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Leo Sansone

Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

“Loro”, Berlusconi mito dell’italiano medio

Loro-1 (1)In Loro1 e Loro2 Silvio Berlusconi è tormentato e insoddisfatto. Nel film di Paolo Sorrentino, scritto insieme a Umberto Contarello, c’è una domanda centrale in chiave psicologica: «Ma te cosa ti aspettavi? Essere l’uomo più ricco del Paese, fare il presidente del Consiglio e che tutti ti amassero alla follia?». Toni Servillo, interpretando Berlusconi, risponde deciso: «Sì, mi aspettavo proprio questo». La delusione emerge sconfinata.
Il regista, caso raro, dedica un film al Cavaliere, un famoso personaggio politico vivente e ancora tra i protagonisti delle travagliate vicende politiche italiane. La pellicola si articola in due parti: Loro1 è nei cinema dal 24 aprile, Loro2 lo sarà dal 10 maggio. È un film dall’andamento poco scorrevole, un po’ scontato. Parla molto del Berlusconi uomo e poco del politico, del presidente di Forza Italia, già leader del centro-destra, ex presidente del Consiglio. Invenzioni e fatti reali si mescolano. Il regista, autore anche di Il Divo e di La Grande bellezza, ha spiegato: il film è come «un racconto di finzione in costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010». Ha voluto parlare della dimensione dei sentimenti, «quella che sta dietro l’uomo politico e i personaggi che lo attorniano».
In una scena Berlusconi-Servillo tenta di riconquistare Veronica Lario-Elena Sofia Ricci, la seconda moglie. Siamo nel 2006, il presidente di Forza Italia non è più presidente del Consiglio, è stato sconfitto nelle elezioni politiche dal centro-sinistra di Romano Prodi, e riposa con Veronica Lario-Elena Sofia Ricci nella sua principesca villa Certosa in Sardegna. Anche con lei i rapporti volgono al peggio per la sua grande voluttà sessuale indirizzata soprattutto verso ragazze belle e giovani. Tutti i suoi sforzi per riconquistarla saranno vani, i contrasti cresceranno fino al divorzio. Un colloquio surreale tra i due nel film si svolge su una moto d’acqua bloccata in mezzo al mare, è centrato sul suo carattere onnivoro. Si sfoga: «Sono un uomo del fare. E non riesco a terminare nemmeno un progetto. Quasi quasi compro un’altra casa gigantesca». Veronica Lario-Elena Sofia Ricci risponde: «Ne abbiamo 20, abbiamo tutto». Il Cavaliere replica: «Il tutto non è abbastanza».

Lusso, veline e show girl o aspiranti tali, escort, droga, feste, soldi, faccendieri, imprenditori, ministri. Si succedono scene crepuscolari e grottesche nel film: ragazze discinte in cerca di una scrittura, amplessi poco eleganti a cascata, politici ossequienti in modo imbarazzante, trame in Forza Italia e nel centro-destra per defenestrare il Cavaliere.

Nel film Loro (cioè quelli che contano) ogni cosa ruota attorno a “Lui”, al “Dottore” (così quasi tutti chiamano Berlusconi). Il regista vuole descrivere un periodo storico che definisce «amorale, decadente, ma anche straordinariamente vitale».
Il Cavaliere è sempre stato un narcisista: come imprenditore, da politico, quando suona o canta per gli amici, nei rapporti amorosi. I successi di Berlusconi? Il regista li spiega perché è un abile venditore di “sogni” e «rappresenta anche una parte di tutti gli italiani». Quei connazionali che per «ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale» sono attirati da «una sorta di paradiso in carne e ossa» impersonato da Berlusconi (del resto gli italiani simpatizzano facilmente per il vincitore di turno immediatamente mollato quando diventa uno sconfitto). Insomma, si tratta di quell’”italiano medio” opportunista e pauroso (feroce se non si rischia niente) capace però anche di inaspettati gesti eroici, sviscerato genialmente nei suoi film da Alberto Sordi. Sorrentino cita Ernest Hemingway per definire l’ex presidente del Consiglio. Secondo lo scrittore americano «non c’è nessuno che vive la propria vita sino in fondo, eccetto i toreri». Berlusconi, dunque, è “un torero”.

Il presidente di Forza Italia non ha commentato il film. Diverso tempo fa ha sottolineato allarmato: «Mi sembra, e spero che non sia, una aggressione politica nei miei confronti».

Leo Sansone
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I curdi smembrati sognano il Kurdistan

Curdi-YPGEsistono i curdi, ma non il Kurdistan. I curdi non hanno mai avuto una patria, uno stato. Sono 30-40 milioni, vivono in Medio Oriente smembrati tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Quando cadde l’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, Regno Unito e Francia promisero l’indipendenza, ma poi le potenze coloniali europee non mantennero la promessa.

Sono un po’ come i polacchi in Europa. La Polonia restò schiacciata e divisa tra l’Impero Austro-ungarico, il regno di Prussia (poi Secondo Reich tedesco) e l’Impero russo, però alla fine è riuscita a recuperare l’unità e l’indipendenza. I curdi, invece, vivono sparpagliati tra cinque diverse nazioni, hanno subito e subiscono violente e sanguinose repressioni. In genere sono considerati dei cittadini di serie B, delle minoranze bistrattate alle quali si arriva a proibire perfino l’uso della propria lingua.

È stroncato nel sangue ogni tentativo di autonomia nazionale. Dal 20 gennaio l’esercito turco è penetrato nel nord della Siria con l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (l’azione militare suona ancora più sinistra per la denominazione usata, un simbolo per eccellenza della pace). L’obiettivo è conquistare ed eliminare il cantone curdo di Afrin, amministrato autonomamente dal 2012 al di fuori dell’influenza del governo siriano, sull’orlo del collasso.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan usa il pugno di ferro: Ankara non si fermerà finché «il lavoro non sarà finito». Artiglierie e carri armati turchi spianano l’avanzata della fanteria. Nel mirino ci sono le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che amministrano la provincia. L’obiettivo è di impedire che l’esercito siriano, d’intesa con i curdi, rientri ad Afrin, recuperi la sovranità sulla città salvando però l’autonomia amministrativa della minoranza e il suo potere negoziale. Erdoğan ha annunciato: «Nei prossimi giorni, e molto rapidamente, inizierà l’assedio del centro della città di Afrin».

Le alleanze cambiano velocemente in Medio Oriente. Il presidente turco prima era stato un nemico giurato del presidente siriano Bashar al-Assad, poi era diventato suo alleato, ora addirittura spara sia sui suoi combattenti sia su quelli dei curdi. L’accordo Ankara-Mosca-Teheran sulla Siria sta scricchiolando paurosamente. La prima ha puntato le armi contro Damasco, le altre due sono potenti alleati di Bashar al-Assad, che sta riprendendo il controllo del paese dopo la rivolta del 2011 e le successive feroci guerre a catena: in totale 500 mila morti e 6 milioni di profughi. Il presidente turco ha nelle sue mani anche la carta della “bomba” degli emigranti: nei campi profughi ospita oltre 3 milioni di rifugiati siriani, scappati in 7 anni di guerra, e di volta in volta minaccia di aprire il “rubinetto” verso l’Europa. Non a caso ha chiesto all’Unione europea e in gran parte ottenuto, soprattutto appoggiato dalla Germania, 6 miliardi di euro per affrontare le spese di ospitalità dei profughi.

I curdi, sostenuti finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, sono stati un elemento centrale per sconfiggere lo Stato Islamico, promotore del terrorismo internazionale, che si era impossessato di buona parte della Siria e dell’Iraq con i relativi giacimenti petroliferi. I combattenti curdi hanno pagato un alto prezzo di sangue per conquistare Raqqa in Siria, proclamata capitale dell’Isis. Un prezzo di sangue molto più consistente rispetto a quello pagato dalle milizie e dagli eserciti siriani, iracheni, iraniani, russi e statunitensi. Comunque gli jihadisti dell’Isis ancora non sono stati del tutto sconfitti e resistono in alcune zone del paese.

Erdoğan teme il “contagio” dell’autonomia conquistata dai curdi in Siria. In Turchia vive la maggior parte dei curdi e, dopo qualche anno di convivenza pacifica e di apertura ai loro diritti, è riesplosa una violenta repressione. I curdi, considerati terroristi, hanno reagito con sanguinosi attentati nelle città turche. Di qui la “guerra totale”.

Ora Washington ha davanti uno spinoso problema: se schierarsi con i curdi o con la Turchia, due importanti alleati (Ankara fa anche parte della Nato e dispone di uno degli eserciti più potenti). Per adesso sta tentando di tenere una posizione mediana. I margini per l’indipendenza o per l’autonomia dei curdi si restringono sempre di più. Il Kurdistan probabilmente resterà «una espressione geografica». La celebre profezia del principe austriaco Klemens von Metternich si rivelò sbagliata per l’Italia, ma potrebbe calzare a pennello per i curdi.

Leo Sansone
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Virginia Raggi
vede il Capolinea

virginia raggiNon ci sarà un Campidoglio bis, Virginia Raggi al capolinea. È la stessa sindaca di Roma ad escludere l’ipotesi, avanzata dai giornalisti, di una sua ricandidatura. Prima ha motivato la decisione con il divieto, posto dal M5S, alla terza elezione: «In base alla regole dei due mandati direi di no». I conti sono presto fatti. Virginia Raggi una volta è stata eletta al Campidoglio come consigliera dell’opposizione e quindi una seconda volta come sindaca.

Poi la prima cittadina della capitale ha indicato la motivazione politica: «Direi, che già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». È un fatto nuovo. Virginia Raggi al capolinea. Per la prima volta ha considerato a termine la sua tribolata esperienza alla guida della città eterna. Di fronte ai tanti ostacoli finora aveva sempre risposto «non mollo». A chi le contestava gli autobus in perenne ritardo, i cassonetti stracolmi di rifiuti, le strade dissestate dalle buche, aveva continuato a ribattere: «Stiamo lavorando».

La Raggi, sempre più in difficoltà, vede il capolinea. La sua giunta, in un anno e mezzo di vita, ha continuamente traballato: ha perso un assessore o un alto dirigente capitolino al mese, o per contrasti politici o per guai giudiziari. Lei stessa è stata rinviata a giudizio per falso in atto pubblico (per la nomina a responsabile del Turismo di Renato Marra, fratello di Raffaele, finito in manette, all’epoca capo del personale del Campidoglio).

Virginia Raggi al capolinea. La sindaca grillina ha avversari esterni (tutte le opposizioni nell’aula Giulio Cesare) ed interni (le critiche dei cinquestelle vicini a Roberta Lombardi). I romani da lei si aspettavano il rinnovamento e il rilancio della città, ma le speranze sono andate deluse: il completamento della metropolitana C è bloccato, il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle fa il pellegrinaggio da un ufficio all’altro e i lavori ancora non sono iniziati, l’Atac (l’azienda del trasporto pubblico urbano) è a un passo dal fallimento, le grandi aziende abbandonano la città eterna per il crescente degrado, le tante “perle” della metropoli deperiscono (il Teatro Valle ancora non ha riaperto i battenti, lo stadio Flaminio è in totale abbandono). Così i sondaggi danno la Raggi e il M5S capitolino in caduta libera nei consensi degli elettori romani.

L’immobilismo prevale. Non si vedono grandi progetti all’orizzonte. La Raggi recentemente ha proposto due iniziative non proprio travolgenti. La prima riguarda i ciclisti: «Il progetto del Grande Raccordo Anulare delle Biciclette (Grab) è pronto». La seconda iniziativa riguarda la spiaggia sul Tevere: «Per la prossima estate ci sarà un progetto che riguarderà un’area di diecimila metri quadrati vicina a Ponte Marconi con una spiaggia e campi sportivi».

Le iniziative, per la loro “leggerezza” rispetto ai gravi problemi della metropoli, hanno suscitato l’ilarità e il sarcasmo dei romani. Un sarcasmo esploso su internet soprattutto con “Spelacchio”, come è stato soprannominato l’abete issato come ogni anno a piazza Venezia per festeggiare il Natale. L’albero del Trentino quasi immediatamente ha perso le foglie per le sofferenze provocate dalla poca cura nel trasporto (costato circa 50 mila euro) e nella collocazione nel centro di Roma. Ora l’abete si è seccato, è morto addirittura prima di Natale.

“Spelacchio” è il triste simbolo di Roma. Il caso è finito sotto la lente d’ingrandimento della Corte dei conti. Il Codacons (una associazione dei consumatori) ha depositato un esposto nel quale chiede alla giustizia contabile di indagare su un possibile danno erariale.

Una situazione pesante, pesantissima per il Campidoglio. Di qui l’ammissione della sindaca: «Già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». Già perché la giunta Raggi scadrà nel 2021, ma nella primavera del 2018 ci saranno le elezioni politiche e, subito dopo, potrebbe arrivare la parola fine. Beppe Grillo finora l’ha sempre difesa, pur rimproverandole gravi errori. Il fondatore del M5S, assieme a Davide Casaleggio, spesso sono venuti a Roma proprio per puntellare la sindaca. Hanno esortato i cinquestelle romani a non litigare, hanno indicato strategie, nuovi assessori pescati nel nord Italia come l’imprenditore Massimo Colomban che, però, alla fine ha lasciato la giunta per tornare ai suoi affari.

La preoccupazione è forte. Grillo e Luigi Di Maio, il candidato presidente del Consiglio dei cinquestelle, non si possono permettere il crollo della Raggi a Roma prima delle elezioni politiche. Un fallimento nella capitale del M5S sarebbe un clamoroso autogol per la candidatura a governare l’Italia. Lo slogan lanciato da Di Maio è “stabilità”, non crisi della più importante città italiana a guida grillina. Di qui tutto il possibile sostegno alla sindaca e la sollecitazione a farsi motore del cambiamento. Dopo il voto delle politiche si vedrà il da farsi.

Virginia Raggi al capolinea. A quel punto una eventuale caduta della giunta romana non avrebbe più conseguenze negative sulle ambizioni di governo del M5S in versione Di Maio. Alle politiche mancano circa tre mesi, forse per questo la Raggi si sente sindaca a termine. Qualcuno ipotizza anche il nome del sostituto: Alessandro Di Battista, che non si ricandiderà alla Camera, è molto amato tra i pentastellati romani. Potrebbe fare un pensiero al Campidoglio.

Leo Sansone
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Al Santa Severa va in scena il mito di George Best, artista del pallone

George-Best2Un osservatore restò sbigottito vedendolo giocare. A soli 15 anni lo presentò nel 1961 all’allenatore del Manchester United con una frase scolpita nella storia del calcio: «Credo di aver scoperto un genio». Da allora nacque il mito di George Best, l’attaccante fuoriclasse, maglia numero 7 della squadra inglese.
Un genio del pallone, l’uomo dei primati sui campi di calcio e in sregolatezze nella vita. Uno dei miti che segnò il calcio internazionale e, assieme ai Beatles, l’era della contestazione studentesca. Vinse tutto quello che si poteva vincere. Segnò 181 gol in 437 partite nelle file del Manchester United.

Narcisista, bello, scattante, eccessivo in tutto, un vincente alla fine sfortunato. Per delineare il complesso e controverso personaggio basta ricordare le sue brucianti e super citate frasi: «Ho speso molti soldi, per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato». E ancora: «Dicono che sono andato a letto con 7 Miss Mondo.. .Mi dispiace deluderli erano solo 4. Non sono uscito con le altre 3». Il vizio del bere lo divorò: «I sentimenti creano dipendenza…Meglio l’alcool». Ma l’alcool alla fine lo uccise. Al fuoriclasse nordirlandese fu trapiantato il fegato ma non si salvò, alla fine morì a Londra a 59 anni per una infezione epatica.

La leggenda del calcio britannico ed internazionale sabato 16 dicembre è il protagonista di una pièce al Castello di Santa Severa scritta e diretta da Roberto Fiorentini. Va in scena lo spettacolo teatrale Pelé is good, Maradona is better, George is Best (“Maradona è bravo, Pelè è meglio, ma George è Best”), un titolo ripreso da una delle affermazioni narcisiste dell’attaccante nordirlandese.

L’appuntamento, precisa un comunicato stampa, è alle ore 18 nella Sala della Legnaia. Dopo il successo di A Christmas Carol si cambia genere e il Castello di Santa Severa, al centro di una nuova stagione culturale grazie alla Regione Lazio, in collaborazione con Lazio Crea, Mibact, Comune di Santa Marinella e CoopCulture, ospita uno spettacolo dedicato a Best, uno dei re del calcio mondiale di tutti i tempi.

George Best è uno dei calciatori più forti e leggendari di sempre. Un mito soprattutto nel suo paese, l’Irlanda del nord. Ancora oggi se andate a Belfast, dove nacque nel 1946, con l’aereo atterrerete al George Best Airport, l’unico aeroporto al mondo dedicato ad un calciatore.

Lo spettacolo racconta «vita, morte e miracoli» del grande calciatore del Manchester United, ormai ampiamente entrato nel mito, anche utilizzando video originali e spesso piuttosto rari delle sue prodezze calcistiche. Fa da sfondo, entrando però nella narrazione, la società inglese degli anni ’60, con la sua moda, la sua musica, la sua ondata di rivolta e di libertà. George è il quinto beatles, la prima stella del calcio che diventa star a tutto tondo, imitato nel vestire, nel taglio di capelli, come accade oggi normalmente per gli assi del pallone, ma che non era mai accaduto prima di lui. Pallone d’Oro nel 1968, un talento così assurdo e assoluto gettato infine via per aver scelto di entrare nei labirinti dell’eccesso, inseguendo donne, alcool, guidando auto veloci.

Eppure, ancora oggi, il suo nome è un richiamo anche per chi non lo ha visto giocare: perché la sua esistenza è romanzo popolare, racconto epico, il suo viso è nei murales delle case ferite dell’Irlanda del Nord, perché tante storie per ragazzi partono dalle sue imprese, dal suo mito.

Leo Sansone
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Riad, Teheran e Damasco stritolano il Libano

haririPer metà il mistero è risolto, per l’altra metà resta il giallo. Saad Hariri, dopo una breve sosta effettuata ieri al Cairo per un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, torna oggi in Libano per festeggiare l’anniversario dell’indipendenza dalla Francia. Il primo ministro dimissionario libanese non è più “ospite” dell’Arabia Saudita da quattro giorni, sabato ha lasciato Riad ed è andato a Parigi, assieme alla moglie Lara, invitato dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.
Il soggiorno nel regno saudita, non si sa quanto forzato, è durato quasi due settimane: dal 3 al 18 novembre. A Beirut oggi potrebbe anche ritirare le dimissioni o rilanciare cercando di formare un nuovo governo. Prima di lasciare l’Arabia Saudita, si era incontrato con il principe ereditario Mohammad ben Salman in grande ascesa. Aveva assicurato: «Dire che sono trattenuto in Arabia Saudita e che mi è vietato lasciare il Paese è una menzogna».
Uno strano viaggio e soggiorno quello nel regno saudita. Saad Hariri il 4 novembre, da Riad, si era addirittura dimesso da capo del governo senza tornare in patria. Hariri continuava a ripetere: «Sto bene, molto bene. Se Dio vuole torno nel Libano come vi ho promesso. Vedrete!».
Il presidente della Repubblica libanese, in un primo tempo era cauto nei giudizi. Michel Aoun aveva congelato le dimissioni del premier, aspettando il suo rientro in patria. Poi aveva rotto le prudenze diplomatiche: «Il Libano considera Hariri detenuto in Arabia Saudita» e «nulla giustifica il suo mancato ritorno a Beirut».
Hariri, filo saudita, e Aoun, filo iraniano, costituiscono due importanti pilastri del difficile equilibrio politico sul quale si regge il paese dei Cedri. Il Libano è insidiato da tre bombe ad orologeria. 1) Rischia lo spappolamento per lo scontro tra le due potenze regionali del Medio Oriente: l’Arabia Saudita e l’Iran, tra la potenza musulmana sunnita e quella sciita. 2) Rischia di disintegrarsi per le infiltrazioni dei terroristi islamici dell’Isis battuti e in fuga dall’Iraq e dalla Siria. 3) Rischia di frantumarsi per un eventuale intervento armato israeliano contro un possibile insediamento dell’Isis ai suoi confini settentrionali.
Riad ce l’ha soprattutto con Hezbollah, la formazione sciita libanese, al governo con Hariri, accusata di essere agli ordini di Teheran. Alla monarchia sunnita non piace soprattutto la presenza di miliziani sciiti Hezbollah in Siria e in Yemen. La situazione è incandescente. Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah, aveva accusato Riad di aver “trattenuto” Saad Hariri contro la sua volontà.
L’esplosivo contenzioso apertosi tra Beirut e Riad è seguito con attenzione e prudenza dai paesi occidentali. Stati Uniti e Francia hanno espresso il loro «sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità» del Libano. Anche l’Italia è sulla stessa linea. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha lanciato un appello «a tutte le parti» perché vengano scongiurati conflitti e tensioni. La Russia, alleata di Teheran e di Damasco, presente militarmente in Siria, tace.
Hariri a Riad, in un clima di confusione e d’incertezza, aveva incontrato il re saudita Salman bin Abdulaziz e il potente principe ereditario Mohammad ben Salman. Aveva sempre ripetuto di essere libero e di stare bene e di avere come nemici la Siria, l’Isis e Al Qaeda. Aveva fatto capire di temere per la propria vita. Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier libanese assassinato nel 2005 a Beirut assieme ad altre 22 persone in uno spaventoso attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani, ha sempre avuto una vita difficilissima, sul filo del rasoio. Nello scorso dicembre ha assunto la presidenza di un governo di unità nazionale che avuto una vita travagliatissima.
Il piccolo Libano, un delicato equilibrio di etnie e religioni diverse (cristiani, musulmani e drusi), ha dovuto e deve affrontare non solo l’ingombrante presenza di potenti vicini in conflitto tra loro, ma ha dovuto anche fronteggiare il terrorismo islamico e gli effetti della guerra civile in corso dal 2011 in Siria: ben 1 milione e mezzo di profughi siriani (tra regolari e irregolari) si sono rifugiati in Libano su una popolazione di 4 milioni di persone. Una pressione sociale, economica, politica difficilmente sopportabile da una nazione già semidistrutta da invasioni e da 15 anni di guerra civile che ha causato oltre 150 mila morti.

Leo Sansone
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Roma. Buche, in scena Calenda

270242 : (Cecilia Fabiano / EIDON), 2009-02-06 Roma - - Strade di Roma. Manto stradale dissestato dopo il maltempo - Colosseo

Buche, buchette, voragini. Le buche di Roma ormai sono tristemente famose. Le strade devastate della città sono uno dei tanti incubi di Virginia Raggi, non il principale ma certamente il più fastidioso perché resta irrisolto pur essendo di facile soluzione. Tante le promesse fatte durante la campagna elettorale dall’allora candidata grillina al Campidoglio per cancellare le pericolose vie ridotte stile gruviera.
Il 16 giugno 2016 la Raggi, pochi giorni prima della trionfale elezione a sindaca della capitale, assicurava a SkyTg24: «I soldi per le buche si possono trovare dal tesoretto di 1,2 miliardi di euro degli sprechi, ma ci vuole la volontà politica per aggredire sacche di privilegi, cosa mai fatta. Dobbiamo rispettare le norme sugli appalti».
Eletta sindaca le buche di Roma restano, anzi si moltiplicano mentre i mesi passano. Lo scorso febbraio la Raggi si fa coraggio e si cosparge la testa di cenere: «Mi scuso con i romani per le buche, ci stiamo lavorando». A maggio, dopo un nulla di fatto, torna ad assicurare: «I lavori stanno partendo». Effettivamente qualche centinaio di buche è riparato con delle “toppe” di asfalto e il manto di alcune strade è rifatto, ma sono gocce in un mare sconfinato.
Le buche della città salgono a diecimila e sono sempre più pericolose: causano oltre dieci incidenti al giorno, soprattutto tra centauri su moto e ciclisti. In alcuni casi le cadute sono rovinose e danno altro lavoro agli ortopedici degli ospedali. Non riuscendo a riparare le buche, il Campidoglio trova una astuta soluzione: abbassa i limiti di velocità al “passo di lumaca” per ridurre i pericoli di incidenti. A via Nizza i cartelli stradali impongono una velocità (si fa per dire!) di 10 chilometri l’ora. Sulla Cristoforo Colombo, sull’Aurelia e la Salaria i limiti vengono abbassati fino a 30 chilometri l’ora. Poi dei lavori di emergenza risolvono provvisoriamente qualcosa.
Ma il problema resta: Roma ha delle strade devastate somiglianti al frastagliato paesaggio lunare. Così alla fine arriva il soccorso del governo e della regione Lazio al Campidoglio. In particolare interviene Carlo Calenda. Dall’accordo per il rilancio di Roma tra la Raggi, il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Cgil-Cisl-Uil e le aziende, sembra saltare fuori la soluzione. Il “Tavolo per Roma“, l’intesa pilotata dal ministro (fino ad oltre 3 miliardi di euro di fondi pubblici) siglata lo scorso 17 ottobre al dicastero dello Sviluppo, attiverà anche circa 200 milioni di euro per l’operazione “zero buche”.
Il comune di Roma metterà sul piatto 17,5 milioni di euro, la Regione Lazio 44 milioni, il governo Gentiloni 140. Gran parte del lavoro cadrà sulle spalle di Invitalia, l’azienda del ministero dell’Economia incaricata degli appalti pubblici (ha avuto questo compito nelle zone terremotate, a Pompei, nella bonifica di Bagnoli). Prima è prevista la mappatura degli 8.700 chilometri delle strade romane, poi verranno indette le gare di appalto per i lavori.
L’intenzione è di procedere con celerità. A metà gennaio l’operazione “zero buche” dovrebbe cominciare dalla galleria Giovanni XXIII per poi svilupparsi per tutta la metropoli. Le buche di Roma questa volta hanno i mesi contati, forse.

Leo Sansone
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M5S, Lombardi-Raggi il tandem delle rivali

lombardi raggiLo slogan di Roberta Lombardi è già pronto: “Il Lazio è #LaNostraRegioneDiVita”. La deputata è stata eletta candidata del M5S alla presidenza della regione Lazio nelle elezioni del prossimo anno. Nelle elezioni online dei cinquestelle non ha ottenuto certo un risultato trionfale: ha vinto con 2.952 voti contro i 2.605 di Davide Barillari e i 954 di Valentina Corrado.
È stata un successo di misura, è il segnale di una spaccatura dei pentastellati romani sul suo nome. I cinquestelle di Roma si dividono tra i sostenitori di Roberta Lombardi, 44 anni, ex capogruppo alla Camera, e i seguaci di Virginia Raggi, 39 anni, sindaca della capitale. Sabato 14 ottobre al Parco della Pace c’era un clima di freddezza tra le due nella manifestazione del M5S a Marino, un paese vicino la capitale, per annunciare il risultato delle “regionarie” per il Lazio. È dovuto intervenire Beppe Grillo per riportare la pace nel Parco della Pace. Ha preso la sindaca di Roma e l’ha portata nelle braccia della Lombardi, quindi ha disteso le sue braccia sulle spalle di entrambe invitando i cineoperatori dei telegiornali e i fotografi a riprendere la scena e a scattare le foto. A quel punto sono apparsi i sorrisi, i baci e gli abbracci tra le due donne forti dei cinquestelle nella città eterna.
La Lombardi ha cantato un inno all’unità interna: «Siamo una squadra». E ancora: «Siamo tutti in campo, siamo una squadra». Ha indicato gli obiettivi, parlando degli avversari esterni e, forse, di quelli interni: «Noi non ci siamo mai arresi, io non mi sono mai arresa. Ora ci aspetta una battaglia importante, certamente alla nostra portata, ma comunque difficile, che è quella di riprenderci la nostra regione». Ha sottolineato «l’importanza di lavorare con umiltà, per distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per riconoscere i propri errori».
La deputata cinquestelle dovrà affrontare una campagna elettorale difficile: dovrà battere Nicola Zingaretti, stimato governatore di centro-sinistra del Lazio, e, probabilmente Sergio Pirozzi, sindaco della città terremotata di Amatrice, il nome sul quale convergerebbe il centro-destra. Ma la Lombardi, oltre alla battaglia con il centro-sinistra e con il centro-destra, probabilmente pensava anche a una disfida interna quando ha indicato le necessità di «riconoscere i propri errori».
La destinataria del discorso sembra essere Virgina Raggi, da sempre la sua rivale interna nella metropoli. La sindaca di Roma guida una giunta grillina traballante che quasi ogni mese perde un assessore (l’ultimo è stato Massimo Colomban con il mandato alla Riorganizzazione delle Partecipate del comune), alle prese con i conti in profondo rosso e con i pessimi servizi forniti dalle aziende municipalizzate.
Lo scontro tra la Lombardi e la Raggi divampò quando a metà dicembre fu arrestato per corruzione Raffaele Marra, alla guida del personale del Campidoglio, ex vice capo di gabinetto della sindaca. Già prima la deputata aveva violentemente attaccato lo stretto collaboratore della Raggi definendolo su Facebook «il virus che ha infettato il Movimento 5 Stelle».
La Raggi chiese scusa al M5S per gli errori, ma poi è arrivata anche sulla sua testa una tegola giudiziaria: la magistratura ha chiesto il suo rinvio a giudizio per falso. I problemi giudiziari e i disservizi pubblici (in testa autobus e rifiuti) hanno prodotto una miscela esplosiva che ha fatto calare i consensi dei romani verso la sindaca e il M5S. Roberta Lombardi cercherà di “scalare” la presidenza della regione Lazio nonostante la riduzione dei consensi targata Raggi. Le opposizioni in Campidoglio hanno scatenato una guerra contro “l’incapacità” dei cinquestelle di governare.
Grillo l’ha buttata tra il serio e il faceto nella manifestazione a Marino: «Non so dove stiamo andando. C’è una seconda generazione che è un po’ meno entusiasta della prima. Forse non vinceremo, ma so che sta per arrivare un altro mondo. Lo sento nelle mie farneticazioni notturne». Il comico genovese certo non ha svolto un discorso ottimistico e d’attacco.

Leo Sansone
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‘I dilettanti’. Il fallimento della II Repubblica

“I dilettanti. Splendori e miserie della nuova classe politica”Prima l’era degli imprenditori (Silvio Berlusconi), poi quella dei pubblici ministeri (Antonio Di Pietro), degli economisti (Mario Monti), dei comici (Beppe Grillo) e, infine, dei giovani (Matteo Renzi). La Seconda Repubblica leaderistica, maggioritaria, potenzialmente bipolare, ha sperimentato molteplici strade, ma ha tradito tutte le promesse di palingenesi fatte agli italiani: non ha garantito né prosperità economica, né stabilità politica, né moralizzazione della politica.

Anzi. Dalla fine tragica della Prima Repubblica, colpita a morte da Tangentopoli oltre vent’anni fa, il Belpaese ha perso i suoi primati positivi (ad esempio quello di settima potenza economica del mondo) ed ha aggravato tanti suoi problemi (il Mezzogiorno è sprofondato nel degrado, la criminalità organizzata si è estesa dal Sud al Nord imponendo, in qualche caso, i suoi ordini alla politica). “I dilettanti. Splendori e miserie della nuova classe politica”, il nuovo libro di Pino Pisicchio, editore Guerini e associati, racconta chi, come e perché sia fallita l’ambizione redentrice della Seconda Repubblica.

“I dilettanti”, già il titolo del saggio dice tutto. Sotto accusa è l’incapacità della nuova classe dirigente di dare una risposta ai “problemi di sistema” dell’Italia. Ha fallito “la rivoluzione liberale” di Berlusconi inciampata nel conflitto d’interessi del proprietario della Fininvest, è naufragata “la rivoluzione morale” di Di Pietro nelle visure catastali dei beni immobiliari dell’ex pm, si è sgretolata “la rivoluzione tecnica” del professor Monti davanti al disastro sociale della riforma delle pensioni, si è dissolta “la rivoluzione democratica della Rete” di Grillo dietro la valanga di espulsioni dal M5S decise via internet dall’ex comico. Ora anche “la rivoluzione generazionale” del “rottamatore” Renzi, il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica italiana a 39 anni di età, è in affanno.

Sono tanti i fattori che alimentano le proteste populiste, con venature autoritarie, dell’antipolitica: la disoccupazione quasi al 13%, quella giovanile oltre il 40%, la perdita del 10% del reddito nazionale, la cancellazione del 25% della produzione industriale, l’impoverimento del ceto medio, il degrado ambientale, la paura dell’immigrazione clandestina, l’avversione all’euro visto come la causa di tutti i mali. E la sospirata ripresa economica stenta ad arrivare.

Pisicchio scrive: «L’antico sentimento anti-politico degli italiani oggi si colora con un ‘di più’ rappresentato dal giudizio di insufficienza in termini di qualità e di competenza». Fa un raffronto con la Prima Repubblica: nel 1948 il 91% dei parlamentari era composto da laureati mentre «le Camere di oggi vedono precipitare l’indice al 68%». L’autore, ricercatore universitario di diritto costituzionale, ha vissuto sia la Prima che la Seconda Repubblica: è stato deputato Dc, prima discepolo di Aldo Moro e poi di Carlo Donat Cattin, ed ora è presidente del Gruppo Misto della Camera.

I mali della politica di un tempo sono deflagrati in delle epidemie. È il caso delle “transumanze”. Mentre il cambio di “casacca” dei parlamentari nella Prima Repubblica era un dato eccezionale, nelle seconda è divenuto un dato patologico: nel febbraio 2015 ha riguardato ben il 27,61% dei deputati, e siamo ancora ad appena due anni di legislatura su cinque. L’esplosione del partito leaderistico all’americana, in alcuni casi forza personale o padronale, ha fatto crescere contrasti interni, scissioni, espulsioni. Di qui l’aumento abnorme dei componenti del Gruppo Misto della Camera e del Senato.

La mancanza di credibilità del ceto politico e la Grande crisi economica spingono le ondate di protesta contro la “Casta”, come l’ha battezzata il Corriere della Sera.  Più i partiti s’indeboliscono e vengono delegittimati, più l’informazione assume un ruolo centrale: giornali, tv, radio, internet sono decisivi. I media creano consenso e inventano grandi e piccoli personaggi. Pisicchio descrive l’attenzione di una scolaresca di liceali, in visita alla Camera, “calamitata” da Antonio Razzi, un deputato celebrato in televisione per i suoi ripetuti “sfondoni” e proprio per questo divenuto un personaggio mitico.

Berlusconi prima degli altri capì l’importanza delle tv ed utilizzò le sue reti Mediaset come delle ruspe mediatiche nella sua trionfale discesa in politica nel 1994. Commissionava sondaggi per sapere quali fossero i desideri dell’elettorato e poi lanciava messaggi calibrati dalle sue tv. Di Pietro fece un’analoga operazione utilizzando Gianroberto Casaleggio, un ‘mago’ della rete internet, più tardi cofondatore del M5S con Grillo. Pisicchio rivela: fu il  “guru” Casaleggio ad inventare il blog dell’Italia dei valori: costruì «un sorprendente universo mediale puntellato di freschissimi sondaggi attraverso cui venivano dettate le mutevoli ‘iessus’ del dipietrismo, mutevole anch’esso, appunto, come gli umori del popolo». Il salto definitivo era fatto: la “Rete” sostituiva, opportunamente organizzata e orientata, “ciò che era in passato l’assemblea degli iscritti” di un partito.

La Seconda Repubblica fu fondata sul modello americano: leaderismo, sistema di voto  maggioritario, partiti “leggeri” tipo comitati elettorali, elezioni primarie. Ma qualcosa non ha funzionato per due motivi: 1) siamo in Italia e non negli Stati Uniti; 2) è stato adottato un modello americano alla “Kansas City”, parafrasando Alberto Sordi, senza le regole e i contrappesi democratici del sistema presidenziale statunitense. Di qui i danni: tipo quello di dover varare, dopo le elezioni politiche del 2013, un governo di “larghe intese” pur avendo votato con un sistema maggioritario, perché dalle urne non era uscita una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo. Renato Carosone cantava: “Tu vo fa’ l’americano, ‘mericano, ‘mericano. Ma sei nato in Italy. Siente a me nun ce niente da fa’”.

Leo Sansone

I dilettanti. Splendori e miserie della nuova classe politica
Pino Pisicchio 
Prezzo di copertina € 14,50 – brossura
Editore Guerini e Associati 

 

 

 

 

 

 

 

Nebbia fitta sul toto-Quirinale

Quirinale“Il nostro schema è chiaro: aspettiamo una rosa di quattro nomi dal presidente del Consiglio e dal partito di maggioranza”. Così il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, risponde a chi gli domanda cosa ne pensa dell’offerta di Nichi Vendola di fare insieme un nome per il Colle anti-Nazareno. “Certo – aggiunge – se ci fanno il nome di Amato a noi ci viene da ridere. È chiaro che noi vorremmo dei nomi di personalità garanti e superpartes”.

Fico, che evidentemente non sa bene di cosa parla quando si riferisce a Giuliano Amato, tenta di smarcarsi, ma il tourbillon dei ‘papabili’ non finisce così facilmente.

Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, risponde ai giornalisti che gli chiedono di commentare le voci che vedono il suo nome tra i candidati: “Sto bene dove sto, mi piace il mio lavoro”.

Ecco così che “bruciati”, “semibruciati”, “sommersi” o solo “scottati”, i nomi delle candidature illustri, antiche, nuove e semisconosciute si susseguono riempiendo da un mese quotidiani, tv e radio, giornali on line. Una valanga: gli ex presidenti del Consiglio Romano Prodi e il ‘dottor sottile’, Giuliano Amato. Gli ex ministri Antonio Martino, Emma Bonino e Paola Severino. E poi i ministri Roberta Pinotti, Carlo Padoan, Paolo Gentiloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio. I presidenti del Senato Pietro Grasso, ora capo dello Stato supplente, e della Camera, Laura Boldrini. Ma c’è pure l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini e quello del Senato, Franco Marini. Poi c’è la pagina dei ‘tecnici’: il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, appunto, e della Banca centrale europea Mario Draghi. Una spennellata però anche di politici doc con gli ex segretari del Pds-Ds-Pd, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Piero Fassino.

I nomi dei papabili per il Quirinale compaiono e scompaiono vorticosamente, in genere durano poco, meno del pesce fresco, appena 24 ore. L’unica eccezione, per la verità, è Anna Finocchiaro, Pd, presidente della commissione affari costituzionali del Senato, ex magistrato. Da quattro giorni il suo nome è il più gettonato sempre che non finisca nel tritacarne mediatico-giudiziario per i guai del marito. A Montecitorio e a Palazzo Madama, mentre si votano due riforme che piacciono a pochi, quella costituzionale che abolisce il Senato così com’è oggi, e la nuova legge elettorale – per qualcuno forse peggio del Porcellum – l’Italicum, deputati e senatori fanno questo ragionamento: è una donna, è stimata e fuori dai grandi nomi della politica, può ricucire lo “strappo” tra Matteo Renzi e la minoranza di sinistra del Pd, è considerata positivamente da Silvio Berlusconi. Certo, fuori dai nostri confini la conoscono solo a San Marino e in Vaticano, ma che importa? Basta che vada bene a Renzi e a Berlusconi.

Per il Quirinale si cerca un volto per unire mentre la politica si disgrega. Soprattutto si frammentano il Pd e Forza Italia proprio mentre collaborano in Parlamento per votare la cancellazione del bicameralismo perfetto e l’Italicum. Le minoranze dei due partiti, con motivazioni diverse, attaccano il cosiddetto Patto del Nazareno. Lo scontro nel Pd è arrivato ai ‘materassi’. Stefano Fassina ha annunciato: “Una parte del Pd non voterà la legge elettorale”. L’esponente di una delle numerose minoranze ha lanciato accuse roventi al presidente del Consiglio e segretario del suo partito: “Non è un mistero” che Renzi abbia capeggiato nel 2013 i 101 “franchi tiratori” che affondarono la candidatura di Prodi a presidente della Repubblica, aprendo quella crisi di governo che per slittamenti progressivi portò al bis di Napolitano, al governo Letta e poi alla stessa salita di Renzi a Palazzo Chigi.

Fassina, comunque, esclude brutte sorprese da parte della minoranza del Pd: “A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori”. Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd, ha replicato: è “una incredibile sciocchezza” l’accusa a Renzi..

Anche dai dissidenti di Forza Italia partono bordate contro Berlusconi. Raffaele Fitto ha tuonato: sull’Italicum c’è “una resa totale ai diktat di Renzi”. Il leader della minoranza azzurra ha rincarato: “È una capitolazione totale” e “stiamo svendendo la nostra storia sulla strada di un percorso incomprensibile”. È quasi un preludio di rottura con Berlusconi.

In molti nel centrosinistra e nel centrodestra fanno i conti: è cambiata la maggioranza, il Patto del Nazareno si sta trasformando in maggioranza politica da istituzionale. Due emendamenti dei dissidenti democratici contro i “capilista bloccati” l’altro ieri al Senato, votati dalle opposizioni e dalla minoranza di Forza Italia, sono stati bocciati dai senatori renziani, dagli alleati di governo e dagli azzurri. L’emendamento all’Italicum del renziano Stefano Esposito, il cosiddetto “super Canguro” perché ha cancellato ben 35.800 richieste di modifica, è passato. Ma tutte queste sfide sono state vinte dal governo grazie ai voti determinanti di Forza Italia. Una trentina di senatori dissidenti del Pd hanno fatto mancare il loro voto favorevole e l’esecutivo si è salvato grazie ai voti azzurri, anche se una decina di parlamentari di Berlusconi si sono pronunciati contro.

La novità è forte. Per Fassina “dal patto del Nazareno siamo passati al partito del Nazareno”. Nunzia De Girolamo non è rimasta molto sorpresa: “Partito del Nazareno? Sia Berlusconi sia Renzi sono imprevedibili: da entrambi mi aspetto di tutto”. La capogruppo del Ncd alla Camera guarda in prospettiva e vede un asse Renzi-Berlusconi: “Secondo me è nato il Patto della Nazione che porterà un presidente della Nazione”. Insomma, è rinata la DC.

La partita è delicata. Dal 29 gennaio si comincerà a votare per eleggere il successore di Giorgio Napolitano, lo scrutinio è segreto e può succedere di tutto. Bisognerà vedere se il Patto del Nazareno reggerà e se nel segreto dell’urna prevarranno o no i “grandi elettori” dissidenti del Pd e di Forza Italia, sommando i loro voti a quelli delle opposizioni. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd l’altro giorno ha detto basta alla “palude”, ha sollecitato “responsabilità”, evitando un fallimento come due anni fa perché “noi saremmo additati come i colpevoli”. Ha lanciato un monito alle minoranze: “Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito”.

Per ora, dopo l’addio di Sergio Cofferati al Pd, solo Pippo Civati non ha escluso una scissione. Bersani, Fassina e Gianni Cuperlo hanno annunciato battaglia, ma dall’interno della “ditta”. Cuperlo oggi, comunque, ha attaccato “il partito della Nazione visto come una balena centrista” col rischio di “diventare un partito moderato che guarda a destra”.

Tuttavia la sfida del Quirinale e il suo esito potrebbe cambiare tutto. Già adesso i partiti si stanno frammentando e i poli ridisegnando. Pino Pisicchio, decano di Montecitorio di antica scuola Dc, ha notato i sommovimenti: “Questa legislatura segnala fin dal suo inizio la particolarità di una maggioranza che si allarga a parte dell’opposizione”. Il presidente del gruppo Misto della Camera ha avanzato una previsione: “La sensazione è che dopo l’elezione del capo dello Stato le già mutevoli geografie parlamentari siano destinate a cambiare nuovamente”. Per il Quirinale ha scommesso “su Padoan e Visco perché hanno una credibilità internazionale sui delicati temi della crisi economica”.

È possibile un rimpasto di governo o la nascita di un nuovo esecutivo Renzi, sostenuto da una maggioranza di “larghe intese” comprendente l’ex Cavaliere, come avvenne già nel 2013 con la fiducia al ministero guidato da Enrico Letta. Il capogruppo di Forza Italia al Senato oggi, però, ha frenato: è “improbabile” l’appoggio esterno al governo.

Scomporre per ricomporre. Molto dipenderà dalle mosse e dai rapporti di forza che usciranno dalla battaglia per il Quirinale. Robert De Niro, ispettore di polizia nel film La doppia identità, dice: “Molti rispettano il distintivo, tutti la pistola”.

Leo Sansone