sospetto dalla polizia, nel 1941 venne trasferito a Firenze, dove lavorò presso il locale Archivio di Stato. Riprese le ricerche storiche, diede alle stampe un libro sul territorio di Lentini e un altro sulla schiavitù domestica in Sicilia al tempo della dominazione  normanna, che vennero recensiti con favore da alcuni periodici specialistici.

La caduta del fascismo e la Resistenza lo trovarono ancora in Toscana, dove, animato sempre da forti ideali di libertà,  si unì ai partigiani. Quando, con la sconfitta del nazifascismo, il paese venne restituito alla democrazia e alla libertà, rientrò nella sua isola e riprese il suo posto di libero docente nell’Università di Catania, estendendo l’insegnamento anche all’Ateneo messinese. Durante il periodo dello “scelbismo” venne guardato con scarsa simpatia per i suoi trascorsi di partigiano, e alla fine degli anni 40 subì un nuovo trasferimento con destinazione Venezia. Questa volta non volle  subire  il diktat:  rinunziò ad ogni incarico negli Archivi di Stato e si restituì alle ricerche e agli studi. Nel 1952 pubblicò un lavoro denso di  documentazione e di pensiero sulla “Natura giuridica delle autonomie cittadine nel Regnum Siciliae”. Si apriva intanto un nuovo campo di impegno: quello politico e di partito. Già da parecchi anni su posizioni socialiste, egli entrò attivamente nella militanza di partito, dando  logico  sbocco alle sue idee, scaturite oltre che dalla  osservazione della realtà meridionale anche dagli studi sulla storia del popolo siciliano e della sua aspirazione alla giustizia e alla libertà. Motivando il suo concreto impegno tra i lavoratori disse allora che intendeva esprimere una  “reazione ai secoli di oppressione e di sfruttamento delle classi popolare documentati negli archivi”.

La Federazione socialista di Catania viveva in quel periodo momenti difficili per contrasti tra le correnti interne al partito. Egli si diede allora interamente e con passione alla vita di partito, divenendo l’elemento di punta di un gruppo di giovani socialisti – Luigi Nicosia, Salvatore Miccichè, Nando Giambra, Maria Alessi (poi parlamentare), Lello Pappalardo, Cristoforo Montebello, Sebastiano Russo, che intendevano rinnovare e modernizzare le strutture del partito, facendolo partecipare più attivamente alle lotte per la riforma agraria e per una politica amministrativa equilibrata e di progresso sul piano fiscale, e più tardi divenuti  linfa vitale e rinnovatrice in diverse federazioni  isolane e nella CGIL.  Nel ’52  venne eletto consigliere comunale, nel 1953 deputato alla Camera dei deputati  nel collegio della Sicilia orientale (Catania, Messina, Enna, Siracusa, Ragusa) assieme all’on. Biagio Andò di Giarre, e venne riconfermato nel 1957. Conoscitore profondo delle vicende isolane, e interprete del bisogno di liberazione dal potere malavitoso avvertito dai conterranei, sostenne caldamente e insistentemente la necessità di costituire la Commissione parlamentare antimafia, cosa che alla fine trovò concreta realizzazione. Caldeggiò anche interventi nel settore della pubblica istruzione  e dei beni culturali.  Nella tarda età, pur non allontanandosi interamente dalla vita politica e di partito, riprese i suoi studi diletti e le sue ricerche, che confluirono in opere specifiche, tra cui  “La questione demaniale e la formazione urbanistica e sacra di Francofonte”, “La comunità ebraica di Catania tra il XIV e il XV secolo”. Come scrisse lo storico socialista Giarrizzo, con le precedenti opere esse costituiscono “un patrimonio imponente, la cui ricognizione può dare non  piccolo contributo alla affannosa, inquieta ricerca di identità di questa nostra terra, arrogante insieme e disperata”. Si spense a Catania il  27 dicembre del 1985.

Giuseppe Miccichè 

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Cammareri Scurti, fautore del rinnovamento agricolo in Sicilia

Sebastiano Cammareri Scurti“Tenace nel suo rapporto col PSI” scrisse di lui lo storico Giuseppe Carlo Marino, autore nel 1972 di un bel saggio (“Socialismo nel latifondo”) nel quale vengono acutamente rilevati l’importanza dell’opera svolta per lunghi anni dal Cammareri Scurti nel movimento contadino della Sicilia occidentale e il valore del suo meridionalismo, sotto ogni aspetto ancor oggi valido; “socialista senza aggettivi” lo disse all’indomani della sua morte “La Cooperazione siciliana”. Nei due giudizi veniva colto il carattere di quest’uomo, che rimase sempre fedele al Partito socialista e seppe indicare ai lavoratori e alle forze politiche l’intervento necessario ai fini del riscatto del Sud.

Sebastiano Cammareri Scurti nacque a Marsala il 27 marzo 1852. La cittadina faceva parte di un’area che nella viticoltura individuava la propria vocazione, ma che era circondata e soffocata dai latifondi.

Il giovane Sebastiano studiò agronomia, e conseguito il titolo specifico si dedicò con estrema serietà e passione all’esercizio della professione. La sua preparazione venne presto apprezzata: l’on. Abele Damiani, incaricato di guidare i commissari preposti all’inchiesta sulle condizioni della economia agricola che veniva condotta in Sicilia nel quadro della Inchiesta parlamentare diretta a livello nazionale da Stefano Iacini, lo volle quale segretario della Commissione. Cammareri Scurti fu attivissimo nella redazione delle relazioni poi confluite nel volume riguardante l’isola, e attraverso questo lavoro potè conoscere in modo approfondito le condizioni socio-economiche della Sicilia. Sulla base delle conoscenze acquisite osservando la realtà in cui operava, studiando le relazioni, entrando in rapporto con i rappresentanti del mondo economico e politico maturò una concezione che vedeva nel socialismo gradualista e nel cooperativismo gli strumenti per la liberazione e la crescita dell’isola.

Guardò con interesse e speranza al Movimento dei Fasci dei Lavoratori, anche se non svolse al loro interno una particolare attività. Nel ’96 per conto di “Critica sociale”, la rivista del socialismo gradualista che Turati pubblicava a Milano, diede alle stampe la prima parte di un ampio saggio sul problema agrario siciliano. Il saggio segnò la sua adesione al Partito socialista, che divenne ufficiale l’anno dopo con la fondazione della sezione marsalese del partito e la direzione dell’organo di stampa “Il Diritto alla vita”. A questi atti fece seguire la collaborazione a “Critica Sociale”, alla “Rivista Popolare” del Colaianni, e a vari fogli isolani, tra cui “La Battaglia”, che a Palermo era diretta da Alessandro Tasca di Cutò. Di estremo interesse furono i saggi “Socializziamo la terra!” apparso sulla rivista milanese, e “Il socialismo in Sicilia e la nazionalizzazione della terra” e “Il suffragio universale e la colonizzazione interna” pubblicati invece sulla rivista del Colaianni.

Approfondì lo studio della mafia, evidenziando la sua azione in favore dei gruppi di potere nel controllo degli strati popolari e nella manipolazione dell’elettorato, e insistette sulla necessità di espropriare i latifondi. Quale direttore della Società Cooperativa San Marco di Monte San Giuliano diede prova di grande capacità, facendo sì che divenisse modello per quanti intendevano combattere la grande proprietà e offrire ai siciliani un sicuro strumento di sviluppo e di modernizzazione delle terre coltivabili. Nel 1905 promosse “Monte”, poi divenuto “Terra Libera”, organo della Lega e della Cooperativa “San Marco”. Quattro anni dopo pubblicò la seconda parte del saggio sul problema agrario siciliano.

Divenuto figura prestigiosa nel mondo progressista, venne chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza delle organizzazioni politiche ed economiche socialiste presenti nell’isola. Dopo l’uccisione di Lorenzo Panepinto, nel maggio del 1911, accettò di subentrargli nella direzione della Cooperativa di Santo Stefano Quisquina, e si sforzò di farla vivere sulla linea seguita dal cooperatore defunto. Convinto anticolonialista, avversò l’occupazione della Libia, che in quel periodo veniva esaltata dalla destra economica e politica perché permetteva di indebolire la pressione sociale in Italia, e ancora una volta indicò nello sviluppo delle cooperative la strada per sconfiggere il latifondo e dare lavoro al proletariato agricolo isolano. L’anno dopo non condivise le motivazioni di quanti, al seguito di Tasca di Cutò, De Felice, Macchi, Lo Piano, Toscano, ecc., tendevano al distacco dal partito, e diedero poi vita al PSRI, polemico nei confronti del settentrionalismo della Direzione del PSI, e rimase fedele al partito. Morì a Santo Stefano Quisquina il 13 agosto 1912.

Giuseppe Miccichè

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

Angelo Corsi, socialista che difese i minatori sardi

Tra gli uomini più rappresentativi del socialismo sardo Angelo Corsi occupa con Giuseppe Cavallera, Claudio de Martis, Giuseppe Fasola, Cesare Loi un posto di primo piano per l’impegno nell’attività propagandistica e organizzativa e per la difesa dei minatori e della economia di quell’isola. Nacque a Capestrano, in provincia dell’Aquila, il 6 ottobre del 1889. Aveva appena 16 anni quando si trasferì in Sardegna, ad Iglesias, centro minerario di primaria importanza, che dava carbone, piombo, zinco, sotto il controllo di imprenditori stranieri. Compì gli studi universitari a Firenze, dove seguì i corsi di scienze sociali, e conobbe alcuni degli uomini di cultura più impegnati nel campo progressista, tra i quali in particolare Gaetano Salvemini, che gli comunicò la fede nella redenzione del Meridione. Sotto le suggestioni dei suoi maestri e della problematica meridionalistica prese a considerare con particolare interesse la situazione in cui versava l’Iglesiente, come facevano già alcuni propagandisti di orientamento socialista, decisi a sottrarre quell’importante bacino minerario agli industriali stranieri, che sottraevano ricchezze alla Sardegna e nel contempo sfruttavano pesantemente migliaia di lavoratori. Lo sfruttamento dei lavoratori veniva allora esercitato in tutta l’isola, provocando forti agitazioni, come nel 1906 quando una serie di moti agitò vaste aree isolane, provocando la reazione del padronato, in difesa del quale le forze dell’ordine intervennero provocando diversi morti e feriti. Fu in quegli anni che Angelo Corsi, pieno di entusiasmo e di fede nel riscatto del lavoro, aderì al socialismo e partecipò all’attività propagandistica che veniva svolta da qualche tempo in diverse aree isolane e portavano molti operai, contadini, lavoratori del mare a organizzarsi nel PSI e nel sindacato. Nel 1913 venne eletto consigliere comunale a Iglesias e poi sindaco, l’anno dopo consigliere provinciale. Amministrare allora non fu cosa facile: mancavano i fondi , esauriti per il malgoverno delle città, e la situazione generale diveniva sempre più difficile per l’incombere e poi per l’inizio della Grande Guerra. I sindaci socialisti elaborarono allora un piano di attività e di interventi che mirava ad alleviare le difficoltà in cui versavano gli strati popolari e le famiglie dei combattenti. Fu questa una attività che gli procurò larga notorietà nel partito, sicchè la Direzione lo nominò responsabile politico per la provincia di Cagliari. Nel dibattito tra le correnti e nelle lotte in favore degli lavoratori egli mostrò sempre di aderire al riformismo. All’indomani della guerra elaborò alcune idee, che propose in uno scritto nel quale chiedeva il decentramento regionale, il potenziamento delle funzioni dei comuni, e respingeva le posizioni separatiste. Montava già la polemica politica e si radicalizzavano le posizioni tra i lavoratori, che manifestavano contro l’insostenibilità delle loro condizioni di vita e chiedevano riforme (nel maggio del 1920 a Iglesias ci fu uno scontro di dimostranti con la polizia, che provocò sette morti e numerosi feriti). Nel partito era in corso lo scontro tra massimalisti rivoluzionari e riformisti, ed egli si trovò in difficoltà e quasi sempre in minoranza. Tuttavia nelle elezioni del 1921 venne eletto deputato alla Camera per il collegio di Cagliari. Dovette allora muoversi in una situazione che diveniva sempre più difficile per il montare della marea reazionaria e l’azione delle squadracce. Questa situazione si aggravò ulteriormente dopo la marcia su Roma, e in particolare nel 1924, durante la campagna elettorale per il rinnovo della Camera, nella quale, impedita in ogni modo l’attività delle minoranze politiche, non venne rieletto. Nel 1925 venne arrestato e di lì a poco assegnato al confino per cinque anni, poi commutati in ammonizione per due anni. Alla caduta del fascismo riprese il suo posto nel partito, partecipò ai primi congressi dell’antifascismo meridionale e fece parte delle Consulte regionale e nazionale. Fu anche sottosegretario alla Marina mercantile nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi, poi da Ferruccio Parri, infine da Alcide De Gasperi, che nel suo secondo ministero lo volle sottosegretario agli Interni. Il 2 giugno del ’46 venne eletto deputato alla Costituente. Co-protagonista del dibattito interno al Partito socialista, seriamente travagliato per lo stretto rapporto col Partito comunista, nel gennaio del ’47 aderì alla scissione socialdemocratica che diede vita al PSLI, di cui in Sardegna fu naturalmente il massimo rappresentante. Venne poi rieletto alla Camera nell’aprile del ’48 in rappresentanza delle liste di US (PSLI e gruppi diversi), ma si dimise per assumere la presidenza del Comitato del Fondo per il finanziamento dell’industria meccanica e poi dell’INPS (Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale. Lavorò ancora per diversi anni fuori dal Parlamento, distinguendosi per capacità e dedizione, fino alla morte, che avvenne a Roma il 16 dicembre del 1966.

Giuseppe Miccichè

Nicola Capria, una vita per il riscatto delle popolazioni meridionali

Nacque a  San Ferdinando di Rosarno, piccolo comune calabro sul Golfo di Gioia Tauro, il 6 novembre del 1932, ed ivi trascorse gli anni dell’infanzia. Si trasferì poi a Messina, dove compì interamente il corso degli studi, fino al conseguimento della laurea in Legge. Giovanissimo ancora, aderì al PSI. Nella città del Faro il socialismo aveva svolto già dalla fine dell’800 una positiva azione di risveglio degli strati popolari, grazie all’impegno di uomini di forte tempra come Francesco Lo Sardo, Nicola Petrina, Giovanni Noè, la cui lotta si era principalmente indirizzata contro una classe dirigente fortemente conservatrice e maestra di trasformismo. Il Psi aveva articolato la propria presenza in diversi comuni, organizzando contadini e artigiani, e nel capoluogo anche un buon numero di marittimi, e diffondendo il proprio messaggio attraverso le pagine de “Il Riscatto”. La città e l’entroterra avevano dato all’antifascismo figure adamantine e di grande fede nella libertà e nel progresso, la cui espressione massima era stato il martirio di Lo Sardo. Su questo solco si era incamminato il partito a partire dal ’43, riprendendo l’attività propagandistica e organizzativa. Capria a norma di Statuto fece prima parte della FGS, poi entrò nel partito, tra gli adulti. I dirigenti compresero subito le sue doti: era un giovane vivace, intelligente, colto, e per questo lo valorizzarono designandolo a posti di responsabilità. Capria fu infatti segretario di sezione, consigliere comunale e poi capogruppo, e lavorò con Vincenzo Gatto, Gaetano Franchina e altri, contribuendo alla nascita di nuove sezioni e alla crescita degli iscritti. Sposò intanto Gabriella Molè, docente di lingua cinese antica nell’Università di Roma e sinologa illustre, figlia del prof. Enrico Molè, uomo politico e di governo nel primo e nel secondo dopoguerra. Nel 1967 il partito e l’elettorato gli dimostrarono forte legame e stima, eleggendolo deputato all’ARS. La sua presenza all’Assemblea lasciò importanti segni, sicchè il partito lo ripresentò nelle successive elezioni  eleggendolo con larga messe di voti. Nel 1971 venne eletto  Assessore regionale all’Industria e  nel successivo anno vice-presidente della Regione.

La sua  azione risultò in quegli anni largamente positiva: tra l’altro egli concluse un accordo con l’Algeria per la costruzione del gasdotto che da quella terra africana avrebbe portato il metano in Sicilia e un accordo con l’ URSS per la costruzione del gasdotto, di cui, essendo ancora in carica, vide realizzata la prima parte. Nel 1974 venne eletto segretario regionale del PSI. Due anni dopo fu tra i principali sostenitori della cosiddetta svolta del Midas, per la quale Bettino Craxi assunse la guida del partito subentrando a Francesco De Martino, e il partito, rinnovandosi profondamente, si collocò vie più sulla strada della collaborazione con la DC con l’obiettivo, difficile da raggiungere e poi non raggiunto, della supremazia nella sinistra.

Da quel momento la sua attività si trasferì a livello nazionale. Eletto nel 1978 componente della Direzione nazionale del partito, lasciò l’ARS non senza avere prima ottenuto l’approvazione della legge sul turismo, che prevedeva tra l’altro la edificabilità lungo le coste solo oltre i 150 metri dalla battigia. Si dimise anche dalla carica di segretario regionale del PSI, e da allora svolse  interamente la propria attività a Roma. Deputato nazionale  dalla  VII alla XI Legislatura, fu Ministro per il Turismo, poi Ministro per la Cassa per il Mezzogiorno, Ministro per il Commercio estero e successivamente Ministro per la Protezione civile. Furono anni densi di impegni ed estremamente fruttuosi. Nel 1985, in qualità di Ministro per il Commercio estero, promosse un accordo con il Governo cinese per la costruzione in quel paese di  una fabbrica di veicoli leggeri della IVECO. In quegli anni, però, il mondo politico cominciò a essere scosso  da “mani pulite”, nella quale si esprimeva la questione morale relativa al mondo politico, per i tanti episodi di corruzione di cui erano protagonisti uomini di governo e parlamentari, appartenenti ai partiti di governo, e inoltre uomini d’affari.

Anche Nicola Capria incappò nella rete di inchieste, sospetti, processi. Nel gennaio del ’94, l’anno nel quale la questione morale fu centralissima nella vita nazionale e si estese investendo anche alcuni rappresentanti del PSI, egli venne  raggiunto da un “avviso di garanzia” per “concorso esterno in associazione mafiosa” in relazione alla vicenda Sirap. Dal processo emerse però la sua estraneità ai fatti in questione, di conseguenza egli venne assolto con formula piena. Capria era rimasto però colpito per l’accanimento della stampa, la facilità dei giudizi espressi con superficialità estrema, l’atmosfera che ormai si respirava anche all’interno del partito. Profondamente turbato, decise perciò di abbandonare completamente la vita politica, e tenne ferma questa decisione, resistendo alle molte sollecitazione di segno contrario, fino alla morte, avvenuta  il 31 gennaio del 2009. Esprimendo con parole semplici e con viva commozione i sentimenti dei socialisti, che erano anche di una vastissima area pollitica, Giovanni Palillo, allora segretario regionale del PSI, affermò: ”E’ morto un uomo giusto, un socialista, un uomo che ha dedicato tutta la vita al riscatto delle popolazioni meridionali. I socialisti siciliani lo ricorderanno sempre come politico di grande spessore umano….”.

 Giuseppe Miccichè

Francesco Zanardi, il “sindaco del pane”

Nelle storie del socialismo il suo nome è di solito accompagnato da “il sindaco del pane”, parole che ne qualificano l’impegno di amministratore tutto dedito alla causa del popolo.

Francesco Zanardi nacque a Poggio Rusco, in quel di Mantova, il  6 gennaio del 1873. Compiuti gli studi primari nel paese natale e quelli secondari a Mantova, frequentò i corsi di Chimica e Farmacia presso l’Università di  Bologna, conseguendo nel 1894 il diploma in farmacia e quattro anni dopo la laurea in  chimica e farmacia.

 Era ancora studente quando decise di aderire al Partito Socialista, del quale condivideva da qualche tempo i principi ispiratori e il programma.  Il paese attraversava allora uno dei momenti più difficili della sua storia: l’economia era ancora fortemente provata da una crisi le cui conseguenze gravavano massimamente sugli strati popolari, i governi, animati da spirito autoritario, ricorrevano a misure di polizia per fermare le agitazioni popolari, e il Partito socialista appena costituito subiva continue persecuzioni che colpivano con denunzie, arresti e destinazione al carcere o al confino i suoi uomini più rappresentativi.

Anche in Emilia non mancarono le persecuzioni: leghe e circoli vennero sciolti, tra i dirigenti Zanardi fu  arrestato e  condannato al confino, ma venne poi assolto.

 Sensibile ai problemi della povera gente, Zanardi si accostò ancor di  più al Partito socialista e si impegnò con straordinaria passione nella vita politica. La serietà del suo lavoro, la passione che traspariva dai suoi atti  lo resero presto estremamente  popolare e gli fecero meritare molte simpatie tra i lavoratori di Poggio Rusco, che nell’ottobre del 1901 lo vollero loro sindaco.

 Nel 1902, per le possibilità che la legge allora in vigore offriva, fu anche consigliere comunale e due anni dopo assessore all’igiene a Bologna, Vicepresidente dell’Amministrazione provinciale di Mantova e consigliere comunale a Magnacavallo. Dal 1908 ( e fino al 1921) fece parte del Consiglio provinciale di  Bologna.

Nel 1914 i socialisti conquistarono la maggioranza a Bologna e il 15 luglio lo elessero sindaco della grande città. Il programma  presentato alla cittadinanza poneva l’accento sulla sicurezza di vita e di istruzione  per gli strati popolari, a segnare la volontà di rompere con un passato fatti di indifferenza per le condizioni di vita di migliaia e migliaia di bolognesi. Col concorso dei consiglieri di maggioranza, artigiani, operai, sindacalisti, piccoli commercianti, lavoratori della sanità, professionisti, ecc. in rappresentanti di diverse categorie sociali, Zanardi si impegnò nella realizzazione di una politica nuova, tendente tra l’altro a liberare il popolo dal fiscalismo borghese, attraverso una tassazione più equa, ad agevolare la frequenza scolastica, a calmierare i prezzi dei generi di maggiore consumo. ad attivare i servizi di igiene pubblica, ad assicurare l’assistenza nelle malattie.

L’inizio della Grande guerra lo vide nettamente avverso alla partecipazione dell’Italia, per cui venne preso di mira dalla polizia e  limitato al massimo nella sua attività politica. Quando poi l’intervento venne deciso, fece ogni sforzo per alleviare le sofferenze della popolazione. A questo fine istituì l’Ente Autonomo di Consumo, sì da garantire l’approvvigionamento del pane, e acquistò due piroscafi per il trasporto di carbone necessario per il funzionamento degli impianti del gas per la cittadinanza.

Fu nel complesso un impegno veramente grande, in linea con lo spirito e i principi caratterizzanti il municipalismo socialista, che gli guadagnò la pubblica riconoscenza e lo fece  divenire  una figura simbolo nel panorama politico del tempo: “il sindaco del pane”.

Il suo impegno di sindaco si interruppe quando,  il 16 novembre del ’19, venne eletto deputato alla Camera nel collegio di Bologna. Ritenne allora di doversi dimettere per dedicarsi interamente all’attività parlamentare. L’impegno a più alto livello non gli fece dimenticare i  lavoratori che lo avevano tanto amato, e infatti  ne difese gli interessi con la passione che lo distingueva.

Alla vigilia delle nuove elezioni amministrative, fissate per il novembre del 1920, si trovò coinvolto in un tragico episodio di violenza: al termine di un suo comizio numerosi manifestanti tentarono di assaltare il carcere, e nello scontro a fuoco che ne seguì con le guardie caddero colpiti a morte quattro degli assalitori e  due guardie.

Col montare delle violenze fasciste venne fatto segno a minacce,  insulti e anche aggressioni fisiche, nelle quali gli squadristi  sfogavano l’odio contro un fedele e solerte rappresentante dei lavoratori.

Senza perdersi d’animo, insistette nel suo lavoro politico e nell’azione propagandistica, sfidando quotidianamente la violenza, e venne rieletto deputato nel 1921. Costretto però ad allontanarsi dalla città, si trasferì a Roma. Nella capitale visse anni di dolore per la morte del figlio ventiduenne Libero, già gravemente malato e vittima della violenza fascista.

Dal 1924 si appartò dalla vita politica dedicandosi a una azienda da lui precedentemente avviata. Venne tuttavia sorvegliato dalla polizia in misura sempre più soffocante e frequentemente minacciato e diffidato. Nel  febbraio del 1938 subì l’arresto, seguito  dall’assegnazione al confino per cinque anni  a Cava dei Tirreni,  poi a  Sant’Antonio di  Porto Mantovano, infine nella sua  città natale.

Alla caduta dl fascismo tornò a militare nel Partito Socialista, e nel giugno del ’46 venne eletto alla Costituente con una imponente messe di voti, coi quali il popolo che lo aveva sempre amato volle riconfermargli i propri sentimenti. Nel 1947 aderì al neonato PSLI e nel 1948 fu tra i senatori di diritto.

Morì a Bologna  il 18 ottobre del 1954. La sua  scomparsa suscitò un profondo, sentito dolore tra quanti  ne avevano conosciuto e apprezzato la dirittura morale, la fede profonda nel socialismo, il  legame di tutta una vita coi lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Sebastiano Bonfiglio Organizzatore e propagandista socialista vittima della mafia

Sebastiano Bonfiglio nacque il 23 settembre del 1879 a San Marco Valderice. Per le necessità della famiglia e secondo le abitudini del tempo, ancora ragazzo venne avviato a lavorare in una bottega di artigiano. Presto cominciò a guardare con crescente interesse al socialismo e alle organizzazioni che lo rappresentavano. Erano gli anni in cui anche nel trapanese  si costituivano i Fasci dei lavoratori di campagna e di città con un programma che superava  il vecchio mutualismo, ponendo a contadini, operai e intellettuali progressisti obiettivi molto più avanzati, tra cui la lotta di classe per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le letture, l’osservazione della realtà economica e politica del trapanese, la frequentazione dei lavoratori lo aiutarono a maturare, ponendo le condizioni perché egli divenisse punto di riferimento per quanti aspiravano a una società profondamente rinnovata.
Pur essendo ancora molto giovane, si trovò in primo piano a livello provinciale, e lavorò indefessamente alla riorganizzazione del movimento dei lavoratori, ancora sconvolto dalla repressione. Nel 1901 guidò i lavoratori che scioperavano per ottenere il miglioramento dei patti agrari, ancora gravemente spoliatori, costringendo i grandi proprietari terrieri ad accettare le condizioni loro imposte dalle organizzazioni  di categoria.
Il successo dell’azione sindacale accrebbe notevolmente la sua autorità nel trapanese, ponendolo tra i maggiori dirigenti assieme a Giacomo Montalto, Mariano Costa, Sebastiano Cammareri Scurti, Pietro Grammatico. Nel 1902 venne eletto segretario della federazione provinciale socialista, ma due anni dopo si trasferì a Milano, dove trovò lavoro in una fabbrica di mobili. Fu una esperienza estremamente fruttuosa: nel capoluogo lombardo potè infatti  conoscere e praticare alcuni dei massimi dirigenti del socialismo, tra i quali Filippo Turati e Costantino Lazzari, ma anche conoscere una realtà assolutamente diversa dalla isolana, che lo fece riflettere sulla struttura del partito e sulla opportunità di un suo rinnovamento per meglio rispondere alle  esigenze del tempo.

A Milano rimase per due anni. Successivamente, accogliendo l’invito di suoi parenti che da qualche tempo vivevano negli USA, decise di  emigrare in quel lontano paese, dove al lavoro quotidiano aggiunse l’impegno politico, organizzando la sezione socialista e una cooperativa di consumo che giovò molto alle famiglie degli emigranti abbattendo i costi dei generi più largamente consumati. Assunse anche la direzione de “ la Voce dei socialisti”, che veicolava  idee, critiche, proposte in relazione alla vita, non certo facile, dei tanti emigranti che nelle Americhe avevano trovato lavoro e libertà, ma in una società  fortemente  gravata dalle regole del capitalismo dovevano  difendersi dallo sfruttamento. Nel 1913 Bonfiglio rientrò  nella sua terra. A livello nazionale il momento era complesso: venendo dopo Crispi e Pelloux, sostenitori dell’autoritarismo e strumenti del recupero conservatore, Giolitti  aveva  favorito il ristabilimento di condizioni di relativa libertà, aveva  concesso il suffragio universale maschile, ma aveva promosso l’occupazione della Libia; il PSI si era rotto con l’espulsione dei “bissolatiani”, favorevoli a una più vasta collaborazione con radicali, repubblicani, liberaldemocratici. Bonfiglio  condannò la posizione degli espulsi, che in Sicilia  finivano addirittura per “andare oltre”, e con Nicola Barbato partecipò alla difesa della organizzazione socialista.  Successivamente capeggiò uno sciopero di contadini che nell’isola ebbe un discreto successo, ma venne arrestato e condannato  a cinque mesi di carcere. Tornato in libertà, si trovò di fronte alle nubi di guerra che gravavano sull’Europa e al forte contrasto tra neutralisti e interventisti che coinvolgeva anche diversi socialisti.

Egli si schierò subito contro la guerra in  generale e contro l’intervento dell’Italia in particolare. Richiamato alle armi, venne assegnato ai reparti della Sanità e inviato per le sue posizioni politiche in Libia, a Cirene, dove meritò la simpatia  della popolazione aprendo una scuola per i ragazzi. Con la fine della guerra  rientrò nel trapanese, dove riprese l’attività politica e sindacale ponendosi  nuovamente  alla testa delle organizzazioni che facevano capo al PSI e riorganizzando  Camere del lavoro, Leghe  contadine e Cooperative.

Nello scontro  tra comunisti, massimalisti e riformisti che prese ad agitare il movimento dei lavoratori, egli si collocò tra i massimalisti che facevano capo a Serrati, e nel  gennaio del ’21  non approvò la rottura operata dai comunisti su sollecitazione di Mosca. I congressisti  lo elessero allora membro della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza dei socialisti siciliani.
Nel 1920 fu alla testa dei lavoratori  nelle due grandi battaglie che caratterizzarono allora la lotta socialista: quella per l’occupazione delle terre incolte, che nel trapanese ebbe momenti particolarmente forti nell’agro ericino, e quella per la conquista  di molti comuni, risultate  largamente vittoriose.  Il 3 ottobre 1920  anche Monte San Giuliano passò ai socialisti e Bonfiglio venne eletto sindaco in una amministrazione che avviò una serie di opere di grande interesse sociale,  tra cui strade e scuole. Si trattava di fatti che non potevano essere accettati dai grossi proprietari terrieri, da gran tempo adusi allo strapotere economico e politico. Essi provvidero perciò a colpire  il dirigente, considerato responsabile di quello che appariva un  rivolgimento del vecchio ordine, e  disposero perché la mafia al loro servizio lo colpisse  senza pietà.

Nella tarda serata del  10 giugno 1922, mentre  Sebastiano Bonfiglio rientrava a casa dopo avere partecipato a una riunione della Giunta municipale, dei sicari appostati dietro un muretto lo colpirono a morte. Una nuova vittima  si aggiungeva così ai tanti organizzatori e propagandisti che la mafia e gli “squadristi” nazional-fascisti avevano colpito a Salemi, Castelvetrano, Paceco, ecc. e  in diverse altre aree isolane.

Giuseppe Miccichè

Emilio Canevari, cooperatore
e politico di grande valore

Nacque a Pieve Porto Morone, in  quel di Pavia, il  21 gennaio del 1880. Il padre calzolaio e la madre maestra elementare si preoccuparono del suo avvenire avviandolo agli studi, che Emilio compì sino al conseguimento del diploma di geometra. Interessato alla politica, a 20 anni era tra i socialisti del suo paese, impegnato in una intensa attività di propagandista del grande ideale di “riscatto del lavoro”, ma anche tra lavoratori che si organizzavano in cooperative di produzione e lavoro, interessate alle affittanze agricole, in una visione di riformismo socialista che seppe poi conservare per tutta la vita.

Nel 1908 gli venne affidata la direzione del periodico socialista “Il Lavoratore friulano”. Successivamente ebbe incarichi politici a Verona, dove resse la segreteria della Federazione socialista, a Biella e a Pavia, dove fu segretario della Società Umanitaria. Sopravvenuta la Grande Guerra, cercò di limitare al massimo le sofferenze degli strati di popolazione economicamente più deboli, e superando schematiche preclusioni nei confronti degli organi governativi garantì i vettovagliamenti, impedendo nel contempo le tendenze alla speculazione.

Questa attività gli guadagnò una vasta popolarità. Nel 1919 fu candidato alla Camera nella circoscrizione di Pavia, e venne eletto con una buona messe di voti. L’anno dopo entrò nel consiglio comunale e contemporaneamente in quello provinciale. Nella  primavera del ’21 venne eletto nuovamente alla Camera.

In questo periodo avanzò la proposta di dar vita a una Federazione  dei consorzi e delle cooperative edili libera da ogni intermediazione. Di lì a poco, però, l’ascesa del fascismo al governo del paese impedì alle organizzazioni dei lavoratori di operare liberamente. Emigrò allora in Francia, dove curò l’amministrazione dell’Union des cooperatives, con la quale fu possibile garantire agli operai di origine italiana assistenza e lavoro.

Nel marzo del 1930 Canevari rientrò in Italia, ma venne arrestato e condannato a cinque anni, poi ridotti a due. Successivamente venne assegnato al confino di polizia a Rotonda. Rimesso in libertà, si trasferì a Sala Consilina, poi a Roma, dove rimase  per alcuni anni lavorando alle dipendenze di una ditta impegnata nel settore dell’edilizia.

 Dopo il 1940, entrata in guerra l’Italia in alleanza con la Germania di Hitler, prese contatto con vecchi esponenti  socialisti, secondo una tendenza che da allora cominciò a coinvolgere diversi elementi, e il 22 luglio del ’42, in una riunione clandestina con Giuseppe Romita, Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti condivise la decisione di promuovere la ricostituzione del PSI, poi effettivamente avvenuta nel settembre dello stesso anno. Nell’aprile del ’43, trovandosi a Milano, venne arrestato, e potè tornare libero solo dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo. Nelle nuove condizioni riprese l’attività politica, e il 23-24 agosto partecipò a un convegno con  Pertini, Buozzi, Lizzadri, Romita, Vassalli, Zagari e altri provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Liguria, dall’Emilia Romagna, dal Lazio e dalla Campania, nel quale si concordò la fusione col Movimento di Unità Proletaria, si ridiede ufficialmente vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e si lavorò alla definizione del suo programma e del suo indirizzo politico. Contribui anche alla rinascita del sindacato: in sostituzione del compagno di fede Bruno Buozzi, e operando assieme al comunista Di Vittorio e  al cattolico Grandi in rappresentanza del PSI, sottoscrisse  il patto per l’unità dei lavoratori socialisti, comunisti e cattolici nella CGIL. Successivamente venne eletto presidente della Lega delle cooperative. Nel gennaio del ’45 visitò alcune zone della Sicilia, scosse da violenti moti popolari, e ne trasse elementi per una critica all’attuazione dei Decreti Gullo sull’assegnazione delle terre incolte ai contadini organizzati in cooperative. Su designazione del partito fece parte del governo Bonomi in qualità di sottosegretario agli Interni e del governo De Gasperi in qualità di sottosegretario ai LL.PP. e all’Agricoltura. La ripresa dell’attività parlamentare lo portò dal 25 settembre del ’45 tra i componenti della Consulta nazionale e dal 2 giugno del ‘46 tra i deputati eletti all’Assemblea Costituente. Memore dello stretto rapporto avuto con il movimento cooperativo, promosse allora l’Unione parlamentare per la cooperazione e ottenne che lo Stato vigilasse sull’attività della organizzazione, come sempre di grande valore sociale. Confermato alla presidenza della Lega delle cooperative, si impegnò in una intensa attività, mantenendo l’importante organizzazione nella scia del riformismo che l’aveva vista nascere, ma dopo la scissione socialdemocratica del gennaio 1947, cui personalmente aderì, non riuscì a impedire le polemiche interne e le rotture nella organizzazione. Di questo approfittarono i comunisti che, in occasione del 2^ Congresso della Lega tenuto a Reggio Emilia il 15-17 aprile del ’47, disponendo della maggioranza, affidarono la presidenza nazionale a Giulio Cerreti, dando così inizio a una fase che interrompeva definitivamente la tradizione riformista della organizzazione. Nel ‘48 fu senatore di diritto e nel ’53  vice-presidente del gruppo parlamentare del PSLI (poi PSDI). Rimase sulla breccia per qualche anno ancora, dando come sempre tutto se stesso alla causa dei lavoratori e del socialismo democratico, poi la stanchezza ebbe il sopravvento e lo costrinse a ritirarsi del tutto a vita privata. Morì a Roma il 21 gennaio 1964.

Giuseppe Miccichè

Arturo Vella forte difensore dell’autonomia del PSI

Arturo_VellaNel primo trentennio del ‘900 fu uno dei più autorevoli  dirigenti nazionali del Partito socialista. Nacque a Caltagirone, grosso comune della Sicilia, da tempo noto per l’industria della ceramica in cui si è sempre distinto, il 12 febbraio del 1886. A 5 anni appena rimase orfano del padre, Sebastiano, piccolo industriale ceramista con famiglia numerosa, e a 11 anni venne inviato in un collegio romano, per continuarvi gli studi, conclusi poi in un Istituto tecnico.

Nella capitale si ambientò perfettamente ed entrò sempre più in contatto con i gruppi politicamente più vivaci in senso progressista, fin quando, ai primi del ‘900, costituì una Federazione di studenti secondari, che assieme al Circolo giovanile socialista si impegnò in una intensa attività di organizzazione, presto estesa alla Toscana e all’Emilia e capace di portare nelle sezioni e nei circoli un elevato numero di giovani. Fin da allora si distinse quale difensore della autonomia organizzativa dei gruppi giovanili nei confronti del PSI, ma entro una ferma “unità di dottrina”, e cioè con un forte  legame di natura ideologica col partito.

Nel congresso di Bologna del 1907 – su cui, come sull’intera  storia dei giovani socialisti hanno ampiamente scritto Gaetano Arfè nel 1973 e Renzo Martinelli nel 1976 –  fu tra i fondatori della FIGS aderente al PSI, e ne diresse l’organo di stampa “L’Avanguardia”, un foglio che si distinse per la vivacità e la ricchezza dei contenuti. Lavorò con grande entusiasmo  per la crescita della organizzazione, e dopo  la separazione dai sindacalisti rivoluzionari concorse in misura notevole alla sua crescita e alla ulteriore definizione dei suoi caratteri, impegnandola su posizioni antimilitariste, internazionaliste e anticlericali.

 Si collocò presto tra gli intransigenti e fu elemento di punta in una intensa e appassionata attività propagandistica, intervenne a numerosi convegni e congressi, scrisse frequentemente su “L’Avanguardia” e fu tra i redattori de “La Soffitta”, un quindicinale di orientamento socialista sorto nel maggio del  1911.

Relativamente al problema elettorale Vella era favorevole a una alleanza “vigile” coi gruppi di democrazia borghese, in attesa  di un irrobustimento del movimento operaio. Era però avverso a posizioni di cedimento, che  si rilevavano  qua e là, e conseguentemente fu tra quanti, nel Congresso di Reggio Emilia del 1912, sostennero l’espulsione dei “bissolatiani”, considerandone le idee involutive e pericolose per l’autonomia di classe dei lavoratori e l’identità socialista.

Subito dopo il congresso lasciò la direzione dell’organo di stampa della FIGS per assumere la carica di vice-segretario  del PSI. Lavorò allora in sintonia con Costantino Lazzari, cui i congressisti avevano affidato la segreteria del partito, distinguendosi nell’impegno volto a precisare i caratteri  del programma socialista e a limitare l’influenza di Mussolini nel partito e nella redazione dell’Avanti!, non rimanendo convinto dell’equivoco “rivoluzionarismo” espresso da costui.

In quegli anni lavorò a un programma di riorganizzazione del partito fondato sulle federazioni provinciali e regionali, in sostituzione delle vecchie federazioni di collegio. La situazione  non era però matura per simile riforma, sicchè egli incontrò ostacoli di varia natura che lo costrinsero a rinviare l’idea a tempi migliori.

All’inizio della Grande Guerra Vella sostenne la neutralità dell’Italia e con Lazzari propose la linea del “non aderire né sabotare” che il PSI fece propria, caratterizzandosi in modo netto nel panorama politico nazionale.

Nel maggio del 1916  venne richiamato alle armi e assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Trapani, poi a Siracusa, infine a Firenze. In questo periodo svolse una coraggiosa attività antimilitarista, sicchè il 7 febbraio del 1918 venne arrestato a Siracusa per disfattismo. Il 13 settembre successivo, durante il processo che si celebrava a Catania, pronunziò parole di fede profonda nell’idea che l’aveva conquistato fin dai più teneri anni. Dal banco degli imputati, incurante dei frequenti richiami dei giudici, difese con forza le ragioni che avevano spinto i socialisti a schierarsi nettamente contro la guerra, e concluse il suo intervento dichiarando: “Sereno e sicuro, oggi io affermo la mia fede di fronte a voi, con una fermezza spoglia di qualsiasi ostentazione provocatrice, ma consapevole della sua forza e della sua legittimità sul terreno del pensiero e su quello degli interessi anche nazionali…. Se condannato, tornerò sereno e forte nella mia cella etnea a riprendere lo studio e la prepararmi alle battaglie di domani, se assolto, rientrerò in caserma con la fronte alta come ne uscii con le catene, ma il mio pensiero lo conserverò per me, tutto per me”. La Corte lo condannò a cinque anni di reclusione per insubordinazione al Tribunale e subito dopo a sette anni  cumulativi con la prima condanna. Rimase in carcere per alcuni mesi: nel marzo del ’19 venne infatti amnistiato e potè tornare all’impegno nel partito, dove si occupò di problemi elettorali in vista del prossimo rinnovo della Camera eletta nel 1913. Prendendo posizione ben definita nel dibattito interno al partito, fu autorevole rappresentante dei massimalisti elezionisti, a nome dei quali intervenne al congresso di Bologna, dove riprese il concetto della “delittuosità” della guerra e fece rilevare la responsabilità dell’alta borghesia nell’averla voluta. Entrò quindi nel massimo organo di direzione del partito, da dove però uscì quando alla fine dell’anno, candidato alla Camera nel collegio di Bari per volontà della Direzione, venne eletto deputato.

Difese allora i contadini del Meridione che procedevano alla occupazione delle terre incolte e degli ex feudi, e denunziò con forza le violenze perpetrate in Sicilia e nelle Puglie ai danni dei lavoratori. Di fronte al montare della reazione nazional-fascista, specie in vista delle nuove elezioni politiche fissate per l’aprile del ’21, nel ’71 rievocate con le vicende del dopoguerra in Puglia da Simona Colarizi, si distinse per la fermezza e il coraggio, che suscitarono l’odio degli agrari e la persecuzione delle “squadracce”. Impegnato nella nuova campagna elettorale, venne ferito gravemente a Barletta. Riuscì comunque a essere rieletto.

Nei mesi che seguirono, pur essendo un sincero sostenitore della unità di classe e della convergenza di tutte le forze antifasciste nella lotta contro la reazione, apparve sempre più geloso difensore del Partito Socialista Italiano, della sua storia e dei suoi valori nei confronti del Partito Comunista e di qualunque altra forza politica.

Per questo alla fine del ’22 si schierò nettamente contro la fusione col PCd’I, richiesta dall’Internazionale di Mosca, che se accettata  avrebbe portato alla definitiva scomparsa  del Partito socialista. Sostenne il “Comitato di difesa socialista”, sorto proprio allora, e  subendo gli attacchi dei comunisti e della loro Internazionale lavorò con Nenni e altri per salvare il  partito. Contribuì in tal modo a salvare il PSI alla storia, ai lavoratori, alle lotte del progresso e della libertà.

Nel 1924, dopo avere  partecipato a una campagna elettorale divenuta infernale per le violenze senza limiti dei fascisti, venne rieletto alla Camera, ma in Sicilia, dove fu l’unico rappresentante del PSI. Dopo l’uccisione di Matteotti fu tra i più attivi animatori della “questione morale”, propose la costituzione di un Comitato dei partiti d’opposizione e fu favorevole alla secessione parlamentare, anche se mostrava di propendere per la lotta nel paese sì da dare un seguito concreto alla secessione. Successivamente si disse favorevole  al ritorno nell’aula di Montecitorio per tentare di neutralizzare l’azione di Mussolini.  Più tardi sostenne  la  partecipazione alle elezioni amministrative con liste espresse dai partiti più nettamente d’opposizione. Ormai però il fascismo procedeva in modo inarrestabile verso l’affermazione della dittatura.

 Con le leggi eccezionali del ’26 Arturo Vella seguì la sorte dei parlamentari d’opposizione dichiarati decaduti. Due anni dopo, bisognoso di lavoro, si trasferì a Caltagirone, per gestirvi una piccola fabbrica di ceramica ereditata dal fratello. Visse  da allora, per diversi anni, tra la città natale e Roma, conservando salda la fede negli ideali socialisti, ma, per la strettissima vigilanza della polizia, senza potere svolgere alcuna attività di opposizione.

All’inizio degli anni 40 si ammalò gravemente. Nel ’42, trovandosi a Roma, subì gli arresti, ma per mancanza di seri elementi di accusa e per le sue condizioni  di salute venne rimesso in libertà. Vinto dal male, morì nella capitale il 31 luglio del 1943, e se ne prese nota nella scheda del CPC ( b. 5341) intestata al suo nome. Dieci giorni prima in Sicilia era avvenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane, a Roma cinque giorni prima Mussolini era stato arrestato. Iniziava così una nuova fase nella vita del paese. Vecchi e nuovi rappresentanti del Partito socialista stavano già riprendendo la lotta in nome degli ideali ai quali egli aveva dedicato gran parte della propria vita.

 Giuseppe Miccichè