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Liberato Ricciardi

Guerra in Siria. Macron è pronto, ma Trump frena

macron 2Il giovane presidente francese, come il suo predecessore Sarkozy, Emmanuel Macron è già pronto ad entrare in guerra contro Damasco e afferma: “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime”.
La Francia vuole “togliere la possibilità di utilizzare armi chimiche” al regime siriano, affinché “mai più si debbano vedere le immagini atroci viste in questi giorni, di bambini e donne che stanno morendo”, ha aggiunto. Quanto ai tempi di un eventuale intervento, il capo dell’Eliseo si è limitato ad affermare: “Ci sono decisioni che prenderemo quando lo riterremo più utile ed efficace”. Poco prima di rilasciare questa intervista a TF1 il presidente francese ha avuto un colloquio telefonico con la cancelliera Angela Merkel. Stando a quanto comunicato dal portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, i due leader hanno discusso soprattutto della situazione in Siria. Ma Berlino non sembra intenzionata a ‘correre’ al fianco dei francesi e la cancelliera tedesca ha fatto sapere oggi che la Germania non prenderà parte ai raid contro il governo Bashar al Assad, questo nonostante sia “ovvio che Damasco non ha distrutto tutto il suo arsenale chimico”. Berlino – ha proseguito la cancelliera – “sosterrà ogni messaggio volta a sottolineare che l’uso di armi chimiche è inaccettabile”. Ma frenare sulla possibilità di un intervento è proprio The Donald: il presidente Usa dopo aver minacciato la Russia via Twitter sull’appoggio del Cremlino al regime di Damasco, adesso posticipa gli attacchi siriani.
“Non ho mai detto quando un attacco in Siria avrà luogo. Potrebbe avvenire molto presto oppure no!”, ha scritto Trump su Twitter. Il presidente degli Usa ha aggiunto: “A ogni modo, con la mia amministrazione, gli Stati Uniti hanno fatto un grande lavoro per eliminare lo Stato islamico dalla regione”. In conclusione, Trump si è chiesto: “Dov’è il vostro ‘Grazie, America’?”. Con il nuovo messaggio, Trump pare compiere una parziale marcia indietro rispetto alle sue intenzioni di compiere un intervento militare in Siria. Inoltre, Trump conferma quanto affermato ieri, 11 aprile, dalla portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders. In una conferenza stampa, questi ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno ancora preso alcuna decisione su un’operazione militare in Siria.
In queste ore però i riflettori sono accesi anche sugli accordi commerciali da 18 miliardi tra la Francia di Macron e l’Arabia Saudita del Principe ereditario, Mohammed bin Salman, che ha annunciato che il Regno sosterrà un’operazione militare in Siria, se i suoi alleati decideranno di avviarla.

Astio in casa Pd e Delrio ‘punta’ sulla classe operaia

Delrio-Rosato-Martina_PdDopo la debacle del 4 marzo la questione per i dem è tutta sulla leadership. Il Guardasigilli e leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, attacca il segretario dimissionario, Matteo Renzi: “Renzi deve decidere una cosa: se ritiene che le colpa della sconfitta elettorale non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora può decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro-tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare altrimenti non riparte un dibattito sereno, una ripresa di rapporti de Pd con la società italiana”. L’invito di Orlando è quello di lasciar lavorare il segretario reggente, Maurizio Martina, ma la dichiarazione di fuoco arriva dopo la riunione dei “renziani” avvenuta ieri nello studio di Andrea Marcucci, capogruppo Dem al Senato che ha fatto infuriare molti membri del Pd. Ma se le liti interne sono ormai ordinarie in casa dem, a gettare benzina sul fuoco anche l’apertura del Movimento 5 Stelle che ha contribuito al moltiplicarsi delle voci che chiedono un congresso immediato.
Se fino a ieri sembrava scontata una rielezione di Martina ora invece, secondo le indiscrezioni, sono molti i ‘renziani’ pronti a prendere le redini del Partito. Primo fra tutti Matteo Richetti, attuale portavoce del Pd, ma anche la ‘renziana’ di prima ora e dimissionaria dal Pd, Debora Serracchiani, compare nella rosa dei candidati. Nel frattempo a sinistra dem si prepara un incontro domani “sinistra anno zero”, in contemporanea con il Convegno di Richetti “Harambee”, al quale parteciperanno Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, ma anche alcuni fuoriusciti dal Partito e confluiti in LeU: Enrico Rossi e Alfredo D’Attorre.
A tentare di sedare gli animi ancora una volta Graziano Delrio che afferma: “Non mi interessa chi si candida alla segreteria mi interessa cosa proponiamo al Paese”. Sempre per quanto riguarda le candidature alla segreteria, si augura che ci ” siano tesi forti che favoriscano il nuovo percorso del Pd e la sua rigenerazione”. L’obiettivo è quello di “guardare alla sostanza delle ricette per il Paese”. E al riguardo chiarisce che il partito dovrebbe porsi in maniera “più critica” rispetto a certi modelli di sviluppo, come quelli che riguardano la delocalizzazione delle imprese e i salari, per esempio.
Probabilmente Delrio guarda al successo delle iniziative portate avanti dal neo iscritto Carlo Calenda a favore degli operai, come nel caso di Embraco.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un’alleanza con i cinquestelle, Delrio mantiene la linea adottata da tutto il Pd, nessuna apertura. “Quando Di Maio dice: ‘O voi o la Lega!’, sta dicendo che non ha un`idea di paese. Cosa serve davvero all`Italia? Non c`è un problema personale. Di Maio fa la stessa offerta a noi e alla Lega. E a voi sembra che noi e la Lega abbiamo la stessa idea di paese? Di Maio ha ricevuto un mandato dagli elettori che non era il mandato a governare con noi”. Lo ha detto Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch`io (Rai Radio1).
“Il M5s ci ha criticato per tutti questi anni. Noi vogliamo essere seri. Loro hanno idee diverse da noi. E` una questione di serietà. Non vogliamo prescindere dal merito per arrivare al potere ad ogni costo”, ha concluso.

Tim, l’entrata del Governo che piace a M5S e Cdx

genish amosMentre non si trovano accordi per il nuovo Governo gli schieramenti politici sono tutti favorevoli all’entrata della Cassa Depositi e Prestiti nel Capitale Tim. Cdp, il braccio finanziario del Tesoro, apre il dossier Tim e oggi lo porterà al tavolo del suo cda, un’entrata in campo per tutelare gli interessi di sistema. Oggi il cda straordinario di Via Goito dovrebbe approvare l’ingresso nel capitale di Tim con una quota tra il 2 e il 5%: ai valori attuali, l’impegno massimo sarebbe di 550 milioni. Al momento non si sa se Cdp disponga di strumenti finanziari finalizzati, oppure se intenda procedere con acquisti diretti sul mercato. Si apre così un altro fronte per Vivendi, il socio di controllo francese, già minacciato dal fondo attivista americano Elliott. Nella sortita di Cdp il presidente del consiglio uscente Paolo Gentiloni, e con lui i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda (in rappresentanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze azionista con l’82,77%), risultano allineati a Giuseppe Guzzetti presidente di Acri (le fondazioni bancarie detengono il 15,93% di Cdp).
L’annuncio di Cdp ha avuto subito il riflesso positivo in borsa registrando un +3,72% per il titolo, ma ciò che colpisce è quanto l’iniziativa da secolo scorso di ‘Stato imprenditore’ piaccia sia ai pentastellati che ai leghisti, senza dimenticare i forzisti di Berlusconi, quest’ultimo già in rotta con Vivendi per l’Affaire Mediaset. L’alleato di Berlusconi, Matteo Salvini, sostiene la linea forzista in quanto da tempo si batte per la funzione pubblica da rete di Tim, oltre ai cavi sottomarini della controllata Telecom Sparkle, e dunque lo scenario di una società unitaria della rete con un ruolo per la Cdp (modello Terna). Sullo stesso piano anche il M5S nel cui manifesto elettorale era stato già sottolineato l’impegno “affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica”.
Tuttavia proprio su Vivendi ci sono i primi contraccolpi, l’ad di Tim, Amos Genish, si è schierato contro l’hedge fund Elliott, dichiarando in un’intervista sul quotidiano francese Les Echoes: “Se Vivendi è entrata in Telecom Italia, lo ha fatto con una visione di lungo termine in quanto partner industriale. Tutto il contrario di un hedge fund come Elliott dalla politica di breve termine”.
Lo scenario si complica proprio per il fondo attivista Elliott, che fino a ieri era sicuro di riuscire a spodestare Vivendi dal controllo di Tim all’assemblea del 24 aprile. Ma non si possono saltare le tappe e i soci sanno che devono comunque segnare in agenda l’impegno del 4 maggio, data per la quale resta confermata la convocazione di un’assemblea ad hoc per il rinnovo del cda. Tim ricorda pertanto ai soci interessati il termine del 9 aprile per la presentazione delle liste di candidati per la nomina del Cda e, secondo quanto trapela, Assogestioni avrebbe rifiutato l’offerta di Elliott per la presentazione di una lista unitaria, in primis essendo impossibilitata per statuto a presentare una lista di maggioranza.

London Calling, Ue e Usa espellono i diplomatici russi

johnson e trumpLondra chiama, l’Occidente risponde. Un fronte comune che va dagli Stati Uniti ai Paesi dell’Unione europea ha risposto compatto al fianco della Gran Bretagna contro Mosca accusata per la morte dell’ex spia del Kgb Sergei Skripal.
Solidali con il Regno Unito 14 Paesi Ue – tra cui anche Italia, Francia e Germania – hanno annunciato la decisione di espellere un certo numero di diplomatici nello stesso istante in cui Washington ordinava a 60 funzionari russi di lasciare il Paese, chiuso anche il consolato di Seattle, in quanto vicino a una base di sottomarini e a uno stabilimento Boeing.
La Farnesina comunica in modo asciutto che “a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato oggi la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’Ambasciata della Federazione Russa a Roma accreditati in lista diplomatica”.
Si tratta di una risposta muscolare, che a livello europeo era stata in qualche modo preparata alla fine della scorsa settimana durante il Consiglio Europeo. L’Ucraina, già in tensione con Mosca dopo l’annessione della Crimea, ha deciso di espellere 13 diplomatici russi, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko, ma il Cremlino è pronto a dare “una risposta speculare” all’espulsione dei diplomatici di Mosca. Dopo l’espulsione dei diplomatici russi, l’UE e l’Ucraina riceveranno un “regalo di risposta” sotto forma di espulsione dei rappresentanti delle loro ambasciate in Russia, ha dichiarato il primo vice capo del Comitato internazionale del Consiglio della Federazione Vladimir Jabarov. Londra, prosegue il ministero, sul caso Skripal ha assunto una posizione “ipocrita e zeppa di pregiudizi”.
Il governo britannico, dal ministro degli Esteri Boris Johnson a quello della Difesa Gavin Williamson, esulta per le espulsioni occidentali di diplomatici russi in solidarietà verso Londra sul caso Skripal. In particolare Johnson twitta: “La straordinaria risposta internazionale dei nostri alleati rappresenta la più grande espulsione collettiva di agenti dell’intelligence russa nella storia e ci aiuterà a difendere la nostra sicurezza. La Russia non può violare impunemente le norme internazionali”.


A una settimana dalle elezioni che hanno confermato Putin, il presidente russo si ritrova isolato e ‘accerchiato’ come ai tempi della Guerra fredda. L’intero Occidente, incluso il Canada che si accinge ad espellere 4 diplomatici russi, ha deciso in blocco di mettere un muro contro il Cremlino per fargli “cambiare atteggiamento”, così come dichiarato dalla Casa Bianca. Una punizione quasi. Mosca se troverà un blocco chiuso dall’Occidente è già alla ricerca di nuove alleanze in Oriente.

Scandalo Sarkozy dopo l’annuncio del figlio di Gheddafi

sarkozyIronia della sorte vuole che il giorno dopo l’annuncio di Saif al Islam Gheddafi, figlio dell’ex dittatore libico, di volersi ufficialmente candidare alle prossime elezioni presidenziali libiche, arrivano i conti da saldare per l’ex presidente francese, Nicolàs Sarkozy, per finanziamento illecito alla sua campagna elettorale del 2007.
Le accuse per Sarkozy sono gravi e ora l’ex presidente è sotto interrogatorio nei locali della polizia a Nanterre. Il fermo può durare fino a 48 ore, al termine delle quali Sarkozy potrebbe essere presentato ai magistrati.
Si tratta dei fondi ricevuti dall’ex leader libico Moammar Gheddafi, dapprima generoso finanziatore del candidato all’Eliseo, quindi poi vittima della guerra che lo stesso Sarkozy ha scatenato per deporlo, affinché la verità sui fondi neri provenienti da Tripoli non fosse divulgata.
“Il fermo di Sarkozy avvalora la tesi secondo cui egli abbia insistito a suo tempo allo scopo di eliminare Gheddafi e le tracce dei finanziamenti. Però all’ora Sarkozy trascinò con se’ in primo luogo gli Stati Uniti e l’Inghilterra poi l’Italia, Napolitano e il Pd, ed infine lo stesso Berlusconi che nell’aprile 2011 diede il via libera ai bombardamenti”. È quanto dichiara il deputato di Civica Popolare, Fabrizio Cicchitto.
In effetti i rapporti tra Gheddafi e Sarkozy furono idilliaci, fino al 2011, quando il regime egiziano e quello tunisino caddero sotto le cosiddette “primavere arabe”. Sarkozy, che di colpo perse influenza su Tunisi e Il Cairo, pensò di guadagnarne una nuova a Tripoli (a spese dell’Italia) e propose a Londra e a Washington di estendere le “primavere arabe”anche alla Libia. Sostenuto dalla Total e British Petroleum Parigi e Londra erano ansiose di cacciare l’ENI e rimettere le mani sul prezioso greggio libico. In prima linea Sarkozy che all’improvviso tacciò il Colonnello di essere un ‘dittatore’ e con la guerra poteva liberarsi di uno scomodo testimone e di un debito che non aveva nessuna voglia di onorare.
L’inchiesta è stata aperta nel 2013, sulla base di rivelazioni pubblicate dal sito di giornalismo investigativo Mediapart nell’aprile 2012, nel pieno della campagna presidenziale in cui però François Hollande prevalse su Sarkozy. Da documenti risalenti a dicembre 2006 e firmati dal responsabile dell’intelligence libica Moussa Koussa emergeva un pagamento di 50 milioni di euro a sostegno della candidatura di Sarkozy. “Le Monde” rivela che alcuni dirigenti libici dell’epoca di Gheddafi avrebbero anche apportato nuovi elementi “che confermerebbero i sospetti dei finanziamenti illeciti”.
Nel novembre del 2016, l’intermediario Ziad Takiedinne ha affermato di aver trasportato 5 milioni di euro liquidi da Tripoli a Parigi tra i 2006 e il 2007 per consegnarli direttamente a Sarkozy, allora ministro dell’Interno. Recentemente gli agenti dell’Ufficio centrale della lotta alla corruzione e alle infrazioni finanziarie e fiscali hanno consegnato un rapporto ai magistrati in cui si spiega come il denaro sia circolato nell’equipe di Sarkozy durante la campagna. Il quotidiano rivela poi che da diverse settimane gli inquirenti dispongono di alcuni documenti presi durante una perquisizione nel domicilio svizzero di Alexandre Djouhri, uno degli intermediari nel caso.
Una nota confidenziale del governo di Tripoli, che confermava il pagamento, era del resto già stata pubblicata a marzo del 2012, mentre il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, aveva già rivelato nel 2011 che suo padre aveva finanziato, con 50 milioni, la campagna del candidato gollista. “Sarkozy – disse in quell’occasione – deve innanziutto restituire i soldi che ha preso dalla Libia per finanziare la sua campagna. Lo abbiamo aiutato, abbiamo i dettagli della vicenda e siamo pronti a rivelarli”. Proprio in queste ore poi Saif Islam Gheddafi, il secondogenito del defunto leader libico Muhammar Gheddafi, si trova in un luogo sicuro in Libia e presto parlerà al popolo in un discorso televisivo. Nella giornata di ieri, 19 marzo, Ayman Bouras, responsabile del programma di riforme politiche di Saif al Islam Gheddafi, ha annunciato la candidatura del figlio del defunto colonnello alle elezioni presidenziali libiche, che dovrebbero tenersi entro la fine dell’anno. L’esponente libico ha spiegato che il figlio di Gheddafi vuole “salvare il paese” dalla situazione di “caos” in cui è sprofondato dopo il conflitto del 2011. Bouras ha sottolineato che Saif al Islam è pronto a collaborare con “chiunque voglia il bene della Libia” a livello locale, regionale e internazionale, aggiungendo che il suo programma di riforme comprende una “visione integrata a livello politico, di sicurezza e sociale”. Tuttavia su Saif al Islam pende un mandato di cattura spiccato dal procuratore della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità per il suo ruolo nella repressione della rivolta del 2011.

FB nel vortice Russiagate per Cambridge Analytica

facebookUn’inchiesta che rischia di soverchiare un vaso di Pandora, quella portata alla luce dalla stampa americana e britannica. Guardian e New York Times hanno pubblicato una serie di articoli che dimostrano l’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati da Facebook che ora peggiora nelle contrattazioni che precedono l’apertura dei mercati. I titoli del social media arrivano a perdere il 4,45% con le pressioni delle autorità americane e inglese su Mark Zuckerberg affinché esca allo scoperto su Cambridge Analytica. Cambridge Analytica è la società che ha lavorato per Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca. Fondata nel 2013, è stata creata con l’obiettivo di supportare le campagne elettorali utilizzando una profilazione molto precisa degli elettori a partire dai loro dati Facebook. Ma c’è un dettaglio importante: nelle sfide elettorali gioca sempre dalla stessa parte del campo, quella dei populisti. Oltre alla campagna di Trump, è stata coinvolta nel referendum britannico sulla Brexit e nella corsa all’Eliseo di Marine Le Pen. Sul sito web, dove si citano oltre cento campagne elettorali in cinque continenti in 25 anni, a dispetto del fatto che è stata fondata appena 5 anni fa, tra le pratiche di successo è in evidenza l’Italia. Tutto è iniziato nel 2014, quando si è assicurata un finanziamento da 15 milioni di dollari dal finanziatore repubblicano Robert Mercer e ha attirato l’attenzione di Steve Bannon con la promessa di strumenti per identificare la personalità degli elettori americani e influenzare il loro comportamento. L’unico problema era che la società non aveva i dati su cui lavorare. Cambridge Analytica, tramite il suo amministratore delegato Alexander Nix, ha più volte ribadito di non aver mai ottenuto dati di Facebook. Successivamente è però tornata sui suoi passi e ha scaricato la responsabilità di Aleksandr Kogan, accademico russo-americano, dal quale ha acquistato i dati. L’accusa è di aver ingannato il social media e violato le politiche sulla gestione dei dati degli utenti. Facebook spiega che Cambridge Analytica ha conservato impropriamente i dati degli utenti per avendo detto al social media che li aveva distrutti. Nell’annunciare la sospensione Facebook non entra nel dettaglio di come Cambridge Analytica ha usato i dati o se li ha dati alla campagna di Trump. Cambridge Analytica è ora finita nel mirino del procuratore speciale per il Russiagate Robert Mueller.
Milioni di profili Facebook di elettori americani sono stati violati dalla società Cambridge Analytica, quando era al servizio della campagna di Donald Trump per la Casa Bianca, e i dati sono stati usati per realizzare un software in grado di influenzare la decisione sul voto. Lo rivelano in esclusiva i quotidiani ‘The Observer-The Guardian’ e ‘New York Times’, che hanno raccolto le dichiarazioni di un ‘whistleblower’, Christopher Wylie, che ha lavorato con un accademico dell’università di Cambridge per ottenere i dati: “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere i profili di milioni di persone. E abbiamo costruito modelli per sfruttare ciò che sapevamo su di loro e mirare ai loro demoni interiori. È su questa base che l’intera società è stata costruita”, ha detto Wylie.
A dar corpo e forza all’impresa, ad un certo punto, è entrato anche Steve Bannon, chiacchierato consigliere e stratega di Trump, mentre il lavoro sporco è lasciato ad Aleksandr Kogan, psicologo dell’università di Cambridge, esperto di big data, sviluppatore dell’applicazione “thisisyourdigitallife”.
Aleksandr Kogan è un giovane matematico russo-americano che fa il ricercatore a Cambridge. Esperto in big data, analisi dei comportamenti sociali e neuroscienze, ha un curriculum accademico impeccabile: laurea a Berkeley, master a Hong Kong, decine di pubblicazioni. È sua l’idea per risolvere il problema di CA: se servono milioni di profili di utenti Facebook, lui sa come fare. Crea una società ad hoc, Global Science Research, e inizialmente prova attraverso Amazon. Va sulla Mechanical Turk, dove per alcuni lavoretti digitali gli utenti vengono retribuiti con pochi centesimi, e offre un dollaro per chi compila un questionario online con i propri dati personali. Per un po’ funziona ma Amazon se ne accorge e lo blocca. A quel punto prova con Facebook: crea un’app che sembra un gioco, tu rispondi alle domande e ottieni un tuo identikit digitale, ma nel frattempo Kogan accumula dati, ufficialmente per fini scientifici, è un ricercatore di una delle più prestigiose università del mondo in fondo; e li passa a Cambridge Analytica. Quei dati sono un tesoro: dicono tutto su 50 milioni di elettori. Gusti, paure, speranze. Consentono di mandare messaggi mirati. A quel punto Mercer decide di investire 15 milioni di dollari in una partnership con SLC in vista della corsa alla Casa Bianca. E inizia a giocare.
L’app incriminata (un semplice test sulla personalità) è stato lo strumento attraverso il quale, questo variegato team di politici, imprenditori, accademici e sviluppatori, ha iniziato ad accumulare dati personali sugli utilizzatori, condividendoli con terze parti e quindi violando le regole imposte da Facebook (che sembra essere a conoscenza del problema dal 2015).
Ora sia Usa che Regno Unito sono sul piede di guerra e annunciano battaglia: La senatrice democratica del Minnesota Amy Klobuchar sabato sera ha chiesto che Zuckerberg venga ascoltato dalla Commissione Giustizia del Senato affinché spieghi da quanto tempo la società sapeva degli abusi che Cambridge Analytica avrebbe commesso mentre era il motore della vittoriosa campagna elettorale di Donald Trump nel 2016 (venerdì Facebook ha cacciato dalla piattaforma Cambridge Analytica e i due scienziati responsabili della raccolta dei dati). Ma anche nel Regno Unito vogliono ascoltare Zuckerberg visto il presunto coinvolgimento di Cambridge Analityca e di una società canadese in qualche modo collegata, nel referendum che ha portato alla Brexit. Il conservatore Damian Collins, che sta conducendo una indagine parlamentare sulle presunte influenze sul voto del giugno 2016, ora dice che le testimonianze rese dai dirigenti di Facebook e Cambridge Analytica non sono più sufficienti alla luce delle nuove cose emerse, e che quindi scriverà a Zuckerberg chiedendogli di presentarsi davanti alla commissione d’inchiesta.
Ma nel ciclone anche l’Italia. “Nel 2012”, si legge, “CA ha realizzato un progetto per un partito italiano che stava rinascendo e che aveva avuto successo per l’ultima volta negli anni ’80”. Usando – prosegue la nota – l’Analisi della Audience Target, CA ha rimesso gli attuali e i passati membri del partito assieme con i potenziali simpatizzanti per sviluppare una riorganizzazione della strategia che soddisfaceva i bisogni di entrambi i gruppi. La struttura organizzativa moderna e flessibile che è risultata dal lavoro di CA ha suggerito riforme che hanno consentito al partito di ottenere risultati molto superiori alle aspettative in un momento di grande turbolenza politica in Italia”.
Nel frattempo l’inchiesta giornalistica promette altri colpi di scena perché alle rivelazioni fatte dall’ex dipendente Christopher Wylie al New York Times e al Guardian, si aggiunge il documentario che i giornalisti di Channel 4 hanno girato nelle scorse settimane negli uffici di Cambridge Analytica fingendosi potenziali clienti. Nel documentario i giornalisti avrebbero incontrato anche l’amministratore delegato di CA, Alexander Nix, che avrebbe svelato le tecniche di microtargeting usate nelle campagne elettorali a partire dalla profilazione dei dati Facebook degli elettori. Secondo il Financial Times, Nix in queste ore sta provando a bloccare la messa in onda del documentario.

Salvini rispolvera l’Euroscetticismo e apre al Pd

matteo-salvini-6-650.jpg_997313609Dopo l’incontro con gli eletti della Lega, Matteo Salvini rimette sul tavolo degli antagonisti i burocrati dell’Unione europea a cui lancia la sua sfida. “Stiamo lavorando – ha detto Salvini – entro aprile qualunque sia il governo c’è una manovra economica da preparare. Leggo che Bruxelles vuole nuove tasse, noi presenteremo una manovra alternativa fondata sul contrario: meno tasse”. Secondo Salvini, “a Bruxelles saranno contenti perché tutti sono contenti se l’Italia cresce”.
“Faremo – ha assicurato Salvini – l’esatto contrario di quello che qualche burocrate vorrebbe”.
Da vero vincitore il leader del Carroccio si propone per trovare un’intesa per il bene del Paese e non esclude il dialogo. “Sarà mio dovere chiamare tutti i segretari per proporre una gestione condivisa, democratica e rispettosa del del voto popolare – ha spiegato Salvini -. Vediamo se gli altri hanno nomi e cognomi, io non parto da nomi e cognomi ma parto dalla scelta degli italiani di domenica”. Poi sulla crisi del Partito democratico e sulla nuova segreteria Salvini dice in conferenza stampa a Milano: “Il Pd dopo Renzi? Spero siano a disposizione per dare una via d’uscita al paese, a prescindere da chi uscirà dalle primarie”. Quindi un appoggio dem anche a un governo di centrodestra? “Se tutti dicono che al centro c’è il lavoro, su questo il nostro programma ha proposte concrete e realizzabili”, ha risposto.
Se da questo lato le idee di Salvini convergono con quelle di Berlusconi, dall’altro lato, al contrario dell’ex Cavaliere, il leader del Carroccio si dice disposto a tornare alle urne: “O c’è un governo o la parola torna agli italiani” e aggiunge: “Io farei domattina una legge elettorale che dà un premio alla coalizione o al partito più votato. Ma credo poco ai governi tecnici a tempo per fare una o due riforme, che rischiano di essere al servizio di Bruxelles”.
Per Matteo Salvini arriva anche l’incoronazione del Senatùr, Umberto Bossi, appoggiandosi però al leader di Forza Italia. “Berlusconi ha detto che lo fa diventare premier e se lo ha detto Berlusconi…”: Umberto Bossi ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano se Matteo Salvini abbia la forza di diventare premier. “Lo vuole diventare – ha detto il fondatore della Lega arrivando all’assemblea dei neo-eletti del Carroccio con Salvini – ma può farlo se ha l’appoggio di Berlusconi. E molti possono dargli una mano. Chi? Tutti. Mica si può mandare per aria la Lega”.
Sull’essere Premier Salvini dice: “Non ho fretta, non ho smanie, non ho ambizioni personali se non di mantenere gli impegni con gli elettori. Vado al governo soltanto se posso mantenere gli impegni presi, non mi interessa andare a fare ministro solo per il gusto di farlo”. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, in conferenza stampa a Milano, aggiunge: “L’unico candidato premier della Lega è Salvini, lo abbiamo messo nel simbolo e abbiamo preso 5 milioni di voti”.
“Nomi alternativi? Se arriva uno che vuole attuare il nostro programma – ha risposto Salvini – il presidente del Consiglio lo possono fare anche Pippo, Pluto o Paperino. Ma di geni della lampada non ne vedo in giro”. “Ai salvatori della patria non credo, penso che la gente voglia una proposta politica, al tecnico alla Monti o alla Fornero non credo”, ha concluso.

Tim, parte all’attacco Elliot contro Vivendi

paul singer_1280x720Ancora sorprese in casa Tim, il fondo americano Elliott, guidato da Paul Singer, ha acquistato il 5% di azioni Telecom Italia, tra ordinarie e di risparmio. Il fondo Usa si è mosso sul mercato senza dare nell’occhio, arrivando a una soglia necessaria per poter chiedere integrazioni all’ordine del giorno dell’assemblea del gruppo in programma il prossimo 24 aprile, quando Elliott vorrebbe tentare il ribaltone.
Ma Bolloré cercherà di difendersi con il suo 24% che nelle ultime tornate gli ha sempre garantito un controllo di fatto della società italiana, incorrendo per questo anche nei richiami della Consob.
Tuttavia a mettere un primo freno agli americani ci pensa l’ad di Tim Amos Genish apre al fondo Elliott ma lo invita a un concreto feedback. “Diamo il benvenuto a nuovi azionisti che vogliono investire e useremo ogni feedback per migliorarci – afferma -. Sono disposto a sedermi con loro ma le dichiarazioni sono state fatte prima del piano, ora aspettiamo lo valutino. E sulla governance dovranno parlare direttamente con il board e con gli azionisti in assemblea, ma per ora come azienda non abbiamo ricevuto niente”, inteso come proposte concrete. Quanto al piano presentato da Tim, spiega Genish, punta a una forte generazione di cassa che consentirà il ritorno del dividendo, forse già nel triennio anche se il cda non ha approvato nessuna politica di pay out. “Penso saremo in grado di tornare al dividendo nell’arco dei prossimi tre anni – dice -, se raggiungeremo gli obiettivi lo prenderemo in considerazione ma non è stato ne discusso ne approvato dal cda”.
Tuttavia come primo risultato si è avuto un deciso rialzo del titolo Telecom del 5,9%. In un comunicato Eliott ha specificato che, ad oggi la posizione in azioni ordinarie e di risparmio è tale da non superare le soglie che impongono la divulgazione ai sensi delle leggi italiane. Mentre l’arrivo di Bolloré in Telecom ha avuto come effetto immediato una conseguente sottovalutazione dei valori di Borsa. L’unico obiettivo del francese sembra stato quello di restare ai vertici: prima il dispendioso acquisto di azioni per contrastare il rivale francese Javier Niel, poi la defenestrazione di Marco Patuano a vantaggio di Cattaneo che non ha portato a significativi miglioramenti se non all’esborso di una cifra spropositata dopo solo un anno di gestione. Senza dimenticare i conflitti con il governo e le autorità di controllo all’esterno e con il collegio sindacale e i consiglieri indipendenti all’interno.

Renzi innesca la bagarre nei dem accusando Gentiloni

gentiloni-renzi9.jpg_997313609Non bastavano le liti interne, la spaccatura che ha portato alla nascita di un’altra sinistra, non bastava aver ‘congelato’ le proprie dimissioni dopo il flop elettorale. Matteo Renzi va oltre, non si assume nessuna responsabilità per la debacle del Pd, ma punta il dito direttamente contro i due Capi delle Istituzioni: Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quest’ultimo è stato sempre molto apprezzato non solo dal suo Partito, ma anche tra gli italiani e dopo solo un anno di Governo. Gentiloni è stato tra i pochi del Pd a non essere azzoppato dal voto, ha vinto il suo collegio con percentuali ottime a differenza di Franceschini e Minniti e nonostante si sia sempre distinto per la sua compostezza stavolta non ha retto alle accuse del segretario Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio alla fine si è “arrabbiato”, tanto da aver esclamato: “Mi ha dato dell’inciucista. Lui a me”. E dopo aver ribadito che lui non sta pensando a fare accordi di un certo tipo con nessuno si sarebbe sfogato dicendosi “sconvolto” dal discorso di Renzi, “per come ha ricostruito i motivi della sconfitta” e per quelle dimissioni che dimissioni in realtà non sembrano.
Le accuse a Gentiloni unite alle sue ‘dimissioni congelate’ hanno riaperto la ferita nel Partito democratico, già alle prese con la più grande batosta elettorale per la sinistra nell’Italia Repubblicana. La delusione è cocente e si fa strada nelle decisioni dei dem: la prima è proprio una dei renziani della prima ora, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani (che ha strappato al fotofinish un seggio in Parlamento, grazie al meccanismo del calcolo dei resti) ma che annuncia di lasciare la segretaria nazionale. “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, ha annunciato: “Un atto – dice – doveroso e improrogabile”.
Ma i malumori si sono propagati tra i big del Pd dopo le accuse del senatore Zanda, tra questi anche il Vice Maurizio Martina, mentre Gianni Cuperlo, espressione della minoranza interna, la delusione è forte: “Dal segretario di un partito pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’affermazione ‘prendo atto e me ne vado’ ma da un’analisi dei limiti dell’azione condotta in questi anni”. E a proposito delle affermazioni del segretario, che accusa il presidente Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli parla di “passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo”.
Lorenzo Guerini prova a rimettere pace: “Lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi”. Afferma il coordinatore della segreteria del Partito Democratico.
Nel frattempo si profilano già le candidature, più o meno implicite, di due governatori, Sergio Chiamparino e Nicola Zingaretti, ultimi capisaldi di una sinistra sbaragliata ovunque.
Ma Renzi, dopo la smentita sulla sua settimana bianca, fa ben capire di non lasciare senza aver ‘combattuto’ l’ultima battaglia e continua ad accusare gli altri. “Le elezioni sono finite, il PD ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me?”. Matteo Renzi replica via social network ai suoi critici, fuori e dentro il Pd. Ai primi, ai media, spiega che “parlare di me, ancora, è inspiegabile. Sono altri, adesso, a guidare il Paese: occupatevi di loro, amici dell’informazione”. Agli altri, all’opposizione interna, lancia la sfida a confrontarsi a carte scoperte in Direzione: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

Centrodestra, pronto l’ultimo duello Salvini-Berlusconi

salvini, meloni, berlusconiMentre Giorgia Meloni è in Ungheria, continua lo scontro in casa Centrodestra tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la carica di presidente del Consiglio. Domani ci sarà l’ultimo appuntamento sul palco dei tre leader, ma per il momento la partita tra i due contendenti è ancora aperta. L’Ex Cavaliere dopo aver proposto più volte la sua candidatura o quella del Presidente Tajani, a chi gli chiede se sarà lui il candidato premier di Fi nel caso si tornasse al voto tra un anno, ribadisce: “Contro la mia voglia temo che dovrò essere io, che sarò riabilitato dopo una sentenza assurda”. “Io non ho ambizione politica, sono in campo come nel 94 per senso del dovere, questa volta l’ho fatto di nuovo per evitare che la setta M5s arrivasse a prendere i voti degli italiani per governare. Ci sono solo io che posso evitare questo, se io non fossi stato in campo, la metà di chi vota Fi si sarebbe astenuto”, dice ancora Silvio Berlusconi a radio anch’io.
Mentre il leader della Lega oggi continua a riproporsi come vincitore indiscusso: “La Lega sarà prima in Veneto come in Lombardia, andremo avanti in Emilia. E per la prima volta nella storia avremo tanta fiducia di uomini e donne nel Sud: saremo prima forza del centrodestra”.
Ma Berlusconi punta a essere lui il primo partito e a decidere così le sorti di un eventuale Governo dopo il 4 marzo, tanto che non ha ancora confermato la sua presenza sul palco della manifestazione indetta da Matteo Salvini giovedì a Roma. Il leader del Carroccio per il momento non può far altro che assecondare l’uomo di Arcore per poter conquistare i voti necessari per le consultazioni elettorali. Un primo passo verso l’ala moderata Salvini lo ha già fatto quando ha dato la sua indisponibilità a una intesa con CasaPound, lo ha fatto in nome di un’intesa con i Forzisti che vogliono una coalizione il più possibile moderata e con Fratelli d’Italia già di malumore per aver visto perdere il suo bacino di voti a favore della Lega.