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Leo Alati

Leo Alati
Diagnosi

No, non è normale che il PSI sia ridotto a queste percentuali. Ma la responsabilità ha radici ormai lontane nel tempo. Già ai tempi di Craxi, ma anche con i segretari precedenti, con il partito al governo del Paese e delle amministrazioni locali alleato della DC o del PCI, si era verificato l’assalto alla diligenza da parte di opportunista di varia provenienza. Una gramigna che finì spesso per soppiantare l’erba buona. D’altra parte era facile scalare un partito che andava dal 10 al 14% ma che deteneva un potere ben maggiore.

A livello nazionale questo andazzo fu sottovalutato, occupati magari in grandi progetti politici, peraltro tuttora validi, e il risultato fu che il PSI, che poi era un gigante solo fino ad un certo punto, si ritrovò ad avere i piedi di argilla. Di fronte all’attacco di tangentopoli ci fu il fuggi fuggi dal parte dei soliti in cerca di sistemazione ma anche di chi in buona fede cercava una nuova casa per continuare le battaglie socialiste.

Ricostruire un partito ridotto in quelle condizioni, attaccato da destra e da sinistra, massacrato e poi ignorato da giornali e TV, non sarebbe stato facile per nessuno. A questo possiamo aggiungere la tradizionale litigiosità dei socialisti, che una volta poteva avere aspetti positivi ma ora è solo patetica, e la paralisi è inevitabile.

La diagnosi deve essere veritiera e spietata ma solo per indurci ad andare avanti in modo consapevole: le difficoltà ci sono per essere superate. Basta volerlo.

Leo Alati

L’oca spennata

Jean Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV, il re Sole, nel diciassettesimo secolo, diceva: “l’arte della tassazione consiste nello spennare l’oca in modo da ottenere il massimo delle penne con il minimo di starnazzi”.

Noi italiani però, a differenza dei francesi, di fronte alle tesse non starnazziamo e neanche facciamo le rivoluzioni: ci limitiamo a brontolare e, quando si può, ad evaderle. Certo, siamo consapevoli che servono per pagare forze dell’ordine, scuola sanità ecc. ma non proviamo sensi di colpa, al massimo qualche timore di essere scoperti. Da noi l’evasore fiscale non provoca la riprovazione sociale, ma solo l’invidia e il rammarico di non poterlo imitare. Il fisco ci mette poi del suo per evitarci qualsiasi forma di imbarazzo e tanto meno di vergogna, violando una delle prime regole che si insegnano alle elementari: non si sommano pere e mele.

E cosa altro fa un fisco che pretende la stessa aliquota IRPEF del 43% chi ha un reddito cento mila euro e da chi invece guadagna 1 milione o più di euro? Mette nello stesso mucchio chi è benestante, e neanche poi tanto se monoreddito con moglie e due o tre figli a carico, con chi è decisamente ricco. E’ però nella sanità che il fisco dimostra i progressi raggiunti dai tempi di Colbert: l’oca viene spennata proprio quando dovrebbe essere assistita e non ha la forza per starnazzare. L’esempio tipico è di chi si rivolge ad un ospedale per richiedere qualche visita od esame specialistico e si sente rispondere che il posto c’è tra sei mesi, ma se preferisce pagare c’è già per il giorno dopo.

Cosa c’entra il fisco in questo che potrebbe un tipico caso di mal funzionamento della sanità? C’entra,c’entra. Innanzi tutto risparmiando non erogando il servizio e poi tassando quello che fornisce a pagamento. Ipotizziamo per comodità di calcolo che il paziente paghi 100 euro per quella viene definita visita intramoenia:   20 vanno all’ospedale, degli 80 euro che in teoria spettano al medico 45 deve poi girarle al fisco e all’ENPAM. Una soluzione però ci sarebbe per evitare di pagare l’ospedale, che si trova in un vero e proprio conflitto di interessi, e tasse varie come conseguenza di un servizio negato. Si potrebbe applicare sulla parcella una cedolare secca del tipo che si usa per l’affitto convenzionato degli appartamenti: il medico finirebbe per guadagnare la stessa cifra di oggi, 35 euro, equivalenti ad un normale ticket, ma il il paziente non spenderebbe 100 euro.

Leo Alati

Una giornata di ordinaria paura

E’ convincimento diffuso che l’aumento del numero di immigrati comporti un incremento della criminalità. A poco servono i freddi dati statistici che raccontano tutta un’altra storia: tra il 2014 e il 2017 le rapine sono diminuite del 23,4 %, i furti del 20,4%, gli omicidi del  25,3 % . Gli stranieri in Italia sono passati negli ultimi 10 anni da 3.500.000 a poco più di 5 milioni. Quindi se si vuole una correlazione fra i due fenomeni il risultato sarebbe che all’aumento degli immigrati corrisponderebbe una forte diminuzione della criminalità. Esattamente l’opposto del convincimento diffuso. Siamo quindi diventati un popolo affetto da paure immaginarie? Non esattamente. Per capire meglio, al di la dei numeri, mettiamoci nei panni di una giovane donna che al mattino va in auto al lavoro: dovrà subire a vari semafori l’assalto più o meno garbato di chi pretende un obolo per pulire il parabrezza peraltro già pulito e non tutti si rassegnano con garbo al rifiuto; arrivata a destinazione si trova di fronte al dilemma se pagare il regolare ticket per il parcheggio, pagare il posteggiatore abusivo la cui sola presenza comporta la certezza di trovarsi l’auto danneggiata in caso di rifiuto, pagare tutti e due. La sera al rientro nuovo incontro con i lavavetri e la necessità per rientrare in casa di passare davanti ad un gruppo di immigrati che magari si limitano solo a guardarla o la ignorano del tutto, ma che comunque le provocano paura e ansia. Il lavavetri, il parcheggiatore abusivo, il gruppo di immigrati sotto casa non commettono rapine, furti, omicidi e non spacciano droga: non possono essere definiti dei criminali e non rientrano giustamente nelle relative statistiche ma l’insicurezza che provocano non è, a torto o a ragione, per niente inferiore. Se poi la giovane donna dovesse decidere di guardare qualche telegiornale sentirebbe notizie di stupri, omicidi, furti e rapine che se commessi da immigrati vengono riportate con enfasi e ripetute con frequenza. Quella che è ormai diventata una nostra amica si convincerebbe di essere scampata a gravi pericoli, almeno per quel giorno. Per aiutarla a superare le sue ansie non servono polizia, carabinieri, esercito, forze speciali: basterebbe che i vigili che ricordassero che i semafori non sono luoghi di lavoro per lavavetri, che i posteggiatori abusivi sono appunto tali, e farsi vedere e magari chiedere i documenti a giovanotti sfaccendati sotto casa.

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M5S Torino: no alla TAV, si ai TIR

Edward Lorenz, meteorologo del MIT, teorico della teoria del caos, intitolò una sua conferenza: “Può il battito di una farfalla in Brasile provocare un uragano in Texas?”. Su farfalle e uragani lasciamo disquisire gli esperti, anche se di caos come italiani lo stiamo  diventando tutti. La teoria ha  avuto una sua concreta applicazione in politica proprio ieri nel consiglio comunale di Torino: “Può lo sblocco della TAP in Puglia provocare il blocco in Piemonte della TAV tra Italia e Francia?”  La risposta da parte dei grillini torinesi è stata un perentorio si, da cui peraltro la sindaco Appendino si è sottratta con un provvidenziale e tempestivo viaggio a Dubai: grillina si, ma pur sempre appartenente alla benestante borghesia imprenditoriale torinese pro TAV.

Una delibera che ha un valore solo politico e non pratico: non è competenza di un consiglio comunale, sia pure di una città capoluogo regionale, se la TAV debba essere realizzata o no. Ricorda le delibere degli anni 70 che vari comuni in tutta Italia si sentivano in dovere di adottare contro la povertà o a favore della pace nel mondo: gli effetti furono ovviamente nulli ma ci si sentiva tutti più buoni e politicamente corretti. Nel caso della TAV le conseguenze possono essere però concrete: i “cedimenti” sulla Ilva di Taranto e sulla TAP, anche se sono cedimenti al buon senso, inducono i grillini a trovare una compensazione in Piemonte, una regione dove secondo i sondaggi, nonostante o forse proprio perché amministrano Torino, alle prossime elezioni subiranno un solenne flop e che, quindi, può essere castigata.

I no TAV motivano il loro no, tra l’altro, con la presunta inutilità dell’opera: non prevedono un incremento del traffico tale da giustificarla. Chi ha l’avventura di percorrere l’autostrada da Torino per il Frejus non ha bisogno della sfera di cristallo per vedere il futuro: basta già il presente per rendere indispensabile la sua realizzazione.

Sostiene Mauro Gorrino, ingegnere torinese ed esperto per passione dei collegamenti con la Francia:” Siamo vicini a 3 milioni di TIR all’anno tra Italia e Francia, in gran parte distribuiti tra Ventimiglia, Frejus e Bianco. Vista poi la situazione di Chamonix, cioè una conca con scarso ricambio d’aria, ogni tanto l’inquinamento diventa tale che il prefetto all’Alta Savoia impone la chiusura del tunnel del Monte Bianco al traffico pesante, per cui i TIR si spostano sul Frejus. Allora i sindaci dei comuni della valle francese della Maurienne protestano inviperiti contro l’aumento dei TIR e chiedono cosa si aspetta a fare la TAV, mentre i sindaci NO TAV della Val Susa se ne stanno ben zitti, perché l’inquinamento da tir pare  non turbarli”.

Leo Alati

Medicina e numeri chiusi

Per amor di patria meglio evitare considerazioni su un governo che annuncia l’abrogazione del numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina, salvo poi smentirsi, e con i ministri competenti che dichiarano che a loro non risulta. Numero chiuso? Quale? Perché ce n’é più di uno.

Il primo è il test di ingresso: una media di 65 mila partecipanti per circa 10 mila posti. Un numero che può aumentare ogni anno a causa dei ricorsi al Tar, spesso accolti, da parte degli esclusi. Dopo i sei anni di corso arrivano alla laurea circa 8 mila, un titolo accademico che offre poche e marginali possibilità di lavoro.

Ad attenderli è un altro test, quello per l’ammissione alle specializzazioni, altri 4 o 5 anni, per circa 6 mila o per l’ammissione al corso triennale di medicina per 1000 posti: il numero dei partecipanti è mediamente il doppio e quindi la metà sono bocciati. I fortunati sopravvissuti dopo 10-11 anni di studi, ammesso e non facilmente concesso che non debbano aggiungere anni di fuoricorso, trovano finalmente l’agognato posto di lavoro?

Li attende intanto un altro test: il superamento di un concorso pubblico. I posti in palio non sono sufficienti per tutti: 1000 di loro rimangono esclusi. Il risultato è che ci sono 25 mila medici disoccupati e 8 mila precari. Un limbo destinato ad aumentare qualora si dovesse lasciare libero accesso alla facoltà mantenendo però gli imbuti successivi.

Sbarramenti la cui eventuale rimozione non sarebbe a costo zero: gli ammessi alla scuole di specializzazione devono essere retribuiti, attualmente con 1900 euro al mese; non avere ottemperato negli anni ’90 a questa che è una norma europea ha comportato ricorsi da parte degli specializzandi dell’epoca e risarcimenti da pagare da parte dello Stato. Le assunzioni da parte del sistema sanitario devono tener conto delle reale esigenze e non può essere in funzione del numero dei medici. Quindi non cambiare nulla e lasciare invariato il sistema di selezione iniziale? No, non è equo, somiglia molto ad una lotteria e non garantisce la scelta dei migliori: la prova è gli studenti respinti per non aver superato il test e ammessi dopo ricorso al Tar per vizi formali hanno poi un corso di studi analogo ai colleghi regolari vincitori.

Soluzioni? Non ne esistono di semplici di fronte a problemi complessi, specialmente se affrontato a spizzichi e bocconi. Una potrebbe essere l’istituzione di un liceo biologico propedeutico alla ammissione alle varie facoltà sanitarie.

Leo  Alati