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Liberato Ricciardi

109 autosospesi. SI non ha fatto i conti con la base

nicola-fratoianni“Scindetevi e moltiplicatevi”, così iniziava la parodia di Corrado Guzzanti sui discorsi bertinottiani e continuava: “Microorganismi politici neanche rilevabili dall’elettorato, la Sinistra deve tornare ad essere un mistero. Sei tu che devi cercarla ma sparisce continuamente. E poi magari un giorno fra 100 anni, dopo vari colpi di stato, una guerra nucleare, un mondo ridotto in macerie, la Sinistra ritornerà e dirà “mi ha cercato qualcuno”?”.
Oggi a più di dieci anni dallo sketch di Guzzanti e dopo che anche il progetto di Unità del Pd è andato in fumo, a mettersi di traverso al nuovo partito nato dalla costola dei Dem, Liberi e Uguali, è la base di Sinistra Italiana.
Sono 109 autosospesi, e si tratta di amministratori locali, consiglieri, segretari provinciali, semplici iscritti che non condividono “il percorso e le scelte politiche verso una lista autonominatasi unitaria di sinistra”.
“Di fronte ad una sinistra sempre più debole, a politiche liberiste sostenute da un governo di centrosinistra, riteniamo sia indispensabile una alternativa radicale non costituita da una somma di partiti, giocata su tatticismi e alleanze ma mirata a ricostruire l’identità di un pensiero alternativo, portavoce di un ampio movimento progressista”. Si legge in un documento firmato per il momento da 109 “autosospesi” di Sinistra Italiana che non condividono il percorso del movimento unico (Liberi e uguali, guidato da Piero Grasso) nel quale l’ha portata il segretario Nicola Fratoianni.
L’accusa principale mossa dagli iscritti, mossa verso Frantoianni e alla sua decisione di confluire dall’alto in un Partito che ha nominato Grasso, è quella di assomigliare paurosamente alla lista “Italia Bene Comune” di Pierluigi Bersani. Quella lista come ricorderete, “non vinse” nel 2013 e portò allo stallo dei dem, fino alla segreteria Renzi.
In rilievo inoltre la decisione di nominare un leader senza consultare la base.

Ilva, duello Calenda Emiliano, resta lo stallo

calenda emilianoBraccio di ferro sull’Ilva. Stavolta è intervenuto anche il vescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, che afferma: “Questo è il momento di un segno. È necessario dare una risposta al disagio, fare vedere che c’è qualcosa che si muove, riannodando il dialogo tra le istituzioni. Serve un’opera che rappresenti la discontinuità”. E invita le parti al dialogo: “Come si può discutere, come si può anteporre orgoglio personale, posizionamento politico, davanti a una questione di questo tipo? Che prospettiva di futuro stiamo dando ai nostri bambini?”. “Serve sedersi attorno a un tavolo – aggiunge Santoro – e comprendere le posizioni di tutti”. A fargli eco anche il Presidente della Provincia tarantina, preoccupato dallo stallo che rischia di pesare sulla città di Taranto. “Più che un passo di lato, ne servirebbe uno in avanti. Per entrambe le posizioni in campo. Taranto ha bisogno di pacificazione istituzionale e non di contrapposizioni sterili e dal sapore antistorico”. Il presidente della Provincia Michele Tamburrano interviene sulla vicenda Ilva che vede contrapposti Regione Puglia, Comune di Taranto e Governo. “Emiliano e Melucci da una parte, il ministro Calenda e il governo italiano dall’altra, devono abbandonare le posizioni isolazioniste e ricercare una sintesi virtuosa, un ideale alto – afferma Tamburrano – per il bene della seconda città pugliese, per il futuro manifatturiero della nazione e, cosa assai più importante, per tratteggiare un futuro più ottimistico – e meno incerto – per le popolazioni tarantine. Tutte: quelle della città capoluogo al pari degli abitanti della provincia”.
All’invito al dialogo ha risposto il Governatore della Puglia, Michele Emiliano: “Ho letto con grande interesse e condivisione l’intervista al vescovo di Taranto che invita la Regione Puglia ed il governo a sedersi immediatamente al tavolo e do la mia immediata disponibilità”. Poi Emiliano fa sapere: “Quando ci si deve sedere per parlare e per trovare una via di uscita non si pongono condizioni. Questa è una regola fondamentale. D’altra parte senza l’impugnativa fatta sarebbe stato difficilissimo – secondo Emiliano – convincere il governo e l’azienda a ragionare con la Regione Puglia e il Comune di Taranto del piano ambientale ed industriale dell’Ilva”.
Dall’altra parte il ministro Calenda resta fermo sulla sua posizione riguardo allo smacco del ricorso al Tar. “L’invito è sempre lo stesso: ritiri il ricorso, apriamo un tavolo di confronto, perché non si può chiedere di aprire un confronto quando il confronto quando il confronto lo si sposta sui tribunali. E questa non è una cosa corretta”, ha detto Calenda a margine del decennale della quotazione di Maire Tecnimont. Carlo Calenda poi precisa su Emiliano: “Io sono sempre pronto a vederlo, sentirlo e parlare con lui, come del resto ho fatto quando ci siamo visti al ministero dove lui era molto soddisfatto poi si vede che ha cambiato idea e ha fatto ricorso”. E conclude: “Per me la cosa importante è risolvere questo problema e non allontanare da Taranto un piano ambientale importante e un piano di investimenti fondamentali”.

Rai. Buemi: “Ha ragione Calenda, sia Servizio pubblico”

rai 8L’opinione del Ministro Calenda scuote la Rai a inizio di questa settimana: “È un sistema vecchio che non funziona più. Il mio pensiero personale è che la Rai va privatizzata e va dato il canone a chiunque fa progetti che hanno un valore di servizio pubblico”. Lo ha detto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda da Giovanni Minoli su La7 durante la trasmissione Faccia a faccia. “Alla gente che guarda la televisione – ha aggiunto – interessa avere il prodotto non chi lo offre. I politici si divertono un mondo a dire che un programma fa schifo, che un altro funziona. Ma le pare che il compito di un politico è fare il critico?”. E poi: “A chi fa un lavoro di servizio io do quei soldi. Ma è la mia idea – ha concluso – e non succederà mai”. A dare ragione al ministro dello Sviluppo economico il senatore socialista, Enrico Buemi.
“Con una Rai in queste condizioni ha ragione il Ministro Calenda, privatizzarne una buona parte e potenziare una Rai pubblica con più servizio pubblico vero e meno servizi al servizio dei potenti di turno”, così ha commentato il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo Psi in Vigilanza Rai, l’intervista di stamane del Ministro Calenda. “Una Rai pubblica che fornisca cultura, informazione profonda e ragionata e non servizi spot per sostenere tesi di interesse di parte”, ha commentato Buemi. “Una Rai pubblica che riprenda la sua mission più profonda: educare, informare, sviluppare il senso critico delle nuove e vecchie generazioni”, ha spiegato il senatore socialista. “Una Rai pubblica presente a tutto campo nelle nuove modalità della comunicazione e interazione di massa. Più tecnologia e meno lauti stipendi a intrattenitori che inseguono i bassi istinti di masse popolari disorientate”, ha concluso Buemi.
Dal Governo intanto arriva il rimbrotto alle idee espresse dal numero uno del Mise, il sottosegretario Antonello Giacomelli, a margine della Leopolda si è dissociato dal pensiero del ministro: “È una idea personale di Calenda, come ha detto lui stesso. Io penso ci sia ancora più bisogno del servizio pubblico e complessivamente del ruolo che la Rai e solo la Rai garantisce. E più in generale non condivido le privatizzazioni di asset strategici del paese altrimenti, come la storia dimostra e come Calenda sa bene, bisogna poi ricorrere al golden power per limitare i danni”.

Ilva, l’Ue ‘espelle’ Marcegaglia che prova a trattare

jehlArriva la richiesta dell’Antitrust europeo: nella partita per la vendita e il salvataggio dell’Ilva la società dell’ex presidente di Confindustria non potrà più esserci. Bruxelles teme una riduzione della concorrenza e un aumento dei prezzi per i prodotti piani di acciaio, soprattutto per le pmi dell’Europa meridionale. Per l’Antitrust Marcegaglia (socio con il 15%) dovrà quindi abbandonare la cordata Am Investco. Ma da parte della cordata si minimizza. Mentre secondo la Reuters ArcelorMittal sta valutando l‘ipotesi di cedere a un‘azienda italiana il suo impianto siderurgico La Magona a Piombino, nell‘ambito dei possibili rimedi antitrust.
“Per una fusione di questa portata è normale un approfondimento dell’antitrust europeo. Vogliamo convincere la Commissione della validità del nostro progetto per l’Ilva”. Così Matthieu Jehl, vice presidente di Arcelor Mittal e Amministratore delegato di Am InvestCo, in audizione in commissione Industria al Senato riferendo sulla decisione della Commissione Ue di avviare una seconda fase di analisi sull’acquisizione del gruppo Ilva da parte di ArcelorMittal. “Stiamo lavorando a stretto giro con la Commissione – ha aggiunto Jehl – vogliamo convincere Bruxelles della validità della nostra soluzione per Ilva. Naturalmente tutte le informazioni sono confidenziali. Al momento abbiamo assunto tutti gli impegni richiesti e continueremo a lavorare con loro”. Con l’Antitrust – ha concluso – stiamo trattando riga su riga ma non posso fare ulteriori commenti. Non posso commentare nè su Marcegaglia, nè su Cassa Depositi Prestiti. Quando avremo la decisione dell’Antitrust, sapremo qualcosa”.
Nel corso dell’audizione alla Commissione Industria del Senato. Jehl ha presentato il piano industriale e ambientale e gli impegni di investimento di 2,4 miliardi fino al 2024, assicurando che il gruppo continuerà a investire anche dopo questa data: “Per un sito di queste dimensioni si parla di 100-120 milioni l’anno”. Jehl ha ribadito l’impegno ad occupare 10mila lavoratori, a cui riconoscere l’attuale quadro retributivo, e la volontà di riportare l’Ilva ad una “situazione sostenibile”, garantendo “forte trasparenza” e puntando all'”integrazione” con la comunità locale.
“Inizieremo nel 2018 con tutti i piani ambientali e vogliamo realizzarli nel più breve tempo possibile”, ha dichiarato il vicepresidente di ArcelorMittal, facendo notare che gli obiettivi delle emissioni sono inferiori ai limiti attuali e a quelli Bat; “cosa – ha specificato – che vogliamo raggiungere ogni giorno, 365 giorni l’anno”.
“Penso che si debba concludere rapidamente”, afferma invece il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, sul caso Ilva. Intervenendo a Circo Massimo su Radio Capital spiega: “Abbiamo ottenuto, facendo un lavoro molto duro, il riconoscimento dei livelli salariali precedenti e continua il confronto per abbassare il numero degli esuberi”. Calenda sottolinea che 5,3 miliardi di euro di investimenti sono una cifra molto alta. Alla domanda se l’indiano sia stato convinto risponde: “Sì con un pressing soave”.

Bambini sempre più poveri, ma la scuola non aiuta

scuola-bambini-zainoUna volta era la scuola il punto di traino e di riscatto per le generazioni future delle classi meno abbienti, adesso però non sembra riuscirci più. Save the Children, attraverso l’Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” presentato oggi a Roma, mette in luce l’aumento in Italia di bambini che vivono in povertà assoluta. Nemmeno la scuola riesce a colmare il gap socio-economico che c’è tra loro e chi è più fortunato. Valerio Neri, direttore generale di Save the Children: “Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità. Deve essere riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Ogni bambino ha il diritto di essere protagonista ed essere ascoltato”.
Nel 2016, ricorda l’ong, un bambino su otto vive in condizioni di povertà assoluta, il 14% in più rispetto all’anno precedente. E le diseguaglianze sociali “continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni”. Sono cresciuti anche i minorenni in povertà relativa: nel 2016 hanno raggiunto il 22,3 per cento. Inoltre la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole low l’incidenza di ripetenze è di 23 punti percentuali superiore alle scuole top. La differenza media nei Paesi Ocse è solo del 14,3 per cento. Le percentuali crescono in Italia, poi, per i maschi e i figli di migranti.
Nonostante questi dati l’Italia continua a investire poco sulla cultura. Con solo il 4 per cento del Pil speso nel settore dell’istruzione, contro una media europea del 4,9, il 41 per cento delle scuole secondarie di primo grado lamenta una scarsa dotazione di laboratori e ambienti adatti a sperimentare nuove prassi didattiche. Quattro scuole su dieci non arrivano a un laboratorio ogni cento studenti. Solo il 17,4 per cento degli istituti scolastici è dotato di almeno una palestra in ogni sede. Quasi tutte hanno una biblioteca, ma meno di un terzo del patrimonio librario risulta utilizzato.
Manca nei giovani e nei bambini anche la ‘fiducia’: la mancanza di lavoro e prospettive tra gli adulti di riferimento, secondo l’Altlante, ha generato sfiducia in molti bambini e adolescenti, aumentando il rischio del fallimento formativo. In Italia meno di 1 un giovane laureato su 2 ha un lavoro (nell’Unione Europea il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione, in Italia appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7%) : non sorprende, dunque – dice Save The Children – che gli “scoraggiati” tra i 15 e i 34 anni, i quali pur dichiarandosi disponibili a lavorare hanno smesso di cercare un’occupazione, siano cresciuti del 43% in dieci anni, raggiungendo quota 420mila, di cui 340mila al Sud.
Nel frattempo Save The Children ha lanciato contro la dispersione Fuoriclasse in Movimento, il progetto che mette in rete 150 scuole in tutta Italia, coinvolgendo 20mila minori, 2mila insegnanti e mille genitori nei Consigli fuoriclasse, tavoli di confronto su didattica, relazioni, riqualificazione degli spazi scolastici. Nel primo biennio di sperimentazione nelle scuole, il progetto ha dimezzato il numero medio delle assenze, migliorato il rendimento degli studenti e aumentato l’interessamento delle famiglie al profitto scolastico dei figli.

Ilva, rinvio al Mise e sospesa occupazione a Genova

miseSi è tenuto oggi il tavolo al Ministero dello Sviluppo economico tra commissari dell’Ilva, Am Investo e le delegazioni sindacali guidate dai segretari generali di Fim, Fiom e Uilm e dai segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Molti i nodi da sciogliere e altre questioni aperte dopo l’occupazione dello stabilimento di Genova.
Per il momento i sindacati escono insoddisfatti dall’incontro con ArcelorMittal al Mise: l’azienda non ha consegnato il piano industriale ma lo ha illustrato solo per grandi linee. Il tema occupazione ed eventuali esuberi non è stato affrontato. Il tavolo è aggiornato a martedì prossimo alle ore 9. “Anche questa volta ci hanno presentato delle slide – ha riferito la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David – non abbiamo nulla in mano e non possiamo compiere una valutazione vera. Per questo abbiamo molte perplessità. Dobbiamo vedere le carte e poi faremo un approfondimento. Siamo ancora lontani”. Anche se per l’azienda l’incontro è stato produttivo e addirittura ArceloMittal fa sapere che è “molto importante che i sindacati comprendano pienamente i nostri piani industriale e ambientale” e per questo l’azienda ha “accolto con favore la possibilità di partecipare a questo incontro, unitamente a quello della settimana prossima nel quale dettaglieremo il piano ambientale e a quelli che seguiranno”.
I dubbi restano: secondo i sindacati ArcelorMittal ha fissato a regime l’obiettivo di 10 milioni di tonnellate di produzione ma questo comporterebbe assunzioni piuttosto che esuberi. I target produttivi sono fissati al 2024 e sino al 2023 è prevista l’importazione di 4 milioni di tonnellate di semilavorato finché non entrerà in funzione l’altoforno 5 e le importazioni scenderanno a 2 milioni. Sullo sfondo – ha fatto notare Bentivogli – vi è l’incognita-capestro dell’Antitrust europeo: non possiamo aspettare il 24 marzo (il tempo che si è dato l’Antitrust per pronunciarsi sull’acquisizione, ndr). Sul tavolo pesa infatti la decisione di ieri dell’antitrust europeo di proseguire l’esame sull’acquisizione, prendendo tempo fino al 23 marzo.
Nel frattempo a Genova l’occupazione – ha deciso l’assemblea degli operai all’esterno della fabbrica di Cornigliano – è sospesa da domani mattina alle 6. Ci sarà poi un’assemblea retribuita sempre domani mattina con Bruno Manganaro (Fiom).
Preoccupazione è stata espressa dal segretario genovese della Fiom sui contenuti del piano industriale che sembrano penalizzare Cornigliano: “Abbiamo assistito a 3 ore di slide, con pochi numeri e da quelli emersi si deduce che gli investimenti per Genova, alla luce della mole del gruppo Mittal, sono esigui: 60 milioni, di cui 15 per la banda stagnata quando ne servirebbero 150”. “Inoltre sulla discussione pende la `spada di Damocle´ della decisione dell’Antitrust su AM che non arriverà prima del marzo 2018. Quindi – ha sottolineato il segretario Fiom – tutto quello che si decide oggi, rischia di essere carta straccia in caso di pronunciamento negativo dell’Antitrust nei confronti di Mittal”. L’occupazione della fabbrica ha avuto i suoi frutti: il vice ministro Teresa Bellanova ha garantito oggi al segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, al termine del tavolo sindacale sul piano industriale di AM InvestCo per Ilva. In sostanza si parlerà specificatamente dell’Accordo di programma in vigore per lo stabilimento di Genova Cornigliano per il cui mantenimento la Fiom sta occupando la fabbrica. L’Accordo, siglato nel 2005 da Ilva, Governo, Enti locali e sindacati, prevede che a fronte della chiusura degli impianti a caldo dello stabilimento vengano mantenuti occupazione e salario. Il Piano di Am InvestCo, invece, parla di 600 esuberi su 1650 dipendenti per Cornigliano.
Ma l’occupazione Fiom è stata comunque criticata dagli altri esponenti sindacali. I segretari generali di Fim e Uilm, Marco Bentivogli e Rocco Palombella, ribadiscono le critiche alla mobilitazione dei metalmeccanici della Cgil. Intervistati prima di entrare al tavolo sull’Ilva al ministero dello Sviluppo economico, i due sindacalisti prendono le distanze dalla segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, secondo cui l’occupazione dello stabilimento di Genova non peserà sul negoziato. “Siamo abituati agli alti e ai bassi di una organizzazione che da un lato cerca l’unità e dall’altro scorciatoie – ha detto da parte sua Palombella – la mobilitazione non serviva perché la discussione su Genova era già in programma”.
“Le proteste sono tutte legittime – ha dichiarato Bentivogli – ma in questo momento era più importante tenere insieme i lavoratori e sostenere una trattativa difficile. Abbiamo chiesto di limitare le cose che dividono e di spingere su quelle che ci uniscono. La protesta serve se ha degli obiettivi e in momenti difficile come questo l’unità fra i lavoratori è da preservare”.

Ilva di Genova occupata, scontro tra sindacati

ilva genovaA pochi giorni dall’incontro al Mise gli operai di Genova decidono di occupare lo stabilimento Ilva di Genova Cornigliano, dove l’assemblea dei lavoratori ha rifiutato le garanzie proposte dal governo sul piano industriale di tagli presentato da AmInvestCo, la nuova proprietà del gruppo siderurgico. Per mercoledì 9 è stato fissato al Mise il nuovo incontro tra sindacati metalmeccanici, AmInvestco e il Governo. Se l’incontro del 31 ottobre è servito a riannodare il filo di un negoziato che si era spezzato ai primi di ottobre, quello del 9 avrà invece un focus specifico: il piano industriale.
La decisione di occupare l’Ilva ha portato allo scontro tra le principali sigle sindacali: Fim e Uilm contro Fiom. I metalmeccanici della Cgil, Rsu a maggioranza a Cornigliano, hanno deciso che non si presenteranno al Ministero di via XX settembre per protestare contro i 600 esuberi di Cornigliano. La Fiom “ringrazia i lavoratori di Genova che con la loro iniziativa stanno mantenendo alta la mobilitazione per permettere l’avvio del negoziato per la vertenza Ilva”. La protesta andrà avanti almeno fino a mercoledì in attesa dell’esito dell’incontro tra istituzioni e ministro Calenda al Mise. Dura la replica del Ministero dello Sviluppo Economico: “Desta stupore e sconcerto che la Fiom Cgil promuova, fuori dalle regole, l’interruzione delle attività e proclami il presidio dello stabilimento Ilva di Genova, mentre il confronto fra le parti si è finalmente concretamente avviato”, ha fatto sapere il Mise con una nota. “Proprio mentre si apre il confronto, reparto per reparto, del piano industriale proposto dall’investitore una simile iniziativa rischia di mettere a repentaglio la trattativa per tutta l’Ilva”.
“Per la Fiom è evidente il tentativo da parte del Governo di scippare nella ‘trattativa’ paludosa a Roma l’Accordo di Programma di Genova”, scrive la Fiom in un comunicato stampa, aggiungendo: “Pacta Servanda Sunt”.
Ma per la Uilm con l’occupazione dello stabilimento Ilva di Genova Cornigliano la Fiom “ha compiuto l’ennesima scelta sbagliata rispetto al confronto aperto con il Governo e Mittal che si svilupperà a partire dal 9 novembre con la presentazione del Piano Industriale”. Lo scrive in una nota Antonio Apa, segretario generale della Uilm di Genova. “Una minoranza di lavoratori si è sostituita alla maggioranza dell’insieme dei dipendenti – scrive Apa – attraverso un atto intollerante, che non rappresenta un bel biglietto da visita nei confronti di Mittal e del Governo, rispetto alla trattativa in corso né un favore ai lavoratori”. Protesta anche la Fim in una durissima nota di Alessandro Vella, segretario generale Fim Liguria: “In democrazia la maggioranza decide e la minoranza si adegua. La Fiom questa regola basilare l’ha dimenticata da tempo e pensa di poter dettare la propria linea alle spese di tutti i lavoratori. Non va va bene. La Fim ha sempre rispettato le opinioni di tutti purché dentro il comune obiettivo di costruire e cercare soluzioni ai problemi”. “Quanto accaduto oggi – precisa Vella – invece rappresenta la solita pantomima della Fiom per mettersi a posto con la coscienza che a tutto mira tranne che alla ricerca di soluzioni per i lavoratori e per il lavoro a Genova”.

Politica e Magistratura. Buemi: “Bene Legnini”

giovanni legniniLa relazione tra politica e magistratura torna a fra discutere, stavolta a prendere la parola è il vicepresidente del Csm che pone l’accento sull’incompatibilità tra le due sfere. “Se un giudice decide di candidarsi, se decide di accettare una carica pubblica, un incarico politico, un incarico di governo, è bene che non torni a fare il magistrato. Io penso questo”. Così il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini alla festa del Foglio di Firenze intervistato da Annalisa Chirico sui temi della giustizia. “Sono ottimista – ha aggiunto – sul fatto che nella magistratura il rapporto dell’accesso a cariche pubbliche e elettive sia indirizzato verso una soluzione”.
“In materia di incandidabilità e incompatibilità dei magistrati, il Consiglio superiore della magistratura è più avanti del Parlamento”, così ha commentato il senatore Enrico Buemi, Capogruppo Psi in commissione Giustizia, le recenti dichiarazioni del Vice Presidente Legnini in materia. “Dobbiamo riconoscere al Vice Presidente Legnini e al Csm nel suo insieme il coraggio di una scelta epocale, ovvero l’impossibilità per il magistrato che entra in politica di poter tornare a svolgere le funzioni della giurisdizione”, ha continuato Buemi. “Questa scelta netta non fa che accrescere la considerazione dell’opinione pubblica, frastornata per precedenti vicende di incompatibilità sostanziale tra politica e magistratura, nei confronti della posizione dell’organo di autogoverno della magistratura – ha concluso Buemi – che si è espresso in maniera più chiara e netta rispetto alle mediazioni di un Parlamento ancora fortemente influenzato dagli interessi dei singoli, oggi impegnati nella definizione della norma di legge riguardante la candidabilità dei magistrati e il loro ritorno nella Pubblica Amministrazione”.
Inoltre Legnini è intervenuto anche sul rapporto tra magistrati e media, per il quale si tratta di normale dialettica democratica: non c’è niente di sbagliato, ma i giudici non devono essere parziali. “Io penso che non possa essere messo in discussione il diritto, peraltro costituzionalmente garantito per tutti, dei giudici e dei pubblici ministeri di esprimere le loro opinioni anche sui mezzi di informazione – ha detto Legnini – Ciò che occorre sottolineare è che i giudici ed i pubblici ministeri allorquando esternano lo devono fare avendo sempre ben presente la necessità di essere ed apparire terzi ed imparziali e di essere percepiti come tali dai cittadini”.
Sempre in materia politica Legnini fa sapere che spesso la magistratura è intervenuta da ‘supplente’ in materie dove ancora non ci sono leggi come il biotestamento: “Non ci trovo nulla di improprio – ha detto in un altro passaggio – se la magistratura associata sollecita il Parlamento a disciplinare materie che non hanno disciplina”. “È vero o no che i giudici sono sempre più chiamati a intervenire su diritti fondamentali che non trovano compimento nella legge? Perché il Parlamento non può o non vuole – ha spiegato Legnini – Dunque se la magistratura associata dice che ‘non ci potete accusare di supplenza e poi non fate le leggi’ secondo me non dice qualcosa di inappropriato”.

Catalogna, Psoe ritira le accuse alla Vicepremier

GRA078. OVIEDO, 06/09/2014.- La secretaria de Política Municipal del PSOE, Adriana Lastra, ha ofrecido hoy en Oviedo una de las 50 ruedas de prensa convocadas por el PSOE en todo el país para dar a conocer sus propuestas y mociones en contra de la elección directa de alcaldes, en la que ha calificado de "infame" la reforma electoral propuesta por el PP y ha advertido de que mientras no se retire ésta, así como las leyes de seguridad ciudadana y del aborto, los socialistas no se sentarán a negociar ninguna medida de regeneración democrática. EFE/Alberto Morante

Dopo i battibecchi all’interno del Partito socialista spagnolo sulla questione catalana, oggi si decide di rimanere compatti e ‘fedeli’ al Governo per meglio affrontare Barcellona. La leadership socialista ha deciso di ritirare l’iniziativa parlamentare con cui ha cercato di rimproverare Soraya Sánez de Santamaría, accusata pochi giorni fa di essere la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia. Il vice segretario del PSOE, Adriana Lastra, ha confermato la decisione e ha assicurato che “ci sarà il tempo” di richiedere le responsabilità più tardi. “Quello che abbiamo visto non ci è piaciuto e continuiamo a pensarci”, ha detto e non è piaciuto “in Spagna e all’estero, ma come capiranno questa settimana è molto complicata”, ha aggiunto.
In effetti i prepara una settimana difficile per Madrid, il governo catalano ha infatti deciso di rispondere al secondo ultimatum di Rajoy che scade giovedì mantenendo l’offerta di dialogo senza cambiare sostanzialmente i termini della prima risposta ritenuta “non valida” dal governo spagnolo. Continuano intanto le proteste oggi in Catalogna per l’arresto di ieri dei due più importanti leader indipendentisti, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, accusati di sedizione dall’Audiencia Nacional di Madrid. Sono “detenuti politici”, ha detto il portavoce catalano Jordi Trull. “È una situazione che pensavamo non si sarebbe mai prodotta nel XXI secolo”, ha concluso.

Cesare Battisti si appella al Governo: “Rischio la morte”

cesare battistiTorna ancora in primo piano il caso Battisti, l’uomo condannato per omicidio durante la sua militanza nei Pac (proletari armati per il comunismo) che è fuggito per evitare di scontare la sua pensa prima in Francia e poi in Brasile. Ma dopo la Francia, anche il Brasile pensa di revocargli lo status di rifugiato politico. Tanto che Cesare Battisti ha anche provato a fuggire in Bolivia, anche se poi ha subito negato il suo tentativo di fuga: “Non ho mai pensato di uscire dal Brasile, ma se avessi voluto farlo non sarei andato in Bolivia, avrei scelto l’Uruguay, perché è un Paese un po’ più affidabile ed è dove ho più relazioni”, ha affermato Battisti.
Dopo la decisione di revocare l’attuale status di residente dell’ex terrorista da parte del nuovo governo brasiliano presieduto da Temer, ora Battisti prova ad appellarsi al Paese che lo ospita da più di dieci anni:
“Non so se il Brasile voglia macchiarsi sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Itala – ha detto Battisti – Mi consegneranno alla morte”. mentre gli avvocati di Battisti si sono detti convinti che Temer non autorizzerà l’estradizione in Italia. “Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne”, si legge in una nota.
Nel frattempo i Governi in Italia sono cambiati, ma non l’intenzione di portare a termine una richiesta di estradizione che dura da tre lustri. L’intenzione dell’Esecutivo è quella di evitare di alimentare polemiche nell’opinione pubblica che potrebbero far saltare ancora una volta l’estradizione come avvenne con l’appello degli intellettuali di Wu Ming nel 2004.
“Sono stati assolutamente fatti tutti i passi necessari per l’estradizione di Cesare Battisti”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Questo non è il momento di commentare – ha aggiunto – ma di lavorare con grande determinazione”. “Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano, parlando del caso Cesare Battisti a margine di un’iniziativa a Milano. “Noi abbiamo fatto un grande lavoro – ha aggiunto – meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all’obiettivo”.