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Liberato Ricciardi

Dj Fabo è morto. Ora Cappato rischia il carcere

faboQuella di Fabo, è stata definita “una lezione di dignità”, ha deciso infatti di morire in Svizzera, in una clinica per ricevere il suicidio assistito: “Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato con le mie forze e non grazie all’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha voluto salvarmi da questa vita, un inferno di dolore, di dolore, di dolore”, nelle sue ultime parole Fabo ringrazia Marco Cappato, politico e difensore dei diritti civili. Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj cieco e tetraplegico, aveva chiesto alle Istituzioni di intervenire per regolamentare l’eutanasia e permettere a ciascun individuo di essere libero di scegliere fino alla fine. Di qui un video-appello al presidente della Repubblica, realizzato grazie all’aiuto della sua fidanzata e dell’Associazione Luca Coscioni. Ma nessuna risposta da parte della politica, nonostante la mobilitazione dell’opinione pubblica. Sono stati oltre 67mila i cittadini italiani che hanno sottoscritto la proposta di legge sull’eutanasia (e altre 40mila firme sono state raccolte online) e il 13 settembre 2013 la pdl è stata depositata in parlamento. Tuttavia nelle Aule del parlamento italiano non è stato mai discusso questo tema, e perdipiù anche la legge sul testamento biologico è arenata in parlamento, anche se quest’ultima dovrebbe approdare in aula il prossimo il 6 marzo.
Fabo, dal suo primo appello a Mattarella era diventato un simbolo, ricorda Filomena Gallo, dell’Associazione Coscioni: “Ha voluto lui così, ci ha cercato e ha scelto di condurre una battaglia pubblica. Ha chiesto l’aiuto di Marco Cappato per arrivare in Svizzera, per affermare il diritto inalienabile alla libertà individuale”. Anche di fronte, attacca Gallo, “a un Parlamento che sceglie di non scegliere, che neanche discute le proposte di legge per l’eutanasia legale, e costringe un italiano ad andare a morire da solo, senza il suo Stato”. Le ultime parole di Fabo sono state comunque di gioia: “Ci ha detto che si sentiva finalmente libero, e ci era arrivato con le sue forze, con la sua tenacia, la sua dignità”.
Ma proprio Cappato che lo ha aiutato a porre fine alle sue sofferenze, ora rischia fino a 12 anni di carcere. Infatti mentre nei casi di Welby ed Englaro era stato lo stop alle terapie che tenevano in vita i pazienti a determinarne la morte, per la legge italiana la morte di Fabo invece costituisce un vero e proprio reato. L’eutanasia, infatti, è considerata un intervento attivo, senza il quale il paziente, seppure in condizioni drammatiche, sopravviverebbe. “La decisione di Fabo che ha scelto di andate a morire in Svizzera merita profondo rispetto, ma non c’entra nulla con la legge sul testamento biologico che siamo per approvare in Parlamento”.  Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera, e coordinatrice dell’intergruppo parlamentare sul testamento biologico. “Il provvedimento in esame, infatti, non riguarda assolutamente l’eutanasia e anche in caso di una sua approvazione, per Fabo non sarebbe cambiato nulla. Questo caso però deve far riflettere quanti stanno facendo un feroce ostruzionismo nelle Commissioni per impedire che il testo arrivi in Aula. È ora di rendersi conto che oltre il 70% degli italiani chiede di poter avere il diritto di scegliere come curarsi non solo quando è nelle sue piene facoltà, ma anche quando non sarà più in condizioni di esprimere la propria volontà. Si tratta di una legge di civiltà che da molti anni, troppi, stiamo aspettando”.
L’articolo 580 del codice penale italiano infatti recita chiaramente: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”.
Cappato “rischia 12 anni di carcere”, ha detto a Sky Tg24 Filomena Gallo che ha sottolineato come Cappato si sia “preso la responsabilità” di tale atto e ha ricordato come molti malati siano “costretti ad emigrare per ottenere l’eutanasia e ciò è discriminatorio anche per i costi che ciò richiede, fino a 10mila euro”.
“La scelta coraggiosa di Fabo è la conseguenza della mancanza di coraggio di questo Parlamento. Abbiamo  costretto un nostro concittadino a far valere il suo diritto a morire con dignità altrove. Per sentirsi libero”. Così Maria Pisani, portavoce del PSI, che sottolinea: “Il cuore della libertà è rappresentato dal diritto di definire il proprio concetto di esistenza. La scelta di Fabio non è il trionfo della morte sulla vita- ha proseguito-  ma il rispetto della vita umana come bene indisponibile. Libertà di essere, libertà di scegliere, lo ripetiamo  con il Segretario del PSI, Riccardo Nencini, da anni. Nessuno sembra voler capire”, ha aggiunto. “È già vergognoso che la legge sul testamento biologico abbia subito l’ennesimo rinvio. La scelta di Fabo serva almeno per scuotere un Parlamento miope”, ha concluso.
Dall’Associazione Coscioni intanto arrivano le critiche per una politica sempre più lontana dai diritti dei suoi cittadini: “Fabo è evaso dalla gabbia della sua lunga notte senza fine, ma per farlo è stato costretto all’esilio, ad abbandonare la propria casa, la propria patria, e subire un doloroso viaggio di ore verso un Paese straniero che riconosce diritti negati in Italia”. L’Associazione Luca Coscioni ricorda che “da 11 anni combatte affinché il Parlamento dia una risposta alle richieste dei cittadini e intervenga per colmare il vuoto normativo sul fine vita e nel 2013 ha depositato la proposta di legge di iniziativa popolare Eutanasia Legale”. “L’esilio della morte è una condanna incivile”, afferma l’Associazione.
“Compito dello Stato è assistere i cittadini, non costringerli a rifugiarsi in soluzioni illegali per affrontare una disperazione data dall’impossibilità di decidere della propria vita e della propria morte. Le testimonianze delle persone che hanno vissuto direttamente questo problema hanno fatto maturare un’opinione pubblica favorevole alla regolamentazione del fine vita e questo ha fatto fare grandi passi avanti alla magistratura. La politica invece sembra incapace di dare una risposta ai cittadini, ma deve comprendere che il vuoto normativo porta all’illegalità”.
Il videomessaggio di Fabo lanciato su Twitter con cui ha voluto render note le sue sofferenze che lo hanno portato alla scelta di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera

Scalata Vivendi su Mediaset. Indagato Bolloré

Berlusconi-Mediaset-condannatoNella contesa su Mediaset, avanza, per il momento Fininvest e grazie alla magistratura. La procura di Milano ha infatti iscritto sul registro degli indagati con l’ipotesi di reato di manipolazione del mercato (aggiotaggio) Vincent Bolloré, primo azionista e presidente di Vivendi, nell’ambito dell’inchiesta aperta nel dicembre scorso sulla scalata del gruppo francese a Mediaset, in relazione all’operazione con la quale Vivendi ha acquistato fino al 28% di Mediaset. L’indagine sarebbe partita dopo un esposto della Fininvest, cassaforte della famiglia Berlusconi, alla Consob, all’Agcom e alla Procura, dove si ipotizzava che il gruppo francese avesse “creato le condizioni” per “far scendere artificiosamente il valore del titolo Mediaset” per poi scalare “a prezzi di sconto”. L’indagine sarebbe stata aperta un mese fa dai pm milanesi, Fabio De Pasquale e Stefano Civardi. Per ora Vivendi risponde alla notizia dell’indagine a carico del suo principale azionista con un “no comment”, mentre il titolo a Parigi cede il 3,1%, ma anche a Piazza Affari, Mediaset perde terreno.
Tuttavia i giochi sono ancora aperti, ieri sono stati presentati i conti 2016 da parte di Vivendi, da cui è emerso che gli acquisti in Mediaset sono costati a Bolloré e soci 1,3 miliardi. Senza dimenticare che il futuro delle due società è in parte legato al verdetto Agcom sulle doppie partecipazioni di Vivendi (in Telecom e Mediaset).
L’ad della media company Arnaud de Puyfontaine ieri ha sostenuto che Vivendì per altro non controlla né Telecom né, tantomeno, Mediaset nel cui consiglio di amministrazione, nonostante il rilevante pacchetto azionario, non ha chiesto ancora alcuna rappresentanza.
“Noi avevamo intenzione di trovare un accordo con Mediaset e intendiamo ancora trovarlo – ha spiegato de Puyfontaine, in un’intervista a Les Echos -. Tuttavia le informazioni trasmesse da Mediaset su Premium erano diverse dalla realtà. Oggi non abbiamo più scambi ma riflettiamo su diversi scenari. Deteniamo poco meno del 30% del capitale e dei diritti di voto e non abbiamo bisogno del 100%. Passiamo ben rimanere azionisti di minoranza. L’importante è che questo dia luogo a un partenariato costruttivo”.

Mentre il Pd si divide, il Centrodestra si ricompatta

centro-destraIl partito democratico come nella migliore tradizione della sinistra democratica ha finito con lo spaccarsi portando a malumori e malintesi nell’elettorato dem, al contrario sul versante opposto, quello di destra si intravedono alleanze, in previsione di prossime consultazioni elettorali.
Nel frattempo stamattina al Nazareno c’è stata la prima riunione della commissione congresso votata ieri dalla Direzione Pd. Nel corso della riunione il vicesegretario del Partito democratico, Lorenzo Guerini, è stato eletto all’unanimità presidente della commissione per il Congresso. La commissione ha inoltre deliberato la partecipazione ai suoi lavori, senza diritto di voto, di Gianni Dal Moro, presidente della commissione nazionale di garanzia, e di Mattia Zunino, segretario dei Giovani democratici, e tornerà a riunirsi per procedere con la formulazione delle regole congressuali.
Se la sinistra si ritrova ancora una volta divisa e amareggiata, a destra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia stanno costruendo le basi per trovare l’intesa.
Uno dei principali scogli da superare è la sentenza di Strasburgo sull’eleggibilità di Berlusconi, e con le modifiche alla legge elettorale il centrodestra ha la possibilità di presentarsi in coalizione e non più solo con un partito o lista. Il progetto sarebbe quello così di non indicare prima del voto un candidato presidente del Consiglio facendo di fatto le primarie il giorno stesso delle elezioni.
Secondo quanto riporta Affariitaliani.it nella coalizione dovrebbero esserci sei forze politiche: Forza Italia (con Berlusconi candidato se arriverà una buona notizia dalla Corte di Giustizia Ue), la Lega (che potrebbe diventare Lega dei Popoli per presentarsi in modo uniforme da Nord a Sud), Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, i Conservatori Riformisti di Raffaele Fitto, i Sovranisti di Alemanno e Storace e una lista moderata e più centrista che dovrebbe costruirsi intorno a Gianfranco Rotondi, al movimento dell’ex Ncd Gaetano Quagliariello e con l’apporto dell’ex ministro della Difesa Mario Mauro.
Nel frattempo circolano voci di un un già designato delfino per l’ex Cavaliere, ma nel Carroccio. L’asso nella manica di Berlusconi e del centrodestra sarebbe il leghista Luca Zaia, giovane (per la politica italiana), amato nella sua Regione, stimato dagli avversari e il governatore più votato d’Italia. Inoltre Zaia può vantare già di aver sconfitto il centrosinistra con quando doppiò a sorpresa con oltre il 60 per cento dei voti il partito democratico nel 2010.
Sulla questione delle alleanze e del centrismo, a destra come a sinistra, è intervenuto anche Fabrizio Cicchitto che ha richiamato la necessità di un nuovo centro non subalterno né al centrosinistra e né al centrodestra. “Oggi la stabilità politica e la tenuta del paese sono affidate a due istituzioni, la presidenza della Repubblica guidata con saggezza e intelligenza da Sergio Mattarella e il governo che Paolo Gentiloni sta dirigendo con grande capacità politica e senso della mediazione”, ha affermato Cicchitto, capogruppo NCD, che sulla spaccatura a destra esprime preoccupazione “di fronte a questa drammatica crisi del Pd e al fatto che nel centrodestra non è ancora chiaro se Berlusconi e Forza Italia si richiudono nell’alleanza subalterna all’area sovranista e lepenista guidata da Salvini e dalla Meloni oppure se intendono giocare il ruolo autonomo di una area moderata che fa riferimento al PPE, è indispensabile, anche se tardivo, che le forze centriste facciano finalmente sentire la loro voce”.
“Esse – spiega Il presidente Commissione Esteri Camera dei deputati – in primo luogo l’NCD, hanno il merito di aver impedito l’interruzione immediata della legislatura nel 2013 e il demerito di non essersi finora aggregate e di avere sviluppato una forte iniziativa politica e programmatica”.

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

Tensione Grecia-Turchia.
E la Nato spaventa Putin

nave russiaSi respira aria tesa tra Paesi confinanti. La Grecia già in apprensione per la riunione di lunedì per cercare di trovare un nuovo compromesso con il Fondo Monetario Internazionale e con i ministri delle Finanze europei, ha rischiato un incidente diplomatico con la vicina Turchia. Una nave militare da pattugliamento turca ha aperto il fuoco questa mattina nell’area attorno all’isola greca di Farmakonisi, nell’Egeo orientale in una zona rivendicata dalla Turchia. Lo stato maggiore greco definisce “serio” l’incidente. La pattuglia turca ha lasciato la zona dopo l’intervento della fregata greca Nikiforos. Ieri le autorità di Ankara hanno emesso un servizio internazionale di avviso (Navtex) informando della volontà di condurre un’esercitazione militare nell’area ad est dell’isola di Farmakonisi. Da Atene, precisa però il ministero della Difesa, era stata negata l’autorizzazione a questa esercitazione, in quanto si sarebbe svolta nelle acque territoriali elleniche. L’unità navale greca Nikiforos è stata inviata prontamente nell’area fino a quando la nave turca ha abbandonato le acque territoriali della Grecia. Lo scorso 5 febbraio l’esercito greco si era detto preoccupato per una possibile mossa a sorpresa dalla marina turca nel Mar Egeo.
Dalla parte Atlantica nel frattempo cresce la tensione, mai sopita, con il Cremlino. Nonostante il continuo invito al dialogo da entrambe le parti, gli screzi non mancano. L’ultimo quello che ha fatto infuriare il Cremlino è stato l’annuncio da parte del segretario generale, Jens Stoltenberg dell’invio di navi da guerra nel mar Nero. Misure che secondo il segretario della Nato consentono “un’aumentata presenza navale nel Mar Nero per addestramento, esercitazioni e ‘situation awareness’ e una funzione di coordinamento della Forza navale stanziale per operare assieme alle altre forze alleate”. Il Mar Nero è un punto nevralgico e dolente per la Russia perché è diviso tra Stati membri dell’Alleanza, la Russia, l’Ucraina e nel bel mezzo ospita la penisola di Crimea che è il principale oggetto di discordia tra i due blocchi. La reazione non si è fatta attendere. “Il contenimento della Russia è ufficialmente la nuova missione della Nato, l’ampliamento ulteriore del blocco è indirizzato a questo scopo”, ha detto Putin sottolineando che questo atteggiamento già era “presente nel passato” ma ora la Nato “crede di aver trovato una motivazione più seria”. “Si sono accelerati i processi di dislocamento degli armamenti strategici e non fuori dai confini nazionali degli stati principali che fanno parte dell’Alleanza”, ha sottolineato Putin.
Ma i contrasti non si fermano nel territorio dell’Est Europa, anche sulla Libia si accelerano le divisioni. La Nato ha annunciato che aiuterà la Libia a organizzare le sue forze di difesa e sicurezza. Ieri infatti, a margine della riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, il segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato la richiesta formale del premier libico Fayez al-Sarraj. Aiuto che colpirebbe in primis Haftar, spalleggiato dal Cairo e Mosca.
Anche sull’intermediazione di Trump nei rapporti con Putin sembrano scemare tutte le speranze. “Voglio ricordarvi che da mesi mettiamo in chiaro che non intendiamo indossare gli occhiali rosa e non abbiamo mai nutrito inutili illusioni. Quindi non abbiamo niente di cui essere delusi”. La risposta arriva dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui “non c’è nulla di cui essere delusi”, innazitutto perchè a Mosca nessuno si è fatto illusioni anzitempo. E “tanto più che non ci sono ancora stati sostanziali contatti tra i due capi di Stato . E non è noto quando ci saranno, esattamente”.

Bologna, arriva la celere a sgomberare la biblioteca

bolognaUna notizia e delle immagini che hanno lasciato sgomenta l’opinione pubblica, la polizia è entrata in tenuta antisommossa nell’Università per sgomberare la biblioteca. Le forze dell’ordine chiamate dall’Ateneo hanno fatto irruzione all’interno del 36, la biblioteca di Discipline umanistiche. C’è stata una prima carica all’ingresso che ha tentato di respingere gli studenti e gli attivisti che in quel momento erano all’interno degli spazi dell’Università, occupati dalle 14.30. Protagonisti della protesta il Cua, Collettivo universitario autonomo, Lubo e altre sigle studentesche che, nel primo pomeriggio, hanno riaperto le porte della biblioteca di Discipline umanistiche in via Zamboni 36 dall’interno. La biblioteca, infatti, durante la mattinata era chiusa al pubblico.
Gli attivisti protestavano da giorni contro i tornelli all’ingresso perché vogliono che la biblioteca sia “libera e aperta a tutti”. Dopo giorni di proteste, e dopo che mercoledì i collettivi avevano sabotato nuovamente i tornelli sistemati all’ingresso della biblioteca, letteralmente smontando una grande vetrata, giovedì mattina l’Ateneo ha fatto trovare il portone chiuso. Dopodiché i ragazzi hanno fatto sapere che “non si possono chiudere le porte di un luogo pubblico, non andremo via fino a quando l’Ateneo comunicherà qual è la propria intenzione sull’accesso alla biblioteca. Staremo qui anche di notte”, ma è arrivata come risposta la carica della polizia nel primo pomeriggio.
L’ingresso del 36 è stato distrutto dagli scontri: piante e cartelloni divelti, panchine e sedie rovesciate e l’ingresso è diventato un tappeto di cocci. Gli scontri e le cariche si sono spostati da Via Zamboni a Viale delle Belle Arti. La protesta da via Belle Arti si è in seguito spostata nel cuore della zona universitaria, davanti al Teatro Comunale, la polizia è partita con una lunga carica e ha sostanzialmente liberato la piazza. Molte persone si sono rifugiate nei locali per ripararsi dal lancio di oggetti e dalle manganellate.
Gli studenti vogliono ancora delle risposte e si sono dati appuntamento a oggi, con una conferenza stampa alle 12 in piazza Verdi, e un corteo che partirà alle 16 sempre da piazza Verdi.

La Romania scende in piazza come nel 1989

Romania_Politics_Protest-638x300-580x272In questi ultimi giorni in Romania sta avvenendo quello che i cronisti definiscono la più imponente manifestazione di protesta contro un governo dai tempi della rivoluzione del 1989. Quasi 300 mila persone stanno manifestando in queste ore a Bucarest e in altre città della Romania per protestare contro il governo di Sorin Grindeanu accusato di varare misure che vanificano la lotta alla corruzione dilagante nel Paese. Nella sola capitale Bucarest a scendere in piazza per il terzo giorno consecutivo sono stati in 80 mila, secondo stime della polizia. Nella capitale si sono registrati sporadici scontri e tafferugli tra dimostranti e polizia con un bilancio di almeno cinque feriti e una sessantina di arresti.
“I ladri lavorano la notte” si urla nei cortei, infatti la sera del 31 gennaio, il governo aveva infatti adottato una legge, emanata due giorni fa con decreto d’urgenza che depenalizza i reati di corruzione, uno dei problemi endemici della Romania, ponendo il limite di 44.000 euro al di sotto del quale il reato d’abuso di potere non si applica. Grazie a questo decreto il capo del partito socialdemocratico eviterebbe un processo per le accuse di aver creato posti di lavoro fittizi. Sorin Grindeanu ha cercato di giustificarsi, dicendo che pensava solo a ridurre il numero di detenuti nelle carceri, un’affermazione che sembra una scusa tanto che in un comunicato congiunto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il vicepresidente Frans Timmermans hanno espresso “viva preoccupazione” per quanto sta accadendo. Sei Paesi, tra cui Germania e Stati Uniti, hanno avvertito Bucarest che la misura minerebbe “la reputazione internazionale della Romania” e “la sua posizione nella Ue e nella Nato”. “Non capisco da cosa siano irritati i manifestanti”, è stato invece il commento di Grindeanu. Il ministro dello Sviluppo Economico, Florin Jianu, ha invece annunciato le sue dimissioni. “Non posso raccontare a mio figlio che sono stato un codardo e ho votato una cosa nella quale non credevo”.
Ad appena un mese dall’insediamento il nuovo esecutivo emette un decreto che depenalizza i casi di corruzione e tra i primi beneficiari del provvedimento c’è il leader dei socialdemocratici, Liviu Dragnea, sotto processo per un abuso di potere che ha arrecato allo Stato una perdita da 24 mila euro. “Non c’è nulla di segreto, illegale o immorale”, ha scritto su Facebook il ministro della Giustizia, Florin Iordache, poi autosospesosi.
Furono sempre scandali politici che innescarono le violente proteste iniziate nel 2012 e conclusesi con una vera e propria ‘Tangentopoli’ rumena che vide finire dietro le sbarre ministri, parlamentari, uomini d’affari e magistrati. E molte di queste persone potrebbero tornare presto in libertà proprio grazie al decreto del governo.

Strage Viareggio, chieste le dimissioni di Moretti

moretti-mauro jpg“Lo Stato faccia in modo che Moretti e Margarita si dimettano dalle società”. Lo ha detto Marco Piagentini, il presidente dell’Associazione ‘Il mondo che vorrei’ a nome di tutti i familiari delle vittime della strage di Viareggio. Ed è dello stesso parere il deputato pd Umberto D’Ottavio.
Tutti i principali manager delle Ferrovie dello Stato sono stati condannati per il treno che, deragliando ed esplodendo in stazione, diffuse una nube di fuoco che divorò la vita di 32 persone. Per molto meno di quanto chiedeva l’accusa, ma sono stati condannati. Tra questi anche Moretti condannato a sette anni, oggi a capo di Leonardo (l’ex Finmeccanica) e all’epoca della strage, il 29 giugno 2009, amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Ma il cda di Leonardo, dopo la condanna, gli ha confermato la fiducia: “Ha ancora tutti i requisiti”. Giulio Margarita, ex direttore del Sistema gestione sicurezza di Rfi, ora all’Agenzia sicurezza ferroviaria, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi.
La sentenza del tribunale di Lucca è stata definita da Armando D’Apote, uno dei difensori di Mauro Moretti, “populista”. Una “affermazione offensiva sia per noi che per il tribunale di Lucca. Quella parola il signor D’Apote può anche rimangiarsela” ribatte Daniela Rombi, che nella strage perse la figlia Emanuela, 21 anni, dopo 41 giorni di agonia.
“Togliete il cavalierato a Mauro Moretti”, è un altro appello dei familiari delle vittime della strage di Viareggio, tra l’altro l’onorificenza di cavaliere del lavoro gli fu conferita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2010, quando era già indagato per la strage di Viareggio.
I parenti dei 32 morti e dei feriti (136 persone con lesioni gravi, 6 con lesioni gravissime), sottolineano come la sentenza di ieri – che ha condannato i vertici di Ferrovie e i manager delle aziende che dovevano revisionare i carri del treno merci esploso il 29 giugno 2009 – abbia riconosciuto gravi carenze nel sistema della sicurezza e della prevenzione. “Chiediamo anche a chi è imputato, se non si sente colpevole – hanno detto i familiari – la rinuncia alla prescrizione e di farsi giudicare in appello”.

Traffico d’armi a Iran e Libia, fermata coppia e il figlio

Armi a Iran e Libia:tra fermati italiani radicalizzatiDue italiani convertiti all’Islam e ‘radicalizzati’, una coppia di coniugi di San Giorgio a Cremano (Napoli), sono tra i destinatari dei provvedimenti di fermo disposti dalla Dda di Napoli: Mario Di Leva e Annamaria Fontana. Anche un loro figlio risulta indagato. Sono accusati di aver introdotto, tra il 2011 e il 2015, in paesi soggetti ad embargo, quali Iran e Libia, in mancanza delle necessarie autorizzazioni ministeriali, elicotteri, fucili di assalto e missili terra aria. Agli atti dell’inchiesta vi sarebbe anche una foto in cui la coppia è in compagnia dell’ex premier iraniano Ahmadinejad. Tra gli indagati figura anche l’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri, Andrea Pardi, già coinvolto un un’altra inchiesta su traffico di armi e reclutamento di mercenari tra Italia e Somalia, tra i quattro destinatari dei provvedimenti di fermo. L’ultima misura cautelare riguarda un libico, attualmente irreperibile.

Ma in queste ore a saltare all’occhio è proprio la notizia che tra i collaboratori scelti da Andrea Pardi ci fossero la segretaria di Marcello Dell’Utri e l’ex deputato del Pdl Riccardo Migliori, e personaggi legati al “mondo politico”.
L’indagine, coordinata dai pm Catello Maresca e Luigi Giordano, riguarda un traffico di armi destinate sia ad un gruppo dell’Isis attivo in Libia sia all’Iran.

Scrivono infatti i pm nel decreto di fermo emesso il 26 gennaio: “Per operare sul mercato la predetta Società Italiana Elicotteri utilizza accordi commerciali con soggetti terzi e solitamente provvede all’assunzione di soggetti con prestigiosi incarichi istituzionali, o con forti legami con il mondo politico, inquadrandoli a tempo indeterminato fra i propri dipendenti oppure utilizzandoli quali collaboratori occasionali”.

Liberato Ricciardi