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Lettere Direttore

Scrive Manfredi Villani:
Ferrovie dello Stato, nomine di vertice

Nelle FS sono attese le dimissioni dell’amministratore delegato Renato Mazzoncini. Il Consiglio delle FS ha convocato l’azionista del Tesoro per le nomine di vertice. La situazione di Mazzoncini si complicò con il blitz di Capodanno 2018, quando con le camere già sciolte e il governo Gentiloni in residuale carica per gli affari correnti, il Mazzoncini incassò, in anticipo di qualche mese, un nuovo mandato triennale come amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. La proposta venne avanzata da Maurizio Gentile,amministratore delegato di RFI e da Graziano Delrio, ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. La partita si sarebbe potuta ritenere chiusa,almeno per un anno, perché il governo attuale M5S-Lega è alle prese con una serie infinita di nomine, da Rai a Cdp ed Eni, ma il rinvio a giudizio del manager ha letteralmente cambiato  lo scenario.

Ne consegue che il governo Giallo-Verde non ha intenzione di lasciarsi sfuggire l’occasione.E’ ben noto che lo statuto del gruppo FS impone al manager rinviato a giudizio di darne immediata comunicazione all’organo di amministrazione,cioè il cda, con “obbligo di riservatezza”, nella prima riunione utile e comunque entro i dieci giorni successivi alla conoscenza dell’emissione dei provvedimenti cautelari e l’esistenza di una delle ipotesi per il giudizio. Nel caso in cui la verifica sia positiva, l’amministratore decade dalla carica per giusta causa,senza diritto al risarcimento, salvo che il Cda, entro il termine di dieci giorni di cui sopra, proceda alla convocazione dell’assemblea, da tenersi entro i successivi sessanta giorni,al fine di sottoporre a quest’ultima la proposta di permanenza in carica dell’amministratore medesimo,motivando tale proposta sulla base di un preminente interesse della società alla permanenza della stessa.Nel caso in cui l’assemblea non approvi la proposta formulata dal consiglio di amministrazione, l’amministratore decade con effetto immediato dalla carica per giusta causa. Senza diritto al risarcimento danni. Per il momento il cda ha salvato la poltrona di Renato Mazzoncini ma la partita assembleare è tutta da giocare.Il consiglio di Ferrovie dello Stato, però, vorrebbe chiedere al Tesoro di rivedere la clausola etica.

Manfredi Villani

Scrive Ivan:
Padre non ascoltato dalla giustizia Italiana

Salve, scrivo questa lettera affinché venga pubblicata il più possibile per sensibilizzare i tantissimi giudici che ogni giorno si trovano a decidere delle vite altrui e per cercare un aiuto da chiunque possa fare qualcosa per smuovere queste situazioni che nel 2018 non avrebbero motivo di esistere.
Sono stato per 8 anni con la mia ex moglie e abbiamo avuto 2 bambine che adesso hanno 9 e 5 anni. Quando abbiamo avuto la prima figlia non eravamo ancora sposati e quindi ancora non pronti ad una vita insieme. Abbiamo comunque deciso di vivere insieme e quindi siamo andati ad abitare in una casa di proprietà dei miei suoceri. Purtroppo l’idea non è stata delle migliori perché da subito hanno marcato il territorio facendomi capire che ero in una casa che era loro e che potevano andare e venire quando volevano e che potevano entrare in tutte le decisioni perché secondo loro il fatto che ci davano un tetto li poteva autorizzare a decidere anche delle nostre vite personali. Ho provato più volte a parlare (anche facendo capire che avrei mollato tutto) con la mia compagna, ma ricevevo sempre risposte negative. Mi diceva che erano anziani e bisognava capirli, mi diceva che in fondo non facevano nulla di male ed entrare in casa in qualsiasi orario e senza bussare o che era normale che dovevano decidere anche dei rapporti miei con i miei parenti. Sono andato avanti così per anni, solo per la voglia e il senso di famiglia che avevo dentro e anche perché avevo un terreno sul quale poter costruire una casa che sarebbe potuta essere la mia ancora di salvezza per uscire fuori da quei guai che ogni giorno mi facevano stare male. Stavo male perché non si limitavano soltanto ad entrare ed uscire di casa quando volevano o a prendere decisioni che non gli spettavano, ma criticavano, e anche tanto, perché davo tropo conto ai miei parenti, perché lavoravo, ma non andava mai bene quello che facevo, mentre la figlia invece se ne stava seduta sul divano giornate intere a fissare il televisore e il telefono. Io mi occupavo di cucinare e di accudire le bambine, portando via del tempo al mio lavoro (il quel periodo avevo un negozio di computer). Tutto questo ovviamente è documentato. Basta andare dai pediatri delle bambine o al centro per i vaccini e chiedere se esiste anche una sola firma della madre. Ovviamente io facevo tutto questo proprio per il senso di famiglia che mi è stato passato con la mia educazione. Inoltre mi piaceva moltissimo stare con le mie bambine e cucinare sempre cose diverse per loro. Preparare pappine nuove e genuine al posto dei soliti omogeneizzati e loro erano contentissime e aspettavano che arrivassi proprio per capire cosa di nuovo avrebbero mangiato. Purtroppo con la madre tutto questo non esisteva. Non ho mai capito il vero perché, ho sempre pensato che fosse rimasta con una mentalità da bambina. Per lei esistevano (ed esistono ancora oggi) solo feste e divertimenti, in questo era la prima della classe. Ma purtroppo in una famiglia non esiste solo questo. Dopo un paio di anni sono finalmente riuscito a costruire la casa nella quale (secondo me) tutto poteva essere diverso e tutto si poteva mettere nel migliore dei modi. Finalmente potevano stare in una casa nostra e senza nessuno che avrebbe deciso per noi o al posto nostro. Parlo con la mia ex moglie, gli dico che adesso abiteremo in una nostra casa e che ci butteremo tutto alle spalle, le chiedo di mettere in chiaro che dopo questo passo possiamo benissimo andare avanti con i nostri piedi e mi risponde che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Traslochiamo e andiamo a vivere nella nuova abitazione, fatta con i miei sacrifici e quelli dei miei genitori che mi avevano visto molto depresso in quegli anni. Purtroppo neanche un giorno di tranquillità. Dalla prima ora lì dentro è stato un continuo andare e venire, un continuo criticare ogni dettaglio della casa, solo perché non avevo scelto gli artigiani consigliati da loro. E anche qui ci ritroviamo davanti alle scelte già fatte, anche contro le mie volontà. Faccio un esempio: volevano che installassi una tenda da sole in terrazzo, ma ho risposto che per adesso non potevo, che mancavano cose più urgenti e che avevo ancora molti debiti da pagare. Un giorno al ritorno dal lavoro trovo un operaio in terrazzo che buca tutto e monta una tenda scelta da loro e messa come volevano loro. Anche la mia ex moglie aveva gli stessi comportamenti, mi diceva sempre che la pittura era fatta male, che bisognava fare un altro bagno (in totale ne avevo già fatti tre in tutta la casa), e che dovevo continuare a sopportare i suoi anche dentro casa mia.
A questo punto ho detto basta. Vado da un avvocato e chiedo di separarmi. E’ troppo brutto vivere in questo modo, venendo calpestato da tutti anche dentro casa mia e non avere dalla mia parte nemmeno la persona che ha giurato di farlo per tutta la vita. Chiedo quindi ad un legale di liberarmi da queste persone e di liberare anche le mie bambine. Si avviano tutte le procedure e arriviamo alla prima sentenza. Mi presento e il giudice mi chiede se voglio bene alle mie bambine e se i motivi della separazione sono veramente quelli spiegati o no. Rispondo che amo le mie figlie e che i motivi sono solo ed esclusivamente quelli, anche perché ritengo siano più che validi. Poi fa le stesse richieste alla mia ex moglie, con l’aggiunta di una domanda. Gli viene chiesto di riferire se secondo lei io amavo le mie figlie. Lei ovviamente risponde di no e aggiunge che le bambine non avrebbero potuto stare senza di lei. Chiedo quindi al giudice come mai a me non ha rivolto la stessa domanda e se può concedermi di raccontare esattamente come stanno le cose, visto che da come parlava avevo capito che non aveva assolutamente letto le carte da me presentate. Mi risponde che in quel giorno ha troppo lavoro da portare a termine e che se per ogni causa bisogna sentire tutti allora non andrebbe a casa neanche la notte.
Morale della favola….veniamo buttati fuori e dopo qualche giorno arriva il provvedimento. Devo lasciare casa (anche se la mia ex moglie ne ha un’altra e nella quale le mie figlie hanno passato la maggior parte della loro vita), la macchina mi viene tolta (era intestata a lei per questioni assicurative, ma non ha mai guidato) e cosa più atroce di tutte mi vengono tolte le mie bambine. Cioè viene fatto passare per affidamento congiunto, un affidamento totale alla madre. Sarebbero state con me un weekend ogni 2 e 3 pomeriggi a settimana. Poi 15 giorni in estate e qualche altro a Natale e Pasqua. In un attimo mi sono trovato senza nulla, senza tutte le cose che avevo costruito con il mio sudore per decisione di una persona che non mi conosce, che non conosce le mie bambine e che non sa nulla di noi. Senza leggere effettivamente quali erano i motivi viene fatta una tale scelta. Mi sono ritrovato ad elemosinare le mie figlie in giorni ed orari stabiliti, per nulla compatibili con i miei orari lavorativi. Le mie piccole che erano abituate a far tutto con me, svegliarsi, lavarsi, mangiare, andare a scuola, ora si trovavano senza di me e con i nonni che invece dovevano essere allontanati e che per giunta iniziavano a mettermi in cattiva luce dicendo le cose più assurde su di me. Di tutte queste cose so tutto proprio perché le mie figlie non vivono bene in questo clima e mi raccontano tutto sfogandosi. Come è possibile ridurre una persona in questo modo? Per fortuna mi sono accomodato su un divano a casa dei miei, ma se non avevo loro dove andavo? La signora si tiene due case e io sotto i ponti. Riesco a lavorare perché cerco in continuazione passaggi, ma a chi è interessato se rimanevo senza mezzo per andare a lavorare.
Si dice sempre che in questi casi viene sempre tutelata la serenità dei figli. Secondo il giudice le ha tutelate lasciandole alla mamma e nella casa nella quale vivevano da qualche mese, ma perché non ha tutelato anche il mio lavoro? Senza soldi come pago il loro mantenimento? Questo è tutelare la loro serenità?
Ricordo che tutto questo è provato e riprovato, ma il giudice non ha avuto tempo per leggere le carte e le numerose lettere che ho fatto mettere agli atti per metterlo a conoscenza anche di quello che stava succedendo dopo la sua decisione. Dopo la prima sentenza infatti le bambine vivono con i nonni o, in alternativa, ii nonni vivono in casa mia. Obbligano la figlia a fare questo per fare uno sgarbo a me e farmi vedere chi comanda nella mia famiglia. Vi rendete conto? Nel 2018 succedono ancora queste cose. Cioè un giudice si può permettere di decidere della vita di molte persone in un minuto, senza prendere in considerazione quello che un genitore ha da dire. Vorrei capire perché sono stato trattato così. Sto ancora aspettando che qualcuno mi venga a dire cosa ho fatto di male e quali sono le mie colpe. Nessuno si è degnato di capire se dopo il mio trasferimento lavorativo potevo ancora continuare a raggiungere il posto di lavoro e quindi continuare a pagare il mantenimento, nessuno si è preoccupato di sapere se andavo sotto i ponti. Tutte cose fatte presenti al giudice tramite lettere dopo la sentenza, ma che non hanno mai trovato una risposta. Non mi è stata data nessuna colpa, infatti pago il mantenimento solo alle bambine, mentre alla mia ex moglie è stato consigliato di andare a lavorare. Quindi se non ho colpe (anzi sono la vittima), come mai è stato tolto tutto solo a me? Perché se mi sono sempre e solo io occupato delle mie bambine non sono stato ritenuto idoneo ad averle con me? Forse perché in Italia ormai funziona così? Senza capire i perché e senza poter pensare che anche un padre può essere il riferimento dei figli? Non metto in dubbio che molti padri si separano per stare con altre donne o per allontanarsi dai propri figli, ma non può esistere un padre onesto, innamorato perso delle sue figlie?
Ancora oggi comunque, quando hanno problemi di salute (una delle due spesso è soggetta a delle cure a Milano e ci spostiamo dalla Sicilia) o bisogna fare vaccini o hanno voglia di mangiare qualcosa di diverso delle solite cose surgelate o già pronte il padre è sempre presente. La madre e i nonni continuano invece a comprarle con feste e festini e continuano a mettergli in teste che io sono presente per le cose più brutte, mentre con loro solo divertimenti. A quale costo poi? La mia ex moglie non guida e non ha molti amici, ma per farle uscire e farle divertire non esita un attimo a portare con se le bambine quando si trova in compagni di persone poco affidabili (persone già segnalate e conosciute come alcolizzate). A me rimane solo di vivere nel terrore che un giorno possa succedergli qualcosa. In questi casi i giudici dove sono? Ho segnalato molte volte anche queste cose, ma dall’altra parte trovo solo un muro di gomma. Perché non è previsto un controllo post sentenza mirato a capire se la scelta è stata giusta oppure no? Perché non viene fatto nessun controllo per capire chi si occupa realmente dei figli e chi no? Perché nessuno ascolta o aiuta un povero padre a dare voce a questi problemi che purtroppo ancora oggi si verificano nel nostro paese, che si può ritenere avanzato in molte cose, ma non di certo in questo campo?
Ancora oggi dopo tantissimo tempo sono in attesa di risposte alle mie domande, ma ogni giorno che passa sono sempre più convinto che non arriveranno mai, perché in questo paese funziona così. Forse se ero un politico o ero pieno di soldi potevo sistemare la cosa all’italiana, ma purtroppo sono solo un povero padre al quale nessuno da ascolto. Eppure non ci voleva molto, basta volo leggere le lettere e i documenti forniti al giudice.
Proprio per le risposte che non arrivano e la sensazione di parlare del niente e con nessuno comincio seriamente a comprendere quei padri che decidono di farla finita una volta per tutte. Perché nessuno capisce quello che passiamo e quello che siamo costretti subire ogni santo giorno. Umiliati davanti ai nostri figli e senza neanche più un briciolo di voglia di continuare.

Grazie per aver letto questa mia,

Ivan

Scrive Eugenio Galioto:
La fortezza Europa e l’afasia della sinistra

Considerando il dibattito sui social in questi giorni, così come le dichiarazione ufficiali di parlamentari e forze politiche sembrerebbe che a sinistra non si faccia altro che replicare al salvinismo incalzante con dell’inopportuno e inutile politically correct.
Non serve a niente sciorinare statistiche su statistiche (come ad esempio le cifre dell’accoglienza), così come è del tutto fuorviante far leva sui principi etici. Tutto ciò non muove nulla in termini di consenso. I frames attivati, infatti, non si distruggono né ergendosi a paladini della verità, né appellandosi moralmente alla buona condotta.
Più si ripete “non pensare all’elefante”, e più inevitabilmente si finisce per pensarci, come ci insegna Lakoff.

Allora che fare?
Credo che una sinistra che voglia porsi come alternativa e rilanciare la propria azione dovrebbe prendere parola su Dublino, sulla necessità di rivedere il trattato. E rivederlo, a partire dalle responsabilità che hanno avuto alcuni Paesi europei nell’aver fatto del Medioriente una polveriera e della sua ricchezza un pozzo prosciugato.
Dunque far pagare i “debiti di guerra” a chi ha contribuito in questi anni a “esportare democrazia” con le bombe, regalando miseria e distruzione.
Ecco, quei Paesi che, finanche con azioni unilaterali (dov’è l’Europa da chiamare in causa, quando non si tratta di euro e di mercati!?), hanno dimostrato di essere spregiudicati quando si tratta di accaparrarsi il bottino da portarsi a casa, dovrebbero farsi carico in primo luogo dell’accoglienza dei popoli che colonizzano (ops… dei popoli che vanno a liberare, “a casa loro”, con guerre umanitarie).

Sicuramente, i signori di questi Paesi ci penserebbero due volte prima di dar lezioni di civiltà, chiamando “vomitevoli” le decisioni di un altro Paese sovrano.
La revisione del trattato di Dublino, in questo senso, potrebbe innescare un confronto critico tra i Paesi europei dal cui conflitto sarebbe impossibile uscirne se non con l’avvio di un reale processo di rifondazione dell’Europa.

Una sinistra che voglia ritornare a essere presente nel panorama politico non può prescindere dal parlare della miseria e della guerra che l’Occidente capitalista crea ogni giorno e della necessità per l’Occidente di farsi carico delle conseguenze. A livello europeo certamente, ma innanzitutto a partire da chi ha più responsabilità.
Sarebbe una sinistra capace finalmente di produrre un discorso autonomo, evitando di cadere nella trappola di inseguire il consenso di elettorati altrui (ricordate i manifesti para-leghisti del PD di Renzi “aiutiamoli a casa loro?) o, per contro, di gridare in ogni dove “Allarmi, al fascismo!”, quando i problemi avvertiti dai cittadini sono ben altri che il timore dell’olio di ricino e del manganello.

Una sinistra non afasica, non moraleggiante e soprattutto non ipocrita (già dimenticato gli accordi libici?), che si impegni, anche mostrando i muscoli, a trasformare l’Europa; che sia capace, per dirla con Nanni Moretti, di dire “qualcosa di sinistra”, producendo e trasformando il senso comune, anziché piegarsi ad esso, sottostando ai suoi frames.
In definitiva, una sinistra che conosca il vento e sappia, al momento opportuno, dispiegare le vele per seguire la propria rotta, senza cedere alle sirene né del populismo salviniano, né dell’establishment.

Peccato solo che, al momento, questa nave all’orizzonte non si veda neanche col cannocchiale.

Eugenio Galioto

Scrive Celso Vassalini:
Preghiera Laica per gente in mare

Egregio Direttore,

E il Governo italiano Lega e Mov5stelle, la smetta di essere vigliacco, questa battaglia si fa al Consiglio Europeo e non sulla pelle delle persone in mare.

Erri De Luca: Mare Nostro – Preghiera Laica.

Mare nostro che non sei nei cieli e abbracci i confini dell’isola e del mondo sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde pescatori usciti nella notte le loro reti tra le tue creature che tornano al mattino con la pesca dei naufraghi salvati Mare nostro che non sei nei cieli all’alba sei colore del frumento al tramonto dell’uva di vendemmia, Che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia poi le riabbassi a tappeto custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

Mi piacerebbe che questa poesia diventasse materia di studio nelle scuole. Questa generazione di ragazzi è troppo presa dalla tecnologia e non sa cosa sta succedendo nel mondo. Erri De Luca raggiunge il cuore degli uomini.

Celso Vassalini,
cittadino europeo

Scrive Mario Michele Pascale:
La corruzione da morti di fame

La vicenda di Michele Civita mi mette tristezza. Ma non per ragioni morali. Ma perché un padre, anche un padre importante, è costretto ad umiliarsi e a scendere a patti con chiunque, anche con Parnasi, per far avere un lavoro al figlio.
Questo il dialogo tra Civita e l’imprenditore pubblicato dalla stampa:
– “Io ti voglio chiedere una cortesia per mio figlio. Tu me l’avevi detto no? Allora ovviamente per ragioni di opportunità nulla che riguarda le tue società. Ovviamente. Però tu mi avevi detto con qualcuno? Lui è laureato in Economia. Se ti mando il curriculum?”.
– “No, non mandarmi il curriculum mandami la mail, il numero e la mail”
– “Anche la cosa più umile? Non ti preoccupare. Ci penso io”
La seconda cosa che mi mette tristezza è la subalternità, decisamente servile, della politica nei confronti di un certo tipo di imprenditoria. Civita dimostra, nonostante la sua brillante carriera di amministratore pubblico, di essere ben poca cosa davanti ad un palazzinaro.
L’avvocato di Civita sostiene la tesi per la quale non c’è un problema giudiziario, ma un problema etico. Io gli credo e mi auguro che la posizione del suo assistito si chiarisca subito. Non di meno il problema etico è importante. La merce di scambio è stata la posizione pubblica del papà del giovane raccomandato. Non è poco. E, per quanto comprensibile sia la preoccupazione di un padre per il futuro di un figlio non è un esempio di cui la sinistra possa andare fiera.

Mario Michele Pascale

Scrive Antonio Ciuna:
Il fine nobile della politica

 Gentile Direttore Mauro Del Bue,

Il fine nobile della politica dovrebbe essere il soddisfacimento dei bisogni degli esseri umani. La Politica in senso generale può essere e deve essere democratica e presuppone di realizzare la dignità di tutti e favorire complessivamente lo sviluppo umano.

Anche se l’affermarsi in politica,in questi ultimi anni,di nuovi leaders mondiali con ideali legati solo ai propri interessi nazionali,si riteneva comunque che questi nuovi leaders non si sarebbero spinti in politica nazionale e internazionale oltre certi limiti per non compromettere la stabilità economica di molte nazioni in tutto il mondo.

Dando uno sguardo al passato della storia,l’umanità si è sempre avventurata, nel corso dei secoli , in conflitti sanguinosi per motivi di nuove conquiste territoriali nonché per acquisire nuovi importanti fini economici e politici nell’esclusivo interesse delle allora classi dominanti dei nobili e del clero. Tali conflitti hanno sempre provocato enormi perdite di vite umane e impiego di enormi risorse finanziare. Tali pesanti fardelli hanno sempre gravato in massima parte sulle classi meno ambienti della società.

Dopo la 1° guerra mondiale le nazioni del mondo, al fine di prevenire le guerre e accrescere il benessere e la qualità della vita  degli uomini, nel 1919 fondarono la Società delle Nazioni. Non tutte le nazioni parteciparono a detta Società Internazionale fra le quali pesò non poco l’assenza degli Stati Uniti d’America. La Società delle Nazioni fino al 1939 svolse un ruolo importante nel prevenire e gestire i potenziali conflitti nascenti negli Stati di tutti i Continenti, ma nel tempo le sanzioni che venivano applicate alle nazioni inadempienti non ebbero efficacia e con lo scoppio della 2° Guerra Mondiale la Società delle Nazioni cessò la sua attività e venne sostituita nel 1945 con la fondazione dell’O.N.U.

Suscita non poca perplessità l’agire politico in economia, dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America Trump,il quale per ridurre il pesante deficit commerciale con i Paesi dell’Estremo Oriente e per proteggere i prodotti dell’industria americana,stoltamente e denza rispettare le leggi della economia ha iniziato ad applicare i dazi sulle merci importate dall’estero.

Tale politica, anche se all’inizio potrà apportare un temporaneo beneficio ad alcune industrie nazionali,provocherà le reazioni delle altre nazioni del mondo le quali saranno costrette ad applicare per ritorsione i dazi sulle merci provenienti dagli Stati Uniti d’America .e i prodotti industriali alla fine non saranno più competitivi competitivi.

Inevitabilmente alla fine si otterrà il risultato di ritornare al punto di partenza e si creeranno relazioni commerciali più ristrette e si provocherà un impatto negativo su tutte le altre economie.

I dazi in genere hanno effetti controproducenti sulle economie nazionali e rendono più costosi i beni e i servizi importati,per cui salirà l’inflazione interna e provocherà la perdita di potere di acquisto per le famiglie. Le uniche ad avvantaggiarsi saranno le imprese protette le quali verosimilmente matureranno più profitti e faranno più investimenti e quindi saranno più che compensati dalle perdite che subirà il resto dell’economia.

Antonio Ciuna 

Scrive Luigi Mainolfi:
Avellino, la miopia delle classi dirigenti

La campagna elettorale, per il rinnovo del Consiglio Comunale di Avellino, mi spinge a fare alcune considerazioni. Parto da una costatazione: moltissime persone parlano di quello che dovrebbe fare il Governo nazionale e l’Europa, mentre sottovalutano l’azione del Governo locale . Tutti politologi, quasi nessuno si interessa dei problemi del comune, nel quale vive.

Per avere elementi di valutazione dei programmi elettorali delle varie liste, ho seguito molti dibattiti e letto interviste e dichiarazioni. Niente di interessante. Se la politica nazionale è una delusione, a livello periferico stiamo peggio. Non ho trovato proposte idonee a risolvere i veri problemi, che stanno influenzando negativamente il presente e influenzeranno, ancora di più, il futuro. Per intuire il quale, occorre capire i processi in atto e la loro relazione con quello che avviene altrove, senza limiti geografici. Richiamo l’attenzione dei gentili lettori su argomenti , che mi hanno sempre interessato. Avellino risente della miopia politica delle classi dirigenti del passato.

La miopia politica è prodotta dall’ignorare: a) le caratteristiche dei processi economici e il loro divenire; b) il rapporto tra il valore del bene distrutto (territorio) e il valore del bene creato; c) la relazione tra scelte urbanistiche e il rapporto tra le persone; d) l’ influenza sui costi, della lunghezza delle reti dei servizi; e) il rapporto tra l’età media dei cittadini e i servizi sanitari e assistenziali; f) la bontà di un serio sviluppo di una rete di cooperative , con un’organizzazione del lavoro senza sfruttati e sfruttatori; g) l’effetto della cultura sulla formazione dei giovani e sulla crescita economica. Le conseguenze della miopia dovrebbero essere note a chi aspira a governare la Città. Qual è l’entità del danno provocato dal Mercatone; da interi quartieri inventati dalla speculazione edilizia; dall’ assassinio del Centro Storico, dalle costruzioni senza nulla osta geologico; dalla concentrazione delle Scuole in una zona, con il danno economico e sociale di altri quartieri. Chi conosce la storia politica e urbanistica della Città, collega le varie zone ad un determinato periodo politico-amministrativo. Da Segretario Provinciale del PSI (1980-1985), per far maturare le conquiste concettuali necessarie, organizzai convegni con urbanisti di fama internazionale, come Marcello Vittorini e Lorenzo Pagliuca; riuscimmo ad imporre “il comitato per la gestione del Piano Regolatore”, che durò poco perché la DC non digeriva il controllo sulle scelte imposte dai palazzinari. Negli ultimi anni, sono state fatte scelte, che hanno danneggiato alcuni quartieri (Via Piave-Corea e Zona Ferrovia). Quello che vanno dicendo i candidati a Sindaco mi fanno temere che ai problemi esistenti se ne aggiungeranno altri. Negli anni passati, era facile capire dove e come nascevano i problemi, cosa che aiutava a trovare le soluzioni, anche se si trascuravano i problemi creati dalla soluzione stessa. Un esempio: si creava edilizia e non si valutavano le conseguenze per le zone che si desertificavano e come il nuovo si inseriva nell’esistente. Ho elementi per pensare che i probabili futuri amministratori non abbiano capito che il contesto economico non è più quello dei palazzinari, che rovinavano il territorio, ma creavano lavoro, grazie anche all’effetto moltiplicatore dell’edilizia. Oggi, si è esteso il campo di applicazione dei modelli econometrici per risolvere problemi, che sono più complessi. In molte realtà, valutando aspetti , finora trascurati, si è capito che le “ Città orto” sono più belle e più valide economicamente delle “Città giardino”. Purtroppo, mentre ci vorrebbe una maggiore preparazione politica (anche economica, sociologica e in psicologia delle masse), ci troviamo, salve le dovute eccezioni, con amministratori ignoranti e, alcuni, anche disonesti e affaristi. Uno dei problemi, che rischia di diventare esplosivo sul piano sociologico è la gestione dei servizi. Questa può essere educativa o diseducativa, fonte di crescita politica e di progresso o di sfruttamento e intrallazzi. Quanti giovani vengono utilizzati a 300 euro al mese? Chi controlla la loro natura e la loro organizzazione? Il Comune fa la radiografia delle società, che gestiscono servizi, per suo conto?

Finora ho parlato di problemi facilmente comprensibili. Ci sono problemi più impegnativi, tipici di una società meridionale separata dal resto del Paese. Quando l’economia era caratterizzata dai settori industriali e manifatturiero, le forze politiche del Sud, in modo particolare l’Irpinia, invocavano l’industrializzazione, che, grazie al Centrosinistra di allora, avvenne. Da alcuni decenni, l’economia virtuale ha sostituito quella reale e buona parte delle industrie ubicate al Sud sono scomparse. Questo fenomeno ha ributtato il Meridione e le nostre città nella condizione di sudditanza e di futuro incerto. La politica e le amministrazioni dovrebbero cercare di capire “CHE FARE?”. Purtroppo, non mi sembra che l’attuale classe dirigente abbia la capacità di capire il da farsi e l’ umiltà dell’intelligenza per coinvolgere le energie adeguate, che, in Irpinia, non mancano.

Luigi Mainolfi

Scrive Luciano Masolini:
Ricordare il pensierio di Saragat

Pochi giorni fa il carissimo amico e compagno Fabio Ranucci, di cui conosco bene le sue tante qualità e che, anche proprio per questo, mi ha fatto davvero molto piacere l’averlo ritrovato sulle storiche pagine dell’Avanti!, con uno dei suoi soliti accurati articoli ha anticipato – e per questo lo ringrazio – il ricordo del trentennale della scomparsa di Giuseppe Saragat. Fortunatamente anche Sergio Mattarella ha voluto commemorare (e lo ha fatto nel modo migliore) questo anniversario. In una nuova stagione politica come quella che stiamo affrontando, dove tutta la nostra democrazia sembra improvvisamente indebolirsi – ma spero tanto di sbagliarmi -, il discorso che proprio ieri il nostro Presidente ha pronunciato nei riguardi del leader socialdemocratico conviene sicuramente tenerselo ben stretto. Ancor più in situazioni così particolarmente incerte che a me sinceramente, come accennavo, cominciano a destare qualche preoccupazione. Nell’autunno del 1948 Saragat scrisse una partecipe memoria per il ritorno in Patria delle ceneri di Turati e Claudio Treves. Da quell’intenso messaggio ne traggo alcune frasi, che ha distanza sono sempre così vere ed anche sempre tanto stimolanti:

“(…) Il socialismo è una milizia difficile e dura, che esige nei suoi militanti il senso virile della lotta, animato però dall’umanità dei fini della lotta. (…) Essere socialista vuol dire avere trovato la via della comunione con i nostri simili, la via della fraternità e, se occorre, quella del sacrificio, non nell’annullamento della propria personalità, ma al vertice di essa. Essere socialisti vuol dire avere riconciliato nel proprio spirito la libertà e la giustizia. Essere socialisti vuol dire avere trovato il segreto della pace, di quella pace con gli altri che invano si cercherà, fintantoché si è in lotta con se stessi, che è quanto dire fintantoché si è in lotta contro le ragioni supreme della vita. Essere socialisti vuol dire – e qui è il fulcro del pensiero saragattiano – creare in sé e attorno a sé una zona di umanità, che porta nell’implacabile urto del mondo contemporaneo il messaggio e l’annunzio della totale umanità di domani. Questa è la lezione che abbiamo colto dalla viva voce e dall’esempio dei nostri grandi Maestri. E’ una lezione che si inscrive nella storia delle nostre generazioni, che hanno visto piombare nel loro destino tutti i problemi insoluti del passato e tutti gli enigmi del futuro, che hanno subito gli orrori delle dittature e delle guerre, come la pagina più bella, più vera, più giusta, più umana. Noi socialisti democratici serbiamo questa pagina come una reliquia, e voi, fratelli lavoratori di altre fedi che non decifrate questa pagina, non laceratela. Verrà il giorno in cui anche voi la intenderete, e sarà quello il gran giorno dell’unità di tutte le forze del lavoro…”.

Questo lo splendido pensiero dell’allora vicepresidente del Consiglio e già presidente dell’Assemblea Costituente Giuseppe Saragat (Torino 1898 – Roma 1988)

Luciano Masolini

Scrive Francesco Ruvinetti:
O si agisce o si perisce

Caro Direttore, il tempo per noi si va esaurendo: o si agisce o si perisce. Non è una frase fatta, ma la realtà presente. Scriveva Turati nel 1921 a Livorno che “il nucleo solido” del nostro divenire, “è l’azione”. Agiamo quindi e in fretta.

Il Pd si va liquefacendo giorno dopo giorno, la sinistra nel suo insieme non è mai stata così debole e priva di pensiero; noi stessi, dopo 14 anni di Segreteria Boselli, abbiamo raggiunto lo 0,9% dei consensi alle lezioni del 2008; in quelle del 2018, dopo 10 anni con Nencini, lo 0,6. E’ vero, come ha detto lo stesso Nencini a Bologna, che il PSI è crollato subito dopo il 1992: ma è altrettanto vero che, da allora, tutti i tentativi di rinascita sono falliti. E ora siamo al limite della sopravvivenza.

Ma abbiamo una ultima occasione che non possiamo fallire: dobbiamo indicare all’insieme del popolo della sinistra un percorso, un cammino percorribile per noi e per gli altri. O aspettiamo la Leopolda? L’appello lanciato va bene, così come l’Avanti digitale; ma a ciò deve seguire l’azione concreta. Dobbiamo farci sentire ed, anche, ascoltare. Su questo si deve misurare la capacità di un gruppo dirigente. Le scuse, che, naturalmente, sono tante e giustificate non bastano più.

Prepariamo una grande iniziativa che si discosti dalle altre fin qui fatte e per pochi eletti. Chiamiamo a raccolta l’intero popolo che ancora crede nel socialismo liberale e raccogliamolo in una sala (ognuno di noi può pagare le spese) gremita con 800-1000 compagni; invitiamo forze politiche, sociali e culturali e predisponiamo a tambur battente (se non ci abbiamo ancora pensato meglio andare a casa) una serie di relazioni sui diversi temi della politica internazionale e del destino dell’Occidente alle prese con la stupidità di Trump, delle istituzioni, dell’immigrazione della tolleranza o intolleranza religiosa, dell’economia e della finanza (finanza che si può controllare solo con la creazione di una BCE indipendente simile alla FED americana), sull’Europa e sul riformismo dei meriti e dei bisogni.

Su di un vero riformismo come quello che Filippo Turati ha indicato in “Rifare l’Italia” e nel suo discorso al Congresso di Livorno: “Ond’è che quando avrete fatto il Partito comunista, quando avrete – e non mi pare che ancora vi ci si avvii molto rapidamente – impiantato i Soviety in Italia,….”; proviamo a dare una scossa a questo paese privo di pensiero e idee; proviamo, per un momento, a pensare grande. Solo così, con una vera rinascita del pensiero e dell’azione si può sconfigge quelli che Alexander Hamilton chiamava “i ciarlatani” che “abbracciano nella loro pratica tutti quei cacciatori di popolarità i quali, conoscendole meglio, trafficano con i lati deboli dell’umanità.”

Francesco Ruvinetti

Scrive Graziano Luppichini:
Un appello a tutti i socialisti

Faccio un appello a tutti i Compagni (ed anche agli amici di FB) che si dichiarano apertamente socialisti pur militando in formazioni diverse dal PSI o sostenendo liste civiche che appaiono più o meno assimilabili, per valori e principi a quelli espressi dal PSI nei sui oltre 125 anni di storia. Di fronte a quanto sta avvenendo in giro per l’Italia, cerchiamo tutti, io per primo, di essere meno impegnati sulla tastiera in polemiche sterili ed inutili ed un po’ più presenti sul territorio in mezzo alle persone, per capirne i bisogni e per proporre qualche soluzione possibile esprimendo le idee di cui siamo capaci e che troppo spesso riserviamo solo ai circuiti dei social. Non credo serva ancora, dopo questi anni di suicidio mediatico, continuare a scontrarsi ed a faticare sulla tastiera (vale per tutti, lo ripeto), mentre il resto della realtà ci sfugge ed altri, con maggior maestria e mezzi economici, governano in maniera rozza, ma evidentemente appetibile ed apprezzabile. Smettiamola di ricercare quello che non può esserci, guardando ad un tempo che fu e lavorariamo per rinforzare ciò che tutti insieme, prima dentro di noi e poi con gli altri, dobbiamo costruire. In gioco Compagni, non c’è solo il PSI che amiamo più di tante altre cose, ma la sopravvivenza di una politica di “sinistra”, e delle stesse Istituzioni democratiche in balia, lo dico fuori dai denti, dei “novelli fascisti” che oggi gestiscono il potere senza idee, ma con la supponenza che solo chi parla alle pance e non ai cervellli può avere. Superiamo le divisioni che ci caratterizzano, e che non hanno nulla che può servire agli italiani; lasciamo da parte il rancore, perché, come diceva Sandro Pertini, “… sul risentimento niente di buono si costruisce, né in morale, né in politica!”; lavoriamo per una nuova politica, quella con la P maiuscola, per un nuovo centrosinistra autenticamente riformista e di stampo europeo, affrontando con consapevolezza le sfide che abbiamo davanti e che, per insipienza o superficialità, abbiamo abbandonato lasciando smarrito il nostro elettorato che non ci riconosce più. Solo così potremo dire di aver quantomeno salvato la nostra dignità e l’eredità che Nenni, Saragat, Lombardi e Craxi ci hanno lasciato. Viva il Socialismo.

Graziano Luppichini