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Loreto Del Cimmuto

Gli interessi economici predatori della politica

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L’inchiesta sullo stadio della Roma, che coinvolge l’amministrazione pentastellata, è un ulteriore ramo d’azienda venuto allo scoperto di “mafia capitale” oppure un capitolo a sé stante? Ci rivela un articolato e plurale piano di un’organizzazione criminale che vive di rapporti e complicità trasversali alle forze politiche e imprenditoriali, oppure è il caso dell’ennesimo imprenditore corruttore che si giova delle opportunità offerte da frequentazioni e conoscenze per scavarsi ulteriori spazi di mercato protetto, in una realtà, quella romana, dove i costruttori sembrano più evocare un consesso di feudatari (a voler essere generosi) che si spartiscono il territorio, piuttosto che una sana componente economica che compete lealmente in un quadro di regole garantito da un altrettanto leale soggetto pubblico regolatore. L’impressione, per la verità, è quella di trovarsi di fronte all’ennesima conferma di interessi economici predatori impadronitisi della politica, e quindi delle funzioni pubbliche, piegate con sfacciataggine al loro mero interesse privato, per altro alieno da ogni parvenza di moderazione, dignità e persino di esigenza estetica. Interessi predatori che ci rivelano come, dall’altra parte, la funzione ormai oscurata e annichilita dalla feroce propaganda populista è proprio quella politica.

L’obiettivo è stato raggiunto da tempo: voler dimostrare che la politica è corrotta è servito in realtà ad indebolirla e ad annullarla proprio nel confronto con i poteri economici e i soggetti forti. Un fenomeno che non poteva non coinvolgere anche l’amministrazione pentastellata. La sfacciataggine non sta solo nei personaggi che agiscono e si comportano con assoluta disinvoltura nelle intercapedini del potere capitolino senza avere titolo e legittimità, proprio perché mandatari di una politica inane, ma sta anche in chi invece del potere politico è stato investito dai cittadini: la Sindaca in primo luogo ,sempre caduta dalle nuvole, impreparata sui dossier fondamentali, sempre tesa a giustificare i suoi fallimenti e a scaricare su altri responsabilità solo sue, soggettivamente e oggettivamente.

Ora aspetteremo, ma una preoccupazione ulteriore ci assale: nel DEF varato dal governo Gentiloni ci sono circa 5 miliardi di euro per interventi infrastrutturali, di cui 3,5 già disponibili. Ammesso che il governo gialloverde voglia metterci il cappello sopra, giova ricordare che si tratta di interventi indispensabili per mantenere Roma a livello di capitale d’Italia e città di rango internazionale. Dal completamento della metro C fino all’aeroporto di Fiumicino, agli interventi per la mobilità e il GRAB sono un monte di denari pubblici che andranno ben spesi. Dopo il No alle Olimpiadi e la vicenda dello stadio della Roma, con le incognite dettate anche qui dai tribunali sulla vicenda ATAC e il nodo rifiuti ancora irrisolto, è lecito chiedersi se ci sarà quello slancio di trasparenza, assunzione di responsabilità e chiara definizione degli obiettivi politici e programmatici che tutti aspettiamo. E se le scelte avverranno alla luce del sole, magari coinvolgendo come di dovere il massimo consesso della rappresentanza dei cittadini, il consiglio comunale e il tessuto civico e sociale della città, oppure verranno affidate all’ennesimo mr. Wolf spicciafaccende inviato dalla Casaleggio & C.

Noi ci auguriamo che la Raggi esaurisca ben prima del termine di legge il suo mandato amministrativo, nell’interesse della città, ma non vediamo però ancora un centro sinistra capace di destarsi dal suo stato di torpore e recuperare in pieno quel legame di fiducia con la città. Questo dovrà essere un terreno di sfida anche per i socialisti: lavorare, nel vuoto politico, per riempire una parte di questo vuoto non è impresa impossibile, soprattutto se si parlerà a quell’area vasta dell’astensione che tocca anche le forze della sinistra. Occorrerà aspettare l’evolvere degli eventi (e delle indagini) ma importanti segnali tuttavia ci sono, a partire da quelli lanciati dalle recenti consultazioni dei due municipi di Roma, dove i penta stellati sono stati umiliati non solo e non tanto dal centro sinistra, ma soprattutto da quel deficit di partecipazione che ha visto votare solo un elettore su quattro. Un deficit di partecipazione che fa riflettere. Oggi per il partito dei cittadini è questa la sconfitta più grave:dover scoprire che proprio nella pretesa di portare i cittadini nelle istituzioni, nell’arroganza e nella presunzione di volerli rappresentare (tutti quanti) sta il loro più evidente e marcato fallimento.

Loreto Del Cimmuto
Segretario fed.romana PSI

Loreto Del Cimmuto
serve una nuova sinistra

Non serve la chiusura del PSI, serve una nuova sinistra

L’altro giorno in direzione ragioni di tempo e logistiche hanno imposto una chiusura degli interventi quando ancora c’erano molti iscritti a parlare. Niente di insolito. Proverò a sintetizzare quanto avrei detto prima che anch’io votassi contro le dimissioni del segretario. Perché contro? Perché le dimissioni erano e sarebbero tuttora del tutto inadeguate, in senso letterale; cioè al di sotto di ciò che la drammaticità delle condizioni di quel che resta del socialismo italiano richiede. Il problema infatti non è quello di azzerare un gruppo dirigente quando è tutta, o quasi, la comunità socialista ad essere stata azzerata, qualsiasi linea politica nei mille rivoli carsici che la caratterizzano essa abbia intrapreso. Quindi mi proverò a sintetizzare alcuni punti dicendo subito che io sono contro ogni ipotesi liquidazionista del PSI. Sono però anche convinto che si debba lavorare subito al suo superamento. Può apparire una contraddizione. Tuttavia, come diceva Mao, “dove c’è contraddizione c’è vita”, quindi me ne fotto di questa apparente contraddizione per dire che la piccola barchetta del PSI bisogna portarla da qualche altra parte, tutti insieme, ora che la sfida è più alta, che quell’altra parte diventa un approdo lontano, tutto da cercare, che riguarda non solo noi ma tutta la sinistra, italiana (e quindi del PD in primo luogo), europea e persino mondiale. E non possiamo restare indifferenti a ciò che si muove dentro quel partito, perché volenti o nolenti per esso passa una possibile risposta al populismo e al sovranismo.

Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale

Visto da lontano infatti il risultato italiano appare perfettamente in linea con le sorti che hanno riguardato tutta la sinistra europea: un voto contro le elites e contro l’establishment con cui la sinistra viene a torto a ragione identificata.  E qui sta un primo limite, nostro e della sinistra. Continuiamo a sviluppare le nostre riflessioni dentro i confini angusti delle sinistre “nazionali” avendo nello stesso tempo perso il radicamento e il contatto con il territorio, con quelle realtà dove le spinte della globalizzazione e le controspinte del residuo modello novecentesco di produrre, distribuire ricchezza e fare welfare, generano le contraddizioni e i conflitti che mettono uno contro l’altro proletariato urbano, ceti medi impoveriti e immigrazione. Quindi cominciamo a porre, a noi e al PD, il tema di una rifondazione della sinistra europea. Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale. È nell’orizzonte più ampio dell’Europa e delle società aperte, prima che si richiudano su se stesse, che va cercato l’approdo. Citiamo spesso i radicali ma impariamo poco dalla lezione di Pannella che per primo pose il tema del partito transnazionale.

Dall’era analogica di Berlusconi a quella digitale di Casaleggio

Visto da vicino invece il risultato italiano ci consegna una particolarità che fa, ancora una volta, del nostro paese un laboratorio dove si sperimentano modelli e proposte politiche che guardano decisamente fuori dai canoni della democrazia rappresentativa, liberale e democratica, che finora abbiamo conosciuto. Se il partito azienda di Berlusconi corrispondeva all’era analogica dei conflitti di interesse e della concentrazione dei media e dell’informazione, il partito azienda di Casaleggio corrisponde all’era digitale dell’informazione a rete e diffusa di internet, dei social media e dei “big data”, il c.d. petrolio di domani. La sinistra è apparsa troppo spesso ciecamente illuministica. Votata ad abbracciare ogni innovazione tecnologica non ne ha colto il suo carattere parziale e niente affatto neutro. Per timore di apparire luddista è diventata acriticamente scientista. Così abbiamo multinazionali che fatturano più di uno stato, tracciano profili e possiedono informazioni sensibili di milioni e milioni di persone, ne condizionano stili di vita e modelli di consumo sfuggendo od eludendo forme progressive di tassazione dei propri profitti. Con il movimento 5 stelle abbiamo inaugurato il primo “big data party” e tardiamo a coglierne il devastante potenziale anti democratico. Potenziale che potremo disinnescare e orientare se, anche qui, non ci attardiamo a difesa di istituti che scricchiolano un po’ ovunque ma se su questi riusciamo ad innescare positivamente, anche per rinvigorirli, istanze partecipative e temi che la democrazia rappresentativa non riesce a contenere. Mi riferisco al dibattito sui beni comuni, a quello sull’economia circolare, alle sperimentazioni di forme di democrazia diretta che possono integrarsi con quelle più tradizionali della rappresentanza per delega, che spesso, nella creazione di ceti politici, si traduce in delega senza rappresentatività. Sono temi che dovrebbero essere cari ai verdi nostri recenti compagni di viaggio.

Un welfare meno statalista e più socialista

La nostra rete di amministratori locali, che va curata e persino organizzata, potrebbe benissimo cimentarsi con questi temi avviando e sperimentando nuovi modi di “fare amministrazione”, sviluppo locale e soprattutto welfare di territorio. E qui sta un altro tema, quello del welfare, centrale nella definizione di una sinistra che proprio sul “welfare state” ha costruito le proprie fortune. Siamo sicuri che non si possa fare welfare senza “state”? Senza cioè necessariamente far conto sull’intervento protettivo dello Stato, “dalla culla alla tomba”, nella crisi generale e strutturale della finanza pubblica e della scarsità di risorse?

Siamo certi ad esempio che non sia proprio cercando nell’autonomia della società civile, nella sua capacità di auto organizzarsi oltre l’intervento riparatore dello Stato, nelle forme di sussidiarietà orizzontale alle quali i corpi intermedi e le formazioni sociali possono dar vita, che non vada invece ricercato il germe di un socialismo nuovo, meno statalista e più… socialista, appunto? Se lo Stato è bene continui ad occuparsi degli ultimi, di chi non ce la fa, forse è il caso di lasciare all’autorganizzazione sociale, sostenuta da forme di fiscalità innovativa la ricerca di un welfare che parte veramente dal basso.

Proprio nei corpi intermedi, nel terzo settore, nelle associazioni di categoria, nella rappresentanza sociale, dove spesso scopriamo una nostra presenza dispersa, potremmo trovare l’infrastruttura umana e sociale, le competenze necessarie a una rifondazione del socialismo del terzo millennio, anche per sottrarre queste formazioni al rischio sempre presente di una loro corporativizzazione.

Di fronte agli sconquassi prodotti dalle nuove tecnologie che divorano lavoro e agli sconquassi dei flussi migratori che se ne fregano dei confini e bussano per avere una fetta della torta,può ben darsi che alla fine scopriremmo che i limiti e le sconfitte della tradizionale sinistra socialdemocratica stiano proprio nell’aver prodotto una società deresponsabilizzata, che avendo coltivato nella società del benessere certezze ora venute meno, minacciata nel godimento dei propri diritti sociali, rivolge proprio contro la sinistra il suo grido di protesta.

Possono sembrare temi astratti, tuttavia sono questi alcuni dei nodi che dovremo affrontare. La sinistra, e noi nel nostro piccolo, deve tornare a fare ricerca sociale, cogliere i mutamenti profondi della società, dell’economia e della vita delle persone.

Inizia una lunga navigazione ma “l’ardente periplo continua, il capo è di buona speranza”.

Loreto Del Cimmuto
Segretario federazione romana PSI

Roma, Psi a congresso. Più forza alla nostra presenza

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Il congresso della federazione romana ha una sua evidente particolarità. È il congresso della capitale d’Italia e della città metropolita di Roma, la più estesa d’Italia e forse quella in cui più si avvertono le tensioni tra una sua proiezione europea e internazionale e il continuo richiamo ad una realtà che la rende prossima alla stagnazione civica, al ripiegamento su se stessa, un disincantato e impotente abbandono alla retorica della grande bellezza.

E’ la realtà  dove il centro-sinistra al governo  ha dovuto fare i conti con un intreccio perverso tra politica e malaffare, un insieme di forze trasversali che ne ha intaccato profondamente la credibilità e la fiducia da parte dei cittadini, scontando anche una sovra rappresentazione mediatica che con la formula di “mafia capitale” è riuscita ad offuscare anche il buon lavoro di fondo prodotto negli anni dal c.d. modello Roma, tuttavia esaltandone  i limiti progettuali, strategici e di visione del futuro. La conquista del Campidoglio da parte del movimento 5 Stelle non ha ancora fatto maturare una riflessione adeguata, e molto c’è da fare per ridare alla sinistra nel suo insieme credibilità e capacità di rappresentanza sociale, prima ancora che  politica, come del resto dimostra anche il recente voto nel municipio di Ostia.

locandina_congresso_RomaTra crisi dei rifiuti, mobilità al collasso e crescenti tensioni sociali, generate anche dall’incapace gestione del fenomeno immigrazione, proveremo a dire la nostra e ad avanzare qualche proposta che riteniamo importante e degna di attenzione. Ma porremo al centro del dibattito anche il necessario rinvigorimento della presenza socialista nella città, partendo dall’esperienza di “Una rosa per Roma”, dai suoi limiti e dai suoi pregi, per guardare con la giusta dose di consapevolezza agli importanti appuntamenti che ci attendono nel prossimo futuro: le elezioni regionali e le elezioni politiche generali.

Loreto Del Cimmuto
Segretario federazione romana del PSI

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Roma, la giunta Raggi sempre più impantanata

raggi-xTarda, eccome se tarda, ogni barlume di iniziativa e proposta progettuale in grado di restituire respiro e speranza alla città. L’ultimo grido di allarme è arrivato dall’Associazione degli industriali del Lazio, che denuncia un’assenza di progettualità e di un vuoto operativo su tutti i settori: dai rifiuti alla mobilità all’immagine della città. Direi anche e forse soprattutto della città metropolitana. Ma se domani si dovesse votare, per il centro-sinistra non si porrebbe solo il problema di trovare un candidato sindaco, ma anche quello di una proposta e una formula politica nuova e credibile. Considerando che nel 2018 si voterà di certo per la Regione.

La giunta Raggi è infatti sempre più impantanata nel groviglio delle indagini giudiziarie e delle guerre tra fazioni. Le immaginiamo, le notti insonni della Sindaca. Tra interrogatori notturni e l’incubo del commissariamento da parte del partito-azienda, non deve essere un bel vivere rischiare di passare alla storia come il più macabro scherzo che la politica ha riservato a Roma e ai romani. Quindi, anche se il nostro iper-garantismo è messo a dura prova, noi continuiamo a metterla sul piano politico, lasciando alla coscienza della Sindaca e dei suoi tutori  la libertà di decidere quando trarre alcune conclusioni. Sempre che non intervenga la magistratura.

E sul pian politico non possiamo non denunciare innanzitutto la scarsa cultura istituzionale dei grillini, che si traduce inevitabilmente anche in scarsa cultura democratica. Pensare, come fa qualcuno da quelle parti, che si possa cambiare tranquillamente cavallo isolando la Raggi per puntare su un vice-sindaco, significa spernacchiare il voto dei romani, le leggi e l’ordinamento degli enti locali. Anche lo stadio della Roma subisce un duro colpo d’arresto. Forse persino a ragione, se i rilievi su cubature, rischio idrogeologico e mobilità hanno qualche fondamento. Ma è un fatto che di strategie e programmi di rilancio della città nemmeno l’ombra. Non ci sono idee sullo sviluppo e l’identità della città, sul risanamento delle aziende, su come far funzionare un welfare messo a dura prova  dall’estendersi dell’area del bisogno e dell’emarginazione sociale, sulla paralisi dei municipi, dove si riproducono in scala ridotta gli scontri e le divisioni del Campidoglio. Fino a quando? Sarà la magistratura o sarà l’orgoglio dei romani a mettere uno stop definitivo? Con cosa si sta misurando nel frattempo il centro-sinistra?

Qui la risposta è altrettanto desolante. Vedremo cosa succederà nel PD romano, che si accinge ad uscire dalla lunga fase del commissariamento, ma credo che, esattamente come sul piano nazionale, il tema sia quello di come ricostruire un campo di sinistra largo, articolato,plurale e, soprattutto, aperto alle forze sane della città. Direi persino oltre i partiti storici. Altre strade non si vedono. Qui non c’è un tema di legge elettorale. Quella c’è  e premia un sindaco e una coalizione. Una coalizione però tutta da ri-costruire, anche in vista delle regionali. Anche  noi socialisti andremo a congresso e non sarà un congresso rituale. Siamo piccoli, ma anche noi abbiamo l’obbligo e  l’onore di avanzare proposte e contenuti programmatici, ed è quello che faremo continuando pervicacemente nella convinzione di riuscire a dare corpo organizzativo e politico a quell’area laico socialista che al centro-sinistra manca come il pane.

Loreto Del Cimmuto
Il Congresso occasione per proposta politica di qualità

Il prossimo congresso del partito viene convocato in via eccezionale e straordinaria per superare un’impasse generata da motivi giudiziari, del tutto estranei a quel fisiologico dibattito politico tra maggioranza e opposizione che deve alimentare ogni comunità politica, più o meno grande e organizzata. Si è spezzato infatti il legame indispensabile per potere costruire e preservare una comunità politica che sta insieme fintantoché esistono un progetto e un sistema di valori condivisi e regole di convivenza in cui riconoscersi. E’ inutile nascondersi la gravità di quanto avvenuto. E non c’è dubbio che la miglior risposta possibile debba trovarsi non solo sul pur necessario piano giudiziario, ma nella qualità della risposta politica da mettere in campo, che non può consistere nel riproporre una nostalgica autonomia da prima repubblica che proprio le vicende giudiziarie scatenate dai suoi nostalgici ha contribuito definitivamente a seppellire (mi riesce difficile infatti capire come si possa ricostruire un soggetto socialista autonomo dando fuoco all’unica casa che dovrebbe ospitarlo).

Il congresso deve essere quindi innanzitutto questo, un’occasione straordinaria per mettere in campo una proposta politica all’altezza della situazione, del tutto nuova, generata dal mutato quadro politico nazionale e, aggiungerei, internazionale. Oggi non sappiamo quando si andrà al voto né sappiamo con quale sistema elettorale. Di certo, dal prossimo mese di febbraio, una volta conosciuta la pronuncia della Corte Costituzionale sull’Italicum, inizierà una campagna elettorale che potrebbe esaurirsi in pochi mesi (voto anticipato) oppure protrarsi per oltre un anno, fino alla fine naturale della legislatura. Di certo, per il Partito socialista si apre una fase molto delicata in cui vanno fatte scelte molto difficili che probabilmente il Congresso di Salerno non era ancora in grado di maturare.

Esistono tuttavia, a mio avviso, alcuni punti fermi. Il primo è che nel No al referendum costituzionale del 4 dicembre vanno rintracciate ed evidenziate le domande di cambiamento di quelle aree del disagio sociale che non hanno intercettato la pur timida inversione di tendenza nel declino economico del Paese e che non hanno trovato nel governo del centro-sinistra e nella narrazione renziana una credibile ragione di fiducia. Il secondo punto è che sebbene il referendum abbia rappresentato un’evidente sconfitta politica per il governo Renzi, ha tuttavia rivelato l’esistenza di una consistente fetta di elettorato disponibile al cambiamento. Un elettorato che, anzi, quel cambiamento lo reclama. Una spinta riformista che è presente nella società e che sarebbe miope e irresponsabile non cogliere e lasciare che si disperda. Compito dei riformisti, se non si vuole consegnare definitivamente il Paese al campo populista, dovrebbe essere quello di imbastire un complicato lavoro di cucitura e di composizione delle une come delle altre ragioni, evitando una contrapposizione pericolosa, per ricostruire un credibile progetto di governo e di crescita economica e sociale del paese. I punti sono presto scritti: una politica per l’industria 4.0; un piano contro la povertà che colpisce ormai circa il 15% degli italiani; gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, dalla banda larga fino alla ricerca e all’università; una politica fiscale in grado di ridistribuire un po’ di reddito e fermare il declino del ceto medio; una pubblica amministrazione competitiva e capace di lavorare per risultati.

Il terzo punto, e forse il più rilevante dal punto di vista della dialettica politica, è il definitivo venir meno di ogni pretesa di autosufficienza politica da parte del PD. Anzi, proprio se si vuole avviare quell’opera di ricucitura è necessario mettere in campo un fronte riformista largo e plurale in grado di coprire istanze politiche e sociali che non possono essere riassunte ed assorbite nel solo PD. Partito, è bene ricordarcelo, tuttora più impegnato in un’aspra polemica interna e dagli esiti imprevedibili, piuttosto che lucidamente proiettato ad elaborare una credibile proposta politica. Quel 41 % che ha votato si al referendum non è infatti assolutamente e totalmente ascrivibile al PD e a Renzi. Qualunque sarà il sistema elettorale, il tema sarà quindi come declinare, dentro quel sistema elettorale, la presenza organizzata dei socialisti. La riproposizione del Mattarellum, o di una sua variante, è quella che dal mio punto di vista consentirebbe di valorizzare al meglio l’apporto dei socialisti e di ricostruire, sul territorio, un rapporto di fiducia tra candidato ed elettorato. E’ vero che in un sistema sostanzialmente tripolare come il nostro, un sistema maggioritario a turno unico rischia di penalizzare pesantemente proprio il centro-sinistra. Ma è anche vero che i sistemi elettorali trasformano e condizionano l’offerta politica e, quindi, anche i risultati elettorali. Del resto, potrebbe affacciarsi l’ipotesi di un sistema alla tedesca, proporzionale con soglia di sbarramento basato per metà su collegi uninominali. Vedremo. Come vedremo, se infine a prevalere sarà un sistema proporzionale con voto di lista, preferenze, e soglia di sbarramento, magari sostanzialmente ancorato a quello che emergerà dalla sentenza della Corte Costituzionale. In questo ultimo caso il tema delle alleanze si porrà in maniera ancora più impellente. Compito nostro, credo, sarà quello di mettere in ogni caso in campo una proposta politica credibile e in grado di arricchire il campo del centro sinistra.

L’iniziativa lanciata da Pisapia è da questo punto di vista indubbiamente interessante, se tuttavia verrà scongiurato il rischio evidente del suo eccessivo politicismo, che fa pensare ad una operazione di ceto politico piuttosto che ad una proposta che nasce da un radicamento sociale tutto da verificare. Se la proposta si articolerà in una sorta di work in progress aperta e plurale, allora per i socialisti sarà interessante verificarne le condizioni di partecipazione e la praticabilità politica. Quel che è certo è che occorre anche immaginare un modo diverso di stare in campo, più efficace, meno burocratico. Un partito più aperto è il miglior antidoto alla autoreferenzialità. Dobbiamo chiederci se non è il momento di superare definitivamente la tradizionale organizzazione da partito di massa che riflette specularmente l’articolazione burocratica e amministrativa dello Stato, magari innestando su questa articolazione verticale, da mantenere ma che sconta tra l’altro la difficoltà a tenere aperte le tradizionali sezioni territoriali, modalità flessibili ed orizzontali di intervento politico e di animazioni tematiche, sfruttando i social network e il web, dandosi però codici di autodisciplina e regole democratiche certe. La crisi di fiducia nei partiti non può lasciarci indifferenti e sta propagandosi ormai anche agli istituti della democrazia rappresentativa. Una risposta va cercata, perché, anche qui, il rischio è che dietro l’invocazione della democrazia diretta si affermi invece, nel rapporto tra leader e base mediato dalla rete, una forma neanche tanto nascosta di fascismo telematico.

Loreto Del Cimmuto

La Raggi cadrà se e quando Grillo staccherà la spina

La bocciatura del bilancio capitolino da parte del Collegio dei revisori necessita di qualche precisazione per poterne cogliere in pieno i risvolti politico-amministrativi. Perché immaginiamo già che la contro-argomentazione starà nel sostenere che si tratta dell’ ennesimo attacco alla Raggi, che non la si vuole far lavorare, che si fa di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote, che sono i poteri forti ecc.ecc.

Ma la Raggi e la sua maggioranza stanno facendo tutto da soli. Il bilancio di un ente pubblico non è un arido documento composto di numeri ma la traduzione in numeri, previsioni, rendiconti, dati, di un programma di governo. Il Collegio dei revisori è un organo tecnico, scelto tra professionisti estratti a sorte ed iscritti ad un apposito albo. E’ un organo in primo luogo collaborativo e di supporto al Consiglio Comunale, ma svolge anche attività di vigilanza sulla congruità e attendibilità dei documenti programmatici, sulla regolarità contabile, finanziaria ed economica della gestione.

Se i rilievi mossi riguardano l’approssimazione delle previsioni di entrata, la mancanza di correttivi per mettere in ordine i conti, l’assenza di ogni piano di gestione e razionalizzazione del sistema delle partecipate, molte delle quali non hanno presentato i bilanci, o sulla gestione del patrimonio, allora non basta dare la colpa a chi è venuto prima. Qui si tratta, una volta date per buone le altrui responsabilità, di fare i conti con la propria completa mancanza di competenza e capacità di governo. Vuol dire che non si ha un programma, che si naviga a vista. Le responsabilità stanno soprattutto nel “manico” politico; e questo non è solo l’inevitabile frutto di una giunta completamente e costantemente manipolata, dove sono state immesse figure evidentemente inadeguate. Non vale l’argomento dell’inesperienza. Perché Roma non può permettersi che una classe politica imbelle faccia esperienza sulla propria pelle, in attesa di diventare brava e capace. Nessuno di noi si affiderebbe alle cure di un medico solo perché è una brava persona e pur tuttavia priva di esperienza. Inoltre è anche l’esito inevitabile della protervia con la quale la maggioranza grillina si è rapportata con i vertici burocratici. La Raggi si è fidata di Marra, ma non si è fidata del ragioniere capo, messo alla porta. Non si è fidata dei vertici di ATAC e AMA impegnati in una difficile opera di risanamento aziendale e li ha sostituiti, anche qui in un vorticoso gioco di dimissioni al ribasso, con propri uomini, di dubbio livello manageriale. Tutto ciò si chiama responsabilità politica. Sappiamo però che tutto ciò non basta. Sarà strano ma tutto questo ai romani non basta per poter radicalmente cambiare il proprio giudizio sulla Sindaca. Sarà forse questione di tempo….o di Grillo. Perché per ora l’unica cosa certa è che la Raggi cadrà se e quando Grillo staccherà la spina. Al centro-sinistra e ai socialisti resta il compito di lavorare per costruire un’alternativa credibile fatta di programmi e uomini nuovi.

Loreto Del Cimmuto

Loreto Del Cimmuto
Una riforma nel solco
riformista del paese

In ogni costituzione democratica  convivono  due finalità diversamente miscelate tra loro: da una parte quella delle garanzie e della rappresentanza e dall’altra parte quella dell’efficienza del governo e della forza dell’indirizzo politico che lo esprime. Nell’assemblea costituente prevalse sicuramente la prima finalità, ma prevalse nel contesto di una società e di un quadro internazionale oggi superati; un quadro di garanzie che ha prodotto esiti positivi e di tutela di fragili equilibri politici e sociali in relazione proprio a quel particolare contesto. Ma si diede vita a un sistema che ha manifestato anche inadeguatezza ogni qual volta dal corpo sociale è emersa una domanda più efficace di governo e di cambiamento. Anche volendo però rimanere nel campo delle garanzie e della rappresentanza dovrebbe essere evidente che il formarsi delle decisioni che incidono sulla vita di un paese e delle persone  non si esauriscono nell’ambito di una dialettica parlamentare o istituzionale, ma nascono anche al di fuori di esso, nei numerosi circuiti paralleli in cui si forma comunque una volontà pubblica fondata sul rapporto di rappresentanza. E’ il caso dei corpi intermedi e della partecipazione delle formazioni organizzate della società civile alla definizione delle politiche pubbliche: sindacati, terzo settore, associazionismo (la sussidiarietà orizzontale); è il caso anche dei soggetti della rappresentanza verticale, delle istituzioni: Comuni, Regioni, città metropolitane. Compito della politica è riuscire ad immaginare e costruire nuovi canali, modelli istituzionali, attraverso i quali questa articolata pluralità di soggetti concorre alla formazione di una volontà e un indirizzo generale che la rappresentanza politica per eccellenza, quella fondata su un mandato politico, interpreta e traduce in scelte. E’ quindi uno dei terreni più sfidanti su cui costruire un modello di democrazia sicuramente più sofisticato e complesso che trovi anche una sua forza decidente Altrimenti nella eccezionalità della crisi  c’è il rischio che a farsi strada sarà l’imposizione di decisioni maturate esternamente ad ogni circuito democratico, nelle lobbies, nella finanza o nelle burocrazie di Bruxelles.

La difesa del bicameralismo perfetto insomma appare anacronistica, proprio perché attestata sulla linea Maginot  del presunto monopolio della rappresentanza dentro l’Olimpo delle istituzioni parlamentari, degli equilibrismi, delle  procedure opache e delle mediazioni  asfissianti. Mentre assume sempre più importanza come assicurare trasparenza delle decisioni, la partecipazione, l’assunzione piena delle responsabilità politiche. Per cui avere una democrazia in grado alla fine di produrre decisioni  significa anche avere più democrazia tout court. Questo dovrebbe essere l’obiettivo dei socialisti.

Anche la critica alla democrazia rappresentativa, che ha pure qualche fondamento, alla fine non propone formule convincenti, risolvendo il tutto in un rapporto diretto tra masse e leader. Coloro che criticano di più la riforma costituzionale sono stranamente anche quelli più critici verso la democrazia parlamentare; sono quelli dello “streaming”, dell’uno vale uno e del mandato imperativo, dei portavoce dei cittadini,  che stranamente si battono però per difendere un sistema come il bicameralismo perfetto che è la quintessenza dei bizantinismi e dei tempi morti. Poi ci sono i “benaltristi”, i quali hanno sempre un qualcosa di meglio da proporre, vuoi il Presidenzialismo, vuoi la questione della legge elettorale, salvo poi alla fine cercare di affossare (magari dopo averla votata) in nome di destini migliori e progressivi l’unica riforma concretamente a portata di mano in grado di inserire nel nostro ordinamento quel tanto o poco di innovazione di cui ha urgente bisogno .

Dare vita a un Senato delle autonomie significa fare un passo avanti verso istituzioni parlamentari in realtà più rappresentative e più efficaci nel perseguire le finalità pubbliche. La critica di chi dice che allora era meglio abolire del tutto il Senato non ha senso, perché l’obiettivo era proprio quello di dar vita a una Camera o Senato delle autonomie, peraltro incardinato in tutti i programmi del centro-sinistra fin dai tempi dell’Ulivo.
Quindi criticare la riforma perché restringerebbe gli spazi democratici significa non vedere che invece lo sforzo è proprio quello di ampliarli; perché si associa la rappresentanza dei territori alla definizione delle grandi scelte che riguardano il paese, si introducono nuovi pesi e contrappesi. Può non essere soddisfacente la soluzione adottata dei Senatori eletti tra i consiglieri regionali, e personalmente non la condivido, ma non fino al punto di non approvare il complesso della riforma. Come si dice: il meglio spesso è nemico del bene.
Come non vedere che la riforma, attraverso la revisione della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni compie un’operazione da tutti riconosciuta di razionalizzazione e attenua o annulla la massa dei contenziosi Stato-Regioni dinanzi  alla Corte costituzionale. Che sono causa di incertezze e paralisi per le attività d’impresa e degli stessi cittadini.

Come non vedere che è proprio l’assurda e sfinente navetta Camera-Senato a ostacolare la funzione legislativa del Parlamento e a causare l’abuso dei decreti leggi e del voto di fiducia (che costringe ad approvare leggi di stabilità di un solo articolo e 999 commi) per poter esercitare una funzione efficace di governo; per rispettare i tempi di approvazione delle leggi di bilancio.
Come non vedere che vengono persino ampliati, al contrario di quanto sostiene la vulgata del NO, anche gli spazi di democrazia e partecipazione dei cittadini, laddove è previsto l’esame obbligatorio da parte del Parlamento delle leggi di iniziativa popolare, che oggi finiscono nel dimenticatoio, oppure laddove è prevista l’introduzione di referendum consultivi  e di indirizzo (oggi sconosciuti nel nostro ordinamento) e di consultazione delle formazioni sociali.

C’è poi la madre di tutte le questioni: quella del combinato disposto riforma costituzionale-legge elettorale. L’italicum non piace, piace solo a Renzi, e forte sta montando la pressione per cambiarlo. E probabilmente verrà anche cambiato. Ma questo sarà sufficiente, aldilà di alcuni pezzi della sinistra dem, per far cambiare parere a tutti gli altri? Non è dentro questa Costituzione, qui ed ora, che si è prodotto lo scempio del “porcellum”? Che relazione c’è tra quello che può essere cambiato con una legge ordinaria o anche attraverso un referendum popolare (la legge elettorale) e gli assetti costituzionali di una moderna democrazia che vuole stare al passo con la globalizzazione? A molti sfugge che proprio la proposta di riforma costituzionale del governo prevede che le leggi elettorali possano essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità da parte della Corte Costituzionale. Quindi prima che entrino in vigore.

Il 2 novembre del 1992, Intervenendo in seno alla Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, la De Mita/Jotti , Craxi affermava: “La questione del bicameralismo perfetto si presenta onorevoli colleghi, come una delle più spinose. Il superamento dell’attuale sistema è necessario e ineludibile” per poi proseguire affermando che “nel progetto di un nuovo regionalismo, l’idea che viene fatta avanzare di una Camera delle Regioni fa nascere una molteplicità di interrogativi. Penso che affinché si possa procedere si renderanno necessarie risposte convincenti. Senza ostacoli mi sembra che invece avanzi la tesi di un primo ministro che sia l’unico a godere della fiducia del Parlamento, che possa essere rimosso solo con la sfiducia costruttiva e che abbia il potere di proporre non solo la nomina anche la revoca dei ministri”.

Quindi pur con tutte le cautele del caso il superamento del bicameralismo perfetto era nell’orizzonte riformista del PSI dell’epoca, così come lo era il rafforzamento, nell’ambito del sistema parlamentare, del ruolo e delle funzioni del premier. Cosa ancor più sorprendente, lo stesso Craxi, continuando il suo intervento, affrontava il tema della legge elettorale in questi termini: “Penso che la riforma elettorale per la elezione della Camera dei Deputati debba correggere il proporzionalismo puro introducendo elementi maggioritari diretti da un lato a frenare un’eccessiva dispersione della rappresentanza, dall’altro ad assicurare il margine di garanzia per una maggioranza di governo. Obiettivi che possono forse essere meglio raggiunti attraverso due fasi (…) in cui le coalizioni alternative si misurano per l’assegnazione – diciamo così – della ‘ quota di governo'”.

I temi e le questioni affrontate dalla riforma stanno tutti dentro la tradizione riformista del paese, peraltro molto ricca e articolata. Compito del  riformismo socialista dovrebbe essere quello di capire quando è tempo di cambiare. In un contesto del tutto diverso da quello in cui è nata questa Carta Costituzionale, che mantiene intatti i suoi principi, va necessariamente aggiornata e resa più congrua con l’età della globalizzazione e delle sfide che oggi si pongono sul piano dell’economia, della sicurezza e della dislocazione delle sovranità ben oltre gli ambiti statuali. Per “governare il cambiamento”, come diceva uno slogan del PSI di tanti anni fa, non per inseguirlo, quando sarà ormai troppo tardi.

Loreto Del Cimmuto
Segretario Federazione Romana

Roma, una città sull’orlo del fallimento

raggi-xLa Capitale aspetta un risanamento che di fatto non si è visto. Da una parte c’è ancora un bilancio sa risanare: il Comune che deve saldare il debito da 340 milioni con il Mef per i premi distribuiti a pioggia ai dipendenti capitolini (dal 2008 l 2013), dall’altra il problema sul servizio di ritiro da parte di Ama è stato sospeso perché la gara per affidarlo non è andata a buon fine. La gara per i rifiuti ingombranti “RiciclaCasa” si è arenata perché “la commissione valutatrice ha riscontrato l’inidoneità della documentazione presentata nelle due offerte ricevute”, si legge sul sito dell’azienda. Sono rimasti attivi i 14 centri di raccolta della stessa azienda dov’è possibile conferire rifiuti di grosso volume.


Un progetto politico condivisibile per rilanciare la Città

Sappiamo che la situazione disastrosa di Roma ereditata non è ascrivibile alla Raggi, ma i presupposti del suo drastico peggioramento quello si. Il servizio di raccolta dei rifiuti ingombranti è bloccato da quattro mesi perché la gara per il suo affidamento all’esterno non è andata a buon fine ma la Sindaca non lo sa e così, invece di riattivarsi per una nuova e più efficace gara dà corso alla fantasia immaginando una congiura a base di frigoriferi e lavatrici. La Fiera di Roma è sull’orlo del fallimento ma il Comune diserta la riunione che avrebbe dovuto decidere sulla sua ricapitalizzazione, pregiudicando il rilancio del polo fieristico. Non è finita qui, anche su ATAC incombe l’ombra del commissariamento, che scatterebbe in ottemperanza della legge Madia di riforma delle società partecipate, ma la Sindaca e la maggioranza non sanno che pesci pigliare.

Certo, l’ATAC deve restare pubblica, ma invece di chiedere aiuto ad un manager bravo come Rettinghieri, che ormai conosceva la macchina aziendale e aveva avviato un’opera di riorganizzazione, ha fatto di tutto per cacciarlo e sostituirlo con i suoi fidati, dopo mesi di paralisi. Lo abbiamo detto più volte, noi vogliamo che la Raggi governi e che nessuno gli offra quindi alibi per giustificare il suo totale disorientamento, ma non osiamo immaginare di questo passo cosa sarà di Roma al termine della consiliatura (se effettivamente riuscirà a portarla a termine). Il centro sinistra non può restare inerte a discapito della città. D’altra parte deve evitare la trappola della critica frontale, avendo avuto lunghi periodi di responsabilità di governo.
Il “quando c’eravate voi era anche peggio” è un argomento sempre spendibile nella polemica politica. Allora una modesta proposta che potremmo suggerire ai nostri partner, ovvero farcene noi stessi portatori, è quella di fare ciò che la Raggi non fa: costruire un piano strategico per Roma e la sua area metropolitana, chiamare a raccolta forze sociali ed economiche, il terzo settore e il privato sociale e provare a tracciare insieme un’idea di città che i grillini non hanno e non possono o avere.
Un patto rifondativo utile a rigenerare la politica e anche i soggetti della rappresentanza economica e sociale, il cui presupposto è anche un radicale rinnovamento delle classi dirigenti. Non un governo ombra perché questo riguarderebbe solo la politica e ad oggi solo Il PD, ma un’alleanza nuova tra politica e società questo sì. Di fronte al vuoto di idee e progetti dei 5 stelle, può essere stimolante provare a dimostrare, anche con un po’ di umiltà, che esiste un’alternativa di progetto che si può costruire e condividere con un’ampia e diffusa partecipazione, mobilitando e riconquistando alla politica i cittadini.

Loreto Del Cimmuto

Ignazio Marino assolto dall’accusa di peculato

Marino-MafiacapitaleL’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, è stato assolto dall’accusa di peculato, perché il fatto non sussiste, in relazione agli scontrini dei rimborsi presentati al Campidoglio, e dall’accusa di truffa, perché il fatto non costituisce reato, per i contributi alla onlus “Imagine”. Lo ha deciso di Roma, Pierluigi Balestrieri. La Procura aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi. “Sono felice, aspettavo questo esito perché sapevo di essere innocente”. E’ il primo commento dell’ex sindaco “Ringrazio la giustizia – ha detto visibilmente commosso -, di fronte ad accuse infamanti e a comportamenti dei media e della politica molto pesanti, è stata finalmente ristabilita la verità”.

“Ecco perché a un serio garantismo – ha commentato Riccardo Nencini, Segretario del PSI in riferimento all’assoluzione di Ignazio Marino e dell’ex governatore del Piemonte, Roberto Cota – non c’è alternativa. Chiedete a Errani, a Cota e a Marino. Ma il garantismo va di moda a corrente alternata. Da vent’anni si usa o si omette per regolare i conti.”. 

La sentenza è stata emessa dal gup dopo una camera di consiglio di appena 15 minuti. Marino, che aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato (che in caso di condanna avrebbe comportato lo sconto di pena pari a un terzo) rispondeva dei reati di peculato e falso in relazione all’utilizzo della carta di credito assegnatagli a suo tempo dall’amministrazione capitolina e di concorso in truffa per i compensi destinati a collaboratori fittizi quando il chirurgo dem era il rappresentante legale della ‘Imagine’, una Onlus fondata nel 2005 per portare aiuti sanitari in Honduras e in Congo.

La vicenda degli scontrini faceva riferimento alla consumazione di 56 cene, per una spesa complessiva di 12mila euro, tra il 2013 e il 2015 in numerosi ristoranti di Roma e di altre città. Quanto alla Onlus, Marino era accusato dalla Procura di aver predisposto tra il 2012 e il 2013 la certificazione di compensi riferiti alle prestazioni fornite da collaboratori fittizi o soggetti inesistenti, inducendo in errore, insieme con altri tre, l’amministrazione finanziaria e l’Inps e procurando alla Onlus un ingiusto profitto per complessivi seimila euro consistito nell’omesso versamento degli oneri contributivi dovuti per le prestazioni lavorative. Per la Onlus, assolto Marino, il giudice ha rinviato a giudizio tre imputati che avevano scelto di essere giudicati con il rito ordinario: si tratta di Rosa Garofalo, Carlo Pignatelli e Federico Serra. 


Ma dalla vicenda Marino dobbiamo trarre insegnamento

di Loreto Del Cimmuto

La notizia dell’assoluzione di Ignazio Marino è una buona notizia, così come lo è quella relativa ai 116 indagati nella maxinchiesta su Mafia Capitale per i quali la Procura di Roma ha chiesto al gip l’archiviazione. Lo dico intanto da cittadino, perché rassicura sapere che forse,  in fondo, non viviamo in una città preda di organizzazioni criminali e mafiose dedite alla depredazione della cosa pubblica; anche se fenomeni di corruzione e malaffare continuano a macchiare la reputazione di Roma, diciamo, a livelli più “fisiologici”.

E’ una buona notizia perché, mentre più di qualcuno dovrebbe chiedere scusa a Ignazio Marino, obbliga anche noi a fare qualche riflessione. Da garantisti ostinati quali siamo ci conforta infatti avere conferma della fondatezza delle nostre cautele. Le nostre critiche all’ex Sindaco, è utile ricordare, non erano basate sulla vicenda degli scontrini, ma sulla qualità dell’azione politica e sui comportamenti politici da lui posti in essere, in particolare quel suo chiudersi a riccio in una difesa ostinata di una  politica priva di respiro e di consenso proprio tra le forze più sane della città.

Può sembrare privo di senso rivangare situazioni ormai superate dai fatti. Ma dalla vicenda Marino dobbiamo trarre insegnamento per il giusto atteggiamento che dobbiamo assumere anche nei confronti della giunta Raggi, sicuramente peggio, sul piano politico, di quella che l’ha preceduta. Anche qui il quadro d’insieme ci offre un mix di questioni giudiziarie e di altre più politiche. Restano ferme alcune considerazioni critiche sull’opportunità di alcune scelte  relative a donne e uomini che collaborano con la Raggi, ma c’è la voglia, la si avverte, di buttarla ancora una volta sul piano di un moralismo astratto e feroce. Lo stesso, sia chiaro, che anima specularmente la stessa Raggi e gli esponenti del movimento 5 stelle, i quali evocano il presunto attacco dei poteri forti proprio per coprire l’incapacità a governare; anche se quali siano questi poteri forti non si sa, se non  quelli di cui sembrano essere loro stessi espressione e che si sono infatti tirati dentro casa.

Allora la vicenda Marino insegna e conferma che in questa città, che affonda sempre di più nei disservizi e nella perdita del proprio senso di comunità, quel che occorre è intanto ricostruire un clima di rispetto dell’avversario e di confronto, per quanto aspro, almeno civile. Altrimenti a perdere sarà la politica nel senso più nobile. Noi combattiamo e combatteremo la politica della Raggi, come abbiamo fatto da un certo punto in poi con Marino. La combattiamo e la combatteremo sul piano delle scelte di governo ( o di non governo ) che stanno già producendo disastri sul piano economico e sociale, con i servizi bloccati e i municipi paralizzati. Non la combatteremo mai invocando il manganello del giustizialismo. Anche perché non vogliamo concedere alibi a nessuno, nemmeno dentro il nostro campo. Siamo una piccola forza ma il nostro ruolo cerchiamo di giocarlo proprio mettendo in campo una proposta politica. Speriamo quindi che il PD esca presto dalla sua lunga fase di commissariamento per poter tornare a confrontarsi anche con gli altri pezzi della sinistra che con esso hanno condiviso la campagna a sostegno di Giachetti. Perché occorre ricostruire un campo largo e nello stesso credibile di alleanze. Nessuno è più autosufficiente, vale per Roma e vale per lo scenario nazionale. Anche perché le elezioni per la Regione Lazio sono meno lontano di quanto sembri guardando il calendario.

Loreto Del Cimmuto