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Leonardo Raito

Pd, dalla vocazione maggioritaria al nulla cosmico

Scrivere costa? Scrivere costa specie se si sviluppano riflessioni critiche nei confronti di un qualcosa in cui si crede. Sono stato uno dei fondatori del Pd. Ci arrivavo dopo l’esperienza nei Ds e dopo che all’ultimo congresso avevo abbracciato la minoritaria mozione “Angius”, che voleva un Pd come partito federato tra i due partiti fondatori e ancorato ai valori del socialismo europeo. Temevamo, allora, che il nuovo soggetto sarebbe stato poco più di una fusione a freddo di classi dirigenti come poi, ahimé, si è rivelato. Eppure abbiamo vissuto la fase costituente con entusiasmo e curiosità: abbiamo incontrato tanta gente, parlato con tante persone, ci siamo appassionati al discorso di Veltroni al Lingotto, quello della vocazione maggioritaria, un’idea che sapeva di semplificazione in un clima ancora fortemente influenzato dal bipolarismo. La gente ci chiedeva unità, perché unità era sinonimo di forza e perché su tanti temi (non su tutti, si badi bene) le forze della sinistra democratica e della sinistra cattolica avevano sempre ragionato all’unisono.

Dove volevamo andare? Pensavamo, senza dubbio, di diventare il punto di riferimento per la gente di sinistra, gente che avrebbe capito, pensavamo, che per governare bisogna avere idee riformiste, perché il riformismo è anche coraggio di cambiare. I risultati a livello nazionale non furono brillanti, quel 33% fu un dato forse al di sotto delle aspettative, ma lo considerammo frutto di una partenza e di una possibilità di migliorare. Meglio poi andarono tante elezioni a livello locale, dove il partito aveva uomini e dirigenti preparati, dove sapeva aggregare, individuare candidati civici all’altezza della situazione. Ma quel 33% costò la messa in stato d’accusa di Veltroni e del suo gruppo dirigente, riemersero le vecchie ruggini, le correnti, ci si rese conto che l’amalgama tra esperienze e idee diverse era tutt’altro che riuscito. Il resto fu tutto un oscillare tra un leader più moderato e uno più di sinistra, fu tutto una rincorsa interna al posizionamento, senza tenere in debito conto la sostanza, la programmazione, i progetti politici. La ventata innovativa, ma anche violenta (internamente, nei toni e nei metodi) di Matteo Renzi, ci era sembrata un qualcosa di doveroso, in grado di innovare finalmente un partito fermo nei metodi e nei rituali. Ma quella fiammata durò poco.

La retorica dell’uomo solo al comando, del leader forte, durò l’esprit di un matin: il referendum costituzionale, che qualcuno pensava potesse consacrarlo leader assoluto, fu la tomba del Renzi di governo. Giustamente Renzi si dimise, ma la sua ombra, ancora lunga, resta lì su un partito che sembra incapace di reagire. Martina, da reggente, sta cercando di barcamenarsi, anche con chiarezza e pacatezza, per portare il partito a un congresso ricostituente. Ma se non si chiariscono linee chiare di proposta, di alleanze, di rinnovata strategia europea, il Pd resterà un contenitore vuoto che i sondaggi accreditano al 17%, metà rispetto all’anno di nascita. È questo l’approdo che si voleva? Non credo. Tanta strada per prendere meno voti di quelli che avevano i Ds non mi pare sia stata una grande volpata. Colpa delle volpi? Forse, anche, magari più di quello che pensiamo. E allora che fare? Ripartire da un progetto, che sono un congresso serio può costruire e ridare voce ai territori, dove tanti amministratori locali che guardano al centrosinistra sanno aggregare, proporre, combattere e costruire forze di governo. Solo qui si possono pescare i dirigenti dell’oggi e dell’immediato domani, per imbarcare definitivamente chi ha fatto male a un partito, a un sogno a una speranza. Si ritirino a vita privata e scrivano libri, ma non pensino più di essere gli indispensabili salvatori della patria.

La rottura sarà naturale e inevitabile. E, almeno a mio parere, altamente salutare.

Leonardo Raito

Le province interessano a qualcuno?

È ancora buio pesto sulla sopravvivenza delle province, gli enti che la riforma costituzionale voleva cancellare ma che, di fatto, sono ancora lì, con alcune funzioni importanti da gestire ma senza risorse per farlo, con del personale da pagare e motivare, comuni da coordinare. Sulle province pare sia calato un buio pesto e non sembra che l’attuale maggioranza parlamentare, tutta presa da una manovra economica da combattimento (ma di una presunta “rottura” tutta da costruire con il bilancino) abbia all’orizzonte un provvedimento atto a restituire un senso a queste istituzioni di secondo grado o, se ne ravvisasse la necessità, superarle definitivamente. Se ai precedenti governi e al precedente parlamento va affibbiata la colpa originale di non aver previsto un piano B rispetto alla cancellazione delle province dalla costituzione, quelli nuovi vanno imputati per una serie di ragioni, non ultima delle quali l’aver previsto, per il 31 ottobre, l’elezione dei nuovi presidenti di provincia riducendo la platea degli eleggibili in modo enorme, dato che a primavera 2019 andranno a rinnovo quasi l’80% delle amministrazioni comunali e i sindaci in scadenza di mandato non possono essere eletti alla guida delle moribonde istituzioni. Ma quello che non si capisce è il disegno politico che dovrebbe sottintendere un’idea di riorganizzazione dello stato, sempre ammesso che ci sia.
Funzioni come edilizia scolastica e manutenzioni stradali, non possono perdersi nei meandri della dimenticanza. Vanno finanziate, da subito, per evitare un’escalation di problemi dettati dagli scarsi investimenti ordinari e straordinari. Sarebbe necessario che il parlamento o il governo (con una legge delega) si impegnassero per verificare gli spazi di manovra. Tenere vivo un morto che cammina, se si sa già che non si vuole rianimarlo, è un assurdo accanimento terapeutico. Senza rispetto di chi, con fatica, cerca di dare ogni giorno un senso a un ente che, a mio avviso, potrebbe avere ancora una funzione strategica.

Leonardo Raito

Disubbidienza civile contro il pregiudizio della ministra no vax

Sono sempre stato affascinato, fin dalle scuole inferiori, dai progressi della scienza. Mi ha impressionato scoprire che anni e secoli di sperimentazioni in campo scientifico e in campo medico hanno consentito enormi passi avanti al genere umano, che malattie che un tempo erano mortali sono state debellate, e che quasi tutti gli esseri umani erano orgogliosi degli enormi successi della ricerca. Se il mondo avesse avuto paura della ricerca e della scienza, saremmo al medioevo, guarderemmo con sospetto ai boschi e ai suoi abitanti, ci chiuderemmo in casa sbarrando le porte al primo canto di una civetta, ritenendolo presagio di funeste sventure.

Pensavo che tutto questo fosse normale, ma non avevo ipotizzato (mea culpa) l’arrivo di una ministra grillina alla Sanità, che abbracciando in pieno le teorie, senza alcun fondamento scientifico, del cosiddetto popolo “no vax”, si sarebbe inventata delle disposizioni, tra l’altro confliggenti con il disposto che prevede per le regioni competenze in materia sanitaria, in base al quale non è più obbligo vaccinare i bambini per l’ingresso nelle scuole. Se la solerte grillina Grillo (guarda caso, si chiama proprio così) abbia valutato l’impatto dei suoi atti, non è dato sapersi. Ma tant’è. Basterà una bella autocertificazione, ergo, un pezzo di carta da formaggio su cui un genitore si prenderà la responsabilità di attestare l’avvenuta vaccinazione e il gioco è fatto. Con buona pace della sicurezza e dei coscienziosi genitori in regola con i progressi della scienza.

Le disposizioni grilliche hanno subito provocato la sollevazione dei presidi che, a ragione, hanno cercato di spiegare problemi e difficoltà nell’applicare il pensiero della ministra. Ma c’è di più. Nessuno, ad esempio, ha pensato al ruolo delle amministrazioni locali nella gestione delle emergenze sanitarie. E allora, gentile ministra Grillo, dato che è diventato ormai di moda prendersela con i sindaci, mi dice che responsabilità avrebbe un primo cittadino, sulla base delle sue scriteriate direttive, se un bambino non vaccinato, entrato in un asilo nido comunale, facesse dilagare un’epidemia? Andrebbe diritto in galera, in quanto autorità sanitaria, o potrebbe appellarsi alla sua intelligenza e lungimiranza?

Sa, siamo stati abituati a pensare che non si scherza con le vite dei bambini, ma non so se lei la pensa uguale, o se forse, in ottemperanza alle sue convinzioni no vax, è pronta a sacrificare generazioni intere di quella che potrebbe essere la nostra meglio gioventù. Io un’idea ce l’ho. Contro la sua incompetenza, potrebbe servire solo la disubbidienza civile. Legge o non legge.

Leonardo Raito

Di Maio in affanno

Il decreto dignità del vicepremier Di Maio, buttato in pasto all’opinione pubblica in fretta e furia e oggi oggetto di varie critiche, sta denotando i grossi limiti dell’azione del ministro del lavoro, evidenziando che il leader grillino è in fortissimo affanno rispetto all’attivismo del suo alter ego Matteo Salvini. Diagnosi dura? Non credo. Le prime settimane del governo giallo-verde presentano dei chiari punti fermi: sostanziale invisibilità del premier Conte, iperattivismo debordante di Salvini, che si occupa di immigrazione, sicurezza, porti, infrastrutture, Europa, economia. Ministri cinquestelle in difficoltà, incapaci di imprimere accelerazione ai punti qualificanti del proprio contratto e più attenti ai no (Ilva, Tav, vaccini ecc.) che alle proposte costruttive. Se sommiamo questa difficoltà alle ultime dichiarazioni del padre putativo Casaleggio (uomo alla testa di una azienda privata che sta teleguidando la politica italiana) che, di fatto, parla di inutilità della democrazia rappresentativa, ci rendiamo conto in che baratro questi uomini-cittadini rischiano di portare il nostro paese. Ma torniamo all’affanno di Di Maio.

Il decreto “dignità” è un decreto da record. Credo che nessun provvedimento, prima di questo, sia riuscito ad attirarsi tante critiche, tutte concordi sugli effetti tragici delle norme che contiene. Confindustria è stata la prima a sottolineare le problematiche per le assunzioni. I sindacati criticano la scarsa efficacia contro il precariato. Le tante critiche dimostrano che, di fatto, concertazione non c’è stata. E se non c’è stata concertazione su un provvedimento tanto importante è da registrare una sottovalutazione dell’importanza del tema, o, nella peggiore delle interpretazioni, un dilettantismo allo sbaraglio che non può far bene. Tutto è stato messo in piedi, presumibilmente, in fretta e furia proprio per rincorrere Salvini e le tante cose che il leader leghista ha proposto. Il problema è che, a oggi, Salvini pare un cavallo da corsa, mentre Di Maio un ronzino dal passo lento e affaticato.

In tutto questo c’è da chiedersi: che cosa sta facendo l’opposizione? Poco, pochissimo. Se ci fosse la capacità di capire quanto, in questo momento, può essere efficace l’azione politica, Pd, Forza Italia e amici non lascerebbero il proprio ruolo alle parti sociali. Ma questa è un’altra storia.

Leonardo Raito

Le vicende poco note
della storia del Pci

botteghe oscureÈ da poche settimane in libreria il nuovo libro di Salvatore Sechi, L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese, edito da Goware, e che porta a compimento delle lunghe ricerche che l’autore, a lungo professore ordinario di storia contemporanea in università italiane e estere, oltre che consulente della Commissione Mitrokhin e della Commissione Antimafia, ha effettuato in archivi nazionali e internazionali. L’importanza del lavoro, che analizza aspetti poco conosciuti della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, è rilevante, e Sechi è stato lieto di rilasciarsi un’intervista sui nodi cruciali del suo volume.

Professore, negli ultimi mesi la pubblicazione del suo volume e di quello di Giuseppe Pardini ha portato a una chiarezza di fondo sull’esistenza di un apparato para-militare del Pci. Chi si occupava di questa struttura?
Direi che gli elementi probatori raccolti da Giuseppe Pardini sono impressionanti e confermano quanto nei miei precedenti lavori (ad esempio Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta amata, Rubbettino 2006, ndr) avevo intuito e in parte documentato. Mi riferisco alla ricchezza di fonti come quella dello Stato maggiore della Difesa e del nostro controspionaggio, di cui Pardini ha potuto fruire e che ha saputo utilizzare con molta maestria. L’apparato paramilitare non era una sezione di lavoro con un responsabile. Il comandante delle formazioni militari comuniste è stato, pare, il generale Alfredo Azzi. Come ricorda Pardini, è lui che il 13 luglio presenta alla sezione Italia del Cominform il documento Piani di difesa e di offesa.

Il 13 luglio vuol dire il giorno prima che Pallante sparasse a Togliatti. E il destinatario fu Gheorgiu Dimitrov, cioè il dirigente bulgaro insediato da Stalin alla testa del Cominform?
Sì, proprio il segretario del Cominfirm che, sulla base di una denuncia presentata dalla famiglia Gramsci, segnò l’uscita di Togliatti dalla segreteria del Comintern e il suo “esilio” nella Repubblica sovietica della Baschiria, a ridosso degli Urali. Dimitrov è un esecutore fedele delle preoccupazioni di Mosca. Ordina “alla Direzione del Pci di evitare azioni di forza, pur lasciando ampia libertà di azione in materia di scioperi”. In altre parole Mosca non vuole che nel Mediterraneo si ripeta una seconda Grecia. Come disse a Secchia nell’incontro del dicembre 1947, punta ad arginare l’area del contenzioso con gli Stati Uniti e i principali paesi europei.

Per il braccio armato del Pci si è sempre fatto il nome di Luigi Longo e soprattutto di Pietro Secchia.
Durante la Resistenza erano stati comandanti partigiani ed ebbero un’attenzione e un interesse per l’organizzazione militare del partito che invece Togliatti non aveva.

Tra gli storici è stato Paolo Spriano a valorizzare l’importanza del bracco armato del Pci.
E’ vero, ma non ha dedicato neanche un articolo all’argomento. Gli altri storici comunisti hanno glissato o sono stati generici (come Silvio Pons). Eppure una delle prerogative richieste fin dal 1917 per essere accolti come membri del Comintern e poi del Cominform fu proprio la struttura dotata di capacità di offesa e di autodifesa.

Può ricordare qualche episodio relativo a Secchia?
Fu proprio lui, che era vicesegretario del partito (nel periodo della degenza in ospedale di Togliatti lo sostituì alla testa del partito) su l’Unità ad esaminare città per città quali erano state le reazioni all’attentato. Si tratta di una vera e propria rassegna sull’efficienza e i limiti dell’esercito rosso.

Qual era la consistenza di questo apparato?
Dipartimento di Stato e Cia parlano di circa 200-300mila uomini, con un armamento non uniforme e non sempre aggiornato. Ma il corpo attivo era di circa 25-30mila unità distribuito soprattutto nel Modenese, in Romagna e nei grandi centri industriali del Nord dove maggiore era la concentrazione del proletariato di fabbrica. La preoccupazione del Dipartimento di Stato e della Cia era grande, come ho segnalato nei miei lavoro precedenti. La struttura militare del Pci era in grado di spaccare l’Italia, tenerla divisa per qualche mese, tenere in scacco il governo. E se jugoslavi e sovietici fossero intervenuti il rischio era di una terza guerra mondiale. Dunque, un’apocalisse.

Quante province furono investite da azioni insurrezionali o para-insurrezionali comuniste nei giorni, se non nelle ore, successivi all’attentato?
Secondo i dati desumibili da fonti militari (alle quali di recente Pardini ha potuto accedere) le reazioni aggressive nei confronti della polizia e delle autorità militare dopo l’attentato del 14 luglio si ebbero in 12 province. Al Nord Genova, Milano, Torino, Piacenza, Varese e Venezia. Al centro Forlì, Rovigo e Siena. Nel Sud Napoli e Taranto.

Quante furono le vittime degli scontri?
Riprendo le cifre dal bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba (ma le versioni furono diverse) al termine dello sciopero generale: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia. L’apparato militare comunista in diverse città non solo fronteggiò le unità di polizia e dell’esercito, ma le disarmò e le tenne in ostaggio. Furono attaccate e devastate molte sedi della Dc e dei partiti di governo. L’elenco è ampio: Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. Si verificarono blocchi del traffico e scioperi diffusi. Nelle manifestazioni avutesi nel Sud siamo sul piano prevalentemente della protesta. Non si ebbero attacchi ai poteri istituzionali. Ma nei grandi centri industriali la musica fu un’altra.

Quale?
Scontri diretti e assalti alle caserme dei carabinieri e della guardia di finanza (come a Busto Arsizio e a Piombino), assalti alle carceri (per liberare i partigiani detenuti), blocchi stradali, interruzione dei binari ferroviari (a Foligno, Fidenza, Massarosa), presidi del territorio e posti di blocco nelle principali vie d’accesso, e altro ancora.

Lei intende dire che quanto accadde a Torino, Milano, Venezia, Genova ecc. rivelò una cura e una programmazione specifiche, di lunga durata? Aveva dunque ragione Pietro Ingrao a intitolare la prima pagina de l’Unità, di cui era direttore, “Via il governo della guerra civile”?
Dissento completamente. Quello di Ingrao, di Secchia e di Longo fu un plateale tentativo di attribuire a De Gasperi e a Scelba una responsabilità nell’attentato a Togliatti. Era semplicemente una forzatura, una invenzione pericolosa. Molto più cauto fu l’atteggiamento di Di Vittorio, Ruggero Grieco e di altri dirigenti di limitarsi allo sciopero generale e porre un argine alla linea di radicalizzazione dello scontro in atto.

Che cosa leggere per capire i termini del dibattito interno al Pci?
Secondo me risultano puntuali le analisi che vengono fatte dagli alti comandi della polizia, dei carabinieri e dell’esercito come del controspionaggio. Da Mitifrisco a funzionari come Vincenzo Ciotola, Giuseppe Massaioli, Arnaldo Valentini, Luigi Efisio Marras ecc. La ricostruzione che si può leggere nel saggio Prove tecniche di rivoluzione è da questo punto di vista minuziosa e fondata su fonti diverse, cioè è un lavoro storiograficamente incontrovertibile.

L’apparato militare sceso in capo nei giorni del 14-16 luglio puntò solo a difendersi da un eventuale “colpo di stato della borghesia”?
Questo fu il pretesto inscenato. In realtà si volle costruire un’alternativa ad essa, cioè dare vita allo schema di un vero e proprio potere operaio. Furono prove di una rivoluzione possibile. Ci fu l’occupazione delle fabbriche. Clamorosa quella della Fiat a Torino dove Vittorio Valletta fu tenuto per diversi giorni ristretto nel suo ufficio. Fu trattato con ogni possibile riguardo anche per il contributo che durante la guerra di liberazione e successivamente aveva dato ai dirigenti comunisti. Ma comunque fu fatto prigioniero dai suoi operai. La testimonianza migliore è quella fornita al Dipartimento di Stato dal console degli Stati Uniti a Torino.

Rispetto alla sconfitta elettorale del 18 aprile che cosa rappresentò l’attentato a Togliatti?
La classe operaia più avanzata, ma anche le masse popolari, fecero valere alcuni principi che elenco. In primo luogo che per sconfiggere il fascismo andavano recise le basi economiche dello sfruttamento e del lavoro salariato. In secondo luogo che i voti si contano, ma anche si pesano. In terzo luogo che l’odio e gli strumenti della violenza non sono rubricabili come nel vecchio Stato di diritto prefascista, cioè come una prerogativa dello Stato. L’esistenza dell'”esercito rosso” poneva, dunque, un’ipoteca sul monopolio statale della violenza legittima.

Come fece il Pci a superare queste ambasce e contraddizioni?
Nei decenni successivi, si lasciò trascinare in una politica di parlamentarizzazione infinita. Sia del partito, sia della lotta di classe sia dei conflitti sociali. Di comunista non sarebbe sopravvissuto molto, se non una retorica e una leggenda che stendeva elegia e poesia su una prosa che incorporava una vera e propria débacle.

Ma la Dc e i partiti suoi alleati disponevano anch’essi di strutture para-militari?
In una certa misura. Lo ha documentato il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma di fronte alle manifestazioni violente inscenate dai comunisti, i corpi militari dei partiti di governo finirono per rivolgersi alla polizia e all’esercito. Di qui la valutazione negativa che essi trassero di questi organi. Capirono che non potevano fare alcun affidamento. D’Altro canto non si poteva cavalcare l’alternativa di mettere fuori legge il Pci. In un regime di democrazia liberale l’opposizione è un valore, non si può farne strame con misure legislative di contenimento forzoso.

sechiSi può dire che il Pci sia stato l’iniziatore della spartizione delle risorse pubbliche?Sì. Basta pensare al grande affaire dell’Ingic (l’Istituto nazionale per la gestione delle imposte comunali) nel 1954. Fu un grande scandalo di peculato e corruzione che coinvolse amministratori di tutti partiti, parlamentari, funzionari ecc. per un reato che anticipava quello del finanziamento pubblico ai partiti. Un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio approfitta della propria posizione per un fine o una utilità propria (come la “sovvenzione” ai partiti che, mettendosi preventivamente d’accordo, dovevano decidere a quale società affidare la riscossione delle imposte locali). Ebbe 1183 imputati, ma alla fine si risolse in un nulla di fatto, una sorta di amnistia generalizzata. Il Pci fu in prima linea nel difendere l’amnistia e la non colpevolezza di chi attraverso pressioni e scambi aveva introdotto la corruzione nella scelta delle imprese abilitate alla riscossione dei proventi fiscali nelle amministrazioni comunali. La partitocrazia è nata con la guerra di liberazione, quando Pci, Dc, Psi ecc. si assegnavano, in base a calcoli di proporzionalità politiche e successivamente elettorali, le presidenze degli enti comunali (per l’energia elettrica, per l’acqua, le centrali del latte, i mattatoi, le fiere, il controllo dei consumi). Dall’emergenza si è passati a farne una regola, un principio politico. Tutto questo in nome della retorica dell’antifascismo non lo si dice. Sull’Ingic ad alzare la voce fu l’ex comandante delle prime formazioni partigiane in Piemonte e inviato speciale de l’Unità, Luigi Cavallo, un diventato un irriducibile anti-comunista.

Sono valutazioni le sue, professore, alle quali la storiografia comunista e in generale di sinistra non mi pare si sia spinta.
Guardi, non creda a chi dice che nel paese esistono zone non infettate. Anche nell’università, nella nomina dei docenti, ha prevalso un dovere di solidarietà politica, e non di ricerca della competenza, del merito o verità storica.

Leonardo Raito

Scrive Leonardo Raito:
Mattarella e l’irrituale gestione della Crisi

Dicevamo qualche settimana fa che non avremmo mai voluto essere nella scomoda posizione del presidente Mattarella, chiamato a sbrogliare una delle più drammatiche crisi politiche del nostro paese. La partita era tutta da inventare e il presidente della repubblica ha cercato, a fronte di maggioranze parlamentari non ben delineabili, di cercare la strada dei mandati esplorativi ai due presidenti delle camere, mandati che non hanno offerto seguiti plausibili. Fin qui nessun problema. Le difficoltà, per il presidente, sono venute dopo, quando ha dato corso a una gestione, quanto meno irrituale e fuori degli schemi, della situazione. In questo contesto, a mio avviso, è mancato un passaggio che poteva garantire un iter quanto meno più lineare, la proposta di incarico a una figura individuata dal centrodestra, la coalizione che, pur con questa legge elettorale proporzionale, aveva avuto il maggior numero di voti. Verificata la sostenibilità della proposta, si poteva passare ad opzioni secondarie. Ma il passaggio non è stato preso in considerazione, e vista la probabile inconciliabilità tra Cinque Stelle (primo partito) e Centrodestra compatto, Mattarella ha puntato sul possibile dialogo tra i grillini e il Pd, stoppato poi dalla famosa intervista tv di Renzi. A questo punto, il presidente ha cercato di favorire un approccio tra Lega e Cinque Stelle, accettando varie condizioni poste, una dilatazione dei tempi, un contratto di governo tra partiti, l’indicazione di una figura terza come premier incaricato, la votazione del contratto da parte dei militanti. Mattarella, in questa fase, è sembrato un paziente tessitore ma non è parso avere un piglio deciso, salvo tirare fuori gli artigli nell’ultimo decisivo momento, quello della valutazione della lista dei ministri, con la ferma opposizione a Savona, indicato dalla Lega per l’economia, che il presidente ha giudicato non accettabile con queste valutazioni: “la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari. Ho chiesto, per quel ministero, l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma. Un esponente che non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”. In rarissimi casi il capo dello Stato aveva bloccato la nomina di un ministro, in questo caso un ministro chiave con il rischio di far saltare tutta l’architettura del nuovo governo, un governo che tra l’altro lui stesso aveva indicato come possibile e per cui aveva portato moltissima pazienza. Mattarella ha giocato con il fuoco? Di certo ha esercitato le prerogative concessegli dalla costituzione. Ma con la sua irritualità, in una partita delicatissima, ha, a mio avviso, creato un solco ancora più grande tra le istituzioni e il popolo italiano che ormai era pronto all’esperienza di un governo giallo-verde. Tralasciando il fatto che secondo me sarebbe stato deleterio, e non avrebbe prodotto grandi risultati, resta vero che, nella democrazia parlamentare, si trattava di un’ipotesi sorretta dai numeri.

Leonardo Raito

I difficili sonni dell’ineccepibile Mattarella

Nel giorno in cui il presidente emerito Giorgio Napolitano viene ricoverato per un malore in ospedale (a proposito, auguri di pronta guarigione), le palesi differenze con l’attuale presidente Mattarella emergono in modo chiaro. Il profilo basso del capo dello stato potrebbe essere una chiave di volta per uscire da una fase di stallo molto complessa, in cui pare che i protagonisti non abbiano ancora capito alcuni punti fermi emersi dalle elezioni ma che il presidente sta cercando di ricordare con sobrietà.

Mattarella ha identificato nel Movimento Cinque Stelle il perno per una qualsiasi maggioranza di governo, e d’altronde come dargli torto. I grillini hanno gruppi parlamentari molto folti, un leader che parla per tutti, e sono risultati il partito più votato. Situazione diversa nel centrodestra, dove la coalizione che ha preso il 37% è divisa in tre pattuglie, con leader che a volte sembrano coesi e a volte no. Il capo dello stato ha affidato un primo mandato esplorativo alla Casellati, con il preciso scopo di testare una disponibilità a un governo tra Cinque Stelle e il Centrodestra e poi abortito. Resto convinto che Salvini, preso dalla smania di comando, avrebbe rotto il fronte con Berlusconi e che anche la Meloni sarebbe stata della partita, ma il problema è Forza Italia. Inutili i richiami di Di Maio alla responsabilità dei forzisti; pare impossibile non abbia capito che Forza Italia è Silvio Berlusconi e non c’è modo di scalzarlo o di metterlo all’angolo dal suo giocattolino. Di fronte all’esplorazione andata male, Mattarella ci riprova con Fico, il presidente della camera, cui propone un tentativo di sondare la possibilità di un accordo tra i Cinque Stelle e un Pd che pare finalmente essere in uscita dal congelatore.

L’involuzione dei democratici, che ormai dal 2016 ne azzeccano poche, li ha portati su una posizione di chiusura totale che vede Renzi pensare a una fase di opposizione. Ma si alzano anche voci dissonanti, e bene ha fatto Martina a convocare una direzione per affrontare questo nodo importante: solo gli organismi dirigenti possono valutare e decidere se fare un passo verso Di Maio o chiudere. Le sensazioni che ho, da dentro, è che anche la base del Pd sia spaccata sulla possibile partecipazione a una maggioranza. In parte potrà dipendere dalla qualità della nostra partecipazione (in chiave programmatica e di spazi di governo). Ma i contrari non hanno ancora digerito i tanti insulti e le tante critiche ricevute e nemmeno il fatto che la lunga azione di governo a trazione democratica sia stata demolita, denigrata, in taluni casi offesa deliberatamente.

Quello che questi militanti pensano è che un accordo con i Cinque Stelle sarebbe un abdicare a una politica di fatto rinunciando al ruolo di un partito. A quel punto ci sarebbe una diaspora verso altri movimenti, o addirittura il rischio di essere inglobati dai grillini, coi loro metodi e i loro capi. In fin dei conti, è anche vero che l’elettorato grillino duro e puro non ama il Pd e che forse le offese e le insolenze riservate a Renzi e ai dirigenti democratici sono stati un collante, un grido di battaglia. Insomma, le strade sono strette e i sonni di Mattarella, sicuramente, molto leggeri. Il presidente si sta muovendo in modo ineccepibile secondo i dettami costituzionali. Ma per non rispedire gli italiani al voto, qualora fallisse la carta che ha messo sul tavolo, non resterebbero molte opzioni. È vero che la politica è l’arte del possibile. Ma forse, per rendere possibile l’impossibile, servirebbe qualche dirigente vero in più e qualche chiacchiera o twitter in meno.

Leonardo Raito

Balletto proporzionale in salsa tripolare

Il post elezioni ci ha consegnato già un mese e mezzo senza capacità di formare un nuovo governo. Con due possibili perni, anziché uno, la situazione sembra molto difficile: Salvini e Di Maio rivendicano il diritto di formare un governo, ma se il secondo lo fa forte del suo 32%, il primo è prigioniero di una coalizione in cui sì, la Lega, ha fatto la parte del leone, ma in cui le componenti forzista e meloniana (più la prima che la seconda) non sono trascurabili.

In mezzo ci sta l’immobilismo (o l’attendismo?) di un Pd uscito distrutto dal voto, massacrato nelle diatribe interne che sembrano non avere fine, con il fantasma del tennista Renzi che aleggia nelle riunioni di corrente o degli organismi dirigenti, legittimati, non si sa più fino a quando, a tirare il carro da una parte e dall’altra, col rischio di perdere le ruote. Ciò che si capisce chiaramente è che non eravamo più abituati ai tiramolla tipici della prima repubblica, tiramolla che, tuttavia, poggiavano su alcune certezze: che la Dc avrebbe nominato il presidente del consiglio; che una maggioranza, nel bene o nel male, si sarebbe trovata; che non si sarebbe spinto sul tema delle riforme dato che, si dava per scontato, l’Italia è un paese irriformabile.

Ma nella salsa tripolare in cui ci stiamo cuocendo, qualcuno dovrà mollare qualcosa. Il metamorfismo dei Cinque Stelle è stato mostruoso, e Di Maio si accredita come un Depretis in salsa moderna: prima spara a zero sul Pd e poi lo corteggia spudoratamente, poi cerca la Lega e i voti del centrodestra ma ripudia Berlusconi rompendo, di fatto, con la coalizione che potrebbe formare con lui una maggioranza. Berlusconi, tra uno scatto d’orgoglio e uno d’ira, continua a insistere con gli attacchi a Di Maio, accusandolo di non avere un lavoro, cosa che agli italiani pare non interessare più di tanto.

Poi i grillini incaricano un professore universitario di confrontare i programmi cercando punti di contatto, abdicando del tutto il ruolo dei politici e sacrificandolo alla tecnica. La confusione è tanta e forse solo l’esperienza di Mattarella riuscirà a dipanare dubbi e incertezze, proprio mentre la situazione internazionale e interna necessiterebbe di un governo stabile e in grado di affrontare con coraggio alcuni temi delicati. Il paese però dovrebbe prendere rapidamente coscienza di alcune questioni: 1) non credo vi siano i presupposti per tornare al voto, almeno fino a che non sarà modificata questa legge elettorale; 2) sarà molto difficile modificare la legge elettorale; 3) la situazione tripolare necessita dell’istituzione di un sistema maggioritario a unico o doppio turno, in grado di garantire una maggioranza che possa governare; 4) qualsiasi governo scaturisca da una possibile maggioranza costruita in parlamento non potrà che essere frutto di una mediazione al ribasso rispetto ai programmi elettorali con cui i partiti e le coalizioni si sono sottoposti al giudizio degli italiani. Possibile che tutto questo non sia sufficiente per capire la necessità di riformare il sistema? Possibile che gli italiani non abbiano ancora capito i guasti deleteri prodotti dal mancato sostegno al referendum costituzionale? Perché i partiti non sconfitti (Cinque stelle e Lega…un vero vincitore non c’è) non ripartono da un progetto di riforme istituzionali da scrivere insieme per avviare una nuova e autentica stagione rigeneratrice?

La strada a ostacoli può essere superata solo con uno slancio di generosità e responsabilità da parte di tutti. Di tempo se n’è perso anche troppo.

Leonardo Raito

Confessioni di un renziano pensante

Nella mia esperienza politica, non ho mai apprezzato troppo le persone che, legandosi a leader o presunti tali, rinunciano a pensare con la propria testa. I partiti sono spesso (non sempre, per fortuna) covi di tattici, pronti a posizionarsi in virtù di presunti e possibili vantaggi personali, e sacrificano a questo ogni logica e ogni proposta. Nel 2012, in Provincia di Rovigo, fui tra i primi a sostenere il tentativo di Matteo Renzi di candidarsi a premier per la coalizione di centrosinistra.

Lo feci nonostante molti mi consigliassero prudenza, con Bersani probabile vincitore un giovane e apprezzato assessore provinciale avrebbe potuto correre per fare il deputato, ma ero straconvinto che quello fosse il momento giusto per una scossa, una scossa di cui il centrosinistra aveva bisogno, per rinnovare una classe dirigente troppo ripiegata su sé stessa, incapace di innovare, per dare risposte ai cittadini che chiedevano facce nuove, una politica più rapida nelle decisioni, il coinvolgimento di chi, come i sindaci, era abituato e bene a governare i territori, dando risposte concrete tutti i giorni. Sappiamo come andò a finire: Bersani vinse al ballottaggio le primarie, il Pd non vinse le elezioni del 2013 anche se tutti ci davano per vincenti, ci fu un lungo stallo sulla definizione del governo, il centrosinistra si spaccò subito e si arrivò a un governo di larghe intese.

Il peccato originario, letto a un lustro di distanza, sta tutto qui. Se il Pd avesse avuto allora il coraggio di innovare, sarebbe arrivato giusto in tempo: credo che con Renzi avremmo vinto largamente quelle elezioni, avremmo espresso un governo di centrosinistra per una legislatura e ci saremmo misurati sul serio con la capacità di portare avanti un programma nostro, non mediato. Ma così non fu. Renzi conquistò il partito di lì a poco. E fu rapido a defenestrare Enrico Letta, che non aveva brillato per concretezza, creando aspettative enormi, che il nuovo premier cercò di ripagare con tante proposte, con la convinzione di un’azione rapida ed efficace per innovare il paese, invertire l’andamento dell’economia, rassicurare l’Europa con riforme di struttura senza tuttavia riservare all’Italia un ruolo passivo. Raccontando il tutto con il filo di una narrazione che sembrava un contatto diretto e costante con il paese. Le elezioni europee del 2014, con quel 40%, si spiegano come l’investimento dell’elettorato in una speranza.

Si, Renzi ha proprio rappresentato una speranza per tanti: la speranza di una rottura con i tradizionali establishment, la speranza di istituzionalizzare una vena antisistema, di mettere in campo un modello che superasse le interminabili elucubrazioni filosofiche per applicare una concretezza che ritenevamo necessaria. All’ombra della leadership il partito e la sua classe dirigente si sono seduti. Hanno rinunciato a fare politica. Almeno fino a quando tutto è andato bene gli effetti distruttivi della non politica fatta in sede di partito, sono stati contenuti. Ma poi sono venuti a mancare dei presupposti. Il governo ha pagato la rinuncia al patto del Nazzareno sulle riforme. L’elezione di Mattarella a presidente della repubblica ha aperto l’ostilità di Berlusconi e di larga parte del centrodestra. Il referendum, eccessivamente personalizzato, ha creato un momento di grave crisi di fiducia e di consensi sia nei confronti di Renzi che del Pd. Le elezioni amministrative hanno fatto scattare altri campanelli d’allarme, così come la rinuncia a una dialettica politica interna che ha provocato le fratture e la perdita di una fetta di compagni di viaggio. Si può dire che c’è stato un nuovo congresso, ma a essere sinceri, che congresso è stato?

Quali proposte politiche sono state presentate? Quale pluralismo, che dallo statuto del partito viene considerato una ricchezza, preservato? Si è arrivati così alle ultime elezioni politiche, con un risultato tragico ma quasi scontato. È inutile, una fase storica si è conclusa. E l’ascesa e successiva discesa di Renzi hanno aperto e chiuso una pagina di storia del Pd e della sinistra italiana. Ora resta una sola, ultima speranza, per rilanciare l’azione del partito: una nuova fase ri-costituente, che rimetta al centro valori, progetti e idee per il paese. Un nuovo sterile dibattito sulle vere o presunte leadership non servirebbe a nulla, anzi si. Solo ad acuire l’insofferenza di un elettorato volatile che potrebbe riappassionarsi alle proposte, ma che sarebbe del tutto insensibile a giochetti di potere o di spartizioni di macerie.

Leonardo Raito    

Scrive Leonardo Raito:
A sinistra del Pd, se Atene piange, Sparta non ride

I disastrosi risultati elettorali della sinistra italiana dovrebbero aprire un serio dibattito sulle prospettive dei partiti tutti che si professano, appunto, di sinistra. Succede invece che si assiste a un penoso balletto sulle responsabilità e le presunte colpe della debacle; in un clima surreale, si vedono esponenti di “Potere al Popolo” attaccare Bersani incolpando “Liberi e Uguali” di aver distrutto le prospettive di una sinistra unita che pareva nascere al Brancaccio, e gioire della mancata elezione di alcuni dei presunti responsabili di quel fallimento. “Liberi e Uguali”, a sua volta, lascia trasparire tutta l’insoddisfazione per un risultato ampiamente sotto le attese. Se un partito che mette insieme tre partiti e una fetta del Pd prende meno della somma di quei tre e della fetta, di certo ci sono poche ragioni per ritenere vincente e giusto il progetto politico impiantato. E anche nel Pd, devastato dal suo minimo storico, si riaprono lotte intestine sul chi sia più colpevole: il Renzi dimissionario, i dirigenti che non tirano, i cerchi magici e così via. Credo che l’esito elettorale, aldilà di aver rovesciato molte delle certezze del recente passato, anche nelle basi di consenso, qualche punto fermo lo abbia regalato. Praradossalmente, il Pd esce con almeno una certezza: è rimasta l’unica formazione di sinistra o “pseudo-sinistra” ad avere un minimo di credito nel paese. Alla sua sinistra c’è il deserto. Se Potere al Popolo prende lo zero virgola, quando Rifondazione, negli anni d’oro, aveva superato l’8 per cento, qualcosa vorrà pur dire. Se Liberi e Uguali, che D’Alema profeticamente ipotizzava in doppia cifra, supera di poco il 3 per cento, probabilmente erodendo qualcosa al Pd, è un altro segnale che le divisioni e le spaccature hanno alienato anche l’ultimo briciolo di fiducia che l’elettorato nutriva in questi partiti. Dove sono finiti quei voti? Una fetta importante nel contenitore Cinque Stelle, che resta sospeso tra destra e sinistra. Un’altra fetta alla Lega, che ha saputo catalizzare temi e problematiche sentiti propri da un elettorato tradizionalmente di sinistra, la cui base ha scelto le urla rasserenanti di Salvini e company. Un controsenso? Sarà anche, ma occorre attrezzarsi. Come? In questa Italia tripolarizzata, la frammentazione non paga e un elettorato così volatile come quello italiano si può spostare di fronte a proposte che sembrano credibili. La sinistra, a mio avviso, va riorganizzata, intorno a un nucleo forte che non può che essere quello del Pd. Occorrono però coraggio, slancio, capacità di ipotizzare scenari e, soprattutto, il superamento di un dirigismo legato a figure o figurine ormai superate, che hanno fatto il loro tempo e che sono le massime responsabili dello sfacelo e delle figuracce dell’ultima tornata. Insomma, a sinistra, se Atene piange, Sparta non ride. Per evitare un crollo come quello della civiltà greca, ci sarà molto da lavorare.

Leonardo Raito