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Liberato Ricciardi

Centrodestra. Ancora ignoto il candidato Premier

salvini berlusconiDi sicuro c’è solo che il nuovo leader della coalizione di Centrodestra sarà un ‘maschio’, così come anticipato giorni fa dall’ex cavaliere. Nel frattempo però continuano le liti e si intravedono le prime spaccature nel sodalizio di destra. Da una parte Matteo Salvini, intenzionato a portare avanti il Carroccio e la sua leadership che ha fatto già fuori i più moderati ‘maroniani’, dall’altra Silvio Berlusconi che seppur non intenzionato a tenre lo scetto di leader per se non sembra volerlo cedere al giovane leghista. “Tajani candidato premier? Non ho ancora l’autorizzazione dai componenti della coalizione e dello stesso Tajani, considerato il miglior presidente del parlamento europeo di sempre”, afferma il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ospite di “Che tempo che fa”.
“Berlusconi? Ci vogliono non due ma quattro occhi aperti”, ha invece affermato Matteo Salvini oggi a Udine in un breve comizio tenuto in piazza San Giacomo, tappa elettorale in Friuli Venezia Giulia rispondendo a chi gli ha chiesto dell’alleanza con Berlusconi. “Soli non si va da nessuna parte ma patti chiari. Conto di tornare a Udine la prossima volta da Presidente del Consiglio – ha aggiunto – Gli accordi sono che se Forza Italia prende un voto in più decide il premier. Se prendiamo un voto in più noi?”.
Nel frattempo torna il nervosismo anche negli alleati di Fratelli D’Italia. “Non so perché Salvini e Berlusconi abbiano scelto di non partecipare alla nostra manifestazione, mi lascia perplessa questa assenza”. Così la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, con i cronisti, appena arrivata all’Adriano, dove si tiene la ‘Manifestazione anti-inciucio’ promossa da Fratelli d’Italia. “Giudicheranno gli italiani”. “Il nostro – ha spiegato la Meloni – è un patto di onorabilità rispetto ai nostri elettori – spiega ai cronisti, prima dell’inizio della manifestazione, Isabella Rauti, candidata per FdI – non ci sentiamo soli. Noi contiamo di raggiungere il 40% come coalizione e di governare, ma qualora sfuggissimo l’obiettivo, non siamo disponibili a governi di inciucio”. Molti gli esponenti di FdI presenti all’evento, tra i quali il coordinatore nazionale Guido Crosetto, e il capogruppo alla Camera Fabio Rampelli.

Elezioni, Grasso fa il ‘Capo’ e apre al M5S

Grasso-Senato-RiformeLiberi e Uguali…e forse un po’ troppo indecisi. Pietro Grasso appena tre giorni fa affermava: “Da presidente del Senato ho verificato le posizioni ondivaghe del M5s sulle unioni civili, sullo Ius soli, su euro sì euro no. Non c’è chiarezza”. Adesso però ci ripensa e afferma: “Se ci fossero le condizioni per cui i nostri principi possono trovare applicazione al governo siamo aperti al dialogo”. All’inizio il leader di LeU aveva precisato: “Noi siamo una sinistra progressista di governo, dal punto di vista istituzionale disponibile a un governo che possa portare avanti i nostri principi, valori idee, sul lavoro sulla scuola, sull’economia. Se ci fossero le condizioni per cui” le proposte “corrispondono a quelli che sono i nostri valori e i nostri principi perché no?”: così il leader di LeU Pietro Grasso al videoforum di Repubblica Tv, ricordando però che i grillini sono “ondivaghi e in fase di mutazione genetica”. Non ci sono però, “pregiudiziali”, queste ci sono “solo con la destra”.
Il Presidente del Senato ha voluto ribadire che è lui il leader della nuova formazione politica di sinistra e ha fatto sapere che “se il M5S è quello che lei ha conosciuto alla Camera, è chiaro che deve dire così ed è giusto che lo faccia, se invece ci sono cambiamenti… Sono diversi adesso, avevano detto” ad esempio “mai alleanze e ora ammettono che siano possibili”. Se invece sono “contro l’immigrazione e i nostri principi, allora Boldrini ha ragione e non c’è possibilità di incontro. Ma io come capo politico ho il compito di fare una sintesi”.
Sempre sul no ai 5 stelle della presidente della Camera, un mese fa Grasso commentando la posizione di Laura Boldrini, che aveva scelto di candidarsi con Liberi e Uguali ma ha escluso un’alleanza col M5S, Grasso ha risposto che non sta a Boldrini decidere con chi si alleerà Liberi e Uguali, ma a lui.
Un’alleanza che se non ha molti punti in comune, ha sicuramente due nemici giurati: Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Pietro Grasso rifila una stoccata nei confronti del segretario del Pd, per il capo di LeU la candidatura di Matteo Renzi al Senato che voleva abolire “rientra in quella incoerenza che fa parte della politica. Aveva detto che non si sarebbe più candidato, che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum, è un’altra cosa che si dimentica. E’ una persona che dichiara una cosa e poi ne fa un’altra”. Mentre contro Berlusconi dice: “È una persona non candidabile per legge, che invece mette il proprio nome nel simbolo. È una cosa che non doveva essere consentita”.

Schulz cede alle pressioni dell’Spd e rinuncia agli Esteri

schulz-620x372Arriva la doccia gelata per la Cancelliera Angela Merkel e la Grosse Koalition, a sorpresa il leader dei socialdemocratici tedeschi, Martin Schulz, rinuncia la Ministero degli Esteri.
“Dichiaro la mia rinuncia all’ingresso nel governo tedesco – scrive Schulz – e spero allo stesso tempo che il dibattito sul personale finisca”. “Ho sempre sottolineato – aggiunge – che saremmo entrati in una coalizione se ci fossero state nel contratto le nostre rivendicazioni di socialdemocratici per un miglioramento nell’istruzione, nell’assistenza, nella previdenza, nel lavoro e nel fisco. Sono orgoglioso di poter dire che questo è accaduto. E quindi per me è ancor più importante che i membri dell’Spd al voto della base si pronuncino a favore di questo contratto, dal momento che loro di questi contenuti sono convinti esattamente quanto me”.
Ieri infatti nella riunione in casa Spd sono piovute ancora critiche sull’attuale segretario, nessuna divergenza sull’accordo con la Cdu ma critica alle ambizioni dell’ex presidente del Parlamento europeo. La base scalpita e chiede un cambio ai vertici, gli stessi che si rendono conto che il Partito continua a perdere pezzi e credibilità agli occhi degli elettori delusi da Schulz che fino a poco tempo prima delle urne aveva sempre ribadito un secco no a un’altra coalizione con la Merkel. Ieri il ministro tedesco degli Esteri, Sigmar Gabriel, si era scagliato contro Schulz, dicendo: “Ciò che resta, è soltanto il dispiacere di vedere a che punto da noi nell’Spd si agisce con poco rispetto gli uni verso gli altri e di vedere che la parola data conta così poco”. Proprio quest’ultimo sarebbe stato escluso dalla lista non ufficiale dei ministri e secondo i sondaggi Gabriel resta uno dei politici più popolari del Paese.
In ogni caso la decisione finale è in mano alla base del Partito che il 4 marzo deciderà se accontentare i vertici del Partito o portare Berlino a nuove elezioni. Quel giorno infatti dovrebbero essere annunciati i pareri definitivi dei circa 460mila iscritti all’Spd, chiamati a pronunciarsi sulla Grosse Koalition.

Siria raid da Usa. Bombe di Assad ‘Made in Germany’

raid usaDonald Trump passa all’attacco in Siria. La coalizione a guida statunitense che combatte l’Isis in Siria ha compiuto raid aerei e operazioni d’artiglieria contro forze alleate del regime, uccidendo oltre 100 combattenti: lo ha annunciato la stessa coalizione. “Abbiamo risposto all’attacco ingiustificato delle forze governative sui nostri partner”, si legge in una nota diffusa dalla coalizione a guida Usa. Gli aerei a stelle e strisce hanno effettuato attacchi di rappresaglia nella provincia nord-orientale di Deir ez-Zor, contro forze fedeli ad Assad che avevano attaccato un quartier generale dell’alleanza arabo-curda. La Coalizione cerca di cacciare dal lato orientale del fiume Eufrate gli ultimi combattenti dell’Isis, con l’appoggio delle FDS. L’Eufrate è la linea di demarcazione tra le forze di Assad, appoggiate da Russia e Iran, e le FDS. Le Forze democratiche siriane sono in prevalenza milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare, note come Ypg. Ed è proprio contro di loro che si è mossa la Turchia con la sua operazione “Ramoscello d’Ulivo”, contro l’enclave curda di di Afrin nel nordovest della Siria.
“Il recente incidente dimostra ancora una volta che la presenza militare illegale degli Stati Uniti in Siria è in realtà finalizzata a prendere il controllo delle risorse economiche del paese e non a combattere contro l’Isis”. Così il ministero della Difesa russo commenta, in un comunicato, il raid contro i lealisti da parte delle forze della coalizione nella regione di Dayr az Zor.
La situazione continua a complicarsi visto che se da un lato l’esercito di liberazione siriano (contro Assad) appoggiato dagli Usa è stato lo stesso che ha attaccato le forze curde ad Afrin affiancando Ankara nell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Ma Washington con questa azione punta a mostrare i muscoli contro il nuovo ‘terzetto’ composto da Turchia, Russia e Iran intenzionato a guidare la guerra in Siria e che ha fatto sapere di un prossimo vertice ad Ankara.
Nel frattempo però prosegue la guerra e la strage di civili siriani a cui l’Europa non sembra interessarsi, anche se pochi giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha rivelato con tanto di foto che le bombe al cloro sganciate da Assad sono ‘Made in Germany’. Berlino è infatti il più grande partner commerciale europeo dell’Iran,

28 ore di lavoro. I sindacati tedeschi tutelano gli operai

ig-metall-550x395La Germania si mostra come Paese di avanguardia in Europa anche per la tutela dei diritti dei lavoratori. Stamattina è stato siglato un accordo tra il sindacato dei metalmeccanico Ig Metall e gli industriali che tra le novità prevede che chi sceglierà di lavorare 28 ore alla settimana per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà il taglio dello stipendio. Inizialmente i sindacati chiedevano un aumento del 6%, ma le due parti hanno concordato un compromesso di un aumento del 4,3% da aprile, con alcuni pagamenti una tantum aggiuntivi.
Le imprese hanno ottenuto dal canto loro la possibilità di estendere la settimana lavorativa a 40 da 35 ore per i dipendenti che volessero farlo su base volontaria. I capi sindacali avevano minacciato uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte. Una protesta di questo tipo non si verificava nel settore dal 2003.
Per il momento l’accordo interessa 900mila lavoratori nella regione di Daimler e Porsche, ma è un’intesa che prevedibilmente verrà estesa a breve ai 3,9 milioni di lavoratori metalmeccanici del resto della Germania. Per il capo di IGMetall, Jörg Hofmann, si tratta di una “pietra miliare verso un mondo del lavoro moderno, in cui ognuno potrà scegliere per sé”. Il presidente di Gesamtmetall, la federazione tedesca degli imprenditori, Rainer Dulger commenta: “È la pietra angolare del lavoro flessibile del XXI secolo”.
I potenziali effetti sui salari di una fetta così ampia della popolazione produttiva tedesca da tempo attirano l’attenzione degli analisti economici europei per via delle conseguenze per l’inflazione che potrebbero riflettersi anche sulla politica monetaria della Bce. In una nota odierna però Barclays stima che la rinegoziazione incrementi i salari negoziali tedeschi complessivamente del 2,2% il prossimo anno e che, con una produttività del lavoro tedesca allo 0,7% annuo, i costi unitari del lavoro dovrebbero crescere soltanto dell’1,5%, sotto il target d’inflazione della Bce (inferiore ma prossimo al 2%).

Musei: stop a riforma Franceschini su direttori stranieri

musei-nel-caos-annullate-nomine-di-franceschiniIl ministro della cultura Dario Franceschini, che della rivoluzione dei musei ha fatto il fiore all’occhiello del suo mandato, sbotta: “Davvero difficile fare le riforme in Italia. Dopo 16 decisioni del Tar e 6 del Consiglio di Stato, quest’ultimo cambia linea e rimette la decisione sui direttori stranieri dei musei all’adunanza plenaria. Cosa penseranno nel mondo?”. Il Consiglio di Stato infatti con una nuova sentenza rimette di fatto di nuovo in discussione la scelta italiana di affidare anche a direttori stranieri la guida dei musei pubblici. Anche se il contenzioso sulla riforma di Franceschini va avanti ormai da maggio dell’anno scorso, la sentenza del Consiglio di Stato rimette in discussione quello che era già stato deciso. Ma il motivo è soprattutto evitare un contrasto tra due sentenze emesse nel giro di pochi mesi dallo stesso Consiglio di Stato. Per questo la validità della nomina del direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assman, verrà decisa dall’Adunanza plenaria di Palazzo Spada. Tutto ruota intorno ai ricorsi fioccati contro la riforma del sistema museale italiano messa in atto dal ministro Dario Franceschini. Il primo, quello che riguardava i direttori dei Musei, e il secondo (in termini di tempo) avanzato dal Campidoglio e dalla Uil contro l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo e la nomina del direttore del nuovo ente con una procedura internazionale che accogliesse anche candidature estere. Accolti entrambi dal Tar, i ricorsi sono passati al Consiglio di Stato per con un appello presentato dal Mibact. E se quello sui direttori aveva ottenuto la sospensiva, quello sul Colosseo era andato a sentenza (la 3666/2017) lo scorso 24 luglio. Nel dispositivo, oltre a dichiarare valida la costituzione del Colosseo ribaltando la decisione del Tar, la sesta sezione del Cds aveva anche affrontato la questione della nomina del direttore tramite procedura internazionale, specificando che “il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia ammettono che sia consentita una riserva di posti a soli cittadini italiani, con deroga al principio generale di libera circolazione dei cittadini europei, soltanto in relazione a posti che implicano l’esercizio, diretto o indiretto, di funzioni pubbliche – si legge in una nota di Palazzo Spada di quel giorno – quali sono, in particolare, quelle poste in essere nei settori delle ‘forze armate, polizia e altre forze dell’ordine pubblico, magistratura, amministrazione fiscale e diplomazia’. Nel caso in esame, il Consiglio di Stato ha ritenuto che il Direttore del Parco non è chiamato a svolgere tali funzioni, in quanto il bando di gara gli attribuisce compiti che attengono essenzialmente alla gestione economica e tecnica del Parco. Si è, pertanto, ritenuta legittima la previsione di una selezione pubblica internazionale”.

Pochi magistrati candidati. Buemi, facciano loro lavoro

Magistrati-ferie-BuemiCon l’avvicinarsi delle elezioni politiche torna alla ribalta il tema controverso del rapporto tra magistratura e politica. Sempre più spesso negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a vicende che hanno visto i magistrati passare dai tribunali alla politica e poi tornare in toga, con la questione sempre viva di inchieste che rischiano di diventare azioni politiche. tutto questo senza che si sia mai vista una legge che disciplini queste carriere ‘tortuose’. “Oggi sui giornali si richiama l’attenzione sul fatto che ci sono molti avvocati in lista alle politiche e pochissimi magistrati”, ha commentato il senatore Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi.
“Certamente, nelle legislature precedenti, i magistrati hanno fortemente condizionato le leggi e le linee politiche, anche se i risultati faticano a diventare positivi rispetto ai mali atavici della giustizia italiana. Le presenze di pochi magistrati oggi fanno pensare che nella categoria si sia aperta la giusta riflessione rispetto al fatto che sia meglio che i magistrati facciano solo e bene i magistrati e che si limitino, se lo ritengono, a dare buoni consigli alla politica e, come hanno rilevato il Csm e l’Anm, seppure con i distinguo che in tutti i settori ci sono, che quelli che decidono di inoltrarsi nei controversi territori della politica lo facciano lasciando alle spalle definitivamente la carriera di magistrato”, ha continuato Buemi.
“Per quanto riguarda gli avvocati il loro contributo potrà essere molto utile per migliorare la pessima qualità delle leggi che hanno prodotto montagne di contenziosi nelle aule giudiziarie. Dico questo da cittadino imprenditore in prestito alla politica con tre legislature di sofferente e inascoltata presenza nelle commissioni Giustizia prima di Camera e poi di Senato”, ha concluso Buemi, che è candidato capolista nel collegio plurinominale di Torino e provincia per la lista ‘Insieme’ e per la coalizione di centro-sinistra nel collegio uninominale di Moncalieri-Pinerolo al Senato.

Lega sempre più al Sud, Salvini candidato in Calabria

salviniSempre più stupore dalla Lega, dopo il rischio di rivedere Bossi alla testa del Carroccio, la metamorfosi del Partito del Senatur continua sotto la guida di Salvini.
Matteo Salvini sarà capolista della Lega al Senato in Calabria, a comunicarlo all’Agi il coordinatore regionale nel partito, Domenico Furgiuele, che sta ultimando le procedure di presentazione delle liste all’ufficio elettorale della Corte d’Appello di Catanzaro. “È una candidatura – ha detto Furgiuele – fortemente voluta da Salvini”.
In posizione immediatamente successiva a Salvini, la Lega propone Tilde Minasi, ex consigliera regionale ed ex assessore al Comune di Reggio Calabria, espressione del movimento sovranista di Gianni Alemanno e Francesco Storace, vicina all’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Nei due collegi plurinominali per la Camera, il candidato capolista è il coordinatore regionale del partito, Domenico Furgiuele.
Stupisce proprio perché il leader leghista non sembra essere mai stato ben accolto dai ‘terroni’ calabresi, a luglio del 2015 infatti dopo la visita di Salvini al cara di Isola Capo Rizzuto, Catanzaro accolse l’eurodeputato con striscioni canzonanti come “I terroni non dimenticano” e dura fu la replica di Salvini: “In questo momento questa Regione mi fa vergognare di essere italiano”.
Tuttavia la Calabria non è la sola Regione del mezzogiorno dove punta il leghista, da quanto comunica il suo partito, il segretario della Lega, Matteo Salvini, sarà capolista al Senato non solo nelle circoscrizioni plurinominali Calabria 1, ma anche Sicilia 2 (Catania, Messina, Acireale, Siracusa).

Tim, il presidente calma le acque per il Golden Power

05/09/2015 Cernobbio, Forum Economico Ambrosetti nella foto Arnaud de Puyfontaine e Giuseppe Recchi

Giuseppe Recchi e Arnaud de Puyfontaine

Torna in primo piano Tim e la grinta del neo presidente Arnaud de Puyfontaine che stavolta prova a calmare le acque sulle ultime notizie di un ricorso alla Presidenza della Repubblica per aggirare il Golden power. Oggi de Puyfontaine prova a correggere il tiro a margine del Business Forum Italia-Francia alla Luiss: “È un ricorso tecnico, è una misura tecnica. Abbiamo le migliori relazioni con il Governo, con Palazzo Chigi. Andiamo avanti per trovare elementi pratici. È solo un problema di calendario”. “C’è un ottimo clima – ha assicurato De Puyfontaine – e sono felice della situazione. Bisogna andare avanti, lavoriamo”, poi il presidente francese di Telecom Italia dice: “Telecom Italia è la prima società italiana, il primo investitore italiano e tutti gli italiani dovrebbero essere orgogliosi del lavoro che si sta facendo”.
Anche la società ieri aveva assicurato che non si trattava di un atto ostile, per il Cda Tim il ricorso dipenderebbe infatti dal fatto che il governo non ha ancora istituito il comitato per la sicurezza che avrebbe dovuto dare esecuzione al golden power. Per questo Telecom ha sfruttato le ultime ore a disposizione per fare ricorso, anche se sarebbe disposta a trattare con l’esecutivo. Tuttavia un’altra novità esce dall’ultima riunione in casa Telecom: il vicepresidente esecutivo Giuseppe Recchi, lo stesso che aveva lasciato la presidenza in favore del francese già CEO di Vivendi, lascerà anche le deleghe operative, pur restando nel consiglio della società, per assumere la guida di un private equity europeo.
A tal proposito de Puyfontaine ha spiegato: “Mi ha avvisato ieri che stava per annunciare un nuovo lavoro, visto che questa nuova responsabilità non è compatibile con il mantenimento della carica sulla sicurezza”. Infine, Telecom Italia: “Sta bene, Genish e il suo team stanno facendo un ottimo lavoro, i risultati saranno annunciati a marzo, il piano industriale DigiTim sara’ approvato in quella occasione, e’ una bella societa’”, ha concluso.
Tuttavia con l’addio di Recchi si fa ancora più complicato il passaggio del delicatissimo dossier del Golden Power: adesso la cabina di comando di Telecom è composta dall’Ad israeliano Genish e dal presidente francese Arnaud de Puyfontaine, due stranieri che non potranno esercitare tali deleghe come quello del cosiddetto Nos, il nulla osta di segretezza rilasciato dal governo per l’amministrazione di aziende considerate strategiche per la sicurezza nazionale.
Nel frattempo sembra tutto pronto per il nuovo piano DigiTim, il cui nuovo piano industriale di Telecom Italia sarà presentato a marzo. Il piano 2018-2020 poggerebbe su quattro pilastri: centralità del cliente, reti smart, trasformazione digitale e convergenza, ma tutto è rimandato dopo l’avvio dell’iter per la Joint Venture con Canal Plus a sua volta legato all’accordo della stessa Vivendi (CEO de Puyfontaine) con Mediaset, che dovrebbe entrare a farne parte con una quota intorno al 20%.

Regionali. Parisi ci riprova nel Lazio

parisi“Oggi ho ricevuto l’invito dai leader del Centrodestra a candidarmi come Governatore della Regione Lazio. Come molti di voi sanno, su questa ipotesi già circolata nei giorni scorsi abbiamo avuto una lunga discussione all’interno della nostra segreteria e tra i referenti Regionali”, così Stefano Parisi, leader del movimento Energie per l’Italia, annuncia la sua candidatura a Governatore del Lazio, e spiega: “Abbiamo tuttavia deciso di accettare perché siamo un partito nuovo, costruito in solo un anno di lavoro e dobbiamo innanzitutto consolidare la nostra presenza in tutta Italia, nelle comunità, nei territori”.
L’accordo alla fine è arrivato: Stefano Parisi è il candidato del centrodestra alle elezioni regionali del Lazio e sfiderà Nicola Zingaretti, attuale governatore super favorito nei sondaggi e molto apprezzato da tutti gli schieramenti a sinistra.
Stefano Parisi ha sfidato Beppe Sala alle comunali di Milano, portando a un risultato insperato, un bel 40% contro il candidato dem. Stavolta la sfida è per la Regione attualmente roccaforte del Pd e terra dei leader di destra come Giorgia Meloni, che difende la scelta del nuovo candidato: “Parisi è romano e conosce Roma, per me è più naturale si candidi a fare il governatore del Lazio che il sindaco di Milano”, ha spiegato la leader di Fratelli d’Italia. E sulla lunga faida interna al centrodestra nella scelta del candidato ha aggiunto: “Mi ha spaventato il perdere tempo della coalizione. Fratelli d’Italia gioca per vincere, spero che anche gli alleati lo facciano. Noi lo abbiamo dimostrato”
Per l’Ex Cavaliere i motivi per cui si è scelto Parisi, con l’accordo di tutti, sono svariati: “Allarga il consenso, va a pescare anche a sinistra e nei moderati delusi dal Pd”, sostiene Berlusconi. In più non appartiene a nessuno dei partiti del centrodestra e questo li rende più liberi di appoggiarlo senza gelosie e consente loro di non addossarsi una eventuale sconfitta.