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Leonardo Scimmi

Export VS sovranisti

Noi Italiani viviamo da anni sommersi da cattive notizie vere o presunte. Tra l’emergenza neve, quella siccità, quella terremoto, l’ondata di profughi dal Medio-oriente e la peggiore crisi economica dalla fine della guerra ad oggi, sembriamo essere solo in attesa dell’onda di tsunami destinata a spazzare via definitivamente un Paese in perenne crisi.
I problemi specie quelli economici certamente esistono, la crescita latita, il debito cresce, la disoccupazione giovanile anche, il divario Nord Sud aumenta e abbiamo certamente perso posizioni in termini di ricchezza relativa rispetto ai nostri maggiori partner e competitor ma anche e soprattutto rispetto alle economie dei Paesi emergenti.
Tuttavia l’analisi delle variabili economiche che registrano il posizionamento dell’Italia nell’economia internazionale, dimostrano che la sfida che la globalizzazione pone a tutti i paesi industrializzati occidentali può essere vinta.
L’unica condizione è che il sistema Paese intraprenda la strada corretta e non ceda al riflesso condizionato di chiudersi in un asfittico mercato interno ed in politiche economiche autorefernziali, assecondando l’ondata «sovranista» che sta investendo le opinioni pubbliche e i partiti politici di tutto il Mondo.
Esiste infatti una parte dell’economia italiana più esposta alla concorrenza internazionale, che ha enormemente beneficiato dalla crescente apertura dei mercati dimostrando una capacità di adattamento reale al nuovo mercato globale e soprattutto al nuovo corso in cambio forte e stabile aperto dall’entrata nella moneta unica.
Non stiamo parlando del « Grande Capitale » come molti politici demagoicamente affermano ma dell’ossatura della nostra economia più avanzata : le nostre aziende piccole e medie operanti nei settori traino del Made in Italy dall’agroalimentare all’automazione industriale.
I problemi pesano dunque, il Paese è in affanno ma la parte più dinamica dell’economia esce bene dal primo impatto con i mercati e con l’introduzione dell’Euro e può indicare la via del rilancio al resto del Paese.

Una nuova classe dirigente che abbia voglia di vedere le enormi opportunità che la globalizzazione offre, e le sappia cogliere introducendo i necessari accorgimenti a sistema fiscale, pubblica amministrazione, apparato infrastrutturale dovrebbe essere l’interlocutore della parte più dinamica e produttiva della nostra economia.
Dopo un 2015 spumeggiante sul fronte delle esportazioni ed un inizio 2016 balbettante, le nostre imprese esportatrici hanno fatto registrare nell’ultima parte dell’anno un recupero delle vendite all’estero che determinano anche nel 2016 una chiusura in positivo sul fronte delle esportazioni in linea con quanto accade dal 2009 ad oggi.
L’export italiano vola ovunque fuori dall’UE (in media + 4,1%), tranne che in Svizzera dove si registra un calo del 3,5% a fronte però di un + 21% in Cina, +19,9% nell’area Mercosur, + 12,2% negli USA, + 9,2% in Russia, + 7,2% in Giappone e + 4,8% in Turchia : tutto questo in attesa dei dati sull’export intra UE che si preannunciano positivi.
Dati non sorprendenti se si leggono le stime sullo stato di salute dell’economia mondiale analizzate dalla Bank of America che rileva come, al clima di sfiducia registrato a Davos nell’ultimo vertice del World Economic Forum, si contrappone nella realtà una crescita stimata del PIL mondiale nel 2017 del 3,2% con le 4 aree economiche traino tutte in netto recupero: USA, UE, Cina e India.
Se si affiancano a questi dati congiunturali quelli che registrano una tendenza decennale delle esportazioni italiane, ne emerge un quadro sorprendentemente positivo rispetto alla narrazione generale di un paese « schiacciato » dalla globalizzazione :
l’Italia ha esportato nel 2015 412,3 miliardi di Euro a fronte dei 332,1 esportati nel 2006, una crescita del 24,1% con picchi annui dell’11% e con un solo anno di variazione negativa (il 2009).
Il nostro saldo della bilancia delle partite correnti è dal 2012 di nuovo in positivo e nel 2014 ha raggiunto un surplus del 3,1% che non raggiungeva dal 1997 in una fase ultra espansiva dell’economia.
L’Italia aveva nel 2015 il quinto surplus manifatturiero al mondo (103, 8 Miliardi di Euro) alle spalle soltanto di Cina, Germania, Corea e Giappone e davanti a Francia, Regno Unito e USA. Il surplus manifatturiero italiano nel settore del legno è secondo solo a quello cinese ed è il quarto nel settore dei macchinari industriali. Nel 20% delle merci scambiate al Mondo, il surplus commerciale italiano si classifica nelle prime tre posizioni.
Se i dati sono questi dunque perchè il Paese soffre ?
La nostra risposta è che se i dati sull’export sono così positivi, evidentemente non stiamo facendo abbastanza per cogliere a pieno i frutti della globalizzazione.
Le imprese che fanno registrare questi numeri e che fanno del nostro Paese uno dei primi 10 esportatori mondiali sono prima di tutto troppo poche; da noi vale la regola del «20-80» (20% di esportatori regolari a fronte dell’80% di esportatori saltuari o non esportatori). In Germania la stessa ratio è del «40-60» circa. Troppe imprese insomma restano al caldo del mercato interno protette da rendite, monopoli, spesa pubblica o semplicemente non riescono a fare il salto verso i mercati esteri.
Le imprese migliori inoltre fanno registrare ottimi ritmi di crescita ma potrebbero probabilmente fare meglio, se il Paese non dovesse trascinarsi sulle spalle il peso di riforme non fatte e che sembra proprio in Italia non si riescano a fare : una tassazione meno soffocante, delle infrastrutture migliori, una PA vicina agli imprenditori e non ad essi ostile aiuterebbero le nostre imprese migliori a fare certamente meglio e forse le più deboli ad emergere.
Il mercato globale ha una domanda di Italia crescente sia in termini di prodotti, che di flussi turistici e negli ultimi anni anche di investimenti in entrata, che il Paese deve attrezzarsi per intercettare. Non è il mare della globalizzazione ad esser cattivo è la nostra nave a non essere abbastanza attrezzata per navigarci.
Se il pesce però nuota in mare, la nostra reazione non può essere quella di tornare in porto per esaurire le scorte rimaste, ma di attrezzarci per navigare e pescare meglio degli altri.
Certo la politica di controllo della spesa che ci viene imposta da Bruxelles a fronte del nostro indebitamento, ci impedisce di fare degli investimenti espansivi, magari in settori strategici che ci permetterebbero di affrontare la concorrenza con armi più potenti, tuttavia ricordiamoci che questa ci tutela anche dalla speculazione che è sempre in agguato e che proprio in questi giorni ha fatto risalire lo spread rispetto ai titoli del debito tedesco e soprattutto ci dovrebbe indurre a fare delle riforme che sono state sull’agenda di molti i Governi.
È la lista delle riforme non fatte alcune delle quali anche richieste da Bruxelles e non di quelle fatte che tarpa le ali della nostra crescita.
All’ultimo Governo (che è stato abbastanza prodigo d’interventi) sono rimaste molte frecce non scoccate : misure sull’aumento della concorrenza, misure di semplificazione fiscale, interventi semplificatori sulla pubblica amministrazione, la revisione della spesa, vari provvedimenti di rilancio delle PMI e delle start-up.
Un pacchetto di interventi che andrebbero nel senso di una semplificazione del sistema e di una riduzione del fardello sulle spalle delle imprese produttive che sfruttando le condizioni favorevoli date da crescita sostenuta e bassi tassi sul debito dei primi anni della moneta unica, la Germania ed altri paesi hanno fatto.
Negli stessi anni, in cui la disoccupazione in Germania era dell’11% e da noi dell’8% con una crescita compresa tra il 2 ed il 3% all’anno, noi abbiamo bruciato i nostri avanzi primari e continuato a spendere come se non ci fosse un domani, senza però dal lato della domanda investire in settori strategici e dal lato dell’offerta riformare l’apparato pubblico, allo scopo di creare un ambiente più favorevole allo sviluppo delle imprese ed alla crescita reale dell’economia.
Puntare il dito contro l’Euro, la Germania, l’establishment e la globalizzazione va certamente di moda, farà lucrare qualche voto in più alle prossime elezioni, ma indica il nemico sbagliato e ci fa solo perdere tempo prezioso.
È contro noi stessi che dobbiamo puntare il dito, e al nostro interno che dobbiamo trovare le soluzioni per affrontare i problemi elencati.
Se arrivano più turisti in Francia che in Italia nonostante il nostro 60% di patrimonio artistico mondiale o ne arrivano a Barcellona quasi il doppio che a Roma, non è perchè il « Grande Capitale » o l’ «Establishment» hanno deciso di farci del male ma perchè i nostri servizi turistici sono ancora arretrati, i nostri trasporti sono in parte inaffidabili e soggetti a scioperi, le nostre città sono sporche e insicure e i nostri alberghi non all’altezza.
Dire no alla globalizzazione oggi significa per un paese esportatore come il nostro e grande importatore di flussi turistici, rinunciare ad una prospettiva seria di crescita futura, negarci delle opportunità.
Per questa ragione sembrano scritte per l’Italia dei «sovranisti» e dei «no Euro» le parole del premier cinese Xi Jinping pronunciate a Davos in occasione del vertice del World Economic Forum dello scorso gennaio:
« …perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza scura, il vento e la pioggia restano fuori ma anche l’aria e la luce… ».

Fabrizio Macri
Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Congresso. Ora si ‘gioca’ senza tirare in ballo l’arbitro

Da Zurigo, Liegi, Berlino, Nizza, Bruxelles, Lussemburgo, Barcellona o Londra – dove risiedono le federazioni del PSI – apprendiamo che ci sarà presto un Congresso straordinario e ne siamo contenti. Il tesseramento è andato bene ed ora si scaldano i motori per il congresso.

Volevate un Congresso? Eccolo pronto. Ora però bisogna giocare e non tirare in ballo l’arbitro. Il Collegio estero da anni lavora alla ricostruzione di quello che è stato per molto tempo un paesaggio con rovine, diciamolo, i resti gloriosi di un passato glorioso, quello del PSI piu‘ grande del PCI all’estero, sotto il Ministero di Gianni De Michelis.

Dopo anni di lavoro siamo riusciti a ricostruire le Federazioni in tutti i Paesi di emigrazione italiana, e siamo pronti non a piangere lacrime di nostalgia per il Paese lontano, ma a suggerire all’Italia ed agli italiani alcune buone idee che abbiamo appreso all’estero.

Eh sì, all’estero si imparano tante cose utili, non solo nebbia e mandolino, ma anche lingue culture expertise skills savoir-faire Businessmodell come dire, il progetto Erasmus ha creato una nuova generazione, che ovviamente è cresciuta ed ora, finite le feste Erasmus sul barcone del Tevere, nei casermoni tecno berlinesi o sulle spiagge spagnole con botellon, questa generazione vuole dare voce alla propria esperienza lavorativa e di vita.

Ed il PSI è aperto a queste esperienze, all’estero come in Italia. Ci sono pertanto alcuni punti che vanno senza dubbio evidenziati in vista del prossimo Congresso, ed essi sono:

– La linea politica principale per il PSI non puo‘ che essere l’Autonomia dal PD.

E’ una vexata quaestio ovviamente, ma tutti noi sappiamo in questo partito che il PD, passando per le varie fasi partitiche PDS e DS, e per le varie fasi politiche quali il bipolarismo ed il maggioritario, si è dolcemente e comodamente adagiato nello spazio politico e partitico che era del PSI. Il che suscita non solo una vena polemica in molti compagni, ma evidentemente si è dimostrata l’incapacità del PD di prendere il posto del PSI nella storia politica italina, poiché la sinistra moderna pragmatica razionale e riformista che rappresentava il PSI è fatta di mentalità, di modelli, di esempi di grandi uomini e dei loro insegnamenti che creano una cultura riformista di governo che il PD, purtroppo, non ha mostrato di aver elaborato o assorbito. Per il bene dell’Italia quindi occorre separare il riformismo vero da quello sedicente tale.

– Conseguenza del punto precedente è senza dubbio il recupero dei compagni socialisti finiti nelle altre formazioni quali il PD e Forza Italia, con operazioni di contatto personale sui territori, di propaganda partitica e di focalizzazione su alcuni temi storici del riformismo.

– L’operazione sopra descritta deve porsi un orizzonte temporale sufficientemente lungo per valutare concretamente gli effetti di una campagna elettorale autonomista e di visibilità.

– Condizione non necessaria è il cambio della legge elettorale in senso proporzionale, battaglia che puo’ essere un utile collante per riaggregare i socialisti e lanciare una riunificazione nel lungo periodo, anche dopo le elezioni del 2018.

– L’operazione sopra descritta deve affiancarsi ad un’operazione di innovazione del partito vera profonda e visibile. Il PSI puo’ vantare l’appartenenza al PSE di cui fu fondatore. L’Europa rappresenta oggi la grande sconfitta della crisi economica ed anche la grande assente. Dobbiamo pertanto rivitalizzare il disegno europeo facendone una ottima e battente propaganda in Italia, dove il provincialismo e il populismo negativo hanno da ultimo sconfitto ogni ottimismo sul futuro dell’Europa. Occorre pertanto utilizzare il progetto Erasmus e la Generazione Erasmus per coinvolgere i giovani, responsabilizzarli verso la politica, rendere trendy la politica europea e far diventare il PSI il partito della Generazione Erasmus, la generazione che ha tempo ed idee per fare dell’Italia un paese europeo nei modi, nelle procedure, nella cultura, aumentando l’attrattività del disegno europeo presso le giovani generazioni italiane. Ogni studente Erasmus od ex studente Erasmus è un manager di se stesso, capace di gestire la propria vita all’estero, in ambienti non famigliari, da solo, in mezzo a lingue e culture diverse. È un asset per il paese e per il PSI. Facciamolo nostro. Lanciamo due proposte di legge: Erasmus della politica per gli scambi con l’estero in organi costituzionali o partitici e Quote Erasmus per il rientro dei professionisti all’estero.

– Un altro tema fondamentale è quello del lavoro. Il mondo del lavoro è decisamente in grave affanno in Italia. Dobbiamo aumentare salari e produttività delle imprese cosi’ come la loro taglia e capacità di fare innovazione e competere sui mercati internazionali. Questo può avverarsi con l’introduzione di un istituto già noto in Germania, e cioè la cogestione dei lavoratori nella conduzione dell’impresa medio grande. Favorire la pace sociale, ridurre turn over, limitare delocalizzazioni, aumentare produttività e salari, favorire fusioni e crescita delle imprese per taglia e fatturato, aumentare ricerca ed innovazione e quindi competitività delle imprese italiane in Italia – mercato interno – e all’estero tramite l’export. Occorre una proposta di legge.

– Lo stato sociale. L’Italia sta soffrendo la crisi economica e la crisi politica con deficit di governance e trascura i milioni di poveri o precari lasciandoli ai margini della società. Occorre una rete di soccorso statale in relazione ai temi dell’edilizia, dell’assistenza sanitaria e di sussidio e formazione per i disoccupati e di cura della scuola. Case scuole ospedali. Nessuno stato può consentire che il lavoro di supporto a chi è in difficoltà venga demandato alle famiglie, ai pensionati, a chi è espressione di un mondo e di una generazione che ha prodotto e ha reddito ed oggi deve supplire alle carenze dello stato in una situazione di crisi economica perdurante. Anche qui dobbiamo presentare una proposta di legge.

Su questi temi dovremo discutere e lavorare. Il collegio estero ci sarà, con le federazioni di Spagna, Francia, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania, Ungheria e Romania.

Leonardo Scimmi
Consigliere Nazionale
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi
Il tema del lavoro nella tradizione socialista democratica

Quando in Italia si parla di partito del lavoro s’intende, nella testa di chi ne caldeggia la fondazione e nell’immaginario collettivo, un partito impegnato a formulare politiche di difesa dei lavoratori dall’arbitrarietà delle decisioni degli imprenditori.

Gli imprenditori infatti, guidati dalla ricerca del profitto, agirebbero sui fattori di produzione (capitale e lavoro) e sui costi che ne derivano per assecondare i mutamenti delle condizioni di mercato e massimizzare gli utili d’impresa.

La sinistra e i partiti dei lavoratori si sono tradizionalmente battuti per irrigidire i costi del lavoro, per difendere i salari ed impedire agli imprenditori di trattare i lavoratori come un semplice fattore di produzione, al pari del capitale.

Le battaglie della sinistra nel passato sono state non solo nobili perchè tese alla difesa della dignità umana della forza lavoro, ma anche utili specialmente nella loro declinazione socialdemocratica occidentale, per due ragioni :

  • hanno consentito di alzare il potere d’acquisto dei lavoratori e quindi di aumentare la domanda aggregata;

  • hanno spinto gli imprenditori ad accrescere la produttività attraverso altri fattori che non fossero la semplice riduzione del costo del lavoro.

Questi due fattori si sono rilvelati due importanti fattori di sviluppo economico e progresso sociale.

Tuttavia tale formula andrebbe applicata nella realtà dei vari paesi e dovrebbe essere adattata realtà economica e soprattutto alla congiuntura politica e sociale.

Una politica dell’impresa troppo tradizionalista in tema di lavoro nell’Italia del 2017, applicata sul tessuto imprenditoriale delle nostre piccole e medie imprese, rischierebbe di essere inefficace e dannosa in quanto si rivelerebbe nemica delle imprese ; rischierebbe infatti di introdurre ulteriori e costosi elementi di rigidità che metterebbero a rischio la capacità delle imprese di produrre e generare reddito, quindi di coprire i costi del lavoro.

Analisi della situazione italiana

Un freno strutturale alla competitività delle nostre imprese è certamente dato dal contesto particolarmente complicato in cui esse operano.

Le nostre aziende, solitamente medio-piccole, spesso micro, nate dalle esternalizzazioni di funzioni delle grandi imprese del nord realizzate soprattutto negli anni ’90 e rimaste piccole per non incorrere in una tassazione ed una normativa sul mercato del lavoro eccessivamente penalizzante, avrebbero difficoltà a competere in un mercato globale se gravate da costi e rigidità eccessivi.

A questo si aggiungono ostacoli di carattere strutturale :

  • una pubblica amministrazione particolarmente lenta ;

  • una burocrazia poco accessibile :

  • un sistema bancario in crisi ;

  • un gap infrastrutturale particolarmente penalizzante per le regioni periferiche.

In pratica, l’Italia manifesta un sistema paese debole che rema contro l’iniziativa imprenditoriale, specie di piccola taglia, e che ha consentito solo ad una parte delle nostre imprese di emergere, in un contesto di mercato oramai sempre più aperto alla concorrenza estera.

Ogni intervento governativo deve essere teso a rimuovere ostacoli alla libera impresa per metterla in condizione di lavorare almeno alla pari dei competitori europei : l’impresa è il motore del reddito ed il reddito la condizione fondamentale per creare posti di lavoro.

Per questo una politica moderna del lavoro non può che essere anche una politica industriale in linea con gli interessi degli imprenditori.

A compensare questo cambio di prospettiva vi é l’introduzione di elementi di democrazia industriale quali la cogestione (Mitbestimmung) e la partecipazione agli utili da parte dei lavoratori.

Una politica del lavoro moderna

Questo ci fa capire che in un contesto come quello italiano sarebbe bene uscire dall’approccio ideologico di conflitto tra proprietà e lavoro e capire che le due cose si tengono, il successo delle nostre imprese è anche il successo dei loro lavoratori.

Spesso gli attuali imprenditori sono ex operai che si sono messi in proprio e hanno avviato la loro attività assumendo altri operai, la cogestione di stampo socialista spesso è già in atto all’interno delle nostre imprese e il licenziamento dei collaboratori con cui si lavora da anni è non di rado ragione di grande travaglio anche personale per gli imprenditori.

Conoscere la realtà anche sociale della Valle Padana, lungo il cui asse lavora uno dei più produttivi agglomerati imprenditoriali d’Europa e del Mondo, è il presupposto fondamentale per mettere in atto politiche del lavoro libere da vincoli ideologici astratti e non collegati alla realtà in cui vengono applicate.

Obbligare un imprenditore a non licenziare quando la situazione di mercato lo richiede significa introdurre un ulteriore elemento di rigidità che rischia di portare l’impresa al fallimento generando effetti occupazionali ancora peggiori.

Non esiste imprenditore che ami licenziare con leggerezza, ma se l’azienda è in crisi bisogna dargli la possibilità di farlo in tempo per per recuperare la perduta competitività.

Una politica del lavoro moderna infatti, quindi lo Stato, prima di tutto non scarica sull’imprenditore il peso del costo del lavoro in eccesso nei momenti di congiuntura debole.

Al contrario, uno Stato moderno e riformista deve farsi carico del reinserimento del lavoratore sul mercato tramite sussidi, formazione e tutoraggio.

L’imprenditore dal canto suo ha l’obbligo sociale di non fare fallire la sua impresa e trovare le condizioni per rilanciarla, per tornare ad investire ed assumere.

Secondo obiettivo di una politica del lavoro avanzata e sociale è quello di eliminare le diseguaglianze tra i due gruppi di lavoratori che popolano oggi il mercato del lavoro italiano e godono di due regimi di tutele diametralmente opposti : da un lato i più anziani lavoratori a tempo indeterminato o appartenenti all’amministrazione pubblica, tutelati dall’art 18 che li rende quasi illicenziabili e dall’altro le schiere di giovani e meno giovani assunti con contratti privatistici a termine e precari.

Prima ancora di scendere nel dettaglio delle misure da adottare quindi è importante operare un cambio di prospettiva, una rottura ideologica netta con i dettami del passato, prendere pragmaticamente atto del contesto mutato e delle difficoltà strutturali del nostro sistema, con lo scopo di difendere gli stessi principi con strumenti completamente diversi.

Fabrizio Macrì Leonardo Scimmi

Leonardo Scimmi
Congresso tra identità
ed innovazione

Da Zurigo, Liegi, Berlino, Nizza, Bruxelles, Lussemburgo, Barcellona o Londra – dove risiedono le federazioni del PSI – apprendiamo che ci sarà presto un Congresso straordinario e ne siamo contenti. Il tesseramento è andato bene ed ora si scaldano i motori per il congresso.

Volevate un Congresso? Eccolo pronto. Ora però bisogna giocare e non tirare in ballo l’arbitro. Il Collegio estero da anni lavora alla ricostruzione di quello che è stato per molto tempo un paesaggio con rovine, diciamolo, i resti gloriosi di un passato glorioso, quello del PSI piu‘ grande del PCI all’estero, sotto il Ministero di Gianni De Michelis.

Dopo anni di lavoro siamo riusciti a ricostruire le Federazioni in tutti i Paesi di emigrazione italiana, e siamo pronti non a piangere lacrime di nostalgia per il Paese lontano, ma a suggerire all’Italia ed agli italiani alcune buone idee che abbiamo appreso all’estero.

Eh si, all’estero  si imparano tante cose utili, non solo nebbia e mandolino, ma anche lingue culture expertise skills savoir-faire Businessmodell come dire, il progetto Erasmus ha creato una nuova generazione, che ovviamente è cresciuta ed ora, finite le feste Erasmus sul barcone del Tevere, nei casermoni tecno berlinesi o sulle spiagge spagnole con botellon, questa generazione vuole dare voce alla propria esperienza lavorativa e di vita.

Ed il PSI è aperto a queste esperienze, all’estero come in Italia. Ci sono pertanto alcuni punti che vanno senza dubbio evidenziati in vista del prossimo Congresso, ed essi sono:

– La linea politica principale per il PSI non puo‘ che essere l’Autonomia dal PD.

E’ una vexata quaestio ovviamente, ma tutti noi sappiamo in questo partito che il PD, passando per le varie fasi partitiche PDS e DS, e per le varie fasi politiche quali il bipolarismo ed il maggioritario, si è dolcemente e comodamente adagiato nello spazio politico e partitico che era del PSI. Il che suscita non solo una vena polemica in molti compagni, ma evidentemente si è dimostrata l’incapacità del PD di prendere il posto del PSI nella storia politica italina, poiché la sinistra moderna pragmatica razionale e riformista che rappresentava il PSI è fatta di mentalità, di modelli, di esempi di grandi uomini e dei loro insegnamenti che creano una cultura riformista di governo che il PD, purtroppo, non ha mostrato di aver elaborato o assorbito. Per il bene dell’Italia quindi occorre separare il riformismo vero da quello sedicente tale.

– Conseguenza del punto precedente è senza dubbio il recupero dei compagni socialisti finiti nelle altre formazioni quali il PD e Forza Italia, con operazioni di contatto personale sui territori, di propaganda partitica e di focalizzazione su alcuni temi storici del riformismo.

– L’oerazione sopra descritta deve porsi un orizzonte temporale sufficientemente lungo per valutare concretamente gli effetti di una campagna elettorale autonomista e di visibilità.

– Condizione non necessaria è il cambio della legge elettorale in senso proporzionale, battaglia che puo’ essere un utile collante per riaggregare i socialisti e lanciare una riunificazione nel lungo periodo, anche dopo le elezioni del 2018.

– L’operazione sopra descritta deve affiancarsi ad un’operazione di innovazione del partito vera profonda e visibile. Il PSI puo’ vantare l’appartenenza al PSE di cui fu fondatore. L’Europa rappresenta oggi la grande sconfitta della crisi economica ed anche la grande assente. Dobbiamo pertanto rivitalizzare il disegno europeo facendone una ottima e battente propaganda in Italia, dove il provincialismo e il populismo negativo hanno da ultimo sconfitto ogni ottimismo sul futuro dell’Europa. Occorre pertanto utilizzare il progetto Erasmus e la Generazione Erasmus per coinvolgere i giovani, responsabilizzarli verso la politica, rendere trandy la politica europea e far diventare il PSI il partito della Generazione Erasmus, la generazione che ha tempo ed idee per fare dell’Italia un paese europeo nei modi, nelle procedure, nella cultura, aumentando l’attrattività del disegno europeo presso le giovani generazioni italiane. Ogni studente Erasmus od ex studente Erasmus è un manager di sè stesso, capace di gestire la propria vita all’estero, in ambienti non famigliari, da solo, in mezzo a lingue e culture diverse. E’ un asset per il paese e per il PSI. Facciamolo nostro. Lanciamo due proposte di legge : Erasmus della politica per gli scambi con l’estero in organi costituzionali o partitici e Quote Erasmus per il rientro dei professionisti all’estero.

– Un altro tema fondamentale è quello del lavoro. Il mondo del lavoro è decisamente in grave affanno in Italia. Dobbiamo aumentare salari e produttività delle imprese cosi’ come la loro taglia e capacità di fare innovazione e competere sui mercati internazionali. Questo puo’ avverarsi con l’introduzione di un istituto già noto in Germania, e cioè la cogestione dei lavoratori nella conduzione dell’impresa medio grande. Favorire la pace sociale, ridurre turn over, limitare delocalizzazioni, aumentare produttività e salari, favorire fusioni e crescita delle imprese per taglia e fatturato, aumentare ricerca ed innovazione e quindi competitività delle imprese italiane in Italia – mercato interno – e all’estero tramite l’export. Occorre una proposta di legge.

Lo stato sociale. L’Italia sta soffrendo la crisi economica e la crisi politica con deficit di governance e trascura i milioni di poveri o precari lasciandoli ai margini della società. Occorre una rete di soccorso statale in relazione ai temi dell’edilizia, dell’assistenza sanitaria e di sussidio e formazione per i disoccupati e di cura della scuola. Case scuole ospedali. Nessuno stato puo’ consentire che il lavoro di supporto a chi è in difficoltà venga demandato alle famiglie, ai pensionati, a chi è espressione di un mondo e di una generazione che ha prodotto e ha reddito ed oggi deve supplire alle carenze dello stato in una situazione di crisi economica perdurante. Anche qui dobbiamo presentare una proposta di legge.

 Su questi temi dovremo discutere e lavorare. Il collegio estero ci sarà, con le federazioni di Spagna, Francia, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Germania, Ungheria e Romania.

 Leonardo Scimmi
Consigliere Nazionale
Coordinatore italiani all’estero (Europa)

Scrive Leonardo Scimmi:
Fare gli europei

Il Ministro questa volta ci ha sorpreso più del solito, prendersela addirittura con gli italiani all’estero, come è possibile! Se esiste una categoria buona per ogni buonismo, per ogni spolverata alla coscienza del politico di professione, quella è la categoria degli italiani all’estero. Quei bravi ragazzi e ragazze che – stante la perdurante crisi dell’economia italiana – sono andati a cercar fortuna e lavoro all’estero, come una volta!!lasciando genitori fratelli sorelle e fidanzati in Italia per dare lustro all’estero alla gens italica, punta estrema della civilizzazione mondiale, sebbene non sempre e da tutti riconosciuta tale. Ed il Ministro che fa? va a criticare con frasi secche e poco diplomatiche proprio gli italiani all’estero? Dopo che in blocco hanno votato SI al Referendum, dopo che da anni votano perlopiù’ per il PD, all’estero, si va a dire che questi emigrati – perché emigrati sono – non sono niente di eccezionale, anzi, alcuni meglio che se ne vadano dall’Italia!
Ebbene, nessuno mette in dubbio che gli emigrati non siano tutti ricercatori universitari, ma in fondo che differenza fa, sempre figli della madre Italia sono, frutto di anni di scuole e tasse italiche, studenti piu’ o meno attenti della Divina Commedia, del Manzoni, di Leopardi e del Foscolo, alcuni perfino Virgilio e Cicerone hanno affrontato, esperti di Caravaggio Tiziano e Canova, o – teniamoci forte – cultori di Saffo Sofocle e Platone! e qualcuno li vorrebbe definire come dei “pistola”, che non so bene da quale dialetto derivi ma di certo non suona come un complimento.
Ed allora, noi accettiamo le scuse o le revoche e perfino le spiegazioni e le smentite, tanto oramai, ma lo facciamo perché il punto, ci si consenta, é un altro e nessuno si aspettava che lo si cogliesse.
Il punto é che questi italiani all’estero sono la sola speranza dell’Italia, in un mondo che ha ripreso a radicalizzarsi, a cedere al populismo nazionalista, dove la cosiddetta polarizzazione non é solamente economica – pochi ricchi e tanti poveri – ma anche (che bei tempi quelli del ma anche!) culturale, dove in molti si scagliano contro la Casta contro gli Eurocrati contro l’Euro e contro l’Europa e pochi, in vero, capiscono invece e difendono la complicata e burocratizzata Europa e le sue difficili conquiste, consapevoli che l’Europa é un progetto giusto e utile, necessario nei nostri giorni, e che occorre tanto sforzo culturale e pedagogico per impedire la deriva nazionalista.
In Europa si é creata una separazione enorme tra i burocrati esperti e poliglotti ed i cittadini nazionali, alle prese con il quotidiano nazionale della crisi, lontano anni luce dalle alchimie giuridiche ed economiche di Bruxelles. Si é investito sull’Euro ma non sulla cultura europea, ed ora se ne pagano le conseguenze!
Ecco, quando si parla di italiani all’estero e di Erasmus non vorremmo sentir parlare di cervelli di tasse o di levarsi dai piedi, ma vorremmo che si parlasse di quel pezzo di Italia che é già europeo, e che potrebbe essere molto utile per spiegare agli italiani che l’Europa é un bene, che occorre realizzare un’Europa federale, senza barriere, senza confini interni, né geografici né culturali, che il pluralismo il multilinguismo ed il multiculturalismo é una fase del progresso inevitabile ed occorre lo sforzo di ognuno per essere piu’ tolleranti e pronti ad abbracciare l’essere Europa, come per l’Italia, fatta l’Italia si fecero gli italiani, con la cultura con la retorica con le scuole con tutti gli strumenti necessari a parlare ai cittadini.
Gli italiani all’estero sono una risorsa, hanno già una parte di Europa dentro e potrebbero essere molto utili ad un Paese che ha perso lo slancio internazionale aperto coraggioso dei navigatori e dei poeti, da Colombo al Foscolo al Casanova, per citarne alcuni, cittadini europei ante litteram di cui oggi si sono perse le tracce in Italia, ma non fuori d’Italia.

Leonardo Scimmi

Se l’Italia esce dall’Euro

La teoria del complotto
Mai come oggi hanno preso fiato quanti ritengono che l’Italia e la sua economia siano vittime della disciplina economica e finanziaria europea che non sarebbe altro che espressione di un complotto internazionale espressione delle banche, dei poteri forti e delle logge massoniche.
La stessa globalizzazione sarebbe frutto di un complotto teso ad impoverirci e ad imporci governi non eletti allo scopo di attuare politiche economiche conformi ad interessi di banche d’affari straniere, e multinazionali a detrimento della nostra sovranità nazionale.
Una teoria coerente con il provincialissimo vittimismo all’italiana che vuole il nostro paese libero e proletario oppresso dalle forze occulte del capitalismo e delle potenze internazionali: una grande spectre dei «poteri forti» frutto di uno strampalato connubio tra deliri ideologici della sinistra extra parlamentare degli anni 70 ed il ridicolo complotto pluto giudaico massonico di memoria fascista.
L’Italia fuori dall’Euro?
Questa scuola di pensiero fomentata dai deliri grillini, è tornata recentemente a chiedere l’uscita dell’Italia dall’Euro, per favorire un ritorno ad una politica economica espansiva e autonoma da Bruxelles e soprattutto dalla Germania.
Far credere ai cittadini che una mossa del genere rilancerebbe la nostra economia sull’onda di una spesa pubblica finalmente libera da vincoli e di un export fiorente è da irresponsabili.
Uscire dall’Euro sarebbe dannoso, inutile e rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione.
Le ragioni sono elencate in questo documento basato anche sull’analisi storica di quei paesi occidentali, che (al pari dell’Italia nel 1993) abbiano sperimentato dal 1980 ad oggi forti svalutazioni della loro moneta nell’ordine del 20-30%.

6 ottime ragioni per rimanere nell’area Euro
1. Se si pensa che l’Italia uscendo dall’Euro possa aumentare strutturalmente export e crescita, evidentemente si ignora il fatto che dal 1998 ad oggi le nostre esportazioni sono aumentate di oltre il 100% grazie all’Euro che ha creato un contesto stabile e prevedibile fatto di cambio fisso e mercato unico privo di barriere doganali e tariffarie. L’Euro ha imposto una radicale ristrutturazione ad un’industria esportartrice che usciva fiaccata da decenni di svalutazioni speculative : iniezioni periodiche di morfina che rendendo i nostri prodotti meno cari, consentivano di tanto in tanto alle nostre imprese di aumentare le vendite senza lavorare sui fattori reali della competitività (innovazione, organizzazione interna, logistica, promozione e marketing). Se questo andamento positivo dell’export non ha avuto un impatto proporzionale sulla crescita complessiva, è dipeso dal fatto che troppo poche sono le imprese che esportano regolarmente (ca il 25% a fronte del 45% della Germania), non certo per il valore troppo alto della moneta o per le regole imposte da Bruxelles.

2. Anche se è vero che ad ogni svalutazione segue un momentaneo aumento dell’export, dovuto alla riduzione dei prezzi in valuta estera delle merci esportate, si tende a dimenticare che tale aumento si manifesta in modo sempre effimero, perchè parallelamente aumenta il costo dei beni importati. Questi maggiori costi attengono nel caso dell’Italia soprattutto a beni semilavorati e materie prime che vengono poi immessi nel processo produttivo con il loro costo maggiorato e finiscono per far nuovamente lievitare il costo delle esportazioni di beni finiti (di cui l’Italia è uno dei maggiori esportatori mondiali), annullando in gran parte l’effetto positivo dalla svalutazione.

3. L’osservazione dei fatti dimostra che le svalutazioni competitive della moneta (inclusa quella della Lira del 27% sul Dollaro, realizzata in Italia dal Governo Amato nel 1993) non hanno avuto un impatto sulla crescita ; le ragioni verificate in particolare in Italia nel 1993 sono state le seguenti:

a. gli introiti generati dall’export non erano abbastanza rilevanti da compensare la scarsa produttività dei settori non esposti alla concorrenza estera ;
b. finito l’effetto di abbassamento del prezzo dei beni esportati indotto dalla svalutazione, le imprese furono costrette negli anni 90 a porre un freno strutturale alla crescita dei salari per rimanere competitive, non essendo aumentata la produttività reale del lavoro ; l’effetto depressivo quindi sulla domanda interna, vera leva di sviluppo dell’economia, pose un freno alla crescita che fu, dopo la svalutazione, addirittura inferiore ai due anni che la precedettero.

4. Il debito italiano è già molto alto e sta dimostrando il maggiore freno posto alla facoltà del Governo di realizzare investimenti pubblici che così necessari sarebbero in questa fase congiunturale. Se l’Italia uscisse dall’Euro, la parte del debito in valuta estera (detta debito estero) aumenterebbe in valore per via della svalutazione della Lira che ne conseguirebbe, generando un ulteriore aumento del debito complessivo. Un’uscita dall’Euro quindi ridurrebbe ulteriormente la capacità del Governo di investire per sostenere l’economia.

5. Per rendere il debito finanziabile attraverso l’attrazione di investimenti sui titoli del debito e per contrastare la prevedibile fuga di capitali che seguirebbe ad un’uscita dell’Italia da un’area di stabilità finanziaria, si verificherebbe probabilmente un aumento dei tassi d’interesse, una riduzione quindi del credito alle imprese e un ulteriore effetto depressivo sull’economia

6. La svalutazione inoltre ridurrebbe il valore dei risparmi degli italiani, attualmente in Euro e, in caso di « Italexit », in una moneta svalutata si stima del 20 o 30%.

Questa analisi ci suggerisce che in un mondo globalizzato (variabile fissa su cui l’Italia non ha possibilità di influire richiedendo una riduzione del tasso di concorrenza globale), la crescita si raggiunge attraverso un aumento della competitività reale del sistema che richiede prima di tutto un pensiero strategico, una visione per il Paese, investimenti pubblici mirati ed una strategia sui mercati internazionali.
Se è vero che la svalutazione della moneta e quindi l’uscita dell’Italia dall’Euro sarebbe inutile perché non funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, è evidente che il sistema ha bisogno di riforme reali che ci mettano in condizione di attirare investimenti ed esportare di più.
Le riforme necessarie richiederebbero un articolo a parte : un fatto è certo le soluzioni non sono semplici, richiedono un approccio pragmatico ed uno sguardo disincantato sulla realtà libero da vincoli ideologici e da interessi elettoralistici di breve termine.

Leonardo Scimmi e Fabrizio Macri

Leonardo Scimmi
Sorgerà il Sol dell’Avvenire socialista

Da anni diciamo che il partito socialista italiano ha non solo una gloriosa storia politica e nazionale da rivendicare, non solo una ingiustizia storico-politica da correggere, ma anche un futuro per il Paese da proporre.
Passato presente e futuro sono al solito il ciclo nicciano dell’eterno ritorno, ed oggi diremmo che il passato ritorna in chiave perfino pop, popolare, senza la cattiveria e l’astio degli ultimi anni. Come? Provate a vedere le foto colorate di Bettino Craxi e Gianni De Michelis in chiave pop che spopolano sul web.
Sintomo di un a distanza temporale che ha messo in disparte l’odio delle monetine, o perfino di una riemersa consapevolezza di aver avuto tempi migliori durante la Prima Repubblica, quasi accettata da tutti oramai.
Ed allora, vista la crisi del bipolarismo italiano, vista la crisi di governo post referendaria, vista la crisi del sistema maggioritario all’americana, vista la crisi fisiologica del pur eterno Silvio Berlusconi, considerata la necessità di riunire il PSI intorno ad una identità condivisa e forte e sanare fratture, in attesa delle imminenti elezioni e con l’avvicinarsi impetuoso della solita domanda politicamente dirompente, per noi socialisti, il Che Fare? diventa un monito storico, con il peso dell’ultima chance giusta e possibile: l’Unità Socialista.
Ora o mai piu’, ci sono le condizioni, tutte, politiche storiche temporali.
Ci sono gli ex compagni spaesati, senza casa, diamo loro una sponda vera e sicura : tornate da noi, a casa, la casa del socialismo, la casa dei Meriti e dei Bisogni, la casa della giustizia sociale, della Mitbestimmung, del lavoro e dello stato sociale, della meritocrazia e della competitività, la casa delle best practices, la casa dell’Europa e dell’Internazionale, dei diritti umani e della laicità dello stato, la casa di Turati e Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Nenni, di Pertini di Craxi.
Più che strada sono rotaie, tragitto obbligato, non si scampa, il Paese ha metabolizzato, é pronto per riprendere il discorso di una sinistra socialista democratica di stampo europeo, una formazione che si candida a rappresentare le fasce povere e bisognose del Paese ma anche quelle più produttive e capaci.
Noi socialisti dobbiamo pensare alla nostra organizzazione in primis, a mantenere salda unita e forte la nostra identità, cercando i nostri compagni ovunque essi siano, recuperando rapporti politici e personali mai sopiti, passionali fino alle lacrime, riscoprire l’abbraccio l’orgoglio la nostalgia ma anche la forza di guidare il futuro, di governare il cambiamento, con idee innovative, prese anche dall’estero, dai tanti italiani all’estero, e con le radici nel movimento laburista socialista del ‘900.
Compagni il richiamo all’unità è oggi per noi una strada imprescindibile e non dobbiamo curarci tanto di quel che avvenga nelle altre forze politiche, perché la missione socialista è meta-storica, è nazionale legata alla fine della Prima Repubblica ed al ribaltamento del giudizio storico che ne è conseguito, errato, ed é internazionale perché si rivolge al mondo ed all’Europa, alle classi meno abbienti che hanno bisogno di cibo, di cure, di case, di aiuto in Italia e nel mondo e si rivolge anche alle classi lavoratrici più produttive che necessitano una stato ordinato meta-nazionale stabile che guarda lontano che crea infrastrutture, vicino alle imprese che creano lavoro innovazione e portano il tricolore e l’Europa in tutto il mondo.

Leonardo Scimmi
Consiglio Nazionale Psi

Leonardo Scimmi
Unità socialista

Da anni diciamo che il partito socialista italiano ha non solo una gloriosa storia politica e nazionale da rivendicare, non solo una ingiustizia storico-politica da correggere, ma anche un futuro per il Paese da proporre.
Passato presente e futuro sono al solito il ciclo nicciano dell’eterno ritorno, ed oggi diremmo che il passato ritorna in chiave perfino pop, popolare, senza la cattiveria e l’astio degli ultimi anni. Come? Provate a vedere le foto colorate di Bettino Craxi e Gianni De Michelis in chiave pop che spopolano sul web.
Sintomo di un a distanza temporale che ha messo in disparte l’odio delle monetine, o perfino di una riemersa consapevolezza di aver avuto tempi migliori durante la Prima Repubblica, quasi accettata da tutti oramai.
Ed allora, vista la crisi del bipolarismo italiano, vista la crisi di governo post referendaria, vista la crisi del sistema maggioritario all’americana, vista la crisi fisiologica del pur eterno Silvio Berlusconi, considerata la necessità di riunire il PSI intorno ad una identità condivisa e forte e sanare fratture, in attesa delle imminenti elezioni e con l’avvicinarsi impetuoso della solita domanda politicamente dirompente, per noi socialisti, il Che Fare? diventa un monito storico, con il peso dell’ultima chance giusta e possibile: l’Unità Socialista.
Ora o mai piu’, ci sono le condizioni, tutte, politiche storiche temporali.
Ci sono gli ex compagni spaesati, senza casa, diamo loro una sponda vera e sicura : tornate da noi, a casa, la casa del socialismo, la casa dei Meriti e dei Bisogni, la casa della giustizia sociale, della Mitbestimmung, del lavoro e dello stato sociale, della meritocrazia e della competitività, la casa delle best practices, la casa dell’Europa e dell’Internazionale, dei diritti umani e della laicità dello stato, la casa di Turati e Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Nenni, di Pertini di Craxi.
Più che strada sono rotaie, tragitto obbligato, non si scampa, il Paese ha metabolizzato, é pronto per riprendere il discorso di una sinistra socialista democratica di stampo europeo, una formazione che si candida a rappresentare le fasce povere e bisognose del Paese ma anche quelle più produttive e capaci.
Noi socialisti dobbiamo pensare alla nostra organizzazione in primis, a mantenere salda unita e forte la nostra identità, cercando i nostri compagni ovunque essi siano, recuperando rapporti politici e personali mai sopiti, passionali fino alle lacrime, riscoprire l’abbraccio l’orgoglio la nostalgia ma anche la forza di guidare il futuro, di governare il cambiamento, con idee innovative, prese anche dall’estero, dai tanti italiani all’estero, e con le radici nel movimento laburista socialista del ‘900.
Compagni il richiamo all’unità è oggi per noi una strada imprescindibile e non dobbiamo curarci tanto di quel che avvenga nelle altre forze politiche, perché la missione socialista è meta-storica, è nazionale legata alla fine della Prima Repubblica ed al ribaltamento del giudizio storico che ne è conseguito, errato, ed é internazionale perché si rivolge al mondo ed all’Europa, alle classi meno abbienti che hanno bisogno di cibo, di cure, di case, di aiuto in Italia e nel mondo e si rivolge anche alle classi lavoratrici più produttive che necessitano una stato ordinato meta-nazionale stabile che guarda lontano che crea infrastrutture, vicino alle imprese che creano lavoro innovazione e portano il tricolore e l’Europa in tutto il mondo.

Leonardo Scimmi
Consiglio Nazionale Psi

Leonardo Scimmi
Referendum, un Sì
per una buona riforma

Credo che questa Riforma sia una buona riforma, necessaria in questo momento storico dell’Italia sia da un punto di vista politico che giuridico.
Politico perché dopo anni di crisi economica e di immobilismo istituzionale possiamo mostrare al mondo che stiamo tornando, che stiamo lavorando per migliorare la nostra condizione di paese ed economia, ed i mercati e gli altri paesi devono attendersi buone cose dall’Italia.

Giuridico perché la Riforma razionalizza il rapporto tra Stato e regioni e le rispettive competenze, e tutti ne sentivano il bisogno a cominciare dalla Corte Costituzionale, rende il Governo piu’ efficiente ed efficace nei confronti della Camera dei deputati, che resta tuttavia depositaria del rapporto di fiducia e controllo sul Governo, ed in tutto ciò la Riforma riesce a far risparmiare circa 400 milioni all’anno ai contribuenti.

Credo che questa sia un’opportunità storica per l’Italia per uscire dalla crisi economica ed istituzionale che oramai da decenni ci opprime. L’Italia deve darsi una struttura istituzionale stabile, governabile, sicura, deve entrare da protagonista nei mercati ed in relazione con gli altri paesi, e la riforma va in questa direzione. Buone riforme fanno si che il PIL cresca, che il debito si riduca e che le condizioni dei cittadini migliorino.

Non ci sono altre vie.

Vent’anni di Erasmus.
Il marchio di una generazione

ERASMUSNel 1987 nasceva il progetto Erasmus: borsa di studio europea che ha dato la possibilità a migliaia di universitari europei di vivere e studiare in un altro paese membro da un minimo di 3 mesi ad un massimo di un anno. Questo semplice provvedimento ha generato un cambiamento radicale. Ha inciso sullo stile di vita di una generazione che per la prima volta ha usufruito in massa dell’opportunità di sperimentare la cittadinanza a termine in un altro paese europeo.
Migliaia di giovani ed ex giovani ora ultra quarantenni hanno verificato che un altro stile di vita, altre regole, altre opportunità diverse da quelle offerte dal proprio sistema paese sono possibili. Per l’Italia paese tradizionalmente campanilista, provinciale, autocritico ma anche molto auto compiaciuto del proprio sistema educativo è stata una ventata di freschezza e cambiamento.

La frase “si può fare” è entrata nel lessico comune perché i giovani che hanno vissuto e studiato in altri sistemi hanno toccato con mano il fatto che effettivamente le cose si possono fare “the italian way” ma anche in modo diverso, spesso migliore più semplice.

Tutti “gli Erasmus” hanno affrontato al loro ritorno dall’estero il sospetto ed sorrisi di sufficienza dei loro colleghi e professori convinti che fossero andati a passare un anno di vacanza all’estero sfruttando le risorse di famiglie benestanti comunque necessarie ad integrare quelle scarse messe a disposizione dalla borsa Erasmus.
Molti di loro messi a confronto con sistemi più dinamici, pragmatici e semplici non sono più tornati se non il tempo necessario a finire gli esami ed a salutare amici e parenti.

L’Erasmus li ha cambiati e li ha resi insopportabili brontoloni per quanti sono restati, insofferenti al provincialismo italico e curiosi di conoscere altri paesi o semplicemente desiderosi di costruirsi un futuro nel paese che li aveva ospitati come studenti.
L’Erasmus è il marchio di una generazione, un modo di essere che non ti abbandona e rischia di renderti inviso a chi all’estero ci va solo per fare lussuose vacanze nei resort a 5 stelle o a chi magari quella fortuna di avere un minimo di sostegno economico dalla famiglia non l’ha avuto.

La nostra tesi è che il programma di scambio abbia formato una generazione di europeisti e potenziali riformisti: gente che le riforme le ha viste in pratica in altri paesi, che sa che le cose si possono fare, che l’Italia non è destinata a restare un paese sonnacchioso e periferico dominato da baroni, lobby, criminalità diffusa e ostile a giovani creativi e con voglia di fare, perché loro sanno che basta poco.

Loro il cambiamento l’hanno vissuto in un Europa che lungi dall’essere solo regole e burocrazia per loro è stata semplicità, vento di libertà e opportunità. Un’italia più semplice, sorridente, dinamica e funzionale già c’è, si chiama Europa e basta andarsela a prendere.
Noi Erasmus ci candidiamo a completare il sogno dei padri fondatori, noi nativi europei vogliamo più Europa in Italia e c’è la porteremo.
Provate a fermarci.

Fabrizio Macrì
Leonardo Scimmi