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Lorenzo Mattei

Napoli piange Luigi Necco, giornalista fuoriclasse del Calcio

luigi-neccoSagace e arguto, aveva saputo descrivere e commentare il mondo del Calcio in modo eccelso, tanto da essere diventato volto storico di 90° minuto. Luigi Necco, è scomparso oggi a Napoli dove ha raccontato la sua passione per il calcio e creato slogan e formule che ancora riecheggiano come «Milano chiama, Napoli risponde». O la famosissima battuta sul gol irregolare dell’Argentina durante i mondiali ad opera dell’amatissimo ex calciatore del Napoli, Diego Armando Maradona: «La mano de Dios o la cabeza de Maradona». Ma Necco è stato anche uno degli ultimi giornalisti ad essere stato ‘gambizzato’ dalla Camorra che criticò. Nell’ottobre del 1980, Antonio Sibilia, presidente dell’Avellino, si reca accompagnato dall’allora calciatore brasiliano Juary a una delle tante udienze del processo che vede imputato Raffaele Cutolo, capo incontrastato della Nuova Camorra Organizzata. Durante una pausa saluta il boss con tre baci sulla guancia e gli consegna, tramite Juary, una medaglia d’oro con dedica («A Raffaele Cutolo dall’Avellino calcio»). Giustificherà il suo omaggio con queste parole:
«Cutolo è un supertifoso dell’Avellino; il dono della medaglia non è una mia iniziativa, è una decisione adottata dal consiglio di amministrazione». L’intera vicenda suscita l’interesse giornalistico di Necco, che ne parlerà a 90º minuto. Il 29 novembre 1981 il giornalista viene gambizzato in un ristorante di Avellino per mano di tre uomini inviati da Vincenzo Casillo, detto ‘O Nirone, luogotenente di Cutolo fuori dal carcere. Ma il giornalista e cronista del Napoli era anche un appassionato di archeologia. Si è dedicato alla ricerca del tesoro che Heinrich Schliemann aveva trovato a Troia nel 1873 e che ufficialmente i tedeschi davano per distrutto nei tremendi bombardamenti dello Zoo di Berlino del 1945, riuscendo, grazie alla sua caparbietà e a lunghe ricerche, a scovare i ladri e il nascondiglio del tesoro, che è stato finalmente esposto il 16 aprile 1996 nel Museo Puškin delle belle arti di Mosca.

Atac, chiesto fallimento. Cda prepara piano salvataggio

Atac“Atac deve essere dichiarata insolvente”, c’è scritto nell’istanza di fallimento depositata ieri al Tribunale di Roma da uno dei tre grandi fornitori di carburante della municipalizzata capitolina, un gigante da 12mila dipendenti con un debito che sfiora 1,4 miliardi di euro. Ora il giudice avrà 30 giorni per decidere se accogliere o meno la richiesta, ma nel frattempo il Cda della più grande partecipata dei trasporti d’Italia vara il piano di salvataggio.
Il consiglio d’amministrazione si è riunito stamattina e ha deciso di dare “immediata comunicazione all’azionista”, si procederà quindi con la convocazione dell’Assemblea dei soci.
“Il Cda di Atac ha individuato nella procedura di concordato preventivo in continuità la migliore soluzione alla crisi della società deliberando l’immediata comunicazione all’azionista e convocazione dell’assemblea dei soci per le decisioni di competenza”. È quanto comunica l’azienda. Il concordato preventivo, un accordo con i creditori sotto l’egida del tribunale, è la linea che si andava già delineando per salvare l’azienda capitolina.
Il Cda ha altresì affidato l’incarico di advisor finanziario e industriale alla società Ernst Young, di supporto alla procedura di soluzione della crisi. ‘’Oggi abbiamo compiuto – commenta Paolo Simioni, AD Atac – il primo passo concreto per il risanamento e rilancio della società”. Affermazione su cui dissentono i Radicali.  “Quello compiuto oggi con la decisione del Cda dell’Atac – affermano in una nota Riccardo Magi e Alessandro Capriccioli, rispettivamente segretario di Radicali Italiani e Radicali Roma – di chiedere il concordato preventivo non è, come afferma Simioni, ‘il primo passo concreto per il risanamento e rilancio della società’. Al contrario, si tratta dell’ennesimo tentativo di tenere in vita artificialmente per qualche anno una realtà che è di fatto fallita da tempo. Il tutto, naturalmente, a discapito dei cittadini, che in nome della supposta necessita’ di salvare un’azienda si ritroveranno nuovamente a dover scontare un servizio che da inefficiente è ormai diventato in pratica inesistente”.

In ogni caso per il sindaco Virginia Raggi l’azienda deve rimanere pubblica. “Non è vero che ‘il pubblico non funziona’- scrive Raggi – se ben condotto può funzionare bene. Noi abbiamo scelto: l’azienda deve rimanere di proprietà dei romani. Noi non la svendiamo, i servizi pubblici non hanno prezzo”. Per la sindaca, “cedere ai privati non è la soluzione, non è la cura per Atac. I privati non offrono una risposta immediata ai problemi strutturali ed economici della municipalizzata, non preservano il servizio ma lo rendono vulnerabile, sofferente e facile preda di chi punta solo a fare cassa”.
Nel frattempo sindacati di base sono già sul piede di guerra contro le soluzioni prospettate dal Campidoglio per salvare l’Atac, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico a Roma. Orsa, Tpl Lazio, Faisa-Confail Sul ct, Utl e Fast-Confsal hanno proclamato uno sciopero dalle 8:30 alle 12:30 per martedì 12 settembre. Lo stop di quattro ore, spiegano in un comunicato, è per contestare l’ipotesi messa in campo dal Campidoglio, quella del concordato preventivo, che “metterebbe a serio rischio livelli occupazionali, diritti salariali e normativi dei lavoratori”. I sindacati sottolineano anche “la totale assenza di interlocuzione da parte dell’assessorato della Città in movimento e della governance aziendale con le rappresentanze del lavoratori, unici a non venir ascoltati su una questione da cui dipende il loro prossimo futuro”.

Francia. La rabbia delle banlieue per lo stupro di Theo

banlieueIn Francia si affaccia la paura delle violenze nelle banlieue. Circa 500 persone hanno partecipato alla marcia di Aulnay-sous-Bois, banlieue a nord di Parigi, per manifestare la loro solidarietà a Théo, il ragazzo di 22 anni che sarebbe stato stuprato dopo un controllo di polizia giovedì scorso.
Per la terza notte consecutiva ci sono stati scontri tra giovani e la polizia nel sobborgo settentrionale di Aulnay-sous-Bois, nel frattempo sono stati incriminati e sospesi dal servizio i quattro poliziotti che hanno arrestato il giovane di colore. In particolare uno dei quattro è accusato di aver sodomizzato durante una retata con uno manganello telescopico il giovane, identificato come Theo. Per questo agente l’accusa è di violenza sessuale, mentre gli altri tre sono accusati di violenza volontaria. A sporgere denuncia per questa aggressione “inaccettabile” è stata la famiglia del ragazzo. Giovedì scorso Théo, dopo essere stato fermato per un controllo, è arrivato nel commissariato col volto tumefatto e “importanti lesioni” che “corrispondono chiaramente” all’introduzione di un manganello nel retto del giovane, ha confermato il referto medico dell’ospedale di Aulnay.
L’esame medico all’ospedale di Aulnay ha confermato “importanti lesioni” che “corrispondono chiaramente” all’introduzione di un manganello di un agente nel retto del giovane. Una versione confermata dalle immagini di videosorveglianza della polizia municipale e da diversi testimoni.
A Aulnay nel week-end ci sono state bruciate delle auto, un tentativo di dare fuoco a un autobus e il quartiere è rimasto al buio dopo il sabotaggio della rete elettrica pubblica, non è servito quindi l’”appello alla calma” lanciato da Aurelie, sorella maggiore di Theo. Domani una delegazione di madri del quartiere sarà ricevuta dal commissario di Aulnay. Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali, ha dichiarato che si tratta di un atto “inammissibile e che va ristabilita una relazione di fiducia tra la polizia e la popolazione”.

Le Case della Salute, obiettivo mancato nel Lazio

casa della saluteContinua la polemica sulle Case di Salute. Dopo il caso sollevato in Emilia Romagna dal sindacato, ora le critiche sulla mancanza di Case di Salute arriva nel Lazio.
I sindacati infatti lamentavano il fatto che le Case della Salute siano importanti e che quindi devono essere sviluppate in tutta la Regione Emilia Romagna: “Quelle realizzate fino ad ora coprono circa il 45 % della popolazione di riferimento – si leggeva nel comunicato – e quindi CGIL -CISL -UIL credono che si debba procedere celermente per la piena realizzazione di quelle programmate e per far si che tutti i cittadini della nostra regione possano avere punti intermedi territoriali a cui accedere invece di andare verso le strutture ospedaliere e i pronti soccorso quando non è necessario”.

La stessa mancanza di realizzazione delle strutture territoriali adeguate è stata evidenziata anche nella Regione Lazio: nel 2016 ad esempio solo 9 delle 48 “Case della Salute” annunciate nel 2013 dalla Regione hanno aperto i battenti, nel 2017 qualcosa si muove, ma la quota è ancora bassa: appena 12 su 48. I “Programmi Operativi 2013–2015” avevano fissato «l’obiettivo di attivare una Casa della Salute presso ciascun distretto» e di «attivare nell’area romana 5 case della salute entro il 31.12.2014».
“Se dovessimo giudicare l’azione della giunta Zingaretti sulla sanità, o meglio, sulla medicina territoriale – cavallo di battaglia del governatore – non avremmo esitazioni a decretarne una sonora bocciatura. Le Case della salute che dovevano essere uno dei ‘pilastri’ del settore, dimostrano a pieno titolo quanto inconsistenti siano gli annunci di parte regionale”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che insiste: “Nel 2013 ne furono promesse 48, a tutt’oggi ne abbiamo 12 in tutto il Lazio e una soltanto a Roma. Per giunta, quelle esistenti mancano delle linee guida che individuano le modalità di accesso ai servizi. Per non parlare dei fondi investiti: soltanto per la cartellonistica ci sono costate 48 mila euro al momento dell’inaugurazione delle prime quattro. Si tratta di 12mila euro per ogni presidio o si intendeva lo stanziamento per tutte? E ancora, ci chiediamo se, oltre ai 4 milioni di finanziamento totale destinati all’uopo nel 2014 dalla giunta regionale ci siano stati altri impegni economici. Ad esempio, la retribuzione dei medici di medicina generale è costituita da fondi aggiuntivi o le loro prestazioni nelle Case sono dovute contrattualmente, come avviene in altre regioni? Attendiamo risposte immediate da Zingaretti perché si tratta di risorse e, ancora più importante, della tutela della salute di tutti i cittadini”, chiosa Maritato.

Lgge Bacchelli. Anche Rosy Bindi firma per Riccardo Orioles

orioles-riccardo-Riccardo Orioles è un giornalista d’inchiesta, impegnato a contrastare la mafia e la corruzione eppure, nonché grande punto di riferimento. Orioles è stato fondatore de I Siciliani insieme a Pippo Fava, il direttore del giornale, ucciso in un agguato mafioso il 5 gennaio 1984. Negli anni ha formato generazioni di giornalisti, eppure si ritrova con una pensione di vecchiaia di soli 400 euro al mese che non gli permettono nemmeno di arrivare a fine mese.
Per questo è stata lanciata una petizione a dicembre con la campagna #mandiamoinpensione Orioles per permettere al giornalista di poter usufruire della Legge Bacchelli. Promulgata nel 1985 durante il Primo Governo Craxi, nata per soccorrere Riccardo Bacchelli, scrittore e drammaturgo, autore di numerosi programmi televisivi, finito nella miseria. Bacchelli per uno scherzo del destino morirà prima di ricevere il sussidio. La legge 440/1985 prevede lo stanziamento di un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di necessità economica. In buona sostanza, un riconoscimento in vita che lo Stato assegna a coloro i quali si sono distinti per meriti scientifici, letterari, artistici o sportivi, garantendogli un vitalizio finalizzato ad assicurare la conduzione di un’esistenza dignitosa.
È tuttora attiva la petizione rivolta al presidente del consiglio Gentiloni per chiedere l’assegnazione della legge Bacchelli a causa dello stato di difficoltà economica in cui vive Orioles, a lanciarla il giornalista Luca Salici, ed è stata firmata da quasi 30.000 persone, tra cui Pietro Grasso, Giancarlo Caselli, Don Ciotti, Claudio Fava. Lo stesso presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino, durante la conferenza stampa di fine anno del governo, ha menzionato l’assegnazione del vitalizio ad Orioles durante il suo intervento. A firmarla oggi anche il Presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi.

Emis Killa risponde
su accuse di istigazione
a violenza donne

emis-killa-violenza-donne-risposta“Fermiamo la violenza sulle donne e chi la istiga”, è la frase su uno striscione per contestare Emis Killa nel corso della presentazione del suo ultimo album “Terza Stagione”, in piazza San Babila. A entrare in azione è stato lo Spazio femminista RiMake. attivisti e attiviste hanno fatto irruzione nel corso dell’iniziativa a cui partecipava anche il rapper idolo delle adolescenti. Nel mirino le ultime strofe del brano ‘Tre messaggi in segreteria’, spiegano dallo Spazio femminista RiMake, dove fra insulti e invettive spuntano espressioni come “Volevo abbassare le armi ora dovrò spararti”, “voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi” e “ora con quella tua testa ti ci strozzerò”.
Emis Killa ha così diramato un post sui canali social, cercando di spiegare la sua posizione: “In questa canzone racconto di un ragazzo che perde la testa per la ex fidanzata e decide di ammazzarla. Lo racconto dal punto di vista, malato, di chi ammazza”. E ancora “È il mio modo per sensibilizzare e denunciare il femminicidio. Ho scelto un metodo brusco, diretto, cattivo, e soprattutto in prima persona, perché so che è il più efficace e mi appartiene, e infatti si sta alzando un polverone, che è quello che mi aspettavo, per poter porre l’attenzione su uno degli aspetti più brutti di questa società”. Il rapper scrive poi: “Come artista è mio privilegio e mio compito raccontare storie e far pensare chi mi ascolta. Quando creo canzoni creo mondi, a volte colorati, a volte crudi. Nelle canzoni racconto la realtà, che a volte è orribile, a volte è sbagliata, ma mai possiamo far finta che non esista.Ho corso di proposito il rischio di essere frainteso perché il mio richiamo alla riflessione e alla consapevolezza non passasse inosservato, e l’ho fatto coi modi e le parole che sono mie”. Sulle donne aggiunge: “Amo e rispetto l’universo femminile a cui credo di aver dedicato belle parole nel corso della mia discografia; ci sta che qualcuno abbia frainteso lo spirito del brano, ma a volte una nota stonata spicca più delle altre in mezzo all’armonia”.
Ma le femministe fanno sapere: “Tuttavia ci preoccupano le modalità con cui ha scelto di parlare di un argomento tanto delicato. In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa e nell’ottanta per cento dei casi il colpevole del femminicidio è il suo partner. In Italia sono 6 milioni e 788mila le donne che, nell’arco della loro vita, subiscono un abuso fisico e\o sessuale, il che significa una donna su tre”.

Obama, un Sì al referendum per aiutare l’Italia

obama-renziA un mese e mezzo dal referendum costituzionale, Barack Obama ha già votato “sì”, convinto che “aiuterà l’Italia” e auspicando che Matteo Renzi resti al timone anche se vincerà il no: “Io tifo per lui, per le sue riforme coraggiose e secondo me deve restare in politica comunque vada”.

E’ un endorsement senza precedenti quello ricevuto dal premier italiano nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca, dopo quasi due ore di colloquio nello Studio Ovale e una accoglienza trionfale insieme alla moglie Agnese nel South Lawn, davanti ad una folla festante con le bandiere dei due Paesi. Certo, Obama è ormai a fine mandato, ma mai nessun presidente Usa si era mai sbilanciato così con un capo di governo italiano, sperando di poter lasciare a Hillary Clinton un testimone che Renzi ha già raccolto prenotando un incontro domani con lo staff della candidata democratica.

Renzi ha sottolineato l’importanza di una vittoria del sì, che snellirebbe “la burocrazia italiana” e renderebbe l’Italia “più forte nel dibattito sull’Unione europea”. Ma, nel giorno in cui da Roma è arrivata la doccia fredda di un ‘No’ netto di Silvio Berlusconi, ha cercato anche di ridimensionare la portata del referendum: “Ho l’impressione che gli amici americani siano più interessati all’8 novembre che al 4 dicembre… e anche noi peraltro”. E di sdrammatizzare un’eventuale sconfitta: “Credo che non vi saranno cataclismi in caso vinca il no, ma per non avere dubbi preferisco fare di tutto per vincere il referendum”. Quanto al suo destino politico, che sembra appeso a questo voto, “lo scopriremo solo vivendo”, ha scherzato, citando Lucio Battisti.

Per il resto la visita è stata la celebrazione davanti alle telecamere di tutto il mondo di un legame indissolubile e mai così forte tra Usa e l’Italia. E di un’alleanza che vede agende e impegni condivisi, dall’Iraq alla Libia e all’Afghanistan, dal clima alla crisi dei rifugiati, fino alle politiche di crescita per le quali Renzi addita gli Usa come “un modello”, in antitesi all’austerity europea. Obama ammette che “l’Europa è una realtà più frammentata rispetto agli Stati Uniti” e che quindi è difficile trasferivi “quanto fatto da noi”. Ma dà ragione a Renzi anche su questo, alla vigilia di un vertice europeo cruciale, quando dice che l’Ue “deve trovare il modo per crescere più rapidamente” perché “le pur ottime politiche monetarie della Banca centrale guidata da Mario Draghi non sono sufficienti”. “Senza l’enfasi sulla domanda, sulla crescita, sugli investimenti che creano lavoro, la fragilità economica nella Ue tornerà ed avrà impatto sul mondo e sugli Stati Uniti”, ha insistito Obama.  Renzi, da parte sua, ha ribadito che intende portare avanti la sua battaglia per cambiare l’Europa: “Noi rispettiamo le regole europee, anche se talvolta un po’ a malincuore. Vorremmo regole diverse ma finché non cambiano le rispettiamo. E lavoriamo per cambiarle”.

Parlando all’aperto nel giardino delle rose, i due leader hanno sottolineato anche la piena convergenza sui dossier di politica internazionale. “Le nostre agende coincidono totalmente”, ha assicurato il premier, mentre Obama ha confermato la partnership fondamentale del nostro Paese nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, anche nella lotta all’Isis. In Iraq, ad esempio, dove l’Italia ha un ruolo da protagonista nella difesa e nella ricostruzione della diga di Mosul e nell’addestramento della polizia locale. Ma anche in Libia, dove l’Italia – ha riconosciuto Obama – “sta dando un grande contributo diplomatico per sostenere il governo di unità nazionale che vuole espellere l’Isis dal Paese”. Per passare poi alla crisi dei migranti, uno dei nodi più caldi. Anche qui Renzi ha incassato un assist dal presidente americano: “L’Italia, la Grecia e la Germania non possono essere lasciate sole a sostenere il fardello dell’immigrazione. Se c’è un’Unione europea bisogna essere uniti nel bene e nel male, bisogna condividere i benefici ma anche i costi”.

Pienamente d’accordo Renzi, secondo il quale “non possiamo continuare a lungo a farci carico da soli della Libia e dell’Africa: al Consiglio europeo – giovedì prossimo – porremmo con forza la questione”.  Il capitolo rimasto più in ombra è quello della Russia, sul quale Renzi non si è sbilanciato, dopo l’irritazione di Mosca per il rafforzamento della Nato ai confini baltici anche con un contingente italiano. Cauto anche Obama, che ha ricordato i tentativi di reset all’inizio della sua presidenza, poi naufragati per l’aggressività russa in alcuni Paesi, come l’Ucraina e la Siria.

Renzi va alla Casa Bianca e abbraccia Obama

President Barack Obama and Italian Prime Minister Matteo Renzi shake hands following their joint news conference in the East Room of the White House in Washington, Friday, April 17, 2015. The leaders discussed Europe's economy, a pending trade pact between the U.S. and Europe, climate change and energy security. (ANSA/AP Photo/Susan Walsh)

(ANSA/AP Photo/Susan Walsh)

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi viene accolto alla Casa Bianca dal garrire delle bandiere americane e italiane, a riceverlo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la moglie Michelle nel South Lawn della Casa Bianca che si trova nella parte absidale del palazzo presidenziale: il massimo riconoscimento per un premier straniero. Dopo essersi scambiati i baci di saluto, le due coppie hanno salutato uno a uno i membri della delegazione. Il presidente Renzi è stato ricevuto dal picchetto d’onore e dalla banda musicale. Tutto intorno, centinaia di bandierine a stelle e strisce e col tricolore, sventolate dagli ospiti presenti sul prato.
Matteo Renzi “sta facendo le riforme in Italia, a volte incontra resistenze e inerzie ma l’economia ha mostrato segni di crescita, anche se ha ancora tanta strada da fare”, ha detto Obama durante la conferenza stampa in corso alla Casa Bianca dopo il bilaterale tra i due leader, sottolineando che “ci sarà un referendum per ammodernare le istituzioni italiane” che può “aiutare l’Italia verso un’economia più vibrante”. Renzi, ha tenuto a sottolineare Obama, rappresenta “una nuova generazione di leader non solo in Italia ma in Ue e nel mondo”. Il presidente americano, ribadendo la sua gratitudine per la forte alleanza con l’Italia, ha anche rivolto un pensiero alla popolazione di Amatrice dove “state lavorando per ricostruire” dopo il terremoto. Obama ha anche ringraziato l’Italia “per il suo ruolo chiave nella coalizione contro l’Isis”.
Ha poi preso la parola Matteo Renzi, parlando degli Usa come “modello” per la crescita: “Penso – ha aggiunto – che l’Europa possa e debba fare di più. L’Italia considera l’esempio americano come il punto riferimento per questa battaglia”. I due leader hanno parlato anche di politica estera. Quella di “Mosul sarà una lotta difficile” ma “l’Isis sarà sconfitta”, ha detto Obama. “Mentre qualcuno sceglie l’odio e la cultura dell’intolleranza, noi vogliamo scommettere sulla libertà, sulla nostra identità e i nostri ideali”, ha ribattuto Renzi.

EGO International Group.
Come fare impresa in Italia

piccola-mediai-mpresa-innovazioneNell’economia italiana i segnali del cambiamento in atto sono sempre più inequivocabili, l’estero diventa il nuovo “Santo Graal”, e l’internazionalizzazione d’impresa premia chi riesce a gestirla nel modo migliore. Come si possono affrontare i nuovi obiettivi, ma soprattutto come si può interagire con mercati le cui regole non seguono quasi mai i canoni classici, ma cambiano di volta in volta? Secondo la EGO International Group, società italiana che affianca le piccole e medie imprese intenzionate a scoprire nuove piazze di vendita, attivare una strategia mirata è una delle chiavi di volta, perché è vero che il made in Italy è qualcosa di vincente, ma se si arriva impreparati non sempre di riesce ad ottenere il successo voluto.

Formazione per obiettivi, ed ovviamente conoscenza e innovazione, queste alcune delle basi che gli export manager della EGOInternational Group ritengono fondamentali per poter fare internazionalizzazione d’impresa in Italia. I punti deboli delle imprese infatti spesso sono proprio quelli che riguardano le competenze specifiche del mercato estero di riferimento e la formazione di personale che possa sopperire a questa mancanza. Spesso ci si trova in una situazione in cui si hanno ottimi prodotti, come nel comparto food and beverage, ma poca esperienza per saper affrontare nel migliore dei modi ciò che si muove al di fuori del territorio italiano. Confrontarsi con i buyer Arabi o Russi, Giapponesi o Cinesi significa essere in grado di superare dei gap culturali non indifferenti, ed è qui che entra in campo la formazione che deve essere economica e linguistica, arricchita da tecniche di marketing.

Cambia il mercato che diventa glocal, cambiano i competitor che non sono più quelli locali, ed il leit motiv è sempre lo stesso: bisogna adeguarsi. Uno dei primi passi per l’internazionalizzazione dell’impresa che la EGO International Group suggerisce ai propri clienti è quello di cercare di puntare sull’innovazione tecnologica, la visibilità online in primis, che facilità l’accesso a nicchie di mercato che altrimenti non sarebbero raggiungibili, attraverso un business plan in cui va analizzata la presenza in rete della azienda, e studiato il modo per potenziarla, ed anche qui va superato uno svantaggio che in Italia è ancora diffuso. Nonostante la Rivoluzione Digitale sia iniziata da tempo, molte aziende rimangono ancorate alle strategie che in passato hanno regalato molte soddisfazioni, non rendendosi conto che ormai la rete è diventata un fenomeno virale, e che bisogna cavalcare l’onda adesso che è alta.

Il mercato glocal richiede anche consegne della merce più rapida, il che si traduce in sistemi di logistica migliori e sicuri, ma non solo, infatti bisogna avere una produzione minima certa e sicura, evitando così di non poter assolvere alle richieste dei clienti. Internazionalizzare significa anche accorciare le distanze, avere un’azienda in grado di interagire con il mondo e sopratutto avere una perfetta pianificazione strategica dei processi. La necessità è quindi quella di inserire in organico personale capace di affrontare con la dovuta competenza nuove sfide e mercati sconosciuti, per accontentare e soddisfare le richieste che mutano secondo i luoghi, la cultura e l’economia locale.

Questo significa necessità di export manager capaci di essere costantemente aggiornati, EGOInternationalGroup sopperisce offrendo servizi in outsourcing, in attesa che le aziende costituiscano un proprio settore export, con personale formato come necessitano le nuove sfide. Formazione continua, incontri dedicati, fiere internazionali di settore dove entrare in contatto con nuovi finanziatori e competitors, sono tutte attività che permettono di avere un quadro completo di ciò che si dovrà affrontare.

Naturalmente la conoscenza dei mercati e la tecnologia, unite ad un prodotto di qualità, da sole non bastano per essere sicuri di emergere. EGO International Group è convinta che l’internazionalizzazione delle imprese italiane debba si passare dal mantenimento della filiera di successo, ma anche attraverso la ricerca di nuove filiere su cui puntare, mercati esteri giovani dove si può crescere esponenzialmente. Per fare questo è necessario investire in migliorie continue, in tutti i settori, azioni mirate che possano in breve tempo riportare la nostra economia ai livelli che le compete.

Lorenzo Mattei

Libia. Rapiti due italiani a cui era stata tolta la scorta

italiani-rapitiA poche ore dal sequestro dei due lavoratori italiani in Libia si cerca di far luce sul fatto che negli ultimi due giorni ai due era stata tolta la scorta armata. I rapitori li hanno fermati in mezzo al deserto, hanno aperto il fuoco contro di loro e poi li hanno prelevati, mentre l’autista che li accompagnava è stato trovato con le mani legate in una zona desertica.
I due italiani rapiti tra le 7 e le 8 di ieri a Ghat, nel sud della Libia al confine con l’Algeria sono Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che vive in Libia da 15 anni, e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno, come hanno confermato i carabinieri di Cuneo. Assieme ai due italiani è stato rapito un cittadino canadese. Tutti e tre lavorano per la Con.I.Cos, società di Mondovì (Cuneo) che si sta occupando della manutenzione dell’aeroporto di Ghat, città sotto il controllo del governo di unità nazionale di Tripoli, internazionalmente riconosciuto.
“Seguiamo il caso minuto per minuto da ieri mattina. L’Unità di Crisi della Farnesina è in contatto con le famiglie. Al momento non ci sono indicazioni ed è troppo presto per attribuire una matrice precisa ai sequestratori”, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
Secondo una fonte vicina al governo di Tobruk, legato al generale Khalifa Haftar, i due italiani sono nelle mani di un gruppo di criminali comuni che non appartengono ad alcuna fazione fondamentalista. Ipotesi confermata dal Consiglio comunale di Ghat, località del Fezzan, la zona del rapimento. Il sindaco, Qumani Mohammed Saleh, ha garantito il massimo impegno da parte delle forze di sicurezza locali e di quelle militari per ritrovare i due italiani, negando che siano finiti nelle mani di uomini legati ad al Qaeda e ribadendo che “i due ingegneri sono nelle mani di un piccolo gruppo di fuorilegge”.
I rapitori in realtà sono già noti alle autorità locali e in passato hanno effettuato imboscate contro auto e rapine. Lo riferisce il portavoce della municipalità di Ghat, Hassan Osman Eissa, all’Associated Press. Il portavoce ha detto che le autorità stanno indagando ma non ha voluto aggiungere altro. Ora l’obiettivo è capire con certezza chi ha in mano gli ostaggi e che tipo di contropartita vuole; quello che è da scongiurare è il passaggio di mano ad altri gruppi, di matrice jihadista, che potrebbero utilizzarli per rivendicazioni ‘politiche’ contro la presenza italiana e in Libia.
Sulla situazione in Libia e il rapimento dei due italiani è anche intervenuto Claudio Descalzi, AD di Eni: “L’attenzione è massima e rimarrà massima” in Libia. “Il tema della sicurezza – spiega a margine di un convegno Ambrosetti sull’energia – è sempre rimasto ad altissimo livello di attenzione. Siamo assolutamente attenti e tutti i nostri lavoratori sono libici. Questo non implica una minore attenzione o minor sicurezza. Continuiamo ad essere attenti”.

“Spero che non ci saranno nel futuro altre situazioni di possibile rapimento di italiani per estorsione. Speriamo che questa vicenda, sempre molto allarmante, possa andare a buon fine”, sottolinea Descalzi. “La Libia ha bisogno di essere aiutata anche con una visione ottimistica cercando di avere una visione oggettiva della situazione”, spiega.
Per quanto riguarda la produzione Eni di gas in Libia questa “sta continuando come ha sempre continuato. Siamo sopra i 300 mila boe al giorno”, sottolinea l’ad di Eni. “Noi utilizziamo il nostro terminal di Mellitah e quindi dal punto di vista logistico quello che sta succedendo nel Paese non ci sta toccando” attualmente.
“Turkish Stream non ci interessa. Non ci interessa partecipare alla realizzazione di pipeline. Non siamo una compagnia che fa trasporto di gas che non è nostro”, ha poi continuato l’ad di Eni.