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Luigi Grassi

Gentiloni sulla Siria: “L’Italia non è un Pese neutrale”

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“L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’alleanza atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti e non di questa o quella amministrazione americana, di Kennedy o Nixon, di Reagan o Clinton, di Bush o Obama. È una scelta di campo, è la nostra scelta di campo”.
Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo alla Camera sulla situazione in Siria dopo l’attacco di sabato scorso Frena sulle derive pro-Russia della Lega.

“La risposta del 14 aprile da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna – ha detto Gentiloni – è stata una risposta motivata, mirata e circoscritta. Non ci sono indicazioni di vittime civili né indicazioni di danni collaterali” il che dimostra che “la risposta è stata coordinata con attori presenti per scongiurare vittime civili”. Gentiloni ha poi sottolineato che “all’attacco l’Italia non ha partecipato e ha condizionato il suo supporto logistico al fatto che dal nostro territorio non partissero azioni dirette a colpire il territorio siriano”.

Credo, ha detto ancora il premier, “che non possiamo accettare che si torni a 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale a legittimare l’uso della armi chimiche,non possiamo accettarlo”. “La città di Duma, che era l’ultima roccaforte dei ribelli, è stata oggetto di un attacco in cui secondo ogni evidenza si è ripetuto l’uso di armi chimiche: probabilmente cloro miscelato con sarin o agenti assimilabili. Fonti diverse hanno confermato decine di morti e centinaia di feriti. Ma abbiamo la certezza purtroppo che a seguito del veto della Russia alla proposta del Consiglio di sicurezza l’iniziativa per accertare la verità e le responsabilità è stata bloccata”.

Ocse: una patrimoniale per ridurre le diseguaglianze

mense-poveriUna tassa patrimoniale anche in Italia, per ridurre disuguaglianze sempre più evidenti. Lo chiede l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), affermando che il paese è uno di quelli dove, dopo la crisi economica dell’ultimo decennio, la disuguaglianza sociale è aumentata di più e la concentrazione di ricchezza verso l’alto è diventata più evidente. Una piramide in cui la base si è allargata ulteriormente a vantaggio di una sempre più ristretta cerchia di ricconi.

L’opinione dell’organizzazione internazionale è scritta nel rapporto ‘The role and design of net wealth taxes’ , nel quale si  spiega che uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l’imposizione della tassa patrimoniale. Una tassa che come dice il nome stesso, colpisce il patrimonio.

L’Ocse esamina l’utilizzo della patrimoniale – attualmente e storicamente – nei paesi membri ed evidenzia tutti i pro e i contro della tassa. I risultati indicherebbero che, in generale, la necessità di adottare “una tassa sulla ricchezza netta” è minima nei paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. In questi casi la patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura “distorsivi”.

Al contrario, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse. Analizzando l’andamento negli ultimi anni della distribuzione del reddito e della ricchezza a livello internazionale, l’organizzazione sottolinea quindi che “dopo la crisi, sono proseguite le tendenze verso una maggiore disuguaglianza di ricchezza. Dati comparabili per sei paesi Ocse (Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti) indicano che, dalla crisi, la concentrazione di ricchezza al vertice è aumentata in quattro di essi (Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito), mentre la disparità di ricchezza nella parte inferiore della distribuzione è aumentata in tutti i paesi tranne il Regno Unito”.

La riforma delle ferrovie blocca la Francia

treno franciaQuarto giorno di mobilitazione contro la riforma delle ferrovie in Francia. Circolano un TGV su cinque, un regionale su tre e tre Eurostar su 4. Le adesioni alla protesta sono leggermente più basse di quelle delle agitazioni della scorsa settimana: il 43% tra il personale indispensabile alla circolazione dei treni, contro il 48% delle altre due giornate di stop. Ma secondo la società delle ferrovie di stato Sncf, sciopera il 74% dei macchinisti, come nella altre giornate. È prevista la circolazione di un Tgv su cinque, un treno regionale su tre e un Intercity su sei. I sindacati definiscono “dogmatica” la riforma voluta dal governo, che secondo loro apre la strada alla privatizzazione delle ferrovie francesi. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire ha detto di “non avere paura” di un movimento di lotta che, secondo lui, manifesta una “volontà di disordine”. Oltre agli scioperi dei ferrovieri in Francia sono in agitazione anche i piloti di Air France, gli studenti, gli insegnanti, gli addetti agli ospedali.

“Occorre avere attenzione per tutti – ha detto Le Maire – e rispondere alle preoccupazioni”. Nel settore ferroviario il governo vuole migliorare, efficienza, redditività e mettere fine a uno degli ultimi monopoli europei, avvicinando le ferrovie francesi agli standard europei. I sindacati protestano per il fatto che la riforma prevede di abolire lo statuto speciale per i nuovi assunti, l’apertura del servizio alla concorrenza (tra l’altro imposta dall’Unione europea e che comunque sarà adottata entro il 2019) e la trasformazione dell’azienda da società interamente pubblica a una società a capitale misto, che, dicono, apre la strada alla futura privatizzazione.

Il modello è quello delle ferrovie tedesche, già approvato da Bruxelles, che prevede una holding a capo della quale stanno le diverse società specializzate. La riforma “non è intesa a privatizzare la Sncf, non è intesa a chiudere le piccole linee, non è destinata a venire a meno allo status (della ferrovia) ma è destinata a uscire da uno status quo “che” non è più sostenibile”, ha insistito ieri il primo ministro Edouard Philippe.

Dj Fabo, il Governo alla Consulta contro Cappato

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Nell’ultimo giorno utile il governo si è costituito davanti alla Corte costituzionale nel procedimento sollevato dalla Corte di assise di Milano nell’ambito del processo a Marco Cappato per la morte di Dj Fabo. Lo ha comunicato la vicepresidente dell’associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo. Al termine del processo, i giudici avevano trasmesso gli atti alla Consulta per valutare la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio, contestato a Cappato.

Il processo a Marco Cappato è iniziato lo scorso 8 novembre, dopo che lo stesso esponente dei Radicali si è autodenunciato ai carabinieri per aver accompagnato in Svizzera Fabiano Antoniani, dj 40enne diventato cieco e tetraplegico a causa di un incidente stradale, per sottoporsi alla pratica del suicidio assistito nella clinica Dignitas.

Nei giorni scorsi l’Associazione Luca Coscioni aveva lanciato un appello al Governo al Governo di “non intervenire a difesa del reato e dunque di non dare mandato all’avvocatura di Stato di costituirsi in tale procedimento”. Tra i firmatari anche lo scrittore Roberto Saviano; la giornalista Selvaggia Lucarelli; Il Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano Nerina Boschiero; il docente di diritto costituzionale dell’Università di Ferrara Paolo Veronesi; il Professore emerito di diritto penale dell’Università di Milano Emilio Dolcini; il matematico Piergiorgio Odifreddi; il ginecologo Carlo Flamigni; l’avvocato e direttore editoriale della rivista giuridica Giurisprudenza Penale Guido Stampanoni Bassi; il Professore di storia costituzionale, già Professore ordinario di Diritto costituzionale”, Università di Pavia Ernesto Bettinelli. L’appello cade così nel vuoto.

“Sono d’accordo nel ritenere che la mancata costituzione da parte del Governo davanti alla Corte costituzionale nel procedimento sollevato dalla Corte di Assise di Milano nell’ambito del processo a mio carico sarebbe un fatto politico rilevante – aveva detto Marco Cappato, tesoriere Associazione Luca Coscioni -. Ma mi auguro che il Governo si tenga fuori dal procedimento per favorire un adeguamento della norma ai principi costituzionali”

Bruxelles, è già allarme per i conti italiani

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È allarme preventivo da Bruxelles. Il governo ancora non c’è. Non c’è neanche un presidente del consiglio incaricato, ma dalla commissione europea arrivano già le prime preoccupazioni per le conseguenze che potrebbe avere sui conti pubblici un governo 5 Stelle o uno a guida Salvini. La Lega infatti ha costruito il proprio risultato elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Un’operazione che costerebbe molto cara alle casse dello stato. Fare un conto preciso non è facile. A occuparsene con dati e cifre precise sono stati di recente sia la Ragioneria dello Stato, sia il Ministero dell’Economia e delle finanze. Nel report precisa che la riforma Fornero realizza “una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012” con un effetto di contenimento che passa da “da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020”, mentre poi “decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045” e che complessivamente “l’effetto di contenimento del rapporto spesa/PIL, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali”. Si può quindi calcolare sia quanto costerebbe cancellare la Fornero nell’arco dei prossimi 42 anni sia quanto costerebbe cancellarla solo in un anno come il 2020, quello con maggiore effetto di contenimento della spesa. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil italiano nel 2020 ammonterà a 2.160 miliardi di dollari, mentre secondo il nostro Ministero dell’Economia e delle finanze sarà di 1.877 miliardi di euro. Ecco allora che abolire la legge Fornero costerebbe alle casse dello Stato, nel solo 2020, circa 26 miliardi di euro (1,4% del Pil).

Altre spesa non calcolabile è quella del reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito’.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Numeri che spaventano. E la commissione ha cominciato a preoccuparsi e sottolineando comunque che “non vuole entrare nel processo democratico italiano o chiedere riforme che siano impopolari” ha messo in evidenza il male storico del nostro Paese: quello del debito. Ma anche quello della debolezza della produttività. Per questo bisogna condurre “politiche di bilancio responsabili” ha detto il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. Un invito a una gestione responsabile dopo anni in si è riportato il paese in sicurezza. “L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori” dell’Ue, e “deve applicare le regole comunitarie che ha contribuito a forgiare” per “ridurre il suo debito elevato che pesa sulle generazioni future”, ha sottolineato ancora Moscovici. “Restiamo estremamente calmi, prudenti e rispettosi del ritmo democratico italiano”, ha aggiunto il commissario. “Non speculo assolutamente sulle riforme di un futuro governo italiano che non conosciamo nemmeno ancora”, ha detto, rifiutando di “nutrire preoccupazioni polemiche quando siamo ancora allo stadio dell’elezione dei presidenti” di Camera e Senato “e cominciano le discussioni” sulla formazione di una coalizione di governo. Ma l’avvertimento è stato lanciato.

Arrestato Puigdemont. Scontri a Barcellona

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Decine di migliaia di manifestanti a Barcellona, Girona e in altri centri della Catalogna sono scesi in piazza e hanno anche ingaggiato scontri con la polizia, in segno di protesta per l’arresto dell’ex presidente indipendentista catalano Carles Puigdemont in Germania. Almeno 87 persone hanno riportato ferite non gravi, fra cui alcuni agenti.

Almeno 4 le persone arrestate a Barcellona, secondo la polizia catalana, mentre cercavano con la forza di avvicinarsi alla sede della rappresentanza del governo di Madrid. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico in quattro autostrade nella regione. Le proteste sono scoppiate in seguito all’arresto dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, ricercato da alcuni giorni con un mandato di arresto europeo. Puigdemont è stato arrestato dalla polizia tedesca poco dopo aver cercato di entrare in Germania dalla Danimarca. L’agenzia di stampa DPA ha scritto che nel pomeriggio Puigdemont è stato portato nel carcere di Neumünster. L’arresto di Puigdemont rappresenta uno sviluppo molto importante della crisi catalana, e arriva il giorno dopo l’arresto di altri cinque leader indipendentisti, quasi tutti ex membri del governo Puigdemont. Lunedì 26 marzo, un tribunale deciderà sulla situazione di Puigdemont.

Fino a un paio di giorni fa Puigdemont si trovava in Finlandia per un convegno: al momento dell’arresto stava tornando in Belgio, dove vive da alcuni mesi. La polizia federale tedesca ha detto all’agenzia di stampa DPA che Puigdemont è stato arrestato alle 11.17 a Jegel, nel Land Schleswig-Holstein, e da lì portato alla stazione di polizia di Schuby. Puigdemont era insieme ad altre quattro persone in una Renault Espace con targa belga.

El Pais ha scritto che Puigdemont è stato individuato grazie ai servizi segreti spagnoli, che hanno fatto notare “l’eccellente collaborazione” delle autorità tedesche. El Pais ha anche citato fonti secondo le quali i servizi segreti spagnoli hanno seguito nel dettaglio tutto il viaggio di Puigdemont: avrebbero pensato di arrestarlo in Danimarca, ma hanno poi deciso di aspettare il suo ingresso in Germania per via dei maggiori e migliori rapporti tra Spagna e Germania.

Puigdemont era andato in Finlandia per incontrare alcuni parlamentari e tenere una conferenza all’Università di Helsinki, la capitale del paese. Il 23 marzo, dopo il mandato di arresto europeo, aveva deciso di rientrare prima del previsto, e le autorità finlandesi lo hanno cercato senza trovarlo. Mikko Karna, uno dei parlamentari che aveva ospitato Puigdemont a Helsinki, aveva scritto su Twitter che Puigdemont era partito «con mezzi ignoti» per il Belgio.

Puigdemont è stato arrestato perché il 23 marzo il Tribunale supremo spagnolo aveva riattivato l’ordine di arresto europeo nei confronti suoi e di altri leader catalani. L’accusa più importante nei loro confronti è quella di ribellione, un reato che prevede fino a 30 anni di carcere.

Puigdemont era stato destituito dalla carica di presidente della Catalogna dopo l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola da parte del governo spagnolo: nell’ottobre 2017, temendo di essere arrestato dalle autorità spagnole, si era rifugiato a Bruxelles, in Belgio. Lo avevano seguito anche alcuni ministri del suo governo. Il giorno dopo essere arrivato in Belgio, Puigdemont aveva spiegato così la sua scelta: «Parte del governo catalano si è spostata indefinitamente a Bruxelles per portare all’attenzione la crisi catalana nel cuore dell’Europa e la politicizzazione della giustizia spagnola».

Ue: wi-fi gratis in spazi pubblici di tutta Europa

free-wifiWi-fi per tutti. E anche gratis. Oggi la Commissione europea inaugura il portale WiFi4EU. I Comuni di tutta Europa – si legge in una nota di Bruxelles – sono invitati a registrare i loro dati sin da ora, in vista del primo invito a presentare progetti che sarà pubblicato a metà maggio, per avere così la possibilità di beneficiare del finanziamento UE per costituire punti di accesso a Internet senza fili gratuiti in spazi pubblici.Il programma WiFi4EU offre ai Comuni buoni per un valore di 15.000 euro per installare punti di accesso wi-fi in spazi pubblici tra cui biblioteche, musei, parchi pubblici e piazze. Come ha dichiarato il presidente Jean-Claude Juncker, l’iniziativa WiFi4EU contribuisce all’obiettivo di dotare “entro il 2020 ogni paese e città europei di un accesso gratuito a Internet senza fili nei principali punti di aggregazione pubblica sul territorio”. I Comuni possono utilizzare i buoni WiFi4EU per acquistare e installare le apparecchiature wi-fi (punti di accesso senza fili) in centri di aggregazione pubblica a loro scelta, mentre i costi di manutenzione della rete saranno a loro carico.

“Oggi aprendo il portale WiFi4EU compiamo un passo avanti concreto nell’aiutare i Comuni a offrire l’accesso senza fili gratuito a Internet. Si tratta di un notevole progresso ed esorto il Parlamento europeo e il Consiglio a concludere i lavori sulla proposta relativa al codice delle telecomunicazioni per garantire una connettività ad alta velocità sull’intero territorio dell’Ue”, ha detto Andrus Ansip, vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale. “Ciò include – ha aggiunto – il coordinamento dello spettro a livello europeo e una forte incentivazione degli investimenti nelle reti ad alta capacità di cui l’Europa ha bisogno”.Dal canto suo, Mariya Gabriel, commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali, ha sottolineato: “L’iniziativa WiFi4EU permetterà a migliaia di cittadini europei di accedere gratuitamente a Internet in spazi pubblici su tutto il territorio dell’Ue. Grazie al programma WiFi4EU, le comunità locali avranno la possibilità di offrire la connettività ai loro cittadini che potranno così trarre pienamente vantaggio dalle infinite opportunità offerte dalla digitalizzazione. Si tratta di un passo concreto verso la realizzazione del mercato unico digitale”.

È messa a disposizione – segnala ancora la nota della Commissione europea – una dotazione di 120 milioni di euro dal bilancio dell’UE fino al 2020 per finanziare le apparecchiature necessarie ai servizi wi-fi gratuiti pubblici in 8.000 Comuni in tutti gli Stati membri e in Norvegia e Islanda.

Gentiloni, è momento di curare le ferite della società

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In questo momento, con le tendenze macroeconomiche che sono positive “le sfide su cui dobbiamo concentrarci facendo ogni sforzo per evitare di andare fuori strada” sono “dedicarci alla cura delle cicatrici dal punto di vista sociale ed economico, non solo nel Mezzogiorno ma in tutta Italia” e “investire su quello che sarà il modello economico dei prossimi decenni”. A dirlo è il premier Paolo Gentiloni parlando alla Green Week di Trento. Il presidente del Consiglio ha indicato la green economy come “una delle carte per assicurare una crescita stabile e di qualità”. “Mai come in questo momento deve essere a tutti chiaro che i grandi numeri dell’economia per quanto possono essere incoraggianti non sono numeri che si traducono immediatamente in superamento dell’esame ingiustizie. Bisogna mettere al centro dell’agenda le cicatrici sociali ancora aperte perché la crisi è stata lunga e in molte parti del paese non si è tornati a reddito procapite di prima del 2008”, ha concluso. L’Italia per Gentiloni sta vivendo “un momento di passaggio ma dobbiamo essere consapevoli, allargando lo sguardo, del fatto che proprio in questo momento siamo chiamati a fare delle scelte importanti, che possono rivelarsi cruciali”. “Questa iniziativa – ha aggiunto – capita in un momento particolare anche per me, ma è anche un momento interessante per discutere le grandi sfide ambientali che abbiamo davanti. Abbiamo recuperato parecchio sui dati macro economici, abbiamo attraversato momenti difficilissimi di crisi, e da qualche tempo abbiamo tassi di crescita, sviluppo, ripresa del lavoro, degli investimenti più incoraggianti. Dobbiamo fare ogni sforzo per evitare di andare fuori strada e compromettere lavoro e sacrifici fatti”.

Intanto proseguono contatti e trattative in visione del primo appuntamento di valenza politica della nuova legislatura. Quello della elezione dei presidenti delle Camere. “Non credo che la presidenza di una Camera – ha detto il ministro dello Sviluppo economico ed esponente del Pd Carlo Calenda su Radio Capital – sia un obiettivo politico rilevante per noi, ma non credo che sia il punto”. “Il Pd – continua Calenda – deve dire con chiarezza che sta all’opposizione e deve lavorare su se stesso per riallargare la sua base. Noi abbiamo una linea di dignità e onore e riportare vicino al Pd tantra gente che è andata via”. Per questo Calenda insiste che appoggiare un governo a guida M5s sarebbe folle. “C’è una chiara indicazione degli elettori, che hanno votato M5s e Lega. Misurarsi con il governo è importante per loro e salutare per il Paese. Appoggiare un governo M5s sarebbe folle per noi”. “Se fossi il segretario del Pd – ha aggiunto- con Di Maio sarebbe una telefonata breve. Fino a ieri giudicava un governo del Pd un male assoluto, non vedo come ci si possa mettere insieme”. “Poi se Mattarella – conclude Calenda – chiede a tutte le forze un governo di transizione, allora questo deve includere anche il Pd, per senso di responsabilità. Sarebbe la cosa migliore”. E su Gentiloni aggiunge: “Gentiloni è la figura che più di tutte può rappresentare il Pd. Secondo me dovrebbe essere il candidato naturale alla presidenza del Consiglio. Renzi ha sbagliato a non candidarlo già nelle ultime elezioni, io l’ho sempre detto. È un leader naturale”.

Pensioni basse, giovani rischiano futuro da fame

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L’occupazione è in aumento, anche tra gli under 35, ma i giovani che stanno entrando in questi anni nel mondo del lavoro rischiano di andare in povertà quando andranno in pensione. Secondo un focus Censis Confcooperative sono 5,7 milioni i lavoratori che potrebbero alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050, se la tendenza del mercato del lavoro non sarà invertita. In gioco il futuro dei giovani: “Una bomba sociale da disinnescare, rischiamo di perdere un’intera generazione”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Lo studio mette in luce la discriminazione esistente tra generazioni: già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%.

Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Questo nella migliore delle ipotesi: secondo la ricerca rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone, calcolando che sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro, a cui si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra ‘working poor’ e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. E il reddito d’inclusione, aggiunge Gardini, “con un primo stanziamento di 2,1 mld che arriverà a 2,7 nel 2020 fornirà delle prime risposte”, ma non basta.

I dati diffusi oggi dall’Istat sul mercato del lavoro sono a luci e ombre: nel 2017 l’occupazione cresce per il quarto anno consecutivo (+1,2%, 265.000 unità) e il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,7 punti), al top dal 2009, ma resta al di sotto del picco pre-crisi. Trainano i lavoratori a tempo determinato (+298.000 in confronto a +73.000 permanenti). Nella media del 2017 continua la riduzione del numero dei disoccupati (-105.000, -3,5%), più intensa rispetto al 2016, dovuta agli ultimi tre trimestri dell’anno. Cala il tasso di disoccupazione di 0,5 punti (dall’11,7% del 2016 all’11,2 del 2017), ai minimi dal 2013. Il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Aumenta il lavoro anche tra i giovani: prosegue per il secondo anno l’incremento del numero degli occupati di 15-34 anni (45.000, +0,9%) a cui si associa la crescita del tasso di occupazione a un ritmo analogo a quello dell’anno precedente (+0,7 punti). Per i 35-49enni alla riduzione del numero di occupati si accompagna l’aumento del tasso di occupazione (+0,6 punti). Persiste la crescita dell’occupazione e del relativo tasso per gli ultracinquantenni. La riduzione della disoccupazione è più forte per i più giovani in confronto ai 35-49enni mentre per gli ultra 50enni aumenta sia il numero di disoccupati sia il tasso di disoccupazione.

Nord Corea: entro maggio storico vertice Trump-Kim

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Si terrà entro maggio lo storico vertice tra il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un. L’annuncio è stato affidato al consigliere per la sicurezza nazionale di Seul, Chung Eui-yong, che nei giorni scorsi era volato a Pyongyang per colloqui senza precedenti.

Kim “è ansioso di incontrare il presidente Trump il prima possibile” e lui ha accettato, rispondendo che lo vedrà “entro maggio per raggiungere una denuclearizzazione permanente”, ha dichiarato Chung, parlando nel giardino della Casa Bianca dopo aver consegnato la lettera che il dittatore nordcoreano ha inviato al leader Usa proponendo il faccia a faccia. Che ci sarebbe stato un importante annuncio sulla Corea del Nord lo aveva anticipato un’ora prima il miliardario in persona, con un’inedita improvvisata nella sala stampa della Casa Bianca.

“Il presidente Trump accetterà l’invito di incontrare Kim Jong-un in un luogo e in un tempo da definire”, ha frenato la Casa Bianca, indicando che nel frattempo le sanzioni contro la Corea del Nord resteranno in piedi cosi’ come procederanno le esercitazioni militari congiunte con Seul. “Oggi ho avuto il privilegio di riferire al presidente Trump della mia recente visita nella Corea del Nord. Intendo ringraziare il presidente, il vice presidente e la loro meravigliosa squadra per la sicurezza nazionale, compreso il mio caro amico generale McMaster”, ha dichiarato Chung. “Ho spiegato al presidente – ha proseguito – che sono state la sua leadership e le sua politica di pressioni, insieme alla comunità internazionale, a portare a questa svolta. Ho manifestato a Trump la personale gratitudine del presidente Moon Jae-in” perchè Kim si è impegnato “per la denuclearizzazione e ha promesso che si asterrà da ogni ulteriore test missilistico o nucleare”. Seul, ha dunque espresso “ottimismo sul processo diplomatico” e sulla possibilità di “una soluzione pacifica”. Trump, via Twitter, ha immediatamente rivendicato “i grandi progressi” e confermato che l’incontro è “pianificato”. E se le Borse asiatiche sono state galvanizzate dalla notizia dell’imminente incontro, con rialzi incuranti dei dazi all’import di acciaio e alluminio formalizzati da Trump, il governo giapponese ha accolto positivamente “il cambio di postura” di Pyongyang, secondo quanto riferito dall’agenzia Kyodo, anticipando che il mese prossimo ci sarà un incontro negli Usa sul dossier nordcoreano.