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Liberato Ricciardi

Cesare Battisti si appella al Governo: “Rischio la morte”

cesare battistiTorna ancora in primo piano il caso Battisti, l’uomo condannato per omicidio durante la sua militanza nei Pac (proletari armati per il comunismo) che è fuggito per evitare di scontare la sua pensa prima in Francia e poi in Brasile. Ma dopo la Francia, anche il Brasile pensa di revocargli lo status di rifugiato politico. Tanto che Cesare Battisti ha anche provato a fuggire in Bolivia, anche se poi ha subito negato il suo tentativo di fuga: “Non ho mai pensato di uscire dal Brasile, ma se avessi voluto farlo non sarei andato in Bolivia, avrei scelto l’Uruguay, perché è un Paese un po’ più affidabile ed è dove ho più relazioni”, ha affermato Battisti.
Dopo la decisione di revocare l’attuale status di residente dell’ex terrorista da parte del nuovo governo brasiliano presieduto da Temer, ora Battisti prova ad appellarsi al Paese che lo ospita da più di dieci anni:
“Non so se il Brasile voglia macchiarsi sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Itala – ha detto Battisti – Mi consegneranno alla morte”. mentre gli avvocati di Battisti si sono detti convinti che Temer non autorizzerà l’estradizione in Italia. “Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne”, si legge in una nota.
Nel frattempo i Governi in Italia sono cambiati, ma non l’intenzione di portare a termine una richiesta di estradizione che dura da tre lustri. L’intenzione dell’Esecutivo è quella di evitare di alimentare polemiche nell’opinione pubblica che potrebbero far saltare ancora una volta l’estradizione come avvenne con l’appello degli intellettuali di Wu Ming nel 2004.
“Sono stati assolutamente fatti tutti i passi necessari per l’estradizione di Cesare Battisti”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Questo non è il momento di commentare – ha aggiunto – ma di lavorare con grande determinazione”. “Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano, parlando del caso Cesare Battisti a margine di un’iniziativa a Milano. “Noi abbiamo fatto un grande lavoro – ha aggiunto – meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all’obiettivo”.

Ilva. Mittal rassicura, ma i sindacati non si fidano

ilvaSi riapre ancora la sfida targata Ilva dopo il no al tavolo al Mise di Calenda. Il braccio di ferro è ancora una volta tra l’azienda rilevata dalla cordata Am Invest Co e i sindacati sul piede di guerra per gli esuberi annunciati senza dimenticare il diritto alla salute che sembra finito in secondo piano nei piani del governo e dell’azienda.
“ArcelorMittal e governo abbiano ben chiaro che i lavoratori e il sindacato non permetteranno ulteriori rinvii in termini di garanzie ambientali, occupazionali e di diritto per il futuro, rifiutando logiche di possibili ‘scambi’ su modalità e tempistiche del risanamento ambientale legato alla salute dei lavoratori e della comunità tarantina e ionica”. Così si legge nel documento unitario del Consiglio di fabbrica dello stabilimento Ilva di Taranto. Inoltre il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha affermato in un’intervista a Linkiesta: “Non è solo una questione di esuberi non accettiamo alcun licenziamento ma bisogna pensare anche al piano industriale che deciderà il destino dell’Ilva. Serve un piano di investimenti per il sito di Genova, e soprattutto per il rilancio di Taranto. In questi anni di commissariamento non è stato fatto alcun investimento nella manutenzione degli impianti tarantini, per cui si riparte da molto indietro”. E nonostante lo stop di ieri di Calenda i sindacati registrano il loro punto a favore grazie allo sciopero che ieri ha interessato soprattutto gli stabilimenti di Taranto e di Cornigliano.
“Procedura ex articolo 47 firmata da Governo. Calenda ha bloccato trattativa per successo scioperi”. È quanto si legge in un tweet sulla vertenza Ilva del segretario generale della Fiom, Francesca Re David.
Ma da parte dell’azienda si cerca di rassicurare sia i lavoratori che il Governo accusato dai sindacati di non aver fatto abbastanza per dare “un segnale di discontinuità con il passato”.
“La sfida di gestire Ilva non è facile, ma sono giovane e sono qui per rimanere a lungo termine”. Lo ha detto a Cernobbio Aditya Mittal, Cfo di ArcelorMittal, socio industriale all’85% del consorzio Am Invest Co che ha rilevato Ilva, spiegando che il suo gruppo “ha sofferto moltissimo negli ultimi anni dal punto di vista della produzione e ha sofferto la comunità per negligenze ambientali, noi vogliamo migliorare queste condizioni”. Mittal ha poi aggiunto: “Vogliamo trovare una soluzione insieme a Governo, Istituzioni locali e sindacati per un futuro sostenibile di Ilva”.
Insomma la partita sull’Ilva è ancora aperta e adesso la patata bollente è in mano ai sindacati che non solo dovranno trattare per scongiurare gli esuberi, ma dovranno far in modo da riuscire a mantenere i livelli retributivi.

D’Alema riapre la porta a Pisapia “è solo un arrivederci”

d'alemaSi scaldano i motori nella movimentata sinistra, dopo lo strappo di Pisapia e la chiusura di Speranza, a tentare di ricucire lo strappo ci pensa ancora una volta Massimo D’Alema. Con Giuliano Pisapia “penso che ci ritroveremo, in fondo abbiamo lo stesso obiettivo: ricostruire il centrosinistra sulla base di una chiara e netta discontinuità di contenuti e di leadership. Come ha detto lui: questa è una citazione testuale”. Così Massimo D’Alema oggi a Milano alla Camera del Lavoro per un incontro con esponenti della sinistra tedesca sul futuro dei partiti progressisti in Europa. Il vecchio leader, nonostante le accuse dell’ex Sindaco di Milano, non è d’accordo con l’affronto fatto dal giovane Speranza che ha portato all’affondo e all’addio di Pisapia ieri. “Il tempo è finito. Abbiamo parlato troppo di noi, ora basta. Bisogna correre”, aveva detto sul Corriere, Roberto Speranza. Sulla stessa scia anche l’Eurodeputato Mdp, Massimo Paolucci: “Non abbiamo tempo. Bisogna fare una cosa un po’ più larga della somma delle sigle”. E sulla candidatura di Pietro Grasso afferma: “È la seconda carica dello Stato. Lo stimiamo tantissimo, ma non va tirato per la giacca”.
Ma mentre Mdp si porta avanti con Sinistra italiana e Pippo Civati, l’altra sinistra a cui continua a lavorare Pisapia, il 28 ottobre riunirà l’assemblea nazionale di Campo progressista e il giorno dopo interverrà ad un convegno con Emma Bonino, Romano Prodi ed Enrico Letta.
A sinistra intanto le spaccature se preoccupano da un lato, dall’altro aprono proprio alla possibilità di una delle parti a una futura alleanza con i dem, anche se al momento nessun commento è arrivato dal Nazareno. Anche se entrambe le parti continuano a giurare che mai si alleeranno con il Pd. I dirigenti di Cp hanno affermato: “Siamo ovviamente spiaciuti dalla scelta di Art.1 di interrompere il nostro percorso comune – osserva il portavoce di Campo Progressista Alessandro Capelli – Non ci interessa affatto né fare la stampella del renzismo, né la sinistra del quarto polo”. In polemica con la scelta di Speranza c’è poi il gruppo di parlamentari di Mdp vicini all’ex sindaco di Milano: “Non ci interessava la costruzione dell’ennesimo partitino, eravamo e siamo per un movimento più largo, in grado di unire e non dividere, che sappia essere un argine credibile alle destre e ai populismi”, è la presa di posizione di Ciccio Ferrara, vice presidente di Mpd e tra gli uomini più vicini a Pisapia. L’appuntamento di Mdp è il 19 novembre, quando con le primarie si eleggerà l’assemblea che sarà l’ossatura del nuovo soggetto politico, ma nel frattempo continueranno le risse verbali…

Ilva, Ancelor Mittal e il suo piano da 4mila esuberi

ilva-operaiLa nuova gestione Ilva parte con il ‘piano’ sbagliato per i lavoratori, annunciando ben 4mila esuberi. In una missiva la cordata Am InvestCo annuncia che saranno 9.930 i dipendenti del Gruppo Ilva che intende impiegare per il rilancio del gruppo siderurgico. La lettera è stata inviata ai sindacati in vista dell’incontro di lunedì prossimo al Mise.
“Le suddette allocazioni – si legge nella lettera – sono soggetti a leggeri aggiustamenti tenendo fermo il numero complessivo di 10.000 lavoratori”. I 10mila lavoratori che resteranno nel gruppo Ilva, saranno assunti ‘ex novo’ da Am InvestCo. Nella lettera scritta ai sindacati si chiarisce che per i 10mila lavoratori non vi sarà “continuità rispetto al rapporto di lavoro intrattenuto dai dipendenti con le società, neanche in relazione al trattamento economico e all’anzianità”, ciò vuol dire che i nuovi contratti rientreranno nell’alveo del Jobs act con la perdita delle garanzie dell’articolo 18.
“Per gli assunti – attaccano i sindacati – ci sarà un nuovo contratto di lavoro, rinunciando quindi all’anzianità di servizio e all’integrativo aziendale e determinando in tal modo un taglio salariale consistente e inaccettabile. Se questo è l’atteggiamento di Mittal nei confronti dei lavoratori diretti – denuncia la Fiom Cgil – il rischio è il massacro sociale dei lavoratori dell’indotto. Per la Fiom, sulla base di quanto formalizzato da Arcelor Mittal, non ci sono le condizioni di aprire un tavolo negoziale. L’unica risposta possibile a tale provocazione è una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Lunedì prossimo ci presenteremo all’incontro convocato al ministero dello Sviluppo economico unicamente per conoscere cosa vorrà fare il governo di fronte a questa inaccettabile posizione assunta da Arcelor Mittal”.
Nel dettaglio del piano di ripartizione delle risorse, 7.600 sarebbero impiegati a Taranto, 900 a Genova, 700 a Novi ligure, 160 a Milano, 240 in altri siti. Per un totale di 9.600 addetti. Quanto alle controllate sono previsti 160 dipendenti in forze AIsm, 35 a Ilvaform, 90 Taranto Energia. Inoltre sono previsti 45 dirigenti in funzione. A questi numeri si aggiungono i dipendenti francesi delle società Socova, Tillet che rientrano nel perimetro del gruppo. Gli esuberi, come assicurato dal Governo, saranno impiegati nelle attività di ambientalizzazione del sito di Taranto gestito dall’Amministrazione Straordinaria.
Nel frattempo però cresce la preoccupazione, soprattutto a Genova, dove è stata già annunciata la mobilitazione e manifestazioni di protesta. Nel capoluogo ligure sono circa 600 esuberi previsti nel solo cantiere di Cornigliano. Secondo gli amministratori locali, le intenzioni della nuova proprietà Ilva “risultano ancora più incomprensibili dove si consideri l’efficienza, da tutti riconosciuta, e la competitività economica dell’impianto di Cornigliano. Ricordiamo – spiegano Regione e Comune – che lo stabilimento genovese è parte di un accordo di programma siglato nel 2005 da Ilva, Comune, Regione, Governo e sigle sindacali, nel quale già venivano delineate le linee guida per il futuro dello stabilimento e dei suoi occupati”.

Kurdistan. Curdi al voto, Erdogan schiera l’esercito

curdi statua peshmergaI curdi pronti al voto in Iraq (Kurdistan) per lo storico referendum sull’indipendenza da Baghdad, anche se il voto referendario non ha un valore legale vincolante, rappresenta comunque un colpo agli Stati della Regione che temono sempre di più l’approvazione di uno Stato curdo a discapito dei propri territori. Sono 12.072 i seggi a cui sono chiamati i 5,3 milioni di elettori curdi registrati, sparsi in tre province del Kurdistan autonomo: Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk.
Ma si vota anche nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio e in parte controllata dalle milizie curdo-irachene. Si vota anche in altre zone contese, come alcuni distretti di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, e altri della regione orientale di Diyala, confinante con l’Iran.
L’iniziativa referendaria, promossa dal presidente della regione autonoma curda Masoud Barzani, ha irritato e preoccupato il governo di Bagdad, tanto che il parlamento ha approvato oggi una serie di misure in risposta alla decisione della regione autonoma del Kurdistan di svolgere il controverso referendum per l’indipendenza. Il parlamento iracheno ha anche chiesto l’invio delle truppe nelle aree nel nord controllate dai curdi dal 2003.
“Meglio morire combattendo che lentamente di fame”, afferma il leader curdo e presidente della regione autonoma curda, Massoud Barzani, nel palazzo presidenziale di Sari Blend, sul perché della sua iniziativa referendum sull’indipendenza.
Si tratta di “un passo verso un futuro migliore”, ha detto il ministro degli Esteri curdo, Falah Mustafa, da poco rientrato da New York dove ha partecipato ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu.
Il referendum in questione non è una richiesta politica ma un’istanza popolare che rappresenta un’opportunità di dialogo e di comunicazione con Baghdad, ha ribadito inoltre Mustafa. Tuttavia la comunità internazionale ha più volte chiesto ai curdi di fermare l’iniziativa referendaria proprio per evitare scontri in una Regione in continuo conflitto.
Gli Stati Uniti e l’Ue hanno chiesto al presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan, Masoud Barzani, e ai leader curdi di rimandare il referendum sull’indipendenza di almeno tre anni per tutelare l’integrità del paese. Oltre all’Iraq, la Turchia minaccia serie conseguenze nei rapporti con il Kurdistan iracheno, mentre l’Iran teme a sua volta che il voto possa galvanizzare le minoranze curde che vivono sul suo territorio.
Le forze armate di Ankara da una settimana sono impegnate in esercitazioni militari alla frontiera. E questa non è la sola conseguenza legata al referendum: nei giorni scorsi Erdogan aveva preannunciato sanzioni contro la regione e oggi ha confermato in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione curda irachena Rudaw: “Bloccheremo l’export del petrolio dalla regione curda”. “Siamo sconcertati da questo tentativo. Il referendum indetto dal governo regionale del Kurdistan è contro il buon senso e mette in pericolo la pace e la stabilità non solo dell’Iraq, ma anche quella della regione” si legge nella nota del ministero turco che ha anche raccomandato ai propri concittadini di lasciare il Kurdistan iracheno. Nel frattempo il ministro turco delle dogane ha smentito che sia stata chiusa la frontiera terrestre all’arrivo dal nord dell’Iraq, come hanno scritto i media turchi bella giornata in cui i curdi della regione autonoma irachena votano nel referendum sulla loro indipendenza.

Buemi: “Silenzio su eritrei che scappano da regime”

eritrea regimeTra i tanti profughi in arrivo in Italia si parla poco degli eritrei, un popolo che si ritrova in un regime dittatoriale di cui ancora poco si parla. In Eritrea è stato cancellato lo Stato di diritto: abolita la libertà di stampa, tanto che ad Asmara dal 2010 non ci son più corrispondenti esteri, tanto da essere considerato da “Reporters sans frontières” il Paese meno libero del pianeta; prigionieri sottoposti a torture spaventose; Non si può avere un passaporto prima dei 60 anni perché la leva è obbligatoria e… a tempo indeterminato.
Proprio per questo il senatore socialista Enrico Buemi, ha presentato un’interrogazione parlamentare in Senato, non solo per far luce su questo Paese e sul regime di di Isaias Afewerki, ma anche per informazioni sulle condizioni dei profughi eritrei nel nostro Paese.
Con l’interrogazione presentata oggi in Senato, si chiede ai Ministri degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale e dell’Interno di sapere “se i Ministri in indirizzo non intendano, per le parti di propria competenza, fornire prontamente ai profughi eritrei sbarcati nel nostro Paese tutte le informazioni possibili al fine di rendere più veloci le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato”, visto che “la Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sui diritti umani in Eritrea denunciava l’8 giugno 2016 come la dittatura del Presidente Isaias Afewerki si sia resa responsabile, da ben 25 anni e in modo sistematico, di crimini contro l’umanità, quali riduzioni in schiavitù, esecuzioni extragiudiziali, omicidi, torture, stupri, carcerazioni illegittime, arruolamento forzato nell’esercito a tempo indeterminato e lavori forzati ‘in una campagna per istillare la paura e scoraggiare l’opposizione'”. Inoltre c’è stata un’apertura di credito concessa al regime eritreo attraverso i finanziamenti dell’Unione europea, di cui l’Italia si è fatta promotrice: “pari a 200 milioni di euro fino al 2020, stanziati attraverso l’undicesimo Fondo europeo di sviluppo e sui quali è stato siglato un accordo ad Asmara il 28 gennaio 2016 tra il Ministro eritreo dello sviluppo nazionale e il capo della delegazione dell’Ue, nonostante il Parlamento europeo abbia adottato una risoluzione contraria, e l’inclusione di Asmara nel Processo di Khartoum, un piano di cooperazione tra paesi Ue e del Corno d’Africa per prevenire la tratta di esseri umani”.

Grana Pd con Crocetta, la destra sempre più compatta

crocetta 1A nove settimane e mezzo dal voto in Sicilia, dove i dem contano quattro assessori in giunta, Rosario Crocetta inizia a mettere i bastoni tra le ruote al Centrosinistra. L’attuale presidente chiede di essere ricandidato, vuole le primarie, mentre Ap e Pd hanno già chiuso l’accordo su Fabrizio Micari, rettore dell’ateneo di Palermo. “Io sono sempre stato chiaro e dico sempre quello che penso. Se qualcuno pensa che Rosario Crocetta sia l’ideologia della divisione del centrosinistra si sbaglia di grosso”, afferma dicendosi pronto a correre da solo in caso di rottura e minacciando perfino un “governo del presidente”.
La grana arriva direttamente in casa Dem portando a ulteriori divisioni, dopo i malumori per le regionali con alleanza Ap. “Il progetto Micari – fa sapere Crocetta – è un progetto nato a Roma con Leoluca Orlando che ha fatto esattamente la stessa cosa che ha fatto con le amministrative. È andato a Roma, si è fatto candidare dal Pd e poi ha detto che era civico, noi gli abbiamo fatto una legge che con il 40% vinceva e poi ha fatto tutto da solo. Io non posso accettare che la Sicilia venga commissariata da Roma”. Infine Crocetta chiede ancora una volta un incontro a Renzi, ma difficile che i vertici del Nazareno cambino idea sulle primarie, anche perché manca davvero poco e il Partito si è già speso per il nome del rettore palermitano.
“È legittimo che il presidente voglia difendere cinque anni di governo in Sicilia. Ma non accettiamo lezioni di democrazia. Renzi e la classe dirigente del Pd, sottoscritto compreso, hanno posto le primarie al centro del nuovo corso”. Lo afferma al Mattino, il sottosegretario alla Salute Davide Faraone, dirigente del Pd, riferendosi al governatore siciliano Rosario Crocetta. “Le primarie – aggiunge – furono proposte a Crocetta a suo tempo. Gli chiedemmo la disponibilità per i primi di luglio, ma il governatore rifiutò: le avvertiva come una sorta di messa in discussione della sua avventura politica”.
Da sinistra inoltre arriva il nome di un candidato più che influente e stimato negli ambienti siciliani: Claudio Fava. Mdp ha scelto infatti all’unanimità il figlio del giornalista ucciso da Cosa Nostra come candidato alla presidenza della Regione siciliana e vota compatta per la ricomposizione delle forze di sinistra. “Sono a disposizione e se ci sarà una condivisione ampia e convinta di tutta la Sinistra” con “una partecipazione alta e coerente di tutte le componenti a quel punto, ma soltanto a quel punto, sarò pronto a fare la mia parte”. Così Claudio Fava commenta la scelta del coordinamento regionale di Art1-Mdp di sceglierlo all’unanimità come candidato governatore in Sicilia.
E mentre la sinistra continua a spaccarsi, la destra si ricompatta: con Nello Musumeci potrebbe andare nelle prossime ore anche l’ex rettore Roberto Lagalla. Lo conferma il commissario regionale di Forza Italia, Gianfranco Miccichè: “Ci sono delle limature all’accordo da fare, ma anche Cantiere popolare fa parte della coalizione, se non fossero con noi sarebbe una grande sconfitta. Con Lagalla stiamo lavorando, non ha ritirato la candidatura a governatore. La nostra proposta è che sia in giunta”.

Libia. L’Eni incontra al Serraj per il progetto sul gas

de scalziL’Italia prova ancora a rivalersi sulla Libia, nonostante l’iniziativa francese, ma stavolta è spalleggiata dall’Eni, presente nel territorio dal 1959, dove attualmente produce oltre 350.000 barili al giorno di olio equivalente. L’AD dell’Eni, Claudio Descalzi ha incontrato il presidente della Libia, Fayez al-Sarraj e il numero uno della società energetica pubblica Noc, Mustafa Sanalla.
Durante l’incontro si è discusso anche della seconda fase di sviluppo del campo di Bahr Essalam, uno dei più grandi giacimenti in Libia e importante fonte di approvvigionamento di gas per il Greenstream. Questa fase prevedrebbe il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. Il primo gas è previsto per il 2018.
“Il colloquio, incentrato principalmente sulle attività correnti di Eni nel paese, si è focalizzato su possibili futuri sviluppi, in particolare nel settore del gas. Eni è infatti il principale fornitore di gas del Paese, 20 milioni di metri cubi al giorno alle centrali elettriche, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia”, si legge nel comunicato Eni.
In mano al cane a sei zampe sono da citare i giacimenti di Abu Attifel e NC-125 oltre a quello di Nakhla (C97) diviso però con Wintershall e Gazprom. A questi si aggiungano anche i campi petroliferi di El Feel (Elephant, la cui produzione ha visto diverse sospensioni a causa della guerra civile che ha costretto alal chiusura anche di altre zone di estrazione) e quelli di gas di Wafa e Bahr Essalam (scoperti nel 2015) oltre agli off-shore di Bouri.
L’attività di gas si esplica attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam operati da Eni. Nel 2016 l’attività produttiva in Libia è stata in linea con quanto pianificato e l’equity di Eni nel paese è stata di 352 mila boe/giorno, il livello più elevato dal 2010, la Libia rappresenta ben il 20% dell’intera produzione Eni.

L’Esercito al Brennero… L’Austria pronta al voto

brennero 4Sulla questione migranti l’Austria mostra i muscoli all’Europa e soprattutto all’Italia e dispone al Brennero quattro mezzi corazzati Pandur delle Forze armate austriache che potrebbero essere impiegati nelle operazioni di controllo sull’immigrazione. Come scrive l’agenzia austriaca Apa, il dispositivo potrebbe essere attivato nel giro di tre giorni e comprende 750 militari, 450 dei quali saranno messi a disposizione da reparti stanziati nella regione del Tirolo, mentre i restanti verrebbero dal comando militare della Carinzia.
“I preparativi per i controlli alla frontiera con l’Italia non sono solo giusti ma anche necessari. Noi ci prepariamo e difenderemo il nostro confine del Brennero se ciò sarà necessario”, così si giustifica il ministro degli esteri austriaco Kurz sostenendo che il suo Paese ha accolto più migranti degli altri Stati europei.
Ma Roma non resta certo a guardare: la Farnesina ha convocato subito l’ambasciatore austriaco “A seguito delle dichiarazioni del governo austriaco circa lo schieramento di truppe al Brennero, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Amb. Elisabetta Belloni, ha convocato stamane alla Farnesina l’Ambasciatore austriaco a Roma, René Pollitzer”, comunica il ministero degli Esteri in una nota.
Nel frattempo l’atteggiamento di Vienna viene subito spiegato con le imminenti elezioni previste per ottobre e il fattore ‘migranti’ sul quale ormai punta e vince la politica in Europa. Non sono solo i libeal-nazionalisti del Fpoe, gli eredi di Joerg Haider a gravare sui consensi del presidente dei verdi, Alexander Van der Bellen, ma ora anche i popolari sono in ripresa nei sondaggi. La notizia della presidenza del giovane Sebastian Kurz dell’OeVP (i democristiani austriaci) ha fatto impennare i consensi del partito Popolare, facendolo balzare al primo posto negli orientamenti di voto e la paura dei profughi parla alla pancia dell’elettorato e fa gola ai candidati.

Morti amianto: tutti assolti. Familiari: Giustizia di classe

Una manifestazione di protesta

Una manifestazione di protesta

Sono stati tutti assolti gli otto ex manager della Breda Termomeccanica-Ansaldo, accusati di omicidio colposo per la morte di una decina di operai causata, secondo l’accusa, dall’esposizione all’amianto nello stabilimento milanese di viale Sarca tra gli anni ‘70 e il 1985. Il pm di Milano Nicola Balice aveva chiesto che gli otto ex amministratori della Breda Termomeccanica-Ansaldo, venissero condannati con pene da 2 anni a 4 anni e 11 mesi di reclusione. Nella sua lunga requisitoria, che ha richiesto tre udienze, Balice ha parlato di condotte “gravemente colpose” da parte degli imputati, che “sapevano di mettere a rischio i lavoratori” e che “se ne sono infischiati fino al 1985” delle norme sull’amianto.
Ma con l’assoluzione è stata ignorata la richiesta dell’avvocato dell’Inail, così come quelle di altre due associazioni parti civili, Medicina Democratica e Aiea, che si è costituito parte civile nel processo e aveva chiesto un risarcimento di 1 milione e 661mila euro, più altri 830mila euro per le spese sostenute per curare i lavoratori malati, poi deceduti.
Dopo la lettura del verdetto è esplosa la rabbia dei familiari delle vittime: “Vergogna! Questa è una giustizia di classe, le vittime pagano e gli assassini restano impuniti”. Non a torto, visto che la sentenza in linea con altre assoluzioni a Milano per casi analoghi. Un mese fa sono stati assolti l’ex ad e l’ex presidente di Fiat Auto per i casi di operai morti per forme tumorali provocate dall’esposizione all’amianto dopo aver lavorato nello stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese (Milano); all’inizio dell’anno invece sono stati assolti quattro ex manager dell’Enel imputati per omicidio colposo nel processo di secondo grado con al centro i casi di otto operai morti tra il 2004 e il 2012 a causa, secondo l’accusa, dell’esposizione all’amianto presente nella centrale dell’azienda a Turbigo, in provincia di Milano. Infine lo scorso anno assolti con formula piena i nove ex manager di Pirelli accusati a Milano di omicidio colposo e lesioni gravissime per i 28 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ’70 e ’80.