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Leonardo Raito

Quella brama di proporzionale

In Italia c’è un termine che andrebbe levato dal dizionario, perché inutilizzato, desueto; quel termine è rivoluzione. Noi italiani non ne abbiamo mai fatta una: ci fa paura. Troppa paura. In fondo all’animo siamo conservatori, moderati: ci piacciono le tradizioni, il pensiero di essere ancorati alla storia, anche se non la conosciamo bene, ne ignoriamo parti intere, fatti e misfatti. Ma che importa, se riusciamo ad annullare il nostro individualismo in un collettivismo malpancista, dove ognuno di noi può urlare più forte, in piazza, contro l’uomo che invidiamo, contro la politica ladrona, ladra perché piove, e perché da quasi due secoli si una il “piove governo ladro”. E allora tutto quello che ci viene detto, giustamente, su quello che servirebbe alla politica per riqualificarla, lo consideriamo zero, perché si allontana dalla tradizione, dall’abitudine, dal consueto: e tutto quello che può cambiare lo consideriamo uno stravolgimento, una rivoluzione, che non siamo e non saremo mai pronti ad accettare. Ci è bastato un libro, La Casta, per dire che tutto, nella politica italiana, era assurdità e ladrocinio (anche se magari molti grazie a quella politica hanno avuto prebende, posti di lavoro ecc.), ma quando abbiamo avuto la possibilità di cambiarla, ci siamo tirati indietro, abbiamo avuto paura. Tra la coalizione del bene che ci vendeva fumo, e quella del male che ci vendeva concretezza, abbiamo scelto il fumo, ma non un fumo di cannabis che rilassa e fa ridere, un fumo pesante, da vecchia macchina mal carburata, ci siamo riempiti i polmoni e adesso proviamo a buttare fuori un po’ alla volta quel veleno. Evviva. Ieri al Senato c’è stato l’esordio del filo rosso che condurrà la politica nazionale nei prossimi mesi: lo straordinario desiderio di proporzionale alimentato dalle minoranza dallo spirito dittatoriale. Io conto poco, conto niente, ma se c’è il proporzionale conto qualcosa: rappresento. Chi, cosa, come, poco importa. Rappresento e quindi conto, conto perché posso, con il mio poco, ottenere molto. Posso bloccare una nomina, una legge, posso andare in piazza a far vedere che esisto. Posso attuare il mio diritto di veto a quello che dovrebbe essere il più sacrosanto diritto della democrazia: il diritto alla governabilità. Il diritto di scegliere una proposta di governo dalla effettiva realizzabilità. Ma è questo che in tanti non vogliono. In una democrazia “normale” non c’è spazio per la schizofrenia che alimenta gruppi e gruppuscoli. Non c’è spazio per figure inutili che nel nulla riescono a ritagliarsi un ruolo, sia solo quello di anti-qualcosa. E ancora più drammatico è pensare al ritorno al proporzionale se si guarda lo scadimento raggiunto dalla classe dirigente di questo paese e il livello si scontro raggiunto tra partiti sempre meno rappresentativi. O al fatto che prima o poi possiamo trovarci a governare un movimento che sceglie i propri rappresentanti con il voto online di cinque o sei adepti. Ma le grandi manovre sono arrivate. E le convergenze, su progetti pericolosi, spesso si trovano. C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci? Si, e anche molto. Dietro a queste grandi manovre ci sono spesso persone che pensano più a se stesse che al bene del paese. È abbastanza? Chi lo sa. Montanelli una volta invitò gli elettori a turarsi il naso e a votare Dc per porre un freno al declino del sistema. Noi dovremmo sperare che trionfino le forze che si oppongono a questo ritorno al passato. Un nuovo passato che sarebbe tragico. Da game over.

Leonardo Raito

Pd, gli iscritti hanno scelto Renzi. Orlando come Cuperlo

La prima parte del congresso nazionale del Pd è andata come tutti avevano previsto: Matteo Renzi, conquistato il sostegno del 68% dei votanti, è il più apprezzato dagli iscritti del partito, contro il 26% di Orlando e il 6% di Emilano. A essere sinceri, sui temi si è discusso poco: i testi delle tre mozioni non erano poi così diversi e d’altronde, come potevano esserlo in un partito che dovrebbe avere valori comuni? Si è capito con chiarezza che il congresso è tutto giocato sul filo della leadership; questo Renzi lo sa bene e ha sfruttato a proprio vantaggio un apparato che, tra i democratici, è sempre stato molto filo segretario. Orlando credo abbia avuto un risultato molto al di sotto delle attese: ha ricalcato un po’ la storia di Cuperlo, quando tentò di opporsi alla locomotiva fiorentina, confermando una battaglia ideale e di testimonianza che cerca di ricalcare l’organizzazione di una sinistra interna fin qui mai troppo convinta, salvo quando ha trovato, in alcuni ex dirigenti democratici, la forza di rompere e di andarsene. Quella di Emiliano, invece, pare una comparsata destinata a incidere poco, nell’organizzazione del partito, forse qualcosa in più quando si stenderanno le liste elettorali. Ma tatticismi e strategie a parte, di fronte alla prevedibile riconferma di Renzi c’è tanto, forse tutto, da riscrivere: organizzazioni territoriali, il rapporto con il governo Gentiloni, la legge elettorale, una coalizione da strutturare in vista delle prossime politiche (e della legge con cui si voterà), organismi dirigenti e una base ideale e programmatica da edificare con concretezza e pragmatismo. Renzi dovrà essere in grado di costruire anche un nuovo linguaggio, con l’attenzione dovuta al rischio di riproporre azioni e prospettive trite e ritrite e che, già testate, non hanno dato troppa fortuna. Alla sinistra del Pd intanto si muove una galassia che non vuole avere niente da spartire con il riformismo renziano e che forse gioirebbe di una prossima sconfitta elettorale, specie se si riuscirà a ristabilire un proporzionalismo dal profumo di pura rappresentanza. E quindi? Il futuro segretario del Pd dovrà essere bravo a dribblare tutte le insidie e i tranelli che i suoi compagni di viaggio dovessero mettergli davanti. Credo che in ballo ci sia molto di più della carriera di un leader di partito: almeno la speranza di una prospettiva per un centrosinistra credibile di governo.

Leonardo Raito

Morti sul lavoro:
dati da paese incivile

mortibiancheNei giorni scorsi un giovane operaio di 19 anni è morto in un’azienda veneta schiacciato da un macchinario. Il povero Michele, dopo il diploma, aveva deciso di aiutare la famiglia trovando impiego in una fabbrica di laterizi. La straziante e commovente lettera della fidanzatina, dà il conto della tragedia umana e famigliare: una vita spezzata a neppure vent’anni, sogni e speranze che se ne vanno con un lavoro che dovrebbe essere di sostegno a un’esistenza e a una prospettiva di futuro, anziché segnarlo per sempre. Si tratta, purtroppo, di una delle tante vittime del lavoro in Italia, a segnare un dato che, seppur in calo, supera le 1.000 all’anno, una cifra inattesa per un paese civile. La situazione non può che spingere a una profonda riflessione sul tema della sicurezza dei luoghi di lavoro. L’intervento dei segretari provinciali di CGIL, CISL e UIL segna alcuni punti importanti: “il lavoro chiede un tributo di sangue che non può essere né sottovalutato né sottaciuto.

Ci ribelliamo al considerare ineluttabili le morti e gli infortuni sul lavoro e richiamiamo tutti alla massima vigilanza perché questo non continui a succedere applicando le norme e la formazione con rigore e perché si faccia della sicurezza un diritto certo ed esigibile. Ribadiamo ancora una volta l’imprescindibile necessità che la sicurezza nei luoghi di lavoro dev’essere per tutti una priorità e che la prevenzione e la formazione sono indispensabili per un lavoro sicuro e di qualità”. Alcune domande sorgono allora spontanee:  i nostri luoghi di lavoro sono davvero così insicuri? Se si, perché? Le autorità preposte attuano le verifiche indispensabili? La burocrazia e le leggi nazionali sono chiare? I lavoratori sono opportunamente preparati sui temi della sicurezza? C’è un modo per facilitare gli investimenti in sicurezza? La sicurezza viene vista dalle imprese come un costo o come un investimento? Esistono modelli di sicurezza verso cui tendere? Esistono modi di monitorare l’efficacia degli investimenti in sicurezza? Tenuto fermo che la giovane vita di Michele ormai è spezzata, e che non potremo restituirlo alla sua famiglia, così come non potremo restituire le tante, troppe vittime bianche di questa emergenza nazionale, possibile che non si riesca ad aprire una riflessione seria sul perché di queste tragedie? Auspico una dovuto dibattito da parte delle associazioni di categoria e dei lavoratori e la necessaria attenzione da parte del mondo politico. Ormai non si tratta di una questione di statistiche, ma di civiltà.

Leonardo Raito

Il giro di valzer alla Emiliano

Michele Emiliano è stato un buon sindaco di Bari. E ora regge, pare in modo positivo, la Regione Puglia. Nel mondo del calcio è capitato spesso che giocatori talentuosi, tolti dal proprio ambiente naturale, abbiano reso meno delle potenzialità che avevano e questa rischia di essere una metafora che si addice al nostro, che negli ultimi giorni si è lasciato andare in alcuni giri di valzer acrobatico davvero inspiegabili. Solo sabato scorso, al teatro della Vittoria a Roma, che aveva recuperato addirittura un’impolverata “bandiera rossa”, sorta di antico inno per una vecchia-nuova sinistra, Emiliano si era eretto a leader della sinistra scissionista. E giù con gli attacchi al segretario Renzi, reo di non aver cercato il dialogo, di aver voluto la scissione ecc.

Poi domenica, all’assemblea nazionale del partito, il doppio passo alla Cristiano Ronaldo: prima conciliante, con tanto di stretta di mano all’ex premier, con un discorso improntato alla “volemose bene” e al tentativo di ricomporre delle fratture date per assodate, poi, alla fine dell’assemblea, eccolo firmare il documento congiunto con Rossi e Speranza in cui si parla di scissione inevitabile voluta dal segretario dimissionario. Infine, martedì, alla direzione nazionale del partito, l’ennesimo colpo di teatro: non me ne vado, anzi, rilancio e mi candido a segretario del Pd, con Rossi e Speranza che restano fuori (imbottiti di aspirine per il mal di testa) e Bersani che non partecipa, mettendosi, di fatto, fuori con gli spicchi della sinistra interna che non vedono l’ora di uscire. La non chiarezza di fondo del comportamento di un dirigente importante del partito, suona una musica stonata: o Emiliano non sa bene quello che vuole fare, o bleffa. Possibile che abbia lavorato come una quinta colonna renziana dentro il campo della sinistra per sbaragliarlo e romperlo, e si sia poi candidato per garantire una presenza di sinistra in un partito che svolta sempre più al centro? Romanzo da fantascienza o, come insinua qualcuno, piccola verità nascosta? Ai posteri l’ardua sentenza.

Leonardo Raito

Si può essere amici per sempre?

“Si può essere amici per sempre, anche quando le vite ci cambiano, ci separano e ci oppongono”. La strofa della famosa canzone dei Pooh potrebbe essere l’inno o sottofondo ideale della situazione che sta vivendo il Pd, dove ormai si rincorrono le indiscrezioni sulla o sulle possibili Pd-exit, scissioni volute, evocate, pensate, meditate. La situazione, se non fosse tragica, sembrerebbe comica; una rincorsa a chi ha più responsabilità nella possibile spaccatura tra telefonate presunte o mancate, fuori onda, voci di ogni genere. Politologi che si lanciano in difficili previsioni sugli scenari, cercando di analizzare la storia (due lustri ormai) di un partito mai nato o partorito male. Insomma, siamo giunti a un caos generale di cui non si vede fondo, ma su cui è possibile proporre qualche riflessione. In primis, quante colpe ha Renzi? Indubbiamente il segretario ex premier non ha avuto una conduzione perfetta del partito, un partito vissuto più come contenitore all’americana che come struttura tipicamente mediterranea. Renzi viene accusato di personalismo, di aver fatto politiche di destra, di essersi attorniato di fedelissimi “camerieri”. Veri o falsi che siano questi addebiti, va evidenziato che si tratta di rilievi che si potrebbero fare anche a leader (ma ormai questa parola ben poco si addice a molti dirigenti politici contemporanei) che sono venuti prima di Renzi. Ogni figura di vertice punta ad avere collaboratori stretti di fiducia, e a garantire loro spazi e margini di sopravvivenza. Belli o brutti che siano, il leader gli sceglie e se li tiene. È anche una questione di diritto e di responsabilità. L’ex premier però è sempre stato vissuto come corpo estraneo nel giocattolo o nella ditta in mano ai vecchi gruppi dirigenti di Ds e Margherita. Ha lanciato la parola d’ordine della rottamazione per mettere da parte un gruppo che per oltre vent’anni aveva imperversato per tirare fuori una classe dirigente nuova, e questo non è stato perdonato dai D’Alema, dai Bersani, da chi ha visto come indebita ingerenza il tentativo di un giovane di emergere, di sgomitare. Fin qui alcune delle questioni che hanno generato una sorta di “Renzi contro tutti”. Occorre però dare anche a Renzi quel che è di Renzi. Renzi è stato il segretario dello storico 40%, mai toccato prima da un partito dai tempi della Dc. Renzi perse le primarie per il candidato premier nel 2012 ma dopo la sconfitta del 2013 fu il popolo del Pd a eleggerlo segretario. Un segretario eletto con le primarie, a legittimarne le scelte e i passi coraggiosi, e con distanze tali dagli avversari che diventerebbe difficile definirlo un usurpatore. Certo, è stata poi l’azione di governo a contribuire a una sempre più marcata spaccatura con la sinistra interna, ma non va dimenticato che il gruppo parlamentare del Pd è composto da moltissimi bersaniani, persone che oggi rinnegano la legge elettorale che hanno votato, che fanno la guerra alle riforme che sono state approvate, ma che usufruirono allora del ruolo di capolista o nelle posizioni di vertice nei listini bloccati di collegi blindati. Chissà quanti, con il sistema delle preferenze, sarebbero stati eletti. Ma tolto il problema dei personalismi, che emerge in modo marcato oggi, ci sono altri necessari passaggi da analizzare. In primis, la sconfitta dolorosa al referendum costituzionale. Su questo, personalizzato all’eccesso da Renzi, che giustamente si è dimesso dopo il risultato, si parla spesso di spaccatura con il popolo del Pd. Ma parlare di “popolo”, con un partito che riesce a prendere in alcuni passaggi oltre dieci milioni di voti, a fronte di meno di 500.000 iscritti, significa cercare di approfondire la palingenesi di una politica che è profondamente cambiata. Il Pd non è un grande partito di massa di repubblicana memoria che ha un pieno controllo sui propri elettori. Un elettorato liquido e sempre meno fedele sceglie in base ai progetti, alle proposte, alla capacità di governo. E proprio su questo, in verità, una possibile scissione che potrebbe consumarsi troverebbe criteri di legittimità. Un partito che si spacca sulla riforma costituzionale, sulla riforma elettorale, su tutto un percorso di governo con una forza e una virulenza che nemmeno le opposizioni sono riuscite a mettere in campo, è un partito che ha un potenziale divisivo esplosivo. In queste differenze, ci sono sostanziali valutazioni di merito. Sulla forma partito, sui progetti, sugli organismi, sulle stesse regole del gioco della democrazia italiana. Queste spaccature rischiano più di disorientare che di orientare gli elettori: i fedelissimi e i volatili. Dicono che il Pd di Renzi è estraneo alla storia della sinistra italiana. Ma quale sinistra? Quella marginale giunta a risultati risibili nelle ultime tornate elettorali? Quella che perde pezzi che sono passati in pianta stabile alla Lega Nord o a Grillo? Io credo che la spaccatura si consumerà, e avrà anche delle giustificazioni. Sarà una tragedia per una prospettiva di vittoria di un centrosinistra alle prossime elezioni, ma non è detto che lo sia per la nostra democrazia. Forse un bagno di umiltà da parte di tutti, e una rispettosa immersione nei problemi giornalieri degli italiani, riuscirà a costruire una nuova prospettiva, fatta di proposte, di iniziative. Il problema saranno i tempi. Per governare di nuovo, serviranno almeno un paio di lustri.

Leonardo Raito   

Superare il caos: il dovere del Pd nei confronti del Paese

La situazione caotica che c’è nel Pd nazionale può avere poche e tante spiegazioni. C’è un partito che deve ancora capire cosa vuole essere da grande e che ha cambiato troppo spesso idea sulle proprie prospettive. C’è la corsa per collocarsi nelle liste per fare i parlamentari. Ci sono personalismi (tanti, troppi, spesso irresponsabili). Ci sono spazi di potere da confermare o difendere sgomitando. Ci sono progetti politici da definire per una proposta di governo. Ci sono le scorie di quattro anni complessi da metabolizzare o espellere. C’è la sconfitta al referendum. C’è un leader che o lo ami o lo odi. Ci sono eventuali coalizioni da costruire (e molto dipenderà dalla legge elettorale che verrà approvata). Rapporti da rimettere in piedi. E una posizione chiara da tenere nei confronti del governo Gentiloni, anche se pare di capire che l’orizzonte elettorale volga, inevitabilmente, al 2018. Tutti questi interrogativi possono avere risposta solo se ci sarà un congresso serio, dove si confrontino delle posizioni e delle idee e dove si riconosca che un vincitore ha diritto di governare un partito e chi perde il dovere di fare minoranza senza minacciare scissioni o costruire nuovi partiti che durerebbero l’esprit d’un matin. Chi è appassionato di politica, militante o no, chiede al Pd chiarezza, compattezza e proposte. Se penso a quante energie sono state disperse in battaglie interne più che nel proiettare in una dimensione esterna della strategie e delle proposte politiche, mi viene male. Vedo lo spreco di un patrimonio politico costituito da articolazioni territoriali, centinaia di migliaia di militanti disorientati e che si fanno delle domande. Mi aspetto tanta responsabilità dai dirigenti nazionali del principale partito italiano. Spero che, questa volta, sapranno rivelarsi all’altezza delle aspettative di simpatizzanti e avversari politici. Volente o nolente, il Partito Democratico è e continuerà a essere uno dei punti di riferimento della politica italiana. Trascurare questo aspetto, significa non volere bene al paese.

Leonardo Raito

Roma: rischio Vietnam
per il grillismo

Grillo e compagnia si lamentano dell’eccessiva attenzione degli organi di informazione sull’amministrazione Raggi, attaccano una stampa malvagia che svia l’attenzione dai problemi reali e dalle azioni reali per prestarsi ad attacchi personali contro la povera sindaca, accolta come novella messia e trasformatasi, giorno dopo giorno, in un facile bersaglio da parte dell’opinione pubblica. Come i cinque stelle potessero pensare che la Raggi non avrebbe avuto i riflettori puntati addosso, non è dato a sapersi, quello che è certo è che Roma rischia di diventare una via crucis che potrebbe frenare il movimento proprio quando stava per ambire al soglio massimo: il governo del paese.

L’avventura della Raggi, che ha ereditato una Roma comunque distrutta nel fisico e nel morale da amministrazioni avventuriste, è partita subito male: tra assessori nominati e poi revocati, una lunghissima selezione che non ha garantito stabilità, problemi giudiziari di parte della squadra, nomine “strane”, scelte difficili che hanno sollevato problemi i primi mesi del governo pentastellato della capitale sono stati una autentica sofferenza. La questione vera, però, è che questa sofferenza non solo ha incrinato i rapporti tra la sindaca, la sua amministrazione, e la città, ma che ha creato profonde fratture in seno allo stesso movimento, tanto che Grillo, che pare fosse pronto a defenestrarla alla prima gaffe, ha dovuto utilizzare tutto quello che ha di pazienza e capacità di mediare per giungere a una disastrosa exit strategy. Il leader pentastellato, infatti, ha capito chiaramente che con Roma balla tanto tanto di più. Balla la tenuta del movimento, balla la prospettiva di governo del paese, balla la credibilità stessa dei Cinque Stelle, che rischierebbero, con il fallimento di Raggi e company, di mescolarsi alla massa, alla tanto vituperata politica di cui sembrerebbero aver colto subito vizi, pericolose commistioni di potere e deficienze.

A poco valgono le critiche a una stampa asservita ai poteri forti: le azioni della Raggi, spesso fuori luogo, farebbero presa anche se riportare nei bollettini parrocchiali, e anche sui social inizia a montare una protesta che rischia di inquinare l’humus stesso dell’orgoglio grillino. Che Roma rischi davvero di diventare una sorta di Vietnam per i Cinque Stelle?

Leonardo Raito

Scrive Leonardo Raito:
L’immigrazione è il tema del giorno

Spazi pubblici, vuoti da riempire. Il dibattito politico che ogni giorno si fa più nelle televisioni che nelle sedi deputate, sta dimostrando la presa che alcuni argomenti di pancia riesce ad avere sugli italiani. Se certe trasmissioni rappresentano, da un lato, lo specchio dell’insofferenza della gente, e dall’altro lo spazio per le necessarie risposte politiche, occorre dire che il tema dell’immigrazione, oggi, non è uno dei temi su cui riflettere, ma il tema principale cui dare risposte concrete. E non si tratta di populismo, ma dell’applicazione di un necessario pragmatismo nel gestire un fenomeno che pare ormai scappato di mano, divenuto un autentico problema sociale, fonte di insofferenza e di preoccupazione nei cittadini.

Nel mio Veneto c’è un caso sotto i riflettori ormai da qualche tempo, e che ho imparato a conoscere grazie ai racconti dell’esperienza dell’amico sindaco di Agna Gianluca Piva. Il suo comune, poco più di 3.000 abitanti sull’asta dell’Adige, si trova baricentrico rispetto a due ex basi militari (Bagnoli e Conetta) destinate da una provvida politica statale a centri di raccolta richiedenti asilo. Quanti? Quasi 2.500 in una zona popolata da poco meno di 10.000 cittadini, ribattezzata il “distretto del profugo”. Se questa è una gestione, verrebbe da dire parafrasando il mitico libro di Primo Levi! Le istituzioni locali, abbandonate a loro stesse, faticano a promuovere azioni in grado di contenere il malcontento che sta sfociando in aperta ostilità. E chi ha il problema se lo deve tenere, anche perché poco funziona la rete solidale degli altri comuni che ben si guardano dall’offrire disponibilità che non pagano nei rapporti con i propri concittadini elettori.

Questo, a mio avviso, è uno dei nodi fondamentali se si vuole capire perché il sistema di accoglienza, così come approntato ora, non funziona. In un clima poco portato all’approfondimento politico e amministrativo, come spiegare a cittadini arrabbiati per una ridotta qualità dei servizi (spiegabile con i molteplici tagli ai trasferimenti ai comuni varati da diversi governi) che non ci sono soldi per contributi, per borse lavoro, per case popolari, e mostrare che si fa tutto il possibile per garantire accoglienza a richiedenti asilo che in rarissimi casi ottengono lo status di richiedenti asilo? Nemmeno le mancette otterranno il risultato, e una forzatura nel sistema dell’accoglienza diffusa (forse questo modello funzionerebbe, ma andrebbe spiegato e capito) si tradurrebbe in una sempre maggiore insofferenza nei confronti delle istituzioni centrali, producendo proteste, barricate, atti di violenza.

Che fare? Occorre, in primis, uno snellimento delle procedure burocratiche per comprendere se i richiedenti abbiano, o no, il diritto all’accoglienza come rifugiati politici. Occorre incentivare una gestione strutturata dell’accoglienza (attraverso lo Sprar, o altre formule) a discapito di quella emergenziale. Occorre che questi rifugiati siano funzionali a progetti delle comunità che li ospitano (lavori socialmente utili, incontri e confronti culturali) senza dare l’impressione di essere sanguisughe che drenano risorse senza costrutto. Occorre poi il riconoscimento rinnovato del ruolo delle comunità e degli enti locali, incentivato in modo serio. E un sistema di comunicazione consapevole in grado di educare alla gestione dei fenomeni, senza esacerbare il clima sociale evidenziando solo le nefandezze della non gestione.

C’è poi un problema di politica internazionale che non va sottovalutato: se l’Europa non fa dei passi avanti nel sostegno ai paesi che, più di altri, sono costretti a gestire un fenomeno di portata storica, è difficile pensare che il progetto europeo sia ripagato con entusiasmo o nuova coesione. Lo scaricabarile delle responsabilità avrà, come contropartita, solo un maggiore distacco e una maggiore lontananza dagli ambiziosi obiettivi dell’Unione.

La sfida, anche se molto complessa, è aperta.

2017: tutto ruota intorno
alla legge elettorale

Il discorso di fine anno del presidente Mattarella ha offerto alcuni spunti sul modo in cui il capo dello stato intende affrontare il 2017. In primis, è sembrato chiarissimo che il senso di responsabilità del parlamento verrà misurato sulla capacità di riformare la legge elettorale: solo dopo che verrà varata il presidente sarà disponibile a sciogliere le camere e a indire le nuove elezioni, per non far ripiombare il paese nella palude dell’ingovernabilità. E qui cominciano i problemi. La legge elettorale, infatti, rappresenta le regole del gioco della nostra democrazia e sulla base delle scelte fatte si potrebbe dare un’impronta nuova al funzionamento della repubblica. Cosa succederà allora nel 2017? Partendo dalla premessa che una legge elettorale perfetta non esiste, e che per tutte ci sono indicazioni e controindicazioni, credo che, come prima cosa, si punterà al superamento dell’Italicum. Troppo renziana questa legge per pensare a un parlamento poco renziano che la confermi. Forse addirittura troppo pensata per un Pd forte, cosa che, oggi, non è più. Pare improbabile anche adottare lo stesso modello per il Senato salvato in corner dal voto referendario. Eppure, secondo la mia opinione, l’Italicum, con alcuni accorgimenti, potrebbe essere una buona legge. La conferma del doppio turno, che garantisce la certezza del vincitore, magari abbinata all’abolizione dei capilista bloccati o con un meccanismo di collegio uninominale, trasformerebbe la legge in uno strumento chiarissimo e decisivo. Ma questo sembra un sogno da fantapolitica. Il segretario del Partito Democratico ha rilanciato, nel corso dell’ultima direzione nazionale, puntando sul “Mattarellum”, sistema in vigore fino al 2006. Ma il Mattarellum non è mai stato amato da Berlusconi, spesso vittima delle deboli candidature nei collegi uninominali. Il Mattarellum, inoltre, pareva pensato per un classico sistema bipolare, cosa che oggi, a fronte di una tripolarizzazione della politica, pare ipotesi lontana dalla realtà. Non va inoltre dimenticata una controindicazione sperimentata in più frangenti: il potere di ricatto dei piccoli partiti all’interno delle coalizioni. Lo stesso ritorno al proporzionale, che forse rispecchierebbe la grande frantumazione politica oggi esistente, non potrebbe garantire la governabilità, neanche se mitigato da un premio di maggioranza o da altri correttivi. La partita, quindi, pare davvero molto complessa, ma resta decisiva. Sarà senz’altro la sfida più importante che si troveranno di fronte i parlamentari italiani e i partiti. L’ultima, forse, per tentare di riacquistare, in vista del voto, un briciolo di quella credibilità che pare ormai perduta.

Leonardo Raito

Scrive Leonardo Raito:
Sul terrorismo occorre approccio multidisciplinare

Nel 2006, giovanissimo docente di storia contemporanea all’Università di Ferrara, ebbi la fortuna di incontrare sulla mia strada il professor Umberto Gori, dell’Università di Firenze, che, con il suo Centro Studi Strategico Internazionali, accolse la proposta di organizzare un seminario internazionale sul terrorismo, che si tenne in primavera, ottenendo a mio avviso dei risultati sorprendenti per l’epoca. L’appuntamento, intitolato: “terrorismo e criminalità organizzata: convergenze, similarità, divergenze” mise attorno a un tavolo, per un approfondimento di alto livello, storici, giuristi, scienziati della politica, psicologi, sociologi, esperti di finanza internazionale, esperti militari, rappresentanti delle forze dell’ordine, esperti di informatica. Nel corso della giornata conclusiva, alla presenza, tra gli altri, di José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, si stabilì che soltanto un approccio multidisciplinare al fenomeno terroristico avrebbe consentito una piena comprensione dello stesso, favorendo nel contempo lo studio e la proposta di contromisure efficaci.
L’auspicio, purtroppo, restò lettera morta. Immaginavo, nella mia ingenuità, che qualche università italiana avrebbe potuto cogliere l’opportunità di una collaborazione internazionale aperta alle forze armate e di sicurezza per istituire un apposito corso di laurea o master universitario, che si sarebbe potuto costruire un centro studi internazionale per consentire lo scambio di informazioni, di teorie, di studi e interpretazioni, per mettere i paesi europei e occidentali in grado di combattere, anche con lo scambio di buone prassi, un fenomeno che già preoccupava l’Europa, che si intravedeva connesso con le tratte migratorie dall’Africa e dai failed states del continente nero e del medio oriente. Invece niente.
Eppure la storia successiva si è incaricata di fornire la verifica che quello che uscì dalle giornate fiorentine era vero. Il terrorismo come fenomeno interconnesso e sempre più transnazionale rendeva fondamentale quel concorso di discipline in grado di capirlo, di spiegarlo alla luce delle trasformazioni socio economiche dei territori, di connetterlo alla produzione di leggi in grado di contrastarlo e in grado di essere efficacemente applicate. Già allora si era capito che occorreva fornire gli agenti di sicurezza di strumenti adeguati, e creare allo stesso tempo una cultura in grado di combattere l’humus ideologico in cui proliferano gli agenti del terrore e in cui risulta più facile il reclutamento di combattenti. Sono passati ormai più di dieci anni, ma non è mai troppo tardi. Chissà che qualche rettore o ministro illuminato, facendo propria questa proposta, sappia darle gambe traducendola in realtà.

Leonardo Raito