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Leonardo Raito

Sinistri a sinistra

L’osservatore distratto o disinformato che prova a capire qualcosa di quanto succede nel variegato mondo della sinistra deve ritenere di essere piovuto dal cielo sul pianeta Marte. Perché più a destra stanno facendo prove di accordi e di ricostruzioni di soggetti e coalizioni, più a sinistra ci si divide. E non è un caso. È un aspetto che fa parte della storia della sinistra stessa, un frazionismo congenito che è capace, da una virgola, di cavarci fuori un partito o un micropartito, che è capace di usare un’antipatia personale per creare una frattura, una spaccatura, una scissione. Qui, pur evocando gli spettri di uno scivolamento del principale soggetto di centrosinistra, il Pd, a destra, pare chiaro che sia l’odio atavico del vecchio gruppo dirigente verso Renzi ad aver contribuito alla distruzione della solidità del Pd prima e del centrosinistra poi. Colpa del leader dem? Potrebbe anche essere, se non fosse che non si vede niente di nuovo sotto il sole.

Come dimenticare l’odio viscerale di larga parte del gruppo dirigente comunista verso il riformismo del leader socialista Bettino Craxi? Come dimenticare che si era giunti persino a mettere all’indice il leader migliorista Napolitano, che aveva proposto un dialogo con i socialisti, salvo poi recuperarne il credito e le competenze per i massimi incarichi istituzionali? Certo, ma con tre lustri di ritardo.

Il vero tema oggi è: si può affrontare una sfida governante rinunciando alle riforme? A sinistra dovrebbero chiederselo non come esercizio filosofico, ma come prima e assoluta chiarezza di programma e di progetto. Ma nei cespugli si parla poco di questo e non si tratta di un problema da sottovalutare. Dopo aver contribuito a far saltare il disegno di riforma costituzionale, è emersa con trasparenza l’assenza di un progetto riformista. Non basta richiamarsi al tema del lavoro, anche se pressante per la drammaticità delle condizioni occupazionali attuali. Non basta richiamarsi al tema dei diritti, di fronte a un governo e a una maggioranza che ha fatto, nelle riforme sui diritti stessi, passi avanti che il paese non era riuscito a fare in oltre settant’anni.

Che cosa potrà tenere assieme Bersani, Pisapia, D’Alema, Vendola, Sinistra Italiana, Marco Rizzo, i verdi e tutta la compagnia ex ulivista/unionista che ha miseramente fallito alle prove di governo? Insomma, pare che l’avventura della sinistra oltre il Pd sia nata tra diversi incidenti di percorso. Ma anche in un tamponamento a catena, alla fine, si contano i danni. E la somma quale potrebbe essere? Riconsegnare il paese alle destre.

Il signore abbia pietà di noi.

Leonardo Raito

Sold out i social, deserte le urne

Il dato sulla partecipazione all’ultima tornata di elezioni amministrative, rende più preoccupata la riflessione sullo stato di salute della democrazia italiana. Mai, nella storia repubblicana, le elezioni comunali, quelle che vanno eleggere l’organo politico più vicino ai cittadini, avevano avuto una partecipazione complessiva appena superiore al 50%, evidenziando, da un lato, che ormai il principale partito italiano è il silenzioso partito dell’astensione, e dall’altro che servono autentici miracoli per rivitalizzare una scena pubblica mai così moribonda. Ma c’è un altro fattore che, a mio avviso, va tenuto in debita considerazione: l’aumento dell’uso dei social media non ha indotto a una crescita di partecipazione alle occasioni “fisiche” e “reali” della democrazia, che si esercita con il diritto di voto; ha invece portato a un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle scene della politica, incrementando un uso dei sociali che destruttura luoghi e strumenti propri della partecipazione. Il tema è complesso, e difficile da contenere in poche righe, ma proviamo a farci capire. I social media rappresentano senza dubbio piazze virtuali che incentivano il confronto: si può discutere di temi, si possono condividere opinioni, si possono organizzare sondaggi e raccolte di impressioni. Tutte cose che con la politica hanno a che fare. Ma se dibattito, proposta, raccolta di impressioni si esaurisce sul social, viene a mancare quel ponte fondamentale tra teoria e pratica che rischia di creare un cortocircuito nella democrazia. C’è poi il modo di utilizzare lo strumento social.

Una piazza virtuale può essere agorà nel senso alto del termine, ma può anche essere bar dello sport, dove tutti si sentono in diritto di discutere di tutto e di tutti, di lasciarsi andare in apprezzamenti pesanti, in critiche, in offese di pancia che poco hanno a che fare con un serio dibattito alto, mediato e organizzato. In questo caso, quando la democrazia virtuale diventa “urlo-crazia”, quando la piazza virtuale diventa sfogatoio di tutti gli istinti repressi da parte di gente che in pubblico non direbbe una parola, ma che di fronte a una tastiera si sente un leone, è chiaro che qualcosa non funziona.

Certo, con partiti che hanno sempre meno iscritti, con una selezione poco trasparente della classe dirigente, con una situazione di crisi perdurante e che non ha precedenti nella storia recente, qualcosa occorre inventare. Ma, e questo pare certificato anche dagli esiti delle ultime elezioni, non è detto che la risposta sia la promozione tramite rete di soggetti che si improvvisano politici e amministratori, producendo disastri come a Roma la povera Raggi, che se dovessi usare una metafora sembra quasi un topolino in una gabbia di gatti. Insomma, in tempi in cui i social sono pieni e le urne vuote, non si può stare troppo sereni sui mali che affliggono il nostro paese. Ma una medicina si potrà trovare? Noi lo speriamo, da inguaribili ottimisti.

Leonardo Raito

L’impasse sulla legge elettorale
e la crisi dei partiti

Negli ultimi mesi il dibattito politico è stato quasi monopolizzato dalla riforma della legge elettorale, che più che riforma è una irrinunciabile priorità dettata dalla bocciatura costituzionale del Porcellum prima e dell’Italicum poi, con la tappa finale del referendum costituzionale che ha definitivamente affossato il percorso delle riforme avviato da Renzi & Co. Abbiamo assistito a un incredibile balletto di proposte che sembrava aver trovato una sintesi finale in un modello simil tedesco, proporzionale, che scaturiva da un accordo a quattro tra Pd, Forza Italia, Lega Nord e M5S, poi clamorosamente naufragato alla prova dei numeri in parlamento. Non so se la politica italiana, o forse sarebbe meglio dire, il sistema di quello che è rimasto dei partiti nazionali, riuscirà a trovare una strada per uscire dall’impasse ma pare evidente il clamoroso vuoto politico in cui è piombato il paese, con partiti sempre meno rappresentativi, guidati spesso da conventicole di dirigenti più attenti a preservare spazi di potere interni che a proporre dinamiche serie per portare fuori dalla crisi una democrazia che ha toccato il fondo in chiave di consensi, di voglia di partecipare, di rappresentatività.

Proprio la crisi dei partiti è responsabile della crisi della democrazia partitocratica sorta nel dopoguerra e legittimata dalla costituzione. Quando i partiti perdono la loro funzione mediana tra popolo e istituzioni, quando non conoscono più la propria base elettorale, quando si trasformano da macchine a contenitori vuoti a disposizione, specie sotto elezioni, di questo o di quel leader, si viene a perdere tutta quella idealità che contribuisce a costruire consenso e fiducia reciproca. Resto dell’avviso che gli italiani abbiano buttato all’aria l’ultima grande occasione di far fare un passo avanti alla nostra repubblica in apnea, quel referendum che il 3 dicembre troppi hanno affrontato di pancia e non di testa, stoppando per sempre ogni velleità riformatrice. Il governo Gentiloni, oggi, è ostaggio di troppe logiche, specie di fronte all’alleanza fondativa tra Pd e Alfano che ormai non regge più. Mai come in un momento di incertezza come questo, che vede anche Mattarella richiamare all’ordine un parlamento confuso, con le possibili elezioni dietro l’angolo (e se non sarà autunno, comunque, sarà inverno) occorrerebbe uno scatto di responsabilità. I partiti dovrebbero scrivere regole del gioco durature, non una legge elettorale votata solo a non far vincere l’avversario più forte. Si tratterebbe di creare le condizioni per una normalizzazione, per una stabilità dei governi richiesta a gran voce dall’Europa, ma fondamentale anche per una cittadinanza forse troppo assopita o incazzata. Ma riusciranno i nostri eroi, per una volta, a frapporre l’interesse generale a quello particolare? Continuo ad avere i miei dubbi.

Leonardo Raito   

La meritocrazia non può
essere un disvalore

Ho ascoltato con grande attenzione papa Francesco nel suo intervento a Genova, un intervento ricco di spunti, di indicazioni, di proposte: una riflessione sui valori cattolici applicati all’economia e al mondo delle imprese e del lavoro, ispirata a criteri di giustizia e di equità. Don Luigi Sturzo parlava di un’economia senza etica che diventa diseconomia, in molti parlano di una logica del profitto a tutti i costi che sacrifica valori e morale, che aumenta le distanze tra i pochi che hanno molto e i troppi che hanno poco o niente. Francesco, simbolicamente, ha scelto Genova, vertice basso del triangolo industriale italiano, per parlare del mondo del lavoro. E lo ha fatto, ancora una volta, facendo rumore, toccando le coscienze. Quanta differenza, tra le parole del papa, oggi unico governante in grado di comunicare con semplicità, rispetto al silenzio di Taormina, dove i grandi (o presunti tali) della terra, non riescono a trovare accordi e a rasserenare l’opinione pubblica mondiale su tanti dei problemi contemporanei (immigrazione, crisi economica, terrorismo, ambiente)! Eppure, tra le parole del papa, c’è qualcosa che mi sento di mettere in discussione, ed è la sua riflessione, critica, sul tema della meritocrazia. Il papa ha detto che «la tanto osannata meritocrazia, una parola bella perché usa il merito, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza» e inoltre che «il talento non è un dono secondo questa interpretazione, è un merito, non un dono». E poi ancora «il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti. E alla fine quando due bambini nati uno accanto all’altro con talenti diversi andranno in pensione la diseguaglianza si sarà moltiplicata».

Infine il papa ritiene che in quest’ottica «il povero è considerato un demeritevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esentati dall’aiutarli. È la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che le sue disgrazie fossero colpa sua. No la verità è nella parabola del figliol prodigo: il fratello rimasto a casa pensa che l’altro si sia meritato la sua disgrazia, ma il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci».

Le tesi del papa dovrebbero essere, a mio avviso, oggetto di approfondimento e di riflessione. E provo in breve a offrire un contributo. In primis, mi pare esagerato parlare di legittimazione etica della diseguaglianza. La meritocrazia, proprio perché dovrebbe derivare dalla capacità di lavoro, di conoscenza, di approfondimento, di mediazione, dovrebbe essere considerata più come un valore che come un disvalore. Come una questione di riscatto e, proprio perché costruita con fatica e sacrificio, dovrebbe essere profondamente legata a una concezione etica dell’impegno e della mobilità sociale. Non accettare che un sistema, che una progressione di carriera e l’occupazione di ruoli importanti, debbano essere basati sul merito significa, di fatto, legittimare la ricerca del sotterfugio, della fuga dalle responsabilità; significa sostenere che un sistema consociativo, dove pesino più le “cordate” che le qualità, sia un sistema più equo, quasi più “etico” di quello basato sul merito. Non ritenere la meritocrazia una speranza auspicabile, a mio avviso, non solo non annulla le differenze sociali, ma rende meno giustizia alle prospettive di riscatto sociale, che spesso sono state foriere di una maggiore condivisione, in senso cristiano, del progresso. Sul fatto poi, che sia la meritocrazia a far considerare la povertà come un demerito, trovo che si possa giungere al rischio di una banalizzazione pesante del tema “povertà”, connessa spesso più all’avidità e alla sete di potere di vertici che all’applicazione di un concetto basato sul merito. Quali sarebbero le proposte per la riduzione delle differenze? Una totale equiparazione dei salari? Una società piò meno regolamentata? Il governo di un gruppo di illuminati scelti da chi? Non dimentichiamoci che, nelle democrazie occidentali, è stato spesso il merito a consentire l’accesso a ruoli e incarichi di guida e di prestigio anche a persone provenienti dai ceti più poveri e meno abbienti, aumentando il valore dell’esempio e dei risultati legati alla fatica e al sacrificio. Ecco perché ritengo le parole del pontefice forse troppo fuori contesto per poter essere condivise.

Lo so e ne sono consapevole: sono troppo piccolo e in basso per poter esprimere un giudizio sui concetti espressi dal papa. D’altronde, questa è la democrazia. Per questo mi piaceva condividere una riflessione. Per una volta, caro Francesco, non sono pienamente d’accordo con te.

Leonardo Raito

Anni di centenario
riscoprire la grande guerra

grande guerraAnni di centenario e anni di celebrazioni in Italia, di ricordo della tragica epopea della prima guerra mondiale. Se ne approfitta per organizzare iniziative, viaggi, per promuovere turismo culturale, per pubblicare volumi, a volte di grande interesse, a volte su argomentazioni trite e ritrite che poco o nulla di nuovo hanno da dire. Ho avuto il piacere e l’onore di partecipare, per lavoro, a moltissime di queste iniziative ma devo dire che difficilmente pareggiabile è stato il seminario internazionale organizzato a Casa Saffi a Forlì da Clio-Net, l’associazione in rete di storici, in larga parte emiliano marchigiani, che ha offerto, il 19 maggio scorso, una giornata di approfondimento davvero di rilievo, con relatori tra i più qualificati sull’argomento e giovani ricercatori che hanno portato nuova luce sui filoni di indagine più interessanti relativi al conflitto 1914-18.

Ad aprire i lavori è stato il coordinatore scientifico del convegno Carlo De Maria, docente universitario e direttore dell’Istituto storico di Forlì – Cesena, che ha inteso offrire un inquadramento di un conflitto che si è contraddistinto come confitto industriale e moderno, evidenziando le trasformazioni connesse all’esperienza tragica della vita di trincea, dalla nazionalizzazione delle masse alla massificazione della politica, stagioni aperte dall’introduzione del suffragio universale maschile. La grande guerra è stata la cesoia storica che ha segnato la fine dell’ottocento, che ha aperto la stagione dei totalitarismi, che ha evidenziato l’inadeguatezza del vecchio stato liberale nel preservare gli istituti democratici. Nelle varie sessioni del seminario sono stati toccati moltissimi temi, dai movimenti politici, con Luca Gorgolini (anch’egli coordinatore scientifico dell’iniziativa) che ha toccato l’esperienza della federazione giovanile socialista, Alessandro Luporini quella degli anarchici, Laura Orlandini dei cattolici e Alberto Ferraboschi il caso di alcuni intellettuali, fino all’arte, e in questo contesto è spiccata la splendida relazione di Maria Elena Versari, docente negli Stati Uniti, sul futurismo. Si è poi parlato di guerra industriale, di guerra chimica, si sono toccati temi come il combattentismo, il fronte interno, l’economia di guerra, il tutto con relazioni qualificate che hanno evidenziato anche lo stato della storiografia italiana e internazionale contemporanea, con la massima attenzione alle fonti. Il quadro emerso a Forlì è stato sicuramente delineato in modo chiaro e rigoroso, evidenziando come il mondo accademico e il mondo della ricerca italiana hanno ancora molto da dare allo studio del primo conflitto. C’è da attendere con grande impazienza la pubblicazione degli atti, che dovrebbe avvenire entro fine anno per Unicopli. Si tratterà senza dubbio di uno dei libri più nuovi e accattivanti di questi anni del centenario.

Leonardo Raito

Il pasticciaccio delle province abolite per finta

provinceromaDovevano essere abolite, invece sono ancora lì, in stato comatoso, svuotate di danari ma non di funzioni. La situazione degli enti province è davvero paradossale, ma rappresenta in modo emblematico un certo modo di intendere il riformismo pasticciato all’italiana. Intanto, alle province è rimasta la competenza su strade e scuole secondarie, e senza risorse non si fanno asfalti, non si installano guard rail, non si sfalcia l’erba sui cigli, non si fa manutenzione ai ponti. Quanto alle scuole, la situazione pare ancora più drammatica: manutenzioni, bonifiche di tetti in amianto, norme antisismiche, sicurezza e ristrutturazioni di edifici al servizio di milioni di giovani non possono essere garantiti con la dovuta attenzione.

In una recente protesta romana, l’UPI (Unione Province Italiane), ha evidenziato questo stato di fatto che rende tragica l’attività di amministratori volontari, eletti come in un ente di secondo grado dai colleghi sindaci e consiglieri comunali del territorio dalla provincia. Anche su questo passaggio, mi permetto un inciso. Oggi un presidente della provincia, che è un sindaco di un comune, deve svolgere un compito di altissima responsabilità senza neanche avere un rimborso per pagarsi un’assicurazione. È davvero una cosa triste. Nella capitale e negli ambienti parlamentari, il tema delle amministrazioni provinciali pare essere uscito dai radar e dagli interessi delle commissioni e dei gruppi: semplicemente non se ne occupa più nessuno. E tutto resta nel pantano. Resta nel pantano la politica, restano nel pantano funzioni non esercitabili senza risorse, restano nel pantano alcune migliaia di dipendenti dal presente incerto, che restano lì, a prendere lo stipendio senza sapere cosa e come debbano fare, senza una prospettiva di futuro certo o chiaro. In questo vuoto tragico, mi aspetterei un gesto di grande responsabilità da parte del presidente Mattarella: da garante della costituzione qual è, invii un messaggio alle camere e impegni i parlamentari a partorire un progetto che possa rifinanziare le funzioni fondamentali delle province. La politica italiana faccia una cosa seria: o si aboliscano definitivamente o si ridia dignità a questi enti locali risuscitati, anche se menomati.

Leonardo Raito

Manchester, la vergogna senza fine e le domande necessarie

Un nuovo attentato terroristico ha sconvolto l’Europa. La macchina di morte collegata al terrorismo islamico ha colpito di nuovo in Gran Bretagna e a Manchester, durante il concerto della pop star Ariana Grande, un’esplosione ha ucciso 21 ragazzi e ne ha feriti a decine. Erano quasi tutti giovanissimi, bambini e ragazzi affascinati dalla musica di questa star amata dai teenagers, ed è stata la passione dei suoi giovani fans inglesi a scatenare la lucida follia omicida di questi criminali che hanno colpito sparando nel mucchio, stroncando povere vite che tanto avevano ancora da dare e da dire. L’occidente e i suoi valori, messi in discussione dal terrorismo islamico, non possono piegarsi alla barbarie, non possono considerarsi vinti da chi sparge sangue in modo indiscriminato, da chi vuole seminare paura, incertezza, instabilità, minando in profondità le libertà e i diritti alla sicurezza di milioni di persone. Sono sicuro che i britannici rialzeranno la testa, non si piegheranno, ma non posso esimermi dal far emergere tutti i dubbi che come studioso emergono ogni volta che un attentato fa breccia in occidente, fendendo un sistema di controllo e di sicurezza che probabilmente è a maglie troppo larghe ormai per essere davvero efficace. Certo, la struttura dell’Isis non è una struttura facilmente controllabile: in tutti i paesi occidentali si nascondono potenzialmente cellule dormienti in grado di essere attivate o di attivarsi individualmente e colpire. Però qualcosa non fa tornare i conti. C’è da chiedersi se si sia giunti a una concreta capacità di individuare l’humus in cui proliferano fenomeni come il reclutamento e il proselitismo, le reti di finanziamento internazionale, le coperture degli stati islamici, se ci sono, e se ci sono sarebbe importante giungere a seri accordi bilaterali per combattere le degenerazioni fondamentaliste. C’è poi un tema che non va sottovalutato: l’Europa ormai viene colpita in modo sistematico nei suoi paesi più importanti: Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio. L’Italia non ancora colpita è chiaro venga percepita come spazio logistico e di passaggio fondamentale, specie per le cellule provenienti dall’Africa. Ma questa Europa che cosa ha saputo fare per preservare la sicurezza dei suoi cittadini? Che contromisure ha saputo proporre? Che livello di collaborazione tra forze di polizia nazionali ha saputo costruire? Che politica estera è stata in grado di mettere in campo per governare fenomeni così complessi? Comincio a manifestare una grande preoccupazione sulle reali potenzialità europee in chiave di politica della sicurezza. Temo questo: che il riaffermarsi di nuovi attentati non possa che segnare la crisi irreversibile dell’Unione Europea e delle filosofie (perdenti?) su cui si regge.

Leonardo Raito

Renzi, questa volte la cambiale non è in bianco

Quasi due milioni sono stati gli iscritti e i simpatizzanti del Pd che in una domenica di fine aprile si sono recati alle urne per scegliere il nuovo segretario nazionale. Il risultato, scontato per alcuni, ma non scontatissimo, ha premiato con una riconferma ampia, frutto di oltre il 70% dei votanti, Matteo Renzi, incoronato di nuovo leader del Pd, aspirante futuro premier, assoluto punto di riferimento per il centrosinistra. Lontanissimi Orlando ed Emiliano, presenze che comunque restano lì a testimoniare che nel Pd rimane un’anima contro Renzi, contro il renzismo, con l’auspicio che non diventino novelli Bersani e Speranza, uomini con le valigie in mano e pronti a salutare la compagnia al primo diverbio. Proprio qui sta il nodo dell’investimento che il popolo del Pd ha fatto di nuovo su Renzi. Renzi vince perché è l’unica speranza per riprovare a vincere le elezioni.

Renzi vince perché è l’unico che riesce a fare del Pd un partito che comunica in chiave moderna. Ma Renzi vince anche perché si pensa che possa tenere insieme le anime del partito, già depurato dei frazionisti che se ne sono andati. Qui, in questo passaggio, credo stia davvero la grande sfida per Renzi: la capacità di integrare senza rompere, la capacità di offrire spazi senza snaturare. E servirà un grande segnale di maturità, da parte del segretario. La stagione della rottamazione è finita, superata definitivamente. È giunto il momento della nuova costruzione, che dovrà essere intelligente, guardare sì al futuro, magari coinvolgendo negli organismi del partito dirigenti locali preparati, amministratori competenti, ma senza buttare esperienze che potrebbero essere preziose anche per non far patire coloro che si sentono, in qualche modo, legati alla tradizione, ma anche al partito.

La sfida del segretario partirà da qui, e ci saranno errori da evitare: Renzi dovrà avere il coraggio di circondarsi di teste pensanti, non di yes man che sono lì al servizio del narcisismo di un leader. Il Pd dovrà inoltre decidere come comportarsi nei confronti del governo Gentiloni, dovrà accelerare sulla legge elettorale, perché il popolo si aspetta il voto. Occorrerà inoltre fare i conti con le alleanze: chi saranno gli interlocutori privilegiati di questo Pd? Sarà possibile ricucire il rapporto con la sinistra che ha inglobato chi ha spaccato il partito? Anche su questo, però, occorre chiarezza: non credo che la gente sarà pronta a premiare alleanze posticce frutto degli esiti elettorali (anche se molto dipende dalle legge con cui si voterà).

Credo tuttavia che il Pd non possa ripudiare la strada del riformismo. Sarà quella la strada maestra di un partito che avrà, nella prossima tornata elettorale, la prima fase di svolta della sua storia recente. Una vittoria o un risultato comunque positivo saranno l’unica possibilità per Renzi di confermare la sua leadership. Diversamente, sarà molto difficile reggere a nuove pulsioni scissioniste o cedere allo sconforto. In quel caso ci sarà un mazzo di carte che verrà rimescolato e non sarà facile, per il segretario fiorentino, trovare la quadra.

Leonardo Raito

Quella brama di proporzionale

In Italia c’è un termine che andrebbe levato dal dizionario, perché inutilizzato, desueto; quel termine è rivoluzione. Noi italiani non ne abbiamo mai fatta una: ci fa paura. Troppa paura. In fondo all’animo siamo conservatori, moderati: ci piacciono le tradizioni, il pensiero di essere ancorati alla storia, anche se non la conosciamo bene, ne ignoriamo parti intere, fatti e misfatti. Ma che importa, se riusciamo ad annullare il nostro individualismo in un collettivismo malpancista, dove ognuno di noi può urlare più forte, in piazza, contro l’uomo che invidiamo, contro la politica ladrona, ladra perché piove, e perché da quasi due secoli si una il “piove governo ladro”. E allora tutto quello che ci viene detto, giustamente, su quello che servirebbe alla politica per riqualificarla, lo consideriamo zero, perché si allontana dalla tradizione, dall’abitudine, dal consueto: e tutto quello che può cambiare lo consideriamo uno stravolgimento, una rivoluzione, che non siamo e non saremo mai pronti ad accettare. Ci è bastato un libro, La Casta, per dire che tutto, nella politica italiana, era assurdità e ladrocinio (anche se magari molti grazie a quella politica hanno avuto prebende, posti di lavoro ecc.), ma quando abbiamo avuto la possibilità di cambiarla, ci siamo tirati indietro, abbiamo avuto paura. Tra la coalizione del bene che ci vendeva fumo, e quella del male che ci vendeva concretezza, abbiamo scelto il fumo, ma non un fumo di cannabis che rilassa e fa ridere, un fumo pesante, da vecchia macchina mal carburata, ci siamo riempiti i polmoni e adesso proviamo a buttare fuori un po’ alla volta quel veleno. Evviva. Ieri al Senato c’è stato l’esordio del filo rosso che condurrà la politica nazionale nei prossimi mesi: lo straordinario desiderio di proporzionale alimentato dalle minoranza dallo spirito dittatoriale. Io conto poco, conto niente, ma se c’è il proporzionale conto qualcosa: rappresento. Chi, cosa, come, poco importa. Rappresento e quindi conto, conto perché posso, con il mio poco, ottenere molto. Posso bloccare una nomina, una legge, posso andare in piazza a far vedere che esisto. Posso attuare il mio diritto di veto a quello che dovrebbe essere il più sacrosanto diritto della democrazia: il diritto alla governabilità. Il diritto di scegliere una proposta di governo dalla effettiva realizzabilità. Ma è questo che in tanti non vogliono. In una democrazia “normale” non c’è spazio per la schizofrenia che alimenta gruppi e gruppuscoli. Non c’è spazio per figure inutili che nel nulla riescono a ritagliarsi un ruolo, sia solo quello di anti-qualcosa. E ancora più drammatico è pensare al ritorno al proporzionale se si guarda lo scadimento raggiunto dalla classe dirigente di questo paese e il livello si scontro raggiunto tra partiti sempre meno rappresentativi. O al fatto che prima o poi possiamo trovarci a governare un movimento che sceglie i propri rappresentanti con il voto online di cinque o sei adepti. Ma le grandi manovre sono arrivate. E le convergenze, su progetti pericolosi, spesso si trovano. C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci? Si, e anche molto. Dietro a queste grandi manovre ci sono spesso persone che pensano più a se stesse che al bene del paese. È abbastanza? Chi lo sa. Montanelli una volta invitò gli elettori a turarsi il naso e a votare Dc per porre un freno al declino del sistema. Noi dovremmo sperare che trionfino le forze che si oppongono a questo ritorno al passato. Un nuovo passato che sarebbe tragico. Da game over.

Leonardo Raito

Pd, gli iscritti hanno scelto Renzi. Orlando come Cuperlo

La prima parte del congresso nazionale del Pd è andata come tutti avevano previsto: Matteo Renzi, conquistato il sostegno del 68% dei votanti, è il più apprezzato dagli iscritti del partito, contro il 26% di Orlando e il 6% di Emilano. A essere sinceri, sui temi si è discusso poco: i testi delle tre mozioni non erano poi così diversi e d’altronde, come potevano esserlo in un partito che dovrebbe avere valori comuni? Si è capito con chiarezza che il congresso è tutto giocato sul filo della leadership; questo Renzi lo sa bene e ha sfruttato a proprio vantaggio un apparato che, tra i democratici, è sempre stato molto filo segretario. Orlando credo abbia avuto un risultato molto al di sotto delle attese: ha ricalcato un po’ la storia di Cuperlo, quando tentò di opporsi alla locomotiva fiorentina, confermando una battaglia ideale e di testimonianza che cerca di ricalcare l’organizzazione di una sinistra interna fin qui mai troppo convinta, salvo quando ha trovato, in alcuni ex dirigenti democratici, la forza di rompere e di andarsene. Quella di Emiliano, invece, pare una comparsata destinata a incidere poco, nell’organizzazione del partito, forse qualcosa in più quando si stenderanno le liste elettorali. Ma tatticismi e strategie a parte, di fronte alla prevedibile riconferma di Renzi c’è tanto, forse tutto, da riscrivere: organizzazioni territoriali, il rapporto con il governo Gentiloni, la legge elettorale, una coalizione da strutturare in vista delle prossime politiche (e della legge con cui si voterà), organismi dirigenti e una base ideale e programmatica da edificare con concretezza e pragmatismo. Renzi dovrà essere in grado di costruire anche un nuovo linguaggio, con l’attenzione dovuta al rischio di riproporre azioni e prospettive trite e ritrite e che, già testate, non hanno dato troppa fortuna. Alla sinistra del Pd intanto si muove una galassia che non vuole avere niente da spartire con il riformismo renziano e che forse gioirebbe di una prossima sconfitta elettorale, specie se si riuscirà a ristabilire un proporzionalismo dal profumo di pura rappresentanza. E quindi? Il futuro segretario del Pd dovrà essere bravo a dribblare tutte le insidie e i tranelli che i suoi compagni di viaggio dovessero mettergli davanti. Credo che in ballo ci sia molto di più della carriera di un leader di partito: almeno la speranza di una prospettiva per un centrosinistra credibile di governo.

Leonardo Raito