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Liberato Ricciardi

Libia. L’Eni incontra al Serraj per il progetto sul gas

de scalziL’Italia prova ancora a rivalersi sulla Libia, nonostante l’iniziativa francese, ma stavolta è spalleggiata dall’Eni, presente nel territorio dal 1959, dove attualmente produce oltre 350.000 barili al giorno di olio equivalente. L’AD dell’Eni, Claudio Descalzi ha incontrato il presidente della Libia, Fayez al-Sarraj e il numero uno della società energetica pubblica Noc, Mustafa Sanalla.
Durante l’incontro si è discusso anche della seconda fase di sviluppo del campo di Bahr Essalam, uno dei più grandi giacimenti in Libia e importante fonte di approvvigionamento di gas per il Greenstream. Questa fase prevedrebbe il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. Il primo gas è previsto per il 2018.
“Il colloquio, incentrato principalmente sulle attività correnti di Eni nel paese, si è focalizzato su possibili futuri sviluppi, in particolare nel settore del gas. Eni è infatti il principale fornitore di gas del Paese, 20 milioni di metri cubi al giorno alle centrali elettriche, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia”, si legge nel comunicato Eni.
In mano al cane a sei zampe sono da citare i giacimenti di Abu Attifel e NC-125 oltre a quello di Nakhla (C97) diviso però con Wintershall e Gazprom. A questi si aggiungano anche i campi petroliferi di El Feel (Elephant, la cui produzione ha visto diverse sospensioni a causa della guerra civile che ha costretto alal chiusura anche di altre zone di estrazione) e quelli di gas di Wafa e Bahr Essalam (scoperti nel 2015) oltre agli off-shore di Bouri.
L’attività di gas si esplica attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam operati da Eni. Nel 2016 l’attività produttiva in Libia è stata in linea con quanto pianificato e l’equity di Eni nel paese è stata di 352 mila boe/giorno, il livello più elevato dal 2010, la Libia rappresenta ben il 20% dell’intera produzione Eni.

L’Esercito al Brennero… L’Austria pronta al voto

brennero 4Sulla questione migranti l’Austria mostra i muscoli all’Europa e soprattutto all’Italia e dispone al Brennero quattro mezzi corazzati Pandur delle Forze armate austriache che potrebbero essere impiegati nelle operazioni di controllo sull’immigrazione. Come scrive l’agenzia austriaca Apa, il dispositivo potrebbe essere attivato nel giro di tre giorni e comprende 750 militari, 450 dei quali saranno messi a disposizione da reparti stanziati nella regione del Tirolo, mentre i restanti verrebbero dal comando militare della Carinzia.
“I preparativi per i controlli alla frontiera con l’Italia non sono solo giusti ma anche necessari. Noi ci prepariamo e difenderemo il nostro confine del Brennero se ciò sarà necessario”, così si giustifica il ministro degli esteri austriaco Kurz sostenendo che il suo Paese ha accolto più migranti degli altri Stati europei.
Ma Roma non resta certo a guardare: la Farnesina ha convocato subito l’ambasciatore austriaco “A seguito delle dichiarazioni del governo austriaco circa lo schieramento di truppe al Brennero, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Amb. Elisabetta Belloni, ha convocato stamane alla Farnesina l’Ambasciatore austriaco a Roma, René Pollitzer”, comunica il ministero degli Esteri in una nota.
Nel frattempo l’atteggiamento di Vienna viene subito spiegato con le imminenti elezioni previste per ottobre e il fattore ‘migranti’ sul quale ormai punta e vince la politica in Europa. Non sono solo i libeal-nazionalisti del Fpoe, gli eredi di Joerg Haider a gravare sui consensi del presidente dei verdi, Alexander Van der Bellen, ma ora anche i popolari sono in ripresa nei sondaggi. La notizia della presidenza del giovane Sebastian Kurz dell’OeVP (i democristiani austriaci) ha fatto impennare i consensi del partito Popolare, facendolo balzare al primo posto negli orientamenti di voto e la paura dei profughi parla alla pancia dell’elettorato e fa gola ai candidati.

Morti amianto: tutti assolti. Familiari: Giustizia di classe

Una manifestazione di protesta

Una manifestazione di protesta

Sono stati tutti assolti gli otto ex manager della Breda Termomeccanica-Ansaldo, accusati di omicidio colposo per la morte di una decina di operai causata, secondo l’accusa, dall’esposizione all’amianto nello stabilimento milanese di viale Sarca tra gli anni ‘70 e il 1985. Il pm di Milano Nicola Balice aveva chiesto che gli otto ex amministratori della Breda Termomeccanica-Ansaldo, venissero condannati con pene da 2 anni a 4 anni e 11 mesi di reclusione. Nella sua lunga requisitoria, che ha richiesto tre udienze, Balice ha parlato di condotte “gravemente colpose” da parte degli imputati, che “sapevano di mettere a rischio i lavoratori” e che “se ne sono infischiati fino al 1985” delle norme sull’amianto.
Ma con l’assoluzione è stata ignorata la richiesta dell’avvocato dell’Inail, così come quelle di altre due associazioni parti civili, Medicina Democratica e Aiea, che si è costituito parte civile nel processo e aveva chiesto un risarcimento di 1 milione e 661mila euro, più altri 830mila euro per le spese sostenute per curare i lavoratori malati, poi deceduti.
Dopo la lettura del verdetto è esplosa la rabbia dei familiari delle vittime: “Vergogna! Questa è una giustizia di classe, le vittime pagano e gli assassini restano impuniti”. Non a torto, visto che la sentenza in linea con altre assoluzioni a Milano per casi analoghi. Un mese fa sono stati assolti l’ex ad e l’ex presidente di Fiat Auto per i casi di operai morti per forme tumorali provocate dall’esposizione all’amianto dopo aver lavorato nello stabilimento dell’Alfa Romeo di Arese (Milano); all’inizio dell’anno invece sono stati assolti quattro ex manager dell’Enel imputati per omicidio colposo nel processo di secondo grado con al centro i casi di otto operai morti tra il 2004 e il 2012 a causa, secondo l’accusa, dell’esposizione all’amianto presente nella centrale dell’azienda a Turbigo, in provincia di Milano. Infine lo scorso anno assolti con formula piena i nove ex manager di Pirelli accusati a Milano di omicidio colposo e lesioni gravissime per i 28 casi di operai morti o ammalati a causa dell’amianto, dopo aver lavorato negli stabilimenti milanesi dell’azienda tra gli anni ’70 e ’80.

Compensi Rai. Buemi: “Elusione della Legge”

rai 8Nonostante le polemiche sulla Tv di Stato, la Rai più che da mamma si comporta da matrona. Il Cda Rai oggi ha approvato all’unaniminità le deroghe al tetto di 240mila euro di stipendio che permettono alla televisione pubblica di tenersi le mani libere sui compensi per le “prestazioni di natura artistica”.
A renderlo noto la stessa Rai in un comunicato dove viene detto che il Cda ha approvato la delibera riguardante il “Piano organico di criteri e parametri per l’individuazione e la remunerazione dei contratti con prestazioni di natura artistica”. Si tratta di un piano soggetto a verifica annuale che partendo appunto dall’applicazione “puntuale” della legge e recependo le indicazioni contenute nel parere dell’Avvocatura dello Stato e fornite dal ministero per lo Sviluppo economico, ha per obiettivo quello di “tutelare il futuro aziendale” e nello stesso tempo “salvaguardare la necessità di stare sul mercato continuando a svolgere al meglio la missione di servizio pubblico come testimoniano, solo per citare recentissimi esempi, programmi quali il ricordo di Falcone e Borsellino o Notte a Venezia”.
“La decisione del Cda della Rai di non sottostare ai vincoli della legge evidenzia una palese elusione di quanto stabilito ripetutamente dal Legislatore e conferma che ci sono nel Paese figli e figliastri”. Così ha commentato il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo Psi in Vigilanza Rai, la delibera del Cda sul piano per l’individuazione e la remunerazione dei contratti con prestazioni di natura artistica che possono superare il limite dei 240 mila euro. “La questione è stata affrontata ben due volte in sede legislativa e ancora una volta si fa orecchie da mercante da parte di chi assume ripetutamente il ruolo di censore nei confronti dei legittimi rappresentanti degli elettori in Parlamento e nelle altre istituzione”, ha affermato Buemi. “Verrà il giorno in cui anche loro dovranno rispondere del mancato rispetto della legge nonostante i pareri richiamati a loro giustificazione”, ha concluso.
Furioso anche il Codacons che definisce la delibera un “piano salva-Fazio e Vespa”. “Proprio i due strapagati conduttori erano quelli che più rischiavano da una possibile limitazione ai compensi – spiega in una note il presidente Carlo Rienzi – Il piano del CdA che autorizza il superamento del tetto massimo di 240 mila euro sembra avere il preciso scopo di salvare i loro stipendi attraverso espedienti, quali l’individuazione di criteri oggettivi per la definizione delle prestazioni superiori a 240 mila euro, che non convincono e anzi fanno nascere più di un dubbio”. Il Codacons inoltre ha fatto sapere che sottoporrà il piano compensi della Rai all’attenzione della Corte dei Conti e del Tar, affinché si valuti la correttezza del provvedimento anche ai fini della spesa pubblica, considerato che i compensi Rai vengono pagati dai cittadini attraverso il canone.

Banche Venete. Padoan riesce a scongiurare il Bail-in

padoan 4“Riguardo alla situazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca – si afferma in una nota del Portavoce dell’Ue -, la Commissione europea, il Meccanismo di vigilanza unica bancaria (l’Ssm, costituito presso la Bce, ndr) e le autorità italiane stanno lavorando fianco a fianco (‘hand-in-hand’, ndr) al fine di raggiungere una soluzione per le due banche in linea con le regole Ue, senza un ‘bail-in’ che coinvolga gli obbligazionisti privilegiati (‘senior bondholders’, ndr). I depositanti – conclude la nota di Bruxelles – saranno pienamente tutelati in ogni caso”. In questo modo vengono confermate dalla Commissione europea le assicurazioni date in una nota stamattina dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, riguardo alla soluzione in vista per le due banche venete in crisi che, con l’accordo di Bruxelles, usando il meccanismo del “burden sharing” non comporterà perdite per i detentori di obbligazioni senior e per i depositanti.
Il Ministero del Tesoro ha infatti pubblicato una nota stamattina per precisare che “in relazione all’andamento delle discussioni in corso su Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan comunica che la soluzione è ormai prossima e che le interlocuzioni con le istituzioni europee sono incoraggianti”. Da parte di via Venti Settembre arriva anche una precisazione ulteriore: “Il Ministro ribadisce che la soluzione non contemplerà alcuna forma di bail-in e che obbligazionisti senior e depositanti saranno in ogni caso pienamente garantiti”.
Ma la pressing di Padoan in queste ore non è solo su Bruxelles, ma anche sulle altre banche italiane allo scopo di coinvolgerle nel salvataggio, in particolare per le banche claudicanti si chiede un àncora di salvezza a Intesa SanPaolo e UniCredit che potrebbero decidere quindi se intervenire per iniettare capitali freschi nei due istituti in crisi, a cui mancano 1,2 miliardi di euro circa per potersi mettere in salvo. Ci sono state anche indiscrezioni di incontri separati a Palazzo Chigi tra il Paolo Gentiloni e gli Ad di Unicredit e Intesa, Mustier e Messina. Ma per il momento dirsi disponibile è stato per ora solo l’Ad di Mediolanum, Massimo Doris, si vedrà poi se nella partita ci saranno anche le Poste. Ma intanto un no chiaro a un bis è venuto ieri dall’amministratore delegato di Banco Bpm, Giuseppe Castagna: “In questo momento stiamo risolvendo i compiti a casa”, ha detto, escludendo che della questione possa occuparsi il cda di oggi, che approverà la vendita di sofferenze per oltre 700 milioni. E nemmeno dalle Fondazioni bancarie c’è da attendersi una mano, dopo i soldi bruciati in Atlante.
Nel frattempo il governo punta su una ricapitalizzazione precauzionale ma cerca di convincere la Dg Comp a ridurre la richiesta addizionale di 1,2 miliardi.
Così oggi il Cda di Banca Popolare di Vicenza dovrà prendere atto della situazione senza che vi sia alcuna garanzia sugli aiuti promessi dai big italiani del credito per scongiurare scenari ben peggiori col rischio che il board possa rassegnare le dimissioni in blocco rimettendo la palla alla Bce. Probabile, però, che nulla verrà deciso, in attesa che si faccia chiarezza fra governo e Ue sulla questione del contributo privato da iniettare nelle casse delle banche venete e per il quale il Ministro Padoan aveva chiesto uno sconto alla Dg Comp.
Mentre oggi si riunisce il cda di Vicenza per domani è previsto quello di Veneto Banca e mercoledì scade anche un bond senior retail di Veneto banca da 100 milioni la cui gestione potrebbe sollevare problemi legali.

Curdi a Raqqa: stizza turca e rebus post liberazione

kurdish-army-670x274I curdi strappano la Capitale al Daesh, dopo un’avanzata travolgente, in queste ore infatti le milizie curdo-siriane sostenute dagli Stati Uniti sono entrate nella parte urbana di Raqqa, roccaforte dell’autoproclamato Stato Islamico (IS) nel nord della Siria. Lo riferiscono fonti di attivisti anti-IS in collegamento con i loro familiari rimasti nella città assediata dai curdi su tre lati. In realtà la battaglia è iniziata già ieri quando la “capitale” è stata circondata dopo la conquista della città siriana di Khatoniyeh, a ovest di Raqqa. L’autoproclamato Stato islamico aveva conquistato Raqqa ai gruppi ribelli nel 2014 e da allora l’ha usata come base operativa anche per pianificare gli attacchi in Occidente. Il portavoce delle milizie Fds/Sdf (Forze democratiche della Siria), Talal Silo, ha detto che l’operazione è iniziata ieri e che i combattimenti saranno “feroci” perché “i combattenti di Daesh moriranno per difendere la loro capitale”.
Come riferiscono in maniera congiunta l’agenzia governativa siriana Sana e l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), vicino alle opposizioni, la campagna di bombardamenti aerei e di artiglieria si è intensificata negli ultimi giorni per facilitare l’avanzata delle forze guidate dall’ala locale del PKK. Non poteva quindi mancare il disappunto della Turchia, il premier turco Binali Yildirim ha detto che Ankara considera i curdi siriani dell’Ypg come una “organizzazione terroristica” legata al Pkk. “Daremo immediatamente la risposta necessaria se ci troveremo di fronte a una situazione che minacci la nostra sicurezza a Raqqa o in qualsiasi altro punto della regione”, ha sottolineato ancora Yildirim.
Un’altra incognita è anche rappresentata dall’amministrazione della città dopo la sua liberazione. Il giornalista e attivista siriano Khalil al-Abdallah è abbastanza scettico sulla conquista curda e spiega che esiste “un piano americano che mira a coinvolgere le tribù locali, i cui membri hanno costituito la spina dorsale dell’Is negli ultimi anni, per farle collaborare con le Fds, poi per sanzionare chi tra loro ha fatto parte dell’Is e infine per renderle partecipi nell’amministrazione della regione, anche armandoli con armi leggere”, e tutto questo “sotto la guida dei curdi”. Ma “la stragrande maggioranza della popolazione di Raqqa e del suo Rif non accetterà un governo o un’amministrazione curda nelle loro aree e convincerli di questo sarà molto complicato”, ipotizzando infine che “gli Usa stanno facendo in modo di accentuare la competizione tra queste tribù attraverso le Fds, facilitandone così l’inserimento in un processo politico il cui esito a lungo termine resta ignoto”.
Tuttavia sembra sempre più probabile un’alleanza tra curdi e sciiti, per quanto rigurda l’Iraq ad esempio negli ultimi giorni sono circolate voci su un possibile accordo tra il Partito dell’unione democratica curda siriana (Pyd), ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), e le milizie a maggioranza sciita irachene (Unità di mobilitazione popolare, Pmu) sulla creazione di una via “commerciale” tra Iraq e Siria, una volta sconfitto l’Is nella provincia di Ninive. Un consigliere del Pyd, Sehanok Dibo, citato dal sito “Iraqi News”, ha detto che i curdi del Rojava, la regione curda nel nord della Siria che ha proclamato una sua autonomia lo scorso anno, potrebbero aprire la nuova via di scambio quando le Pmu avranno liberato tutta l’area irachena al confine con la Siria. “La cooperazione e i rapporti con l’Iraq sono di grande importanza per la stabilità e la sicurezza del Rojava – ha detto Dibo – e Baghdad è importante per noi”.

Ilva, si riapre il conflitto sulla gara. Operai in sciopero

sciopero ilvaGiornata decisiva per l’Ilva. Dopo il no dell’Avvocatura dello Stato a un rilancio che contemplasse soltanto il prezzo per l’acquisizione dell’Ilva, la cordata Acciaitalia guidata dal gruppo indiano Jindal ha presentato una nuova offerta su tutti e tre i capitoli previsti dal bando: piano industriale, piano ambientale e prezzo. Il ministro Calenda aveva infatti chiesto un parere all’avvocatura per riaprire la gara limitatamente all’offerta economica: Acciaitalia (Jindal, Arvedi, Cassa depositi e prestiti e Del Vecchio) nei giorni scorsi aveva annunciato la disponibilità a rilanciare di 600 milioni di euro l’offerta economica in modo da pareggiare quella di Am investCo. Nella nuova offerta – sostenuta da Jindal e Del Vecchio, a quanto apprende l’AdnKronos da fonti vicine al dossier, CDP e Arvedi possono rientrare nel caso in cui la gara non venisse aggiudicata definitivamente dal Mise ad Am Ivestco (la cordata che mette insieme Arcelor Mittal e Marcegaglia).
Tuttavia sembra che ormai le jeux le son fait e il vincitore sia la cordata costituita da ArcelorMittal e Marcegaglia con il supporto di Intesa Sanpaolo, sul piatto 1,8 miliardi, ma con un piano che ha fatto storcere il naso ai tecnici incaricati dai commissari di valutare le proposte e su cui dovrà pronunciarsi l’Antitrust europeo. In particolare sulla questione la Commissione Ue ha già sottolineato con la lettera del 24 aprile, che l’offerta ArcelorMittal è al momento non praticabile perché richiederebbe importanti “rimedi” in considerazione della posizione dominante detenuta dal gruppo franco-lussemburghese in Europa su numerosi mercati. Sarebbe quindi in ogni caso necessario affrontare un procedimento amministrativo molto lungo e complesso che non finirebbe se non all’inizio 2018 e che lascerebbe comunque a Mittal, come evidenziato dalla Commissione europea, la possibilità di sfilarsi dall’acquisizione in ogni momento in ragione delle criticità Antitrust. Ma il Mise sembra ormai puntare tutto su Mittal facendo sapere che “le procedure di gara non si cambiano in corsa o peggio ex post”, così come ha dichiarato il ministro Carlo Calenda che ha precisato in una nota: “A seguito delle indiscrezioni apparse sulla stampa e avendo ricevuto il parere richiesto in merito all’Avvocatura dello Stato si precisa quanto segue. Il procedimento per il trasferimento dei complessi industriali di Ilva, come anche confermato dall’Avvocatura dello Stato, non prevede e non consente una fase di rilancio delle sole offerte economiche presentate”.
Ma a preoccupare, oltre alla questione ambientale, è anche quella occupazionale, visti gli esuberi annunciati dal piano della cordata. I Sindacati non ci stanno a essere messi da parte in una questione così importante: i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Marco Bentivogli, Maurizio Landini e Rocco Palombella hanno scritto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e a Carlo Calenda chiedendo la convocazione di un incontro preventivo per “poter esplicitare le valutazioni sindacali su una vicenda strategica per il paese e per il mondo del lavoro, quale quella dell’Ilva”. I sindacati hanno intanto confermato le richieste a tutela dei lavoratori: in primis rispetto dell’accordo di programma firmato nel 2005, poi garanzie occupazionali per i dipendenti dello stabilimento del capoluogo ligure, sui cui aleggia lo spettro di migliaia di esuberi, 4800 per quanto riguarda Arcelor-Mittalmarcegaglia-Banca Intesa.
A Cornigliano le tute blu protestano contro gli almeno 5.000 esuberi previsti in seguito alla vendita ai privati e chiedono il rispetto dell’Accordo di programma del 2005, che tutelava i livelli occupazionali. Dopo il corteo si è tenuto un incontro tra i rappresentanti sindacali, il prefetto, il sindaco Marco Doria e il governatore Giovanni Toti.
“Chiediamo al governo di convocare urgentemente a Roma tutti i firmatari dell’accordo di programma per chiarire la situazione che per noi deve partire da questo accordo che è in vigore. C’è un passaggio di proprietà del gruppo Ilva, ci sono dei piani industriali che vogliamo vedere ma c’è anche un accordo di programma vigente”. Lo ha detto il sindaco di Genova, Marco Doria, al termine del corteo dei lavoratori dello stabilimento Ilva di Cornigliano contro gli esuberi annunciati dai nuovi acquirenti della società. La rabbia contro gli esuberi tocca da vicino Genova dove l’Ilva impiega circa 1.600 lavoratori. La protesta a Taranto è invece arrivata subito, qualche giorno fa il 70 per cento dei lavoratori dello stabilimento di Taranto in servizio durante il primo turno ha aderito allo sciopero di 4 ore indetto dai sindacati dei metalmeccanici di Ilva e dell’indotto dopo l’annuncio, nei giorni scorsi, di 5-6mila esuberi nei piani industriali delle due cordate candidate a rilevare l’Ilva
Mentre dalla Puglia il governatore Emiliano protesta ancora una volta contro il Governo.
“È chiaro, hanno paura che un industriale innovativo, che ha cura dell’ambiente, che ha presentato un piano di decarbonizzazione rilevante, che mantiene alti i livelli di occupazione, scompagini le lobby del carbone che probabilmente temono che una riconversione produttiva dell’Ilva scardini questo assurdo monopolio di una sostanza dannosa che viene utilizzata in maniera impropria. Mi auguro che questo disegno salti”, ha detto il governatore pugliese, Michele Emiliano, rispondendo ai giornalisti che oggi a Bari gli hanno chiesto cosa pensasse della chiusura del governo a un rilancio della Jindal per l’acquisto dell’Ilva di Taranto che dovrebbe invece aggiudicarsi la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia. “Dal punto di vista giuridico – ha proseguito – noi pensiamo invece che un rilancio sia possibile e che negarlo determinerebbe un grande conflitto giuridico, le cui conseguenze potrebbero essere molto dannose per l’Ilva e la prosecuzione dell’attività produttiva”.

Ilva, nessun piano ambientale e operai a rischio

ilva 3Assegnati i vincitori bisogna rimettere in sesto l’Ilva. Ma per il momento per il gruppo siderurgico di certo c’è solo che i commissari straordinari hanno assegnato la gara alla cordata ArcelorMittal-Marcegaglia e che ad essa faranno seguito il parere del Comitato di Sorveglianza e la valutazione finale di competenza del Ministro dello Sviluppo Economico. A preoccupare è proprio questa ‘vittoria’: non si conoscono infatti i Piani Industriali con esattezza, non solo ma per decreto il Piano delle misure di risanamento ambientale dell’Ilva predisposto dal governo Renzi nel 2014 potrà infatti essere modificato dalla società che vincerà la gara per l’acquisizione del gruppo siderurgico italiano.
La società che vincerà la gara – secondo il decreto – avrà tempo fino al 31 dicembre del 2019 per realizzare il suo Piano Ambientale che verrà recepito con un Dpcm. Sempre secondo il decreto, l’acquirente dell’Ilva non dovrà più restituire allo Stato il prestito ponte da 300 milioni di euro, come previsto dal decreto Guidi dello scorso gennaio, e concesso per garantire la prosecuzione delle attività continuando il risanamento ambientale nelle more della procedura di trasferimento.
“Con questa procedura di vendita dell’Ilva di Taranto, che determinerà il futuro dello stabilimento siderurgico – commenta Francesco Tarantini, presidente di Legambiente Puglia – le tanto sbandierate priorità sulle questioni ambientali rischiano di cedere il passo al mero valore monetario delle offerte d’acquisto, e la richiesta di decarbonizzazione avanzata della Regione Puglia sembra essere ignorata. Siamo preoccupati sia per i tempi di messa a norma degli impianti che per la capacità produttiva, visto che ormai da troppo tempo ci troviamo di fronte alla mancata attuazione degli interventi previsti dall’Autorizzazione Integrata Ambientale”.
Inoltre un ulteriore rischio viene apportato per quanto riguarda l’occupazione, secondo il piano industriale di AM Investco, la cordata vincitrice, ci sarà una produzione di 8 milioni di tonnellate l’anno di acciaio liquido e 2,2 milioni all’anno dibramme con l’impiego di 8480 unità di personale e ciò si traduce in 2400 posti di lavoro in meno. Una questione che sarà affrontata domani, 30 maggio, in un vertice fra il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e le rappresentanze sindacali.
“Vendere l’Ilva per mere ragioni di prezzo a una società che dovesse avere praticamente già raggiunto la quota massima del 40 per cento prevista dall’Unione europea (una delle due cordate è già al 39) sarebbe un errore gravissimo”, afferma il presidente della Puglia, Michele Emiliano. Per il governatore l’offerta della cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia non investirebbe nell’ipotesi di decarbonizzazione dello stabilimento tarantino e avvantaggerebbe le ‘lobby del carbone’.
“Non si conoscono i Piani Ambientali presentati dalle due cordate interessate all’acquisto: non si conoscono, quindi, le misure concrete e i relativi tempi di attuazione con cui dovrebbero essere affrontati l’impatto ambientale dello stabilimento e i possibili riflessi sulla salute di cittadini e lavoratori delle sue attività – afferma Lunetta Franco presidente di Legambiente Taranto – Dalla stampa apprendiamo che per Am Investco Italy il termine per la messa a norma degli impianti sarebbe fissato ad agosto del 2023: un fatto che, se confermato, sarebbe semplicemente assurdo considerato che si colloca a oltre dieci anni dalla concessione dell’A.I.A. all’Ilva nell’ottobre del 2012 e che da esso ci separano oltre sei anni”.
“Oggi esprimiamo una grande preoccupazione per quanto apprendiamo dagli organi di informazione sia per i tempi per la messa a norma degli impianti che per la capacità produttiva di cui si parla ” conclude la presidente di Legambiente Taranto “unita all’impressione che la tanto sbandierata priorità delle questioni ambientali abbia ceduto il passo, nella valutazione dei Commissari, al mero valore monetario delle offerte d’acquisto”.
Più cauto è il commento del Governatore della Liguria. “L’accordo di programma è ancora in vigore e non c’è motivo di metterlo in discussione ora, prima di aver valutato le ipotesi della nuova proprietà per il rilancio e aver letto il piano industriale”, così il Presidente Giovanni Toti a margine del Consiglio Regionale in merito alla situazione di Ilva e all’incontro previsto a Roma tra Governo e sindacati.
Questa mattina all’Ilva di Cornigliano un operaio è rimasto folgorato nei locali della cabina elettrica. “L’ennesimo incidente sul lavoro, avvenuto oggi nello stabilimento Ilva di Genova Cornigliano, ci deve far riflettere sull’importanza della cultura della sicurezza, del rispetto di dispositivi e normative collegate agli ambienti di lavoro. Indipendentemente dalla dinamica dell’incidente, su cui faranno luce gli ispettori della Asl, riteniamo ci sia bisogno non di interventi a spot, ma di un impegno strutturato e continuativo, in special modo da parte delle istituzioni, per diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro a tutti i livelli. Sabato scorso Papa Francesco, mentre parlava proprio all’Ilva di dignità del lavoro, intendeva anche il rispetto del lavoratore, della sua incolumità personale: cosa che proprio oggi è”. Lo scrive, in una nota, Alessandro Vella, segretario generale Fim Cisl Liguria.

Ilva. La cordata Am Investco si aggiudica la gara

ancelor mittalPer l’acquisizione di Ilva la cordata Am Investco Italy ha offerto 1,8 miliardi di euro e la vince.
La cordata formata da ArcelorMittal, Marcegaglia e Intesa Sanpaolo, nella “classifica aggiudicataria” che sarà ufficializzata nel pomeriggio da Ilva, precede la concorrente AcciaItalia, guidata dagli indiani di Jindal e di cui fanno parte Cdp, Arvedi e Del Vecchio.
La decisione dei commissari straordinari di Ilva (Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carrubba) deve essere ancora comunicata al ministero dello Sviluppo Economico: sarà il ministero a dover emettere un decreto ufficiale per sancire la scelta.
La graduatoria è stata identificata analizzando il prezzo offerto, il piano industriale, quindi le garanzie occupazionali, e il piano di investimenti ambientali, ma a definire la graduatoria è stato in particolar modo il prezzo, dal momento che per gli altri parametri le due offerte sono risultate di fatto in linea.
Sembra tutto pronto ormai, infatti il ministro Carlo Calenda ha già convocato per il 30 maggio i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ugl Metalmeccanici, Cgil, Cisl e Uil per “comunicare lo stato di attuazione della procedura relativa alla cessione degli impianti”. Successivamente scatterà un periodo di 30 giorni per verificare la rispondenza del piano ambientale presentato dall’azienda assegnataria alle indicazioni del ministero dell’Ambiente, che entro l’autunno emetterà un proprio decreto.
Tuttavia l’ultimo scoglio riguarda l’Europa e l’ok dall’Antitrust UE: ArcelorMittal in Europa è infatti tra le aziende leader e rischierebbe di sforare il 40% delle quote di mercato.

Il caso degli “scontrinisti” oggi affrontato alla Camera

scontrinisti

“Se sono associazioni di volontariato, volontari devono restare, non possono diventare forme sostitutive di rapporto di pubblico impiego, perché la legge dice questo”. Così il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, rispondendo al question time alla Camera a un’interrogazione sulla vicenda dei volontari dell’associazione Avaca che prestavano la loro opera presso la Biblioteca nazionale di Roma e che alcuni giorni fa sono stati cacciati con un Sms. “Devo fare rispettare le norme, se ci sono state delle violazioni da parte dell’associazione o da parte della pubblica amministrazione che ha utilizzato i volontari con funzione di lavoro subordinato questa cosa va interrotta e questo è anche l’oggetto dell’ispezione”, ha aggiunto il ministro sottolineando che “non mi si può chiedere, anche a fin di bene, di violare delle norme. I criteri di assunzione del pubblico impiego rispondono a regole ben precise”. Franceschini ha annunciato che il Mibact avvierà “procedure pubbliche per la selezione di associazione di volontariato” e “soprattutto, in questi giorni sono state completate le procedure di concorso e verranno assunti 54 funzionari bibliotecari nelle biblioteche statali del Paese”. È stato poi puntualizzato che “nell’aprile del 2017 con una circolare emanata alle biblioteche statali il Mibact ha chiesto di fare un’attenta valutazione sulla sostenibilità economica del rinnovo delle convenzioni in scadenza con le associazioni non perché pensava di regolarizzare questo lavoratori o per assumerli ma per trovare modalità organizzative atte a scongiurare qualsivoglia pretesa di riconoscimento di rapporto di lavoro subordinato”.
Gli scontrinisti non si arrendono e hanno annunciato un sit-in per domani 25 maggio e in un comunicato denunciano: “Pagati a scontrini, poche centinaia di euro al mese, da più di 14 anni. E da oggi lasciati a casa dopo aver protestato contro queste condizioni di lavoro. È quanto sta accadendo alla Biblioteca Nazionale di Roma, dove 22 lavoratori-fantasma hanno indetto una manifestazione per domani, giovedì 25 maggio, davanti ai cancelli della struttura”.
È stato scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora con la vicenda degli ‘scontrinisti’, il caso dei lavoratori della Biblioteca nazionale di Roma, che avevano denunciato di essere “lavoratori camuffati da volontari” pagati con un “magro rimborso di 400 euro pesato a scontrini”. Ma dopo il danno la beffa, non è stata affatto gradita la loro ‘alzata di testa’ e così sono stati mandati a casa con un sms: “Da domani mattina non potrete più prestare la vostra attività di volontariato e firmare i fogli firma”. Così dopo il troppo clamore attorno alla faccenda che ha scoperchiato come molte attività del MiBACT stiano in piedi grazie al lavoro di “volontari”, direttore generale delle biblioteche ha ordinato il licenziamento di chi aveva denunciato la propria attività di lavoro mascherata.
Dopo la denuncia pubblica inoltre il Mibact ha deciso di interrompere la convenzione con la A.V.A.C.A (Associazione che forniva servizi al ministero) dal prossimo 30 giugno e con la quale erano stati presi i lavoratori costretti poi a raccogliere scontrini per riuscire ad avere i rimborsi. Il loro lavoro sarà ora sostituito dai volontari del Servizio civile nazionale o da nuovi bandi di volontariato. Anni fa l’associazione A.V.A.C.A., attraverso una convenzione tra il Ministero dei Beni Culturali e la Biblioteca Nazionale, cominciò a fornire ‘personale volontario’ per coprire i buchi lasciati dal blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione: nessuna tutela sociale e previdenziale e neanche un vero e proprio compenso per i nuovi lavoratori.
Sinistra Italiana anche nel marzo scorso aveva già presentato sul caso una interrogazione al Senato, ma finora non ha ricevuto alcuna risposta dal Ministero dei Beni Culturali.