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Luca Cellini

Baghdad e la distruzione
del patrimonio storico

baghdadL’ombra della luce è il titolo di una commovente canzone che Franco Battiato cantò all’interno di un concerto, tenutosi a Baghdad nel 1992. Da quel concerto, sono passati quasi 25 anni ma sono rimaste nei nostri occhi le scie luminose dei traccianti al fosforo bianco illuminare Baghdad, la mitica città delle Mille e una notte, poco prima di essere bombardata dal nostro “fuoco amico”.

Le cupole dorate, i millenari mosaici, i giardini pensili odorosi, le colonne intarsiate, gli antichi minareti, gli affreschi di oro, di blu e lapislazzuli, le fontane luminose e scintillanti, le vie del mercato e gli antichi Suq, tutto inesorabilmente spazzato via. Da allora quanta altra distruzione abbiamo visto e a quanta ancora saremo costretti ad assistere? Parafrasando quanto detto in un famoso e significativo film, Centinaia di “anni per costruire, attimi per distruggere”.

In Iraq l’inizio della distruzione del patrimonio storico è precedente all’arrivo di ISIS. Quando Saddam Hussein cadde, nel 2003, fecero il giro del mondo le immagini della razzia al Museo Nazionale di Baghdad, reperti unici spariti per sempre nelle spire del mercato clandestino. Secondo Salam Abdulsalam, docente di architettura a Baghdad, dopo l’invasione da parte delle truppe americane, almeno 32.000 pezzi sono stati trafugati da 12.000 siti archeologici in tutto il Paese. Dal solo Museo scomparvero 15.000 oggetti.

In ordine sparso abbiamo assistito ad altrettanta cieca follia senza senso, ad opera di gruppi etnici da noi  soprannominati “Talebani” che in Afghanistan tiravano giù a colpi di dinamite, plurimillenarie e bellissime statue del Budda.

Abbiamo visto Dura Europos, sito archeologico al confine con l’Iraq, nota come “la Pompei del deserto” antichissimo insediamento semitico, che ospita i resti di una città del IV sec. testimonianza del passaggio di macedoni, greci e romani. prima distrutto e poi saccheggiato.

In Libano una guerra civile durata 15 anni, di una brutalità inammissibile, decine di battaglie consecutive mosse fra Libano ed Israele e la successiva frantumazione dello sviluppo urbano, ci ha portato via per sempre gran parte della Vecchia città di Beirut la  “Parigi del Medio Oriente ”. Una volta conosciuta anche per il suo paesaggio di insolita architettura ottomana, francese e art déco..

Vittima del conflitto crescente anche l’oasi archeologica di Palmyra, la “Sposa del deserto” com’era soprannominata, che conserva ancora al suo interno  testimonianze di diverse civilizzazioni. Il sito era rimasto lontano dalla rivolta fino all’inizio del 2013, quando il Tempio di Baal è stato gravemente danneggiato negli scontri.

E ancora in questi giorni assistiamo alla distruzione di Aleppo che grazie ai nostri bombardamenti paga, probabilmente, il prezzo più pesante. Duramente danneggiata in scontri e bombardamenti la moschea degli Omayyadi, costruita nel 705. Non sono state risparmiate dalle violenze nemmeno la cittadella del XII sec. e la città antica con lo storico Suq (mercato), centro commerciale dal secondo millennio a.c. che conserva le testimonianze di assiri, greci, romani e ottomani.

La fortezza del Crac des Chevaliers, considerato il castello medievale per eccellenza dell’età crociata, è stata teatro di pesanti combattimenti. Nel luglio 2012 fotografie del sito, costruito nel 1142, mostrano i ribelli che hanno trovato riparo nella struttura sotto attacco da parte dei militari. Evidenti i danni causati dai colpi di mortaio.

Nel conflitto è rimasta distrutta anche una delle sinagoghe più antiche del mondo, nel distretto Jobar di Damasco. Risalente a oltre 2.000 anni fa, la sinagoga era dedicata al profeta Elia.

E che dire della razzia dei musei di Raqqa e di Aleppo ad opera di mercenari e tagliagole impazziti, sotto il nome di ISIS che dichiarano di essere per l’Islam, mentre scientemente ne distruggono le radici storiche e culturali.

Parla di “Una perdita inestimabile”  Salam Abdulsalam  rappresentata dai danni causati all’antica Babiloniadalle forze armate alleate. Sulle rovine della città per lungo tempo è stata realizzata una base per i mezzi corazzati statunitensi. Alle rovine di Babilonia sono stati arrecati danni incalcolabili, i più visibili quelli alle mura di cinta e agli strati archeologici destinati ai futuri scavi che sono stati coperti dal carburante e dall’olio.

E ancora la distruzione ad opera dei miliziani che a colpi di piccone e raffiche di kalashnikov abbattono statue e i bassorilievi dell’antica citta’ di Hatra, patrimonio mondiale dell’UNESCO.

E prima ancora, l’accanimento sempre da parte dei miliziani contro l’antica capitale assira Nimrud, distruggendo i manufatti e del museo di Mosul.

Anche la millenaria città di Khorsabad e i resti della Fortezza di Sargon, del Palazzo al-Kalhu, del re assiro Ashurnasirpal II sono scomparsi,

Sempre i militanti dell’ISIS hanno fatto saltare in aria un antico santuario musulmano sciita a Tikrit, era il luogo di sepoltura per 40 personaggi di primo piano nella storia musulmana, tra queste anche alcuni compagni del Profeta Maometto.

Saccheggiata e gravemente danneggiata anche la “Chiesa Verde”, una struttura suggestiva scavata nella roccia e costruita nel VII secolo.

A Mosul sono stati rubati dalle chiese antichi manoscritti e distrutte le statue del musicista Othman al-Mousuli e del poeta Abu Tammam.

A questo elenco incompleto, si deve aggiungere la distruzione della biblioteca di Mosul. Qui sono andati persi più di 100.000 volumi, di cui almeno 8.000 secondo l’Unesco erano unici.

Il Museo di Arte Islamico, in Egitto, sede di una delle più grosse e importanti collezioni al mondo con 100.000 pezzi che ripercorrono quasi tutta la storia islamica. Recentemente aveva subito un processo di restauro che era durato otto anni ed era costato milioni di dollari. Poco dopo la sua riapertura un’autobomba, il cui obiettivo era un edificio della polizia nelle vicinanze, ha causato danni catastrofici nonché la sua chiusura.

Dall’altro canto che dire, in questa folle gara a chi distrugge meglio e di più, le rovine della mitica città di Babilonia sono oggi solo polvere e un ricordo lontano, grazie agli atti di vandalismo da parte dell’esercito statunitense durante la guerra in Iraq, in cui 2000 soldati si sono insediati nelle vicinanze. Il terreno è stato subito appiattito dai bulldozer e ricoperto di ghiaia, costruendo una pista di atterraggio per gli elicotteri. Le capanne, ancora in piedi, prima dell’ arrivo dei militari statunitensi, risalivano al X secolo.

La lista di ciò che è andato perduto per sempre in Medioriente in soli 25 anni, è meglio fermarla qui ma sarebbe ancora lunghissima.

Che dire infine delle innumerevoli opere di arte di Sarajevo di Mostar e di tutte le città della musulmana Bosnia, in Ex-Yugoslavia tirata giù a colpi di cannone dai serbi e dai bombardamenti ONU e NATO dopo.

Immaginate se avessimo dovuto subire noi in occidente, tutta questa morte e distruzione, immaginate le nostre opere d’arte devastate per sempre, opere come il Colosseo, il Cupolone di Firenze, il Duomo di Milano in Italia oppure la Torre Eiffel o la cattedrale di Notre Dame in Francia o quella di Westminster in Inghilterra o la Sagrada Familia di Gaudì in Spagna, immaginate il dolore e la rabbia se queste opere venissero distrutte, perdute per sempre, adesso immaginate anche la sofferenza delle centinaia di migliaia di morti, provate a sentire il dolore che proveremmo, sapendo che fra tutti questi morti ognuno di noi avrebbe sicuramente avuto uno zio, un figlio, una sorella, un parente vicino o lontano o un amico fra la lista dei caduti.

Tutto ciò che è stato distrutto, in Medioriente, origine della nostra civiltà, e antica “culla della luce” è un’importante pezzo di umanità che se ne è andata via per sempre, nessuno ce la ridarà, come nessuno farà tornare in vita le centinaia di migliaia di persone, fratelli e sorelle, morte innocentemente in tutta questa follia.

La follia è contagiosa, dilaga ormai, e va fermata, esistono solo due vie davanti all’essere umano, “o pace crescente per tutti o distruzione crescente per tutti”, o luce o ombra,  non esiste una terza via, basata sul vivacchiare e lo stare a vedere cosa succede, in definitiva esistono solo due scelte, lavorare per una pace crescente o lavorare per la distruzione crescente.

Di questi tempi restare alla finestra a guardare la distruzione crescente, significa in qualche modo accettarla, ogni volta che per comodità o per paura si fa un passo indietro, significa arretrare per fare spazio a questa distruzione che inesorabile avanza.

In definitiva si tratta sempre di scelte, anche il non scegliere significa scegliere.  Stare ad assistere che il più forte e prepotente di turno, vinca sempre a scapito del più debole, è una  strategia perdente, perché a turno, inevitabilmente, prima o poi tocca a tutti trovarsi nei panni del più debole.

Le opere d’arte, la storia e le centinaia di migliaia di esseri umani, nostri fratelli e sorelle per sempre scomparsi e perduti in tutto il Medioriente, in questo contesto storico odierno, rappresentano la parte più debole e non il contrario.

Dal sito Pressenza

Usa, una ripresa finta
lo sboom è dietro l’angolo

Economia_Ripresa_UsaI principali media riportano dati confortanti sull’economia a stelle e strisce, alcuni analisti confermano il superamento delle loro aspettative. Nell’ultimo anno il numero totale di lavoratori è aumentato di 257.000 unità, sul fronte dei salari a gennaio di quest’anno sono aumentati mediamente di 12 centesimi di dollaro l’ora segnando un + 2,2% nelle retribuzioni medie rispetto ai dati dell’anno precedente.

Tutto sembrerebbe confermare l’avvio della ripresa statunitense, a tal punto che si parla di possibile rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve a metà anno. Ma come si dice “non è tutto oro quel che luccica”.

Mettendo a fuoco la situazione con la lente d’ingrandimento, la realtà che appare è ben diversa. Il numero di lavoratori disoccupati che hanno completamente rinunciato a cercare lavoro negli ultimi sei anni è raddoppiato; questi lavoratori che hanno rinunciato a cercare lavoro non figurano nelle fredde statistiche della disoccupazione ma se si guarda al grafico delle forze lavoro inattive, la percentuale è cresciuta costantemente dal 2008 ad oggi, attestandosi all’11,7%.

Inattività

Un altro dato che rivela la reale situazione occupazionale statunitense è il numero di lavoratori part-time, che figurano tra la percentuale degli occupati ma che è aumentato del 54%. Si tratta di oltre 4 milioni di lavoratori a tempo parziale che prima erano occupati a tempo pieno.

Se si analizza l’indice medio dei prezzi al consumo, a fine 2014 esso si trovava a 244 punti, segnando 45 punti d’incremento in soli 4 anni, ovvero un rialzo complessivo dei prezzi del 26,5% contro l’incremento del salario medio orario che nello stesso periodo è cresciuto solo del 8,5%. In pratica come potere di acquisto, il cittadino medio americano in 4 anni ha perso 18 punti percentuali.

fredHOURS-630x418    Indice alimentari

L’autorevole università di Stanford ha recentemente prodotto un documento intitolato “The Poverty and Inequality Report 2014” (Rapporto sulla povertà e la disuguaglianza 2014). Sfogliando all’interno delle pagine si può vedere che l’indice di povertà nazionale è passato dal 12,5% del 2007 al 15% a fine 2012, la povertà infantile ha toccato il 21,5% e secondo gli ultimi dati derivanti dall’ultimo censimento governativo del 2014, oltre 45 milioni di americani vivono sotto la soglia di povertà.

Quelli appena descritti non sembrano proprio essere dati che evidenziano una crescita economica, al contrario, negli Stati Uniti è in atto un processo che porta al sistematico aumento della povertà e della disuguaglianza sociale ed economica.

La verità è che la millantata ripresa economica dell’ultimo periodo, era essenzialmente dovuta al forte investimento statale nel mercato dello “Shale oil”, attraverso il quale si sono prodotti tanti nuovi posti di lavoro, che hanno compensato le perdite di altri settori. Senza la momentanea e fragile ripresa, dovuta allo Shale oil, gli Stati uniti adesso verserebbero in condizioni ancora peggiori.

Ma i dati fin qui visti sono ben poca cosa rispetto allo scenario economico che va affacciandosi nelle ultime settimane. Uno scenario che qualora si verificasse trasformerebbe il famoso “sogno americano”  in qualcosa che assomiglierebbe più a un incubo. In Italia i principali organi d’informazione non ne parlano, ma appena si esce fuori delle nostra mura domestiche la percezione è che gli USA siano arrivati alla fine di questo breve periodo di ripresa economica. Ad oggi gran parte del petrolio di facile estrazione è già esaurito, il costo di produzione continua a salire e come visto dai grafici i salari medi del paese seppur in lieve crescita non compensano affatto il livello d’inflazione reale che è in incessante crescita.

Le prospettive future non sembrano essere per niente confortanti e sulla testa dell’economia americana pende minacciosa l’esplosione della prossima bolla speculativa legata allo Shale Oil. L’imminente esplosione della bolla economica viene data come inevitabile dai principali investitori finanziari del settore.  “Non abbiamo di che essere sorpresi con un nuovo imminente crollo del mercato azionario”, spiega Mark Spitznagel, uno dei maggiori gestori degli hedge fund, noto nel mondo dell’economia americana per aver previsto la crisi del 2008, la cui previsione gli ha permesso di  realizzare profitti miliardari, mentre milioni di cittadini americani hanno perso tutto.

Spitznagel non è il solo, al coro si aggiunge  la voce di Marc Faber  “Siamo in una gigantesca bolla speculativa finanziaria che potrebbe scoppiare ogni giorno” avverte il consulente svizzero e gestore del fondo Marc Faber. Anche il miliardario americano Warren Buffett, conferma essere in arrivo l’esplosione dell’enorme bolla speculativa; secondo il noto miliardario, l’indicatore “Warren Buffett”, noto anche come  “Total Market Cap to GDP Ratio, “ negli ultimi mesi è entrato in stato di massima allerta, segnalando che un collasso economico finanziario può accadere in qualsiasi momento.” La bolla economica  sempre secondo Buffet  avrebbe origini da “un credito scriteriato, elargito con colpevole incoscienza”.

Cercando di capire meglio queste affermazioni e analizzando l’attuale contesto economico degli Stati Uniti risulta chiaro che ci si riferisce all’enorme credito promosso in questi anni dal governo USA e da molte banche verso il segmento economico dello Shale Oil. Come già spiegato in precedenti articoli, questa tecnica di estrazione del petrolio, viene realizzatala attraverso costosissimi macchinari che frantumano lo scisto bituminoso.

Questo tipo di produzione, oltre ad essere devastante per l’ambiente, è diventata altamente costosa e il brusco calo dei prezzi del petrolio in quest’ultimo periodo l’ha resa non remunerativa. Negli States,  il governo ha investito nel mercato dello Shale Oil 1.500 miliardi di dollari che sommati agli altri investimenti bancari si arriva 2.400 miliardi di dollari, pari al 13% del debito pubblico americano.

Debito che già oggi, come riportano i dati ufficiali, supera la spaventosa cifra di 18.000 miliardi di dollari, valore che ormai inarrestabilmente cresce mediamente di 1.000 miliardi di dollari all’anno. Un ammontare che diviso per ogni cittadino è pari a 56.500$ arrivando a ben 154.000$ per ogni contribuente. Sono numeri che superano di gran lunga la disastrata economia italiana il cui debito pro-capite si ferma a 36.000€  e a 88.000€ per contribuente. Sono cifre da capogiro, numeri che da soli la dicono lunga sulla reale condizione dell’economia statunitense.

Appurato che i grandi investitori americani si riferiscono all’imminente esplosione della bolla del petrolio e allo sconsiderato credito promosso per lo Shale oil, andiamo adesso a vedere gli ultimi dati economici disponibili. Ebbene, solo nelle ultime settimane, i titoli collegati a questo mercato hanno perso oltre il 90% del loro valore. Questa direzione è confermata anche dai dati che ci arrivano niente di meno che dal BIS, “Bank for International Settlements”, la  Banca dei Regolamenti Internazionali, organismo che presiede al controllo mondiale delle transazioni economiche e finanziarie mondiali.

Lo scorso 9 febbraio, il BIS all’interno dell’analisi chiamata “debito e petrolio”, mette particolare risalto sul “maggior onere del debito del settore petrolifero che ha influenzato le recenti dinamiche del mercato del greggio, esponendo molti produttori a rischi di solvibilità e di liquidità.” L’analisi del BIS prosegue indicando che, in questo contesto di debito elevato, accompagnato  dalla diminuzione del prezzo del petrolio, si è prodotto, da una parte l’indebolimento dei bilanci di cassa dei produttori e dall’altra un ulteriore calo dei prezzi del petrolio. Quest’ultimo a causa delle maggiori quantità di greggio immesso sul mercato dalle compagnie petrolifere che devono far fronte agli enormi debiti contratti. Detto in altre parole è il classico gatto che si morde la coda.

L’enorme quantitativo di greggio, immesso sul mercato mondiale dal comparto americano dello Shale Oil, in origine aveva due obbiettivi raggiungere l’autonomia energetica e abbassare il prezzo del greggio per mettere in difficoltà altri stati le cui economie sono fortemente legate all’andamento dei prezzi del petrolio. Alla resa dei conti, però, questa strategia ha anche generato due “effetti collaterali”, creazione di enorme debito ed eccessivo abbassamento dei prezzi di mercato, in conseguenza, adesso moltissime compagnie petrolifere sono altamente indebitate e hanno via via aumentato la produzione di greggio per compensare le mancate entrate derivate dall’abbassamento dei prezzi, entrando di fatto in una spirale che sembra non avere via di uscita.

I segnali di cedimento economico nel comparto sono talmente evidenti che, per alcune compagnie americane ed estere, legate all’estrazione dello Shale Oil, si è cominciato a parlare di chiusura o di andare sotto amministrazione controllata.

Come si può ben vedere dal grafico prodotto dal BIS,  negli ultimi 3 mesi c’è stato un picco nella volatilità implicita, (linea rossa) a fronte di un drastico calo dei flussi di cassa nel settore petrolifero, (linea blu).

Debito

In termini economici l’aumento della volatilità implicita, ha un impatto estremamente negativo che diventa disastroso se si somma al calo del flusso di cassa. In soldoni tutto questo significa tre cose, primo che gli operatori economici hanno smesso d’investire nel settore, secondo che la sfiducia in questo comparto è ormai alle stelle, terzo che sta avvenendo un massiccia fuga di capitali e una corsa alla vendita o meglio la svendita dei derivati collegati all’economia dello Shale oil.

L’ultima crisi del 2008, da cui non siamo ancora usciti, fu prodotta dall’esplosione della bolla speculativa americana legata ai prezzi degli immobili. La prossima bolla riguarderà certamente il comparto del petrolio americano legato allo shale oil, la cui esplosione pare essere imminente e che economicamente sortirà effetti di gran lunga peggiori a quelli che si produssero nel 2008.

Il crollo nel settore del petrolio da scisto è già in atto e si sta manifestando in questo primo trimestre del 2015. Come nel 2008, produrrà una valanga di debiti impagabili, prodotti dai titoli di stato e dalle emissioni bancarie che saranno ridotti a “Junk Bond” ovvero titoli spazzatura. Proseguendo su questa linea, nei mesi a venire si prospettano, la chiusura di molti pozzi petroliferi e licenziamenti di massa nel settore del petrolio e del gas statunitense. I risultati saranno ancora più evidenti nei prossimi due bilanci economici trimestrali aprile e luglio, a quel punto la bolla sarà quasi sicuramente esplosa, lasciando sul campo effetti simili a quelli prodotti da una guerra e che come nella precedente crisi investiranno anche le altre economie mondiali.

E’ una brutta storia questa, il cui conto salato, come al solito verrà pagato dalle classi più deboli, in termini di disoccupazione, smantellamento dello stato sociale, ulteriore restringimento operativo dell’economia reale, tensioni fra stati, innescando anche il pericoloso tentativo di risolvere i molteplici problemi generati da scellerate politiche economiche, tentativo che potrebbe sfociare nell’ulteriore aggressione di altri stati, le cui risorse risultano appetibili per far fronte ai debiti prodotti. E’ una brutta spirale che non porta da nessuna parte, fa parte dello stesso grande inganno che periodicamente ci racconta che non ci sono mai soldi per l’economia reale, per i popoli, per il welfare sociale, per il lavoro, per la scuola, l’istruzione, la cultura e la sanità.  Ma che al tempo stesso, consente stranamente di trovare soldi e investimenti per alimentare, armi, guerre e distruzione.

E’ una via senza uscita, che porta all’arricchimento spropositato di pochi a fronte dell’impoverimento di molti. Una tecnica ormai nota, dove gli stessi soggetti che producono enormi crisi ricavano poi enormi guadagni dalle stesse. Soggetti che detengono strumenti e un’organizzazione tali da permettergli di condurre il gioco e poi uscirne sempre vincenti.

L’ultima grande guerra fu prodotta tramite gli stessi criteri, continue crisi economiche dove la maggior parte delle persone s’impoverivano, mentre una ristretta “Elite” investiva e si arricchiva con la produzione sconfinata di armi. Anche all’epoca la crisi mondiale dilagava, i soldi per costruire case, creare lavoro, dare istruzione e benessere collettivo non c’erano, ma improvvisamente, quando per l’Elite Globale giunse il momento d’investire nella guerra, ecco che per finanziare le industrie di armi tedesche, il Giappone e lo sforzo bellico degli Stati Uniti, il denaro a disposizione allora divenne illimitato.

E’ un incubo dal quale non se n’esce, se non invertendo il concetto di “economia”, che adesso è basato sul debito e sull’applicazione degli interessi. La questione, seppur riduttiva, risulta evidente se si mettono in fila tutti i debiti pubblici e privati degli stati mondiali.

Secondo un recente studio, della McKinsey & Company il debito planetario ammonta a 200mila miliardi di dollari, pari al 286% del Pil mondiale. Un debito che non accenna a fermare la sua crescita e su cui vengono costantemente applicati tassi d’interesse sia sul capitale che sugli interessi stessi.

Anche se potrà sembrare semplicistica, la domanda più corretta che occorrerebbe farsi è: se tutti sono in debito, ma allora chi è che in credito? La risposta non può che essere una, ovvero, quali sono quelle entità e organismi economici che producono soldi a costo zero, ai quali al momento della loro emissione vengono automaticamente applicati i tassi d’interesse? La risposta è fin troppo semplice, sono le Banche mondiali, i cui nomi ingannevolmente potrebbero ricondurre all’idea di una proprietà statale e quindi pubblica, BCE, Federal Reserve, Bank of America, Deutche Bank, Bank of England, Banca d’Italia, Banque de France ecc.

La realtà è ben diversa, in quanto tutte le principali banche sono private, il loro controllo è tenuto nelle mani di pochi, gli stessi soggetti che finanziano i mercati mondiali, che creano bolle speculative e conseguenti crisi economiche a fronte delle quali pochi si arricchiscono e molti vengono depredati dei loro beni. Per capire che si tratta di banche private, basta ragionare sul seguente fatto, se fossero veramente banche pubbliche a controllo statale, la valuta verrebbe emessa dagli stessi Stati sovrani, e almeno il famoso debito interno dello Stato non esisterebbe, sarebbe un paradosso in termini, ovvero uno Stato che produce valuta a cui masochisticamente applica tassi d’interesse per auto-indebitarsi…

Il meccanismo del debito si può spiegare solo con il  fatto che non sono banche statali, bensì sono banche private a cui è stato dato il potere di “creare illimitatamente denaro”, ebbene si, alla situazione attuale stiamo parlando della “creazione di denaro” un denaro che di fatto non esiste, ma che è riconosciuto da tutti ed è noto come credito. Lo dimostra la recente operazione di Draghi che con la manovra del “Quantitative Easing” di fatto ha magicamente prodotto 700 miliardi di Euro dal nulla. E’ un denaro la cui produzione non costa niente, ma che dal momento in cui questo credito teoricamente viene fatto esistere, viene accettato e su cui le banche possono cominciare a caricarlo di interessi.

E’ questo il sistema economico che produce il debito, centinaia di migliaia di miliardi di debito che alla fine ha permesso di comprare gli Stati e controllare la vita dei popoli che in essi vivono. E’ in questo modo, che il  sistema bancario opera risucchiando la vera ricchezza del pianeta sotto forma di interesse, producendo debito ad ogni prestito concesso a persona, associazione, azienda o governo. Un debito che non si estinguerà mai.

La ricchezza accumulata e la capacità di concentrare crediti e potere, in questi ultimi anni ha superato ogni immaginazione; oggi la ricchezza che si è accumulata nelle mani di pochi è di gran lunga superiore a quella degli Stati Uniti, il paese più ricco della Terra. Ma la realtà è ben peggiore, di fatto ormai sono le banche stesse che possiedono pezzi significativi degli Stati Uniti, così come possiedono fortissima voce in capitolo su quasi tutti i paesi del mondo.

E’ grazie alla produzione del debito che i banchieri hanno accumulato crediti inimmaginabili; è attraverso l’imposizione del debito e alla mancata riscossione del credito che le banche hanno potuto prima controllare e poi rilevare importanti quote delle compagnie petrolifere globali, pezzi di multinazionali di ogni settore, finanziare i principali media di cui poi dettano la linea editoriale, acquisire percentuali di maggioranza delle industrie belliche e delle aziende farmaceutiche, dettare le regole ai politici tramite i loro “consiglieri economici”, in pratica tutto quello che serve per imporre le loro politiche a fette sempre più vaste di mondo.

In questa assurda catena, se si arriva fino in fondo a verificare chi è che controlla la maggior parte delle banche, si scopre che sono poche famiglie che possiedono tutto, le stesse che hanno speculato su due guerre mondiali e su svariate crisi economiche globali.

L’unica via d’uscita possibile è quella di riconvertire il concetto di economia, passando dalla disumanizzante economia del debito, “all’economia umana”,  basata sul valore delle persone, sulle conoscenze che esse detengono, sul lavoro, sulla disponibilità di servizi, sulla produzione di beni essenziali di prima necessità, il cui godimento sia inclusivo e non esclusivo.

Creando una ricchezza che non sia più basata sul capitale virtuale e sul denaro creato dal nulla, ma sul capitale umano, il cui indice venga misurato sulla base della qualità della vita e sul livello di raggiungimento di benessere allargato alla maggiore fetta possibile di popolazione. Un indice di ricchezza che sia direttamente collegato ad una equa ridistribuzione, il cui valore sia direttamente proporzionale alla valorizzazione delle persone, all’arricchimento delle loro immense capacità, al mantenimento e al miglioramento dell’ambiente naturale in cui viviamo, da intendersi come incalcolabile ricchezza e in cui anche i nostri figli un giorno dovranno vivere. Una ricchezza che sia supportata da un unico tipo di produzione possibile, quella circolare, come d’altronde circolare è il ciclo del pianeta in cui viviamo, abbandonando per sempre la nefasta idea liberista di crescita infinita all’interno di un mondo finito, ripudiando il consumo indiscriminato di territorio, risorse ed esseri umani e cacciando per sempre la folle idea che un piccolo gruppo di persone possa per sempre controllare un mondo la cui storia a guardarla bene è spesso fatta d’imprevidibilità.

Lo so, a fronte di come ci hanno abituato a ragionare, quelli appena espressi sembrano concetti molto utopistici quasi una novella per bambini, ma è anche vero che spesso nella storia umana si è arrivati a dei cambiamenti che sono risultati necessari anche se del tutto inaspettati.

Cambiamenti ineludibili, pena la sopravvivenza stessa della specie umana che di era in era per andare avanti ha fatto ricorso alle più grandi capacità di cui dispone, l’adattamento e l’immaginazione. Adattamento spinto dal motore della necessità e dall’urgenza della situazione, fattori che storicamente hanno da sempre rappresentato un validissimo stimolo al cambiamento e l’immaginazione, la quale di volta in volta ha supportato la necessità di immaginare e poi creare qualcosa di sostanzialmente diverso.

Luca Cellini
da Pressenza