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Goffredo Bettini

PD, perché è mancata la ‘fusione’

In sé non sarebbe un guaio se il Pd riuscisse a mettere insieme le cose migliori del PSI, del PCI e della DC. In fondo questo partito nasce proprio con l’ambizione di unire le migliori culture della tradizione politica italiana.

Il Socialismo democratico e riformista, le cui idee hanno vinto nella storia, la difesa e la promozione di grandi masse di diseredati da parte dei Comunisti italiani, nel quadro di una ispirazione democratica e nazionale, l’attenzione e la valorizzazione della persona e della sua libertà da parte della Democrazia Cristiana.

Il guaio è che non è avvenuto, nel profondo e in un processo radicale di rinnovamento rispetto alla Prima Repubblica, questo incontro-sintesi, risultando il tutto una composizione per giustapposti strati, piuttosto che un organismo unitario e vivo.

Perchè? A mio avviso, dopo la fase iniziale e il voto politico del 2008, che fu malamente interpretato come una sconfitta, c’è stato il tradimento delle ipotesi e delle speranze che furono alla base della nascita del Pd. Ad un partito che, seppure con limiti ed errori, aveva elaborato l’esigenza di un nuovo rapporto tra partito, istituzioni, democrazia e cittadini, ha fatto seguito, fino a imporsi definitivamente, un partito fondato sulle correnti, sui notabili nei vari territori, su un tesseramento muscolare, sul predominio degli amministratori e degli eletti.

Ben prima dell’allarme lanciato da Marianna Madia o da Barca nel 2010 in un mio libro, “Oltre i Partiti”, descrivevo così la situazione:
In alto e in basso. Al centro e in periferia. Nessuno risponde più a nessuno; si viaggia tranquillamente dentro uno sciame di leader, leaderini, personalismi, capibastone; tutti autocentrati, con una sorprendente capacità di cambiare collocazione, alleanze e con l’assillo, ormai argomento decisivo di ogni conversazione, di occupare o non perdere una posizione elettiva. Rimangono spazi importanti di responsabilità e di impegno civile e politico sincero e di qualità. Ma occorre essere franchi: il tono generale lo dà questa girandola di ambizioni di potere; questo combinarsi continuo di strategie individuali e di ansie per il proprio futuro. L’effetto è micidiale. Il corpo del partito è balcanizzato. L’autonomia tende a svanire e la manovra tattica a staccarsi dai convincimenti seri, profondi, meditati. In questa arena dilaga la «marmellata» stucchevole del cinismo venduto per realismo, per saggezza, per esperienza distaccata di chi sa come vanno le cose del mondo. Così si giustifica tutto: il cambio di casacca, l’incoerenza più plateale, il passaggio a un’altra corrente, a un altro partito e il tradimento verso se stessi o verso l’idea professata fino al giorno prima. Non c’è più la forza del leone, ma della volpe, più della furbizia, rimane l’appetito. È un quadro esagerato? Forse. Ma meglio così. Perché il campanello d’allarme va suonato. La questione del partito sta diventando la priorità. Le risposte possono essere diverse. Cercherò di suggerirne alcune. Ma le domande non possono essere reticenti. Anche la sinistra rischia di essere parte della crisi democratica che tocca ormai livelli di emergenza. Ai giudici il compito di colpire in modo giusto, sobrio, equilibrato i corrotti. Eppure non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata come forma normale di rapporto tra politica e impresa; che nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra.

Stiamo ancora dentro, come dimostra ‘Mafia Capitale’ e non solo, questa spirale negativa e pericolosa. Renzi, non è questa la sede per poter approfondire, ha rappresentato e rappresenta secondo me una scommessa politica positiva, che ha rimesso in moto il Paese; e tuttavia, proprio sul terreno della trasformazione del soggetto politico e dell’affermazione di una nuova, solida classe dirigente, pare non aver concentrato l’attenzione dovuta, commettendo così anche degli errori. Se nel campo progressista non si abbattono veramente gli steccati, scuotendo ogni rendita di posizione, burocratica e di apparato o ideologica, la crisi democratica che ci investe non potrà che peggiorare.

Per questo, da anni, mi batto per un ampio, unitario, contendibile campo democratico fondato su forme di democrazia partecipata e diretta che dia la possibilità alle persone, ai singoli iscritti, di confrontarsi, di mescolarsi e di decidere, sconfiggendo gruppi consolidati di potere, posizioni strumentali, ricatti interni, lotte irriducibili che servono principalmente alla conservazione di brandelli di gruppi dirigenti poco rappresentativi. Se non si riaccendono nell’animo dei cittadini le passioni, in un processo nel quale essi sentono realmente di contare e di contribuire a decidere i destini del Paese, saremo chiusi nella tenaglia già in atto, anche in Europa, tra estremismo e populismo di destra, razzismo e nazionalismo. Avere un partito che va a calcomania sulla vita delle persone serve anche a ridefinire il profilo ideale e programmatico di una sinistra adeguata all’oggi. Ciò che nella storia ci ha sempre distinto dalla destra è che, mentre quest’ultima opera per rinsaldare le gerarchie, la sinistra si identifica in un movimento incessante teso ad accorciare le distanze tra la forza e la debolezza, tra chi sta sotto e chi sta sopra. La vera questione, a mio avviso, è che una certa pigrizia, ripetitività e interesse a mantenere vecchie abitudini e vecchi involucri, ci ha fatto perdere di vista dove è veramente, oggi nella società globalizzata, la vera debolezza, il vero conflitto, il vero dolore. Esso si trova sempre meno negli schemi consolidati del passato, nella ripetizione stanca di parole che rischiano di diventare consolatorie come “sinistra”, “sindacato” o “popolo”. Il conflitto va cercato nella vita nuda delle persone, nella loro solitudine ed esposizione al gioco oscuro, imprevedibile e spesso maligno di forze che non riescono a controllare e contrastare.

Indagare con occhio limpido e organizzare una risposta sul campo a questa nuova condizione moderna che spesso mette in contrapposizione diverse debolezze o disperazioni (basti pensare all’immigrato e alla vecchietta che nei quartieri popolari ne ha paura, all’autista della metropolitana che lotta per il salario o per i turni e agli utenti disperati, già carichi di una rabbia esistenziale che li deriva da una città difficilissima da vivere, potrei continuare con altri mille esempi) è il compito fondamentale che abbiamo di fronte.

Se non ripartiamo da lì, non ha alcun senso aggrapparci a categorie politiciste (essere più di sinistra o più di centro), perché avremmo smarrito la nostra ragione di essere e quindi la possibilità di contare e di cambiare realmente le cose.

Goffredo Bettini