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Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
La delegazione Psi al Congresso SPD

Cari compagni

Il PSI ha partecipato il 6 e il 7 dicembre al congresso SPD a Berlino insieme alla delegazione PD e PSE.
Presente io stesso e On. Pia Locatelli abbiamo consolidato le relazioni con la SPD.

Molti gli incontri con dipartimento esteri SPD con Achim Post con Udo della SPD Bruxelles con ambasciatore italiano a Berlino con delegazione PD e con giornalisti della FAZ e del NRW ed altri.

Schulz ha aperto alla Grosse Koalition ma la strada e’ ancora lunga.

Schulz però ha fatto finalmente quello che tutti si aspettavano da mesi ed in campagna elettorale: lanciare gli Stati Uniti d’Europa. Un progetto necessario perdare benessere ai cittadini e sconfiggere i nazionalismi.

Per questo motivo la SPD deve andare al governo.

A presto

Leonardo Scimmi,
Direzione Nazionale
Coordinatore italiani in Europa

Leonardo Scimmi
Collegio Europeo, umanesimo socialista

Forse non tutti sanno che il Partito Socialista Italiano ha una presenza all’estero. Ebbene in vista delle prossime elezioni del 2018, che si presentano come uno spartiacque fondamentale per l’Italia e per l’Europa, il PSI sarà presente e rappresentato, ed in gara, anche all’estero. Si, tutti gli italiani residenti all’estero ed iscritti all’AIRE potranno votare per il parlamento italiano, delegando parlamentari residenti all’estero a rappresentare i loro interessi a Roma.

Quali interessi ? Beh, vi sono molti interessi, dai servizi consolari ai corsi di lingua, dalle tasse sulla casa in Italia alle scuole per i figli degli emigrati o espatriati che siano. Quello che però sta a cuore al PSI esteri è soprattutto il capitale umano.

Migliaia di giovani hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni, in dieci anni circa un milione. Sono italiani che hanno votato con i piedi come si dice, andando via dal Bel Paese e lasciando dietro tutto. Una perdita secca per l’Italia in termini di capitale umano, conoscenze, competenze e tasse.

Eh si perché queste persone pagheranno tasse in Svizzera in Belgio in Inghilterra in Francia o Germania, ma non in Italia, se non per la casa di proprietà lasciata sul suolo patrio, se ne hanno. E l’Italia, con il suo pensare solo dentro ai confini, cosa fa per recuperare queste competenze e queste tasse, questa forza lavoro fatta di operai, impiegati, ricercatori, studenti, professionisti, medici, ingegneri, fisici, chimici, tutto know how perso dall’Italia e regalato senza batter ciglio agli altri paesi ?

L’Italia fa poco a nostro avviso, ed il PSI esteri sta cercando di alzare il livello di attenzione su questo tema, in modo chiaro e duraturo. La nostra campagna elettorale sarà incentrata su questo, il recupero del capitale umano. Le nostre federazioni presenti in Svizzera Belgio Francia Germania Lussemburgo Inghilterra Polonia Germania Romania ed Ungheria – con i Comites e CGIE – sono pronte a veicolare e passare questo messaggio, attraverso i loro contatti in loco, nelle capitali e città dei rispettivi paesi, una rete orgogliosa e presente, ricostruita con il lavoro di tutti i socialisti negli anni, ripartendo dalle federazioni storiche che sono sempre state presenti come a Liegi e Mons, a Bruxelles, a Sion a Zurigo ed a Bienna, a Ginevra, a Nizza ed a Lussemburgo ed allargando l’interesse alle nuove generazioni tradizionalmente apolitiche o apartitiche.

Questo lavoro si è accompagnato alla costruzione di un ponte importante con l’Italia, a Roma, dove il PSI centrale é stato costantemente informato dell’attività dei socialisti all’estero, dei contatti intrapresi con associazioni, patronati, camere di commercio e con i partiti del centro e della sinistra, nell’ottica di favorire la costruizione di una coalizione riformista competitiva nelle elezioni del 2018. Una coalizione che non deve essere un mero agglomerato contro la destra o i 5 Stelle.

Come socialisti vogliamo una coalizione riformista che con coraggio e determinazione ponga in essere una politica forte e con risultati visibili, basata sul ristabilimento di una reputazione valida e rispettata in Europa per l’Italia, una politica del lavoro che porti la disoccupazione giovanile ai minimi termini, una politica che riduca il debito pubblico, una politica che tuteli l’ambiente, una politica che dia più diritti di cogestione ai lavoratori nelle fabbriche, una politica che sistemi le banche e tuteli il risparmio, una politica che favorisca la creazione di grandi gruppi industriali necessari a competere nel mondo grande e globale, una politica che creda fermamente nell’Europa unita e federale, una politica che introduca nelle scuole elementi di europeismo, materia condivise con l’Europa, lingue condivise con l’Europa, una politica che ristabilisca l’orgoglio italiano all’interno dell’Europa ed investa sul capitale umano, dentro e fuori dall’Italia, perché ogni società, ogni stato, ogni impresa, ogni comunità é fatta, alla fine, di donne e di uomini, di persone, il centro di ogni politica.

Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Fare un nuovo soggetto politico 

Lo hanno capito in molti che il PD non è la sinistra dei nostri sogni. Un corpaccione organizzato si, ma con spinte a destra e a manca, senza più un leader sicuro di sé, senza una linea politica vera e propria. Una portaerei nello scenario politico italiano, stazionata però nel Mediterraneo senza una direzione chiara.
Dopo il Referendum del 4 dicembre la leadership politica di Renzi é diminuita, nonostante le primarie vinte.
Molte cose sono cambiate ovviamente, dalla scissione di D’Alema alla nuova proposta di legge elettorale in senso proporzionale ma che ammette la formazione di coalizioni.
Poi il referendum di ieri sulla autonomia lombardo-veneta, dove il PD si é schierato addirittura in favore, almeno il candidato alla regione Lombardia Gori, attuale sindaco di Bergamo, ed anche il Sindaco di Milano Sala, hanno sostenuto il referendum autonomista. Una sorpresa scioccante.
Da europeista convinto credo che sostenere una parcellizzazione regionalista dell’Italia sia un errore totale, una inversione di marcia dove anziché tendere alla formazione di un superstato europeo con competenze forti si insegue un autonomismo per ora moderato ma che nasconde insidie. Si torna al campanilismo, ai dialetti, alla parcellizzazione che non fa massa critica e risulta inefficiente. Si pensi all’istruzione, devoluta alle regioni, significa forse che si insegnerà il veneto nelle scuole?
Sognavamo una scuola europea che insegnava a tutti un’educazione civica europea, una storia europea, musica arte letteratura e lingue europee, un Erasmus della politica e ci ritroveremo a studiare il veneto ed il lombardo?

Ovvio che la direzione é sbagliata, ed il PD complice.

C’é bisogno quindi di una nuova proposta riformista, da strutturare in modo cross-borders, trans-nazionale, nell’ambito del PSE e dei socialisti europei, assieme al PS francese alla SPD tedesca ai belgi ai danesi agli svedesi ai portoghesi agli spagnoli e tutti coloro che credono nell’Europa federale ed al socialismo riformista.

Il PSI in questa ottica ha due asset : l’appartenenza al PSE, di cui é fondatore, ed una struttura organizzativa leggera ma diffusa su tutto il territorio italiano ed estero (notare la presenza di federazioni PSI anche in Francia Germania Svizzera Spagna Belgio Lussemburgo Polonia UK).

Su questa base occorre aggregare nuove forze politiche di estrazione riformista verde laica e cattolica italiane, chiunque non abbia problemi a riconoscersi nel PSE.
Significa entrare in negoziazioni sulla governance, sulla leadership, sulla ripartizione delle competenze. Significa rinunciare a qualche posto ma assicurarsi un futuro politico progettuale ed utile al paese.

Ricordo che il PD nasce da PCI + DC. Non credo che sia un problema per il PSI unirsi con altre formazioni partitiche e perfino cambiare nome.

Occorre pero’ una cosa : che il progetto sia serio e di lunga durata. Non possiamo fermarci al solito cartello elettorale.

Mantenere un partito orgogliosamente socialista ha senso solo se inseguiamo l’unità dei socialisti, con un congresso aperto a tutti gli ex PSI, di unità, e chiamando per esempio il partito PSU – partito socialista unitario. Questo avrebbe un senso politico e storico.

Al di fuori di questa opzione identitaria, finora comunque non perseguita, occorre pensare ad una nuova opzione che aggreghi altri movimenti e rimetta in gioco l’identità socialista riformista al fine di avere :

Peso elettorale
Giocare un ruolo propositivo concreto nello scenario socio economico
Quindi delle due l’una : o rilanciare l’unità socialista, se ce ne sono i presupposti, e sembra non ci siano, oppure entrare in una fusione partitica con altri soggetti simili.
La base programmatica avrà come collante ovviamente il tema europeista della riforma costituzionale degli stati ed europea con la formazione degli Stati Uniti d’Europa ed il tema del lavoro, da riportare al centro dell’Agenda 2025 con investimenti pubblici e cogestione delle imprese. Terzo ma non ultimo tema la tutela dell’ambiente.
Occorre farsi promotori di questo nuovo progetto in nome dell’Europa e del riformismo socialista e cattolico.
Occorre all’Italia un partito EUROPEO e RIFORMISTA.

Leonardo Scimmi
Direzione Nazionale
Coordinatore italiani in Europa

Italiani all’estero, i costi
del capitale umano

Nella ressa di notizie di cronaca spesso nera che tempestano le prime pagine dei quotidiani tricolore, spicca, da ultimo, una notizia che notizia non è, poiché da anni oramai sottolineata e sottoposta all’attenzione dei lettori, dei militanti e dei vertici di varie realtà partitiche.

Gli italiani all’estero sono una risorsa, ma tu pensa, e costano allo stato 14 miliardi di euro. Parola di Confindustria.

E sebbene in Italia se ne parli da anni, al solito si fa poco. Verba volant dicevano i ben piu’ concreti nostri antenati, e quanto a chiacchere gli italiani sono davvero imbattibili.

Mancano i fatti, poiché il controesodo non c’é stato, non c’é e non ci sarà, in quanto nessun governo o parlamento, in vero, ha posto in essere gli atti necessari a questo controesodo.

Riportare in Italia le skills, i know-how, savoir-faire e le competenze apprese, scusate l’esterofilia linguistica, é un dovere di questo nostro Stato che non solo non recupera i crediti che ha nei confronti dei lavoratori la cui formazione ha pagato, ma si priva di speranza e competenze per il suo stesso futuro.

Doppiamente inadempiente, lo Stato, lascia fuggire i propri giovani professionisti senza creare nemmeno un data base con i curricula dei lavoratori specializzati all’estero.

Il « Mercato » forse dovrebbe pensare ad allocare le risorse in modo efficiente, tuttavia il mercato non funziona da anni, specie in Italia, oppure i professionisti vengono allocati in altre giurisdizioni e paesi, piu’ efficienti del nostro povero Paese.

Vox clamans in deserto, nessuno accoglie le proposte di creare quote privilegiate per il rientro dei professionisti da impiegare nella Pubblica Amministrazione o nel privato, nessuno accoglie le proposte di istituire data base centrali a Roma per monitorare i professionisti dispersi per il mondo a creare PIL per altre nazioni spesso concorrenti, nessuno si preoccupa di pensare un palmo piu’ avanti del naso.

Un deficit di strategia ed una molecolarizzazione dell’organizzazione nazionale, notoriamente sottodimensionata, non consentono a nessuno di alzare la testa a mirar l’orizzonte, sicché i piu’ mobili moderni e preparati vanno a lavorare all’estero e l’Italia paga il conto.

Ed allora, la notizia dei 14 miliardi persi, al netto dello scontino fiscale per il rientro dei cervelli, non avrà prodotto nulla nemmeno questa volta, e la barca tricolore procederà come al solito lentamente e vociante, parlando con tante voci, ma non con la lingua della globalizzazione.

Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Un ritorno di visibilità
del PSI all’estero

Siamo a metà estate, l’ultima estate prima delle elezioni nazionali del 2018. Come sappiamo sono elezioni lungamente attese e per quanto riguarda il dipartimento esteri del PSI, possiamo ben dire di esserci preparati molto e bene a queste future elezioni.

Sebbene il quadro delle alleanze e della legge elettorale sia ancora incerto, il PSI esteri, collegio europa, ha costruito una rete molto efficace tra gli italiani all’estero, siano essi di prima emigrazione o di nuova emigrazione.

Ed è pertanto tramite un lavoro costante e convinto che sono rinate le Federazioni di Lussemburgo Svizzera Belgio Francia Germania Inghilterra e Spagna. Molti compagni, molti professionisti seguono con interesse le attività del PSI e promuovono iniziative temi e discussioni.

Il mondo degli italiani all’estero può offrire moltissime competenze all’Italia e per nessun motivo dobbiamo lasciare che il distacco tra Italia ed italiani all’estero diventi definitivo.

Sin dal 2008 ogni anno si è tenuta la rituale presenza dello stand del PSI presso il Festival des Migrations a Lussemburgo, una due giorni in cui migliaia di persone possono vedere le bandiere del PSI e discutere con i membri della Federazione locale su temi quali Europa, lavoro, professionalità, emigrazioni.

Nel 2013 il PSI estero ha partecipato alla campagna elettorale insieme al PD ed a SEL nella coalizione Italia Bene Comune, esprimendo un candidato nelle liste del PD che ha conseguito un buon risultato, circa 4000 preferenze, pur non venendo eletto.

Il patto con il PD è poi rimasto in piedi anche con la nuova segreteria renziana ed il PSI esteri ha sostenuto il « SI » al referendum del 2016 partecipando ad un evento a Zurigo in sostegno della riforma costituzionale, presenti alla casa d’Italia centinaia di persone.

All’inizio del 2017 è stato presentato il libro «Erasmus Politik» presso la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera ed analoga presentazione sarà ripetuta in ottobre 2017, alla presenza, fra gli altri, dell’On. Pia Locatelli.

Nel corso degli anni si é inoltre rinsaldato il rapporto con i vertici dei partiti fratelli e membri del PSE, dalla SPD tedesca al PS francese al PS belga allo SP svizero alla LSAP lussemburghese.

I rapporti con le altre forze partitiche della sinistra, sebbene variegate, e con i sindacati ed associazioni è aumentato ed è improntato ad un ritorno della visibilità del PSI all’estero, che mancava da circa un decennio.

Il PSI esteri ha creato una pagina Facebook dedicata ed un sito chiamato www.europariformista.euIl PSI Esteri promuove diverse attività di svago, anche, legate allo sport alla musica alla letteratura.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Banche, risparmio e Costituzione

Il tema delle banche, del risparmio e del salvataggio di alcuni istituti di credito ben individuati, in Italia ed in Europa, costituisce uno degli argomenti più scottanti degli ultimi anni, spesso impopolari e comunque divisivi.

Perdere i soldi guadagnati con una vita di lavoro e sacrifici non piace di certo a nessuno. La crisi del 2008 iniziata negli Stati Uniti d‘America e poi giunta fino in Europa tramite la circolazione dei crediti deteriorati, ha creato il classico effetto a catena che ha messo in grossa difficoltà non solo gli enti privati bancari, ma, di conseguenza, anche gli Stati che sono dovuti correre in soccorso degli enti privati bancari.

Sicché lo Stato è più volte intervenuto, negli Stati Uniti prima, in Europa dopo, con interventi pubblici a carico dei contribuenti per salvare il sistema.

La parola « sistema » non piace a tutti, anche perché ha un sapore elitario e misterioso, ma di fatto e di diritto alle banche viene riconosciuto un valore sistemico sia perché depositarie di risparmi che perché erogatrici di prestiti ed, infine, anche perché datrici di lavoro a migliaia di dipendenti.

Inutile negare il valore sistemico delle banche, da discutere invece sarebbe il ruolo delle fondazioni bancarie nel sistema italiano e la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento, poiché  anche il venir meno di questa distinzione  ha in effetti originato la crisi dei subprime negli Stati Uniti.

Concentrandoci però sugli ultimi eventi italiani ed europei, scopriamo che il protagonista è l’oramai famoso bail-in.

Bail-in significa semplicemente che lo Stato non interviene più a salvare le banche in fallimento. Lo Stato, e cioè i contribuenti, non saranno più chiamati ad immettere denaro pubBlico nelle banche, per ricapitalizzarle e salvarle dal fallimento.

Al contrario bail–in significa che i risparmiatori, cioè chi ha comperato azioni o obbligazioni e vanta un credito potrà vedere scomparire il proprio credito, cioè risparmio, evaporare.

Questo ci dice che a livello europeo, il bail-in deriva da una direttiva europea, si é andati oltre il principio dell’intervento statale e si é accettato in via definitiva il principio che i contribuenti non debbono più pagare per le crisi degli istituti bancari, anche se a volte – occorre dirlo a onor del vero – è difficile distinguere il contribuente da mero risparmiatore retail.

Con la Direttiva  2014/59 (BRRD) che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento la scelta non sarà più, in caso di crisi, tra il fallimento della banca e l’intervento statale, bensì tra il fallimento ed il bail – in, con la clausola che le conseguenze del bail – in per i creditori non potranno essere piu’ svantaggiose di quelle del fallimento ordinario.

Lo scopo è quindi risanare la banca, ma lo Stato resta fuori, quindi i risparmiatori corrono il rischio di rimetterci i risparmi (ma non i depositi).

Il bail – in però si applica solo se le banche in crisi hanno rilevanza sistemica europea ed è per questo che Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza non sono rientrate nello schema del bail – in e saranno salvate tramite un intervento del tutto nazionale, a carico dello Stato e con la collaborazione di un istituto privato,  con l’approvazione straordinaria della Commissione Europea che ha autorizzato l’aiuto di Stato in deroga ai principi generali dei Trattati europei.

Ora alcuni hanno obiettato che le regole del bail – in siano incostituzionali, visto che l’art. 47 della Costituzione tutela il risparmio.

Appare però quanto meno infondata l’obiezione predetta, poiché la tutela del risparmio significa incentivo al risparmio, che resta tuttavia pur sempre un investimento e come tale contiene un elemento di rischio, l’altra faccia del possibile guadagno.

Il problema del risparmio non é l’art. 47 della Costituzione, bensì il mancato rispetto di alcune regole basilari e fondamentali del settore bancario, quali la Direttiva MIFID, che impongono, nel momento della consulenza al potenziale risparmiatore, obblighi di buona fede, di informazione e di diligenza che, se applicati correttamente, eviterebbero l’acquisto di strumenti finanziari inadeguati da parte di sprovveduti risparmiatori.

Leonardo Scimmi

Italiani all’estero, un discorso
da prendere sul serio

Alcuni il nesso non lo vedono, no, non quel nesso eziologico che dottrina e giurisprudenza cercano in caso di reato, ovvio. Eppure un nesso storico economico sociale, meno definibile, io lo vedo eccome. Sarà perché ne ho conosciuti tanti di italiani all’estero, e di croati ungheresi polacchi ciechi slovacchi turchi curdi e cosi’ via. Tanti emigrati che – forti di volontà e pochi mezzi – sono sbarcati in grandi e piccole metropoli in cerca di lavoro, o di studio per poi trovare un lavoro.

Senza retorica, il nesso c’é, perché le case di edilizia popolare costano meno ed è li che – in prima istanza – si alloggia quando non si hanno mezzi.

Ora il caso ha voluto che un ragazzo siriano sfuggito alla guerra abbia incontrato una terribile sorte a Londra, e lo stesso per i due sfortunati italiani.

Di sicuro la nazionalità non conta in casi di tragedie, ed è anche vero che l’Italia non è la Siria, per fortuna.

Eppure un pensierino bisogna dedicarlo alla situazione italiana che sebbene non catastroficamente afflitta da guerra civile ha comunque spinto migliaia di italiani – oramai milioni – ad emigrare ed a cercare fortuna fuori dall’italia, o sfortuna nel caso dei due poveri ragazzi.

Per carità, si emigra per piacere per studio per curiosità, per fare esperienza, ed incidenti possono accadere in Italia o durante le vacanze, però se fossero stati turisti per 1 settimana sarebbero forse alloggiati in albergo e non in un palazzo di edilizia popolare a rischio, come scopriamo oggi.

Se i ragazzi oggi non fossero obbligati a cercare lavoro all’estero, non si metterebbero in situazioni che a volte risultano essere a rischio. Se gli studenti imparassero le lingue a scuola, veramente, non dovrebbero andare in giro a fare i camerieri a Londra o in Irlanda per apprendere le famose due parole di inglese.

Insomma, l’Italia non ha commesso nessun reato nei confronti di quei due poveri ragazzi, ovvio, ma non mi sento di assolvere il nostro paese per la negligenza che ha dimostrato e dimostra nei confronti del futuro dell’educazione e delle prospettive lavorative dei giovani italiani.

E’ ora di prendere sul serio il discorso degli italiani all’estero, di coordinare, prendersi cura, di organizzare seriamente un esodo oramai epocale e legato sia alle condizioni a volta misere del mercato del lavoro italiano sia alle nuove sfide poste dalla globalizzazione.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Leonardo Scimmi

Legal Counsel

Per una cultura europea diffusa

Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discorsi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.
Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideolgiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Le Pen? L’Europa federale o quella intergovernativa ? Concertazione o codeterminazione? Kultur o Zivilisation ?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giu agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici.

Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta: vedere un grillino a Palazzo Chigi!

Se al peggio non c’è mai fine, come insegna la tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded.

Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’« altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dell’aggettivo di «apoti », cioè coloro che « non la bevono », ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente puo’ far fronte.

Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita «populismo» ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli ultimi venticinque anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà é ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, é il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti.

Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogigo quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di sè e del suo modello politico-sociale.

Di nazionalismi, di populismi e di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la sfida è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e Nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

Direzione Nazionale PSI

Coordinatore italiani all’estero (Europa)

La dura realtà del misero dibattito interno italiano

Il dibattito italiano spesse volte è deludente, specie quello politico. Giornali televisioni discordi politici. Discutere di false documentazioni sul padre dell’ex Premier mi intristisce più di quanto sia possibile immaginare e di sicuro non fa rimpiangere la decisione di aver lasciato il Bel Paese.

Sognavamo, come in «C’eravamo tanto amati » con musiche di Trovajoli, grandi battaglie ideologiche, grandi sistemi, dibattiti culturali ispirati da Satre e Camus, o da Rawls e Bernstein, riforme di struttura, progetti ambiziosi, progetti mondiali. Giovani che imparavano cose nuove, dalla Scuola di Francoforte alla Silicon Valley, l’education di Blair o la meritocrazia di Schroeder, il maglioncino di Marchionne o la retorica di Varoufakis, la Gauche Caviar od i Cuepli Sozialisten, Macron o Hamon? L’Europa federale o quella intergovernativa? Concertazione o codeterminazione?  Kultur o Zivilisation?

Ed invece no, la dura realtà ci inchioda al misero dibattito interno italiano, tra Consip e vitalizi, animato dai grillini di turno, campioni nel gridare al complotto in ogni dove, inspirato dai sovranisti e dai nazionalisti prêt-à- porter, ex federalisti oggi risvegliatisi garibaldini contro il famigerato nemico europeo guidato dall’efficiente Germania, fino giù agli eredi del corporativismo che mischiano bene la retorica nazionalista con quella della destra sociale in un revival di cui, in vero, nessuno sentiva il bisogno.

In tutto ciò la televisione italiana pare impietrita in schemi culturali e mentali cristallizzati in un’epoca non identificabile, dove programmi vengono chiusi perché si parla di donne dell’est, o dove conduttori strapagati conducono battaglie sul taglio degli stipendi pubblici. Il surrealismo al potere, verrebbe da dire con spirito tardo sessantottino, cui manca solo la ciliegina sulla torta :  vedere un grillino a Palazzo Chigi !

Se al male non c’é mai fine, come insegna la  tradizione vernacolare, aspettiamo con ansia le prossime elezioni, consci che nessuno dei contendenti in campo possa in vero portare l’Italia al livello successivo, quello dell’apertura globale. Nessuno dei leaders in campo pare avere una caratura internazionale, un background che liberi l’Italia dalle sue zavorre campaniliste, regionaliste, nazionaliste e le consenta di essere finalmente open minded. Se il grillismo alligna fra i giovani e le masse, non necessariamente c’è del buono. Sarà pur vero che in democrazia « la quantità diventa qualità », come diceva il maestro Gianni, e tuttavia ci chiediamo come una tale massa di gente sia potuta cadere nelle trappole retoriche dei sostenitori dell’altrismo, in cui l’«altrismo » condensa un po’ tutte le fissazioni del popolo delle fake news, del complotto farmaceutico, di quello del gruppo Bilderberg, della casta ricca che ricorda il convento ed i monaci, dei baby vitalizi, del reddito per tutti a prescindere e per sempre, dei vaccini e via dicendo. Illusioni stellari miste di comunismo extraparlamentare, socialismo utopico primo ottocento, girotondismo montiano (da Rione Monti, Roma), monetine Raphaeliane sempre in voga e destra revanscista.

Se i pochi giornalisti – filosofi del primo novecento si fregiavano con orgoglio dello pseudonimo di «apoti », cioè coloro che «non la bevono», ci chiediamo come mai oggi, in Italia, quelli che la bevono siano diventati cosi’ tanti.

Colpa della scuola? O della televisione? Regresso fisiologico? Dieta mediterranea? Provincialismo linguistico? Poca dimestichezza con internet e con la globalizzazione? Insomma se in Germania eleggono in Parlamento i professori e noi mandiamo invece i bocciati, ci sarà un motivo? Se la disoccupazione giovanile è al 40% sarà colpa solo dei vitalizi? Oppure dovremo cominciare a prendere atto che, se non nell’occidente tout court, almeno in Italia quel declino paventato molto tempo fa ha iniziato il suo lento ma inesorabile cammino?

Il progresso è lento, il declino molto veloce ovviamente, e quello culturale si porta dietro una serie di disgrazie sociali economiche e politiche cui un Paese difficilmente può far fronte. Tra i limiti principali del sistema italia scorgiamo, senza pretese di esaustività, il provincialismo, il nazionalismo ed una tendenza all’emotività politica che viene definita « populismo » ma che potrebbe ricordare anche i paesi del Sud America e che genera, in ogni caso, ingovernabilità, mancanza di governance, malattia che ci ha colpito soprattutto negli utlimi 25 anni.

Il provincialismo e la chiusura culturale e linguistica ci portano a ritenere che l’Italia sia il centro del mondo, quando purtroppo la realtà è ben diversa e forse sarebbe il caso di farsene una ragione.

Il nazionalismo è una carta facile da giocare, come il campanilismo, e classi sedicenti dirigenti ispirate nientedimeno che da Putin hanno sempre un asso nella manica poiché la Nazione, forte di secoli di esistenza, è il prolungamento dell’ego e dell’individuo, cui la vanità non pone mai limiti. Il cosiddetto populismo è una degenerazione della democrazia rappresentativa, che è stata scelta come sistema di democrazia proprio perché l’eletto non deve solo rappresentare ma anche avere un ruolo critico, intelligente e financo pedagogico quando necessario. Al contrario l’eletto che segue o supporta o infiamma il desiderio di corto respiro dell’elettore fa un buon risultato elettorale forse, ma non un buon servizio al Paese.

Come uscire dalle logiche perverse che ci inchiodano ad un futuro di irrilevanza politica internazionale, ad una governance instabile e ad una stagnazione economica al limite del default, è la domanda che ci dobbiamo porre.

Da socialista ed europeista convinto, credo che la soluzione debba essere trovata in primis nella costruzione di una cultura europea diffusa in tutti i Paesi membri, una cultura che elevi ogni paese membro ad un grado di conoscenza degli altri paesi che renda possibile un dibattito intelligente ed informato, ed una crescita culturale dell’intero continente europeo, alla pari.

Ne seguirà una politica democratica federale europea, con decisioni condivise e best practices diffuse a livello europeo. Le soluzioni saranno sicuramente socialiste o comunque sociali, perché questo è il marchio di fabbrica dell’Europa, lo stato sociale, la solidarietà, derivata dalla cultura socialista e cristiana, ma anche la libertà derivata dalla cultura liberale e l’ecologismo dei verdi.

Quello che serve è diffondere il meglio che già esiste in Europa e spalmarlo a livelli eguali in ogni paese, ritagliando uno spazio all’Europa nello scenario internazionale, un ruolo da protagonista, sicura di se e del suo modello politico sociale.

Di nazionalismi, di populismi di complottismi non ne sentiamo il bisogno, e bisogna invece vincere la battaglia della propaganda e della comunicazione in favore dell’Europa e del modello sociale e politico europeo.

Oggi la battaglia è fra razionalità ed irrazionalità, fra Europa e nazione, fra scienza e fake news. E dobbiamo vincerla.

Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Gli europeisti

Difficile trovare un nome per riunire socialisti laici radicali ambientalisti e popolari.
Cosa li unisce non é evidente ad un primo sguardo.
Invece a ben analizzare la storia degli utlimi 25 anni e la situazione odierna in Italia ed in Europa, c’é molto che li unisce, o per lo meno qualcosa di molto importante.
Non solo le battaglie laiche ed ambientaliste.
Non solo la comune storia socialista.
Non solo il senso di responsabilità per le sorti del Paese.
Ma anche e soprattutto la comprensione dell’urgenza e dell’importanza di combattere una battaglia per l’Europa, contro i nazionalisti e contro i fondamentalisti.
Gli europeisti sono oggi coloro che rifiutano la retorica sovranista, la propaganda anti Euro e contro Bruxelles.
Gli europeisti oggi vogliono costruire gli Stati Uniti d’Europa, e sono pronti ad unirsi per farlo, partendo dall’Italia, dal senso di responsabilità, dal comune progetto europeo.
Gli europeisti sono a favore della cultura e dell’ identità europea, sono a favore del federalismo europeo, di una difesa europea, di una politica estera europea, di una democrazia maggioritaria europea, di un collegio elettorale europeo, di un fisco europeo, di una spesa pubblica europea, di un servizio civile europeo, di una scuola comune europea, di un Erasmus continuo degli stati e delle persone, per formare quella cittadinanza europea sostanziale di cui si ha oggi bisogno, per confrontarsi con i grandi players del mondo e con le sfide della globalizzazion e della teconologia.
Gli europeisti sanno che le soluzioni migliori per i singoli cittadini, dal lavoro alla scuola, verranno da una unione europea unita ed efficiente.
Gli europeisti ci sono e sfidano tutti i populismi, i demagoghi ed i nazionalisti che vogliono far piombare il mondo nel secolo scorso con il rischio di ripetere drammi ancora recenti.
Gli europeisti guardano avanti con fiducia nel progresso e nell’Europa e sono pronti ad agire in autonomia convinti che non c’é miglior progetto degli Stati Uniti d’Europa.

Leonardo Scimmi