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Lorenzo Cinquepalmi

Lorenzo Cinquepalmi
In risposta a Emanuele Macaluso

Emanuele Macaluso si interroga, sulla sua pagina “Em. Ma. in corsivo“, sulle ragioni della mancata indizione delle primarie in Lombardia, e lo fa con toni critici nei confronti delle forze di centrosinistra che hanno scelto la candidatura di Gori, tra le quali il PSI.
Poiché ho partecipato a quella decisione, ho creduto opportuno scrivere due righe per confutare alcuni aspetti del corsivo del compagno Macaluso che mi sono sembrati poggiare su elementi di fatto non veri.

Caro compagno Macaluso, io alle plurime riunioni del tavolo dei segretari regionali del centrosinistra, in qualità di segretario regionale socialista, ho sempre regolarmente partecipato, e ho il dovere di testimoniare che la Tua ricostruzione, della cui buona fede non dubito, non è veritiera.
Le primarie sono state chiesta dal solo MDP fin da prima dell’estate.
Io mi ero espresso in senso contrario, in parte per le ragioni che Tu stesso hai illustrato, ma soprattutto perché MDP ha sempre rifiutato di indicare un candidato.
Io credo che le primarie non siano un feticcio, ma un modo di scelta del candidato, tra candidati di caratura paragonabile. Ricordo di aver detto che le primarie tra Gori e Topo Gigio mi parevano inutili e dannose.

Devo dare atto, nel contempo, che la disponibilità del PD alle primarie è sempre stata piena, e che siamo arrivati da fine luglio, quando eravamo pronti a deliberarle, alla rottura di fine ottobre, per l’atteggiamento dilatorio dello stesso MDP.

Nella riunione di lunedì scorso, sette componenti su otto hanno dato a MDP la disponibilità a indire subito le primarie, ponendo solo l’unica condizione che si tenessero il 3 dicembre.
La data non era un capriccio: tutti, MDP compreso, abbiamo convenuto sull’esigenza di avere il candidato prima di Natale; i weekend del 10 dicembre (ponte Immacolata e S. Ambrogio) e del 17 dicembre (ultima domenica di shopping prima delle feste) garantivano una scarsissima partecipazione.
Di fronte all’obiezione di MDP della brevità della campagna, tra il termine di presentazione delle firme a sostegno della candidatura e la data del voto, ho personalmente proposto di non raccogliere le firme visto che le candidature erano avanzate da partiti politici, e di presentarle subito, guadagnando 10 giorni di campagna elettorale.

La risposta è stata sempre e comunque negativa, lasciando tutti con la netta sensazione di un forte carattere strumentale della posizione di MDP.
Comunque tutti abbiamo invitato i compagni di MDP a continuare a partecipare al tavolo del centrosinistra e a contribuire alla formazione del programma.

Cosa avremmo potuto fare di più?
E avrebbero, invece, potuto fare qualcosa di più i compagni di MDP?
A questa domanda sarebbe bello leggere una Tua autorevole risposta.

Lorenzo Cinquepalmi
Segretario Regionale lombardo del PSI

Lorenzo Cinquepalmi
Il referendum bufala di Maroni

Il referendum Maroni è una colossale truffa politica, per almeno due ragioni: la prima, è che si tratta di un referendum solo consultivo, che non ha alcun riflesso sull’eventuale procedure per l’ottenimento di una maggiore autonomia regionale: infatti, la procedura è dettata dall’art. 116, 3° comma, della Costituzione che prevede:
“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al
terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo
articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s),
possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119.
La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.”

Ma anche dallo Statuto della Regione Lombardia, che, all’art. 12 (Consiglio Regionale), prevede:
“3. Spetta al Consiglio Regionale, in particolare:
g) deliberare in merito all’iniziativa e alla conclusione dell’intesa con lo Stato di cui
all’art. 116, terzo comma, della Costituzione;”
Come si vede, non è previsto alcun referendum, che, peraltro, non potrebbe servire a nulla
visto che lo stesso Statuto regionale lombardo lo ammette solo consultivo, con l’art. 52, e
abrogativo, con l’art. 51, ma mai propositivo, come invece cerca di far credere il presidente della Regione agli elettori.

La realtà è che il presidente della Regione, che si ricandida per un nuovo mandato alle
elezioni regionali della prossima primavera, cerca di usare il referendum per farsi
campagna elettorale. Infatti, sebbene il Consiglio regionale abbia deliberato di procedere a questo referendum consultivo fin dal 15/02/2015, incaricando il presidente di provvedere a indirlo, lo stesso presidente se lo è tenuto in tasca per due anni e mezzo, fissando la data a ridosso delle elezioni per farsi campagna elettorale a spese dei cittadini.
Quanto costa questo giochino, inutile per la Lombardia e utilissimo alla campagna
elettorale di Maroni?

Secondo le stime più prudenti, circa 50 milioni di euro (23 milioni solo per comprare i tablet
per il voto elettronico, che sono 23.000, quindi 1.000 euro per ciascun tablet che sarà
usato una sola volta e che si può trovare su Amazon a 2/300 euro).
La seconda è che, anche volendo per un momento dimenticare l’inutilità legale del
referendum, resta che il presidente della Regione ha lanciato una campagna menzognera
sulle conseguenze di quella maggiore autonomia regionale che, comunque, non si può
ottenere col referendum ma che, se anche la si ottenesse seguendo la procedura corretta, riguarderebbe solo pochissime materie e le modeste risorse relative alle stesse, e cioè quelle previste dalle lettere L, N e S del 3° comma dell’art. 116 della Costituzione, in cui è Lombardia – Federazione Regionale
previsto che siano attribuibili maggiori autonomie su:

l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia
amministrativa (limitatamente all’organizzazione dei Giudici di Pace);
n) norme generali sull’istruzione;
s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.
Sicuramente mai la tassazione e il riparto della stessa, visto che la lettera E dello stesso
3° comma dell’art. 116 della Costituzione, riserva inderogabilmente allo Stato tutte le
competenze in materia di :
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema
valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci
pubblici; perequazione delle risorse finanziarie;
Eppure, il presidente Maroni inganna deliberatamente i cittadini con lo slogan:

TRATTENERE IN LOMBARDIA IL 75% DELLE TASSE PAGATE DAI LOMBARDI
tratto dal sito www.lombardiaintesta.com
e con una serie di altre bufale contenute in un video inviato massicciamente via whatsapp
ai cittadini lombardi e riportato anche sulla pagina Facebook “Lombardia in testa”
(@maronipresidente)
in cui si propinano agli elettori fandonie del tipo:

L’obbiettivo è trattenere almeno la metà dei 56 miliardi di tasse che ogni anno i
lombardi regalano ai politici della capitale e che non tornano più indietro.
oppure:
In questo modo la Regione potrà abolire il bollo auto, cancellare i ticket sanitari,
tenere al minimo l’addizionale regionale Irpef e togliere l’Irap alle imprese.
Quindi meno tasse e più servizi

LOMBARDIA
Basta leggere questi slogan e confrontarli con la legge, oppure confrontare le cifre a
fantasia messe in giro da Maroni, per capire che il suo referendum-bufala è solo una
colossale e menzognera operazione elettorale, in cui si promettono miliardi di euro che
arriveranno mai perchè non possono arrivare, e intanto si spendono 50 concretissimi
milioni di euro dei cittadini lombardi.
Per questo l’unica cosa sensata da fare con il referendum-bufala di Maroni è non andare a
votarlo, perché l’unica cosa da fare con le fregature è starne alla larga.

Lorenzo Cinquepalmi

La missione della sinistra

Dopo la pubblicazione dei dati ISTAT sulla povertà in Italia e sulla maggiore incidenza della stessa tra la popolazione giovane, e avendo presenti i tanti elaborati di organizzazioni e studiosi che da anni denunciano l’enormità del fenomeno di concentrazione della ricchezza sviluppatosi dalla caduta del muro di Berlino in tutto il mondo, ma anche in Europa e in Italia, è difficile per la sinistra ignorare il tema della redistribuzione della ricchezza.

Oggi, in Italia, poche centinaia di migliaia di italiani, pari al 1% della popolazione, controlla un quarto della ricchezza nazionale, della quale ricchezza il 70% è in mano a un quinto della popolazione.
Il risultato è che la stragrande maggioranza degli italiani, l’80% della popolazione, gode complessivamente di meno di un terzo della ricchezza nazionale.
Sono proporzioni che sgomentano, prima di tutto per l’insopportabile mancanza di equità sociale che descrivono, e poi perché condannano il Paese a una crescita stentata per depressione del consumo, condizione che viviamo stabilmente da vent’anni.

Quale dovrebbe essere il grande compito della sinistra italiana ed europea oggi, se non affrontare risolutamente questa tematica, ingaggiando una battaglia politica e sociale contro tutti i meccanismi di drenaggio e concentrazione della ricchezza?

Una battaglia da affrontare laicamente e senza pregiudizi ideologici, soprattutto senza commettere l’errore storico di ritenere che l’unico strumento a disposizione sia quello fiscale.

Oggi il drenaggio di ricchezza dalle tasche dei cittadini ha dimensioni e dinamiche tali da non poter essere riequilibrato con la fiscalità, nei confronti della quale i grandi patrimoni hanno efficacissimi strumenti di elusione.
Questo non significa rinunciare a sottoporre a giusta tassazione quei patrimoni, ma occorre rendersi conto che, su quel terreno, il risultato è assai difficile da raggiungere in tempi accettabili per l’urgenza del problema dell’impoverimento, e, comunque, lo è solo a condizione di saper attivare strategie globali.
Intanto, però, quel 80% della popolazione che vive col 30% della ricchezza e che contribuisce in larghissima parte al gettito tributario, è quotidianamente gabellata da “tasse private” che la soffocano, togliendole capacità di spesa anche per gli stessi bisogni primari.

Occorre, allora, un cambio di mentalità che riporti la sinistra a svolgere il compito di motore del riequilibrio sociale, elaborando strategie che, partendo dall’analisi delle dinamiche di spesa delle famiglie, individui i segmenti della stessa in cui maggiormente si concentra l’azione di drenaggio della ricchezza (e la casa, sia detto fin d’ora, si presenta come la principale occasione di “tassazione privata” a carico dei ceti popolari).
Occorre portare la mano pubblica ad agire nel mercato come player del mercato, per riequilibrare le dinamiche di impoverimento in atto.

E riallocare le risorse patrimoniali degli enti territoriali, smobilizzando investimenti storici che hanno completamente perso la loro originaria ragion d’essere (le multiutility, le centrali del latte, le farmacie) e investando in strutture capaci di soddisfare bisogni primari dei cittadini a costi largamente inferiori a quelli oggi praticati dal mercato, condizionandolo.
È qualcosa che si può fare in poco tempo, partendo dai comuni, e realizzando un’opera di giustizia sociale per due vie: direttamente, col miglioramento della condizione di vita che deriva dall’aumento del potere d’acquisto delle famiglie, e indirettamente grazie ai riflessi che un’aumentata capacità di spesa dispiega sul consumo e agli effetti che produce sull’occupazione.

Quanto alle tasse, la missione della sinistra deve essere quella di ridurle, non di aumentarle.
Su questa battaglia i socialisti devono ingaggiarsi, portando tutte le forze di sinistra a confrontarvisi. A partire dalla Lombardia.

Lorenzo Cinquepalmi
Segretario regionale del PSI Lombardia
Responsabile nazionale Diritti Civili del PSI