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Leonardo Raito

Il calcio è morto, viva il calcio.

I rintocchi delle campane a morto suonano per il movimento calcistico nazionale. Eliminati dalla Svezia, una squadra di armadi che, nella più fortunata delle ipotesi, verrà buttata fuori al primo turno del mondiale, ce ne restiamo a casa dopo oltre mezzo secolo. Il calcio era uno dei grandi prodotti nazionali: quattro mondiali vinti ci hanno affidato, nella storia sportiva, il ruolo di superpotenza nel pianeta del pallone.

Oggi arretriamo, abbiamo perso in malo modo, inaspettato; giocando male, non facendo emergere nessuna delle stelle, sempre ammesso che ce ne siano, prodotte dai nostri vivai. Eppure, così, sulla carta, non avevamo niente da invidiare alle squadre più forti: giocatori nelle squadre migliori d’Europa, il portiere più forte della storia, punte ed esterni che piovevano a fiotti. Ma forte era anche la nostra presunzione: acciuffato per i capelli lo spareggio, dopo un girone in cui la Spagna ci ha cucinati per bene, pensavamo che con i giganti nordici tutto fosse già scritto: loro al mare e noi a giocare il mondiale al fresco della Russia. Invece no. Giocando davvero da cani, senz’anima, con un selezionatore che pensava di fare l’allenatore, senza modulo, senza undici base, siamo scivolati all’inferno. E ora nel calcio sarà un terremoto, un terremoto che speriamo possa avere qualche effetto benefico, e aiutarci a ricostruire dalle macerie, dando più spazio ai nostri giovani, liberando la federazione dal “fenomeno” Tavecchio, portandoci a costruire anche una politica sportiva degna di questo nome, dai centri federali alla formazione degli allenatori, dalla cura del settore giovanile al lavoro nelle scuole. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni, ma l’Italia, forse, non l’ha capito. Tolta la Juventus, che si è dotata di uno stadio, di un management aziendale all’altezza, il resto è zero. In Europa non vinciamo da troppi anni. Nemmeno nei campionati giovanili. E quello che è mancato è intrinseco alla storia del nostro football: le milanesi in crisi indeboliscono tutto il movimento e a poco serve la risalite delle romane, del Napoli. Si, forse renderanno più divertente il nostro campionato, più combattuto, ma non aiutano a far crescere la nazionale. I segnali della crisi non erano mancati, basti pensare alle penose partecipazioni ai due mondiali in Sud Africa e Brasile.

Lo sport nazionale segna una pesante battuta d’arresto. E il paese piomba in una sorta di lutto nazionale. Di amarezza collettiva che non pensavamo di dover vivere. La viviamo, dobbiamo viverla, metabolizzarla. E amando il calcio cercare le strade per rilanciarlo. In fondo, il paese è fatto così. Può essere che ricostruire una speranza riaccenda la forza per una nuova missione nazionale.

Leonardo Raito

Habemus legem: Rosatellum 2.0

Da tempo insistevo, anche dalle colonne del nostro giornale, sulla necessità imprescindibile di approvare una nuova legge elettorale che, dopo il fallimento del referendum costituzionale, diventava necessaria per armonizzare i modelli elettivi delle due camere. Questo parlamento ha prodotto il Rosatellum 2.0, una legge che prevede una quota ridotta di sistema maggioritario e una più ampia di proporzionale e che sarà la legge con cui si voterà nel 2018. Come tutte le leggi, è stata il prodotto della contingenza e del compromesso: andava ricercata una maggioranza parlamentare che, dopo mille mediazioni, è giunta a questo prodotto. Si tratta, senza dubbio, della miglior legge possibile che questo parlamento fosse in grado di approvare. Bello o brutto che sia, perfetto o perfettibile, il Rosatellum 2.0 ce lo dobbiamo tenere, e dobbiamo cominciare a pensare a come affrontarlo. In primis, nei collegi uninominali, i partiti o le coalizioni saranno obbligate a trovare i candidati più forti e più spendibili. Stando ai sondaggi, e respirando un po’ l’aria che tira, i collegi uninominali paiono avvantaggiare le coalizioni al danno del M5S, tanto che i grillini gridano allo scandalo, all’autoritarismo, alla non democraticità del modello elettorale. In realtà, i collegi uninominali un vantaggio ce l’hanno, restituendo il rapporto diretto tra elettori ed eletti, e garantendo, di fatto un maggior collegamento e una maggiore responsabilizzazione dei parlamentari nei confronti del territorio. Semmai, a mio avviso, si poteva aumentare la quota degli eletti negli uninominali, visto che impossibile era la procedura inversa, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari. Personalmente, apprezzo meno la quota proporzionale, eletti che entreranno in un listino bloccato, senza preferenze, restituendo maggiore spazio ai partiti e minore agli elettori, ma capisco che di più non si poteva fare. Ora, appare chiaro, è giunto il momento di definire le coalizioni che si sfideranno e, allo stato attuale dei fatti, vedo avanti un centrodestra che, fiutando il sangue, pare in grado di ricompattarsi, rispetto a un centrosinistra mantecato dalle solite fratture e dai soliti dolori. I cinque stelle, stando ai sondaggi, dovrebbero avere comunque una forte pattuglia parlamentare, ma non sufficiente da garantire un governo grillino al paese. Credo tuttavia che i pentastellati dovrebbero fare tanta autocritica, avendo contribuito a far abortire qualsiasi percorso di legge maggioritaria che, sola, di fronte al desiderio di non allearsi con nessuno, li avrebbe potuti portare alla guida del paese. Ma forse è meglio così.

Leonardo Raito

Coalizione si, ma come?

Ho vissuto “da dentro” tutta la storia della seconda repubblica e ho ancora, davanti agli occhi, le esaltazioni per la costruzione di coalizioni di centrosinistra, che, nella logica bipolare, si apprestavano a sfidare, con qualche prospettiva di vittoria, il cavaliere e i suoi fidi scudieri. Ripensandoci oggi, non so se la nostra fosse più speranza di battere Berlusconi o di governare, se l’aspettativa riguardasse più il fare qualcosa che a noi sembrava di sinistra o precludere il passo dalla destra che consideravamo un male semiassoluto. Il bipolarismo all’italiana ci ha fatto crescere nell’illusione di poter fare una scelta, decidere chi, tra due schieramenti, avrebbe guidato il paese, un’illusione magica, inebriante, ma che poi ci faceva piombare nella disperazione. Ricordo il balletto con Rifondazione nel primo governo Prodi, gli scongiuri per la buona salute dei senatori a vita che tenevano in piedi governi attaccati con lo sputo, i ceri accesi nelle nostre chiese per sperare in un passo indietro di Mastella quando minacciava la caduta del Prodi bis. Con due leggi elettorali diverse (Matterellum prima, Porcellum poi) le coalizioni hanno segnato, da un lato, la definizione di accordi programmatici spesso disattesi, dall’altro la costruzione di ammucchiate talvolta senza senso, fautrici poi di dolorose fratture, sia a sinistra che a destra. Come dimenticare i ministri di centrosinistra che andavano in piazza a protestare contro i provvedimenti appena votati, o il Gianfranco Fini del “che fai, mi cacci?”, o Follini che rischiava di mettere in crisi il governo di Berlusconi, o la Lega di Bossi che ruppe già nel 1994, a pochi mesi dal voto, il patto governante della prima coalizione di centrodestra? Al netto di questo, per determinare una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni, restano alcune variabili. In primis, capire con quale legge elettorale si voterà. Se passerà il Rosatellum, una coalizione verrà costruita solo se si riuscirà a trovare un accordo sulle candidature nei collegi uninominali e nella composizione dei listini. E non sarà facile, dato che le fratture di Mdp, anche sui territori, hanno spesso acuito le tensioni con i dem. C’è poi il non trascurabile problema dei programmi. Se la contesa sarà lo smantellamento delle riforme orgogliosamente sostenute dal Pd, sarà difficilissimo trovare la quadratura del cerchio. Salvo non giungere allo zibaldone stile Unione, un programma elettorale di oltre 200 pagine, com dentro di tutto e di più, e con scarsissime possibilità di essere coerentemente comunicato all’elettorato. In sostanza, per parlare di coalizioni è ancora presto, per l’oggettività delle condizioni attuali, ma pensarci resta un dovere. Il problema resta sempre quello: come garantire un gruppo coeso che, oltre che vincere, possa governare?

Leonardo Raito

Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito

Legge elettorale e opinione pubblica instabile

La questione relativa alla legge elettorale sta denotando, ancora una volta lo stato confusionale dell’opinione pubblica italiana, sempre più incapace di distinguere e capire, e sempre più avvezza a farsi trascinare dai magici pifferai che urlano più forte, trascinando il confronto nello scontro biliare di acida incompetenza. L’oggetto del contendere sembrerebbe, oggi, l’impossibilità di scegliere direttamente, con il voto, il governo. “Un attacco alla democrazia”, urla qualcuno. “Il rischio di deriva totalitaria” paventa qualcun altro. “I governi si decideranno dopo il voto” minaccia qualcun altro ancora. Ma proprio su questo, vorrei incentrare questo mio scritto, perché un’affermazione del genere tradisce un’ignoranza della storia italiana senza precedenti. L’unico sistema in grado di garantire infatti la certezza dell’elezione di una maggioranza in grado di formare un governo, sarebbe un sistema maggioritario che premiasse il primo partito (in subordine il gruppo di liste collegate). Ma si tratta di una proposta che è stata avversata, nel nostro paese, fin dal primo momento in cui è stata avanzata.

Siamo nel 1953 e la Dc avanza l’idea della legge maggioritaria, bollata subito “legge truffa”. La legge 148/53 proponeva di assegnare il 65% dei deputati alla lista, o al gruppo di liste collegate, che avesse superato il 50% dei voti. Già per De Gasperi, insomma, il tema della governabilità era un tema fondamentale. Lo statista trentino aveva capito, con largo anticipo, quanto deleterio sarebbe stato un governo costretto a mediare continuamente a causa di maggioranza instabili, ricattate dal potere di veto di micro partiti interessati a mantenere i propri spazi e le proprie funzioni di gestione.

La prima repubblica, quindi, è stata soggetta alle regole di un proporzionalismo che non consentiva indicazioni sulle maggioranze di governo. Queste, infatti, sarebbero state esclusivamente maggioranze del giorno dopo, frutto di estenuanti trattative a cui, dopo, sarebbero seguite altre trattative per la formazione dei governi, con un presidente del consiglio indicato, come da prerogative costituzionali, da parte del presidente della repubblica. I partiti e gli italiani si sono poi opposti a tutte le proposte di trasformazione in senso migliorativo delle regole del gioco.

Prima hanno votato per abolire le preferenze multiple, per poi aborrire anche la preferenza unica. Si sono innamorati per un po’ dei collegi uninominali, poi hanno assistito inermi all’arrivo sulle scene del “Porcellum” una legge costruita appositamente per bloccare le prospettive del centrosinistra, dato per vincente dai sondaggi, nel 2006; hanno guardato con sospetto alle proposte per una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, poi all’Italicum renziano, infine al “Rosatellum”. Le accuse all’ultima proposta sono quelle di generare ingovernabilità (già sperimentata e digerita), impossibilità di indicare il premier (già visto che, senza modifiche costituzionali, il popolo non lo eleggerà mai direttamente), impossibilità di costruire maggioranze certe prima del voto. In sostanza, di lasciare invariato il quadro, senza speranza. Ma aldilà del giudizio, positivo o meno, sulla legge in discussione, riusciamo almeno ad accordarci sul fatto che armonizzare le leggi per la camera e il senato è fondamentale? Riusiamo a dire che, con l’introduzione dei collegi uninominali, almeno una parte dei parlamentari sarà eletta direttamente? Riusciamo a capire che questa legge resta, comunque, fondamentale? Perché se un’opinione pubblica di una democrazia matura non riesce ad avere nemmeno queste certezze, il rischio di scadere nell’anarchia del pensiero stupido è dietro l’angolo. E per cadere nel baratro basta un passo.

Leonardo Raito

Stop alle polemiche, è ora
di programmare con serietà

Immancabili e certe come la morte, a ogni tragedia seguono polemiche politiche di bassissimo profilo. Lo scaricabarile delle responsabilità, le procure che indagano, i giornalisti che si prodigano alla ricerca di particolari scabrosi in inchieste che, talvolta, possono riportare al cuore del problema. Questo, ormai è lampante, è che il nostro paese è tutto a rischio, sia questo idrogeologico, sismico o di ogni altro genere preventivabile. Questi rischi vengono amplificati da un clima che ormai ha ampi spazi di imprevedibilità; se pensavamo di essere infallibili meteorologi (nonostante questa scienza abbia fatto apprezzabilissimi passi da gigante nella capacità di prevedere) ci siamo accorti che la fregatura è sempre dietro l’angolo, dieci millimetri in più possono far saltare il palco, le raffiche di vento rovesciare alberi, far cadere ponti, provocare stragi. La cosa triste è che siamo spesso a pagare dazio alla tragedia e siamo costretti a piangere morti. La colpa è sempre dell’uomo, l’uomo che non ha saputo prevedere, predisporre, prevenire. La cultura della prevenzione, in questo paese, è stata a lungo trascurata.

Colpa della politica? Non solo, forse anche colpa di un popolo abituato a entusiasmarsi per il grande, per l’opera nuova, e poco attratto per i lavori di manutenzione che oggi paiono più urgenti che mai. Proprio nel settore della prevenzione e delle manutenzioni c’è tantissimo da fare, e forse sarebbe opportuno di varare dei provvedimenti normativi ad hoc che indirizzino le poche risorse in quello che serve. A lungo l’antropizzazione spinta dei territori ha provocato sfaceli: consumi di suolo spropositati che hanno portato a sottovalutare i problemi dei tombinamenti dei fiumi e dei canali, la sistemazione degli edifici vecchi. Venite in Veneto a vedere cosa ha prodotto la caccia al cemento: zone industriali e artigianali disseminate ovunque, ormai semideserte, capannoni vuoti, case e appartamenti chiusi, alvei di fiumi cementati, bacini di espansione ridotti ai minimi termini.

Ma se fino a qualche decennio fa l’interesse per la prevenzione era ridotto, oggi si tratta di una priorità non rinviabile. Occorre censire, verificare, rafforzare i piani, manutenere. Vanno coordinati i vari soggetti preposti alla gestione, per non trasformare ogni problema in un’emergenza da gestire. Il lavoro da fare non è poco, ma bisogna iniziare. Mettendo da parte le polemiche, perché non è scaricando le colpe che si cambia la cultura di un paese forse troppo poco incline alle regole.

Leonardo Raito

Si può ancora avere fiducia
in questa democrazia?

Si può ancora avere fiducia nella nostra democrazia? La domanda, di questi tempi, è tutt’altro che banale o secondaria, se esaminiamo i dati calanti della partecipazione al voto e i sempre maggiori segnali di disaffezione e protesta che si percepiscono nelle piazze fisiche o virtuali. Allora, per cercare di rispondere alla domanda iniziale pare opportuno partire da alcune considerazioni che riguardano sia il concetto di democrazia nel nostro paese che le aspettative del popolo nei confronti del sistema, il tutto tenendo sullo sfondo le evoluzioni storiche che hanno caratterizzato la politica repubblicana.

Intanto siamo o no una democrazia in crisi? Leggendo i dati non si può che dire di si. Siamo di fronte a una democrazia sempre meno partecipata nelle sue forme: sempre meno iscritti ai partiti, sempre meno elettori al voto anche nelle occasioni tradizionalmente più vicine ai cittadini (come le amministrative). In questo pesano sicuramente le difficoltà dei partiti intesi come organismi e comunità. I partiti sono stati i principali organizzatori della democrazia italiana. Hanno attraversato e interpretato la fase di massificazione della politica prodottasi tra le due guerre mondiali e manifestatasi sempre più come un bisogno o una irrinunciabile necessità dopo la liberazione. I partiti hanno incarnato lo spirito pluralista emerso tra le fila della resistenza e sono diventati pieni occupatori di scene e spazi pubblici, organizzatori di cultura quantunque veri e propri strumenti di religioni civili. All’interno dei partiti, nel culto vero e proprio di una militanza fedele, si sono forgiati milioni di donne e uomini educati alla democrazia, alla partecipazione, alla discussione sui temi, sviscerati e approfonditi, anche se poco spazio veniva lasciato al dissenso. Essere iscritti a un partito significava, in primis, credere. Credere in una linea politica, in un gruppo dirigente, in un leader. Stimare i politici come portatori di valori sani, persone che avevano al centro delle proprie azioni il bene pubblico o una prospettiva progressista o migliorista per le classi sociali di riferimento, in un sistema che inizialmente era bloccato da una scarsa mobilità sociale, l’ottenimento della quale lanciò diffusi e pericolosi scricchiolii nel tradizionale sistema partitico.

Oggi, i partiti intesi come i tradizionali organismi di cui sopra, non esistono più. Sono stati cancellati da tangentopoli prima e dall’emergere di un sempre più marcato leaderismo (o di personalismi distruttivi) che ha ridotto processi e spazi decisionali. Tutto qui? Sicuramente ho esemplificato il problema in modo troppo riduttivo. Spesso dimentichiamo lo scossone che più di ogni altro ha stravolto il sistema partitico italiano. La caduta del muro di Berlino ha fatto venir meno la solida base su cui si era retta la nostra repubblica, ovvero il sistema che Giorgio Galli aveva efficacemente ridotto alla formula del “bipartitismo imperfetto”. Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano si fronteggiavano nella reciproca certezza dei ruoli che la storia aveva loro assegnato: i democristiani erano l’argine, per l’occidente tutto, contro l’avanzata del comunismo e dei valori riconducibili a un mondo “altro”. Ma anche questo sistema bloccato non era stato foriero di buone conseguenze per la democrazia italiana. La Dc era involuta in un partito da gestione di potere, spaccato in correnti e correntine con leader e microleader che preservavano spazi attraverso azioni di clientelismo e fidelizzazione costose, da finanziare a spese dello stato. Mentre il Pci non riusciva a modernizzarsi, il Psi cresceva in alternativa ai comunisti, i piccoli partiti laici vivacchiavano legati a non sempre efficaci formule governative (quadripartito, pentapartito) sfamandosi alla tavola imbandita, si sviluppavano movimenti di protesta regionalisti (le Leghe), che dall’iniziale marchio di purificazione cadevano poi nella tentacolare gestione di potere in regioni e nei governi. Questo dimostra con chiarezza che la crisi dei partiti è la prima causa della crisi della nostra democrazia. Ma il ragionamento non può fermarsi qui.

La calda estate ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora più bisogno, quanto flebile sia la speranza nelle alternative prodotte in questi anni da una scena pubblica sempre più mediatizzata o socializzata. Le sparate di alcune parlamentari grilline, tipo il Pil che cresce perché c’è caldo (chissà se il colpo di sole che ha colpito la senatrice Lezzi ha aumentato le entrate della sanità?), la catastrofe di Roma, governata da una sindaca con una grande investitura popolare che pare non averne azzeccata mezza, dimostrano un altro problema enorme: una classe dirigente non si improvvisa, ma va formata, costruita.
Non rivolgendosi a un fantomatico e sbalorditivo ricorso ai tecnici, perché un buon governo è frutto di una buona componente tecnica e di una politica, ma aiutando promettenti dirigenti politici a crescere e professionalizzandoli. Nel primo caso, un ritorno a un onesto e serio cursus honorum, non potrebbe che essere prezioso. Nel secondo, senza cadere nella facile retorica o nelle accuse di delinquentismo, ritengo che sia fondamentale ritornate alla professionalità nella politica. Qui c’è bisogno di gente preparata, competente, che studi e che lavori. Professionisti della politica non significa che devono vivere alle spalle della gente, ma che devono produrre provvedimenti per la gente. Riducendo i privilegi, ma non svilendo la professionalità, ci sarebbe forse modo di rieducare il popolo alla necessità della politica. Pensare che una massaia, perché onesta, possa guidare la complessa macchina di un governo, dello stato, di un’amministrazione, pare follia. Di fronte alle difficili condizioni di questi anni, improvvisare sarebbe scellerato. Meglio riporre la fiducia in chi conosce e sa. Possibile che in tanto pochi se ne siano accorti?

Mi riservo di allargare il ragionamento in altri scritti. Ma la chiave di lettura mi pare chiara: senza partiti che funzionano e senza politici di qualità la nostra democrazia non si risolleverà. Tantomeno con un blog.

Leonardo Raito

Immigrazione. Meno banalità
e più pragmatismo

La fiera delle banalità ha sempre le porte aperte, e pare che molti dei politici odierni paghino il biglietto e facciano la fila per entrare e iscriversi ai club degli urlatori. Tanto più si avvicinano le elezioni (a proposito, è bello ricordare ai vincitori del referendum di dicembre 2016, che siamo già ad agosto 2017…) tanto più si cerca di toccare la corda del populismo.

Sull’immigrazione, la politica ha perso la capacità di analisi e di proposta che dovrebbe caratterizzare il ruolo dei governanti e degli aspiranti tali, invece si assiste a una classica girandola di parole sconclusionate che non consentono di esaminare con il dovuto realismo il fenomeno. Il fatto che non possiamo ospitarli tutti è una tale ovvietà che pare inutile ripeterla. Una ovvietà che comunque anche il papa si è sentito in dovere di ribadire. “Aiutiamoli a casa loro” è diventato lo slogan più abusato dell’estate. Salvini ne ha dato l’imprimatur, poi anche Renzi l’ha seguito. Ma anche qui, si parla di un’ovvietà che tuttavia cozza pesantemente con le condizioni geopolitiche dell’Africa. La domanda vera è: aiutarli dove e come? Sostenere ogni paese da cui si muovono i migranti? Ma ai nostri politici dice qualcosa il tema dei “confini porosi”? Aiutarli in Libia, che è uno dei punti principali di partenza verso l’Europa? Se si, però, rapportandosi con chi? Con quale governo legittimo? Agire militarmente nei paesi africani? Certo se le azioni militari degli ultimi anni sono state eseguite senza alcune valutazione degli equilibri internazionali, stiamo freschi. Soprattutto se crediamo a teorie politologiche come l’esportazione della democrazia, che tanti guasti ha prodotto nel primo decennio del ventunesimo secolo. In Italia però, fortunatamente, è successo quello che non ci aspettavamo.

Negli ultimi mesi, l’azione del ministro Minniti denota quella dose di pragmatismo che era fondamentale. Occorreva identificare le autentiche fonti di fiancheggiamento delle rotte dei migranti, agire con accordi bilaterali per i rimpatri, rendere più responsabilizzata l’Europa di fronte a un fenomeno che, in primis, investe la penisola come prima base di attracco delle rotte. Minniti si è mosso con competenza in settori delicati, anche a costo di creare dissapori in maggioranza. Sta mettendo in riga tutte le ong, rivedendo il ruolo della nostra marina anche in una logica di maggior controllo e di coordinamento tra forze. In sostanza, sta usando l’unica dote che serve di fronte a temi così complessi: un pragmatismo che, fino a questo momento, il governo aveva applicato solo a spizzico e bocconi.

Leonardo Raito

Le armi dei terroristi: la quotidianità e il convenzionale

Negli anni novanta, confrontandomi con un amico che sarebbe poi diventato ingegnere aeronautico, gli dissi che temevo che qualche gruppo terroristico potesse mascherare da aereo civile un cacciabombardiere per sganciare bombe su qualche città americana. L’ipotesi, che sembrava fantascientifica all’epoca, in realtà in parte fu applicata negli attentati tragici dell’11 settembre 2001, solo che i terroristi la fecero molto più facile di quanto pensavo: dirottarono gli aerei e li utilizzarono direttamente come bombe creando distruzione e scompiglio. In sostanza, usarono il quotidiano e il convenzionale per un attacco che aveva tutti i crismi e il potenziale distruttivo di una azione militare. Negli ultimi tempi, pare evidente come il terrorismo attacchi la normalità e la quotidianità con mezzi normali: un camion (ne gireranno milioni ogni giorno per le nostre strade) diventa uno strumento di morte se lanciato in una strada affollata, in una festa, a un mercato; un furgone pieno di esplosivo o carico di terroristi può seminare morte e paura in un centro città. Come prevenire questi assalti? La sfida non è facile, proprio perché inaspettata e difficilmente gestibile. Dopo l’11 settembre la risposta internazionale fu una stretta incredibile negli aeroporti. Uomini armati, metal detector, scanner che verificano valige, scarpe, abbigliamento, biglietti prenotati con carte di identità, lunghe file e controlli al check in. In questo modo si sono difesi gli aerei, e i potenziali obiettivi centrabili con gli stessi, ma non si è prevenuto il rischio di esposizione degli aeroporti, così come delle stazioni e dei luoghi affollati, obiettivi privilegiati in quanto tali, con alta concentrazione di gente, target che rende più facile e comoda la resa di un attentato. Diventa difficile però preservare tutte le città e tutti i luoghi affollati, salvo prevedere una assoluta militarizzazione degli spazi pubblici, con l’esercito nelle strade con licenza di colpire, il coprifuoco, un controllo capillare su chiunque metta piedi in uno spazio. La cosa sempre impossibile e non accettabile per una società che ha fatto della libertà di muoversi, spostarsi, di vivere non rintanati, alcune delle proprie prerogative. Eppure ci sono delle costanti che mi pare di ravvedere in tutti gli attentati degli ultimi anni sul suolo europeo. Quasi tutti gli attentatori sono schedati o attenzionati, spesso hanno passato del tempo nelle carceri, e poi ne sono usciti. A questo punto, la questione da barattare è questa: siamo disposti a rinunciare a una fetta delle nostre libertà per una maggiore sicurezza? Se si, non sarà possibile trascurare la necessità di una legislazione speciale transnazionale, rendere più duro il carcere e più dure le pene per i terroristi o i fiancheggiatori, affrontare con maggiore pragmatismo il tema delle migrazioni, anche interne. Non può che essere questa la logica di difesa in un mondo sempre più globale e interdipendente.

Leonardo Raito

Sinistri a sinistra

L’osservatore distratto o disinformato che prova a capire qualcosa di quanto succede nel variegato mondo della sinistra deve ritenere di essere piovuto dal cielo sul pianeta Marte. Perché più a destra stanno facendo prove di accordi e di ricostruzioni di soggetti e coalizioni, più a sinistra ci si divide. E non è un caso. È un aspetto che fa parte della storia della sinistra stessa, un frazionismo congenito che è capace, da una virgola, di cavarci fuori un partito o un micropartito, che è capace di usare un’antipatia personale per creare una frattura, una spaccatura, una scissione. Qui, pur evocando gli spettri di uno scivolamento del principale soggetto di centrosinistra, il Pd, a destra, pare chiaro che sia l’odio atavico del vecchio gruppo dirigente verso Renzi ad aver contribuito alla distruzione della solidità del Pd prima e del centrosinistra poi. Colpa del leader dem? Potrebbe anche essere, se non fosse che non si vede niente di nuovo sotto il sole.

Come dimenticare l’odio viscerale di larga parte del gruppo dirigente comunista verso il riformismo del leader socialista Bettino Craxi? Come dimenticare che si era giunti persino a mettere all’indice il leader migliorista Napolitano, che aveva proposto un dialogo con i socialisti, salvo poi recuperarne il credito e le competenze per i massimi incarichi istituzionali? Certo, ma con tre lustri di ritardo.

Il vero tema oggi è: si può affrontare una sfida governante rinunciando alle riforme? A sinistra dovrebbero chiederselo non come esercizio filosofico, ma come prima e assoluta chiarezza di programma e di progetto. Ma nei cespugli si parla poco di questo e non si tratta di un problema da sottovalutare. Dopo aver contribuito a far saltare il disegno di riforma costituzionale, è emersa con trasparenza l’assenza di un progetto riformista. Non basta richiamarsi al tema del lavoro, anche se pressante per la drammaticità delle condizioni occupazionali attuali. Non basta richiamarsi al tema dei diritti, di fronte a un governo e a una maggioranza che ha fatto, nelle riforme sui diritti stessi, passi avanti che il paese non era riuscito a fare in oltre settant’anni.

Che cosa potrà tenere assieme Bersani, Pisapia, D’Alema, Vendola, Sinistra Italiana, Marco Rizzo, i verdi e tutta la compagnia ex ulivista/unionista che ha miseramente fallito alle prove di governo? Insomma, pare che l’avventura della sinistra oltre il Pd sia nata tra diversi incidenti di percorso. Ma anche in un tamponamento a catena, alla fine, si contano i danni. E la somma quale potrebbe essere? Riconsegnare il paese alle destre.

Il signore abbia pietà di noi.

Leonardo Raito