BLOG
Leonardo Raito

Stop alle polemiche, è ora
di programmare con serietà

Immancabili e certe come la morte, a ogni tragedia seguono polemiche politiche di bassissimo profilo. Lo scaricabarile delle responsabilità, le procure che indagano, i giornalisti che si prodigano alla ricerca di particolari scabrosi in inchieste che, talvolta, possono riportare al cuore del problema. Questo, ormai è lampante, è che il nostro paese è tutto a rischio, sia questo idrogeologico, sismico o di ogni altro genere preventivabile. Questi rischi vengono amplificati da un clima che ormai ha ampi spazi di imprevedibilità; se pensavamo di essere infallibili meteorologi (nonostante questa scienza abbia fatto apprezzabilissimi passi da gigante nella capacità di prevedere) ci siamo accorti che la fregatura è sempre dietro l’angolo, dieci millimetri in più possono far saltare il palco, le raffiche di vento rovesciare alberi, far cadere ponti, provocare stragi. La cosa triste è che siamo spesso a pagare dazio alla tragedia e siamo costretti a piangere morti. La colpa è sempre dell’uomo, l’uomo che non ha saputo prevedere, predisporre, prevenire. La cultura della prevenzione, in questo paese, è stata a lungo trascurata.

Colpa della politica? Non solo, forse anche colpa di un popolo abituato a entusiasmarsi per il grande, per l’opera nuova, e poco attratto per i lavori di manutenzione che oggi paiono più urgenti che mai. Proprio nel settore della prevenzione e delle manutenzioni c’è tantissimo da fare, e forse sarebbe opportuno di varare dei provvedimenti normativi ad hoc che indirizzino le poche risorse in quello che serve. A lungo l’antropizzazione spinta dei territori ha provocato sfaceli: consumi di suolo spropositati che hanno portato a sottovalutare i problemi dei tombinamenti dei fiumi e dei canali, la sistemazione degli edifici vecchi. Venite in Veneto a vedere cosa ha prodotto la caccia al cemento: zone industriali e artigianali disseminate ovunque, ormai semideserte, capannoni vuoti, case e appartamenti chiusi, alvei di fiumi cementati, bacini di espansione ridotti ai minimi termini.

Ma se fino a qualche decennio fa l’interesse per la prevenzione era ridotto, oggi si tratta di una priorità non rinviabile. Occorre censire, verificare, rafforzare i piani, manutenere. Vanno coordinati i vari soggetti preposti alla gestione, per non trasformare ogni problema in un’emergenza da gestire. Il lavoro da fare non è poco, ma bisogna iniziare. Mettendo da parte le polemiche, perché non è scaricando le colpe che si cambia la cultura di un paese forse troppo poco incline alle regole.

Leonardo Raito

Si può ancora avere fiducia
in questa democrazia?

Si può ancora avere fiducia nella nostra democrazia? La domanda, di questi tempi, è tutt’altro che banale o secondaria, se esaminiamo i dati calanti della partecipazione al voto e i sempre maggiori segnali di disaffezione e protesta che si percepiscono nelle piazze fisiche o virtuali. Allora, per cercare di rispondere alla domanda iniziale pare opportuno partire da alcune considerazioni che riguardano sia il concetto di democrazia nel nostro paese che le aspettative del popolo nei confronti del sistema, il tutto tenendo sullo sfondo le evoluzioni storiche che hanno caratterizzato la politica repubblicana.

Intanto siamo o no una democrazia in crisi? Leggendo i dati non si può che dire di si. Siamo di fronte a una democrazia sempre meno partecipata nelle sue forme: sempre meno iscritti ai partiti, sempre meno elettori al voto anche nelle occasioni tradizionalmente più vicine ai cittadini (come le amministrative). In questo pesano sicuramente le difficoltà dei partiti intesi come organismi e comunità. I partiti sono stati i principali organizzatori della democrazia italiana. Hanno attraversato e interpretato la fase di massificazione della politica prodottasi tra le due guerre mondiali e manifestatasi sempre più come un bisogno o una irrinunciabile necessità dopo la liberazione. I partiti hanno incarnato lo spirito pluralista emerso tra le fila della resistenza e sono diventati pieni occupatori di scene e spazi pubblici, organizzatori di cultura quantunque veri e propri strumenti di religioni civili. All’interno dei partiti, nel culto vero e proprio di una militanza fedele, si sono forgiati milioni di donne e uomini educati alla democrazia, alla partecipazione, alla discussione sui temi, sviscerati e approfonditi, anche se poco spazio veniva lasciato al dissenso. Essere iscritti a un partito significava, in primis, credere. Credere in una linea politica, in un gruppo dirigente, in un leader. Stimare i politici come portatori di valori sani, persone che avevano al centro delle proprie azioni il bene pubblico o una prospettiva progressista o migliorista per le classi sociali di riferimento, in un sistema che inizialmente era bloccato da una scarsa mobilità sociale, l’ottenimento della quale lanciò diffusi e pericolosi scricchiolii nel tradizionale sistema partitico.

Oggi, i partiti intesi come i tradizionali organismi di cui sopra, non esistono più. Sono stati cancellati da tangentopoli prima e dall’emergere di un sempre più marcato leaderismo (o di personalismi distruttivi) che ha ridotto processi e spazi decisionali. Tutto qui? Sicuramente ho esemplificato il problema in modo troppo riduttivo. Spesso dimentichiamo lo scossone che più di ogni altro ha stravolto il sistema partitico italiano. La caduta del muro di Berlino ha fatto venir meno la solida base su cui si era retta la nostra repubblica, ovvero il sistema che Giorgio Galli aveva efficacemente ridotto alla formula del “bipartitismo imperfetto”. Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano si fronteggiavano nella reciproca certezza dei ruoli che la storia aveva loro assegnato: i democristiani erano l’argine, per l’occidente tutto, contro l’avanzata del comunismo e dei valori riconducibili a un mondo “altro”. Ma anche questo sistema bloccato non era stato foriero di buone conseguenze per la democrazia italiana. La Dc era involuta in un partito da gestione di potere, spaccato in correnti e correntine con leader e microleader che preservavano spazi attraverso azioni di clientelismo e fidelizzazione costose, da finanziare a spese dello stato. Mentre il Pci non riusciva a modernizzarsi, il Psi cresceva in alternativa ai comunisti, i piccoli partiti laici vivacchiavano legati a non sempre efficaci formule governative (quadripartito, pentapartito) sfamandosi alla tavola imbandita, si sviluppavano movimenti di protesta regionalisti (le Leghe), che dall’iniziale marchio di purificazione cadevano poi nella tentacolare gestione di potere in regioni e nei governi. Questo dimostra con chiarezza che la crisi dei partiti è la prima causa della crisi della nostra democrazia. Ma il ragionamento non può fermarsi qui.

La calda estate ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora più bisogno, quanto flebile sia la speranza nelle alternative prodotte in questi anni da una scena pubblica sempre più mediatizzata o socializzata. Le sparate di alcune parlamentari grilline, tipo il Pil che cresce perché c’è caldo (chissà se il colpo di sole che ha colpito la senatrice Lezzi ha aumentato le entrate della sanità?), la catastrofe di Roma, governata da una sindaca con una grande investitura popolare che pare non averne azzeccata mezza, dimostrano un altro problema enorme: una classe dirigente non si improvvisa, ma va formata, costruita.
Non rivolgendosi a un fantomatico e sbalorditivo ricorso ai tecnici, perché un buon governo è frutto di una buona componente tecnica e di una politica, ma aiutando promettenti dirigenti politici a crescere e professionalizzandoli. Nel primo caso, un ritorno a un onesto e serio cursus honorum, non potrebbe che essere prezioso. Nel secondo, senza cadere nella facile retorica o nelle accuse di delinquentismo, ritengo che sia fondamentale ritornate alla professionalità nella politica. Qui c’è bisogno di gente preparata, competente, che studi e che lavori. Professionisti della politica non significa che devono vivere alle spalle della gente, ma che devono produrre provvedimenti per la gente. Riducendo i privilegi, ma non svilendo la professionalità, ci sarebbe forse modo di rieducare il popolo alla necessità della politica. Pensare che una massaia, perché onesta, possa guidare la complessa macchina di un governo, dello stato, di un’amministrazione, pare follia. Di fronte alle difficili condizioni di questi anni, improvvisare sarebbe scellerato. Meglio riporre la fiducia in chi conosce e sa. Possibile che in tanto pochi se ne siano accorti?

Mi riservo di allargare il ragionamento in altri scritti. Ma la chiave di lettura mi pare chiara: senza partiti che funzionano e senza politici di qualità la nostra democrazia non si risolleverà. Tantomeno con un blog.

Leonardo Raito

Immigrazione. Meno banalità
e più pragmatismo

La fiera delle banalità ha sempre le porte aperte, e pare che molti dei politici odierni paghino il biglietto e facciano la fila per entrare e iscriversi ai club degli urlatori. Tanto più si avvicinano le elezioni (a proposito, è bello ricordare ai vincitori del referendum di dicembre 2016, che siamo già ad agosto 2017…) tanto più si cerca di toccare la corda del populismo.

Sull’immigrazione, la politica ha perso la capacità di analisi e di proposta che dovrebbe caratterizzare il ruolo dei governanti e degli aspiranti tali, invece si assiste a una classica girandola di parole sconclusionate che non consentono di esaminare con il dovuto realismo il fenomeno. Il fatto che non possiamo ospitarli tutti è una tale ovvietà che pare inutile ripeterla. Una ovvietà che comunque anche il papa si è sentito in dovere di ribadire. “Aiutiamoli a casa loro” è diventato lo slogan più abusato dell’estate. Salvini ne ha dato l’imprimatur, poi anche Renzi l’ha seguito. Ma anche qui, si parla di un’ovvietà che tuttavia cozza pesantemente con le condizioni geopolitiche dell’Africa. La domanda vera è: aiutarli dove e come? Sostenere ogni paese da cui si muovono i migranti? Ma ai nostri politici dice qualcosa il tema dei “confini porosi”? Aiutarli in Libia, che è uno dei punti principali di partenza verso l’Europa? Se si, però, rapportandosi con chi? Con quale governo legittimo? Agire militarmente nei paesi africani? Certo se le azioni militari degli ultimi anni sono state eseguite senza alcune valutazione degli equilibri internazionali, stiamo freschi. Soprattutto se crediamo a teorie politologiche come l’esportazione della democrazia, che tanti guasti ha prodotto nel primo decennio del ventunesimo secolo. In Italia però, fortunatamente, è successo quello che non ci aspettavamo.

Negli ultimi mesi, l’azione del ministro Minniti denota quella dose di pragmatismo che era fondamentale. Occorreva identificare le autentiche fonti di fiancheggiamento delle rotte dei migranti, agire con accordi bilaterali per i rimpatri, rendere più responsabilizzata l’Europa di fronte a un fenomeno che, in primis, investe la penisola come prima base di attracco delle rotte. Minniti si è mosso con competenza in settori delicati, anche a costo di creare dissapori in maggioranza. Sta mettendo in riga tutte le ong, rivedendo il ruolo della nostra marina anche in una logica di maggior controllo e di coordinamento tra forze. In sostanza, sta usando l’unica dote che serve di fronte a temi così complessi: un pragmatismo che, fino a questo momento, il governo aveva applicato solo a spizzico e bocconi.

Leonardo Raito

Le armi dei terroristi: la quotidianità e il convenzionale

Negli anni novanta, confrontandomi con un amico che sarebbe poi diventato ingegnere aeronautico, gli dissi che temevo che qualche gruppo terroristico potesse mascherare da aereo civile un cacciabombardiere per sganciare bombe su qualche città americana. L’ipotesi, che sembrava fantascientifica all’epoca, in realtà in parte fu applicata negli attentati tragici dell’11 settembre 2001, solo che i terroristi la fecero molto più facile di quanto pensavo: dirottarono gli aerei e li utilizzarono direttamente come bombe creando distruzione e scompiglio. In sostanza, usarono il quotidiano e il convenzionale per un attacco che aveva tutti i crismi e il potenziale distruttivo di una azione militare. Negli ultimi tempi, pare evidente come il terrorismo attacchi la normalità e la quotidianità con mezzi normali: un camion (ne gireranno milioni ogni giorno per le nostre strade) diventa uno strumento di morte se lanciato in una strada affollata, in una festa, a un mercato; un furgone pieno di esplosivo o carico di terroristi può seminare morte e paura in un centro città. Come prevenire questi assalti? La sfida non è facile, proprio perché inaspettata e difficilmente gestibile. Dopo l’11 settembre la risposta internazionale fu una stretta incredibile negli aeroporti. Uomini armati, metal detector, scanner che verificano valige, scarpe, abbigliamento, biglietti prenotati con carte di identità, lunghe file e controlli al check in. In questo modo si sono difesi gli aerei, e i potenziali obiettivi centrabili con gli stessi, ma non si è prevenuto il rischio di esposizione degli aeroporti, così come delle stazioni e dei luoghi affollati, obiettivi privilegiati in quanto tali, con alta concentrazione di gente, target che rende più facile e comoda la resa di un attentato. Diventa difficile però preservare tutte le città e tutti i luoghi affollati, salvo prevedere una assoluta militarizzazione degli spazi pubblici, con l’esercito nelle strade con licenza di colpire, il coprifuoco, un controllo capillare su chiunque metta piedi in uno spazio. La cosa sempre impossibile e non accettabile per una società che ha fatto della libertà di muoversi, spostarsi, di vivere non rintanati, alcune delle proprie prerogative. Eppure ci sono delle costanti che mi pare di ravvedere in tutti gli attentati degli ultimi anni sul suolo europeo. Quasi tutti gli attentatori sono schedati o attenzionati, spesso hanno passato del tempo nelle carceri, e poi ne sono usciti. A questo punto, la questione da barattare è questa: siamo disposti a rinunciare a una fetta delle nostre libertà per una maggiore sicurezza? Se si, non sarà possibile trascurare la necessità di una legislazione speciale transnazionale, rendere più duro il carcere e più dure le pene per i terroristi o i fiancheggiatori, affrontare con maggiore pragmatismo il tema delle migrazioni, anche interne. Non può che essere questa la logica di difesa in un mondo sempre più globale e interdipendente.

Leonardo Raito

Sinistri a sinistra

L’osservatore distratto o disinformato che prova a capire qualcosa di quanto succede nel variegato mondo della sinistra deve ritenere di essere piovuto dal cielo sul pianeta Marte. Perché più a destra stanno facendo prove di accordi e di ricostruzioni di soggetti e coalizioni, più a sinistra ci si divide. E non è un caso. È un aspetto che fa parte della storia della sinistra stessa, un frazionismo congenito che è capace, da una virgola, di cavarci fuori un partito o un micropartito, che è capace di usare un’antipatia personale per creare una frattura, una spaccatura, una scissione. Qui, pur evocando gli spettri di uno scivolamento del principale soggetto di centrosinistra, il Pd, a destra, pare chiaro che sia l’odio atavico del vecchio gruppo dirigente verso Renzi ad aver contribuito alla distruzione della solidità del Pd prima e del centrosinistra poi. Colpa del leader dem? Potrebbe anche essere, se non fosse che non si vede niente di nuovo sotto il sole.

Come dimenticare l’odio viscerale di larga parte del gruppo dirigente comunista verso il riformismo del leader socialista Bettino Craxi? Come dimenticare che si era giunti persino a mettere all’indice il leader migliorista Napolitano, che aveva proposto un dialogo con i socialisti, salvo poi recuperarne il credito e le competenze per i massimi incarichi istituzionali? Certo, ma con tre lustri di ritardo.

Il vero tema oggi è: si può affrontare una sfida governante rinunciando alle riforme? A sinistra dovrebbero chiederselo non come esercizio filosofico, ma come prima e assoluta chiarezza di programma e di progetto. Ma nei cespugli si parla poco di questo e non si tratta di un problema da sottovalutare. Dopo aver contribuito a far saltare il disegno di riforma costituzionale, è emersa con trasparenza l’assenza di un progetto riformista. Non basta richiamarsi al tema del lavoro, anche se pressante per la drammaticità delle condizioni occupazionali attuali. Non basta richiamarsi al tema dei diritti, di fronte a un governo e a una maggioranza che ha fatto, nelle riforme sui diritti stessi, passi avanti che il paese non era riuscito a fare in oltre settant’anni.

Che cosa potrà tenere assieme Bersani, Pisapia, D’Alema, Vendola, Sinistra Italiana, Marco Rizzo, i verdi e tutta la compagnia ex ulivista/unionista che ha miseramente fallito alle prove di governo? Insomma, pare che l’avventura della sinistra oltre il Pd sia nata tra diversi incidenti di percorso. Ma anche in un tamponamento a catena, alla fine, si contano i danni. E la somma quale potrebbe essere? Riconsegnare il paese alle destre.

Il signore abbia pietà di noi.

Leonardo Raito

Sold out i social, deserte le urne

Il dato sulla partecipazione all’ultima tornata di elezioni amministrative, rende più preoccupata la riflessione sullo stato di salute della democrazia italiana. Mai, nella storia repubblicana, le elezioni comunali, quelle che vanno eleggere l’organo politico più vicino ai cittadini, avevano avuto una partecipazione complessiva appena superiore al 50%, evidenziando, da un lato, che ormai il principale partito italiano è il silenzioso partito dell’astensione, e dall’altro che servono autentici miracoli per rivitalizzare una scena pubblica mai così moribonda. Ma c’è un altro fattore che, a mio avviso, va tenuto in debita considerazione: l’aumento dell’uso dei social media non ha indotto a una crescita di partecipazione alle occasioni “fisiche” e “reali” della democrazia, che si esercita con il diritto di voto; ha invece portato a un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle scene della politica, incrementando un uso dei sociali che destruttura luoghi e strumenti propri della partecipazione. Il tema è complesso, e difficile da contenere in poche righe, ma proviamo a farci capire. I social media rappresentano senza dubbio piazze virtuali che incentivano il confronto: si può discutere di temi, si possono condividere opinioni, si possono organizzare sondaggi e raccolte di impressioni. Tutte cose che con la politica hanno a che fare. Ma se dibattito, proposta, raccolta di impressioni si esaurisce sul social, viene a mancare quel ponte fondamentale tra teoria e pratica che rischia di creare un cortocircuito nella democrazia. C’è poi il modo di utilizzare lo strumento social.

Una piazza virtuale può essere agorà nel senso alto del termine, ma può anche essere bar dello sport, dove tutti si sentono in diritto di discutere di tutto e di tutti, di lasciarsi andare in apprezzamenti pesanti, in critiche, in offese di pancia che poco hanno a che fare con un serio dibattito alto, mediato e organizzato. In questo caso, quando la democrazia virtuale diventa “urlo-crazia”, quando la piazza virtuale diventa sfogatoio di tutti gli istinti repressi da parte di gente che in pubblico non direbbe una parola, ma che di fronte a una tastiera si sente un leone, è chiaro che qualcosa non funziona.

Certo, con partiti che hanno sempre meno iscritti, con una selezione poco trasparente della classe dirigente, con una situazione di crisi perdurante e che non ha precedenti nella storia recente, qualcosa occorre inventare. Ma, e questo pare certificato anche dagli esiti delle ultime elezioni, non è detto che la risposta sia la promozione tramite rete di soggetti che si improvvisano politici e amministratori, producendo disastri come a Roma la povera Raggi, che se dovessi usare una metafora sembra quasi un topolino in una gabbia di gatti. Insomma, in tempi in cui i social sono pieni e le urne vuote, non si può stare troppo sereni sui mali che affliggono il nostro paese. Ma una medicina si potrà trovare? Noi lo speriamo, da inguaribili ottimisti.

Leonardo Raito

L’impasse sulla legge elettorale
e la crisi dei partiti

Negli ultimi mesi il dibattito politico è stato quasi monopolizzato dalla riforma della legge elettorale, che più che riforma è una irrinunciabile priorità dettata dalla bocciatura costituzionale del Porcellum prima e dell’Italicum poi, con la tappa finale del referendum costituzionale che ha definitivamente affossato il percorso delle riforme avviato da Renzi & Co. Abbiamo assistito a un incredibile balletto di proposte che sembrava aver trovato una sintesi finale in un modello simil tedesco, proporzionale, che scaturiva da un accordo a quattro tra Pd, Forza Italia, Lega Nord e M5S, poi clamorosamente naufragato alla prova dei numeri in parlamento. Non so se la politica italiana, o forse sarebbe meglio dire, il sistema di quello che è rimasto dei partiti nazionali, riuscirà a trovare una strada per uscire dall’impasse ma pare evidente il clamoroso vuoto politico in cui è piombato il paese, con partiti sempre meno rappresentativi, guidati spesso da conventicole di dirigenti più attenti a preservare spazi di potere interni che a proporre dinamiche serie per portare fuori dalla crisi una democrazia che ha toccato il fondo in chiave di consensi, di voglia di partecipare, di rappresentatività.

Proprio la crisi dei partiti è responsabile della crisi della democrazia partitocratica sorta nel dopoguerra e legittimata dalla costituzione. Quando i partiti perdono la loro funzione mediana tra popolo e istituzioni, quando non conoscono più la propria base elettorale, quando si trasformano da macchine a contenitori vuoti a disposizione, specie sotto elezioni, di questo o di quel leader, si viene a perdere tutta quella idealità che contribuisce a costruire consenso e fiducia reciproca. Resto dell’avviso che gli italiani abbiano buttato all’aria l’ultima grande occasione di far fare un passo avanti alla nostra repubblica in apnea, quel referendum che il 3 dicembre troppi hanno affrontato di pancia e non di testa, stoppando per sempre ogni velleità riformatrice. Il governo Gentiloni, oggi, è ostaggio di troppe logiche, specie di fronte all’alleanza fondativa tra Pd e Alfano che ormai non regge più. Mai come in un momento di incertezza come questo, che vede anche Mattarella richiamare all’ordine un parlamento confuso, con le possibili elezioni dietro l’angolo (e se non sarà autunno, comunque, sarà inverno) occorrerebbe uno scatto di responsabilità. I partiti dovrebbero scrivere regole del gioco durature, non una legge elettorale votata solo a non far vincere l’avversario più forte. Si tratterebbe di creare le condizioni per una normalizzazione, per una stabilità dei governi richiesta a gran voce dall’Europa, ma fondamentale anche per una cittadinanza forse troppo assopita o incazzata. Ma riusciranno i nostri eroi, per una volta, a frapporre l’interesse generale a quello particolare? Continuo ad avere i miei dubbi.

Leonardo Raito   

La meritocrazia non può
essere un disvalore

Ho ascoltato con grande attenzione papa Francesco nel suo intervento a Genova, un intervento ricco di spunti, di indicazioni, di proposte: una riflessione sui valori cattolici applicati all’economia e al mondo delle imprese e del lavoro, ispirata a criteri di giustizia e di equità. Don Luigi Sturzo parlava di un’economia senza etica che diventa diseconomia, in molti parlano di una logica del profitto a tutti i costi che sacrifica valori e morale, che aumenta le distanze tra i pochi che hanno molto e i troppi che hanno poco o niente. Francesco, simbolicamente, ha scelto Genova, vertice basso del triangolo industriale italiano, per parlare del mondo del lavoro. E lo ha fatto, ancora una volta, facendo rumore, toccando le coscienze. Quanta differenza, tra le parole del papa, oggi unico governante in grado di comunicare con semplicità, rispetto al silenzio di Taormina, dove i grandi (o presunti tali) della terra, non riescono a trovare accordi e a rasserenare l’opinione pubblica mondiale su tanti dei problemi contemporanei (immigrazione, crisi economica, terrorismo, ambiente)! Eppure, tra le parole del papa, c’è qualcosa che mi sento di mettere in discussione, ed è la sua riflessione, critica, sul tema della meritocrazia. Il papa ha detto che «la tanto osannata meritocrazia, una parola bella perché usa il merito, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza» e inoltre che «il talento non è un dono secondo questa interpretazione, è un merito, non un dono». E poi ancora «il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti. E alla fine quando due bambini nati uno accanto all’altro con talenti diversi andranno in pensione la diseguaglianza si sarà moltiplicata».

Infine il papa ritiene che in quest’ottica «il povero è considerato un demeritevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esentati dall’aiutarli. È la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che le sue disgrazie fossero colpa sua. No la verità è nella parabola del figliol prodigo: il fratello rimasto a casa pensa che l’altro si sia meritato la sua disgrazia, ma il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci».

Le tesi del papa dovrebbero essere, a mio avviso, oggetto di approfondimento e di riflessione. E provo in breve a offrire un contributo. In primis, mi pare esagerato parlare di legittimazione etica della diseguaglianza. La meritocrazia, proprio perché dovrebbe derivare dalla capacità di lavoro, di conoscenza, di approfondimento, di mediazione, dovrebbe essere considerata più come un valore che come un disvalore. Come una questione di riscatto e, proprio perché costruita con fatica e sacrificio, dovrebbe essere profondamente legata a una concezione etica dell’impegno e della mobilità sociale. Non accettare che un sistema, che una progressione di carriera e l’occupazione di ruoli importanti, debbano essere basati sul merito significa, di fatto, legittimare la ricerca del sotterfugio, della fuga dalle responsabilità; significa sostenere che un sistema consociativo, dove pesino più le “cordate” che le qualità, sia un sistema più equo, quasi più “etico” di quello basato sul merito. Non ritenere la meritocrazia una speranza auspicabile, a mio avviso, non solo non annulla le differenze sociali, ma rende meno giustizia alle prospettive di riscatto sociale, che spesso sono state foriere di una maggiore condivisione, in senso cristiano, del progresso. Sul fatto poi, che sia la meritocrazia a far considerare la povertà come un demerito, trovo che si possa giungere al rischio di una banalizzazione pesante del tema “povertà”, connessa spesso più all’avidità e alla sete di potere di vertici che all’applicazione di un concetto basato sul merito. Quali sarebbero le proposte per la riduzione delle differenze? Una totale equiparazione dei salari? Una società piò meno regolamentata? Il governo di un gruppo di illuminati scelti da chi? Non dimentichiamoci che, nelle democrazie occidentali, è stato spesso il merito a consentire l’accesso a ruoli e incarichi di guida e di prestigio anche a persone provenienti dai ceti più poveri e meno abbienti, aumentando il valore dell’esempio e dei risultati legati alla fatica e al sacrificio. Ecco perché ritengo le parole del pontefice forse troppo fuori contesto per poter essere condivise.

Lo so e ne sono consapevole: sono troppo piccolo e in basso per poter esprimere un giudizio sui concetti espressi dal papa. D’altronde, questa è la democrazia. Per questo mi piaceva condividere una riflessione. Per una volta, caro Francesco, non sono pienamente d’accordo con te.

Leonardo Raito

Anni di centenario
riscoprire la grande guerra

grande guerraAnni di centenario e anni di celebrazioni in Italia, di ricordo della tragica epopea della prima guerra mondiale. Se ne approfitta per organizzare iniziative, viaggi, per promuovere turismo culturale, per pubblicare volumi, a volte di grande interesse, a volte su argomentazioni trite e ritrite che poco o nulla di nuovo hanno da dire. Ho avuto il piacere e l’onore di partecipare, per lavoro, a moltissime di queste iniziative ma devo dire che difficilmente pareggiabile è stato il seminario internazionale organizzato a Casa Saffi a Forlì da Clio-Net, l’associazione in rete di storici, in larga parte emiliano marchigiani, che ha offerto, il 19 maggio scorso, una giornata di approfondimento davvero di rilievo, con relatori tra i più qualificati sull’argomento e giovani ricercatori che hanno portato nuova luce sui filoni di indagine più interessanti relativi al conflitto 1914-18.

Ad aprire i lavori è stato il coordinatore scientifico del convegno Carlo De Maria, docente universitario e direttore dell’Istituto storico di Forlì – Cesena, che ha inteso offrire un inquadramento di un conflitto che si è contraddistinto come confitto industriale e moderno, evidenziando le trasformazioni connesse all’esperienza tragica della vita di trincea, dalla nazionalizzazione delle masse alla massificazione della politica, stagioni aperte dall’introduzione del suffragio universale maschile. La grande guerra è stata la cesoia storica che ha segnato la fine dell’ottocento, che ha aperto la stagione dei totalitarismi, che ha evidenziato l’inadeguatezza del vecchio stato liberale nel preservare gli istituti democratici. Nelle varie sessioni del seminario sono stati toccati moltissimi temi, dai movimenti politici, con Luca Gorgolini (anch’egli coordinatore scientifico dell’iniziativa) che ha toccato l’esperienza della federazione giovanile socialista, Alessandro Luporini quella degli anarchici, Laura Orlandini dei cattolici e Alberto Ferraboschi il caso di alcuni intellettuali, fino all’arte, e in questo contesto è spiccata la splendida relazione di Maria Elena Versari, docente negli Stati Uniti, sul futurismo. Si è poi parlato di guerra industriale, di guerra chimica, si sono toccati temi come il combattentismo, il fronte interno, l’economia di guerra, il tutto con relazioni qualificate che hanno evidenziato anche lo stato della storiografia italiana e internazionale contemporanea, con la massima attenzione alle fonti. Il quadro emerso a Forlì è stato sicuramente delineato in modo chiaro e rigoroso, evidenziando come il mondo accademico e il mondo della ricerca italiana hanno ancora molto da dare allo studio del primo conflitto. C’è da attendere con grande impazienza la pubblicazione degli atti, che dovrebbe avvenire entro fine anno per Unicopli. Si tratterà senza dubbio di uno dei libri più nuovi e accattivanti di questi anni del centenario.

Leonardo Raito

Il pasticciaccio delle province abolite per finta

provinceromaDovevano essere abolite, invece sono ancora lì, in stato comatoso, svuotate di danari ma non di funzioni. La situazione degli enti province è davvero paradossale, ma rappresenta in modo emblematico un certo modo di intendere il riformismo pasticciato all’italiana. Intanto, alle province è rimasta la competenza su strade e scuole secondarie, e senza risorse non si fanno asfalti, non si installano guard rail, non si sfalcia l’erba sui cigli, non si fa manutenzione ai ponti. Quanto alle scuole, la situazione pare ancora più drammatica: manutenzioni, bonifiche di tetti in amianto, norme antisismiche, sicurezza e ristrutturazioni di edifici al servizio di milioni di giovani non possono essere garantiti con la dovuta attenzione.

In una recente protesta romana, l’UPI (Unione Province Italiane), ha evidenziato questo stato di fatto che rende tragica l’attività di amministratori volontari, eletti come in un ente di secondo grado dai colleghi sindaci e consiglieri comunali del territorio dalla provincia. Anche su questo passaggio, mi permetto un inciso. Oggi un presidente della provincia, che è un sindaco di un comune, deve svolgere un compito di altissima responsabilità senza neanche avere un rimborso per pagarsi un’assicurazione. È davvero una cosa triste. Nella capitale e negli ambienti parlamentari, il tema delle amministrazioni provinciali pare essere uscito dai radar e dagli interessi delle commissioni e dei gruppi: semplicemente non se ne occupa più nessuno. E tutto resta nel pantano. Resta nel pantano la politica, restano nel pantano funzioni non esercitabili senza risorse, restano nel pantano alcune migliaia di dipendenti dal presente incerto, che restano lì, a prendere lo stipendio senza sapere cosa e come debbano fare, senza una prospettiva di futuro certo o chiaro. In questo vuoto tragico, mi aspetterei un gesto di grande responsabilità da parte del presidente Mattarella: da garante della costituzione qual è, invii un messaggio alle camere e impegni i parlamentari a partorire un progetto che possa rifinanziare le funzioni fondamentali delle province. La politica italiana faccia una cosa seria: o si aboliscano definitivamente o si ridia dignità a questi enti locali risuscitati, anche se menomati.

Leonardo Raito