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Leonardo Raito

Scrive Leonardo Raito:
Mattarella e l’irrituale gestione della Crisi

Dicevamo qualche settimana fa che non avremmo mai voluto essere nella scomoda posizione del presidente Mattarella, chiamato a sbrogliare una delle più drammatiche crisi politiche del nostro paese. La partita era tutta da inventare e il presidente della repubblica ha cercato, a fronte di maggioranze parlamentari non ben delineabili, di cercare la strada dei mandati esplorativi ai due presidenti delle camere, mandati che non hanno offerto seguiti plausibili. Fin qui nessun problema. Le difficoltà, per il presidente, sono venute dopo, quando ha dato corso a una gestione, quanto meno irrituale e fuori degli schemi, della situazione. In questo contesto, a mio avviso, è mancato un passaggio che poteva garantire un iter quanto meno più lineare, la proposta di incarico a una figura individuata dal centrodestra, la coalizione che, pur con questa legge elettorale proporzionale, aveva avuto il maggior numero di voti. Verificata la sostenibilità della proposta, si poteva passare ad opzioni secondarie. Ma il passaggio non è stato preso in considerazione, e vista la probabile inconciliabilità tra Cinque Stelle (primo partito) e Centrodestra compatto, Mattarella ha puntato sul possibile dialogo tra i grillini e il Pd, stoppato poi dalla famosa intervista tv di Renzi. A questo punto, il presidente ha cercato di favorire un approccio tra Lega e Cinque Stelle, accettando varie condizioni poste, una dilatazione dei tempi, un contratto di governo tra partiti, l’indicazione di una figura terza come premier incaricato, la votazione del contratto da parte dei militanti. Mattarella, in questa fase, è sembrato un paziente tessitore ma non è parso avere un piglio deciso, salvo tirare fuori gli artigli nell’ultimo decisivo momento, quello della valutazione della lista dei ministri, con la ferma opposizione a Savona, indicato dalla Lega per l’economia, che il presidente ha giudicato non accettabile con queste valutazioni: “la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari. Ho chiesto, per quel ministero, l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma. Un esponente che non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”. In rarissimi casi il capo dello Stato aveva bloccato la nomina di un ministro, in questo caso un ministro chiave con il rischio di far saltare tutta l’architettura del nuovo governo, un governo che tra l’altro lui stesso aveva indicato come possibile e per cui aveva portato moltissima pazienza. Mattarella ha giocato con il fuoco? Di certo ha esercitato le prerogative concessegli dalla costituzione. Ma con la sua irritualità, in una partita delicatissima, ha, a mio avviso, creato un solco ancora più grande tra le istituzioni e il popolo italiano che ormai era pronto all’esperienza di un governo giallo-verde. Tralasciando il fatto che secondo me sarebbe stato deleterio, e non avrebbe prodotto grandi risultati, resta vero che, nella democrazia parlamentare, si trattava di un’ipotesi sorretta dai numeri.

Leonardo Raito

I difficili sonni dell’ineccepibile Mattarella

Nel giorno in cui il presidente emerito Giorgio Napolitano viene ricoverato per un malore in ospedale (a proposito, auguri di pronta guarigione), le palesi differenze con l’attuale presidente Mattarella emergono in modo chiaro. Il profilo basso del capo dello stato potrebbe essere una chiave di volta per uscire da una fase di stallo molto complessa, in cui pare che i protagonisti non abbiano ancora capito alcuni punti fermi emersi dalle elezioni ma che il presidente sta cercando di ricordare con sobrietà.

Mattarella ha identificato nel Movimento Cinque Stelle il perno per una qualsiasi maggioranza di governo, e d’altronde come dargli torto. I grillini hanno gruppi parlamentari molto folti, un leader che parla per tutti, e sono risultati il partito più votato. Situazione diversa nel centrodestra, dove la coalizione che ha preso il 37% è divisa in tre pattuglie, con leader che a volte sembrano coesi e a volte no. Il capo dello stato ha affidato un primo mandato esplorativo alla Casellati, con il preciso scopo di testare una disponibilità a un governo tra Cinque Stelle e il Centrodestra e poi abortito. Resto convinto che Salvini, preso dalla smania di comando, avrebbe rotto il fronte con Berlusconi e che anche la Meloni sarebbe stata della partita, ma il problema è Forza Italia. Inutili i richiami di Di Maio alla responsabilità dei forzisti; pare impossibile non abbia capito che Forza Italia è Silvio Berlusconi e non c’è modo di scalzarlo o di metterlo all’angolo dal suo giocattolino. Di fronte all’esplorazione andata male, Mattarella ci riprova con Fico, il presidente della camera, cui propone un tentativo di sondare la possibilità di un accordo tra i Cinque Stelle e un Pd che pare finalmente essere in uscita dal congelatore.

L’involuzione dei democratici, che ormai dal 2016 ne azzeccano poche, li ha portati su una posizione di chiusura totale che vede Renzi pensare a una fase di opposizione. Ma si alzano anche voci dissonanti, e bene ha fatto Martina a convocare una direzione per affrontare questo nodo importante: solo gli organismi dirigenti possono valutare e decidere se fare un passo verso Di Maio o chiudere. Le sensazioni che ho, da dentro, è che anche la base del Pd sia spaccata sulla possibile partecipazione a una maggioranza. In parte potrà dipendere dalla qualità della nostra partecipazione (in chiave programmatica e di spazi di governo). Ma i contrari non hanno ancora digerito i tanti insulti e le tante critiche ricevute e nemmeno il fatto che la lunga azione di governo a trazione democratica sia stata demolita, denigrata, in taluni casi offesa deliberatamente.

Quello che questi militanti pensano è che un accordo con i Cinque Stelle sarebbe un abdicare a una politica di fatto rinunciando al ruolo di un partito. A quel punto ci sarebbe una diaspora verso altri movimenti, o addirittura il rischio di essere inglobati dai grillini, coi loro metodi e i loro capi. In fin dei conti, è anche vero che l’elettorato grillino duro e puro non ama il Pd e che forse le offese e le insolenze riservate a Renzi e ai dirigenti democratici sono stati un collante, un grido di battaglia. Insomma, le strade sono strette e i sonni di Mattarella, sicuramente, molto leggeri. Il presidente si sta muovendo in modo ineccepibile secondo i dettami costituzionali. Ma per non rispedire gli italiani al voto, qualora fallisse la carta che ha messo sul tavolo, non resterebbero molte opzioni. È vero che la politica è l’arte del possibile. Ma forse, per rendere possibile l’impossibile, servirebbe qualche dirigente vero in più e qualche chiacchiera o twitter in meno.

Leonardo Raito

Balletto proporzionale in salsa tripolare

Il post elezioni ci ha consegnato già un mese e mezzo senza capacità di formare un nuovo governo. Con due possibili perni, anziché uno, la situazione sembra molto difficile: Salvini e Di Maio rivendicano il diritto di formare un governo, ma se il secondo lo fa forte del suo 32%, il primo è prigioniero di una coalizione in cui sì, la Lega, ha fatto la parte del leone, ma in cui le componenti forzista e meloniana (più la prima che la seconda) non sono trascurabili.

In mezzo ci sta l’immobilismo (o l’attendismo?) di un Pd uscito distrutto dal voto, massacrato nelle diatribe interne che sembrano non avere fine, con il fantasma del tennista Renzi che aleggia nelle riunioni di corrente o degli organismi dirigenti, legittimati, non si sa più fino a quando, a tirare il carro da una parte e dall’altra, col rischio di perdere le ruote. Ciò che si capisce chiaramente è che non eravamo più abituati ai tiramolla tipici della prima repubblica, tiramolla che, tuttavia, poggiavano su alcune certezze: che la Dc avrebbe nominato il presidente del consiglio; che una maggioranza, nel bene o nel male, si sarebbe trovata; che non si sarebbe spinto sul tema delle riforme dato che, si dava per scontato, l’Italia è un paese irriformabile.

Ma nella salsa tripolare in cui ci stiamo cuocendo, qualcuno dovrà mollare qualcosa. Il metamorfismo dei Cinque Stelle è stato mostruoso, e Di Maio si accredita come un Depretis in salsa moderna: prima spara a zero sul Pd e poi lo corteggia spudoratamente, poi cerca la Lega e i voti del centrodestra ma ripudia Berlusconi rompendo, di fatto, con la coalizione che potrebbe formare con lui una maggioranza. Berlusconi, tra uno scatto d’orgoglio e uno d’ira, continua a insistere con gli attacchi a Di Maio, accusandolo di non avere un lavoro, cosa che agli italiani pare non interessare più di tanto.

Poi i grillini incaricano un professore universitario di confrontare i programmi cercando punti di contatto, abdicando del tutto il ruolo dei politici e sacrificandolo alla tecnica. La confusione è tanta e forse solo l’esperienza di Mattarella riuscirà a dipanare dubbi e incertezze, proprio mentre la situazione internazionale e interna necessiterebbe di un governo stabile e in grado di affrontare con coraggio alcuni temi delicati. Il paese però dovrebbe prendere rapidamente coscienza di alcune questioni: 1) non credo vi siano i presupposti per tornare al voto, almeno fino a che non sarà modificata questa legge elettorale; 2) sarà molto difficile modificare la legge elettorale; 3) la situazione tripolare necessita dell’istituzione di un sistema maggioritario a unico o doppio turno, in grado di garantire una maggioranza che possa governare; 4) qualsiasi governo scaturisca da una possibile maggioranza costruita in parlamento non potrà che essere frutto di una mediazione al ribasso rispetto ai programmi elettorali con cui i partiti e le coalizioni si sono sottoposti al giudizio degli italiani. Possibile che tutto questo non sia sufficiente per capire la necessità di riformare il sistema? Possibile che gli italiani non abbiano ancora capito i guasti deleteri prodotti dal mancato sostegno al referendum costituzionale? Perché i partiti non sconfitti (Cinque stelle e Lega…un vero vincitore non c’è) non ripartono da un progetto di riforme istituzionali da scrivere insieme per avviare una nuova e autentica stagione rigeneratrice?

La strada a ostacoli può essere superata solo con uno slancio di generosità e responsabilità da parte di tutti. Di tempo se n’è perso anche troppo.

Leonardo Raito

Confessioni di un renziano pensante

Nella mia esperienza politica, non ho mai apprezzato troppo le persone che, legandosi a leader o presunti tali, rinunciano a pensare con la propria testa. I partiti sono spesso (non sempre, per fortuna) covi di tattici, pronti a posizionarsi in virtù di presunti e possibili vantaggi personali, e sacrificano a questo ogni logica e ogni proposta. Nel 2012, in Provincia di Rovigo, fui tra i primi a sostenere il tentativo di Matteo Renzi di candidarsi a premier per la coalizione di centrosinistra.

Lo feci nonostante molti mi consigliassero prudenza, con Bersani probabile vincitore un giovane e apprezzato assessore provinciale avrebbe potuto correre per fare il deputato, ma ero straconvinto che quello fosse il momento giusto per una scossa, una scossa di cui il centrosinistra aveva bisogno, per rinnovare una classe dirigente troppo ripiegata su sé stessa, incapace di innovare, per dare risposte ai cittadini che chiedevano facce nuove, una politica più rapida nelle decisioni, il coinvolgimento di chi, come i sindaci, era abituato e bene a governare i territori, dando risposte concrete tutti i giorni. Sappiamo come andò a finire: Bersani vinse al ballottaggio le primarie, il Pd non vinse le elezioni del 2013 anche se tutti ci davano per vincenti, ci fu un lungo stallo sulla definizione del governo, il centrosinistra si spaccò subito e si arrivò a un governo di larghe intese.

Il peccato originario, letto a un lustro di distanza, sta tutto qui. Se il Pd avesse avuto allora il coraggio di innovare, sarebbe arrivato giusto in tempo: credo che con Renzi avremmo vinto largamente quelle elezioni, avremmo espresso un governo di centrosinistra per una legislatura e ci saremmo misurati sul serio con la capacità di portare avanti un programma nostro, non mediato. Ma così non fu. Renzi conquistò il partito di lì a poco. E fu rapido a defenestrare Enrico Letta, che non aveva brillato per concretezza, creando aspettative enormi, che il nuovo premier cercò di ripagare con tante proposte, con la convinzione di un’azione rapida ed efficace per innovare il paese, invertire l’andamento dell’economia, rassicurare l’Europa con riforme di struttura senza tuttavia riservare all’Italia un ruolo passivo. Raccontando il tutto con il filo di una narrazione che sembrava un contatto diretto e costante con il paese. Le elezioni europee del 2014, con quel 40%, si spiegano come l’investimento dell’elettorato in una speranza.

Si, Renzi ha proprio rappresentato una speranza per tanti: la speranza di una rottura con i tradizionali establishment, la speranza di istituzionalizzare una vena antisistema, di mettere in campo un modello che superasse le interminabili elucubrazioni filosofiche per applicare una concretezza che ritenevamo necessaria. All’ombra della leadership il partito e la sua classe dirigente si sono seduti. Hanno rinunciato a fare politica. Almeno fino a quando tutto è andato bene gli effetti distruttivi della non politica fatta in sede di partito, sono stati contenuti. Ma poi sono venuti a mancare dei presupposti. Il governo ha pagato la rinuncia al patto del Nazzareno sulle riforme. L’elezione di Mattarella a presidente della repubblica ha aperto l’ostilità di Berlusconi e di larga parte del centrodestra. Il referendum, eccessivamente personalizzato, ha creato un momento di grave crisi di fiducia e di consensi sia nei confronti di Renzi che del Pd. Le elezioni amministrative hanno fatto scattare altri campanelli d’allarme, così come la rinuncia a una dialettica politica interna che ha provocato le fratture e la perdita di una fetta di compagni di viaggio. Si può dire che c’è stato un nuovo congresso, ma a essere sinceri, che congresso è stato?

Quali proposte politiche sono state presentate? Quale pluralismo, che dallo statuto del partito viene considerato una ricchezza, preservato? Si è arrivati così alle ultime elezioni politiche, con un risultato tragico ma quasi scontato. È inutile, una fase storica si è conclusa. E l’ascesa e successiva discesa di Renzi hanno aperto e chiuso una pagina di storia del Pd e della sinistra italiana. Ora resta una sola, ultima speranza, per rilanciare l’azione del partito: una nuova fase ri-costituente, che rimetta al centro valori, progetti e idee per il paese. Un nuovo sterile dibattito sulle vere o presunte leadership non servirebbe a nulla, anzi si. Solo ad acuire l’insofferenza di un elettorato volatile che potrebbe riappassionarsi alle proposte, ma che sarebbe del tutto insensibile a giochetti di potere o di spartizioni di macerie.

Leonardo Raito    

Scrive Leonardo Raito:
A sinistra del Pd, se Atene piange, Sparta non ride

I disastrosi risultati elettorali della sinistra italiana dovrebbero aprire un serio dibattito sulle prospettive dei partiti tutti che si professano, appunto, di sinistra. Succede invece che si assiste a un penoso balletto sulle responsabilità e le presunte colpe della debacle; in un clima surreale, si vedono esponenti di “Potere al Popolo” attaccare Bersani incolpando “Liberi e Uguali” di aver distrutto le prospettive di una sinistra unita che pareva nascere al Brancaccio, e gioire della mancata elezione di alcuni dei presunti responsabili di quel fallimento. “Liberi e Uguali”, a sua volta, lascia trasparire tutta l’insoddisfazione per un risultato ampiamente sotto le attese. Se un partito che mette insieme tre partiti e una fetta del Pd prende meno della somma di quei tre e della fetta, di certo ci sono poche ragioni per ritenere vincente e giusto il progetto politico impiantato. E anche nel Pd, devastato dal suo minimo storico, si riaprono lotte intestine sul chi sia più colpevole: il Renzi dimissionario, i dirigenti che non tirano, i cerchi magici e così via. Credo che l’esito elettorale, aldilà di aver rovesciato molte delle certezze del recente passato, anche nelle basi di consenso, qualche punto fermo lo abbia regalato. Praradossalmente, il Pd esce con almeno una certezza: è rimasta l’unica formazione di sinistra o “pseudo-sinistra” ad avere un minimo di credito nel paese. Alla sua sinistra c’è il deserto. Se Potere al Popolo prende lo zero virgola, quando Rifondazione, negli anni d’oro, aveva superato l’8 per cento, qualcosa vorrà pur dire. Se Liberi e Uguali, che D’Alema profeticamente ipotizzava in doppia cifra, supera di poco il 3 per cento, probabilmente erodendo qualcosa al Pd, è un altro segnale che le divisioni e le spaccature hanno alienato anche l’ultimo briciolo di fiducia che l’elettorato nutriva in questi partiti. Dove sono finiti quei voti? Una fetta importante nel contenitore Cinque Stelle, che resta sospeso tra destra e sinistra. Un’altra fetta alla Lega, che ha saputo catalizzare temi e problematiche sentiti propri da un elettorato tradizionalmente di sinistra, la cui base ha scelto le urla rasserenanti di Salvini e company. Un controsenso? Sarà anche, ma occorre attrezzarsi. Come? In questa Italia tripolarizzata, la frammentazione non paga e un elettorato così volatile come quello italiano si può spostare di fronte a proposte che sembrano credibili. La sinistra, a mio avviso, va riorganizzata, intorno a un nucleo forte che non può che essere quello del Pd. Occorrono però coraggio, slancio, capacità di ipotizzare scenari e, soprattutto, il superamento di un dirigismo legato a figure o figurine ormai superate, che hanno fatto il loro tempo e che sono le massime responsabili dello sfacelo e delle figuracce dell’ultima tornata. Insomma, a sinistra, se Atene piange, Sparta non ride. Per evitare un crollo come quello della civiltà greca, ci sarà molto da lavorare.

Leonardo Raito

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Macerata, allarme rosso

Quanto avvenuto a Macerata in questa nefasta giornata di febbraio non può che far scattare un allarme rosso. No, non intendo solo un allarme che impone un coprifuoco a cittadini nemmeno più liberi di passeggiare in sicurezza per le vie di una città che, fino a pochi giorni fa, sembrava lontana dalle rotte del pericolo, ma un allarme per lo stato di salute di una democrazia in sofferenza e che rischia di crollare come un castello di carta. No, non voglio fare il profeta dell’Apocalisse, ma ammonire il popolo italiano su alcune questioni fondamentali, sulla necessità di non banalizzare, di non ridurre a una forzata marginalizzazione i segnali del pericolo, di tornare a pensare come esseri umani, non come bestie robotizzate e programmate da urlatori di slogan violenti. Colpe? La ricerca dei colpevoli, nel nostro paese, è sempre una costante dopo una tragedia. Ma qui ci troviamo di fronte a uno spettacolo aberrante, la distrazione perversa dettata dal desiderio di una giustizia fai da te: la giustizia dell’uno che vendica tutti. È una cosa che dovrebbe farci paura. Dov’è lo stato, dove sono le istituzioni preposte alla sicurezza e alla giustizia di questo paese? Perché sono cadute così in basso nella considerazione di cittadini che pensano di armarsi e compiere azioni criminose in nome di una reclamata giustizia? E perché chi dovrebbe cercare di smorzare i toni, con senso di responsabilità, dà invece fuoco alle polveri?
Una giovane ragazza che viveva una situazione di marginalità viene uccisa e fatta a pezzi da un nigeriano (le indagini sono in corso e chiariranno i contorni del bestiale omicidio). Un atto mostruoso, che spinge subito a una reazione di pancia. Il nigeriano è un immigrato e allora a morte tutti gli immigrati: sono tutti delinquenti, assassini, stupratori. Vanno tutti messi al rogo. Ma l’attesa della giustizia divina non soddisfa l’animo della piazza rovente e allora scattano le fughe in avanti. Ecco un ragazzo italiano che decide di passare dal pensiero all’azione. Imbraccia un’arma, e con la sua macchina semina il panico nel centro di Macerata sparando contro tutti gli uomini di colore che incontra. Spara, centra la vetrina di un panificio pieno di gente (quasi tutti maceratesi), spara contro la sede del Pd, reo di aver consentito l’invasione finalizzata alla sostituzione etnica. Insomma, rischia di ammazzare (ed era quello che voleva) decine di persone innocenti: casalinghe che fanno la spesa, pensionati, mamme, bambini, poi prima di farsi catturare dalla polizia si veste di una bandiera italiana e fa il saluto romano. Ora, qualcuno vorrebbe farci credere che tutto questo è normale. Ma normale non è.
Di normale, in tutta questa vicenda, non c’è proprio nulla. Non c’è la cattiva gestione del fenomeno migratorio. Non c’è il fatto che dei pazzi possano girare armati. Non c’è la giustizia fai da te. Non c’è l’idea che in Italia non paga nessuno. No, tutto questo non può essere considerato normale, perché se lo fosse segnerebbe l’inizio della nostra fine. Torno all’allarme rosso. Ci rendiamo conto che la democrazia è in pericolo? Così come nella stagione del terrorismo furono la repressione e l’intelligenza, insieme alla collaborazione della gente per bene a sconfiggere un fenomeno perverso, le stesse soluzioni dovremmo mettere in campo oggi. Certezza e durezza delle pene, una giustizia efficace. Non è momento delle concessioni. Non possiamo più permettercele perché in gioco c’è la sopravvivenza della nostra democrazia.

Leonardo Raito

Risolvere l’affaire “province”

Una delle questioni passate in sordina ma che sarà fondamentale risolvere nel corso della prossima legislatura è quella relativa alla situazione delle province, su cui quasi tutti i partiti stanno glissando ignominiosamente pur conoscendo bene che oggi questi enti, dati per defunti ma quasi resuscitati dagli esiti del referendum costituzionale, gestiscono ancora funzioni fondamentali come scuole (competenza esclusiva su tutta l’istruzione di secondo grado, compresa l’edilizia scolastica) e strade (migliaia di Km di strade provinciali con relativi problemi di sicurezza).

Pensare che tutto possa restare così com’è non è utopia, ma, semplicemente, poco serio. Diversi rapporti pubblicati con cadenza annuale stanno evidenziando l’impoverimento del patrimonio edilizio delle scuole italiane: carenze strutturali, assenza di certificazioni antincendio, presenza di amianto, costruzioni in luoghi a rischio idrogeologico sono solo alcune delle problematiche che affliggono le scuole superiori italiane. Bene, quelle scuole dipendono, ancora oggi, dalle province.

Che non hanno risorse per pianificare le manutenzioni, per costruirne di nuove, per dotarle di laboratori, palestre, accessori all’altezza. Un rimedio va assolutamente trovato. C’è poi il problema della “governance”. Le provincie, così come sono oggi, sono enti di secondo grado gestite, a titolo gratuito, da consessi di amministratori locali, che si accollano oneri e responsabilità di strutture indebolite e, in taluni casi, allo sbando, senza dirigenti, senza funzionari, con personale poco qualificato. Come possiamo pensare che un tale modello funzioni? I futuri parlamento e governo dovranno rapidamente prendere in mano la situazione, ma aspettarsi qualche idea in campagna elettorale sarebbe lecito. Problemi concreti meritano risposte concrete. Sempre che non consideriamo casta qualche milione di studenti e carta straccia i loro sacrosanti diritti.

Leonardo Raito

Condannati all’inesistenza

Pare che la telenovela del possibile accordo per costruire un centrosinistra laico sia sul punto di naufragare, e non è una bella notizia, in virtù di una legge elettorale che pare essere premiante per le coalizioni e poco per i partiti che si presentano soli. Anche se i sondaggi, negli ultimi anni, vanno presi con le pinze e non come oro colato, il sistema tripolare che vedeva in campo Pd e alleati da un lato, Movimento Cinque Stelle dall’altro e Centrodestra pare ormai aver perso una delle tre gambe. Se il Pd correrà senza fare alleanze con i transfughi, sembra difficile che possa insidiare lo scontro diretto tra la coalizione Forza Italia-Fratelli d’Italia-Lega e i grillini. Già si ripetono gli inviti di montanelliana memoria: tra Berlusconi e Di Maio turiamoci il naso e votiamo il meno peggio. Ma non è un’opzione così semplice. Sicuri che dopo le elezioni si produca una maggioranza in grado di governare? O torneremo agli accordi post elettorali tanto cari alla prima repubblica?

Intanto, c’è da capire dove arriverà la “sinistra sinistra”. Bersani e transfughi, rifiutando accordi con il Pd per la riproposizione di un centrosinistra, in primis, rinunciano a qualsiasi prospettiva di governo, portando avanti una nuova sfida di testimonianza. Non essere soggetti di governo condanna al ruolo di soggetti di lotta. Ma lotta contro chi e contro come? Pensare che il ruolo di soggetto di lotta sia monopolizzato dal Movimento Cinque Stelle no?

Ma c’è un caso più caso che divide la “sinistra sinistra”. Non la chiamo sinistra radicale perché forse c’è qualcuno di più radicale dell’assembramento Si-Art.1 Mdp-Possibile. Nei giorni scorsi ho assistito su facebook a un dibattito serrato tra amici di Rifondazione di Mdp. I primi accusavano i secondi di essere al soldo del Pd: una stampella pronta per il dopo voto. I secondi invece, accusavano i primi di lanciare accuse infondate, perché il loro scopo è dare cittadinanza alla gente di sinistra che non si ritrova nelle politiche neo liberiste del Pd che sarebbe un partito di destra. Dal 2017, quasi 2018 pare di tornare agli anni settanta, quando la sinistra, dopo l’ondata critica del 1968, vide il fiorire di una miriade di movimenti e gruppuscoli. C’erano i maoisti, i trozkisti, gli operaisti, i marxisti leninisti: una corsa a chi stava più a sinistra. Il risultato fu una eccessiva frammentazione che creò disorientamento e debolezza, condannando all’inesistenza molte frange e formazioni. La situazione di allora non pare così lontana. L’unico problema è che, a cinquant’anni di distanza, nessuno a sinistra pare aver imparato la lezione.

Leonardo Raito

1917, l’anno della rivoluzione in un libro

Lenin addressing vsevobuch troops on red square in moscow on may 25, 1919.

Le ricorrenze dei centenari di importanti eventi storici si prestano spesso per operazioni editoriali che di culturale hanno poco. Saggi triti e ritriti, libri che non aggiungono niente di nuovo a ricostruzioni correnti e universalmente accettate. Si produce carta, tanta carta, e dispiace che anche editori accreditati prestino il fianco alla “ragion di stato”, a opere che contengono tante parole e poca scienza. Il centenario del 1917 non ha avuto una genesi diversa, salvo, fortunatamente, per alcuni lavori che offrono quadri interpretativi più ampi e accattivanti.

Tra questi registriamo il bel libro di Angelo D’Orsi, 1917 l’anno della rivoluzione, edito da Laterza, un volume che non limita il suo sguardo alla rivoluzione russa, ma che, nell’incedere dei mesi, traccia un profilo dei mille eventi che hanno caratterizzato la guerra mondiale, di certo acceleratrice dei momenti rivoluzionari, spartiacque epocale della storia del novecento. Il 1917, anno della rivoluzione, è anche l’anno della grande stanchezza per le vicende di una guerra che si stava trascinando più a lungo delle previsioni; è l’anno dei cedimenti ma anche degli sforzi che si riteneva risolutivi, nel contesto di una speranza che stava al passo con la stanchezza e che alimentava, come una favella che non intendeva spegnersi, il controverso rapporto tra governi e gerarchie militari.

Si registrano allora il caso del generale francese Nivelle, ammaliatore del governo repubblicano e che prometteva il colpo risolutivo allo Chemin des dames, tradottosi poi in una tragica ecatombe; o la disfatta italiana a Caporetto, culmine di due anni e mezzo di scriteriate offensive che avevano massacrato il morale dei fanti contadini sfracellatisi sulle difese austriache al fronte Isonzo. Ma ancora, vanno registrati, e D’Orsi lo fa molto bene, i tentativi di giungere alla pace, frutto di qualche ardita operazione diplomatica, poi fallita di fronte al desiderio totalizzante di vittorie definitive; le parole del papa, che inascoltato aveva lanciato un appello per interrompere l’inutile strage. Eserciti di massa, sistemi coercitivi, ideologie e propagande: tutto avrebbe fatto da humus per quei fenomeni che avrebbero generato processi come quelli di nazionalizzazione delle masse e di massificazione della politica che parvero con tutta la loro chiarezza nel dopoguerra.

Con questi quadro di fondo, ecco l’evento che, insieme alla discesa in campo degli Stati Uniti, segna l’ascesa verso una dinamica più internazionale della nostra storia: la rivoluzione d’ottobre. La rivoluzione che ha visto grande protagonista il Lenin leader dei bolscevichi. Il Lenin intellettuale, teorico, il Lenin trascinatore, capace di cogliere il momento, di interpretare gli eventi, di guidare i bolscevichi verso il trionfo della lotta come momento di rottura epocale. Donald Fleming ha detto che ogni rivoluzione, per dirsi tale, deve avere tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede. D’Orsi ha aggiunto anche che una rivoluzione avviene per una precisa combinazione di un momento, e della contemporanea presenza di individui che sanno interpretarlo e guidarlo. Lenin è l’uomo che ha saputo farsi interprete dell’impresa, il protagonista autentico dell’azione che ha cambiato la storia, una storia che da allora, così come ci ha raccontato bene un maestro come Hobsbawn, ha aperto i propri orizzonti, la propria strada, ad un approccio più globale e globalizzato alla sua narrazione.

Per concludere, ritengo che il lavoro di D’Orsi sia da consigliare anche per la sua chiarezza e la sua capacità espositiva, merce rara anche nel mondo degli storici, ormai. In un mercato editoriale sempre più contaminato da libretti e marchette, un libro di questo profilo è quasi una mosca bianca.

Leonardo Raito

Il calcio è morto, viva il calcio.

I rintocchi delle campane a morto suonano per il movimento calcistico nazionale. Eliminati dalla Svezia, una squadra di armadi che, nella più fortunata delle ipotesi, verrà buttata fuori al primo turno del mondiale, ce ne restiamo a casa dopo oltre mezzo secolo. Il calcio era uno dei grandi prodotti nazionali: quattro mondiali vinti ci hanno affidato, nella storia sportiva, il ruolo di superpotenza nel pianeta del pallone.

Oggi arretriamo, abbiamo perso in malo modo, inaspettato; giocando male, non facendo emergere nessuna delle stelle, sempre ammesso che ce ne siano, prodotte dai nostri vivai. Eppure, così, sulla carta, non avevamo niente da invidiare alle squadre più forti: giocatori nelle squadre migliori d’Europa, il portiere più forte della storia, punte ed esterni che piovevano a fiotti. Ma forte era anche la nostra presunzione: acciuffato per i capelli lo spareggio, dopo un girone in cui la Spagna ci ha cucinati per bene, pensavamo che con i giganti nordici tutto fosse già scritto: loro al mare e noi a giocare il mondiale al fresco della Russia. Invece no. Giocando davvero da cani, senz’anima, con un selezionatore che pensava di fare l’allenatore, senza modulo, senza undici base, siamo scivolati all’inferno. E ora nel calcio sarà un terremoto, un terremoto che speriamo possa avere qualche effetto benefico, e aiutarci a ricostruire dalle macerie, dando più spazio ai nostri giovani, liberando la federazione dal “fenomeno” Tavecchio, portandoci a costruire anche una politica sportiva degna di questo nome, dai centri federali alla formazione degli allenatori, dalla cura del settore giovanile al lavoro nelle scuole. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni, ma l’Italia, forse, non l’ha capito. Tolta la Juventus, che si è dotata di uno stadio, di un management aziendale all’altezza, il resto è zero. In Europa non vinciamo da troppi anni. Nemmeno nei campionati giovanili. E quello che è mancato è intrinseco alla storia del nostro football: le milanesi in crisi indeboliscono tutto il movimento e a poco serve la risalite delle romane, del Napoli. Si, forse renderanno più divertente il nostro campionato, più combattuto, ma non aiutano a far crescere la nazionale. I segnali della crisi non erano mancati, basti pensare alle penose partecipazioni ai due mondiali in Sud Africa e Brasile.

Lo sport nazionale segna una pesante battuta d’arresto. E il paese piomba in una sorta di lutto nazionale. Di amarezza collettiva che non pensavamo di dover vivere. La viviamo, dobbiamo viverla, metabolizzarla. E amando il calcio cercare le strade per rilanciarlo. In fondo, il paese è fatto così. Può essere che ricostruire una speranza riaccenda la forza per una nuova missione nazionale.

Leonardo Raito