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Isabella Ricevuto Ferrari

Pesco, la Difesa europea diventa realtà

pescoLunedì 13 novembre, da 23 Paesi dell’Unione Europea, è stato firmata la richiesta di aderire alla Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa. In gergo comunitario, PeSCo. Prevista dal Trattato di Lisbona del 2007 (entrato in vigore nel 2009), era praticamente “una bella addormentata nel bosco” (Juncker). Macron, nella primavera di quest’anno, è tornato con enfasi a parlare di Esercito europeo. La questione era sostanzialmente ferma dal 2009 per due motivi: la forte opposizione britannica al progetto di una difesa unica europea e la presenza, oramai storica, dell’ombrello NATO e la consuetudine alla collaborazione in tema di difesa, da parte degli europei, sotto questa veste.

Scenario mutato. Con la Brexit , esce di scena il paese che ha maggiormente lottato per il mantenimento della sovranità militare in ambito nazionale. Poi, Trump è entrato in scena mostrando insofferenza per la spesa NATO, giudicata eccessiva e soprattutto sulle spalle degli americani. Chiaro e tondo, ha detto agli europei: “Impegnatevi di più”. Inoltre, anche l’ascesa della potenza militare russa, la sua non nascosta ambizione di egemonia sullo scenario mondiale, pone serie riflessioni all’Europa. Anche in termini d’immagine e rappresentatività, quando si tratta di strutturare e partecipare a interventi regolatori e pacificatori ( ora le guerre striscianti si chiamano così), è sembrata più un’Armata Brancaleone che una Comunità.

Pesco o non pesco. Non hanno aderito a Pesco : Malta, Irlanda, Danimarca, Portogallo e …Regno Unito (al momento è ancora parte della UE). Formalmente Pesco diventa realtà dopo l’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio Affari Esteri UE, il voto è previsto per il prossimo 11 dicembre. Il processo decisionale si muoverà su due livelli: quello complessivo, che coinvolgerà il Consiglio, e in cui le decisioni saranno prese all’unanimità tra i Paesi partecipanti alla Pesco; e poi un livello specifico, all’interno di singoli progetti, a livello dei paesi che vi parteciperanno. L’obiettivo di Pesco è proprio la partecipazione a progetti di ottimizzazione delle risorse e di raggiungimento di una maggiore efficacia. Anche pianificare il coordinamento delle forze militari degli Stati membri impegnati in territori extra UE. Teniamo conto che la Commissione UE ha già istituito un Fondo Europeo per la Difesa. Mancano politiche e organizzazione, strutture di coordinamento. Ecco quindi i primi passi, anche se, come per le politiche monetarie ed economiche, c’è sempre questa timidezza di fondo: si parte prima dall’organizzazione, dai tecnici e la politica dà l’impressione di tentennare, di aspettare per vedere cosa ne salterà fuori. Per ora, il processo decisionale sia sui progetti che sulle strategie rimane in capo ai singoli governi degli Stai membri.

I vantaggi di una Difesa europea. La questione di fondo è se vogliamo o meno costituire gli Stati Uniti d’Europa, se vogliamo veramente un’Europa politica, non solo monetaria e parzialmente economica. Se l’Europa diventa la nostra casa comune, va da sé che la Difesa deve essere comune, con un comune esercito europeo. Di fronte a noi, non abbiamo solo la sfida di contenere i costi e di essere più efficienti. Ci sono anche le sfide comuni (terrorismo, ISIS, migrazioni, attacchi cibernetici e finanziari), che trovano i singoli sempre più impreparati. Proprio pensando alle “guerre sottili”, alla soft war costituita dal dilagare di attacchi cibernetici a Internet, alle fake news, agli attacchi finanziari occulti e palesi, alle strategie di subdoli attacchi chimici e biologici, l’essere uniti, poter mettere le conoscenze a fattor comune, è un gran vantaggio. Quando parliamo di Difesa, non dobbiamo pensare solo agli armamenti. Certo la forza, la potenza reale degli armamenti, il dominio territoriale sono ancora determinanti. Ma anche questi equilibri stanno mutando. Alla forza, si sta affiancando qualcosa di meno evidente, più impalpabile, ma egualmente dannoso. Lo sviluppo vertiginoso della Rete, dei social , della finanza globale, ci dice che le guerre si combatteranno anche su altri fronti e con armi più soft e virtuali. Proprio quest’ultimo aspetto mi fa pensare che anche alle donne saranno più che mai aperte le porte alla carriera militare.

In ultimo, un aspetto fondamentale: una Difesa comunitaria, porta con sé, richiede con forza, una Politica Estera comune.

Isabella Ricevuto Ferrari

La bicicletta: nascita di
un mito. Anche socialista

biciclettatagliato

“La bicicletta: nascita di un mito” è il titolo di una bella mostra aperta ad Asiago (VI) fino al 3 settembre, nel Museo ricavato con molta cura nel fabbricato delle ex carceri.

Asiago, tappa del Giro d’Italia quest’anno, ha accolto un bel numero di pezzi storici della collezione Cenzi. C’è un signor Cenzi, in carne e ossa – di nome fa Luigi – che, nella sua casa di Noventa Vicentina, ospita un piccolo museo della bici: più di 150 pezzi disseminati dal granaio al salotto.

Per l’occasione, un buon numero di questi è in mostra ad Asiago. Vi posso garantire che, se la visitate, avrete la sorpresa di vedere una mostra molto bella e interessante.

Intanto perché potete toccare con mano l’imperscrutabile mistero di come si è sviluppata un’invenzione semplice semplice come la bicicletta. C’è un disegno preciso e chiarissimo della bicicletta nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci: ruote di eguale dimensione, catena, pedali… e siamo agli inizi del 1500!

Eppure solo sul finire del ‘700 ci sono prototipi, come il celerifero, che iniziano a dare l’idea della futura bici. Ma, niente pedali, niente catena, due ruote fissate su un telaio di legno, senza sterzo. Il conducente siede a cavalcioni e spinge il mezzo con l’uso alternato dei piedi. La primissima idea di bici è chiamata draisina per ricordare il suo inventore, il barone Karl von Drais. Nel 1817 Drais copre la distanza di 13 km in meno di un’ora; ma di pedali non se ne parla ancora! Per circa 50 anni il velocifero resta una creatura così, senz’arte né parte. Poi, verso il 1855, inizia lo sviluppo del velocipede a pedali. Si producono, in quegli anni, continue innovazioni: ruota enorme davanti con pedale diretto, ruote rivestite di ferro (scassa ossa, in inglese dette boneshaker). Poi arrivano i copertoni di gomma, i primi tentativi di trazione posteriore, la catena, le prime pedivelle, le ruote con i raggi, i cuscinetti a sfere, i telai di acciaio a sezione cava. Nel frattempo si sperimentavano anche modelli a tre e quattro ruote, considerati più stabili per gli anziani, modelli che poi saranno abbandonati o riservati, come i tricicli, per chi deve imparare a stare in sella in equilibrio.

Nella mostra di Asiago si può notare anche l’evoluzione di selle e sellini. In legno (ahi, che male!), in cuoio, in un modello venne provato anche un sellino molleggiatissimo, sostenuto da elastici. Non venne più usato perché, alla prima buca, il ciclista decollava con gravi conseguenze.

La bici socialista

Lasciamo un momento la mostra di Asiago (altrimenti vi racconto tutto e non ve la godete più) e parliamo un po’ della bici in salsa socialista. Durante i moti di Milano del 1898, quelli di Bava Beccaris, la bici, per la prima volta, venne percepita come al servizio dei moti popolari, come strumento di lotta politica, per l’uso evidente nei servizi di esplorazione e informazione da parte dei rivoltosi. Nel 1905, nasce la Federazione Ciclistica Trentina: la propaganda irredentista nell’area nord-orientale del paese si giova di questo nuovo mezzo, che sta diventando sempre più popolare, anche nei prezzi.

L’idea dell’utilità sociale della bici e di un suo uso politico apre un dibattito tra i socialisti. Mussolini, ancora socialista massimalista, la vede come uno strumento di perdizione plutoborghese. I riformisti (Turati, Bonomi, Bissolati), dopo un’iniziale opposizione alla bici in quanto espressione del lusso e della ricerca del puro divertimento borghese, iniziano a considerarla come strumento di nuova democrazia. Bonomi, in un editoriale dell’Avanti! scritto per l’esordio del Giro d’Italia, la indica chiaramente come strumento di nuova democrazia, che ha livellato ricchi fondiari e contadini, uomini e donne. Nei primi anni del secondo decennio del ‘900, inizia la costituzione delle prime sezioni di ciclisti rossi. Segue il 10 agosto del 1913 la costituzione della Federazione nazionale dei Ciclisti Rossi.

L’Avanti!, sempre nel 1913, pubblicizza l’acquisto del nuovo ciclo AVANTI, chiamato come la testata. Lo diciamo a Renzi, che ne dite? E’ pubblicizzato come un “velocipede popolare, solido, elegante, a buon mercato, con lo sconto per i compagni, da viaggio, da corsa e…pure da donna”. E vai!!!! Però, c’è un però. I veri socialisti lo usano per fare propaganda e devono approfittare del ciclismo per stringere vincoli di amicizia e fratellanza, insomma, per far proselitismo. Siamo ancora nel guado del rapporto tra proletariato e sport, o per dirla nei nostri toni moderni, tra socialismo dionisiaco (la libertà e felicità del singolo) e socialismo del risentimento (lotta di classe al servizio delle masse).

Isabella Ricevuto Ferrari

Scrive Isabella Ricevuto Ferrari:
La regina del cachemire

È morta a Roma Laura Biagiotti, la “regina del cachemire”. Il New York Times le assegnò questo titolo onorifico per Lei, le sue abili lavorazioni e speciali creazioni e onorifico per la moda italiana. Se il “Made in Italy”, soprattutto nella moda, è un cavallo di battaglia del nostro Paese, lo dobbiamo anche a Lei. Le dobbiamo riconoscere un merito speciale perché questo successo l’ha costruito da donna. Sapendo quanto è ancora difficile, al giorno d’oggi, per una donna, avere successo imprenditoriale nel nostro Paese, dobbiamo essere fieri di Lei, perché questo successo l’ha costruito e fatto crescere in anni ancor più  difficili, con maggiori ostacoli e pregiudizi.

Isabella Ricevuto Ferrari

Melania e Ivanka, oh, my God!

Sono furibonda. Indignata. Avvilita. Perché oggi ho visto le foto di Melania e Ivanka, moglie e figlia di Trump, in visita al Papa in Vaticano, a fianco di Donald. Ebbene, le due, oltre a essere vestite come due becchine, in nero strettissimo e sotto al ginocchio (ci mancava poco per sembrare vestite con il nijab), portavano il velo!!!! Avete capito bene. Indossavano un velo nero!!! Ora, la mia indignazione è feroce e mi ferisce nel più profondo del mio essere cittadina di un mondo laico, nel XXI secolo, perché le due signore, solo due giorni fa, in visita agli Emiri dell’Arabia Saudita, se ne erano scese dall’aereo presidenziale, belle belle, senza velo, a capo scoperto e in abiti di fattura molto più occidentale!. Avete capito bene. Con gli islamici, proprio quelli che non accettano le donne senza che abbiano il capo coperto, senza che siano velate, hanno fatto le eroine. Avevano il mio plauso. Il mio modestissimo sostegno.

Con la chiesa cattolica, che si presenterebbe con ben altra caratura di modernità (ma non è ‘sto Papa che twitta, facebucca, sta sui social), ebbene, lì si sono velate. Ma la colpa non è tutta delle due fanciulle. La colpa è della coorte di prelati, (i vescovoni di bossiana memoria) che non hanno alzato un dito.

Ah, Francè, che occasione che hai perso! Bastava un bigliettino alle due signore: “ Vi prego, venite in blue jeans e fate sapere che avete destinato ai poveri la somma necessaria per un vestito di rappresentanza. Oppure mettetene uno già usato. Mi raccomando, via il velo!”.

Invece no. Papa e prelati si sono goduti la passerella medioevale delle signore, gongolando e beandosi della modernità della cosa. Ma mi facciano il piacere!

Isabella Ricevuto Ferrari

Perché la Ryder serve all’Italia (al di là di populismi e ideologie)

Il golf, in Italia e nel mondo. Quanti sono gli italiani che giocano a golf? E’ una delle poche certezze. Il golf è l’unico sport in Italia per la cui pratica è necessario essere iscritti, con rinnovo annuale, alla Federazione Italiana Golf. Perciò il numero esatto dei praticanti è noto all’unità: alla fine del 2016 i golfisti erano 90.289. Una cifra risibile.

Come va il golf nel resto del mondo? Stime 2011, non freschissime, ma che già riflettono gli effetti della crisi economica mondiale, valutano i golfisti nel mondo sui 70 milioni, di cui 30 negli USA, 7 in Europa. In Italia il golf è considerato alla stregua del tennis raffigurato da Bassani nel “Giardino dei Finzi Contini”, nella Ferrara degli anni ’30. Uno sport per pochi ricchi, un mondo di happy few. Ancora oggi la sinistra, intesa come ideologia politica sparsa tra varie sigle di partiti, compresi i PD, giudica il golf come uno sport per spocchiosi riccastri. Eppure, praticarlo, costa oggi molto meno dello stesso tennis, non parliamo dello sci. Si dirà: ci sono sport come il calcio ben più popolari e alla portata di tutti. Calcio, tennis, sci, anche il nuoto, non garantiscono però al praticante la stessa longevità sportiva. Il golf, lo si può praticare dai 6-8 anni ai ben oltre 80. Con grande vantaggio per la salute, è particolarmente indicato per chi ha problemi cardiocircolatori, osteoporosi. Tutti gli altri sport, hanno invece controindicazioni in tal senso. Vedo già le espressioni dubbie sui volti dei lettori. “Beh, sarà il commento, il golf deve essere uno sport per modo di dire, roba da vecchi panzoni.” Non è così. Dustin Johnson, considerato oggi il giocatore più potente del mondo, ha una media di lunghezza di tiro di ben 291 metri e spesso supera la lunghezza di 300 metri. Una pallina viaggia a 300 km/h. Non è roba da vecchi.

Il golf assicura un’educazione di alto livello, equiparabile alla formazione civile e sociale di un college esclusivo. Questo perché il gioco del golf è l’unico sport dove il giocatore è sostanzialmente arbitro di se stesso. Le Regole con cui lo sport è praticato sono improntate al massimo rispetto degli altri giocatori, degli avversari, del campo dove si gioca, dell’ambiente. Una specifica etichetta stabilisce fairplay, norme di sicurezza, contegno in understatement, aspetti desueti e lontanissimi dalla caciara dei campi da calcio, ove ragazzini e adulti vengono invece istradati a mentire, simulare cadute, dare calci negli stinchi, spinte ( anche plateali testate alla Zidane), per ottenere rigori inesistenti e abbattere gli avversari. Tutto un altro mondo. Tanto che, nei paesi anglosassoni, la pratica del golf è un elemento di valutazione esiziale nei curricola professionali.

Il golf, è anche business. Si stima un giro d’affari mondiale di 70 miliardi di euro l’anno, un movimento turistico di 25 milioni di golfisti annui. Svezia, Danimarca, Inghilterra, Germania, Austria, Svizzera e altri Paesi del Nord Europa hanno milioni di golfisti e non hanno la fortuna di un territorio graziato dal sole e dal clima come l’Italia. Gli spagnoli, molto più furbi di noi, hanno seminato 30 campi da golf nella Costa del Sol, ribattezzata opportunamente Costa del Golf.

E noi? Noi ce la tiriamo. Il golf è roba da ricchi. Da osteggiare, da sbeffeggiare. Così nel nostro Sud sono pochissimi i campi da golf a 18 buche con adeguate infrastrutture di servizio turistico. Sir Rocco Forte, per costruire un campo da golf in Sicilia, ha dovuto penare per anni, tra difficoltà generate dal sistema pubblico e dal sistema del pizzo.

Andando avanti così, rischiamo di affossare una delle poche industrie che ci resteranno nel futuro, quella turistica di alto livello economico, considerato il depotenziamento, nel nostro Paese, dell’industria pesante.

La Ryder Cup. La competizione prende il nome dalla Coppa trofeo donata dall’inglese Samuel Ryder (1858 – 1936) alla federazione americana nel 1924. E’ nata come una sfida tra i migliori professionisti di golf degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Dal 1979, la sfida è tra professionisti USA e pro europei. Il torneo non ha montepremi, i pro giocano gratis: in palio c’è solo la coppa e l’onore della vittoria.
Aggiungo: è l’unica manifestazione sportiva dove l’Europa si presenta unita, con la stessa maglia, in una unica squadra, con un fortissimo senso di appartenenza. La Ryder Cup viene ospitata alternativamente nei due continenti: per l’Europa sono sempre stati scelti campi britannici, salvo l’edizione 1997, disputata in Spagna in onore del grande Severiano Ballesteros. Quella del 2018 si giocherà in Francia e quella del 2022, la si giocherà a Roma, al Marco Simone.

La Ryder Cup è la più importante manifestazione internazionale di golf. E’ il terzo evento sportivo al mondo per importanza (numero spettatori, audience mondiale tv, turismo e consumi ) dopo le Olimpiadi e i Campionati Mondiali di calcio.

A questo punto lascio la parola a Vittorio Sabadin, che su La Stampa del 9 febbraio scorso scrive “ Come perdere una vetrina e un business”: < Per quei politici che campano di populismo e demagogia è facile dire che non bisogna dare soldi ai golfisti. Non sono già tutti ricchi? Non passano il loro tempo cercando di far cadere una stupida pallina in una buca palesemente troppo piccola? Non praticano forse quello sport che essere scemi aiuta? Se ne sono dette e se ne sentiranno di tutti i colori, per negare il finanziamento ( Nota mia: si tratta in realtà di una fidejussione ) di 97 milioni di euro promesso per la Ryder Cup a Roma. E come sempre più spesso accade in Parlamento, nessuno si occuperà di dire le cose come davvero stanno. La Ryder Cup di golf è la terza manifestazione sportiva mondiale per importanza dopo le Olimpiadi e i Mondiali di calcio, e ogni Paese europeo desidera ospitarla. Per ottenere quella del 2022, l’Italia ha battuto la concorrenza di altri sei candidati, compresa Francia e Germania. Il golf nel mondo è così popolare, e la Ryder Cup così spettacolare, che le riprese televisive raggiungono 630 milioni di case in 200 Paesi, con quasi due miliardi di spettatori e con un ritorno economico e di visibilità per la regione che la ospita impressionanti. Nessuno sa dell’esistenza di Chaska, nel Minnesota. È un piccolo centro dove è stata disputata la Ryder nel 2016. Dopo la premiazione, le autorità hanno fatto un po’ di conti. La manifestazione ha portato: 54,8 milioni di dollari in transizioni di affari; 9 milioni al settore alberghiero, con richieste per 43.000 pernottamenti; 5,2 milioni in incassi dal trasporto; 5 milioni di ricavo per i negozi; 5 milioni per l’intrattenimento; 11.000 posti di lavoro temporanei; 2,4 milioni in tasse per la città di Minneapolis; 3,9 milioni per lo stato del Minnesota; 4,8 milioni per il governo federale. Le gare sono state seguite dal vivo da 250.000 spettatori, arrivati da 41 Paesi diversi, pronti a pagare ogni giorno centinaia di dollari per entrare nel campo. I biglietti sono così richiesti che a volte vengono sorteggiati mesi prima.  Non bisogna credere che Chaska sia un caso isolato. Nel 2010 la Ryder disputata a Celtic Manor ha portato 82,4 milioni di sterline al Galles, una delle regioni più povere della Gran Bretagna. >

Isabella Ricevuto Ferrari

Messieurs, c’est pour les enfants! I 60 anni del Trattato di Roma

Quando si assiste a un grande avvenimento, non si riesce mai ad avere una visione d’assieme. Si è consapevoli che sarà la Storia a dirci, con il passare degli anni, se quello cui abbiamo assistito è stato un passaggio fondamentale o meno. Sul momento, si riesce a cogliere solo dei dettagli che, forse, anticipano le svolte della Storia.

Volare alto. Forse perché lo spazio aereo su Roma era chiuso per le dovute precauzioni antiterrore, i discorsi che hanno brevemente punteggiato la cerimonia dell’Anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) e la firma della Dichiarazione (dei leader dei 27 Stati membri del Consiglio europeo, del Parlamento e della Commissione europea), non hanno volato alto. Tutte belle parole, importanti. E’ giusto ricordare che per 60 anni siamo stati in pace, che abbiamo avuto più libertà, uno sviluppo economico e sociale che da soli non avremmo avuto, che siamo una potenza economica con una massa di 500.000.000 consumatori,  ecc…ecc… Però avrei voluto più coraggio, più determinazione. La mano sul cuore sì, a ricordare che una generazione uscita da una guerra fratricida aveva saputo superare, negli anni 50 del secolo scorso, odi e divisioni. E’ stata una celebrazione fine a se stessa, farcita di nobili giustificazioni e appelli alla memoria, di sottolineature sulle opportunità di viaggi, lingua, studi, lavoro e amore transnazionali. Ai giovani europei, ai nostri figli, di sicuro non basta. Neanche ai pescatori italiani, greci, spagnoli, ai formaggiai delle nostre baite alpine, agli italiani che richiedono una giustizia e un fisco equo e preciso.

Volevamo ascoltare parole d’impegno a costituire finalmente un’Europa politica, non solo commerciale. Una vera politica e Forza di Difesa europea (c’è stato giusto un incisetto di Tajani), una Politica comune sull’Immigrazione, sul Lavoro, sulla Giustizia e anche fiscale. Vogliamo lavorare a un vero progetto di Stati Uniti d’Europa anziché passare il tempo a legiferare e regolamentare la misura delle cozze, delle vongole, se i formaggi caprini sono Dop o no?

Uomini che parlano di donne. Non allargatevi. Di donne importanti, che siedono nel Consiglio UE in qualità di Capi di Stato, ce ne sono solo tre su ventisette. Sono, tanto per la cronaca (che ne trascura due a beneficio di Angelona), Dalia Grybanskaité, Lituania; Beata Szydio, Polonia; e poi, Angela Merkel, che siccome ci tormenta un giorno sì e l’altro pure, tutti la conoscono. Ci sarebbe dovuta essere anche Theresa (May), ma, giustamente, in piena Brexit, che ci viene a fà?

Se guardate poi i video storici della firma del ’57, di donne manco l’ombra. Non vi sembra il momento di qualche pubblico mea culpa?

La cosa simpatica, direi una nemesi  storica, è che le cariche UE che hanno tenuto i discorsi ufficiali (tutti uomini, per l’appunto), non parlavano altro che di donne: libertà, pace, fratellanza, unità, economia, difesa, frontiere….

E donne che parlano per gli uomini. Le traduttrici. L’episodio più divertente è stato quando il cosmopolita lussemburghese Juncker ha tenuto il suo discorso. Evidentemente Jean Claude ama i coup de théatre e ha esibito il suo essere plurilingue parlando in tedesco e francese. La traduttrice dal tedesco deve essere una donna mooolto simpatica. Ha dotato Juncker di una voce un po’ sopra le righe, quasi stridula, velocissima (del resto Jean Claude va spedito quando parla, lo sappiamo). Una modalità “immagine/suono” dagli effetti dirompenti, direi alla Zelig.

Grecia senza cravatta. Il bel Tsipras si è presentato senza cravatta alla Cerimonia. Devo dire che inizialmente l’evidente maleducazione mi ha urtato. Poi l’ho assolto. Ho capito. Ha lanciato, in un colpo solo, un bel messaggio. Non ci avete lasciato nemmeno la cravatta. L’avete usata voi per stringerci il collo e soffocarci. Bel colpo, Alexìs! Chapeau!

 Messieurs (e trois Mesdames), c’est pour les enfants! Restiamo sul francese, che intanto rende lo scritto elegante e ricercato. Dopo che tutti hanno firmato la Dichiarazione, c’è stato un attimo di sospensione, quasi di smarrimento. Poi i Potenti seduti al tavolo (i nostri maschietti di poc’anzi) hanno estratto dalle tasche gli smarfòn e hanno fotograto per primi la pagina delle firme. Fregandosene delle esigenze dei media, che sgomitavano per fare il loro lavoro. Ancora una volta, la sottile arroganza del Potere. Come si vede che i tempi sono cambiati! Nei vecchi filmati del ‘57, queste cose non succedevano. Angelona ha avuto il mio personale (insignificante) plauso. Lei, non ha tirato fuori lo smarfòn, ha glissato.

L’episodio me ne ha fatto venire in mente uno analogo, con me come protagonista. Ero per la prima volta sulla carrozza di testa della Méteor, metrò parigino, senza conducente, tutto automatizzato. Sembrava di essere su una giostra. Si godeva come matti. E’ salito un controllore, che non poteva vietarci di divertirci come bambini. Però sibilò un feroce: “Messieurs, c’est pour les enfants!”.  Ecco, che salga a bordo della UE un controllore serio, che glielo dica, lui, a Quelli Lì!!!

 Isabella Ricevuto Ferrari

Knockin’ on Heaven’s door, Franco Piro

Sulle note della canzone cantata da Bob Dylan si è aperta a Bologna, oggi 20 marzo, un incontro di commemorazione di Franco Piro. Non una cosuccia piccola piccola. Una bella manifestazione, che da ricordo per molti di un amico, di un compagno socialista, con cariche di rappresentanza e governo e di un professore universitario si è trasformata in una rentrée socialista come non se ne vedevano da anni. Quando si parla di una persona che non c’è più, si finisce per tirare le somme di una vita. E che vita. Barricadiera, handicappata, di governo, di studio, di affetti. Difficile fare una sintesi. Proviamoci, con il sorriso intelligente, quello di Franco, che campeggiava sullo sfondo della sala.

Scomodo, eretico. Questi gli aggettivi più usati. Del Bue ha ricordato che spesso, quando si commemora qualcuno, si finisce per far fare più passerella ai vivi che l’hanno conosciuto che al morto. Un po’ si è corso questo rischio, ma essendo Franco, a giudizio degli intervenuti, un personaggio vulcanico, di un’intelligenza straordinaria e di una fumantina sincerità, qualità che lo portavano a essere scomodo, eretico, bastian contrario (diciamo un simpatico rompicoglioni) ecc..ecc.., il protagonismo dei ricordi personali è stato, tutto sommato, contenuto.

Casini. Non quelli piriani da giovane rivoluzionario, tra le file di PotOp, barricadiero con le stampelle pronte al lancio come Enrico Toti. Né quelli da giovane socialista (s’iscrisse prima alla FGSI, perché non tutto il PSI bolognese lo accolse subito a braccia aperte). Non quelli ideati a sostegno della Legge 104 o le grane piantate alla Commissione Finanze per averne almeno l’agibilità fisica. Qui si parla del Casini PierFerdi, che ha onorato l’assise socialista con la sua presenza e un suo intervento. Intervento che, al suo esordio, ha colato miele nelle orecchie dei militanti socialisti, partendo con uno sperticato elogio di quello che è stato il Partito Socialista Italiano. Si mastica un po’ amaro per quel “è stato”, ma, tant’è, bisogna accontentarsi. PierFerdi non ha tentennato e ha rivendicato le qualità di una classe politica straordinaria, quella della Prima Repubblica, paragonata a quelle che l’hanno seguita fino ai giorni nostri. Detto da lui, che ha condiviso la scena della cosiddetta Seconda Repubblica, Terza o non si sa, non è male. Data anche la caratura del personaggio, che ha ricoperto la terza carica dello Stato.

Legge 104, handicappato o disabile? Al giorno d’oggi siamo sfiziosi, esigenti, con l’uso dei termini. Si deve dire disabile. Poi, però, i disabili li puoi lasciare tranquillamente fuori della porta, perché l’ascensore non funziona. E’ accaduto oggi, al Comune di Bologna, dove si teneva la manifestazione. E dire che era programmata da tempo, non da ieri. Si sapeva che sarebbero intervenute persone disabili a ricordare con affetto e con forza uno che si era battuto per loro, che era uno di loro. Ci si è dovuti arrangiare e spostare la riunione al piano terra. Come accade ancora per le tante inadempienze nell’applicazione delle tutele degli handicappati. E dire che Franco aveva ricordato in un suo libro il luminoso esempio di Roosevelt che si era impegnato per trasformare gli handicappati da assistiti in contribuenti, da cittadini di serie B a cittadini di serie A, uguali a tutti gli altri. Piro è stato un martello pneumatico, una schiacciasassi sulla questione della disabilità, (sostegno, assistenza, lavoro, dignità). Giorgio Benvenuto ha ricordato quanto Piro avesse perorato il sostegno della Triplice sindacale per far passare leggi e provvedimenti che rendessero realmente i disabili cittadini contribuenti. Con una vita e una dignità pari agli altri. Non tutti lo sanno, ricordiamolo anche per questo.

Damnatio memoriae. La condanna della memoria. Nel diritto romano indicava la pena consistente nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione di qualsiasi traccia che potesse tramandarla ai posteri, come se non fosse mai esistita.
È quella che rischia, in modo oramai evidente, il Partito Socialista Italiano. Basti considerare l’ostracismo DS, PD, Mdp. Vorrebbero impadronirsi del termine socialista, visto che al parlamento europeo c’è il Gruppo Socialista. Cui poterono accedere grazie all’ok di Craxi. Ma i socialisti proprio non li possono sopportare. Anche la stampa italiana e le tv (sia RAI che private) fanno a gara per non citare, non parlare, non ricordare. Resta un lumicino di speranza. L’ha acceso Martelli, ricordando le parole di rimpianto degli exManipulite sulla classe politica che hanno distrutto. La nebbia che ha avvolto la rievocazione del venticinquennale di Tangentopoli. Caro Claudio, prendo per buono il tuo spunto. Poi mi guardo intorno e mi sale un po’ il magone in gola. Qui ci sono tanti vecchi. Ma “l’IDEA CHE E’ IN ME NON MUORE,” Matteotti dixit. Dài , Franco, ovunque tu sia ora, lancia un po’ la tua stampella!!!

Isabella Ricevuto Ferrari

Bologna, l’emarginazione delle donne in mostra

avanti domenica2C’è una bella mostrina al’Archiginnasio di Bologna su Augusto Majani (in arte Nasica), illustratore,cartellonista, pittore bolognese. La cosa ha un certo interesse per l’Avanti! perché Majani è stato illustratore, per l ‘”Avanti! della Domenica”, nei primi anni del secolo scorso. Tra il 1904 e il 1906 partecipò attivamente anche alla vita politica, impegnato come consigliere comunale nelle file del Partito Socialista. Il pregio maggiore della piccola esposizione sta nel profumo di bonomia bolognese che vi si respira. Non emerge nulla di rivoluzionario, né di orrido. Mortadelle, simpatici bolognesi su di taglia, belle donne in carne, fanno da sfondo al volto cadaverico di Carducci, alla morte di Verdi  ed a satire sul vate e il dannunzianesimo. Majani lavora per Il Resto del Carlino e per varie realtà editoriali, è artista “pragmatico”, disegna e illustra per mestiere, per vivere. Si capisce che la realtà con cui si confronta è quella di una città provinciale, grassa, gaudente. Rispetto a tante mostre “gridate”, con argomenti trattati sopra le righe, è una mostra simpatica e riposante, una passeggiata tra archivi che non sono fondamentali per la Storia con la esse maiuscola ma per la storia morantiana di tutti i giorni. Quello che conferisce poi un particolare merito è la cornice della mostra.

L’Archiginnasio di Bologna. Da solo vale una visita. Perché è un luogo sacro del sapere universitario d’antan, quando l’Alma mater studiorum era un faro della cultura europea, se non mondiale. Nell’Archiginnasio furono riunificate nel 1563 dal cardinale Carlo Borromeo, allora legato pontificio di Bologna, diverse scuole universitarie, prima sparse entro le mura bolognesi. All’interno dell’Archiginnasio, due perle: la Sala dello Stabat Mater e il Teatro anatomico. Di quest’ultimo, voglio fare un particolare elogio. Ricostruito pressoché totalmente nel dopoguerra con una cura che l’ha riportato ai fasti originali, è la culla della medicina bolognese. I “Dottor Balanzone” venivano formati qui. Al centro del Teatro anatomico, c’è il tavolo dove venivano effettuate le autopsie. Una magia. C’è il pulpito da cui teneva lezione il professorone di turno e, sotto, il tavolo su cui si macellava a scopo scientifico la spoglia di qualche poveretto senza nome e senza famiglia. Tutt’intorno, le statue lignee dei grandi maestri della medicina, da Galeno in poi. Lunghe vesti, sembrano abiti femminili. Non fatevi ingannare. Una donna, tra le statue in legno dei luminari, non c’è.

Le donne alle scuole, non erano proprio ammesse. Non potevano studiare nè accedere alla carriera medica e tanto meno a quella accademica. La prima cittadina italiana a laurearsi in medicina in Italia fu Maria Farnè Velleda laureatasi a Torino nel 1878. Maria Montessori si laureò nel 1896 a Roma. Fino ai primi anni del XX secolo, le donne medico si specializzavano esclusivamente in ginecologia e pediatria poiché solo in tali ambiti venivano accolte le richieste di specializzazione delle prime donne medico. Inoltre, venendo loro negato il diritto di esercitare in ospedali pubblici, aprivano studi in cui ricevevano esclusivamente donne e bambini. Proprio come oggi avviene nei paesi islamici.

Avrei  quindi una cosa da dire e sottolineare. Nella guida per i turisti, disponibile gratuitamente in tante lingue presso l’Archiginnasio, questa cosa non è scritta. Una grave omissione. Sarebbe giusto ricordare che, solo fino all’altro ieri, il nostro paese era talebano tanto quanto lo è l’Islam attualmente. Sarebbe importante ricordare l’ostracismo culturale patito dalle donne. Un po’ come oggi si ritiene d’obbligo ricordare lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento. Anche la sottomissione e l’emarginazione delle donne è una vergogna da non dimenticare.

La mostra su Majani è aperta sino al 26 marzo, è gratis ed è aperta tutti i giorni compresa la domenica.

Isabella Ricevuto Ferrari

“L’ora legale” di Ficarra
e Picone e il socialismo delle origini

ficarra-e-picone-set-filmNon sono un critico cinematografico. Gusto i film come un normale spettatore. “L’Ora Legale “ di Ficarra e Picone mi è piaciuto assai e ve ne parlo per il messaggio di civismo individuale che contiene. C’è molto socialismo in questo film. Il socialismo delle origini. Dei galantuomini e delle galantdonne. Spero, con questo paternage socialista, di non ridurre i futuri incassi del botteghino e di non attirare antipatia su detto film. Si sa, dire “questa cosa è socialista” fa storcere ancora tanti nasi, trinariciuti e non, di sicuro settari e poco intelligenti.

Torniamo al dunque. In queste righe non troverete la trama, giudizi sulla tecnica cinematografica e gli attori, comparazioni con gli altri film del duo comico. La gran parte delle critiche che ho letto su questo film, sono limitate a questi argomenti, con una blanda spolverata sui temi morali, esiziali, di fondo. Che, invece, sono quelli che meritano attenzione e approfondimento.

Perché? Perché il film dà uno schiaffo magistrale, un bel ceffone, a tutti noi (sia come individui sia come rappresentanti d’italianissime istituzioni come lo Stato, la Politica, il Servizio Pubblico, la Chiesa) perché siamo dei disonesti, furbetti, senza vergogna nel difendere i piccoli e grandi interessi della propria bottega, non pagare le tasse, non rispettare le leggi. I protagonisti sono il mancato senso civico, l’italico vizio di dover essere furbi sempre e comunque, la falsa e becera giustificazione “tengo famiglia”, l’arte di arrangiarsi a costo di perdere onore, dignità,  faccia e anche di commettere reati, facendo finta che sia cosa di tutti, normale, tanto è condivisa, permessa, accettata.

Un “fiume di lana”, come direbbe la buona Oriana (Fallaci), di piccoli e grandi disonesti, senza orgoglio, dignità, rispetto per se stessi. Un’accusa che si fa più nitida e forte quando si conclude con una verità tragica: la mia disonestà, anche piccola, collima con la tua, la giustifica e si cementa con essa. Se tutti hanno un cadavere nell’armadio, anche piccolo piccolo, siamo tutti complici. Chi se la sentirà allora di scagliare la prima pietra? L’unica legge è e sarà quella dell’omertà e le disonestà di piccolo cabotaggio serviranno a coprire quelle ben più grandi. Se ti fermi a riflettere, un brivido ti corre per la schiena.

“One Ring to rule them all, one Ring to find them, one Ring to bring them all and in the darkness bind them”. Tolkien aveva ragione.

Il film è proposto da comici valenti e lo stile narrativo affonda nella comicità. Una comicità intelligente, fine, mai becera.  Puoi ridere e sogghignare nelle due orette di film. Ma, alla fine, ci sono solo due modi per uscire dalla sala, dopo aver visto il film.

Il primo: far finta di non aver capito la lezione e sorridere alla lievità della comicità. Quindi esci con la solita faccia da ebete, e continui a rubacchiare, a fregare, ad arrangiarti, svendendo la tua dignità per trenta denari. Il secondo: provare vergogna per il basso livello di civismo cui siamo giunti e iniziare un personale percorso di riscatto civico. Personale. Individuale. Come lo è la Responsabilità

Penale che allegramente dimentichiamo in tanti atti della nostra vita.

C’è ancora un elemento che voglio sottolineare. La balorda figura che, nel film, fa la Chiesa cattolica, attraverso la figura del parrino siciliano, il parroco del paese, che mai, sottolineo mai, nel corso del film alza un dito, pronuncia una parola per stigmatizzare la disonestà imperante, fatta sistema. Il parroco stesso si fa complice e promotore dei peggiori atti. La Chiesa non può mica pagare le tasse, no, anche se gestisce attività commerciali e fa impresa. Si può dire: quello è un film, è finzione. Certo! Nella vita reale è ancora peggio!!! Apprestano un angolino con una madonnina o un crocifisso in un bell’albergo-pensione-ristorante-casavacanze e alè, quello si trasforma in “luogo di culto”. Esentasse. Tanto, basta poi confessarsi….

Isabella Ricevuto Ferrari

Scrive Isabella Ricevuto :
ci saranno ancora
degli “Oui, mais”?

E’ questa la domanda che campeggia nella pagina centrale del n.1178 di Charlie Hebdo, quello della tiratura post strage, tiratura così mega, che Charlie, è arrivato anche nel mio paesello. Ci tenevo a leggerlo. Anzi, prima ancora, a comprarlo. Come tanti, che hanno sentito l’esigenza di fare qualcosa, di piccolo, ma significativo. Una testimonianza un pochino più forte di portare per qualche giorno il “Je suis Charlie”  all’occhiello.

La laicità, punto finale. Compratelo, leggetelo, ne vale la pena. Nell’editoriale a firma di Gérard Briard si sottolinea un punto fondamentale. “Nous allons espérer qu’a partir de ce 7 janvier 2015 la défense ferme de la laicité va aller de soi pour tout le monde” (Noi speriamo che la difesa ferma della laicità sia il valore universale per tutto il mondo). Prosegue: che si smetta, per posa, calcolo elettorale o ignavia di legittimare o tollerare quel relativismo culturale che apre la strada a una sola cosa: al totalitarismo religioso. Quel relativismo che giustifica. Troppa gente dice: Sì, io condanno il terrorismo, ma quelli di Charlie Hebdo hanno gettato l’olio sul fuoco…Sì, io sono charlie, ma se lo sono anche cercato…Sì, non si uccidono i vignettisti per così poco, ma…

E’ quel “si, ma” che fa male. Solo i principi dell’universalismo laico ci permetteranno di evolvere in una società planetaria multirazziale pacifica e coesa. Ci credo poco, ma bisogna essere ottimisti. E battersi per l’affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo, dell’eguaglianza, della libertà, della fratellanza. Tutti valori che il totalitarismo delle religioni, di ogni religione, affossa  non appena essa abbandona il terreno della più stretta intimità e scende sul terreno politico. Per affermare il proprio credo religioso si uccide, eccome! Lo hanno fatto anche i cristiani, in modo sanguinoso. Si nega l’uguaglianza, eccome! Non lo fa solo la religione islamica. Basti considerare la posizione della donna nella gerarchia cattolica, ma anche gli ebrei non mi risulta siano messi meglio.

Per questo, concludo con le parole di Gérard Briard: “I milioni di persone anonime, tutte le Istituzioni, tutti i capi di Stato e di governo, tutte le personalità politiche, intellettuali e dei media, tutti i dignitari religiosi che questa settimana hanno proclamato ‘Je suis Charlie’ devono sapere che questo vuole anche dire “Io sono la laicità”.

Isabella Ricevuto Ferrari