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Graziano LUPPICHINI

Oltre l’oltrismo

Errori in questi ultimi anni la sinistra ne ha commessi a valanga, pur garantendo, nella Prima Repubblica e così come nella Seconda colpita dalla crisi economica, un livello di qualità sociale degno dei più grandi Paesi del mondo. Certamente non ha saputo cogliere appieno i cambiamenti, ha subito l’epoca del berlusconismo, ma ha risposto con risultati che certamente non possono essere ascritti tra i peggiori. Nel nordest, feudo democristiano da sempre, intanto sorgeva la Lega di Bossi, partito antisistema, figlio di una sinistra estrema stanca ed esasperata che, per spirito di rivolta si schierava con il carro del vincitore lombardo guidato dal perfido Nano di Arcore. Dire Lega antisistema è dire tutto, è dire sfascismo, ma non fascismo: è dire lotta per i diritti degli italiani e lotta contro “Roma ladrona”, per affermare il federalismo regionale (concetto parzialmente condivisibile e valido anche per l’Unione Europea), poi portato quasi all’estremo della secessione,mai veramente voluta, partito di “lotta e di governo” emulo di quel PCI ormai in dissolvimento, travolto dalla storia, sostituito in ultimo da un partito dalla pancia molle, senza identità, ricco di buoni amministratori, ma incapace di cogliere le nuove aspettative ed i nuovi bisogni degli italiani, contornato da piccoli satelliti della sinistra, a volte irrilevanti, ma che la troppa sufficienza, figlia di un retaggio veterocomunista di arroganza e supponenza, lasciava inascoltati. In questo quadro di grandi cambiamenti e rivolgimenti va visto ciò che accade oggi.

Va letto il popolo stanco e deluso più per abulìa che per vera riflessione, manipolato dagli organi di informazione artatamente costruiti, rapito dalla voglia di cambiare a tutti i costi, spesso solo per il gusto di cambiare, di andare “oltre” senza riflettere che l’oltre potrebbe rappresentare un baratro per tutti noi. La Toscana, culla di cultura rinascimentale, modello per anni del buon governo locale, impara presto (non è una novità, lo ha già fatto varie volte) a trasformarsi: ed allora ecco la “Livorno rossa” prostrarsi ad un piccolo urlatore del “Vaffa…” convinta che cancellerà i settant’anni di governi di sinistra, ma che in realtà impoverirà ancora di più le condizioni della città nei suoi quasi cinque anni di malgoverno: ecco che Roma, la città eterna, passerà di mano per essere affidata ad una ragazzetta impreparata ed incapace che ne fa la peggiore delle capitali d’Europa, ed ecco Torino, la sabauda e paludata Torino, trasformarsi in una piccola realtà di provincia sotto il governo di un Appendino.

Ma non basta, serve andare ancora “oltre”, sempre più oltre la colpevole incapacità della sinistra di percepire le novità e di proporre un modello accettabile di convivenza civile. Serve guardare a qualcosa che nel tempo si trasforma, ma a cui in pochi danno credito: Salvini che detronizza il fondatore storico della Lega, lo manda a riposo come Renzi, da par suo, elimina le esperienze migliori in casa Pd rottamando il rottamabile, e scimmiottando le cose peggiori che gli altri invocano rincorrendo un successo senza progettualità. Un “oltre” che momentaneamente vince nella sinistra, ma che non convince, al punto che l’elettorato chiede di più, ancora più “oltre” fino al baratro, dove Salvini aspetta, fagogitando i grillini e depauperando l’elettorato di sinistra e di destra che a lui si rivolge come al novello salvatore della Patria.

Ed ecco la mia Toscana cadere nelle mani del barbaro: dopo Cascina, vinta per demerito di una sinistra arrogante e conquistata da una giovane e carina pasionaria del Salvini-pensiero, ecco Livorno eleggere un deputato della Lega al Parlamento nazionale e di riflesso ottenerne un altro eletto in quel di Arezzo/Siena, ed un altro ancora da spedire in Regione per il gioco delle incompatibilità elettive; ecco cader le torri di Pisa, Siena e Massa (quest’ultima più feudo grillino); ecco il neoministro degli Interni leghista, dimenticarsi il suo ruolo istituzionale e inneggiare contro l’accoglienza, scordandosi e facendo scordare agli italiani dalla mente corta che la legge che la regola nel nostro Paese reca la firma di Bossi e di Fini (non certo campioni di una sinistra), allora ministri nel governo Berlusconi, eccolo a Pisa ospite di una cena tener comizio in Piazza Carrara ed oggi, nel giorno del Palio di Siena dedicato alla Madonna di Provenzano, Patrona della città, fare comizio elettorale durante la passeggiata storica, dopo aver inneggiato alla fine dell’Europa ieri sul prato di Pontida.

Ecco l’oltrismo che si avvera, eccoci al baratro, al fascismo che non è fascismo come quello letto ed imparato, ma che del Fascismo assume tutti i contorni peggiori, dal manganellamento di chi contesta, all’istigazione della paura del diverso, dello straniero, non importa se comunitario o meno. Non è questa l’Italia che volevano i Padri della Nazione, da Mazzini a Garibaldi, da Croce a Pertini, da Einaudi a De Gasperi a Craxi, così come non è l’Europa di Visegrad, quella degli amici di Salvini, quella che pensarono a Ventotene, quella che realizzarono Adenauer, Spinelli, Monnet.
Graziano Luppichini

Scrive Graziano Luppichini:
Il grande balzo della Lega

Sostenevo, alcuni mesi fa, prima ancora delle elezioni del 4 marzo, la tesi di un accordo tra M5S e Lega, consapevole che poteva essere un’ipotesi percorribile date le somiglianze dei programmi delle due forze in campo, ancorché una in alleanza con il centrodestra e l’altra in corsa da sola: per i più ero un visionario, pur riconoscendo, tutti, che il csx avrebbe perso le elezioni, ma non di questa entità. Sostenevo anche che nella compagine di centrodestra, Salvini, “il Troglodita” avrebbe fatto la parte del leone, ma anche in quel caso per i più ero un visionario, pur riconoscendo, tutti, che la Lega avrebbe guadagnato consenso in queste elezioni, ma non con questa entità. Sostenevo, dopo il risultato elettorale che ha sivvero fatto vincere qualcuno, ma contemporaneamente fatto perdere tutti, che l’unico sistema possibile per una maggioranza parlamentare era l’accordo M5S-Lega che però, secondo me, non poteva stare in piedi e realizzarsi (e questa era e resta la mia speranza) perché, come ha ben detto ieri Maroni a “Mezz’Ora” di Lucia Annunziata, una tale intesa a livello nazionale, avrebbe avuto serie ripercussioni pesanti nelle regioni oggi governate dal centro destra unito (Lombardia, Liguria, Veneto). Qui temo di non aver indovinato: anzi temo proprio che Salvini stia diventando insensibile ai richiami dell’ex Cavaliere (può darsi che con qualche diamante al posto degli assegni la cosa venga meglio :) ) convinto che sulle posizioni leghiste trovi più consenso di quanto non ne trovi il Nano di Arcore su quelle moderate e centriste. Del resto la colorazione del’Italia, uscita dopo le ultime consultazioni, non dà altra lettura: il centro nord in mano al centro destra guidato dalla Lega, il Sud in mano ai grillini, con la Lega primo partito laddove il centodestra vince. Preoccupa dunque molto a Salvini di tornare a votare in Liguria, Veneto e Lombardia, semmai tale accordo “romano” fosse raggiunto ed in quelle regioni vi fossero difficoltà di governo? anche NO! Del resto Fontana in Lombardia, governatore leghista, ha vinto alla grande con uno scarto di oltre il 20% sul candidato del centrosinistra, con il suo partito, la Lega appunto, che supera di addirittura oltre il 15% Forza Italia; un dato che ha trovato conferma nei risultati delle politiche. In Liguria, il governatore Giovanni Toti, si è ritrovato eletto con una maggioranza di poco più di 6 punti percentuali rispetto alla candidata del centrosinistra, ma la Lega, anche in quella circostanza, si era affermata come primo partito della coalizione con oltre 7.5% in più del partito che aveva espresso il candidato presidente a cui Toti appartiene; alle ultime politiche poi, il centrodestra supera il M5S ligure (in casa del suo Guru) di quasi il 4,5% ed il partito di Salvini, all’interno della coalizione stacca di 3.5 punti percentuali il partito dei berlusconiani. Nel Veneto di Zaia, roccaforte leghista, non c’è proprio battaglia: se alle regionali, il governatore leghista stracciò letteralmente la “povera Lady like” Alessandra Moretti di oltre il 27%,distanziando gli alleati forzisti di quasi 12 punti, alle ultime politiche la Lega ha triplicato i propri consensi arrivando al 33% scambiando il proprio risultato con quello precedentemente conseguito da Forza Italia ferma al 10.9%. Un quadro oggettivamente drammatico che non voglio auspicare, ma sul quale non si possono al momento formulare ipotesi di impossibilità. Un quadro sul quale deve riflettere la sinistra riformista tutta, sia in chiave nazionale, sia soprattutto in vista delle prossime scadenze ormai alle porte.

Scrive Graziano Luppichini:
Un Governo di conferme

Oggettivamente, inutile dirlo, sono abbastanza basito del nuovo governo; lo sono per la mancata presenza di una componente socialista chiaramente identificata, lo sono perché non si è provveduto alla sostituzione di alcuni elementi che probabilmente avrebbero avuto necessità di trovare delle valide alternative e che invece hanno avuto la loro brava riconferma. Credo però che le analisi politiche su quanto avvenuto debbano essere lette con un certo “strabismo” tipico di chi fa… politica e, aldilà del proprio sentire, “legge la politica”. Una prima analisi dei fatti, è lo sciocchezzaio messo in piedi dai sostenitori del NO che hanno vinto il referendum e che hanno legittimamente ottenuto il mantenimento della Costituzione vigente: il governo infatti si è formato come la Costituzione prevede, dopo le consultazioni del Presidente della Repubblica che ha affidato l’incarico dopo aver verificato la presenza di una maggioranza possibile in Parlamento: così è scritto, così si è provveduto a fare: quindi niente di cui doversi lamentare dal punto di vista procedurale. L’altra analisi va, secondo me, fatta sulla scorta dei colloqui avuti da Mattarella: le forze politiche tutte, hanno chiesto la modifica della legge elettorale e di tornare al più presto al voto, chiedendo addirittura un governo che potesse traghettare questo passaggio anche in vista dei prossimi importanti appuntamente istituzionali ed internazionali, addirittura richiedendo che fosse lo stesso Governo Renzi a restare in carica; è quanto nei fatti avvenuto, piaccia o no. Renzi ha scelto di non ripresentarsi, ma ha garantito la continuità dell’azione del suo governo dimissionario, assicurando la guida dell’esecutivo ad un suo uomo di fiducia e agendo, come segretario del PD affinché i vari tasselli da coprire fossero coperti con persone di assoluta garanzia di continuità. Tutto il resto, onestamente ha poco a che vedere con la politica vera. Diverso se si fosse davvero ricercato un esecutivo di “unità nazionale” che avesse svolto la stessa azione richiesta e che avesse davvero visto coinvolte tutte le forze presenti in Parlamento: Lega, M5S ed altri, hanno declinato la proposta: di conseguenza …. ecco il governo Gentiloni, con i suoi ministri fotocopia, in continuità con il Renzi I.

Graziano Luppichini