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Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Un ritorno di visibilità
del PSI all’estero

Siamo a metà estate, l’ultima estate prima delle elezioni nazionali del 2018. Come sappiamo sono elezioni lungamente attese e per quanto riguarda il dipartimento esteri del PSI, possiamo ben dire di esserci preparati molto e bene a queste future elezioni.

Sebbene il quadro delle alleanze e della legge elettorale sia ancora incerto, il PSI esteri, collegio europa, ha costruito una rete molto efficace tra gli italiani all’estero, siano essi di prima emigrazione o di nuova emigrazione.

Ed è pertanto tramite un lavoro costante e convinto che sono rinate le Federazioni di Lussemburgo Svizzera Belgio Francia Germania Inghilterra e Spagna. Molti compagni, molti professionisti seguono con interesse le attività del PSI e promuovono iniziative temi e discussioni.

Il mondo degli italiani all’estero può offrire moltissime competenze all’Italia e per nessun motivo dobbiamo lasciare che il distacco tra Italia ed italiani all’estero diventi definitivo.

Sin dal 2008 ogni anno si è tenuta la rituale presenza dello stand del PSI presso il Festival des Migrations a Lussemburgo, una due giorni in cui migliaia di persone possono vedere le bandiere del PSI e discutere con i membri della Federazione locale su temi quali Europa, lavoro, professionalità, emigrazioni.

Nel 2013 il PSI estero ha partecipato alla campagna elettorale insieme al PD ed a SEL nella coalizione Italia Bene Comune, esprimendo un candidato nelle liste del PD che ha conseguito un buon risultato, circa 4000 preferenze, pur non venendo eletto.

Il patto con il PD è poi rimasto in piedi anche con la nuova segreteria renziana ed il PSI esteri ha sostenuto il « SI » al referendum del 2016 partecipando ad un evento a Zurigo in sostegno della riforma costituzionale, presenti alla casa d’Italia centinaia di persone.

All’inizio del 2017 è stato presentato il libro «Erasmus Politik» presso la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera ed analoga presentazione sarà ripetuta in ottobre 2017, alla presenza, fra gli altri, dell’On. Pia Locatelli.

Nel corso degli anni si é inoltre rinsaldato il rapporto con i vertici dei partiti fratelli e membri del PSE, dalla SPD tedesca al PS francese al PS belga allo SP svizero alla LSAP lussemburghese.

I rapporti con le altre forze partitiche della sinistra, sebbene variegate, e con i sindacati ed associazioni è aumentato ed è improntato ad un ritorno della visibilità del PSI all’estero, che mancava da circa un decennio.

Il PSI esteri ha creato una pagina Facebook dedicata ed un sito chiamato www.europariformista.euIl PSI Esteri promuove diverse attività di svago, anche, legate allo sport alla musica alla letteratura.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Banche, risparmio e Costituzione

Il tema delle banche, del risparmio e del salvataggio di alcuni istituti di credito ben individuati, in Italia ed in Europa, costituisce uno degli argomenti più scottanti degli ultimi anni, spesso impopolari e comunque divisivi.

Perdere i soldi guadagnati con una vita di lavoro e sacrifici non piace di certo a nessuno. La crisi del 2008 iniziata negli Stati Uniti d‘America e poi giunta fino in Europa tramite la circolazione dei crediti deteriorati, ha creato il classico effetto a catena che ha messo in grossa difficoltà non solo gli enti privati bancari, ma, di conseguenza, anche gli Stati che sono dovuti correre in soccorso degli enti privati bancari.

Sicché lo Stato è più volte intervenuto, negli Stati Uniti prima, in Europa dopo, con interventi pubblici a carico dei contribuenti per salvare il sistema.

La parola « sistema » non piace a tutti, anche perché ha un sapore elitario e misterioso, ma di fatto e di diritto alle banche viene riconosciuto un valore sistemico sia perché depositarie di risparmi che perché erogatrici di prestiti ed, infine, anche perché datrici di lavoro a migliaia di dipendenti.

Inutile negare il valore sistemico delle banche, da discutere invece sarebbe il ruolo delle fondazioni bancarie nel sistema italiano e la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento, poiché  anche il venir meno di questa distinzione  ha in effetti originato la crisi dei subprime negli Stati Uniti.

Concentrandoci però sugli ultimi eventi italiani ed europei, scopriamo che il protagonista è l’oramai famoso bail-in.

Bail-in significa semplicemente che lo Stato non interviene più a salvare le banche in fallimento. Lo Stato, e cioè i contribuenti, non saranno più chiamati ad immettere denaro pubBlico nelle banche, per ricapitalizzarle e salvarle dal fallimento.

Al contrario bail–in significa che i risparmiatori, cioè chi ha comperato azioni o obbligazioni e vanta un credito potrà vedere scomparire il proprio credito, cioè risparmio, evaporare.

Questo ci dice che a livello europeo, il bail-in deriva da una direttiva europea, si é andati oltre il principio dell’intervento statale e si é accettato in via definitiva il principio che i contribuenti non debbono più pagare per le crisi degli istituti bancari, anche se a volte – occorre dirlo a onor del vero – è difficile distinguere il contribuente da mero risparmiatore retail.

Con la Direttiva  2014/59 (BRRD) che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento la scelta non sarà più, in caso di crisi, tra il fallimento della banca e l’intervento statale, bensì tra il fallimento ed il bail – in, con la clausola che le conseguenze del bail – in per i creditori non potranno essere piu’ svantaggiose di quelle del fallimento ordinario.

Lo scopo è quindi risanare la banca, ma lo Stato resta fuori, quindi i risparmiatori corrono il rischio di rimetterci i risparmi (ma non i depositi).

Il bail – in però si applica solo se le banche in crisi hanno rilevanza sistemica europea ed è per questo che Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza non sono rientrate nello schema del bail – in e saranno salvate tramite un intervento del tutto nazionale, a carico dello Stato e con la collaborazione di un istituto privato,  con l’approvazione straordinaria della Commissione Europea che ha autorizzato l’aiuto di Stato in deroga ai principi generali dei Trattati europei.

Ora alcuni hanno obiettato che le regole del bail – in siano incostituzionali, visto che l’art. 47 della Costituzione tutela il risparmio.

Appare però quanto meno infondata l’obiezione predetta, poiché la tutela del risparmio significa incentivo al risparmio, che resta tuttavia pur sempre un investimento e come tale contiene un elemento di rischio, l’altra faccia del possibile guadagno.

Il problema del risparmio non é l’art. 47 della Costituzione, bensì il mancato rispetto di alcune regole basilari e fondamentali del settore bancario, quali la Direttiva MIFID, che impongono, nel momento della consulenza al potenziale risparmiatore, obblighi di buona fede, di informazione e di diligenza che, se applicati correttamente, eviterebbero l’acquisto di strumenti finanziari inadeguati da parte di sprovveduti risparmiatori.

Leonardo Scimmi

Italiani all’estero, un discorso
da prendere sul serio

Alcuni il nesso non lo vedono, no, non quel nesso eziologico che dottrina e giurisprudenza cercano in caso di reato, ovvio. Eppure un nesso storico economico sociale, meno definibile, io lo vedo eccome. Sarà perché ne ho conosciuti tanti di italiani all’estero, e di croati ungheresi polacchi ciechi slovacchi turchi curdi e cosi’ via. Tanti emigrati che – forti di volontà e pochi mezzi – sono sbarcati in grandi e piccole metropoli in cerca di lavoro, o di studio per poi trovare un lavoro.

Senza retorica, il nesso c’é, perché le case di edilizia popolare costano meno ed è li che – in prima istanza – si alloggia quando non si hanno mezzi.

Ora il caso ha voluto che un ragazzo siriano sfuggito alla guerra abbia incontrato una terribile sorte a Londra, e lo stesso per i due sfortunati italiani.

Di sicuro la nazionalità non conta in casi di tragedie, ed è anche vero che l’Italia non è la Siria, per fortuna.

Eppure un pensierino bisogna dedicarlo alla situazione italiana che sebbene non catastroficamente afflitta da guerra civile ha comunque spinto migliaia di italiani – oramai milioni – ad emigrare ed a cercare fortuna fuori dall’italia, o sfortuna nel caso dei due poveri ragazzi.

Per carità, si emigra per piacere per studio per curiosità, per fare esperienza, ed incidenti possono accadere in Italia o durante le vacanze, però se fossero stati turisti per 1 settimana sarebbero forse alloggiati in albergo e non in un palazzo di edilizia popolare a rischio, come scopriamo oggi.

Se i ragazzi oggi non fossero obbligati a cercare lavoro all’estero, non si metterebbero in situazioni che a volte risultano essere a rischio. Se gli studenti imparassero le lingue a scuola, veramente, non dovrebbero andare in giro a fare i camerieri a Londra o in Irlanda per apprendere le famose due parole di inglese.

Insomma, l’Italia non ha commesso nessun reato nei confronti di quei due poveri ragazzi, ovvio, ma non mi sento di assolvere il nostro paese per la negligenza che ha dimostrato e dimostra nei confronti del futuro dell’educazione e delle prospettive lavorative dei giovani italiani.

E’ ora di prendere sul serio il discorso degli italiani all’estero, di coordinare, prendersi cura, di organizzare seriamente un esodo oramai epocale e legato sia alle condizioni a volta misere del mercato del lavoro italiano sia alle nuove sfide poste dalla globalizzazione.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Leonardo Scimmi

Legal Counsel

Per una cultura europea diffusa

Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discorsi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.
Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideolgiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Le Pen? L’Europa federale o quella intergovernativa ? Concertazione o codeterminazione? Kultur o Zivilisation ?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giu agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici.

Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta: vedere un grillino a Palazzo Chigi!

Se al peggio non c’è mai fine, come insegna la tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded.

Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’« altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dell’aggettivo di «apoti », cioè coloro che « non la bevono », ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente puo’ far fronte.

Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita «populismo» ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli ultimi venticinque anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà é ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, é il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti.

Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogigo quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di sè e del suo modello politico-sociale.

Di nazionalismi, di populismi e di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la sfida è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e Nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

Direzione Nazionale PSI

Coordinatore italiani all’estero (Europa)

La dura realtà del misero dibattito interno italiano

Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discordi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.

Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideologiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Hamon? L’Europa federale o quella intergovernativa? Concertazione o codeterminazione?  Kultur o Zivilisation?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giù agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici. Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta :  vedere un grillino a Palazzo Chigi !

Se al male non c’é mai fine, come insegna la  tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded. Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’«altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dello pseudonimo di «apoti », cioè coloro che «non la bevono», ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente può far fronte. Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita « populismo » ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli utlimi 25 anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà è ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, è il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti. Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogico quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di se e del suo modello politico sociale.

Di nazionalismi, di populismi di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la battaglia è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Gli europeisti

Difficile trovare un nome per riunire socialisti laici radicali ambientalisti e popolari.
Cosa li unisce non é evidente ad un primo sguardo.
Invece a ben analizzare la storia degli utlimi 25 anni e la situazione odierna in Italia ed in Europa, c’é molto che li unisce, o per lo meno qualcosa di molto importante.
Non solo le battaglie laiche ed ambientaliste.
Non solo la comune storia socialista.
Non solo il senso di responsabilità per le sorti del Paese.
Ma anche e soprattutto la comprensione dell’urgenza e dell’importanza di combattere una battaglia per l’Europa, contro i nazionalisti e contro i fondamentalisti.
Gli europeisti sono oggi coloro che rifiutano la retorica sovranista, la propaganda anti Euro e contro Bruxelles.
Gli europeisti oggi vogliono costruire gli Stati Uniti d’Europa, e sono pronti ad unirsi per farlo, partendo dall’Italia, dal senso di responsabilità, dal comune progetto europeo.
Gli europeisti sono a favore della cultura e dell’ identità europea, sono a favore del federalismo europeo, di una difesa europea, di una politica estera europea, di una democrazia maggioritaria europea, di un collegio elettorale europeo, di un fisco europeo, di una spesa pubblica europea, di un servizio civile europeo, di una scuola comune europea, di un Erasmus continuo degli stati e delle persone, per formare quella cittadinanza europea sostanziale di cui si ha oggi bisogno, per confrontarsi con i grandi players del mondo e con le sfide della globalizzazion e della teconologia.
Gli europeisti sanno che le soluzioni migliori per i singoli cittadini, dal lavoro alla scuola, verranno da una unione europea unita ed efficiente.
Gli europeisti ci sono e sfidano tutti i populismi, i demagoghi ed i nazionalisti che vogliono far piombare il mondo nel secolo scorso con il rischio di ripetere drammi ancora recenti.
Gli europeisti guardano avanti con fiducia nel progresso e nell’Europa e sono pronti ad agire in autonomia convinti che non c’é miglior progetto degli Stati Uniti d’Europa.

Leonardo Scimmi

L’Europa o il caos

E’ nota la folgorante frase con cui Pietro Nenni invitò gli italiani a votare per la Repubblica, oggi siamo di fronte alla stessa essenziale domanda e decisione, un’angoscia quasi esistenziale quella che dovrebbero provare i popoli europei di fronte a quanto sta accadendo al progetto europeo. O l’Europa si farà nella sua versione completa politica e federale o regnerà il caos nella regione geografica europea.

Oggi l’Europa vive una fase di crisi estrema, crisi di credibilità, di legittimazione democratica, economica e comunicativa. Soprattutto l’aspetto comunicativo e culturale della costruzione europea è venuto a mancare negli ultimi anni. Si sono create fratture sociali che minano la stessa permanenza del progetto europeo. Pensiamo alla linea orizzontale che divide i paesi del nord da quelli del sud, austeri contro cicale possiamo dire, oppure la linea che divide metaforicamente i paesi occidentali da quelli orientali usciti dal regime sovietico, oppure pensiamo alla rottura fra i popoli e le burocrazie, le classi politiche, od alle nazioni che ostinate riemergono e reclamano potere e competenze sempre più importanti. L’Europa colpita dalla crisi economica non ha saputo e potuto orientarsi su un progetto diverso in vero, ma ha accettato il terreno di battaglia economico senza preoccuparsi di reagire a livello sociale culturale e politico. Il dominio dei mercati (che sono notoriamente globali) ha in tal senso esteso la sua forza anche e soprattutto sugli stati europei e l’Europa non ha saputo unirsi per reagire e governare il cambiamento.

E’ mancato un progetto educativo scolastico culturale e una adeguata campagna comunicativa per rendere l’Europa un progetto condiviso, compreso, capito, affinché cittadini europei si sentissero tali, un’identità condivisa. L’Europa resta però il progetto dei progetti, il fine ultimo cui tende il nostro continente, perché la CECA – la prima forma di unione europea – nasce per garantire la pace tra i contendenti francesi e tedeschi dopo la seconda guerra mondiale e prosegue con grandi balzi amministrativi in avanti, attraverso trattati e norme che entrano e si insinuano nei nostri ordinamenti giuridici fino a pervaderli, come oggi, in ogni dettaglio piu’ di quanto pensiamo. Una costruzione giuridica economica molto avanzata, cui solo i demagoghi possono pensare di porre una retromarcia.

L’Europa è oggi necessaria perché il mondo è più grande, più collegato ed i grandi players come USA Cina India Brasile Russia esigono un interlocutore unito ed europeo, piuttosto che singoli e piccoli stati nazionali. La globalizzazione è un dato di fatto ma i popoli non sono pronti, spesso sono spaventati e, di conseguenza, reagiscono chiudendosi, votando contro, come se restando soli ed isolati si risolvessero i problemi.

In questo scenario hanno trovato facile terreno di crescita movimenti e partiti che si ispirano al più conservatore dei nazionalismi, il mito della nazione, nato nel XVI secolo e giunto fino ad oggi e che tende a far coincidere lo stato con la nazione, cioè con l’insieme di lingua tradizione e cultura. Un mito che già Einstein definiva una malattia infantile dell’umanità e che Mitterand preoccupato nella sua ultima seduta a Strasburgo apostrofò con le parole “il nazionalismo è guerra”. Il binomio nazionalismo ed antipolitica ha pertanto causato un corto circuito nel progetto di integrazione europea e la Commissione non ha potuto e saputo reagire agli attacchi delle opposizioni nazionaliste ed antipolitiche, come non ha saputo riallineare gli stati membri spesso vittime di classi dirigenti tiepide sull’Europa, di corto respiro, che flirtano coi nazionalisti e sono guidati da classi dirigenti nazionali e poco avvezzi alla realtà europea.

Prima che gli eventi precipitino, e siamo già vicini al burrone, occorre reagire, invertire la tendenza, creando quel senso di appartenenza all’Europa ed amore per un progetto che è il compito e la missione della nostra generazione, votata non solo a social media e playstation, ma alla realizzazione di un grande progetto di pace e benessere: gli Stati Uniti d’Europa.

Spetta alla generazione erasmus soprattutto, ed a tutti coloro che vivono cross borders, realizzare il sogno europeo. Spetta specialmente, anche se non solo ovviamente, a chi l’Europa l’ha vissuta, capita, studiata veicolare il messaggio e la necessità di un’Europa unita.

Spetta a tutti gli ex erasmus il compito storico di diffondere il messaggio europeo, parlare spiegare l’europa, la differenza culturale dei paesi membri, la loro bellezza, l’aspirazione all’unità culturale, sociale, della letteratura, della musica del teatro europeo, dello sport europeo, del cinema europeo, un lavoro immenso e bellissimo, che gli erasmus possono realizzare senza difficoltà.

Occorre pertanto costituire un erasmus della politica, che avvicini i due mondi quello dei giovani europei e quello dell’impegno politico, necessario step per la realizzazione di un progetto politico come quello europeo. Scambi di lavoro fra istituzioni parlamenti e governi dei vari paesi membri, una proposta di legge arriverà a breve.

Quote erasmus per consentire l’osmosi di conoscenze e best practices tra gli erasmus o italians o altri lavoratori cross borders affinché rientrino – anche temporaneamente – nei paesi di provenienza e lavorino presso pubbliche amministrazioni o privati e reimmettano conoscenze nella società.

Occorre l’unificazione del sistema scolastico europeo, dei programmi educativi, le materie da insegnare, la costruzione europea, la cultura di altri paesi, la loro musica, letteratura, tradizioni, spiegate in modo dettagliato. Oggi il Trattato di Lisbona affida agli stati nazionali scuola e cultura, senza appello. Un errore attribuire solo il mercato unico alla competenza europea e la cultura a quella nazionale.

Occorre l’istituzione di un servizio civile europeo, per tutti i cittadini, spendere un anno in un altro paese europeo è un’opportunità unica di conoscenza e apertura, contro le chiusure, si crea la base per una vera cittadinanza e identità europea (anche il servizio militare potrebbe essere un’opzione, molti paesi hanno creato un’identità intorno a questo).

La necessità di trovare una lingua unica per l’Europa, che sia standard e consenta a tutti di parlarsi, dalla Finlandia alla Spagna, senza dover eliminare le lingue tradizionali che restano, come restarono in vita i dialetti regionali dopo l’unificazione d’Italia.

In breve, la Commissione deve utilizzare il suo esiguo budget (forse è il caso di aumentarlo visto che il PIL di 500 milioni di europei è consistente) per propagandare e creare l’identità europea e veicolare la bontà la necessità ed i vantaggi dell’integrazione europea.

I risultati economici non possono essere il solo elemento di unione, lo stesso Fischer ex Ministro degli Esteri tedesco ricordava che l’Euro é un progetto politico. I risultati economici non possono precedere l’unificazione politica e culturale perché da essi dipendono. I problemi migratori, di sicurezza interna ed esterna, la crisi bancaria sono derivati dalla mancanza di unità di azione europea, dalla mancanza di un’Europa unita  politicamente capace di esprimere una politica fiscale unica, una politica economica unica, una politica estera e di difesa unica e democraticamente fondata. Le istituzione non saranno rese democratiche se le classi dirigenti e le popolazioni non saranno rese europee, capaci di perseguire un interesse europeo, e non più nazionale. I 5 milioni di Erasmus in giro per l’Europa, i 2 milioni e mezzo di italiani emigrati in Europa, sono una buona base di partenza per creare un popolo europeo ed una classe dirigente europea capace di sconfiggere il rinascere di pericolosi nazionalismi.

Per questo oggi ci sentiamo di dire che si avrà l’Europa o il caos! Avanti.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero PSI (Europa)

Export VS sovranisti

Noi Italiani viviamo da anni sommersi da cattive notizie vere o presunte. Tra l’emergenza neve, quella siccità, quella terremoto, l’ondata di profughi dal Medio-oriente e la peggiore crisi economica dalla fine della guerra ad oggi, sembriamo essere solo in attesa dell’onda di tsunami destinata a spazzare via definitivamente un Paese in perenne crisi.
I problemi specie quelli economici certamente esistono, la crescita latita, il debito cresce, la disoccupazione giovanile anche, il divario Nord Sud aumenta e abbiamo certamente perso posizioni in termini di ricchezza relativa rispetto ai nostri maggiori partner e competitor ma anche e soprattutto rispetto alle economie dei Paesi emergenti.
Tuttavia l’analisi delle variabili economiche che registrano il posizionamento dell’Italia nell’economia internazionale, dimostrano che la sfida che la globalizzazione pone a tutti i paesi industrializzati occidentali può essere vinta.
L’unica condizione è che il sistema Paese intraprenda la strada corretta e non ceda al riflesso condizionato di chiudersi in un asfittico mercato interno ed in politiche economiche autorefernziali, assecondando l’ondata «sovranista» che sta investendo le opinioni pubbliche e i partiti politici di tutto il Mondo.
Esiste infatti una parte dell’economia italiana più esposta alla concorrenza internazionale, che ha enormemente beneficiato dalla crescente apertura dei mercati dimostrando una capacità di adattamento reale al nuovo mercato globale e soprattutto al nuovo corso in cambio forte e stabile aperto dall’entrata nella moneta unica.
Non stiamo parlando del « Grande Capitale » come molti politici demagoicamente affermano ma dell’ossatura della nostra economia più avanzata : le nostre aziende piccole e medie operanti nei settori traino del Made in Italy dall’agroalimentare all’automazione industriale.
I problemi pesano dunque, il Paese è in affanno ma la parte più dinamica dell’economia esce bene dal primo impatto con i mercati e con l’introduzione dell’Euro e può indicare la via del rilancio al resto del Paese.

Una nuova classe dirigente che abbia voglia di vedere le enormi opportunità che la globalizzazione offre, e le sappia cogliere introducendo i necessari accorgimenti a sistema fiscale, pubblica amministrazione, apparato infrastrutturale dovrebbe essere l’interlocutore della parte più dinamica e produttiva della nostra economia.
Dopo un 2015 spumeggiante sul fronte delle esportazioni ed un inizio 2016 balbettante, le nostre imprese esportatrici hanno fatto registrare nell’ultima parte dell’anno un recupero delle vendite all’estero che determinano anche nel 2016 una chiusura in positivo sul fronte delle esportazioni in linea con quanto accade dal 2009 ad oggi.
L’export italiano vola ovunque fuori dall’UE (in media + 4,1%), tranne che in Svizzera dove si registra un calo del 3,5% a fronte però di un + 21% in Cina, +19,9% nell’area Mercosur, + 12,2% negli USA, + 9,2% in Russia, + 7,2% in Giappone e + 4,8% in Turchia : tutto questo in attesa dei dati sull’export intra UE che si preannunciano positivi.
Dati non sorprendenti se si leggono le stime sullo stato di salute dell’economia mondiale analizzate dalla Bank of America che rileva come, al clima di sfiducia registrato a Davos nell’ultimo vertice del World Economic Forum, si contrappone nella realtà una crescita stimata del PIL mondiale nel 2017 del 3,2% con le 4 aree economiche traino tutte in netto recupero: USA, UE, Cina e India.
Se si affiancano a questi dati congiunturali quelli che registrano una tendenza decennale delle esportazioni italiane, ne emerge un quadro sorprendentemente positivo rispetto alla narrazione generale di un paese « schiacciato » dalla globalizzazione :
l’Italia ha esportato nel 2015 412,3 miliardi di Euro a fronte dei 332,1 esportati nel 2006, una crescita del 24,1% con picchi annui dell’11% e con un solo anno di variazione negativa (il 2009).
Il nostro saldo della bilancia delle partite correnti è dal 2012 di nuovo in positivo e nel 2014 ha raggiunto un surplus del 3,1% che non raggiungeva dal 1997 in una fase ultra espansiva dell’economia.
L’Italia aveva nel 2015 il quinto surplus manifatturiero al mondo (103, 8 Miliardi di Euro) alle spalle soltanto di Cina, Germania, Corea e Giappone e davanti a Francia, Regno Unito e USA. Il surplus manifatturiero italiano nel settore del legno è secondo solo a quello cinese ed è il quarto nel settore dei macchinari industriali. Nel 20% delle merci scambiate al Mondo, il surplus commerciale italiano si classifica nelle prime tre posizioni.
Se i dati sono questi dunque perchè il Paese soffre ?
La nostra risposta è che se i dati sull’export sono così positivi, evidentemente non stiamo facendo abbastanza per cogliere a pieno i frutti della globalizzazione.
Le imprese che fanno registrare questi numeri e che fanno del nostro Paese uno dei primi 10 esportatori mondiali sono prima di tutto troppo poche; da noi vale la regola del «20-80» (20% di esportatori regolari a fronte dell’80% di esportatori saltuari o non esportatori). In Germania la stessa ratio è del «40-60» circa. Troppe imprese insomma restano al caldo del mercato interno protette da rendite, monopoli, spesa pubblica o semplicemente non riescono a fare il salto verso i mercati esteri.
Le imprese migliori inoltre fanno registrare ottimi ritmi di crescita ma potrebbero probabilmente fare meglio, se il Paese non dovesse trascinarsi sulle spalle il peso di riforme non fatte e che sembra proprio in Italia non si riescano a fare : una tassazione meno soffocante, delle infrastrutture migliori, una PA vicina agli imprenditori e non ad essi ostile aiuterebbero le nostre imprese migliori a fare certamente meglio e forse le più deboli ad emergere.
Il mercato globale ha una domanda di Italia crescente sia in termini di prodotti, che di flussi turistici e negli ultimi anni anche di investimenti in entrata, che il Paese deve attrezzarsi per intercettare. Non è il mare della globalizzazione ad esser cattivo è la nostra nave a non essere abbastanza attrezzata per navigarci.
Se il pesce però nuota in mare, la nostra reazione non può essere quella di tornare in porto per esaurire le scorte rimaste, ma di attrezzarci per navigare e pescare meglio degli altri.
Certo la politica di controllo della spesa che ci viene imposta da Bruxelles a fronte del nostro indebitamento, ci impedisce di fare degli investimenti espansivi, magari in settori strategici che ci permetterebbero di affrontare la concorrenza con armi più potenti, tuttavia ricordiamoci che questa ci tutela anche dalla speculazione che è sempre in agguato e che proprio in questi giorni ha fatto risalire lo spread rispetto ai titoli del debito tedesco e soprattutto ci dovrebbe indurre a fare delle riforme che sono state sull’agenda di molti i Governi.
È la lista delle riforme non fatte alcune delle quali anche richieste da Bruxelles e non di quelle fatte che tarpa le ali della nostra crescita.
All’ultimo Governo (che è stato abbastanza prodigo d’interventi) sono rimaste molte frecce non scoccate : misure sull’aumento della concorrenza, misure di semplificazione fiscale, interventi semplificatori sulla pubblica amministrazione, la revisione della spesa, vari provvedimenti di rilancio delle PMI e delle start-up.
Un pacchetto di interventi che andrebbero nel senso di una semplificazione del sistema e di una riduzione del fardello sulle spalle delle imprese produttive che sfruttando le condizioni favorevoli date da crescita sostenuta e bassi tassi sul debito dei primi anni della moneta unica, la Germania ed altri paesi hanno fatto.
Negli stessi anni, in cui la disoccupazione in Germania era dell’11% e da noi dell’8% con una crescita compresa tra il 2 ed il 3% all’anno, noi abbiamo bruciato i nostri avanzi primari e continuato a spendere come se non ci fosse un domani, senza però dal lato della domanda investire in settori strategici e dal lato dell’offerta riformare l’apparato pubblico, allo scopo di creare un ambiente più favorevole allo sviluppo delle imprese ed alla crescita reale dell’economia.
Puntare il dito contro l’Euro, la Germania, l’establishment e la globalizzazione va certamente di moda, farà lucrare qualche voto in più alle prossime elezioni, ma indica il nemico sbagliato e ci fa solo perdere tempo prezioso.
È contro noi stessi che dobbiamo puntare il dito, e al nostro interno che dobbiamo trovare le soluzioni per affrontare i problemi elencati.
Se arrivano più turisti in Francia che in Italia nonostante il nostro 60% di patrimonio artistico mondiale o ne arrivano a Barcellona quasi il doppio che a Roma, non è perchè il « Grande Capitale » o l’ «Establishment» hanno deciso di farci del male ma perchè i nostri servizi turistici sono ancora arretrati, i nostri trasporti sono in parte inaffidabili e soggetti a scioperi, le nostre città sono sporche e insicure e i nostri alberghi non all’altezza.
Dire no alla globalizzazione oggi significa per un paese esportatore come il nostro e grande importatore di flussi turistici, rinunciare ad una prospettiva seria di crescita futura, negarci delle opportunità.
Per questa ragione sembrano scritte per l’Italia dei «sovranisti» e dei «no Euro» le parole del premier cinese Xi Jinping pronunciate a Davos in occasione del vertice del World Economic Forum dello scorso gennaio:
« …perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza scura, il vento e la pioggia restano fuori ma anche l’aria e la luce… ».

Fabrizio Macri
Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Congresso. Ora si ‘gioca’ senza tirare in ballo l’arbitro

Da Zurigo, Liegi, Berlino, Nizza, Bruxelles, Lussemburgo, Barcellona o Londra – dove risiedono le federazioni del PSI – apprendiamo che ci sarà presto un Congresso straordinario e ne siamo contenti. Il tesseramento è andato bene ed ora si scaldano i motori per il congresso.

Volevate un Congresso? Eccolo pronto. Ora però bisogna giocare e non tirare in ballo l’arbitro. Il Collegio estero da anni lavora alla ricostruzione di quello che è stato per molto tempo un paesaggio con rovine, diciamolo, i resti gloriosi di un passato glorioso, quello del PSI piu‘ grande del PCI all’estero, sotto il Ministero di Gianni De Michelis.

Dopo anni di lavoro siamo riusciti a ricostruire le Federazioni in tutti i Paesi di emigrazione italiana, e siamo pronti non a piangere lacrime di nostalgia per il Paese lontano, ma a suggerire all’Italia ed agli italiani alcune buone idee che abbiamo appreso all’estero.

Eh sì, all’estero si imparano tante cose utili, non solo nebbia e mandolino, ma anche lingue culture expertise skills savoir-faire Businessmodell come dire, il progetto Erasmus ha creato una nuova generazione, che ovviamente è cresciuta ed ora, finite le feste Erasmus sul barcone del Tevere, nei casermoni tecno berlinesi o sulle spiagge spagnole con botellon, questa generazione vuole dare voce alla propria esperienza lavorativa e di vita.

Ed il PSI è aperto a queste esperienze, all’estero come in Italia. Ci sono pertanto alcuni punti che vanno senza dubbio evidenziati in vista del prossimo Congresso, ed essi sono:

– La linea politica principale per il PSI non puo‘ che essere l’Autonomia dal PD.

E’ una vexata quaestio ovviamente, ma tutti noi sappiamo in questo partito che il PD, passando per le varie fasi partitiche PDS e DS, e per le varie fasi politiche quali il bipolarismo ed il maggioritario, si è dolcemente e comodamente adagiato nello spazio politico e partitico che era del PSI. Il che suscita non solo una vena polemica in molti compagni, ma evidentemente si è dimostrata l’incapacità del PD di prendere il posto del PSI nella storia politica italina, poiché la sinistra moderna pragmatica razionale e riformista che rappresentava il PSI è fatta di mentalità, di modelli, di esempi di grandi uomini e dei loro insegnamenti che creano una cultura riformista di governo che il PD, purtroppo, non ha mostrato di aver elaborato o assorbito. Per il bene dell’Italia quindi occorre separare il riformismo vero da quello sedicente tale.

– Conseguenza del punto precedente è senza dubbio il recupero dei compagni socialisti finiti nelle altre formazioni quali il PD e Forza Italia, con operazioni di contatto personale sui territori, di propaganda partitica e di focalizzazione su alcuni temi storici del riformismo.

– L’operazione sopra descritta deve porsi un orizzonte temporale sufficientemente lungo per valutare concretamente gli effetti di una campagna elettorale autonomista e di visibilità.

– Condizione non necessaria è il cambio della legge elettorale in senso proporzionale, battaglia che puo’ essere un utile collante per riaggregare i socialisti e lanciare una riunificazione nel lungo periodo, anche dopo le elezioni del 2018.

– L’operazione sopra descritta deve affiancarsi ad un’operazione di innovazione del partito vera profonda e visibile. Il PSI puo’ vantare l’appartenenza al PSE di cui fu fondatore. L’Europa rappresenta oggi la grande sconfitta della crisi economica ed anche la grande assente. Dobbiamo pertanto rivitalizzare il disegno europeo facendone una ottima e battente propaganda in Italia, dove il provincialismo e il populismo negativo hanno da ultimo sconfitto ogni ottimismo sul futuro dell’Europa. Occorre pertanto utilizzare il progetto Erasmus e la Generazione Erasmus per coinvolgere i giovani, responsabilizzarli verso la politica, rendere trendy la politica europea e far diventare il PSI il partito della Generazione Erasmus, la generazione che ha tempo ed idee per fare dell’Italia un paese europeo nei modi, nelle procedure, nella cultura, aumentando l’attrattività del disegno europeo presso le giovani generazioni italiane. Ogni studente Erasmus od ex studente Erasmus è un manager di se stesso, capace di gestire la propria vita all’estero, in ambienti non famigliari, da solo, in mezzo a lingue e culture diverse. È un asset per il paese e per il PSI. Facciamolo nostro. Lanciamo due proposte di legge: Erasmus della politica per gli scambi con l’estero in organi costituzionali o partitici e Quote Erasmus per il rientro dei professionisti all’estero.

– Un altro tema fondamentale è quello del lavoro. Il mondo del lavoro è decisamente in grave affanno in Italia. Dobbiamo aumentare salari e produttività delle imprese cosi’ come la loro taglia e capacità di fare innovazione e competere sui mercati internazionali. Questo può avverarsi con l’introduzione di un istituto già noto in Germania, e cioè la cogestione dei lavoratori nella conduzione dell’impresa medio grande. Favorire la pace sociale, ridurre turn over, limitare delocalizzazioni, aumentare produttività e salari, favorire fusioni e crescita delle imprese per taglia e fatturato, aumentare ricerca ed innovazione e quindi competitività delle imprese italiane in Italia – mercato interno – e all’estero tramite l’export. Occorre una proposta di legge.

– Lo stato sociale. L’Italia sta soffrendo la crisi economica e la crisi politica con deficit di governance e trascura i milioni di poveri o precari lasciandoli ai margini della società. Occorre una rete di soccorso statale in relazione ai temi dell’edilizia, dell’assistenza sanitaria e di sussidio e formazione per i disoccupati e di cura della scuola. Case scuole ospedali. Nessuno stato può consentire che il lavoro di supporto a chi è in difficoltà venga demandato alle famiglie, ai pensionati, a chi è espressione di un mondo e di una generazione che ha prodotto e ha reddito ed oggi deve supplire alle carenze dello stato in una situazione di crisi economica perdurante. Anche qui dobbiamo presentare una proposta di legge.

Su questi temi dovremo discutere e lavorare. Il collegio estero ci sarà, con le federazioni di Spagna, Francia, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania, Ungheria e Romania.

Leonardo Scimmi
Consigliere Nazionale
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi
Il tema del lavoro nella tradizione socialista democratica

Quando in Italia si parla di partito del lavoro s’intende, nella testa di chi ne caldeggia la fondazione e nell’immaginario collettivo, un partito impegnato a formulare politiche di difesa dei lavoratori dall’arbitrarietà delle decisioni degli imprenditori.

Gli imprenditori infatti, guidati dalla ricerca del profitto, agirebbero sui fattori di produzione (capitale e lavoro) e sui costi che ne derivano per assecondare i mutamenti delle condizioni di mercato e massimizzare gli utili d’impresa.

La sinistra e i partiti dei lavoratori si sono tradizionalmente battuti per irrigidire i costi del lavoro, per difendere i salari ed impedire agli imprenditori di trattare i lavoratori come un semplice fattore di produzione, al pari del capitale.

Le battaglie della sinistra nel passato sono state non solo nobili perchè tese alla difesa della dignità umana della forza lavoro, ma anche utili specialmente nella loro declinazione socialdemocratica occidentale, per due ragioni :

  • hanno consentito di alzare il potere d’acquisto dei lavoratori e quindi di aumentare la domanda aggregata;

  • hanno spinto gli imprenditori ad accrescere la produttività attraverso altri fattori che non fossero la semplice riduzione del costo del lavoro.

Questi due fattori si sono rilvelati due importanti fattori di sviluppo economico e progresso sociale.

Tuttavia tale formula andrebbe applicata nella realtà dei vari paesi e dovrebbe essere adattata realtà economica e soprattutto alla congiuntura politica e sociale.

Una politica dell’impresa troppo tradizionalista in tema di lavoro nell’Italia del 2017, applicata sul tessuto imprenditoriale delle nostre piccole e medie imprese, rischierebbe di essere inefficace e dannosa in quanto si rivelerebbe nemica delle imprese ; rischierebbe infatti di introdurre ulteriori e costosi elementi di rigidità che metterebbero a rischio la capacità delle imprese di produrre e generare reddito, quindi di coprire i costi del lavoro.

Analisi della situazione italiana

Un freno strutturale alla competitività delle nostre imprese è certamente dato dal contesto particolarmente complicato in cui esse operano.

Le nostre aziende, solitamente medio-piccole, spesso micro, nate dalle esternalizzazioni di funzioni delle grandi imprese del nord realizzate soprattutto negli anni ’90 e rimaste piccole per non incorrere in una tassazione ed una normativa sul mercato del lavoro eccessivamente penalizzante, avrebbero difficoltà a competere in un mercato globale se gravate da costi e rigidità eccessivi.

A questo si aggiungono ostacoli di carattere strutturale :

  • una pubblica amministrazione particolarmente lenta ;

  • una burocrazia poco accessibile :

  • un sistema bancario in crisi ;

  • un gap infrastrutturale particolarmente penalizzante per le regioni periferiche.

In pratica, l’Italia manifesta un sistema paese debole che rema contro l’iniziativa imprenditoriale, specie di piccola taglia, e che ha consentito solo ad una parte delle nostre imprese di emergere, in un contesto di mercato oramai sempre più aperto alla concorrenza estera.

Ogni intervento governativo deve essere teso a rimuovere ostacoli alla libera impresa per metterla in condizione di lavorare almeno alla pari dei competitori europei : l’impresa è il motore del reddito ed il reddito la condizione fondamentale per creare posti di lavoro.

Per questo una politica moderna del lavoro non può che essere anche una politica industriale in linea con gli interessi degli imprenditori.

A compensare questo cambio di prospettiva vi é l’introduzione di elementi di democrazia industriale quali la cogestione (Mitbestimmung) e la partecipazione agli utili da parte dei lavoratori.

Una politica del lavoro moderna

Questo ci fa capire che in un contesto come quello italiano sarebbe bene uscire dall’approccio ideologico di conflitto tra proprietà e lavoro e capire che le due cose si tengono, il successo delle nostre imprese è anche il successo dei loro lavoratori.

Spesso gli attuali imprenditori sono ex operai che si sono messi in proprio e hanno avviato la loro attività assumendo altri operai, la cogestione di stampo socialista spesso è già in atto all’interno delle nostre imprese e il licenziamento dei collaboratori con cui si lavora da anni è non di rado ragione di grande travaglio anche personale per gli imprenditori.

Conoscere la realtà anche sociale della Valle Padana, lungo il cui asse lavora uno dei più produttivi agglomerati imprenditoriali d’Europa e del Mondo, è il presupposto fondamentale per mettere in atto politiche del lavoro libere da vincoli ideologici astratti e non collegati alla realtà in cui vengono applicate.

Obbligare un imprenditore a non licenziare quando la situazione di mercato lo richiede significa introdurre un ulteriore elemento di rigidità che rischia di portare l’impresa al fallimento generando effetti occupazionali ancora peggiori.

Non esiste imprenditore che ami licenziare con leggerezza, ma se l’azienda è in crisi bisogna dargli la possibilità di farlo in tempo per per recuperare la perduta competitività.

Una politica del lavoro moderna infatti, quindi lo Stato, prima di tutto non scarica sull’imprenditore il peso del costo del lavoro in eccesso nei momenti di congiuntura debole.

Al contrario, uno Stato moderno e riformista deve farsi carico del reinserimento del lavoratore sul mercato tramite sussidi, formazione e tutoraggio.

L’imprenditore dal canto suo ha l’obbligo sociale di non fare fallire la sua impresa e trovare le condizioni per rilanciarla, per tornare ad investire ed assumere.

Secondo obiettivo di una politica del lavoro avanzata e sociale è quello di eliminare le diseguaglianze tra i due gruppi di lavoratori che popolano oggi il mercato del lavoro italiano e godono di due regimi di tutele diametralmente opposti : da un lato i più anziani lavoratori a tempo indeterminato o appartenenti all’amministrazione pubblica, tutelati dall’art 18 che li rende quasi illicenziabili e dall’altro le schiere di giovani e meno giovani assunti con contratti privatistici a termine e precari.

Prima ancora di scendere nel dettaglio delle misure da adottare quindi è importante operare un cambio di prospettiva, una rottura ideologica netta con i dettami del passato, prendere pragmaticamente atto del contesto mutato e delle difficoltà strutturali del nostro sistema, con lo scopo di difendere gli stessi principi con strumenti completamente diversi.

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi