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Luigi Covatta

Governare il cambiamento

Luigi Covatta

Il cambiamento che ora dobbiamo tentare di governare è molto più rapido di quello che potevamo percepire trentacinque anni fa: si può addirittura dire che talvolta non coincide neanche con lo spazio di una generazione. Ma già allora ci si poteva rendere conto dell’obsolescenza dei modelli politici che si erano affermati dopo la guerra. Peter Glotz ci metteva in guardia contro i pericoli della “società dei due terzi”. Paolo Sylos Labini ci aveva già dimostrato che la “pietrificata sociologia marxista delle classi” (per usare i termini usati allora da Martelli) non aveva più riscontro nella realtà. Claus Offe vedeva avvicinarsi la crisi fiscale dello Stato. John Rawls preferiva il concetto di equità a quello di eguaglianza che fino ad allora era stato l’insegna della sinistra. E Norberto Bobbio ci avvertiva che ormai l’innovazione ed il progresso tecnico procedevano da destra, per cui la sinistra non era più il “partito del cambiamento”, e che “dove tutti sono riformisti nessuno è riformista”.

In Europa non mancarono, negli anni successivi, le iniziative tese a contenere le conseguenze del tramonto del “secolo socialdemocratico” segnalato da Dahrendorf. Innanzitutto quella di Jacques Delors, che mirava a dare ragioni proprie ad un’Unione europea che fino ad allora aveva vissuto anche “al riparo” del Muro di Berlino, come ha ricordato di recente Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona. E poi quelle di Blair e di Schroeder, tese a trasformare il Welfare State in Welfare Society, mettendo al centro le persone piuttosto che le classi.

Ora possiamo verificare che i risultati di quelle iniziative sono stati modesti, e che in tutt’Europa il consenso ai partiti socialisti è sceso al minimo storico. Ma sarebbe un errore imputare ad esse questa situazione, come invece si tende a fare da qualche parte, riscoprendo ricette anacronistiche che perciò stesso sono regressive e praticabili solo in un contesto di decrescita non si sa quanto felice. Si deve invece osservare che le iniziative di Delors, di Blair e di Schroeder non hanno avuto un seguito coerente, specialmente per quanto riguarda il governo della finanza internazionale. E che comunque in questi anni si è continuato a pretendere di tenere l’Unione europea anche “al riparo” dai popoli, sempre per citare il Macron della Sorbona.

Non possiamo tuttavia consolarci considerando che i mali del nostro sistema politico coincidono con quelli del resto d’Europa. Da noi persiste purtroppo anche quella che negli anni ’80 qualcuno definiva “la felice peculiarità italiana”, e che noi individuavamo invece come elemento di debolezza. Semmai quei mali si sono aggravati per il venir meno degli equilibri, pur imperfetti, che bene o male avevano governato i primi quarant’anni della nostra vita repubblicana, e che da almeno un ventennio sono stati sostituiti dal nulla.

Non è questa la sede per approfondire il tema. In attesa che qualcuno vada in Africa e qualcun altro si dedichi a tempo pieno all’enologia, basti accennare al naufragio di gruppi dirigenti che hanno pensato di poter aggiornare la propria cultura politica cambiando nome ogni cinque anni, ma tenendosi anch’essi rigorosamente “al riparo” dal popolo: fino a vedere porzioni consistenti di quello stesso popolo cercare rifugio sotto un cielo trapunto da ben cinque stelle, dopo avere invano atteso che sorgesse il sol dell’avvenire.

Anche nel caso del movimento di Grillo, infatti, non è inutile sfogliare l’album di famiglia. Magari per ricordare che la constituency elettorale del Pci era formata anche da componenti poco politicizzate, benchè tenute a freno da un gruppo dirigente che praticava il centralismo democratico: aree tradizionalmente protestatarie, alle quali si aggiunsero poi aree puramente e semplicemente moralistiche. Senza dire che l’album di famiglia potrebbero utilmente sfogliarlo anche molti reverendi padri che fino a trent’anni fa si compiacevano di avere tenuto insieme un elettorato d’ordine sostanzialmente agnostico rispetto all’asse destra/sinistra, e semmai sensibile solo ai più immediati richiami corporativi. “L’identità della Dc erano i suoi voti”, scrisse nel ’94 Gianni Baget Bozzo: e – con tutte le ovvie cautele – si può dire altrettanto dell’identità del M5s.

Perciò ci permettiamo di scendere di nuovo in campo, senza ridicole nostalgie revansciste e senza improbabili ambizioni: se non quella di offrire materiale di riflessione ad un centrosinistra che in Italia non diventerà più o meno “largo” a seconda delle alleanze, ma solo se smetterà di essere quella “sinistra senza popolo” di cui parlava Biagio de Giovanni già una decina di anni fa.

Il mese scorso, con l’aiuto di Sebastiano Maffettone, Mauro Calise, Massimo Lo Cicero, Francesco Nicodemo, Claudia Mancina e Luciano Pellicani (oltre che dei qui presenti Capogrossi, Pinelli, Mattina e Intini) abbiamo tentato di mappare le nuove faglie della politica: quelle che si aprono in relazione alla sovranità, alla democrazia, alla burocrazia, alla finanza, al lavoro, all’informazione, al rapporto fra le generazioni e fra le culture. Ora vorremmo fare un passo avanti, affrontando nella loro concretezza i problemi che queste nuove faglie ci propongono, e che ci obbligano a fondare la nostra identità su un terreno più accidentato di quello che un secolo e mezzo fa era attraversato soltanto dal conflitto fra capitale e lavoro.

Che il terreno sia molto accidentato, del resto, lo dimostra innanzitutto la necessità di rivedere radicalmente la struttura e la stessa filosofia di quel Welfare State che nella seconda metà del secolo scorso ha rappresentato la più significativa conquista delle socialdemocrazie: una conquista che nei trent’anni gloriosi del dopoguerra ha costituito il fondamento materiale della stessa rinascita democratica dei principali paesi europei, ma che ora mostra la corda non solo per ragioni di sostenibilità, bensì soprattutto per ragioni di equità.

Se ne parlerà nella tavola rotonda di questo pomeriggio. Ma fin d’ora si può affermare che la pretesa di perpetuare un sistema di protezione sociale concepito nell’epoca del taylorismo e dell’operaio-massa non è immaginabile nell’epoca dell’industria digitale e della centralità della persona: e non c’è bisogno di scomodare Mounier per ricordare che la persona non è una monade e che il personalismo non coincide con l’individualismo.

Purtroppo però di questo cambiamento i nostri sindacati non hanno ancora preso atto: ed ora – invece di mobilitarsi per i ritardi nella realizzazione delle politiche attive previste nel Jobs Act, essenziali per l’accesso dei giovani al mercato del lavoro – si mobilitano contro lo slittamento di cinque mesi dell’età pensionabile con la stessa enfasi con cui a suo tempo I soli comunisti della Cgil difesero la scala mobile.

Non c’è neanche bisogno di scomodare Bobbio per ricordare che l’uniformità è la caricatura dell’eguaglianza, e che il nuovo Welfare deve essere in grado di offrire prestazioni articolate che incentivino le opportunità e valorizzino la responsabilità delle persone. Vasto programma, si dirà. Ma programma ineludibile se non ci si vuole rifugiare nella retorica dei diritti o cullarsi nel sogno del reddito di cittadinanza: e neanche in questo caso c’è bisogno di scomodare Marx ricordando che per lui il “regno della libertà” non era un dono delle stelle (cinque o più che fossero), ma si collocava al termine di un lungo percorso.

In questo contesto diventa centrale la formazione e la valorizzazione del capitale umano. L’anno scorso Cominelli, nel seminario che tenemmo alla Fondazione Kuliscioff, già ci spiegò come il taylorismo, non più presente nei processi produttivi, domina ancora i processi educativi; e Pero ci fece presente quanto siano ormai labili i confini fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Immagino che ora faranno un bilancio della misera fine che sta facendo l’intuizione della Buona scuola, e magari di come il contratto dei metalmeccanici, il primo che prendeva atto delle novità intervenute nell’organizzazione del lavoro, abbia avuto seguito presso altre categorie. Senza dimenticare che le imprese innovative lamentano la carenza di competenze nel mercato del lavoro, e che le prestazioni di lavoro intellettuale vanno adeguatamente contrattualizzate anche nei call center ed in quelle altre decine di luoghi nodali senza i quali l’industria digitale non potrebbe fuzionare.

Quello che è certo, comunque, è che l’occupazione, specialmente nel Mezzogiorno, non si difende coi piagnistei o con la distribuzione di incentivi a pioggia. Ce lo ha ricordato Mattina nell’ultimo numero di Mondoperaio, e domani avremo l’opportunità di fare un’esercitazione sul campo, con i protagonisti di storie di successo che smentiscono molti luoghi comuni. Così come domani potremo misurarci coi temi che ci vengono proposti da quell’abisso di bisogno e di dolore rappresentato dai flussi migratori: temi sui quali sarebbe urgente e doverosa un’alleanza fra i meriti di chi è impegnato sul fronte dell’integrazione culturale e i bisogni di milioni di diseredati, e che invece troppo a lungo sono stati occasione di speculazione da parte di organizzazioni non governative e di esibizione di ottusità da parte di burocrazie governative.

Vorrei invece concludere sottolineando l’importanza dell’ultima tavola rotonda, quella sulle istituzioni, che sono uno dei principali strumenti del riformismo, mentre oggi invece ne sembrano piuttosto gli ostacoli. Forse anche perché nel grande falò degli anni ’90, oltre a qualche inutile carrozzone abbiamo bruciato qualche cassetta degli attrezzi di troppo. E sicuramente perché allora si è preteso di rinnovare lo Stato con la manipolazione delle leggi elettorali invece che con una grande riforma costituzionale.

Sta di fatto che in un’epoca in cui ci sarebbe bisogno di concepire progetti di lunga lena, ed in una fase in cui gli investimenti pubblici dovrebbero comunque aiutarci ad uscire definitivamente dalla crisi economica, l’edificio istituzionale non sembra in grado di reggere lo sforzo. Un esempio per tutti lo possiamo individuare nella gestione del post terremoto dell’Italia centrale. Vanno a rilento le attività legate all’emergenza. Ma va a rilento anche il progetto giustamente concepito dal governo per rimettere complessivamente in sesto il tessuto idrogeologico del paese. Fra conflitti di competenza, desuetudine di strutture dedicate alla programmazione e complessità delle procedure, insomma, mancano strumenti sia per il breve che per il lungo periodo.

Occorre quindi innanzitutto intervenire sui “rami bassi” delle istituzioni. Quanto ai “rami alti”, si ha l’impressione che si sia in preda ad un riflesso plavoviano: per cui chi si è scottato con l’acqua bollente del referendum costituzionale ora teme anche l’acqua fredda. Tanto che, come ha fatto il Pd in occasione dei due referendum del Veneto e della Lombardia, si preferisce tacere piuttosto che rischiare un’altra sconfitta.

Eppure il centrosinistra avrebbe tutto lo spazio che vuole per riprendere palla in materia di riforme istituzionali, dopo il calcio di rigore subito il 4 dicembre. A quanto pare, infatti, col voto sulla riforma Boschi il popolo sovrano non ha perso la voglia di riforme istituzionali. E questa volta ci sarebbe l’opportunità di farle nascere “dal basso”, cioè dal voto di due importanti regioni che implica comunque (lo sappiano o no Zaia e Maroni) un riassetto istituzionale anche per quanto riguarda lo Stato centrale: forma di governo compresa, visto che non è immaginabile nessun autentico federalismo senza che a Roma ci sia il contrappeso di un governo stabile ed autorevole.

Altro che compiacersi, quindi, perché Maroni all’appuntamento con Gentiloni si presenterà accompagnato da Bonaccini. Ed altro che limitarsi alle grasse risate quando Zaia abbaia alla luna dello statuto speciale, mentre Berlusconi vuole todos caballeros estendendo lo statuto speciale a tutte le regioni. Meglio prendere sul serio quello che è avvenuto tre settimane fa, che – magari preterintenzionalmente – segnala che com’è adesso il rapporto fra centro e periferia non funziona, e che la maldestra riforma del Titolo V non ha risolto i problemi ma forse li ha aggravati.

Del resto le reazioni delle regioni meridionali non sono mancate. A parte Emiliano, la cui fantasia non va oltre l’imitazione, Enzo De Luca ha messo subito i piedi nel piatto rivendicando una più equa ripartizione del Fondo sanitario: mentre il suo predecessore, Stefano Caldoro, ha riportato all’onor del mondo un’ipotesi – quella delle macroregioni – che un tempo era stata un cavallo di battaglia della Lega, ma che più di recente aveva riscosso attenzione da tutt’altre parti: per esempio dalle parti di Giorgio Ruffolo, che qualche anno fa (Un paese troppo lungo) ne fece il perno di una nuova strategia meridionalista; ed anche dalle parti della Società geografica italiana, che nel 2015 – nel contesto di una approfondita ricerca sulla governance locale – le prevedeva, insieme con la sostituzione delle province con una trentina di dipartimenti.

Anche il recente voto siciliano, del resto, offrirebbe abbondante materia di riflessione sulle autonomie “speciali” e sul federalismo all’italiana: quello per cui Calderoli, quand’era ministro, interpretando a suo modo il principio di sussidiarietà decentrava gli uffici delle Amministrazioni centrali a Monza invece di smantellarli a Roma. L’autonomia siciliana è infatti lo specchio di questo “federalismo”, inteso piuttosto a rivendicare risorse dallo Stato che ad esercitare responsabilmente l’autonomia impositiva: fino ad indurre perfino il sindaco di Milano, due giorni dopo il referendum, a chiedere l’intervento del governo centrale per rinnovare niente di meno che le caldaie condominiali.

Sarebbe quindi matura una nuova offensiva riformista, magari più completa e meno complessa di quella votata in questa legislatura: perché collegherebbe con un filo logico la modifica della forma di Stato in senso federale con la modifica della forma di governo in senso presidenziale. Senza dimenticare che il ruolo di supplenza svolto di fatto dal presidente della Repubblica negli ultimi anni postula sempre più una diversa legittimazione del capo dello Stato.

Anche nel terzo millennio, tuttavia, lo strumento fondamentale del riformismo resta il partito. Sappiamo tutto sulla crisi del partito d’integrazione sociale, sulla disintermediazione, sulla fine delle ideologie, sulla leadership carismatica, sulla democrazia del pubblico e su tutti gli altri luoghi comuni che hanno riempito gli scaffali dei politologi a cavallo dei due secoli. Ma abbiamo finora riflettuto troppo poco su un vero e proprio miracolo italiano: quello che in un quarto di secolo ha visto formarsi e svilupparsi un sistema politico fondato soltanto sulla manipolazione delle leggi elettorali.

Anche ora, per effetto della nuova legge elettorale, vediamo risorgere un centrodestra fino a ieri dilaniato da tutte le divergenze possibili e immaginabili sotto la guida di un personaggio fino a ieri dato per spacciato a ragione di tutte le nequizie possibili e immaginabili. Ma è innegabile che lo stesso centrosinistra ha preso forma anche in relazione alle convenienze elettorali, che presumevano l’esistenza di un “dirimpettaio” di Berlusconi, come disse Michele Salvati quando avviò la lunga gestazione del Pd.

Ora però quello scenario politico non esiste più: e non solo perché è arrivato Grillo “di cielo in terra a miracol mostrare”. Forse perché la temporanea eclisse del berlusconismo ha messo fuori corso quell’antiberlusconismo che era parte consistente della constituency del centrosinistra. Forse anche per i difetti di cultura politica ai quali accennavo all’inizio. O forse infine perché gli italiani sono ancora quelli che vent’anni fa pensarono “di liberarsi del proprio passato depositando nell’urna una scheda sacrificale a costo zero”, come scrisse Mauro Calise nel 1994.

In questo nuovo scenario “simme tutte purtualle”, come si dice a Napoli per constatare l’omologazione dei rifiuti organici che galleggiano nelle acque limacciose del porto con le profumate arance cadute da una nave. Specialmente ora che non ci sono più premi di maggioranza da lucrare e collegi da elargire, infatti, siamo chiamati tutti, nell’ambito del centrosinistra, a ricostruire il partito dei riformisti: sia chi ha appena compiuto dieci anni, sia chi ne ha già compiuti 125, sia quanti, nella società civile e nei corpi intermedi, esprimono il bisogno degli ultimi ed il merito delle competenze.

Del resto, come ricordò Martelli a Rimini, “il Psi nacque come partito di popolo e come partito colto”, federando “uomini e donne, singoli e gruppi, non intorno a rigidi dogmi né a rigide organizzazioni, ma intorno alla povera gente, a ideali e programmi illuminati dalla ragione critica”.

Aggiunse allora Martelli: “Se avessero atteso il filosofo Labriola non sarebbe nato mai”. Ed anche ora non nascerà nulla se continueremo ad attendere politologi, editorialisti, sondaggisti ed altri cacadubbi di ogni genere e specie.

Craxiani postumi

Nell’intervista concessa ad Aldo Cazzullo (Corriere della Sera del 27 settembre) D’Alema, fra l’altro, si vanta di essere stato “ferocemente anticraxiano” con Berlinguer, ma di essere stato poi “generoso” quando Craxi è caduto in disgrazia. Se ne potrebbe discutere a lungo. Craxi cadde in disgrazia ben prima del 2000, ma non risultano atti di generosità negli otto anni che precedettero la sua morte. Quanto a Berlinguer, morì nel 1984, e quindi non è responsabile della linea seguita da D’Alema nel decennio successivo.

Ma il punto non è questo. Il punto, come ci ha insegnato Max Weber, è che per il politico vale l’etica della responsabilità, non quella dell’intenzione. Nel caso di D’Alema, vale quello che ha fatto quando Craxi era potente, non quello che lo ha emozionato mentre stava morendo. Quindi vale quello che ha fatto (con Veltroni) dopo “l’incontro del camper” al congresso dell’Ansaldo: ed anche quello che ha fatto quando ha ridotto all’ennesimo episodio di annessione di “compagni di strada il progetto della “Cosa 2″ (che poteva rappresentare un pur tardivo e parziale riconoscimento delle ragioni del craxismo)”.

D’Alema riconosce comunque che Craxi era uomo di sinistra, e ricorda la sua attenzione ai diritti dei palestinesi ed alla pace in Medio Oriente. Giusto: tant’è vero che salvò Gheddafi dai bombardamenti americani. E non so come si sarebbe comportato con Milosevic.

Luigi Covatta

Il Passato e il futuro
di una Repubblica

8 giugnoMondoperaio ha dedicato al 70° anniversario della fondazione della Repubblica un numero monografico, con i contributi di G. Amato, E. Galli della Loggia, S. Cassese, P. Pombeni, G. Sabbatucci, G. Mammarella, Z. Ciuffoletti, D. Cofrancesco, A. Benzoni, G. Cazzola, M. Gervasoni, L. Scoppola Iacopini, A. Marino, L. Karrer, A. Spiri, L. Capogrossi, G. Pasquino, S. Ceccanti, G. Rebuffa, U. Intini, P. Becchi, G. Parodi, C. Pinelli, M. Plutino, F. Gallo, V. Gamberale, R. Angelini e F. Costantino.
Il direttore di Mondoperaio, Luigi Covatta, insieme a Piero Craveri, Marcello Sorgi e Sergio Zavoli ne ha discusso con gli autori, martedì 28 giugno, presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”.


La scelta attuale e storica di una Repubblica

di Luigi Covatta

In fondo oggi celebriamo innanzitutto un referendum, che di questi tempi è un istituto piuttosto controverso. Non perché, come ha scritto Ricolfi domenica sul Sole, le elites lo apprezzano solo quando dà loro ragione. Perché oggi le èlites lo usano per scaricarsi dalle responsabilità della leadership. Tutto il contrario del senso di responsabilità con cui settant’anni fa lo scelsero e lo usarono Nenni, De Gasperi e Togliatti, e della fermezza con cui ne difesero il risultato: una fermezza tale che negli anni successivi ci si scontrò su tutto, ma non su quel dato.
Perciò il numero monografico che oggi presentiamo non ha carattere celebrativo, ma interviene nel dibattito pubblico sul presente e sul futuro del nostro paese. E la speranza (forse spes contra spem, visto l’operoso silenzio con cui è stato celebrato il due giugno) è che questo dibattito si sviluppi nei prossimi mesi: altrimenti vorrà dire che nel nostro piccolo anche noi abbiamo fatto uno scoop, informando che la Repubblica non è caduta dal cielo e non è vissuta nei corridoi dei palazzi romani.
Invece, come dice Giuliano Amato nel suo editoriale, “il settantesimo anniversario della Repubblica è un’ottima occasione per liberarsi delle letture manichee del passato, alimentate in questi anni dalle polemiche sul presente”. Infatti “gli anni della Repubblica sono letti come quelli che hanno consentito il consolidamento di una democrazia inizialmente fragile e incerta ed hanno portato un’Italia inizialmente arretrata fra i grandi del G7. Ma sono letti ancora di più come quelli che hanno consentito ai partiti di spadroneggiare sulla società, hanno fatto crescere la corruzione dei corrotti e quella – più sottile e rispettabile – della casta, e hanno lasciato al futuro soltanto privilegi da cancellare e debiti, pubblici e privati, sempre più pesanti da sopportare: per cui il futuro lo si può costruire soltanto cancellando il passato e liberandosi dei suoi errori”.
Per noi, invece, la Repubblica è una e indivisibile non solo dal punto di vista geografico, ma anche dal punto di vista storico. Il che ci induce a diffidare del valore salvifico di svolte vere o presunte e delle relative periodizzazioni.
Non ci induce, però, ad ignorare o a sottovalutare le tare genetiche della nostra Repubblica, e le loro ricadute sul suo stato di salute lungo settant’anni di vita. Non a caso, del resto, abbiamo dedicato all’autocritica della Repubblica il primo dei nostri dossier, al quale hanno collaborato, con Ernesto Galli della Loggia, Sabino Cassese, Paolo Pombeni, Giovanni Sabbatucci, Giuseppe Mammarella, Zeffiro Ciuffoletti, Albero Benzoni e Giuliano Cazzola.
La difesa della Repubblica la abbiamo invece affidata a Marco Gervasoni e ad altri storici di una nuova generazione come Luigi Scoppola Iacopini, Andrea Marino, Livio Karrer ed Andrea Spiri.
Non potevamo ovviamente ignorare le macerie da cui la Repubblica rischia oggi di essere seppellita: ma ci siamo ben guardati dal fissare ad un’ora x l’inizio della frana. Anzi, Luigi Capogrossi è andato molto oltre la vulgata (ed oltre l’eventuale nostalgia) nell’individuare le novità oggettive che hanno messo in crisi il vecchio sistema politico senza peraltro realizzarne uno nuovo, offrendo spunti per gli interventi di Gianfranco Pasquino, Stefano Ceccanti, Giorgio Rebuffa, Ugo Intini, Paolo Becchi e Giuliano Parodi.
Così come Cesare Pinelli si è ben guardato dal proporre ricette per le osterie dell’avvenire nel prospettare problematicamente il possibile futuro della nostra Repubblica, introducendo gli interventi di Marco Plutino, Franco Gallo, Vito Gamberale e di due giovani studiosi di valore come Roberto Angelini e Fulvio Costantino.
Ripeto: l’augurio è che l’incontro di oggi apra una riflessione più ampia ed ancora più partecipata: senza nulla da recriminare per quanto è stato rottamato del passato, ma con molto da suggerire sulla rimozione delle macerie del presente.

Qualche ragione per votare Sì

Lasciamo volentieri alle (poche) anime belle ed ai (molti) saltimbanchi l’ipocrisia secondo la quale non si dovrebbe “politicizzare” il prossimo referendum sulla riforma costituzionale: se quella di cambiare la Costituzione non è una scelta eminentemente politica, non si sa più dove la politica stia di casa.

Anche per questo, del resto, la riforma della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai costituzionalisti. Il che non toglie che ci si debba confrontare anche con le obiezioni di alcuni di loro (non di tutti), che fondamentalmente riguardano tre questioni: la funzionalità del bicameralismo paritario; il rapporto governo-Parlamento; Il rapporto Stato-Regioni.

Sulla prima questione è facile replicare che il bicameralismo paritario non c’è da nessuna parte al mondo, e non c’era del tutto neanche nella Costituzione del ’48: che prevedeva se non altro una diversa durata delle legislature delle due Camere. Solo nel 1963 vennero parificate, e prima (nel 1953 e nel 1958) si provvide sciogliendo il Senato alla fine della legislatura della Camera.

Quanto all’alterazione del rapporto fra governo e Parlamento che la riforma determinerebbe a favore del primo, è paradossale che a paventarlo siano gli stessi che da tempo denunciano l’oggettivo indebolimento del nostro Parlamento (benché bicamerale) rispetto all’esecutivo: senza considerare, fra l’altro, che il potere fiduciario è un’arma a doppio taglio, e che da molto tempo è il governo ad impugnarla dal verso giusto per tagliare le prerogative del potere legislativo. Mentre, paradossalmente, il Senato senza potere fiduciario non potrà essere ricattato dal governo quando interverrà sulle materie di sua competenza.

Infine le correzioni al Titolo V. E’ interessante osservare, innanzitutto, che esse riprendono pari pari il testo di numerose sentenze della Corte costituzionale, spesso redatte dagli odierni oppositori della riforma. Inoltre il nuovo Senato porta alla luce del sole quello che finora è stato negoziato nelle segrete stanze della Conferenza Stato-Regioni, e responsabilizza amministratori regionali non sempre esemplari nell’uso delle risorse pubbliche. Infine offre l’occasione per dare ai legislatori regionali l’opportunità di intervenire nel procedimento legislativo nazionale senza bisogno di ricorrere a referendum velleitari (come da ultimo quello sulle trivelle).

Resta l’abolizione del Cnel, della quale ad onor del vero nessuno si lamenta, e che interrompe l’operoso silenzio con cui questo organismo ha accompagnato la programmazione economica negli anni ’60, lo Statuto dei lavoratori negli anni ’70, lo scontro sulla scala mobile negli anni ’80, la concertazione negli anni ’90, e via via fino al Jobs Act dell’anno scorso.

Ma i sostenitori del No si aggrappano soprattutto al “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale. Personalmente non sono entusiasta dell’Italicum, e ne ho chiesto più volte la correzione. Mi chiedo però dov’erano trent’anni fa quelli che oggi lamentano lo squilibrio fra l’esigenza rappresentatività e quella di governabilità.

Con la sola eccezione di Stefano Rodotà (che è sempre stato proporzionalista), erano tutti inginocchiati davanti all’altare del maggioritario: e fu così che ottennero la rottura di un sistema politico, instaurandone un altro fondato solo sui rapporti di forza, e non sulle regole che in democrazia governano i rapporti fra le forze.

E’ il maggioritario, bellezza”, si potrebbe dire. E si potrebbe anche osservare che in più di vent’anni non si è provveduto neanche alla semplice correzione dei quorum per l’elezione del Capo dello Stato e della Corte costituzionale (che non sono squilibrati solo ora, ma lo sono da quando, appunto, è stato introdotto il maggioritario).

Poi c’è un’altra categoria di oppositori, quella dei “benaltristi”. Sono il primo a sapere che ci vuole ben altro che la legge Boschi per completare la necessaria revisione della Costituzione. La legge Boschi è solo un primo passo. Ma è un passo. Ed è il primo passo da quasi quarant’anni a questa parte, come sappiamo specialmente noi, che nel lontano 1977 aprimmo la discussione su questi temi dalle colonne di Mondoperaio.

Ora è auspicabile che i molti passi che ci sono ancora da fare non siano condizionati da interessi di corto respiro come quelli che hanno caratterizzato l’iter di questa legge: e da questo punto di vista per me resta valida l’idea di eleggere un’Assemblea costituente. Ma se vince il No, la Costituente ce la sogniamo, e ci sogniamo anche interventi meno radicali.

Un’ultima considerazione: i sostenitori del No paventano pericoli per la democrazia. E questi pericoli ci sono. Ma non perché si abolisce il Cnel. Ci sono perché la catena di comando dell’Unione europea non coincide con quella degli Stati nazionali; perché la tradizionale forma partito è in crisi, ma per sostituirla finora non si è trovato di meglio che il partito/azienda (e non importa se l’azienda è quella di Berlusconi o quella di Casaleggio); perché la crisi finanziaria sta distruggendo il ceto medio; perché il popolo non trova più canali di partecipazione.

Su questo mi auguro che ci illuminino i tanti cervelli rubati all’accademia, lasciando a Brunetta e a Di Maio, a Salvini e alla De Petris, a La Russa e a Fassina il loro triste mestiere.

Luigi Covatta

Mondoperaio. Nenni, la Repubblica e le riforme

Convegno Mondop Nenni apreLa scelta del referendum sulla Repubblica e il ruolo di Pietro Nenni, sono al centro di un convegno organizzato dalla rivista Mondoperaio, in corso a Roma, presso la biblioteca del Senato. Nel febbraio di settant’anni fa, fu la scelta di Pietro Nenni ad essere decisiva perché il governo convocasse, contestualmente alla già prevista elezione dell’Assemblea costituente, il referendum popolare sulla forma istituzionale dello Stato. Fino ad allora l’opzione delle sinistre era favorevole ad attribuire la scelta fra Monarchia e Repubblica alla stessa Assemblea costituente, mentre gli Alleati preferivano che a pronunciarsi fosse il popolo. Nenni accettò la sfida, e con la sua scelta pose fine a una querelle che rischiava di turbare anche l’ordine pubblico.Convegno Mondop Nenni pubblico Fabio fabbri, Pier Paolo Nenni
Al convegno – O la Repubblica o il caos. Pietro Nenni e la fondazione della Repubblica italiana – sono intervenuti Riccardo Nencini, Luigi Covatta, Piero Craveri, Ugo Intini, Cesare Pinelli. Presenti Pia Locatelli, capogruppo dei Psi alla Camera e il deputato socialista Oreste Pastorelli. Convegno nenni Mondoperaio Nencini


O la Repubblica o il caos
di Luigi Covatta

La sera del 2 giugno 1946 Nenni la passò da solo, a casa sua, leggendo un libro di Arthur Koestler. Lo colpirono le battute di due detenuti politici che confrontavano le rispettive concezioni del senso dell’onore. Per il primo l’onore era “vivere e morire per le proprie convinzioni”. Per l’altro “rendersi utile senza vanità”. Nenni annota: “Sento alla maniera del primo, penso come il secondo”: e chissà se la nostra Repubblica sarebbe mai nata senza il suo sentimento e senza il suo pensiero.

Ugo Intini, Piero Craveri, Luigi Covatta, Cesare Pinelli

Ugo Intini, Piero Craveri, Luigi Covatta, Cesare Pinelli

Senza il suo sentimento, certo: perché la fede repubblicana, come sappiamo, era per Nenni una specie di a priori. Ma soprattutto senza il suo pensiero. “O la Repubblica o il caos”, per esempio, non era una minaccia insurrezionalista, come dicevano i monarchici più settari. Al contrario, era la sintesi del lucido ragionamento di uno statista al quale, fortunatamente, non mancava neanche una marcata dimensione tribunizia.

È il ragionamento che Nenni fece proprio settant’anni fa, alla vigilia di quel 25 febbraio in cui il governo, innanzitutto per merito suo, decise di convocare, contestualmente alle elezioni per l’Assemblea costituente, un referendum popolare per scegliere la forma istituzionale dello Stato.

La decisione, come sappiamo, non era scontata. Le sinistre, in particolare, preferivano lasciare la scelta all’Assemblea, nel timore di una deriva plebiscitaria a favore della monarchia. Ma Nenni, pur sapendo che per i monarchici il referendum era “un sostituto del plebiscito”, osservò che poteva “anche divenire un’altra cosa, se contestuale alle elezioni per la Costituente”. E soprattutto ammonì che il prolungarsi delle polemiche in seno al governo avrebbe potuto determinare “un sussulto della piazza contro le nostre lentezze e diatribe”: senza escludere “l’intervento degli Alleati, e forse un intervento non soltanto politico”.

Questo significava, in quel mese di febbraio di settant’anni fa, “O la Repubblica o il caos”. E significava anche che ad evitare il caos non avrebbe comunque potuto provvedere una dinastia che aveva tradito la fiducia del popolo per quasi vent’anni, dal 10 giugno del 1924 all’8 settembre del 1943. E pazienza se ora Umberto gli mandava a dire che la monarchia britannica poteva sopportare un governo socialista, mentre nella Repubblica italiana l’egemonia sarebbe inevitabilmente toccata alla Dc. E pazienza anche se Maria Josè faceva sapere che il 2 giugno avrebbe votato per Saragat.

Fin d’allora il giudizio politico di Nenni trascendeva le ragioni partigiane per privilegiare la stabilità del sistema politico. E perciò, quando nacque la Repubblica e l’Avanti! titolò giustamente “Grazie Nenni”, Ignazio Silone non volle celebrare una gloria di partito, ma la salvezza e la rinascita della nazione..

Non è quindi un caso che una delle prime iniziative per celebrare il 70° anniversario della Repubblica sia stata presa dalla rivista fondata da Pietro Nenni: una rivista che anche ora, nel suo piccolo e dopo tanti disastri, cerca di tenersi lontana dal parocchialism e si sforza di contribuire al rinnovamento ed al consolidamento della nostra democrazia.

Ovviamente questa iniziativa non sarà l’unica che prenderemo. Per il 2 giugno usciremo con un numero speciale in cui cercheremo anche di capire per quali motivi e attraverso quali percorsi una Repubblica che era nata come alternativa al caos ora rischia di precipitare a sua volta nel caos. E per tutto questo settantesimo anno dell’Italia repubblicana scandiremo le tappe del percorso che abbiamo alle spalle: senza cedere a nostalgie o a recriminazioni: ma senza cedere nemmeno ad un “presentismo” senza memoria che giorno dopo giorno sta erodendo le fondamenta della nostra stessa identità nazionale.

Luigi Covatta
direttore di Mondoperaio

Tangenti e magistrati,
schiaffi e carezze

Premesso che Ercole Incalza è innocente fino a prova contraria (e che le sue millanterie sulla nomina di un viceministro lasciano il tempo che trovano), e premesso anche che certe fluviali ordinanze dei Gip servono solo a trasferire i processi dalle aule dei tribunali agli studi televisivi, tira comunque una brutta aria.

La aveva annusata il preveggente Gianantonio Stella, che proprio ieri sul Corriere, nel sollecitare la discussione di un ddl Grasso, faceva sua la diagnosi dell’ambasciatore americano a Roma, secondo il quale la corruzione allontana talmente gli investimenti esteri dall’Italia che, a causa del nostro “deficit di reputazione”, ne riceviamo molti meno che Francia, Germania, Belgio, Spagna, Svezia e Norvegia.

Seguendo il ragionamento di Stella, quindi, in questi Paesi il contrasto alla corruzione sarebbe molto più efficace che in Italia. Eppure a suo tempo la nostra magistratura associata andava fiera dei risultati ottenuti, tanto da esibirli per esorcizzare il rischio di modifiche all’ordinamento giudiziario (quello, per intenderci, risalente al 1942, e salvato per saecula saeculorum dalla VII disposizione transitoria della Costituzione). Elena Paciotti, per esempio, che allora era presidente dell’Anm, così dichiarava: “L’esperienza di altri Paesi ci induce la convinzione che la separazione delle carriere ha un solo scopo: sottoporre il pubblico ministero a un controllo diverso da quello dei giudici, come accade altrove. Dove infatti non si riescono a fare indagini sulla corruzione politica come da noi” (Corriere della Sera del 5 maggio 1994). Le carriere non sono state separate, ma “altrove” evidentemente si è indagato meglio che da noi.

Stia quindi sereno Rodolfo Sabelli, presidente attuale dell’Anm, il quale coglie l’occasione dell’inchiesta di Firenze per denunciare che “i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati”: non sarà il buffetto della legge sulla responsabilità civile ad impedire ai suoi colleghi di indagare, così come non è stata l’indipendenza dei pubblici ministeri ad impedire ai corrotti di rubare. Semmai, si potrebbe provare con la riduzione delle ferie.

Luigi Covatta

Analizzare la fine di questa campagna elettorale

Monti-Bersani-Grillo-BerlusconiFinisce una delle peggiori campagne elettorali della storia repubblicana. Innanzitutto per la fuga dalla responsabilità delle forze politiche maggiori: col leader del partito di maggioranza relativa che si impegna a rimborsare cash l’importo di una tassa che senza il suo voto determinante non sarebbe mai stata imposta; con il leader dello schieramento alternativo che si candida soltanto a dirigere il traffico delle future (e inevitabili) alleanze; col premier “tecnico” che diventa goffamente “politico”, birrette e cagnolini inclusi; perfino col candidato della scuola di Chicago che si fa beccare senza laurea da un professore di Chicago, e con la punta di lancia del partito dei giudici che non è capace neanche di sfruttare gli assist che gli vengono generosamente offerti dai suoi colleghi ancora in servizio.

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L’obiettivo di Marco Biagi era adeguare il mercato del lavoro agli standard europei

In Italia c’è stata una generazione di cattolici che non volevano “morire democristiani” e che comunque non temevano di poter “morire socialisti”. Purtroppo ad alcuni di loro, anzi, toccò in sorte di morire prematuramente proprio in quanto socialisti. Fu il caso di Walter Tobagi, massacrato per aver detto che non erano samurai né i brigatisti che colpivano le loro vittime alle spalle, né i tipografi che pretendevano di censurare il Corriere della Sera. Ed è stato, dieci anni fa, il caso di Marco Biagi. Marco si era affacciato alla politica giovanissimo attraverso il movimento di Labor, e quando questo confluì nel partito socialista aveva trovato nel magistero di Federico Mancini la conferma di quella scelta: era uno dei viandanti che si erano incontrati in quel “grande crocevia culturale” che secondo Gino Giugni era diventata la socialdemocrazia europea, e che nei suoi anni migliori fu anche il partito socialista italiano.
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L’Italia è tornata un paese normale

Il no della Consulta al referendum, il no della Camera all’arresto di Cosentino: in un paio d’ore l’Italia è tornata un paese normale, in cui le leggi elettorali non resuscitano per opera e virtù di 111 costituzionalisti che tirano per la giacca la Corte, e i parlamentari non vanno in galera per un mediocre calcolo politico. Nel caso, per la verità, anche Cosentino si è salvato per calcolo di quanti nella Lega non sopportano Maroni. Continua a leggere