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Lorenzo Catania

Sebastiano Aglianò
e la schiavitù morale
della Sicilia

aglianòChi era Sebastiano Aglianò (1917-1982)? I dizionari e le enciclopedie lo ignorano. Nato a Siracusa,  Aglianò, dopo avere conseguito la maturità classica al liceo “Gargallo”, nel 1936 viene ammesso alla Facoltà di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Qui ha come professore di Letteratura italiana Luigi Russo, il quale, in una lettera del 5 maggio 1942 a Benedetto Croce, vanta le “notevoli attitudini filologiche” del suo ex scolaro. Formatosi al liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini e attivo, come gli altri studenti normalisti Alessandro Natta, Antonio Russi e Mario Spinella, nei gruppi clandestini dell’antifascismo democratico che operano alla vigilia della seconda guerra mondiale, Aglianò dopo la laurea sarà insegnante nei licei toscani poi preside del liceo scientifico “Galilei” di Siena, nella cui università, presso la Facoltà di Magistero, insegnerà letteratura italiana fino al 1978. Studioso di Dante e Foscolo, Aglianò è conosciuto tra i lettori colti per il libro “Cos’è questa Sicilia: saggio di analisi psicologica collettiva”, pubblicato nel 1945 dal libraio-editore Rosario Mascali, proprietario della storica “Casa del libro” in via Maestranza nella città di Archimede. Accolto assai male nella Sicilia dell’immediato dopoguerra perché ”lavoro di autocritica” teso a sottolineare l’immobilità classica dell’Isola e il suo isolamento rispetto al resto della Penisola. il libro (riedito nel 1950 da Mondadori con il titolo “Questa Sicilia”; stampato nel 1982 dalle edizioni Corbo e Fiore di Venezia, con una introduzione di Leonardo Sciascia; infine sottratto all’oblìo grazie all’edizione Sellerio del 1996 che lo intitola “Che cos’è questa Sicilia?”) non passa inosservato nel continente, dove incontra l’apprezzamento del filosofo Guido De Ruggiero e del poeta Eugenio Montale che ne scrivono  su “La Nuova Europa” e sulla rivista fiorentina “Il mondo”. In “Che  cos’è questa Sicilia?”

Aglianò denuncia la resistenza al progresso dell’Isola, dove la mentalità arcaica e feudale, le camarille, la schiavitù morale e le sopraffazioni tardano a scomparire. Afferma che la Sicilia accoglie in sé e riassume “le caratteristiche che sono proprie di tutto il Paese, accentuandole e colorendole”. Affermazione che anticipa l’idea sciasciana della Sicilia come metafora della Nazione e suggerisce la risposta che Pietro Germi darà alla domanda di un giornalista, dopo la prima proiezione al pubblico del film “Sedotta e abbandonata”: –  “Perché da qualche tempo lei si occupa con particolare attenzione dei problemi sentimentali dei siciliani’?” – “Non credo che siano problemi sentimentali esclusivamente siciliani. Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte, insomma, e tutti gli italiani sono siciliani”.

In “Che cos’è questa Sicilia?” Aglianò, in maniera  un po’ ingenua e neoilluministica, si prefiggeva di modernizzare le leggi e il costume arretrati dell’Isola, ma il suo libro, negli anni in cui le passioni separatiste erano vive  e  le parole “esame di coscienza” al solo sentirle pronunziare davano fastidio, venne letto come  un’operazione dal sapore razzista e dunque immorale e disgustosa. Non a caso  dopo l’apparizione dell’opera, dalle pagine di un giornale l’intellettuale siracusano si vide minacciato da un lettore con tono  mafioso: ”Signor Aglianò, se ne vada: ci tolga l’incomodo della sua indesiderabile presenza e faccia presto, perché non tutti i siciliani sanno sopportare a lungo, e non si può indeterminatamente ignorare un comportamento denigratorio come il suo”.

A differenza dei tempi in cui Aglianò scriveva il suo libro, oggi, come racconta il giornalista-scrittore Gaetano Savatteri nel recente “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017),  tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione  ci fanno percepire che la Sicilia, sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo, cerca a fatica di uscire dalla prigione degli stereotipi e dell’immobilismo, ma la strada da fare è ancora lunga.

Lorenzo Catania 

Croce, le leggi razziali e i pregiudizi antisemiti della cultura liberale

olycom - benedetto croce - MAGGIO 1946 ROMA - IL FILOSOFO E POLITICO BENEDETTO CROCE PARLA AL CONGRESSO DEL PLI, PARTITO LIBERALE ITALIANO, LEGGERE, FOGLIO, DISCORSO, PARLARE, ANNI 40, ITALIA, B/N

Quando si celebra la Giornata della Memoria, càpita di leggere articoli che ricordano il silenzio degli intellettuali che non si opposero alle leggi razziali. Si rimuove invece il fatto che immagini, stereotipi e schemi mentali allignano anche tra gli intellettuali liberali antifascisti, come traspare da questo giudizio del critico letterario Luigi Russo sul collega Attilio Momigliano: “Nel caso del Momigliano, le sue particolari origini semitiche ci possono aiutare a intendere certe attitudini ascetico-contemplative della sua mente, la solitudine fisica del suo stile, e però anche qualche tiepidezza e distanza storica della sua opera letteraria. Difetto quest’ultimo a cui egli ha cercato di rimediare non solo con una assidua disciplina di studi, ma anche affiatandosi con animo puro e di non facile e opportunistico convertito, da vile marrano (la frase ora torna di moda), alle fonti più alte della religiosità cristiana.” Lo stesso Benedetto Croce che faceva parte dell’Istituto veneto di scienze lettere ed arti e in tale qualità a seguito delle leggi razziali del 1938 ricevette un questionario da riempire per dichiarare se fosse oppure no ebreo, non fu esente da pregiudizi.
È vero che il filosofo rispose al presidente dell’Istituto con una lettera che fa di Croce un ebreo d’elezione: “Gentilissimo Collega, ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l’avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme, di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata…”. E tuttavia, questa bella lettera non ci deve far dimenticare un affondo del filosofo nei confronti di Carlo Marx, contenuto nel saggio “Monotonia e vacuità della storiografia comunistica” (1949), che suona come giudizio negativo nei confronti del popolo di Israele: ”Onde io, che ho sempre ripugnato e ripugno alla dottrina naturalistica e fatalistica delle razze, non posso in questo caso astenermi dal pensare, non già propriamente al sangue, ma alle tradizioni e abiti giudaici del loro autore, e a quel che nella singolare formazione storica della gente ebraica avvertivano i Romani come il loro “adversus omnes alios hostile odium”, trasferito a odio di tutta la storia umana, antichità classica, medioevo cristiano, libertà moderna, che, invece di essere rappresentata da Omero, da Dante, da Shakespeare, da Platone, da Kant e da Hegel, viene rappresentata dallo Schiavo, dal Servo, dal Proletario. Questa loro visione si connette con ciò che Volfango Goethe nei Wanderjahre, notava degli ebrei: che essi non possono fondersi con noi, perché non riconoscono – diceva – le origini storiche della nostra civiltà, e a loro ripugna la nostra storia che non è la storia loro, informata ad una loro singolare idea di dominazione”.
Non va dimenticato che il giudizio di Luigi Russo contenuto nel libro “La critica letteraria contemporanea” (1943), non soppresso nelle edizioni successive della fortunata opera, e quello di Croce di alcuni anni dopo, cadevano nel clima storico-politico dell’Italia del dopoguerra, dove la piena condanna della persecuzione razziale non era una priorità e nell’aria si respirava un rinnovato antisemitismo, visibile nella difficoltà a restituire agli ebrei i loro beni e i loro diritti, a reintegrarli nei loro posti di lavoro.

Lorenzo Catania

L’omertà non è stata inventata in Sicilia

A differenza degli studenti che mal sopportano leggere e commentare “I promessi sposi”, Leonardo Sciascia, che nelle aule delle magistrali di Caltanissetta aveva allargato il quadro delle sue prime letture, si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. Allo scrittore di Racalmuto “I promessi sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I promessi sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è dalle consorterie, dalle complicità, dalle impunità, dai silenzi e dalle codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza  quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Come la Lombardia del Manzoni, anche la Romagna di Giovanni Pascoli non è esente dal vizio dell’omertà. In una lettera datata 10 agosto 1904  indirizzata al giovane Leopoldo Notarbartolo, considerato un fratello di sventura poiché aveva avuto il padre ucciso dalla mafia, l’autore dei “Canti di Castelvecchio” accostava l’atteggiamento omertoso degli abitanti di San Mauro ai mafiosi siciliani coinvolti nel delitto di Emanuele Notarbartolo (febbraio 1893), prestigioso esponente del liberalismo moderato ed ex direttore del Banco di Sicilia. Nella lettera Pascoli scriveva che “in Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio”. Nell’abbozzo della lettera conservata a Castelvecchio sappiamo che Pascoli aveva inizialmente scritto: “Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla! Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto.[…] Tutti in Romagna sanno perché fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla…”  Sebbene in Romagna la mafia intesa come gerarchica organizzazione come fu in Sicilia non è mai esistita, tuttavia utilizzando il termine “mafia”, Pascoli voleva sottolineare la chiusura omertosa dei romagnoli verso la possibilità di collaborare con le forze dell’ordine per smascherare gli assassini del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto del 1867 sulla strada del ritorno a casa dopo essere stato a Cesena. Manzoni attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita  di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca e Pascoli con la sua lettera smentiscono il pregiudizio antimeridionale che vuole l’omertà e il fenomeno ad essa collegato, la mafia, iscritte nel Dna delle popolazioni siciliane, calabresi o campane. Ci aiutano a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato dal clientelismo, dalla corruzione, da patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Per questo quando si dice da parte di uomini politici e di certi scrittori che le difficoltà nella lotta alla mafia vanno ricercate nella “omertà” dei siciliani ecc., si afferma una verità parziale e mistificante. Lo aveva capito bene lo scrittore Luciano Bianciardi. Nella corrispondenza con i lettori che l’autore di “La vita agra” tenne nel 1970-1971 sul settimanale “Il Guerin Sportivo”, sollecitato a parlare dell’argomento mafia, Bianciardi  scriveva che  “la mafia non fu inventata a Palermo”. Essa nasce “dove è carente lo Stato. […]Sorge  ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria”. Bianciardi non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, “God Protect  me from my Friends” ( tradotto col titolo “Dagli amici mi guardi Iddio”: vita e morte di Salvatore Giuliano”),  però ci trasmetteva una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

Elio Gioanola. Quando la poesia indossa la maglia nerazzurra dell’Inter

gioanolaLo storico della letteratura italiana Elio Gioanola, autore di libri e saggi importanti su Leopardi, Manzoni, Pascoli, Pirandello, Pavese, C.E. Gadda ecc., sin dall’infanzia appassionato di calcio, a ottant’anni suonati, in Il cielo è nerazzurro. Storia e passione Inter (Jaca Book, Milano 2016, pp. 188, € 16,00) si è deciso a scrivere di sport e a raccontarci la sua “passione adulta per l’Inter, essendo stato il Torino il primo amore calcistico, purtroppo scomparso a Superga. Avevo sedici anni e per molto tempo sono stato senza una squadra del cuore.[…]Poi è arrivata l’Inter, ormai trent’anni fa, e da allora è rimasta il mio tifo più acceso, al punto che mi sembra di essere stato sempre interista. Forse le passioni tardive sono le più tenaci”. A differenza di Gioanola, che diventa tifoso un po’ per caso a cinquant’anni, il poeta Vittorio Sereni fin da giovane è un interista “perso” al punto da stare fisicamente male per la propria squadra ed essere costretto a disertare il derby dopo un micidiale 4 a 4 del febbraio 1949. Sereni, che si definisce “un tifoso come tanti, spesso portato a chiedersi se l’Inter non occupi una parte troppo grande dei suoi pensieri”, è affascinato dal gioco del calcio inteso come metafora dell’esistenza. Festa popolare dotata di un senso che va oltre il suo significato puramente sportivo. Infatti, nel testo Il fantasma nerazzurro, che rievoca la partita serale di Coppa dei campioni, nel 1964, fra l’Inter e il Borussia, Sereni ci parla dello spettacolo “sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perché in quanti altri casi è dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che lì si riveli e ti si apra il cuore autentico di un’intera, sterminata città […]?” Spettacolo vibrante, carico di colori e di suoni, come quello che lo spinge a raccontare nella poesia Domenica sportiva, compresa nella terza edizione della raccolta di versi Frontiera, una sfida a San Siro tra l’Inter e la Juventus: “Il verde è sommerso in neroazzurri./ Ma le zebre venute di Piemonte/ sormontano riscosse a un hallalì/ squillato dietro barriere di folla./ Ne fanno un reame bianconero./ La passione fiorisce fazzoletti/ di colore sui petti delle donne. // Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo./ A porte chiuse sei silenzio d’echi/ nella pioggia che tutto cancella. Sfida che procura al poeta ebbrezza, momenti di gioia che si oppongono alla negatività dell’esistenza, della politica e della storia. Ma, quando l’incanto di suoni e colori viene spezzato dal fischio dell’arbitro, che decreta la fine della partita, il divertimento cede al malumore della festa finita e “un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso” – chiosa il poeta – invade l’animo degli spettatori che svuotano le gradinate. Allora lo stadio, come nella poesia Altro compleanno, che chiude la raccolta Stella variabile, quarto e ultimo libro di poesie di Sereni, diventa “un gran catino vuoto”, una costruzione di pietre nel deserto che riflette, come uno specchio, il tempo passato inutilmente. Un simbolo dell’attesa del futuro che non si conosce, dell’impossibilità dell’uomo di formulare programmi o affermare certezze: “A fine luglio quando/ da sotto le pergole di un bar di San Siro/ tra cancellate e fornici si intravede/ un qualche spicchio dello stadio assolato/ quando trasecola il gran catino vuoto/ a specchio del tempo sperperato e pare/ che proprio lì venga a morire un anno/ e non si sa che altro un altro anno prepari/ passiamola questa soglia una volta di più/ sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore/ e un’ardesia propaghi il colore dell’estate”. Spesso, nel “gruppetto di interisti scelti” guidato da Sereni, che nelle domeniche degli anni Settanta si reca allo stadio, ci sono il musicista Gino Negri e i poeti Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi. Quest’ultimo ispirato dalla squadra del cuore, scrive i versi della poesia intitolata 53, dove l’inizio della passione calcistica, vissuta dall’autore-bambino come un apprendistato alla vita, si mescola all’amore-nostalgia per il padre e al ricordo degli idoli (il portiere Giorgio Ghezzi e i centravanti Lennart Skoglund, Stefano Nyers e Benito Lorenzi) che hanno contribuito a fare grande la storia del club neroazzurro: “L’uomo era ancora giovane e indossava/ un soprabito grigio molto fine./ Teneva la mano di un bambino/ silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, /c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria./ Luigi Cucchi/ era l’immenso orgoglio del mio cuore, /ma forse lui non lo sapeva”.

Lorenzo Catania

Padellaro, quando l’educazione fascista venne riciclata in Italia

saggi_ginnici_4Il siciliano Nazareno Padellaro pedagogista al servizio del fascismo, nell’Italia del dopoguerra sarà chiamato dal democristiano ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella a ricostruire ex novo il Comitato centrale per l’Educazione popolare. Non sono stati pochi in Italia gli uomini riciclati come Padellaro, che hanno incistato la storia dei primi decenni della Repubblica.
È stato giustamente rilevato che quando si parla di creare un Museo del fascismo a Predappio, comune a cui appartiene il villaggio di Dovia, dove il 29 luglio del 1883 nacque Benito Mussolini, si dimentica spesso di sottolineare che il fascismo ha umiliato e offeso tanti italiani. Ha perseguitato, ucciso e distrutto e perciò non può essere trasformato in un “presepe”. L’Italia postfascista nel giro di pochi anni ha saputo sollevarsi dalle macerie materiali e morali prodotte dalla dittatura e poi dalla guerra; eppure, come il fascismo, non è uscita indenne dalla colpa di avere umiliato e offeso gli italiani. Significativa risulta in questo senso la figura del pedagogista siciliano Nazareno Padellaro (1892-1980), devotissimo di Mussolini, collaboratore del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai e funzionario assai influente durante il Ventennio.
Antisemita, autore di tante pagine scritte con un registro elevato alternate a pagine di propaganda, tipiche della mistica fascista, e del Libro della terza classe elementare (qui agli alunni veniva insegnato che “il vero paradiso è ove si fa la volontà di Dio, che viene sentita anche attraverso la volontà dello Stato”), Padellaro concepiva il mondo diviso in due blocchi contrapposti: da un lato l’Italia latina e cristiana, dall’altro la Russia distante fin dall’antichità dal cristianesimo e dalla cultura occidentale. In maniera coerente con questa sua visione del mondo, Padellaro, ex insegnante elementare, poi Provveditore agli Studi nella città di Potenza e in seguito di Roma, infine pedagogista di riferimento del regime, vedeva Hitler come il baluardo contro le due minacce del Novecento: gli ebrei e i comunisti. Qualche mese dopo la costituzione della Commissione per la Bonifica libraria, nata per adeguare la letteratura, l’arte e la cultura del popolo e dei giovani alle necessità dell’etica fascista, nel novembre del 1938, in un Convegno sulla letteratura infantile e giovanile tenutosi a Bologna, Padellaro lanciava un dura accusa alla letteratura straniera. Le opere straniere, diceva Padellaro, “contribuiscono a mortificare le esigenze nascenti e fondamentali dello spirito, disorientano, talvolta irreparabilmente, sovrapponendo fantasmi e sentimenti che si agglutinano in abiti mentali di altre razze e cadono così profondamente nella coscienza da non essere più estirpabili”. Più in particolare, autori dannosi sarebbero Lewis Carrol, con il suo libro Alice nel paese delle meraviglie, dominato da “un mondo in cui gli oggetti più ancora delle persone sono sotto l’azione del cloroformio”; Rudyard Kipling, “creatore di un imperialismo panteista”; James Fenimore Cooper, con la sua “corriva apologia di puritano”; Louisa May Alcott che “fa della promiscuità dei sessi un canone educativo”; Jack London, Karin Michaelis, “nei cui libri l’obbedienza non esiste”, e Pamela Travers, creatrice di Mary Poppins che “strania i figli dai genitori per creare una sottomissione cieca alla governante”. Come tanti altri intellettuali militanti e intellettuali funzionari organici al regime, nel dopoguerra Padellaro sarà “epurato”, ma nel novembre del 1949, in piena “Guerra fredda”, l’uomo che al Convegno bolognese sopra citato aveva affermato “meglio i libri mediocri di scrittori italiani, che i libri famosi di scrittori famosi ma stranieri”, sarà chiamato dal democristiano ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella per ricostruire su nuove basi e con funzioni autonome il Comitato centrale per l’Educazione Popolare, dove avrà un dominio incontrastato fino al maggio del 1957. Non sono stati pochi in Italia gli uomini “riciclati” come Nazareno Padellaro, che hanno incistato la storia dei primi decenni della Repubblica, contribuendo a rendere fragile sul nascere la nostra democrazia.

Lorenzo Catania

La Festa rimossa. L’oblìo sulla Breccia di Porta Pia

porta-piaOggi l’Italia si riconosce nel 25 aprile, nel 2 giugno, nella celebrazione dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine, ma ha rimosso la festa del 20 settembre. E questo perché dopo la caduta del fascismo, la nostra Repubblica mantenne l’abolizione di quella festa decisa da Benito Mussolini. Il 20 settembre 1870 il generale Raffaele Cadorna alla testa di un corpo di bersaglieri aprì a cannonate una breccia nelle mura di Roma, in corrispondenza di Porta Pia, e occupò militarmente la città. L’Unità italiana veniva finalmente raggiunta e sanciva la sconfitta del potere temporale della Chiesa cattolica.

Istituita per legge nel 1895, detta festa, almeno fino al primo decennio del Novecento, era stata popolare soprattutto a Roma, strappata al suo isolamento di secoli e trasformata profondamente dall’arrivo degli “italiani”. La memoria della festa del 20 settembre (testimoniata dalla presenza in tante città italiane di vie e piazze a quell’evento intitolate) andò perdendosi quando le varie forze componenti la società civile, trovando ostacoli a realizzare in Italia uno Stato veramente laico e una Chiesa cattolica rinnovata, attenta alla diffusione dei valori religiosi e alle verità di fede, preferirono praticare soluzioni compromissorie tese ad avvicinare “il Quirinale” e “il Vaticano”. Ma alla scomparsa della festa del 20 settembre contribuì anche il cambiamento del clima storico segnato dalla Grande Guerra e poi dall’avvento del fascismo, che quella data importante della storia d’Italia soppresse nel 1930, sostituendola con la celebrazione dei Patti lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio1929, che realizzano nella sostanza uno Stato confessionale. Dopo la caduta del fascismo, in età repubblicana, chi, come il critico letterario Luigi Russo, aveva deplorato la violenza esercitata sulla nostra storia con la cancellazione della festa del 20 settembre, venne ingiuriato dall’organo della Curia di Genova, per il quale la vera festa dell’Unità nazionale era quella dell’11 febbraio, che poneva fine alla “separatezza” dei cattolici ma occultava gli eventi risorgimentali legati al conflitto Stato/Chiesa. Ernesto Rossi, invece, promotore del movimento “Giustizia e Libertà” e redattore con Altiero Spinelli del “Manifesto di Ventotene”, testo base del federalismo europeista, dopo avere commemorato a Firenze il 20 settembre, venne denunciato per vilipendio alla religione di Stato e subì una perquisizione domiciliare tendente al sequestro del dattiloscritto contenente il discorso incriminato.

In questi ultimi anni associazioni, uomini politici e di cultura si sono battuti per riproporre la festività del 20 settembre e recuperare così alla memoria collettiva una data fondante per la nostra nazione. Ma non sarà facile spuntarla nel Paese degli accomodamenti e dei compromessi, dove i partiti attuali di centro destra e di centro sinistra impegnati a intercettare il consenso della maggioranza degli italiani e a vincere le elezioni, con il loro disinteresse per la storia e l’indifferenza per le idee, cooperano a cancellare memorie complesse e minoritarie, ma vive. Memorie percepite come un impaccio dalle formazioni politiche che si ritengono proiettate verso il futuro.

Lorenzo Catania

“Storia d’Italia in 15 film” di Alberto Crespi ‘cancella’ Pietro Germi

crespiDopo avere raccontato la Gioventù perduta dell’immediato secondo dopoguerra, il regista Pietro Germi negli anni 1948-1950, attirato dalle caratteristiche antropologiche, culturali e sociali della Sicilia, costruisce un discorso cinematografico che, felicemente combinando impegno civile e forma spettacolare, racconta la condizione di certe estreme contrade del Sud travagliate dalla povertà e dalla delinquenza, dalla mancanza di lavoro e dall’assenza di una vera democrazia.

In pratica, nei film In nome della legge e Il cammino della speranza Germi racconta l’incipiente degrado dell’Italia postbellica occultato dai cinegiornali dell’epoca e dai film di puro intrattenimento. Alle soglie del boom economico, in antitesi con il cinema del neorealismo rosa e dell’arcadia romanesca, che diffonde un’immagine improbabile, artificiale dell’esistenza, Germi con Il ferroviere e L’uomo di paglia racconta la vita opaca, esclusa, fatta di sacrificio degli operai alle prese con i reali problemi del lavoro e di una società spietata con i deboli e i loro errori.

All’inizio degli anni ’60, il vuoto che si nasconde dietro il “miracolo economico” e la modernizzazione ambigua, contraddittoria della società italiana, fanno precipitare il pessimismo di Germi. Di qui trae origine la triade satirica costituita dai film Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signore e Signori. Tramite queste pellicole, il regista ligure fu tra i primi a cogliere i risvolti affaristici, amorali, cinici, cialtroni che stanno alla base del vero miracolo italiano. A disegnare un affresco pungente dell’Italia del tempo, leggibile come un apologo del “Paese mancato”. Alla luce di questa filmografia, che ho sinteticamente passato in rassegna, trovo assai discutibile che nel libro di Alberto Crespi, Storia d’Italia in 15 film, edito in questi giorni da Laterza, nessuna opera di Germi sia stata non solo sistematicamente discussa ma nemmeno accennata.

Lorenzo Catania

La Sicilia letteraria
e la mafia raccontate
da Luciano Bianciardi

bianciardi_luciano1Nella corrispondenza con i lettori che lo scrittore Luciano Bianciardi tenne dal 1970 al 1971, anno della sua morte, sul “Guerin Sportivo”, diretto allora da Gianni Brera – oggi leggibile nel godibilissimo volume Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, Roma), si leggono alcune notazioni su scrittori e poeti quali Verga, Pirandello e Quasimodo, ma anche sulla mafia.

E questo perché il “Guerin Sportivo” era un settimanale di sport e di varia umanità, teso a contrastare in maniera spregiudicata ed eretica il dilagante conformismo della cultura italiana di quel tempo. A proposito di Quasimodo, sulla scia del giudizio un po’ snobistico di Edoardo Sanguineti, che nella sua Poesia italiana del Novecento aveva scritto che “il suo più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo non è da riconoscersi nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dai lirici greci”, Bianciardi ripete che il poeta siciliano fu un ottimo traduttore di testi poetici ma non un grandissimo poeta. Meglio di Quasimodo, i poeti Montale e Ungaretti avrebbero meritato il premio Nobel. Secondo Bianciardi,  anche Luigi Pirandello aveva vinto il Nobel immeritatamente. Senza mezzi termini lo scrittore maremmano dichiara che a lui Pirandello non piace, perché “ha una tematica fissa, uggiosa, scontata, falsamente europea, sostanzialmente siciliana e provinciale”, che si può riassumere in poche righe.
Per Bianciardi, Pirandello è “un monotono autore provinciale che fu scambiato per pensatore profondo da un’Italia altrettanto provinciale”.Bianciardi lamenta perciò il fatto che a Stoccolma hanno premiato Carducci, Deledda, Pirandello e Quasimodo, ma hanno ignorato Giovanni Verga, “scrittore di livello mondiale”. Forse perché allievo del “venerato maestro” Luigi Russo e perché l’ autore dei Malavoglia ha un po’ a che fare con il tema essenziale della migliore narrativa di Bianciardi, costituito dal passaggio traumatico dalla vita di provincia a quella della metropoli, che produce uomini destinati a uno scacco esistenziale, l’autore di La vita agra, che si definisce “un anarchico conservatore”, nutre una passione viscerale per l’arte del conservatore Verga, legato alla piccola nobiltà agraria, che nel 1912 si dichiara favorevole a una politica “nazionalista” dopo avere inneggiato nel 1898 al generale Bava Beccaris massacratore del popolo milanese in rivolta. Scrive Bianciardi sul “Guerin Sportivo”: “I miei maestri si chiamano così: Giovanni Verga, catanese. Seguo invano le sue tracce da quando avevo diciotto anni. Carlo Emilio Gadda milanese”.
Nel dialogo sulle pagine  del “Guerin Sportivo” Bianciardi, stimolato dai lettori della sua rubrica che, dopo l’ assassinio del procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, gli chiedono di chiarire i supposti rapporti della magistratura con la mafia e di dire che cosa sia esattamente la mafia, si sofferma più volte a parlare dell’ argomento, nel periodo storico in cui ministri e cardinali negano l’ esistenza del fenomeno mafioso o sottovalutano i suoi effetti devastanti nel mondo politico ed economico della penisola. “La mafia – scrive Bianciardi – non fu inventata a Palermo. La mafia è una componente sociale eterna. Dovunque una minoranza si dispone a difesa dei propri privilegi, o alla conquista di privilegi che ancora non ha, e agisce dentro un contesto sociale estraneo, e si dà le sue regole e le sue leggi occulte, e un codice d’ onore che va rispettato, pena la vita, lì è la mafia”. E ancora: “Dove è carente lo Stato, lì gli uomini inventano uno Stato per proprio conto, e vi amministrano la giustizia, a modo loro. Il fenomeno mafioso esiste dappertutto, in ogni paese. Si accentua in Sicilia, isola occupata, volta a volta, da greci, arabi, normanni, angioini, aragonesi, italiani, tedeschi, americani e infine turisti. Un’ isola che non ha mai avuto un governo efficiente, ma solo oppressivo. Così si governano da soli, e regolano i conti alla maniera che abbiamo visto. Certo che i magistrati hanno rapporti con la mafia. Tutti, in Sicilia, hanno rapporti con la mafia”.

Sollecitato a definire meglio le caratteristiche e le sfere di influenza della mafia di quegli anni e i suoi legami con il potere, Bianciardi ribadisce che “la mafia è kantianamente, una ‘categoria dello spirito’. Sorge ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria, dovunque occorra fare ‘giustizia’ da soli. Quella siciliana è la più forte e la più dura, perché la Sicilia è il pezzo d’Italia più sfottuto nei secoli. Un tempo stava di casa a Corleone, ed era una conventicola che governava i contadini.[…] Ora predomina a Palermo, dove controlla l’ edilizia ben più fruttuosa. Ma ha le sue propaggini, ovviamente, a Roma”. Infine, a un lettore che mitizza l’ operato del prefetto Mori, considerato come un uomo abile e coraggioso che era riuscito a sconfiggere la mafia durante il fascismo, mentre la commissione parlamentare presieduta dall’ onorevole Cattanei si era arresa di fronte al pericolo di compromettere importanti personaggi politici, Bianciardi, scettico sulla lotta alla mafia affidata alle commissioni parlamentari o basata solo sulle misure di polizia, distante da quegli storici che, seppure con molte cautele, danno un giudizio nel complesso positivo sui risultati dell’ operazione Mori, risponde così: “Il prefetto Mori, nonostante il dispiego di forze, non risolse la faccenda della mafia, tanto vero che nel 1943 gli americani sbarcarono in Sicilia con il beneplacito e l’appoggio della mafia, siciliana e americana. Segno che questa mafia continuava a prosperare di qua e di là dell’ Atlantico”.

Bianciardi, autore insieme a Carlo Cassola del libro-inchiesta I minatori della Maremma e di opere di contenuto risorgimentale in cui presentava un’immagine inedita della storia d’Italia, non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per la Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, GodProtect me from my Friends (Dagli amici mi guardi Iddio: vita e morte di Salvatore Giuliano). E tuttavia le sue opinioni sulla mafia, per quanto non aggiornate, ci trasmettono una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza, che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto tempo cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

De Sanctis e la passione
per la giovane Teresa

Francesco De SancrtisDifficilmente i grandi autori studiati a scuola, quelli che ci insegnano a chiamare classici, vengono raccontati nei loro aspetti più insoliti e quotidiani, per renderli umani e farli sembrare simili ai giovani che li leggono per obbligo e non di rado li rifiutano perché presentati con un linguaggio specialistico, arido e polveroso. Fa bene perciò Paolo Orvieto nella biografia critica su Francesco De Sanctis (Salerno editrice, Roma 2015, pp.268, € 15,00) a dedicare poche, ma significative pagine alla passione amorosa del fondatore della critica letteraria (oltre che uomo politico e Ministro dell’Istruzione nel governo Cavour e poi in quello di Benedetto Cairoli) per la quindicenne Teresa de Amicis. Una passione amorosa nata quando, esiliato lontano dalla sua patria napoletana, il De Sanctis insegnava all’istituto Elliot di Torino.
Allontanatosi da Torino per Zurigo, dove gli era stata offerta una cattedra, qui De Sanctis mal sopporta vivere tra colleghi e studenti che hanno abitudini assai differenti dalle sue ed è tormentato dal ricordo dell’amore che nutre per la sua ex allieva, alla quale il 22 luglio del 1856 scrive: “Se sapessi o Teresa che cosa è una vostra lettera per me! Se sapessi con che impazienza attendo una tua lettera, come la divoro con gli occhi, con quanta delizia ne studio ogni frase, ne indago ogni sentimento, e quando mi trovo oppresso dalla noia o dal dolore, che grande medicina è per me prendere una tua lettera in mano…”.
E ancora qualche settimana dopo, il 10 agosto: “E pensare che tu mi ami, ch’io sono amato da Teresa, che non ci è persona che tu abbi sì cara, che mi amerai sempre. In verità, quando talora io cado nell’usata tristezza, me ne rimprovero, e dico: Sciocco! Di che ti lagni! Ci sono tanti più degni di te: e quale uomo è così amato? Ti ringrazio, Teresa, tu mi dài un po’ di coraggio; comincio a lavorare con piacere; sono meno tristo…”.
Come tante altre allieve che frequentavano l’istituto Elliot della città subalpina, la giovanissima Teresa è rimasta affascinata dal professore De Sanctis, ma non dal trentanovenne uomo che non sente come possibile marito, se è vero che la ragazza preferisce le feste e i balli del carnevale, piuttosto che tormentarsi e soffrire per il suo ex professore lontano, come si legge in una lettera del De Sanctis del 4 marzo 1857 (l’ultima, delle ventuno lettere indirizzate a Teresa) piena di sconforto: “Ti confesso Teresa, che fra le diverse ragioni, con le quali cercavo spiegarmi il tuo silenzio, non m’era venuta innanzi la più naturale, i divertimenti del carnevale. M’hai tolto un pensiero di dosso. Potevi scrivermi una riga per tranquillarmi. Mentre ti abbandonavi alla gioia del ballo, e ti pareva di staccarti dalla terra e levarti in paradiso, non ti venne mai innanzi l’immagine di un poveretto, che per cagion tua menava giorni d’inferno?[…] ti sei divertita, manco male; contenta tu, contento io; non penso più a quello che ho sofferto, sicuro che tu mi scriverai sempre, fosse anche una mezza riga, ma sempre, Teresa”.
La passione amorosa del De Sanctis per Teresa de Amicis non fu agevolmente metabolizzata, se è vero che l’acuto indagatore della nostra storia letteraria sul giornale livornese “Il Romito” del 24 settembre 1859 pubblicherà la poesia
Corinna, dove non è difficile cogliere forti accenti leopardiani nell’accusa rivolta all’amata di concedersi alle feste mondane e ai “saettanti sguardi” degli ammiratori e perditempo, folgorati con “un raggio d’amor, che t’abbaglia”. Mentre a Teresa “par tutto/Festa intorno e piacer[…]/ Piacer, lusinghe, amori, infin che tutta/ Di voluttà la coppa avrai bevuta”, il povero De Sanctis l’ammonisce che prima o poi “Appassiscon le foglie, infin che nudo Stelo/ calpesto è il fiore”; perciò sarebbe più opportuno invece che la fanciulla coltivasse altri “tesori”: “bontà, virtù, saper”. E tuttavia questa esperienza sentimentale a cui De Sanctis “si abbandonò col candore e il calore di un adolescente” – come scrisse Mario Fubini – produsse un effetto catartico sul Nostro. Contribuì a fargli raggiungere un equilibrio meno precario e a farlo diventare un uomo meno astratto e incline ai sogni. Gli permise di ritrovare quello “scopo della vita” sul piano storico politico che aveva vagheggiato al tempo della passione per Teresa. Non a caso a Mathilde Wesendonck, amata da Wagner e ispiratrice della sua Isotta, con cui de Sanctis mantenne una corrispondenza epistolare anche dopo la sua partenza da Zurigo, l’autore della celebre Storia della letteratura italiana scriveva nell’ottobre del 1860: “Se mi vedeste, non mi riconoscereste più. La mia malinconia e apatia, i miei reves, le mie titubanze, tutto è sparito; io lavoro dalla mattina fino alla sera[…] lavoro con la consolazione di far molti felici, adorato soprattutto dalla bassa gente… Mi trovo slanciato in un altro mondo, e ci godo, e ci rivivo: l’anima mia che stagnava si sente ringiovanire, e insieme con l’anima il volto. Oh quante cose vorrei dirvi!…”

Lorenzo Catania

Le non consolatorie ‘storie ferraresi’ di Bassani

Sessant’anni fa la pubblicazione delle Cinque storie ferraresi. Con i suoi racconti Bassani, dopo la Ferrara letteraria di Carducci, D’Annunzio e Govoni, restituiva la sua città alla storia e ce ne dava un’immagine complessa e inquietante. Denunciava la fragilità dell’Italia democratica.

Giorgio BassaniSessant’anni fa, nel 1956, Giorgio Bassani pubblicava presso l’editore Giulio Einaudi le Cinque storie ferraresi e vinceva il premio Strega. Attraverso racconti composti tra il 1940 e il 1955, lo scrittore ritornava a Ferrara per rappresentare l’antropologia di una città durante gli anni del fascismo e dell’immediato secondo dopoguerra e approdare a una visione eretica della realtà nazionale. Nel racconto Lida Mantovani la protagonista è una ragazza povera, che, dopo una relazione con lo studente ebreo David, dal quale ha avuto un figlio, sposa un anziano legatore e accetta la vita mediocre e monotona della provincia, contro la quale il giovane israelita aveva manifestato la sua insofferenza. Ne La passeggiata prima di cena ritorna l’attrazione ambigua dell’ebreo, il dottor Elia Corcos, per una donna di umili origini, l’infermiera-contadina Gemma Brondi. Qui l’incomunicabilità che si viene a creare tra i due coniugi è la spia eloquente che il matrimonio, invece di annullare le distanze che separano ceti e culture differenti, è un legame crudele e mistificante, perché in maniera graduale trasforma Gemma in una “serva” del marito.
Come i cattolici proletari, frustrati nel loro desiderio di mobilità sociale ed emarginati in quanto considerati “diversi”, anche gli ebrei agiati vivono situazioni di sofferenza legate alle persecuzioni razziali. Scampato ai forni di Buchenwald, Geo Josz, il protagonista di Una lapide in via Mazzini, è il redivivo che, comparendo a Ferrara mentre viene murata una lapide che ricorda anche il suo nome, disorienta la borghesia che ha fretta di dimenticare la guerra e la sua connivenza con il fascismo. Impossibilitato a comunicare il senso della propria terribile esperienza, perché impedito da una ambigua fauna umana distratta dai primi divertimenti di massa e colpita da una inquietante perdita della memoria, Geo, ormai morto dentro e diventato altro rispetto al passato, scompare come a volere esorcizzare la disumanità circolante nel microcosmo ferrarese.
Ne Gli ultimi anni di Clelia Trotti, Bruno Lattes, appena tornato dall’America, assiste al funerale della “martire del socialismo” Clelia Trotti, che si svolge post mortem nel 1946, e rievoca i giorni dell’autunno del 1939, quando, isolato dalle leggi razziali, aveva frequentato l’anziana maestra che non si era mai piegata al fascismo. In una Ferrara dove, passata la guerra, la borghesia era ritornata alle sue abitudini e una giovane generazione ignara dell’antifascismo e della Resistenza faceva capolino, il funerale grottesco in onore di Clelia Trotti sconfessa il sacrificio della donna, che, a dispetto della sua cultura antiquata, aveva intuito la necessità di un pensiero socialista più moderno e adeguato al futuro che attendeva l’Italia e il mondo di là dalla guerra.
In Una notte del ’43, il farmacista paralitico Pino Barilari, che dalla finestra del suo appartamento, giorno e notte, spiava tutto, chiamato a testimoniare al processo celebrato nel dopoguerra contro i presunti autori della strage fascista che la notte del 15 dicembre costò la vita a undici inermi cittadini, scagiona gli accusati e in particolare il camerata Carlo Aretusi, con una sola parola: “Dormivo”. Tacendo su ciò che ha visto, Barilari è condizionato da vicende private (il tradimento della moglie che la notte dell’eccidio ritornava a casa da un incontro amoroso), ma il suo silenzio suona anche come protesta di una coscienza inquieta che a suo modo si ribella e sferza l’ipocrisia dei suoi concittadini, che cercano nel gerarca responsabile del massacro un capro espiatorio per autoassolversi e cancellare i cedimenti e le vergogne del passato. Con i suoi racconti non consolatori sugli infelici, gli ebrei, la guerra, la Repubblica di Salò, gli eccidi, l’antifascismo intransigente e quello ambiguo e compromissorio, Bassani, dopo la Ferrara letteraria delle pagine di Carducci, D’Annunzio e Govoni, restituiva la sua città alla storia e ce ne dava un’immagine complessa e inquietante. Ci faceva percepire la fragilità dell’Italia democratica. Dimostrava che a volte gli scrittori leggono la realtà meglio degli storici e che la letteratura è più lungimirante della politica.
In questo senso Bassani è un autore da cui non si può prescindere quando si studia la letteratura del secondo Novecento, perché aiuta i ragazzi a sviluppare un’adeguata consapevolezza rispetto al mondo in cui vivono, fornisce loro strumenti in grado di decodificare il presente.

Lorenzo Catania