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Manuele Franzoso

Casa. Per l’Istat mutui e compravendite in ripresa

casaL’Istat conferma la ripresa del mercato immobiliare in Italia dopo i primi dati resi noti a inizio luglio dall’Agenzia delle Entrate. Nel primo trimestre 2016 l’incremento delle operazioni effettuate rispetto allo stesso periodo del 2015 segna un + 17,9%.
Sono in forte ripresa i mutui e altre obbligazioni con ipoteca immobiliare, segnando una crescita complessiva del 29,2%. Il comparto abitativo, +18,6%, e i trasferimenti di immobili a uso economico, +8%, trascinano il mercato immobiliare 2016. Per il quarto trimestre consecutivo proseguono le convenzioni notarili per trasferimenti immobiliari a titolo oneroso, che sono state ben 159.932. I trasferimenti di proprietà sono stati 150.015. La fotografia del mattone in Italia mostra differenze tra le aree del nostro Paese. Il Nord ovest fa da padrone di questa ripresa, con un +20,7%, mentre nelle Isole si attesta un +16,5%, al Sud + 16,3% e al Centro +15,8%.
Le quotazioni e i prezzi al metro quadrato, però, ritardono ad adeguarsi alla ripresa degli scambi e sono diminuzione dell’1,2% su base annua. Secondo gli analisti, questo trend proseguirà per il prossimo anno. Un dato, quella della ripresa del mercato immobiliare, che stride fortemente con quello uscito pochi giorni fa sui consumi alimentari e dei servizi degli italiani: mai così male dal 1959.
Inoltre, mercoledì scorso la stessa Istat ha pubblicato un rapporto sulla povertà in Italia nel 2014. Il 5,7% delle famiglie residenti in Italia si trova in condizioni di povertà assoluta, circa 4 milioni e 102mila cittadini. La povertà relativa, invece, è pari al 10,3% delle famiglie e al 12,9% delle persone residenti, per un totale di 7 milioni e 815mila italiani. All’interno del dato sulla povertà assoluta si deduce, per definizione, che più di 4 milioni di italiani hanno difficoltà ad avere un’abitazione stabile. Tuttavia, nelle discussioni politiche che tengono banco in Italia in questo momento (terrorismo, banche, disoccupazione, riforma costituzionale, legge elettorale e legalizzazione della cannabis) un serio e concreto dibattito per un nuovo piano di edilizia popolare non è stato avviato.
Manuele Franzoso

22 luglio 2011, Utoya
strage da non dimenticare

Utoya le vittimeLa Norvegia si è fermata per ricordare i cinque anni trascorsi dalla strage di Utoya e di Oslo ad opera di Anders Behring Brevik, che causò complessivamente la morte di 77 persone. In molte località sono state commemorate le vittime della follia omicida di Brevik, un neonazista che avava compiuto la strage contro i socialisti norvegesi. “5 anni fa 69 giovani socialisti ammazzati dall’odio e dal fanatismo. Costruiamo – ha scritto in un tweet il segretario del PSI Riccardo Nencini – un muro di democrazia contro chi attacca la libertà.  Chi ha compagni non muore mai”.


Il 2015 e il 2016 saranno ricordati come il biennio nero del fondamentalismo islamico che provocato centinaia di vittime sul suolo europeo. La Francia è la nazione più colpita. Altre stragi di civili sono altrettanto feroci nei Paesi del Medio Oriente, soprattutto tra gli stessi musulmani. Tuttavia il 22 luglio è anche la triste ricorrenza della strage di Utoya, avvenuta nel 2011.

UtoyaEsattamente cinque anni fa, nella tranquilla e laboriosa Norvegia, Andres Behring Brevik, allora 32enne, fece scoppiare un’autobomba nel centro di Oslo e successivamente, con armi d’assalto, attaccò un raduno di giovani del Partito Laburista norvegese sull’isola di Utoya. Il primo attacco causò la morte di 8 persone; il secondo 69. In totale le vittime furono 77 e centinaia di feriti gravi. Questo fu il più violento atto avvenuto in Norvegia dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Subito arrestato, e iniziato un processo penale, Brevik sostenne in tribunale di aver voluto inviare un messaggio forte al popolo norvegese, per fermare le politiche del Partito laburista e per soffocare una “distruzione della cultura per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”. Il 24 agosto 2012 Brevik fu condannato a 21 anni di carcere, prorogabili di 5 anni per un numero indefinito di volte allorché egli sarà ancora ritenuto socialmente pericoloso. Gli psichiatri confermarono che era sano di mente, senza alcuna patologia mentale di origine organica.

Utoya-strageIl pensiero che mosse la follia omicida di Brevik è una commistione di principi anti-multiculturali, anti-marxisti, sionisti, anti-islamici e di matrice fondamentalista cristiana. La sua ideologia, dunque, fa riferimento all’estrema destra xenofoba e populista.

Inoltre, ad aprile 2016, ha fatto scalpore il ricorso di Brevik per la violazione nei suoi confronti dei diritti umani durante la detenzione. La Corte distrettuale di Oslo ha condannato lo Stato per i cinque anni di isolamento totale cui è stato sottoposto. Il risarcimento è ammontato a 35mila euro. È da precisare, però, che Brevik sconta la sua pena in un trilocale di 31 metri quadrati con stanza da letto, palestra, ufficio, angolo cottura e servizi. Nella sua cella extra lusso il responsabile di 77 vite spezzate dispone di televisore, playstation e computer (senza connessione internet).

Lo sconcerto dei parenti delle vittime è più che legittimo e giustificato, soprattutto perché il pluriomicida non ha mai mostrato alcuna sorta di pentimento per le sue deplorevoli azioni. Anzi. Entrando nelle aule della giustizia norvegese dichiarò che avrebbe lottato fino alla morte per il nazismo. Che sia di matrice cristiana o musulmana, il fondamentalismo religioso a scopo terroristico lascia sul terreno centinaia di migliaia di morti e in libertà soggetti che cercano costantemente lo scontro di civiltà prospettato dal politologo Hungtinton. La società civile e i Governi non possono più guardare da un’altra parte.

Manuele Franzoso

Per saperne di più:
Riapre il campo estivo dei Giovani socialisti
Il processo a Breivik
Il libro di Luca Mariani
Lo spettacolo treatrale

Vertice di Doha: accordo per frenare estrazione petrolio

doha

In Qatar i maggiori produttori di petrolio sono vicini a un accordo per congelare la produzione di petrolio nei prossimi mesi. Il livello delle estrazioni consentite, in termini di barili, sarebbe equivalente a quello di gennaio 2016.

Il vertice Opec di Doha, dove i principali Paesi produttori mondiali cercano un’intesa per la ripresa dei prezzi, è ancora in fase di elaborazione dei dati statistici per trovare una soluzione soddisfacente. Gli analisti internazionali sono però scettici. Infatti, Arabia Saudita e Russia continuano a estrarre volumi record di greggio approfittando del calo degli Stati Uniti e dell’Iran, il quale è tornato prepotentemente sul mercato dopo l’embargo. Il prezzo del greggio al barile è sceso, negli ultimi 15 mesi, del 50%.

L’offerta di greggio è in eccesso, coi suoi 1-2 milioni di barili al giorno a livello globale. L’Arabia Saudita, secondo i rumors, è disposta a ridurre le quote a patto che lo facciano tutti in modo equivalente. Tuttavia la repubblica islamica dell’Iran vuole tornare ai livelli pre – estrazioni per incassare valuta (petroldollari) e rilanciare l’economia interna, nonostante la richiesta di energia sia ampiamente soddisfatta dalle centrali nucleari iraniane. Dal canto suo, la Russia ha confermato che non fermerà l’aumento della produzione prima del 2017.

Muhammad bin Salman, vice principe ereditario e ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, ha dichiarato “Se i principali produttori non congeleranno la produzione, anche noi non la sospenderemo. Ma se noi non congeleremo l’estrazione di petrolio, lo venderemo a qualsiasi possibilità a noi accessibile”. Ha anche aggiunto “il nostro Paese ha i suoi programmi energetici ed economici, , per i quali il prezzo elevato del petrolio non è necessario”. La capacità estrattiva delle compagnie saudite può arrivare a un massimale di 12,5 milioni di barili al giorno per sei – nove mesi.

Resta dunque in bilico la posizione statunitense che ha avuto un calo del 75% del numero di piattaforme petrolifere dalla metà del 2014 a oggi. Le banche, come la Jp Morgan, Wells Fargo e la stessa Bank of America, hanno diminuito i crediti al settore petrolifero nazionale, scendendo da 1,7 milioni di dollari a un solo miliardo. La proposta che si vuole far ratificare a Doha è una bozza di intesa che provvederebbe il congelamento della produzione ai livelli di questo gennaio fino al prossimo ottobre, quando il mercato e la domanda/offerta di petrolio si sarà stabilizzata. Nel documento è prevista l’istituzione di un comitato per il monitoraggio per il pieno rispetto dell’accordo.

Manuele Franzoso

Nasce il colosso bancario Bpm – Banco Popolare

Giuseppe Castagna

Giuseppe Castagna

I Consigli di Amministrazione di Banca Popolare di Milano e Banco Popolare hanno detto sì alla fusione tra i due istituti di credito. Nella capogruppo il 54% sarà in mano agli azionisti del Banco e il 46% ai soci di Bpm.
“Siamo felici per essere riusciti, al termine di un processo competitivo, ed in contesto di mercato così severo e nefasto, a varare un’operazione straordinaria e così significativa come l’integrazione fra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano”. Queste le parole del presidente del gruppo Carlo Fratta Pasini uscendo dalla sede del Banco Popolare a Verona. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan applaude alle nozze tra i due enti creditizi l’indomani del via libera alla fiducia sul Decreto banche, che ha istituito una cartolarizzazione delle sofferenze (Gacs) per le banche di credito cooperativo.
Il Banco Popolare varerà un aumento di capitale da 1 miliardo di euro, aumento che il Banco si è impegnato a realizzare entro il 31 ottobre prossimo. Un altro aspetto significativo riguarda lo scorporo della nuova Bpm spa; la Banca Centrale Europea aveva infatti ribadito che per effetto della fusione avrebbe rilasciato una sola autorizzazione bancaria. Tuttavia le due banche in questione avevano cercato di aggirare l’ostacolo escogitando la creazione di una banca-rete (la nuova Bpm) controllata dalla capogruppo e organizzata in modo tale da evitare duplicazione di costi e sovrapposizioni con la struttura organizzativa della controllante.
La sede legale del nuovo istituto di credito sarà a Milano, quella amministrativa a Verona. Per i primi tre anni il consiglio di amministrazione sarà composto da 19 membri, di cui 9 indipendenti, e in seguito scenderà a 15. Giuseppe Castagna, già ad della Banca Popolare di Milano, ricoprirà lo stesso ruolo nella nuova banca. Con questa fusione è nato dunque un colosso da ben 170 miliardi di euro e con una capitalizzazione complessiva attestata in torno ai 5,5 miliardi. Gli sportelli attivi saranno 2500 con circa 25mila dipendenti per 4 milioni di utenti.
Le due banche popolari assieme danno alla luce il terzo gruppo bancario italiano alle spalle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, e potrà contare su una quota di mercato superiore all’8%, oltre che a radici in alcuni territori più produttivi del Paese. Le regioni più interessate sono la Lombardia, il Veneto e il Piemonte, le quali sono, dall’unità d’Italia, le zone più prosperose in termini di produzione industriale e Pil nazionale. Di progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno non sono ancora pervenuti.

Manuele Franzoso

Prove di forza tra Washington e Pyongyang

kim-jong-unIeri, il Pentagono e il Ministero della Difesa della Corea del Sud, hanno confermato che sono stati lanciati sei missili nel Mar del Giappone. Non è ancora stato chiarito quale sistema d’arma sia stato usato. La Corea del Nord esegue frequentemente test in mare aperto: delle prove di fuoco per attirare su di sé un po’ di attenzione internazionale.

Il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, all’indomani dei test, ha minacciato l’uso di testate atomiche. Infatti, come risposta alle nuove sanzioni decise all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Kim Jong-un ha ordinato ai vertici militari uno stato di preallerta per predisporre “in qualsiasi momento” l’arma atomica. Immediate sono state le reazioni di Washington che ha ammonito il governo di Pyongyang ad abbassare i toni, oltre che ad evitare inutili preoccupazioni.

I missili lanciati due giorni fa avevano una gittata di 150150 chilometri; una distanza ottimale per colpire l’alleato fedele degli Stati Uniti: la Corea del Sud. Lo stato maggiore di Seul si dice preoccupato per queste nuove minacce e invoca ulteriori sanzioni Onu nei confronti di Pyongyang. Da sottolineare come da inizio anno siano stati già effettuati quattro test nucleari e di lanci di razzi e missili. Inoltre è stato dato ordine alle forze armate sudcoreane il mandato d’ispezione ai cargo in partenza e in arrivo dalla Corea del Nord via mare, terra e aria. È stato altresì ordinato il divieto di trasferire o vendere armi leggere a Pyongyang, oltre all’espulsione dei diplomatici nordcoreani rei di essersi macchiati di “attività illecite”.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, ha affermato che la Corea del Nord “non ha dovrebbe colpire la vita quotidiana delle persone. La Cina e tutti i Paesi hanno il dovere di applicare le sanzioni decise dall’Onu”. Il negoziato sul nucleare tra Pechino e Pyongyang è in una fase di stallo dal 2008 e comprende un accordo tra le due Coree, gli Usa, la Cina, il Giappone e la Russia.

Dietro ai buoni propositi e le parole, la Corea del Sud e gli Usa stanno preparando, come ogni anno dagli inizi degli anni ’90, esercitazioni congiunte con lo scopo di scoraggiare la Corea del Nord.
Queste esercitazioni vengono chiamate “Key Resolve” e “Foal Eagle”, e proprio quest’anno esse coincideranno con il settimo congresso del Partito dei Lavoratori nordcoreano (il primo in oltre 30 anni). Saranno organizzate ed effettuate le più grandi manovre e allestiti imponenti formazioni di truppe, tra cui 15mila soldati americani oltre a quattro F-22 Raptor (i superjet invisibili), un sottomarino e una portaerei entrambi a propulsione nucleare.
Chi tra i due schieramenti mostra più volontà di distensione?

Manuele Franzoso

Terra dei Fuochi. Libri
per prendere coscienza

terra dei fuochiDalle poche notizie sui giornali e telegiornali a vere e proprie pubblicazioni di libri-inchieste per far conoscere agli italiani la storia della Terra dei Fuochi. A gennaio i nuovi dati dell’Istituto Superiore della Sanità affermano che i roghi dal 2012 sono calati del 67% nel casertano.

Il numero delle vittime avvelenate dai fumi tossici e dagli alimenti contaminati da metalli pesanti, no.
Sempre più segnalazioni di roghi, incendi e dissotterramenti arrivano alle Forze dell’Ordine grazie alla nuova app per smartphone, creata appositamente per questa emergenza. Il capo della Procura della Repubblica di Napoli Nord, Francesco Greco, e l’incaricato del Governo per la Terra dei Fuochi, Donato Cafagna, l’hanno presentata venerdì scorso. I cittadini più giovani, che hanno dimestichezza con le nuove tecnologie, saranno delle sentinelle pronte a segnalare possibili reati ambientali. Le segnalazioni saranno controllate dalle strutture preposte e poi trasmesse a un pool di investigatori specializzati e addestrati per questi casi.

Infatti, dal mese di gennaio, duecentoquaranta uomini delle Forze dell’Ordine e della polizia locale sono impegnati in un percorso di formazione che ha l’obiettivo di contrastare il fenomeno Terra dei Fuochi. Il corso avrà una durata di tre mesi e saranno trattate e approfondite le tematiche dei delitti ambientali e la legislazione del dicembre 2013 in materia. Infine, questi detective prenderanno parte a un laboratorio operativo che raccoglierà le segnalazioni inviate a mezzo app e da cui partiranno le indagini per rintracciare gli autori materiali degli incendi e i loro mandanti: le famiglie camorriste e le nuove ecomafie. Gli agenti in questione opereranno su ben 88 Comuni tra Napoli e Caserta.

Intanto giornalisti e scrittori cominciano a pubblicare libri sulla Terra dei Fuochi. Lo scorso 25 gennaio è stato presentato a Napoli il libro di Daniela De Crescenzo, “Così vi ho avvelenato”, un racconto documentato dove l’autrice fa parlare Gaetano Vassallo, un imprenditore che ha organizzato il traffico dei rifiuti in Campania. L’1 febbraio, invece, ha visto l’uscita della raccolta degli articoli del giornalista di Repubblica Antonio Di Gennaro, dove attraverso questa cronistoria analizza e pianifica il futuro rurale della regione. Il prossimo 12 febbraio vedrà la luce “Io, morto per dovere” scritto dai giornalisti Luca Ferrari e Nello Trocchia avente per protagonista Roberto Mancini, il poliziotto che per primo avviò le indagini sulla Terra dei Fuochi e che morì di tumore per lo stretto contatto coi siti contaminati. Già dai primi anni ’90 Mancini indagava sui traffici illeciti di rifiuti della Campania e proveniente, oltre che dai comuni campani, dal nord Europa e dal nord Italia.

Nel frattempo nel Comune di Giugliano è stato fermato un 65enne che dava fuoco a rifiuti speciali e pneumatici grazie a una segnalazione tempestiva. È stato emesso un provvedimento cautelare e il 65enne è indagato per il reato di combustione illecita di rifiuti. Molto lentamente le cose si stanno muovendo da parte della cittadinanza e dell’opinione pubblica. La politica, invece, tace.

Manuele Franzoso

Foreign Fighters dell’Isis sul “piede di guerra” in Europa

French soldier patrol near the Eiffel Tower in Paris as part of the highest level of "Vigipirate" securityIl direttore di Europol, Rob Wainwright, l’agenzia finalizzata alla lotta al crimine in Unione Europea, lancia l’allarme. “L’Isis sta programmando attacchi su larga scala in Europa”. Queste le parole pronunciate durante una conferenza stampa nell’ambito della riunione dei ministri dell’Interno europei.

Wainwright ha proseguito “Sappiamo che hanno una forte capacità di mettere a segno attentati su larga scala. Tutti i Paesi Ue lavorano per prevenire”. La Francia rimane l’obiettivo principale dei seguaci del califfo Al-Baghdadi con lo scopo di provocare stragi tra la popolazione civile. “Inoltre” aggiunge il direttore di Europol “ad una significativa proporzione di foreign fighters, il 20%, secondo una fonte, sono stati diagnosticati problemi mentali prima di entrare nell’Isis”.

Altre stime affermano che l’80% dei terroristi, prima di stringersi intorno alla bandiera nera Daesh, ha precedenti penali. Numeri preoccupanti, se si pensa che sono circa 5mila i foreign fighters che minacciano la culla della civiltà mondiale. A tenere il fiato sospeso è la possibilità di vedere un attacco in Europa simile a quello di Mumbai. La soluzione è di mettere al lavoro da subito più risorse per prevenire nuove stragi, ad esempio coordinando le Intelligence, creando un data base comune e il sostegno di esperti nelle inchieste nazionali sui casi di terrorismo.

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano smorza i toni al termine della riunione Ue ad Amsterdam “Non c’è una minaccia specifica per l’Italia. Schengen è salva per ora. Abbiamo poche settimane per evitare che si dissolva tra gli egoismi nazionali”. Alfano ha ventilato l’ipotesi di realizzare degli hotspot nel nord-est italiano, a seguito della rotta balcanica percorsa dai migranti.

Gli Stati Uniti nel frattempo adottano nuove strategie per contenere e fermare l’adesione di giovani sbandati alla causa del fondamentalismo islamico. Infatti, dei 71 arrestati negli Usa dal 2014 e legati all’Isis, 58 erano cittadini americani, sei erano residenti e la metà convertiti. Nicholas Rasmussen, direttore del Centro nazionale antiterrorismo Usa, ha affermato che coloro i quali sono attirati dall’Isis sono soggetti isolati, in cerca di riscatto e convinti di non aver diritti e privilegi. Il fondamentalismo islamico li ammalia fornendogli uno scopo: farsi saltare in aria e morire da martiri. Inoltre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono stati i primi a promuovere programmi scolastici chiamati “Educate against hate”: istruire contro l’odio. Tale programma aiuta a far luce sui comportamenti che possono portare a percorsi violenti di vita sino all’adesione a gruppi terroristici. In Europa si preferisce curare piuttosto che prevenire.

La jihad intesa dall’Isis, e di rimbalzo dall’Occidente, è la cosiddetta “guerra santa” nei confronti degli infedeli, mentre nel suo originario significato vuol dire “sforzo intellettuale per comprendere i testi sacri o del diritto”. Unire Intelligence e data base per contrastare il terrorismo è una strada, ma lo è anche la conoscenza, lo studio e le cause di questa escalation di violenze. Eliminare Schengen sarebbe la débâcle dei principi comunitari europei e la totale chiusura nei confronti di migranti che rifiutano di vivere in Paesi dove l’orrore è quotidianità.

Manuele Franzoso

Massacro dell’Isis in Siria che
prende anche 400 ostaggi

Siria guerra bombardamentiDall’inizio della guerra civile in Siria, che imperversa ormai da cinque anni, l’Isis ha lanciato il più cruento attacco nei confronti di civili e forze armate governative locali a Deir Ezzor, la città siriana sud-orientale. In questo centro urbano era rimasto asserragliato, tra i quartieri, un importante contingente dell’esercito regolare siriano. Prima i kamikaze e poi le truppe di terra dell’autoproclamato Stato islamico hanno ucciso più di trecento persone. Altre quattrocento, invece, sono state catturate.

Fra le vittime di Deir Ezzor ci sono soprattutto donne, anziani e bambini. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani ha confermato la presenza di almeno 135 morti, 85 civili e 50 combattenti del regime siriano tra i caduti durante l’efferato attacco. I miliziani dell’Isis inizialmente sono riusciti a penetrare nel quartiere di al-Baghaliyeh, nella periferia nord-ovest della città. Successivamente essi hanno aperto il fuoco sulla popolazione civile: inerme e in fuga. Lo stesso Osservatorio ha poi annunciato il reperimento di quattrocento civili da arte degli jihadisti.

Le truppe fedeli al califfo al-Baghdadi hanno perso sul campo di battaglia circa 42 soldati. Il governo siriano pensa che il rapimento dei quattrocento civili sia una rappresaglia. I prigionieri sono tutti musulmani sunniti, come i militanti dell’Isis. I testimoni scampati all’onda di barbarie hanno riferito di un vero e proprio massacro: nessuna pietà per chi si arrendeva. Questa notizia trova conferma presso l’agenzia di stampa siriana, Sana.

Nei quartieri occidentali di Deir Ezzor, dove sono entrate le truppe jihadiste, era presente una forte minoranza cristiana. La nota più sconvolgente di questa atroce vicenda è la decapitazione di almeno 150 persone, tra cui donne e bambini. La pazzia del fondamentalismo islamico sembra non avere limiti. Infatti, il capo dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel-Rahaman, ha aggiunto che i corpi delle vittime sono stati gettati nel fiume Eufrate, Ora si teme per vita dei quattrocento prigionieri sequestrati.

Deir Ezzor è una città strategica per il controllo del petrolio in Siria. Si calcola che in quella zona si trovino i tre quarti dei giacimenti di petrolio dell’intera Siria. Per questo Al-Baghdadi ha fatto costruire dai suoi fedeli miliziani 350 raffinerie mobili. L’estrazione del greggio per il Califfato frutta circa 300 milioni di dollari l’anno: un bel bottino da spendere per i rifornimenti di armi e per addestrare attentatori.

Dopo una piccola vittoria a Ramadi, prima di Natale, l’assetto militare e geopolitico tra Iraq, Siria e Turchia torna a farsi incerto. Tuttavia la risposta della coalizione internazionale anti-Isis non si è fatta attendere con un bombardamento aereo su Raqqa nella notte di sabato 16 gennaio che ha provocato anche 40 vittime tra i civili, di cui otto bambini. Intanto in Europa molti Stati membri sospendono Schengen alla luce di questi fatti e delle quasi certe e future masse di migranti in arrivo dalla Siria.

Manuele Franzoso

Iraq. Isis in ritirata da Ramadi

Continuano a rincorrersi in queste ore le notizie sulla città di Ramadi, espugnata dalle truppe irachene al Sedicente Stato Islamico. Tuttavia poche ore fa l’Alto comando iracheno nega che Ramadi sia stata completamente liberata, gli jihadisti dell’Isis infatti controllano ancora il 30% della città.


 

ramadiLe truppe dell’esercito regolare iracheno hanno ripreso il controllo di varie zone della città di Ramadi. Sulle sponde del fiume Eufrate è tornata libera l’ex sede del locale governo e fortino, fino a pochi giorni fa, dello Stato Islamico nel settore occidentale del centro abitato. Un portavoce dell’esercito ha annunciato: “Tutti i combattenti dell’Isis hanno abbandonato il quartier generale”.

Martedì 22 dicembre i soldati iracheni hanno lanciato l’offensiva decisiva dietro le decisioni delle forze governative. L’informazione dell’offensiva però deve essere arrivata anche ai miliziani terroristi, i quali hanno abbandonato parte della città. I combattenti di Daesh hanno preferito la fuga. Nonostante questo, il sedicente califfo e leader dell’Isis al-Baghdadi ha diffuso un messaggio audio rivolgendo pesanti minacce e ripercussioni alla Russia e agli Stati Uniti. “I raid non ci indeboliscono” ha detto e, rivolgendosi a Israele, ha sentenziato “la Palestina sarà il vostro cimitero”.

Ramadi è il capoluogo della provincia di Anbar e a maggioranza sunnita. Nel maggio scorso fu conquistata dalle bandiere nere del fondamentalismo islamico. Così, a inizio 2016, due città sono state liberate a caro prezzo: Ramadi e Tikrit. Il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, ha indicato il prossimo obiettivo: Mosul. Ora Ramadi sarà protetta dal cielo dalla coalizione internazionale anti Isis (guidate dagli Usa) e dalle forze di polizia locale, insieme a tribù sunnite, per terra. Inoltre, i poteri forti di Baghdad hanno optato per tenere lontano dai campi di battaglia di Ramadi le milizie iraniane a maggioranza sciita per evitare tensioni, nonostante esse abbiano avuto in passato un ruolo determinante in altre offensive.

La riconquista di Ramadi e Tikrit sono certamente delle vittorie e uno schiaffo morale all’Isis. Tuttavia è preoccupante come al-Baghdadi abbia minacciato la Russia, giacché in passato si era rifornita di armi e altro materiale bellico proprio dal colosso euroasiatico. Senza contare poi che la Russia continua a bombardare la parte orientale della Siria, causando centinaia di morti innocenti tra la popolazione civile. E l’Europa continua a guardare.
Intanto, a nord dell’Iraq, i curdi perseguitati da Erdogan continuano ad arginare l’avanzata dell’Isis senza nessun supporto di uomini e mezzi da parte della coalizione internazionale. Il coraggio delle soldatesse curde, intanto, sta oltrepassando i confini dell’omertà da parte dei mezzi di comunicazione di massa. A novembre fu sbaragliato l’esercito dell’Isis a Sinjar, città nordoccidentale dell’Iraq, a non molti chilometri da Mosul, roccaforte dei terroristi. Altro obiettivo nevralgico sarà la presa di Raqqa, città nel nord della Siria. La strategia per la vittoria militare contro l’Isis passa per queste due città.

Manuele Franzoso

Cambiamenti climatici.
Nuove speranze a Parigi

È cominciata a Parigi la XXI Conferenza sul clima. Il presidente della Conferenza, nonché ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha annunciato all’apertura dei lavori: “Abbiamo un obbligo di successo. La posta in gioco è troppo importante per accontentarsi di un accordo al ribasso”. La Conferenza si chiuderà l’11 dicembre.

L’obiettivo dichiarato dai vari capi di Stato è chiaro: limitare il global warming, cioè il riscaldamento globale, entro i 2° rispetto all’era pre-industriale. Occorrerà, dunque, ratificare un accordo internazionale equilibrato per sancire una consistente riduzione dei gas serra. La Conferenza, che riunisce 195 Paesi, inclusi quelli dell’Unione Europea, ha lo scopo di stabilizzare la temperatura del nostro pianeta onde evitare catastrofiche conseguenze per gli esseri umani e gli ecosistemi. Sono presenti a Parigi ben 40mila persone, tra scienziati, politici e rappresentanti delle maggiori organizzazioni ambientaliste internazionali. Limitare le emissioni di gas è la prima azione per salvaguardare le città costiere di tutto il mondo, poiché l’innalzamento del livello degli oceani potrebbe devastare molti centri urbani e metropoli marittime.
Una riduzione globale delle emissioni determinerà un nuovo assetto dell’economia mondiale, rivoluzionando il modo di produrre e di viaggiare e cambiando, soprattutto, il nostro tenore di vita e la distribuzione geografica della popolazione mondiale. I risultati di Parigi influenzeranno enormemente gli assetti geopolitici del Medio Oriente, giacché si acquisterebbe in maniera limitata combustibili fossili come il petrolio. Anche la Russia ne uscirebbe ridimensionata: l’azienda di estrazione ed esportazione di gas naturale, la Gazprom, avrebbe meno potere economico su scala mondiale. La dipendenza di molti Paesi dai combustibili fossili, venduti dagli Stati mediorientali e dalla Russia, diminuirebbe e mancherebbe l’influenza politica necessaria per indirizzare politiche economiche che sfruttano fonti di energia non rinnovabile. L’Ucraina, per esempio, non sarebbe più succube dei ricatti del Cremlino sulle forniture di energia. Stesso discorso per l’Unione Europea, che non dipenderebbe più né dal gas russo né dal petrolio dei Paesi arabi, avviandosi finalmente verso scelte ecosostenibili.

La ricerca e lo sviluppo di tecnologie energetiche a impatto zero, o limitato, sull’ambiente avrebbero un effetto benefico per tutti gli ecosistemi, il mercato del lavoro e la salute della popolazione mondiale. Tuttavia il progresso e le politiche industriali di Cina e India potrebbero smorzare le volontà di un cambio di rotta di molti governi. Dopo il Protocollo di Kyoto del 1997 è fondamentale un nuovo patto condiviso sulle emissioni dei gas serra, soprattutto con il consenso dei Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), Stati Uniti d’America e Unione Europea. Un accordo manderebbe ai mercati finanziari internazionali un chiaro e forte messaggio sulle intenzioni degli attori economici, incoraggiando gli investitori a puntare di più sull’energia pulita. Un nuovo corso che, secondo Taryn Fransen del World Resources Institute, potrebbe causare una riduzione delle emissioni del 10% in più rispetto a quella prevista dalle proposte presentate a Parigi.

Un’altra ragione di ottimismo è la recente ascesa al governo, in Australia e Canada, di leader di governo più sensibili alle tematiche ambientali, che potrebbero dunque arrivare alla conferenza con proposte nuove e rivoluzionarie.

È essenziale agire in fretta, però. Molti esperti sostengono che ci stiamo muovendo troppo lentamente. Inoltre, diversi studiosi ritengono che una volta raggiunte determinate soglie i cambiamenti del sistema climatico subirebbero un’accelerazione irreversibile. La fusione della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, per esempio, rischierebbe di non essere più fermata.
Jennifer Morgan, esperta del World Resources Institute, ha detto: “Il prezzo dell’energia solare ed eolica è già sceso drasticamente. I paesi che hanno cominciato ad attuare politiche ambientali serie si stanno accorgendo che non si tratta più di scegliere tra crescita economica e lotta ai cambiamenti climatici. Si sta diffondendo la sensazione che si possono ottenere entrambe le cose”. Gli impegni che si prenderanno alla XXI Conferenza di Parigi varranno però fino al 2025, o al massimo al 2030.

Lo zar Putin, alla Cop21, ha auspicato: “Un accordo globale, efficace, equilibrato, giuridicamente vincolante che permetta alle economie di svilupparsi”. Ha continuato: ” un nuovo patto nel prolungamento di Kyoto che dovrà rispondere agli interessi delle nostre popolazioni”. Per il presidente francese François Hollande la lotta a terrorismo e cambiamento climatico sono due grandi sfide da affrontare immediatamente, perché “ai nostri figli dobbiamo lasciare di più che un mondo libero dal terrore, un pianeta preservato dalle catastrofi, un pianeta sostenibile”. Le nuove speranze per arginare i cambiamenti climatici in atto passano da Parigi.

Manuele Franzoso