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Lucio Garofalo

Omaggio a Pier Paolo Pasolini

Oggi è il 2 novembre, giorno dedicato ai defunti. Come ogni anno si ripete una circostanza triste, commemorativa e simbolica, solo all’apparenza rituale, per tributare un omaggio ai nostri cari defunti. Il mio ricordo più intimo e personale si rivolge in primo luogo ai miei nonni. Non ho altri parenti scomparsi (per fortuna). Avrei anche gli amici d’infanzia e della prima adolescenza, che rimasero sepolti sotto le macerie del terremoto del 23 novembre 1980. Un’altra triste ricorrenza che s’avvicina. Ma il 2 novembre si celebra pure un altro tragico anniversario, cioè la prematura e violenta scomparsa di Pier Paolo Pasolini, il maggiore intellettuale italiano del Novecento.

Tale occasione si offre agli avvoltoi e sciacalli della disinformazione, per compiere l’ennesima operazione di strumentalizzazione ideologica e di mistificazione del pensiero di Pasolini. Alludo a quanti provano a distorcere in modo indegno e disonesto la posizione assunta da Pasolini il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani” sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella circostanza, Pasolini si “schierò” (?) a fianco dei poliziotti, di estrazione proletaria, accusando apertamente la “massa informe” degli studenti, figli della borghesia che Pasolini detestava in modo viscerale.

Eppure, non tutti sanno che Pasolini non disdegnò mai, né rifiutò la collaborazione con i movimenti di contestazione di quegli anni: ad esempio, Lotta Continua ed altre formazioni extraparlamentari, con cui ha condotto esperienze significative di controinformazione. Penso alla controinchiesta del Collettivo politico di Lotta Continua, che si concretizzò nel film-documento “12 dicembre”, uscito nel 1972, sulla strage di Piazza Fontana. L’impegno coinvolse direttamente Pasolini, che contribuì pure alla sceneggiatura.

La disonestà intellettuale e ideologica di sedicenti operatori dell’informazione dominante, risiede soprattutto in un aspetto: essi espongono solo la versione che fa loro comodo, mentre tacciono o fingono di dimenticare quella porzione di verità che non conviene raccontare. Inoltre, vorrei rammentare il rispetto sacrale di Pasolini verso lo studio e la salvaguardia di qualsiasi identità antropologica e culturale particolaristica (cioè localistica), da intendersi in un’accezione tutt’altro che retriva, nostalgica o reazionaria, connessa ai valori più genuini dell’essere umano. Valori essenziali che sono stati annientati da un processo storico di omologazione imposta dall’ideologia borghese dominante. A tale riguardo mi sovviene un’altra “provocazione corsara” che Pasolini lanciò oltre 40 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica” del suo genio: in una società consumista di massa, che impone “rivoluzioni liberiste” che potremmo definire “di destra”, ovvero antidemocratiche ed antipopolari, i “rivoluzionari” più autentici sono (paradossalmente) i “conservatori”, ossia coloro che si oppongono a simili mutamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica, di chiara matrice liberticida e reazionaria, frutto marcio di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme e irrazionale, di “globalizzazione” a senso unico, a spese dei popoli e dei loro diritti più elementari, come il diritto ad una sanità e ad una istruzione pubblica, garantita a tutti i cittadini, e non solo un privilegio esclusivo concesso alle classi più facoltose.

L’attualità di Pasolini è sconcertante ed il suo pensiero è più “moderno” di qualsiasi “rivoluzione neoliberista” imposta dal Capitale.

Lucio Garofalo

Terremoti e stime di un Paese sgangherato

Ho letto versioni contrastanti circa l’entità della scossa tellurica che ieri sera ha investito l’isola di Ischia, in particolare Casamicciola e dintorni. Di certo, la furia della natura non si è scatenata come in occasione del catastrofico sisma che distrusse Casamicciola nel luglio 1883, quando fu coinvolto anche il celebre filosofo Benedetto Croce, allora diciassettenne, estratto vivo dalle macerie. Quella fu una scossa assai violenta, di tipo sussultorio e ondulatorio, valutabile attorno al 10° grado della scala Mercalli e di magnitudo 5.8. In altri termini si trattò di un terremoto a dir poco devastante, che all’epoca rase totalmente al suolo la località ischitana causando ben oltre duemila vittime, quasi tutte di Casamicciola. E, non a caso, da allora si fa ricorso alla locuzione “qui succede Casamicciola” proprio per indicare una catastrofe, un putiferio. Il terremoto di ieri sera non è assolutamente paragonabile a quello del 1883, ed ancor meno a quello del 1980, che infierì su Irpinia e Lucania. Eppure, ha provocato crolli di edifici e un relativo numero di vittime e feriti. Si è detto che altrove, ad es. in Giappone, non avrebbe sortito alcun effetto. Ma qui siamo in Italia, un paese sgangherato in cui non ci si può fidare manco delle valutazioni statistiche fornite ufficialmente dagli istituti di sismologia. Secondo le prime notizie, la potenza del sisma si attestava intorno a 3.6 di magnitudine. Nelle ore successive e ancora oggi ho letto stime ben diverse, superiori al 4° grado della scala Richter. Inoltre, il livello di profondità in corrispondenza dell’epicentro sismico (un dettaglio per niente trascurabile, anzi) è stato misurato all’incirca ad un chilometro di distanza dalla superficie: non a caso, gli abitanti ed i numerosi turisti che erano ieri sera ad Ischia, hanno testimoniato di aver avvertito un boato spaventoso, simile al fragore di una bomba e taluni hanno raccontato di aver inciampato o essere state scaraventate a terra mentre passeggiavano. Ed è ciò che ricordo del terremoto del 1980 in Irpinia, che ho vissuto in modo diretto in quanto all’epoca abitavo a Lioni, uno dei paesi rasi completamente al suolo. Per cui andrei cauto nel sottostimare la potenza del fenomeno sismico di ieri sera. Fermo restando che il problema principale in tema di terremoti, risiede sempre e comunque, a prescindere cioè dall’entità delle scosse telluriche, nell’opera di prevenzione e di costruzione, o ristrutturazione delle abitazioni secondo criteri rigorosamente antisismici. Dalle mie parti (intendo riferirmi al territorio dell’Alta Irpinia), la difficile opera di ricostruzione postsismica del tessuto abitativo e degli agglomerati urbanistici, ha costituito un processo storico durato circa vent’anni, se non di più, ma credo (e spero) che sia avvenuta nel pieno rispetto delle normative antisismiche. Mi pare che, stando ai tragici fatti di ieri sera, non si possa dire lo stesso a proposito degli edifici di Casamicciola e dintorni. Nel contempo, e mi ripeto, nutro (non a torto) alcuni dubbi circa le informazioni che ci vengono somministrate dai centri di sismologia e vulcanologia sull’effettiva entità dell’evento tellurico di ieri sera. Ciò vale sia per quanto concerne il grado di magnitudo, sia per quanto attiene alla profondità del sisma. E non si tratta di polemiche sterili o faziose.

Lucio Garofalo

Insegnanti, missionari
o nullafacenti?

Ultimamente, è riemersa con slancio alla ribalta giornalistica un’antica diatriba tra chi considera gli insegnanti una sorta di “fannulloni” e chi li ritiene addirittura dei “missionari”. Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia alla categoria docente. Quindi, c’è chi ha l’ardire di ipotizzare incrementi dell’orario obbligatorio di servizio, benché a parità di retribuzione. Ora sorvolo sulla circostanza, di cui chiunque sia intellettualmente onesto oserebbe dubitare, che un notevole carico di lavoro e di studio è svolto ogni giorno nei tempi extrascolastici e in forma gratuita.

Non si tratta di adempimenti volontari, bensì di lavoro extra, che si offre oltre l’orario di lezione, indispensabile o funzionale all’attività didattica. Altrimenti, chi corregge i compiti e chi prepara le lezioni, chi compila i registri ed altri documenti burocratici (cartacei e digitalizzati) e via discorrendo? In ogni caso, mi preme porre in rilievo un aspetto della professione docente, svilita da decenni di campagne ideologiche a dir poco infamanti, condotte da destra a manca.

Stando alla mia memoria e alla mia esperienza, ho avuto modo di notare come nel mondo della scuola italiana prevalga una corrente ideologica clericaleggiante, una visione religiosa che, con una buona dose di ipocrisia, concepisce l’opera pedagogica nei termini di una “missione”, per la quale gli insegnanti dovrebbero lavorare in base ad una “vocazione”, prestando quindi una mole di lavoro a titolo gratuito. Ma per quale strana e bizzarra ragione, per i bidelli non è così? Idem per avvocati, medici ed infermieri? E per gli altri professionisti? Per tutte le categorie di lavoro dipendente, del comparto pubblico e privato, tranne gli insegnanti, le ore lavorative eccedenti sono retribuite in modo decente. In sostanza, gli unici ad essere umiliati e derisi sono proprio i presunti/sedicenti “missionari” della scuola. Nel contempo, c’è chi si ostina ad insinuare che gli insegnanti siano dei “lavativi”.

Ebbene, che si mettano d’accordo tra loro: siamo missionari o nullafacenti? Nulla di tutto ciò. In realtà, molto più laicamente, dovrebbero qualificarci come dei “professionisti”, da rispettare e retribuire in quanto tali, vale a dire in termini più dignitosi.

Lucio Garofalo

Uomini o caporali

Nella mia lunga carriera professionale mi sono imbattuto in prevalenza in due diverse tipologie di dirigenti scolastici. La prima categoria, forse la più diffusa nel mondo della scuola, è quella del preside dispotico, che tratta l’istituzione in un modo autocratico e verticistico, scambiando l’autonomia scolastica per una tirannide di tipo individuale e stimando i rapporti interpersonali in termini di supremazia e di subordinazione. Questa figura non predilige affatto le norme e le procedure di carattere democratico, bensì preferisce scavalcare gli organi collegiali ed assumere ogni decisione in maniera arbitraria e discrezionale senza consultarsi con nessuno. Inoltre, costui si pone sempre in modo protervo ed autoritario, esibisce un cipiglio severo per intimorire e mettere in soggezione gli altri. Ed abusa sovente dei propri poteri, perpetrando facilmente angherie o soprusi nei riguardi dei sottoposti, trattati alla stregua di sudditi privi di ogni diritto e tutela, con i quali si comporta in modo inclemente. La seconda tipologia, che è probabilmente la più pericolosa, è quella del dirigente affarista e demagogo, che potrebbe sovrapporsi o coincidere con il tipo assolutista. Un dirigente siffatto tende a concepire la scuola come una sorta di proprietà privata e la sfrutta per scopi di lucro e prestigio personale, per cui la gestisce in modo tale da trasfigurarla nel più breve tempo possibile in un vero “progettificio scolastico”. In tal senso si adopera per reperire finanziamenti economici aggiuntivi stanziati a disposizione delle scuole, da cui attingere ed elargire i fondi senza criteri equi, applicando logiche di tipo clientelare e paternalistico al fine di premiare una cerchia oligarchica composta dallo “staff dirigenziale”. Da un simile assetto politico-gestionale discende un carrozzone di stampo assistenzialistico carico di una pletora abnorme di iniziative didattiche e progettuali eccedenti, con scarse ricadute ed incidenze positive sulla formazione educativa e culturale degli studenti. Una simile sovrabbondanza di sovvenzioni e contributi finanziari è funzionale in primis a beneficiare un’esigua minoranza di insegnanti che supportano il dirigente. Inoltre, esiste un’altra tipologia, ossia quella del preside umano, con pregi e difetti caratteriali. Si tratta, senza dubbio, di un esemplare assai raro, ma è l’unico che ispiri la mia simpatia, la mia stima e la mia approvazione sincere. Infine, qualcuno mi risponda sul potere di “chiamata diretta” dei docenti in base a criteri discrezionali o arbitrari dei presidi. Temo che non sia il miglior antidoto rispetto alle pratiche clientelari, già diffuse nel mondo della scuola. È ovvio che tali fenomeni rischieranno di acuirsi ed estendersi a macchia d’olio. In buona sostanza, la legge 107/2015 ha sterzato bruscamente in direzione aziendalista e liberista, stravolgendo ulteriormente l’assetto e l’architettura istituzionali della cd. “autonomia scolastica”. Un’infelice, grottesca ed inquietante caricatura di “sceriffo” (ovvero una sottospecie burocratica di “manager privato”) detiene anche il potere discrezionale di assegnare, mediante meccanismi di nomina diretta, sede e cattedra di insegnamento, oltre a determinare addirittura cosa e come insegnare. In altri termini, la tanto vilipesa e bistrattata “libertà didattica” mi pare destinata a farsi benedire in maniera definitiva.

Lucio Garofalo

Scrive Lucio Garofalo:
Cineforum e Formazione

Il 6 e 7 giugno, nell’Auditorium di Torella dei Lombardi si è svolta la prima parte di un modulo formativo riservato ai docenti dell’Istituto Comprensivo “V. Criscuoli” di Sant’Angelo dei Lombardi. Già il titolo del corso, “Cineforum e Formazione”, è molto eloquente: è un percorso di auto-formazione articolato in quattro sedute pomeridiane di tre ore ciascuna. L’idea di fondo si è incentrata sulla formula del cineforum ed è scaturita dall’esigenza di strutturare le esperienze di formazione secondo modalità piacevoli, coinvolgenti ed alternative. Durante i primi 2 incontri sono state proiettate le quattro puntate dello sceneggiato “Diario di un maestro”, prodotto e trasmesso dalla Rai nel 1973, regia di Vittorio De Seta, interpretato dal compianto Bruno Cirino, un validissimo attore napoletano proveniente dal teatro di Eduardo De Filippo, prematuramente scomparso a causa di un incidente automobilistico. Per inciso, era il fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il noto esponente della corrente politica democristiana che faceva capo a Giulio Andreotti. Lo sceneggiato è liberamente ispirato ad un bel reportage narrativo: “Un anno a Pietralata”, scritto da Albino Bernardini. Ho riscontrato, con piacere, che la trama dello sceneggiato è riuscita a catturare l’interesse della folta platea, che in genere si annoia a morte durante i corsi di aggiornamento tenuti a scuola. Dopo la proiezione si è aperto un vivace dibattito sulle tematiche suggerite dal film, aggiornate e trasferite nel contesto della realtà odierna della scuola. Il forum ha fornito quindi l’occasione propizia in cui ci siamo potuti confrontare in modo libero e sereno, raccontando le nostre esperienze ed opinoni personali, nonché i dubbi e le perplessità nutrite in materia di didattica alternativa e di pedagogia attiva, soffermandoci sui problemi più concreti e quotidiani della scuola, sui ragazzi in carne ed ossa, sulla loro sfera emotiva-affettiva-esistenziale, sui loro bisogni formativi ed interessi culturali, che dovrebbero essere posti al centro dell’agenda di chi governa l’istruzione pubblica, in luogo dei progettifici, delle scartoffie e della burocrazia digitale. Le prossime due date, il 12 e 14 giugno, gli insegnanti saranno impegnati in attività laboratoriali di gruppo e parteciperanno ad un seminario sulla dislessia, che farà seguito alla proiezione di un film indiano uscito nel 2007: “Stelle sulla terra”.

Lucio Garofalo

Riflessioni sul Primo Maggio

Gli imprenditori, i banchieri e i padroni di ogni genere, stanno facendo pagare ai proletari i costi della crisi. Adesso dicono che “il peggio è passato”, ma è soltanto l’ennesima menzogna. Intanto, noi continuiamo a pagare. Questa è una crisi strutturale che investe tutto il mondo capitalista e tutti i settori economici. La crisi è generalizzata ed è l’inevitabile approdo di un sistema dominato dalla logica del profitto, governato da leggi contraddittorie quanto barbare. La crisi continuerà a far sentire i propri effetti e i padroni continueranno a farcela pagare. Sono decenni che ci chiedono di fare sacrifici: le ristrutturazioni industriali, i licenziamenti, la precarietà, l’aumento dei ritmi di lavoro, i tagli alle pensioni e allo “stato sociale”, la perdita del potere d’acquisto. Noi, di sacrificio in sacrificio, stiamo diventando tutti poveri, questa è la verità. Sono sempre di più quelli che non riescono a tirare avanti.

Questo sta accadendo non solo in Italia, bensì pure in Francia e in tanti altri paesi europei. La risposta dei lavoratori e delle masse popolari in crisi, è una rabbia cieca che si rivolge contro il cosiddetto “establishment” tramite l’espressione di un voto per la “destra populista”, che sa cavalcare tale onda emotiva: in Italia è la Lega di Salvini (ma pure i 5 Stelle), in Francia è il partito di Le Pen, negli USA quel coglione di Trump. In Italia, le elezioni degli ultimi anni hanno segnato una pesante sconfitta e un arretramento per quei partiti istituzionali che si collocano a sinistra del PD. Questi partiti sono concretamente inutili, inutili per il proletariato e le classi lavoratrici, inutili per il programma e la causa del comunismo rivoluzionario e lo sono non solo e non tanto per l’incapacità di questo o quel gruppo dirigente, ma per la propria natura politica. Sono dei partiti borghesi, borghesi per la loro provenienza e soprattutto per quanto propongono. Questi partiti non sono mai stati portatori di una reale alternativa al sistema capitalista, ma – nel migliore dei casi – sono stati portatori solo di una “cura riformista”. Perciò dobbiamo aprire gli occhi ed impegnare le nostre energie per un’autentica attività rivoluzionaria.

Lucio Garofalo

Scrive Lucio Garofalo:
Riflessioni ‘violente’

Mi permetto di esprimere qualche riflessione (mi auguro non banale, schematica o riduttiva) rispetto ad un tema sempre molto attuale ed impellente, che rischia di scadere in una semplificazione sommaria, data la necessità di una sintesi: la violenza nel mondo, umano e naturale. In linea generale, occorre operare una distinzione sostanziale tra la violenza nel mondo primitivo e la violenza nelle società moderne. Dal punto di vista politico in primis. Il monopolio della violenza, nelle società moderne è appannaggio esclusivo dell’autorità statale. Invece, nelle società primitive, comprese alcune società pre-capitalistiche, domina ancora lo stato di natura in cui l’esercizio della violenza non è monopolizzato da un “Leviatano” inteso come forza superiore, mostruosa e spaventosa, che esercita un’azione coercitiva e frenante nei confronti degli istinti individuali. È lo stato moderno che si arroga il diritto di reprimere la violenza e il delitto commessi dall’individuo in nome di una legalità o autorità superiore (non più sacra o religiosa, derivante da dio, ma laica e civile, scaturita cioè da un principio terreno) al fine di imporre e stabilire, tramite la forza, l’ordine sociale. Altrimenti il caos regna sovrano, questa è almeno la giustificazione più banale e comune: “Homo homini lupus”. Ma questo sistema sociale e politico presenta i suoi “effetti collaterali”, che in realtà non costituiscono semplicemente il risultato di un processo di degenerazione e corruzione, bensì formano l’essenza stessa dello stato moderno. Mi riferisco all’origine ed alla natura classista, ingiusta e violenta, dello stato. Il quale esercita arbitrariamente la propria forza repressiva con il pretesto di ridurre e contenere la delinquenza ed il crimine, ma in realtà perseguita e punisce solamente le violenze commesse dagli oppressi e dagli sfruttati, mentre non impedisce, anzi tutela e sancisce i delitti perpetrati dagli sfruttatori. Dunque, non c’è dubbio che il problema della violenza sia sempre esistito in tutte le civiltà storiche ad ogni latitudine, nonché nella vita delle specie animali e naturali. Tuttavia, occorre discernere il tema della violenza nel mondo preistorico dai fenomeni della violenza e dello sfruttamento (dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo) insiti nelle società classiste, a maggior ragione il distinguo vale rispetto a realtà capitalistiche contemporanee. Infatti, mentre nei lunghi millenni della preistoria non erano centrali i rapporti di violenza, sfruttamento e sopraffazione tra l’uomo e il suo ambiente, in quanto prevaleva un modo di vivere tutto sommato in armonia con il mondo circostante e gli altri esseri viventi, compresi i membri della comunità tribale del villaggio primitivo, invece nelle società classiste, soprattutto nei sistemi capitalistici, i rapporti giuridici ed economici di sfruttamento ed oppressione sono addirittura ingigantiti, nella misura in cui intervengono processi storici di alienazione, fi repressione ed omologazione di massa. Inoltre, faccio presente che non ho mai pensato di azzerare tutti i secoli di storia (antica e medievale) che intercorrono tra l’età preistorica e l’avvento del capitalismo moderno. La sintesi, che necessariamente ho dovuto compiere in questo mio ragionamento, potrebbe risultare una semplificazione eccessiva e riduttiva, ma non lo è. Almeno, lo spero. Infine, è evidente che la storia umana (intesa in un senso universale) non coincide e non si esaurisce assolutamente nella storia dell’Occidente, per cui occorre tener presenti una vastità ed eterogeneità, una molteplicità e complessità di aspetti e di elementi (economici, politici, giuridici, etico-spirituali e via discorrendo) che operano nella dialettica della storia, ma nemmeno si può negare o dimenticare che il modello di sviluppo dell’Occidente sia stato imposto su scala globale, portando all’estinzione cruenta di molte altre culture umane e di moltissime altre specie viventi sul nostro caro pianeta.

Lucio Garofalo

SturmTrump ringrazia Obama

Provo a mettere un po’ d’ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media “mainstream”) alle elezioni presidenziali USA. A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall’establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall’amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell’amministrazione Obama. A “decidere” le sorti degli USA e del mondo, “optando” per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant’altro Trump incarna agli occhi dei “radical-chic” scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all’indomani della sua elezione nel 2008. Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di “Trump non è il mio presidente”, dov’erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall’amministrazione Obama? È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un’opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è “consolato” con l’appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l’esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.

Lucio Garofalo

Scrive Lucio Garofalo:
Un approccio serio sul
‘caso di Tiziana’

Finora non ho avuto il tempo a disposizione per riflettere sul caso di Tiziana, la ragazza suicida per la vergogna. Ma non credete che si debba tentare un approccio più serio, intelligente ed approfondito rispetto ai vari post e ai commenti letti a riguardo? La tragica vicenda della donna che si è tolta la vita, amareggiata e depressa da una sorta di “gogna virtuale” a cui l’hanno quasi costretta in forza di alcuni filmati hard divenuti virali e divulgati su Internet dai suoi aguzzini, è stata una notizia agghiacciante ed inaudita, che ci ha angosciato in un modo atroce e doloroso. Non penso neanche che si possa demonizzare il Web nella misura in cui, al pari di qualsiasi medium o strumento tecnologico, è anch’esso neutrale in sé, per cui il suo valore (negativo o positivo) dipende esclusivamente dall’utilizzo che se ne fa. Direi, piuttosto, che si dovrebbero incoraggiare ed incentivare sapienti interventi formativi rivolti all’educazione digitale dei nostri giovani nelle scuole. Si sprecano tanti soldi per finanziare iniziative assolutamente sterili, vuote e fumose, attività improduttive ed inconsistenti, progetti fantasma e via discorrendo.

Eppure, si dovrebbe istituire una valida ed efficace opera in senso preventivo ed educativo dei cosiddetti “nativi digitali”, che abitui ad un uso più saggio e razionale delle tecnologie informatiche e multimediali, in particolare dei social-network.

Ritengo che sarebbe un’esperienza lodevole ed auspicale, da promuovere e privilegiare in modo prioritario nelle scuole. Una seria progettualità di educazione digitale, concepita non come un arido e banale insegnamento di ordine tecnico, da “manualetto di istruzioni”, bensì in termini di formazione globale ed integrale della persona sul terreno etico e civico, in stretta correlazione con le altre educazioni che rientrino nella sfera più vasta dell’educazione all’affettività, ad una socialità sana e corretta, alla cittadinanza attiva e cosciente, al pieno rispetto del prossimo. Non sarebbe affatto un’ipotesi da scongiurare, anzi.

Lucio Garofalo

Scrive Lucio Garofalo:
Se il buongiorno si vede
dal mattino

Ieri mattina, durante il primo Collegio dei docenti del nuovo anno scolastico, tra i numerosi punti all’Ordine del Giorno si è discusso delle sedicenti “buone pratiche” (adotto il lessico abitualmente adoperato dal dirigente per indicare una serie di abitudini e di esperienze “virtuose” poste in essere in una scuola), degli adempimenti e delle più urgenti deliberazioni concernenti aspetti burocratico-organizzativi: la nomina dei membri di una serie di commissioni tecniche, gli incarichi incentivabili con il Fondo di Istituto, corrispondenti anche a voci sottoposte ai meccanismi per l’assegnazione del bonus finale, ossia alla valutazione premiale del DS, la definizione dei criteri utili per la designazione delle Funzioni Strumentali e delle loro aree di competenza: insomma, una sequenza di argomenti noiosi sollevati ad ogni inizio d’anno scolastico. Trattandosi di punti che “seducono” più che altro i soggetti venali e mercenari (o gli elementi più “collaborativi”, dal loro punto di vista), oltretutto per quattro spiccioli, il sottoscritto non si lascia entusiasmare da siffatte dispute bizantine e tediose. Quando la seduta stava per volgere al termine, si è presentato un tema assai serio e concreto, che ha destato il mio interesse: è stata delineata una proposta relativa ad un progetto di formazione/prevenzione rispetto alle più comuni e diffuse dipendenze giovanili: il tabagismo, l’alcolismo e le tossicodipendenze. Come si può facilmente intuire, trattasi di una problematica di enorme rilievo socio-educativo.
Sulla quale è intervenuta una collega, che ha ventilato l’ipotesi di una cooperazione addirittura con (udite udite!) la comunità di San Patrignano, i cui sistemi sono a dir poco discutibili, in quanto hanno poco a che fare con la prevenzione, bensì con esperienze coercitive e repressive. Ho alzato la mano per ottenere la parola e far presente alla platea il rischio di una simile ipotesi e spiegare che la questione è estremamente delicata, che occorre procedere con cautela e competenza, che un’attività di prevenzione socio-educativa in materia di dipendenze esige e presuppone un determinato livello di abilità, esperienze e conoscenze, ed infine che interventi inidonei o maldestri potrebbero rivelarsi finanche nocivi e controproducenti. Ma il preside non mi ha concesso il modo ed il tempo per esplicitare, in una forma chiara ed esaustiva, il mio ragionamento. Non è la prima volta che accade. Già lo scorso anno, alcuni miei interventi venivano puntualmente e bruscamente interrotti.
È fin troppo palese (mi pare) il timore per qualsiasi tipo di critica o “pensiero divergente”, una sorta di insofferenza o allergia verso il contraddittorio dialettico e il pluralismo democratico delle opinioni. Per cui l’incipit del nuovo anno scolastico lascia prefigurare che avrò molto da combattere, da rivendicare e conquistare. Ora, a proposito di “buone pratiche” nella scuola, credo che sarebbe una “buona pratica” far parlare chiunque, senza opporre interruzioni, né manifestare fastidio. Sarebbe una “buona pratica” ascoltare e tollerare, se non finanche valorizzare i punti di vista critici e divergenti. Sarebbe un’altra “buona pratica” coinvolgere la platea in modo democratico ed effettivamente collegiale, senza privilegiare soltanto chi si dimostri “collaborativo”. Sarebbe una “buona pratica” non recepire passivamente ed acriticamente qualsiasi proposta calata dall’alto. Sarebbe, infine, una “buona pratica” abbandonare tutte quelle “buone pratiche” che non hanno alcun interesse, né ricadute, e non servono assolutamente a nulla nell’insegnamento in classe: non hanno alcun “valore”, tranne per un’esigua minoranza.

Lucio Garofalo