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Lorenzo Siggillino

Carlo Azeglio Ciampi. L’esempio lasciato
ai giovani

ciampiOggi i funerali di Carlo Azeglio Ciampi: uno dei grandi della nostra Repubblica, un politico di spessore come pochi ne sono rimasti nel nostro Paese. Il livornese si è spento il 16 settembre 2016, all’età di 95 anni, non ha voluto i funerali di Stato ma aveva già comunicato alla famiglia di volere una cerimonia privata, pienamente nel suo stile.

L’Italia resta orfana di uno dei suoi padri, anche se il personaggio di Carlo Azeglio Ciampi non è stato ben compreso da tutti. Nato nel 1920, della sua vita si potrebbero raccontare e sottolineare migliaia di aspetti diversi, tutti in grado di fare luce su una sua particolare qualità. Per spiegare la grandezza di questo politico si potrebbe partire da almeno un centinaio di episodi, ma ci focalizzeremo su due avvenimenti legati tra di loro. La conclusione dovrebbe essere che l’Italia ha bisogno di personalità di questa caratura qui.

Romano Prodi, il giorno della morte di Carlo Azeglio Ciampi, raccontava a Radio 1 di come il toscano godesse di immensa stima in ambito internazionale: quando entrava lui nella sala delle riunioni c’era sempre un po’ di solennità nell’aria. Tutti si fidavano di quello che diceva, era considerato una vera autorità in materie economiche. Prodi parlò della trattativa per l’adozione dell’Euro, circostanza nella quale Ciampi fu protagonista, riuscendo a convincere i tedeschi che l’Italia poteva da subito entrare nella zona Euro, che i conti pubblici sarebbero andati a posto. Il toscano aveva portato con sé dei foglietti, nei quali c’erano ricapitolate tutte le cifre italiane e illustrava ai colleghi europei tutte le operazioni matematiche che consentivano loro di star tranquilli riguardo la tenuta della nostra economia. Solo questo basterebbe a farci innamorare di Carlo Azeglio Ciampi, perché quei foglietti danno alla politica finalmente una connotazione estremamente reale.

Questo primo ricordo potrebbe non piacere a tanti italiani, che vedono adesso l’ingresso nell’euro come una disgrazia. Molti sarebbero tentati di dire: “Peccato che è riuscito a convincerli”. Tuttavia, Carlo Azeglio Ciampi dimostrò la sua enorme lungimiranza politica più avanti, quando divenne il decimo Presidente della Repubblica italiana. Era l’anno 1999 e Ciampi volle organizzare degli incontri con la cittadinanza in tutte le province del paese. Ogni fine settimana il Presidente viaggiava per andare a scoprire i problemi delle persone in una provincia italiana: parlava con sindacalisti, imprenditori, la pubblica amministrazione. Carlo Azeglio Ciampi aveva intuito cos’è che stava succedendo e quali erano i rischi che le istituzioni correvano: restare lontano dai bisogni dei cittadini. Il toscano voleva ribadire come ci fosse una necessaria relazione tra i problemi della cittadinanza e le risposte dello Stato. Questo suo tour delle province racconta bene chi fosse Carlo Azeglio Ciampi: un personaggio che aveva già nel ‘99 anticipato le questioni future della politica ed aveva cercato di dare l’esempio ai colleghi (è opportuno ricordare che il Presidente si recava di persona sul territorio, non si faceva utilizzo politico dei social network in quegli anni).

Ad ogni modo, la strada indicata da Carlo Azeglio Ciampi non è stata seguita da molti suoi colleghi. Sono pochi gli esempi contemporanei di dialogo reale tra istituzioni ed elettorato, proprio questa mancanza mette a repentaglio una cosa che Ciampi, con i suoi fogliettini, aveva contribuito a creare: l’area Euro. Visto che, al momento, quotidianamente si parla di avanzata degli estremismi un po’ in tutta Europa (Francia, Germania, Austria per citarne alcuni dei più vicini a noi), forse le istituzioni potrebbero trarre spunto dalla morte dell’ex Presidente italiano per una riflessione importante. Sono veramente i migranti a far perdere voti ai partiti di governo? Sul serio è colpa del terrorismo se la Gran Bretagna ha detto basta all’Europa? Carlo Azeglio Ciampi credeva che il sostegno dei cittadini per lo stato dipendesse da quanto questo facesse per migliorare la vita di tutti i giorni. Forse in Gran Bretagna, nell’Unione Europea, le persone hanno problemi che esulano da migrazione e sicurezza, solo che non sono conosciuti o affrontati.

Lorenzo Giuseppe Siggillino

La Libia contro l’Isis:
oltre ai raid anche il petrolio

Libia-PetrolioIl nuovo Governo di Unità Nazionale, guidato da Fayez al Sarraj, sta cercando di muovere i primi passi verso la stabilità. Una delle priorità individuate dall’esecutivo è il ripristino delle attività produttive e di export del petrolio. Il 31 luglio, la Presidenza del Consiglio ha annunciato la riapertura incondizionata dei porti orientali: Zuetina, Ras Lanuf ed Es Sider. Dal 2013, questi erano chiusi, controllati da Ibrahim Jadhran, leader di una milizia locale chiamata Petroleum Facilities Guards. Mustafa Sanalla, Presidente della compagnia petrolifera nazionale (NOC) ha confermato la notizia con entusiasmo. Ras Lanuf ed Es Sider sono fondamentali per l’economia libica: hanno da soli una capacità di esportazione di 670.000 barili di petrolio al giorno.

Tuttavia, al momento, entrambi risultano pesantemente danneggiati e la loro capacità non dovrebbe superare i 100.000 barili al giorno. Il Governo di Unità Nazionale, proprio per questo motivo, ha stanziato dei fondi per riparare i danni e rimettere questi due terminal completamente in funzione. Sanalla ha dichiarato che i lavori avranno inizio e termineranno il prima possibile. Il leader della NOC, inoltre, ha fissato il prossimo obiettivo: la riapertura di due dei giacimenti più grandi di tutta la Libia, El Sharara ed El Feel, situati nel bacino di Murzuk. Con la produzione che riparte, sarebbe più facile per il nuovo governo fronteggiare le numerose sfide che lo aspettano. Sicuramente, con maggiori entrate, Sarraj potrebbe fornire un equipaggiamento adeguato ai soldati che stanno combattendo lo Stato Islamico, dotato per ora di armamenti e addestramento migliori. In un paese così dipendente dalle sue risorse energetiche, il livello di produzione degli idrocarburi è un elemento chiave per comprendere le dinamiche nazionali. La maggior parte delle entrate pubbliche in Libia è costituita dall’esportazione di gas naturale e petrolio. Il Prodotto Interno Lordo nazionale è sempre stato strettamente legato alla capacità di estrarre, raffinare ed esportare. Secondo l’OPEC, gli idrocarburi costituiscono circa il 60% del PIL e il 90% delle entrate derivanti dall’esportazione.

A partire dal 2012, il settore energetico è stato preso di mira da minoranze etniche, fazioni armate, milizie e gruppi terroristici. Questi attori hanno operato diversi sabotaggi, danneggiamenti, scioperi e occupazioni, nel tentativo di bloccare la produzione e indebolire lo stato. Nel 2014 il paese si era diviso in due, una parte controllata dal Parlamento di Tripoli guidato dagli islamisti, l’altra parte allineata con le nuove istituzioni insediate a Tobruk. A questo si è aggiunta la minaccia del terrorismo e un numero elevato di milizie armate non inserite nell’esercito. La Libia si è trovata in una situazione di estrema difficoltà, senza poter utilizzare al meglio la sua risorsa più importante: il settore energetico. Senza le entrate derivanti dal petrolio, infatti, la Libia non può essere in grado di garantire i servizi, pagare i salari, sostenere una spesa militare adeguata. Nel 2010, prima della rivoluzione, la produzione era di 1.480.000 barili di petrolio al giorno, nel novembre dello scorso anno si pensa questa non potesse superare i 350.000 barili al giorno. Intanto, il primo agosto, il Governo di Unità Nazionale ha annunciato anche l’inizio dei raid aerei americani contro le postazioni dei terroristi a Sirte. Si tratta della prima richiesta di supporto militare ufficializzata dall’esecutivo di Sarraj, l’Italia è stata informata ed ha espresso il suo consenso all’iniziativa.

Le incursioni aeree dovrebbero facilitare l’avanzata territoriale dell’esercito, impegnato in un confronto reso complicato dalle tecniche di conflitto utilizzate dagli uomini del Califfato. La presenza dello Stato Islamico a Sirte continua a minacciare il bacino energetico più importante della nazione. Il supporto USA aiuterà la Libia a combattere nel migliore dei modi il terrorismo, mantenere livelli elevati di produzione sarà un passo necessario per sconfiggere completamente il nemico, riunificare e far ripartire il paese.

Lorenzo Siggillino

Libia. C’è l’accordo per un governo di unità nazionale

Libia guerraLe delegazioni di Tobruk e Tripoli hanno raggiunto un’intesa per firmare l’accordo per un nuovo governo di unità proposto dall’Onu. Lo hanno annunciato i due capi delegazione a Tunisi secondo quanto riferiscono fonti diplomatiche all’ANSA. Mustafa Rugibani, ex oppositore rientrato in Libia dopo 30 anni e oggi nella lista dei candidati a premier, auspica la formazione di un governo di unità nazionale. Manca una strategia comune comune contro l’Isis, dice, e occorre una soluzione per la Siria


Libia. Rugibani: “Subito governo di unità nazionale”
di Lorenzo Siggillino

Mustafa Rugibani è stato lontano dalla Libia per decenni. In opposizione a Gheddafi ha lasciato il suo paese nel 1979, per farvi ritorno solo nel 2006, quasi trent’anni dopo. È stato uno dei promotori dei movimenti di protesta e della successiva rivoluzione. Membro del Congresso Nazionale di Transizione, è stato nominato Ministro del Lavoro nel primo dei governi libici dell’era successiva a Gheddafi. Al momento è il Capo della Missione della Libia presso la Santa Sede, ma il suo nome è inserito nella lista dei candidati al ruolo di Primo Ministro del governo di unità nazionale in Libia. Tale lista è stata compilata dalle istituzioni dei due governi rivali e consegnata al mediatore ONU Bernardino Leon. Il piano di mediazione presentato in autunno dalla delegazione internazionale è stato respinto dai due governi di Tobruk e Tripoli. Dunque si va avanti, la Libia continua ad essere divisa tra due amministrazioni, finchè non si raggiungerà un accordo per la formazione di un esecutivo di unità nazionale. Lo spagnolo Bernardino Leon è stato sostituito da un nuovo mediatore, il tedesco Martin Kobler. Mustafa Rugibani resta candidato a premier o comunque ad avere un ruolo importante nel nuovo esecutivo.

Mustafa Rugibani

Mustafa Rugibani

Nonostante quasi tutti nelle istituzioni e nella società civile avessero capito che il governo di unità nazionale era l’unica strada percorribile, il programma proposto da Leon ha incontrato resistenze in entrambe le amministrazioni. Perché?

“Leon il 12 luglio 2015 aveva la firma dell’accordo da parte del governo di Tobruk, da lì ha cominciato a sbagliare. Ha iniziato a modificare l’accordo, invece di concentrarsi sui negoziati con l’altro governo. Il risultato è stato che entrambi i governi sono rimasti insoddisfatti del nuovo testo. Il mediatore ha proposto anche i nomi dei ministri, quando sarebbe stato meglio concentrarsi sul premier e sui vice-premier. Lui avrebbe dovuto lasciar perdere alcuni punti dove non c’era accordo, su quelli le istituzioni rivali si sarebbero potute accordare successivamente. Ovviamente il problema maggiore è stato che il delegato dell’ONU ha iniziato a negoziare con gli Emirati Arabi il suo futuro lavoro. Questo gli ha fatto perdere credibilità, è normale: quando sei mediatore non puoi negoziare privatamente con una delle parti coinvolte (Leon andrà a lavorare in un’università degli Emirati, notizia che a Tripoli non è stata gradita visto che gli Emirati Arabi Uniti sono apertamente allineati con il governo di Tobruk, ndr)”.

La Libia, dopo che un esecutivo di unità verrà istituito, potrà iniziare a pensare ai problemi che deve risolvere. Quali sarebbero oggi le priorità del nuovo esecutivo? Sto pensando ad esempio ad immigrazione, disarmo e sicurezza.

“L’unica soluzione alla crisi libica è il governo d’unità nazionale. L’ONU dovrà sostituire Leon molto velocemente e il nuovo mediatore dovrà impegnarsi per ottenere l’accordo in breve tempo, per poi passare all’implementazione. Questo esecutivo dovrà portare sicurezza, stabilità, unità, dovrà iniziare le riforme economiche e incentivare l’occupazione per facilitare le operazioni di disarmo delle tribù, delle milizie e dei giovani. Dovrà fissare dei nuovi obiettivi di sviluppo. Il governo di unità dovrà dedicarsi urgentemente a molte questioni: politiche, sociali, economiche e soprattutto di sicurezza. È importante sottolineare la questione degli stipendi: i dipendenti pubblici non ricevono i salari da diversi mesi. Molte scuole sono ancora chiuse, invece è fondamentale che riaprano. Il servizio sanitario deve tornare alla normalità”.

Quanto sarà importante il sostegno dei paesi europei, nel percorso di stabilizzazione e di risoluzione delle questioni cruciali che abbiamo menzionato?

“Il supporto e l’aiuto europeo al nostro nuovo governo è obbligatorio. Questo aiuto può essere esteso a molti dei programmi governativi. In particolare per i progetti relativi all’immigrazione irregolare, gli stati europei dovrebbero assisterci nel controllo delle frontiere. E il loro sostegno su questi programmi dovrebbe essere anche economico”.

Quali sono le principali misure necessarie per combattere il traffico di migranti? Probabilmente serve anche una collaborazione più stretta con paesi confinanti come Niger, Ciad, Sudan.

“La lotta contro i trafficanti di migranti deve essere fatta in collaborazione con i paesi vicini, sotto il profilo dell’intelligence e sotto quello del controllo dei confini. Su questo punto c’è bisogno anche della cooperazione del Governo italiano. Le coste libiche sono di 2000 km. Le nostre frontiere con gli altri paesi sono circa 7000 km, molti dei quali sono di deserto, molto difficili da monitorare. La Libia ha bisogno di assistenza per tenere sotto controllo sia le coste che i confini. L’Europa è molto più informata sulle persone che perdono la vita nel Mar Mediterraneo, ma molti individui nemmeno arrivano al mare perché muoiono nel deserto. Dobbiamo evitare che questo accada e secondo me sarebbe fondamentale costruire strutture di accoglienza nel Sud della Libia, per fornire assistenza medica e scremare i migranti, individuare chi deve essere mandato indietro nel paese di provenienza e chi può andare in Europa. Alcune delle persone potrebbero anche restare in Libia ed essere assunti, noi importiamo una parte della nostra forza lavoro e gli immigrati che possono essere utili al nostro Paese dovrebbero essere i benvenuti, in caso volessero restare. Anche la cooperazione con gli stati confinanti sarà fondamentale. Al momento non cooperiamo con Algeria, Tunisia, Ciad, Niger e Sudan: anche loro sono preoccupati della situazione odierna in Libia. Il nuovo governo dovrebbe iniziare immediatamente a dialogare con loro, visto che la loro collaborazione è essenziale per un controllo efficace delle frontiere”.

In Libia molte fazioni locali svolgono un ruolo importante nel contrastare lo Stato Islamico. Ci può descrivere la situazione odierna nel Paese, per quanto riguarda il terrorismo?

“In Libia ci sono diversi gruppi in controllo di alcune città. Derna è occupata dall’ISIS e da Ansar al Sharia, che è anche molto forte a Bengasi. Nella città di Sirte l’ISIS è ancora presente, nella città di Tripoli vi sono cellule di salafiti, in aggiunta ad Ansar al Sharia e cellule legate all’ISIS. A Sabratha, cruciale per la partenza dei migranti verso l’Europa, c’è una presenza importante di salafiti”.

L’ISIS ha causato massacri in Yemen, Libia, Kuwait, Tunisia, Francia, Libano, Iraq ed altri ancora. Lo Stato Islamico ha anche colpito Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. Nonostante il grande numero di Stati coinvolti, sembra manchi ancora qualcosa per combattere questa minaccia in modo efficace. Cosa?

“Le intelligence dei Paesi che combattono lo Stato Islamico hanno due numeri credibili riguardo i combattenti dispiegati dall’ISIS in Siria e Iraq. Questi potrebbero essere 30.000 o 80.000, in controllo di un territorio abitato da circa 10 milioni di persone. Tutti i Paesi coinvolti nella lotta contro di loro hanno agende diverse. L’Iran ha un’agenda, la Francia ne ha un’altra, la Russia un’altra ancora e così via. In più, non c’è guerra che può essere vinta con gli attacchi aerei, ad un certo punto un accordo dovrà essere raggiunto riguardo le operazioni di terra. Gli Stati Uniti sarebbero dovuti intervenire subito, quando iniziò il dibattito. Più Assad resterà al potere, più causerà sofferenze al suo popolo e più danneggerà il territorio. Se nel 2011 la comunità internazionale avesse aspettato qualche settimana ad intervenire, Gheddafi avrebbe seriamente rovinato alcune zone. Questo accade di frequente quando un dittatore capisce che non può più restare al potere”.

Secondo lei qual è l’impatto della situazione siriana su tutto questo? Credo uno dei grandi problemi in combattere l’ISIS sia: “Chi governerà la Siria dopo Assad?”.

“Quando le proteste in Siria iniziarono, la Libia supportò l’opposizione, per incoraggiare la rivoluzione democratica. Ora Assad non può più restare al potere, dopo le violazioni dei diritti umani commesse, dopo la morte di così tanti civili. Anche la comunità alauita, la sua comunità, ha rilasciato un comunicato ufficiale in cui prendeva le distanze da lui. L’unica soluzione è negoziare un periodo di transizione nel quale Assad resti sulla scena politica ma con autorità molto limitata. Il periodo di transizione dovrebbe durare più di un anno, ma in questo tempo le autorità provvisorie dovrebbero lavorare alla nuova costituzione e organizzare le elezioni per le nuove istituzioni. Con elezioni libere probabilmente verrà stabilito un governo sunnita, vista la maggioranza di sunniti rispetto ai cristiani e alla piccola presenza di sciiti. Comunque, il nuovo governo, indipendentemente dal suo orientamento religioso, dovrebbe garantire all’Iran la salvaguardia dei luoghi sacri sciiti. Questo è qualcosa a cui gli iraniani tengono davvero, probabilmente l’Iran vuole questo tipo di garanzia prima di accettare l’allontanamento di Assad. La Russia da parte sua ha bisogno di essere rassicurata sulle relazioni con il nuovo governo, Assad è geopoliticamente molto importante per il presidente Putin, soprattutto per via dell’accesso al Mar Mediterraneo, fondamentale per la Russia dal punto di vista commerciale, strategico e militare”.

La sfida per gli Stati europei sembra essere duplice ormai. Combattere il terrorismo fuori dall’Europa e prevenire attacchi all’interno. La prevenzione probabilmente parte dall’apprendimento dei motivi che portano molti giovani europei a sposare la causa dello Stato Islamico. Secondo lei perché la retorica dell’ISIS è in grado di attirare così tanti cittadini europei?

“Ci sono molte ragioni del perchè l’ISIS sia in grado di attirare così tanti giovani europei. Prima di tutto, secondo me questo è dovuto alla loro pesante macchina propagandistica e il discorso si lega all’atteggiamento della comunità internazionale: la coalizione contro lo Stato Islamico non ha una strategia per combatterlo, perché non c’è accordo sugli obiettivi da raggiungere in Siria. Questo è pericoloso perché l’ISIS può pubblicizzare la sua forza ed è uno strumento molto potente che stiamo dando loro. In secondo luogo, negli stati europei il tasso di disoccupazione tra gli arabi e i musulmani è molto elevato, questi sono spesso soggetti a trattamenti differenti e si sentono frustrati. Non sto necessariamente parlando di discriminazione, ma mi riferisco a sistemi in cui è difficile emergere se non sei benestante. L’ISIS può attirare queste categorie di persone con i soldi, lo Stato Islamico può offrire salari alti e molti giovani individui possono accettare e assorbire l’ideologia estremista che viene loro proposta. È impossibile sapere quante persone in Europa appoggino questo gruppo terroristico anche perché probabilmente ci sono alcune cellule silenziose, persone che sostengono l’ISIS ma non lo manifestano, perché l’organizzazione per il momento ha chiesto loro solo un supporto passivo”.

Lorenzo Siggillino