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Luigi Grassi

Manovra, il governo diviso sulla risposta alla Ue

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Il termine per la risposta del governo italiano alla Commissione Ue è in scadenza. Bruxelles vuole spiegazioni sulle deviazioni previste dalla Manovra finanziaria e sugli obiettivi di deficit/Pil e riduzione del debito che porterebbero Roma fuori dai parametri previsti dai trattati comunitari e che hanno portato Bruxelles preventivamente a bocciare il testo. Un Consiglio dei Ministri è previsto alle otto di sera, preceduto da vertici a livello politico. Le audizioni degli organismi tecnici di questi giorni hanno puntato in maniera unanime il dito contro le stime sulla crescita (+1,5% per il governo nel 2019), anche alla luce dei numeri ben diversi prospettati dall’Unione, e non solo da essa, che prevedono una crescita del pil ben più bassa. “Il tasso di crescita non si negozia” ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentendo voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. “Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”. Però allo stesso tempo gioca d’anticipo e proponendo la carta della limatura delle stime del Pil 2019, riducendole fino all’1,2% dall’1,5% previsto nella Nota di aggiornamento al Def. Uno 0,3% in meno che renderebbe più credibile la previone dell’esecutivo. Una proposta di se da una parte sembra ricevere una prima apertura dal parte della Lega, dall’altra vede il netto rifiuto del M5S con Luigi Di Maio che non ci pensa proprio a rivedere parametri, misure e percentuali della manovra.

Per il Movimento il testo e il quadro macroeconomico non si cambiano anche a costo di andare allo scontro con la Ue. Da qui si spiegherebbe anche il ‘giallo’ sul vertice non vertice della mattinata a palazzo Chigi. Anche se fonti di entrambi i partiti negano divergenze, ancora una volta si sarebbe consumato un braccio di ferro fra il Movimento e il ministro Tria. I 5 Stelle vogliono lasciare il quadro esattamente com’è, mentre Tria punta a dare un segnale di buona volontà alla Commissione europea soprattutto dopo le ultime previsioni d’autunno della Ue.

Il Pil, ragionano a via Venti Settembre, deve scendere necessariamente, tanto più che questo non comporterebbe nessuna modifica sul fronte deficit in quanto la base di partenza sarebbe il Pil tendenziale previsto allo 0,9 per cento. Tra le altre ipotesi sui cui si ragiona in vista dalla risposta ai rilievi europei sarebbe anche quella di inserire una clausola sulla spesa che garantirebbe la tenuta del rapporto deficit-Pil al 2,4% (intoccabile per Di Maio e i suoi). Soluzione che comunque non basterebbe a soddisfare la Ue che vuole una vera e propria correzione della manovra soprattutto sul fronte delle misure più costose (reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni). Nel menù delle possibilità, ovviamente non contemplate dai due azionisti di maggioranza dell’esecutivo, ci potrebbe essere lo slittamento a fine 2019 di reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ per indirizzare i risparmi alla riduzione del disavanzo. Ma la partita è ancora decisamente aperta, tanto che è in programma un vertice per cercare di trovare un accordo e inviare finalmente una risposta all’Europa.

Imu, tasi e bollo auto. Cresce la voglia di condono

Camera Deputati

Servono soldi. Lo spread sale e i numeri che si prospettano con la manovra in lavorazione appaiono sempre più traballanti. Il governo non ne vuol saperne di cambiare la manovra. Neanche una virgola, ha detto più volte il ministro degli interno Salvini. La faccia non la vogliono perdere, allora servono altri modi per scovare qualche quattrino in più. Ed ecco che cresce la tentazione del condono. Non uno. Tanti. Sono 578 gli emendamenti al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato. L’esame delle proposte di modifica inizierà la prossima settimana. Molto attiva si è dimostrata la Lega di Matteo Salvini. Estendere il condono fiscale anche alle imposte patrimoniali degli enti territoriali, come Ici, Imu e Tasi, e il bollo auto. La proposta è contenuta in uno degli emendamenti della Lega al decreto legge fiscale collegato alla manovra, presentati in commissione Finanze al Senato.

La proposta di modifica, a prima firma Enrico Montani, introduce un articolo al provvedimento, che definisce le agevolazioni delle entrate degli enti locali. In particolare la sanatoria riguarderebbe ”le entrate, anche tributarie, dei comuni, non riscosse a seguito di provvedimenti di ingiunzione fiscale”, notificati negli anni dal 2000 al 2017, dagli enti stessi e dai concessionari della riscossione. Gli enti locali, si legge nell’emendamento, potranno stabilire, ”entro il termine fissato per la deliberazione del bilancio annuale di previsione, con le forme previste dalla legislazione vigente per l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare le entrate stesse, l’esclusione delle sanzioni relative alle predette entrate”.

Non solo. Gli automobilisti che vengono beccati a viaggiare senza la copertura assicurativa per la seconda volta dovranno rinunciare al veicolo per 45 giorni e a guidare per 60 giorni. La sanzioni attuale è fissata da un minimo di 840 euro a un massimo di 3.393 quindi, con l’introduzione della misura, passerebbe da un minimo di 1.680 euro a un massimo di 6.786 euro.

Locatelli: “Il disegno di legge Pillon va cancellato”

pillon1“Noi donne di ‘Se non ora quando’, diciamo di no al disegno di legge Pillon perché priva di qualunque laicità di principio e di fatto il diritto di famiglia e il diritto alla famiglia”. Lo afferma in un video pubblicato su Facebook, Pia Locatelli responsabile esteri del Psi. “Diciamo no – continua Pia Locatelli – perché va contro gli interessi dei minori, riduce figli e figlie a pacchi destinati a viaggiare da un posto all’altro aggiungendo al trauma della separazione dei genitori quello della privazione delle consuetudini. Diciamo no perché vergognosamente ignora la realtà dietro a molte separazioni e la pesantissima situazione italiana delle violenze domestiche nei confronti di donne di bambine e di bambini. Il disegno di legge Pillon – conclude – non va approvato, va cancellato”.

Intanto si susseguono in tutta Italia le manifestazioni contro il ddl del senatore leghista. Il PSI di Ravenna aderisce alla manifestazione del 10 novembre contro il DdL del sen. leghista Pillon sulla riforma del diritto di famiglia che ha l’obiettivo di rivoluzionare drasticamente l’affido dei figli in caso di separazione o divorzio. Una riforma contro le donne e contro la tutela dalla violenza in famiglia. L’Organizzazione delle Nazioni Unite si è espressa con toni di viva preoccupazione circa l’ipotesi che in Italia venga approvato un simile dispositivo che “viola la convenzione di Istambul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e quella sui Diritti del Fanciullo”, approvata dall’Onu nel 1989 e legge in Italia dal 1991.
Sono davvero tempi cupi se chi ci governa in nome del cambiamento vuole cancellare le conquiste del passato!

Pensioni d’oro. Il governo ora pensa a un prelievo

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In arrivo un nuovo prelievo sulle pensioni d’oro. Accantonata l’idea del ricalcolo con il metodo contributivo, l’esecutivo giallo-verde, come già anticipato in diverse occasioni, starebbe pensando di introdurre un contributo di solidarietà sugli assegni pensionistici che superano i 4.500 euro.

Il taglio, come già sperimentato in passato, dovrebbe colpire in maniera progressiva e dovrebbe essere modulato su diversi scaglioni, anche a seconda dell’età di accesso alla pensione, tutti ancora da definire. La misura infatti, ha ammesso ieri la capogruppo della Lega in commissione Lavoro della Camera, Laura Murelli, “non è stata messa a punto e arriverà nel corso dell’esame della manovra alla Camera, come emendamento alla legge di Bilancio”.

L’idea sarebbe quella di modularlo su diversi scaglioni, sulla falsariga dei vecchi contributi: quello introdotto dal governo Letta per il triennio 2014-2016 e salvato dalla Corte Costituzionale aveva tre aliquote al 6, 12 e 18 per cento, che si applicavano alla parte eccedente gli assegni a partire da 14 volte il minimo fino a 30 volte il minimo. La soglia di intervento, assicura la Lega, sarà quella dei 4.500 euro netti (circa 90mila euro lordi, che corrisponderebbe a un assegno 14 volte il minimo).

Resta da vedere come la maggioranza vorrà calibrare il nuovo meccanismo per raggiungere i risparmi annunciati dal governo, 1 miliardo in tre anni. Ma secondo altri calcoli da questa misura si potranno ricavare tra i 200 e i 300 milioni di euro l’anno, una cifra ben distante da quella di cui avrebbe bisogno il governo.

Upb: L’economia italiana perde colpi

crisiL’economia italiana perde colpi e cresce l’incertezza e si avvertono segnali di rallentamento ciclico e si profila un progressivo indebolimento della ripresa. In sintesi questo il quadro delineato dall’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura di ottobre nella quale sottolinea il crescente peso dell’incertezza: “Incombono forti rischi di peggioramento del quadro economico internazionale” si legge nella nota.

La debolezza della fase ciclica si riflette nelle stime dei modelli Upb di breve periodo, che ipotizzano per il terzo trimestre una crescita congiunturale del Pil pari allo 0,1 per cento (in una banda di confidenza simmetrica, compresa tra 0,0 e 0,2 per cento), che risente della volatilità del ciclo industriale e delle incertezze del contesto internazionale.

“Nell’ultimo scorcio d’anno risulterebbe confermata la stessa dinamica produttiva del terzo trimestre, a fronte di margini d’incertezza comunque più elevati – si legge nel documento dell’Upb -. Tale profilo condurrebbe a un incremento del Pil nel 2018, aggiustato per il calendario, dell’1 per cento. Considerando che l’anno in corso ha tre giorni lavorati in più del 2017 la variazione nei conti annuali potrebbe attestarsi all’1,1 per cento”. L’Ufficio parlamentare di bilancio conferma quindi la stima sul 2018, effettuata in occasione dell’esercizio di validazione del quadro macroeconomico contenuto nella NaDef, leggermente al di sotto della previsione del Governo. Le attese di bassa crescita nella seconda metà del 2018 incidono anche sul trascinamento statistico per il prossimo anno, che sulla base delle previsioni per l’anno in corso risulterebbe molto contenuto (0,2 per cento).

Soffermandosi sulle previsioni a breve e medio termine, l’Upb segnala che “incombono significativi e crescenti fattori di rischio collegati ai timori che possano realizzarsi scenari sfavorevoli. A livello internazionale vi è incertezza sugli sviluppi degli interventi protezionistici e sulle tendenze dei mercati delle materie prime energetiche. Resta inoltre forte l’incognita di repentini incrementi dell’avversione al rischio degli operatori dei mercati finanziari, che si ripercuoterebbero rapidamente sul quadro macroeconomico dell’economia italiana”.

Redazione Avanti!

Condono, botta e risposta Di Maio-Salvini

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La maggioranza è in fibrillazione. Ognuno viaggia per conto proprio e la tensione resta alta in attesa del consiglio dei ministri in cui il governo tenta di riprendere la quadra dopo lo scontro sul Decreto Fiscale. Matteo Salvini in diretta Facebook sbotta: “Li sentirò tutti ma comincio ad arrabbiarmi. Perché in quel Cdm Conte leggeva e Di Maio scriveva il decreto. Per scemo non ci passo”. Così torna sulla vicenda dopo le accuse di Di Maio che indicava una manina politica come responsabile del cambiamento del testo sulla pace fiscale. E poi afferma: “Riscriviamo tutto. Via i condoni, anche quello per Ischia”. Nella convinzione che comunque “il governo non salterà, non faccio un favore al Pd”. Ma avverte: “Se lo spread arriva a 350 perché questi litigano, è un problema”. “Se non hanno capito, se hanno cambiato idea, se hanno iniziato a litigare – ha ripetuto Salvini – è un problema loro. Non può essere il governo a risentire dei cambi di umore dei Cinquestelle o delle distrazioni dei 5 stelle. Noi – prosegue – siamo persone ragionevoli. Se i 5 stelle hanno cambiato idea, basta dirlo. Se Fico è Di Maio hanno cambiato idea, basta dirlo, noi siamo qui. Io domani (sabato) vado a Roma, sereno, riscriviamo e rileggiamo tutto, però, ripeto, la verità è che in quel Consiglio dei ministri Conte leggeva e Di Maio scriveva”. Si Salvini passa al ddl sicurezza “i 5 Stelle hanno presentato 81 emendamenti, come se fossero all’opposizione. Non si fa così. La pazienza ha un limite”.

“Noi – risponde Di Maio – non vogliamo il condono, se non lo vuole manco la Lega, il problema è risolto. Dobbiamo andare avanti più forti di prima e meglio di prima e ancora più forti di prima perché ci sono le promesse da mantenere. È la grande occasione per cambiare tutto”. “In quel Consiglio dei Ministri eravamo tutti d’accordo sui termini generali che non prevedevano scudi penali, auto riciclaggio e capitali all’estero”. Il presidente della Camera, Roberto Fico, da Napoli ha commentato: “Il condono sarebbe devastante”. E ha aggiunto: “Se Salvini vuole parlare con me, lo faccia sui contenuti”. Concludendo sul caso della “manina” evocata da Di Maio: “Quando si arriverà a comprendere come sia andata la questione, sicuramente quel pezzo non può rimanere”.

EQUILIBRISTI D’EUROPA

di-maio-salvini

Un’altra giornata difficile per le Borse europee. Milano in affanno è arrivata a cedere l’1,5%. Ma il termometro che meglio segna il clima di questi giorni è quello dello spread che rimane a livelli record così come il rendimento dei Btp. Segnali chiari della difficoltà di piazzare i titoli italiani in perdita di credibilità. In Italia gli occhi sono puntati sui conti pubblici con la nota di aggiornamento al Def che arriva in Parlamento dopo la legnata ricevuta ieri sera da Fitch. In questo contesto, lo spread BTp/Bund è salito fino a 310 punti, per poi ripiegare in area 306. Nelle aste di oggi il Tesoro si è visto costretto ad alzare i rendimenti. Per trovare un valore più alto bisogna risalire all’emissione inaugurale del BTp a 7 anni nell’ottobre 2013.

“Il documento economico e finanziario rappresenta la prova generale del governo per aprire uno scenario nuovo in Europa. Non si tratta di modificare l’Unione nel nome di maggiori investimenti e di una maggiore uguaglianza, come noi abbiamo proposto”. Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi, mentre è in corso nell’aula del Senato la discussione della nota di aggiornamento al Def che prevede l’innalzamento del rapporto deficit/Pil.

“Si tratta – continua Nencini – di distruggere l’esistente per creare equilibri che vedano la Russia di Putin al centro del nostro interesse. Per mezzo secolo lo scontro è stato tra società aperta e società solidale, tra socialdemocrazia/cattolicesimodemocratico e liberalismo. Oggi quello scontro ha cambiato di segno. È il nazionalismo etnico il competitore più agguerrito. E il suo esordio ufficiale in Italia è stato oggi. Pochi investimenti, appena 3.5 miliardi, zero fondi in scuola e cultura, interventi redistributivi e basta, condono fiscale, nessun taglio di tasse per stipendi e pensioni. Non c’è dubbio: di errori la sinistra ne ha commessi e l’U.E. che abbiamo conosciuto non si è fatta proprio benvolere.

È il momento di rimboccarsi le maniche – ha concluso Nencini – unire storie e esperienze per non essere travolti”. I socialisti hanno presentato ieri le proprie proposte per modificare la manovra presentando una vera e propria contromanovra poggiata su pilastri bene precisi. Ovviamente il governo ha respinto ogni ipotesi di modifica rimanendo incastrato nella propria gabbia di spesa assistenzialistica senza investimenti per crescita e sviluppo. Riccardo Nencini ha presentato la proposta socialista al Documento di Economia e Finanze 2018 con particolare riferimento alle misure infrastrutturali.

Le preoccupazioni che l’Italia suscita non sono solo interne ma oltrepassano i i confini nazionali. “C’è preoccupazione, più per quello che è stato detto che per quello che è stato fatto, finora. Aspettiamo di vedere la manovra” afferma il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, rispondendo alla domanda sull’Italia dell’editorialista del Financial Times, Martin Wolf nel corso dei lavori del meeting annuale dell’Fmi e della Banca mondiale. Facendo riferimento agli obiettivi di finanza pubblica fissati dal Governo, con il deficit pubblico al 2,4% del Pil, Lagarde ha sottolineato che “quando si entra in un club, come quello della Ue, se ne devono rispettare le regole”. Poco prima, nel più formale clima di una conferenza stampa, Lagarde aveva detto: “La nostra posizione sull’Italia è abbastanza ben conosciuta: l’Italia deve continuare il consolidamento fiscale e ci aspettiamo che tutti i Paesi membri della Ue ne rispettino le regole”.

“Stiamo aspettando la manovra nei dettagli, arriverà la prossima settimana e poi la valuteremo con le regole comuni” ha aggiunto il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. “Non è interesse o volontà della Commissione europea – ha aggiunto – entrare in conflitto con l’Italia ma non è interesse dell’Italia fare una manovra che non riduca significativamente il debito che alla fine dovrà essere pagato dagli italiani”.

TRECENTO

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Si riaprono i mercati e torna a correre lo spread che ha superato quota 310 punti base rispetto al Bund contribuendo a un ulteriore peggioramento di Piazza Affari, dove il Ftse Mib cede il 2,48%, travolto dal crollo dei bancari, con Carige che cede il 6,8%, Banco Bpm il 6,5% e Mps il 5,4%. Debole anche l’euro che scambia a 1,147 sul dollaro.  Venerdì lo spread aveva chiuso a 279. Quello raggiunto è il nuovo massimo da aprile 2013. Il rendimento si è spinto fino al 3,626%, come non accadeva da febbraio 2014. Un bel balzo indietro. La performance di Milano è decisamente la peggiore tra i listini europei: Francoforte segna -0,84%, Londra -0,34% e Parigi -0,74%. Tra i titoli milanesi a maggiore capitalizzazione, pesanti le banche con lo spread BTp-Bund che torna in area 300 punti base: Banco Bpm perde il 6,16%, Ubi Banca il 4,56%, Mediobanca il 4,5%, Bper il 3,79%, Intesa Sanpaolo il 3,84% e UniCredit il 3,66%. Resiste sulla parità solo Luxottica (+0,04%), che attende l’ops che chiuderà la maxi aggregazione con Essilor. Pesanti invece Azimut (-4,31%) e Leonardo (-3,75%). Nel resto del listino continua a correre Astaldi (+9,84%), giù Tisali (-9,59%). Sul mercato dei cambi, l’euro è sceso sotto quota 1,15 punti base ed è indicato a 1,1480 (1,1524 venerdì in chiusura). La moneta unica vale anche 130,16 yen (131,00), mentre il dollaro/yen è a 113,38 (113,72). In calo, infine, il prezzo del petrolio: il future novembre sul Wti cede l’1,24% a 73,42 dollari al barile, mentre la consegna dicembre sul Brent si attesta a 82,84 dollari (-1,57%).

Anche le Borse europee hanno aperto in calo dopo l’esito del voto in Brasile. Sullo sfondo anche le incertezze legate allo scontro commerciale tra Cina e Usa, i timori di nuovi rialzi dei tassi da parte della Fed e le vicende italiane legate alla manovra.

Ma il ministro Salvini non si preoccupa. Mentre il costo del rialzo del differenziale si scarica sugli italiani il vicepremier incontra la Le Pen in cerca di sponde sovraniste  in preparazione delle elezione europee. La colpa dei rialzi per Salvini è tutta di ipotetici grandi manovratori. Ovviamente per il leader leghista il Def del governo che prevede una manovra in debito che fa acqua da tutte parti, non c’entra nulla. “A fine maggio – ha detto ancora – avremo la rivoluzione del buon senso” aggiungendo che con Le Pen “condividiamo la stessa idea dell’Europa”. “Siamo contro i nemici dell’Europa che sono Juncker e Moscovici, chiusi nel bunker di Bruxelles”.

Ribatte il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker:  “Opero un distinguo tra gli euroscettici, che hanno delle domande, ed i populisti limitati con i nazionalisti stupidi. Non sono la stessa cosa. Dobbiamo ostacolare questa marcia verso la non Europa ispirata dai populisti stupidi e dai nazionalisti limitati”.  “Bisogna rispettare coloro che sono scettici, che nutrono un certo scetticismo nei confronti dell’Europa, e questo deve alimentare un dibattito”.

“Sale lo spread, oltre quota 300 (noi lo avevamo portato sotto quota 100). Salvini dice che è colpa di Soros e che lui va avanti. Il danno economico di questa Manovra del Popolo lo pagheranno le famiglie, il ceto medio, i bisognosi ma lui ripete orgoglioso ‘Me ne frego'”. così su twitter Matteo Renzi attacca il governo.

Sicurezza. Mattarella firma ma scrive a Conte

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Ci risiamo. Nessun passo indietro è previsto. Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto sicurezza che dovrà ora andare all’esame delle Camere ma il Ministro-Vicepremier Salvini ha già messo le mani avanti: “Non mollo di un millimetro”. Parole già sentite del duo dei vice. La preoccupazione di Salvini viene dal fatto che Mattarella, nell’atto della firma, ha posto dei punti scritti in una lettera inviata al presiedente Conte nella quale ha ricordato gli obblighi costituzionali in materia.

Il nodo sta tutto nella parte del testo secondo il quale il richiedente asilo perde i suoi diritti e può essere rispedito indietro non solo sulla base di una sentenza definitiva o di primo grado, ma a seguito di una semplice denuncia. Un problema che rischia di esporre il testo al rischio di incostituzionalità,  ma sul quale il ministro Matteo Salvini e il governo tutto non hanno voluto fare un passo indietro.  Un ultimo tentativo sembra esserci stato ieri quando lo stesso Salvini si è recato al Quirinale proprio per discutere del testo che oggi è stato firmato dal capo dello Stato e accompagnato da una lettera al premier Giuseppe Conte. La speranza è che in sede di conversione del decreto si possano sanare le anomalie e la battaglia si annuncia durissima visto che anche nel M5S ci sono molte perplessità sul testo.

Resta però da vedere se cambiamenti saranno possibili proprio su questo punto che a Salvini sta particolarmente a cuore e che, sempre secondo il ministro, permetterebbe rimpatri immediati.

“Avverto l’obbligo – si legge nella lettera di Mattarella – di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”. L’articolo 10 cittao da Matteralla afferma che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Immigrazione, arrestato il sindaco di Riace

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Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, simbolo dell’accoglienza ai migranti è stato arrestato dalla guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione Xenia, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. “I finanzieri del Gruppo di Locri – si legge in una nota della procura – hanno eseguito, alle prime luci dell’alba, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale di Locri, che dispone gli arresti domiciliari nei confronti di Domenico Lucano, sindaco del Comune di Riace ed il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell’ambito dell’operazione denominata ‘Xenia’”.

La misura cautelare rappresenta l’epilogo di approfondite indagini, coordinate e dirette dalla Procura della Repubblica di Locri, svolte in merito alla gestione dei finanziamenti erogati dal ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria al Comune di Riace, per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico.

Un caso che ovviamente è divenuto subito scontro politico. A cercare di riportarlo nel suo ambito ci prova il presidente della Camera Roberto Fico che rispondendo all’ANSA afferma: “Non è iniziato ancora il processo, quando inizierà il processo ci sarà il dibattimento e si arriverà a una verità. I processi servono per stabilire una verità . Al momento non c’è una verità”. Mentre si divide a metà il mondo politico. Destra all’attacco a testa bassa con Gasparri e Meloni. In difesa la sinistra con Stefano Fassina, Nicola Fratoianni, Giuseppe Civati e Loredana De Petris. In tarda mattinata arriva anche il commento del Pd, per bocca del presidente Matteo Orfini: “Ovviamente il lavoro dei magistrati va rispettato e vedremo cosa emergerà e come procederà l’inchiesta. Ma quanto finora comunicato dalla Procura sembra confermare quello che si è sempre saputo, ovvero che Lucano disobbediva ad alcune leggi che riteneva ingiuste e disumane. Non era un fatto nascosto, anzi lo rivendicava pubblicamente. I magistrati hanno escluso altri reati: non c’erano mazzette, non c’erano giri di soldi, nulla. C’è stato un atto politico forte, perché non rispettare la legge lo è. E allora lasciamo stare la vicenda giudiziaria che seguirà il suo corso e restiamo sul piano politico, che è quello che a me interessa e compete”.

Particolarmente duro lo scontro tra il ministro degli Interni Salvini e lo scrittore Saviano tirato in causa dello stesso vicepremier: “Accidenti – è il commento di Salvini – chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”. La risposta di Roberto Saviano arriva tramite un post: “Mimmo Lucano è agli arresti domiciliari. La motivazione è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La verità è che nelle azioni di Mimmo Lucano non c’è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile”.

“Disobbedienza civile: questa – scrive Saviano – è l’unica arma che abbiamo per difendere non solo i diritti degli immigrati, ma i diritti di tutti. Perché tutti abbiamo il diritto di vivere una condizione di pace sociale, tutti abbiamo il diritto di vivere senza cercare colpevoli, e se il Ministro della Mala Vita, Matteo Salvini, ha subito individuato in Mimmo Lucano un nemico da abbattere, il Pd non ha mai compreso che se davvero voleva ripartire da qualche parte per ritrovare un barlume di credibilità (ora è troppo tardi), avrebbe dovuto farlo da Riace, da Mimmo Lucano. E invece – sottolinea ancora – Mimmo è solo, e la Bossi-Fini è ancora lì a inchiodare, a bloccare chiunque decida di accogliere e di salvare vite. Legge-obbrobrio, frutto del peggiore berlusconismo, ma che nessun governo ha osato cambiare”.