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Magda Lekiashvili

Il “trio” interessato alla politica siriana

rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
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Elezioni italiane. La Russia gode dei risultati

beluputinChi più della Russia può essere contenta dei risultati delle elezioni in Italia. Anche se non prendiamo in considerazione la lunga storia di amicizia fra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, la simpatia del governo russo verso i partiti di destra è stata sempre ovvia. Ed è stata una cosa reciproca. La dimostrazione fu il viaggio del leader della Lega, Matteo Salvini a Mosca, esattamente un anno fa, per firmare un accordo di collaborazione con Russia Unita, il movimento che rappresenta la maggioranza dei sostenitori di Putin. Con questi ultimi ha siglato un documento di partnership anche il Movimento 5 Stelle.

Sugli scenari del prossimo governo si discute non solo in Italia, ma anche in Russia. A tal proposito Ria Novosti (agenzia delle notizie statale russa) pubblica un articolo dove afferma che “gli Italiani hanno votato contro l’Europa e pro Putin”.

Secondo i risultati, la prima coalizione in ballo potrebbe essere “l’Incubo per l’Europa”, composto da Lega Nord e Movimento 5 Stelle, visto che tutti e due propongono l’uscita dalla zona euro.

Fortunatamente per Bruxelles, una tale opzione per adesso è improbabile: queste forze politiche non possono tollerarsi a vicenda. Per quanto riguarda il partito democratico e il suo attuale leader (ma ufficialmente dimesso) Matteo Renzi, c’è il rifiuto di partecipare immediatamente alle coalizioni, di stringere la mano al “corrotto” Berlusconi, al “separatista” Salvini e al “populista” Luigi Di Maio. Non è escluso, però, che il partito cambi idea sulle coalizioni dopo le dimissioni di Renzi.

Il governo russo esprime il suo giudizio, secondo il quale, guardando i palesi risultati delle elezioni e le idee di politica estera offerte da ognuno dei partiti vincitori, il popolo italiano ha scelto la strada che più li avvicina alla Russia. La votazione ha messo sul podio i partiti filo-russi, regalandogli la prima e la seconda medaglia. Sia il Movimento 5 Stelle che la Lega sono favorevoli all’abolizione delle sanzioni contro Mosca e, attenzione, “richiedono il riconoscimento del ritorno della Crimea alla giurisdizione russa”. Quindi, le forze più votate condividono i valori di base dichiarati e sostenuti da Mosca.

La Russia non nasconde la sua soddisfazione. Anzi, sottolinea le idee avanzate e più popolari nell’Europa di oggi: la costante sovranità al posto del globalismo e i valori conservatori che devono proteggere la società dalla disintegrazione. Crede anche che i cittadini europei consapevolmente hanno scelto di seguire la direzione “antieuropeista”.

Ma il governo russo può usare questi sentimenti a suo favore e con l’aiuto dei suoi partner italiani ottenere la revoca delle sanzioni? È una domanda spontanea. Dipenderà, ovviamente, da chi riuscirà a governare il paese. Per lo staff di Putin, nel caso in cui il Movimento 5 Stelle trovasse un punto d’incontro con la Lega, lo sviluppo di uno scenario del genere è possibile. I leader di centrodestra, nel contesto della loro lotta contro l’Eurosistema, potrebbero andare contro l’opinione di Bruxelles sulla questione russa. D’altronde, è quello che desidera la Russia. Altrimenti, l’Europa possiede abbastanza strumenti economici per convincere il governo italiano ad agire nel quadro della disciplina di blocco.

La speranza è l’ultima a morire. Ma finché le forze di destra continueranno ad avanzare e raggiungere risultati mai voluti dagli europeisti in tutta Europa (non solo in Italia ma anche in Austria, Polonia, Germania, Francia e così via), la Russia continuerà a disegnare e immaginare scenari politici a suo favore.

Magda Lekiashvili
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Porte aperte dell’Italia: molti lasciano il Paese per non tornare più

lavoro estero giovaniÈ vero che l’effetto della globalizzazione è il superamento delle frontiere demarcate. Intendo la libera circolazione delle persone, non solo sul territorio europeo, ma anche nei paesi fuori dalla zona occidentale. È altrettanto vero che per i paesi meno sviluppati dell’Europa spostarsi è una ricerca per un futuro migliore. Si scappa dalla guerra, dalle scarse condizioni economiche o semplicemente per sopravvivere. Molti paesi dell’Est Europa si sono rialzati dopo la caduta dell’Unione Sovietica grazie agli aiuti degli emigranti. Persone che hanno dovuto abbandonare le proprie famiglie e tentare di trovare lavoro al di fuori. Sono soprattutto le donne che prendono questa responsabilità. In Italia sono numerose a rappresentare questo tipo di emigrazione. Nel 2016 il saldo migratorio netto con l’estero torna a crescere di oltre 10 mila unità, raggiungendo quota 144 mila per effetto del maggiore aumento delle immigrazioni rispetto alle emigrazioni. Con 45 mila iscritti la comunità rumena è sempre la più numerosa tra i flussi di immigrazione, seguita dagli albanesi (13 mila) e dagli ucraini (circa 9 mila).

Continuano poi a crescere le immigrazioni dei cittadini africani; in particolare, incrementi significativi degli ingressi si registrano per i cittadini guineani (+161% secondo i dati di ISTAT), ivoriani (+73%), nigeriani (+66%) e ghanesi (+37%). La provincia di insediamento dei cittadini stranieri immigrati dipende da molti fattori: quello prevalente è il lavoro, ma è significativo anche il flusso di immigrazione per ricongiungimento familiare.

La pressione migratoria resta tuttavia elevata sull’Italia e sulla Grecia. Per questo motivo la Commissione Europea ha fornito agli stati membri un programma per rendere più efficaci le politiche dei singoli stati verso i flussi migratori. Nello specifico: migliorare il coordinamento tra tutti i servizi e le autorità coinvolte nel processo di rimpatrio in ciascuno Stato membro entro giugno 2017 al fine di garantire la disponibilità di tutte le conoscenze e competenze necessarie per rimpatri efficaci, nel rispetto dei diritti delle persone da rimpatriare; combattere gli abusi del sistema sfruttando la possibilità di valutare le domande di asilo con procedure accelerate o, se ritenute opportune, con procedure di frontiera quando si sospetta che tali domande siano presentate solo per ritardare l’esecuzione della decisione di rimpatrio.

Non solo il tema degli immigrati è attuale, ma nell’ordine della giornata entrano le emigrazioni, ancora in crescita. Secondo i dati ISTAT pubblicati nel novembre 2017, durante l’anno 2016 sono stati registrati 157 mila emigrati. Le principali mete di destinazione per gli emigrati di cittadinanza italiana si confermano il Regno Unito (21.6%), la Germania (16.5%), la Svizzera (9.9%) e la Francia (9.5%). Nel 2016 assumono particolare rilievo i flussi degli italiani verso il Regno Unito che, nell’arco di un solo anno, sono passati da 17 mila a 25 mila (+42%). Si tratta verosimilmente di un effetto indotto dalla prospettiva della Brexit: l’aumento degli emigrati italiani verso il Regno Unito, infatti, può dipendere dalla necessità di registrarsi all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) per poter dimostrare di essere residenti nel territorio britannico prima che vengano resi esecutivi i negoziati di uscita dall’Ue.

Quella economica è stata e rimane la causa principale dell’emigrazione, altre ragioni che hanno indotto grandi masse di persone ad abbandonare la propria casa sono state cause politiche e di seguito etniche e religiose. Guardando le statistiche, la maggior parte degli emigranti di oggi è rappresentata dai giovani. Sono una generazione che si trova a far fronte a diffuse difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro, elemento che ha portato molti di loro all’estero. Alcuni di loro cercano una istruzione migliore, per cui si spostano per frequentare una scuola o università di alta qualità per poter conseguire un titolo di studio. Ma la maggior parte degli emigrati giovani già possiede una laurea. Il che vuole dire che vanno via per trovare un impiego o migliorare la propria posizione lavorativa.

Non si tratta sempre di fuga di cervelli, cosa più o meno comune a molti paesi europei. Oltre ai laureati che mirano ad avere successo non solo a livello locale ma anche nazionale, oltre ai giovani che vogliono conoscere il mondo e le nuove culture (anche se per brevi periodi), aumentano i trasferimenti di lavoratori con bassa scolarizzazione o per nulla qualificati. Si tratta di lavori che richiedono fatica e sudore, e che portano con essi il rischio di essere sfruttati da parte dei datori di lavoro.

Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come paese d’origine degli immigrati. Secondo l’Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c’è la Cina, davanti alla Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti al Vietnam e all’Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87 mila nel decennio 2005-14 a 154 mila nel 2014 e a 171 mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio paese per cercare migliori fortune altrove.

Magda Lekiashvili
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Quattro rivelazioni dal libro su Trump

trump-bannon-wolffIl libro di Michael Wolff è diventato in pochi giorni un bestseller grazie ai suoi contenuti che riguardano l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sebbene il libro sia già esaurito, gli estratti pubblicati durante la settimana in numerosi media hanno gettato nuova luce sui primi tempi dell’amministrazione Trump. La CNN riporta alcuni passaggi del volume, senza, però, verificare in modo indipendente tutti i dettagli del libro.

La prima notizia internazionale coinvolge l’ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha tenuto un incontro segreto nel febbraio 2017 con il genero di Trump, Jared Kushner, allo stesso tempo consulente ufficiale del presidente. Blair durante la riunione avrebbe svelato un informazione confidenziale, cioè che il Regno Unito avesse spiato i funzionari della campagna elettorale o addirittura Trump stesso. Ne parlano anche le pagine del Times di Londra e del Guardian, che hanno pubblicato gli estratti dopo aver ottenuto una copia del libro.

Ora Tony Blair nega categoricamente le affermazioni, dicendo che non ha mai avuto una conversazione del genere né con Kushner, né con nessun altro, aggiundendo che con Kushner aveva parlato solo del processo di pace in Medio Oriente.

Sempre all’inizio del 2017, il 3 gennaio, durante una cena a tarda notte tra il capo della Fox News Roger Ailes e l’allora stratega capo della Casa Bianca Steve Bannon, il discorso sulla Russia era nel “menu”. Il racconto più importante di Bannon riguarda proprio la Russia e il suo coinvolgimento durante le elezioni presidenziali per offrire a Trump i documenti compromettenti su Hillary Clinton.

Durante questa cena di gennaio Bannon annunciò il piano immediato dell’amministrazione entrante per spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Ciò avviene nel dicembre scorso, Donald Trump riconosce ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele sfidando così tutti i suoi oppositori. Il dipartimento di stato americano inizierà immediatamente il processo per attuare il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv.

L’ultima questione importante riguarda la Cina. Wolff scrive che Bannon era desideroso di sottolineare il futuro ruolo globale della Cina durante la cena con Ailes, riferendosi alla superpotenza come “vero nemico” e il “primo fronte in una nuova Guerra Fredda”. Nel piano politico degli Stati Uniti era importante costruire forti legami con la Cina, proprio per le potenzialità che quest’ultima ha. Ed è vero, l’interesse di Trump verso la Cina è in crescita.

Magda Lekiashvili
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Anche la Russia ammette l’aumento di radioattività

Chelyabinsk-Zinc-5Quello che accade oggi a Chelyabinsk sembra un’immagine già vissuta nel passato. Una città della Russia situata sulle pendici orientali degli Urali affronta problemi climatici molto gravi. La chiamano la seconda Chernobyl e si tratta di una nube radioattiva che si espande anche sull’Europa, con un picco di radioattività in Russia, sopra alle montagne degli Urali. A lanciare l’allarme in Europa è stato l’istituto per la sicurezza nucleare francese (Irsn). Di seguito, nel settembre scorso l’agenzia federale per la protezione dalle radiazioni (Bundesamt für Strahlenschutz, BfS) aveva registrato un aumento di radioattività. In particolare è stato trovato l’isotopo rutenio-106 in campioni d’aria provenienti dalla Germania e dall’Austria. Nonostante in Europa la concentrazione in questi livelli non dovrebbe rappresentare rischi e pericoli per la salute e la vita della popolazione, non si può dire lo stesso per i cittadini di Chelyabinsk, che vivono di persona il disastro. Il rutenio-106, individuato sopra agli Urali, è un prodotto di decadimento delle reazioni nucleari: l’uranio o il plutonio di partenza si suddividono in nuclei più piccoli, che decadono in una serie di elementi radioattivi diversi.

Anche se la radiazione è parsa particolarmente alta nell’area di Chelyabinsk, al confine con il Kazakistan, la zona più plausibile di rilascio è situata tra il fiume Volga e gli Urali. Il massimo livello di rutenio-106 è stato registrato dalla stazione meteorologica di Argayash, che si trova a una trentina di chilometri dal sito nucleare di Mayak, negli Urali meridionali, dove oggi viene riprocessato il materiale nucleare esaurito. Non è la prima volta che l’impianto di Mayak fa notizia. Il 29 settembre 1957, questa centrale fu al centro del terzo più grave incidente nucleare di sempre, dopo quelli di Fukushima e Chernobyl: l’evento diffuse una nube radioattiva su una superficie di 52 mila chilometri quadrati. Secondo ordine delle autorità sovietiche l’incidente rimase segreto fino al 1976. L’attuale impianto di Mayak è stato un bersaglio per gli attivisti, i quali affermano che i dirigenti non hanno imparato la lezione del disastro del 1957. Sostengono che l’aumento degli obbiettivi di produzione avviene trascurando la sicurezza necessaria.

Martedì scorso il management di Mayak ha negato ogni tipo di coinvolgimento con l’aumento dei livelli di radiazioni. La dichiarazione pubblicata sul loro sito ci informa, che la società non ha fatto alcun lavoro che negli ultimi anni potesse portare all’emissione di rutenio-106 nell’atmosfera.

In seguito il ministero della Pubblica Sicurezza della regione di Chelyabinsk ha smentito perdite nell’atmosfera di rutenio-106 e ha affermato che il livello di radiazioni nella regione rientra nella norma. La notizia è stata confermata anche da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare in Russia. Ma Mosca ora ammette che la nube di rutenio-106, che ha sorvolato l’Europa tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, è stata osservata anche in Russia. Sono stati rilevati nell’aria livelli dell’elemento radioattivo quasi mille volte oltre la norma.

Come dicono gli esperti, tale superamento non è considerato estremamente pericoloso. Però, nell’Irsn hanno dichiarato che se la perdita fosse avvenuta in Francia, la popolazione, nel raggio di qualche chilometro dall’origine della nube, sarebbe stata evacuata. A Chelyabinsk la gente non è stata evacuata.

Finora, la comunità internazionale non ne sa abbastanza per arrivare a conclusioni circa i pericoli che la perdita potrebbe causare. I livelli osservati in Europa non sono sufficienti per danneggiare la salute umana. Ciò non può essere detto con certezza per la Russia.

Magda Lekiashvili
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La rivoluzione che trasformò le speranze in tirannia

leninIl vento della rivoluzione in Russia tirò cent’anni fa. Ci furono due rivoluzioni nel 1917, quella liberale di febbraio, che liberò la Russia dall’assolutismo e comportò la caduta dello Zar e quella bolscevica, che alimentò all’inizio le speranze di milioni di sfruttati per approdare, poi, progressivamente e inesorabilmente al totalitarismo. Una sollevazione di popolo provocò la sconfitta dell’imperatore Nicola II, la fine della dinastia Romanov. Nel giro di pochi giorni si formò un nuovo governo. Alcune misure adottate furono un passo avanti verso la democrazia, tra quali l’amnistia per i reati politico-religiosi, la libertà di parola e di espressione. E soprattutto, “la convocazione di un’Assemblea costituente da eleggersi a suffragio universale”, così da abbandonare il regime feudale e avviare un nuovo sistema politico costituzionale. Sia per il breve periodo di tempo a disposizione che per l’incapacità del nuovo governo, l’obiettivo non venne raggiunto. Anzi, la prolungata partecipazione della Russia alla guerra mondiale e l’abbandono delle politiche agrarie portarono il paese verso la fame. Tutto ciò rafforzò la posizione di Lenin e del partito rivoluzionario dei Bolscevichi, formato e guidato da lui. Lenin decise che le condizioni nel 1917 fossero mature per la rivoluzione. Anche se all’inizio del 1917 i bolscevichi erano ancora un’organizzazione di minoranza all’interno della Russia.

Lenin fu attivamente sostenuto da Leon Trotsky, che creò le guardie rosse, una milizia bolscevica formata da lavoratori armati, soldati e marinai. Trotsky assunse la responsabilità della pianificazione dettagliata della rivoluzione bolscevica alla fine di ottobre e cercò di assicurarsi che tutte le aree vitali di Pietrogrado fossero in mani bolsceviche.

La maggior parte dei loro leader, incluso Lenin, era in esilio in Svizzera e le probabilità che i bolscevichi potessero mai ottenere il potere in Russia sembravano abbastanza remote. Ma alcuni fattori importanti misero “benzina sul fuoco” della rivoluzione.

Il governo provvisorio – come implicava il nome stesso, sarebbe dovuto essere un passaggio temporaneo. Dopo la caduta dello Zar, la Russia aveva bisogno di un governo efficiente per mandare avanti la politica, fino allo svolgersi delle elezioni. Queste ultime furono ritardate. Al tempo stesso, il governo provvisorio prese decisioni importanti, come la continuazione della prima guerra mondiale e il rinvio delle riforme territoriali, che influenzarono notevolmente il popolo russo. Ciò rese il governo sempre più impopolare e permise a Lenin di arrivare alla vittoria.

I soviet: dopo la rivoluzione di febbraio, apparvero a Pietrogrado il primo soviet. Presto, a Mosca e in altra città venero eletti altri soviet. Fondamentalmente i soviet furono assemblee elette da lavoratori, soldati e marinai. Lenin dichiarò la sua volontà che i soviet governassero effettivamente la Russia (sotto il controllo dei Bolscevichi). “Tutto il potere ai soviet”, divenne un grido Bolscevico.

Le difficoltà economiche avevano avuto un ruolo importante nella caduta di Nicholas II. E neanche il governo provvisorio riuscì a risolvere questi problemi. I prezzi aumentavano, la fame diventava sempre più insopportabile e nel frattempo non veniva rispettato il desiderio dei contadini di controllare la terra.

La guerra: il popolo russo voleva che la guerra finisse. Il paese era allo stremo e nonostante ciò il governo provvisorio proseguiva con le campagne militari.

Fu soprattutto quest’ultima scelta che diede a Lenin e ai bolscevichi un grande vantaggio politico e morale. “La guerra è stata provocata dalle classi dominanti, solo la rivoluzione della classe operaia potrà metterle fine. E la rapidità con cui avrete la pace dipenderà soltanto dallo sviluppo della rivoluzione. Non basta dire frasi sentimentali, non basta dichiarare: forza, smettiamo subito questa guerra! Per farlo è necessario lo sviluppo della rivoluzione” – scrisse Lenin nel maggio 1917 e creò lo slogan rivoluzionario “pace, pane e terra”.

L’effettiva conquista di Pietrogrado è stata organizzata da Trotsky. Il 24 ottobre unità di guardie rosse hanno preso il controllo della città. La rivoluzione ha avuto uno sviluppo rapido. Tutti gli edifici chiave, stazione ferroviaria, ponti significativi caddero nelle mani bolsceviche. Nella notte del 25/26 ottobre, i bolscevichi assaltarono il Palazzo d’inverno (Winter Palace), dove era localizzato il governo provvisorio. Successivamente vennero arrestati anche i membri del governo. La rivoluzione bolscevica ormai era una realtà che portò Vladimir Lenin a prendere in mano il potere.

Magda Lekiashvili
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“Speriamo non sia femmina”: la piaga dell’aborto selettivo

aborto selettivoEssere femmine non è un verdetto, soprattutto una condanna. Festeggiamo la festa della donna e poi ci sono quelli che il sesso femminile proprio non lo rispettano, anzi neanche lo riconoscono.

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite ci sono 100 milioni di ragazze scomparse in tutto il mondo. Dove sono andate? Molte di loro sono state abbandonate agli angoli delle strade, annegate e gettate nei cassonetti. Ancora, nella maggior parte dei casi sono state fatte abortire. Il motivo è uno solo: attendono figlie femmine, non maschi.

L’aborto selettivo per motivi di sesso, spesso noto come “discriminazione sessuale” (che per alcuni è anche un tipo di femminicidio), è un problema enorme soprattutto in Asia. La tradizionale preferenza per i figli maschi, in combinazione con misure di controllo della popolazione dure, ha portato alla “eliminazione” delle bambine. Questa eliminazione ha portato luoghi come la Cina alla crisi demografica, dove i ragazzi stanno cominciando a superare numericamente le giovani donne.

L’aborto selettivo resta un problema da affrontare anche nella regione del Caucaso. Il fenomeno nasce dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Proprio quando si inizia ad usare l’ecografia per capire il sesso del bambino. Le statistiche sono tali da farci pensare. Soprattutto se guardiamo alla popolazione intera dei tre paesi. In Georgia – 3. 912. 512; Armenia – 3. 035. 595 e Azerbaigian – 9. 984. 393.

Vediamo un po’ di numeri …

Paese

La somma di aborto selettivo per motivi di sesso per anni 2000-2014

La media annuale

La media giornaliera

Albania

15, 621

1, 041

2, 9

Armenia

21, 682

1, 971

5, 4

Azerbaigian

105, 418

7,028

19, 3

Bosnia Erzegovina

2, 683

179

0, 5

Cina

9, 615, 875

641, 058

1756, 3

Corea del Sud

28, 980

1, 932

5, 3

Georgia

22, 881

1, 525

4, 2

Hong Kong

15, 674

1, 045

2,9

India

12, 771, 043

851, 403

2332, 6

Pakistan

1, 280, 228

116, 384

318,9

Portogallo

2, 787

186

0, 5

Serbia

2, 140

143

0, 4

Taiwan

39, 407

2, 627

7, 2

Tunisia

19, 369

1, 291

3, 5

Vietnam

555, 002

37, 000

101, 4

Fonte: Population Research Institute

Nel 1990 fu l’indiano Amartya Sen, il premio Nobel per l’Economia, a lanciare l’allarme per il sessismo dell’aborto selettivo. Scrivendo del quotidiano inglese Independent, denunciò la “strage di Eva”. Esce il suo saggio intitolato “The Lost Girls”, dove la discriminazione neonatale non è giustificata da fenomeni di povertà o gravi condizioni sociali, anzi, avviene in gran parte tra donne educate e benestanti. Sono stati spesso avanzate due spiegazioni semplicistiche, tra le quali, un punto di vista enfatizza i contrasti culturali tra Oriente e Occidente, sostenendo che le civiltà occidentali sono meno sessiste di quelle orientali. L’altro argomento riguarda le fasi dello sviluppo economico, vedendo la nutrizione diseguale e l’assistenza sanitaria prevista per le donne, come una caratteristica del sottosviluppo, delle economie povere.

Dice Amartya Sen, che ci possono essere elementi di verità in ognuna di queste spiegazioni, ma nessuno delle due è molto convincente come tesi generale.

“L’istruzione femminile, che è stata una forza potente nel ridurre la discriminazione mortale contro le donne e anche nel raggiungimento di altri importanti obiettivi sociali quali la riduzione dei tassi di fertilità, non è stata in grado di eliminare, almeno non ancora, la discriminazione in fatto di natalità” – scrive Sen.

È vero. Mamme istruite sembrano chiaramente meno inclini a trascurare le ragazze rispetto ai ragazzi, una volta che sono nate; ma purtroppo sembrano quasi più appassionate di avere ragazzi piuttosto che ragazze. Proprio come le madri non istruite. Qui la questione dei valori tradizionali diventa centrale e va oltre il ruolo delle donne e l’influenza nelle decisioni familiari. La preferenza per i figli maschi è parte della disuguaglianza generale delle donne in alcune culture. Il motivo principale sicuramente può essere la dipendenza economica dalle proprie famiglie, ma è anche dovuto al fatto che la continuità familiare dipende dai figli maschi. In alcune società orientali le ragazze non possono avere proprietà, per cui un figlio è essenziale per una famiglia per mantenere la sua ricchezza. Le ragazze sono membri transitori di una famiglia – si sposano e lasciano la casa, mentre il figlio è quello che rimane fedele alle sue radici.

Spiegazioni di questo genere sono valide soprattutto in alcune tribù in India, dove la tendenza per le piccole famiglie segue una logica: i genitori non vogliono avere femmine prima che non arrivi un figlio maschio. In quest’ottica, la scolarizzazione femminile è uno dei fattori più liberatori nel ridurre la discriminazione di genere in generale.

C’è da notare che, secondo la legge, in tutti questi paesi non solo l’aborto selettivo, ma l’aborto in generale è illegale. La legge però non viene applicata e la pratica dell’aborto è molto diffusa.

Magda Lekiashvili

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Istanbul. L’Isis rivendica il ‘Capodanno di sangue’

È arrivata questa mattina la rivendicazione dell’Isis della responsabilità dell’attentato mentre continua in Turchia la caccia all’uomo per scovare il killer che la notte di Capodanno ha assaltato la discoteca Reina di Istanbul. Nella rivendicazione, l’Isis minaccia altri attacchi in Turchia. Il gruppo terrorista definisce la Turchia “apostata” e “serva dei crociati”. Secondo i media turchi, l’autore della strage sarebbe legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. L’azione contro lo scalo era stata condotta da tre membri del gruppo jihadista provenienti da Russia e Asia centrale. Dal fatto che abbia esploso 180 proiettili contro la folla gli esperti deducono poi che abbia cambiato sei volte caricatore durante l’attacco, quindi si tratterebbe di un esperto delle armi. Inoltre in base alle testimonianze raccolte, non solo l’uomo zoppicava come se fosse stato ferito in passato, ma sembra ormai certo che l’attentatore parlasse arabo.


Il Capodanno di sangue nella guerra “sporca” siriana

istanbulFesteggiavano il capodanno quando l’uomo armato ha aperto il fuoco nella discoteca Reina ad Istanbul, Turchia. Il primo giorno del 2017 porta circa 70 feriti e 39 morti, tra i quali 24 uomini e 15 donne. Tra gli identificati, 11 sono cittadini turchi, mentre 24 sono stranieri. Intorno all’1:15 di domenica, il killer ha sparato (uccidendolo) un poliziotto che era di guardia al cancello anteriore in discoteca. “Atto a sangue freddo” – commenta così l’accaduto il prefetto di Istanbul Vasip Sahin.

È subito scattata una vasta caccia all’uomo. Le autorità turche hanno imediatamente definito l’attacco come opera di terroristi.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime. Espressioni di cordoglio sono arrivate da tutto il mondo. Papa Francesco ha condannato l’attacco durante la sua udienza in piazza San Pietro, domenica. L’incidente ha lasciato il pontefice “profondamente addolorato”.

Il presidente Russo Vladimir Putin ha espresso le condoglianze a Erdogan subito dopo l’attacco dicendo: “il nostro dovere comune sia quello di rispondere con decisione all’aggressione terroristica”. La Russia rimane alleato della Turchia nella lotta contro questo “male”.

L’accaduto preoccupa la Casa Bianca dalla quale arrivano parole di conforto.
La Turchia ha dovuto affrontare numerosi attacchi già l’anno scorso. Erdogan, dopo un periodo di grandi ambiguità caratterizzato da accuse di complicità con Al Baghdadi (rilanciate proprio da Putin e dalla Russia), ha mutato atteggiamento nel momento in cui ha stabilito uno stretto rapporto di alleanza con Mosca (raffreddando le precedenti relazioni filo-occidentali) e la Siria per giungere a una stabilizzazione (spartizione) dell’area al fine di stroncare le pressioni indipendentistiche dei curdi. La necessità di combattere tutte le organizzazioni “terroristiche” (soprattutto le milizie curde che sino a quel momento con l’alleanza occidentale avevano combattuto con maggior vigore contro l’Isis e il regime siriano di Bashar Al Assad), ha obbligato Erdogan a lanciarsi in una aperta campagna contro al Baghdadi in collaborazione con i nuovi alleati (Mosca e Siria).

Contemporaneamente, il presidente turco che vuole imporre una svolta autoritaria nel suo Paese (e in parte vi è già riuscito grazie alla repressione scattata dopo il tentativo di golpe di luglio) attraverso la modifica della Costituzione (e anche la reintroduzione della pena di morte), all’interno è impegnato in un braccio di ferro con i curdi che ha assunto caratteri non particolarmente democratici con l’arresto lo scorso 4 novembre del leader dell’Hdp, partito filo-curdo, con un notevole seguito elettorale nel Paese e una vasta rappresentanza parlamentare. Un giro di vite, quello voluto da Erdogan, caratterizzato da pesanti interventi sulla libertà di stampa e, in particolare, contro i giornali di opposizione (Cumhuriyet, il cui direttore è stato arrestato a fine ottobre). Parlando genericamente di azione terroristica, le autorità di Ankara hanno voluto tenere aperta anche l’ipotesi di una mano curda dietro il sanguinoso attentato. Ma le organizzazioni che utilizzano nello scontro con Erdogan anche questo strumento hanno immediatamente fatto sapere che loro non agiscono mai contro “civili innocenti”.

Magda Lekiashvili

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