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Leo Sansone

Lotta per il petrolio. Haftar star a Palermo

haftarLa Conferenza di Palermo? Vado, non vado. Vado, non vado. Vado! Khalifa Haftar ha lasciato per settimane nell’incertezza Giuseppe Conte, poi alla fine è andato alla Conferenza internazionale sulla pace in Libia organizzata a Palermo dall’Italia e dall’Onu con 38 delegazioni (paesi arabi, europei, Usa e Russia).

Haftar, uomo forte della Cirenaica, è stato il protagonista della Conferenza di Palermo a Villa Igiea, la vera star. Il 12 novembre alla fine è arrivato, il 13 ha stretto la mano a Fayez al-Sarraj, suo avversario e premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Italia e dalle Nazioni Unite. Il presidente del Consiglio italiano, stretto tra i due, ha sorriso pieno di speranza: «Non dobbiamo illuderci, ma sono state poste premesse importanti» per arrivare ad un accordo per la pacificazione della Libia. Conte persegue “una strategia di inclusione” per un’intesa con tutte le forze libiche. Il prossimo appuntamento dovrebbe essere la Conferenza Nazionale di gennaio in Libia, passo fondamentale nell’agenda dell’Onu prima delle elezioni in primavera proposte da Giuseppe Conte.

La strada è lunga e difficile. Le premesse non sono positive. Haftar ha lasciato la Conferenza di Palermo prima della conclusione del vertice internazionale, disertando la riunione plenaria assieme al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Il generale ha precisato a una televisione araba: «La mia presenza è limitata agli incontri con i ministri dell’Europa», non con gli esponenti delle altre delegazioni, con cui «non ho nulla a che fare».

Comunque c’è una tregua con al-Sarraj: «Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume». Una metafora intesa dai diplomatici presenti come un «viatico» per al-Sarraj, il cui posto non verrebbe messo in discussione fino alle “elezioni in sicurezza” in Libia proposte da Conte.

Il comandante dell’Esercito nazionale libico ha un pessimo rapporto con al-Sarraj, che controlla a stento la Tripolitania e la stessa Tripoli. Gli imputa, in particolare, la collaborazione con delle forze della Fratellanza musulmana, da lui considerate terroristiche. Ad agosto e settembre sono scoppiati violenti scontri a Tripoli e al-Sarraj ha rischiato perfino di essere disarcionato. Anche in quell’occasione si è sentita la voce minacciosa di Haftar: le forze della Cirenaica «non resteranno con le mani legate rispetto agli scontri a Tripoli».

La Libia è nel caos dal 2011, è scoppiata una interminabile guerra civile da quando è stato rovesciato e ucciso Muammar Gheddafi. Petrolio, terrorismo islamico e migranti africani in rotta verso l’Italia e l’Europa sono una spaventosa miscela che ha destabilizzato il paese nel quale si combattono circa 150 diverse milizie. La Libia è di fatto divisa in due entità politiche: la Cirenaica e la Tripolitania. Il petrolio e il gas sono le grandi ricchezze del paese nord africano a una manciata di chilometri di distanza dalle coste italiane. L’estrazione del greggio adesso viaggia ad oltre 1 milione di barili al giorno con un incasso previsto in oltre 23 miliardi di dollari nel 2018 (la produzione era di 1,6 milioni di barili ai tempi del rais Gheddafi ma era crollata alcuni anni fa ad appena 200 mila barili per la guerra civile). Il 20% del petrolio dell’Eni e un terzo del gas provengono dalla Libia.

Il dialogo è difficile. Haftar, espressione del Parlamento di Tobruk, è sostenuto dall’Egitto, dalla Russia e dalla Francia. Al-Sarraj è appoggiato dall’Italia, dagli Stati Uniti e dalla Turchia. Il generale ha un rapporto stretto, in particolare, con la Francia. Lo scorso aprile scomparve misteriosamente da Bengasi (alcune voci lo dettero perfino per morto) e, tra smentite e conferme, alla fine la Francia annunciò il suo ricovero in un ospedale di Parigi per imprecisate cure mediche. Emmanuel Macron, in competizione con l’Italia, a maggio organizzò una Conferenza di pace sulla Libia nella capitale francese che, però, non ebbe successo (erano previste le elezioni il prossimo 10 dicembre).

Alla Conferenza di Palermo non sono andati né Trump, né Putin, né la Merkel, né Macron. Al loro posto sono arrivati solo ministri e diplomatici dei rispettivi Stati. La Turchia ha lasciato in anticipo il vertice per protesta, in polemica con Haftar (ma il generale non è stato citato). Giuseppe Conte ha lanciato agli «amici libici» un accorato appello: «Vi prego, non ci deludete». I precedenti non sono certo positivi. Il rischio di un flop è forte.

Leo Sansone
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Democratici Usa. Obama in campo contro Trump

Obama-Hillary Clinton Israele-treguaIl boom dell’economia? «Di chi pensate sia il merito?» Alla domanda lanciata da Barack Obama alla vigilia delle elezioni del 6 novembre la platea dei militanti democratici ha risposto con una valanga di applausi, urla, cori di consenso. Quasi è venuta giù la sala per l’entusiasmo incontenibile quando l’ex presidente degli Stati Uniti d’America ha parlato a Chicago polemizzando con i repubblicani e il suo successore Donald Trump.
Obama ha portato fortuna ai democratici: hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti mentre i repubblicani hanno mantenuto e rafforzato il controllo del Senato. Le cosiddette elezioni di medio termine, a metà del mandato del presidente, sono una battuta d’arresto per Trump e i repubblicani, il suo partito. Wall Street e le Borse mondiali hanno brindato ai risultati elettorali con vistosi rialzi perché è garantita la stabilità politica e il bilanciamento dei poteri negli Usa.

Il presidente repubblicano si è detto soddisfatto su Twitter: «Formidabile successo, grazie a tutti». In realtà si è trattato di un referendum su Trump, il presidente populista e sovranista, nemico dell’establishment, alfiere dei dazi per combattere la concorrenza di paesi avversari (la Cina) ed amici (Unione europea, Giappone, Corea del sud), avversario degli immigrati ispanici e musulmani, critico con l’Onu, teorico della politica muscolare sulla sicurezza esterna ed interna degli Usa, allergico al multilateralismo da sostituire con rapporti bilaterali con nazioni grandi e piccole, sostenitore del forte taglio delle tasse soprattutto agli alti redditi.

Barack Obama, una visione opposta a quella di Trump, a lungo quasi non si è fatto più sentire dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2017. Poi si è impegnato nella campagna per le elezioni di medio termine. Un caso o un segnale? Ancora non è chiaro. Di sicuro il Partito democratico non è riuscito finora a contrapporre a Trump un leader credibile. I democratici sono ancora scioccati, non si sono ripresi dal trauma subito quando l’imprenditore miliardario a sorpresa vinse le elezioni per la presidenza alla fine del 2016, sconfiggendo Hillary Clinton favorita dai pronostici.

Obama, 57 anni, nel pieno delle forze, con i capelli un po’ più grigi, ha parlato con un volto tirato e in maniche di camicia a Chicago suscitando la passione e l’entusiasmo della base, come si vede in un video girato dall’agenzia Vista Tv. Ha rivendicato tutte le scelte di solidarietà sociale, in testa la riforma della sanità pubblica per oltre 20 milioni di persone, chiave del successo dei democratici. Ha rivendicato il rilancio dell’economia americana (un massiccio piano d’investimenti pubblici contro la crisi scoppiata nel 2008). Ha rivendicato le riforme varate nei suoi otto anni alla Casa Bianca. Quando fu eletto presidente dieci anni fa si trovò davanti la più grave recessione economica americana dalla Grande depressione del 1929: le fabbriche chiudevano e la disoccupazione dilagava, «ho dovuto prendere la scopa e ripulire il casino» lasciato dall’amministrazione repubblicana precedente e a prezzo di grandi sforzi «abbiamo ricominciato a crescere».

Analogo discorso ha svolto qualche giorno prima a Miami. Ha attaccato Trump: «Mente e si inventa le cose». Ha bocciato la sua politica della mano dura contro gli immigrati: «Non ha compassione, questa non è l’America». Il primo presidente afro-americano, il quarantaquattresimo nella storia degli Stati Uniti contrappone la solidarietà all’egoismo sociale, la tolleranza al razzismo, lo sviluppo economico rispettoso dell’ambiente allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, il dialogo internazionale allo scontro. Sono riecheggiati gli slogan dei suoi due mandati di presidente: «Il cambiamento può ancora avvenire, la speranza non è ancora morta». È riapparso il suo slogan: «Yes, we can», si può fare.

L’avvocato di colore, difensore dei diritti civili, non si è ritirato a vita privata, è ancora in campo. In caso di necessità il mondo progressista può ancora fare conto su di lui. Obama non è nuovo alle imprese impossibili: prima fu eletto a sorpresa senatore dell’Illinois, poi presidente degli Stati Uniti. Tra due anni, nel 2020, si tornerà a votare per la Casa Bianca e già si parla di tanti possibili candidati democratici da opporre a Trump. La Costituzione americana, con una modifica del 1951, vieta un terzo mandato presidenziale per evitare una concentrazione troppo forte di potere. Ma potrebbe essere introdotta anche la possibilità di un incarico ter sia pure non consecutivo. Nel 2011 Bill Clinton, già presidente democratico con due mandati sulle spalle, tanto amato quanto discusso, lanciò la proposta: «Ho sempre pensato che questa dovrebbe essere la regola». Tuttavia l’idea restò lettera morta.

Leo Sansone
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In salita la conferenza sulla Libia in Sicilia

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeFayez al-Sarraj fa fatica a restare in sella in Libia. La conferenza sulla Libia in Sicilia, se non salterà, rischia a novembre la partecipazione di al-Sarraj azzoppato. Il premier del governo di accordo nazionale non controlla né il paese nord africano, né la Tripolitania, né perfino Tripoli, la sua capitale. Per un mese, dalla fine di agosto, la città è stata in preda al terrore e al caos dei mitra, degli attentati e dei cannoni. In un mese di scontri si sono contati più di cento morti e centinaia di feriti. Il primo settembre un colpo di mortaio ha perfino sfiorato l’ambasciata italiana a Tripoli cadendo su un albergo distante poco più di cento metri, l’Hotel Al Waddan. Il bilancio è stato di tre feriti. Per alcuni l’obiettivo della bomba era proprio la sede diplomatica italiana.
Al-Sarraj traballa, però per ora resta in piedi. Le forze leali verso il primo ministro sono riuscite a contenere le milizie ribelli. Lo scontro per il potere e per il petrolio in Libia sembra arrivato alla battaglia finale. I principali contendenti sono due. Da una parte c’è Sarraj, dall’altra c’è il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, uomo forte del governo di Tobruk, ben saldo nella Cirenaica. Al-Sarraj è sostenuto dall’Onu, dalla Ue, dall’Italia e dagli Usa. Haftar conta sull’appoggio dell’Egitto, della Francia e della Russia. Ha un esercito ben addestrato, formato in prevalenza di soldati provenienti dai reparti militari di Muammar Gheddafi. Tutta la Libia dal 2011, da quando è caduto il rais Muammar Gheddafi, è in preda all’anarchia: spadroneggiano 150 diverse milizie, i terroristi dell’Isis ogni tanto mettono a segno un colpo sanguinoso dopo la cocente disfatta subita a Sirte, le organizzazioni criminali lucrano sul traffico di migranti africani verso l’Italia e sul contrabbando del petrolio.

L’anarchia e il caos dominano soprattutto nel Fezzan, l’ampia regione desertica nel sud della Libia, abitata dai Tuareg, dai Tebu dagli Awlad e dai Qadhadhfa. Le bande criminali fanno il bello e il cattivo tempo senza che una autorità nazionale sia in grado di contrastarle. Dal Niger, dal Ciad e dal Sudan arrivano migliaia di migranti africani: attraversano il confine con il sogno di andare in Europa e finiscono nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Italia e Francia si fronteggiano per affermare le rispettive leadership. Emmanuel Macron, che ha un rapporto stretto con Haftar (ad aprile il generale è andato a curarsi a Parigi in un clima di stretto riserbo), in una conferenza sulla Libia tenuta a maggio nella capitale francese, ha proposto di tenere il 10 dicembre le elezioni nel paese distrutto dalla guerra civile. Sarraj e Haftar erano presenti, tuttavia mancavano diversi rappresentanti delle milizie e delle municipalità: l’incontro di Parigi terminò senza la firma di un documento sulla pacificazione. Il presidente della Repubblica francese a fine settembre ha ripetuto all’Onu: «Solo» organizzando elezioni subito a Tripoli si «può accelerare la strada verso una soluzione duratura. Lo status quo fa guadagnare terreno solo ai trafficanti e ai terroristi».

Anche l’Italia è favorevole alle elezioni, ma non si può votare mentre si spara e senza l’accordo tra tutte le forze politiche libiche. La parola chiave della strategia italiana è “inclusione”. L’obiettivo di Giuseppe Conte è di organizzare una conferenza sulla Libia ai primi di novembre in Sicilia, probabilmente a Sciacca o a Taormina. Quando il presidente del Consiglio è andato alla assemblea dell’Onu a New York ha premuto su Donald Trump, per convincere il presidente degli Stati Uniti a partecipare alla conferenza di pace sulla Libia in Sicilia: «Voi sapete che novembre è un periodo delicato perché c’è il voto di Midterm. Vedremo se potrà venire in Sicilia, c’è la massima attenzione per la cabina di regia Italia-Usa per Mediterraneo e Libia». Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che tesse buoni rapporti anche con Haftar, ha spiegato perché la scelta dell’incontro internazionale sia caduta sulla Sicilia: è «una terra che vuole simboleggiare la mano tesa al di là del Mediterraneo».

La conferenza sulla Libia in Sicilia sembra camminare in salita. Al-Sarraj è prudente. Al Corriere della Sera ha annunciato il suo disco verde, ma vanno superati molti ostacoli: la riunione «va pensata bene: inutile incontrarsi senza risultati, sarebbe controproducente. E occorre che la comunità internazionale si organizzi. Francia e Italia devono risolvere le loro dispute bilaterali riguardo alla Libia. Qui la situazione è già gravissima, inutile gettare altra benzina sul fuoco».

Haftar, travolto a giugno “l’ultimo bastione dei terroristi” a Derna, controlla la Cirenaica e ambisce a impadronirsi di tutta la Libia: «Il nostro esercito nazionale libererà Tripoli dalle milizie al momento opportuno». Ha ammonito: «L’85% dei libici è con me. Io credo nel voto, sono pronto a sostenere le elezioni, così come formulate all’ultima conferenza di Parigi. Ma se non saranno libere e trasparenti, allora l’esercito interverrà a bloccarle».

Leo Sansone
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Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

“Loro”, Berlusconi mito dell’italiano medio

Loro-1 (1)In Loro1 e Loro2 Silvio Berlusconi è tormentato e insoddisfatto. Nel film di Paolo Sorrentino, scritto insieme a Umberto Contarello, c’è una domanda centrale in chiave psicologica: «Ma te cosa ti aspettavi? Essere l’uomo più ricco del Paese, fare il presidente del Consiglio e che tutti ti amassero alla follia?». Toni Servillo, interpretando Berlusconi, risponde deciso: «Sì, mi aspettavo proprio questo». La delusione emerge sconfinata.
Il regista, caso raro, dedica un film al Cavaliere, un famoso personaggio politico vivente e ancora tra i protagonisti delle travagliate vicende politiche italiane. La pellicola si articola in due parti: Loro1 è nei cinema dal 24 aprile, Loro2 lo sarà dal 10 maggio. È un film dall’andamento poco scorrevole, un po’ scontato. Parla molto del Berlusconi uomo e poco del politico, del presidente di Forza Italia, già leader del centro-destra, ex presidente del Consiglio. Invenzioni e fatti reali si mescolano. Il regista, autore anche di Il Divo e di La Grande bellezza, ha spiegato: il film è come «un racconto di finzione in costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010». Ha voluto parlare della dimensione dei sentimenti, «quella che sta dietro l’uomo politico e i personaggi che lo attorniano».
In una scena Berlusconi-Servillo tenta di riconquistare Veronica Lario-Elena Sofia Ricci, la seconda moglie. Siamo nel 2006, il presidente di Forza Italia non è più presidente del Consiglio, è stato sconfitto nelle elezioni politiche dal centro-sinistra di Romano Prodi, e riposa con Veronica Lario-Elena Sofia Ricci nella sua principesca villa Certosa in Sardegna. Anche con lei i rapporti volgono al peggio per la sua grande voluttà sessuale indirizzata soprattutto verso ragazze belle e giovani. Tutti i suoi sforzi per riconquistarla saranno vani, i contrasti cresceranno fino al divorzio. Un colloquio surreale tra i due nel film si svolge su una moto d’acqua bloccata in mezzo al mare, è centrato sul suo carattere onnivoro. Si sfoga: «Sono un uomo del fare. E non riesco a terminare nemmeno un progetto. Quasi quasi compro un’altra casa gigantesca». Veronica Lario-Elena Sofia Ricci risponde: «Ne abbiamo 20, abbiamo tutto». Il Cavaliere replica: «Il tutto non è abbastanza».

Lusso, veline e show girl o aspiranti tali, escort, droga, feste, soldi, faccendieri, imprenditori, ministri. Si succedono scene crepuscolari e grottesche nel film: ragazze discinte in cerca di una scrittura, amplessi poco eleganti a cascata, politici ossequienti in modo imbarazzante, trame in Forza Italia e nel centro-destra per defenestrare il Cavaliere.

Nel film Loro (cioè quelli che contano) ogni cosa ruota attorno a “Lui”, al “Dottore” (così quasi tutti chiamano Berlusconi). Il regista vuole descrivere un periodo storico che definisce «amorale, decadente, ma anche straordinariamente vitale».
Il Cavaliere è sempre stato un narcisista: come imprenditore, da politico, quando suona o canta per gli amici, nei rapporti amorosi. I successi di Berlusconi? Il regista li spiega perché è un abile venditore di “sogni” e «rappresenta anche una parte di tutti gli italiani». Quei connazionali che per «ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale» sono attirati da «una sorta di paradiso in carne e ossa» impersonato da Berlusconi (del resto gli italiani simpatizzano facilmente per il vincitore di turno immediatamente mollato quando diventa uno sconfitto). Insomma, si tratta di quell’”italiano medio” opportunista e pauroso (feroce se non si rischia niente) capace però anche di inaspettati gesti eroici, sviscerato genialmente nei suoi film da Alberto Sordi. Sorrentino cita Ernest Hemingway per definire l’ex presidente del Consiglio. Secondo lo scrittore americano «non c’è nessuno che vive la propria vita sino in fondo, eccetto i toreri». Berlusconi, dunque, è “un torero”.

Il presidente di Forza Italia non ha commentato il film. Diverso tempo fa ha sottolineato allarmato: «Mi sembra, e spero che non sia, una aggressione politica nei miei confronti».

Leo Sansone
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I curdi smembrati sognano il Kurdistan

Curdi-YPGEsistono i curdi, ma non il Kurdistan. I curdi non hanno mai avuto una patria, uno stato. Sono 30-40 milioni, vivono in Medio Oriente smembrati tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Quando cadde l’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, Regno Unito e Francia promisero l’indipendenza, ma poi le potenze coloniali europee non mantennero la promessa.

Sono un po’ come i polacchi in Europa. La Polonia restò schiacciata e divisa tra l’Impero Austro-ungarico, il regno di Prussia (poi Secondo Reich tedesco) e l’Impero russo, però alla fine è riuscita a recuperare l’unità e l’indipendenza. I curdi, invece, vivono sparpagliati tra cinque diverse nazioni, hanno subito e subiscono violente e sanguinose repressioni. In genere sono considerati dei cittadini di serie B, delle minoranze bistrattate alle quali si arriva a proibire perfino l’uso della propria lingua.

È stroncato nel sangue ogni tentativo di autonomia nazionale. Dal 20 gennaio l’esercito turco è penetrato nel nord della Siria con l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (l’azione militare suona ancora più sinistra per la denominazione usata, un simbolo per eccellenza della pace). L’obiettivo è conquistare ed eliminare il cantone curdo di Afrin, amministrato autonomamente dal 2012 al di fuori dell’influenza del governo siriano, sull’orlo del collasso.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan usa il pugno di ferro: Ankara non si fermerà finché «il lavoro non sarà finito». Artiglierie e carri armati turchi spianano l’avanzata della fanteria. Nel mirino ci sono le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che amministrano la provincia. L’obiettivo è di impedire che l’esercito siriano, d’intesa con i curdi, rientri ad Afrin, recuperi la sovranità sulla città salvando però l’autonomia amministrativa della minoranza e il suo potere negoziale. Erdoğan ha annunciato: «Nei prossimi giorni, e molto rapidamente, inizierà l’assedio del centro della città di Afrin».

Le alleanze cambiano velocemente in Medio Oriente. Il presidente turco prima era stato un nemico giurato del presidente siriano Bashar al-Assad, poi era diventato suo alleato, ora addirittura spara sia sui suoi combattenti sia su quelli dei curdi. L’accordo Ankara-Mosca-Teheran sulla Siria sta scricchiolando paurosamente. La prima ha puntato le armi contro Damasco, le altre due sono potenti alleati di Bashar al-Assad, che sta riprendendo il controllo del paese dopo la rivolta del 2011 e le successive feroci guerre a catena: in totale 500 mila morti e 6 milioni di profughi. Il presidente turco ha nelle sue mani anche la carta della “bomba” degli emigranti: nei campi profughi ospita oltre 3 milioni di rifugiati siriani, scappati in 7 anni di guerra, e di volta in volta minaccia di aprire il “rubinetto” verso l’Europa. Non a caso ha chiesto all’Unione europea e in gran parte ottenuto, soprattutto appoggiato dalla Germania, 6 miliardi di euro per affrontare le spese di ospitalità dei profughi.

I curdi, sostenuti finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, sono stati un elemento centrale per sconfiggere lo Stato Islamico, promotore del terrorismo internazionale, che si era impossessato di buona parte della Siria e dell’Iraq con i relativi giacimenti petroliferi. I combattenti curdi hanno pagato un alto prezzo di sangue per conquistare Raqqa in Siria, proclamata capitale dell’Isis. Un prezzo di sangue molto più consistente rispetto a quello pagato dalle milizie e dagli eserciti siriani, iracheni, iraniani, russi e statunitensi. Comunque gli jihadisti dell’Isis ancora non sono stati del tutto sconfitti e resistono in alcune zone del paese.

Erdoğan teme il “contagio” dell’autonomia conquistata dai curdi in Siria. In Turchia vive la maggior parte dei curdi e, dopo qualche anno di convivenza pacifica e di apertura ai loro diritti, è riesplosa una violenta repressione. I curdi, considerati terroristi, hanno reagito con sanguinosi attentati nelle città turche. Di qui la “guerra totale”.

Ora Washington ha davanti uno spinoso problema: se schierarsi con i curdi o con la Turchia, due importanti alleati (Ankara fa anche parte della Nato e dispone di uno degli eserciti più potenti). Per adesso sta tentando di tenere una posizione mediana. I margini per l’indipendenza o per l’autonomia dei curdi si restringono sempre di più. Il Kurdistan probabilmente resterà «una espressione geografica». La celebre profezia del principe austriaco Klemens von Metternich si rivelò sbagliata per l’Italia, ma potrebbe calzare a pennello per i curdi.

Leo Sansone
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Virginia Raggi
vede il Capolinea

virginia raggiNon ci sarà un Campidoglio bis, Virginia Raggi al capolinea. È la stessa sindaca di Roma ad escludere l’ipotesi, avanzata dai giornalisti, di una sua ricandidatura. Prima ha motivato la decisione con il divieto, posto dal M5S, alla terza elezione: «In base alla regole dei due mandati direi di no». I conti sono presto fatti. Virginia Raggi una volta è stata eletta al Campidoglio come consigliera dell’opposizione e quindi una seconda volta come sindaca.

Poi la prima cittadina della capitale ha indicato la motivazione politica: «Direi, che già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». È un fatto nuovo. Virginia Raggi al capolinea. Per la prima volta ha considerato a termine la sua tribolata esperienza alla guida della città eterna. Di fronte ai tanti ostacoli finora aveva sempre risposto «non mollo». A chi le contestava gli autobus in perenne ritardo, i cassonetti stracolmi di rifiuti, le strade dissestate dalle buche, aveva continuato a ribattere: «Stiamo lavorando».

La Raggi, sempre più in difficoltà, vede il capolinea. La sua giunta, in un anno e mezzo di vita, ha continuamente traballato: ha perso un assessore o un alto dirigente capitolino al mese, o per contrasti politici o per guai giudiziari. Lei stessa è stata rinviata a giudizio per falso in atto pubblico (per la nomina a responsabile del Turismo di Renato Marra, fratello di Raffaele, finito in manette, all’epoca capo del personale del Campidoglio).

Virginia Raggi al capolinea. La sindaca grillina ha avversari esterni (tutte le opposizioni nell’aula Giulio Cesare) ed interni (le critiche dei cinquestelle vicini a Roberta Lombardi). I romani da lei si aspettavano il rinnovamento e il rilancio della città, ma le speranze sono andate deluse: il completamento della metropolitana C è bloccato, il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle fa il pellegrinaggio da un ufficio all’altro e i lavori ancora non sono iniziati, l’Atac (l’azienda del trasporto pubblico urbano) è a un passo dal fallimento, le grandi aziende abbandonano la città eterna per il crescente degrado, le tante “perle” della metropoli deperiscono (il Teatro Valle ancora non ha riaperto i battenti, lo stadio Flaminio è in totale abbandono). Così i sondaggi danno la Raggi e il M5S capitolino in caduta libera nei consensi degli elettori romani.

L’immobilismo prevale. Non si vedono grandi progetti all’orizzonte. La Raggi recentemente ha proposto due iniziative non proprio travolgenti. La prima riguarda i ciclisti: «Il progetto del Grande Raccordo Anulare delle Biciclette (Grab) è pronto». La seconda iniziativa riguarda la spiaggia sul Tevere: «Per la prossima estate ci sarà un progetto che riguarderà un’area di diecimila metri quadrati vicina a Ponte Marconi con una spiaggia e campi sportivi».

Le iniziative, per la loro “leggerezza” rispetto ai gravi problemi della metropoli, hanno suscitato l’ilarità e il sarcasmo dei romani. Un sarcasmo esploso su internet soprattutto con “Spelacchio”, come è stato soprannominato l’abete issato come ogni anno a piazza Venezia per festeggiare il Natale. L’albero del Trentino quasi immediatamente ha perso le foglie per le sofferenze provocate dalla poca cura nel trasporto (costato circa 50 mila euro) e nella collocazione nel centro di Roma. Ora l’abete si è seccato, è morto addirittura prima di Natale.

“Spelacchio” è il triste simbolo di Roma. Il caso è finito sotto la lente d’ingrandimento della Corte dei conti. Il Codacons (una associazione dei consumatori) ha depositato un esposto nel quale chiede alla giustizia contabile di indagare su un possibile danno erariale.

Una situazione pesante, pesantissima per il Campidoglio. Di qui l’ammissione della sindaca: «Già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». Già perché la giunta Raggi scadrà nel 2021, ma nella primavera del 2018 ci saranno le elezioni politiche e, subito dopo, potrebbe arrivare la parola fine. Beppe Grillo finora l’ha sempre difesa, pur rimproverandole gravi errori. Il fondatore del M5S, assieme a Davide Casaleggio, spesso sono venuti a Roma proprio per puntellare la sindaca. Hanno esortato i cinquestelle romani a non litigare, hanno indicato strategie, nuovi assessori pescati nel nord Italia come l’imprenditore Massimo Colomban che, però, alla fine ha lasciato la giunta per tornare ai suoi affari.

La preoccupazione è forte. Grillo e Luigi Di Maio, il candidato presidente del Consiglio dei cinquestelle, non si possono permettere il crollo della Raggi a Roma prima delle elezioni politiche. Un fallimento nella capitale del M5S sarebbe un clamoroso autogol per la candidatura a governare l’Italia. Lo slogan lanciato da Di Maio è “stabilità”, non crisi della più importante città italiana a guida grillina. Di qui tutto il possibile sostegno alla sindaca e la sollecitazione a farsi motore del cambiamento. Dopo il voto delle politiche si vedrà il da farsi.

Virginia Raggi al capolinea. A quel punto una eventuale caduta della giunta romana non avrebbe più conseguenze negative sulle ambizioni di governo del M5S in versione Di Maio. Alle politiche mancano circa tre mesi, forse per questo la Raggi si sente sindaca a termine. Qualcuno ipotizza anche il nome del sostituto: Alessandro Di Battista, che non si ricandiderà alla Camera, è molto amato tra i pentastellati romani. Potrebbe fare un pensiero al Campidoglio.

Leo Sansone
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Al Santa Severa va in scena il mito di George Best, artista del pallone

George-Best2Un osservatore restò sbigottito vedendolo giocare. A soli 15 anni lo presentò nel 1961 all’allenatore del Manchester United con una frase scolpita nella storia del calcio: «Credo di aver scoperto un genio». Da allora nacque il mito di George Best, l’attaccante fuoriclasse, maglia numero 7 della squadra inglese.
Un genio del pallone, l’uomo dei primati sui campi di calcio e in sregolatezze nella vita. Uno dei miti che segnò il calcio internazionale e, assieme ai Beatles, l’era della contestazione studentesca. Vinse tutto quello che si poteva vincere. Segnò 181 gol in 437 partite nelle file del Manchester United.

Narcisista, bello, scattante, eccessivo in tutto, un vincente alla fine sfortunato. Per delineare il complesso e controverso personaggio basta ricordare le sue brucianti e super citate frasi: «Ho speso molti soldi, per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato». E ancora: «Dicono che sono andato a letto con 7 Miss Mondo.. .Mi dispiace deluderli erano solo 4. Non sono uscito con le altre 3». Il vizio del bere lo divorò: «I sentimenti creano dipendenza…Meglio l’alcool». Ma l’alcool alla fine lo uccise. Al fuoriclasse nordirlandese fu trapiantato il fegato ma non si salvò, alla fine morì a Londra a 59 anni per una infezione epatica.

La leggenda del calcio britannico ed internazionale sabato 16 dicembre è il protagonista di una pièce al Castello di Santa Severa scritta e diretta da Roberto Fiorentini. Va in scena lo spettacolo teatrale Pelé is good, Maradona is better, George is Best (“Maradona è bravo, Pelè è meglio, ma George è Best”), un titolo ripreso da una delle affermazioni narcisiste dell’attaccante nordirlandese.

L’appuntamento, precisa un comunicato stampa, è alle ore 18 nella Sala della Legnaia. Dopo il successo di A Christmas Carol si cambia genere e il Castello di Santa Severa, al centro di una nuova stagione culturale grazie alla Regione Lazio, in collaborazione con Lazio Crea, Mibact, Comune di Santa Marinella e CoopCulture, ospita uno spettacolo dedicato a Best, uno dei re del calcio mondiale di tutti i tempi.

George Best è uno dei calciatori più forti e leggendari di sempre. Un mito soprattutto nel suo paese, l’Irlanda del nord. Ancora oggi se andate a Belfast, dove nacque nel 1946, con l’aereo atterrerete al George Best Airport, l’unico aeroporto al mondo dedicato ad un calciatore.

Lo spettacolo racconta «vita, morte e miracoli» del grande calciatore del Manchester United, ormai ampiamente entrato nel mito, anche utilizzando video originali e spesso piuttosto rari delle sue prodezze calcistiche. Fa da sfondo, entrando però nella narrazione, la società inglese degli anni ’60, con la sua moda, la sua musica, la sua ondata di rivolta e di libertà. George è il quinto beatles, la prima stella del calcio che diventa star a tutto tondo, imitato nel vestire, nel taglio di capelli, come accade oggi normalmente per gli assi del pallone, ma che non era mai accaduto prima di lui. Pallone d’Oro nel 1968, un talento così assurdo e assoluto gettato infine via per aver scelto di entrare nei labirinti dell’eccesso, inseguendo donne, alcool, guidando auto veloci.

Eppure, ancora oggi, il suo nome è un richiamo anche per chi non lo ha visto giocare: perché la sua esistenza è romanzo popolare, racconto epico, il suo viso è nei murales delle case ferite dell’Irlanda del Nord, perché tante storie per ragazzi partono dalle sue imprese, dal suo mito.

Leo Sansone
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Riad, Teheran e Damasco stritolano il Libano

haririPer metà il mistero è risolto, per l’altra metà resta il giallo. Saad Hariri, dopo una breve sosta effettuata ieri al Cairo per un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, torna oggi in Libano per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia. Il primo ministro dimissionario libanese non è più “ospite” dell’Arabia Saudita da quattro giorni, sabato ha lasciato Riad ed è andato a Parigi, assieme alla moglie Lara, invitato dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Il soggiorno nel regno saudita, non si sa quanto forzato, è durato quasi due settimane: dal 3 al 18 novembre. A Beirut oggi potrebbe anche ritirare le dimissioni o rilanciare cercando di formare un nuovo governo. Prima di lasciare l’Arabia Saudita, si era incontrato con il principe ereditario Mohammad ben Salman in grande ascesa. Aveva assicurato: «Dire che sono trattenuto in Arabia Saudita e che mi è vietato lasciare il Paese è una menzogna».
Uno strano viaggio e soggiorno quello nel regno saudita. Saad Hariri il 4 novembre, da Riad, si era addirittura dimesso da capo del governo senza tornare in patria. Hariri continuava a ripetere: «Sto bene, molto bene. Se Dio vuole torno nel Libano come vi ho promesso. Vedrete!».
Il presidente della Repubblica libanese, in un primo tempo era cauto nei giudizi. Michel Aoun aveva congelato le dimissioni del premier, aspettando il suo rientro in patria. Poi aveva rotto le prudenze diplomatiche: «Il Libano considera Hariri detenuto in Arabia Saudita» e «nulla giustifica il suo mancato ritorno a Beirut».
Hariri, filo saudita, e Aoun, filo iraniano, costituiscono due importanti pilastri del difficile equilibrio politico sul quale si regge il paese dei Cedri. Il Libano è insidiato da tre bombe ad orologeria. 1) Rischia lo spappolamento per lo scontro tra le due potenze regionali del Medio Oriente: l’Arabia Saudita e l’Iran, tra la potenza musulmana sunnita e quella sciita. 2) Rischia di disintegrarsi per le infiltrazioni dei terroristi islamici dell’Isis battuti e in fuga dall’Iraq e dalla Siria. 3) Rischia di frantumarsi per un eventuale intervento armato israeliano contro un possibile insediamento dell’Isis ai suoi confini settentrionali.
Riad ce l’ha soprattutto con Hezbollah, la formazione sciita libanese, al governo con Hariri, accusata di essere agli ordini di Teheran. Alla monarchia sunnita non piace soprattutto la presenza di miliziani sciiti Hezbollah in Siria e in Yemen. La situazione è incandescente. Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva accusato Riad di aver “trattenuto” Saad Hariri contro la sua volontà.
L’esplosivo contenzioso apertosi tra Beirut e Riad è seguito con attenzione e prudenza dai paesi occidentali. Stati Uniti e Francia hanno espresso il loro «sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità» del Libano. Anche l’Italia è sulla stessa linea. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato un appello «a tutte le parti» perché vengano scongiurati conflitti e tensioni. La Russia, alleata di Teheran e di Damasco, presente militarmente in Siria, tace.
Hariri a Riad, in un clima di confusione e d’incertezza, aveva incontrato il re saudita Salman bin Abdulaziz e il potente principe ereditario Mohammad ben Salman. Aveva sempre ripetuto di essere libero e di stare bene e di avere come nemici la Siria, l’Isis e Al Qaeda. Aveva fatto capire di temere per la propria vita. Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier libanese assassinato nel 2005 a Beirut assieme ad altre 22 persone in uno spaventoso attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani, ha sempre avuto una vita difficilissima, sul filo del rasoio. Nello scorso dicembre ha assunto la presidenza di un governo di unità nazionale che avuto una vita travagliatissima.
Il piccolo Libano, un delicato equilibrio di etnie e religioni diverse (cristiani, musulmani e drusi), ha dovuto e deve affrontare non solo l’ingombrante presenza di potenti vicini in conflitto tra loro, ma ha dovuto anche fronteggiare il terrorismo islamico e gli effetti della guerra civile in corso dal 2011 in Siria: ben 1 milione e mezzo di profughi siriani (tra regolari e irregolari) si sono rifugiati in Libano su una popolazione di 4 milioni di persone. Una pressione sociale, economica, politica difficilmente sopportabile da una nazione già semidistrutta da invasioni e da 15 anni di guerra civile che ha causato oltre 150 mila morti.

Leo Sansone
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Roma. Buche, in scena Calenda

270242 : (Cecilia Fabiano / EIDON), 2009-02-06 Roma - - Strade di Roma. Manto stradale dissestato dopo il maltempo - Colosseo

Buche, buchette, voragini. Le buche di Roma ormai sono tristemente famose. Le strade devastate della città sono uno dei tanti incubi di Virginia Raggi, non il principale ma certamente il più fastidioso perché resta irrisolto pur essendo di facile soluzione. Tante le promesse fatte durante la campagna elettorale dall’allora candidata grillina al Campidoglio per cancellare le pericolose vie ridotte stile gruviera.
Il 16 giugno 2016 la Raggi, pochi giorni prima della trionfale elezione a sindaca della capitale, assicurava a SkyTg24: «I soldi per le buche si possono trovare dal tesoretto di 1,2 miliardi di euro degli sprechi, ma ci vuole la volontà politica per aggredire sacche di privilegi, cosa mai fatta. Dobbiamo rispettare le norme sugli appalti».
Eletta sindaca le buche di Roma restano, anzi si moltiplicano mentre i mesi passano. Lo scorso febbraio la Raggi si fa coraggio e si cosparge la testa di cenere: «Mi scuso con i romani per le buche, ci stiamo lavorando». A maggio, dopo un nulla di fatto, torna ad assicurare: «I lavori stanno partendo». Effettivamente qualche centinaio di buche è riparato con delle “toppe” di asfalto e il manto di alcune strade è rifatto, ma sono gocce in un mare sconfinato.
Le buche della città salgono a diecimila e sono sempre più pericolose: causano oltre dieci incidenti al giorno, soprattutto tra centauri su moto e ciclisti. In alcuni casi le cadute sono rovinose e danno altro lavoro agli ortopedici degli ospedali. Non riuscendo a riparare le buche, il Campidoglio trova una astuta soluzione: abbassa i limiti di velocità al “passo di lumaca” per ridurre i pericoli di incidenti. A via Nizza i cartelli stradali impongono una velocità (si fa per dire!) di 10 chilometri l’ora. Sulla Cristoforo Colombo, sull’Aurelia e la Salaria i limiti vengono abbassati fino a 30 chilometri l’ora. Poi dei lavori di emergenza risolvono provvisoriamente qualcosa.
Ma il problema resta: Roma ha delle strade devastate somiglianti al frastagliato paesaggio lunare. Così alla fine arriva il soccorso del governo e della regione Lazio al Campidoglio. In particolare interviene Carlo Calenda. Dall’accordo per il rilancio di Roma tra la Raggi, il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Cgil-Cisl-Uil e le aziende, sembra saltare fuori la soluzione. Il “Tavolo per Roma“, l’intesa pilotata dal ministro (fino ad oltre 3 miliardi di euro di fondi pubblici) siglata lo scorso 17 ottobre al dicastero dello Sviluppo, attiverà anche circa 200 milioni di euro per l’operazione “zero buche”.
Il comune di Roma metterà sul piatto 17,5 milioni di euro, la Regione Lazio 44 milioni, il governo Gentiloni 140. Gran parte del lavoro cadrà sulle spalle di Invitalia, l’azienda del ministero dell’Economia incaricata degli appalti pubblici (ha avuto questo compito nelle zone terremotate, a Pompei, nella bonifica di Bagnoli). Prima è prevista la mappatura degli 8.700 chilometri delle strade romane, poi verranno indette le gare di appalto per i lavori.
L’intenzione è di procedere con celerità. A metà gennaio l’operazione “zero buche” dovrebbe cominciare dalla galleria Giovanni XXIII per poi svilupparsi per tutta la metropoli. Le buche di Roma questa volta hanno i mesi contati, forse.

Leo Sansone
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