Luca Cefisi
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Luca Cefisi

Suruc, morti tragiche ed eroiche

L’orrendo massacro di Suruc in Turchia, ai danni di giovani militanti di sinistra, ha suscitato una particolare emozione tra molti miei giovani compagni, perchè le agenzie hanno battuto l’informazione che si tratti di “giovani socialisti”. No e sì. No, se siamo puntigliosi, ma direi troppo puntigliosi, perchè i militanti della Federazione giovanile socialista del Partito socialista degli oppressi impiegano ancora, mi si dice e leggo in giro, in senso marxista-leninista la parola “socialista”, e quindi nel nostro linguaggio abituale italiano dovrebbero essere definiti “comunisti”.
Sì, perchè nel 2015 in Turchia andare a caccia delle divisioni italiane del 1921 è inutile: si trattava di bravissimi ragazzi e ragazze, che non volevano nessun gulag, ma libertà e democrazia ed eguaglianza sociale in Turchia. Piccolo partito, non isolato ma in rapporti con il resto della sinistra turca, a partire dal più consistente partito Hdp, a sua volta collegato al Pse e all’Internazionale Socialista.
Le attività dei due partiti, il più piccolo e radicale e il più grande e moderato, risultano molto intrecciate. La cosa potrebbe confondere qualche benpensante, ma non chi conosce la complessità della situazione turca. Sicuramente queste forze esprimono oggi una dichiarata solidarietà con lo Ypg, che è poi il gemello siriano di quel Pkk turco universalmente considerato terrorista.
Complessità, appunto. Ypg è oggi impegnato militarmente contro l’Isis, cosa che ha mandato in brodo di giuggiole nei mesi scorsi quegli stessi benpensanti di solito usi a scandalizzarsi per i movimenti armati rivoluzionari. E che si sono commossi alle foto sul web delle guerrigliere curde, esaltate a guardiane dell’Occidente dal pericolo islamico, senza accorgersi che si trattava della più recente riedizione telematica di un’antica iconografia di tradizione internazionalista, la coraggiosa vietcong, l’eroica partigiana sovietica, la bella miliziana spagnola, e così via.  Insomma, sì, direi che li possiamo sentire molto vicini, quei giovani socialisti, simpatici e probabilmente molto estremisti.
L’estremismo, sovente, dipende dal contesto, dalla geografia e dalla storia. Gli ideali, le facce e le storie mi sembrano comunque belle facce e belle storie. E tragiche ed eroiche quelle morti.

Luca Cefisi

Scrive Luca Cefisi:
Crisi del PSE? No, dell’Europa

Mauro Del Bue mi invita a discutere il suo articolo, importante e interessante, sulla crisi dei socialisti in Europa. Io parlerei piuttosto della crisi dell’Europa: il progetto dell’Europa unita è a un punto davvero critico della sua storia, forse sull’orlo di un fallimento epocale. In questa crisi, vi è un’innegabile difficoltà del socialismo europeo, ma per onestà intellettuale, non si può non riconoscere che in un momento storico così difficile, la nostra famiglia europea non è maggioranza, né nel Parlamento di Strasburgo né nel Consiglio dei Capi di Stato e di Governo. Siamo infatti minoranza, in Europa: e potremmo dire che anche per questo l’Europa va male, e anche ricordare che comunque molte delle cose positive ed utili messe in campo a livello europeo in questi anni derivano direttamente da nostre richieste, proposte e iniziative (sugli investimenti, sul sostegno ai bilanci degli Stati…).

In effetti, il PSE e il suo gruppo parlamentare hanno svolto una non disprezzabile azione moderatrice, in un’Europa che sembra aver perso la bussola. Tutto questo, comunque, non basta, non può bastarci. Esiste un deficit di impatto della nostra azione politica, che solo in parte si può far risalire alla sfortuna, alle cattive annate elettorali, e a un populismo aggressivo, che raccoglie consensi proprio tra le fasce popolari grazie a precise e violentissime campagne mediatiche, trasversali in tutta Europa. Tutte cose vere, ma quando mai nella storia non abbiamo conosciuto difficoltà e ostacoli, e non abbiamo dovuto combattere contro avversari che ci contendevano le menti e i cuori del popolo?

Dobbiamo riconoscere che il socialismo europeo soffre di una crisi di leadership, di visione, di proposte. Facciamo un passo indietro, per capire. Anche perché Mauro Del Bue parte, lo si vede bene, dagli anni ‘80 per quasi ogni suo ragionamento. Quando si cominciò a parlare di una crisi della socialdemocrazia europea, ed erano appunto gli anni ‘80, iniziava a scricchiolare il felice compromesso del dopoguerra, l’“età dell’oro” dei consumi crescenti e del progressivo consolidamento e ampliamento dei diritti sociali. Era un modello talmente egemone, che anche i governi conservatori nordeuropei, o i nostri governi democristiani, non avevano osato, fin lì, metterlo in discussione. Questa era l’essenza della socialdemocrazia: andare al governo per via democratica, per impiegare gli strumenti di governo, il bilancio statale, la leva fiscale, le leggi sul lavoro, la sanità, gli enti locali, per tutelare i propri elettori dall’intrinseca ingiustizia dell’economia. E creare una tale egemonia attorno a questo programma, che né i conservatori inglesi, quando si alternavano al potere (quelli svedesi il potere non lo vedevano proprio), né i democristiani italiani o tedeschi, che anzi ci mettevano del loro grazie alla dottrina sociale della Chiesa erano, in verità, in grado di proporre una vera alternativa.

L’idea di un’economia socialista era stata accantonata, lasciata alla fallimentare macchina sovietica e a qualche utopia tropicale: si lasciava l’economia al gestore capitalista, ma si occupava lo spazio del Governo e dello Stato, come contropotere esercitato in nome del popolo contro il “muro del denaro”, per usare una classica espressione del socialismo.

Due elementi hanno messo in crisi quest’egemonia: uno fattuale, la crescente difficoltà dello Stato nel governare un’economia sempre più irriducibile alle politiche nazionali, e un ritorno di fiamma di idee conservatrici (e le idee in azione sono fatti!), idee vecchie, ma moderne nel modo in cui venivano comunicate, la rivoluzione conservatrice di Thatcher e Reagan, che prima ancora di combattere la sinistra imposero un cambiamento in senso radicale e aggressivo alla destra, trasformando per esempio il partito conservatore britannico, il partito della ‘gente perbene’, delle tradizioni, della moderazione, col suo paternalismo verso i poveri, in un movimento di adesione ai valori del mercato, di esaltazione del successo individuale, e di indifferenza verso i perdenti, più radicale e più trasversale tra ceti sociali che alla funzione domenicale avevano sostituito il centro commerciale.
Il passaggio dalla Democrazia Cristiana a Forza Italia non ha avuto dinamiche troppo diverse. Una nuova egemonia venne quindi creata, e la sinistra iniziò a passare il tempo a chiedere scusa di esistere.

Ebbene, noi socialisti italiani negli anni ‘80 avevamo elaborato due linee di risposta ai tempi che cambiavano: Mauro Del Bue le ripropone oggi, ma soltanto in parte a ragione, perché i tempi sono ulteriormente cambiati e siamo già altrove. La prima linea di risposta, che aveva radici profonde nella cultura antifascista italiana, era quella eurofederalista: di fronte ai limiti crescenti dello stato nazionale nel governare l’economia, apparve evidente la necessità di alzare a livello sovranazionale il livello di governo, e quindi costruire un’Europa politica. Questo è un tema ancora valido, anzi sempre più urgente, e se c’è un merito storico di Craxi primo ministro è quel vertice di Milano del 1985 che lo vide contrapposto alla Thatcher nel propugnare un nuovo trattato europeo che fosse politicamente più ambizioso.

Nel recente congresso di Budapest del PSE noi socialisti italiani abbiamo non per caso sostenuto il candidato spagnolo alla presidenza, Enrique Baron Crespo, un convinto eurofederalista, uno che sa trovare Ventotene sulla mappa. È un dato di fatto che la maggioranza dei partiti socialisti europei, specialmente del nord e dell’est, non prevedono un salto di qualità dell’integrazione politica, l’Unione Europea per loro è quella che è, definita dal Trattato di Lisbona, un’associazione tra Stati sui generis, dove il rispetto delle regole e dei trattati è un fine in sé, senza una particolare visione unitaria. Ecco perché l’Europa muore di regole. Senza dubbio, una grande visione di governo europeo è indispensabile, e pensare agli Stati Uniti d’Europa, con istituzioni simili a quelle degli Usa, una necessità evidente dopo le difficoltà con cui le fragili e squilibrate istituzioni europee attuali hanno affrontato la crisi economica dal 2008 in poi.

La seconda linea di risposta che sostiene Mauro Del Bue è però meno convincente, anzi non lo è per niente, quando propone un’ulteriore dose di liberalismo economico. Visione social-liberale o modernizzante o come la si voglia definire, visione storicamente giustificata e nient’affatto, di per sé, espressione di un tradimento, dando per obsoleto il ruolo di contropotere del mercato svolto dal governo, si prefiggeva di partire da un dato della realtà, appunto il trionfo dell’economia di mercato rispetto ad ogni altro modello alternativo, per indicare ai riformisti, con l’esempio di Schroeder, di Blair, di Clinton, il compito non più di imbrigliare e dominare il capitalismo, ma di farlo funzionare al massimo, garantendo non tanto la scomoda “redistribuzione”, che a un certo punto è parsa persino un po’ azzardata, ma piuttosto le “pari opportunità” di accesso ai benefici del mercato, benefici sentiti come potenzialmente illimitati. Da qui la curiosa torsione che hanno avuto parole come “riforme”, con cui si è cominciato a intendere tutto ciò che rende l’economia meglio funzionante, non più giusta, secondo una convinzione che, per dircela tutta, ha avuto la sua massima espressione non in Blair o Clinton, ma nel nuovo corso del Partito comunista cinese (non ci avevate mai pensato ?). L’idea di modernità ha creato un equivoco attorno a cosa sia progresso: se è “moderno” è buono, anche se porta a un regresso di condizioni sociali (la modernità liquida del precariato). Si deve dire che questa visione, abbastanza utile in Cina, ma molto meno in Occidente,ha ormai mostrato i suoi limiti, potremmo dire la sua ottimistica ingenuità. L’economia capitalistica (per chiamarla con il suo nome) non è un ascensore meraviglioso di benessere che si deve soltanto acchiappare. Innanzitutto ha i suoi cicli, e quando iniziano quelli di crisi, come quello del 2008, chi possiede risorse e capitali non è portato a stringere la cinghia, ma, finchè può, opera per farla stringere agli altri (Carlo Marx avrebbe parlato di gestione della caduta del saggio di profitto, e la reazione ideologica di austerità e tagli ai salari e al welfare ditemi voi se non è un modo per garantire la stabilità del sistema in una fase di risorse decrescenti, in cui chi ha la forza per farlo toglie a chi non ce l’ha). Ora, siccome sono un bravo riformista anche io, non sto sognando che la crisi che stiamo attraversando porti alla catastrofe e alla rivoluzione, ma no ! Verranno poi altri cicli espansivi, ma quello che voglio dire è che il capitalismo non è un ballo di gala, dove il compito dei riformisti è solo di portare quanti più proletari ben pettinati a ballare. Occorreva, occorre, mantenere la consapevolezza che il capitalismo è intrinsecamente un avversario della democrazia; privilegia l’efficienza, ma non la giustizia; persegue una visione di modernità fatta di velocità e disincanto, affascinante ma tecnica e potenzialmente disumana, distinta dal progresso della persona; occorre governarlo, combatterne le manifestazioni intollerabili, dire di no. Mauro parla addirittura di “privatizzazioni”, rispolverando un termine desueto per troppo successo. Ma francamente, è difficile dire cosa sia rimasto da privatizzare, in termini tradizionali di industrie e servizi pubblici. Rimane il campo dei servizi di welfare, sanità e istruzione: non è un settore privatizzabile, per esempio la sanità privata non è un’alternativa attendibile a quella pubblica, e non solo per ragioni di giustizia ma anche di efficienza economica; la sanità americana funziona peggio e costa di più di quella europea. E il futuro potrebbe ben altre minacce: davvero, in una condizione di crescita di popolazione e di riscaldamento globale, noi vogliamo lasciare al gioco dell’economia privata l’acqua e il cibo ? E’ in vista un tempo in cui la produzione di cibo tornerà ad essere strategica, e sarà vista come un elemento essenziale della sicurezza dei popoli. E’ questo, tra l’altro, il tema vero attorno all’avversione verso gli Ogm, sovente presentato come una ridicola reazione antimoderna: il punto non è la scienza, ma la giustizia, un futuro dove il contadino non possa seminare traendo la semente dal raccolto perché il suo grano è sterile in nome dei diritti di proprietà è un futuro da incubo.

La debolezza politica di quest’Unione Europea non è spiegabile senza prendere davvero in considerazione l’altro ordine di problemi che abbiamo qui indicato, quello di una sinistra socialista che ha pure pensato che, in fondo, l’economia, il mercato unico, l’euro avrebbero poi portato da soli anche l’Europa politica. Non è andata così. Per rendere l’Europa davvero indispensabile, davvero convincente agli occhi dei nostri concittadini, occorre tornare a spiegare che con l’Europa avremmo più giustizia e più eguaglianza, non solo una migliore governance dell’economia. L’Europa che vedono oggi gli europei e le europee non ha questo volto: macchina economica senza democrazia, suscita apprensione, specialmente in quei popoli, in Scandinavia, nel Regno Unito, anche in Germania, dove sinora lo Stato ha fatto abbastanza bene (meglio che in Grecia, meglio che in Italia). La stessa socialdemocrazia tedesca, che non è affatto al servizio della Merkel o del neoliberismo, come troppo spesso si legge, ha fortemente revisionato l’esperienza di Schroeder, e nel governo di coalizione ha ridato senso e significato al termine “riforme” con misure di minimo salariale e per pensioni migliori, sembra però voler soprattutto amministrare il successo economico tedesco. Occorre invece un programma socialdemocratico che metta assieme diritti e ragioni di tedeschi, italiani, greci, francesi e così via, un discorso comune che oggi è disperso e lacerato.

 

Immigrati, diciamo la verità?

“Accogliere i rifugiati, mandare a casa i migranti economici”. La dichiarazione del premier Renzi sorprende perché dovrebbe essere un’ovvietà. Chi fugge da guerre e persecuzioni ha diritto d’asilo, per un principio di consolidata civiltà giuridica: questo a livello europeo è normato dal protocollo di Dublino, che impone al Paese di primo approdo la responsabilità dell’asilo; i migranti economici senza visto invece sono affare regolato nell’accordo di Schengen, che impone al Paese d’ingresso di identificarli e respingerli, per non consentire una circolazione imprevista e inopportuna nell’intero spazio comune europeo. Cosa nasconde, allora, quest’apparente ovvietà? Il segreto di Pulcinella: l’Italia, da sempre, segue una prassi che non corrisponde alle regole.

Siccome accogliere tutti i profughi che approdano dall’Italia secondo Dublino non è agevole, si sono sempre lasciati filtrare verso altri Paesi UE coloro che mostravano intenzione di non fermarsi in Italia, e anzi, per dirla tutta, a volte sono stati incoraggiati a farlo. Siccome respingere tutti i migranti economici senza visto è costoso e complicato, si sono lasciati passare, magari mettendogli in mano, pro forma, un pezzo di carta con il decreto d’espulsione.

È quanto emerso sotto gli occhi di tutti con l’arresto in provincia di Milano del giovane marocchino sbarcato in Sicilia tempo addietro e indicato come uno dei terroristi del museo del Bardo (il ‘terrorista’ venuto col barcone, il giorno dell’attentato era a casa dalla mamma, poi notizie non ne abbiamo avute più): espulso sulla carta dalla questura dopo lo sbarco perché migrante senza ragioni di asilo, era rimasto in Italia, ma poteva essere andato ovunque, in Europa, se fosse dipeso dalle autorità italiane. E come lui migliaia di altri.

Questo per dire che molto del piagnisteo sulla mancata solidarietà dell’Europa di fronte al fenomeno degli sbarchi non è ben fondato. E anche che francesi, tedeschi e austriaci hanno le loro buone ragioni per irrigidirsi con l’Italia. L’Italia sarà molto più credibile, nel fare le sue giuste richieste a Bruxelles, prima tra tutte quella di cambiare il regolamento di Dublino per assegnare i profughi al Paese dove abbiano familiari o interessi senza imporre meccanicamente il principio del primo Paese di approdo (non funziona), se farà anche per intero la sua parte: accogliendo chi deve, e rimpatriando chi è necessario rimpatriare. Questo andrebbe detto, con coraggio e serietà, e, in fondo, tra le righe, nella sua apparente ovvietà, questo Renzi ha ammesso.

Luca Cefisi

L’inno alla meritocrazia
di Abravanel

Ieri, 26 marzo, sul Corriere della Sera si leggeva un elogio funebre dello storico presidente-padrone di Singapore, Lee Kuan Yew, scritto da Roger Abravanel. “Quando Lee prese la guida del Paese nel 1988, la situazione economica era drammatica”, intona aulico Abravanel, e giù un florilegio di elogi al defunto Lee, che per carità non era tanto democratico, ma ha compiuto miracoli economici, grazie alla sua diuturna lotta alla corruzione e alla difesa militante della meritocrazia, con costante promozione dei “giovani più capaci”.
Alla memoria di questo “alfiere del merito”, l’estensore dell’elogio invita i politici italiani a rendere omaggio.
Strana meritocrazia, quella dove il primo ministro di Singapore dal 1959 (Abravanel gli ha accorciato il mandato) al 1990, poi “ministro anziano” e “ministro mentore” fino ad oggi, non ha trovato nessuno che potesse governare senza di lui per oltre mezzo secolo: non li poteva lasciare soli, poveretti, chissà cosa avrebbero combinato.

Oggi il primo ministro è tale Lee Hsien Loong, da undici anni: che sia il figlio di Lee Kuan Yew dev’essere però una meritocratica coincidenza; quando si dice la fortuna, era il giovane più capace, e ce l’aveva in casa. Certe volte il destino, eh … Anche a Kim Il Sung capitò la stessa cosa: il figlio Kim Jong Il nacque imparato.

Singapore è nota per i buoni dati economici, abbastanza facili da ottenere in una città-stato concentrata sulla finanza, specialmente se la produzione può abusare di migliaia di lavoratori immigrati che non hanno diritti minimi; è anche nota per la pena capitale, le punizioni corporali, la censura, e la teoria ufficiale che troppa democrazia fa male all’economia e confligge coi sani “valori asiatici”. Abravanel è noto invece per certi libri sulla meritocrazia e sulla scuola: ma purtroppo dobbiamo bocciargli il compitino. Grazie, di quel merito lì non abbiamo bisogno.

Luca Cefisi

Is: par condicio tra lavoratori autoctoni e migranti

IsfL’Internazionale socialista ha riunito a Catania il Comitato per le migrazioni il 21 e 22 novembre, su invito del Partito Socialista Italiano. Alla riunione, presieduta dal presidente dei deputati socialisti Marco Di Lello e il segretario generale dell’Internazionale socialista, Luis Ayala, hanno partecipato delegati da partiti socialisti e progressisti di Algeria, Angola, Bulgaria, Grecia, Iraq, Italia, Mali, Marocco, Niger, Messico, Russia, Spagna. E’ inoltre intervenuto come ospite il deputato Gennaro Migliore, candidato a presiedere la Commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema di ingresso e di identificazione dei migranti.

Il Comitato ha concordato le linee guida che andranno a informare la Carta delle Migrazioni che l’Internazionale socialista pubblicherà nel corso del 2015 per dare una piattaforma comune ai socialisti del Nord e del Sud del mondo.

Pertanto,

– l’Internazionale socialista sottolinea l’importanza che le migrazioni hanno sempre avuto nel costruire società aperte e nel produrre scambi utili all’economia dei paesi coinvolti. E’ inaccettabile che la globalizzazione dei mercati e delle merci non si accompagni a una globalizzazione solidale dei diritti;

– Il migrante è prima di tutto una persona, che ha diritto di vedere riconosciuta la sua dignità in quanto tale: è inaccettabile considerarlo soltanto come un elemento funzionale dell’economia; i migranti devono poter avere accesso all’istruzione e alla sanità, e ai diritti di base essenziali in ogni democrazia;

– Ci devono essere sempre pari condizioni di lavoro tra lavoratori migranti e autoctoni: i migranti non possono venire sfruttati, e parimenti non possono essere utilizzati per una concorrenza sleale nei confronti della manodopera locale;

– Il rispetto tra migranti e popolazione dei paesi di accoglienza deve essere reciproco, si tratta di rispetto verso la diversità, che è un valore assoluto e che va in entrambe le direzioni; in questo quadro, l’integralismo religioso e il nazionalismo sono fattori perversi che danneggiano non solo la pace tra i popoli ma destabilizzano le società dall’interno, e i migranti sono particolarmente esposti ai pericoli provocati da queste ideologie;

– è peraltro evidente che il rispetto per ogni diversità non può essere una limitazione per l’estensione e il rafforzamento dei diritti che consideriamo universali e validi in ogni cultura, in ogni paese e in ogni epoca, a partire dai diritti delle donne e dei minori; e le istituzioni democratiche devono garantire l’autonomia delle libere scelte individuali, che siano religiose o secolari;

– la cooperazione economica e politica tra i paesi di emigrazione, i paesi di transito e i paesi di immigrazione è un fattore essenziale: le migrazioni richiedono una governance comune;

– la libertà è per noi un criterio indiscutibile: se le migrazioni possono e devono essere sottoposte a regole e controlli, il diritto di asilo deve sempre essere considerato un diritto essenziale.

L’Internazionale socialista ha da sempre nella pace e nell’eguaglianza politica, sociale ed economica i suoi fini essenziali: la soluzione delle crisi e delle guerre, lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente sono tutti fattori inscindibili per affrontare i problemi posti dalle migrazioni. Al tempo stesso, sottolineiamo le opportunità create dalle migrazioni, in termini di scambi, mutua conoscenza, apertura delle società e diffusione della conoscenza. Ribadiamo il nostro convincimento che viviamo tutti in un solo mondo.

L’Internazionale esprime apprezzamento per la scelta responsabile del presidente Obama verso i migranti negli Stati Uniti d’America.

Il Comitato riconosce, infine, gli sforzi delle autorità italiane, e in particolare delle autorità locali e dei cittadini siciliani, nel gestire con umanità la crescita dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo.Sottolinea il ruolo dei  paesi di transito, quali Marocco e Algeria. Al fine di evitare pericolosi “viaggi della speranza” il controllo dei requisiti potrebbe e dovrebbe essere svolto alla partenza e non nel paese d’arrivo.

Luca Cefisi 

Sbagliato anche
andare alla Leopolda

Oggi è in corso un conflitto grave e potenzialmente disastroso all’interno del centrosinistra italiano: di questo, la contrapposizione tra Leopolda e Piazza San Giovanni è stato in questi giorni l’esempio eclatante.

Chi scrive ha ritenuto che valesse la pena di scendere in piazza con la Cgil, da socialista e da esponente del Psi. Prima di spiegare, a chi interessi, quali siano le mie ragioni (e non solo mie, ma di un numero non disprezzabile di compagni e compagne), e questo anche per espormi, com’è giusto, a critiche e risposte, vorrei però innanzitutto suggerire di discutere dell’oggi, senza agitare paragoni storici del tutto impropri: e davvero improprio e inadeguato è il paragone tra l’attuale momento storico e il conflitto tra parte del sindacato e governo sulla scala mobile del 1986, che pure viene proposto con la banalizzazione, davvero assurda io credo, “Renzi come Craxi”; penso non ci siano dubbi che il Craxi presidente del consiglio ricercò, con molti sforzi e attraverso vari passaggi, una concertazione con i sindacati, senza riuscirvi verso la Cgil per un veto politico del maggior partito di opposizione, quindi se rifiuto per ragioni politiche della concertazione ci fu, esso non fu pregiudiziale da parte del governo, ma ricercato del Pci, che lo impose alla Cgil; Craxi guadagnò il pieno sostegno del mondo sindacale non comunista, inclusa la componente socialista della Cgil stessa.

Insomma, Craxi con il sindacato ci parlava, eccome. Oggi il Presidente del Consiglio Renzi ostenta apertamente disinteresse per la cultura, riformista e socialdemocratica europea, della concertazione sindacale, mettendo in imbarazzo persino Cisl e Uil, che se scelgono, per ora, di non manifestare, o di manifestare solo per il contratto del pubblico impiego, si trovano comunque altrettanto escluse da un processo decisionale che non ha neppure sedi e modalità (abbiamo abolito anche il Cnel, tanto c’è Twitter). Aggiungo anche che, per lo stesso motivo, non intendo neppure agitare più di tanto il nome santo di Giacomo Brodolini: è la modernità che mi interessa. Quale modernità, di dove sia, oggi, la modernità, ovviamente coniugata alla giustizia.

Ecco, un altro paragone forzato e retorico, che troppo spesso ascolto, è quello sulla “Terza via” all’italiana, sulla realizzazione con il jobs act di un piano Hartz all’italiana che segnerebbe il rinnovamento definitivo del riformismo italiano nella modernità di un “nuovo centro”: ebbene, è noto a tutti che Schroeder ha lasciato, e da sconfitto, la leadership della Spd nel 2005. Un decennio fa. Non si può davvero dire che quell’esperienza, per di più precedente alla grande crisi economica iniziata nel 2008 che costituisce una cesura storica indiscutibile, sia oggi il benchmark della sinistra europea. Tanto meno, che sia la “sinistra che vince”. Niente è più provinciale, niente è più inadeguato, che comprare la modernità del passato, l’aggiornamento che fu, il Windows 3.1 impolverato. Molti aspetti dell’azione di Schroeder, dell’ideologia della Terza Via, sono stati posti a necessaria critica e revisione, in Germania, in Europa, e in primo luogo proprio nella Spd. Ne cito due: l’eccessiva personalizzazione sul leader, e si è tornati a ricercare l’unità della Spd nella pluralità delle posizioni, che è il contrario dell’unanimismo; il riconoscimento che la ricerca della competitività del modello economico può essere un utile strumento, ma non il fine dei riformisti, e che quel modello ha provocato squilibri interni, quali la perdita di potere d’acquisto dei salari e un’eccessiva precarizzazione del lavoro, e squilibri esterni, per esempio quello della bilancia commerciale tra Germania e resto d’Europa di cui tutti stiamo pagando il prezzo oggi. Ma, mi si lasci aggiungere, magari si facesse davvero alla Schroeder: e invece no. Siamo allo Schroeder immaginario!

Il piano Hartz venne discusso in lungo e in largo, in Germania, con le controparti (ricordate che base della Terza Via, nei suoi aspetti più felici, del tempo ormai lontano del primo mandato di Blair, era il coinvolgimento degli stakeholders, insomma delle parti sociali, se mai riconsiderate in senso molto più ampio di quelle tradizionali!); i licenziamenti, nelle grandi aziende tedesche, sono sottoposti alle regole della cogestione sindacale; i disoccupati, in Germania, sono seguiti da un esercito di circa novantamila operatori pubblici, mentre gli operatori dei centri per l’impiego in Italia sono circa dieci volte di meno e con meno mezzi. Da socialisti europei, dobbiamo osservare che con il jobs act, per lo strumento della legge delega, non vi è alcuna trasparenza su fondi e modalità del nuovo sistema di garanzie per la disoccupazione. Non appaiono adeguate le garanzie di un vero passo avanti verso un auspicabile sistema di flexsecurity scandinavo, e troppe sono le differenze anche con il modello tedesco, come sopra accennato. Proprio noi che abbiamo sempre sostenuto un modello di welfare europeo, dobbiamo avvertire che c’è il rischio di fare, in Italia, una cattiva imitazione, che getterebbe un’onta sui nostri progetti e sui nostri sogni. Dove sono le risorse per un nuovo welfare, quando si mette in gioco il vecchio?

I tagli fiscali, quando si ripercuotono sull’universalità del welfare sanitario mettono in crisi diritti sociali di primaria importanza, che valgono molto di più, moralmente ma anche economicamente, per gli italiani, di qualche euro di pressione fiscale in meno, destinato ad essere annullato dall’aumento delle spese sanitarie per le famiglie. Certo, le imprese non hanno costi medici: ma un trasferimento netto di ricchezza dai cittadini alle imprese appare oggi un modo obsoleto di pensare lo sviluppo. Le risorse andrebbero trovate nella finanza, nell’economia virtuale, a partire magari da quegli hedge funds che il PSE ha da tempo indicato come strumenti distorsivi, che sottraggono risorse agli investimenti sociali e produttivi.

C’è davvero da trasecolare, quando un gestore di hedge funds, che peraltro l’ha finanziata e quindi si presenta lì con un certo qual piglio proprietario, va alla Leopolda per dire che lo sciopero è un costo (avvertitelo: certo che lo è, si fa per colpire il padrone, lo sciopero, non certo per manifestargli commossa gratitudine).

In tutto questo, io credo, pur laicamente, al valore dell’unità del nostro partito: ma se si vuole che noi socialisti non ci lasciamo coinvolgere dallo scontro interno nel Pd, allora forse io e altri non dovevamo andare in Piazza San Giovanni, ma né più e né meno di quegli altri dirigenti che si sono recati alla Leopolda.

Veramente, io avrei voluto che, tutti assieme, ci riunissimo per stendere la lista delle obiezioni, delle critiche, delle proposte, e fare così il nostro ruolo di sinistra riformista, critica, bastian contraria quando è il caso, cosa che si può fare benissimo anche stando nella maggioranza di governo. Invece non ci siamo riuniti, non ne abbiamo discusso: forse si è creduto di evitare una diatriba, che certo sarebbe stata inadeguata al momento, tra coloro che vedono Craxi in Renzi e coloro che vedono Brodolini in Civati. Ma si poteva, e si doveva, guardare avanti, sforzare di ricercare una sintesi tra noi, e così magari avremmo avuto qualcosa di buono da proporre agli altri.

Questo non è stato, e allora, almeno, mi si lasci, ci si lasci testimoniare: che così non va, nell’azione di governo, nell’azione di ricostruzione del riformismo italiano, e anche nel nostro Psi.

Luca Cefisi

 

Jobs Act, troppa ideologia
e poca sostanza

Nella discussione sul Jobs Act (anche su queste pagine) si invocano spesso i modelli europei. Giusto, in un’Italia che ha il poco invidiabile primato europeo di non possedere praticamente un sistema di assicurazione decente contro la disoccupazione, ma spesso quest’invocazione avviene a sproposito. C’è troppa  ideologia: e mi riferisco in primo luogo a chi, con qualche lustro di ritardo, identifica il Jobs Act con un atto modernizzante di Terza Via alla Blair o alla Schroeder. Ma quella di Blair e Schroeder non è la modernità, ma il passato: hanno fatto cose buone, e hanno commesso errori; sono oggi consegnati alla Storia.

Oggi, né Gabriel né Miliband, i loro successori, pensano a difenderne in toto l’eredità, e nemmeno li hanno rinnegati. Parlare oggi della Terza Via, che in Italia venne interpretata, almeno a parole, da Massimo D’Alema allora presidente del consiglio, è un anacronismo. Tra l’altro, paradossalmente, la cosa migliore fatta da Schroeder è stata di non partecipare alla guerra all’Iraq: cioè la cosa peggiore fatta da Blair.

Circa il welfare e il lavoro, l’azione del Premier britannico e del Cancelliere tedesco si inquadrano in un contesto economico globale diverso da quello di oggi, e hanno precise peculiarità nazionali.

Blair ha fatto il salario minimo per legge: che nella Britannia post-thatcheriana è stato sentito come un atto di risarcimento storico verso i lavoratori; non ha tagliato il welfare (di più, dopo la ‘Strega Cattiva’, non si sarebbe potuto), ma l’ha piuttosto rifinanziato e ampliato. Difficile tradurre il blairismo sul continente, si corre il rischio di distorsioni. Per esempio, da noi a qualcuno è piaciuto il discorso degli stakeholder, cioè della partecipazione di soggetti privati di vario tipo (di solito non profit, ma talvolta anche aziende) alla gestione della sanità: erano soprattutto quelli di Formigoni però, per motivi lombardi non traducibili in inglese e magari non confessabili.

Schroeder invece i tagli li ha fatti, a un welfare tedesco considerato insostenibile: ma intanto sarebbe bene ricordare che dopo il piano “Hartz IV” il sistema sociale tedesco rimane comunque di gran lunga più ampio e universale di quello italiano, e quindi “fare come Schroeder” in Italia non vorrebbe certo dire tagliare, ma spendere di più. Comunque, tra le ragioni di critica al sistema tedesco, fondamentale è quella sui mini-job, cioè i lavori precari a 450 euro al mese massimo, che dovevano assorbire il lavoro nero di studenti e casalinghe e dare un primo ingresso nel mercato del lavoro ai giovani, senza praticamente contributi pensione e anche permettendo di integrare sussidio di disoccupazione e mini-job secondo certi parametri aritmetici: siccome però la condizione di mini-jobber si è cronicizzata, cioè tanti ormai lavorano esclusivamente così e c’è aria che continueranno così, non avendo contributi cosa succederà loro arrivati alla vecchiaia? Inoltre, il mini-job ha portato ad una distorsione della logica dell’Arbeitlosengeld, a sua volta ridotto di entità: siccome i due sono parzialmente cumulabili, si finisce per campare sommando due redditi miseri, e non per usare il sussidio di disoccupazione per proteggere il lavoratore da offerte salariali indecenti; alla fine, un Arbeitlosengeld così diventa un’integrazione di salario che serve ai datori di lavoro, che offrono mini-job con mini salari, ma intrappola il lavoratore.

Diversa sarebbe la questione con la flexsecurity danese: molta facilità di licenziare, ma garanzia di reddito adeguato, sicurezza di serenità per il disoccupato insomma, in cambio delle nuove offerte degli efficienti servizi pubblici all’impiego. A noi la flexsecurity piace, l’abbiamo sempre detto, anche se ci ha spesso preoccupato che quando se ne parla in Italia succeda una cosa strana: un altro errore di traduzione, si direbbe. Da sinistra si strappano i capelli, e da destra se ne fanno banditori gli ideologi liberali della flessibilità a 180 gradi dei lavoratori: oh, dico, guardate che flex è l’aggettivo, la sicurezza è il sostantivo, il fine e il cardine del sistema… se no non ci capiamo. La flexsecurity è dannatamente statalista sappiatelo: esige che la burocrazia si impicci di te, dei tuoi redditi, di quello che vuoi fare da grande. E costa: oh se costa: altro che austerità. Ci vuole un carico fiscale tostissimo per sostenerla, servizi capillari, alto livello di formazione della manodopera…

Il modello italiano è italiano. È basato sulla centralità della contrattazione sindacale, sul contratto di lavoro a tempo indeterminato rigido e sui lavori parasubordinati o paraprofessionali (co.co.pro e partite Iva monocommittente, questi ultimi i più sfigati) che costituiscono invece l’elemento di flessibilità del sistema. Su una cosa Renzi ha senza dubbio ragione: c’è la Cassa integrazione guadagni per una parte di lavoratori a tempo indeterminato e niente (davvero, eh, niente, quando lo dici all’estero fanno tanto d’occhi, anche i tory, anche i conservatori finlandesi, tutti insomma) per gli altri lavoratori. Del sistema fa parte anche una bella quota di lavoro nero, che non conta ma conta.

Il Jobs Act (nome del cavolo, si può dire? non lo potevano chiamare in italiano?) promette bene: promette, da quanto si capisce dagli annunci, la fine della riserva chiusa della Cassa integrazione, e l’istituzione di un Arbeitlosengeld (sussidio di disoccupazione). Ganzo, per dirla alla Renzi.

Però. Ecco la prima perplessità: vuoi fare una riforma del lavoro epocale, e non ne discuti coi sindacati, anzi ci tieni a dire che il governo decide e la concertazione è un ferrovecchio. Per l’Hartz, in Germania, prima hanno fatto una commissione che l’ha discusso: non convinse tutti, e c’erano troppi industriali e pochi sindacalisti, ma insomma la concertazione si è fatta eccome. Poi siamo di fronte a un vaghissimo e generico decreto delega: cosa ci sarà scritto nei decreti attuativi, che non passeranno dal Parlamento, non sappiamo bene. L’Hartz IV l’han portato in Bundestag con tutti i numerini, eh. Allora, niente concertazione, ma neppure niente discussione nel merito nelle Camere. La cosa più dettagliata che conosciamo è l’intervista di Renzi a Fazio. Pochino.

Seguono, giocoforza, altre preoccupazioni: che non ci siano i soldi per un sussidio di disoccupazione universale decente; che non ci siano i soldi e i tempi per mettere su una rete di agenzie per l’impiego efficienti, visto che i centri per l’impiego italiani oggi non funzionano bene e impiegano meno di diecimila persone (in Germania novantamila). Si possono davvero assumere le decine di migliaia di operatori pubblici indispensabili a far davvero funzionare il sistema, formarli, dislocarli e fare così le famose politiche attive del lavoro? E farle a Crotone, Enna e Oristano, non Copenhagen? E siamo in grado di fissare un sostegno di disoccupazione universale, almeno un po’ parametrato all’ultimo reddito da lavoro e non risibile per i giovani inoccupati, con integrazioni in caso di figli a carico, problemi abitativi ecc. ecc.? Quanto, e a quali condizioni? Di quanto aumenterà il fabbisogno dello Stato? E dopo, il carico fiscale diciamo ancora che lo vogliamo ridurre, e come? E ancora: se riscriviamo le tipologie contrattuali, che fine fanno quelli nella “terra di mezzo”, cioè i co.co.pro., di cui da Fazio si è annunciata gloriosamente l’abolizione, che hanno meno garanzie dei lavoratori ordinari ma, attenzione, hanno almeno contributi Inps e Inail e una busta paga, e non è poco?!

Diventano tutti contratti da dipendente ordinario automaticamente, o finiscono nella gehenna del superprecariato dei mini-job, detti voucher qui da noi, o in quello delle finte partite Iva, che sono l’estremo girone infernale, e di cui nessuno parla? Temiamo che qualche co.co.pro sarà spinto verso un contratto migliore, ma altri cadranno verso il basso.

Ecco, l’amore riformista ai problemi concreti dovrebbe lasciar perdere la retorica. E quindi lasciar perdere slogan di quasi vent’anni fa (Blair o Schroeder o chissà chi). Forse, purtroppo, anche smettere di sognare la Danimarca. Ci vorrà una riforma italiana, che tenga in conto le nostre caratteristiche e la nostra storia, e che contribuisca così al modello sociale europeo in maniera originale, come possiamo e sappiamo. Nel polverone sollevatosi ci sono troppi elementi simbolici, ideologici, di personalità, di ruolo, che offuscano la visuale. Troppa retorica, appunto. Renzi dice fidatevi, Camusso non si fida: non ha tutti i torti, diamine, in cambio di cosa il sindacato dovrebbe cedere su articolo 18 e altro, e a termini e in forme persino umilianti? Sarebbe meglio, per vedere chiaro, leggere i numeri, il quanto e il come. Magari offrendo qualche garanzia in cambio contro i comportamenti antisindacali (per questo, anche se non si ricorda, venne pensato davvero l’articolo 18, per non far licenziare i sindacalisti).

Allora, da socialisti europei, vorremmo osservare: benissimo fare un welfare per davvero. Ma quanto e quanto? E tirare sassi ai sindacati potrà distrarre tanti per un po’ di tempo e pochi per molto tempo, ma non tutti per sempre. Alla fine, il problema di tutti i sistemi di welfare è sempre e solo uno: quanti soldi per quanto tempo e a quante persone. Chi rimane fuori, e perché. Renzi ce lo dica: con i numeri però. Se no, è ‘annuncite’.

Luca Cefisi

Medio Oriente: ricercare
soluzioni e iniziative

Medio OrienteLa proposta di Pia Locatelli alla Camera, nel dibattito del 30 luglio sulle comunicazioni del ministro Mogherini relative alla crisi a Gaza, è significativa e merita di essere commentata e spiegata. La deputata socialista ha posto il problema di ricercare soluzioni e iniziative, da parte dell’Italia e dell’Europa, che vadano oltre l’osservazione impotente del precipitare ulteriore del conflitto e la lamentazione frustrata sull’impasse del processo di pace. La sua proposta è che si stabilisca una data, oltre la quale l’Unione Europea si impegni a riconoscere lo Stato di Palestina, se il blocco del processo di pace continuerà a permanere. Questa proposta ha senso, ed è basata su un’analisi attenta delle situazione del conflitto, un’analisi che guarda oltre le posizioni dei troppi interessati a riscuotere una parcella da questa guerra senza fine.

Qui citiamo una vecchia storiella ebraica: quella dell’anziano avvocato che lascia al figlio la conduzione dello studio, e gli consegna la pratica più voluminosa, la causa che lo studio di famiglia porta avanti di generazione in generazione attraverso molteplici, complesse, combattute udienze in tribunale; l’erede si dedica allora con grande energia allo studio del difficile incartamento, e alla fine arriva a una luminosa soluzione, corre in tribunale, ottiene la sentenza tra lo sbalordito compiacimento del giudice e delle parti, e fiero e orgoglioso corre dall’anziano padre, che lo accoglie a bastonate: “Sciagurato” gli grida “la nostra famiglia ha riscosso parcelle su quella pratica sin dai tempi del tuo bisnonno!”.

Infatti, il conflitto israelopalestinese non è un conflitto difficile a risolversi: ogni metro quadro di territorio è stato misurato, ogni insediamento censito. Si sa tutto, dove, come, perché. Si conosce anche la soluzione: due stati, confini secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, con correzioni eventuali concordate, riconoscimento del problema dei profughi palestinesi, con una qualche compensazione laddove il ritorno non sia francamente possibile, soluzione per Gerusalemme. Questa soluzione è terribilmente semplice, se vi fosse una volontà politica comune, come parve crearsi nel 1993 con gli accordi di Oslo (poi l’assassinio di Rabin, e molte altre cose, sono accadute, tutte disgrazie), e non vi fossero, in servizio permanente effettivo, forze che speculano e incassano sanguinose parcelle politiche per diluire, procrastinare, allontanare questa soluzione.

Da una parte, non c’è dubbio che il governo israeliano di destra degli ultimi anni ha evitato decisamente la ripartenza del processo di pace: ha proclamato di non avere un partner, e ha continuato a creare fatti compiuti sul terreno, dal muro a nuovi insediamenti. Sul piano ideologico ha proposto una narrazione del conflitto funzionale a massimizzare l’appoggio esterno delle amministrazioni repubblicane Usa e delle destre europee: sarebbe un conflitto di civiltà, tra democrazie e dittature, ricalcato sulla guerra al comunismo, con gli islamici genericamente definiti al posto dei soviet. E’ la narrazione di cui qui si fa tamburino Giuliano Ferrara, secondo cui esiste solo il diritto di Israele, inteso peraltro in senso assai ampio, non due diritti di due popoli egualmente degni e da armonizzare, e si dicono ipocrite messe per la triste sorte dei cristiani arabi iracheni ma si dimenticano i cristiani arabi palestinesi, che non rientrano nel quadretto.

Si tratta di una narrazione che maschera la realtà: il conflitto è per la terra, i palestinesi sono un popolo multireligioso, lo stato palestinese è uno stato che, al netto delle condizioni di emergenza che alterano il processo politico e sociale, ha un presidente eletto democraticamente, un parlamento di cui fanno parte forze del tutto laiche e di orientamento progressista, e insomma “nel presidente Abbas Israele ha una controparte impegnata alla soluzione dei due stati e alla sicurezza” come ha scritto Barack Obama nella sua lettera aperta al pubblico israeliano, una mossa inaudita che indica tutta l’esasperazione dell’amministrazione democratica, e le parole scelte sono, non per caso, l’opposto speculare al famoso “Israele non ha un partner” di Sharon a Bush nel 2004. Il presidente Abbas ha mostrato “moderazione” in tutti questi anni, e non ha ricevuto che porte in faccia dal suo necessario interlocutore, Beniamin Netanyahu, fino a pochi giorni fa, quando l’esercito israeliano ha compiuto addirittura un’incursione nel centro di Ramallah, senza alcuna opposizione dal governo palestinese, che ne è uscito però ulteriormente umiliato. Ora, il bombardamento della popolazione a Gaza mette tutti i palestinesi, non Hamas soltanto, in una situazione moralmente e psicologicamente insostenibile.

Dall’altra parte, non c’è dubbio che l’azione di Hamas è disastrosa e destabilizzante, in primo luogo per la causa nazionale palestinese: Hamas governa da sola Gaza, e conduce una sua guerra privata e irresponsabile contro Israele. Il governo israeliano, che non ci pare molto più oculato nel tutelare la propria causa nazionale, pare pensare che la vittoria militare sia necessaria, al prezzo della strage di vittime civili, ma il rischio è che Hamas, come Hezbollah a suo tempo in Libano, possa piuttosto ottenere una sorta di vittoria virtuale, sopravvivendo come organizzazione per poi proclamarsi vincitore non appena l’esercito israeliano si ritirerà (dovrà farlo prima o poi), con il guadagno netto di essere diventato un soggetto politicamente legittimato da una trattativa. Hamas si è già guadagnata, di fatto, il riconoscimento di parte belligerante, governi ed emissari sono lì a rincorrerli con proposte e soluzioni, e anche il governo israeliano, di fatto, tratterà con loro in qualche modo, attraverso i più vari intermediari. Se poi guadagnano anche l’apertura di un mezzo valico di frontiera… La prospettiva, disastrosa, è quella di due soggetti palestinesi, che forse non è sgradita a quei partiti israeliani di destra che hanno sempre puntato sulla delegittimazione dell’interlocutore palestinese unico (tanto peggio tanto meglio, è la politica degli estremisti e dei populisti sotto ogni cielo). La via ragionevole era di ricondurre Hamas nel quadro istituzionale palestinese, e a questo il presidente Abbas si era dedicato con il sostegno della comunità internazionale: ora tutto è più difficile, e a questa difficoltà, oggettivamente, il governo israeliano ha contribuito.

Occorre allora, da un lato, rafforzare la Palestina laica e democratica, dall’altra ricondurre, come chiede Obama, Israele al tavolo delle trattative (sempre nella speranza che prima o poi ritorni un governo laburista, speranza purtroppo oggi non molto vicina). La pressione sul governo israeliano deve rimanere forte: non si tratta di chiedere di abbassare la guardia sulla sicurezza del proprio stato, di non difendersi dai razzi e da altre minacce, una richiesta assurda e che sarebbe respinta a ragione e senza indugi, ma di fermare l’eccesso sporporzionato, illegale e tragico di rappresaglia verso un nemico che comunque non costituisce una minaccia militare effettiva, di far cessare le perdite umane innocenti nella micidiale situazione geografica della Striscia di Gaza, sovrappopolata e impraticabile, e di continuare a proporre la semplice, luminosa verità che l’occupazione dei territori palestinesi, la chiusura dei valichi, gli insediamenti, i posti di blocco, insomma la malata normalità precedente alla guerra odierna è non solo illegale ma anche insostenibile, ed è la causa prima dell’insicurezza e della guerra, del terrorismo e del fondamentalismo. Questa guerra non è possibile perderla per gli israeliani, ma non possono neppure vincerla, solo protrarla all’infinito. Occorre affermare, insomma, che nazionalisti ed estremisti delle due parti devono smetterla di incassare parcelle, agitando le bandiere di guerre di civiltà e di religione: occorre dividere la terra e iniziare una convivenza tra due popoli simili e vicini per cultura e storia e persino per le dolorose esperienze in cui si rispecchiano a vicenda, il resto è ideologia, cinismo, strumentalizzazione, giulianiferrara.

Allora, riconoscere, in mancanza di altri progressi a livello bilaterale, lo stato di Palestina (che già oggi si chiama così ed ha un suo status minore all’Onu) sarebbe un modo per intervenire a compensare la Palestina democratica per la sua pluriennale pazienza e sopportazione, quel restraint a cui continuamente vengono chiamati, e che sono rimasti soli a praticare: e a dare un segnale che, lungi dall’intaccare la sicurezza israeliana, renderebbe chiaro che deve esistere una simmetria tra diritti e doveri delle due parti, inclusa la possibilità di avere accesso alle sedi dell’Onu e alla Corte internazionale, e pari dignità, e che, così come la parte palestinese legittima non intende discutere l’esistenza dello stato di Israele, come peraltro riconosciuto dallo stesso Arafat nel 1993, è ormai impossibile negare ai palestinesi, in linea di principio, uno stato, anche perché è proprio questa situazione di intedeminatezza che consente e sostiene il quasi-stato pirata di Hamas a Gaza.

Luca Cefisi *

*rappresentante del PSI nella presidenza del PES. E’ stato delegato dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti per il dialogo tra organizzazioni giovanili israeliane e palestinesi durante il processo di pace negli anni ’90, e successivamente membro del Comitato per il Medio Oriente dell’Internazionale Socialista.

UE. Il decalogo socialista per il sì a Juncker

jean-claude-junckerDopo una giornata di intense trattative alla fine tra i governi si è trovata l’intesa: il popolare lussemburghese Jean Claude Juncker sarà presidente della Commissione Ue. Alla base un accordo tra PPE E PSE. Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha chiesto di condizionare il via libera a un documento preciso “su dove vuole andare l’Europa”, con un impegno per politiche orientate alla crescita. Quanto ai rapporti con la Germania, “abbiamo ottenuto – ha detto Sandro Gozi, responsabile delle politiche Ue – quanto volevamo: ampi spazi di manovra sul fronte della flessibilità con l’impegno a tenere conto delle riforme strutturali e la possibilità di sviluppare strumenti finanziari per progetti di investimenti nel lungo periodo”.  Continua a leggere

FUGA DALL’IRAQ

Iraq-petrolio-Eni-Bp-Exxon

Alcune compagnie petrolifere, tra cui la Exxon e la British Petroleum – secondo quanto riferiscono fonti giornalistiche statunitensi – hanno avviato l’evacuazione del personale dagli impianti in Iraq.

La situazione resta invece immutata negli impianti dell’Eni che si trovano nell’estremo sud del Paese. «Per il momento – ha detto oggi il presidente dell’Eni, Emma Marcegaglia – i nostri siti sono ancora in sicurezza, quindi non abbiamo ritirato il personale». L’Eni – che sta «monitorando da vicino la situazione» e rivendica la sicurezza del personale tra le sue priorità – aveva fatto sapere ieri che la regione di Bassora, dove c’è il giacimento di Zubair, «non è colpita dalle rivolte».
Fonti irachene riferiscono di aver ripreso il controllo di una grande raffineria a Baiji, a 130 chilometri da Bagdad, dopo due giorni di combattimenti, ma testimoni oculari riferiscono che le bandiere nere dei jihadisti dello ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’ (Isis), sventolano ancora e che le forze regolari controllerebbero il 60% soltanto dell’enorme impianto di raffinazione e delle zone residenziali attorno ad esso. Dalla scorsa settimana la maggior parte della provincia circostante di Salahuddin è sotto il controllo dei jihadisti la cui è offensiva, scatenata la settimana scorsa nel Nord del Paese ha rapidamente conquistato gran parte del territorio iracheno mentre le forze lealiste abbandonavano il campo di battaglia senza combattere.

Intanto il presidente americano Barack Obama – secondo quanto ha riferito il senatore repubblicano Mitch McConnell – ha detto ai leader del Congresso Usa di non avere bisogno del loro nullaosta per lanciare azioni militari in Iraq. Da parte sua, la Casa Bianca si è limitata a spiegare in un comunicato che Obama ha parlato degli sforzi degli Stati Uniti per “rafforzare la capacità delle forze di sicurezza irachene per affrontare le minacce” dell’Isis. 

*   *   *

L’Isis
di Luca Cefisi

Proviamo a dare una risposta ai quesiti posti online sull’Avanti! da Mauro Del Bue: cosa succede in Iraq? Domanda angosciante perché in Iraq è in gravissimo pericolo un esperimento importante di ricostruzione democratica, con ricadute globali, e specialmente sull’area mediorientale e mediterranea, che ci riguarda direttamente.

Definiamo prima, in estrema sintesi, quello che sta accadendo: una formazione islamista, l’Isis, che ha una sua propria, inedita strategia di stato islamico nell’area storica dell’Assiria, tra le attuali Siria e Iraq, muovendo da proprie basi nella Siria in preda all’anarchia ha occupato un’importante area del territorio iracheno, tra cui la città di Mosul, sconfiggendo le forze di sicurezza di Baghdad con tale facilità da rendere evidenti, più che la forza degli insorgenti, la debolezza, morale e politica  prima che militare, dell’esercito iracheno e, per ovvia estensione, di tutto il presente sistema delle istituzioni irachene emerse dopo l’invasione angloamericana del 2003, la successiva occupazione di una forza multinazionale a cui partecipò anche l’Italia, e anni di scontri tra fazioni, attentati terroristici, elezioni relativamente libere e governi deboli ma dotati di un decente mandato popolare (date le condizioni).

Primo problema, quindi: la sconfitta sul campo delle forze regolari irachene, per come si è determinata, è una sconfitta di una possibile via irachena e araba alla democrazia. Quindi ci riguarda tutti. È una sconfitta, in primo luogo, dei partiti di ispirazione religiosa che hanno guidato il processo democratico iracheno in questi anni. Si ricordi, infatti, che il baathismo aveva governato gli iracheni con una sorta di fascismo arabo, anche con un certo successo nel tenere assieme arabi musulmani sunniti e sciiti e anche arabi cristiani (proprio per questo suo nazionalismo non era invece mai riuscito a ridurre la frattura curda, cioè con la principale minoranza etnica, quasi del tutto musulmana, ma non araba per lingua e identità).

Si aggiunga che, per antica prassi, anche nel nazionalismo baathista c’erano arabi più uguali degli altri, e insomma i sunniti dell’area centrale godevano di fatto di privilegi e accesso al potere maggiore delle masse sciite, che pure avevano dimostrato un grande patriottismo, fornendo senza ribellarsi la carne da cannone nella sciagurata guerra di aggressione contro l’Iran. Ecco allora che non può stupire che gli arabi sciiti si siano presentati sulla scena politica irachena con propri partiti che attingevano, dopo il clamoroso fallimento dell’ideologia laico-nazionalista autoritaria, proprio a quell’identità che non appariva fallimentare, quella religiosa, così radicata nel popolo, tra la gente semplice, tra i poveri, e attentamente amministrata dal clero sciita, vicino al suo popolo e suo difensore: chi potrebbe stupirsi meno di noi italiani, che dopo il crollo del fascismo ci affidammo in maggioranza proprio a un partito che attingeva al cattolicesimo, a quella religione popolare, familiare, che pareva l’unica certezza tra vecchie ideologie nazionali crollate e nuove ideologie straniere e minacciose? Ecco, queste tremende giornate indicano un fallimento, speriamo recuperabile, del governo a guida sciita del premier al Maliki: i partiti sciiti, che godendo della maggioranza avevano ora, per la prima volta, la responsabilità generale di guidare la nazione, sembrano aver fallito la prova, cioè non sono riusciti a unire il Paese, a offrire una proposta condivisibile da tutti. Sono apparsi, a torto o a ragione, un governo di parte, fallimento, occorre precisare, che coinvolge anche gli esponenti sunniti che collaborano alla maggioranza di governo.

Secondo problema: la capacità dell’Isis di coalizzare attorno a sé tanti arabi sunniti, e di godere almeno della neutralità della gente normale, che non lo combatte e sembra sopportarlo. Infatti non solo questo nucleo di fondamentalisti si è rafforzato presentandosi con un progetto capace di guadagnare alleanze e complicità (anche rompendo con gli “internazionalisti” di al Qaida, che non hanno simili interessi di costruzione statuale), raccogliendo persino molti esponenti ex baathisti, in nome dell’odio per il governo e della logica che ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, ma potrebbe riuscire a estremizzare tutta la dinamica politica irachena: infatti, l’annunciato intervento iraniano con consiglieri militari e intelligence, non importa se tollerato dagli Usa per la medesima logica del nemico del nemico che è amico, potrebbe ulteriormente indebolire il governo legittimo, perché i partiti sciiti hanno sempre dovuto fare i conti con l’accusa di eccessiva vicinanza al nemico storico persiano, e potrebbe favorire le forze sciite estremiste, quelle sì già pronte da sempre a cercare a Teheran soldi e sostegni, a scapito delle forze sciite costituzionali. Nel frattempo, le fazioni sunnite più estremiste vengono sostenute da flussi di denaro da centri di potere in Qatar e Arabia Saudita, questo un regime orribile e oscurantista che stranamente non solleva tra i paladini dell’Occidente bellicoso un millesimo del rifiuto che suscita l’Iran (non è troppo strano, l’Arabia Saudita e gli emiri del golfo hanno sempre saputo tenersi buono l’Occidente con ostentata, ufficiale moderazione politica e grandi utilità economiche).

Terzo problema, che è il primo sollevato da Del Bue: ha ragione Blair, che afferma che la guerra del 2003 non è la causa di tutto, perché l’Iraq sarebbe comunque entrato in crisi, e che se mai c’è una responsabilità di Obama e dell’Europa a non essere intervenuti anche in Siria, che è oggi il bubbone da cui il male si diffonde (implicitamente quindi criticando Obama, che si è ritirato dall’Iraq e non ha voluto mettersi nel pasticcio siriano?). No, non ha ragione: Blair difende se stesso, e lo possiamo capire, ma non ebbe ragione allora, quando per attaccare Saddam mentì al popolo britannico per trascinarlo in una guerra senza casus belli legale (è questa, del resto, la vera ragione del pensionamento di Blair, nonostante i suoi molti meriti: quella menzogna, scoperta successivamente, lo ha reso ‘unfit for the job’, e non gli verrà mai perdonata, nel suo Paese).

Nel merito, l’argomento è bizzarro: siccome tanto una qualche crisi o guerra civile sarebbe avvenuta, una guerra in più o in meno non farebbe differenze. Al contrario, è evidente che il concatenarsi reale, non ipotetico, dei fatti non può essere ignorato: e quindi che la guerra del 2003 offra un esempio negativo di intervento illegale e inefficace (pensando qui a Bobbio, che definiva la guerra ammissibile quando legale e al tempo stesso efficace nel ridurre la violenza e lo spargimento di sangue effettivamente in corso). In questo quadro, la guerra del 2003, oltre che illegale, ha avuto tante conseguenze negative, dal punto di vista morale provocando un immane spargimento di sangue di civili innocenti, assai maggiore per numeri dello stillicidio di forche che pure Saddam amministrava, e dal punto di vista politico attivando prima al Qaida irachena ed oggi questi pazzi sanguinari dell’Isis.

Una modesta, prudente risposta a questi quesiti: lasciamo perdere l’inutile discussione sul latte versato, e guardiamo all’unica, ma non secondaria, conseguenza positiva del 2003: l’attivazione di forze democratiche nella società araba, laiche e religiose, e la liberazione del Kurdistan iracheno, governato localmente dai partiti eredi della resistenza partigiana antibaathista, che sono partiti laici e di orientamento progressista e socialista. L’Iraq ce la farà a due condizioni: primo, se le forze patriottiche irachene, laiche e religiose, sapranno trovare le ragioni di un’unità patriottica, nella visione di un’Iraq forte delle sue diversità e non indebolito da esse; secondo, se gli stranieri aiuteranno questo processo di consolidamento nazionale sostenendolo ma rispettandolo, senza giocare sulla pelle degli iracheni.

Luca Cefisi