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Leonardo Raito

Scrive Leonardo Raito:
Macerata, allarme rosso

Quanto avvenuto a Macerata in questa nefasta giornata di febbraio non può che far scattare un allarme rosso. No, non intendo solo un allarme che impone un coprifuoco a cittadini nemmeno più liberi di passeggiare in sicurezza per le vie di una città che, fino a pochi giorni fa, sembrava lontana dalle rotte del pericolo, ma un allarme per lo stato di salute di una democrazia in sofferenza e che rischia di crollare come un castello di carta. No, non voglio fare il profeta dell’Apocalisse, ma ammonire il popolo italiano su alcune questioni fondamentali, sulla necessità di non banalizzare, di non ridurre a una forzata marginalizzazione i segnali del pericolo, di tornare a pensare come esseri umani, non come bestie robotizzate e programmate da urlatori di slogan violenti. Colpe? La ricerca dei colpevoli, nel nostro paese, è sempre una costante dopo una tragedia. Ma qui ci troviamo di fronte a uno spettacolo aberrante, la distrazione perversa dettata dal desiderio di una giustizia fai da te: la giustizia dell’uno che vendica tutti. È una cosa che dovrebbe farci paura. Dov’è lo stato, dove sono le istituzioni preposte alla sicurezza e alla giustizia di questo paese? Perché sono cadute così in basso nella considerazione di cittadini che pensano di armarsi e compiere azioni criminose in nome di una reclamata giustizia? E perché chi dovrebbe cercare di smorzare i toni, con senso di responsabilità, dà invece fuoco alle polveri?
Una giovane ragazza che viveva una situazione di marginalità viene uccisa e fatta a pezzi da un nigeriano (le indagini sono in corso e chiariranno i contorni del bestiale omicidio). Un atto mostruoso, che spinge subito a una reazione di pancia. Il nigeriano è un immigrato e allora a morte tutti gli immigrati: sono tutti delinquenti, assassini, stupratori. Vanno tutti messi al rogo. Ma l’attesa della giustizia divina non soddisfa l’animo della piazza rovente e allora scattano le fughe in avanti. Ecco un ragazzo italiano che decide di passare dal pensiero all’azione. Imbraccia un’arma, e con la sua macchina semina il panico nel centro di Macerata sparando contro tutti gli uomini di colore che incontra. Spara, centra la vetrina di un panificio pieno di gente (quasi tutti maceratesi), spara contro la sede del Pd, reo di aver consentito l’invasione finalizzata alla sostituzione etnica. Insomma, rischia di ammazzare (ed era quello che voleva) decine di persone innocenti: casalinghe che fanno la spesa, pensionati, mamme, bambini, poi prima di farsi catturare dalla polizia si veste di una bandiera italiana e fa il saluto romano. Ora, qualcuno vorrebbe farci credere che tutto questo è normale. Ma normale non è.
Di normale, in tutta questa vicenda, non c’è proprio nulla. Non c’è la cattiva gestione del fenomeno migratorio. Non c’è il fatto che dei pazzi possano girare armati. Non c’è la giustizia fai da te. Non c’è l’idea che in Italia non paga nessuno. No, tutto questo non può essere considerato normale, perché se lo fosse segnerebbe l’inizio della nostra fine. Torno all’allarme rosso. Ci rendiamo conto che la democrazia è in pericolo? Così come nella stagione del terrorismo furono la repressione e l’intelligenza, insieme alla collaborazione della gente per bene a sconfiggere un fenomeno perverso, le stesse soluzioni dovremmo mettere in campo oggi. Certezza e durezza delle pene, una giustizia efficace. Non è momento delle concessioni. Non possiamo più permettercele perché in gioco c’è la sopravvivenza della nostra democrazia.

Leonardo Raito

Risolvere l’affaire “province”

Una delle questioni passate in sordina ma che sarà fondamentale risolvere nel corso della prossima legislatura è quella relativa alla situazione delle province, su cui quasi tutti i partiti stanno glissando ignominiosamente pur conoscendo bene che oggi questi enti, dati per defunti ma quasi resuscitati dagli esiti del referendum costituzionale, gestiscono ancora funzioni fondamentali come scuole (competenza esclusiva su tutta l’istruzione di secondo grado, compresa l’edilizia scolastica) e strade (migliaia di Km di strade provinciali con relativi problemi di sicurezza).

Pensare che tutto possa restare così com’è non è utopia, ma, semplicemente, poco serio. Diversi rapporti pubblicati con cadenza annuale stanno evidenziando l’impoverimento del patrimonio edilizio delle scuole italiane: carenze strutturali, assenza di certificazioni antincendio, presenza di amianto, costruzioni in luoghi a rischio idrogeologico sono solo alcune delle problematiche che affliggono le scuole superiori italiane. Bene, quelle scuole dipendono, ancora oggi, dalle province.

Che non hanno risorse per pianificare le manutenzioni, per costruirne di nuove, per dotarle di laboratori, palestre, accessori all’altezza. Un rimedio va assolutamente trovato. C’è poi il problema della “governance”. Le provincie, così come sono oggi, sono enti di secondo grado gestite, a titolo gratuito, da consessi di amministratori locali, che si accollano oneri e responsabilità di strutture indebolite e, in taluni casi, allo sbando, senza dirigenti, senza funzionari, con personale poco qualificato. Come possiamo pensare che un tale modello funzioni? I futuri parlamento e governo dovranno rapidamente prendere in mano la situazione, ma aspettarsi qualche idea in campagna elettorale sarebbe lecito. Problemi concreti meritano risposte concrete. Sempre che non consideriamo casta qualche milione di studenti e carta straccia i loro sacrosanti diritti.

Leonardo Raito

Condannati all’inesistenza

Pare che la telenovela del possibile accordo per costruire un centrosinistra laico sia sul punto di naufragare, e non è una bella notizia, in virtù di una legge elettorale che pare essere premiante per le coalizioni e poco per i partiti che si presentano soli. Anche se i sondaggi, negli ultimi anni, vanno presi con le pinze e non come oro colato, il sistema tripolare che vedeva in campo Pd e alleati da un lato, Movimento Cinque Stelle dall’altro e Centrodestra pare ormai aver perso una delle tre gambe. Se il Pd correrà senza fare alleanze con i transfughi, sembra difficile che possa insidiare lo scontro diretto tra la coalizione Forza Italia-Fratelli d’Italia-Lega e i grillini. Già si ripetono gli inviti di montanelliana memoria: tra Berlusconi e Di Maio turiamoci il naso e votiamo il meno peggio. Ma non è un’opzione così semplice. Sicuri che dopo le elezioni si produca una maggioranza in grado di governare? O torneremo agli accordi post elettorali tanto cari alla prima repubblica?

Intanto, c’è da capire dove arriverà la “sinistra sinistra”. Bersani e transfughi, rifiutando accordi con il Pd per la riproposizione di un centrosinistra, in primis, rinunciano a qualsiasi prospettiva di governo, portando avanti una nuova sfida di testimonianza. Non essere soggetti di governo condanna al ruolo di soggetti di lotta. Ma lotta contro chi e contro come? Pensare che il ruolo di soggetto di lotta sia monopolizzato dal Movimento Cinque Stelle no?

Ma c’è un caso più caso che divide la “sinistra sinistra”. Non la chiamo sinistra radicale perché forse c’è qualcuno di più radicale dell’assembramento Si-Art.1 Mdp-Possibile. Nei giorni scorsi ho assistito su facebook a un dibattito serrato tra amici di Rifondazione di Mdp. I primi accusavano i secondi di essere al soldo del Pd: una stampella pronta per il dopo voto. I secondi invece, accusavano i primi di lanciare accuse infondate, perché il loro scopo è dare cittadinanza alla gente di sinistra che non si ritrova nelle politiche neo liberiste del Pd che sarebbe un partito di destra. Dal 2017, quasi 2018 pare di tornare agli anni settanta, quando la sinistra, dopo l’ondata critica del 1968, vide il fiorire di una miriade di movimenti e gruppuscoli. C’erano i maoisti, i trozkisti, gli operaisti, i marxisti leninisti: una corsa a chi stava più a sinistra. Il risultato fu una eccessiva frammentazione che creò disorientamento e debolezza, condannando all’inesistenza molte frange e formazioni. La situazione di allora non pare così lontana. L’unico problema è che, a cinquant’anni di distanza, nessuno a sinistra pare aver imparato la lezione.

Leonardo Raito

1917, l’anno della rivoluzione in un libro

Lenin addressing vsevobuch troops on red square in moscow on may 25, 1919.

Le ricorrenze dei centenari di importanti eventi storici si prestano spesso per operazioni editoriali che di culturale hanno poco. Saggi triti e ritriti, libri che non aggiungono niente di nuovo a ricostruzioni correnti e universalmente accettate. Si produce carta, tanta carta, e dispiace che anche editori accreditati prestino il fianco alla “ragion di stato”, a opere che contengono tante parole e poca scienza. Il centenario del 1917 non ha avuto una genesi diversa, salvo, fortunatamente, per alcuni lavori che offrono quadri interpretativi più ampi e accattivanti.

Tra questi registriamo il bel libro di Angelo D’Orsi, 1917 l’anno della rivoluzione, edito da Laterza, un volume che non limita il suo sguardo alla rivoluzione russa, ma che, nell’incedere dei mesi, traccia un profilo dei mille eventi che hanno caratterizzato la guerra mondiale, di certo acceleratrice dei momenti rivoluzionari, spartiacque epocale della storia del novecento. Il 1917, anno della rivoluzione, è anche l’anno della grande stanchezza per le vicende di una guerra che si stava trascinando più a lungo delle previsioni; è l’anno dei cedimenti ma anche degli sforzi che si riteneva risolutivi, nel contesto di una speranza che stava al passo con la stanchezza e che alimentava, come una favella che non intendeva spegnersi, il controverso rapporto tra governi e gerarchie militari.

Si registrano allora il caso del generale francese Nivelle, ammaliatore del governo repubblicano e che prometteva il colpo risolutivo allo Chemin des dames, tradottosi poi in una tragica ecatombe; o la disfatta italiana a Caporetto, culmine di due anni e mezzo di scriteriate offensive che avevano massacrato il morale dei fanti contadini sfracellatisi sulle difese austriache al fronte Isonzo. Ma ancora, vanno registrati, e D’Orsi lo fa molto bene, i tentativi di giungere alla pace, frutto di qualche ardita operazione diplomatica, poi fallita di fronte al desiderio totalizzante di vittorie definitive; le parole del papa, che inascoltato aveva lanciato un appello per interrompere l’inutile strage. Eserciti di massa, sistemi coercitivi, ideologie e propagande: tutto avrebbe fatto da humus per quei fenomeni che avrebbero generato processi come quelli di nazionalizzazione delle masse e di massificazione della politica che parvero con tutta la loro chiarezza nel dopoguerra.

Con questi quadro di fondo, ecco l’evento che, insieme alla discesa in campo degli Stati Uniti, segna l’ascesa verso una dinamica più internazionale della nostra storia: la rivoluzione d’ottobre. La rivoluzione che ha visto grande protagonista il Lenin leader dei bolscevichi. Il Lenin intellettuale, teorico, il Lenin trascinatore, capace di cogliere il momento, di interpretare gli eventi, di guidare i bolscevichi verso il trionfo della lotta come momento di rottura epocale. Donald Fleming ha detto che ogni rivoluzione, per dirsi tale, deve avere tre componenti principali: un atteggiamento specifico verso il mondo, un programma per trasformarlo in modo essenziale e una fiducia incrollabile che questo programma si possa realizzare: una visione del mondo, un programma e una fede. D’Orsi ha aggiunto anche che una rivoluzione avviene per una precisa combinazione di un momento, e della contemporanea presenza di individui che sanno interpretarlo e guidarlo. Lenin è l’uomo che ha saputo farsi interprete dell’impresa, il protagonista autentico dell’azione che ha cambiato la storia, una storia che da allora, così come ci ha raccontato bene un maestro come Hobsbawn, ha aperto i propri orizzonti, la propria strada, ad un approccio più globale e globalizzato alla sua narrazione.

Per concludere, ritengo che il lavoro di D’Orsi sia da consigliare anche per la sua chiarezza e la sua capacità espositiva, merce rara anche nel mondo degli storici, ormai. In un mercato editoriale sempre più contaminato da libretti e marchette, un libro di questo profilo è quasi una mosca bianca.

Leonardo Raito

Il calcio è morto, viva il calcio.

I rintocchi delle campane a morto suonano per il movimento calcistico nazionale. Eliminati dalla Svezia, una squadra di armadi che, nella più fortunata delle ipotesi, verrà buttata fuori al primo turno del mondiale, ce ne restiamo a casa dopo oltre mezzo secolo. Il calcio era uno dei grandi prodotti nazionali: quattro mondiali vinti ci hanno affidato, nella storia sportiva, il ruolo di superpotenza nel pianeta del pallone.

Oggi arretriamo, abbiamo perso in malo modo, inaspettato; giocando male, non facendo emergere nessuna delle stelle, sempre ammesso che ce ne siano, prodotte dai nostri vivai. Eppure, così, sulla carta, non avevamo niente da invidiare alle squadre più forti: giocatori nelle squadre migliori d’Europa, il portiere più forte della storia, punte ed esterni che piovevano a fiotti. Ma forte era anche la nostra presunzione: acciuffato per i capelli lo spareggio, dopo un girone in cui la Spagna ci ha cucinati per bene, pensavamo che con i giganti nordici tutto fosse già scritto: loro al mare e noi a giocare il mondiale al fresco della Russia. Invece no. Giocando davvero da cani, senz’anima, con un selezionatore che pensava di fare l’allenatore, senza modulo, senza undici base, siamo scivolati all’inferno. E ora nel calcio sarà un terremoto, un terremoto che speriamo possa avere qualche effetto benefico, e aiutarci a ricostruire dalle macerie, dando più spazio ai nostri giovani, liberando la federazione dal “fenomeno” Tavecchio, portandoci a costruire anche una politica sportiva degna di questo nome, dai centri federali alla formazione degli allenatori, dalla cura del settore giovanile al lavoro nelle scuole. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni, ma l’Italia, forse, non l’ha capito. Tolta la Juventus, che si è dotata di uno stadio, di un management aziendale all’altezza, il resto è zero. In Europa non vinciamo da troppi anni. Nemmeno nei campionati giovanili. E quello che è mancato è intrinseco alla storia del nostro football: le milanesi in crisi indeboliscono tutto il movimento e a poco serve la risalite delle romane, del Napoli. Si, forse renderanno più divertente il nostro campionato, più combattuto, ma non aiutano a far crescere la nazionale. I segnali della crisi non erano mancati, basti pensare alle penose partecipazioni ai due mondiali in Sud Africa e Brasile.

Lo sport nazionale segna una pesante battuta d’arresto. E il paese piomba in una sorta di lutto nazionale. Di amarezza collettiva che non pensavamo di dover vivere. La viviamo, dobbiamo viverla, metabolizzarla. E amando il calcio cercare le strade per rilanciarlo. In fondo, il paese è fatto così. Può essere che ricostruire una speranza riaccenda la forza per una nuova missione nazionale.

Leonardo Raito

Habemus legem: Rosatellum 2.0

Da tempo insistevo, anche dalle colonne del nostro giornale, sulla necessità imprescindibile di approvare una nuova legge elettorale che, dopo il fallimento del referendum costituzionale, diventava necessaria per armonizzare i modelli elettivi delle due camere. Questo parlamento ha prodotto il Rosatellum 2.0, una legge che prevede una quota ridotta di sistema maggioritario e una più ampia di proporzionale e che sarà la legge con cui si voterà nel 2018. Come tutte le leggi, è stata il prodotto della contingenza e del compromesso: andava ricercata una maggioranza parlamentare che, dopo mille mediazioni, è giunta a questo prodotto. Si tratta, senza dubbio, della miglior legge possibile che questo parlamento fosse in grado di approvare. Bello o brutto che sia, perfetto o perfettibile, il Rosatellum 2.0 ce lo dobbiamo tenere, e dobbiamo cominciare a pensare a come affrontarlo. In primis, nei collegi uninominali, i partiti o le coalizioni saranno obbligate a trovare i candidati più forti e più spendibili. Stando ai sondaggi, e respirando un po’ l’aria che tira, i collegi uninominali paiono avvantaggiare le coalizioni al danno del M5S, tanto che i grillini gridano allo scandalo, all’autoritarismo, alla non democraticità del modello elettorale. In realtà, i collegi uninominali un vantaggio ce l’hanno, restituendo il rapporto diretto tra elettori ed eletti, e garantendo, di fatto un maggior collegamento e una maggiore responsabilizzazione dei parlamentari nei confronti del territorio. Semmai, a mio avviso, si poteva aumentare la quota degli eletti negli uninominali, visto che impossibile era la procedura inversa, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari. Personalmente, apprezzo meno la quota proporzionale, eletti che entreranno in un listino bloccato, senza preferenze, restituendo maggiore spazio ai partiti e minore agli elettori, ma capisco che di più non si poteva fare. Ora, appare chiaro, è giunto il momento di definire le coalizioni che si sfideranno e, allo stato attuale dei fatti, vedo avanti un centrodestra che, fiutando il sangue, pare in grado di ricompattarsi, rispetto a un centrosinistra mantecato dalle solite fratture e dai soliti dolori. I cinque stelle, stando ai sondaggi, dovrebbero avere comunque una forte pattuglia parlamentare, ma non sufficiente da garantire un governo grillino al paese. Credo tuttavia che i pentastellati dovrebbero fare tanta autocritica, avendo contribuito a far abortire qualsiasi percorso di legge maggioritaria che, sola, di fronte al desiderio di non allearsi con nessuno, li avrebbe potuti portare alla guida del paese. Ma forse è meglio così.

Leonardo Raito

Coalizione si, ma come?

Ho vissuto “da dentro” tutta la storia della seconda repubblica e ho ancora, davanti agli occhi, le esaltazioni per la costruzione di coalizioni di centrosinistra, che, nella logica bipolare, si apprestavano a sfidare, con qualche prospettiva di vittoria, il cavaliere e i suoi fidi scudieri. Ripensandoci oggi, non so se la nostra fosse più speranza di battere Berlusconi o di governare, se l’aspettativa riguardasse più il fare qualcosa che a noi sembrava di sinistra o precludere il passo dalla destra che consideravamo un male semiassoluto. Il bipolarismo all’italiana ci ha fatto crescere nell’illusione di poter fare una scelta, decidere chi, tra due schieramenti, avrebbe guidato il paese, un’illusione magica, inebriante, ma che poi ci faceva piombare nella disperazione. Ricordo il balletto con Rifondazione nel primo governo Prodi, gli scongiuri per la buona salute dei senatori a vita che tenevano in piedi governi attaccati con lo sputo, i ceri accesi nelle nostre chiese per sperare in un passo indietro di Mastella quando minacciava la caduta del Prodi bis. Con due leggi elettorali diverse (Matterellum prima, Porcellum poi) le coalizioni hanno segnato, da un lato, la definizione di accordi programmatici spesso disattesi, dall’altro la costruzione di ammucchiate talvolta senza senso, fautrici poi di dolorose fratture, sia a sinistra che a destra. Come dimenticare i ministri di centrosinistra che andavano in piazza a protestare contro i provvedimenti appena votati, o il Gianfranco Fini del “che fai, mi cacci?”, o Follini che rischiava di mettere in crisi il governo di Berlusconi, o la Lega di Bossi che ruppe già nel 1994, a pochi mesi dal voto, il patto governante della prima coalizione di centrodestra? Al netto di questo, per determinare una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni, restano alcune variabili. In primis, capire con quale legge elettorale si voterà. Se passerà il Rosatellum, una coalizione verrà costruita solo se si riuscirà a trovare un accordo sulle candidature nei collegi uninominali e nella composizione dei listini. E non sarà facile, dato che le fratture di Mdp, anche sui territori, hanno spesso acuito le tensioni con i dem. C’è poi il non trascurabile problema dei programmi. Se la contesa sarà lo smantellamento delle riforme orgogliosamente sostenute dal Pd, sarà difficilissimo trovare la quadratura del cerchio. Salvo non giungere allo zibaldone stile Unione, un programma elettorale di oltre 200 pagine, com dentro di tutto e di più, e con scarsissime possibilità di essere coerentemente comunicato all’elettorato. In sostanza, per parlare di coalizioni è ancora presto, per l’oggettività delle condizioni attuali, ma pensarci resta un dovere. Il problema resta sempre quello: come garantire un gruppo coeso che, oltre che vincere, possa governare?

Leonardo Raito

Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito

Legge elettorale e opinione pubblica instabile

La questione relativa alla legge elettorale sta denotando, ancora una volta lo stato confusionale dell’opinione pubblica italiana, sempre più incapace di distinguere e capire, e sempre più avvezza a farsi trascinare dai magici pifferai che urlano più forte, trascinando il confronto nello scontro biliare di acida incompetenza. L’oggetto del contendere sembrerebbe, oggi, l’impossibilità di scegliere direttamente, con il voto, il governo. “Un attacco alla democrazia”, urla qualcuno. “Il rischio di deriva totalitaria” paventa qualcun altro. “I governi si decideranno dopo il voto” minaccia qualcun altro ancora. Ma proprio su questo, vorrei incentrare questo mio scritto, perché un’affermazione del genere tradisce un’ignoranza della storia italiana senza precedenti. L’unico sistema in grado di garantire infatti la certezza dell’elezione di una maggioranza in grado di formare un governo, sarebbe un sistema maggioritario che premiasse il primo partito (in subordine il gruppo di liste collegate). Ma si tratta di una proposta che è stata avversata, nel nostro paese, fin dal primo momento in cui è stata avanzata.

Siamo nel 1953 e la Dc avanza l’idea della legge maggioritaria, bollata subito “legge truffa”. La legge 148/53 proponeva di assegnare il 65% dei deputati alla lista, o al gruppo di liste collegate, che avesse superato il 50% dei voti. Già per De Gasperi, insomma, il tema della governabilità era un tema fondamentale. Lo statista trentino aveva capito, con largo anticipo, quanto deleterio sarebbe stato un governo costretto a mediare continuamente a causa di maggioranza instabili, ricattate dal potere di veto di micro partiti interessati a mantenere i propri spazi e le proprie funzioni di gestione.

La prima repubblica, quindi, è stata soggetta alle regole di un proporzionalismo che non consentiva indicazioni sulle maggioranze di governo. Queste, infatti, sarebbero state esclusivamente maggioranze del giorno dopo, frutto di estenuanti trattative a cui, dopo, sarebbero seguite altre trattative per la formazione dei governi, con un presidente del consiglio indicato, come da prerogative costituzionali, da parte del presidente della repubblica. I partiti e gli italiani si sono poi opposti a tutte le proposte di trasformazione in senso migliorativo delle regole del gioco.

Prima hanno votato per abolire le preferenze multiple, per poi aborrire anche la preferenza unica. Si sono innamorati per un po’ dei collegi uninominali, poi hanno assistito inermi all’arrivo sulle scene del “Porcellum” una legge costruita appositamente per bloccare le prospettive del centrosinistra, dato per vincente dai sondaggi, nel 2006; hanno guardato con sospetto alle proposte per una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, poi all’Italicum renziano, infine al “Rosatellum”. Le accuse all’ultima proposta sono quelle di generare ingovernabilità (già sperimentata e digerita), impossibilità di indicare il premier (già visto che, senza modifiche costituzionali, il popolo non lo eleggerà mai direttamente), impossibilità di costruire maggioranze certe prima del voto. In sostanza, di lasciare invariato il quadro, senza speranza. Ma aldilà del giudizio, positivo o meno, sulla legge in discussione, riusciamo almeno ad accordarci sul fatto che armonizzare le leggi per la camera e il senato è fondamentale? Riusiamo a dire che, con l’introduzione dei collegi uninominali, almeno una parte dei parlamentari sarà eletta direttamente? Riusciamo a capire che questa legge resta, comunque, fondamentale? Perché se un’opinione pubblica di una democrazia matura non riesce ad avere nemmeno queste certezze, il rischio di scadere nell’anarchia del pensiero stupido è dietro l’angolo. E per cadere nel baratro basta un passo.

Leonardo Raito

Stop alle polemiche, è ora
di programmare con serietà

Immancabili e certe come la morte, a ogni tragedia seguono polemiche politiche di bassissimo profilo. Lo scaricabarile delle responsabilità, le procure che indagano, i giornalisti che si prodigano alla ricerca di particolari scabrosi in inchieste che, talvolta, possono riportare al cuore del problema. Questo, ormai è lampante, è che il nostro paese è tutto a rischio, sia questo idrogeologico, sismico o di ogni altro genere preventivabile. Questi rischi vengono amplificati da un clima che ormai ha ampi spazi di imprevedibilità; se pensavamo di essere infallibili meteorologi (nonostante questa scienza abbia fatto apprezzabilissimi passi da gigante nella capacità di prevedere) ci siamo accorti che la fregatura è sempre dietro l’angolo, dieci millimetri in più possono far saltare il palco, le raffiche di vento rovesciare alberi, far cadere ponti, provocare stragi. La cosa triste è che siamo spesso a pagare dazio alla tragedia e siamo costretti a piangere morti. La colpa è sempre dell’uomo, l’uomo che non ha saputo prevedere, predisporre, prevenire. La cultura della prevenzione, in questo paese, è stata a lungo trascurata.

Colpa della politica? Non solo, forse anche colpa di un popolo abituato a entusiasmarsi per il grande, per l’opera nuova, e poco attratto per i lavori di manutenzione che oggi paiono più urgenti che mai. Proprio nel settore della prevenzione e delle manutenzioni c’è tantissimo da fare, e forse sarebbe opportuno di varare dei provvedimenti normativi ad hoc che indirizzino le poche risorse in quello che serve. A lungo l’antropizzazione spinta dei territori ha provocato sfaceli: consumi di suolo spropositati che hanno portato a sottovalutare i problemi dei tombinamenti dei fiumi e dei canali, la sistemazione degli edifici vecchi. Venite in Veneto a vedere cosa ha prodotto la caccia al cemento: zone industriali e artigianali disseminate ovunque, ormai semideserte, capannoni vuoti, case e appartamenti chiusi, alvei di fiumi cementati, bacini di espansione ridotti ai minimi termini.

Ma se fino a qualche decennio fa l’interesse per la prevenzione era ridotto, oggi si tratta di una priorità non rinviabile. Occorre censire, verificare, rafforzare i piani, manutenere. Vanno coordinati i vari soggetti preposti alla gestione, per non trasformare ogni problema in un’emergenza da gestire. Il lavoro da fare non è poco, ma bisogna iniziare. Mettendo da parte le polemiche, perché non è scaricando le colpe che si cambia la cultura di un paese forse troppo poco incline alle regole.

Leonardo Raito