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Lorenzo Catania

Brancati, scrittore
per il cinema e il piacere
di essere indipendenti

Vitalino BrancatiLo scrittore Vitaliano Brancati entrato nel mondo del cinema nel 1942, vive un rapporto conflittuale con il cinema. Collaborare alla stesura di soggetti e sceneggiature permette di integrare gli insufficienti diritti d’autore e di condurre un’esistenza più dignitosa sul piano economico, ma non è un’attività gratificante: “Io scrivo, per esempio, una pagina ogni mattina per sentire se il mio cervello, dopo l’odioso lavoro di sceneggiatura del pomeriggio e della sera, durante il quale si è mescolato ad altri cervelli in un mucchio di materia grigia tanto grosso e gonfio quanto inerte e stupido, viva ancora di vita propria. Il piacere che si prova nel tornare indipendenti,[…] dovrebbe scoraggiare in chiunque il culto per la vita collettiva”. La carriera cinematografica di Brancati, che si estende dal 1942 al 1954, anno della prematura morte dello scrittore, conta la collaborazione a 29 film. Fra questi spiccano, in particolare, quelli per la regia di Luigi Zampa: Anni difficili, Anni facili, L’arte di arrangiarsi. Nel 1947 il regista e l’autore del Don Giovanni in Sicilia inaugurano la loro felice collaborazione con il primo film della trilogia satirica, Anni difficili, tratto dal racconto dello scrittore Il vecchio con gli stivali, storia dell’impiegato comunale di una cittadina siciliana, Aldo Piscitello (Umberto Spadaro), che per conservare il posto di lavoro è costretto a iscriversi al PNF, malgrado la sua ripugnanza per il regime, e che poi, all’arrivo degli Alleati vittoriosi nel ’43, viene epurato dagli ex fascisti che si sono riciclati come antifascisti. Proiettato nelle sale cinematografiche nell’autunno del 1948, Anni difficili richiama alla memoria il passato recente e doloroso che ognuno desidera rimuovere. Forse è per questo che gli spettatori del tempo non riescono a cogliere e ad apprezzare le situazioni comico-grottesche diffuse nella trama del film che, come certe pellicole di oggi contro la mafia, si cimenta nell’ardua impresa di far ridere, sia pure amaramente, e suscitare l’indignazione degli spettatori sulla dittatura fascista e i danni da essa prodotti. Anni difficili, infatti, denuncia il trasformismo della classe dirigente italiana, capace di passare indenne da un regime all’altro. Ciò suscita scandalo, discussioni e attacchi da parte delle diverse forze politiche. A destra il film è accusato di leso patriottismo, perché rappresenta i fascisti come campioni di ignoranza e di cattivo gusto, mentre parte della sinistra, urtata per la rappresentazione degli antifascisti come innocui parolai, accusa Anni difficili di qualunquismo, di voler equiparare fascismo e antifascismo. Più lucidamente, in un articolo rimasto inedito e ritrovato di recente, Italo Calvino afferma: “Io non sono d’accordo con quelli che hanno definito ‘qualunquista’ Anni difficili. Mi sembra al contrario un film antiqualunquista, un film in cui viene gridato ben alto: se non vogliamo uccidere i nostri figli non bisogna dire ‘Non m’impiccio di politica’, per poi subire la politica degli altri, ma bisogna essere tutti d’un pezzo, e lottare, e organizzarsi!”. Dopo gli anni difficili del fascismo arrivano quelli euforici della democrazia, ma cambia ben poco. Il tema del “continuismo”, infatti, è al centro di Anni facili (1953), secondo capitolo della trilogia satirica di Zampa-Brancati. Ambientato nel presente, il film – racconto delle disavventure del professore siciliano De Francesco (Nino Taranto), che nella Roma corrotta del dopoguerra cerca di conservare la sua onestà ma poi finisce per farsi corrompere da un barone suo conterraneo, che traffica in medicinali, e finisce in prigione – ha come bersaglio polemico i riti del nuovo potere burocratico-democratico, chiaro prosieguo della sopraffazione e del malcostume fascisti. Nell’ultimo capitolo della trilogia satirica, la figura dell’uomo medio e onesto costretto, per sopravvivere alle quotidiane ristrettezze economiche, ad adeguarsi alle mutevoli vicende della Storia, viene ribaltata dal protagonista mellifluo, opportunista e vigliacco di L’arte di arrangiarsi (1954), dove fa capolino l’immagine di un Paese che da contadino si avvia verso una cementificazione e urbanizzazione disordinate e selvagge. Qui un arrampicatore sociale, il catanese Rosario Scimoni, detto Sasà (Alberto Sordi), nel corso della sua esistenza, che abbraccia gli anni 1912-1953, diventa socialista per sedurre la compagna di un politico; è interventista nella Grande Guerra (ma si finge pazzo per evitarla); nel dopoguerra diventa fascista; fa la borsa nera durante il secondo conflitto mondiale; all’arrivo degli Alleati pensa di iscriversi al Pci, poi, dopo le elezioni del ’48, cambia distintivo e passa con la DC. L’ennesimo imbroglio lo rovina e gli costa la galera. Una volta uscito tenta di fondare un partito politico, e finisce per vendere lamette da barba nelle piazze. I film Anni difficili, Anni facili e L’arte di arrangiarsi, riduttivamente inclusi nella satira di costume, in realtà, mossi dal proposito di fare ridere su argomenti seri e drammatici, possono essere considerati i progenitori della commedia all’italiana. Utilizzando il cinema come strumento, fra l’altro, per cambiare la realtà o quanto meno per svolgere una funzione di direzione etica e di coscienza critica della società, Zampa e Brancati intendono sollecitare il pubblico e le classi dirigenti del Paese a guardarsi come in uno specchio e dare inizio a un esame di coscienza collettivo che smascheri e rimuova il fondo conformista e autoassolutorio che si annida nella conformazione etico-politica e nella cultura dell’italiano medio. “Esame di coscienza – scrive Brancati nel suo Diario romano – : ecco tre parole gravemente discreditate in Italia. Il solo sentirle pronunziare dà fastidio e suscita una smorfia di repugnanza come se alludessero a un’operazione immorale e leggermente disgustosa”.

Lorenzo Catania

L’antipatia tra Crispi e G. De Felice Giuffrida al tempo dei Fasci siciliani

fasci sicilianiHa scritto Leonardo Sciascia, nel saggio “Del dormire con un solo occhio”, dedicato alla figura di Vitaliano Brancati, che “la catena delle avversioni tra siciliani è piuttosto lunga”. E ricorda il giornalista di punta del fascismo e antisemita Telesio Interlandi che non amava Giovanni Gentile, e poi il più o meno volontario ignorarsi tra Crispi e Di Rudinì, tra Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi, il “non incontrarsi” di Vittorini e Brancati negli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Acuto osservatore di eventi marginali ma significativi, racchiusi entro le pieghe della storia, qui Sciascia dimentica la rivalità tra il politico di Ribera Francesco Crispi e il politico di Catania Giuseppe De Felice Giuffrida, nata nel contesto della drammatica vicenda dei Fasci siciliani (1892-1894), sulla quale ancora oggi i manuali di storia diffusi nelle scuole nulla o poco dicono. Organizzatore della spedizione dei Mille e mente politica della dittatura garibaldina nel Meridione, poi deputato della Sinistra dal 1861, Crispi si allontana progressivamente dal mazzinianesimo fino a diventare convinto monarchico.

Negli anni in cui dirige il suo secondo ministero, Crispi si distingue per la violenta repressione dei Fasci siciliani, che ha tra i suoi ispiratori e capi G. De Felice Giuffrida, N. Barbato, R. Garibaldi Bosco, B. Verro, N. Petrina. Esponenti appassionati e combattivi agli albori del socialismo italiano, i dirigenti e organizzatori dei Fasci riescono a coinvolgere nelle battaglie per condizioni di vita più umane e dignitose i ceti subalterni dell’Isola che protestano contro il malgoverno locale, le tasse esose e chiedono terre da coltivare per i contadini e patti agrari meno iniqui. L’azione dei Fasci tocca il culmine nell’estate del 1893, quando vengono stabilite le condizioni da sottoporre alla parte padronale per il rinnovo dei contratti di mezzadria e di affitto. Nei mesi seguenti scioperi e violenti scontri sociali si diffondono ovunque. Nominato Presidente del Consiglio nel dicembre del 1893, in un primo momento Crispi pensa di poter riportare la calma in virtù del suo prestigio e con la promessa di provvedimenti, ma poi la situazione sfugge al controllo dei capi del movimento fino a sfiorare l’insurrezione a causa anche della mancanza di risposte governative. Di lì a poco, il 3 gennaio del nuovo anno, appoggiato dalla maggioranza del Parlamento e pressato dall’opinione pubblica borghese, il governo nazionale proclama lo stato d’assedio.
G. De Felice Giuffrida (nonostante sia deputato) e altri dirigenti del movimento vengono arrestati e deferiti ai tribunali militari, che nel giro di pochi mesi emettono dure condanne: diciotto anni di carcere a De Felice Giuffrida, “onorato dall’odio personale di Crispi”, perché “ritenuto il capo dei Fasci e della cospirazione” (come scrive Giuseppe Astuto nel recente e assai documentato volume “Il Viceré Socialista. G. De Felice Giuffrida sindaco di Catania”, Bonanno editore, dopo il quale è ora più agevole allestire sul politico catanese una biografia redatta con criteri moderni e storicamente affidabili ), dodici a Bosco, Barbato e Verro. A chi in quegli anni lesse in chiave localistica la battaglia combattuta e perduta dai contadini siciliani, sfuggì che la sera del 3 gennaio 1894 insieme alla storia dei Fasci siciliani si concludeva il progetto di costruzione di una società italiana più giusta, come si coglie nelle parole di G. De Felice Giuffrida, che confutano l’accusa di eccitamento alla guerra civile : “Se in mezzo a noi ci fosse stato un solo capace di eccitare alla guerra civile, noi lo avremmo cacciato dalle nostre fila perché la nostra bandiera non è odio, ma splendida luce e di amore per tutti. Se avessimo voluto eccitare alla guerra civile, ognuno avrebbe agito nella cerchia della propria influenza. Noi dunque se responsabilità abbiamo, è quella di avere con nobili parole predicato ai lavoratori una nuova forma economica e politica che cammina con la civiltà”.

Ma stridono anche con la visione socialmente ristretta dello Stato di Crispi, che vede nelle rivendicazioni sociali una minaccia all’unità della nazione e pertanto ritiene che solo alla borghesia e non alle masse spetta svolgere un ruolo attivo nella vita politica e nei processi decisionali. La data del 3 gennaio 1894 segna perciò una sconfitta della democrazia, del socialismo e del movimento operaio. Una cocente umiliazione della Sicilia e dell’intera nazione, se è vero che la flebile indignazione per i cruenti fatti di sangue isolani non è paragonabile alla reazione morale del paese di fronte alle cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i milanesi che nel maggio del 1898 protestavano per il carovita.

Lorenzo Catania

Il metro di Savatteri
e il cinema “siciliano”

Novità in Libreria ... la Sicilia ...-2Nel libro “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017), il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri racconta che tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione ci fanno percepire che la Sicilia cerca di uscire dalla prigione dell’immobilismo. Pertanto, dichiara senza mezzi termini che non ne può più di quei libri, fotografie e film infarciti di gattopardismo, gallismo, ridicole “corde pazze” che hanno contribuito alla costruzione di una Sicilia immaginaria e stereotipata che non ci appartiene più. Partendo da questa constatazione, Savatteri costruisce un discorso polemico, tipico delle epoche di crisi e di decadenza, in cui si hanno poche idee e la creatività fa difetto. Intendo dire che, facendosi un po’ trascinare dal titolo “gridato” del suo libro, l’assunto che Savatteri si propone di dimostrare spesso si sovrappone o prevale sui testi e le opere bersagli della sua polemica e li destoricizza.

Come in queste righe: “Ho rivisto qualche tempo fa Sedotta e abbandonata del grande Pietro Germi, con Stefania Sandrelli e Saro Urzì. Ho sorriso e ho riso. Mi sembrava però un film di mezzo secolo fa. Infatti. Sono andato a controllare: è del 1964”. Premesso che, come le poesie, anche i film non sono eterni, possono avere una durata maggiore o minore, possono essere soggetti a eclissi totali o parziali, Savatteri cade in un errore di fondo: decontestualizza il lavoro del regista, non informando i lettori che la storia al centro del film si scaglia contro l’anacronistica sopravvivenza del matrimonio riparatore che manda un uomo in galera se violenta una donna, ma lo assolve se la sposa. Raccontando la vicenda di Vincenzo Ascalone, padre padrone impulsivo e manesco, che a suon di sberle e sotterfugi cerca di difendere l’onore della propria famiglia, compromesso dalla figlia incinta senza essere sposata, Germi posa ancora una volta il suo sguardo sulla Sicilia più arcaica e arretrata, in superficie immobile, in realtà attraversata da mutazioni antropologiche, fremiti e stoltezze non circoscrivibili entro rigidi confini regionali. Svela un universo popolato di individui moralmente corrotti, disposti ai compromessi, impegnati a piegare ai propri interessi le leggi e a sacrificare la vita in difesa della famiglia, ma non dei valori collettivi o della nazione, percepita come un’entità astratta, quasi una dimensione altra rispetto alla propria esperienza quotidiana. Disegna un affresco pungente dell’Italia di allora, leggibile come una sorta di apologo del “Paese mancato”. Negli anni in cui dopo il boom economico la congiuntura cominciava a mordere, Germi, realizzando il “dittico dell’onore” costituito dai film Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata, ci faceva riflettere su un Paese nella sostanza fragile e disorientato, che non riusciva a cancellare povertà antiche e squilibri tra economie avanzate ed economie storicamente arretrate, pregiudizi e stereotipi che ogni giorno mettevano in discussione la maturità e l’unità del popolo italiano.

Pare che non sia trascorso più di mezzo secolo da quando Germi girava i suoi film ambientati nell’Isola. I baffetti, la retìna e il risucchio dentale del barone Fefè Cefalù e poi il corpo grasso e sudaticcio di Vincenzo Ascalone, il suo sguardo ora allucinato ora disperato o ebete, hanno costretto i siciliani e gli italiani a guardare dentro se stessi per conoscersi meglio e cambiare mentalità.

Lorenzo Catania

p.s. In queste settimane si è letto di una biblioteca di Palermo, che conta 45 dipendenti, ma è aperta solo per pochi giorni e poche ore, e della protesta degli studenti che vorrebbero orari e spazi come nel resto del mondo. Alla luce di questa vicenda paradossale, siciliana, sono troppo pessimista (apocalittico, politicamente scorretto) se affermo che ho netta la percezione che il titolo gridato del libro di Savatteri nasconde l’ennesima impostura?

Sebastiano Aglianò
e la schiavitù morale
della Sicilia

aglianòChi era Sebastiano Aglianò (1917-1982)? I dizionari e le enciclopedie lo ignorano. Nato a Siracusa,  Aglianò, dopo avere conseguito la maturità classica al liceo “Gargallo”, nel 1936 viene ammesso alla Facoltà di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Qui ha come professore di Letteratura italiana Luigi Russo, il quale, in una lettera del 5 maggio 1942 a Benedetto Croce, vanta le “notevoli attitudini filologiche” del suo ex scolaro. Formatosi al liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini e attivo, come gli altri studenti normalisti Alessandro Natta, Antonio Russi e Mario Spinella, nei gruppi clandestini dell’antifascismo democratico che operano alla vigilia della seconda guerra mondiale, Aglianò dopo la laurea sarà insegnante nei licei toscani poi preside del liceo scientifico “Galilei” di Siena, nella cui università, presso la Facoltà di Magistero, insegnerà letteratura italiana fino al 1978. Studioso di Dante e Foscolo, Aglianò è conosciuto tra i lettori colti per il libro “Cos’è questa Sicilia: saggio di analisi psicologica collettiva”, pubblicato nel 1945 dal libraio-editore Rosario Mascali, proprietario della storica “Casa del libro” in via Maestranza nella città di Archimede. Accolto assai male nella Sicilia dell’immediato dopoguerra perché ”lavoro di autocritica” teso a sottolineare l’immobilità classica dell’Isola e il suo isolamento rispetto al resto della Penisola. il libro (riedito nel 1950 da Mondadori con il titolo “Questa Sicilia”; stampato nel 1982 dalle edizioni Corbo e Fiore di Venezia, con una introduzione di Leonardo Sciascia; infine sottratto all’oblìo grazie all’edizione Sellerio del 1996 che lo intitola “Che cos’è questa Sicilia?”) non passa inosservato nel continente, dove incontra l’apprezzamento del filosofo Guido De Ruggiero e del poeta Eugenio Montale che ne scrivono  su “La Nuova Europa” e sulla rivista fiorentina “Il mondo”. In “Che  cos’è questa Sicilia?”

Aglianò denuncia la resistenza al progresso dell’Isola, dove la mentalità arcaica e feudale, le camarille, la schiavitù morale e le sopraffazioni tardano a scomparire. Afferma che la Sicilia accoglie in sé e riassume “le caratteristiche che sono proprie di tutto il Paese, accentuandole e colorendole”. Affermazione che anticipa l’idea sciasciana della Sicilia come metafora della Nazione e suggerisce la risposta che Pietro Germi darà alla domanda di un giornalista, dopo la prima proiezione al pubblico del film “Sedotta e abbandonata”: –  “Perché da qualche tempo lei si occupa con particolare attenzione dei problemi sentimentali dei siciliani’?” – “Non credo che siano problemi sentimentali esclusivamente siciliani. Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte, insomma, e tutti gli italiani sono siciliani”.

In “Che cos’è questa Sicilia?” Aglianò, in maniera  un po’ ingenua e neoilluministica, si prefiggeva di modernizzare le leggi e il costume arretrati dell’Isola, ma il suo libro, negli anni in cui le passioni separatiste erano vive  e  le parole “esame di coscienza” al solo sentirle pronunziare davano fastidio, venne letto come  un’operazione dal sapore razzista e dunque immorale e disgustosa. Non a caso  dopo l’apparizione dell’opera, dalle pagine di un giornale l’intellettuale siracusano si vide minacciato da un lettore con tono  mafioso: ”Signor Aglianò, se ne vada: ci tolga l’incomodo della sua indesiderabile presenza e faccia presto, perché non tutti i siciliani sanno sopportare a lungo, e non si può indeterminatamente ignorare un comportamento denigratorio come il suo”.

A differenza dei tempi in cui Aglianò scriveva il suo libro, oggi, come racconta il giornalista-scrittore Gaetano Savatteri nel recente “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017),  tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione  ci fanno percepire che la Sicilia, sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo, cerca a fatica di uscire dalla prigione degli stereotipi e dell’immobilismo, ma la strada da fare è ancora lunga.

Lorenzo Catania 

Croce, le leggi razziali e i pregiudizi antisemiti della cultura liberale

olycom - benedetto croce - MAGGIO 1946 ROMA - IL FILOSOFO E POLITICO BENEDETTO CROCE PARLA AL CONGRESSO DEL PLI, PARTITO LIBERALE ITALIANO, LEGGERE, FOGLIO, DISCORSO, PARLARE, ANNI 40, ITALIA, B/N

Quando si celebra la Giornata della Memoria, càpita di leggere articoli che ricordano il silenzio degli intellettuali che non si opposero alle leggi razziali. Si rimuove invece il fatto che immagini, stereotipi e schemi mentali allignano anche tra gli intellettuali liberali antifascisti, come traspare da questo giudizio del critico letterario Luigi Russo sul collega Attilio Momigliano: “Nel caso del Momigliano, le sue particolari origini semitiche ci possono aiutare a intendere certe attitudini ascetico-contemplative della sua mente, la solitudine fisica del suo stile, e però anche qualche tiepidezza e distanza storica della sua opera letteraria. Difetto quest’ultimo a cui egli ha cercato di rimediare non solo con una assidua disciplina di studi, ma anche affiatandosi con animo puro e di non facile e opportunistico convertito, da vile marrano (la frase ora torna di moda), alle fonti più alte della religiosità cristiana.” Lo stesso Benedetto Croce che faceva parte dell’Istituto veneto di scienze lettere ed arti e in tale qualità a seguito delle leggi razziali del 1938 ricevette un questionario da riempire per dichiarare se fosse oppure no ebreo, non fu esente da pregiudizi.
È vero che il filosofo rispose al presidente dell’Istituto con una lettera che fa di Croce un ebreo d’elezione: “Gentilissimo Collega, ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l’avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme, di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata…”. E tuttavia, questa bella lettera non ci deve far dimenticare un affondo del filosofo nei confronti di Carlo Marx, contenuto nel saggio “Monotonia e vacuità della storiografia comunistica” (1949), che suona come giudizio negativo nei confronti del popolo di Israele: ”Onde io, che ho sempre ripugnato e ripugno alla dottrina naturalistica e fatalistica delle razze, non posso in questo caso astenermi dal pensare, non già propriamente al sangue, ma alle tradizioni e abiti giudaici del loro autore, e a quel che nella singolare formazione storica della gente ebraica avvertivano i Romani come il loro “adversus omnes alios hostile odium”, trasferito a odio di tutta la storia umana, antichità classica, medioevo cristiano, libertà moderna, che, invece di essere rappresentata da Omero, da Dante, da Shakespeare, da Platone, da Kant e da Hegel, viene rappresentata dallo Schiavo, dal Servo, dal Proletario. Questa loro visione si connette con ciò che Volfango Goethe nei Wanderjahre, notava degli ebrei: che essi non possono fondersi con noi, perché non riconoscono – diceva – le origini storiche della nostra civiltà, e a loro ripugna la nostra storia che non è la storia loro, informata ad una loro singolare idea di dominazione”.
Non va dimenticato che il giudizio di Luigi Russo contenuto nel libro “La critica letteraria contemporanea” (1943), non soppresso nelle edizioni successive della fortunata opera, e quello di Croce di alcuni anni dopo, cadevano nel clima storico-politico dell’Italia del dopoguerra, dove la piena condanna della persecuzione razziale non era una priorità e nell’aria si respirava un rinnovato antisemitismo, visibile nella difficoltà a restituire agli ebrei i loro beni e i loro diritti, a reintegrarli nei loro posti di lavoro.

Lorenzo Catania

L’omertà non è stata inventata in Sicilia

A differenza degli studenti che mal sopportano leggere e commentare “I promessi sposi”, Leonardo Sciascia, che nelle aule delle magistrali di Caltanissetta aveva allargato il quadro delle sue prime letture, si era innamorato subito del capolavoro del Manzoni e lo lesse attraverso lenti non convenzionali e scolastiche. Allo scrittore di Racalmuto “I promessi sposi” apparivano “un’opera inquieta” e utilissima per capire la quotidianità del nostro Paese e i mali secolari che lo affliggono. “Si è affermato a torto e troppo spesso – ha scritto Sciascia – che “I promessi sposi” è un libro dove la realtà è edificante; non è affatto vero, perché questo libro, innanzitutto critico, contiene già tutto quanto noi conosciamo: la mafia, le Brigate rosse, l’ingiustizia, l’emigrazione”. E in effetti, anche se Manzoni non utilizza il termine mafia, la violenza che si respira nel microcosmo lombardo che fa da sfondo alla storia del matrimonio mancato e poi ritardato e a lieto fine tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella mostra non poche affinità con la criminalità mafiosa, dominato com’è dalle consorterie, dalle complicità, dalle impunità, dai silenzi e dalle codardie. Un contesto inquietante, dove la forza legale non proteggendo “in alcun modo l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui”, genera il comportamento omertoso del curato don Abbondio e in una certa misura contamina anche la figura di Renzo. Personaggio, quest’ultimo, dal carattere metamorfico, pronto al perdono e al pentimento, ingenuo nelle strade di Milano, ansioso nel lazzaretto quando è in cerca di Lucia, ma anche minaccioso nello studiolo di don Abbondio e disposto a fare uso della violenza  quando medita propositi di vendetta nei confronti del prepotente don Rodrigo: “Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e internandosi con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo”. Come la Lombardia del Manzoni, anche la Romagna di Giovanni Pascoli non è esente dal vizio dell’omertà. In una lettera datata 10 agosto 1904  indirizzata al giovane Leopoldo Notarbartolo, considerato un fratello di sventura poiché aveva avuto il padre ucciso dalla mafia, l’autore dei “Canti di Castelvecchio” accostava l’atteggiamento omertoso degli abitanti di San Mauro ai mafiosi siciliani coinvolti nel delitto di Emanuele Notarbartolo (febbraio 1893), prestigioso esponente del liberalismo moderato ed ex direttore del Banco di Sicilia. Nella lettera Pascoli scriveva che “in Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio”. Nell’abbozzo della lettera conservata a Castelvecchio sappiamo che Pascoli aveva inizialmente scritto: “Sospirai giustizia, ruggii vendetta. Nulla! Ma tutti sanno, almeno in Romagna, che fu ucciso per togliergli il suo posto.[…] Tutti in Romagna sanno perché fu ucciso; ma nessuno della ignobile congiura sanguinosa ha avuto a soffrir nulla…”  Sebbene in Romagna la mafia intesa come gerarchica organizzazione come fu in Sicilia non è mai esistita, tuttavia utilizzando il termine “mafia”, Pascoli voleva sottolineare la chiusura omertosa dei romagnoli verso la possibilità di collaborare con le forze dell’ordine per smascherare gli assassini del padre Ruggero, ucciso il 10 agosto del 1867 sulla strada del ritorno a casa dopo essere stato a Cesena. Manzoni attraverso un grandioso e dettagliato affresco dei comportamenti, della mentalità, delle condizioni di vita  di tutti gli strati sociali della Lombardia secentesca e Pascoli con la sua lettera smentiscono il pregiudizio antimeridionale che vuole l’omertà e il fenomeno ad essa collegato, la mafia, iscritte nel Dna delle popolazioni siciliane, calabresi o campane. Ci aiutano a capire meglio fenomeni che rimandano al compito immane che aveva davanti la classe dirigente dopo l’Unità d’Italia. Paese crogiolo di culture diverse, abitato da popolazioni che non conoscevano la lingua dei funzionari di Stato. Governato da un sistema di potere caratterizzato dal clientelismo, dalla corruzione, da patti segreti che hanno saccheggiato le risorse della Res pubblica contaminandola con ampi settori della malavita organizzata. Per questo quando si dice da parte di uomini politici e di certi scrittori che le difficoltà nella lotta alla mafia vanno ricercate nella “omertà” dei siciliani ecc., si afferma una verità parziale e mistificante. Lo aveva capito bene lo scrittore Luciano Bianciardi. Nella corrispondenza con i lettori che l’autore di “La vita agra” tenne nel 1970-1971 sul settimanale “Il Guerin Sportivo”, sollecitato a parlare dell’argomento mafia, Bianciardi  scriveva che  “la mafia non fu inventata a Palermo”. Essa nasce “dove è carente lo Stato. […]Sorge  ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria”. Bianciardi non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, “God Protect  me from my Friends” ( tradotto col titolo “Dagli amici mi guardi Iddio”: vita e morte di Salvatore Giuliano”),  però ci trasmetteva una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

Elio Gioanola. Quando la poesia indossa la maglia nerazzurra dell’Inter

gioanolaLo storico della letteratura italiana Elio Gioanola, autore di libri e saggi importanti su Leopardi, Manzoni, Pascoli, Pirandello, Pavese, C.E. Gadda ecc., sin dall’infanzia appassionato di calcio, a ottant’anni suonati, in Il cielo è nerazzurro. Storia e passione Inter (Jaca Book, Milano 2016, pp. 188, € 16,00) si è deciso a scrivere di sport e a raccontarci la sua “passione adulta per l’Inter, essendo stato il Torino il primo amore calcistico, purtroppo scomparso a Superga. Avevo sedici anni e per molto tempo sono stato senza una squadra del cuore.[…]Poi è arrivata l’Inter, ormai trent’anni fa, e da allora è rimasta il mio tifo più acceso, al punto che mi sembra di essere stato sempre interista. Forse le passioni tardive sono le più tenaci”. A differenza di Gioanola, che diventa tifoso un po’ per caso a cinquant’anni, il poeta Vittorio Sereni fin da giovane è un interista “perso” al punto da stare fisicamente male per la propria squadra ed essere costretto a disertare il derby dopo un micidiale 4 a 4 del febbraio 1949. Sereni, che si definisce “un tifoso come tanti, spesso portato a chiedersi se l’Inter non occupi una parte troppo grande dei suoi pensieri”, è affascinato dal gioco del calcio inteso come metafora dell’esistenza. Festa popolare dotata di un senso che va oltre il suo significato puramente sportivo. Infatti, nel testo Il fantasma nerazzurro, che rievoca la partita serale di Coppa dei campioni, nel 1964, fra l’Inter e il Borussia, Sereni ci parla dello spettacolo “sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perché in quanti altri casi è dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che lì si riveli e ti si apra il cuore autentico di un’intera, sterminata città […]?” Spettacolo vibrante, carico di colori e di suoni, come quello che lo spinge a raccontare nella poesia Domenica sportiva, compresa nella terza edizione della raccolta di versi Frontiera, una sfida a San Siro tra l’Inter e la Juventus: “Il verde è sommerso in neroazzurri./ Ma le zebre venute di Piemonte/ sormontano riscosse a un hallalì/ squillato dietro barriere di folla./ Ne fanno un reame bianconero./ La passione fiorisce fazzoletti/ di colore sui petti delle donne. // Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo./ A porte chiuse sei silenzio d’echi/ nella pioggia che tutto cancella. Sfida che procura al poeta ebbrezza, momenti di gioia che si oppongono alla negatività dell’esistenza, della politica e della storia. Ma, quando l’incanto di suoni e colori viene spezzato dal fischio dell’arbitro, che decreta la fine della partita, il divertimento cede al malumore della festa finita e “un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso” – chiosa il poeta – invade l’animo degli spettatori che svuotano le gradinate. Allora lo stadio, come nella poesia Altro compleanno, che chiude la raccolta Stella variabile, quarto e ultimo libro di poesie di Sereni, diventa “un gran catino vuoto”, una costruzione di pietre nel deserto che riflette, come uno specchio, il tempo passato inutilmente. Un simbolo dell’attesa del futuro che non si conosce, dell’impossibilità dell’uomo di formulare programmi o affermare certezze: “A fine luglio quando/ da sotto le pergole di un bar di San Siro/ tra cancellate e fornici si intravede/ un qualche spicchio dello stadio assolato/ quando trasecola il gran catino vuoto/ a specchio del tempo sperperato e pare/ che proprio lì venga a morire un anno/ e non si sa che altro un altro anno prepari/ passiamola questa soglia una volta di più/ sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore/ e un’ardesia propaghi il colore dell’estate”. Spesso, nel “gruppetto di interisti scelti” guidato da Sereni, che nelle domeniche degli anni Settanta si reca allo stadio, ci sono il musicista Gino Negri e i poeti Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi. Quest’ultimo ispirato dalla squadra del cuore, scrive i versi della poesia intitolata 53, dove l’inizio della passione calcistica, vissuta dall’autore-bambino come un apprendistato alla vita, si mescola all’amore-nostalgia per il padre e al ricordo degli idoli (il portiere Giorgio Ghezzi e i centravanti Lennart Skoglund, Stefano Nyers e Benito Lorenzi) che hanno contribuito a fare grande la storia del club neroazzurro: “L’uomo era ancora giovane e indossava/ un soprabito grigio molto fine./ Teneva la mano di un bambino/ silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, /c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria./ Luigi Cucchi/ era l’immenso orgoglio del mio cuore, /ma forse lui non lo sapeva”.

Lorenzo Catania

Padellaro, quando l’educazione fascista venne riciclata in Italia

saggi_ginnici_4Il siciliano Nazareno Padellaro pedagogista al servizio del fascismo, nell’Italia del dopoguerra sarà chiamato dal democristiano ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella a ricostruire ex novo il Comitato centrale per l’Educazione popolare. Non sono stati pochi in Italia gli uomini riciclati come Padellaro, che hanno incistato la storia dei primi decenni della Repubblica.
È stato giustamente rilevato che quando si parla di creare un Museo del fascismo a Predappio, comune a cui appartiene il villaggio di Dovia, dove il 29 luglio del 1883 nacque Benito Mussolini, si dimentica spesso di sottolineare che il fascismo ha umiliato e offeso tanti italiani. Ha perseguitato, ucciso e distrutto e perciò non può essere trasformato in un “presepe”. L’Italia postfascista nel giro di pochi anni ha saputo sollevarsi dalle macerie materiali e morali prodotte dalla dittatura e poi dalla guerra; eppure, come il fascismo, non è uscita indenne dalla colpa di avere umiliato e offeso gli italiani. Significativa risulta in questo senso la figura del pedagogista siciliano Nazareno Padellaro (1892-1980), devotissimo di Mussolini, collaboratore del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai e funzionario assai influente durante il Ventennio.
Antisemita, autore di tante pagine scritte con un registro elevato alternate a pagine di propaganda, tipiche della mistica fascista, e del Libro della terza classe elementare (qui agli alunni veniva insegnato che “il vero paradiso è ove si fa la volontà di Dio, che viene sentita anche attraverso la volontà dello Stato”), Padellaro concepiva il mondo diviso in due blocchi contrapposti: da un lato l’Italia latina e cristiana, dall’altro la Russia distante fin dall’antichità dal cristianesimo e dalla cultura occidentale. In maniera coerente con questa sua visione del mondo, Padellaro, ex insegnante elementare, poi Provveditore agli Studi nella città di Potenza e in seguito di Roma, infine pedagogista di riferimento del regime, vedeva Hitler come il baluardo contro le due minacce del Novecento: gli ebrei e i comunisti. Qualche mese dopo la costituzione della Commissione per la Bonifica libraria, nata per adeguare la letteratura, l’arte e la cultura del popolo e dei giovani alle necessità dell’etica fascista, nel novembre del 1938, in un Convegno sulla letteratura infantile e giovanile tenutosi a Bologna, Padellaro lanciava un dura accusa alla letteratura straniera. Le opere straniere, diceva Padellaro, “contribuiscono a mortificare le esigenze nascenti e fondamentali dello spirito, disorientano, talvolta irreparabilmente, sovrapponendo fantasmi e sentimenti che si agglutinano in abiti mentali di altre razze e cadono così profondamente nella coscienza da non essere più estirpabili”. Più in particolare, autori dannosi sarebbero Lewis Carrol, con il suo libro Alice nel paese delle meraviglie, dominato da “un mondo in cui gli oggetti più ancora delle persone sono sotto l’azione del cloroformio”; Rudyard Kipling, “creatore di un imperialismo panteista”; James Fenimore Cooper, con la sua “corriva apologia di puritano”; Louisa May Alcott che “fa della promiscuità dei sessi un canone educativo”; Jack London, Karin Michaelis, “nei cui libri l’obbedienza non esiste”, e Pamela Travers, creatrice di Mary Poppins che “strania i figli dai genitori per creare una sottomissione cieca alla governante”. Come tanti altri intellettuali militanti e intellettuali funzionari organici al regime, nel dopoguerra Padellaro sarà “epurato”, ma nel novembre del 1949, in piena “Guerra fredda”, l’uomo che al Convegno bolognese sopra citato aveva affermato “meglio i libri mediocri di scrittori italiani, che i libri famosi di scrittori famosi ma stranieri”, sarà chiamato dal democristiano ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella per ricostruire su nuove basi e con funzioni autonome il Comitato centrale per l’Educazione Popolare, dove avrà un dominio incontrastato fino al maggio del 1957. Non sono stati pochi in Italia gli uomini “riciclati” come Nazareno Padellaro, che hanno incistato la storia dei primi decenni della Repubblica, contribuendo a rendere fragile sul nascere la nostra democrazia.

Lorenzo Catania

La Festa rimossa. L’oblìo sulla Breccia di Porta Pia

porta-piaOggi l’Italia si riconosce nel 25 aprile, nel 2 giugno, nella celebrazione dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine, ma ha rimosso la festa del 20 settembre. E questo perché dopo la caduta del fascismo, la nostra Repubblica mantenne l’abolizione di quella festa decisa da Benito Mussolini. Il 20 settembre 1870 il generale Raffaele Cadorna alla testa di un corpo di bersaglieri aprì a cannonate una breccia nelle mura di Roma, in corrispondenza di Porta Pia, e occupò militarmente la città. L’Unità italiana veniva finalmente raggiunta e sanciva la sconfitta del potere temporale della Chiesa cattolica.

Istituita per legge nel 1895, detta festa, almeno fino al primo decennio del Novecento, era stata popolare soprattutto a Roma, strappata al suo isolamento di secoli e trasformata profondamente dall’arrivo degli “italiani”. La memoria della festa del 20 settembre (testimoniata dalla presenza in tante città italiane di vie e piazze a quell’evento intitolate) andò perdendosi quando le varie forze componenti la società civile, trovando ostacoli a realizzare in Italia uno Stato veramente laico e una Chiesa cattolica rinnovata, attenta alla diffusione dei valori religiosi e alle verità di fede, preferirono praticare soluzioni compromissorie tese ad avvicinare “il Quirinale” e “il Vaticano”. Ma alla scomparsa della festa del 20 settembre contribuì anche il cambiamento del clima storico segnato dalla Grande Guerra e poi dall’avvento del fascismo, che quella data importante della storia d’Italia soppresse nel 1930, sostituendola con la celebrazione dei Patti lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio1929, che realizzano nella sostanza uno Stato confessionale. Dopo la caduta del fascismo, in età repubblicana, chi, come il critico letterario Luigi Russo, aveva deplorato la violenza esercitata sulla nostra storia con la cancellazione della festa del 20 settembre, venne ingiuriato dall’organo della Curia di Genova, per il quale la vera festa dell’Unità nazionale era quella dell’11 febbraio, che poneva fine alla “separatezza” dei cattolici ma occultava gli eventi risorgimentali legati al conflitto Stato/Chiesa. Ernesto Rossi, invece, promotore del movimento “Giustizia e Libertà” e redattore con Altiero Spinelli del “Manifesto di Ventotene”, testo base del federalismo europeista, dopo avere commemorato a Firenze il 20 settembre, venne denunciato per vilipendio alla religione di Stato e subì una perquisizione domiciliare tendente al sequestro del dattiloscritto contenente il discorso incriminato.

In questi ultimi anni associazioni, uomini politici e di cultura si sono battuti per riproporre la festività del 20 settembre e recuperare così alla memoria collettiva una data fondante per la nostra nazione. Ma non sarà facile spuntarla nel Paese degli accomodamenti e dei compromessi, dove i partiti attuali di centro destra e di centro sinistra impegnati a intercettare il consenso della maggioranza degli italiani e a vincere le elezioni, con il loro disinteresse per la storia e l’indifferenza per le idee, cooperano a cancellare memorie complesse e minoritarie, ma vive. Memorie percepite come un impaccio dalle formazioni politiche che si ritengono proiettate verso il futuro.

Lorenzo Catania

“Storia d’Italia in 15 film” di Alberto Crespi ‘cancella’ Pietro Germi

crespiDopo avere raccontato la Gioventù perduta dell’immediato secondo dopoguerra, il regista Pietro Germi negli anni 1948-1950, attirato dalle caratteristiche antropologiche, culturali e sociali della Sicilia, costruisce un discorso cinematografico che, felicemente combinando impegno civile e forma spettacolare, racconta la condizione di certe estreme contrade del Sud travagliate dalla povertà e dalla delinquenza, dalla mancanza di lavoro e dall’assenza di una vera democrazia.

In pratica, nei film In nome della legge e Il cammino della speranza Germi racconta l’incipiente degrado dell’Italia postbellica occultato dai cinegiornali dell’epoca e dai film di puro intrattenimento. Alle soglie del boom economico, in antitesi con il cinema del neorealismo rosa e dell’arcadia romanesca, che diffonde un’immagine improbabile, artificiale dell’esistenza, Germi con Il ferroviere e L’uomo di paglia racconta la vita opaca, esclusa, fatta di sacrificio degli operai alle prese con i reali problemi del lavoro e di una società spietata con i deboli e i loro errori.

All’inizio degli anni ’60, il vuoto che si nasconde dietro il “miracolo economico” e la modernizzazione ambigua, contraddittoria della società italiana, fanno precipitare il pessimismo di Germi. Di qui trae origine la triade satirica costituita dai film Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signore e Signori. Tramite queste pellicole, il regista ligure fu tra i primi a cogliere i risvolti affaristici, amorali, cinici, cialtroni che stanno alla base del vero miracolo italiano. A disegnare un affresco pungente dell’Italia del tempo, leggibile come un apologo del “Paese mancato”. Alla luce di questa filmografia, che ho sinteticamente passato in rassegna, trovo assai discutibile che nel libro di Alberto Crespi, Storia d’Italia in 15 film, edito in questi giorni da Laterza, nessuna opera di Germi sia stata non solo sistematicamente discussa ma nemmeno accennata.

Lorenzo Catania