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Luigi Grassi

Sanità. Italia al quarto posto per efficienza della spesa

Sanità-Legge stabilità

Bloomberg ha aggiornato l’indice dell’efficienza della spesa sanitaria globale e per il 2018 l’Italia si piazza al quarto posto. Meglio di noi Hong Kong, Singapore e Spagna. Seguono subito Sud Corea, Israele e Giappone. Per concludere i primi dieci posti si piazzano anche Australia, Taiwan ed Emirati arabi uniti.

Il rapporto Health care efficiency misura il rapporto tra la spesa sanitaria e l’aspettativa di vita in base ai dati 2015 di 56 Paesi del mondo. Le banche dati da cui attingere i numeri sono Banca mondiale, Oms, Onu e Fmi. Altro dato da considerare è l’aspettativa di vita media di almeno 70 anni, un Pil pro capite a 5 mila dollari e una popolazione minima di cinque milioni.

Rispetto al 2014, l’Italia perde una posizione. Tra gli altri Paesi europei la Norvegia è undicesima, Irlanda tredicesima, la Grecia quattordicesima. Male la Francia che si attesta al sedicesimo posto mentre il Regno Unito è trentacinquesimo posto pagando, secondo Bloomberg, la Brexit. La Germania ha perso sei posizioni e si ferma al quarantacinquesimo posto. Bene la Thailandia che fa il balzo in avanti maggiore rispetto agli altri Paesi nella classifica (14 posizioni) fermandosi al ventisettesimo posto. Pesa, in questo caso, l’aumento dell’industria del turismo medico, in grande espansione. C’è poi una breve analisi sulla situazione statunitense. Gli Usa sono al cinquantaquattresimo posto e la misurazione, scrive Bloomberg, è stata basata sull’incidenza dell’Obamacare che ha ampliato l’accesso alle cure. Il paragone che viene fatto comprende la Repubblica Ceca. “Rispetto ai Cechi che hanno la stessa aspettativa di vita degli Americani, gli Usa spendono più del doppio in assistenza sanitaria rispetto al Pil. Il 16,8% contro il 7,3%. Infine, conclude Bloomberg, non se la passa bene neanche il Cile che esce dalla top ten e si piazza al trentunesimo posto dietro a Messico e Costa Rica.

Di Maio contro Tria su manovra e reddito di cittadinanza

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Tria cerca la linea del buonsenso e manda su tutte le furie Di Maio e Salvini. La linea prudenziale del Ministro dell’economia è infatti del tutto incompatibile con le proposte della flat tax e del reddito di cittadinanza. Tria ha come obiettivo principale quello di non sforare il tetto di deficit imposto dalla Ue. I due vicepremier invece quello di vedere realizzati, o almeno di dare inizio a quelle che sono stare le loro principali promesse della campagna elettorale. Evidentemente la tenuta dei conti e la soddisfazione delle sparate per prendere voti non sono compatibili. “Bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media” ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Siamo ad uno studio molto avanzato – ha spiegato – che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile”. Nella prossima Manovra, la Lega in particolare ha puntato su una riproposizione di aliquote agevolate per le Partite Iva, desistendo dalla formula iniziale di revisione della tassazione generale che avrebbe portato a un conto eccessivo. È stata anche presa in considerazione l’ipotesi di abbassare la prima aliquota Irpef dal 23 al 22 per cento, poi abbandonata perché avrebbe disperso troppe risorse per dare benefici di pochi euro.

Ma se sul lato fiscale comunque qualcosa di è mosso, almeno come tema su cui mettere l’attenzione, le grandi promesse dei 5 Stelle non sono mai state neanche oggetto di discussione da parte di Tria. Infiatti alla fine del del vertice sulla manovra Luigi Di Maio era infuriato contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. La battaglia più grande per il vicepremier M5S è quella sul reddito di cittadinanza. E Luigi Di Maio non la prende bene e sbatte i pugni sul tavolo come fosse un capriccio: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà”. Il tutto mentre si sommano altri i punti di scontro all’interno del governo: tra questi la vicenda della ricostruzione del ponte Morandi e del commissario straordinario per Genova, il dossier servizi e la pace fiscale. Su quest’ultimo punto Di Maio assicura: “Il M5S non voterà nessun condono”. Infatti il vicepremier ha detto più volte di non essere disposto a cedere sul reddito di cittadinanza, anche a costo di mandare a casa Tria.

“Sono settimane – ha commentato Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – che il Governo annuncia la pace fiscale, il concordato e il condono. Sia chiaro: i lavoratori dipendenti e i pensionati, che sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, non sopporteranno nuovi interventi volti a coprire e favorire l’odiosissimo fenomeno dell’evasione fiscale. L’Italia detiene il triste primato di essere il Paese con la più elevata evasione fiscale in tutto l’Occidente. È questo il vero tema che il Governo deve affrontare, con una svolta politica radicale, nella lotta senza quartiere a chi non fa il proprio dovere con il fisco. Questo intervento – ha concluso Proietti – permetterebbe di ridurre significativamente le tasse a tutti gli italiani che le pagano, a partire da lavoratori dipendenti e pensionati”.

Festa dell’Avanti!, “un futuro possibile” per la sinistra

festa avanti logoUna tre giorni per discutere di politica, per riflettere e analizzare la realtà, per riunire la comunità socialista e per rilanciare una nuova proposta per il futuro in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Tre giorni per “discutere dei tre cardini attorno a cui riorganizzare un’azione per il futuro possible della sinistra, in Italia come in Europa: libertà, inclusione e lavoro”. Lo ha detto il segretario del PSI Riccardo Nencini ospite di Radio Radicale, annunciando la festa nazionale dell’Avanti! che si terrà a Caserta, presso Parco Maria Carolina (viale Giulio Douhet 2014), dal titolo ‘Il Futuro Possibile’ nei giorni 14, 15 e 16 settembre.

“Saranno tre giorni di politica pura, e la scelta di Caserta non è casuale: si tratta di un omaggio al Mezzogiorno. Dopo aver letto la lista dei ministri, che include un ministro per il Mezzogiorno senza portafoglio, abbiamo deciso che bisognava dare un segnale forte, perché o l’Italia si salva tutta intera o non si salva”, ha sottolineato Nencini ai microfoni di Radio Radicale.

Il segretario socialista ha detto di aver “costruito un tavolo di appuntamenti che vedrà la partecipazione di Paolo Gentiloni, Marco Minniti e altri rappresentanti di PD, LEU, Radicali e dei democratici cattolici; tutti esponenti di un fronte europeista a cui si aggiungono i sindaci delle zone a rischio della Campania in cui si combatte in prima linea contro la criminalità”.

Tre giorni, insomma, di approfondimenti sul futuro possibile perché “la grande differenza con il passato è che i partiti sovranisti si presentano oggi con un’idea del futuro, rozza ma chiara, che è penetrata nel corpo elettorale a prescindere se poi riescano o meno a realizzarla”, analizza Nencini. “Quello che manca a sinistra è invece proprio un’idea di come si governano i grandi cambiamenti di questo secolo. E, senza una missione, non esiste una sinistra”, ha concluso Nencini.

Vaccini. Presidi: ritirare emendamento del governo

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“Ci sono 10mila bambini che non possono vaccinarsi per varie ragioni, e assegnarli a classi particolari non è possibile sia dal punto di vista organizzativo sia perché significa che è una forma di segregazione che ripugna”. Sono le parole del presidente dell’Associazione presidi, Antonello Giannelli intervento in audizione alla Camera sulla questione vaccini. Un emendamento del governo infatti prevede che l’esclusione dalla scuola dei bimbi non vaccinati quest’anno non è valida. E che i tanti bambini che, per malattie o altri motivi, non possono vaccinarsi, vadano in classi dove la copertura vaccinale è molto alta. Provvedimento che secondo i presidi comporta rischi per la salute e problemi organizzativi quasi insormontabili, come quello di spostare migliaia di bambini in classi dove tutti o quasi sono vaccinati.

“Va ritirato l’emendamento che rinvia l’applicazione dell’esclusione della frequenza per i bambini non vaccinati: se passa, abbiamo per questo anno scolastico un rischio di insicurezza per la salute”. Ha aggiunto Antonello Giannelli.  Insomma tra legge e circolare è il caos. “Secondo la legge Lorenzin i bimbi per poter accedere a nidi e scuole dell’infanzia devono portare la certificazione dei vaccini fatti, secondo la circolare ministeriale sufficiente l’autocertificazione. Questo crea una situazione di grande confusione all’avvio dell’anno scolastico”. E’ quanto dichiara all’Ansa Mario Rusconi presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio. Secondo Rusconi, la situazione di incertezza crea ”molti problemi alle scuole in quanto si attribuiscono enormi responsabilità, che si sarebbero potute evitare, ai dirigenti scolastici. Che, paradossalmente, aggiunge il presidente dell’Associazione nazionale Presidi del Lazio, rischiano denunce sia se il bambino viene ammesso a scuola solo con l’autocertificazione sia se non viene ammesso”. ”Servono indicazioni più chiare e precise – conclude – altrimenti la confusione è inevitabile e a farne le spese sono presidi e famiglie”.

Allarmati anche i medici che considerano “non giustificabile il rinvio dell’obbligo di presentare la certificazione della vaccinazione per l’iscrizione all’anno scolastico 2018-2019”. Lo ha detto Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) davanti alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio della Camera in relazione all’articolo 6 del Milleproroghe che, se approvato in via definitiva, dilazionerebbe di un anno l’applicazione della legge sull’obbligo vaccinale. “Per noi medici i vaccini sono uno strumento fondamentale di tutela della salute pubblica. L’eliminazione dell’obbligo potrebbe essere interpretata come un atteggiamento antiscientifico”, ha detto il presidente di Fnomceo, “auspichiamo un’offerta vaccinale attiva, in cui siano escluse tutte le possibili barriere sia organizzative sia economiche alla vaccinazione”. Anelli ha presentato in commissione il documento approvato dalla Federazione nel 2016 con cui si auspicava l’obbligo vaccinale. “Questo documento – ha spiegato – mantiene tutta la sua validità e la sua attualità e rappresenta una visione lungimirante, da parte dei Presidenti degli Ordini dei Medici, sul tema della prevenzione attraverso l’uso dei vaccini. Lo proponiamo nuovamente, integrandolo con alcune osservazioni relative all’attuale contesto”.
L’allarme dei camici bianchi si è focalizzato soprattutto sul morbillo: 14.451 i casi segnalati in Europa nel 2017, che hanno causato 30 decessi. Erano stati 4.643 nel 2016. “In questa classifica ben poco gloriosa, l’Italia è al secondo posto, con 5.004 segnalazioni. Non va meglio nel 2018: in Italia, dal primo gennaio al 30 giugno, sono stati 2.029 i casi segnalati. Di questi, il 91,3% si è verificato in soggetti non vaccinati, il 5,4% in chi era stato sottoposto solo alla prima dose”, è stato sottolineato.

Svimez. Il pericolo della grande fuga dal Sud

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I dati del rapporto Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, presentati oggi continuano a disegnare uno scenario già conosciuto. Una netta demarcazione tra centro-nord e centro-sud continua a dividere l’Italia. E se questa differenza sembrava conoscere una diminuzione, nell’ultimo rapporto invece appare in tutta la sua drammaticità. La Sicilia è la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Un allarme ulteriore per un territorio già gravato da ritardi strutturali. La Sicilia in assoluto è la regione meridionale che cresce meno, segnando un rallentamento rispetto a Calabria e Sardegna. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l’Isola invece si è fermata allo +0.4%.

Dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, presentato questa mattina a Roma emerge che “il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. La Svimez, che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”, definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Una situazione che porta con il sé il rischio di “un forte rallentamento” per il 2019. La crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo”.

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. Un dato questo particolarmente preoccupante che il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire. Insomma un l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

“Emerge dall’anticipazione del rapporto SVIMEZ – afferma Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL – come per evitare il forte rischio di allargare ulteriormente la forbice del divario tra Mezzogiorno e il resto del Paese, sia necessario garantire, per il Sud, maggiore intensità degli interventi a sostegno della crescita”.  “Per il Mezzogiorno non servono politiche speciali, servono politiche valide per tutto il Paese ma che per il Sud prevedano una maggiore intensità di aiuti e risorse. Sarebbe opportuno – continua la sindacalista – che lo sviluppo del Mezzogiorno non rimanga un tema da affrontare, come ogni anno “sotto l’ombrellone”, ma sarebbe ora che tutta la politica passasse una volta per sempre dalle parole ai fatti concreti, in quanto la crescita economica del Mezzogiorno è la crescita dell’intero Paese. Nel Sud occorre ricreare quel clima di fiducia e speranza per i tanti giovani e un territorio “accogliente” per le imprese e cittadini partendo da: investimenti per le infrastrutture materiali ed immateriali; da una fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese; una pubblica amministrazione efficiente; legalità e, soprattutto, lavoro”.

“Così come serve accelerare la performance dei fondi comunitari europei, dato che il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa per la spesa di tali risorse. Ma se l’emergenza sociale nel Mezzogiorno è il rischio povertà e se questa deriva principalmente dalla mancanza di reddito da lavoro, si deve dare  continuità rendendo strutturale – conclude – l’attuale sistema di incentivi alle assunzioni di giovani e meno giovani nel Sud”.

Ilva, Calenda: “Di Maio? Un ragazzino incapace”

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Calenda proprio non ci sta alle parole del ministro Di Maio che ha ereditato il dossier alquanto spinoso dell’Ilva. Non è la prima volta infatti che il ministro pentastellato prende di mira il suo precedessore criticando il lavoro fatto in questi anni. Ma Calenda non viene dalla politica. È uno che le cose le dice dirette. E dopo l’ennesimo attacco ricevuto non la manda a dire. “Questo ragazzino incapace – sono le sue parole – mi sta facendo irritare. Firma in gran segreto un piffero la notizia è stata diffusa e commentata da ogni media. Secondo non ha la più vaga idea dei numeri neanche quando vanno a suo vantaggio”.

Di Maio aveva parlato di “un’altra follia”. “Quello di prima, il precedente ministro dello Sviluppo economico, ha firmato in gran segreto l’accordo per far entrare Mittal nello stabilimento, in cui c’è scritto che ci saranno 3mila persone che vanno in mezzo ad una strada”. Ma Calenda non ci sta. È tutto falso, ha detto. Sia perché la notizia della firma è stata ampiamente diffusa dai media sia sui numeri che sarebbero errati.

E in un altro cinguettio pubblicato poco dopo, l’ex ministro ha aggiunto: “Il ministro Di Maio dichiara che ‘se la gara non è fatta a regola d’arte la devo ritirare’. Ma ha già dichiarato in Parlamento che la gara è viziata. Dunque o ha mentito in Parlamento o non ha il coraggio di essere conseguente. Incoerenza, Incompetenza, Incapacità”. C’è solo da scegliere. E ancora rivolgendosi a Di Maio aggiunge: “Mentre porti le carte in procura, ti fai dare il 12mo parere, consulti tutte le associazioni dell’orbe terraqueo prendi anche una decisione. Ti paghiamo per questo”.

Anche il segretario del Pd Martina interviene sulla questione Ilva. Questa volta sul metodo. Riferendosi all’incontro organizzato al Mise con 62 associazioni invitate, commenta: “Taranto merita più rispetto, i lavoratori dell’Ilva e le famiglie. Merita scelte e non passerelle a uso e consumo del vicepremier“. “Convocare 62 realtà per due ore – riflette Martina – non significa discutere ma costruire un palcoscenico per raccontare l’ennesima operazione propagandistica di Di Maio”. Il segretario dem giudica “inaccettabile il fatto che ancora una volta – sottolinea – si giochi anche su un tema delicato come il futuro dell’Ilva con un’operazione tutta propagandistica”. In questo senso, Martina spiega di “capire” le ragioni “di amministratori locali” come il sindaco di Taranto “che rinunciano a partecipare a una kermesse: la politica industriale non si fa così. Il Paese non può prendere scelte strategiche in questo modo”.

Dl dignità. Psi “Portare equità nel mercato del lavoro”

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L’esame in Commissione del decreto dignità procede con il rallentatore. In circa tre ore di lavoro, nella mattinata di giovedì, non è stato votato nemmeno un emendamento all’articolo 1. Si tratta di uno dei temi più discussi, quello relativo alla durata dei contratti a termine e alle causali, sul quale – dopo le critiche degli imprenditori da una parte e delle opposizioni dall’altra – potrebbero essere apportate modifiche. In mattinatasi sono susseguite riunioni di governo e maggioranza per trovare una soluzione sull’eventuale adozione di un periodo transitorio per i contratti in essere e sui voucher.

Intanto i socialisti hanno presentato una serie di emendamenti con lo scopo di portare equità nel mercato del lavoro. “Ecco gli emendamenti socialisti più importanti al decreto dignità”. Ha scritto su facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini. “Li abbiamo discussi con categorie economiche ed esperti. La priorità è evitare calo nell’occupazione e portare equità nel mercato del lavoro”.

Nencini ha poi elencato gli interventi proposti dai socialisti: “Estendere il reddito di inclusione sociale (non solo sussidio ma tutela per chi perde il lavoro). Salario minimo”. Al terzo punto “l’abbattimento delle tasse su stipendi per far crescere il mercato interno”. Al quarto posto “la causale, è troppo generica. Genera conflitti”. “Al quinto punto”il lavoratore a tempo determinato: acquisisce un diritto di prelazione per l’assunzione a tempo indeterminato”. Al sesto punto si legge che “al termine del contratto a tempo determinato l’impresa può assumere il lavoratore a tempo indeterminato con uno sgravio contributivo del 30%”.

“Bene, invece, – ha concluso il senatore socialista – il divieto di pubblicità sul gioco d’azzardo. Nostra vecchia battaglia”.

L’Ungheria contro i migranti esce dal patto Onu

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L’atteggiamento dell’Ungheria e del suo premier verso i migranti e l’Europa sono noti. Uno scontro che non nasce oggi ma che aumenta costantemente di intensità e che ultimamente ha trovato anche una sponda nel governo italiano e nella posizione oltranzista del Ministro degli interni Salvini. L’Ungheria ha oggi vivamente criticato la decisione dell’Unione europea di deferire alla Corte di giustizia europea Budapest per il mancato rispetto delle regole comunitarie sul diritto d’asilo. Un altro tassello in uno scontro sempre più acceso.

Nella prima reazione pubblica del governo conservatore di Viktor Orban, il ministro Gergely Gulyas infatti ha giudicato “inaccettabile” la scelta della Commissione europea che costituisce un attacco contro l’Ungheria. “Continuiamo a constatare che coloro che proteggono l’Europa sono perseguitati mentre ci si congratula con coloro che invitano i migranti a venire”.

E sempre in tema di immigrazione l’Ungheria non ha aspetto molto a reagire a modo suo e ha abbandonato il Patto sull’immigrazione delle Nazioni unite. Lo ha annunciato il ministro degli esteri Peter Szijjarto in una conferenza stampa. “La nostra posizione è incompatibile con il pensiero dell’Onu sulla questione. L’Onu pensa che la migrazione sia una cosa da incoraggiare in vari modi, ed è un diritto fondamentale, mentre secondo l’Ungheria è una minaccia per il mondo e per l’Europa in speciale”, ha detto. Il ministro ha confermato che l’Ungheria si ritirerà dalle trattative sul patto per l’immigrazione e voterà contro, se l’assemblea dell’Onu lo mette in votazione. “E una cosa innaturale di aiutare il ricambio delle popolazioni fra continenti, l’Onu dovrebbe invece favorire la cessazione delle migrazioni, e non concentrarsi solo sui diritti dei migranti”, ha detto ancora.

Luigi Grassi

La Grecia brucia. Si temono oltre 100 morti

Wildfire in Penteli Mountain in AthensUna tragedia senza precedenti. Si temono più di 100 morti e si contano almeno 550 feriti negli incendi intorno ad Atene. Sono 74 le vittime accertate, 16 bambini sarebbero feriti gravi. Il governo pensa all’origine dolosa. Sono almeno 1500 le case distrutte, ha detto il sindaco di Rafina, sottolineando di non aver mai ricevuto alcun ordine di evacuazione dalle zone in fiamme.

La Farnesina è al lavoro per verifiche ed assistenza ai connazionali e ha diffuso un numero di emergenza in caso di necessità: +390636225.

In cima a una scogliera sono stati trovati i corpi di 26 persone morte mentre cercavano di scappare dal fuoco; alcuni di loro erano ragazzi. Secondo il capo della Croce rossa greca Nikos Economopoulos sono stati trovati abbracciati. In ospedale sono state ricoverate decine di feriti, almeno 11 in condizioni gravi. È il peggior incendio nel paese dal 2007, quando una serie di incendi uccise oltre 80 persone nel Peloponneso. Ci sono anche segnalazioni di molti dispersi.

Gli incendi estivi non sono rari in Grecia, ma quest’anno il vento e il caldo hanno creato una situazione particolarmente pericolosa. Già a poche ore dal loro inizio, gli incendi hanno distrutto decine di case e automobili, costretto centinaia di persone a lasciare le loro case e portato alla chiusura della più importante strada che collega la Grecia centrale al Peloponneso e che è stata riaperta martedì mattina. I venti sono diminuiti di intensità martedì, ma i vigili del fuoco hanno detto che gli incendi non sono ancora sotto controllo.

Non è stata fatta ancora una valutazione dei danni ai boschi, alle strutture e alle infrastrutture, ma i giornali parlano di una situazione molto grave. Non è chiara quale sia stata la causa degli incendi: la Corte Suprema della Grecia ha ordinato l’apertura di un’indagine sull’incendio nell’Attica dell’est e alcuni ministri del governo, compreso il ministro per la Protezione civile Nikos Toskas, ha lasciato intendere che gli incendi potrebbero essere stati dolosi.

Mati è un posto molto popolare soprattutto tra i pensionati e dove vengono organizzati molti campeggi estivi per bambini. Una testimone ha detto a Skai TV che «Mati non esiste più», e che gran parte delle case e delle altre strutture lungo la costa erano state distrutte dalle fiamme. L’incendio sembra essere cominciato più precisamente nella zona di Penteli, nell’entroterra tra le città di Rafina e Atene, ed essersi poi spostato verso la costa, affollata in questo periodo dell’anno da migliaia di turisti. Reuters dice che le fiamme e le nuvole di fumo si sono spostate molto velocemente a causa del vento che ha raggiunto anche gli 80 chilometri orari, rendendo complicata e caotica la fuga. Centinaia di persone sono corse verso il mare, dove poi sono state recuperate da decine di barche private e traghetti che passavano. La Guardia costiera e diverse barche di passaggio hanno evacuato via mare più di 700 persone che avevano cercato di mettersi in salvo lungo la costa.

L’altro grande incendio si è sviluppato in una zona boschiva vicino alla città costiera di Kineta, circa 50 chilometri a ovest di Atene. L’intensità del vento, e il fatto che nel corso della giornata abbia più volte cambiato direzione, hanno reso molto complicato il lavoro dei vigili del fuoco inviati sul posto per contenere l’incendio. Sono stati impiegati aerei Canadair, elicotteri e decine di camion. L’incendio ha portato all’evacuazione di decine di case nella zona. A qualche ora dall’inizio dell’incendio, anche ad Atene è cominciata ad arrivare cenere trasportata dal vento.

Oltre ai due incendi principali, se ne sono sviluppati altri, di minore intensità e i vigili del fuoco hanno fatto sapere che anche altre aree abitate sono a rischio. Il portavoce del governo ha detto che «la situazione è ancora critica» e che oltre alle operazioni di spegnimento del fuoco è in corso l’organizzazione dei rifugi e della distribuzione di beni di prima necessità a chi è rimasto senza casa.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras, tornato in anticipo da un viaggio ufficiale in Bosnia, ha parlato di una situazione «asimmetrica», per le dimensioni del problema e la scarsità delle risorse per risolverlo. Il governo greco ha richiamato nella zona degli incendi veicoli e mezzi dei vigili del fuoco dal resto della Grecia (in tutto, nelle operazioni, sono stati coinvolti 600 vigili del fuoco) e ha chiesto aiuto anche all’Unione europea e ad alcuni paesi: Cipro, Israele, Spagna, Bulgaria, Germania, Polonia e Francia hanno offerto di mandare soccorsi, se necessario. Da Cipro è arrivato un aereo militare con 60 vigili del fuoco e altri due aerei sono stati inviati dalla Spagna.

In mattinata Tsipras ha parlato al telefono con il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e con i capi di stato di Cipro e Bulgaria. Nel pomeriggio parlerà anche con Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, e con Emmanuel Macron, presidente della Francia. Al Parlamento di Atene, in piazza Syntagma, la bandiera greca è stata issata a mezz’asta e in giornata si svolgerà una riunione di emergenza del governo a cui parteciperà anche il capo dei vigili del fuoco.

Da Palazzo Chigi fumata bianca sulla nomina Cdp

consiglio ministri conteDopo lunga attesa e lunghi diverbi interni, da Palazzo Chigi è arrivata la fumata bianca sulla nomina del vertice del Cdp. Il premier Conte e i ministri Tria e Di Maio, insieme al Sottosegretario Giorgetti, hanno raggiunto l’intesa sul nome di Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp, come amministratore delegato dell’Istituto.

Il nuovo direttore generale del Tesoro dovrebbe essere Alessandro Rivera. Lo riferiscono fonti di governo al termine del vertice sulle nomine a Palazzo Chigi.

L’accordo raggiunto tra M5S e Lega con il ministro dell’Economia e il presidente del Consiglio sulle nomine in Cdp sarebbe un’intesa ampia che, per quanto riguarda la Cassa, coinvolge l’intera governance dell’istituto. E’ quanto filtra da ambienti vicini alle trattative secondo le quali l’attuale riserbo del governo sulla diffusione dell’ identità dei candidati prescelti deriverebbe proprio dalle necessarie verifiche avviate su tutto l’organigramma in via di rinnovo, comprese le deleghe da affidare. Verifiche che richiederanno tempo e che potrebbero tardare l’ufficializzazione dei nomi dei candidati. Per questo anche dal ministero si fa notare che formalmente la comunicazione della lista dei candidati dovrebbe avvenire nel luogo deputato a questo, e cioè l’assemblea degli azionisti riconvocata per il 24 luglio.