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Liberato Ricciardi

Alitalia, dopo il prestito ponte a guadagnarci è Etihad

etihad alitaliaAncora nessuna decisione sul destino di Alitalia, l’ex compagnia di bandiera è alle prese con l’ennesima crisi della sua storia aziendale ed è ancora una volta a rischio fallimento, tuttavia per il momento è stato concesso il prestito ponte da 400 milioni a tassi di mercato, che aiuterà Alitalia a rimanere operativa fino a quando non verrà presa una decisione di cui si parlava nelle ultime ore. A confermarlo una portavoce della Commissione Ue che ha dato il via libera a Roma.
Uno Stato membro “può intervenire a favore delle imprese a condizioni di mercato”, ha infatti dichiarato la portavoce aggiungendo che “interventi pubblici di questo genere non sarebbero considerati aiuti di stato e non ricadono nelle norme Ue sugli aiuti pubblici”. Dunque “non richiederebbero una decisione della Commissione”, così come aveva spiegato il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda. Mentre da una parte viene confermata una delle voci che si rincorrevano in queste ore, dall’altra viene smentita la notizia di nuovo un intervento diretto dello Stato per salvare Alitalia. L’ipotesi è esclusa dal Tesoro. “Il governo non è disponibile a partecipare direttamente o indirettamente ad alcun aumento di capitale di Alitalia”, ha detto il ministro Pier Carlo Padoan durante il question time alla Camera. “Un eventuale intervento finanziario dello Stato” in Alitalia “sarebbe finalizzato esclusivamente a evitare l’interruzione dell’attività”. Se effettivamente la compagnia delibererà di richiedere l’amministrazione straordinaria, si procederà con “la massima tempestività all’apertura della procedura e alla nomina dell’organo commissariale straordinario” per il quale i nomi certi sembrano quelli di Luigi Gubitosi ed Enrico Laghi (già commissario anche dell’Ilva), con la terza casella ancora da riempire, “con il compito di provvedere alla gestione”.
Resta ora l’incognita su un eventuale acquisto della Compagnia aerea che ha comunque cercato di tranquillizzare gli utenti circa la regolare operatività della compagnia nonostante la situazione di forte incertezza, Lufthansa, Ferrovie e Intesa si sfilano. A restare Etihad ringraziata pubblicamente dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. “Senza Etihad, Alitalia sarebbe stata in liquidazione due anni fa”. Semmai, ha aggiunto, “sono alcune strategie aziendali che hanno fallito”. Per Delrio è “da evitare uno spezzettamento, la perdita di posti di lavoro e la perdita di voli sull’Italia”.
Ma dalle analisi de Il Sole 24 ore risulta il contrario. È vero che “Etihad salvò Alitalia con un esborso da 560 milioni di euro”, si legge sul quotidiano. “Ma il capitale di rischio, l’equity versato, era solo di 387 milioni (per rilevare il 49% da Cai, la holding dei Capitani coraggiosi, guidati da Roberto Colaninno). Il resto era in realtà shopping: 60 milioni per l’acquisto di 5 slot Alitalia su Londra. Appena 12 milioni l’uno. Secondo fonti interne Alitalia, quegli slot valevano molto di più: ‘Almeno 70 milioni'”.
Inoltre altri 112 milioni sono stati impiegati da Etihad per rilevare il 75% del programma Mille Miglia, creando una società chiamata Alitalia Loyalty. Infine scrive il giornalista Simone Filippetti “Altre entrate da Alitalia, poi, a Etihad arriverebbero anche dal code sharing (le tratte fatte in condivisione): se un passeggero compra un biglietto Etihad ma il volo è gestito da Alitalia,la compagnia emiratina riconoscerebbe, sempre a detta di fonti interne, 200 euro agli italiani. Al contrario, invece, Alitalia riconoscerebbe 400 euro a biglietto per Etihad. Moltiplicato per le migliaia di biglietti venduti, il vantaggio non è da poco”.
Insomma conti alla mano, all’estero, come in Italia, il Capitani coraggiosi pronti a salvare un’azienda ci sono solo se hanno un bel tornaconto.

Venezuela. Maduro rassicura che ci saranno le elezioni

venezuela 2Si aggrava la situazione in Venezuela dove il Paese versa in una gravissima crisi economica, a cui si aggiunge anche quella politica e che rischia così di portare a una vera e propria guerra civile. La popolazione continua a chiedere a gran voce a Maduro una via d’uscita democratica e delle elezioni per evitare che il Paese vada in bancarotta. Ieri l’opposizione di Maduro, la Mud (coalizione delle opposizioni) aveva organizzato per la giornata – festa nazionale in Venezuela – quella che avevano battezzato “la madre di tutte le proteste”, ed erano riusciti a portare in piazza quasi sei milioni di persone. Due milioni e mezzo solo a Caracas. Ma la situazione è degenerata: almeno tre persone sono state uccise in Venezuela durante le proteste contro il governo di Nicolas Maduro: secondo quanto riporta oggi la Bbc online, oltre al 17enne morto a Caracas e alla studentessa di 23 anni uccisa a San Cristobal, nell’ovest del Paese, una guardia nazionale è morta a sud della capitale.

Foto dimbolo della protesta di una donna da sola avvolta in una bandiera venezuelana davanti a un blindato della Guardia nazionale bolivariana

Foto simbolo della protesta di una donna da sola avvolta in una bandiera venezuelana davanti a un blindato della Guardia nazionale bolivariana

Nella serata di ieri, Maduro è poi apparso in televisione, affermando che le forze dell’ordine, ancora una volta, erano riuscite a bloccare un tentativo di golpe. Per il governo venezuelano, inoltre, dietro alle proteste ci sarebbe proprio Washington che vorrebbe intervenire “contro il governo legittimo del Venezuela”.
Inoltre il presidente Nicolas Maduro, dopo lo sgomento dell’opinione pubblica per i morti e gli arresti di ieri, oggi ha annunciato di voler tenere “presto” le elezioni e di star cercando un modo pacifico per risolvere le tensioni nel Paese colpito dalla crisi. Parlando ad un raduno pro-governo nella capitale, Caracas, Maduro ha definito il leader dell’opposizione Julio Borges “vigliacco” e ha anche detto che tutti i settori dell’opposizione disposti a impegnarsi sono invitati a farlo.
Ma nonostante la propaganda del presidente venezuelano, l’opposizione venezuelana ha in programma di riprendere le manifestazioni nella giornata di oggi. Ad annunciarlo è stato uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles, bandito dalle elezioni per 15 anni, confermando che i punti di partenza dei cortei a Caracas saranno gli stessi di quelli di ieri. “Siamo scesi in piazza in milioni, ora dobbiamo essere ancora di più”, ha sottolineato Capriles, ricordando che “ciò che provoca la violenza è la presenza della polizia nelle proteste”.

G8. L’Italia ammette i suoi torti a Strasburgo

Quello che è avvenuto a Genova durante il G8 è stato definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. A quasi sedici anni da quei fatti che sconvolsero l’opinione pubblica di tutta Europa ora è l’Italia a riconoscersi colpevole.
g8 5A Strasburgo, di fronte alla Corte europea dei diritti umani, il Governo italiano si è riconosciuto colpevole nei confronti di sei dei 65 cittadini – tra italiani e stranieri – che avevano presentato ricorso: nei documenti si sostiene che lo Stato italiano ha violato il diritto dei sei a non essere sottoposti a maltrattamenti e tortura e si denuncia l’inefficacia dell’inchiesta penale sui fatti di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, ai margini del G8 di Genova. Inoltre l’Italia verserà a queste persone 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. I sei ricorrenti che hanno accettato l’accordo sono Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari. A renderlo noto è la Corte europea dei diritti umani in due decisioni in cui “prende atto della risoluzione amichevole tra le parti” e stabilisce di chiudere questi casi.
Il processo di appello per le violenze di Bolzaneto si era concluso, nel giugno 2013, con sette condanne e quattro assoluzioni. La quinta sezione penale della corte aveva assolto Oronzo Doria, all’epoca colonnello del corpo degli agenti di custodia, e gli agenti Franco, Trascio e Talu. Erano invece state confermate le 7 condanne che erano state inflitte dalla Corte d’Appello di Genova il 5 marzo 2010 nei confronti dell’assistente capo di Pubblica sicurezza Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi) – che divaricò le dita della mano di un detenuto fino a strappargli la carne – degli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e del medico Sonia Sciandra. Per quest’ultima la Cassazione aveva ridotto la pena, assolvendola solo dal reato di minaccia. Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. La pene erano però quasi integralmente coperte da indulto. Più volte è stato contestato il reato di tortura che però non è previsto nel nostro Ordinamento e avrebbe evitato l’estinzione del reato.bolzaneto
Ma per momento almeno il governo afferma di aver “riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura”. Con l’accordo inoltre, si legge nelle decisioni della Corte, il governo si impegna anche “a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine”.

Garanzia giovani. Corte Conti Ue: “Stage inutili”

neetLa Corte dei Conti europea afferma ciò che molti in Italia, soprattutto giovani, avevano capito da tempo: il programma «garanzia giovani» non funziona.
la Corte dei Conti europea ha bocciato il programma su cui l’Unione ha puntato per
alleviare l’enorme fardello della disoccupazione giovanile.
La critica è puntualizzata in un rapporto molto dettagliato che analizza l’attuazione dello schema di aiuto per i giovani in sette Paesi. Con risultati più o meno simili, che hanno portato la Corte alla conclusione che a tre anni dall’adozione del progetto “le aspettative non sono state rispettate”. Per quanto riguarda l’Italia non tutta la platea dei giovani ‘inattivi’ (NEET), cioè senza impiego e non occupati a studiare, è stata raggiunta. Alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non hanno saputo mettere in piedi un sistema di classificazione adeguato. Il nostro Paese ha deciso di mettere in piedi un nuovo database, ignorando quelli già esistenti. I giovani devono dunque iscriversi su questa nuova piattaforma, una cosa che, osservano gli esperti, li ha scoraggiati, oltre a creare un “inutile” aggravio burocratico: secondo i dati dello studio, prima della Garanzia Giovani i Neet registrati nei database dei disoccupati erano 925mila, cioè il 38% dei totali, percentuale precipitata al 2% nel 2014 e risalita ad appena il 9% nel 2015. L’Italia non ha previsto nessuna forma di incentivo, aggiungono gli addetti ai lavori, come invece accaduto in Irlanda, che ha dato ai ragazzi un piccolo sussidio. Inoltre il programma punta tutto sui tirocini che vengono poi pagati in ritardo, avvenuti in media dopo 64 giorni. Infine non si è riusciti con Garanzia giovani a offrire una proposta di lavoro di buona qualità in tempi ragionevoli agli iscritti al programma, nel 54% dei casi solo tirocini per chi è riuscito a superare una selezione articolata in ben quattro fasi diverse. Va anche registrato che, dal punto di vista dei precari, si è rinunciato alla partecipazione ai progetti a causa della carenza delle prospettive lavorative.
Altra nota stonata è quella relativa al fattore economico: l’Italia non ha fatto una valutazione di quanto sarebbe costato far funzionare bene il progetto.
Irlanda, Spagna, Francia, Croazia e Portogallo sono gli Stati membri che, insieme all’Italia, sono stati oggetto dell’analisi della Corte dei conti. L’esito delle loro ricerche lo sintetizza Iliana Ivanova, una delle responsabili del report: “Al termine del primo semestre 2016, oltre quattro milioni di giovani europei sotto i 25 anni erano ancora disoccupati. I responsabili delle politiche dovrebbero fare in modo che i programmi volti ad aiutare i giovani non suscitino aspettative che non possono essere soddisfatte”.
E se per quanto riguarda il nostro Paese c’è chi sostiene che la disoccupazione giovanile sia diminuita ciò è dovuto all’invecchiamento della popolazione, ovvero quelli che erano considerati giovani disoccupati ora… non sono più giovani. Infatti dati alla mano: tra il marzo del 2013 e lo stesso mese del 2016, i giovani italiani senza lavoro né studi in corso sono diminuiti di 32mila unità (da 2 milioni e 289mila a 2 milioni e 258mila), a fronte, però, di una riduzione della popolazione giovanile di 120mila persone (da 9 milioni e 286mila a 9 milioni e 165mila).

Tav: Cassazione, assalto Chiomonte non è terrorismo

chiomonteLa protesta dei No Tav in Val di Susa non ha il connotato dell’azione terroristica volta a condizionare le decisioni dello Stato sull’alta velocità: lo ha definitivamente deciso la Cassazione respingendo il ricorso della Procura di Torino che insisteva nel sostenere questa accusa nei confronti di quattro attivisti (Claudio Alberti, Niccolò Blasi, Chiara Zenobi e Mattia Zanotti) che avevano lanciato molotov contro il cantiere di Chiomonte. Confermata per i quattro la condanna a tre anni e sei mesi per altri reati. In realtà i quattro imputati erano già stati scagionati a più riprese dalla Cassazione (nelle impugnazioni delle misure cautelari) dall’accusa di terrorismo.

L’assalto a Chiomonte avvenne la notte tra il 13 e il 14 maggio del 2013 e si concluse in brevissimo tempo con il danneggiamento di un compressore, senza feriti. I lavori per il sondaggio geodetico furono interrotti solo per mezz’ora. I quattro imputati non hanno fatto ricorso contro la condanna e hanno già scontato quasi tutta la pena ai domiciliari. Nel chiedere il rigetto del ricorso della Procura di Torino, l’avvocato Claudio Novaro aveva sottolineato che “non si può considerare terrorismo tutta l’opposizione sociale” e che l’assalto a Chiomonte “non era un’azione in grado di far retrocedere lo Stato”. Il Pg della Cassazione voleva invece un nuovo esame della vicenda.

Martelli, “crasti” socialisti che fecero guerra alla mafia

martelli falconeSi celebra oggi la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Migliaia di persone, circa 25mila, a Locri stanno sfilando per ricordare le vittime innocenti della mafia, ma anche, dopo l’ennesima sfida delle cosche, per ribadire una volta di più il no a ogni forma di criminalità e di sopraffazione.
In testa al corteo ci sono i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest’anno: “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi. A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia.
“Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell’ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare”, ha commentato don Luigi Ciotti dopo le scritte offensive comparse ieri a Locri.
“Ci vuole una rivoluzione culturale, etica e sociale – ha detto don Ciotti – che ancora manca nel nostro Paese perché non è possibile che da secoli ancora parliamo di mafia”.
La sfida che la ‘ndrangheta ha lanciato allo Stato nelle scorse ore per mano di ignoti hanno attaccato il presidente di Libera don Ciotti, promotore della Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie, vergando con una bomboletta spray su tre muri cittadini scelti non a caso, frasi come “Don Ciotti sbirro, più lavoro meno sbirri”, “Don Ciotti sbirro, siete tutti sbirri”, “Don Ciotti sbirro e più sbirro il Sindaco”. Sono comparse sui muri del Vescovado, dove don Ciotti è ospitato in questi giorni; su quelli di una scuola media e di un centro di aggregazione giovanile. Messaggi in stile tipicamente ‘ndranghetista, ne è convinto il procuratore antimafia di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho.
Tuttavia a iniziare una guerra contro il veleno mafioso che attanagliava l’Italia e in particolar modo la Sicilia, che ha negli anni scosso l’opinione pubblica fino a far parlare e disinnescare l’omertà della mafia, furono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma se il nome di Giovanni Falcone è ormai scolpito nella coscienza collettiva italiana, così non è per Claudio Martelli, che da Guardasigilli diventa il principale sostenitore del magistrato Giovanni Falcone, che viene da lui chiamato al Ministero a dirigere la Direzione Generale degli Affari Penali. In quel periodo Martelli e Falcone lavorarono al progetto della Superprocura antimafia. La vicinanza di Giovanni Falcone a Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da parte del PCI/PDS e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: quest’ultimo sferrò un attacco personale a Falcone durante il programma televisivo “Samarcanda”, accusandolo di “tenere nei cassetti i dossier”. La nomina di Falcone all’UAP fu peraltro valutata negativamente dall’Associazione Nazionale Magistrati.
La cosiddetta “superprocura” scatena la reazione della magistratura organizzata e dell’opposizione di sinistra, un fuoco di sbarramento che si intensifica quando Martelli propone nell’incarico proprio Falcone. “Solitaria eccezione, e per questo ancora più coraggiosa, fu il sostegno esplicito che ricevemmo da Gerardo Chiaromonte, consapevole dell’avversione di gran parte del suo partito nei confronti di Falcone”. Questi è accusato di non offrire garanzie di indipendenza, in quanto legato al ministero. Il Csm infatti nomina procuratore nazionale Agostino Cordova, ma Martelli si oppone, blocca la procedura e, forte di un precedente pronunciamento della Corte costituzionale, impone Falcone stesso.
Nonostante tutte le iniziative e le lotte portate avanti, le risposte dello Stato che diresse contro i boss, Martelli sembra soffrire di una condanna della memoria: è stato il ministro della Giustizia che più di ogni altro ha rischiato e si è battuto contro la mafia e la criminalità organizzata; è stato anche – non c’è possibilità di equivoco su questo – l’uomo politico operativamente e umanamente più vicino a Falcone. Eppure verrà ricordato, dai più, come un partitocrate di dubbia onestà.
Nella memoria vengono ricordati più alcuni pentiti come Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza che lamentarono – nelle loro confessioni di un decennio dopo – che “quei quattro “crasti” socialisti (…) prima si erano presi i nostri voti, nell’87, e poi ci avevano fatto la guerra”. L’addebito fu risolutamente respinto da Martelli, che si è sempre riconosciuto solo nella seconda parte della frase, quella per cui lui stesso dice di sé: “sono io uno di quei “crasti” (cornuti) socialisti che hanno fatto la guerra alla mafia”.
Pochi invece sanno che nel mirino della mafia era finito anche Claudio Martelli, insieme a Maurizio Costanzo. Inizialmente il giudice Falcone doveva essere ammazzato in un ristorante che frequentava a Roma mentre Martelli in via Arenula, dove c’era la sede del ministero di Grazia e Giustizia. Una volta a Roma, il commando iniziò a fare dei sopralluoghi facendo però confusione e scambiando il ristorante “Il Matriciano” per “La Carbonara”, dove Falcone era solito andare.
Claudio Martelli nelle sue azioni a sostegno di uno Stato che si batte contro le cosche è stato però fatto ‘fuori’ dallo stato stesso e dalla politica. “Io e Scotti fummo rimossi perché avevamo esagerato”. Aveva affermato l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, durante la deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, spiegando la decisione di spostare lui e Vincenzo Scotti dai dicasteri della Giustizia e del Viminale a luglio del 1992. “Io mi impuntai”, aveva detto ricordando il suo rifiuto di lasciare via Arenula. Secondo il teste c’era una chiara intenzione politica di punire l’azione antimafia sua e di Scotti: lo scioglimento di diversi Comuni, alla legislazione antiracket, a quella sui pentiti. Il particolare confermerebbe i sospetti dei magistrati che vedono al cambio al vertice del Viminale non una semplice decisione politica ma un segnale lanciato dallo Stato a Cosa nostra.

Equitalia, fino al 21 aprile si potranno rottamare cartelle

Il Governo provvede a dare una boccata d’ossigeno agli italiani per rottamare le proprie cartelle con Equitalia.

equitalia_fgIl governo varerà nei prossimi giorni un decreto legge per prorogare al 21 aprile l’adesione alla ”definizione agevolata delle cartelle Equitalia”, cioè della cosiddetta rottamazione. Lo si apprende da fonti del Mef, Ministero dell’Economia, dopo che l’emendamento al Dl terremoto per spostare i termini di adesione è stato dichiarato inammissibile. Il decreto – spiegano le fonti del Mef – sarà varato nei prossimi giorni e sposta la data di adesione ora fissata al 31 marzo. Viene inoltre ricordato che la rottamazione riguarda anche i ruoli degli altri enti che hanno aderito pur non avendo affidato la riscossione ad Equitalia.

Nel decreto legge troverebbe posto anche il contenuto dell’emendamento Sibilia (M5S) che consente il rilascio di un Durc provvisorio alle imprese che aderiscono alla rottamazione.
La rottamazione consiste in una sanatoria delle cartelle esattoriali, multe comprese, ma anche le notifiche di accertamento dell’Agenzia delle Entrate su Irpef, Irap, Ires, contributi previdenziali e Inail e Iva, esclusa quella da import.

Intanto l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, è stato nominato commissario straordinario per gli adempimenti propedeutici all’istituzione della nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione, che subentrerà a Equitalia dal primo luglio. Lo prevede il Dpcm del 16 febbraio pubblicato in Gazzetta ufficiale che fissa la data dell’incarico fino al 30 giugno 2017. Il commissario avrà anche il compito di assicurare la piena operatività del nuovo ente pubblico economico.

Torino. Licenziato dopo 27 anni, l’azienda ci ripensa

fim_fiom_uilm_fgDopo lo sciopero degli altri operai e la notizia messa in rilievo dalla stampa, ora la Oerlikon Graziano sul licenziamento dell’operaio ammalato e licenziato ci sta ripensando: “Stiamo valutando la vicenda”, dicono dal quartier generale svizzero di Pfafflikon, sul lago di Zurigo. Il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, ha spiegato che “i rappresentanti locali della multinazionale svizzera mi hanno assicurato di voler ritirare la loro decisione che presentava tratti di disumanità inammissibili”.

Una storia che ha il sapore di fabbrica da Ottocento con relativi diritti cancellati. Antonio Forchione, 55 anni, di Rivoli, licenziato al rientro in fabbrica otto mesi dopo un trapianto al fegato. L’uomo era un operaio della Oerlikon Graziano di Rivoli-Cascine Vica, alle porte di Torino, che ha circa 700 dipendenti a Rivoli, oltre 1.500 in Italia.
“Mi avevano dato sei mesi di vita. Poi ho subìto un trapianto e l’operazione è andata bene”, afferma e aggiunge: “È una vergogna essere trattati così dopo 27 anni. Io all’azienda ho dato davvero tanto”. “Mi hanno fatto una visita e mi hanno dichiarato inabile, mi hanno costretto a tre settimane di ferie forzate. Poi lunedì scorso mi è arrivata la lettera di licenziamento”, racconta. “Sono un operaio universale, ci chiamano così ora. Ho sempre lavorato su tre turni. Dicono che ora non posso più fare il lavoro che facevo e non sanno che mansione affidarmi. Non c’è nessuna posizione per me, ero anche disposto a un demansionamento, avrei accettato di fare qualunque cosa, fotocopie in un ufficio o il fattorino”. L’operaio farà causa all’azienda per ottenere un risarcimento, gli mancano cinque anni alla pensione.
Fim, Fiom e Uilm dopo la notizia hanno proclamato subito uno sciopero di due ore su tutti i turni, a cui hanno aderito anche i lavoratori dello stabilimento di Luserna San Giovanni. È il terzo caso simile – accusano i sindacati – dopo quello di due delegati Fiom nelle fabbriche di Bari e di Sommariva Bosco.
“Si tratta – afferma Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera – di un gesto riprovevole, che non ha alcuna possibile spiegazione, se non quella di un tipo di gestione aziendale irresponsabile. Nel licenziare Antonio Forchione, al quale va tutta la mia vicinanza e la mia solidarietà, la Oerlikon ha dimostrato di non tener conto dei più elementari diritti dei lavoratori. Ci auguriamo dunque che l’azienda ritorni sui suoi passi e si sforzi di trovare una soluzione adeguata alle attuali condizioni fisiche del lavoratore, dal momento che quello dell’azienda è in questo caso un comportamento discriminatorio”.
“Bene dunque hanno fatto le organizzazioni a indire uno sciopero di due ore su tutti i turni. Oltre che un gesto utile a spingere l’azienda a rivedere la sua decisione, i lavoratori hanno compensato con la loro solidarietà la vergognosa mancanza di umanità di cui si è macchiata la Oerlikon”, ha concluso Damiano.
Per il ministro del Lavoro Giuliano Poletti “è una cosa inconcepibile, inaccettabile, sbagliata”. “Se una persona ha una situazione come questa – ha aggiunto – l’azienda si deve prendere la responsabilità di garantirgli un’opportunità. Se le notizie dei giornali corrispondono alla verità, è un errore molto grave che l’azienda deve immediatamente recuperare”.

Ilva. Slitta termine offerte. Processo resta a Taranto

ilva cimiteroSono giornate importanti per l’Ilva. Da una parte la scadenza delle offerte per la cessione dello stabilimento siderurgico, dall’altra l’annosa questione ambientale, senza dimenticare il processo “Ambiente svenduto” a carico dei Riva. Questa mattina le segreterie territoriali di Fim, Fiom e Uilm hanno incontrato a Taranto, su sua convocazione, il vice ministro al Ministero dello Sviluppo Economico, Teresa Bellenova, per un confronto legato alla gestione della fase di cessione degli stabilimenti Ilva s.p.a., presente anche l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Inoltre i segretari generali di Fim, Fiom, e Uilm, Valerio D’Alò, Giuseppe Romano e Antonio Talò, insieme ad alcune RR.SS.UU. operanti nel sito siderurgico tarantino, hanno affrontato varie tematiche
relative alla situazione Ilva. Al momento però è stato prorogato dal 3 al 6 marzo il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione degli asset dell’Ilva. La proroga è stata concessa dai Commissari su richiesta delle due cordate concorrenti. Si tratta della terza proroga di un termine comunque non perentorio. A Mumbai, intanto, il presidente del gruppo Jsw che corre per aggiudicarsi l’Ilva di Taranto, Saijan Jindal, ha detto che se il consorzio Acciai Italia si aggiudicherà l’Ilva “probabilmente ci sarà qualche riduzione dei posti di lavoro e ne parleremo con i sindacati. Ma abbiamo intenzione di portare la produzione a dieci milioni di tonnellate l’anno (dagli attuali sei, ndr). Allora genereremo posti di lavoro”. Jindal ha assicurato che “faremo dell’Ilva uno degli stabilimenti più puliti” e che gli agenti cancerogeni “si possono minimizzare”. “Le particelle polverose saranno riciclate nel giro di due anni – ha spiegato – e in cinque anni ridurremo l’utilizzo del carbone.
Nel frattempo però gli avvocati delle parti civili nel processo ‘Ambiente svenduto’ hanno chiesto la revoca della facoltà d’uso dell’intera area perché l’Ilva “inquina ancora”. Teresa Bellanova e Matteo Renzi oltre ai rappresentanti sindacali degli operai Ilva hanno incontrato un gruppo di avvocati che ha chiesto alla magistratura di fermare la fabbrica e revocare la facoltà d’uso dell’intera area a caldo, sequestrata dalla gip Patrizia Todisco a luglio 2012 perché ritenuta fonte di malattie e morte. “L’Ilva non rispetta l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) e secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale va fermata” è scritto nell’istanza presentata alla corte d’assise di Taranto dai legali di associazioni ambientaliste (Peacelink, Fondo antidiossina, Altamarea, Assoconsum), del partito dei Verdi e di circa 500 cittadini costituiti parti civili al processo “Ambiente svenduto”. Tra questi anche la famiglia Fornaro, il cui allevamento fu abbattuto perché contaminato da diossina.
Inoltre la Corte d’Assise del capoluogo pugliese ha stabilito che resterà a Taranto il processo “Ambiente svenduto” e sfuma la possibilità che i Riva patteggino. La Corte ha rigettato tutte le eccezioni della difesa, in particolare quella dell’avvocato di Nicola Riva, Pasquale Annicchiarico, che chiedeva il trasferimento del processo a Potenza (sede competente a decidere i casi nei quali sono coinvolti magistrati tarantini) perché riteneva parti offese nel processo sia il collegio giudicante sia i pubblici ministeri.
L’altra importante novità è la posizione dell’ex Riva Fire, società del gruppo, oggi denominata “Partecipazioni industriali”. La Corte ha respinto la richiesta dell’avvocato difensore, Massimo Lauro, in attesa della definizione del patteggiamento e del rientro in Italia del “tesoretto” dei Riva, circa 1,3 miliardi, sono ancora nel paradiso fiscale di Jersey. Due dei 47 imputati, e cioè le società Ilva e Riva Forni Elettrici (la prima in amministrazione straordinaria e commissariata da giugno 2013, la seconda, invece, rimasta nella gestione dei Riva) escono dal processo e approdano con la loro istanza di patteggiamento ad un nuovo collegio giudicante. Una terza società che voleva seguire lo stesso percorso, l’ex Riva Fire, a fine 2016 ridenominata «Partecipazioni Industriali», resta invece nel processo e non potrà più patteggiare perché il dibattimento si è aperto da ieri pomeriggio.

Dj Fabo è morto. Ora Cappato rischia il carcere

faboQuella di Fabo, è stata definita “una lezione di dignità”, ha deciso infatti di morire in Svizzera, in una clinica per ricevere il suicidio assistito: “Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato con le mie forze e non grazie all’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha voluto salvarmi da questa vita, un inferno di dolore, di dolore, di dolore”, nelle sue ultime parole Fabo ringrazia Marco Cappato, politico e difensore dei diritti civili. Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, il dj cieco e tetraplegico, aveva chiesto alle Istituzioni di intervenire per regolamentare l’eutanasia e permettere a ciascun individuo di essere libero di scegliere fino alla fine. Di qui un video-appello al presidente della Repubblica, realizzato grazie all’aiuto della sua fidanzata e dell’Associazione Luca Coscioni. Ma nessuna risposta da parte della politica, nonostante la mobilitazione dell’opinione pubblica. Sono stati oltre 67mila i cittadini italiani che hanno sottoscritto la proposta di legge sull’eutanasia (e altre 40mila firme sono state raccolte online) e il 13 settembre 2013 la pdl è stata depositata in parlamento. Tuttavia nelle Aule del parlamento italiano non è stato mai discusso questo tema, e perdipiù anche la legge sul testamento biologico è arenata in parlamento, anche se quest’ultima dovrebbe approdare in aula il prossimo il 6 marzo.
Fabo, dal suo primo appello a Mattarella era diventato un simbolo, ricorda Filomena Gallo, dell’Associazione Coscioni: “Ha voluto lui così, ci ha cercato e ha scelto di condurre una battaglia pubblica. Ha chiesto l’aiuto di Marco Cappato per arrivare in Svizzera, per affermare il diritto inalienabile alla libertà individuale”. Anche di fronte, attacca Gallo, “a un Parlamento che sceglie di non scegliere, che neanche discute le proposte di legge per l’eutanasia legale, e costringe un italiano ad andare a morire da solo, senza il suo Stato”. Le ultime parole di Fabo sono state comunque di gioia: “Ci ha detto che si sentiva finalmente libero, e ci era arrivato con le sue forze, con la sua tenacia, la sua dignità”.
Ma proprio Cappato che lo ha aiutato a porre fine alle sue sofferenze, ora rischia fino a 12 anni di carcere. Infatti mentre nei casi di Welby ed Englaro era stato lo stop alle terapie che tenevano in vita i pazienti a determinarne la morte, per la legge italiana la morte di Fabo invece costituisce un vero e proprio reato. L’eutanasia, infatti, è considerata un intervento attivo, senza il quale il paziente, seppure in condizioni drammatiche, sopravviverebbe. “La decisione di Fabo che ha scelto di andate a morire in Svizzera merita profondo rispetto, ma non c’entra nulla con la legge sul testamento biologico che siamo per approvare in Parlamento”.  Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera, e coordinatrice dell’intergruppo parlamentare sul testamento biologico. “Il provvedimento in esame, infatti, non riguarda assolutamente l’eutanasia e anche in caso di una sua approvazione, per Fabo non sarebbe cambiato nulla. Questo caso però deve far riflettere quanti stanno facendo un feroce ostruzionismo nelle Commissioni per impedire che il testo arrivi in Aula. È ora di rendersi conto che oltre il 70% degli italiani chiede di poter avere il diritto di scegliere come curarsi non solo quando è nelle sue piene facoltà, ma anche quando non sarà più in condizioni di esprimere la propria volontà. Si tratta di una legge di civiltà che da molti anni, troppi, stiamo aspettando”.
L’articolo 580 del codice penale italiano infatti recita chiaramente: “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio”.
Cappato “rischia 12 anni di carcere”, ha detto a Sky Tg24 Filomena Gallo che ha sottolineato come Cappato si sia “preso la responsabilità” di tale atto e ha ricordato come molti malati siano “costretti ad emigrare per ottenere l’eutanasia e ciò è discriminatorio anche per i costi che ciò richiede, fino a 10mila euro”.
“La scelta coraggiosa di Fabo è la conseguenza della mancanza di coraggio di questo Parlamento. Abbiamo  costretto un nostro concittadino a far valere il suo diritto a morire con dignità altrove. Per sentirsi libero”. Così Maria Pisani, portavoce del PSI, che sottolinea: “Il cuore della libertà è rappresentato dal diritto di definire il proprio concetto di esistenza. La scelta di Fabio non è il trionfo della morte sulla vita- ha proseguito-  ma il rispetto della vita umana come bene indisponibile. Libertà di essere, libertà di scegliere, lo ripetiamo  con il Segretario del PSI, Riccardo Nencini, da anni. Nessuno sembra voler capire”, ha aggiunto. “È già vergognoso che la legge sul testamento biologico abbia subito l’ennesimo rinvio. La scelta di Fabo serva almeno per scuotere un Parlamento miope”, ha concluso.
Dall’Associazione Coscioni intanto arrivano le critiche per una politica sempre più lontana dai diritti dei suoi cittadini: “Fabo è evaso dalla gabbia della sua lunga notte senza fine, ma per farlo è stato costretto all’esilio, ad abbandonare la propria casa, la propria patria, e subire un doloroso viaggio di ore verso un Paese straniero che riconosce diritti negati in Italia”. L’Associazione Luca Coscioni ricorda che “da 11 anni combatte affinché il Parlamento dia una risposta alle richieste dei cittadini e intervenga per colmare il vuoto normativo sul fine vita e nel 2013 ha depositato la proposta di legge di iniziativa popolare Eutanasia Legale”. “L’esilio della morte è una condanna incivile”, afferma l’Associazione.
“Compito dello Stato è assistere i cittadini, non costringerli a rifugiarsi in soluzioni illegali per affrontare una disperazione data dall’impossibilità di decidere della propria vita e della propria morte. Le testimonianze delle persone che hanno vissuto direttamente questo problema hanno fatto maturare un’opinione pubblica favorevole alla regolamentazione del fine vita e questo ha fatto fare grandi passi avanti alla magistratura. La politica invece sembra incapace di dare una risposta ai cittadini, ma deve comprendere che il vuoto normativo porta all’illegalità”.
Il videomessaggio di Fabo lanciato su Twitter con cui ha voluto render note le sue sofferenze che lo hanno portato alla scelta di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera