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Luigi Covatta

Il Passato e il futuro
di una Repubblica

8 giugnoMondoperaio ha dedicato al 70° anniversario della fondazione della Repubblica un numero monografico, con i contributi di G. Amato, E. Galli della Loggia, S. Cassese, P. Pombeni, G. Sabbatucci, G. Mammarella, Z. Ciuffoletti, D. Cofrancesco, A. Benzoni, G. Cazzola, M. Gervasoni, L. Scoppola Iacopini, A. Marino, L. Karrer, A. Spiri, L. Capogrossi, G. Pasquino, S. Ceccanti, G. Rebuffa, U. Intini, P. Becchi, G. Parodi, C. Pinelli, M. Plutino, F. Gallo, V. Gamberale, R. Angelini e F. Costantino.
Il direttore di Mondoperaio, Luigi Covatta, insieme a Piero Craveri, Marcello Sorgi e Sergio Zavoli ne ha discusso con gli autori, martedì 28 giugno, presso la Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”.


La scelta attuale e storica di una Repubblica

di Luigi Covatta

In fondo oggi celebriamo innanzitutto un referendum, che di questi tempi è un istituto piuttosto controverso. Non perché, come ha scritto Ricolfi domenica sul Sole, le elites lo apprezzano solo quando dà loro ragione. Perché oggi le èlites lo usano per scaricarsi dalle responsabilità della leadership. Tutto il contrario del senso di responsabilità con cui settant’anni fa lo scelsero e lo usarono Nenni, De Gasperi e Togliatti, e della fermezza con cui ne difesero il risultato: una fermezza tale che negli anni successivi ci si scontrò su tutto, ma non su quel dato.
Perciò il numero monografico che oggi presentiamo non ha carattere celebrativo, ma interviene nel dibattito pubblico sul presente e sul futuro del nostro paese. E la speranza (forse spes contra spem, visto l’operoso silenzio con cui è stato celebrato il due giugno) è che questo dibattito si sviluppi nei prossimi mesi: altrimenti vorrà dire che nel nostro piccolo anche noi abbiamo fatto uno scoop, informando che la Repubblica non è caduta dal cielo e non è vissuta nei corridoi dei palazzi romani.
Invece, come dice Giuliano Amato nel suo editoriale, “il settantesimo anniversario della Repubblica è un’ottima occasione per liberarsi delle letture manichee del passato, alimentate in questi anni dalle polemiche sul presente”. Infatti “gli anni della Repubblica sono letti come quelli che hanno consentito il consolidamento di una democrazia inizialmente fragile e incerta ed hanno portato un’Italia inizialmente arretrata fra i grandi del G7. Ma sono letti ancora di più come quelli che hanno consentito ai partiti di spadroneggiare sulla società, hanno fatto crescere la corruzione dei corrotti e quella – più sottile e rispettabile – della casta, e hanno lasciato al futuro soltanto privilegi da cancellare e debiti, pubblici e privati, sempre più pesanti da sopportare: per cui il futuro lo si può costruire soltanto cancellando il passato e liberandosi dei suoi errori”.
Per noi, invece, la Repubblica è una e indivisibile non solo dal punto di vista geografico, ma anche dal punto di vista storico. Il che ci induce a diffidare del valore salvifico di svolte vere o presunte e delle relative periodizzazioni.
Non ci induce, però, ad ignorare o a sottovalutare le tare genetiche della nostra Repubblica, e le loro ricadute sul suo stato di salute lungo settant’anni di vita. Non a caso, del resto, abbiamo dedicato all’autocritica della Repubblica il primo dei nostri dossier, al quale hanno collaborato, con Ernesto Galli della Loggia, Sabino Cassese, Paolo Pombeni, Giovanni Sabbatucci, Giuseppe Mammarella, Zeffiro Ciuffoletti, Albero Benzoni e Giuliano Cazzola.
La difesa della Repubblica la abbiamo invece affidata a Marco Gervasoni e ad altri storici di una nuova generazione come Luigi Scoppola Iacopini, Andrea Marino, Livio Karrer ed Andrea Spiri.
Non potevamo ovviamente ignorare le macerie da cui la Repubblica rischia oggi di essere seppellita: ma ci siamo ben guardati dal fissare ad un’ora x l’inizio della frana. Anzi, Luigi Capogrossi è andato molto oltre la vulgata (ed oltre l’eventuale nostalgia) nell’individuare le novità oggettive che hanno messo in crisi il vecchio sistema politico senza peraltro realizzarne uno nuovo, offrendo spunti per gli interventi di Gianfranco Pasquino, Stefano Ceccanti, Giorgio Rebuffa, Ugo Intini, Paolo Becchi e Giuliano Parodi.
Così come Cesare Pinelli si è ben guardato dal proporre ricette per le osterie dell’avvenire nel prospettare problematicamente il possibile futuro della nostra Repubblica, introducendo gli interventi di Marco Plutino, Franco Gallo, Vito Gamberale e di due giovani studiosi di valore come Roberto Angelini e Fulvio Costantino.
Ripeto: l’augurio è che l’incontro di oggi apra una riflessione più ampia ed ancora più partecipata: senza nulla da recriminare per quanto è stato rottamato del passato, ma con molto da suggerire sulla rimozione delle macerie del presente.

Qualche ragione per votare Sì

Lasciamo volentieri alle (poche) anime belle ed ai (molti) saltimbanchi l’ipocrisia secondo la quale non si dovrebbe “politicizzare” il prossimo referendum sulla riforma costituzionale: se quella di cambiare la Costituzione non è una scelta eminentemente politica, non si sa più dove la politica stia di casa.

Anche per questo, del resto, la riforma della Costituzione è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai costituzionalisti. Il che non toglie che ci si debba confrontare anche con le obiezioni di alcuni di loro (non di tutti), che fondamentalmente riguardano tre questioni: la funzionalità del bicameralismo paritario; il rapporto governo-Parlamento; Il rapporto Stato-Regioni.

Sulla prima questione è facile replicare che il bicameralismo paritario non c’è da nessuna parte al mondo, e non c’era del tutto neanche nella Costituzione del ’48: che prevedeva se non altro una diversa durata delle legislature delle due Camere. Solo nel 1963 vennero parificate, e prima (nel 1953 e nel 1958) si provvide sciogliendo il Senato alla fine della legislatura della Camera.

Quanto all’alterazione del rapporto fra governo e Parlamento che la riforma determinerebbe a favore del primo, è paradossale che a paventarlo siano gli stessi che da tempo denunciano l’oggettivo indebolimento del nostro Parlamento (benché bicamerale) rispetto all’esecutivo: senza considerare, fra l’altro, che il potere fiduciario è un’arma a doppio taglio, e che da molto tempo è il governo ad impugnarla dal verso giusto per tagliare le prerogative del potere legislativo. Mentre, paradossalmente, il Senato senza potere fiduciario non potrà essere ricattato dal governo quando interverrà sulle materie di sua competenza.

Infine le correzioni al Titolo V. E’ interessante osservare, innanzitutto, che esse riprendono pari pari il testo di numerose sentenze della Corte costituzionale, spesso redatte dagli odierni oppositori della riforma. Inoltre il nuovo Senato porta alla luce del sole quello che finora è stato negoziato nelle segrete stanze della Conferenza Stato-Regioni, e responsabilizza amministratori regionali non sempre esemplari nell’uso delle risorse pubbliche. Infine offre l’occasione per dare ai legislatori regionali l’opportunità di intervenire nel procedimento legislativo nazionale senza bisogno di ricorrere a referendum velleitari (come da ultimo quello sulle trivelle).

Resta l’abolizione del Cnel, della quale ad onor del vero nessuno si lamenta, e che interrompe l’operoso silenzio con cui questo organismo ha accompagnato la programmazione economica negli anni ’60, lo Statuto dei lavoratori negli anni ’70, lo scontro sulla scala mobile negli anni ’80, la concertazione negli anni ’90, e via via fino al Jobs Act dell’anno scorso.

Ma i sostenitori del No si aggrappano soprattutto al “combinato disposto” di riforma costituzionale e legge elettorale. Personalmente non sono entusiasta dell’Italicum, e ne ho chiesto più volte la correzione. Mi chiedo però dov’erano trent’anni fa quelli che oggi lamentano lo squilibrio fra l’esigenza rappresentatività e quella di governabilità.

Con la sola eccezione di Stefano Rodotà (che è sempre stato proporzionalista), erano tutti inginocchiati davanti all’altare del maggioritario: e fu così che ottennero la rottura di un sistema politico, instaurandone un altro fondato solo sui rapporti di forza, e non sulle regole che in democrazia governano i rapporti fra le forze.

E’ il maggioritario, bellezza”, si potrebbe dire. E si potrebbe anche osservare che in più di vent’anni non si è provveduto neanche alla semplice correzione dei quorum per l’elezione del Capo dello Stato e della Corte costituzionale (che non sono squilibrati solo ora, ma lo sono da quando, appunto, è stato introdotto il maggioritario).

Poi c’è un’altra categoria di oppositori, quella dei “benaltristi”. Sono il primo a sapere che ci vuole ben altro che la legge Boschi per completare la necessaria revisione della Costituzione. La legge Boschi è solo un primo passo. Ma è un passo. Ed è il primo passo da quasi quarant’anni a questa parte, come sappiamo specialmente noi, che nel lontano 1977 aprimmo la discussione su questi temi dalle colonne di Mondoperaio.

Ora è auspicabile che i molti passi che ci sono ancora da fare non siano condizionati da interessi di corto respiro come quelli che hanno caratterizzato l’iter di questa legge: e da questo punto di vista per me resta valida l’idea di eleggere un’Assemblea costituente. Ma se vince il No, la Costituente ce la sogniamo, e ci sogniamo anche interventi meno radicali.

Un’ultima considerazione: i sostenitori del No paventano pericoli per la democrazia. E questi pericoli ci sono. Ma non perché si abolisce il Cnel. Ci sono perché la catena di comando dell’Unione europea non coincide con quella degli Stati nazionali; perché la tradizionale forma partito è in crisi, ma per sostituirla finora non si è trovato di meglio che il partito/azienda (e non importa se l’azienda è quella di Berlusconi o quella di Casaleggio); perché la crisi finanziaria sta distruggendo il ceto medio; perché il popolo non trova più canali di partecipazione.

Su questo mi auguro che ci illuminino i tanti cervelli rubati all’accademia, lasciando a Brunetta e a Di Maio, a Salvini e alla De Petris, a La Russa e a Fassina il loro triste mestiere.

Luigi Covatta

Mondoperaio. Nenni, la Repubblica e le riforme

Convegno Mondop Nenni apreLa scelta del referendum sulla Repubblica e il ruolo di Pietro Nenni, sono al centro di un convegno organizzato dalla rivista Mondoperaio, in corso a Roma, presso la biblioteca del Senato. Nel febbraio di settant’anni fa, fu la scelta di Pietro Nenni ad essere decisiva perché il governo convocasse, contestualmente alla già prevista elezione dell’Assemblea costituente, il referendum popolare sulla forma istituzionale dello Stato. Fino ad allora l’opzione delle sinistre era favorevole ad attribuire la scelta fra Monarchia e Repubblica alla stessa Assemblea costituente, mentre gli Alleati preferivano che a pronunciarsi fosse il popolo. Nenni accettò la sfida, e con la sua scelta pose fine a una querelle che rischiava di turbare anche l’ordine pubblico.Convegno Mondop Nenni pubblico Fabio fabbri, Pier Paolo Nenni
Al convegno – O la Repubblica o il caos. Pietro Nenni e la fondazione della Repubblica italiana – sono intervenuti Riccardo Nencini, Luigi Covatta, Piero Craveri, Ugo Intini, Cesare Pinelli. Presenti Pia Locatelli, capogruppo dei Psi alla Camera e il deputato socialista Oreste Pastorelli. Convegno nenni Mondoperaio Nencini


O la Repubblica o il caos
di Luigi Covatta

La sera del 2 giugno 1946 Nenni la passò da solo, a casa sua, leggendo un libro di Arthur Koestler. Lo colpirono le battute di due detenuti politici che confrontavano le rispettive concezioni del senso dell’onore. Per il primo l’onore era “vivere e morire per le proprie convinzioni”. Per l’altro “rendersi utile senza vanità”. Nenni annota: “Sento alla maniera del primo, penso come il secondo”: e chissà se la nostra Repubblica sarebbe mai nata senza il suo sentimento e senza il suo pensiero.

Ugo Intini, Piero Craveri, Luigi Covatta, Cesare Pinelli

Ugo Intini, Piero Craveri, Luigi Covatta, Cesare Pinelli

Senza il suo sentimento, certo: perché la fede repubblicana, come sappiamo, era per Nenni una specie di a priori. Ma soprattutto senza il suo pensiero. “O la Repubblica o il caos”, per esempio, non era una minaccia insurrezionalista, come dicevano i monarchici più settari. Al contrario, era la sintesi del lucido ragionamento di uno statista al quale, fortunatamente, non mancava neanche una marcata dimensione tribunizia.

È il ragionamento che Nenni fece proprio settant’anni fa, alla vigilia di quel 25 febbraio in cui il governo, innanzitutto per merito suo, decise di convocare, contestualmente alle elezioni per l’Assemblea costituente, un referendum popolare per scegliere la forma istituzionale dello Stato.

La decisione, come sappiamo, non era scontata. Le sinistre, in particolare, preferivano lasciare la scelta all’Assemblea, nel timore di una deriva plebiscitaria a favore della monarchia. Ma Nenni, pur sapendo che per i monarchici il referendum era “un sostituto del plebiscito”, osservò che poteva “anche divenire un’altra cosa, se contestuale alle elezioni per la Costituente”. E soprattutto ammonì che il prolungarsi delle polemiche in seno al governo avrebbe potuto determinare “un sussulto della piazza contro le nostre lentezze e diatribe”: senza escludere “l’intervento degli Alleati, e forse un intervento non soltanto politico”.

Questo significava, in quel mese di febbraio di settant’anni fa, “O la Repubblica o il caos”. E significava anche che ad evitare il caos non avrebbe comunque potuto provvedere una dinastia che aveva tradito la fiducia del popolo per quasi vent’anni, dal 10 giugno del 1924 all’8 settembre del 1943. E pazienza se ora Umberto gli mandava a dire che la monarchia britannica poteva sopportare un governo socialista, mentre nella Repubblica italiana l’egemonia sarebbe inevitabilmente toccata alla Dc. E pazienza anche se Maria Josè faceva sapere che il 2 giugno avrebbe votato per Saragat.

Fin d’allora il giudizio politico di Nenni trascendeva le ragioni partigiane per privilegiare la stabilità del sistema politico. E perciò, quando nacque la Repubblica e l’Avanti! titolò giustamente “Grazie Nenni”, Ignazio Silone non volle celebrare una gloria di partito, ma la salvezza e la rinascita della nazione..

Non è quindi un caso che una delle prime iniziative per celebrare il 70° anniversario della Repubblica sia stata presa dalla rivista fondata da Pietro Nenni: una rivista che anche ora, nel suo piccolo e dopo tanti disastri, cerca di tenersi lontana dal parocchialism e si sforza di contribuire al rinnovamento ed al consolidamento della nostra democrazia.

Ovviamente questa iniziativa non sarà l’unica che prenderemo. Per il 2 giugno usciremo con un numero speciale in cui cercheremo anche di capire per quali motivi e attraverso quali percorsi una Repubblica che era nata come alternativa al caos ora rischia di precipitare a sua volta nel caos. E per tutto questo settantesimo anno dell’Italia repubblicana scandiremo le tappe del percorso che abbiamo alle spalle: senza cedere a nostalgie o a recriminazioni: ma senza cedere nemmeno ad un “presentismo” senza memoria che giorno dopo giorno sta erodendo le fondamenta della nostra stessa identità nazionale.

Luigi Covatta
direttore di Mondoperaio

Tangenti e magistrati,
schiaffi e carezze

Premesso che Ercole Incalza è innocente fino a prova contraria (e che le sue millanterie sulla nomina di un viceministro lasciano il tempo che trovano), e premesso anche che certe fluviali ordinanze dei Gip servono solo a trasferire i processi dalle aule dei tribunali agli studi televisivi, tira comunque una brutta aria.

La aveva annusata il preveggente Gianantonio Stella, che proprio ieri sul Corriere, nel sollecitare la discussione di un ddl Grasso, faceva sua la diagnosi dell’ambasciatore americano a Roma, secondo il quale la corruzione allontana talmente gli investimenti esteri dall’Italia che, a causa del nostro “deficit di reputazione”, ne riceviamo molti meno che Francia, Germania, Belgio, Spagna, Svezia e Norvegia.

Seguendo il ragionamento di Stella, quindi, in questi Paesi il contrasto alla corruzione sarebbe molto più efficace che in Italia. Eppure a suo tempo la nostra magistratura associata andava fiera dei risultati ottenuti, tanto da esibirli per esorcizzare il rischio di modifiche all’ordinamento giudiziario (quello, per intenderci, risalente al 1942, e salvato per saecula saeculorum dalla VII disposizione transitoria della Costituzione). Elena Paciotti, per esempio, che allora era presidente dell’Anm, così dichiarava: “L’esperienza di altri Paesi ci induce la convinzione che la separazione delle carriere ha un solo scopo: sottoporre il pubblico ministero a un controllo diverso da quello dei giudici, come accade altrove. Dove infatti non si riescono a fare indagini sulla corruzione politica come da noi” (Corriere della Sera del 5 maggio 1994). Le carriere non sono state separate, ma “altrove” evidentemente si è indagato meglio che da noi.

Stia quindi sereno Rodolfo Sabelli, presidente attuale dell’Anm, il quale coglie l’occasione dell’inchiesta di Firenze per denunciare che “i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati”: non sarà il buffetto della legge sulla responsabilità civile ad impedire ai suoi colleghi di indagare, così come non è stata l’indipendenza dei pubblici ministeri ad impedire ai corrotti di rubare. Semmai, si potrebbe provare con la riduzione delle ferie.

Luigi Covatta

Analizzare la fine di questa campagna elettorale

Monti-Bersani-Grillo-BerlusconiFinisce una delle peggiori campagne elettorali della storia repubblicana. Innanzitutto per la fuga dalla responsabilità delle forze politiche maggiori: col leader del partito di maggioranza relativa che si impegna a rimborsare cash l’importo di una tassa che senza il suo voto determinante non sarebbe mai stata imposta; con il leader dello schieramento alternativo che si candida soltanto a dirigere il traffico delle future (e inevitabili) alleanze; col premier “tecnico” che diventa goffamente “politico”, birrette e cagnolini inclusi; perfino col candidato della scuola di Chicago che si fa beccare senza laurea da un professore di Chicago, e con la punta di lancia del partito dei giudici che non è capace neanche di sfruttare gli assist che gli vengono generosamente offerti dai suoi colleghi ancora in servizio.

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L’obiettivo di Marco Biagi era adeguare il mercato del lavoro agli standard europei

In Italia c’è stata una generazione di cattolici che non volevano “morire democristiani” e che comunque non temevano di poter “morire socialisti”. Purtroppo ad alcuni di loro, anzi, toccò in sorte di morire prematuramente proprio in quanto socialisti. Fu il caso di Walter Tobagi, massacrato per aver detto che non erano samurai né i brigatisti che colpivano le loro vittime alle spalle, né i tipografi che pretendevano di censurare il Corriere della Sera. Ed è stato, dieci anni fa, il caso di Marco Biagi. Marco si era affacciato alla politica giovanissimo attraverso il movimento di Labor, e quando questo confluì nel partito socialista aveva trovato nel magistero di Federico Mancini la conferma di quella scelta: era uno dei viandanti che si erano incontrati in quel “grande crocevia culturale” che secondo Gino Giugni era diventata la socialdemocrazia europea, e che nei suoi anni migliori fu anche il partito socialista italiano.
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L’Italia è tornata un paese normale

Il no della Consulta al referendum, il no della Camera all’arresto di Cosentino: in un paio d’ore l’Italia è tornata un paese normale, in cui le leggi elettorali non resuscitano per opera e virtù di 111 costituzionalisti che tirano per la giacca la Corte, e i parlamentari non vanno in galera per un mediocre calcolo politico. Nel caso, per la verità, anche Cosentino si è salvato per calcolo di quanti nella Lega non sopportano Maroni. Continua a leggere