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Luigi Iorio

Il carcere e una riforma che
si aspetta ormai da tempo

Riforma dell’ordinamento Penitenziario. Sogno o realtà? Sembra che questa volta al fotofinish avremo la tanto attesa riforma che, ove venga approvata, seguirà le riforme più significative in tema di ordinamento penitenziario che si sono susseguite negli anni. In particolare la legge 663/1986 (legge Gozzini), la legge 165/1998 (legge Simeone – Saraceni) e la legge 40/2001(legge Finocchiaro).

Il Ministero della Giustizia ha annunciato di aver trasmesso i decreti attuativi al Garante nazionale dei detenuti per eventuali osservazioni. Immediatamente dopo i decreti passeranno al vaglio del Consiglio e poi verranno inviati alle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Un iter lungo da portare avanti nei tempi sempre più esigui di fine legislatura.

La legge 23 giugno 2017, n. 103, la cosiddetta riforma Orlando, prevede, tra le tante novità, anche la modifica dell’ordinamento penitenziario. L’obiettivo del legislatore con tale provvedimento è duplice: da un lato riordinare il sistema penitenziario semplificando le procedure innanzi al magistrato di sorveglianza, il ricorso alle misure alternative eliminando preclusioni per l’accesso ai benefici per i detenuti e incrementando il lavoro esterno e intramurario, eliminare automatismi e preclusioni ai benefici penitenziari, valorizzare sempre più il volontariato. Dall’altro, l’obiettivo, per certi aspetti, il più importante e innovativo è la volontà di migliorare lai vita del detenuto durante il suo periodo di restrizione: ad esempio attraverso la necessaria osservazione scientifica della personalità del detenuto in vista di una futura riabilitazione. Esso inoltre prevede diversi criteri relativi all’incremento delle opportunità di lavoro, al riordino della medicina penitenziaria, all’agevolazione dell’integrazione dei detenuti stranieri, alla tutela delle donne e, nello specifico, delle detenute madri, al rafforzamento della libertà di culto al fine di evitare ulteriore proselitismo e radicalizzazione tra detenuti islamici. Da ultimo vi è anche la previsione di attività di giustizia riparativa.

Se la riforma sarà approvata in una corsa contro il tempo potremo avere un carcere più aperto. Aperto a corsi professionali, al lavoro, allo sport, aperto dunque verso l’esterno, in un confronto continuo e costante con la società civile. Un carcere trasparente, immediatamente percepibile dai magistrati di sorveglianza, dai garanti, dal mondo associazionistico.

Luigi Iorio
Cultore di Diritto Penitenziario Università di Foggia

Il fallimento del proibizionismo

Sara un’altra estate di proibizionismo. A causa dei quasi duemila emendamenti presentati nei giorni scorsi, l’approvazione della proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis slitta a settembre. Trovare i numeri alla Camera non sarà impossibile, le difficoltà a chiudere il cerchio si riscontreranno invece al Senato.

Quella di oggi può sembrare una sconfitta, ma in realtà è una giornata importante. Qualche anno fa nessuno avrebbe mai neppure scommesso che anche nel nostro Paese si iniziasse a parlare di legalizzazione. D’altronde che non fosse una passeggiata era chiaro sin dall’inizio a causa dello scontro tra i partiti e nei partiti. Al netto però dei tatticismi e dei numeri, la legalizzazione della cannabis in questi mesi ha avuto in Parlamento un consenso sempre più ampio e trasversale.

In questi anni il proibizionismo ha infatti mostrato il suo vero significato, incrementare la vendita di migliaia di tonnellate di cosiddette “droghe leggere”. Anche la Direzione Nazionale Antimafia ha evidenziato l’oggettiva inadeguatezza di ogni gesto repressivo nei confronti di un mercato ormai fuori controllo e nei fatti già di per sé libero.

A supporto del fallimento del proibizionismo qualche tempo fa si espresse anche la Global Commission on Drug Policy, osservatorio internazionale tra i più attendibili in materia di droga. Della GCDP fanno infatti parte molti autorevoli esponenti del mondo politico, economico e della cultura mondiale. Già allora i membri della commissione sottolinearono che i cinquant’anni di proibizionismo contro le droghe non hanno portato nessun beneficio e indicarono quale strada da seguire quella della legalizzazione, almeno per la cannabis, sottolineando che “iniziative del genere non portano a un aumento del consumo di droghe” dal momento che il “proibizionismo non ha impedito una continua crescita dei consumatori abituali di droga”.

Legalizzare significa infatti semplicemente sottrarre alle associazioni criminali il monopolio del narcotraffico, ingenti quantità di denaro.

Da un punto di vista fiscale si potrebbero riscuotere dai 7 ai 10 miliardi di euro dalle imposte sulle vendite. A ciò si aggiunge la possibilità di controllare la nocività e le tipologie di sostanze messe in commercio e allo stesso tempo di alleggerire il sistema giudiziario. Prova ne è il fatto che oltre un terzo dei detenuti negli ultimi dieci anni ha commesso reati connessi allo spaccio di cannabis e sulla base di questi dati, il criminologo di Oxford Federico Varese, ha calcolato un risparmio per l’amministrazione carceraria di oltre un milione di euro al giorno.

La legalizzazione allora non può avere un valore meramente politico, ma dovrebbe rientrare in una oggettiva valutazione di un problema che non può essere ancora rimandato. Regolamentare giuridicamente il mercato di hashish e marijuana è dunque una necessità. Succede già per altri consumi, come quelli di tabacchi e degli alcolici che determinano, a differenza dei derivati della cannabis, forti fenomeni di dipendenza, ma nonostante ciò nessuno hai mai pensato di proibirle, per non consegnarne le vittime al mercato illegale e regalare alle mafie profitti criminali.

Anche nei Paesi che più sono stati rigidi nell’approccio al consumo di droghe leggere, a partire dagli Usa, la legalizzazione non è più un tabù.

Non abbiamo quindi più alibi, anche in Parlamento occorre cambiare passo. Il tema di come regolamentare il mercato della cannabis e dunque contrastare le mafie è maturo, anzi maturissimo nel Paese. D’altronde nel resto del mondo la tendenza è per la legalizzazione del consumo e della vendita anche per fini terapeutici.

Per questo è incredibile che la questione non sia stata ancora del tutto affrontata in Italia, persino dopo la bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge Fini-Giovanardi.

Se poi si continuano ad usare deboli pretesti contro la legalizzazione della cannabis come il pericolo per la nostra salute allora dobbiamo conseguentemente abolire tutte le ipocrisie e vietare anche la vendita dell’alcol e delle sigarette. Così potremo regredire completamente non solo giuridicamente, ma anche socialmente e culturalmente. E allora arrivederci a settembre quando ancora una volta l’area centrista, pur non rappresentando più nulla nel Paese, se non in Parlamento con eletti nelle file di Forza Italia e con molti scranni nel Governo per via dei numeri della maggioranza, cercherà di bloccare questa legge.

La speranza è che anche con l’aiuto del M5S e con molti parlamentari liberali di forza Italia potremo riuscire a dare una legge giusta al nostro paese. Occorre solo un po’ di buon senso.

Renzi, le elezioni
e l’effetto Leicester

I risultati dei ballottaggi sono inequivocabili. Cresce il movimento 5 stelle, il centrodestra ai minimi storici e il Partito democratico è in netta flessione. Il centrosinistra perde Roma, Napoli, Torino. Vince a Bologna (dove il sindaco ha aderito nella sede della Cgil al comitatodel No al referendum) e a Milano con Beppe Sala figura estranea al mondo della sinistra e del Pd.

Certamente i risultati di Torino e Roma  sono stati agevolati dal voto confluito del centrodestra, ma questa è la dimostrazione che le amministrative appena concluse hanno inaugurato la stagione della spallata al governo che avrà il suo epilogo con il referendum costituzionale di ottobre.

Gli elettori hanno sempre ragione. Una frase scontata, ma veritiera. Dunque bisogna fare, al netto dei flussi elettorali alcune riflessioni in merito. Partendo dal 40 per cento preso dal Pd di Renzi alle europee, ogni tipo di elezione sarà sempre in salita in termini elettorali per il Presidente del Consiglio. Ma bisogna fare una riflessione più ampia.

In questi mesi si è fatto di tutto per veicolare l’idea che il Pd è un partito a vocazione maggioritaria, ma soprattutto che il Pd non è un partito di sinistra, almeno quella sinistra di stampo novecentesco un po’ triste e sbiadita. Si è proseguito con la teoria che non esiste più una contrapposizione tra destra e sinistra e che le ideologie sono superate. Sbagliato.
Occorre da subito ricostruire un centrosinistra che vada a colmare quella voglia di autosufficienza che il Pd non può permettersi. Lo aveva tastato con mano Veltroni e adesso lo sta recependo anche Renzi. Un centrosinistra che possa soddisfare l’offerta politica di una sinistra diffusa, laica, ambientalista. Ridare fiducia a tutti gli elettori che hanno preferito non andare alle urne. Bisogna ripartire dalle difficoltà delle periferie, da una povertà dilagante, da milioni di partite Iva sulla soglia di povertà, una disoccupazione giovanile esponenziale, rinsaldare quel welfare novecentesco che ha dato a milioni di italiani sicurezza e benessere. Queste cose sono certamente sinistra. Socialiste! La sinistra non può essere cancellata.

Insomma il centrosinistra in alleanza con il Pd deve necessariamente ripartire da coordinate ben precise da sempre intrise nel dna della sinistra. Non serve rincorrere il Movimento cinque stelle, perché tra l’originale e una copia gli elettori sceglieranno sempre una l’originale. Occorre mettere in campo le idee e le azioni che da sempre caratterizzando la sinistra democratica del Paese. Un esempio su tutti il caso Roma.
Giachetti chiuse le liste elettorali le presenta alla commissione antimafia, un’azione politica fine a se stessa, lontanamente garantista, di stampo grillino. Sarebbe stato più opportuno impiegare il tempo speso in commissione antimafia per parlare con centinaia di migliaia di persone nelle periferie e preparare un piano per migliorare le loro condizioni di vita. E ancora, sempre Giacchetti, invece di fossilizzare la propria campagna elettorale sulle Olimpiadi come un liberale qualunque, avrebbe potuto parlare di più di asili nido, sicurezza e tant’altro. Certamenti i romani avrebbero apprezzato di più. Quando la sinistra non fa la sinistra può solo perdere. Su questo il premier Renzi dovrà riflettere. Umiltà, risposte concrete al disagio e alla povertà e meno giochi di palazzo con Verdini. Questa deve essere la strada da percorrere in futuro.

Infine bisogna fare attenzione all’effetto Leicester. Ormai il movimento cinque stelle, nato da pochi anni e’ lanciato. Come la squadra allenata da Ranieri, desta curiosità in tutti. Non solo. Come accade sempre nello sport si tifa sovente per i più deboli per out sider, contro il più forte in questo caso il partito di governo.

In molti non vedono l’ora con il proprio voto alle prossime politiche, di essere protagonisti di una svolta epocale. Davide che sconfigge Golia anche a seguito di una legge elettorale voluta a tutti costi da Renzi, ma che forse nemmeno Renzi sta capendo a cosa porterà. Ad un eventuale ballottaggio tra Pd e M5s gli elettori, tra l’establishement e la possibilità di riscrivere la storia, potrebbero preferire una pagina di storia.
Consiglierei al partito democratico e a Renzi di rileggere attentamente alcuni scritti del filosofo Wilhelm Wundt, in merito alla eterogenesi dei fini.

Luigi Iorio

Sollecito: “Un cortocircuito giustizia-informazione”

Raffaele Sollecito“Non c’è bisogno di molta immaginazione per capire che la mia vita è stata stravolta. Otto anni di persecuzione giudiziaria, cinque sentenze per addivenire ad una verità. La mia innocenza. Una vita che mi è stata cambiata non dalla notte dell’omicidio della povera Meredith. Quella sera per me non era accaduto nulla. Ero tranquillamente a casa mia. Tutto cambiò invece quando fui arrestato. Ho perso la mia quotidianietà, gli anni di studio all’università, i miei sogni, i miei progetti di vita”.
Così ci risponde Raffaele Sollecito, pugliese, ingegnere informatico, quattro anni di reclusione, poi assolto, per l’omicidio di Meredith Kercher.

Meredith venne assassinata il 1º novembre 2007 a Perugia. Era una studentessa inglese di 22 anni, in Italia nell’ambito del progetto Erasmus e fu ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all’interno della casa che condivideva con altri studenti. Per l’omicidio è stato condannato in via definitiva con rito abbreviato il cittadino ivoriano Rudy Guede. Il processo ha avuto un iter giudiziario particolarmente travagliato. In primo grado, come concorrenti nell’omicidio, furono condannati dalla Corte d’Assise di Perugia nel 2009 anche la statunitense Amanda Knox, e l’italiano Raffaele Sollecito. I presunti coautori del delitto furono successivamente assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello nel 2011 per non avere commesso il fatto.

Che opinione ha della magistratura italiana e della giustizia italiana. Cosa

Meredith Kercher

Meredith Kercher

pensa delle indagini e del processo a suo carico?
La giustizia in Italia crea non pochi problemi. Io ad esempio sono stato letteralmente preso di mira dagli inquirenti da subito. Hanno fatto indagini frettolose ed errate. Poi anche alla luce delle palesi amnesie investigative, hanno continuato in tutti i modi a cercare di dimostrare il loro teorema in mondovisione. Una sete di conclusione a tutti i costi. Trovare immediatamente un capro espiatorio per affermare che lo Stato c’era. La cosa più assurda fu la conferenza stampa indetta dal questore di Perugia a poche ore dall’accaduto, con indagini ancora in corso. In quella circostanza il questore affermò: “Abbiamo i colpevoli”. Raffalele Sollecito, Amanda Knox e Patrick Lumumba, tre innocenti. Un omicidio, secondo il Questore, avvenuto al termine di un’orgia andata male. Solo fantasie. Meredith è morta per mano di un solo uomo al termine di un furto andato male. Ripeto ad indagini aperte andando oltre il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Per loro io ero colpevole. Fumavo erba e bevevo alcol e avevo una sudditanza psicologica nei confronti di Amanda. Questo bastava per essere colpevole. Ecco queste falsità hanno stravolto la mia identità agli occhi degli italiani che prima non conoscevano nulla di me.

Dicevamo quattro anni di reclusione; dove, in quale carcere e in che condizione viveva?
Sono stato recluso dapprima nel carcere di Perugia e successivamente in quelli di Terni e Montorio Veronese. Appena arrestato fui sottoposto immediatamente al regime di isolamento per evitare che nei miei conforti ci potessero essere ripercussioni da parte di altri detenuti, poiché ero accusato di un omicidio di una donna. Ancor peggio, secondo la procura, a seguito di un orgia andata male.

Cioè lo Stato ti isola, perché conscio di non poterti eventualmente proteggere da altri detenuti.
Continuo a pensare a distanza di anni che il carcere di per sé non serve a nulla. Il carcere è una discarica sociale dove si viene abbandonati. Una scuola del crimine che genera crimine e violenza. Il carcere è così da sempre perché l’opinione pubblica e di riflesso la politica rifiuta di approfondire le difficoltà dei detenuti. Il sovraffollamento è una piaga. In una cella non hai la tua privacy, non puoi studiare, leggere ad alta voce ecc. E crea spesso di squilibri psicologici. Di notte specialmente si sentono centinaia di urla di uomini psicologicamente sfiniti. Tentati suicidi, aggressioni insomma un mondo che non auspico a nessuno. Sul tema sono d’accordo con Gherardo Colombo quando afferma che la maggioranza dei detenuti in italia non ha una pericolosità sociale e quindi il carcere è superfluo. Andrebbero dimezzate le misure cautelari e la detenzione alternativa al carcere.

Quanto rimase in isolamento?
Ben 6 mesi. Chiesi mediante i miei avvocati immediatamente la revoca di quella restrizione perché mi accorsi che stavo perdendo capacità cognitive. Preferivo assumermi i miei rischi venendo a contatto con altri detenuti pur di non rimanere in una condizione di solitudine.

È stato mai vittima di atti intimidatori in carcere da parte di altri detenuti?
Fortunatamente no. Però solo chi è stato in quei luoghi può percepire alcune regole non scritte. Inevitabilmente la vita in carcere divide e non unisce. Si creano gruppi contrapposti. Comandano sempre i gruppi che fanno parte di varie associazioni a delinquere di stampo mafioso. Se non vai a genio a loro sono guai. Se loro decidono che sei un “infame” allora potresti passare dei guai. Ma ripeto è difficile da spiegare se non si è mai vissuto il carcere.

Come trascorreva il tempo e cosa pensava?
Pensavo a tante cose. Ai miei affetti, alle tante menzogne raccontate sul mio conto, alla mia reputazione rovinata. Per me era motivo di forza aspettare la telefonata della mia famiglia, come da regolamento per dieci minuti ogni settimana. Poi ho cominciato ad impegnare il mio tempo studiando e facendo un corso di pittura. Anche il corso di pittura a volte era faticoso svolgere a causa di un laboratorio piccolo quasi quanto una cella. Angusto e poco luminoso.

La cosa che più l’ha segnata di questa vicenda?
Non sapere cosa sarebbe stato della mia vita. Finire i miei giorni in carcere per un delitto che non avevo commesso. Pensare alle sofferenze che questo errore giudiziario stava provocando alla mia famiglia, ai miei amici a chi ha sempre creduto nei miei valori e nel mio modo di essere.

Anche se per legge 516 mila euro è il massimo della somma che puo richiedere, pensa che bastino a ripagare il torto subito?
Non c’è cifra che mi possa ripagare di quello che ho sofferto. Ma non nego che il denaro mi necessita. Serve alla mia famiglia che ha consumato per le spese processuali (spese legali, consulenze, trasporti, etc) un milione e trecento mila euro. In questi anni abbiamo venduto due appartamenti di nostra proprietà. Ecco, quello economico è uno dei tanti problemi che mi ha causato questa vicenda.

Il dato di fondo è che la giustizia spesso è di ‘classe’, costosa e piena di pregiudizi. Ci diceva delle esose spese legali, ma ha avuto buoni avvocati. Pensa che questo abbia avuto un peso? Un immigrato irregolare o una persona poco facoltosa sarebbe stato assolto?
Ringrazio i miei avvocati, ma non credo che aver avuto la possibilità economica per pagare buoni avvocati sia stato un vantaggio. Le persone agiate non hanno un vantaggio innanzi alla giustizia. Le persone in generale, siano esse immigrati e di qualunque razza, invece sono e saranno fortunate quando giudicate in modo equo. Il punto vero è il cortocircuito della giustizia. Le procure giustizialiste per natura, passano notizie a quotidiani di cronaca che soddisfano la sete di vendetta di una opinione pubblica giustizialista, che vuole il mostro in prima pagina. Io penso che la prima cosa bisognerebbe consentire ai giornalisti di cronaca di accedere alle notizie di reato e agli atti al termine delle indagini senza il consenso delle Procure, in modo da evitare una presa di posizione marcata del giornalista. Poi aggiungo al di là degli avvocati che ti difendono la differenza la fanno i giudici. I giudici che hanno voglia di approfondire i casi e quelli che già pregiudizialmente ti condannano per una propria opinione personale.

Cosa dice a quelle persone che ancora la osservano con disappunto?
Dico di informarsi o meglio ancora di leggere le carte processuali. Se non lo fanno per disinteresse, ma nello stesso tempo continuando a accusarmi, pazienza vorrà dire che neanche a me interessa il loro giudizio.

Progetti per il futuro?
Come prima cosa sto promuovendo il mio libro, grazie al quale racconto la mia storia di mala giustizia. Un modo per far capire come la giustizia in Italia spesso fallisca nella speranza che certe cose non accadano più. Come progetti di vita tra qualche settimana presenterò il mio portale: beonmemories.com, che spero potrà diventare un lavoro solido e di prospettiva per il mio futuro.

Luigi Iorio

Primarie Usa. Sognare non costa nulla

Passo dopo passo, Stato dopo Stato la candidatura di Berni Sanders alle primarie democratiche diventa sempre più credibile e convincente.
Dopo l’ultima vittoria ai caucus democratici in Wyoming precedute da altre sette affermazioni la campagna elettorale ha preso il volo. Sono aumentate a dismisura donazioni economiche e popolarità.
Certo i delegati che lo separano dalla Clinton sono più di 200, difficili da recuperare, ma nel vocabolario della politica la parola impossibile non viene menzionata. E dunque si resta in attesa, degli appuntamenti elettorali chiave di New York e della Pennsylvania.
Giorno dopo giorno Sanders sta convincendo sempre più il popolo democrat, grazie al suo programma radicale nei principi e socialista nella proposta. Una proposta politica che negli Stases mancava da qualche decennio. Le sue coordinate ideologiche sono pragmatiche e precise.
Innalzare il salario minimo a quindici euro, rafforzare il welfare, soluzioni al cambiamento climatico, riaffermare una reale giustizia sociale. Proposte che stanno affascinando giorno dopo giorno centinaia di migliaia di giovani e fasce di popolazione meno abbienti. Ed ancora, tutela per le minoranze etniche, maggiore integrazione e ulteriori diritti alla comunità LGBT. Insomma, una proposta politica per tornare a governare il cambiamento, per riscrivere nuove pagine del futuro. Le primarie americane, pur tra qualche ipocrisia di troppo, continuano ad affascinare il mondo per la loro capacità di far sognare rappresentare visioni politiche differenti, a differenza di quelle italiane tese solo a regolare o depotenziare le oligarchie di partito, ben spiegate già nel 1911 dal politologo tedesco Robert Michels.

Da socialisti non possiamo che augurarci che le idee socialiste e la voglia di discontinuità con l’establishement democratico del passato, possano portare Bernie Sanders ad essere il candidato socialista alla casa bianca.

Luigi Iorio

Unioni civili. Il primo di tanti passi verso la modernità

“PACS, DICO, CUS, DiDoRè”. Tanti, troppi sono stati negli anni gli acronimi incomprensibili che diedero vita a proposte di legge sulle coppie di fatto. Credibili, meno credibili e imbarazzanti, ma tutte puntualmente affossate durante il complesso iter parlamentare.
Aver approvato una legge sulle unioni civili è un passo importante, storico. Un legge di civiltà, in un Paese retrogrado, bigotto, poco sensibile all’equiparazione dei diritti degli individui, specie se dello stesso sesso.
Certo, i detrattori e i delusi ci sono e ci saranno. Un accrocchio, un pasticcio secondo molti, opinioni a tratti condivisibili, ma di più con questa attuale maggioranza, lascito del porcellum di berlusconiana memoria, non si poteva fare. Soprattutto se chi si definisce laico, portatore dell’interesse comune, vedi alla voce cinque stelle, scappa davanti alle decisioni importanti.
Abbiamo impiegato decenni per riconoscere semplicemente diritti a persone etero e omosessuali che decidono di vivere insieme. Centinaia di migliaia di persone alle quali oggi la politica ha voluto dare un segnale. Il rispetto per  i sentimenti altrui senza distinzioni di genere.
Che poi, al netto dei due articoli del testo originario cassati, il passo in avanti, se pur a fatica, c’è stato effettivamente. Molti sono stati i diritti riconosciuti tra i più importanti: diritto alla pensione di reversibilità, diritto all’eredità, diritto al mantenimento e agli alimenti, obbligo di assistenza morale e materiale, diritto al congedo matrimoniale e assegni familiari, diritto alla cura e alle decisioni sulla salute in caso di incapacità, diritto di stabilire una residenza comune.
Dal sentiero sterrato medioevale abbiamo intrapreso finalmente la strada della modernità e dei diritti. Un punto di partenza non certo di arrivo. Sia chiaro all’attuale maggioranza e al Presidente Renzi.
Infatti, come socialisti, eredi di quel gradualismo principio evolutivo del riformismo tanto caro a Turati, abbiamo votato la legge ma già lunedì rilanceremo il tema della stepchild adoption.
Insomma, il Senato ha votato quella che è senz’altro la più importante riforma in tema di diritto di famiglia dopo quella del 1975. Ma molto c’è ancora da rivendicare per fare dell’Italia in tema di diritti civili finalmente un Paese moderno. Per garantire semplicemente il rispetto di un sentimento. L’amore.
Luigi Iorio
Responsabile dipartimento diritti umani 

Luigi Iorio
La forza delle idee e delle regole

Nelle ultime settimane, dalle pagine del nostro quotidiano di partito, leggo un interessante dibattito messo in piedi da tanti autorevoli compagni e ripreso più volte dal direttore Mauro Del Bue, sulla necessità o meno di celebrare il congresso nazionale e sul futuro del nostro piccolo, grande partito.È un errore derubricare la discussione sulla celebrazione o meno del congresso a uno scontro tra maggioranza e minoranza rendendola di fatto una mera argomentazione interna. Il tema è molto meno politico.

Chi ha espresso, più volte, la volontà di celebrare il congresso, lo ha fatto sempre con coscienza e nel rispetto delle regole del nostro statuto nazionale. Sbaglia volutamente chi attribuisce a questa scelta una valenza diversa.

Non può esserci una discussione sul punto. Il congresso deve essere celebrato, abbiamo la necessità di tracciare ancora, con più forza, il perimetro della nostra esistenza. Tre le coordinate da seguire: modifica della forma partito, nuove campagne tematiche, maggiore sinergia tra politica nazionale e territori.

È bene chiarirsi.  La nostra comunità è stata da sempre rissosa e riottosa. Lo sappiamo, e’ ciò che spesso ci ha portato all’autodistruzione. Se la nostra storia ci ha insegnato qualcosa, delle due l’una, o ricominciamo a fare politica tutti insieme o non abbiamo più ragione di esistere.

Noi abbiamo scelto la prima. Per questo l’invito è ad accantonare narcisismo e egoismi, a far posto alla politica, a smentire la storia recente scritta da molti con l’inchiostro mendace delle falsità e della menzogna. Solo un partito rinnovato nei metodi, nelle scelte, nel linguaggio e proiettato al futuro potrà incidere sul perdurante conservatorismo del quale è intriso il nostro Paese, un muro invisibile che impedisce da tempo una rinascita reale.

Sappiamo infine come il regime dell’informazione pubblica radiotelevisiva ci abbia sempre negato la possibilità di far veicolare le nostre quotidiane battaglie soprattutto quando abbiamo parlato di diritti, di garantismo e di stato laico.

Non c’è dubbio, la strada e’ impervia, ma abbiamo davanti una sfida importante che non ha nulla a che fare con le futili polemiche di qualche compagno: ricostruire un tessuto sociale e politico, che sia, allo stesso tempo, laico e legalitario, libertario e riformatore.

Di questo dovremmo parlare al prossimo congresso. Se il senso di responsabilità della nostra piccola comunità prevarrà sugli individualismi, gli egoismi e i tatticismi, avremo una possibilità di aprire una fase nuova, feconda di rinnovamento reale non solo anagrafico e il nostro partito sarà pronto alle sfide dell’ancora immatura “terza Repubblica”.

Luigi Iorio

Luigi Iorio
Liberare le energie che stentano
a rendersi attive

Ho letto su Repubblica un corsivo a commento di un’intervista rilasciata da Bobo Craxi su un webmagazine.t.
Craxi affronta, in vista del congresso, due nodi fondamentali e non di poco conto: la presenza dei socialisti al governo rappresentati dal segretario Nencini (attualmente Vice Ministro ai Trasporti e alle Infrastrutture) e la questione generazionale.

Sul primo nodo, quella della presenza dei socialisti al Governo, credo ci sia poco da discutere. Essere riformisti e socialisti significa contribuire a compiere con scelte importanti certo, talvolta anche a rischio di impopolarità, a modernizzare l’Italia, governando il cambiamento.Noi non ci tiriamo certo indietro. E’ quanto ci ha sempre ha sempre contraddistinto dalla pletora dei veterocomunisti antropologicamente avversi al cambiamento e al buon governo, ancora oggi convinti che le politiche del “No”possano attirare i romantici gramsciani e il fronte degli antisistema.

Il secondo nodo è la questione generazionale. Si sbaglia, credo volontariamente, prospettiva quando si sostiene che il ricambio generazionale passi attraverso la “rottamazione” dell’attuale segretario al quale, al contrario, andrebbe riconosciuto il merito di aver guidato il nostro partito in questi lunghi anni di mare in tempesta. Il tema non è questo e ci porterebbe ad uno scontro senza prospettiva e dannoso per il nostro partito e per la sua stessa esistenza.

Le rottamazioni partono dal basso e soprattutto sono il preludio del cambiamento e di riforme radicali di un sistema. Renzi, il profeta della rottamazione, oggi è leader di un partito perché già dalla prima Leopolda ha saputo veicolare prassi politiche innovative e, nuovi linguaggi che sono una delle condizioni essenziali per rinnovare un Partito. Senza questa salutare scossa la nomenclatura diessina avrebbe mantenuto la propria egemonia sul Pd e sul centrosinistra per chissà quanti anni ancorai.

Per questo, prima di parlare di ricambio generazionale e cambio di leadership, argomenti strumentali e di nessuna utilità, dobbiamo ripartire da una seria riflessione non su su chi siamo, perché lo sappiamo benissimo, ma su come vogliamo essere nei prossimi anni.In altre parole se intendiamo come credo, proseguire la nostra militanza libera ed autonoma, in che modo e con quali strumenti che la contemporaneità ci offre. Occorre dunque cambiare l’architrave del partito, superando una forma che è ancora legata a stagioni politiche dell’altro secolo e, preservando e custodendo i nostri valori e la democrazia, lavorare allo scopo di liberare tutte quelle le energie che a causa di una eccessiva burocratizzazione stentano a rendersi visibili e attive.

Luigi Iorio

Pena di morte, No all’indifferenza

E’ una questione secolare eppure ancora oggi continuiamo a parlarne. Come socialisti sono anni che rinnoviamo l’appello alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte e a considerare la possibilità di una amnistia. ‘Vinci l’indifferenza e conquista la pace’. È la dichiarazione di Papa Francesco contenuta nel messaggio per la 49.esima Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il primo gennaio 2016, un appello a “gesti concreti” e “atti di coraggio”, un importante presa di posizione, l’ennesima del Pontefice contro la pena di morte.

La genesi della pena capitale ha radici millenarie. Un principio di abolizionismo si ebbe nell’epoca del dispotismo illuminato di volteriana memoria. Nel Settecento, infatti con il progressivo rafforzarsi degli Stati nazionali la pena di morte perde la sua utilità. L’idea era semplice: se lo Stato era in condizione di controllare efficacemente il territorio e la popolazione, allora poteva punire il criminale, il quale, sapendo che violando l’ordine pubblico sarebbe stato punito, non avrebbe più infranto la legge.

A tal proposito Cesare Beccaria sosteneva che occorrevano pene miti, ma applicate senz’alcuna riserva: la tesi era che anche se la pena fosse stata minima doveva esserci certezza di espiazione.

La pena di morte perde, quindi, utilità proprio perché lo Stato è forte e capace di punire i criminali. L’idea di Beccaria di sostituire la pena capitale con la reclusione fu accolta dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo che nel 1786 passò alla storia come primo sovrano in Europa ad abolire la pena di morte.

Ma arriviamo ai giorni nostri. I Paesi nei quali vige fattivamente la pena di morte sono cinquantotto. I Paesi abolizionisti de facto sono trentacinque (di pochi giorni fa è la notizia che anche il Parlamento della Mongolia l’ha abolita). Nel loro ordinamento giuridico mantengono in vigore la pena di morte, ma le esecuzioni non hanno luogo da almeno dieci anni, oppure in molti Paese sono state introdotte delle moratorie sulle esecuzioni. In ultimo ci sono i Paesi abolizionisti per reati comuni, sono quei paesi, sette nello specifico che hanno abolito la pena di morte per i reati comuni, ma la mantengono per casi eccezionali. Le vittime della pena di morte nel mondo ogni anno sono all’incirca quattromila. Solo in Cina sono avvenute ben settemila esecuzioni capitali tra il 2011 e il 2013, (dai dati della Ong “Nessuno tocchi Caino”, anche se potrebbero essere molte di più, poiché molte esecuzioni avvengono in segreto).

Altri paesi sanguinari sono l’Iran, l’Iraq e l’Arabia Saudita. Le esecuzioni sono riprese spesso come reazione impulsiva all’aumento dei reati: omicidi particolarmente efferati o semplicemente per un rigurgito storico e culturale. Ma molti studi hanno evidenziato che nei Paesi dove è in vigore la pena di morte la criminalità non diminuisce. Ecco perché non è un deterrente. Ad esempio in Canada, il numero degli omicidi è diminuito dopo il 1976, anno dell’abolizione della pena di morte. Le vittime del crimine meritano giustizia, ma la pena di morte non è la risposta. Veleno, sedia elettrica, lapidazioni, fucilazioni oltre a ledere la dignità e violare i diritti umani non sono certamente la risposta adeguata. Ovvero l’idea della sanzione come vendetta che utilizza la pena per affrontare le contraddizioni della vita sociale è una atrocità.

Il mondo, le società moderne ed evolute hanno bisogno di esempi. Molto impegno e attivismo servono ancora per sensibilizzare l’opinione pubblica di tutto il mondo, cominciando dal nostro Paese. Per questo è importante l’iniziativa dell’Associazione ‘Nessuno tocchi Caino’ di svolgere il suo sesto Congresso a Milano il 18 e il 19 dicembre nella Casa di Reclusione di Opera. Il Congresso si terrà proprio nei giorni del secondo anniversario del successo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e avrà all’ordine del giorno il rilancio della campagna per la Moratoria. Un importante appuntamento al quale i socialisti, da sempre garanti dei diritti umani e delle libertà seguiranno con attenzione affinché nei prossimi mesi si possano creare sinergie nelle istituzioni nazionali e transnazionali. Noi saremo ancora al fianco dell’Associazione ‘Nessuno Tocchi Caino’ affinché sia accolta l’indicazione dell’ONU per l’abolizione della pena di morte, per trovare soluzioni e risposte al sovraffollamento carcerario individuando precise indicazioni di riforma. Sono anni che in perfetta solitudine proviamo a rompere il silenzio. Continueremo, non si può continuare a mostrare indifferenza, sarebbe voluta inciviltà.

Luigi Iorio
Responsabile dipartimento diritti umani

 

Il PSI c’è – di Luigi Iorio

Conferenza programmatica Psi. Buona la prima. Era difficile immaginare un esito migliore. L’esperimento politico si è rivelato vincente. Centinaia di delegati e di invitati presenti in due giorni di intenso lavoro. Era tempo che non accadeva. La voglia di partecipare e di esprimersi era forse più forte di quanto si potesse immaginare.

La critica si sa, è sempre dietro l’angolo, ma la strada intrapresa è davvero quella giusta. È la nostra proposta di fare e di interpretare la politica del nuovo millennio.
Le spirali della nostalgia sono pericolose. Per questo abbiamo abbandonato l’immagine dei reduci e del tempo che fu e al noioso schema della convention nazionale abbiamo preferito anteporre il protagonismo dei militanti, le istanze e le richieste dei nostri territori al concreto bisogno di cambiamento.
Per la prima volta abbiamo provato a instaurare una connessione reale con il mondo dell’associazionismo, della cultura, del lavoro per consentire a tutti di intervenire, confrontarsi, proporre in uno spazio libero che non è di tutti. Nessuno ha mai osato tanto. Quanti sono i partiti che oggi danno la parola ai loro iscritti per definire un programma?

La differenza rispetto al passato sta nella diversità della nostra iniziativa. Non nascondiamoci dietro un dito e lasciamo a casa i rancori, la nostra conferenza programmatica è stata un successo, l’occasione per dimostrare il nostro protagonismo, che corriamo ogni giorno sulle gambe di tanti compagni che con passione, entusiasmo, non si sono mai arresi all’idea di affermare nel Paese una forza socialista organizzata.
È un salto un bel salto di qualità. Dobbiamo tutti esserne consapevoli, all’altezza delle esigenze politiche che i nostri compagni hanno rappresentato in questa “due giorni”.

Il PSI c’è direbbe Guido Meda.

Luigi Iorio
Responsabile dipartimento diritti civili PSI