BLOG
Liberato Ricciardi

Contro razzismo verso i rom. Da Mattarella ai cattolici

salvini romL’opposizione arriva da dove (quasi) non te l’aspetti. Contro la politica discriminatoria del leader della Lega, Matteo Salvini, sta facendo ‘muro’ la stampa cattolica e il Clero. Una copertina inconsueta Famiglia Cristiana la dedica al ministro degli Interni che vuole istituire il crocefisso obbligatorio in tutti gli istituti e gli edifici pubblici.
Una mano che si leva verso il volto del Vicepremier; sotto, il titolo: ‘Vade retro Salvini’. ‘Niente di personale o ideologico. Si tratta di Vangelo’, precisa il settimanale che, dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare, fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana, ‘contro certi toni sprezzanti e non evangelici’.
“L’accostamento a Satana mi sembra di pessimo gusto. Io non pretendo di dare lezioni a nessuno, sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma non penso di meritare tanto”, ha commentato il ministro degli Interni.

salvini_cristiana
Dopo l’affondo di ieri di “Famiglia cristiana” oggi è la volta di “Avvenire” che attacca invece Salvini sul caso rom: “Nessun uomo è mai un parassita”. Con questo titolo, il quotidiano della Cei contesta le ultime dichiarazioni del ministro sui rom. In un editoriale in prima pagina, Marco Impagliazzo, il presidente della Comunità di Sant’Egidio scrive: “Lascia perplessi il linguaggio di un importante ministro della Repubblica a proposito di una minoranza variegata presente in Italia da tempo, quella dei rom: parlare come ha fatto Salvini di 30.000 persone che si ostinano a vivere nella illegalità, definendole sacca parassitaria, suona pregiudiziale verso una intera comunità, oltre che non corrispondente alla realtà”.
Impagliazzo sottolinea che “le parole sono importanti, hanno un valore e un peso. Se si tratta di personaggi pubblici, addirittura di figure istituzionali, l’uso delle parole è ancora più delicato perché vengono diffuse, amplificate, giungono alle orecchie di un pubblico vasto. Queste parole possono influenzare le opinioni pubbliche e spesso sono dette proprio a questo scopo”. Il presidente della S.Egidio inoltre ricorda che “la definizione parassiti è stata utilizzata per gli ebrei e chi conosce la Storia sa che da questa e altre definizioni si è passati a emarginare e poi considerare nemica quella minoranza, con le conseguenze tragiche che sappiamo. Dove ci sono problemi di illegalità – osserva Impagliazzo – li si affronti come prevede la legge”.
Non è un caso infatti che questo clima di odio abbia portato al ferimento ‘accidentale’ di una bambina rom di appena 13 mesi che ora rischia di rimanere paralizzata. A spararle un italiano di 59 anni, ex impiegato del Senato, l’uomo che ha sparato alla bambina rom da un balcone martedì scorso a Roma, con una arma ad aria compressa, da softair, si è difeso sostenendo di ‘provare’ l’arma.
“L’Italia non può somigliare a un Far West dove un tale compra un fucile e spara dal balcone ferendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro. Questa è barbarie e deve suscitare indignazione”. Afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della cerimonia del Ventaglio al Quirinale.
“Il veleno del razzismo continua a insinuarsi nella fratture della società e in quelle tra i popoli. Crea barriere e allarga divisioni”, è stato il monito del capo dello Stato ieri  proprio nel giorno in cui in un vertice al Viminale il ministro dell’Interno Matteo Salvini incontra la sindaca di Roma, Virginia Raggi, per parlare di campi rom (“da superare”) e a Roma in queste ore è in atto la vicenda del Camping river.  Lo sgombero del campo, programmato dal Campidoglio per martedì, è slittato inizialmente per un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, inoltrato da tre residenti, con l’organismo di Strasburgo che ha chiesto al governo italiano uno stop delle operazioni fino a domani. Ieri, durante un vertice tra la sindaca Virginia Raggi e il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, il titolare del Viminale ha garantito il supporto del governo all’operazione.

Cdp, Rai e Copasir. Domani inizia la ‘lottizzazione’

bossi_bianche_gallarate_ansaA quaranta giorni dal nuovo Esecutivo ancora nessuna legge emanata, ma nel campo delle cariche pubbliche è già tutto pronto sul tavolo per domani. Una giornata intera in cui si stabiliranno le nuove poltrone pubbliche ad emanazione del Governo: assemblea Cdp, presidenza del Copasir (la commissione parlamentare di garanzia sui servizi segreti), commissione di vigilanza sulla Rai e voto in Parlamento per l’elezione di 4 consiglieri del Cda di Viale Mazzini che per la prima volta – dopo la riforma Renzi – saranno eletti da deputati e senatori (due per ciascuna delle Camere).
Mentre sul versante delle nomine per le ‘minoranze’ sembra ormai cosa fatta: alla guida del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica dovrebbe andare il dem Lorenzo Guerini e la vigilanza Rai ai Forzisti (Maurizio Gasparri o Alberto Barachini), nulla di fatto invece per il Copasir e il Cda di Viale Mazzini. Per il suolo di presidente della Cdp a Matteo Salvini piacerebbe Marcello Sala, ex Sea e liquidatore della banca della Lega Credieuronord. Il ministro dell’Economia Tria, tuttavia, preferirebbe un nome di maggiore esperienza come quello di Dario Scannapieco (ex Tesoro e ore vicepresidente Bei), i grillini più movimentisti vorrebbero invece Fabrizio Palermo, attuale Cfo della Cassa.
L’accordo non ancora raggiunto su Cassa Depositi e Prestiti è legato a quello mancato sul Cda di Viale Mazzini. La maggioranza gialloverde non ha ancora raggiunto l’intesa e gli iscritti di Rousseau saranno chiamati a votare per scegliere il nome del candidato pentastellato. Cinque i nomi, tra i 200 curricula giunti in Parlamento, che i vertici del Movimento propongono ai militanti: Paolo Cellini, Beatrice Coletti, Paolo Favale, Claudia Mazzola, Enrico Ventrice. Depennati dunque giornalisti più noti come Michele Santoro e Giovanni Minoli.
Per la presidenza della Tv di Stato invece cresce l’ipotesi di insediare Giovanna Bianchi Clerici, la giornalista varese voluta dalla Lega, al vertice in sostituzione di un’altra donna, Monica Maggioni.

Caporalato, male diffuso: 50% dei braccianti in nero

caporalatoUn fenomeno che purtroppo unisce tutta l’Italia. Dalle vigne piemontesi fino alle campagne calabresi, il fenomeno del Caporalato è in continua espansione e va a braccetto con quella che è considerata immigrazione clandestina, ovvero coloro che non riescono ad avere un permesso di soggiorno. Dagli ultimi dati raccolti dall’osservatorio Placido Rizzotto della Flai–Cgil in Italia sono tra 400 e 430 mila i lavoratori irregolari impiegati soltanto nel settore agricolo, di cui 100 mila versano in condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Lo stesso Osservatorio Placido Rizzotto ha lanciato ‘Sos caporalato’, la campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori nel settore agroalimentare, a livello nazionale. L’obiettivo è quello di raccogliere, tramite numero verde (800-199-100) e social, le denunce di quanti lavorano in condizioni di sfruttamento e illegalità nell’agroalimentare.
Il Caporalato nelle nostre campagne è una realtà che, nonostante le operazioni messe a segno dalle forze dell’ordine, continua ad essere presente nel nostro paese. Altri dati preoccupanti arrivano dal rapporto annuale dell’ispettorato nazionale del lavoro del 2017. Il 50% dei braccianti agricoli in Italia lavora in nero, non sono solo migranti e clandestini, ma anche italiani che non trovano altri lavori e che sono costretti così ad accettare questo tipo di sfruttamento. 7.265 ispezioni hanno portato ad accertare la presenza di 5.222 lavoratori irregolari, di cui 3.549 in nero per un tasso di irregolarità pari al 50%.
Le associazioni umanitarie sono impegnate nella lotta al caporalato ma spesso sono costrette a scontrarsi con la diffidenza di chi viene sfruttato e che preferisce avere paghe da fame e vivere in condizioni precarie invece che denunciare i propri sfruttatori.
Nel frattempo oggi è stato registrato un altro caso di caporalato a Casaloldo, nell’Alto Mantovano. Qui, nel corso dei controlli a tappetto compiuti nelle aziende agricole, una pattuglia dell’arma ha scoperto in un’azienda agricola tre addetti senza copertura contrattuale, uno dei quali anche clandestino.
Mentre nei giorni scorsi c’è stata l’udienza preliminare a carico dei 13 indagati nel Cosentino che sfruttavano i migranti ospiti dei CAS e li impiegavano illegalmente come manodopera nelle aziende agricole. I migranti erano costretti a firmare il foglio delle presenze nel Cas, mentre in realtà venivano mandati a lavorare dalle 6:00 alle 17:00 nei campi a raccogliere fragole e patate per 0,90 centesimi l’ora. Se ritenuti troppo lenti venivano anche percossi con calci, schiaffeggiati e insultati.

Salvini si appella al Quirinale e Bossi lo imbarazza

matteo salviniDopo la sentenza della Cassazione sui fondi pubblici rubati dalla Lega, il leader Matteo Salvini alza lo scontro, prima attacca i magistrati, poi passa a ‘tirare la giacchetta’ al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Giustificando il suo appello al Quirinale perché a suo dire si tratterebbe di una sentenza che vuole cancellare il partito e parlando di grave attacco alla democrazia e alla Costituzione. “È evidente – afferma Salvini – che c’è qualche giudice che fa politica. Cercano di metterci fuori legge”.
Dal Colle non arriva nessun commento, anche perché oggi e domani Sergio Mattarella è in Lituania per la Visita di Stato del Presidente. Ma alle richieste di Salvini risponde direttamente l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati): “In merito al dibattito successivo alla sentenza emessa dalla Suprema Corte di Cassazione relativa al sequestro di somme di un movimento politico, l’Associazione Nazionale Magistrati ribadisce con forza che i magistrati non adottano provvedimenti che costituiscono attacco alla democrazia o alla Costituzione, nè perseguono fini politici, ma emettono sentenze in nome del popolo italiano, seguendo principi e regole di diritto di cui danno conto nelle motivazioni”. E inoltre sull’appello al Capo dello Stato precisa: “L’evocare un possibile intervento del Capo dello Stato nella vicenda – prosegue l’Anm – risulta essere fuori dal perimetro costituzionale, così come le modalità con cui il dibattito si è alimentato creano confusione e rischiano di produrre effetti distorsivi sui precisi confini, fissati dalla Costituzione, tra la magistratura, autonoma e indipendente, e gli altri poteri dello Stato. L’Anm rigetta ogni tentativo di delegittimare la giurisdizione e di offuscare l’imparzialità dei magistrati, principio costituzionale a difesa del quale continuerà sempre a svolgere la propria azione, auspicando che chiunque eserciti funzioni pubbliche abbia a cuore gli stessi fondamentali principi”.
Il nuovo Guardasigilli, Alfonso Bonafede, invita il Vicepremier ad abbassare i toni: “Tutti devono potersi difendere fino all’ultimo grado di giudizio. Poi, però, le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla Seconda Repubblica”.
Ma i toni del leader del Carroccio non sono piaciuti soprattutto al Senatùr che si è sentito di nuovo accusato indirettamente, sia dall’attuale segretario del suo Partito che ha affermato: “Se qualcuno dieci anni fa ha speso in maniera errata 300mila euro e verrà condannato in via definitiva, di quei 300mila euro, anche se non c’entro nulla, sono personalmente disposto a farmi carico”, sia dai suoi alleati di Governo. Luigi di Maio, capo politico M5S ha infatti puntato il dito contro il fondatore della Lega: “Questa cosa non mi crea imbarazzo perché riguarda lo scandalo di Bossi e del suo cerchio magico, non l’attuale Lega”.
Alle domande sui fondi della Lega lo storico leader della Lega ha risposto due volte indicando “chiedetelo ai servizi italiani”. Ma non mancheranno altre occasioni di rivalsa per il vecchio leghista che ha già imbarazzato l’attuale segretario leghista. L’ultimo episodio pochi giorni fa, mettendosi di traverso alla nuova linea ‘nazionale’ della Lega su cui ha lavorato il suo successore. Dopo lo storico raduno di Pontida a cui Bossi non ha partecipato, sui militanti del Sud, il Senatùr ha affermato: “Ho visto solo un sacco di gente interessata a essere mantenuta”.

Merkel ricuce strappo con la CSU, ma serve ok SPD

schulz merkel und seehofer beginnen beratungen ber groe koalitionContro tutti i pronostici che davano ormai per sconfitta la Cancelliera, Angela Merkel ‘passa’ anche questa e va avanti. Alla fine la Cancelliera ha ricucito lo strappo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer accettando l’istituzione di zone al confine per identificazione ed espulsione più rapida degli stranieri è già registrati in altri Paesi, per contrastare gli ingressi illegali in Germania.
L’intesa prevede un’applicazione rigidissima del regolamento di Dublino, quello che stabilisce che i profughi facciano domanda nel primo Paese di approdo in Europa, restando in quel Paese. Un vero punto a sfavore per l’Italia che è, e resta, geograficamente, il primo Paese comunitario in cui hanno ingresso i migranti.
Angela Merkel, dopo la serratissima riunione, ha parlato ieri sera di un “buon compromesso” che, “limita i flussi secondari che minacciano Schengen”. L’incognita resta ancora sul terzo partito della coalizione di governo, i socialisti tedeschi dell’Spd, che deve ancora far sapere se accetterà i termini dell’intesa. Tuttavia l’accordo pesa su Roma e sulla sua mancata diplomazia dimostrata nelle ultime settimane. Come si legge in un articolo di Tonia Mastrobuoni su Repubblica, nel punto 3 del documento sottoscritto da Cdu e Csu, i respingimenti interesserebbero i Paesi confinanti. “Nei casi in cui i Paesi rifiutino accordi amministrativi sui respingimenti diretti, il respingimento avviene al confine con l’Austria, in base a un accordo con l’Austria”. I profughi provenienti dunque dall’Italia, che si è rifiutata finora di sottoscrivere un’intesa bilaterale con Berlino, verranno bloccati direttamente al confine.
E mentre da Vienna Kurz si è detto pronto a serrare i confini, dall’Italia non arriva nessun commento dal Governo che più di tutti ha dato battaglia contro i migranti e che ora si ritrova pagato con la stessa moneta. Dai Paesi di Visegrad invece, nonostante il Vicepremier Salvini abbia più volte spalleggiato le iniziative dei Paesi dell’Est europeo, arriva un duro monito contro Roma. L’accordo raggiunto fra Angela Merkel e Horst Seehofer sui migranti è – secondo il premier ceco Andrej Babis – “il chiaro segnale che chi sbarca in Italia e Grecia non ha diritto di scegliere di vivere in Germania”. “Forse ora Italia e Grecia capiranno e chiuderanno le loro frontiere” ha twittato il primo ministro di Praga questa mattina, commentando l’accordo fra la cancelliera tedesca e il suo ministro dell’interno.
L’àncora di salvezza per Salvini che sulla questione migranti ha solo mostrato improvvisazione e inesperienza potrebbe arrivare inaspettatamente proprio dai socialisti tedeschi. I vertici dell’Spd non danno per scontato il loro assenso all’accordo CDU e CSU sui migranti. La presidente dell’Spd Andrea Nahles ha affermato: “Per adempiere al punto tre dell’accordo servono intese con l’Italia e con l’Austria. Ci prenderemo tutto il tempo che occorre”.
Mentre l’ex presidente del Parlamento europeo e già leader dell’Spd, Martin Schulz, non usa mezzi termini contro l’accordo e guarda in prospettiva europea: “L’epoca in cui si poteva ritenere che la Csu fosse un partito responsabile nei confronti dell’Europa è definitivamente finita”. Il consenso europeo viene sacrificato alle esigenze delle “urne in Baviera”. Per Schulz “non può accadere che un paio di persone fuori di testa che si insultano e si offendono reciprocamente per settimane, adesso vogliono che l’Spd deve decidere in 24 ore”.

Shaqiri, Xhaka e Lichtsteiner, il Kosovo pronto a pagare la multa

kosovariUn vero e proprio gesto ‘politico’ che non è affatto piaciuto, ne alla Serbia e ne tanto meno agli Svizzeri. Il gesto dell’Aquila per esultare per i gol alla Serbia, fanno discutere e riaccendono micce di triste memoria.
Xherdan Shaqiri ha segnato il 2-1 per la Svizzera contro la Serbia al 90′ ha festeggiato con il gesto dell’aquila, simbolo sulla bandiera albanese. Lo stesso aveva fatto dopo l’1-1 Granit Xhaka, altro nazionale svizzero nato da una famiglia kosovara, non solo, ma ai festeggiamenti politici si è unito anche Lichtsteiner, capitano della Svizzera che non ha origini in Kosovo, ma che ha fatto il gesto dell’aquila per esultare.
Entrambi i giocatori hanno tentato di sedare le polemiche e abbassare i toni, così come Mladen Krstajic, coach della Serbia, ha preferito stare lontano dalla polemica: “Non ho commenti. Io sono un uomo di sport e resterò tale”.
La Fifa, preso atto dell’avvenimento, ha deciso di non squalificare i tre giocatori, che verranno soltanto multati: 10.000 franchi svizzeri per gli autori dei gol, 5.000 per l’ex terzino della Juventus.
E mentre il gesto sembrava ormai pronto per finire nel dimenticatoio, adesso a riaccendere la miccia è il Kosovo che si è detto pronto a pagare le ammende inflitte dalla FIFA ai giocatori svizzeri Granit Xhaka, Xherdan Shaqiri e Stephan Lichtsteiner.
Una petizione online ha già raccolto quasi 12.000 euro in meno di 24 ore. Sta spopolando l’iniziativa popolare di fundraising lanciata on line per “ripagare la gioia portata a svizzeri e albanesi in tutto il mondo”
Mentre il ministro del Commercio e dell’Industria del Kosovo Bajram Hasani ha annunciato una donazione di 1.500 euro, il suo intero stipendio mensile. “Sono stati puniti solo perché non hanno dimenticato le loro radici, non hanno dimenticato da dove vengono”, ha osservato, citato dalla stampa locale. “Il denaro non può pagare per la gioia che Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri ci hanno dato festeggiando con il simbolo dell’ aquila nella partita tra la Svizzera e la Serbia”, ha aggiunto il ministro.

Rivolta M5S contro Di Maio, interviene Di Battista

di-battista-di-maioPronta la resa dei conti anche in casa pentastellata. Nel mirino c’è il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che a norma dello statuto del MoVimento è “capo politico”, colpevole non solo di aver permesso che la Lega fagocitasse il Movimento Cinque Stelle, ma anche per la gestione del partito da parte dell’attuale direttivo. Crescono i malumori soprattutto per le nomine di governo decise dal capo, già oggetto di critiche nell’ultima assemblea dei deputati, quella in cui era stato ratificato il nuovo direttivo. In cui soprattutto i nuovi eletti avevano lamentato di essere stati esclusi dall’esecutivo, a scapito dei veterani. E di non aver avuto voce in capitolo sui nomi del direttivo, di fatto calati dall’alto. E così avevano invocato “più condivisione”.
Da qui l’idea di una raccolta firme per cambiare gli statuti dei gruppi di Camera e Senato. Attualmente il nome del presidente del gruppo è “proposta” dal capo politico e quindi ratificata a maggioranza assoluta dai membri. Ma il capo, cioè Di Maio, conserva il potere di revocare il presidente e può proporgli i nomi che andranno a costituire il direttivo. Praticamente un dominus incontrastato.
Nel mirino dei cinquestelle però non c’è solo il Vicepremier, ma anche uno dei suoi fedelissimi, il suo braccio destro e oggi ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Nel frattempo torna a farsi sentire l’ex parlamentare grillino, Alessandro Di Battista, che dalle americhe lancia un nuovo messaggio a supporto del Movimento ormai oscurato completamente dall’altro Vicepremier, Matteo Salvini. “Trovo fuorviante incentrare tutto il dibattito politico esclusivamente sul tema dell’immigrazione. Questo sta facendo tirare un sospiro di sollievo a un mucchio di persone. Parlo dei colletti bianchi che delinquono, dei politici corrotti, di banchieri senza scrupoli, dei ras delle cliniche private, di criminali vari. Costoro gongolano nel vedere tutta questa attenzione concentrata su un solo tema. Costoro gioiscono nel constatare in Italia l’esistenza di una guerra tra poveri che non fa altro che alimentare il loro potere”. Poi parla proprio dei ministri grillini, salva solo Di Maio: “Dai ministri del Movimento 5 Stelle pretendo un atteggiamento di lotta ancora più ostinato. Quello che sta dimostrando Luigi tra l’altro, il quale combatte sempre come un leone”.
In ogni caso stupisce la continua ‘interferenza’ del Dibba, da un lato perché aveva annunciato la sua uscita di scena dalla politica, dall’altro perché è sempre stato l’altra faccia della medaglia dell’eletto Di Maio. Dibba, è stato sempre il “prescelto” nella leadership pentasteallata e rappresenta una parte notevole degli elettori e dei simpatizzanti M5S, quella barricadiera. Esattamente l’opposto della tenuta istituzionale di Di Maio.

Decreto dignità, Foodora apre a Di Maio

foodora.5591774“Da ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – aveva dichiarato Luigi Di Maio – ho tutta la volontà di favorire la crescita di nuove attività legate alla gig economy e nessuno vuole demonizzare le attività legate all’uso di piattaforme innovative. Ma ho il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore. I riders oggi sono il simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”. “Le innovazioni servono a far migliorare la qualità della vita dei cittadini e se si creano ingiustizie a scapito di giovani o meno giovani, spetta allo Stato intervenire con fermezza”. Per questo per Di Maio, “la mia intenzione è garantire da un lato le condizioni migliori per i lavoratori, dall’altro consentire alle aziende di operare con profitto per creare nuovo lavoro. Se lavoriamo insieme l’Italia diventerà il modello da seguire per le attività legate alle imprese che operano su piattaforme digitali. Ma sia chiaro. Non si accettano ricatti. I nostri giovani prima di tutto”.
Oggi la prima schiarita tra Luigi Di Maio e i rappresentanti delle piattaforme di food delivery riguardo alla tutela del lavoro dei rider, in un incontro dove “c’è stato molto dialogo e trasparenza”. Così come ha detto il ceo di Foodora, Gianluca Cocco, al termine del tavolo istituzionale con Di Maio. “Il ministro è stato molto positivo e anche noi penso che lo siamo stati. Siamo partiti col piede giusto”, ha aggiunto.
C’erano state infatti aspre critiche da parte dell’amministratore delegato di Foodora Italia che in una intervista rilasciata al Corriere delle Sera aveva ‘bocciato’ il decreto Dignità proposto da Di Maio giovedì scorso: “Se le anticipazioni fossero vere, le piattaforme digitali sarebbero costrette ad abbandonare l’Italia”.
La proposta presentata da Di Maio alle aziende della Gig economy è quella di aprire un tavolo di contrattazione tra i rappresentanti dei riders e quelli delle piattaforme digitali e “chissà che non si arrivi al primo contratto nazionale della Gig economy”. Il ministro ha precisato che “le aziende sono disponibili. Se poi il tavolo non dovesse andar bene interverremo con la norma che avevamo progettato”.
I punti fondamentali del nuovo decreto, descritti da StudioCataldi.it sono iseguenti:
Addio Spesometro e Redditometro
In primis, quello che il ministro preannuncia come un importante segnale di avvicinamento tra Stato e imprese, ovvero l’eliminazione di spesometro, redditometro e studi di settore, affinché siano abbandonate “scartoffie inutili” e strumenti “che stanno rendendo un inferno la vita degli onesti e non stanno perseguendo i disonesti”.
No incentivi per chi delocalizza all’estero
Il decreto inoltre, si rivolge in particolare alle multinazionali laddove, come secondo punto, mira a disincentivare le delocalizzazioni destinando fondi pubblici solo a chi non andrà all’estero: lo scopo è quello di creare lavoro stabile, nonché “ben retribuito e tutelato” per i lavoratori italiani.
Stop precarietà lavoro
Terzo punto è la lotta alla precarietà e, in particolare, al Jobs Act che, secondo il ministro “è andato nella direzione dell’eliminazione di diritti e tutele”.
Lotta alla ludopatia
Infine, si punta a combattere la ludopatia attraverso il divieto di pubblicizzare il gioco d’azzardo, così come è avvenuto per le sigarette, posto che “entrambi nuocciono gravemente alla salute dei cittadini”.
Reddito cittadinanza
Nel post c’è spazio anche per un accenno al reddito di cittadinanza: nella legge di Bilancio di quest’anno, anticipa il ministro, “si dovrà avviare il fondo per il reddito di cittadinanza in modo da renderlo operativo il prima possibile. Non è possibile che ci sia gente che non riesce a campare mentre c’è chi percepisce pensioni d’oro e vitalizi”, scrive il leader del Movimento 5 Stelle.
Tutele per i giovani
Inoltre, Di Maio ha promesso che il decreto offrirà “tutele per i giovani del lavoro 4.0, che non hanno un contratto, né uno status giuridico, che non hanno una tutela assicurativa e hanno seri problemi di precarietà e sicurezza”.
Tutele per i rider
Il Ministro fa riferimento espresso alla figura dei c.d. “rider” e ritiene che il provvedimento in arrivo “contribuirà a migliorare la vita degli italiani. Non voglio celebrarlo come svolta storica ma sui rider credo diventeremo tra i Paesi più avanzati al mondo”.
Nonostante i buoni propositi da parte del nuovo Ministro del Lavoro, riuscire nell’intento è abbastanza difficile, anche se rappresenta un buon punto di partenza per combattere la precarietà. Su Wired Valerio De Stefano, docente di diritto del lavoro all’università di Lovanio, e Antonio Aloisi, ricercatore dell’università Bocconi di Milano, spiegano come le conseguenze della manovra voluta da Di Maio (che comprende anche provvedimenti su studi di settore, gioco d’azzardo e delocalizzazioni) possano esondare oltre il perimetro del lavoro digitale. Perché chiama in causa l’articolo 2094 del codice civile, che dal 1942 identifica le caratteristiche del lavoratore subordinato. “Allargare il campo dei diritti sul lavoro è positivo ma la bozza di decreto non è solo sulle piattaforme, ma su tutto il lavoro subordinato”, commentano. E questo, per i due studiosi, “non si può fare per decreto legge”. Perché “non ci sono i presupposti di urgenza”. Né “si può cambiar definizione di lavoro subordinato provvisoriamente, con il Parlamento che può modificarla tra pochi mesi. Se si vuole modificare 2094 è indispensabile passare dal Parlamento, con legge o con legge delega per fare un decreto legislativo”.

Via Almirante. Quando il M5S si mosse contro via Craxi

bettino-craxiUn Movimento a targhe alterne, i cinquestelle ignorano completamente il passato e la storia d’Italia. A Roma la mozione per intitolare una via a Giorgio Almirante, già repubblichino, fascista ed esponente missino, ha ottenuto i voti favorevoli di gran parte del gruppo consiliare M5s con la sola astensione dei consiglieri Valentina Vivarelli e Pietro Calabrese e il voto contrario della consigliera Maria Agnese Catini. “La decisione del Consiglio Comunale di votare una mozione per intitolare una via a Almirante è una vergogna per la storia di questa città. Chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”, fa sapere subito in una nota la comunità ebraica di Roma. Insomma non viene rispettata non solo la memoria, ma anche un’intera comunità di cittadini. Eppure per i pentastellati non è stato un problema. Tuttavia proprio in nome del ‘popolo e dei cittadini’ il M5S si è battuto con foga contro la decisione di intitolare una via al leader socialista, Bettino Craxi, nella sua città, Milano. “Intitolare una via a una persona serve per preservarne la memoria, valorizzarne le gesta”, scriveva sul blog delle stelle Stefano Buffagni, ex capo dei 5Stelle nel consiglio lombardo e neo deputato, legato al giro Casaleggio Associati e in buoni rapporti con la Lega. Quindi valorizzare le gesta di Almirante che in passato ha propugnato la ‘difesa della Razza’ e offeso gli ebrei per i cinquestelle va bene…
Ad ogni modo per Buffagni intitolare una via di Milano a Craxi era “un insulto ai milanesi, alla città e al suo futuro”.
Buffagni però non è solo il plenipotenziario di Luigi Di Maio, ma è anche l’uomo che commentò così l’arresto per corruzione di un famoso medico: “Questa gente deve essere linciata ed esposta in pubblica piazza affinchè casi di questo genere non succedano mai più”.
La via a Bettino Craxi è arrivata a Sesto San Giovanni, anche se recentemente c’è stato un nuovo atto vandalico contro la targa che richiama il nome del leader socialista. Tornando ai cinquestelle un altro caso in cui si sono battuti i militanti del Movimento è quello relativo a Viale Craxi ad Albano laziale, dove hanno persino raccolto delle firme per rimuovere la targa. Dalla primavera del 2010 i 5S di Albano hanno segnalato quella che loro definiscono “anomalia nella toponomastica stradale”.

Dopo il ‘tradimento’ Lega, Berlusconi rilancia FI

Berlusconi-campagnaSilvio Berlusconi ha creduto fino all’ultimo nel suo alleato Salvini. L’ex Cavaliere aveva chiesto ed era stato anche rassicurato da Giancarlo Giorgetti sull’assegnazione della delega alle Telecomunicazioni, ma nonostante le promesse nella distribuzione tra i vari ministeri dei vice e del sottosegretari: la delega delle Tlc è finita nelle mani del capo politico del M5S e oggi ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Una decisione che porta grattacapi al leader di Forza Italia che teme per le sue industrie televisive e che secondo indiscrezioni è andato su tutte le furie con Salvini. Anche se di fatto il centrodestra non è più unito da tempo, la Lega ha comunque rassicurato che “Di Maio avrà la delega ma poi tutto verrà affidato ai tecnici del ministero”. Ma i rapporti tra i pentastellati e Berlusconi non sono mai stati rosei e il leader forzista sa bene che il vicepremier grillino dovrà dar prova del “cambiamento” anche nell’ambito delle telecomunicazioni.
Inoltre sul fronte delle Alleanze, Berlusconi vede crescere il centrodestra, ma a trazione leghista, con i voti degli Azzurri a vantaggio del Carroccio. A maggior ragione il l’ex Cavaliere ha deciso di rilanciare Forza Italia. L’intenzione è quella di tornare a rendere il partito azzurro il luogo della proposta e dello sviluppo, raccogliendo i frutti della semina alle prossime elezioni europee. E Berlusconi è intenzionato a farlo rivedendo tutto l’asset organizzativo del suo Partito.
Il primo segnale del cambiamento, a quanto si apprende, è la nomina di un ‘vicepresidente’, del ‘comitato esecutivo’ e di un coordinatore nazionale più una nuova ‘consulta del presidente’ aperta anche a personalità non iscritte a Fi con le ‘comunità azzurre’ come braccio operativo sui social.