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Lettere Direttore

Scrive Celso Vassalini:
A forza di dire no si mette a rischio il Paese

Egregio Direttore,
Oggi al dolore per quanto accaduto a Genova si è aggiunto un grande sconforto. Perché almeno io ancora mi ostino a credere che di fronte alle tragedie un paese dovrebbe unirsi, che le sentenze le emanano i magistrati, che la propaganda almeno per qualche ora di fronte alla morte dovrebbe fermarsi. Ma evidentemente non è più cosi. Si scatenerà la caccia alle streghe al colpevole senza aspettare le indagini? Perché sanno che aver detto “No alla #Gronda” è una colpa enorme. A forza di dire #No a tutto, mettono a rischio il Paese. Loro, che giudicavano il crollo del Ponte “Una favola”.

Chissà cosa direbbero i cittadini se da domani i nostri Sindaci, Presidenti di Provincie (area vasta) e Regioni, decidessero di tener chiusi ponti, scuole ed edifici pubblici di proprietà della pubblica amministrazione. Suvvia non fingiamo. di non sapere quale sia la situazione delle opere pubbliche (e private) in Italia (e non solo). Probabilmente occupiamo abitazioni estremamente vulnerabili in occasione di un eventuale evento sismico eppure continuiamo a dormire in queste case nella speranza che il sisma accada altrove o in un futuro lontano lasciando ad altri l’incombenza di mettere mano al portafoglio per raggiungere un’apprezzabile sicurezza. Chiediamoci se la cultura della Prevenzione, Sicurezza sia davvero una priorità nelle nostre spese “bilanci” del Governo, Regioni e soprattutto in ogni Comune. #Serietà.

Celso Vassalini

Scrive Adalberto Andreani:
Immigrati e percorsi di integrazione

Gentile direttore, in questo triste ferragosto per gli eventi tragici di Genova ed anche di Bologna, si ripropone il tema dei lavori di pubblica utilità per i migranti ed anche per i detenuti per reati di entità medio lieve.

Per percorsi di integrazione mirati allo impiego, a titolo gratuito, in attività di pubblica utilità. Si parla tanto di manutenzione di opere pubbliche fondamentali come il ponte crollato a Genova. Ecco dunque l’ occasione del riscatto per i carcerati e della messa alla prova per gli immigrati. Forniscano la dimostrazione tangibile che amano la nostra patria, la nostra costituzione ed il lavoro. La lega Nord dimostri cosi che non è fossilizzata al lombardo Veneto, ma che ama tutta italia. È l’ occasione del riscatto.

Adalberto Andreani

Scrive Manfredi Villani:
Genova dopo la tragedia

Dalla alla tragedia di Genova emerge la tragica inerzia del government. Tutti sapevano, ma nessuno si è mosso in tempo utile per scongiiurare il crollo. Gli amministratori pubblici del government italiano: dal neofita Giuseppe Conte, al Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, al sindaco di Genova Marco Bucci hanno responsabilità intrinseca del crollo di ponte Morandi e di 39 vittime, ma si cerca ancora. Il procuratore capo Cozzi fa sapere “che ci potrebbero essere ancora 10-20 persone disperse”. Sabato si celebreranno i funerali di Stato in Fiera, officiati dal cardinale Bagnasco, alla presenza del Presidente Sergio Mattarella. Ci sono ben 632 sfollati dalle case del sito sottostante l’area del ponte. Crolla in borsa il titolo di Atlantia (il gruppo proprietario di Autostrade dell’Italia), conseguente alla decisione del governo Conte di avviare la revoca delle concessioni ad Autostrade. Intanto la società fa sapere di essere “impegnata nella ricerca della verità e di collaborare con le istituzioni”. Per la procura di Genova è pronta l’accusa di attentato allla sicurezza dei trasporti. La situazione degli sfollati fa registrare circa 100 persone sistemate in alberghi e case di riposo,vma i numeri continuano a salire. Sussistono disagi per il traffico, congestionato il casello di Genova Aeroporto in uscita code e rallentamenti anche alla viabilità ordinaria, blocco della circolazione ferroviaria nel sito sotto il ponte crollato e conseguente interruzione di alcune linee ferroviarie:il ponte passava sopra un importante nodo ferroviario, tra la stazione di Genova Sampierdarena e Genova Rivarolo. Tuttavia la linea Genova-Savona-Ventimiglia funziona normalmente mentre la linea Genova-Piazza Principe-Arquata Scrivia, sia in direzione Torino che in direzione Milano, sarà attivata ma con ritardo fino a 10 minuti e cancellazioni di alcuni treni regionali. Sulla linea Ovada-Genova-Piazza Principe invece la circolazione continuerà ad essere sospesa tra Genova Bozzoli e Genova Piazza Principe, ma Trenitalia ha attivato un servizio di autobus sostiitutivo.

Scrive Adriano Autino:
Genova e la cultura antiprogressista

La tragedia di Genova è sconvolgente, ed il fatto che fosse largamente prevedibile non la rende meno sconvolgente. Per me anche dal punto di vista personale, perché abito a Rapallo, non lontano dal ponte crollato, che ho percorso tante volte, anche nei giorni immediatamente precedenti il crollo. Ho permesso quindi alla rabbia di spingermi al commento politico, prima ancora che fosse terminata l’opera di soccorso, e che fosse completata la triste conta dei morti e dei feriti. È doveroso, e non deve mai essere dato per scontato, esprimere la mia totale compassione e solidarietà alle vittime, alle famiglie delle vittime, ed agli sfollati che chissà per quanto tempo non potranno rientrare nelle loro case. Ovviamente sono anche preoccupato per quanto riguarda la mia mobilità personale, visto che mi muovo spesso verso la pianura padana, per ragioni familiari e non. Ma non è questo l’oggetto di questa riflessione, che è invece di natura filosofica, indispensabile se si vogliono comprendere le cause profonde di quello che succede a livello politico e sociale. Le caricature che ci troviamo oggi al governo non sono infatti che effetti — e non cause — delle tendenze ideologiche che procedono da ben più lontano. E si potrebbe anche considerare che tali processi profondi appaiono in qualche misura indipendenti dalla volontà dei singoli, e che difficilmente si possono contrastare ad opera di alcuni benintenzionati volonterosi.

Che cosa scatenò, cinquantanni fa, il grande movimento del ’68? Non c’era internet, ma incubò per tutti gli anni ’60 una irrefrenabile pulsione di libertà, la sensazione che l’ordine sociale che si era instaurato nel dopoguerra fosse profondamente sbagliato, e che si dovesse prima di tutto sovvertirlo… poi si sarebbe pensato a rimpiazzarlo con un diverso modello sociale. E c’era una irragionevole e folle percezione che tale modello sociale alternativo fosse lì, a portata di mano, e che fosse sufficiente sbarazzarsi dell’odioso ancien regime, perché l’alternativa fosse libera di fiorire. Il ’68 fu quindi prima di tutto un grande movimento libertario, sul quale poi poterono innestarsi progetti sociali di matrice collettivista, non appena si cominciò a ragionare sulla necessità quantomeno di un periodo di transizione, per arrivare alla realizzazione dell’utopia anarco-libertaria. A lungo, infatti, rimase nelle aspirazioni degli intellettuali più idealisti, l’obiettivo dell’autoestinzione di ogni struttura di governo, resa obsoleta dalla conquistata capacità di autogoverno da parte della società di liberi ed uguali, anche mediante gli strumenti telematici che la rivoluzione elettronica già lasciava presagire.

Cominciò da così lontano — guarda caso il periodo coincidente con l’inaugurazione dell’ormai tristemente noto ponte Morandi di Genova — perché se no non si capisce niente, di cosa è successo negli ultimi cinquant’anni in questo Paese. Quella forte aspirazione all’autogoverno è continuata. Contemporaneamente si è innestata nella base di sinistra, senza escludere nessuno dei partiti, partitini e gruppetti, un orientamento ambientalista ed ecologista, fino a rimpiazzare quasi completamente l’attenzione ai diritti ed aspirazioni delle persone, e mantenendo però la pratica della critica come atteggiamento primario. Poteva l’ideologia marxista, largamente basata sull’odio di classe, evolvere in una ideologia umanista, quindi non più fomentatrice di odio e conflitti sterili? Difficile dirlo, e comunque questo non è avvenuto, se non per pochi singoli, che sino ad oggi trovano grande difficoltà ad unire i loro sforzi. Comunque questa critica diffusa, non più supportata da un progetto sociale alternativo, si è via via orientata su obiettivi più a portata di mano, da contestare per definizione, in quanto portati dall’odiato sistema capitalista. Le direzioni politiche si sono fiaccamente adeguate a questo movimento, meno faticoso ed impegnativo dal punto di vista del conflitto sociale, non contrappondosi più in modo frontale alla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma solo ai supposti effetti della stessa, e neppure più quelli (una volta) ritenuti principali, come lo sfruttamento, le morti sul lavoro, l’alienazione. Le direzioni politiche hanno voltato la testa dall’altra parte anche rispetto ad un altro corollario di questo trend ideologico: il fatto, che poco alla volta, la base sociale della sinistra abbandonava la fede progressista che aveva più o meno professato dal dopoguerra fino alla fine del secolo, convertendosi più o meno coscientemente al pensiero decrescitista sostenuto apertamente da Serge Latouche, e meno apertamente — anche solo per omissione di contrasto — da parte di tutte le cosiddette forze della sinistra.
Va da sé che, se in Italia fosse esistita una destra liberale e non fascista, capace di esprimere progettualità ed elementi di vera crescita sociale, quello che abbiamo visto recentemente — il crollo delle fatiscenti infrastrutture della sinistra, e qui parlo dei partiti, e non delle autostrade! — si sarebbe verificato già da qualche decennio. Ed invece non è nato niente del genere in Italia, segno che, se le classi lavoratrici hanno saputo esprimere soltanto correnti ideologiche di fatto anti-progresso, e quindi anti-umane, quanto rimane della classe borghese ha saputo esprimere solamente caricature, come Berlusconi ed oggi Salvini.

La tendenza anarco-libertaria-ambientalista, quella che aspirava all’autogoverno ed ha garrulamente appoggiato tutti i movimenti NO di questi ultimi trent’anni, ha trovato invece nei 5 Stelle uno sbocco più o meno naturale, senza ovviamente curarsi del carattere cripto-nazista di Grillo e Casaleggio: si veda il famigerato video su Gaia, dove si inneggia ad Hitler ed all’auspicato olocausto di 6 o 7 miliardi di persone. Ovviamente le caricature sedicenti liberali cui accennavo prima, e quelle più apertamente fasciste al governo oggi, hanno lasciato la loro influenza nefasta nella cultura del Paese. Esiste infatti un problema fondamentale, in Italia, che ha attraversato tutte le epoche, dal dopoguerra in poi: la scarsa qualità delle opere pubbliche, che riflette la combinazione della nostra grande creatività e genio ingegneristico con la nostra grande superficialità e disattenzione agli aspetti quantitativi e metodologici nella gestione dei progetti. La corruzione fa da disastroso legante di questo rovinoso mix antropologico: la qualità risultante è decisamente scarsa. Quindi, il problema reale, sempre cavalcato da tutte le parti politiche in fase elettorale, è che lo stato utilizza male il denaro pubblico. La ricetta prospettata dal centrodestra non è mai stata una seria impostazione repubblicana (=migliore gestione della res publica), ma una spensierata opzione superficialmente libertaria: se lo stato non funzione, occorre diminuire lo stato. In realtà nei Paesi del nord Europa, dove il denaro pubblico viene speso bene, la gente paga volentieri le tasse.

Alla resa dei conti, tutto l’odio cavalcato ed alimentato dalle destre verso la “casta” (di cui per altro fanno parte integrante), finisce per portare al governo non già opzioni libertarie, bensì tendenze fasciste, che ben si legano, al di là delle contrapposizioni televisive, con le tendenze decrescitiste. Le unisce una comune propensione anti-umana: per i decrescitisti gli umani sono un fastidioso parassita del pianeta, del paese, della città, del quartiere o del condominio. Per i fascisti, per i nazisti, per gli stalinisti, alcune categorie ritenute inferiori — immigrati, neri, omosessuali, ecc… — devono essere oppresse e maltrattate e, laddove la temperie politico-ideologica lo permetta, anche eliminati per far posto alle “razze” superiori. Queste due tendenze sono assurte al governo del Paese da pochi mesi, ma i loro mefitici miasmi ideologici operavano nella società già da tempo, informando l’azione di tutti i governi degli ultimi trent’anni almeno. La cura della cosa pubblica derisa e vilipesa, la ricerca scientifica mortificata, il fatalismo — non succede, intanto facciamo gli scongiuri e mettiamo a tacere i “gufi”. Un gran polverone dopo ogni disastro, grandi proclami su piani nazionali di messa in sicurezza: alluvioni, terremoti, crolli di viadotti e tunnel, disastri ferroviari, …
Quando i media smettono di produrre reportage, dibattiti, interviste, tutto si addormenta dinuovo, in attesa del prossimo disastro. Le problematiche rimangono ad essere gestite, fuori dai riflettori mediatici, dalle prefetture, dagli enti, dalle società concessionarie, dai contenziosi legali, dalle contrapposizioni tra i proponenti dei progetti ed i comitati NO TAV, NO TAP, NO GRONDA, ecc… Vi sono tratti autostradali caratterizzati da molti tunnel (il sottoscritto ha lavorato per anni come fornitore di sistemi software di controllo e supervisione tunnel autostradali), dove per decenni i sistemi di automazione tunnel hanno funzionato senza che nessuno si prendesse il rischio di firmare il collaudo…

La palude ideologica anti-progresso non può che alimentare la totale ignavia da parte di chi deve prendere decisioni. Costoro conoscono bene la condizione di estrema precarietà delle infrastrutture, molte delle quali ormai vicine al termine della vita operativa, e sono estremamente riluttanti a prendersi la responsabilità di decidere sul da farsi. Oggi a questo scenario si aggiunge l’atteggiamento giacobino dell’M5S al potere, che vuole rifare la stima dei costi-benefici su qualsiasi progetto. Ora, qualsiasi analisi costi-benefici non può prescindere da stime di previsione: il traffico aumenterà oppure no? Per i decrescitisti il traffico non aumenterà, anzi non deve aumentare, quindi concepiscono qualsiasi progetto come un incentivo ad ulteriori sprechi, nella loro visione decadente ed implosiva della civiltà. Così come, per Salvini, salvare gli emigranti in mare significa incentivare l’immigrazione. Ancora peggio: costoro professano in modo del tutto strumentale l’applicazione di un metodo scientista, per dimostrare che non vale la pena di realizzare alcunchè, limitandosi a fiancheggiare il triste tramonto della nostra civiltà industriale.

Cosa può opporsi a tale dilagante cappa oppressiva e distruttiva? Esiste, nel nostro Paese, una borghesia illuminata e progressista, paragonabile ad Elon Musk e Jeff Bezos? Se sì, forse, si potrebbe lavorare per una nuova rivoluzione borghese, che spazzi via questi miasmi ideologici. Le grandi opere, il rinnovo delle infrastrutture, i grandi progetti — l’industrializzazione dello spazio geo-lunare oggi in primo piano — sono di grande ispirazione per i giovani, e motivano lo sviluppo di una cultura della qualità, del testing, dell’attenzione ai requisiti delle persone utenti, i veri stakeholder di qualsiasi infrastruttura. È chiaro che le grandi infrastrutture, come anche le piccole, sono funzionali allo sviluppo. Se non si lavora per lo sviluppo il declino è inevitabile, ed il crollo infratrutturale diventerà routine, che i media non riterranno neanche più interessante.
Tutte le risorse intellettuali realmente progressiste potrebbero unirsi in questa nuova impresa ideologica, senza bisogno di condividere il 100% dei concetti (liberali, repubblicani, socialisti, libertari, borghesi, proletari, …). Basta condividere l’intenzione di riprendere a lavorare seriamente per il progresso, correndo ovviamente anche i rischi connessi, ma consapevoli che la decrescita è un rischio enormemente maggiore. Sto proponendo un’alleanza che una volta si sarebbe detta interclassista? Assolutamente sì! Ma, del resto, le classi che conoscevamo hanno fallito nell’esprimere una leadership adeguata alle sfide che la civiltà si trova a fronteggiare. Adesso occorre cominciare a ragionare insieme tra forze che fino a qualche decennio fa si ceredevano nemiche, ma che di fronte alle sfide attuali scoprono di avere obiettivi comuni: la crescita, oltre le barriere naturali del nostro pianeta.

Adriano Autino

Scrive Luigi Mainolfi:
Ogni anno stesse interviste, stesse parole

Non ero convinto della opportunità di  affrontare un argomento, altre volte trattato. Interviste aventi ad oggetto il rapporto Svimez, il turismo in Irpinia, il Progetto  Alta Irpinia e il Ferragosto Avellinese,  mi hanno  spinto a tornare su alcuni concetti. Intanto, di fronte alla ripetizione   delle stesse considerazioni,  come si fa a non pensare alla Poesia di Totò, ‘A livella, :0gni anno, il due novembre..”?  Si fanno le stesse fotografie, si indicano  gli stessi responsabili delle negatività, mai una riflessione scientifica. Fare sviluppo è scienza economica, oggi più di ieri. Penso che, leggere numeri  e prendere atto di un risultato sia facile, mentre intuire ciò che sta per verificarsi  e decidere cosa bisogna fare, per influenzare positivamente il futuro, sia difficile. Ci vogliono “menti presbiti”, non miopi e  conoscenze adeguate. Sbaglia chi pensa che un territorio modesto  richieda minore impegno, anzi, siccome ha più concorrenti, richiede maggiore acume culturale. I giudizi  letti sul Rapporto Svimez  sembrano la copia di quelli rilasciati  negli anni passati. Sul progetto Pilota Alta Irpinia  ho letto solo banalità e  luoghi comuni. Nessuno mi ha dimostrato di aver letto le proposte di Manlio Rossi-Doria, del 1968 e riproposte dopo il terremoto dell’80.  Spesso le ho richiamate, ma senza fortuna. Con la speranza di non sentire le stese canzoni, l’anno prossimo voglio sottoporre agli intervistati, che avranno la bontà di leggermi, alcuni  principi basilari per ottenere risultati positivi. Incominciamo dal problema Turismo. Dal 2010, c’è stato un calo del 35% delle visite.  Si sa che le persone per andare in una zona devono essere attratte. A tal fine la Regione che  non sempre è  da criticare, nel 2006 decise di finanziare gli “Attrattori turistici”, che dovevano essere presentati dalle Province. Una mia proposta, giudicata “geniale” da Marino Niola, fu scartata dalla Giunta della quale facevo parte, e fu  scelta  l’esibizione di un cantante a Gesualdo. A voi, le considerazioni.  Cosa serve, per predisporre un “Attrattore”?  Bisogna conoscere la cultura e i gusti di chi si vuole attrarre e rendere le risorse  di cui si dispone, affascinanti. Per fare ciò, ci vogliono esperti in marketing, sapendo che questa materia non è “nasometria”, ma è la sintesi di diverse discipline ( esclusa Beni culturali) . Non si può predisporre una proposta turistica, se non si conosce la natura e la capacità attrattiva delle risorse di cui si dispone, sapendo che il loro potenziale varia nel tempo, anche per concorrenza di altri luoghi.  Chi pensa che le Sagre della polpetta siano un attrattore, confonde la mentalità  dell’800 con la logica sofisticata dei potenziali turisti.  Quando si capisce che la cultura attrae più persone del vino e delle bistecche? Da Presidente della Comunità Montana Partenio, agendo nella logica di cui sopra, gli 800.000 visitatori del Santuario, del 1982, in due anni, diventarono 1.200.000, con sommo piacere e tanti ringraziamenti dell’Abate Gubitosi.  Non ci vuole uno scienziato per capire che le proposte vanno fatte conoscere con anticipo e a largo raggio.  Quelli  che si vogliono attrarre, devono conoscere a marzo l’offerta turistica e le disponibilità alberghiere o di B&B. E’ da stolti  pensare di pubblicizzare gli eventi alla vigilia del loro svolgimento. Inoltre, bisogna smetterla di pensare che ogni Comune possa provocare, da solo, flussi turistici. Ci vuole un progetto provinciale unitario. Come si fa a non inserire, nella stessa proposta turistica,  Montevergine, San Gerardo, il Laceno, i Castelli dell’Irpinia e la cultura e i “beni culturali in movimento”?  Gli attuali amministratori della Provincia e dei comuni irpini hanno fatto questa conquista concettuale? Ho l’impressione che vivono rispettando il detto “Ognuno per se e Dio per tutti” . Veniamo al Progetto Alta Irpinia. Sarei grato a chi mi indicasse un’idea, compatibile con la logica dello sviluppo. Invocare stanziamenti di risorse regionali e nazionali, investimenti, ripristino della Avellino-Rocchetta, stazione dell’Alta Velocità e cose del genere, non significa avere idee per lo sviluppo. Ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno e dell’economia reale queste richieste avevano un senso, oggi sono obsolete e inutili. Per invertire il processo di desertificazione demografica, ci vogliono esperti di economia spaziale e di marketing territoriale, i quali partendo dalla valutazione delle risorse del territorio, non trascurando quelle culturali e artistiche, predispongano un progetto, la cui concretizzazione deve vedere impegnate le forze politiche, le associazioni di categoria e le popolazioni. La richiesta di servizi si rafforza, se si intravede sviluppo. Non è utopia. Per frenare la discesa verso il baratro, bisogna ragionare come avveniva in Romagna, alla  metà  dell’800. In tempo di “Cannibalismo globalista”, ogni territorio può fare affidamento solo sulle sue energie. Questo vale anche e soprattutto per il Mezzogiorno. Speriamo che, finalmente, spinti dalla disperazione, i meridionali non facciano sfruttare le proprie risorse da altri.

Luigi Mainolfi

Scrive Eugenio Galioto:
Le sagaci mosse del “cambiamento” in 7 punti

È indiscutibile l’abilità da parte di questa maggioranza di governo di creare distrattori e rinchiudere in una bolla di irrilevanza chiunque vi si opponga.
Lo “schema di gioco” è, più o meno, questo:

a) si fa leva sulla disperazione di milioni di impoveriti, offrendo loro una speranza di una via di uscita – “il cambiamento” -, mentre, al contempo, si alimentano rancore e frustrazione, da scaricare, di volta in volta, su qualche capro espiatorio.

b) Una volta al governo non si ha alcuno strumento per operare il cambiamento promesso, né la capacità, né la volontà di realizzarlo?! Nessun problema. Si Rimanda sine die tutte le promesse che, alle elezioni, han fatto guadagnare una valanga di voti. In compenso, si propina un decreto dignità che, …

c) Si produce una campagna martellante di distrazione che possa scioccare le anime belle “sinceramente democratiche”, alimentando una strisciante, quanto grottesca, guerra civile culturale costruita ad arte. A questo punto, è necessario colonizzare di senso ogni significante vuoto: l’assistenza “for…

d) Tutto ciò però non basta. Quanto più si è lassisti e gattopardiani (cambiar tutto per non cambiare nulla), tanto più è necessario alzare il tiro. Se non altro per continuare a produrre discorsi e “miti” (nel senso di Sorel) necessari a conservare l’egemonia politica e culturale che si detiene. Ec…

e) La provocazione riesce bene: i “talebani del bene e del politically correct” reagiscono dando del fascista e del razzista a qualsiasi cosa si dica, agitando spettri incomprensibili o indifferenti ai più. Perchè “i più” votano per il reddito di cittadinanza, per farsi abbassare le tasse e affinché…

f) Così facendo, si relega ogni forma di opposizione alla marginalità e all’irrilevanza. La si rinchiude in un ghetto di autoreferenzialità. Chi si oppone al governo – questo è il messaggio vincente – è completamente distante dal popolo: il governo pensa ai diritti sociali degli italiani, questi alt…

g) Se si dovesse abbassare il livello d’odio contro il governo, è sufficiente alzare la provocazione: togliamo la Mancino, forse pure la Scelba. Nel frattempo, è indispensabile mobilitare tutti coloro che hanno votato per “il cambiamento” e scagliarli contro i “democratici”, aizzando gli uni contro …

Così, il programma può giacere nel cassetto: il cambiamento può aspettare. Se non fosse la realtà, sembrerebbe di essere in qualche film da commedia all’italiana. Sapete quelli in cui i personaggi sono semplicemente delle macchiette, tanto sono stereotipati? Il radical chic progressista che litiga c…

Eugenio Galioto

Scrive Fabio Baroni:
Marcinelle. Oltre la memoria

Lo scorso 8 agosto è ricorso l’anniversario della tragedia avvenuta nel 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in cui persero la vita ben 262 persone, di cui 137 italiani.
Un evento micidiale, un gravissimo episodio di morte sul lavoro, come lo definiremmo oggi. Marcinelle, però, al di là della memoria che ci impone la storia, che giustamente deve avere le proprie liturgie istituzionali affinché rimanga viva la fiammella del ricordo di queste persone necessita di una riflessione di ampio respiro su quale insegnamento (o quali insegnamenti) possiamo trarre da questo episodio. Una risposta è possibile darla subito: Marcinelle può avere significati molteplici nei confronti del nostro mondo del lavoro.
Un primo significato riguarda la dignità del lavoro. DIgnità che a volte può risultare un termine ampio, vago e fumoso, ma che può concretizzarsi ad esempio nelle condizioni di sicurezza in cui la persona lavora. Complice la tecnologia dell’epoca il legno era il materiale più utilizzato, ma sicuramente il più pericoloso in caso di incendio. Anche oggi, però, si muore sul lavoro, nonostante di passi in avanti se ne siano fatti e talvolta le negligenze sono volute, anche in un’ottica di “risparmio” da parte di persone senza scrupoli. Non è un caso che il disastro avvenuto alla Tyssenkrupp abbia molte somiglianze con quello di Marcinelle, seppur di portata minore per numero di vittime.
La sicurezza è un diritto del lavoratore ed è un pilastro fondante del lavoro. Senza sicurezza non si lavora e se non si lavora non si può vivere, così come non si può vivere senza sicurezza. E’ un circolo che parrebbe vizioso, ma che in realtà la politica ha il compito di rendere virtuoso (ed in parte ci sta riuscendo), pur essendo la strada ancora lunga. Serve formazione, investimenti nella ricerca e un controllo capillare su chi non rispetta le regole.
Spesso la tragedia di Marcinelle viene assimilata anche al dramma delle persone che emigrano per lavorare e trovano la morte, magari in condizioni di precariato estremo quando non di sfruttamento. Certamente gli eventi degli ultimi giorni, come i disastri avvenuti nelle campagne foggiane, non possono non interrogarci su cosa voglia dire per una persona lasciare tutto per cercare fortuna in un altro paese. Noi italiani l’abbiamo fatto, chi in America, chi in Germania, chi in Belgio, proprio come quei minatori. Oggi ancora molti italiani emigrano, ma anche altre persone vengono in Italia o emigrano in altri paesi e si ritrovano a fare i lavori più umili. Non voglio qui cadere nella semplice retorica, ma vorrei porre un interrogativo: è umanamente possibile pensare che una persona venga fatta lavorare in condizioni talmente precarie da essere assimilabili alla schiavitù? Seguendo il precetto “il lavoro nobilita l’uomo”, quella persona sarà nobilitata oppure sarà degradata?
E’ compito primo della politica, senza distinzione di colore, promuovere una politica ed una cultura del lavoro dove l’umano sia al centro. Una cultura che scaturisca dalla sinergia tra le varie parti sociali e che sappia creare un clima positivo e propositivo che tenda al miglioramento costante. Questa lotta non può essere fatta individualmente o localmente, ognuno nel proprio recinto.
Parlando del mondo del centrosinistra, di cui faccio orgogliosamente parte e cui mi rivolgo con rispetto per ogni corrente di pensiero, non si può pensare che un tema così importante e grande come il lavoro possa essere affrontato in solitudine. E’ necessario un processo di unione a livello nazionale, ma soprattutto a livello internazionale. Deve crearsi un modello, un modus operandi di tutte le forze progressiste del mondo dove si recuperi quella centralità del Lavoro (quello con la L maiuscola) che troppo spesso è stato relegato a semplici cifre, dimenticando il lato più importante di esso, quello umano. Non bisogna mai dimenticare che dietro ai numeri ci sono delle persone in carne ed ossa, con delle famiglie, dei sogni e delle aspirazioni. Il lavoro deve tornare ad essere elemento catalizzante e centralizzante dell’autodeterminazione dell’individuo e della socieà. Marcinelle è un segno forte nella memoria collettiva, ma affinché la memoria non sia semplice esercizio mnemonico serve la riflessione e la sintesi del senso degli eventi. Solo così la storia ha un valore positivo nella nostra società.

Fabio Baroni 

Scrive Nicola Comparato:
Quella diga sul Baganza

La cassa d’espansione sul torrente Baganza, in provincia di Parma,  è un  progetto voluto dall’ AIPO, l’ Agenzia Interregionale per il fiume Po. Questa costruzione,  la diga artificiale che molti amano definire EcoMostro, sta dividendo le persone tra favorevoli e contrari. La cassa, dalle dimensioni di 16 metri di altezza, con una lunghezza di 1,3 km e una capienza di 4,7 milioni di metri cubi d’acqua , pensata per prevenire le alluvioni , in realtà può provocare seri danni all’ ambiente , procurando forti disagi alle persone . In più , secondo il parere di molti , questa mega costruzione , dal costo di 55 milioni di euro non garantisce massima sicurezza alla località parmense di Colorno . A detta di alcuni cittadini , il ponte di Colorno è di dimensioni ristrette , ragion per cui l’acqua potrebbe fuoriuscire inondando il paese abitato . A conti fatti , la cassa può portare vantaggi solo alla città di Parma , penalizzando i cittadini e i comuni di Felino e Sala Baganza . Tra gli abitanti c’è comunque chi si dice favorevole al progetto senza considerare le gravi conseguenze che comporta tutto ciò . Nella frazione di Casale di Felino , paese dove sorgerà la cassa , c’è molta preoccupazione riguardo all’impatto ambientale e paesaggistico del progetto . Nessuno dei residenti vuole dire Addio al paesaggio che da sempre li accompagna , per colpa di un muro di 16 metri che si eleva dinanzi alle loro case . Per questo i cittadini hanno proposto come soluzione , la costruzione della diga di Armorano , sopra Calestano . Un’ altra valida opzione potrebbe essere la costruzione di tre casse più piccole , minor spesa e maggiore tutela ambientale . Altre località a rischio , oltre a quelle già citate sono Berceto e Terenzo . Sulla cassa d’espansione si è espressa anche la Dottoressa Rosina Trombi , storica Socialista ed ex vicesindaco del comune di Felino :
” Il PSI di Pedemontana ha espresso la sua posizione in un ordine del giorno posto al Consiglio dell’Unione da Manuel Magnani , consigliere del PSI a Collecchio … in sostanza a tutti sta a cuore la tutela di Parma e Colorno ma nello stesso tempo vorremmo la tutela delle popolazioni a monte della cassa …. Quando nel 2011 si è votato il protocollo tra i vari comuni interessati non vi era l’ipotesi di un’opera così mastodontica, impattante sull’ambiente e sull’abitato a monte…. Nel progetto presentato nel marzo 2017 a Felino si è constatato il costo esorbitante ma non sono state previste tutele lungo tutto l’asse che con l’alluvione dell’ottobre 2014 si sono rese evidentemente necessarie per la tutela del territorio e delle industrie di Felino, Sala Baganza, Calestano e Collecchio…. La preoccupazione a Felino è inoltre legata alla gestione della cantieristica e realizzazione dell’opera relativamente ai disagi alla viabilità e all’ambiente dove sorge l’abitato di Casale…. Speriamo che la recente costituzione del Patto di fiume possa prendere in considerazione e rispondere alle preoccupazioni di cui sopra. ”

Scrive Leonardo Raito:
Razzismo, una piaga da combattere (con o senza Fontana)

Nelle ultime settimane si è infiammato il dibattito sul razzismo nel nostro paese: recenti episodi di violenza che hanno riguardato, spesso, cittadini immigrati, sono stati talmente sminuiti da spingere persino un ministro della repubblica, cotal Fontana, che già si era “distinto” (si fa per dire) per i suoi attacchi a omosessuali e libertà civili, a chiedere la cancellazione della Legge Mancino del 1993, norma che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista e che hanno per scopo l’incitazione alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, punendo altresì l’uso di simbologie legate a suddetti movimenti politici.

Il summenzionato Fontana ha dichiarato la legge, seguito poi da alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, che non perdono occasione per cercare di riabilitare il fascismo o le mussoliniane memorie, contraria alla libertà di opinione: di fatto una legge liberticida. Se un’argomentazione tale ce la potremmo aspettare, verso le 2.00 del mattino, da un ubriacone in una bettola di quint’ordine, messa in bocca a un ministro fa davvero molto pensare, così come fa pensare la mancata reazione di un popolo che pare ormai sopito, capace di digerire come sassi qualsiasi cosa venga propinata dalla salsa gialloverde che guida questa Italia destinata al ritorno al medioevo. Il fatto è, se il ministro non lo sa, non l’ha capito, o non ci arriva, che il razzismo non è un’opinione, ma è un crimine. La differenza non è sottile, è sostanziale. In nome del razzismo sono stati perpetrati alcuni dei peggiori crimini dell’umanità. Il colonialismo e le sue distorsioni, lo schiavismo, il nazismo con i campi di sterminio, le deportazioni. Fontana, che la licenza media dovrebbe averla presa, e quindi queste cose dovrebbe averle studiate sui libri di storia, dovrebbe ben saperlo.

Se poi, nel filo di una narrazione leghista che sembra avere a cuore solo questo argomento, si tende a confondere il razzismo con l’immigrazione, non solo si fa torto all’intelligenza (ma ne esiste ancora?) della gente. Che l’immigrazione, come fenomeno sociale complesso, generi problematiche e paure, è cosa fuori di dubbio. Che la reazione a queste problematiche e paure debba tradursi in razzismo e atti di violenza, è altrettanto sconcertante, forse di più, indecente e incivile. In questo paese, forse anche grazie agli slogan di Salvini e compagnia, sembra ormai normale che un pensionato eserciti il proprio fucile su una bambina rom di un anno, che un altro spari alla schiena a un lavoratore di colore, che si spari a un ambulante, che si tirino uova in faccia a un’atleta di colore (anche se qui l’episodio che era stato bollato come razzismo pare in realtà un vandalismo di alcuni poveri deficienti). Pare di rivivere le tragedie del nazismo, quando le ss esercitavano le proprie pistole sui bambini ebrei, sparavano alla schiena agli anziani, deportavano in massa e bruciavano cadaveri nei lager.

Questo paese non può accettare una degenerazione culturale che rischia di portarci nel baratro. Non dico che il governo non abbia il diritto di esercitare delle politiche di controllo dell’immigrazione. Dico soltanto che, anche un problema così complesso, non può togliere l’ultimo briciolo di dignità a un popolo che è stato, nel tempo, un popolo di migranti. Non si chiama ideologia, perbenismo, pensiero da benspensanti. Si chiama umanità.

Leonardo Raito

Scrive Luciano Masolini:
Nenni va sempre ricordato

Fra i tanti protagonisti che hanno reso bella la storia del socialismo italiano sicuramente un posto centrale spetta pure alla figura di Pietro Nenni, autentico ed indimenticabile leader al quale tengo veramente tanto. Un esempio da tenere sempre ben presente e pure tutto da seguire, e non solo per quel suo bel modo di intendere la politica, ma anche per quei tanti suoi meravigliosi lati umani che ben lo contradistinguevano. Una vita interamente ed intensamente socialista quella del leader romagnolo – a parte un momento repubblicano -, le cui innate socialisteggianti idee maturarono in lui proprio fin da ragazzino. Quelle stesse che lo porteranno poi – quando non aveva ancora trent’anni – ad aderire appunto convintamente al Partito socialista. Partito a cui rimarrà fedele per sempre.

A proposito dei prodromi di questa sua scelta riascoltiamo ciò che rilasciò detto al nostro compianto Giuseppe Tamburrano (nato il 10 agosto del 1929, deceduto lo scorso anno), in quella ormai storica intervista che questi gli fece a fine anni Settanta. Da me già menzionata in altra occasione: “Avevi ventinove anni quando hai preso la tessera del Psi in una sezione del Partito a Parigi dove eri stato inviato dal direttore dell’ Avanti!, Serrati (direzione che tenne dal 1915 al 1922, nda). Hai deciso di entrare nel Partito, se non erro, nel marzo del 1921 il giorno in cui, dopo la strage anarchica del teatro Diana, una colonna di fascisti era diretta minacciosamente verso la sede dell’Avanti!. Andasti anche tu ma per difendere il giornale dei socialisti, e Serrati, colpito dal tuo gesto che in momenti così duri era di disinteresse se non di coraggio, ti chiese di lavorare come corrispondente parigino del giornale”.

Questa fu la risposta: “Il processo di avvicinamento al Partito socialista era già molto avanzato, tanto che avevo pubblicato nel febbraio del 1921 l’opuscolo “Lo spettro del comunismo” nel quale esponevo le ragioni politiche e
culturali della mia evoluzione. L’episodio a cui ti riferisci è casuale, ma significativo. Quella sera del 23 marzo Milano offriva lo spettacolo di una città terrorizzata e scatenata contro i socialisti. Al teatro Diana un gruppo di anarchici individualisti per protesta contro l’arresto di Malatesta (imprigionato al suo rientro dall’esilio londinese, Malatesta faceva lo sciopero della fame nel carcere di San Vittore) aveva fatto esplodere una bomba che doveva uccidere il questore Gasti e invece dilaniò decine di innocenti. I socialisti non c’entravano per niente con la strage: anzi una bomba anarchica era destinata all’Avanti!. Ma i fascisti sfruttarono l’episodio in funzione antisocialista. Io non ebbi esitazioni: in quelle condizioni non c’era altro da fare che difendere pubblicamente i socialisti e l’Avanti!”. E’ sempre un piacere risentire la bella voce di Nenni, fra l’altro così vera e profondamente sincera. Ma anche assai stimolante e sempre così tanto appassionatamente travolgente.

Luciano Masolini