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Luigi Grassi

Jobs Act, la Consulta ne cancella un pezzo

Consulta - votazione

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, il Jobs Act, nella parte, non modificata dal Decreto Dignità, che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. In particolare, secondo la Corte, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è “contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro” sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Tutte le altre questioni sollevate relative ai licenziamenti sono state dichiarate inammissibili o infondate. La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

Le conseguenze della decisione non sono ancora chiare, ma saranno con ogni probabilità molto ampie: la principale sarà che i giudici potranno decidere con maggiore autonomia l’ammontare dell’indennizzo che i datori di lavoro dovranno pagare ai loro dipendenti licenziati in maniera ingiustificata. Le conseguenze si rifletteranno sia su chi ha cause di licenziamento in corso, che – soprattutto – sulle decisioni future di assumere o licenziare da parte dei datori di lavoro.

A sollevare le questioni davanti alla Consulta, che ieri le ha esaminate dopo un’udienza pubblica, era stata la sezione lavoro del tribunale di Roma: con il suo atto di rimessione alla Corte, il giudice della Capitale avanzava dubbi su diversi punti del ‘Jobs Act’. In particolare, secondo il tribunale, il contrasto con la Costituzione non veniva ravvisato nell’eliminazione della tutela reintegratoria – salvi i casi in cui questa è stata prevista – e dell’integrale monetizzazione della garanzia offerta al lavoratore, quanto in ragione della disciplina concreta dell’indennità risarcitoria, destinata a sostituire il risarcimento in forma specifica, e della sua quantificazione.

Ponte Morandi. Il decreto Genova senza coperture

genova ponte

Ancora un intoppo per il decreto per Genova. Secondo la Ragioneria dello Stato infatti all’ultima versione del decreto manca un elemento fondamentale: la copertura finanziaria. La Ragioneria dello Stato infatti avrebbe sollevato dubbi a causa di una “indeterminatezza” delle coperture economiche e delle fonti di provenienza dei finanziamenti necessari.

L’indiscrezione è trapelata durante lo svolgimento del consiglio Comunale di Genova, in cui si è acceso il dibattito sulla proposta del Pd di non chiudere la seduta in attesa del decreto del governo.

 Il Mef cerca di minimizzare. Anzi ribalta la questione: “La Ragioneria Generale dello Stato non ha bloccato il decreto, ma lo sta sbloccando”. È quanto affermano fonti del ministero smentendo in modo netto le indiscrezioni riportate. Il decreto – viene spiegato – è arrivato “senza alcuna indicazione degli oneri e delle relative coperture”. E che “i tecnici della Ragioneria generale dello Stato stanno lavorando attivamente per valutare le quantificazioni dei costi e individuare le possibili coperture da sottoporre alle amministrazioni proponenti”. “Il decreto è giunto molto incompleto”. Il si lavora dunque alle coperture nel giorno dell’incidente probatorio e della relazione della Commissione del Mit.

“Non so a che punto sia il Decreto. Un giorno più o in meno non importa, conta quello che c’è dentro”, ha detto il commissario per l’emergenza e presidente della Regione Liguria Giovanni Toti che aggiunto: “Ormai questo sembra il decreto desaparecido”. “Dal primo ottobre saremo al ponte a guardare se sono iniziati i lavori. Genova si aspetta che questo avvenga, è il messaggio della città al Governo”, ha detto il sindaco Marco Bucci a un convegno della Cgil sul futuro della città. “Non accetteremo un decreto a metà” ha aggiunto il sindaco.

Sanità. Italia al quarto posto per efficienza della spesa

Sanità-Legge stabilità

Bloomberg ha aggiornato l’indice dell’efficienza della spesa sanitaria globale e per il 2018 l’Italia si piazza al quarto posto. Meglio di noi Hong Kong, Singapore e Spagna. Seguono subito Sud Corea, Israele e Giappone. Per concludere i primi dieci posti si piazzano anche Australia, Taiwan ed Emirati arabi uniti.

Il rapporto Health care efficiency misura il rapporto tra la spesa sanitaria e l’aspettativa di vita in base ai dati 2015 di 56 Paesi del mondo. Le banche dati da cui attingere i numeri sono Banca mondiale, Oms, Onu e Fmi. Altro dato da considerare è l’aspettativa di vita media di almeno 70 anni, un Pil pro capite a 5 mila dollari e una popolazione minima di cinque milioni.

Rispetto al 2014, l’Italia perde una posizione. Tra gli altri Paesi europei la Norvegia è undicesima, Irlanda tredicesima, la Grecia quattordicesima. Male la Francia che si attesta al sedicesimo posto mentre il Regno Unito è trentacinquesimo posto pagando, secondo Bloomberg, la Brexit. La Germania ha perso sei posizioni e si ferma al quarantacinquesimo posto. Bene la Thailandia che fa il balzo in avanti maggiore rispetto agli altri Paesi nella classifica (14 posizioni) fermandosi al ventisettesimo posto. Pesa, in questo caso, l’aumento dell’industria del turismo medico, in grande espansione. C’è poi una breve analisi sulla situazione statunitense. Gli Usa sono al cinquantaquattresimo posto e la misurazione, scrive Bloomberg, è stata basata sull’incidenza dell’Obamacare che ha ampliato l’accesso alle cure. Il paragone che viene fatto comprende la Repubblica Ceca. “Rispetto ai Cechi che hanno la stessa aspettativa di vita degli Americani, gli Usa spendono più del doppio in assistenza sanitaria rispetto al Pil. Il 16,8% contro il 7,3%. Infine, conclude Bloomberg, non se la passa bene neanche il Cile che esce dalla top ten e si piazza al trentunesimo posto dietro a Messico e Costa Rica.

Di Maio contro Tria su manovra e reddito di cittadinanza

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Tria cerca la linea del buonsenso e manda su tutte le furie Di Maio e Salvini. La linea prudenziale del Ministro dell’economia è infatti del tutto incompatibile con le proposte della flat tax e del reddito di cittadinanza. Tria ha come obiettivo principale quello di non sforare il tetto di deficit imposto dalla Ue. I due vicepremier invece quello di vedere realizzati, o almeno di dare inizio a quelle che sono stare le loro principali promesse della campagna elettorale. Evidentemente la tenuta dei conti e la soddisfazione delle sparate per prendere voti non sono compatibili. “Bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media” ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Siamo ad uno studio molto avanzato – ha spiegato – che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile”. Nella prossima Manovra, la Lega in particolare ha puntato su una riproposizione di aliquote agevolate per le Partite Iva, desistendo dalla formula iniziale di revisione della tassazione generale che avrebbe portato a un conto eccessivo. È stata anche presa in considerazione l’ipotesi di abbassare la prima aliquota Irpef dal 23 al 22 per cento, poi abbandonata perché avrebbe disperso troppe risorse per dare benefici di pochi euro.

Ma se sul lato fiscale comunque qualcosa di è mosso, almeno come tema su cui mettere l’attenzione, le grandi promesse dei 5 Stelle non sono mai state neanche oggetto di discussione da parte di Tria. Infiatti alla fine del del vertice sulla manovra Luigi Di Maio era infuriato contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. La battaglia più grande per il vicepremier M5S è quella sul reddito di cittadinanza. E Luigi Di Maio non la prende bene e sbatte i pugni sul tavolo come fosse un capriccio: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà”. Il tutto mentre si sommano altri i punti di scontro all’interno del governo: tra questi la vicenda della ricostruzione del ponte Morandi e del commissario straordinario per Genova, il dossier servizi e la pace fiscale. Su quest’ultimo punto Di Maio assicura: “Il M5S non voterà nessun condono”. Infatti il vicepremier ha detto più volte di non essere disposto a cedere sul reddito di cittadinanza, anche a costo di mandare a casa Tria.

“Sono settimane – ha commentato Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – che il Governo annuncia la pace fiscale, il concordato e il condono. Sia chiaro: i lavoratori dipendenti e i pensionati, che sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, non sopporteranno nuovi interventi volti a coprire e favorire l’odiosissimo fenomeno dell’evasione fiscale. L’Italia detiene il triste primato di essere il Paese con la più elevata evasione fiscale in tutto l’Occidente. È questo il vero tema che il Governo deve affrontare, con una svolta politica radicale, nella lotta senza quartiere a chi non fa il proprio dovere con il fisco. Questo intervento – ha concluso Proietti – permetterebbe di ridurre significativamente le tasse a tutti gli italiani che le pagano, a partire da lavoratori dipendenti e pensionati”.

Festa dell’Avanti!, “un futuro possibile” per la sinistra

festa avanti logoUna tre giorni per discutere di politica, per riflettere e analizzare la realtà, per riunire la comunità socialista e per rilanciare una nuova proposta per il futuro in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Tre giorni per “discutere dei tre cardini attorno a cui riorganizzare un’azione per il futuro possible della sinistra, in Italia come in Europa: libertà, inclusione e lavoro”. Lo ha detto il segretario del PSI Riccardo Nencini ospite di Radio Radicale, annunciando la festa nazionale dell’Avanti! che si terrà a Caserta, presso Parco Maria Carolina (viale Giulio Douhet 2014), dal titolo ‘Il Futuro Possibile’ nei giorni 14, 15 e 16 settembre.

“Saranno tre giorni di politica pura, e la scelta di Caserta non è casuale: si tratta di un omaggio al Mezzogiorno. Dopo aver letto la lista dei ministri, che include un ministro per il Mezzogiorno senza portafoglio, abbiamo deciso che bisognava dare un segnale forte, perché o l’Italia si salva tutta intera o non si salva”, ha sottolineato Nencini ai microfoni di Radio Radicale.

Il segretario socialista ha detto di aver “costruito un tavolo di appuntamenti che vedrà la partecipazione di Paolo Gentiloni, Marco Minniti e altri rappresentanti di PD, LEU, Radicali e dei democratici cattolici; tutti esponenti di un fronte europeista a cui si aggiungono i sindaci delle zone a rischio della Campania in cui si combatte in prima linea contro la criminalità”.

Tre giorni, insomma, di approfondimenti sul futuro possibile perché “la grande differenza con il passato è che i partiti sovranisti si presentano oggi con un’idea del futuro, rozza ma chiara, che è penetrata nel corpo elettorale a prescindere se poi riescano o meno a realizzarla”, analizza Nencini. “Quello che manca a sinistra è invece proprio un’idea di come si governano i grandi cambiamenti di questo secolo. E, senza una missione, non esiste una sinistra”, ha concluso Nencini.

Vaccini. Presidi: ritirare emendamento del governo

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“Ci sono 10mila bambini che non possono vaccinarsi per varie ragioni, e assegnarli a classi particolari non è possibile sia dal punto di vista organizzativo sia perché significa che è una forma di segregazione che ripugna”. Sono le parole del presidente dell’Associazione presidi, Antonello Giannelli intervento in audizione alla Camera sulla questione vaccini. Un emendamento del governo infatti prevede che l’esclusione dalla scuola dei bimbi non vaccinati quest’anno non è valida. E che i tanti bambini che, per malattie o altri motivi, non possono vaccinarsi, vadano in classi dove la copertura vaccinale è molto alta. Provvedimento che secondo i presidi comporta rischi per la salute e problemi organizzativi quasi insormontabili, come quello di spostare migliaia di bambini in classi dove tutti o quasi sono vaccinati.

“Va ritirato l’emendamento che rinvia l’applicazione dell’esclusione della frequenza per i bambini non vaccinati: se passa, abbiamo per questo anno scolastico un rischio di insicurezza per la salute”. Ha aggiunto Antonello Giannelli.  Insomma tra legge e circolare è il caos. “Secondo la legge Lorenzin i bimbi per poter accedere a nidi e scuole dell’infanzia devono portare la certificazione dei vaccini fatti, secondo la circolare ministeriale sufficiente l’autocertificazione. Questo crea una situazione di grande confusione all’avvio dell’anno scolastico”. E’ quanto dichiara all’Ansa Mario Rusconi presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio. Secondo Rusconi, la situazione di incertezza crea ”molti problemi alle scuole in quanto si attribuiscono enormi responsabilità, che si sarebbero potute evitare, ai dirigenti scolastici. Che, paradossalmente, aggiunge il presidente dell’Associazione nazionale Presidi del Lazio, rischiano denunce sia se il bambino viene ammesso a scuola solo con l’autocertificazione sia se non viene ammesso”. ”Servono indicazioni più chiare e precise – conclude – altrimenti la confusione è inevitabile e a farne le spese sono presidi e famiglie”.

Allarmati anche i medici che considerano “non giustificabile il rinvio dell’obbligo di presentare la certificazione della vaccinazione per l’iscrizione all’anno scolastico 2018-2019”. Lo ha detto Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) davanti alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio della Camera in relazione all’articolo 6 del Milleproroghe che, se approvato in via definitiva, dilazionerebbe di un anno l’applicazione della legge sull’obbligo vaccinale. “Per noi medici i vaccini sono uno strumento fondamentale di tutela della salute pubblica. L’eliminazione dell’obbligo potrebbe essere interpretata come un atteggiamento antiscientifico”, ha detto il presidente di Fnomceo, “auspichiamo un’offerta vaccinale attiva, in cui siano escluse tutte le possibili barriere sia organizzative sia economiche alla vaccinazione”. Anelli ha presentato in commissione il documento approvato dalla Federazione nel 2016 con cui si auspicava l’obbligo vaccinale. “Questo documento – ha spiegato – mantiene tutta la sua validità e la sua attualità e rappresenta una visione lungimirante, da parte dei Presidenti degli Ordini dei Medici, sul tema della prevenzione attraverso l’uso dei vaccini. Lo proponiamo nuovamente, integrandolo con alcune osservazioni relative all’attuale contesto”.
L’allarme dei camici bianchi si è focalizzato soprattutto sul morbillo: 14.451 i casi segnalati in Europa nel 2017, che hanno causato 30 decessi. Erano stati 4.643 nel 2016. “In questa classifica ben poco gloriosa, l’Italia è al secondo posto, con 5.004 segnalazioni. Non va meglio nel 2018: in Italia, dal primo gennaio al 30 giugno, sono stati 2.029 i casi segnalati. Di questi, il 91,3% si è verificato in soggetti non vaccinati, il 5,4% in chi era stato sottoposto solo alla prima dose”, è stato sottolineato.

Svimez. Il pericolo della grande fuga dal Sud

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I dati del rapporto Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, presentati oggi continuano a disegnare uno scenario già conosciuto. Una netta demarcazione tra centro-nord e centro-sud continua a dividere l’Italia. E se questa differenza sembrava conoscere una diminuzione, nell’ultimo rapporto invece appare in tutta la sua drammaticità. La Sicilia è la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Un allarme ulteriore per un territorio già gravato da ritardi strutturali. La Sicilia in assoluto è la regione meridionale che cresce meno, segnando un rallentamento rispetto a Calabria e Sardegna. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l’Isola invece si è fermata allo +0.4%.

Dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, presentato questa mattina a Roma emerge che “il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. La Svimez, che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”, definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Una situazione che porta con il sé il rischio di “un forte rallentamento” per il 2019. La crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo”.

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. Un dato questo particolarmente preoccupante che il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire. Insomma un l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

“Emerge dall’anticipazione del rapporto SVIMEZ – afferma Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL – come per evitare il forte rischio di allargare ulteriormente la forbice del divario tra Mezzogiorno e il resto del Paese, sia necessario garantire, per il Sud, maggiore intensità degli interventi a sostegno della crescita”.  “Per il Mezzogiorno non servono politiche speciali, servono politiche valide per tutto il Paese ma che per il Sud prevedano una maggiore intensità di aiuti e risorse. Sarebbe opportuno – continua la sindacalista – che lo sviluppo del Mezzogiorno non rimanga un tema da affrontare, come ogni anno “sotto l’ombrellone”, ma sarebbe ora che tutta la politica passasse una volta per sempre dalle parole ai fatti concreti, in quanto la crescita economica del Mezzogiorno è la crescita dell’intero Paese. Nel Sud occorre ricreare quel clima di fiducia e speranza per i tanti giovani e un territorio “accogliente” per le imprese e cittadini partendo da: investimenti per le infrastrutture materiali ed immateriali; da una fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese; una pubblica amministrazione efficiente; legalità e, soprattutto, lavoro”.

“Così come serve accelerare la performance dei fondi comunitari europei, dato che il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa per la spesa di tali risorse. Ma se l’emergenza sociale nel Mezzogiorno è il rischio povertà e se questa deriva principalmente dalla mancanza di reddito da lavoro, si deve dare  continuità rendendo strutturale – conclude – l’attuale sistema di incentivi alle assunzioni di giovani e meno giovani nel Sud”.

Ilva, Calenda: “Di Maio? Un ragazzino incapace”

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Calenda proprio non ci sta alle parole del ministro Di Maio che ha ereditato il dossier alquanto spinoso dell’Ilva. Non è la prima volta infatti che il ministro pentastellato prende di mira il suo precedessore criticando il lavoro fatto in questi anni. Ma Calenda non viene dalla politica. È uno che le cose le dice dirette. E dopo l’ennesimo attacco ricevuto non la manda a dire. “Questo ragazzino incapace – sono le sue parole – mi sta facendo irritare. Firma in gran segreto un piffero la notizia è stata diffusa e commentata da ogni media. Secondo non ha la più vaga idea dei numeri neanche quando vanno a suo vantaggio”.

Di Maio aveva parlato di “un’altra follia”. “Quello di prima, il precedente ministro dello Sviluppo economico, ha firmato in gran segreto l’accordo per far entrare Mittal nello stabilimento, in cui c’è scritto che ci saranno 3mila persone che vanno in mezzo ad una strada”. Ma Calenda non ci sta. È tutto falso, ha detto. Sia perché la notizia della firma è stata ampiamente diffusa dai media sia sui numeri che sarebbero errati.

E in un altro cinguettio pubblicato poco dopo, l’ex ministro ha aggiunto: “Il ministro Di Maio dichiara che ‘se la gara non è fatta a regola d’arte la devo ritirare’. Ma ha già dichiarato in Parlamento che la gara è viziata. Dunque o ha mentito in Parlamento o non ha il coraggio di essere conseguente. Incoerenza, Incompetenza, Incapacità”. C’è solo da scegliere. E ancora rivolgendosi a Di Maio aggiunge: “Mentre porti le carte in procura, ti fai dare il 12mo parere, consulti tutte le associazioni dell’orbe terraqueo prendi anche una decisione. Ti paghiamo per questo”.

Anche il segretario del Pd Martina interviene sulla questione Ilva. Questa volta sul metodo. Riferendosi all’incontro organizzato al Mise con 62 associazioni invitate, commenta: “Taranto merita più rispetto, i lavoratori dell’Ilva e le famiglie. Merita scelte e non passerelle a uso e consumo del vicepremier“. “Convocare 62 realtà per due ore – riflette Martina – non significa discutere ma costruire un palcoscenico per raccontare l’ennesima operazione propagandistica di Di Maio”. Il segretario dem giudica “inaccettabile il fatto che ancora una volta – sottolinea – si giochi anche su un tema delicato come il futuro dell’Ilva con un’operazione tutta propagandistica”. In questo senso, Martina spiega di “capire” le ragioni “di amministratori locali” come il sindaco di Taranto “che rinunciano a partecipare a una kermesse: la politica industriale non si fa così. Il Paese non può prendere scelte strategiche in questo modo”.

Dl dignità. Psi “Portare equità nel mercato del lavoro”

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L’esame in Commissione del decreto dignità procede con il rallentatore. In circa tre ore di lavoro, nella mattinata di giovedì, non è stato votato nemmeno un emendamento all’articolo 1. Si tratta di uno dei temi più discussi, quello relativo alla durata dei contratti a termine e alle causali, sul quale – dopo le critiche degli imprenditori da una parte e delle opposizioni dall’altra – potrebbero essere apportate modifiche. In mattinatasi sono susseguite riunioni di governo e maggioranza per trovare una soluzione sull’eventuale adozione di un periodo transitorio per i contratti in essere e sui voucher.

Intanto i socialisti hanno presentato una serie di emendamenti con lo scopo di portare equità nel mercato del lavoro. “Ecco gli emendamenti socialisti più importanti al decreto dignità”. Ha scritto su facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini. “Li abbiamo discussi con categorie economiche ed esperti. La priorità è evitare calo nell’occupazione e portare equità nel mercato del lavoro”.

Nencini ha poi elencato gli interventi proposti dai socialisti: “Estendere il reddito di inclusione sociale (non solo sussidio ma tutela per chi perde il lavoro). Salario minimo”. Al terzo punto “l’abbattimento delle tasse su stipendi per far crescere il mercato interno”. Al quarto posto “la causale, è troppo generica. Genera conflitti”. “Al quinto punto”il lavoratore a tempo determinato: acquisisce un diritto di prelazione per l’assunzione a tempo indeterminato”. Al sesto punto si legge che “al termine del contratto a tempo determinato l’impresa può assumere il lavoratore a tempo indeterminato con uno sgravio contributivo del 30%”.

“Bene, invece, – ha concluso il senatore socialista – il divieto di pubblicità sul gioco d’azzardo. Nostra vecchia battaglia”.

L’Ungheria contro i migranti esce dal patto Onu

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L’atteggiamento dell’Ungheria e del suo premier verso i migranti e l’Europa sono noti. Uno scontro che non nasce oggi ma che aumenta costantemente di intensità e che ultimamente ha trovato anche una sponda nel governo italiano e nella posizione oltranzista del Ministro degli interni Salvini. L’Ungheria ha oggi vivamente criticato la decisione dell’Unione europea di deferire alla Corte di giustizia europea Budapest per il mancato rispetto delle regole comunitarie sul diritto d’asilo. Un altro tassello in uno scontro sempre più acceso.

Nella prima reazione pubblica del governo conservatore di Viktor Orban, il ministro Gergely Gulyas infatti ha giudicato “inaccettabile” la scelta della Commissione europea che costituisce un attacco contro l’Ungheria. “Continuiamo a constatare che coloro che proteggono l’Europa sono perseguitati mentre ci si congratula con coloro che invitano i migranti a venire”.

E sempre in tema di immigrazione l’Ungheria non ha aspetto molto a reagire a modo suo e ha abbandonato il Patto sull’immigrazione delle Nazioni unite. Lo ha annunciato il ministro degli esteri Peter Szijjarto in una conferenza stampa. “La nostra posizione è incompatibile con il pensiero dell’Onu sulla questione. L’Onu pensa che la migrazione sia una cosa da incoraggiare in vari modi, ed è un diritto fondamentale, mentre secondo l’Ungheria è una minaccia per il mondo e per l’Europa in speciale”, ha detto. Il ministro ha confermato che l’Ungheria si ritirerà dalle trattative sul patto per l’immigrazione e voterà contro, se l’assemblea dell’Onu lo mette in votazione. “E una cosa innaturale di aiutare il ricambio delle popolazioni fra continenti, l’Onu dovrebbe invece favorire la cessazione delle migrazioni, e non concentrarsi solo sui diritti dei migranti”, ha detto ancora.

Luigi Grassi